lunedì 17 giugno 2019

Lezioncina di Ravasi sul rosario di Salvini. E scorda la papessa Rihanna


Il cardinale Ravasi torna sul Rosario di Salvini ed è lapidario: «Non ci si salva ostentando croci e simboli religiosi. Gesù li chiamava ipocriti». Chissà se si riferiva anche al MetGala 2018 da lui sostenuto e promosso in cui sfilarono vestite da papesse le star hollywoodiane…

Il cardinale Gianfranco Ravasi ha rilasciato una intervista domenicale al Corriere della Sera nel corso della quale non si capisce bene per quale motivo è stata fatta, dato che ha spaziato davvero su tutto, dalla Brianza all’eternità. Alcuni passaggi non sarebbero neanche male, ad esempio la differenza tra il cristianesimo del Dio incarnato e l’Islam che è come una pozzanghera, in grado cioè di riflettere l’immagine del sole e niente più. Non poteva mancare però una domanda sul Rosario di Salvini. Sembra che un vescovo o un cardinale non possano passare l’esame di educazione civica se non gli si fa prima una domanda sull’evento politico mediatico dell’anno.
Geniale è come si è arrivati alla fatidica domanda sui rosari, partendo da Giobbe, che accosta Dio ad un arciere sadico a Ravasi che intima: «Cristo perdona tutte le colpe, ma non sopporta le ipocrisie». In mezzo c’erano le domande volè di Aldo Cazzullo: «Che cosa se ne deduce?». Risposta: «Che agitare il Vangelo, ostentare il rosario, baciare il crocefisso non fa di te necessariamente un credente». 
Alla domanda se Salvini sbaglia, Ravasi risponde: «Sono segni che di per sé non rappresentano l’autenticità del credere. Cristo perdona tutte le colpe, ma non sopporta le ipocrisie. Non è il gesto rituale che salva, altrimenti è rito magico. Magia». 
Ravasi si unisce così alla schiera degli ecclesiastici di rango che hanno attaccato frontalmente il gesto di Salvini. 
Curioso davvero. Curioso che un vescovo cardinale che ha definito i massoni «cari fratelli», disposto a dialogare con tutti, sia così duro e poco misericordioso con un politico che agita un Rosario e si permette di affidarsi al Cuore immacolato di Maria. 
Curioso davvero che Ravasi sia in possesso di uno screening di coscienza e escluda d’imperio una sola persona dalla salvezza mentre vi accolga tutti gli altri. Ha forse un filo diretto col Padreterno per sapere che chi agita i Rosari non si salverà? Ma non si era detto “chi sono io per giudicare?”. 
Sicuramente avrà anche ragione nel dire che non ci si salva solo con i gesti esteriori, le ostentazioni e le ipocrisie. Ma anzi, sicuramente ha ragione da vendere sua eminenza. Quando parla di ipocrisia ad esempio, di ostentazione, di manifestazioni esteriori, forse Ravasi si riferiva anche a quella nota parata di star hollywoodiane, da Rihanna a Miley Cirus, da Luis Veronica Ciccone in arte Madonna a Sarah Jessica Parker per il MetGala 2018: sfilarono per pubblicizzare la mostra di paramenti sacri provenienti dalla collezione personale del sommo pontefice mostrando e ostentando crocifissi e immagini sacre di ogni tipo. Papesse, conturbanti total black con croci in trasparenza, rosso della passione accostato ai rosari. 
Ebbene: a tenere a battesimo a quell’evento, tanto da dare il via libera al prestito delle opere e a scrivere la prefazione del catalogo, c’era proprio lui: il prefetto della Cultura Ravasi, il quale, scherzando con Donatella Versace che si complimentava per il suo rosso cardinalizio, la invitava a vederlo con indosso il viola vescovile. Chicche di fine impero, dell’ostentazione di chi mostra i simboli della fede per eventi modani. Il tutto possibile solo su interessamento proprio di Ravasi. Com’è che li chiama Gesù? Ipocriti? Suvvia, com’è severo su se stesso, sua eminenza…

(Fonte: Andrea Zambrano, LNBQ, 17 giugno 2019)
http://www.lanuovabq.it/it/rosari-lezioncina-di-ravasi-e-scorda-la-papessa-rihanna


Radio Radicale, la solita truffa ideologica


Come era prevedibile alla fine i fondi statali per Radio Radicale sono arrivati, grazie anche ai voti della Lega e con il plauso di molti cattolici che contano. Una scelta scriteriata che premia il parassitismo e la cultura della morte. Ed Emma Bonino presenta subito il conto alla Chiesa.

Come volevasi dimostrare alla fine arriva sempre la manina che salva l’elargizione di soldi pubblici a Radio Radicale. Quanto successo giovedì scorso alle Commissioni Bilancio e Finanze della Camera non sorprende perciò più di tanto: la Lega ha votato insieme alle opposizioni (incluse Fratelli d’Italia e Forza Italia) a favore di un emendamento proposto dal Pd che concede altri 7 milioni a Radio Radicale, 3 per il 2019 e 4 per il 2020. Certo, non sono più soldi per la convenzione relativa alla trasmissione delle sedute parlamentari, per cui si dovrà procedere a un regolare bando (dopo 25 anni!), ma è pur sempre un escamotage per continuare a finanziare l’organo della Lista Pannella. Si tratta di fondi devoluti per la digitalizzazione dell’archivio di Radio Radicale, che pare essere una sorta di tesoro della Repubblica, dal modo in cui ne parlano i politici che in qualche modo devono giustificare questa decisione.
Già alcune settimane fa, Stefano Fontana ha spiegato molto chiaramente ai nostri lettori (clicca qui) perché nel caso di Radio Radicale non si possa parlare di servizio pubblico e tanto meno di sussidiarietà e perché quindi questo finanziamento, fatto con i soldi dei contribuenti, sia del tutto ingiustificato. Invitiamo perciò a rileggere quell’articolo, soprattutto per quei tanti cattolici che in questo periodo si sono sbattuti per sostenere Radio Radicale.
Qui però vogliamo mettere in risalto due aspetti della vicenda che colpiscono. Il primo: abbiamo visto che la Lega di Matteo Salvini è capace di votare contro il governo, incurante delle conseguenze, se ritiene la materia importante. Ce ne rallegriamo. Evidentemente i soldi a Radio Radicale sono una materia importante per la Lega – anche se ci sfugge il motivo -, vedremo quindi prossimamente se, su temi come vita e famiglia, dimostrerà la stessa determinazione.
Il secondo aspetto è l’insistenza di cattolici ed esponenti del centro-destra nel difendere il finanziamento statale a Radio Radicale con il fatto che questa emittente dà conto delle posizioni di tutti: «È possibile seguire i nostri convegni, i nostri congressi – abbiamo sentito tante volte in questi giorni – solo grazie a Radio Radicale». Pare di capire dunque che i contribuenti dovrebbero essere felici di pagare questa emittente non solo per la possibilità di seguire le sedute del Parlamento (chissà quanti italiani poi sono davvero interessati a questa trasmissione) ma anche perché possiamo farci una playlist con l’intervento di Silvio Berlusconi alla Convention di Forza Italia del 1998 ad Assago, le performance di Matteo Renzi alla Leopolda, perfino il discorso con cui Massimo Fini scioglie Alleanza Nazionale nel 2009, confluendo nel Popolo delle Libertà. E chissà quanto altro ancora.
L’argomento è davvero curioso: perché un cittadino dovrebbe trovare giusto pagare un contributo affinché un soggetto privato – di cui non gli importa nulla - possa avere registrate le proprie conferenze e congressi su una radio che non ha alcuna intenzione di ascoltare? Certo, anche noi della Nuova BQ – che non viviamo di finanziamenti pubblici ma solo con il sostegno dei nostri lettori - troveremmo estremamente comodo che le conferenze che organizziamo fossero tutte registrate a spese del contribuente anziché nostre. Ma sarebbe giusto? Noi diciamo di no, non sarebbe servizio pubblico ma solo una forma di parassitismo, per non dire peggio.
L’altro aspetto che si trascura totalmente quando si propone questo argomento è il vero scopo di Radio Radicale. Ammettiamo anche che appartenga alla cultura radicale dare voce a tutti, ma l’obiettivo vero è portare avanti le proprie battaglie che, come sappiamo, promuovono la cultura della morte e puntano diritto alla demolizione della presenza cattolica in Italia. Cioè Radio Radicale non nasce per trasmettere esclusivamente le sedute parlamentari e le idee di tutti, ma per combattere le proprie battaglie e modellare la società secondo la propria ideologia, in cui è compreso anche far ascoltare il pensiero degli altri. C’è una bella differenza: in pratica da 25 anni, con la scusa di un presunto servizio pubblico, lo Stato finanzia le campagne ideologiche anti-vita e anti-famiglia di una radio-partito, con il plauso di gran parte del mondo cattolico, almeno di quello che conta. Come si può isolare un fattore, ignorando totalmente il contesto in cui è inserito? Ma allora allo stesso modo non si dovrebbe avere nulla da ridire se domani tale servizio dovesse essere garantito da, diciamo, Al Jazeera, che sostiene il fondamentalismo islamico; oppure da una improbabile Radio Corleone International, una copertura per la promozione della cultura mafiosa.
Ironia della sorte, i cattolici di cui sopra non hanno fatto in tempo a festeggiare il successo per i fondi a Radio Radicale che subito Emma Bonino – insieme ad altri parlamentari - ha presentato una mozione per: abolire l’ora di religione cattolica nelle scuole, rivedere i criteri di distribuzione dell’8xMille (per togliere fondi alle Chiesa cattolica), rivedere le norme sull’Imu degli immobili della Chiesa, recuperare l’Ici non pagata dalla Chiesa negli anni passati.
Ecco, questo è uno dei rarissimi casi in cui i radicali ci provocano un moto di simpatia.

(Fonte: Riccardo Cascioli, LNBQ, 17 giugno 2019)
http://www.lanuovabq.it/it/radio-radicale-la-solita-truffa-ideologica



martedì 11 giugno 2019

Il problema è teologico: i vescovi non stanno col popolo


L’osservatore, anche distratto, nota che i vescovi italiani fanno politica e la fanno a senso unico. Lo avevamo riscontrato durante la campagna elettorale per le elezioni europee e lo abbiamo nuovamente sperimentato in occasione della recente tornata amministrativa conclusasi con i ballottaggi di domenica scorsa. 
La cosa è molto evidente. Prendiamo due argomenti politici di attualità come la disciplina degli ingressi degli immigrati e il riconoscimento dei diritti LGBT. Il primo punto è espressivo della politica della Lega, il secondo è portato avanti soprattutto dal Partito Democratico, tanto che il segretario Zingaretti ha subito aderito al “mese del pride”, durante il quale si sono tenuti cortei in molte città italiane.
Ora, nel periodo delle elezioni amministrative, i vescovi sono intervenuti in gran numero e con grande forza sul primo tema, mentre non sono intervenuti per niente sul secondo. Si può pensare che, così facendo, fossero ignari della ricaduta politica dei loro interventi? I vescovi del Lazio hanno fatto leggere in tutte le chiese, durante le sante Messe domenicali, un lungo documento nel quale contestavano direttamente la politica del governo in carica sulle immigrazioni. Sullo svolgimento dei gay pride non è stata detta nessuna parola. Durante questi pride non si sono viste solo oscenità e strumentalizzazioni di bambini, ma anche si è assistito a bestemmie, a orrendi scimmiottamenti delle preghiere cristiane, a profanazioni e a insulti alla Madonna. Inoltre sfilavano gruppi di “Cristiani LGBT in cammino” senza che qualche precisazione ecclesiastica qualificasse la cosa. 
A ridosso della domenica del ballottaggio, poi, Repubblica ha pubblicato una lunga intervista al presidente della CEI, il cardinale Gualtiero Bassetti. Centro culminante dell’intervista è stata la frase: “La Lega non riuscirà a dividere il popolo italiano dal Papa”, con la quale anche il Papa è stato politicizzato. Ma perché, ci si chiede, gli unici due argomenti adoperati dall’episcopato sono sempre l’accoglienza indiscriminata degli immigrati e il rosario agitato in piazza da Salvini?   
In Italia non c’è un bipolarismo chiaramente politico, ma se ne sta profilando un altro di tipo valoriale: da una parte le élite borghesi, i fautori dei nuovi diritti compresa l’eutanasia, i sostenitori di un europeismo ad oltranza, i globalisti contrari alle nazioni e ai popoli, i paggi del pensiero unico. Dall’altra le classi popolari, chi respinge il disordine dei nuovi diritti e difende vita e famiglia, i critici di un’Europa oppressiva, i difensori dei popoli contro la società globale spersonalizzata. Da tempo i vescovi ci danno continue prove che stanno da una parte, la prima.
Fin qui la constatazione dei fatti. Proviamo ora a chiederci perché questo avvenga. Quando un atteggiamento è sistematicamente ripetuto, come in questo caso, significa che esso risponde ad una forma mentis consolidata e non a cause accidentali. Qualcuno sostiene che sotto potrebbero anche esserci degli interessi materiali. Potrà essere o non essere, ma a mio avviso i motivi fondamentali sono teologici.
É da molto tempo che la nuova teologia sostiene che il cristianesimo deve esprimersi in forme politiche e con linguaggio politico. Nella “società secolare” di Harvey Fox, un linguaggio religioso – si diceva già negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso – sarebbe incomprensibile. Ecco perché il teologo tedesco J.B. Metz parlava di “teologia politica” come del linguaggio – secolare e politico appunto – del cristianesimo nel mondo diventato adulto e non più cristiano. Di recente è stato detto che coloro che emigrano per trovare lavoro all’estero sono i “moderni pellegrini”: ecco un esempio di un linguaggio profano al posto di uno religioso a proposito del pellegrinaggio. Da tempo molti osservano – e lamentano – che il magistero si occupa più dei problemi sociali che di quelli spirituali.
Ecco perché i vescovi fanno politica, perché lo dice da decenni la nuova teologia che tutti loro hanno studiato in seminario. Rimane da spiegare perché la facciano a senso unico, con particolare riguarda alle ideologie che secolarizzano, demitizzano, denaturalizzano il cristianesimo e che più spingono per il relativismo, l’individualismo, il narcisismo. Sembra un mistero che lascia stupefatti, ma non lo è. Se la Chiesa deve adoperare il linguaggio politico del mondo, e non più il proprio linguaggio religioso, deve continuamente aggiornarlo e adeguarlo ai cambiamenti cui il mondo è soggetto. La cosa assolutamente da evitare è adoperare un linguaggio di contrapposizione al mondo, come per esempio estrarre un rosario in piazza. Diventa invece opportuno e doveroso fare i progressisti, accogliere e accompagnare le novità, per non rimanere indietro. 
Che l’atteggiamento sia ideologico è testimoniato dal fatto che viene mantenuto anche quando, attuandolo, si perdono le elezioni, cioè quando il mondo lo rifiuta.

(Fonte: Stefano Fontana, LNBQ, 11 giugno 2019)
http://www.lanuovabq.it/it



giovedì 6 giugno 2019

“Ambiguo al di là di ogni misura”. Un teologo della congregazione per la dottrina della fede boccia il papa

Mai quella frase sarebbe passata indenne allo scrutinio della congregazione per la dottrina della fede, se soltanto papa Francesco gliela avesse fatta controllare.
Ma così non è stato. E infatti, dal 4 febbraio, nel solenne documento sulla fratellanza umana firmato congiuntamente ad Abu Dhabi da Francesco e dal Grande Imam musulmano di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb, figura la seguente affermazione:
“Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani”.
Niente da obiettare riguardo a colore, sesso, razza e lingua. Ma che anche la diversità di religione sia voluta dal Creatore è tesi nuova e spericolata per la fede cattolica. Perché allora non varrebbe più quello che l’apostolo Pietro, il primo papa, predicava pieno di Spirito Santo dopo la Pentecoste, che cioè “in nessun altro c’è salvezza” se non in Gesù, visto come il suo attuale successore mette alla pari ogni religione a un’altra.
Un mese dopo, nelludienza generale del 3 aprile, di ritorno da un altro viaggio in terra musulmana, in Marocco, papa Francesco ha tentato di aggiustare il tiro. “Non dobbiamo spaventarci della differenza” tra le religioni, ha detto. “Dio ha voluto permettere questa realtà” con la “voluntas permissiva” di cui parlavano “i teologi della Scolastica”. Semmai “dobbiamo spaventarci se noi non operiamo nella fraternità, per camminare insieme nella vita”.
Ma di nuovo, se anche il testo di questa udienza generale fosse stato prima sottoposto al vaglio della congregazione per la dottrina della fede, neppure questo rattoppo sarebbe stato approvato.
Non si contano più, ormai, le volte in cui papa Francesco ha rifiutato di chiedere o accogliere il parere della congregazione il cui compito è di accertare la conformità al dogma.
Se l’avesse fatto, ad esempio, con “Amoris laetitia”, quell’esortazione sul matrimonio e il divorzio sarebbe uscita scritta in modo meno avventuroso, senza sollevare quei “dubia” – firmati e resi pubblici da quattro cardinali – ai quali Francesco ha poi rifiutato di rispondere, imponendo il silenzio anche alla congregazione retta all’epoca dal cardinale Gerhard L. Müller.
E oggi che s’avvicina il varo del nuovo assetto della curia vaticana, ciò che è già trapelato è che la più penalizzata sarà proprio la congregazione per la dottrina della fede, del cui organico fa parte, tra l’altro, la commissione teologica internazionale, il fior fiore dei teologi di tutto il mondo.
Uno dei trenta teologi che compongono la commissione non ha però accettato di arrendersi e di tacere. E il 2 giugno ha pubblicato un suo argomentato atto di protesta contro l’affermazione del documento di Abu Dhabi che attribuisce alla volontà creatrice di Dio la diversità delle religioni.
Questo teologo è lo statunitense Thomas G. Weinandy, 72 anni, francescano, del quale i lettori di Settimo Cielo già conoscono l’accorata e meditata lettera indirizzata a papa Francesco nel 2017, rimasta anch’essa senza risposta:
(Cfr. Un teologo scrive al papa: C'è caos nella Chiesa, e lei ne è una causa).
Ecco il rimando al testo integrale del suo nuovo intervento, questa volta nella forma di un vero e proprio saggio teologico, pubblicato su “The Catholic World Report”, il magazine on line di Ignatius Press, la casa editrice fondata e presieduta dal gesuita Joseph Fessio, discepolo d’antica data di Joseph Ratzinger e membro del suo “Schulerkreis”:
(Cfr. Pope Francis, the uniqueness of Christ, and the will of the Father).
Padre Weinandy prende molto sul serio la gravità della questione, che così inquadra:
“Papa Francesco è noto per le sue affermazioni ambigue, ma trovo che il senso indeterminato dell’affermazione contenuta nel documento di Abu Dhabi va al di là di ogni misura. Implicitamente non solo sminuisce la persona di Gesù, ma anche e ancor più colpisce al cuore l’eterna volontà di Dio Padre. Quindi tale studiata ambiguità mina alla radice la verità stessa del Vangelo. Questo implicito sovvertimento dottrinale di un mistero della fede così fondamentale da parte del successore di Pietro è per me e per molti nella Chiesa, in particolare tra i laici, non solo inescusabile, ma è soprattutto tale da suscitare una profonda tristezza, perché mette in pericolo l’amore supremo che Gesù giustamente merita”.
Già nel 2000 la congregazione per la dottrina della fede, con prefetto Ratzinger, aveva avvertito l’urgenza di fugare fraintendimenti ed errori riguardo a Gesù come unico salvatore del mondo. L’aveva fatto con la dichiarazione “Dominus Iesus”, che a detta del suo autore e col pieno accordo di papa Giovanni Paolo II, intendeva riaffermare proprio questo “elemento irrinunciabile della fede cattolica”, rispetto a qualsiasi altra religione.
Ma nonostante ciò, o forse proprio per questo, la “Dominus Iesus” fu accolta da un fuoco di fila di critiche, da fuori e da dentro la Chiesa, anche da parte di teologi e cardinali famosi, da Walter Kasper a Carlo Maria Martini.
E quelle critiche sono proprio quelle che oggi si trovano accolte e condensate nel passaggio del documento di Abu Dhabi contro il quale padre Weinandy obietta.
Ma c’è di più. Dopo aver rimandato alla “Dominus Iesus” e aver riconosciuto il suo merito, padre Weinandy scrive che nemmeno quella dichiarazione ha saputo andare veramente sl fondo della questione:
“A motivo di questa inadeguatezza vanno smarrite la verità e la bellezza di chi è Gesù e non è pienamente riconosciuto il modo in cui egli è il Salvatore universale e il Signore definitivo. In questo mio saggio io voglio appunto rendere evidente ciò che manca nella ‘Dominus Iesus’ e, facendo questo, invalidare ogni interpretazione del documento di Abu Dhabi che affermi o almeno suggerisca che Gesù e altri fondatori di religioni siano di eguale valore salvifico, e quindi che Dio abbia voluto tutte le religioni nello stesso modo in cui ha voluto il cristianesimo”.
Non resta a questo punto che leggere il saggio di padre Weinandy. Che così conclude:
“Ciò che qui ho argomentato può risultare ovvio a tutti i fedeli cristiani. Tuttavia, data l’ambiguità contenuta nel documento di Abu Dhabi sottoscritto da papa Francesco, una forte riaffermazione è oggi necessaria. Piacerebbe pensare – sempre accordandogli il beneficio del dubbio – che papa Francesco, involontariamente e quindi senza una piena consapevolezza delle implicazioni dottrinali della sua firma, non abbia inteso ciò che il documento sembra dichiarare.
“In ogni caso nessuno, nemmeno un pontefice, può annullare o ignorare la volontà di Dio Padre riguardo a suo Figlio Gesù. È Dio Padre che ‘lo esaltò e gli diede il nome che è al di sopra di ogni nome’. Il Padre ha eternamente stabilito che al nome di Gesù, e non al nome di Buddha, Maometto o di ogni altro passato, presente o futuro fondatore religioso, ‘ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra o sotto terra, e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è Signore’. Fare ciò non è solo glorificare Gesù, ma è anche ‘a gloria di Dio Padre’ (Filippesi, 2, 9-11). Nel suo amore il Padre ha dato al mondo Gesù suo Figlio (Giovanni 3, 16) e ‘non vi è sotto il cielo altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati’ (Atti 4, 12). In questa suprema verità noi abbiamo da gioire in gratitudine e preghiera”.

(Fonte: Sandro Magister, Settimo cielo, 6 giugno 2019)
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venerdì 24 maggio 2019

Salvini affida il destino dell’Europa ai suoi Santi patroni e al Cuore Immacolato di Maria


Il coraggio di Matteo Salvini è stato grande sabato 18 maggio alla manifestazione di Milano, affrontando gli infedeli della Chiesa interreligiosa con parole e gesti mai visti nell’Italia repubblicana, tanto da offendere le orecchie dei farisaici interpreti dei diritti umani. «C’è un continente», ha dichiarato a gran voce dal palco allestito in piazza del Duomo, «a cui dare un futuro e quindi ci affidiamo a voi alle donne e agli uomini di buona volontà, ci affidiamo ai sei patroni di questa Europa: a San Benedetto da Norcia, a Santa Brigida di Svezia, a Santa Caterina da Siena, ai santi Cirillo e Metodio, a Santa Teresa Benedetta della Croce, ci affidiamo a loro, affidiamo a loro il destino, il futuro, la pace e la prosperità dei nostri popoli», poi il vicepremier ha impugnato con la mano destra la Corona del Rosario mentre affermava con forza: «e io personalmente affido l’Italia, la mia e la vostra vita al Cuore Immacolato di Maria che son sicuro ci porterà alla vittoria perché questa piazza, questa Italia, e questa Europa è simbolo di mamme, papà, uomini e donne che col sorriso, con coraggio e determinazione vogliono la convivenza pacifica, danno rispetto, ma chiedono rispetto e io vi ringrazio amici e fratelli dal profondo del cuore perché stiamo scrivendo la storia».
Subito si sono stracciate le vesti i cortigiani della Chiesa progressista e sociologica, infastiditi dalla determinazione di Salvini nel proseguire, come aveva già fatto per le elezioni politiche del marzo 2018, nel dichiarare pubblicamente il suo Credo e collocando, quindi, la sua posizione nell’alveo delle radici Cristiane di un’Europa traditrice della sua identità.
Rimarrà veramente nella Storia questa iniziativa. Invocare i nomi dei grandi Santi che hanno edificato l’Europa è stato come un tuono, che ha fatto vibrare i cuori rimasti fedeli, facendo inorridire i Giuda disseminati nell’apostasia ecclesiastica dei nostri grami e folli giorni. E mentre nella piazza si fischiava a papa Francesco, che ha rinunciato alla custodia e alla trasmissione del deposito della Fede, la gente legata ancora al proprio dna religioso e culturale applaudiva nell’udire l’affidamento al Cuore Immacolato di Maria.
Il beato inglese John Henry Newman ha lottato con determinazione, costanza e gran forza, nel corso del XIX secolo, il liberalismo presente all’interno delle istituzioni europee e nella Cristianità: il liberalismo è quel cancro che, nel sostenere che il proprio credo è un fatto privato e non pubblico, distrugge la fede non solo socialmente, ma anche nella propria anima.
Le liberali «Famiglia Cristiana» e «Civiltà Cattolica» sono inorridite di fronte ai segni visibili del Cattolicesimo emersi in piazza del Duomo, ignare come sono ormai dell’unica Verità rivelata e delle sue applicazioni. L’ira è emersa plasticamente: «L’antifona persino smaccata di Salvini pronunciata in quella distesa di bandiere azzurre e tricolori, con i suoi simboli della cristianità utilizzati come amuleti, con quell’ uso così feticistico della fede, serve a coprire come una fragile foglia di fico gli effetti del decreto sicurezza»; mentre il direttore del periodico gesuita, Antonio Spadaro s’indigna: «Non nominare il nome di Dio invano. Rosari e crocifissi sono usati come segni dal valore politico, ma in maniera inversa rispetto al passato: se prima si dava a Dio quel che invece sarebbe stato bene restasse nelle mani di Cesare, adesso è Cesare a impugnare e brandire quello che è di Dio».
La Chiesa di oggi, quella dei funzionari, non ha paura della scristianizzazione, anzi, la incoraggia, ma di coloro che rivogliono la Chiesa del Salvatore. Anche il segretario di Stato Parolin si è schierato contro il bacio di Salvini al Crocifisso del Rosario e al suo intervento controcorrente: «Invocare Dio», ha detto, «per se stessi è sempre molto pericoloso». Molto pericoloso è non prendersi le proprie responsabilità di ministri di Cristo.
Questi farisei, servitori del Modernismo, ligi al pensiero unico e dominante dell’oligarchia anticattolica che dissacra continuamente le realtà divine e lorda l’Europa puntellata di sacelli, cappelle, chiese, abbazie, monasteri, conventi, cattedrali, santuari, basiliche, elucubrano ideologicamente senza più parlare di religione e si scandalizzano se un capitano politico si rifà al Vangelo, richiama l’attenzione sui Santi europei, sbandiera il Rosario, parla del Cuore Immacolato di Maria. Tuttavia dovrebbero studiare un po’ di Storia della Chiesa e saprebbero che il politico Costantino usò il segno della Croce per vincere. «In hoc signo vinces» («In questo segno vincerai»): la comparsa in cielo di questa scritta accanto a una croce fu uno dei segni prodigiosi che precedettero la battaglia di Ponte Milvio, l’episodio compare ampiamente nell’iconografia cristiana. Rivoltosi in preghiera a Dio, poco dopo mezzogiorno fu testimone, lui e il suo esercito, di un evento celeste prodigioso, l’apparizione di un incrocio di luci sopra il sole e della suddetta scritta, ma in greco: «ν τούτ νίκα». La notte seguente gli apparve Cristo, ordinandogli di adottare come proprio vessillo il segno che aveva visto in cielo. Nei giorni successivi Costantino interpellò dei sacerdoti per essere istruito nella religione cristiana. Egli fece precedere le proprie truppe dal labaro imperiale con il simbolo cristiano del chi-rho, detto anche monogramma di Cristo, formato dalle lettere XP (che sono le prime due lettere greche della parola ΧΡΙΣΤΟΣ cioè «Christòs») sovrapposte. Sotto queste insegne i soldati sconfissero l’avversario. Dalla vittoria sul Ponte Milvio l’Europa prese ad essere politicamente cristiana.
I riferimenti alla croce in cielo vista da Costantino sono presenti nella biografia che il vescovo Eusebio di Cesarea fece dell’Imperatore, stretto suo collaboratore a partire dal 325. L’autore non precisa il luogo dove avvenne il fenomeno prodigioso, perciò sono sorti diversi racconti, fra questi si dice che la croce sarebbe apparsa a Costantino alla vigilia della battaglia di Torino, presentandosi al disopra del Monte Musinè. Nel 1901, sulla cima del monte, venne eretta una gigantesca croce, dove fu collocata una piastra sulla quale è scritto: IN HOC SIGNO VINCES – A PERPETUO RICORDO DELLA VITTORIA DEL CRISTIANESIMO CONTRO IL PAGANESIMO RIPORTATA IN VIRTÙ DELLA CROCE NELLA VALLE SOTTOSTANTE IN PRINCIPIO DEL SECOLO IV.
E santa Giovanna d’Arco, non ostentò forse pubblicamente la sua Fede per il bene della Francia? E tutti i santi sovrani europei, che hanno edificato l’Europa? Da santo Stefano a san Ferdinando III, dalla santa Adelaide a santa Elisabetta, da sant’Enrico e santa Cunegonda al beato Carlo d’Asburgo e serva di Dio Zita, ultimi imperatori cattolici, storicamente defenestrati dal liberalismo e dalla massoneria nel Novecento, e l’elenco potrebbe proseguire…
Salvini, dopo essere stato attaccato da chi non è più sale della terra e non si occupa più né della Gloria a Dio, né della salvezza delle anime, non parla più né del peccato originale, né del peccato mortale, né del peccato veniale, né di giudizio, né di Paradiso, né di Inferno, ma tratta pedissequamente di politica e di sociologia, adagiandosi nel neopaganesimo imperante, perdendo per questo ogni giorno di più vocazioni e consenso dei fedeli, ha così risposto:
«Sono l’ultimo dei buoni cristiani, ma sono orgoglioso di andare in giro col rosario sempre in tasca. Noi stiamo garantendo più sicurezza agli italiani e stiamo salvando vite. Un direttore di un settimanale cattolico mi ha attaccato perché ho osato parlare di Dio, dei Papi, dei nostri valori e delle nostre radici e perché ho mostrato il rosario. Sono orgoglioso di testimoniare quella che è una civiltà accogliente, ma un conto è essere accogliente e un conto è suicidarsi. Lo diceva Papa Benedetto, lo diceva Wojtyla, lo diceva Oriana Fallaci». Inoltre: «L’Europa che nega le proprie radici non ha futuro. Io sono credente, il mio dovere è salvare vite e svegliare coscienze. Il confronto con le altre culture è possibile solo riscoprendo la nostra storia e riscoprendo i nostri valori, come peraltro detto negli ultimi decenni da tutti i Santi Padri. Sono orgoglioso di testimoniare, con azioni concrete e con gesti simbolici, la mia volontà di un’Italia più sicura e accogliente, ma nel rispetto di limiti e regole».
Intanto il «Time» mette in copertina Salvini con il titolo «Il nuovo volto dell’Europa», definendolo «lo zar dell’immigrazione in Italia che sta portando la missione di disfare la Ue» e nell’intervista l’abile statista dichiara: «Stiamo lavorando per recuperare lo spirito europeo che è stato tradito da coloro che guidano questa unione» e nel recupero c’è il Vangelo, c’è la Madonna, c’è il Rosario, ci sono i Santi. La straordinaria Europa è stata fondata dalla Cristianità a dispetto di chi, anche nella Chiesa, compreso il Pontefice, misconosce il proprio mandato e distrugge le ragioni per cui la Chiesa stessa è sorta.
Desiderare un’Europa nuovamente cristiana ci spinge alla militanza nella fede e a votare alle europee non per chi calpesta le leggi di Dio, per il divorzio, l’aborto, l’eutanasia, l’omosessualismo, la rovina dell’innocenza dell’infanzia spiegando la falsa e perversa teoria gender, l’invasione migratoria, il globalismo sfrenato e irrispettoso delle identità, l’impoverimento delle nazioni… ma per chi riconosce il valore della persona, della famiglia, della patria, della Santissima Trinità e di Maria Santissima. Anche noi sbandieriamo pubblicamente il Santo Rosario e baciamo il Crocifisso.

(Fonte: Cristina Siccardi, Europa Cristiana, 23 maggio 2019)
https://www.europacristiana.com/salvini-affida-il-destino-delleuropa-ai-suoi-santi-patroni-e-al-cuore-immacolato-di-maria/


Chiesa-partito, il malinteso cristianesimo come religione


Il cristianesimo primariamente e per sé non è una religione, ma è una persona, Gesù Cristo, ed è un fatto: l’iniziativa mirabile e inaudita che Dio Padre prende per incontrarci, parlarci, entrare in comunione con ognuno di noi nella mediazione dell’umanità di Gesù. Questa è la sostanza affascinante e per lo più censurata della nostra fede, che amava insegnare il cardinale Giacomo Biffi. Perché è la sostanza del nostro Vangelo: la novità sta proprio nell’Incarnazione e nella Pasqua di Cristo.
Il pensiero dominante oggi, che è espresso in modo efficace nella grande stampa, presenta invece il cristianesimo come una religione, e talvolta anche come “religione del libro”. Proprio qui “casca l’asino”. La religione, stando all’uso classico del nome e alla sua stessa etimologia, indica un insieme di tentativi – fatti di idee e azioni cultuali – con i quali l’uomo cerca con le sue forze di dare un senso all’esistenza, dire qualcosa della causa fondante e mettersi in contatto con essa. Me è proprio un tentativo umano, molto provvisorio, intessuto di successi e errori, che comunque non raggiunge l’obiettivo per il semplice fatto che l’obiettivo è Dio e quindi è sproporzionato al tentativo umano.
Proprio per superare questa sproporzione Dio stesso ci viene incontro: prende l’iniziativa di rivelarsi (pensa alla rivelazione testimoniata dai libri biblici), di incarnarsi, vivere con noi e darci perennemente il suo Spirito Paraclito. C’è dunque un abisso tra cristianesimo e le religioni: paragonare cristianesimo e religioni è come confrontare una casa e una persona umana. Sono cose molto diverse: il cristianesimo è iniziativa divina, le religioni sono tentativi umani.
Fatto sta che molti riducono il cristianesimo a una religione e ne parlano poi della Chiesa cattolica come se fosse un partito politico. Riducendo il cristianesimo a una religione si entra nel grande malinteso sulla libertà religiosa. Per cui assistiamo periodicamente a vescovi che anziché cantare il Te Deum il 31 dicembre accompagnano a spese della diocesi i propri fedeli a visitare la moschea della propria città oppure vanno in consiglio comunale a perorare la causa della costruzione della moschea invocando il bene comune e la libertà religiosa. Il Concilio Vaticano II nella dichiarazione Dignitatis Humanae insegna: «Tale libertà consiste in questo, che tutti gli uomini devono essere immuni dalla coercizione da parte di singoli, di gruppi sociali e di qualsivoglia potestà umana, cosicché in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza, né sia impedito, entro debiti limiti, di agire in conformità con la sua coscienza privatamente o pubblicamente, in forma individuale o associata».
La libertà religiosa consiste nell’essere esenti da violenza e impedimenti nel credere. Ma da ciò non deriva assolutamente che ogni convinzione religiosa sia alla pari di un’altra. Né deriva che ogni convinzione religiosa sia rispettosa del bene comune degli consociati. Sfido chiunque a dimostrare che il bene comune sia efficacemente promosso dalla dottrina islamica della taqiyya. Questa è la dissimulazione consentita ai musulmani per introdursi e accreditarsi nel Dar-al-Harb, cioè la “casa della guerra”, ovvero i territori non islamici, nei Paesi kafir, cioè infedeli, e conquistarli. Pur di raggiungere questo fine il musulmano può fingere tutto, il suo essere moderato nel vivere il Corano e anche la sua apostasia dal Corano. È la pratica di fingere e mentire nell’interesse dell’islam e della umma, ingannare gli infedeli, cioè cristiani, ebrei e atei, convincendoli che l’islam è una religione di pace.
Fatto sta che molti, anche personaggi altolocati, parlino poi della Chiesa cattolica come se fosse un partito politico. E quindi non deve meravigliare che qualcuno, anche vescovo, sia intimidito perché “non appartiene alla linea del papa”. Che i vescovi, anziché annunciare la res del cristianesimo, entrino in beghe – non di politica che è la scienza e l’arte architettonica della pubblica convivenza – ma in beghe partitiche. Che giornalisti dipingano la Chiesa gerarchica come un insieme turbolento di correnti ed etichettino credenti e vescovi con stereotipi tratti proprio dall’arena partitica. Non possiamo chiedere di rinunciare a considerare la comunità dei credenti secondo delle categorie tratte dalla sociologica. Ma per rispetto della realtà dobbiamo ricordare che la comunità visibile dei credenti c’è in ragione della comunità invisibile, soprannaturale e divina dei credenti che sfugge all’analisi sociologia e di altre scienze positive. Siamo Chiesa perché Gesù Cristo ha una sposa e ha un corpo.
Siamo Chiesa perché lo Spirito di Cristo anima ogni credente e quindi la Chiesa con la grazia santificante. Se parlo del cristianesimo come se fosse una religione, se per descrivere la Chiesa uso abitualmente etichette e categorie tratte dall’arena partitica, sarà inevitabile ridurre il cristianesimo non solo a religione, ma anche a religione di parte.
Così facendo, l’apertura missionaria al “mondo” e la dimensione cattolica, cioè universale, del mandato che Cristo affida alla sua Sposa saranno ko.
Significativamente lo Sposo della Chiesa non vuole la salvezza di una “parte”, ma del 100%. Non del 50%, ma del 100% dei figli (Luca 15,11-32). Non del 90%, ma del 100% delle monete (Luca 15,8-10). E non si accontenta neanche del 99%, ma vuole proprio il 100% delle pecore (Luca 15,4-7).
E altrettanto significativamente lo Sposo della Chiesa non si rivolge a una “parte”, né parla di “parte”, ma di mondo: Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui (Giovanni 3,16-17).

(Fonte: Giorgio Maria Carbone, LNBQ, 24 maggio 2019)
http://www.lanuovabq.it/it/chiesa-partito-il-malinteso-cristianesimo-come-religione




venerdì 19 aprile 2019

Che calvario la via crucis in cui Cristo è solo un pretesto


Dedicata ai migranti, alle vittime della tratta, alla Costituzione e persino a Stefano Cucchi: la via crucis è ormai un happening in cui Gesù è solo un pretesto per parlare d'altro, fare politica e proclamare manifesti ideologici. Specchio di una Chiesa secolarizzata in cui non è più la Croce di Cristo a dare senso ad ogni dolore umano, ma è il dolore umano a giustificare la croce.

Scommettiamo che? Scommettiamo che l’anno prossimo avremo quella sul clima e sicuramente quella al motto di ecologia & libertà? Chissà, un giorno verrà il momento anche per la via crucis a difesa degli animali e perché no, quella dei rider che portano in giro il cibo in bicicletta a paghe da fame. In fondo, anche loro sono vittime dello sfruttamento.
Intanto quest’anno dobbiamo sobbarcarci quello che passa il convento e il convento passa diverse viae crucis a piacimento, nelle quali emerge un filo che le accomuna tutte: Gesù Cristo è ormai diventato un pretesto per parlare di altro. Fare politica ad esempio, affermare le proprie idee quando non ideologie, servirsi delle meditazioni per indottrinare torme di giovani, i pochi ancora rimasti.
Della via crucis più celebre, quella del Colosseo alla presenza di Papa Francesco si sta facendo un gran parlare da giorni. Le meditazioni sono state scritte da suor Eugenia Bonetti e fin da subito si è detto che la via crucis è stata dedicata alla tratta delle schiave moderne. I giornali hanno fatto il resto quando sono state presentate le meditazioni: “Ecco la via crucis contro Salvini, la via crucis vaticana anti sovranista”. Come si può ben immaginare nella via dolorosa di quest’anno compaiono tutti i cliché del terzomondismo ormai diventato legge canonica della Chiesa: si parla di “di tutte quelle giovani vite, che in modi diversi, sono condannate a morte dall’indifferenza generata da politiche esclusive ed egoiste”. Inevitabile pensare che se ci sono dei morti nelle migrazioni è colpa di Salvini.
Ma la via crucis a tema di questa sera a Roma non è la sola, né la prima.
Può accadere così che la via crucis diventi un pretesto per accomunare la passione di Cristo alla Carta Costituzionale. A Torino, all’Oratorio Salesiano San Paolo hanno infatti svolto una processione nella quale si sono intrecciate mirabilmente le 14 stazioni e alcuni cartelli con gli articoli più rilevanti della Costituzione. Merito dei salesiani, i quali hanno lanciato l’idea della via Crucis Giusta, Equa e Solidale. Surreale poi l’augurio: “La nostra Costituzione, la Passione di Gesù, ci portino verso una Pasqua da vivere come vorrebbe don Bosco: come BUONI CRISTIANI E ONESTI CITTADINI”. Don Bosco si rivolta nella tomba, per l’ennesima volta.
La nostra carrellata fa tappa a questo punto a Mercogliano, in provincia di Avellino, dove il “barricadero” don Vitaliano Della Sala ha ripreso possesso della parrocchia dopo le sanzioni canoniche che lo videro protagonista ai tempi dei disobbedienti. Ma qualche afflato “revolucionario” deve essergli ancora rimasto. Nella sua parrocchia infatti è andata in scena domenica scorsa una via crucis singolare: dedicata a Stefano Cucchi. Il motivo? “La via Crucis non è solo la rievocazione di un dramma avvenuto duemila anni fa ma deve essere la celebrazione della nostra vita con i suoi chiaroscuri”, ha dichiarato don Della Sala. Le stazioni della Passione di Cristo in questo caso sono state completamente stravolte e sostituite con meditazioni ad hoc sul giovane morto “per le percosse ricevute dopo il suo arresto”, si legge sui giornali.
Insomma: “E’ un modo per denunciare le ingiustizie e attualizzare il racconto della sofferenza di Gesù lungo la strada verso il Calvario”. Intanto prima dell’evento è stato proiettato anche il film Sulla mia pelle, sulla storia del giovane spacciatore, la cui vicenda giudiziaria è riesplosa in tribunale proprio questi giorni dopo le confessioni a processo di un teste chiave che ha confermato la tesi delle percosse.
Tutto bello ed emotivamente coinvolgente: i migranti, la Costituzione e il giovane spacciatore morto in carcere e per il cui omicidio devono rispondere ora diversi carabinieri. Peccato che senza Cristo tutta questa sofferenza non serva a nulla. Perché la via Crucis è un “pio esercizio” nato nel XII secolo, per favorire l’immedesimazione dei fedeli con la Passione di Cristo, meditandone i vari momenti. È Cristo dunque il protagonista e non – con tutto il rispetto umano – il povero Stefano Cucchi. È Cristo, perché è attraverso la sua sofferenza che noi tutti siamo stati salvati, anche i migranti che solcano i mari del Mediterraneo ingannati da una mafia africana che – guarda caso – non viene mai tirata in ballo tra i carnefici, nelle meditazioni delle viae crucis politically correct.
Si vive la via crucis come un evento esclusivamente orizzontale, politico e sociale, in cui rivendicare piuttosto che fermarsi a riflettere sul dolore di chi, morendo per noi in croce, ci ha riscattati da una esistenza destinata in eterno ad essere ben più tragica della tratta di esseri umani.
Si ripercorre la strada di Cristo partecipando in spirito alle sofferenze patite da Gesù e non si ricorda né si dedica alcunché. Anche perché la stessa via crucis, come pio esercizio è già normata da Expone nobis un breve di papa Clemente XII, che nel 1731 ne fissò le caratteristiche fino a dare facoltà di lucrare indulgenze.
Questo non significa che nel corso delle meditazioni non ci debbano essere delle attualizzazioni sulla stazione che viene vissuta: ma sempre tenendo presente che il protagonista è Cristo, attraverso le cui sofferenze tutti siamo salvati. Non siamo di fronte ad una commemorazione umana di una vittima di soprusi e violenze. Ma siamo di fronte a quella sofferenza di Cristo: nella carne, nel costato, nelle spine. Quella sofferenza, non una metafora di tutti i mali del mondo.
Ma anche queste viae crucis ideologiche, fanno il paio con la moda dei presepi a tema, come abbiamo giù denunciato. Questo è causato dalla perdita del significato della Passione e redenzione del Dio Uomo. Si deve ormai giustificare sociologicamente la via Crucis, ribaltando totalmente i termini della questione: nella nostra cultura secolarizzata non è più la Croce di Cristo a dare senso ad ogni dolore umano, ma è il dolore umano a giustificare la croce e il perdurare del “pio esercizio” in un mondo ateo.
Insomma: è ancora una volta una fotografia di una chiesa che si vergogna di Cristo crocifisso e così facendo tradisce l’uomo, abbandonandolo nell’abissale solitudine del male e del dolore.

(Fonte: Andrea Zambrano, LNBQ, 19 aprile 2019)
http://www.lanuovabq.it/it




giovedì 18 aprile 2019

Cattolici e Radio Radicale: lo scandalo continua


Ancora una volta, di fronte all'intenzione del governo di cancellare il truffaldino finanziamento pubblico a Radio Radicale, c'è una mobilitazione generale. E in prima fila come sempre ci sono fette importanti del mondo cattolico. Un gioco di favori e ricatti reciproci, a danno della fede dei semplici.

Si può convenire sul fatto che una qualsiasi causa, se sponsorizzata dal sottosegretario all’Editoria Vito Crimi, perda di qualsiasi fascino, ma questa volta a Crimi si deve dare ragione: la fine della convenzione che regala ogni anno dieci milioni di euro a Radio Radicale (pagati con le nostre tasse) è più che legittima, è doverosa. Il sottosegretario 5Stelle ancora l’altro giorno ha ribadito la decisione del governo di porre fine a un accordo che non ha ragione d’essere, visto che per il servizio pubblico che Radio Radicale svolge – la trasmissione delle sedute del Parlamento – è già previsto l’apposito canale del Gr Rai.
È dal 1990 che Radio Radicale ciuccia dallo Stato un fiume di denaro che, con il pretesto della trasmissione delle sedute parlamentari, serve ad alimentare la cultura della morte. In questi 29 anni sono oltre 200 i milioni di euro (ci sono anche i 4 milioni annui alla radio in quanto organo ufficiale della Lista Pannella), a spese dei contribuenti, finiti nelle casse di Radio Radicale, e questo malgrado già nel 1990 la legge Mammì prevedesse l’obbligo del canale Gr Parlamento per la Rai. Canale avviato in effetti qualche anno più tardi, ma depotenziato proprio per permettere a Radio Radicale di giustificare la sua importanza e quindi il suo contributo.
Diversi governi, allo scadere della convenzione, triennale o biennale, hanno provato a mettere fine a questa truffa, ma invano. Ogni volta si assiste al formarsi di una alleanza trasversale tra partiti, intellettuali e giuristi che lancia campagne a difesa di Radio Radicale e costringe il governo a tornare su suoi passi; per non parlare delle sceneggiate che, morto Pannella, vengono proseguite dai suoi eredi (negli anni passati più volte abbiamo raccontato i dettagli di questa storia, ad esempio qui). Nessuno dice che Radio Radicale deve chiudere, semplicemente non ha diritto a ricevere questa pioggia di finanziamenti pubblici.
Non è comunque per amore della libertà di stampa e di opinione che tutto questo circo si mette in moto, è piuttosto la dimostrazione della forza che il Partito Radicale ha e ha saputo costruire, ha ramificazioni ovunque nei poteri dello Stato e complicità insospettabili. E anche una grande forza di ricatto. È il paradosso di un piccolo partito che ha però avuto una influenza enorme nel processo di secolarizzazione della società italiana, un movimento che da una parte combatte la “partitocrazia” e dall’altra la sfrutta al massimo creando un super-partito; da una parte lancia il referendum contro il finanziamento pubblico dei partiti e dall’altra si crea un canale di finanziamento occulto al partito come è questa storia di Radio Radicale.
E il paradosso è ancora più incredibile se guardiamo all’atteggiamento del mondo cattolico. Nessuno più di Pannella, Bonino e soci ha fatto per distruggere la Chiesa, per toglierle credibilità morale e sostegno economico, nessuno più dei radicali ha simboleggiato le battaglia per quella rivoluzione antropologica così opposta alla visione dell’uomo e della dignità della persona propria del Cristianesimo. E Radio Radicale è la sua artiglieria pesante. Eppure quando c’è da difendere Pannella e la Bonino i cattolici sono sempre in prima fila, anche quando non richiesti (vogliamo ricordare l’exploit di monsignor Vincenzo Paglia su Pannella e la Bonino definita «una grande italiana» da papa Francesco?).
E quando c’è da garantire i soldi pubblici a Radio Radicale, certi cattolici sono i primi a mobilitarsi. Ogni volta che la convenzione è stata messa in discussione, i parlamentari cattolici hanno firmato in massa per garantire i soldi a questa emittente; e altrettanto fanno i media ufficiali e autorevoli intellettuali. Avvenire, il quotidiano della Conferenza episcopale italiana, che negli anni ’90 era ancora chiaramente contro il finanziamento pubblico alla radio di Pannella, ha poi decisamente cambiato idea, vuoi per simpatia autentica, vuoi per paura e ricatti (clicca qui). I radicali sanno usare molto bene l’arma del ricatto. Ad esempio sono i più tenaci nemici dell’Otto per mille, il sistema che finanzia le attività della Chiesa italiana attraverso la libera scelta degli italiani riguardo una percentuale delle proprie tasse; hanno più volte promosso iniziative politiche e pubbliche per abolire questo sistema in nome della laicità dello Stato. Hanno sfidato l’esenzione dall’Imu per gli edifici ecclesiastici – che peraltro riguarda non solo la Chiesa ma tutto il non profit – portando la battaglia anche in Europa. Ma quando c’è da passare all’incasso del finanziamento per Radio Radicale, le armi tacciono e cominciano le parole suadenti: e i vescovi, sempre sensibili alle ragioni del portafoglio, evitano di dire cose che potrebbero urtare la loro sensibilità, anzi esaltano la purezza ideale dei radicali; non sia mai che ricomincino a bombardare sulla Chiesa e mettano a rischio i soldi.
Ancora più evidente il giochetto con Avvenire: se salta il finanziamento a Radio Radicale, potrebbe entrare in pericolo anche il lauto contributo pubblico per il giornale della Cei che, con quasi sei milioni annui, è il quotidiano che maggiormente beneficia del finanziamento all’editoria. I 5 Stelle peraltro vorrebbero cancellare anche questi finanziamenti, ed è per questo che Avvenire è così schierato a difesa di Radio Radicale, anche se i contributi pubblici riguardano due capitoli diversi e, anzi, in passato sono stati diminuiti i contributi all’editoria per mantenere invariato quello di Radio Radicale (clicca qui). Negli ultimi giorni al coro cattolico a favore dell’emittente della Lista Pannella, buon ultimo, si è unito anche Mario Adinolfi, leader del Popolo della Famiglia (PdF), e la cosa si commenta da sola.
Insomma, nella Chiesa, per salvare i soldi e qualche interesse personale o di gruppo, tutti uniti appassionatamente per sostenere i radicali nella loro guerra contro il cattolicesimo. Ho già detto che è un paradosso, ma mi correggo: è uno scandalo.

(Fonte: Riccardo Cascioli, LNBQ, 17 aprile 2019)
http://lanuovabq.it/it/cattolici-e-radio-radicale-lo-scandalo-continua


giovedì 28 marzo 2019

Perché le élites odiano la famiglia?


La violenta, irrazionale, unanime levata di scudi contro il World Congress Family è stata davvero inspiegabile. Si può non condividere una manifestazione, ma basta non andarci. È facile. A me non è mai venuto in mente di farmi venire una crisi isterica per i gay pride, e neanche perché la presidente della Camera, un ministro o un senatore donna gli accordassero la loro compiacente benedizione.
L’Unar, organo della presidenza del consiglio dei ministri, finanziava dei circoli dove si facevano festini a base di sesso (che sia omosessuale o etero non cambia la sostanza, in questo caso), e per lungo tempo, fino a che la cosa non è stata tirata fuori dalle Iene, nessuno ha avuto niente da dire, però se il logo della Presidenza del Consiglio compare sulla locandina di Verona apriti cielo. Addirittura un convegno in cui si parla di famiglia, che schifo! Visto che in Italia le culle sono vuote, le scuole chiudono e ci stiamo estinguendo, magari proviamo a sentire che ha da dire il convegno, o ci affidiamo alla ricetta di Emma Bonino? Vogliamo ascoltare il ministro ungherese che ha risollevato la natalità nel suo paese, o per principio è inascoltabile? (Gli ungheresi hanno la lebbra?) Magari la loro ricetta è sbagliata, ma ascoltare potrebbe anche avere un senso, visto che ha funzionato.
E tutto ciò prima ancora che i relatori abbiano potuto dire una sola parola. Questo odio delle élites per la famiglia è davvero inspiegabile e anche poco lungimirante (l’estinzione non è una bella notizia per nessuno). Da tempo, prima dell’inizio del convegno (quasi) tutti i mezzi di comunicazione come un sol uomo hanno cominciato unanimi a gridare allo scandalo, ma senza circostanziare le accuse. Alcune poi erano false, e sono state oggetto di querela da parte degli organizzatori. Altre erano semplicemente balle, come quella della Cirinnà che in tv ha detto che sarebbe stato scandaloso che si permettesse di parlare a una come me che ha scritto Sposati e sii sottomessa, senza sapere che io non sono relatrice al Forum, e ovviamente senza minimamente immaginare neppure cosa significhi la parola sottomessa nel linguaggio paolino, che è il modo in cui io l’ho usata (un testo senza contesto è un pretesto, cit.). Ma mi rendo conto che è una pretesa esagerata aspettarsi che uno prima di commentare un libro lo legga addirittura. (Anche Calenda parla di spose sottomesse a Verona, vi prego, non lo deludete, venite tutte col capo chino, al guinzaglio del marito, col grembiule da cucina addosso, un mestolo, le ciabatte). Rimane il fatto che una donna che ha studiato legge, dopo avere esibito il cartello “Dio patria famiglia che vita de m…” (ma non è vilipendio?) si permette di dire che qualcuno, che peraltro non ha offeso nessuno, non può intervenire in qualche contesto pubblico.
Non sto scrivendo solo per me, che infatti non parlerò al convegno, ma per tutti i relatori i quali non hanno commesso reati, che io sappia, e che esprimeranno semplicemente delle opinioni, più o meno condivisibili. Magari cretine, non lo so, non è escluso, ma se togliessimo la parola a tutti i cretini il mondo sarebbe un luogo molto, molto silenzioso. Di solito nel mondo civile si fanno convegni, chi è interessato va, chi non lo è non va. Se uno dice cose intelligenti qualcuno applaude, sennò prende delle critiche. Questo nel mondo normale, dove si può sostenere di tutto, anche che la terra è piatta, mentre nel mondo delle élites se solo si parla di famiglia apriti cielo.
Poiché non si riesce a entrare nel merito – spiegando esattamente perché mai certe opinioni non dovrebbero essere espresse e sarebbero così scandalose – allora si passa al piano B, urlando accuse a caso come “medievali”, che è sempre meglio che “grasse”, ma “più che un’offesa è una dichiarazione di analfabetismo”, come ha detto Franco Cardini, aggiungendo fuffa a caso tipo “nel Medioevo si bruciavano le streghe” (casomai nel Rinascimento e dopo la Riforma protestante – esistono anche crimini non commessi prevalentemente da cattolici, incredibile – , ma non è che stai a guardare quei duecento anni in più o in meno; io comunque i miei amici Jacopo e Filippo a bruciare streghe non ce li vedo tantissimo).
Sono uscite dal cilindro altre fantasmagoriche accuse a caso, tipo che la gente del convegno vuole che le donne siano costrette a stare a casa, quando tutte le statistiche dicono che più le donne sono colte e occupate, più fanno figli, e quasi tutte le donne madri numerose che conosco hanno almeno una laurea, fanno lavori importanti oppure hanno scelto liberamente e orgogliosamente di stare a casa, se se lo sono potute permettere. Niente di più lontano dagli sfigati che dice Di Maio: gli sfigati sono quelli che si sono lasciati confondere dall’illusione della realizzazione personale e hanno rinunciato alla figata più grande di tutte, fare figli, o al massimo si sono accontentati di uno solo (ho in mente una carrellata di donne – perché soprattutto le donne poi ne soffrono, che lo ammettano o meno – davvero fregate dalla balla di un sogno da inseguire, e poi spesso un sogno poverino e da quattro soldi, letteralmente, per ritrovarsi a 40 anni completamente prive delle coordinate della realtà). Non mi riferisco a chi invece i figli non riesce ad averli, perché quello che conta è avere messo la propria vita in gioco, essersi resi disponibili ad accogliere, e non avere immolato tutto a inseguire delle cretinate.
Tra l’altro tutte le mamme numerose e superglamour che mi stanno venendo in mente adesso, non mi paiono esattamente sfigatissime, come Agnés Marion, antagonista di Macron, mamma di sei, bella e super intelligente. Più che a loro comunque io penso alle “mie” mamme glamour, quelle non famose ma di riferimento per me, ai lavori che fanno (in casa e/o fuori) tenendo in piedi delle vite da capolavoro, perché la maternità è un master, ti insegna a fare le cose meglio e con meno della metà del tempo delle altre: ci sono segreti che chi non è andata in conferenza stampa dopo essersi tirata il latte e aver pulito vomiti fino all’alba, lanciando figli all’asilo e correndo a 4’30” a km sui tacchi per arrivare prima del ministro e finire prima dell’inizio della recita dell’asilo non può neanche immaginare.
Sono stata a lungo indecisa se andare o no a Verona, dove ho preferito non essere fra i relatori proprio perché, pur essendo un evento di respiro mondiale, e non il primo, la presenza di alcuni politici italiani mi sembrava richiedere un endorsement che io non voglio fare: secondo me un giornalista, soprattutto del servizio pubblico, non dovrebbe. Si possono avere opinioni – le mie, sulla famiglia, la vita, le unioni civili sono abbastanza chiare, credo – ma sul come poi queste vengano declinate politicamente un giornalista serio deve tenere riservate le proprie idee. Ancora più mi preme il mio ruolo di passare parola sulle verità della Chiesa sull’uomo e sulla donna, e anche se qualche vescovo questo diritto se lo arroga, io penso che chi annuncia la Verità non possa dare indicazioni partitiche – ma solo generali, sui grandi temi di riferimento – per non allontanare chi ha un’altra sensibilità. La Chiesa deve dire ai credenti cosa è la vita, chi è l’uomo, dove puntare il mirino della nostra vita, ma sulle scelte ognuno si misura con il magistero e la propria coscienza.
Per quanto mi riguarda andare alla Marcia di Verona – sì, andrò a marciare ma non sarò fra i relatori – non è un endorsement al governo, ma è esattamente il contrario, cioè dire a chi sarà lì: guardate che per quanto mi riguarda il mio voto lo avrete se, al di là dei proclami, farete qualcosa per la famiglia, ma qualcosa di concreto, come abbassare drasticamente le tasse a chi ha figli, fino a portarle a zero a chi ne ha molti. Come ripristinare i fondi per i disabili. Come fare le leggi che diano obbligatoriamente il part time alle donne che lo vogliono. Come combattere l’utero in affitto e impedire che le anagrafi dicano bugie dichiarando padri o madri persone che non lo sono. Andare a marciare significa fare lobbying in modo trasparente e onesto, dire a chi ci governerà – che sia questo governo o il prossimo – che esiste un popolo che chiede cose di buon senso, e che non è rappresentato. Le élites non sanno niente delle esigenze reali, e infatti parlano di donne costrette a stare a casa da fantomatici maschi cattivi, quando le statistiche dicono che sono infinitamente di più le donne che vorrebbero più figli, più tempo per i figli, o almeno un più ragionevole life work balance, come si dice (che in soldoni è: non rischiare l’embolo ogni volta che c’è una ricerca di gruppo a casa tua e un interminabile appuntamento di lavoro, e poi tra te e il letto una lavatrice e una lavastoviglie e sei ciotole di pop corn lasciate dai giovani ricercatori).
Andare alla marcia dunque non è assolutamente firmare un assegno in bianco né a questo governo né a nessun partito, ma rappresentare la realtà, le famiglie che faticano a tenere insieme i tempi, a far bastare i soldi e che pagano tasse proprio come chi invece i soldi li usa per fare shopping, che non sono aiutate in nessun modo dallo Stato, neppure per pagare l’apparecchio per i denti, il corso di inglese, i musei: questo per me è andare a Verona e partecipare a tutte le occasioni in cui si scende in piazza – marcia per la vita, family day, sentinelle in piedi, e poi anche sit in per Asia Bibi, Charlie, Alfie, chiunque organizzi – secondo il principio per cui chi non è contro di noi è per noi. Che tutti quelli che hanno a cuore la vita e la famiglia, il luogo dove la vita nasce, si uniscano, e chiedano spiegazioni ai preti che dicono che la marcia delle famiglie “è una vergogna”, alla rete antirazzista per l’accoglienza che ha raccomandato agli albergatori di non accogliere i partecipanti, ai docenti universitari che hanno raccolto firme contro delle persone prima ancora che parlassero (come fecero anche alla Sapienza di Roma nel 2008 impedendo a Benedetto XVI di parlare).
Io penso che i cristiani non debbano pretendere di essere egemonici (ormai un pensiero velleitario, surreale, direi) ma che non possano certo neanche smettere di essere lievito, e di far fermentare la pasta: non faremmo il lievito se ci limitassimo a vivere nelle nostre case, nei nostri condomini, senza uscire fuori a testimoniare. Non importa se il clero sarà poco rappresentato, è giusto così, ai preti non è chiesto di marciare, ma a noi laici sì, è chiesto di agire sia con la testimonianza silenziosa che con la presenza incisiva, agendo per la nostra conversione personale e silenziosa del cuore, ma nel frattempo chiedendo misure concrete per l’economia e anche culturali – le leggi fanno mentalità.
Il male è sempre negli occhi di chi lo vede, io non lo vedo in questa marcia di amici che non accusano nessuno, ma chiedono misure di sostegno alla vita. Di certo non è uno spot elettorale, perché al prossimo voto manca tempo, e le famiglie non si faranno bastare le chiacchiere.

(Fonte: Costanza Miriano, Il Blog, 27 marzo 2019)
https://costanzamiriano.com/


Dall’adulterio all’omosessualità. Genesi e scopo della strategia del silenzio nella “Chiesa in uscita”


Abbiamo notato nei giorni scorsi che tra l’esortazione apostolica Amoris laetitia (marzo 2016) e il summit vaticano sugli abusi sessuali nella Chiesa (febbraio 2019) esiste un collegamento. Se Amoris laetitia non parla più dell’adulterio, il summit non ha parlato dell’omosessualità. Sembrano questioni distanti l’una dall’altra, ma sono unite dalla strategia adottata dalla Chiesa “in uscita” voluta da Francesco e annunciata già alcuni anni fa dal cardinale Kasper: la strategia del silenzio.  Se un problema si pone come ostacolo verso il tanto invocato “cambio di paradigma”, anziché affrontarlo di petto, esponendosi a critiche e discussioni, meglio ignorarlo. Del resto, lo stesso è successo con i dubia dei quattro cardinali e con le domande poste da monsignor Carlo Maria Viganò sul caso McCarrick: nessuna risposta. L’obiettivo? Lasciare che la questione sparisca da sé, così che se ne perda la memoria e sia possibile vivere come se non fosse mai esistita.
La tesi è sostenuta con ampia documentazione nel contributo che ho il piacere di pubblicare qui di seguito. L’autore, ben noto ai lettori di Duc in altum, è dom Giulio Meiattini, monaco benedettino dell’abbazia della Madonna della Scala a Noci e teologo. Si tratta dell’introduzione alla nuova edizione, ampliata, del libro Amoris laetitia? I sacramenti ridotti a morale, del quale ci occupammo un anno fa e che rimane testo decisivo per un’interpretazione non convenzionale di quei “processi” che secondo Francesco la Chiesa deve avviare.
Aldo Maria Valli

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Ciò su cui mi preme richiamare maggiormente l’attenzione, in questa presentazione, è il cambiamento di toni e di orientamento intervenuto nel dibattito e nella vita ecclesiale soprattutto a partire dalla pubblicazione della Littera apostolica (apparsa nell’ottobre 2017), con la quale Francesco ha dato l’interpretazione autentica delle ambiguità presenti nel cap. VIII dell’esortazione post-sinodale, ambiguità che avevano sollevato una quantità di discussioni. A partire da quella Littera, la situazione sembrerebbe essersi relativamente acquietata, nel senso che si è smesso di discutere su quale sia la vera interpretazione di Amoris laetitia (AL) sulle unioni “cosiddette irregolari”. Ma, acclarato questo aspetto, la situazione, già molto confusa, non è certo migliorata, anzi è ulteriormente degenerata. La relativa quiete, almeno apparente, nasconde infatti un disagio perdurante, fatto di silenzi, di pratiche contrastanti e di punti oscuri non risolti.
Il cambiamento di toni e di orientamenti non riguarda solo questioni inerenti la teologia e la pastorale del matrimonio, ma anche altri aspetti la cui valutazione, almeno sommaria, mi obbliga a uscire per un momento dalla teologia “pura” per occuparmi di fatti, cioè del quadro storico concreto in cui ci troviamo, e che bisogna cercare di capire teologicamente per comprendere meglio anche AL, e la sua connessione con altri campi della fede, della morale e della pastorale attualmente compromessi.
Il card. Kasper, poco prima che AL fosse pubblicata, aveva preannunciato che essa avrebbe rappresentato “il primo” di una serie di cambiamenti all’interno della Chiesa cattolica dopo ben 1700 anni. Ora, dopo tre anni dalla comparsa del documento pontificio, è forse possibile cominciare a capire un po’ meglio il senso delle parole del cardinale, a quanto pare già ben informato in anticipo del “cambiamento di paradigma” programmato.
Il primo cambiamento, che a me ha molto impressionato e che non sembra sia stato colto nella sua effettiva gravità (perché dissimulato), è la completa scomparsa, per non dire il bando, della parola “adulterio”. Essa è del tutto assente nei due Instrumenta laboris previ ai sinodi del 2014 e 2015, assente nelle rispettive relazioni intermedie (relationes post-disceptationem), mai usata dai due documenti finali sottoposti all’approvazione dei padri sinodali, e infine definitivamente seppellita da AL. Non è un dettaglio di poco conto. L’insegnamento della Chiesa, dal tempo dei Padri, ha sempre fatto immancabile riferimento ai testi evangelici e neotestamentari relativi all’adulterio come parte essenziale del suo insegnamento sul matrimonio indissolubile, con le relative conseguenze sulla prassi pastorale e la disciplina canonica. Nei menzionati documenti presinodali, sinodali e post-sinodali, invece, questi passi non vengono mai citati espressamente, a parte una volta un paio di frammenti di Mt 19,8-9, da cui è però censurato proprio il passaggio che fa appunto esplicito riferimento all’adulterio.
Si sa che quando si vuol emarginare o eliminare una qualche verità – lo si fa anche con le persone – non c’è bisogno di contraddirla apertamente, anzi questa sarebbe la strategia peggiore, perché susciterebbe aperte reazioni e richiamerebbe l’attenzione. Molto meglio, invece, passarla sotto silenzio, non parlarne più, confinarla fra le anticaglie in soffitta o in cantina, e nel giro di qualche tempo di essa si perderà del tutto memoria e si vivrà come se più non fosse. Nei due sinodi e in AL, in effetti, il peccato di adulterio è stato cancellato non con un colpo di spugna (sarebbe stato troppo plateale), bensì con un colpo di silenzio: semplicemente non se ne parla più. E di tutti quei passi neotestamentari, soprattutto evangelici, che ne parlano apertamente che ne è stato? Di essi figura solo uno sbiadito rimando fra parentesi preceduto dalla sigla cfr. (cfr. Mt 5,32; 19,8-9; Mc 10,1-12).
Bisogna avere l’onestà di dirlo e di riconoscerlo: già da tempo nella Chiesa si adopera molto raramente la parola “adulterio” nella predicazione o nella catechesi. Adesso poi, in ossequio al cap. VIII di AL, si preferisce usare il termine neutro e innocuo di “fragilità”, che va a rimpiazzare nella maggior parte dei casi anche la stessa parola “peccato”. L’infedeltà coniugale occasionale o le nuove unioni stabili successive all’unico matrimonio celebrato davanti a Dio, non sono più designate col termine appropriato con cui Gesù e la tradizione cristiana le definisce: adulterio. E sono veramente una minoranza sparuta coloro che ancora ricordano che in epoca patristica l’adulterio era considerato uno dei peccati più gravi, accostato all’apostasia e all’omicidio.
Mi si dirà che esagero. Ma vorrei invitare il benevolo lettore a leggere, prima di esprimere il suo giudizio, questa riflessione, ripresa da fonte di lingua inglese sconosciuta, e divulgata senza commenti dal prof. Massimo Faggioli in un suo tweet del 14 settembre 2018. Una riflessione che ci invita a guardare la questione all’interno del paesaggio di cui fa parte.
«Per i non cattolici, questo può sembrare un affare non grosso, ma è la comunione per i divorziati risposati il primo passo teologico che elimina il concetto di adulterio. Se si compie tale cambiamento, la Chiesa cattolica in seguito sarà obbligata a cambiare tutto il suo insegnamento sul matrimonio, la sessualità e la famiglia: divorzio, sesso prima e fuori del matrimonio saranno riconosciuti dalla Chiesa. E così sarebbe – punto cruciale – l’omosessualità e il matrimonio fra persone dello stesso sesso. Ora forse a voi piacciono queste cose, o forse no. Alcune confessioni cristiane le accettano. Ma la Chiesa cattolica non ha mai dato la sua approvazione a nessuna di esse e l’intero progetto rivoluzionario di cambiare l’insegnamento della Chiesa su famiglia e sessualità comincia necessariamente dalla comunione per i divorziati risposati»[1].
Questa osservazione, che gli ottimisti riterranno eccessiva, non è però una semplice fantasticheria. Basti considerare non solo che nella pratica è già così, senza che i vescovi mostrino di preoccuparsene molto, ma anche il significativo fatto che nella relazione intermedia, letta dal card. Erdö durante il sinodo del 2014, affiorarono espressioni chiaramente tese a “costruire ponti” verso l’omosessualità. Si poteva leggere ai nn. 50-52 di quella relazione:
«50. Le persone omosessuali hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana [domanda: in quanto persone, e su questo non c’è dubbio e vale per tutti senza bisogno di ripeterlo, o in quanto omosessuali?]: siamo in grado di accogliere queste persone, garantendo loro uno spazio di fraternità nelle nostre comunità? Spesso esse desiderano incontrare una Chiesa che sia casa accogliente per loro. Le nostre comunità sono in grado di esserlo accettando e valutando il loro orientamento sessuale, senza compromettere la dottrina cattolica su famiglia e matrimonio? [cosa significa questo? Accettare e accogliere la loro omosessualità praticata? Questo comprometterebbe sicuramente la dottrina su famiglia e matrimonio].
51. La questione omosessuale ci interpella in una seria riflessione su come elaborare cammini realistici di crescita affettiva e di maturità umana ed evangelica integrando la dimensione sessuale: si presenta quindi come un’importante sfida educativa. La Chiesa peraltro afferma che le unioni fra persone dello stesso sesso non possono essere equiparate al matrimonio fra uomo e donna [osservazione: non si tratta solo della non equiparazione, ma della loro liceità, come già osservato, ma sul punto si tace!]. Non è nemmeno accettabile che si vogliano esercitare pressioni sull’atteggiamento dei pastori o che organismi internazionali condizionino aiuti finanziari all’introduzione di normative ispirate all’ideologia del gender [invece di preoccuparsi delle pressioni esterne, sarebbe più importante pensare a quelle interne].
52. Senza negare le problematiche morali connesse alle unioni omosessuali [si noti la vaghezza dell’espressione: non si negano le problematiche morali] si prende atto che vi sono casi in cui il mutuo sostegno fino al sacrificio costituisce un appoggio prezioso per la vita dei partners [questo apprezzamento dell’appoggio prezioso significa che il sostegno reciproco rende la relazione omosessuale virtuosa? E la vaga espressione “problematiche morali” evita di dire che dal punto di vista antropologico l’esercizio dell’omossessualità è semplicemente una deformità]. Inoltre, la Chiesa ha attenzione speciale verso i bambini che vivono con coppie dello stesso sesso, ribadendo che al primo posto vanno messi sempre le esigenze e i diritti dei piccoli [cosa si vuol dire: che è possibile che un bambino sia adottato e cresciuto da due “genitori” dello stesso sesso, se questo giova al suo bene? La frase può essere interpretata in ogni senso]».
Queste espressioni, soprattutto quelle da me evidenziate in corsivo e commentate fra parentesi, suscitarono consistenti e comprensibili reazioni nell’assemblea sinodale, tanto che nel sinodo del 2015, e infine in AL, si ripiegò su poche frasi molto più “sobrie” e non problematiche. Ma è chiaro che le parole usate in questi paragrafi rappresentavano già un tentativo di legittimazione indiretta e morbida, neanche troppo velata, dell’omosessualità e anche dell’adozione di bambini da parte di coppie omosessuali. Un sintomo preoccupante di quanto prima accennato: il legame che realmente esiste (almeno sul piano oggettivo) fra cancellazione linguistica del peccato di adulterio (mezzo) e tentativo di legittimazione dell’omosessualità (scopo).
Nel sinodo sui giovani l’argomento è tornato di nuovo a galla. Il documento finale tocca la questione soprattutto nel n. 150, la cui formulazione ha ottenuto, non a caso, il più alto numero di non placet (65 per la precisione, più di un quarto dei votanti). Alla prima lettura sembra trattarsi di un paragrafo in fondo innocuo, a parte qualche sfumatura dubbia. Si parla di rispetto delle persone omosessuali, di iniziative pastorali per la loro integrazione, ecc. È chiaro che nessuno vorrebbe discriminare queste persone e mancare loro di rispetto. Ma quello che colpisce, in queste frasi, ancora una volta non è tanto quello che è detto, bensì il silenzio. Il silenzio intorno alla dottrina comune e di sempre, secondo la quale l’inclinazione omosessuale rappresenta un disordine e l’assecondarla un peccato. Il silenzio, come si vede, sembra diventato un metodo, meglio una tattica, per ammorbidire le coscienze e le intelligenze. Tacendo si apre la strada all’oblio.
Alla luce di tutti questi elementi, l’osservazione di fonte ignota riportata dal prof. Faggioli nel suo tweet non è peregrina, ma appare in tutta la sua coerenza: se le unioni fra uomo e donna «cosiddette irregolari» (come le chiama AL), e dunque da non considerarsi propriamente tali, non sono più chiamate “adulterio” (anzi, neppure rappresentano delle vere irregolarità), ma sono solo “fragilità” o “imperfezioni” rispetto all’ideale coniugale evangelico (sempre secondo il linguaggio usato da AL), viene meno il primo ostacolo per un riconoscimento dell’uso della sessualità al di fuori del matrimonio, almeno come non condannabile. Se a questo aggiungiamo la collaterale pastorale del laissez-faire (come l’affidamento di incarichi pastorali a omosessuali pubblicamente conviventi, ecc.), ecco che la strada a un’ammissione tacita e di fatto delle coppie dello stesso sesso al di fuori del matrimonio, anche se «non equiparabili al matrimonio fra uomo e donna» (cfr. relazione Erdö), è almeno socchiusa. «Non equiparabili» può significare, infatti, che avrebbero semplicemente un valore minore, costituirebbero un esercizio della sessualità certo non pieno, ma comunque possibile e ammissibile. D’altra parte è esattamente questo che già si scrive e si insegna esplicitamente in certi manuali di teologia morale, senza colpo ferire e senza bisogno di aspettare sinodi o esortazioni post-sinodali[2]. E, soprattutto, è quello che già si fa da tempo, in varie parti del mondo, quando preti e vescovi “riconoscono” in pratica, anche col semplice silenzio (di nuovo il silenzio!), le convivenze omosessuali, perfino le benedicono, auspicano la loro regolamentazione civile ed evitano accuratamente di chiamarle per quello che sono: un disordine morale, un peccato che richiede pentimento, conversione e perdono. Perché il sinodo sui giovani, che ha voluto parlare a tutti i costi dell’omosessualità, non ha richiamato questo tipo di abusi perpetrati sulla dottrina e sulla morale, scritta nero su bianco nella Bibbia e nei testi magisteriali, oltre che quelli avvenuti sui giovani stessi? Perché, quando si distorce la verità, non si è più in grado di denunciare nessun’altra distorsione, ma si è al rimorchio dei fatti compiuti.
Se qualcuno ancora avesse dei dubbi su questa valutazione, basterebbe che rivolgesse l’attenzione alla triste realtà dei reati a sfondo sessuale che vedono incriminati sacerdoti, religiosi, vescovi e cardinali, soprattutto nel continente americano. Nonostante sia stato dimostrato da indagini attendibili che la maggior parte dei colpevoli siano non tanto “pedofili” in senso proprio (abusatori di minori in età pre-puberale), ma omosessuali che intrattengono relazioni sia con adulti sia con adolescenti, si continua a usare l’etichetta della pedofilia (o quella del tutto inappropriata del “clericalismo”), per stigmatizzare il fenomeno, ma guardandosi bene dall’additare e denunciare il peccato di omosessualità. Ancora una volta il silenzio!
Il lettore volenteroso faccia un piccolo esperimento. Legga per intero il dossier pubblicato sul periodico Il Regno Documenti n. 15 del 2018, in cui è raccolta un’ampia documentazione sul problema “abusi” nel clero statunitense: una lettera di Francesco, una dichiarazione di numerosi laici cattolici, un comunicato e due dichiarazione del card. Di Nardo, presidente della Conferenza episcopale americana, il comunicato del Consiglio nazionale per il riesame, tutti risalenti all’agosto 2018. In mezzo a tanto sdegno o dispiacere o tristezza per quanto accaduto, in tutte queste pagine il termine “omosessualità” e affini non ricorre neppure una volta. Si parla solo di “abusi”, di “bambini” abusati, e via dicendo. Ma dei seminaristi maggiorenni e dei sacerdoti che hanno intrattenuto, anche consensualmente, rapporti omosessuali, in tutte quelle pagine neppure l’ombra. Il reato è condannato (in omaggio alla legge civile da compiacere, sia pur in ritardo), ma il peccato è ancora una volta taciuto. Dunque, o la paura dell’opinione pubblica o la mentalità pagana dell’omosessualismo o forse l’ipocrisia più incallita sono penetrate a tutti i livelli e non risparmiano neppure coloro che denunciano, indagano e che ancora dicono di scandalizzarsi. Di cosa? Della pedofilia, naturalmente, ma non dell’omosessualità o della sua ideologia.
Il lettore si domanderà: perché scrivere queste cose, d’altra parte abbastanza note, nella presentazione di un libro dedicato ad AL? Perché, come già detto, fra il declassamento dell’infedeltà coniugale e delle unioni illegittime fra uomo e donna da peccato di adulterio a semplice imperfezione o fragilità o “cosiddette irregolarità”, da una parte, e l’inizio di una sottile legittimazione delle relazioni omosessuali (soprattutto se “fedeli”!), dall’altra, esiste un chiaro rapporto di consequenzialità[3]. E di fatto, all’osservatore attento non sfuggirà che il dibattito intraecclesiale si è ormai insensibilmente (anzi: silenziosamente) spostato rispetto al tempo dei due sinodi sulla famiglia: adesso la questione di frontiera non è più la comunione sacramentale a chi vive in situazioni irregolari – come ho detto il dibattito in merito si è praticamente assopito – ma si tratta del riconoscimento e dell’accoglienza della comunità Lgbt (formula che non a caso ha fatto la sua comparsa nell’Instrumentum laboris per l’ultimo sinodo dedicato ai giovani) all’interno della Chiesa. Allora si possono capire meglio le parole del card. Kasper alla vigilia della pubblicazione di AL: essa sarebbe stata (o vorrebbe essere) solo il primo di una serie di cambiamenti epocali nella storia della Chiesa.
Oltre ai cambiamenti qui accennati, ce ne sarebbero altri, già incipienti e ben visibili. Si capirà, leggendo il seguito del libro, che il ruolo centrale che l’enciclica wojtyliana Veritatis splendor riservava al martirio come attestazione paradigmatica dell’assolutezza di certi imperativi morali, è scomparso completamente dall’orizzonte della nuova pastorale. Anche qui si adotta il silenzio per seppellire il martirio come forma suprema della vita cristiana realizzata, come a partire dai Padri della Chiesa la grande tradizione non ha mai smesso di ripetere. L’accordo dai contenuti segreti fra il Vaticano e la Cina comunista, stipulato nel settembre 2018, legittimando la chiesa patriottica (sotto il controllo del regime totalitario) e dando al governo cinese la possibilità di nomina dei vescovi (con una formale e improbabile libertà di conferma o meno da parte di Roma), ha di fatto squalificato la martyria dei cattolici cinesi fedeli a Roma, che hanno sofferto per decenni e soffrono ancora per la libertà della Chiesa, mettendoli in concreto dalla parte del torto e premiando vescovi e sacerdoti asserviti al governo ateo, disumano e comunista di quel paese sfortunato. Anche davanti ai martiri si assiste al metodo del cover up: meglio tacerne! D’altra parte, il martirio era già stato taciuto, purtroppo, dal Vaticano II, che nelle centinaia di pagine dei suoi lunghi documenti, non cita la parola “martirio” che poche volte, sempre di passaggio e marginalmente. Non so se questo sia definibile come capacità di lettura dei segni dei tempi, visto che l’assise conciliare si teneva mentre decine e decine di milioni di cattolici e di altri cristiani, in tutto il mondo, erano imprigionati, uccisi e perseguitati per la loro fede. I vescovi riuniti a Roma se ne erano dimenticati? O erano forse troppo concentrati sul dialogo col mondo liberal-democratico occidentale? Se questo fosse vero, essi non sarebbero stati molto lungimiranti, non avvedendosi che in questo mondo liberal-democratico, con cui si cercava il dialogo, si annidava da tempo la dittatura del relativismo. Il grande silenzio del Vaticano II sulla Chiesa del silenzio è un mistero che qualcuno prima o poi dovrà indagare seriamente[4].
Ma non voglio scivolare nel ruolo dello storico, per quanto importante sia, e abbandono subito questo argomento per segnalare un altro silenzio di AL, col quale giungiamo alla chiusura del cerchio. Il silenzio relativo alla dottrina di Humanae vitae sul rapporto fra sessualità e procreazione. L’enciclica montiniana è sì richiamata da AL (cf nn. 68; 82), auspicando una sua riscoperta (?), ma di fatto il nucleo vero e più importante del suo insegnamento non viene neppure sfiorato e la contraccezione viene richiamata esplicitamente come un male, solo quando parla della sua imposizione o del problema della denatalità (cf n. 42). Per finire, i metodi naturali di controllo delle nascite non vengono richiamati come l’unica possibilità percorribile, ma sono oggetto di un semplice «incoraggiamento» (n. 222), lasciando così intendere (sempre silenziosamente!) che altri metodi non sono necessariamente esclusi.
Per l’ennesima volta, il non dire prende il posto del dire, avvolgendo così questioni capitali dell’insegnamento morale cattolico all’interno di una nebulosa vaghezza. C’è bisogno di ricordare, a questo punto, che la dottrina di Humanae vitae sull’inseparabilità fra aspetto unitivo e apertura alla fecondità dell’atto sessuale, dichiarando non lecita la contraccezione, esclude per ciò stesso l’omosessualità? E che, glissando su questa dottrina, viene meno un altro impedimento, quello più forte, all’ammissione delle relazioni omosessuali, nelle quali è impedita ogni apertura alla procreazione? Cancellato linguisticamente il peccato di adulterio con la pastorale dell’integrazione e taciuto il nucleo della dottrina di Humanae vitae, di fatto non si vede perché la sessualità non possa essere esercitata al di fuori del matrimonio legittimo e senza un riferimento e un’apertura alla procreazione. Considerando che l’omosessualità non urta con questi nuovi e larghi parametri, la porta è aperta anche ad essa. O, se si amano le nuances, non è chiusa! Naturalmente non si dice direttamente che l’esercizio dell’omosessualità sia moralmente lecito. E’ sufficiente affossare silenziosamente alcuni ostacoli che lo impediscono. A varcare la porta, ormai incustodita, ci penseranno altri[5].
La nostra digressione, come ho già detto, ci porta sui confini fra teologia  e interpretazioni dei fatti. Qualcuno potrebbe dire che questa interpretazione dei fatti è opinabile. Forse! Sicuramente non è infondata. In ogni caso, questo inquadramento può servire al lettore come cornice da tener presente nella lettura di questo libro. La nuova disciplina sulla comunione sacramentale ai separati/divorziati e risposati/conviventi inaugurata da AL, se considerata in questo panorama generale, appare purtroppo come una premessa che apre ad altri passi, ancora più inquietanti. Che si tratti di sospetti ingiustificati? Sono il primo ad augurarmelo, ma non ne sono convinto. A prescindere dalle imperscrutabili intenzioni soggettive, i testi e i fatti seguono una loro processualità non priva di intrinseca coerenza. Per smentire la mia ricostruzione basterebbero poche frasi chiare da parte di chi nella Chiesa è chiamato a insegnare, non solo in qualche sporadica intervista, ma con un atto autorevole. Non che l’insegnamento autorevole in materia non esista, ma perché esso è messo in discussione attraverso silenzi e omissioni sempre più frequenti.
Per tutti questi motivi, a mio avviso, è necessario che i punti oscuri e obiettivamente deboli di AL vengano ancora posti sotto la lente, dibattuti, discussi e problematizzati. Insomma, non taciuti! Perché il silenzio da cui sono stati sommersi i cinque dubia posti dai quattro cardinali a Francesco, non è un fatto episodico o isolato, come ho cercato di mostrare brevemente, ma ha tutta l’apparenza di una tattica di cui sospettare e della quale ogni cattolico degno di questo nome dovrebbe stare bene attento a non rendersi complice. Accettare il silenzio di e su AL e la sua improbabile teologia, vorrebbe dire sottovalutare gli effetti incipienti appena indicati. E se questo metodo continuasse ad affermarsi anche su altri fronti, il danno per la verità e per la Chiesa sarebbe enorme. Tutti ne pagheremmo le conseguenze, anzi le stiamo già pagando.
Anche per questo il presente libro viene riedito. Perché tacere sulle “fragilità” di AL significa esporsi ad una serie di conseguenze ad essa connesse. E perché l’autore di queste pagine desidera che, quando tutti i finti ponti costruiti a basso costo e col cemento impoverito dalla mancanza di teologia e di pastorale, ma edificati sui pilastri della “politica”, crolleranno tra grandi nuvole di polvere – il ponte Morandi è triste monito –, nessuno possa annoverare, neppure lontanamente, il suo nome tra coloro che sapevano, vedevano, e hanno taciuto.

[2] Cfr. G. Piana, In novità di vita. Vol. II: Morale della persona e della vita, Cittadella, Assisi 2014, 167-180.
[3] Rimando a un mio contributo su La Nuova Bussola Quotidiana: http://sostienici.lanuovabq.it/it/sessualita-le-parole-in-liberta-di-avvenire.
[4] Su questo aspetto rimando ad alcune pagine del mio studio: La preparazione “teologale” al Vaticano II, in F. Neri (a cura di), Il Concilio Vaticano II e la teologia. Pensare la fede di un popolo in cammino (Atti del II Convegno della Facoltà Teologica Pugliese), Edizioni Levante, Bari 2015, 55-77.
[5] Solo a titolo esemplificativo. In una recente intervista al cardinal Cupich, gli è stato chiesto: «Come lei probabilmente saprà, il vescovo di Springfield, Illinois, Thomas Parprocki, ha decretato che le persone che sono parte di un’unione omosessuale non dovrebbero ricevere la comunione o riti funebri religiosi. Quale è la sua reazione a questo?». Al che il cardinale Cupich ha risposto: «Bene, ci hanno già chiesto qualcosa su questo punto e abbiamo risposto che quella non è la nostra politica e noi, come abitudine, non commentiamo la politica delle altre diocesi». Reperibile in: http://www.lanuovabq.it/it/il-vescovo-cupich-promuove-la-politica-catto-gay [accesso del 23.11.2018]. Interessante cogliere il tipo di linguaggio qui usato: non si tratta di dottrina né di teologia, neppure di morale o di pastorale, neanche – extrema ratio – di diritto canonico. Il buon cardinale non sa far altro riferimento che alla “politica”. Qui i commenti potrebbero correre come fiumi. Che li faccia liberamente il lettore intelligente.
Dom Giulio Meiattini, OSB

by Aldo Maria Valli