sabato 24 ottobre 2020

Famiglie omosex. Ciò che il papa ha detto e ciò che gli hanno fatto dire

Questo è ciò che il papa dice riguardo alle “famiglie” omosessuali, nel docufilm “Francesco” del regista Evgeny Afineevsky (nella foto) presentato il 21 ottobre alla Festa del Cinema di Roma:

“Las personas homosexuales tienen derecho a estar en la familia. Son hijos de Dios, tienen derecho a una familia. No se puede echar de la familia a nadie, ni hacer la vida imposible por eso. Lo que tenemos que hacer es una ley de convivencia civil. Tienen derecho a estar cubiertos legalmente. Yo defendí eso”.

Parole che tradotte in italiano suonano così:

“Le persone omosessuali hanno diritto a stare in una famiglia. Sono figli di Dio, hanno diritto a una famiglia. Non si può scacciare dalla famiglia nessuno né rendergli la vita impossibile. Quel che dobbiamo fare è una legge di convivenza civile. Hanno diritto a essere coperti legalmente. Io ho difeso questo”.

Dal che si apprende che Francesco, per la prima volta nella storia della Chiesa, benedice le “famiglie” e quindi i matrimoni tra persone dello stesso sesso, come benissimo esemplificato, nel seguito del film, dalla coppia italiana “sposata” di omosessuali cattolici, con tre figli avuti in Canada da maternità surrogate, alla quale lo stesso papa esprime tutto il suo incoraggiamento.

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Eppure, padre Antonio Spadaro, gesuita vicinissimo a Jorge Mario Bergoglio, ha subito dichiarato che in quelle parole non c’è nulla di nuovo e sono le stesse già dette da Francesco in una sua precedente intervista alla giornalista Valentina Alazraki, per la tv messicana Televisa.

Ed è vero. Ma con tagli, cuciture e interpolazioni che di fatto hanno cambiato radicalmente il senso di quelle parole.

Ecco infatti qui di seguito – In italiano, nella traduzione vaticana – il testo originale di quella intervista nella parte utilizzata nel film, nella trascrizione testuale diffusa dal Vaticano il 28 maggio 2019 assieme alla videoregistrazione. Con evidenziate in corsivo le parole salienti, e con sottolineate in neretto le pochissime frasi riprodotte nel film.

 FRANCESCO – Mi hanno fatto una domanda durante il volo – dopo mi sono arrabbiato, mi sono arrabbiato perché un giornale l’ha riportata – sull’integrazione familiare delle persone con orientamento omosessuale. Io ho detto: le persone omosessuali hanno diritto a stare nella famiglia, le persone con un orientamento omosessuale hanno diritto a stare nella famiglia e i genitori hanno diritto a riconoscere quel figlio come omosessuale, quella figlia come omosessuale, non si può scacciare dalla famiglia nessuno né rendergli la vita impossibile. Un’altra cosa che ho detto è: quando si vede qualche segno nei ragazzi che stanno crescendo bisogna mandarli, avrei dovuto dire da un professionista, e invece mi è uscito psichiatra. Titolo di quel giornale: “Il Papa manda gli omosessuali dallo psichiatra”. Non è vero! Mi hanno fatto un’altra volta la stessa domanda e ho ripetuto: sono figli di Dio, hanno diritto a una famiglia, e basta. E ho spiegato: mi sono sbagliato a usare quella parola, ma volevo dire questo. Quando notate qualcosa di strano, no, non di strano, qualcosa che è fuori dal comune, non prendete quella parolina per annullare il contesto. Quello che dice è: ha diritto a una famiglia. E questo non vuol dire approvare gli atti omosessuali, tutt’altro.

VALENTINA ALAZRAKI – Sa che succede, che lei molte volte si stacca dal contesto, è anche un vizio della stampa. Quando lei ha detto nel suo primo viaggio quella famosissima frase: “chi sono io per giudicare”, lei prima aveva detto: “sappiamo già quello che dice il catechismo”. Ciò che succede è che questa prima parte non si ricorda, si ricorda solo: “chi sono io per giudicare”. Allora anche questo ha suscitato molte aspettative nella comunità omosessuale mondiale, perché hanno pensato che lei sarebbe andato avanti.

FRANCESCO – Sì, ho fatto dichiarazioni come questa della famiglia per andare avanti. La dottrina è la stessa, quella dei divorziati è stata riadattata, in linea però con “Amoris laetitia”, nel capitolo ottavo, che è recuperare la dottrina di san Tommaso, non la casistica.

VALENTINA ALAZRAKI – È questo il problema che a volte si crea.

FRANCESCO – Lo capisco, ma non quando tolgono una parola dal contesto come con quel “psichiatra”, non ne avete il diritto. Ed è strano, mi hanno raccontato che è stata una persona non credente a difendermi. Ha detto una cosa mai sentita prima, che la frase “veda uno psichiatra” era un lapsus linguae.

VALENTINA ALAZRAKI – Papa Francesco, c’è una cosa che richiama la mia attenzione. Alcuni suoi conoscenti quando viveva in Argentina dicono che lei era conservatore, per usare sempre categorie, diciamo, nella dottrina.

FRANCESCO – Sono conservatore.

VALENTINA ALAZRAKI – Lei ha fatto tutta una battaglia sui matrimoni con persone dello stesso sesso in Argentina. E poi dicono che è venuto qui, è stato eletto Papa e ora sembra molto più liberale di quanto lo fosse in Argentina. Si riconosce in questa descrizione che fanno alcune persone che l’hanno conosciuta prima, o è stata la grazia dello Spirito Santo che le ha dato di più? [ride],

FRANCESCO – La grazia dello Spirito Santo esiste, certo. Io ho sempre difeso la dottrina. Ed è curioso, nella legge sul matrimonio omosessuale... è un’incongruenza parlare di matrimonio omosessuale.

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Come si può notare, nell’intervista originale non c’è una sola parola in cui Francesco si discosti dalla dottrina della Chiesa.

La famiglia di cui il papa parla è solo quella di cui l’omosessuale è figlio, nella quale dovrebbe essere accolto con comprensione ed amore.

Riguardo agli atti omosessuali conferma che continua a valere quanto dice il Catechismo della Chiesa cattolica, che li disapprova sempre come “intrinsecamente disordinati”.

E sul “matrimonio” omosessuale dice che già il solo parlarne è “un’incongruenza”, con riferimento alla “battaglia” da lui combattuta da arcivescovo in Argentina contro, appunto, la legittimazione di matrimoni di questo tipo e a favore invece di una semplice legge di “convivenza civile” tra persone dello stesso sesso.

Da uno stacco nella videoregistrazione dell’intervista con Valentina Alazraki si intuisce che su quest’ultimo punto Francesco deve aver detto qualcosa di più, poi tagliato. E sono proprio alcune di queste parole che nel film sono state ricuperate e cucite alle altre, evidentemente con la fattiva collaborazione dei responsabili dei media vaticani:

“Lo que tenemos que hacer es una ley de convivencia civil. Tienen derecho a estar cubiertos legalmente. Yo defendí eso”.

In italiano:

“Quel che dobbiamo fare è una legge di convivenza civile. Hanno diritto a essere coperti legalmente. Io ho difeso questo”.

Non solo. Le tre brevi frasi riprese dall’intervista del 2019 sono state cambiate di posto tra loro nel film, dando il massimo dell’evidenza a quella in cui il papa dice che gli omosessuali “hanno diritto a una famiglia”. Il che, collegato alla sua espressa volontà di conferire a queste unioni una “copertura legale”, finisce col trasmettere il messaggio di un’approvazione del papa proprio dei “matrimoni” tra omosessuali, con tanto di figli come in una normale famiglia.

Insomma, grazie a questo spregiudicato copia e incolla, Francesco si ritrova a dire in questo film cose radicalmente diverse da ciò che aveva detto in origine con le medesime parole.

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Ebbene, al fragore con cui i media di tutto il mondo hanno dato notizia di questa svolta rivoluzionaria nella dottrina della Chiesa cattolica sull’omosessualità, come hanno reagito le autorità vaticane?

I media della Santa Sede hanno dato brevemente notizia del film – senza fare il minimo cenno ai passaggi sulle unioni omosessuali – solo prima che fosse proiettato e soprattutto prima che le “breaking news” esplodessero.

E dopo la notizia bomba si sono chiusi in un silenzio assoluto. Senza nemmeno riferire che nel pomeriggio di giovedì 22 ottobre, nei giardini vaticani, presente il prefetto del dicastero per la comunicazione Paolo Ruffini, è stato consegnato al regista Evgeny Afineevsky ilpremio “Kinéo” Movie for Humanity Award”, proprio per il suo docufilm “Francesco”.

Ma molto più impressionante è stato il silenzio del papa.

Non è la prima volta che Francesco si vede distorcere talune sue dichiarazioni. Ma in questo caso il rovesciamento di senso che le sue parole hanno avuto è di una gravità inaudita.

E lui lo subisce come pecora muta condotta al macello?

Oppure lo accetta e in silenzio lo sottoscrive, con un ennesimo, improvviso “mutamento di linea”, come se ne sono avuti tanti nella storia ad opera di sovrani assoluti, senza mai dare una spiegazione?

È ciò che lo storico Roberto Pertici ipotizza e commenta nella lettera che segue.

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I “MUTAMENTI DI LINEA”

Caro Magister, chi cerca di spiegare ai propri studenti quel grande ed effimero fenomeno storico che fu il comunismo novecentesco, ha oggi grandi difficoltà, tanto sono lontane le loro menti e le loro sensibilità da lessico, procedure e idee di quel mondo. In questa generale difficoltà, ancor più arduo è fornire una spiegazione comprensibile dei cosiddetti “mutamenti di linea” di cui è costellata la sua storia. Il fatto cioè che tutti i suoi militanti fossero impegnati allo spasimo nel recepimento, nel commento, nell’attuazione della linea stabilita dal Partito sovietico e quindi dal Komintern, e all’improvviso fossero messi di fronte a un suo capovolgimento e magari all’affermazione della linea contraria, proprio quella contro cui avevano sanguinosamente polemizzato e combattuto per anni (a colpi di espulsioni e, dove potevano, anche con altri mezzi). Non erano per lo più svolte preparate dal basso con un intenso dibattito pubblico, ma decise dall’alto dai vertici di Mosca e spesso comunicate in maniera choccante: chi può dimenticare il famoso “rapporto segreto” di Krusciov e la sua pubblicazione sulle colonne del “New York Times” il 5 giugno 1956?

Ma a sentire i comunisti, loro avevano sempre avuto ragione: prima e dopo. Nel 1929, quando avevano sostenuto la dottrina del “socialfascismo”, quindi i socialisti riformisti eran poco meno che fascisti; nel 1935, auspicando invece larghe intese con loro in nome della difesa della democrazia; nel 1939, quando avevano stretto un patto con Hitler, tanto – si ripeteva ora – fra democrazia e fascismo non c’è differenza; nel 1943, quando veniva sciolto il Komintern in nome delle vie nazionali al socialismo; nel 1948, quando Tito veniva condannato come traditore perché troppo “nazionale”, ecc.

Il problema – così spiegavano – era che erano cambiate le “condizioni” e i comunisti partivano sempre da un’analisi delle “condizioni”, ovviamente condotta con “rigorosi” parametri marxisti. Prima la situazione era quella, oggi è diversa e noi ci adeguiamo. In realtà, nella loro impostazione c’era un opportunismo di fondo, e manovravano la verità secondo gli interessi della casa madre, cioè dell’URSS e del partito sovietico: almeno fino a una certa data.

Posso confessare, da modesto osservatore, che nel “modus operandi” di papa Francesco c’è qualcosa che mi ricorda quanto appena detto?

Dico subito che sono contrario alla pena di morte e favorevole alla regolamentazione, anche giuridica, delle unioni fra persone dello stesso sesso, distinguendole chiaramente dalla famiglia “naturale”. Eppure c’è qualcosa che non mi torna nel vedere posizioni lungamente sostenute, su cui si sono scritte migliaia di pagine e per cui si sono esposte, spesso a caro prezzo, migliaia e migliaia di persone, cancellate così all’improvviso, “ad nutum principis”. E il tutto poi sempre fatto fuori delle normali procedure (credo che anche la Chiesa, come ogni organizzazione, abbia le sue) e in modo volutamente spettacolare.

Allora il recente (del 1992) catechismo della Chiesa cattolica “sbagliava”, quando ancora ammetteva la pena di morte? E le ancora più recenti (del 2003) dichiarazioni della congregazione per la dottrina della fede sulle unioni omosessuali erano carenti di misericordia o legate a una teologia arcaica, come già allora affermavano molti, dentro e fuori la Chiesa? Bene: allora ditelo, se volete trattare i fedeli come esseri ragionevoli, a cui si deve dare una spiegazione di quanto si dice e si fa.

Ma – mi si risponde – la Chiesa non procede per negazioni, ma per approfondimenti: sono i famosi “segni dei tempi” che bisogna saper cogliere e per questo è necessario l’ancora più famoso “discernimento”.

Ho sempre avuto l’impressione che, nei propri tempi, uno ci veda quel che ci vuol vedere: Benedetto Croce ci ha insegnato a distinguere fra “giudizio storico” e “azione morale”. Dare un giudizio storico non significa rassegnarsi al trend che descriviamo o dire che esso è "inevitabile". Altrimenti si cade nel cattivo storicismo della rassegnazione o, peggio, dell'accettazione opportunistica. Non è una distinzione facile, lo so, ma bisogna mantenerla. “Hier stehe Ich, Ich kann nicht anders”, “Io qui sto, e non posso fare altro”, ebbe a dire in un momento difficile Martin Lutero, che le poste vaticane hanno sdoganato qualche anno fa dedicandogli un francobollo riparatore. Il solo fatto di dire "io non ci sto" cambia in qualche modo i rapporti di forza: ed è la sola cosa che, in certi momenti, si possa fare.

Ma – mi dice il solito amico – la Chiesa non è uno Stato parlamentare: il potere non deriva dal basso, ma dal vertice, e il papa può procedere in solitudine con decisioni maturate nella sua coscienza.

Ma neanche nelle famose “monarchie assolute” il potere del re era realmente “assoluto”, cioè sciolto da ogni controllo e da ogni limite: canonisti e teologi mi assicurano che è così anche all’interno dell’istituzione ecclesiastica. Il mio maestro delle elementari, un Fratello delle Scuole Cristiane, ci insegnava che il papa parlava sempre col “pluralis maiestatis” non per alterigia, ma perché voleva costantemente ribadire che la sua individualità si perdeva nella lunga serie dei suoi predecessori e che lui parlava anche a nome loro. Non so se questa affermazione risponda al vero, ma “le moi haïssable” – l’io smisurato fino ad essere odioso, denunciato da Pascal – in bocca a un pontefice da allora mi ha spesso messo a disagio. Roberto Pertici.

 (Fonte Sandro Magister, LNBQ, 23 ottobre 2020)

http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2020/10/23/famiglie-omosex-cio-che-il-papa-ha-detto-e-cio-che-gli-hanno-fatto-dire/

 

  

lunedì 12 ottobre 2020

Fratelli tutti, ma senza più Dio. Un filosofo giudica l’ultima enciclica di Francesco Natoli

Pochi giorni dopo la sua pubblicazione, l’enciclica “Fratelli tutti” è già passata in archivio, vista l’assenza in essa del minimo spunto di novità rispetto alle precedenti e arcinote allocuzioni di papa Francesco sugli stessi temi.

Ma se proprio questa diluviale predicazione francescana della “fraternità” desse vita a un “cristianesimo diverso”, nel quale “Gesù null’altro fosse che un uomo”?

È questo il serissimo “dilemma” nel quale il filosofo Salvatore Natoli vede caduta oggi la Chiesa, con il pontificato di Jorge Mario Bergoglio.

Natoli lo scrive e argomenta in un libro, a più voci, di commento a “Fratelli tutti”, curato dal vescovo e teologo Bruno Forte, che è in vendita da oggi a Roma e in Italia.

Gli studiosi chiamati a commentare l’enciclica sono di prim’ordine nei rispettivi campi: il biblista Piero Stefani, l’ebraista Massimo Giuliani, l’islamologo Massimo Campanini, lo storico del cristianesimo Roberto Rusconi, la medievista Chiara Frugoni, lo storico dell’educazione Fulvio De Giorgi, l’epistemologo Mauro Ceruti, il pedagogista Pier Cesare Rivoltella, il poeta e scrittore Arnoldo Mosca Mondadori.

Natoli è uno dei maggiori filosofi italiani. Si dichiara non credente, ma per formazione e per interessi ha sempre ragionato sul confine tra fede e ragione, attentissimo a ciò che si muove nella Chiesa cattolica.

Nel dicembre del 2009, quando a Roma il comitato per il “progetto culturale” della Chiesa italiana, presieduto dal cardinale Camillo Ruini, promosse un imponente convegno internazionale sul tema cruciale: “Dio oggi. Con lui o senza di lui cambia tutto”, Natoli fu uno dei tre filosofi chiamati a intervenire, assieme al tedesco Robert Spaemann e all’inglese Roger Scruton.

Quel convegno non era una sfilata di opinioni giustapposte, ma mirava dritto a quella “priorità” che per l’allora papa Benedetto XVI "sta al di sopra di tutte", oggi più che mai, in un tempo “in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento".

La priorità cioè – come quel papa aveva scritto nella sua lettera ai vescovi del 10 marzo di quello stesso anno – "di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l'accesso a Dio. Non a un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell'amore spinto sino alla fine, in Gesù Cristo crocifisso e risorto".

Di questa drammatica urgenza non c’è ombra nelle 130 pagine di “Fratelli tutti”.

Ma lasciamo il giudizio al filosofo Natoli, in questo fulminante estratto del suo commento all’enciclica. (Sandro Magister).

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“E SE GESÙ NULL’ALTRO FOSSE CHE UN UOMO?” di Salvatore Natoli

La modernità ha dibattuto strenuamente sull’esistenza di Dio; basti pensare alla valutazione delle prove dell’esistenza di Dio da Cartesio a Kant: si può dimostrare, non si può dimostrare? Ebbene, il conflitto sull’esistenza di Dio dimostrava chiaramente che Dio era la questione centrale di quella cultura, sia per i negatori, sia per quelli che la sostenevano. Era il tema dominante, non si poteva tacere di quello.

Ma ad un certo punto Dio è svanito, non ha costituito più problema perché non lo si sentiva più necessario. Oggi, argomentare sull’esistenza di Dio è un problema che non ha nessuno, neppure i cristiani. A caratterizzare il cristianesimo è sempre di più la dimensione della “caritas” e sempre meno quella della Trascendenza. “Fratelli tutti” mi pare lo testimoni con coerenza. E questo è un grande dilemma dentro il cristianesimo, del quale si fa carico “in actu exercito” papa Francesco. La Trascendenza non è negata, ma sempre meno nominata. Ma non c’è bisogno di una negazione esplicita se la cosa diventa irrilevante.

”Et exspecto resurrectionem mortuorum” è un’affermazione – tratta dal Messale romano – sempre più marginale nel vocabolario cristiano. Il camminare in compagnia degli uomini – espressione che ricapitola “Fratelli tutti” (cfr. n. 113) – è sempre stato presente, ma era semplicemente il transito verso un esito ben più radicale: la redenzione definitiva dal dolore e dalla morte. L’una dimensione sosteneva l’altra.

Ma oggi possiamo constatare un singolare slittamento: il cristianesimo si risolve sempre di più e semplicemente nel “Christus caritas”. Non è questo il Cristo di “Fratelli tutti”? Un Cristo che non a caso – si vedano i paragrafi nn. 1-2 e 286 – ha il volto di Francesco d’Assisi, il santo cristiano che più parla ai credenti di altre religioni e ai non credenti.

Questo passaggio – lo domando ai cristiani – è reversibile o irreversibile? E se Francesco – mi permetto di osare – fosse l’ultimo papa della tradizione cattolico-romana, e stesse nascendo un cristianesimo diverso? Un cristianesimo che ha al centro la giustizia e la misericordia e sempre meno la resurrezione della carne. La condivisione del dolore non è la stessa cosa della definitiva liberazione dal male. La promessa cristiana era: “non ci saranno più né dolore né morte, non ci sarà più il male”; mentre adesso pare che il cristianesimo dia per scontato che il dolore accompagnerà sempre gli uomini ed in questo stato essere cristiani vuol dire sostenersi reciprocamente. Sottolineo quest’aspetto dell’enciclica perché mi pare si trovi ad essere del tutto convergente con quanto la parte migliore della modernità laica ha sostenuto, seppure in termini di altruismo e solidarietà e senza alcun riferimento ad una redenzione definitiva altrimenti chiamata “salvezza”. […]

Non so quanto per i cristiani sia ancora rilevante la fede nell’avvento di un mondo senza più dolore e morte e per di più – questo mi pareva fosse decisivo – in un finale di partita in cui gli uomini saranno risarciti da tutto il dolore patito. Ma dico di più: quanto credono ancora in un’eternità beata, in un eterno presente dove non vi sarà più nulla da attendere, ma sarà redento per intero il passato? […]

In ogni caso a chi è cristiano importa comunque e tanto il “Christus caritas”. “Ubi caritas et amor, ibi Deus est. Congregavit nos in unum Christi amor” (sempre dal Messale romano): questo è perfettamente conveniente agli uomini. E se Cristo non fosse affatto il Dio incarnato, ma al contrario fosse proprio l’incarnazione a rappresentare davvero l’inizio della morte di Dio? E se Gesù null’altro fosse che un uomo che, però, ha mostrato agli uomini che solo nel loro reciproco donarsi hanno la possibilità di divenire “dèi” seppure al modo di Spinoza: “homo homini Deus”? Non più, dunque, “tu scendi dalle stelle”, ma piuttosto “il darsi sostegno gli uni degli altri” per dimorare felici sulla terra.

La promessa d’una liberazione definitiva dal dolore e dalla morte forse è solo mito, ma in ogni caso non è nelle disponibilità di coloro che i greci chiamavano appunto i “mortali”. Il reciproco aiuto, al contrario, è nella disponibilità degli uomini e il cristianesimo, riconosciuto e assunto nella forma del buon Samaritano, ci può rendere davvero pienamente umani. Se così è, come direbbe Benedetto Croce, non possiamo non dirci cristiani. È questo un dilemma che da non credente pongo ai credenti, ai cattolici.

Infatti, da non credente, sono perfettamente d’accordo, parola per parola, su quanto dice l’enciclica nel capitolo secondo, commentando la parabola del buon Samaritano. Questo è da fare! Da questo punto di vista, Gesù esprime una possibilità degli uomini. Ma il Dio che risorge dai morti è solo una possibilità di Dio, ammesso che ci sia.

 

(Fonte: Sandro Magister, LNBQ, 12 ottobre 2020)

http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2020/10/12/fratelli-tutti-ma-senza-piu-dio-un-filosofo-giudica-l%e2%80%99ultima-enciclica-di-francesco/

 

  

lunedì 21 settembre 2020

Fine del cristianesimo? Un cardinale analizza il caso dell’Olanda

Se c’è una nazione che più di altre rappresenta l’eclissi della fede cristiana in Occidente, questa nazione è l’Olanda.

Fino all’inizio degli anni Sessanta l’Olanda spiccava come una delle nazioni più cristiane, per quantità di fedeli osservanti e per spinta espansiva. Il 12 per cento dei missionari cattolici nel mondo erano olandesi.

Poi, rapidissimo, il crollo. Al punto che oggi l’Olanda è uno dei Paesi più scristianizzati d’Europa. Solo un olandese su quattro dichiara oggi di appartenere a una Chiesa cattolica o protestante, o di professare una fede. Su una popolazione di oltre 17 milioni, i cattolici che si registrano come tali sono calati a 3 milioni e mezzo e di questi non più di 150 mila vanno a messa la domenica, buona parte dei quali immigrati da altri continenti. Non si contano le chiese, sia cattoliche che protestanti, chiuse e trasformate in edifici profani.

Esce in questi giorni in Italia, edito da Ares, un libro che dà voce a un testimone autorevolissimo del caso olandese. È un’intervista di Andrea Galli all’arcivescovo di Utrecht, il cardinale Willem Jacobus Eijk, che è di notevole interesse per almeno due motivi: per l’acutezza con cui egli individua le cause del crollo ma anche per la fiducia che ripone in un’incipiente rinascita, grazie al “piccolo resto” di fedeli “che credono, che pregano, che hanno un rapporto personale con Cristo”, nonostante “chiunque trovi oggi il coraggio di esporre la dottrina cattolica, specie sul matrimonio e l’etica sessuale, si senta dare del pazzo”.

Sulla copertina del libro spicca l’inquietante domanda di Gesù: “Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Luca 18, 8). Ma il titolo, “Dio vive in Olanda”, esprime appunto questa fiduciosa scommessa sul “piccolo resto” di credenti, sul ricambio generazionale che alla tempesta rivoluzionaria degli anni Sessanta e Settanta vede oggi sostituirsi “un carattere veramente cattolico già nel modo di celebrare la liturgia: ‘lex orandi, lex credendi’”.

Più sotto sono riportati alcuni passaggi dell’intervista del cardinale Eijk, nei quali egli riconduce l’eclissi della fede cristiana principalmente alla cultura “iper-individualista” impostasi in Occidente a partire dagli Sessanta, intollerante nei confronti di “un essere che la trascenda, sia esso la famiglia, lo Stato, la Chiesa, o Dio”. Una cultura alla quale l’élite progressista della Chiesa olandese dell’epoca, attivissima nel Concilio Vaticano II, si sottomise, annientandosi.

 

“UNA CRISI DI FEDE MAI VISTA PRIMA”

La caduta della Chiesa olandese può insegnare qualcosa di interessante sulle cause di una crisi di fede mai vista prima come entità. Proviamo a tornare agli anni Quaranta del secolo scorso.

Il 9 ottobre del 1947, per la precisione, un gruppo di nove persone, laici e sacerdoti, si riunì nel seminario minore dell’arcidiocesi di Utrecht per discutere dei cambiamenti inquietanti che venivano osservati fra i cattolici in tutto il Paese. I risultati di quel confronto furono pubblicati in un libro dal titolo significativo, “Onrust in de Zielzorg” [“Fermento nella cura d’anime”]. Costoro constatavano una stanchezza della pastorale, inoltre vedevano che il legame fra i cattolici e la Chiesa non si fondava più sui contenuti della fede, ma era un legame di tipo sociale. La fede era vista come un insieme di comandamenti e un sistema di verità astratte che non toccavano la vita quotidiana. L’appartenenza alla Chiesa era essenzialmente un fattore comunitario: si andava alla scuola elementare cattolica, poi alla scuola media cattolica, si era membri di associazioni cattoliche, soprattutto nel campo sportivo e dello scoutismo. Si era cattolici per motivi di appartenenza sociale, perché si cresceva in strutture cattoliche, non in base a una fede vissuta. […]

Sicuramente la Chiesa olandese, con la sua unità basata su legami sociali più che sulla fede vera, non poteva reggere a cambiamenti culturali così radicali come quelli degli anni Sessanta. In quel decennio crebbe rapidamente la ricchezza pro capite, il che mise le persone in grado di vivere autonomamente e quindi indipendentemente l’una dall’altra. Fu una grande spinta alla cultura individualista diventata poi iper-individualista. […]

L’iper-individualista non vuole un essere che lo trascenda, come la famiglia, lo Stato, la Chiesa o Dio. E se manifesta il bisogno di una di queste realtà, si tratta di un bisogno a scopi utilitaristici, cioè per interessi – in genere economici – che l’individuo stesso non può soddisfare da solo, con le proprie forze. In questo clima non ci si può immaginare appartenenti a una comunità, come la Chiesa, che ha delle convinzioni comuni, meno che mai di avere sopra di sé un papa o una gerarchia che insegnano le verità della fede, inclusa quella morale, guidati dallo Spirito Santo e partecipando dell’autorità di Cristo. […]

Quello che colpisce è il fatto che in Olanda il dibattito sull’introduzione dell’eutanasia ha preceduto quello sulla depenalizzazione dell’aborto, al contrario di ciò che è successo praticamente in tutti gli altri Paesi. Il motivo è probabilmente che nel nostro Paese si iniziò a parlare di eutanasia già nel 1969 con il libretto “Medische macht en medische ethiek” [“Potere medico ed etica medica”] di Jan Hendrik van den Berg, professore di psichiatria dell’Università di Leida, che propugnava la soppressione di bambini nati con gravissime anomalie fisiche causate dal thalidomide, un farmaco preso dalle donne in gravidanza contro le nausee. […]

Cattolici e protestanti hanno saputo mantenere una maggioranza in parlamento fino al 1967. Nel 1980 il partito cattolico e due partiti protestanti si sono fusi nel Christen-Democratisch Appel (CDA), diventato negli anni Ottanta il primo partito con circa un terzo dei seggi in parlamento. Ciò tuttavia non ha impedito al parlamento di approvare la legge sull’aborto nel 1981. il CDA si è secolarizzato e ha perso i suoi tratti originali molto velocemente. […] Oltre a questo partito “democristiano”, il più grande, vi sono due partiti protestanti più piccoli, la Christen-Unie (CU) e la Staatkundig Gereformeerde Partij (SGP). […]

Il CDA ha oggi 19 seggi in Parlamento, il CU 5 e il SGP 3. Cioè i partiti politici cristiani hanno oggi insieme solo 27 seggi su un totale di 150. Ciò non toglie però che il loro influsso politico sia sensibile. I Paesi Bassi hanno adesso un governo che consiste in un partito liberale di destra, un partito liberale di sinistra – avvocato della legge sull’eutanasia del 2002 e della legalizzazione del cosiddetto matrimonio fra persone dello stesso sesso nel 2001 – e inoltre il CDA e la CU. Questi ultimi due partiti cristiani sono un impedimento al piano che aveva il governo precedente, quello di far approvare una legge sulla cosiddetta “vita compiuta”, per permettere l’assistenza al suicidio di persone che dicono di soffrire insopportabilmente e senza prospettive per cause non mediche, come la solitudine, un lutto, l’età avanzata. […] Sebbene i liberali al governo si siano detti favorevoli ad approvare questa proposta legislativa, i due partiti cristiani sono stati in grado di bloccarla. […]

Una delle intenzioni del Concilio Vaticano II era che la Chiesa si aprisse alla società, cosa che ha fatto, ma la società da parte sua non si è aperta alla Chiesa. Anzi l’ha espulsa dalla vita pubblica. La Chiesa poi è caduta in una delle più profonde crisi di fede della sua storia e non si trova oggi nella posizione migliore per trasmettere la fede alla società. Molti laici e molti pastori sono confusi riguardo ai contenuti della fede. Solo dopo aver messo in ordine la propria casa, la Chiesa sarà di nuovo davvero capace di evangelizzare il mondo. […]

Molti parlano del pericolo di uno scisma, ma io penso di no. Penso piuttosto che avverrà in molte parti del mondo quello che è già avvenuto da noi in Olanda. C’è stato un risanamento silenzioso tramite il ricambio delle generazioni. […] Perché chi rimarrà alla fine nella Chiesa? I preti e i laici del ’68, di quegli anni di sbandamento, con idee ultra progressiste, non ci sono quasi più. In Olanda sono rimasti coloro che credono, che pregano, che hanno un rapporto personale con Cristo.

 (Fonte: Willem Jacobus Eijk, LNBQ, in: S. Magister, “Fine del cristianesimo? Un cardinale analizza il caso dell’Olanda, 21 settembre 2020)

http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2020/09/21/fine-del-cristianesimo-un-cardinale-analizza-il-caso-dell%e2%80%99olanda/

 

 

venerdì 21 agosto 2020

Gesù Cristo: il Grande assente nella Chiesa di oggi

Si fa sempre più strada, in maniera strisciante, l’idea che possa esistere un cristianesimo senza Cristo. Del resto, piace al Potere una religione che si occupi dei poveri, dell’ambiente e che eclissi la figura ingombrante di questo Cristo unica Verità. Leggere Giussani e Amerio a tal proposito. 

Sembra pesare ogni giorno di più dentro la Chiesa un grande assente: Gesù Cristo. Si parla di tutto fuorché di Lui. Nei discorsi ufficiali, nelle prolusioni, negli interventi e ora persino nei documenti sembra sparito ogni riferimento al Figlio di Dio. Si fa sempre più strada, in maniera strisciante, l’idea che possa esistere un cristianesimo senza Cristo. Del resto, piace al Potere una religione che si occupi degli ultimi, dei poveri, dei disagiati, dei diversi, dei migranti, della giustizia sociale, dell’ambiente, del rispetto ecologico, della pace e che eclissi la figura ingombrante di questo Cristo unica Verità con tutto il conseguente armamentario di precetti, dogmi, principi, valori e ideali. Ecco che allora sentiamo autorevolissime voci all’interno della realtà ecclesiale che parlano di tutto tranne che dell’Unicum necessarium. Ma compito della Chiesa, non era quello di «annunciare il regno di Dio e di Cristo e di instaurarlo fra tutte le genti», come parrebbe indicare il punto n. 565 del catechismo cattolico?

È triste dover constatare un grado così basso di consapevolezza del vero compito della Chiesa da parte dei suoi Pastori, come quello che stiamo vivendo oggi. Ed è triste soprattutto per chi, come il sottoscritto, ha conosciuto una prospettiva completamente diversa del cristianesimo ed ha avuto la grazia di essere educato secondo tale prospettiva.

Me le ricordo molto bene, per esempio, le parole di mons. Luigi Giussani quando diceva: «Coloro i quali sostengono che prima di annunciare Cristo bisogna risolvere i problemi politico-sociali, a mio avviso – consciamente o inconsciamente – inaridiscono il cuore stesso dell’annuncio cristiano, secondo cui la salvezza dell’uomo è Cristo e nient’altro che Cristo».

Me la ricordo molto bene anche la denuncia che lo stesso Giussani lanciava circa il pericolo che in «molti ambienti dell’intellighenzia cristiana» e della stessa Chiesa si pretendesse di «impostare ed affrontare i problemi sulla base di categorie mondane».

Oggi sembra che a tutti i livelli valgano soltanto le categorie mondane. Ma questa circostanza finisce davvero per inaridire il cuore dell’uomo, al punto da fargli perdere il senso dell’esatta dimensione delle cose. Mi ha sempre colpito, a questo riguardo, un’altra delle profonde intuizioni di Giussani: «Chiunque operi per migliorare la vita dell’uomo – senza la percezione chiara o confusa, esplicita o implicita, di quel nesso trascendente che costituisce la tensione sostanziale dell’umana coscienza – resta fatalmente vittima di sfasamenti, di deformazioni mostruose della realtà: le cose piccole finiscono per sembrargli grandi e le grandi piccole, finché tutto assume contorni deformati e grotteschi». Sebbene queste parole siano state pronunciate quasi quarant’anni fa, riescono a descrivere in maniera drammaticamente efficace la situazione che stiamo vivendo. Come si fa a non accorgersi della dimensione «deformata e grottesca» oggi assunta da un cristianesimo che, censurando Cristo, finisce per rendere grandi le piccole cose e ridurre a piccole le grandi cose.

Una Chiesa che smarrisca la consapevolezza del mandato affidatole dal Fondatore rischia l’irrilevanza, l’inutilità e l’estinzione. Ricorderebbe l’evangelico sale insipido e finirebbe per essere una delle tante filosofie, visioni, ideologie.

Oggi i Pastori e tutto il popolo di Dio devono tornare a dare un giusto ordine di priorità alle cose, cominciando a gridare dai tetti la prima e più importante di queste priorità: l’incarnazione di Gesù Cristo. Occorre tornare ad avere un’autentica e concreta percezione che l’incarnazione del Verbo c’entra col «qui ed ora», c’entra col presente, perché è un presente e c’entra col presente di ciascuno uomo sulla terra, in qualunque situazione si trovi, ricco o povero che sia. Ricordava ancora Giussani: «Se non c’entrasse col nostro presente, Cristo immediatamente svanirebbe nell’aria, diventerebbe il centro di una filosofia, di una visione, di una ideologia». Esattamente quello che, purtroppo, sta accadendo.

Stiamo assistendo ad un’inversione dell’ordine delle priorità: qualcuno, infatti, vorrebbe far credere che prima occorra risolvere i problemi sociali (migrazione, povertà, giustizia sociale, inquinamento, ecc.) e poi annunciare Gesù Cristo. Ma, come abbiamo visto, è esattamente il contrario.

Invertire l’ordine delle priorità significa affrontare questi problemi sulla spinta di un mero slancio etico. Ancora una volta, da questo punto di vista, Giussani è stato profetico: «Si può ridurre l’influenza della fede e della Chiesa sulla propria azione sociopolitica ad un impulso estrinseco, ad una semplice ispirazione, come se l’esperienza ecclesiale spingesse l’uomo ad interessarsi ai problemi sociali, inculcandogli uno slancio etico verso di essi, ma senza poter aver incidenza sul modo di affrontare i problemi stessi». Continuava facendo un esempio: «Si dice: il Vangelo mi spinge ad interessarmi ai poveri, e questo è certo. Ma se uno si ferma qui, allora il Vangelo tende ad essere solo uno slancio etico, moralistico. Invece il Vangelo ha qualcosa da dire anche sul modo, sulla struttura di giudizio e di comportamento con i quali uno affronta il problema della povertà». Oggi nessuno dentro la Chiesa parla più dei «modi», della «struttura di giudizio» e del «comportamento» con qui affrontare i problemi sociali, anche perché farlo implicherebbe necessariamente il previo riconoscimento di Cristo come Verità da cui tutto consegue. Ed essendo questo assai scomodo, pare meglio affrontare i problemi esattamente come li affronta il mondo che non conosce Cristo.

Aveva ragione anche Romano Amerio nel suo Iota Unum, quando denunciava che per molti Pastori la fede cristiana non è più un principio ma un’interpretazione ed un linguaggio. Questo lo scriveva agli inizi degli anni ’80, paventandolo come rischio. Oggi, purtroppo, pare ormai dilagata l’idea, anche dentro settori importanti della Chiesa, secondo cui, appunto, il Verbo cristiano non è più principio e caput, ma un’interpretazione destinata a conciliarsi con le altre interpretazioni in un quid confusionale che a volte sembra essere la giustizia sociale, altre volte un’astratta idea di solidarietà. Si tace del tutto il principio escatologico della fede cristiana secondo cui la terra è fatta per il cielo e il destino dell’uomo può trovare senso soltanto nella prospettiva ultramondana. Sembra, invece, rivivere da qualche anno la vecchia visione “teologica” sudamericana per la quale il fine soprannaturale della Chiesa deve essere postposto alla lotta per la giustizia sociale. L’idea diventa eretica quando pretende che il disegno di Dio sia che questo mondo debba essere giusto, fraterno e felice. Ricordava Amerio che «in questo modo la perfezione del mondo diviene il fine del mondo, la subordinazione di tutto a Dio viene a cadere, e la Chiesa si confonde con l’organizzazione del genere umano». Ma solo eclissando l’ordine trascendente, eliminando Cristo, si può pensare ad una sorta di “diritto alla felicità” nel mondo di qua, alla costruzione utopistica del paradiso in terra.

Questi fantasmi della teologia sudamericana oggi arrivano da noi non solo attraverso la censura sempre più esplicita della figura di Cristo ma anche grazie alla pericolosa idea che l’opera sociale del cristianesimo debba prevalere sulla sua dottrina sociale.

Ai sostenitori di tale idea, però, è sufficiente ricordare le parole di quello stesso Cristo che tendono a censurare: «Cercate prima il Regno di Dio e fate la Sua volontà». Tutto il resto viene dopo.

(Fonte: Gianfranco Amato, LNBQ, 21 agosto 2020

https://lanuovabq.it/it/gesu-cristo-il-grande-assente-nella-chiesa-di-oggi

 

  

martedì 28 luglio 2020

Se per il Vaticano Dio non esiste


Il nuovo documento della Pontificia Accademia per la Vita riguardo al Covid-19 è imbarazzante: non dice nulla, nulla sulla vita e nulla di cattolico. Si chiede la conversione all'ambiente e alla solidarietà, escludendo del tutto la dimensione religiosa. È un documento che piacerà a molti personaggi dei vertici mondiali.

Ahimè, la Pontificia Accademia per la Vita (Pav) ha pubblicato un altro documento sul Covid-19. Ne aveva già scritto uno il 30 gennaio 2020, ed ora ritorna sul tema con il titolo “L’Humana communitas nell’era della pandemia: riflessioni inattuali sulla rinascita della vita”. Anche questo documento – come il precedente – non dice niente: soprattutto non dice niente sulla vita, al cui ambito l’Accademia pontificia è preposta, e non dice niente di cattolico, vale a dire di ispirato alla Rivelazione di Nostro Signore.
Viene da chiedersi chi scriva materialmente questi documenti. Da come questi autori scrivono, sembrano essere anonimi funzionari di una anonima istituzione di studi sociologici. Il loro scopo è coniare frasi-slogan per fotografare inopinati processi in atto. Il lettore veda per esempio questo passaggio: “Affioriamo da una notte dalle origini misteriose: chiamati ad essere oltre ogni scelta, presto arriviamo alla presunzione e alle lamentele, rivendicando come nostro quello che ci è stato solamente concesso. Troppo tardi abbiamo imparato ad accettare l’oscurità da cui veniamo e a cui, infine, torneremo”.  Ho letto tutto il documento: garantisco che il tono è questo dall’inizio alla fine. Ci abitueremo mai ad un livello così basso dei documenti ecclesiastici?
Viene poi da chiedersi perché vengano scritti così. Questo, ad essere precisi, è il vero motivo per cui ci sottoponiamo, nonostante tutto, alla noia della loro lettura. Per cercare di capire perché una istituzione della Santa Sede debba scrivere un documento sulla pandemia con lo stesso linguaggio di un qualsiasi ufficio di una qualsiasi agenzia internazionale: le stesse frasi astruse, la stessa mancanza di principi di riferimento che non siano generici, gli stessi occhiolini fatti ai poteri forti mentre ci si vanta di difendere i deboli, le stesse proposte indecifrabili come “l’etica del rischio” o vuotamente retoriche come la “strategia globale coordinata” e la “sfida etica multidimensionale”.
In tutto il documento non si fa mai alcun riferimento né esplicito né implicito a Dio. Secondo la Pontificia Accademia la pandemia non si presta a nessuna riflessione di teologia della storia: nella pandemia Dio non si incontra. Essa non va vista come un evento naturale, ma come un fatto storico e sociale che chiama in causa le nostre responsabilità. Non essendo un fatto naturale, essa non va riferita a Dio creatore come sua causa, almeno permissiva, e quindi viene messa da parte la domanda: ma Dio perché l’ha permessa? Nella pandemia l’uomo fa esperienza della propria “fragilità”, questo il documento lo dice ma non parla mai di esperienza del proprio peccato.
Secondo l’Accademia, nella pandemia sono in gioco solo forze umane. Si chiede la conversione, ma non a Dio bensì al rispetto dell’ambiente e ad una più diffusa solidarietà. Non si chiede mai di pregare, perché Dio può agire contro la pandemia solo attraverso l’uomo. La pandemia è un prodotto umano, frutto dei disordini nei rapporti con la natura, e chiede la conversione a nuovi comportamenti umani. Dio ne rimane fuori, oppure sta dentro questa dimensione umana e coincide con essa. In ambedue i casi, questo documento è senza Dio. Ecco il perché “teologico” di documenti di questo genere: parlare di Dio vuol dire parlare dell’uomo.
Chi assume l’uomo, e non Dio, come prospettiva finisce per assimilare le ideologie più diffuse. Risulta molto difficile spiegare come il covid-19 nasca dalla “depredazione della terra”, ma il documento, in ossequio all’ideologia ambientalista, lo fa. Richiede molti sforzi dire che l’epidemia ha messo in evidenza i benefici della globalizzazione (“Il virus non conosce frontiere, ma i paesi hanno sigillato i propri confini”), ma il documento, in ossequio all’ideologia globalista e anti-sovranista, lo sostiene. Evidenziare l’importanza fondamentale di cercare un vaccino e distribuirlo a tutti senza discriminazioni richiede di non vedere che il vaccino sarà strumento di una ideologia di potere globalista e di interessi politici, economici e sanitari globali, ma l’Accademia lo fa e per ben tre volte.
Ci vuole una certa faccia tosta a non considerare il reale pericolo che la pandemia ha prodotto per la vita nascente, dato l’aumento di impegno degli Stati di garantire in ogni caso l’aborto anche a domicilio, superando le difficoltà restrittive del covid-19, ma il documento dell’Accademia per la vita non parla mai di vita nel senso in cui dovrebbe parlarne una Accademia Pontificia per la Vita, ossia in quello della Evangelium vitae. Desta molta perplessità puntare sulla Organizzazione mondiale della sanità (OMS) data la gestione politica, ideologica e spesso antiscientifica di questo organismo, ma il documento lo fa, considerandola “profondamente radicata nella sua missione di guidare il lavoro sanitario a livello mondiale”.
Non c’è dubbio: un documento che piacerà a molti personaggi dei vertici mondiali. Ma che spiacerà – ammesso che lo leggano e che lo capiscano – a quanti vorrebbero che la Pontificia Accademia per la Vita facesse la Pontificia Accademia per la Vita.

(Fonte: Stefano Fontana, LNBQ, 28 luglio 2020)



lunedì 13 luglio 2020

Il Concilio e quell’errore fatale


Il tema del Concilio Vaticano II assomiglia a un fiume carsico. Anche se per lungo tempo non emerge alla superficie, sappiamo che è lì e segna in profondità la nostra appartenenza alla Chiesa. Poi, quando di nuovo torna a manifestarsi, com’è successo di recente con il dibattito innescato da monsignor Carlo Maria Viganò, puntualmente il tema appassiona e divide. Perché è un tema che non è aggirabile.
Per molti della mia generazione (sono nato nel 1958) il Concilio per decenni non è stato un problema: è stato semplicemente un fatto. Nato e cresciuto nella Chiesa del post-Concilio, per lungo tempo ho visto nel Concilio qualcosa di ineluttabile: era necessario che a un certo punto la Chiesa facesse certe scelte.
In seguito, quando ho incominciato a studiare la Chiesa del pre-Concilio e a rendermi conto del confronto e delle ferite che segnarono l’assise conciliare, ho oscillato tra due tendenze: da un lato una sorta di rimpianto per non aver potuto vivere un periodo che deve essere stato difficile ma anche entusiasmante, dall’altro il desiderio di capire meglio il punto di vista di coloro che, in controtendenza rispetto allo spirito del tempo, misero in guardia dall’esito del Concilio e dall’uso che ne sarebbe stato fatto in futuro.
Ora che mi avvicino alla vecchiaia e avverto il bisogno di andare all’essenziale della fede, mi sembra di poter dire, in tutta umiltà e da semplice battezzato, che il Concilio mosse da un errore fatale: il desiderio di piacere al mondo.
Mi rendo conto che la mia affermazione può sembrare sbrigativa e chiedo scusa agli studiosi della materia, ma più studio gli anni del Concilio e più mi convinco che da parte di ampi settori della Chiesa, a partire dal papa Giovanni XXIII, ci fu una sorta di complesso d’inferiorità rispetto al mondo, un mondo che in quell’epoca era in fermento e appariva tanto vitale. Di qui il desiderio di non risultare attardati ma di mostrare un volto simpatico della Chiesa, in senso letterale: simpatico come colui che patisce insieme, che partecipa alle gioie e ai dolori, evitando di porsi in una posizione di superiorità e in un atteggiamento di giudizio.
Ricordo che, quando conversavo del Concilio con il cardinale Carlo Maria Martini, l’arcivescovo di Milano usava volentieri un’espressione: la Chiesa del Concilio come una Chiesa dell’intercessione. Intercedere, diceva il cardinale, significa camminare in mezzo, e così volle fare Giovanni XXIII: camminare in mezzo al mondo, senza mettersi al di sopra né davanti, ma neanche dietro.
Martini raccontava che per lui il Concilio fu come aprire le finestre e far entrare aria fresca in una Chiesa nella quale c’era odore di chiuso e di muffa. Diceva proprio così, e a me sembrava di vederli quegli uomini di fede che, raggiunti da tanti stimoli intellettuali, si infervoravano attorno a questioni teologiche e morali per consentire alla parola del Vangelo di mostrarsi di nuovo in tutta la sua bellezza e in tutta la sua novità, togliendole di dosso orpelli e incrostazioni.
Resta il problema di fondo, che è quello al quale ho accennato prima: il desiderio di piacere al mondo.
Ora, non voglio certamente psicanalizzare il Concilio, ma è davvero difficile sottrarsi all’impressione che, in fondo, quell’esigenza fosse ben presente. L’ottimismo di papa Roncalli è quello di chi, stanco di una Chiesa che sembra perdere terreno rispetto al mondo ed essere guardata come una sorta di zia arcigna e antipatica, vuole mostrarsi come madre amorevole e dolce, affidabile e accogliente. Desiderio comprensibile. Se non che, nel momento in cui, in modo più o meno cosciente, la Chiesa desidera piacere al mondo, fatalmente incomincia a tradire sé stessa e la sua missione. Perché Gesù non volle mai piacere al mondo, né fece sconti di alcun tipo pur di apparire simpatico e dialogante.
Con il Concilio certamente le finestre furono aperte e l’aria entrò. Ma insieme a una piacevole sensazione di frescura entrarono anche le idee del mondo, che sono segnate dal peccato, e la Chiesa ne restò contaminata.
Che cosa significa segnate dal peccato? Significa, in una parola, segnate dalla volontà di mettere l’uomo al posto di Dio, perché di questo, in fondo, si tratta, oggi come ieri e in ogni tempo.
Certo, non tutto incominciò con il Concilio, perché certi fiumi carsici scorrevano da tempo, ma il Concilio fu il momento in cui il desiderio di piacere al mondo, e dunque di mettere l’uomo al posto di Dio, emerse con chiarezza.
Ma il vero dramma del Concilio fu un altro. La Chiesa incominciò l’operazione di restyling e di rinnovamento in ritardo rispetto al mondo. Succede sempre così: quando la Chiesa cerca di fare come il mondo, la sua azione è in ritardo. Perché il mondo, sulla via del peccato, ovvero del tentativo di mettere l’uomo al posto di Dio, va veloce e ne inventa sempre una nuova, e la Chiesa, per quanto si impegni, non può fare altro che inseguire.
Così, il Concilio si mise a rincorrere il mondo proprio mentre il mondo già si stava accorgendo, sia pure in modo confuso, che il desiderio di autonomia dell’uomo rispetto a Dio non poteva portare ad altro se non a immani disastri sotto ogni profilo: da quello sociale e politico a quello culturale e morale.
All’interno della Chiesa furono in pochi quelli che si resero conto che l’operazione simpatia era segnata da evidenti contraddizioni teologiche ma anche da un errore strategico. La narrativa prevalente andava in tutt’altra direzione, e contro una narrativa imposta con grande intensità (da alcuni in buona fede e per autentico entusiasmo, da altri in malafede e per calcolo) c’è ben poco da fare, come vediamo anche ai nostri giorni.
In conclusione, direi così: ben vengano i dibattiti, anche accesi, sul Concilio. Chiunque voglia argomentare, in una direzione o nell’altra, aiuta la Chiesa a guardarsi dentro e a porsi salutari domande. È venuto il tempo di farlo, in tutta onestà. L’importante è non procedere con il metodo della scomunica reciproca e dell’invettiva.
È curioso come il Concilio, che volle essere non dogmatico, sia diventato esso stesso un dogma. Se invece riusciremo a guardarlo come avvenimento dai molti volti, con le speranze che regalò ma anche con tutti i suoi limiti intrinseci e gli errori di prospettiva che lo segnarono, renderemo un buon servizio alla Chiesa e alla qualità della nostra fede.

(Fonte: Aldo Maria Valli, Duc in altum, 12 luglio 2020)



mercoledì 24 giugno 2020

Il Concilio Vaticano II e le origini del deragliamento


Il recente intervento di monsignor Carlo Maria Viganò dedicato ai legami tra il Concilio Vaticano II e le “deviazioni dottrinali, morali, liturgiche e disciplinari sorte e progressivamente sviluppatesi fino a oggi” punta su una questione che, per quanto sia fonte di sofferenza per molti di noi che siamo cresciuti nella Chiesa postconciliare, non è eludibile.
Monsignor Viganò, prendendo spunto da un contributo del vescovo Athanasius Schneider, parla apertamente di un “monstrum generato nei circoli dei modernisti” e che ora si mostra per ciò che è, “nella sua indole eversiva e ribelle”.
Inutile girarci attorno: se oggi abbiamo una Chiesa che in molte occasioni prende vie ereticali di matrice gnostica e si ispira a quel vago umanitarismo che tanto piace al mondo e che, non a caso, le procura l’applauso di chi è sempre stato nemico della Chiesa stessa, è perché il Concilio Vaticano II, a differenza di tutti quelli che lo precedettero, pretese, in fin dei conti, di fondare una Chiesa nuova. È vero che ciò non venne mai proclamato e che anzi si parlò della necessità del rinnovamento senza intaccare il depositum fidei, ma i circoli modernisti di fatto utilizzarono il Concilio per introdurre una discontinuità. E lo strumento retorico a cui si fece ricorso fu l’espressione, del tutto inedita, “spirito del Concilio”, concetto che permise di fatto di introdurre sconvolgimenti, ben al di là di quanto era scritto nei testi.
C’è un passaggio, nell’intervento di monsignor Viganò, che mi ha colpito in modo particolare, perché è molto personale e penso che più di un lettore vi si possa riconoscere: “Giunge un momento nella nostra vita in cui, per disposizione della Provvidenza, ci è posta dinanzi una scelta determinante per il futuro della Chiesa e per la nostra salvezza eterna. Parlo della scelta tra il comprendere l’errore in cui siamo caduti praticamente tutti, e quasi sempre senza cattive intenzioni, e il voler continuare a volgere altrove lo sguardo o giustificarci”.
Ecco, credo che questa affermazione metta in rilievo il dramma di chi, cresciuto nella Chiesa del dopo Concilio, a distanza di decenni non può non aprire gli occhi e rendersi conto dell’inganno.
In campo ecumenico come in quello liturgico, scrive Viganò, a lungo “abbiamo pensato che certi eccessi fossero solo un’esagerazione di chi si era lasciato prendere dall’entusiasmo della novità”, ma ci siamo sbagliati. Riferendosi all’orrenda pachmama, monsignor Viganò lo dice chiaramente: “Se il simulacro di una divinità infernale è potuto entrare in San Pietro, ciò fa parte di un crescendo che lo spartito prevedeva sin dall’inizio”. Allo stesso modo, se “numerosissimi cattolici praticanti, e forse anche gran parte degli stessi chierici, sono oggi convinti che la fede cattolica non sia più necessaria per la salvezza eterna” e se molti sono ormai intimamente convinti che “il Dio Uno e Trino rivelatosi ai nostri padri sia lo stesso dio di Maometto”, è perché il seme dell’errore e dell’eresia è stato piantato più di mezzo secolo fa e poi coltivato nel corso dei decenni.
“I progressisti e i modernisti – scrive Viganò – hanno saputo astutamente nascondere nei testi conciliari quelle espressioni di equivocità che all’epoca parevano innocue ai più ma che oggi si manifestano nella loro valenza eversiva”.
Io non sono uno storico della Chiesa né tanto meno del Concilio Vaticano II, ma sento di poter aderire a quanto spiega monsignor Viganò quando sostiene che c’è stato un inganno e che molti sono caduti nella trappola. Quando l’arcivescovo parla di una “corsa verso l’abisso” e si dice stupito del fatto che “ancora ci si ostini a non voler indagare le cause prime della crisi presente, limitandosi a deplorare gli eccessi di oggi quasi non fossero la logica e inevitabile conseguenza di un piano orchestrato decenni orsono”, credo che ci metta di fronte a un compito non aggirabile.
Viganò è molto netto quando mette in collegamento diretto la pachamama con Dignitatis humanae, la liturgia protestantizzata con le tesi di monsignor Annibale Bugnini, il documento di Abu Dhabi con Nostra aetate, e so bene che tante persone, anche tra coloro che fanno parte dello schieramento opposto a quello modernista, di fronte alle affermazioni dell’arcivescovo fanno un balzo sulla sedia, sostenendo che i mali e gli abusi non sono nati con il Concilio ma a causa di un tradimento del Concilio. Non è questa la sede per entrare nella disputa. Per parte mia, sento di poter aderire all’analisi di monsignor Viganò quando scrive che “il Concilio è stato utilizzato per legittimare, nel silenzio dell’autorità, le deviazioni dottrinali più aberranti, le innovazioni liturgiche più ardite e gli abusi più spregiudicati. Questo Concilio è stato talmente esaltato da essere indicato come l’unico riferimento legittimo per i cattolici, chierici e vescovi, oscurando e connotando con un senso di spregio la dottrina che la Chiesa aveva sempre autorevolmente insegnato, e proibendo la perenne liturgia che per millenni aveva alimentato la fede di un’ininterrotta generazione di fedeli, martiri e santi”. E sento di poter aderire anche là dove Viganò scrive: “Lo confesso con serenità e senza polemica: sono stato uno dei tanti che, pur con molte perplessità e timori, che oggi si rivelano assolutamente legittimi, hanno dato fiducia all’autorità della gerarchia con un’obbedienza incondizionata. In realtà penso che molti, ed io tra questi, non abbiamo inizialmente considerato la possibilità di un conflitto tra l’obbedienza a un ordine della gerarchia e la fedeltà alla Chiesa stessa. A rendere tangibile la separazione innaturale, anzi, direi perversa, tra gerarchia e Chiesa, tra obbedienza e fedeltà è stato certamente quest’ultimo pontificato”.
Insomma, “nonostante tutti i tentativi di ermeneutica della continuità miseramente naufragati al primo confronto con la realtà della crisi presente, è innegabile che dal Vaticano II in poi si sia costituita una chiesa parallela, sovrapposta e contrapposta alla vera Chiesa di Cristo. Essa ha progressivamente oscurato la divina istituzione fondata da Nostro Signore per sostituirla con un’entità spuria, corrispondente all’auspicata religione universale di cui fu prima teorizzatrice la massoneria. Espressioni come nuovo umanesimo, fratellanza universale, dignità dell’uomo sono parole d’ordine dell’umanitarismo filantropico negatore del vero Dio, del solidarismo orizzontale di vaga ispirazione spiritualista e dell’irenismo ecumenico che la Chiesa condanna senza appello”.
Arrivare a queste conclusioni provoca, lo ripeto, sofferenza, eppure, come scrive Viganò, occorre guardare in faccia la realtà. “Questa operazione di onestà intellettuale richiede una grande umiltà, anzitutto nel riconoscere di essere stati tratti in errore per decenni, in buona fede, da persone che, costituite in autorità, non hanno saputo vigilare e custodire il gregge di Cristo: chi per quieto vivere, chi per i troppi impegni, chi per convenienza, chi infine per malafede o addirittura per dolo. Questi ultimi, che hanno tradito la Chiesa, devono essere identificati, ripresi, invitati a emendarsi e, se non si ravvedono, cacciati dal sacro recinto. Così agisce un vero pastore che ha a cuore la salute delle pecore e che dà la vita per loro; di mercenari ne abbiamo avuti e ne abbiamo tuttora fin troppi, per i quali il consenso dei nemici di Cristo è più importante della fedeltà alla sua Sposa”.
La trappola è scattata, in tanti ci siamo cascati, ma ciò non giustifica il perseverare nell’errore. “E se fino a Benedetto XVI – osserva Viganò – potevamo ancora immaginare che il colpo di stato del Vaticano II (che il cardinale Suenens definì il 1789 della Chiesa) avesse conosciuto un rallentamento, in questi ultimi anni anche i più ingenui tra noi hanno compreso che il silenzio, per timore di suscitare uno scisma, il tentativo di aggiustare i documenti papali in senso cattolico per rimediare alla loro voluta equivocità, gli appelli e i dubia a Francesco rimasti eloquentemente senza risposta, sono una conferma della situazione di gravissima apostasia cui sono esposti i vertici della gerarchia, mentre il popolo cristiano e il clero si sentono irrimediabilmente allontanati e considerati quasi con fastidio dall’episcopato”.
Spesso guardare in faccia le origini della malattia provoca sofferenza e pena; può nascere anche un insidioso senso di fallimento. Non di meno, occorre farlo se si vuole trovare la via della guarigione.
  
(Fonte: Aldo Maria Valli, Duc in altum, 14 giugno 2020)




sabato 13 giugno 2020

Legge anti-omofobia: cortocircuito tra Avvenire e CEI


Clamoroso dietrofront sul tema delle proposte di legge anti-omofobia: dopo la Nota della CEI molto critica sui progetti, Avvenire - giornale di proprietà della CEI - dedica una ampia intervista riparatrice al relatore di quei progetti, l'on. Alessandro Zan, per fargli spiegare la ragionevolezza delle proposte e fugare ogni timore. Una situazione paradossale che cancella qualsiasi speranza di vedere i vescovi combattere contro questo tentativo di imporre l'ideologia omosessualista cancellando la libertà d'espressione. E intanto l'agenda catto-gay avanza con il riconoscimento esplicito di atti omosessuali e unioni civili.

Qualcuno ricorda forse che al tempo del governo gialloverde, quando Avvenire contestava duramente il decreto legge su sicurezza e immigrazione, sul giornale dei vescovi sia comparsa una intervista al ministro Matteo Salvini, artefice di quel decreto, perché potesse spiegare le sue ragioni? No? Infatti, non c’è mai stata. È una più che legittima scelta editoriale: una volta maturato un giudizio chiaro e presa una linea si cerca anzitutto di darle forza con altri interventi che vanno nella stessa direzione. Benissimo, nulla da dire, è ciò che fanno tutti i giornali.
È per questo che ha molto sorpreso che ieri Avvenire riportasse in grande evidenza una intervista al deputato del Pd Alessandro Zan, relatore dei progetti di legge sull’omofobia, appena il giorno dopo aver pubblicato la Nota della Conferenza Episcopale (CEI) che criticava duramente quei progetti di legge. Peraltro, bisogna aggiungere che si tratta di una intervista fatta apposta per fare risaltare la ragionevolezza delle posizioni di chi vuole la legge e per rassicurare chi la teme. Dati i tempi, il tono e i contenuti potremmo ben definirla una intervista riparatrice. Tanto che alla fine della lettura viene da chiedersi: se stanno davvero così le cose, come è saltato in mente alla CEI di pubblicare una Nota così infondatamente critica?
Il problema è che le critiche contenute nella nota CEI non solo sono fondate, ma addirittura gravemente insufficienti, come abbiamo già scritto (clicca qui). Quindi, a che gioco stanno giocando al vertice della Conferenza Episcopale? Un giorno si pubblica un giudizio critico, il giorno dopo lo si sconfessa. Cosa c’è dietro?
In effetti, chi segue le vicende della Chiesa italiana si è piuttosto stupito della presa di posizione netta nei confronti dei progetti di legge sull’omofobia, tanto è evidente il potere che ha conquistato la lobby gay ai vertici della Chiesa stessa. Solo due settimane prima Avvenire aveva dedicato una intera pagina alla promozione del libro pro-Lgbt curato dal redattore “esperto” di Avvenire, Luciano Moia, con la prefazione del cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna che gode di grande favore a Santa Marta, e con l’introduzione dello stesso direttore di Avvenire, Marco Tarquinio (clicca qui). E Avvenire è praticamente l’unico giornale a non aver neanche citato la lettera pastorale del vescovo di Sanremo-Ventimiglia, Antonio Suetta, che già qualche giorno prima aveva lanciato l’allarme sulla legge anti-omofobia in termini ben più esaustivi rispetto a quelli della CEI.
Inoltre la Nota riguardo ai progetti di legge sull’omofobia è firmata dalla presidenza della CEI, ma il presidente, il cardinale Gualtiero Bassetti, non ha mai detto una parola – anche questo un fatto inusuale – né prima né dopo il comunicato, tanto meno su Avvenire.
Di certo possiamo dire che una presa di posizione su un tema così delicato non sarebbe stata possibile senza l’approvazione della Segreteria di Stato vaticana. Possibile che dalla Segreteria di Stato sia stata anche suggerita, nel qual caso per motivi politici: già nel caso del prolungarsi della sospensione delle messe con popolo, CEI e Segreteria di Stato erano state concordi nel protestare contro il governo, prima di essere riportati all’ordine dal Papa in persona che, in una omelia alle 7 del mattino a Santa Marta, aveva rimesso le cose a posto (per Conte).
Qualunque sia l’origine e l’iter che ha portato alla Nota della CEI, un fatto comunque è certo: la lobby catto-gay ha ripreso immediatamente il controllo della situazione e ha prodotto l’intervista riparatrice all’onorevole Zan. Chi, lietamente sorpreso dal comunicato dei vescovi, aveva gioito confidando sulla loro volontà di combattere una battaglia di libertà, temiamo resterà molto deluso. A meno di un sussulto di orgoglio da parte della presidenza CEI, avverrà quel che già è successo per le messe: la Nota critica resterà un episodio isolato, un “infortunio” senza seguito. E per salvare la faccia e l’unità della Chiesa, il cardinale Bassetti continuerà a tacere (gli viene abbastanza facile), mentre Avvenire continuerà a perorare la causa dell’onorevole Zan e del governo giallo-rosso: formalmente sarà un dialogo tra posizioni diverse, in realtà spianerà la strada alla legge sull’omofobia.
Del resto, tutti concentrati sul giudizio relativo a tali progetti di legge, c’è un aspetto che è passato inosservato e che pure è di grande importanza. Ovvero, mentre nel riportare e commentare il comunicato della CEI si argomenta contro i progetti di legge, si buttano dentro titoli e frasi che danno per assodati alcuni concetti dell’agenda Lgbt in salsa cattolica. Due su tutti: omofobia e unioni omosessuali.
Titolava in prima pagina Avvenire giovedì 11 giugno, sintetizzando la posizione della CEI: «Contro l’omofobia le norme già ci sono». E il concetto viene ripetuto tale e quale ancora due volte nei titoli di pagina 4 e 5. Ovvero, si dà per scontato e si afferma che esiste un fenomeno malvagio e ben definito che si chiama omofobia. Ma è proprio questo il punto: omofobia è un artificio linguistico, una invenzione finalizzata a imporre l’ideologia omosessualista, per chiudere la bocca a chiunque consideri gli atti omosessuali – non le persone con tendenze omosessuali, ma gli atti omosessuali – contro natura. Accettare che esista una specie di malattia sociale chiamata omofobia - peraltro mai definita oggettivamente - è già una resa alla menzogna, è già aver posto le basi per la promozione dei reati di opinione.
Seconda questione: sia nella spiegazione della Nota dei vescovi, pubblicata dal sito di Avvenire, sia nelle domande all’onorevole Zan, si capisce che la preoccupazione principale riguardo alla libertà di espressione si riferisce soprattutto alla possibilità di poter dire “l’unione civile (omosessuale) va bene ma non possiamo chiamarla famiglia”. Si chiede infatti Luciano Moia, autore di entrambi gli articoli: «Sostenere, per esempio, che le unioni omosessuali sono scelta ontologicamente e biologicamente diversa rispetto al matrimonio fondato sul matrimonio tra uomo e donna, potrebbe diventare opinione sanzionabile?». E il giorno dopo domanda all’onorevole Zan: «Affermare la verità del matrimonio fondato sull’amore tra uomo e donna, senza attribuire identica valenza alle unioni omosessuali, diventerà un reato?». Ma per poter fare una domanda del genere si dà per scontato che le unioni omosessuali siano un bene (peraltro una tesi già sostenuta da Avvenire ai tempi della legge Cirinnà). Non una vera e propria famiglia ma comunque una cosa buona. È una vera e propria promozione degli atti omosessuali, contraria al Catechismo, alle Scritture e a tutta la Tradizione. Ma buttata lì, dal giornale dei vescovi italiani, con noncuranza, come se fosse la cosa più ovvia del mondo.
Così avanza l’agenda Lgbt nella Chiesa: un passo alla volta, dando l’impressione di opporsi alla deriva, ma spingendo il limite sempre un pochino più in là. Fino a quando, senza neanche sapere come e quando è successo, i fedeli si troveranno un matrimonio omosessuale in chiesa.  

(Fonte: Riccardo Cascioli, LNBQ, 13 giugno 2020)
https://lanuovabq.it/it/legge-anti-omofobia-cortocircuito-tra-avvenire-e-cei




venerdì 12 giugno 2020

Bianchi e Bose: il vero scandalo è non averlo fermato prima


Non è ancora chiaro quali siano stati i reali problemi a portare la Santa Sede a disporre l’allontanamento di Enzo Bianchi, insieme a Goffredo Boselli e Antonella Casiraghi, dalla Comunità di Bose.
Ufficialmente si parla di tensioni con l’attuale priore, Luciano Manicardi, e con il resto della comunità, cosa che ben difficilmente giustifica una sanzione tanto pesante.
Ma è curioso che a destare tanta attenzione sia l’intervento attuale della Santa Sede, quando ci si dovrebbe piuttosto interrogare sul perché la Santa Sede non sia intervenuta ben prima riguardo alla “predicazione” di Bianchi, e le sue tesi eterodosse che hanno trovato grande accoglienza tra molti vescovi.

In realtà, qualcuno a Roma si mosse, tanto che esiste un dossier Bianchi presso la Congregazione per la Dottrina della Fede che risale al 2004.
Ma qualche importante prelato, amico del fondatore di Bose, provvide a fermare la pratica e insabbiare tutto.
In ogni caso non ci sono particolari segreti, vista l’ampia produzione letteraria di Enzo Bianchi, più volte oggetto di dura critica anche da parte de la Nuova Bussola Quotidiana. I punti da affrontare sarebbero molti, ne esaminiamo alcuni.
C’è infatti un grave problema di sostanza nelle tesi di Bianchi, soprattutto di natura ecclesiologica. «Fratello, sorella, tu provieni da una chiesa cristiana. […] tu appartieni a Cristo attraverso la chiesa che ti ha generato a lui con il battesimo. Riconoscerai perciò i loro pastori, riconoscerai i loro ministeri nella loro diversità, e cercherai sempre di essere segno di unità».
È questo il tenore della Regola di Bose, scritta appunto dal fondatore Enzo Bianchi, il cui significato, già intuibile, si svela con più chiarezza alla luce dell’affermazione presente nel libro La comunità monastica di Bose: «Solo la chiesa universale nella sua completezza storica può esprimere la totalità degli appelli contenuti in esso [Vangelo, n.d.a.]».

La non meglio specificata “chiesa universale” pare essere l’orizzonte verso cui tendere, e che, in qualche modo, la Comunità di Bose si appresta già a realizzare: una chiesa più ampia di quella cattolica, nella quale ognuno resta “fedele” alla propria chiesa o comunità da cui proviene e della quale riconosce i ministeri e i pastori.
Tant’è vero che, sempre nella regola di Bose, si raccomanda che «all’interno della comunità è bene che ci siano anche fratelli pastori o preti: non solo perché assicurano il ministero sacramentale alla comunità, ma anche perché sono il tramite tra la comunità e le chiese».
Queste indicazioni si pongono in palese contrasto con quanto la fede cattolica insegna, come appare chiaramente nella dichiarazione della Congregazione per la Dottrina della Fede Mysterium ecclesiae (1973), n. 1, ripresa dalla Dominus Iesus (2000), al n. 16: «Non possono, quindi, i fedeli immaginarsi la Chiesa di Cristo come la somma differenziata ed in qualche modo unitaria insieme – delle Chiese e Comunità ecclesiali; né hanno facoltà di pensare che la Chiesa di Cristo oggi non esista più in alcun luogo e che, perciò, debba esser soltanto oggetto di ricerca da parte di tutte le Chiese e comunità».
Da parte sua invece, nel libro Ricominciare nell’anima, nella chiesa, nel mondo, del 1999, Bianchi sostiene proprio il contrario: «Si ignora che ogni tradizione è limitata e parziale e che solo tutti insieme è possibile giungere alla piena verità».
Ci troviamo di fronte, quindi, ad un problema fondamentale relativo all’unicità e unità della Chiesa di Cristo, elementi che sono strettamente «in connessione con l’unicità e l’universalità della mediazione salvifica di Gesù Cristo» (DI, 16); perciò «deve essere fermamente creduta come verità di fede cattolica l’unicità della Chiesa da lui fondata» e che «questa Chiesa, costituita e organizzata in questo mondo come società, sussiste [subsistit in] nella Chiesa Cattolica, governata dal Successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui» (Ibi).
Gli elementi di verità e santificazione presenti nella chiese e comunità cristiane spingono, per loro natura, verso questa unità: verità, questa, che si può verificare, per esempio, nella storia delle molti conversioni dal protestantesimo e dall’anglicanesimo.
Se questi elementi indirizzano ed attraggono verso l’unica Chiesa di Cristo, che è quella cattolica, Enzo Bianchi frena e vanifica questa spinta, da un lato raccomandando di restare fedeli alla propria chiesa e dall’altro rinviando ad una chiesa universale più ampia della Chiesa cattolica, che nella sua “predicazione” sui giornaloni, l’ex-priore non manca mai di criticare con particolare zelo.

Anzi, secondo lui, l’autentica evangelizzazione «richiede vigilanza contro ogni tentazione di ispessire (per far apparire) la mediazione ecclesiale […] Solo così eviterà di destare sospetti quasi tendesse all’aggregazione ecclesiastica più che all’incontro dell’uomo con Dio nella conversione e nella fede».
Enzo Bianchi parla della Chiesa cattolica come di un’associazione un po’ ingombrante che vuol fare proseliti tutti per sé, dimenticando che la mediazione ecclesiale non solo è voluta esplicitamente dal Signore, ma è l’espressione reale della stessa mediazione di Cristo, il prolungamento della sua Incarnazione, come spiega con estrema chiarezza DI, 16: «Il Signore Gesù, unico Salvatore, non stabilì una semplice comunità di discepoli, ma costituì la Chiesa come mistero salvifico: Egli stesso è nella Chiesa e la Chiesa è in Lui; perciò, la pienezza del mistero salvifico di Cristo appartiene anche alla Chiesa, inseparabilmente unita al suo Signore. Gesù Cristo, infatti, continua la sua presenza e la sua opera di salvezza nella Chiesa ed attraverso la Chiesa, che è suo Corpo. E così come il capo e le membra di un corpo vivo pur non identificandosi sono inseparabili, Cristo e la Chiesa non possono essere confusi ma neanche separati, e costituiscono un unico “Cristo totale”».
Sempre di natura ecclesiologica è anche la divaricazione, che di fatto diviene un dualismo, tra Chiesa cattolica e Regno di Dio.
Nel già citato libro Ricominciare, Bianchi scriveva che «la chiesa non è il Regno» e via tutta una lista di come fratel Enzo vorrebbe la “sua” chiesa.
Invece Lumen gentium, n. 5, insegna che la Chiesa militante costituisce su questa terra il «germe e l’inizio del Regno», che si esprime pienamente nella Chiesa trionfante.
Non sono due chiese, ma la stessa Chiesa che è il Regno di Dio, sebbene solo incipiente su questa terra e compiuto nell’eternità. DI, al n. 18, riprende il Concilio, insegnando che la Chiesa cattolica «è dunque “il regno di Cristo già presente in mistero”, costituendone perciò il germe e l’inizio. Il Regno di Dio ha infatti una dimensione escatologica: è una realtà presente nel tempo, ma la sua piena realizzazione arriverà soltanto col finire o compimento della storia».

Va da sé che con questo impianto ecclesiologico, l’ecumenismo di Enzo Bianchi non può che risultare coerentemente inaccettabile. In Monachesimo ed ecumenismo, egli ritiene che è proprio del monachesimo “alla Bose” affrettare la “vera unità”, ma non attraverso la testimonianza di una tradizione vissuta, pregata, comunicata, bensì mediante il superamento delle specificità confessionali, inclusa ovviamente quella cattolica: «spogliarsi delle ricchezze confessionali non essenziali alla sequela di Cristo» è la via da seguire per tornare ad un Vangelo sine glossa capace di condurre all’auspicata chiesa universale.
E’ questo l’ovvio corollario dell’impossibilità di rintracciare la vera Chiesa di Cristo su questa terra.
Sarebbe dunque auspicabile che l’allontanamento di Bianchi dalla Comunità di Bose sia solo il primo passo verso un’opera di bonifica dalle paludi insalubri che egli ha contribuito a creare nel mondo cristiano.
Che si possa andare a Cristo a prescindere dalla Chiesa cattolica; che quest’ultima sia un’espressione parziale e da superare della Chiesa voluta da Cristo; che il Regno di Dio sia qualcosa semplicemente da attendere o da costruire con i nostri sforzi; tutte queste idee sono ormai “patrimonio” del sentire comune all’interno delle nostre parrocchie ed associazioni.
Che anche queste idee vengano allontanate al più presto dalla comunità ecclesiale, come l’ex-priore dalla comunità di Bose.


(Fonte: Luisella Scrosati, LNBQ, 3 giugno 2020)
https://lanuovabq.it/it/bianchi-e-bose-il-vero-scandalo-e-non-averlo-fermato-prima