sabato 24 ottobre 2020

Famiglie omosex. Ciò che il papa ha detto e ciò che gli hanno fatto dire

Questo è ciò che il papa dice riguardo alle “famiglie” omosessuali, nel docufilm “Francesco” del regista Evgeny Afineevsky (nella foto) presentato il 21 ottobre alla Festa del Cinema di Roma:

“Las personas homosexuales tienen derecho a estar en la familia. Son hijos de Dios, tienen derecho a una familia. No se puede echar de la familia a nadie, ni hacer la vida imposible por eso. Lo que tenemos que hacer es una ley de convivencia civil. Tienen derecho a estar cubiertos legalmente. Yo defendí eso”.

Parole che tradotte in italiano suonano così:

“Le persone omosessuali hanno diritto a stare in una famiglia. Sono figli di Dio, hanno diritto a una famiglia. Non si può scacciare dalla famiglia nessuno né rendergli la vita impossibile. Quel che dobbiamo fare è una legge di convivenza civile. Hanno diritto a essere coperti legalmente. Io ho difeso questo”.

Dal che si apprende che Francesco, per la prima volta nella storia della Chiesa, benedice le “famiglie” e quindi i matrimoni tra persone dello stesso sesso, come benissimo esemplificato, nel seguito del film, dalla coppia italiana “sposata” di omosessuali cattolici, con tre figli avuti in Canada da maternità surrogate, alla quale lo stesso papa esprime tutto il suo incoraggiamento.

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Eppure, padre Antonio Spadaro, gesuita vicinissimo a Jorge Mario Bergoglio, ha subito dichiarato che in quelle parole non c’è nulla di nuovo e sono le stesse già dette da Francesco in una sua precedente intervista alla giornalista Valentina Alazraki, per la tv messicana Televisa.

Ed è vero. Ma con tagli, cuciture e interpolazioni che di fatto hanno cambiato radicalmente il senso di quelle parole.

Ecco infatti qui di seguito – In italiano, nella traduzione vaticana – il testo originale di quella intervista nella parte utilizzata nel film, nella trascrizione testuale diffusa dal Vaticano il 28 maggio 2019 assieme alla videoregistrazione. Con evidenziate in corsivo le parole salienti, e con sottolineate in neretto le pochissime frasi riprodotte nel film.

 FRANCESCO – Mi hanno fatto una domanda durante il volo – dopo mi sono arrabbiato, mi sono arrabbiato perché un giornale l’ha riportata – sull’integrazione familiare delle persone con orientamento omosessuale. Io ho detto: le persone omosessuali hanno diritto a stare nella famiglia, le persone con un orientamento omosessuale hanno diritto a stare nella famiglia e i genitori hanno diritto a riconoscere quel figlio come omosessuale, quella figlia come omosessuale, non si può scacciare dalla famiglia nessuno né rendergli la vita impossibile. Un’altra cosa che ho detto è: quando si vede qualche segno nei ragazzi che stanno crescendo bisogna mandarli, avrei dovuto dire da un professionista, e invece mi è uscito psichiatra. Titolo di quel giornale: “Il Papa manda gli omosessuali dallo psichiatra”. Non è vero! Mi hanno fatto un’altra volta la stessa domanda e ho ripetuto: sono figli di Dio, hanno diritto a una famiglia, e basta. E ho spiegato: mi sono sbagliato a usare quella parola, ma volevo dire questo. Quando notate qualcosa di strano, no, non di strano, qualcosa che è fuori dal comune, non prendete quella parolina per annullare il contesto. Quello che dice è: ha diritto a una famiglia. E questo non vuol dire approvare gli atti omosessuali, tutt’altro.

VALENTINA ALAZRAKI – Sa che succede, che lei molte volte si stacca dal contesto, è anche un vizio della stampa. Quando lei ha detto nel suo primo viaggio quella famosissima frase: “chi sono io per giudicare”, lei prima aveva detto: “sappiamo già quello che dice il catechismo”. Ciò che succede è che questa prima parte non si ricorda, si ricorda solo: “chi sono io per giudicare”. Allora anche questo ha suscitato molte aspettative nella comunità omosessuale mondiale, perché hanno pensato che lei sarebbe andato avanti.

FRANCESCO – Sì, ho fatto dichiarazioni come questa della famiglia per andare avanti. La dottrina è la stessa, quella dei divorziati è stata riadattata, in linea però con “Amoris laetitia”, nel capitolo ottavo, che è recuperare la dottrina di san Tommaso, non la casistica.

VALENTINA ALAZRAKI – È questo il problema che a volte si crea.

FRANCESCO – Lo capisco, ma non quando tolgono una parola dal contesto come con quel “psichiatra”, non ne avete il diritto. Ed è strano, mi hanno raccontato che è stata una persona non credente a difendermi. Ha detto una cosa mai sentita prima, che la frase “veda uno psichiatra” era un lapsus linguae.

VALENTINA ALAZRAKI – Papa Francesco, c’è una cosa che richiama la mia attenzione. Alcuni suoi conoscenti quando viveva in Argentina dicono che lei era conservatore, per usare sempre categorie, diciamo, nella dottrina.

FRANCESCO – Sono conservatore.

VALENTINA ALAZRAKI – Lei ha fatto tutta una battaglia sui matrimoni con persone dello stesso sesso in Argentina. E poi dicono che è venuto qui, è stato eletto Papa e ora sembra molto più liberale di quanto lo fosse in Argentina. Si riconosce in questa descrizione che fanno alcune persone che l’hanno conosciuta prima, o è stata la grazia dello Spirito Santo che le ha dato di più? [ride],

FRANCESCO – La grazia dello Spirito Santo esiste, certo. Io ho sempre difeso la dottrina. Ed è curioso, nella legge sul matrimonio omosessuale... è un’incongruenza parlare di matrimonio omosessuale.

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Come si può notare, nell’intervista originale non c’è una sola parola in cui Francesco si discosti dalla dottrina della Chiesa.

La famiglia di cui il papa parla è solo quella di cui l’omosessuale è figlio, nella quale dovrebbe essere accolto con comprensione ed amore.

Riguardo agli atti omosessuali conferma che continua a valere quanto dice il Catechismo della Chiesa cattolica, che li disapprova sempre come “intrinsecamente disordinati”.

E sul “matrimonio” omosessuale dice che già il solo parlarne è “un’incongruenza”, con riferimento alla “battaglia” da lui combattuta da arcivescovo in Argentina contro, appunto, la legittimazione di matrimoni di questo tipo e a favore invece di una semplice legge di “convivenza civile” tra persone dello stesso sesso.

Da uno stacco nella videoregistrazione dell’intervista con Valentina Alazraki si intuisce che su quest’ultimo punto Francesco deve aver detto qualcosa di più, poi tagliato. E sono proprio alcune di queste parole che nel film sono state ricuperate e cucite alle altre, evidentemente con la fattiva collaborazione dei responsabili dei media vaticani:

“Lo que tenemos que hacer es una ley de convivencia civil. Tienen derecho a estar cubiertos legalmente. Yo defendí eso”.

In italiano:

“Quel che dobbiamo fare è una legge di convivenza civile. Hanno diritto a essere coperti legalmente. Io ho difeso questo”.

Non solo. Le tre brevi frasi riprese dall’intervista del 2019 sono state cambiate di posto tra loro nel film, dando il massimo dell’evidenza a quella in cui il papa dice che gli omosessuali “hanno diritto a una famiglia”. Il che, collegato alla sua espressa volontà di conferire a queste unioni una “copertura legale”, finisce col trasmettere il messaggio di un’approvazione del papa proprio dei “matrimoni” tra omosessuali, con tanto di figli come in una normale famiglia.

Insomma, grazie a questo spregiudicato copia e incolla, Francesco si ritrova a dire in questo film cose radicalmente diverse da ciò che aveva detto in origine con le medesime parole.

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Ebbene, al fragore con cui i media di tutto il mondo hanno dato notizia di questa svolta rivoluzionaria nella dottrina della Chiesa cattolica sull’omosessualità, come hanno reagito le autorità vaticane?

I media della Santa Sede hanno dato brevemente notizia del film – senza fare il minimo cenno ai passaggi sulle unioni omosessuali – solo prima che fosse proiettato e soprattutto prima che le “breaking news” esplodessero.

E dopo la notizia bomba si sono chiusi in un silenzio assoluto. Senza nemmeno riferire che nel pomeriggio di giovedì 22 ottobre, nei giardini vaticani, presente il prefetto del dicastero per la comunicazione Paolo Ruffini, è stato consegnato al regista Evgeny Afineevsky ilpremio “Kinéo” Movie for Humanity Award”, proprio per il suo docufilm “Francesco”.

Ma molto più impressionante è stato il silenzio del papa.

Non è la prima volta che Francesco si vede distorcere talune sue dichiarazioni. Ma in questo caso il rovesciamento di senso che le sue parole hanno avuto è di una gravità inaudita.

E lui lo subisce come pecora muta condotta al macello?

Oppure lo accetta e in silenzio lo sottoscrive, con un ennesimo, improvviso “mutamento di linea”, come se ne sono avuti tanti nella storia ad opera di sovrani assoluti, senza mai dare una spiegazione?

È ciò che lo storico Roberto Pertici ipotizza e commenta nella lettera che segue.

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I “MUTAMENTI DI LINEA”

Caro Magister, chi cerca di spiegare ai propri studenti quel grande ed effimero fenomeno storico che fu il comunismo novecentesco, ha oggi grandi difficoltà, tanto sono lontane le loro menti e le loro sensibilità da lessico, procedure e idee di quel mondo. In questa generale difficoltà, ancor più arduo è fornire una spiegazione comprensibile dei cosiddetti “mutamenti di linea” di cui è costellata la sua storia. Il fatto cioè che tutti i suoi militanti fossero impegnati allo spasimo nel recepimento, nel commento, nell’attuazione della linea stabilita dal Partito sovietico e quindi dal Komintern, e all’improvviso fossero messi di fronte a un suo capovolgimento e magari all’affermazione della linea contraria, proprio quella contro cui avevano sanguinosamente polemizzato e combattuto per anni (a colpi di espulsioni e, dove potevano, anche con altri mezzi). Non erano per lo più svolte preparate dal basso con un intenso dibattito pubblico, ma decise dall’alto dai vertici di Mosca e spesso comunicate in maniera choccante: chi può dimenticare il famoso “rapporto segreto” di Krusciov e la sua pubblicazione sulle colonne del “New York Times” il 5 giugno 1956?

Ma a sentire i comunisti, loro avevano sempre avuto ragione: prima e dopo. Nel 1929, quando avevano sostenuto la dottrina del “socialfascismo”, quindi i socialisti riformisti eran poco meno che fascisti; nel 1935, auspicando invece larghe intese con loro in nome della difesa della democrazia; nel 1939, quando avevano stretto un patto con Hitler, tanto – si ripeteva ora – fra democrazia e fascismo non c’è differenza; nel 1943, quando veniva sciolto il Komintern in nome delle vie nazionali al socialismo; nel 1948, quando Tito veniva condannato come traditore perché troppo “nazionale”, ecc.

Il problema – così spiegavano – era che erano cambiate le “condizioni” e i comunisti partivano sempre da un’analisi delle “condizioni”, ovviamente condotta con “rigorosi” parametri marxisti. Prima la situazione era quella, oggi è diversa e noi ci adeguiamo. In realtà, nella loro impostazione c’era un opportunismo di fondo, e manovravano la verità secondo gli interessi della casa madre, cioè dell’URSS e del partito sovietico: almeno fino a una certa data.

Posso confessare, da modesto osservatore, che nel “modus operandi” di papa Francesco c’è qualcosa che mi ricorda quanto appena detto?

Dico subito che sono contrario alla pena di morte e favorevole alla regolamentazione, anche giuridica, delle unioni fra persone dello stesso sesso, distinguendole chiaramente dalla famiglia “naturale”. Eppure c’è qualcosa che non mi torna nel vedere posizioni lungamente sostenute, su cui si sono scritte migliaia di pagine e per cui si sono esposte, spesso a caro prezzo, migliaia e migliaia di persone, cancellate così all’improvviso, “ad nutum principis”. E il tutto poi sempre fatto fuori delle normali procedure (credo che anche la Chiesa, come ogni organizzazione, abbia le sue) e in modo volutamente spettacolare.

Allora il recente (del 1992) catechismo della Chiesa cattolica “sbagliava”, quando ancora ammetteva la pena di morte? E le ancora più recenti (del 2003) dichiarazioni della congregazione per la dottrina della fede sulle unioni omosessuali erano carenti di misericordia o legate a una teologia arcaica, come già allora affermavano molti, dentro e fuori la Chiesa? Bene: allora ditelo, se volete trattare i fedeli come esseri ragionevoli, a cui si deve dare una spiegazione di quanto si dice e si fa.

Ma – mi si risponde – la Chiesa non procede per negazioni, ma per approfondimenti: sono i famosi “segni dei tempi” che bisogna saper cogliere e per questo è necessario l’ancora più famoso “discernimento”.

Ho sempre avuto l’impressione che, nei propri tempi, uno ci veda quel che ci vuol vedere: Benedetto Croce ci ha insegnato a distinguere fra “giudizio storico” e “azione morale”. Dare un giudizio storico non significa rassegnarsi al trend che descriviamo o dire che esso è "inevitabile". Altrimenti si cade nel cattivo storicismo della rassegnazione o, peggio, dell'accettazione opportunistica. Non è una distinzione facile, lo so, ma bisogna mantenerla. “Hier stehe Ich, Ich kann nicht anders”, “Io qui sto, e non posso fare altro”, ebbe a dire in un momento difficile Martin Lutero, che le poste vaticane hanno sdoganato qualche anno fa dedicandogli un francobollo riparatore. Il solo fatto di dire "io non ci sto" cambia in qualche modo i rapporti di forza: ed è la sola cosa che, in certi momenti, si possa fare.

Ma – mi dice il solito amico – la Chiesa non è uno Stato parlamentare: il potere non deriva dal basso, ma dal vertice, e il papa può procedere in solitudine con decisioni maturate nella sua coscienza.

Ma neanche nelle famose “monarchie assolute” il potere del re era realmente “assoluto”, cioè sciolto da ogni controllo e da ogni limite: canonisti e teologi mi assicurano che è così anche all’interno dell’istituzione ecclesiastica. Il mio maestro delle elementari, un Fratello delle Scuole Cristiane, ci insegnava che il papa parlava sempre col “pluralis maiestatis” non per alterigia, ma perché voleva costantemente ribadire che la sua individualità si perdeva nella lunga serie dei suoi predecessori e che lui parlava anche a nome loro. Non so se questa affermazione risponda al vero, ma “le moi haïssable” – l’io smisurato fino ad essere odioso, denunciato da Pascal – in bocca a un pontefice da allora mi ha spesso messo a disagio. Roberto Pertici.

 (Fonte Sandro Magister, LNBQ, 23 ottobre 2020)

http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2020/10/23/famiglie-omosex-cio-che-il-papa-ha-detto-e-cio-che-gli-hanno-fatto-dire/

 

  

lunedì 12 ottobre 2020

Fratelli tutti, ma senza più Dio. Un filosofo giudica l’ultima enciclica di Francesco Natoli

Pochi giorni dopo la sua pubblicazione, l’enciclica “Fratelli tutti” è già passata in archivio, vista l’assenza in essa del minimo spunto di novità rispetto alle precedenti e arcinote allocuzioni di papa Francesco sugli stessi temi.

Ma se proprio questa diluviale predicazione francescana della “fraternità” desse vita a un “cristianesimo diverso”, nel quale “Gesù null’altro fosse che un uomo”?

È questo il serissimo “dilemma” nel quale il filosofo Salvatore Natoli vede caduta oggi la Chiesa, con il pontificato di Jorge Mario Bergoglio.

Natoli lo scrive e argomenta in un libro, a più voci, di commento a “Fratelli tutti”, curato dal vescovo e teologo Bruno Forte, che è in vendita da oggi a Roma e in Italia.

Gli studiosi chiamati a commentare l’enciclica sono di prim’ordine nei rispettivi campi: il biblista Piero Stefani, l’ebraista Massimo Giuliani, l’islamologo Massimo Campanini, lo storico del cristianesimo Roberto Rusconi, la medievista Chiara Frugoni, lo storico dell’educazione Fulvio De Giorgi, l’epistemologo Mauro Ceruti, il pedagogista Pier Cesare Rivoltella, il poeta e scrittore Arnoldo Mosca Mondadori.

Natoli è uno dei maggiori filosofi italiani. Si dichiara non credente, ma per formazione e per interessi ha sempre ragionato sul confine tra fede e ragione, attentissimo a ciò che si muove nella Chiesa cattolica.

Nel dicembre del 2009, quando a Roma il comitato per il “progetto culturale” della Chiesa italiana, presieduto dal cardinale Camillo Ruini, promosse un imponente convegno internazionale sul tema cruciale: “Dio oggi. Con lui o senza di lui cambia tutto”, Natoli fu uno dei tre filosofi chiamati a intervenire, assieme al tedesco Robert Spaemann e all’inglese Roger Scruton.

Quel convegno non era una sfilata di opinioni giustapposte, ma mirava dritto a quella “priorità” che per l’allora papa Benedetto XVI "sta al di sopra di tutte", oggi più che mai, in un tempo “in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento".

La priorità cioè – come quel papa aveva scritto nella sua lettera ai vescovi del 10 marzo di quello stesso anno – "di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l'accesso a Dio. Non a un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell'amore spinto sino alla fine, in Gesù Cristo crocifisso e risorto".

Di questa drammatica urgenza non c’è ombra nelle 130 pagine di “Fratelli tutti”.

Ma lasciamo il giudizio al filosofo Natoli, in questo fulminante estratto del suo commento all’enciclica. (Sandro Magister).

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“E SE GESÙ NULL’ALTRO FOSSE CHE UN UOMO?” di Salvatore Natoli

La modernità ha dibattuto strenuamente sull’esistenza di Dio; basti pensare alla valutazione delle prove dell’esistenza di Dio da Cartesio a Kant: si può dimostrare, non si può dimostrare? Ebbene, il conflitto sull’esistenza di Dio dimostrava chiaramente che Dio era la questione centrale di quella cultura, sia per i negatori, sia per quelli che la sostenevano. Era il tema dominante, non si poteva tacere di quello.

Ma ad un certo punto Dio è svanito, non ha costituito più problema perché non lo si sentiva più necessario. Oggi, argomentare sull’esistenza di Dio è un problema che non ha nessuno, neppure i cristiani. A caratterizzare il cristianesimo è sempre di più la dimensione della “caritas” e sempre meno quella della Trascendenza. “Fratelli tutti” mi pare lo testimoni con coerenza. E questo è un grande dilemma dentro il cristianesimo, del quale si fa carico “in actu exercito” papa Francesco. La Trascendenza non è negata, ma sempre meno nominata. Ma non c’è bisogno di una negazione esplicita se la cosa diventa irrilevante.

”Et exspecto resurrectionem mortuorum” è un’affermazione – tratta dal Messale romano – sempre più marginale nel vocabolario cristiano. Il camminare in compagnia degli uomini – espressione che ricapitola “Fratelli tutti” (cfr. n. 113) – è sempre stato presente, ma era semplicemente il transito verso un esito ben più radicale: la redenzione definitiva dal dolore e dalla morte. L’una dimensione sosteneva l’altra.

Ma oggi possiamo constatare un singolare slittamento: il cristianesimo si risolve sempre di più e semplicemente nel “Christus caritas”. Non è questo il Cristo di “Fratelli tutti”? Un Cristo che non a caso – si vedano i paragrafi nn. 1-2 e 286 – ha il volto di Francesco d’Assisi, il santo cristiano che più parla ai credenti di altre religioni e ai non credenti.

Questo passaggio – lo domando ai cristiani – è reversibile o irreversibile? E se Francesco – mi permetto di osare – fosse l’ultimo papa della tradizione cattolico-romana, e stesse nascendo un cristianesimo diverso? Un cristianesimo che ha al centro la giustizia e la misericordia e sempre meno la resurrezione della carne. La condivisione del dolore non è la stessa cosa della definitiva liberazione dal male. La promessa cristiana era: “non ci saranno più né dolore né morte, non ci sarà più il male”; mentre adesso pare che il cristianesimo dia per scontato che il dolore accompagnerà sempre gli uomini ed in questo stato essere cristiani vuol dire sostenersi reciprocamente. Sottolineo quest’aspetto dell’enciclica perché mi pare si trovi ad essere del tutto convergente con quanto la parte migliore della modernità laica ha sostenuto, seppure in termini di altruismo e solidarietà e senza alcun riferimento ad una redenzione definitiva altrimenti chiamata “salvezza”. […]

Non so quanto per i cristiani sia ancora rilevante la fede nell’avvento di un mondo senza più dolore e morte e per di più – questo mi pareva fosse decisivo – in un finale di partita in cui gli uomini saranno risarciti da tutto il dolore patito. Ma dico di più: quanto credono ancora in un’eternità beata, in un eterno presente dove non vi sarà più nulla da attendere, ma sarà redento per intero il passato? […]

In ogni caso a chi è cristiano importa comunque e tanto il “Christus caritas”. “Ubi caritas et amor, ibi Deus est. Congregavit nos in unum Christi amor” (sempre dal Messale romano): questo è perfettamente conveniente agli uomini. E se Cristo non fosse affatto il Dio incarnato, ma al contrario fosse proprio l’incarnazione a rappresentare davvero l’inizio della morte di Dio? E se Gesù null’altro fosse che un uomo che, però, ha mostrato agli uomini che solo nel loro reciproco donarsi hanno la possibilità di divenire “dèi” seppure al modo di Spinoza: “homo homini Deus”? Non più, dunque, “tu scendi dalle stelle”, ma piuttosto “il darsi sostegno gli uni degli altri” per dimorare felici sulla terra.

La promessa d’una liberazione definitiva dal dolore e dalla morte forse è solo mito, ma in ogni caso non è nelle disponibilità di coloro che i greci chiamavano appunto i “mortali”. Il reciproco aiuto, al contrario, è nella disponibilità degli uomini e il cristianesimo, riconosciuto e assunto nella forma del buon Samaritano, ci può rendere davvero pienamente umani. Se così è, come direbbe Benedetto Croce, non possiamo non dirci cristiani. È questo un dilemma che da non credente pongo ai credenti, ai cattolici.

Infatti, da non credente, sono perfettamente d’accordo, parola per parola, su quanto dice l’enciclica nel capitolo secondo, commentando la parabola del buon Samaritano. Questo è da fare! Da questo punto di vista, Gesù esprime una possibilità degli uomini. Ma il Dio che risorge dai morti è solo una possibilità di Dio, ammesso che ci sia.

 

(Fonte: Sandro Magister, LNBQ, 12 ottobre 2020)

http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2020/10/12/fratelli-tutti-ma-senza-piu-dio-un-filosofo-giudica-l%e2%80%99ultima-enciclica-di-francesco/