venerdì 27 settembre 2019

Cara Greta, non ti ho rubato proprio niente


«Come osate, avete rubato i miei sogni e la mia infanzia, io non vi perdono», 
ha tuonato ieri l'altro la giovane ecoattivista Greta rivolta ai grandi del mondo, riuniti all' assemblea dell'Onu, perché a suo dire «siamo all'inizio di un'estinzione di massa».
In effetti non siamo messi bene, ma tutti gli studi provano che siamo messi molto meglio del passato e che il futuro che ci attende è meglio di quanto si possa pensare.
Qualche esempio. Un milione e ottocentomila bambini muoiono ogni anno nei paesi in via di sviluppo, a causa della diarrea da acqua insalubre e da condizioni igieniche inadeguate. Non è una strage del progresso, è il suo opposto, cioè parliamo di persone ancora non toccate dal progresso, dalle tecnologie, impossibilitate a raggiungere gli ospedali più vicini per mancanza di strade, di auto, di aerei, in sintesi di tutto ciò che Greta vorrebbe mettere all'indice con la sua retorica da professorina.
Ciò nonostante le generazioni che Greta «non perdona» qualcosa hanno fatto. La mortalità infantile in quegli stessi paesi nel 1980 era del 20 per cento, oggi è pressoché dimezzata e la percentuale di persone denutrite dal 1970 a oggi è scesa dal 35 al 15 per cento, prova che è il progresso, con la sua sempre maggiore mobilità di persone e merci che può togliere l'uomo dal degrado ed evitare le catastrofi. Oggi - come documenta una ricerca pubblicata in America da Peter Diamandis - un guerriero masai con un cellulare dispone della stessa connettività con il resto del mondo che il presidente degli Stati Uniti aveva solo pochi anni fa, nel 2005.
Il progresso inquina? Certo, ma le nostre generazioni sono state capaci di passare dal fuoco al carbone ai pannelli solari in cent'anni, dai calessi alle auto a gasolio a quelle elettriche in cinquanta attraverso errori non evitabili. Thomas Edison raccontò di avere inventato la lampadina dopo avere fallito mille volte di fila. E, accusato di questo, rispose: «Io non ho fallito, ho solo scoperto mille modi che non funzionano».
I predecessori di Greta non sono stati - non siamo stati, parlo della mia generazione - «ladri di sogni» ma sognatori che hanno combattuto - e in buona parte sconfitto - la malvagità degli uomini e migliorato il mondo, in una corsa a tappe tuttora in corso. Non sarà Greta a rubarci questi meriti e vediamo se i gretini saranno altrettanto capaci. Occhio, che per farlo più che manifestare serve studiare.

(Fonte: Alessandro Sallusti, Il giornale, 25 settembre 2019)
http://www.ilgiornale.it/news/cronache/cara-greta-non-ti-ho-rubato-proprio-niente-1758423.html


CI RUBIAMO IL FUTURO!
"Ci avete rubato il futuro"... Bella scoperta!
In 40 anni ho visto sfasciarsi le famiglie, spesso causando gravissimi dolori ai figli, e accettare questo sfascio come normale, come evoluzione dei tempi.
Ho visto milioni e milioni di aborti, la soppressione di esseri umani che non avranno un futuro, e ho visto trasformare un omicidio in un diritto.
Ho visto creare la vita artificialmente, in laboratorio, eliminando embrioni umani prodotti anch'essi, ma "soprannumerari".
Ho visto nascere banche del seme umano, facendo soldi sui desideri impossibili della gente.
Ho visto sperimentazioni condotte sugli embrioni umani, senza alcun rispetto per dei potenziali esseri viventi.
Ho visto medici trasformarsi da datori di vita in datori di morte e benedire come pietosa la morte procurata a un malato.
Ho visto donne che "affittano" il proprio utero, ho visto nascere un nuovo mestiere e un nuovo business che calpesta ogni logica naturale.
Ho visto creare in laboratorio e svilupparsi droghe sempre più sofisticate, sempre più disponibili.. Le ho viste, insieme all'alcol. distruggere la vita e la speranza dei giovani in nome di uno sballo proposto come affascinante.
Ho visto tante cose già accadute, che tutti accettano come normali, ma che sono innaturali e che distruggono il futuro degli uomini.
Ma contro tutto questo non si fanno manifestazioni, non si grida, non si piange, non ci si sdegna nemmeno più. Anzi, si può benissimo andare a gridare che ci rubano il futuro senza neanche ammettere che il futuro ci è stato già rubato. Che noi stessi ci rubiamo il futuro da soli, perché siamo d'accordo con molte delle aberrazioni che ho elencato sopra.
È precisamente questo che oggi mi disgusta!


(Gianluca Zappa, Postato su FB il 27 settembre 2019)




martedì 17 settembre 2019

Nuovo umanesimo, il Cristianesimo svuotato di Cristo


Il progetto di Nuovo Umanesimo di Morin prevede di togliere dal Cristianesimo l’affermazione che Gesù Cristo è l’unico Salvatore dell’uomo, che c’è un’unica Chiesa, che esiste un’unica Rivelazione. 
Così avremo una religione che potrà inserirsi nel magnifico mondo degli uomini che si riconoscono nell’unico orizzonte della Terra-casa comune. L’universalismo autenticamente cristiano cede così il passo alla creazione di un mondo nuovo e un uomo nuovo senza Cristo.

Nuovo umanesimo: è l’espressione che da più giorni si trova sulla bocca e sulla penna di numerosi intellettuali, giornalisti o tuttologi di professione. A dare il La è stato il discorso del premier incaricato Giuseppe Conte, che aveva racchiuso in quell’espressione – e non una sola volta – niente meno che l’«orizzonte ideale per il Paese», la nostra bella e tormentata Italia. La formula, entusiasmante per molti, è suonata sinistra ad altre orecchie più attente, come quelle di Padre Livio Fanzaga di Radio Maria, che ha identificato nel nucleo essenziale del nuovo umanesimo, articolato dal filosofo francese Edgar Morin, un progetto per costruire un mondo nuovo, un uomo nuovo senza Cristo. 
E’ curioso notare che proprio Morin era stato ricevuto in udienza da papa Francesco lo scorso 27 giugno; il giorno precedente aveva potuto tenere una conferenza a Villa Bonaparte, alla presenza dell’Ambasciatrice francese presso la santa Sede, Mme Élisabeth Beton-Delègue, e ai membri del Corpo diplomatico e della Curia romana. Tema? La convergenza del proprio pensiero con quello dell’attuale Pontefice. 
Guarda caso, circa due mesi dopo quest’incontro, abbiamo avuto prima il discorso di Conte e poi, il 12 settembre, Francesco ha riproposto un “nuovo umanesimo” con un videomessaggio, per lanciare un Patto Educativo planetario. Un testo, quello letto dal Pontefice, che sembra scritto dallo stesso Morin, talmente tornano e ritornano temi a lui cari: l’idea centrale della Terra come casa comune di tutti gli uomini, la denuncia della frammentazione della vita sociale e della conoscenza, l’importanza di un cammino educativo per formare l’uomo nuovo, che esca dalla falsa razionalità, astratta, settoriale, dominatrice, per giungere ad una razionalità superiore, integrata, aperta e dialogica. 
A prima vista, la proposta di Morin potrebbe sembrare armonizzabile con la nota esortazione di Benedetto XVI ad allargare gli orizzonti della razionalità; ed in effetti in più punti l’analisi di Morin è anche condivisibile. C’è un però, che per un cristiano non è un dettaglio di poco conto. Quel Papa che voleva una ragione più aperta alla realtà nella sua totalità, e dunque anche alla trascendenza, è lo stesso Papa che metteva in guardia dalle «profonde divergenze che esistono tra l’umanesimo ateo e l’umanesimo cristiano; un’antitesi che attraversa tutta quanta la storia, ma che alla fine del secondo millennio, con il nichilismo contemporaneo, è giunta ad un punto cruciale» (Angelus, 9 agosto 2009). Dove per umanesimo ateo non si deve pensare ad un umanesimo che nega esplicitamente Dio, che combatte le religioni, ma un umanesimo che erige «la libertà quale unico principio dell’uomo, in alternativa a Dio», trasformando così «l’uomo in un dio». Dentro questo progetto anche le religioni sono le benvenute, purché accettino di relativizzare la propria presunta assolutezza; anche Dio è ben accolto, purché si sieda tra gli invitati al convito di questa nuova umanità solidale e non pretenda di essere lo Sposo che chiama alle nozze e che addirittura decide di lasciar fuori chi non ha l’abito nuziale.
Ed in effetti la prospettiva di Morin è proprio questa; la farfalla del nuovo mondo che potrà nascere dall’attuale bruco (immagine cara a Morin), attraverso un’improbabile, ma possibile metamorfosi, farà bene a non sbarazzarsi di Dio, perché altrimenti «si creeranno sempre altri miti per rimpiazzarlo», secondo quanto dichiarato in un’intervista del 2012 a Le Monde (vedi qui). Quello che è importante è «prendere coscienza di questo universo noologico, della sua forza, della sua energia. Un mito non sa di essere un mito, pensa di essere la realtà». Bisogna perciò prendere coscienza che le forme religiose sono miti, creazioni del pensiero e delle aspirazioni dell’uomo, e perciò rispettabili, purché ci mettiamo a «dialogare con questi miti, dicendogli: “Non chiedermi troppo, non essere dispotico...”. Noi stessi possiamo domandare loro, mentre li conserviamo, di non soffocarci».
In un confronto con Tariq Ramadan, Morin si era domandato come mai due religioni, come l’Islam e il Cristianesimo che, secondo lui, avrebbero lo stesso Dio, si trovano in conflitto reciproco. «L’universalismo del messaggio di Cristo è la fratellanza, è la comprensione e la compassione, è il dio misericordioso capace di perdono. Dov’è il male? Nella follia dell’assoluto e della verità, nella fine della speranza». Chiaro? La pretesa di assolutezza, di verità è la ragione del contrasto (esattamente il contrario di quanto insegnava Benedetto XVI); togliete dal Cristianesimo l’affermazione che Gesù Cristo è l’unico Salvatore dell’uomo, che c’è un’unica Chiesa, che esiste un’unica Rivelazione, etc. e finalmente avremo una religione che potrà inserirsi nel magnifico mondo degli uomini che si riconoscono nell’unico orizzonte della Terra-casa comune.
Non dobbiamo essere così ingenui da pensare che Morin si limiti a vaticinare o auspicare qualche pio desiderio, davanti ad una tazza di tè e dei biscotti. L’anziano intellettuale francese non viene portato in giro per il mondo a parlare di complessità e metamorfosi per semplice erudizione; questa realizzazione di un mondo nuovo, attraverso una nuova educazione planetaria (è a questo tema che egli ha dedicato le due maggiori opere pedagogiche La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero e I sette saperi necessari all’educazione del futuro), DEVE avvenire e necessita, per questo scopo, di un governo. Scriveva piuttosto sfacciatamente Morin nel 2002 (Èmergence de la société-monde, «MAUSS», 2002): «Un governo democratico mondiale, oggi, è fuori portata; tuttavia le società democratiche si preparano con mezzi non democratici, vale a dire con riforme imposte». Chiaro, no? La difficoltà della creazione di questo governo mondiale è poi sotto gli occhi di tutti: «L'esempio dell’Europa ci mostra la lentezza di un cammino che esige il consenso di tutti i partner». Accidenti. La soluzione è però presto detta: «Ci vorrebbe un aumento improvviso e terribile di pericoli, l’avvento di una catastrofe per costituire l’elettrochoc necessario alla presa di coscienza e alla presa di decisioni. Attraverso regressione, dislocazione, caos, disastri, la Terra-Patria potrebbe nascere da un civismo planetario, da un’emergenza di società civile planetaria, da una amplificazione delle Nazioni Unite, che non si sostituisca alle patrie, ma le comprenda» (in Oltre l’abisso, 52). Detto in altre parole: le nuove generazioni dovranno essere rieducate, ma per vincere ogni resistenza è necessario accelerare il processo, generando l’ansia della catastrofe, economica, ambientale, sociale o magari anche provocandola. Così sarà più facile che il mondo invochi la venuta di un redentore, che salvi l’uomo non dal peccato (quello non è contemplato come problema), ma dalla fame, dalla guerra, dal riscaldamento globale, dalla malattia. Reali o propagandati: poco importa.
Si tratta evidentemente di un progetto anticristico, verso la cui realizzazione ci stiamo muovendo a grandi passi. L’incontro annunciato da papa Francesco per il 14 maggio del 2020 intende entrare in questa cornice? Certo è che il richiamo del Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, sottoscritto lo scorso 4 febbraio ad Abu Dhabi, sembra quanto di più idoneo a soddisfare il progetto di Morin, soprattutto la contestatissima affermazione – lasciata così com’è, al suo posto – secondo la quale «il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani». L’universalismo autenticamente cristiano cede così il passo alla creazione di un mondo nuovo e un uomo nuovo senza Cristo; ed il venturo Sinodo sull’Amazzonia ha già rivelato nel suo Instrumentum Laboris un ideale piuttosto inquietante, magnificando le religioni naturali, senza dogmi e senza assoluti (ricordiamo, en passant, che per Morin le religioni politeiste sono migliori perché più tolleranti ed umane) e l’armonia con la Madre-Terra.
In poco più di un secolo siamo passati dal rilancio dell’ideale di san Paolo instaurare omnia in Christo, da parte di san Pio X, all’ideale di un mondo dove Dio non c’è e, se mai dovesse esserci, è pregato di contribuire alla causa della casa-comune, secondo le regole che noi ci siamo dati. Il mondo è pronto per salutare la venuta di colui che porterà pace e prosperità a prezzo dell’apostasia?


(Fonte: Luisella Scrosati, La NBQ, Editoriale del 16 settembre 2019)
http://lanuovabq.it/it/nuovo-umanesimo-il-cristianesimo-svuotato-di-cristo




martedì 23 luglio 2019

Se anche alle claustrali "non basta più pregare"


A parte i soliti luoghi comuni e la disinformazione su cui si basa, la lettera-appello di decine di monasteri di clarisse e carmelitane scalze a favore dell'accoglienza di tutti gli immigrati, rivela una disistima verso la preghiera, che pure dovrebbe essere il fondamento della vita contemplativa. Un pericolo per tutti i cattolici.

Nel 1972 usciva anche in Italia un film cileno, “Non basta più pregare”: la storia di un prete che, confrontandosi con situazioni pesanti di povertà e ingiustizia sociale, cerca prima di realizzare opere sociali per risolvere i problemi, per poi passare all’attivismo politico e infine alla rivoluzione. Era l’esaltazione della parabola di un certo cattolicesimo latino-americano, quello da cui nasce la “teologia della liberazione”, e che sembra oggi rinascere qui da noi, sull’onda dell’isteria immigrazionista che ha colpito una parte importante del mondo cattolico.
Quel film torna in mente rileggendo la lettera che diversi monasteri di clarisse e carmelitane scalze hanno inviato al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, spinte dalla «preoccupazione per il diffondersi in Italia di sentimenti di intolleranza, rifiuto e violenta discriminazione nei confronti dei migranti e rifugiati che cercano nelle nostre terre accoglienza e protezione».
Di questa lettera e successive adesioni non colpisce tanto il mettere insieme una serie di luoghi comuni su ponti e muri, che è ormai diventata una consuetudine; neanche sorprende la confusione che si fa tra rifugiati e migranti, tra chi è già inserito regolarmente in Italia e chi cerca di entrarvi irregolarmente, oppure la descrizione stereotipata di profili e sentimenti di chi tenta di arrivare sui barconi (se nei conventi leggono “Avvenire” la disinformazione è l’ovvia conseguenza); non sorprende neanche l’ignorare appelli e opere dei vescovi africani per impedire l’emigrazione dei giovani attratti da illusorie promesse: come sopra, sono notizie che sul giornale dei vescovi italiani non trovano spazio.
Quello che invece colpisce è il pensiero che soggiace a tutto l’appello, all’insegna – appunto – del “non basta più pregare”, affermato da suore che sono state chiamate alla vita contemplativa. Cosa possono fare i monasteri, si chiedono. E la risposta è il desiderio e, in alcuni casi, la realizzazione di trasformare i monasteri in centri di accoglienza. Parliamo, lo ripeto, di religiose contemplative, non di suore già impegnate in qualche opera di carità.
Colpisce soprattutto la perentorietà di questa frase: «Desideriamo dissociarci da ogni forma di utilizzo della fede cristiana che non si traduca in carità e servizio». A parte la facile strumentalizzazione politica a cui si presta, si tratta di una affermazione che tradisce la disistima della propria vocazione a una vita di preghiera. Certamente è in sintonia con il processo avviato con la riforma degli istituti di vita consacrata, all’insegna del “meno preghiera, più aiuti ai poveri”, ma ciononostante fa impressione vedere così tanti monasteri di clausura sottostimare la forza della preghiera come vero motore della storia.
C’è sotto una concezione disincarnata della preghiera, come se fosse un sottrarsi alle vicende di questo mondo invece che una più profonda comprensione della realtà. Sembra quasi che le monache debbano scusarsi per vivere chiuse in un monastero, e giustificare la loro esistenza esibendo una immacolata coscienza sociale. C’è una concezione del cristianesimo tutta orizzontale, come se Cristo fosse venuto per risolvere i problemi di questo mondo e non a salvarci dal peccato.
Non è un problema che riguarda solo la loro vocazione, riguarda tutti noi. Perché chiunque si trovi a doversi sporcare le mani con il mondo, finora sapeva di poter contare sulla forza che emana dai monasteri di clausura, un corpo speciale esperto in quell’arma potente in grado perfino di fermare le guerre. Ora invece dobbiamo fare i conti con il venir meno di una parte di questo esercito, che ha deciso che “non basta più pregare”. Davanti a questo pericolo mortale, si comprendono meglio anche i tanti messaggi della Madonna nelle sue apparizioni, quando invita tutti costantemente a pregare, pregare, pregare. Non c’è soltanto il Nemico di fronte, c’è anche da supplire a chi sta disertando nelle nostre fila.

(Fonte: Ricardo Cascioli, LNBQ, 23 luglio 2019)
http://lanuovabq.it/it/se-anche-alle-claustrali-non-basta-piu-pregare


lunedì 17 giugno 2019

Lezioncina di Ravasi sul rosario di Salvini. E scorda la papessa Rihanna


Il cardinale Ravasi torna sul Rosario di Salvini ed è lapidario: «Non ci si salva ostentando croci e simboli religiosi. Gesù li chiamava ipocriti». Chissà se si riferiva anche al MetGala 2018 da lui sostenuto e promosso in cui sfilarono vestite da papesse le star hollywoodiane…

Il cardinale Gianfranco Ravasi ha rilasciato una intervista domenicale al Corriere della Sera nel corso della quale non si capisce bene per quale motivo è stata fatta, dato che ha spaziato davvero su tutto, dalla Brianza all’eternità. Alcuni passaggi non sarebbero neanche male, ad esempio la differenza tra il cristianesimo del Dio incarnato e l’Islam che è come una pozzanghera, in grado cioè di riflettere l’immagine del sole e niente più. Non poteva mancare però una domanda sul Rosario di Salvini. Sembra che un vescovo o un cardinale non possano passare l’esame di educazione civica se non gli si fa prima una domanda sull’evento politico mediatico dell’anno.
Geniale è come si è arrivati alla fatidica domanda sui rosari, partendo da Giobbe, che accosta Dio ad un arciere sadico a Ravasi che intima: «Cristo perdona tutte le colpe, ma non sopporta le ipocrisie». In mezzo c’erano le domande volè di Aldo Cazzullo: «Che cosa se ne deduce?». Risposta: «Che agitare il Vangelo, ostentare il rosario, baciare il crocefisso non fa di te necessariamente un credente». 
Alla domanda se Salvini sbaglia, Ravasi risponde: «Sono segni che di per sé non rappresentano l’autenticità del credere. Cristo perdona tutte le colpe, ma non sopporta le ipocrisie. Non è il gesto rituale che salva, altrimenti è rito magico. Magia». 
Ravasi si unisce così alla schiera degli ecclesiastici di rango che hanno attaccato frontalmente il gesto di Salvini. 
Curioso davvero. Curioso che un vescovo cardinale che ha definito i massoni «cari fratelli», disposto a dialogare con tutti, sia così duro e poco misericordioso con un politico che agita un Rosario e si permette di affidarsi al Cuore immacolato di Maria. 
Curioso davvero che Ravasi sia in possesso di uno screening di coscienza e escluda d’imperio una sola persona dalla salvezza mentre vi accolga tutti gli altri. Ha forse un filo diretto col Padreterno per sapere che chi agita i Rosari non si salverà? Ma non si era detto “chi sono io per giudicare?”. 
Sicuramente avrà anche ragione nel dire che non ci si salva solo con i gesti esteriori, le ostentazioni e le ipocrisie. Ma anzi, sicuramente ha ragione da vendere sua eminenza. Quando parla di ipocrisia ad esempio, di ostentazione, di manifestazioni esteriori, forse Ravasi si riferiva anche a quella nota parata di star hollywoodiane, da Rihanna a Miley Cirus, da Luis Veronica Ciccone in arte Madonna a Sarah Jessica Parker per il MetGala 2018: sfilarono per pubblicizzare la mostra di paramenti sacri provenienti dalla collezione personale del sommo pontefice mostrando e ostentando crocifissi e immagini sacre di ogni tipo. Papesse, conturbanti total black con croci in trasparenza, rosso della passione accostato ai rosari. 
Ebbene: a tenere a battesimo a quell’evento, tanto da dare il via libera al prestito delle opere e a scrivere la prefazione del catalogo, c’era proprio lui: il prefetto della Cultura Ravasi, il quale, scherzando con Donatella Versace che si complimentava per il suo rosso cardinalizio, la invitava a vederlo con indosso il viola vescovile. Chicche di fine impero, dell’ostentazione di chi mostra i simboli della fede per eventi modani. Il tutto possibile solo su interessamento proprio di Ravasi. Com’è che li chiama Gesù? Ipocriti? Suvvia, com’è severo su se stesso, sua eminenza…

(Fonte: Andrea Zambrano, LNBQ, 17 giugno 2019)
http://www.lanuovabq.it/it/rosari-lezioncina-di-ravasi-e-scorda-la-papessa-rihanna


Radio Radicale, la solita truffa ideologica


Come era prevedibile alla fine i fondi statali per Radio Radicale sono arrivati, grazie anche ai voti della Lega e con il plauso di molti cattolici che contano. Una scelta scriteriata che premia il parassitismo e la cultura della morte. Ed Emma Bonino presenta subito il conto alla Chiesa.

Come volevasi dimostrare alla fine arriva sempre la manina che salva l’elargizione di soldi pubblici a Radio Radicale. Quanto successo giovedì scorso alle Commissioni Bilancio e Finanze della Camera non sorprende perciò più di tanto: la Lega ha votato insieme alle opposizioni (incluse Fratelli d’Italia e Forza Italia) a favore di un emendamento proposto dal Pd che concede altri 7 milioni a Radio Radicale, 3 per il 2019 e 4 per il 2020. Certo, non sono più soldi per la convenzione relativa alla trasmissione delle sedute parlamentari, per cui si dovrà procedere a un regolare bando (dopo 25 anni!), ma è pur sempre un escamotage per continuare a finanziare l’organo della Lista Pannella. Si tratta di fondi devoluti per la digitalizzazione dell’archivio di Radio Radicale, che pare essere una sorta di tesoro della Repubblica, dal modo in cui ne parlano i politici che in qualche modo devono giustificare questa decisione.
Già alcune settimane fa, Stefano Fontana ha spiegato molto chiaramente ai nostri lettori (clicca qui) perché nel caso di Radio Radicale non si possa parlare di servizio pubblico e tanto meno di sussidiarietà e perché quindi questo finanziamento, fatto con i soldi dei contribuenti, sia del tutto ingiustificato. Invitiamo perciò a rileggere quell’articolo, soprattutto per quei tanti cattolici che in questo periodo si sono sbattuti per sostenere Radio Radicale.
Qui però vogliamo mettere in risalto due aspetti della vicenda che colpiscono. Il primo: abbiamo visto che la Lega di Matteo Salvini è capace di votare contro il governo, incurante delle conseguenze, se ritiene la materia importante. Ce ne rallegriamo. Evidentemente i soldi a Radio Radicale sono una materia importante per la Lega – anche se ci sfugge il motivo -, vedremo quindi prossimamente se, su temi come vita e famiglia, dimostrerà la stessa determinazione.
Il secondo aspetto è l’insistenza di cattolici ed esponenti del centro-destra nel difendere il finanziamento statale a Radio Radicale con il fatto che questa emittente dà conto delle posizioni di tutti: «È possibile seguire i nostri convegni, i nostri congressi – abbiamo sentito tante volte in questi giorni – solo grazie a Radio Radicale». Pare di capire dunque che i contribuenti dovrebbero essere felici di pagare questa emittente non solo per la possibilità di seguire le sedute del Parlamento (chissà quanti italiani poi sono davvero interessati a questa trasmissione) ma anche perché possiamo farci una playlist con l’intervento di Silvio Berlusconi alla Convention di Forza Italia del 1998 ad Assago, le performance di Matteo Renzi alla Leopolda, perfino il discorso con cui Massimo Fini scioglie Alleanza Nazionale nel 2009, confluendo nel Popolo delle Libertà. E chissà quanto altro ancora.
L’argomento è davvero curioso: perché un cittadino dovrebbe trovare giusto pagare un contributo affinché un soggetto privato – di cui non gli importa nulla - possa avere registrate le proprie conferenze e congressi su una radio che non ha alcuna intenzione di ascoltare? Certo, anche noi della Nuova BQ – che non viviamo di finanziamenti pubblici ma solo con il sostegno dei nostri lettori - troveremmo estremamente comodo che le conferenze che organizziamo fossero tutte registrate a spese del contribuente anziché nostre. Ma sarebbe giusto? Noi diciamo di no, non sarebbe servizio pubblico ma solo una forma di parassitismo, per non dire peggio.
L’altro aspetto che si trascura totalmente quando si propone questo argomento è il vero scopo di Radio Radicale. Ammettiamo anche che appartenga alla cultura radicale dare voce a tutti, ma l’obiettivo vero è portare avanti le proprie battaglie che, come sappiamo, promuovono la cultura della morte e puntano diritto alla demolizione della presenza cattolica in Italia. Cioè Radio Radicale non nasce per trasmettere esclusivamente le sedute parlamentari e le idee di tutti, ma per combattere le proprie battaglie e modellare la società secondo la propria ideologia, in cui è compreso anche far ascoltare il pensiero degli altri. C’è una bella differenza: in pratica da 25 anni, con la scusa di un presunto servizio pubblico, lo Stato finanzia le campagne ideologiche anti-vita e anti-famiglia di una radio-partito, con il plauso di gran parte del mondo cattolico, almeno di quello che conta. Come si può isolare un fattore, ignorando totalmente il contesto in cui è inserito? Ma allora allo stesso modo non si dovrebbe avere nulla da ridire se domani tale servizio dovesse essere garantito da, diciamo, Al Jazeera, che sostiene il fondamentalismo islamico; oppure da una improbabile Radio Corleone International, una copertura per la promozione della cultura mafiosa.
Ironia della sorte, i cattolici di cui sopra non hanno fatto in tempo a festeggiare il successo per i fondi a Radio Radicale che subito Emma Bonino – insieme ad altri parlamentari - ha presentato una mozione per: abolire l’ora di religione cattolica nelle scuole, rivedere i criteri di distribuzione dell’8xMille (per togliere fondi alle Chiesa cattolica), rivedere le norme sull’Imu degli immobili della Chiesa, recuperare l’Ici non pagata dalla Chiesa negli anni passati.
Ecco, questo è uno dei rarissimi casi in cui i radicali ci provocano un moto di simpatia.

(Fonte: Riccardo Cascioli, LNBQ, 17 giugno 2019)
http://www.lanuovabq.it/it/radio-radicale-la-solita-truffa-ideologica



martedì 11 giugno 2019

Il problema è teologico: i vescovi non stanno col popolo


L’osservatore, anche distratto, nota che i vescovi italiani fanno politica e la fanno a senso unico. Lo avevamo riscontrato durante la campagna elettorale per le elezioni europee e lo abbiamo nuovamente sperimentato in occasione della recente tornata amministrativa conclusasi con i ballottaggi di domenica scorsa. 
La cosa è molto evidente. Prendiamo due argomenti politici di attualità come la disciplina degli ingressi degli immigrati e il riconoscimento dei diritti LGBT. Il primo punto è espressivo della politica della Lega, il secondo è portato avanti soprattutto dal Partito Democratico, tanto che il segretario Zingaretti ha subito aderito al “mese del pride”, durante il quale si sono tenuti cortei in molte città italiane.
Ora, nel periodo delle elezioni amministrative, i vescovi sono intervenuti in gran numero e con grande forza sul primo tema, mentre non sono intervenuti per niente sul secondo. Si può pensare che, così facendo, fossero ignari della ricaduta politica dei loro interventi? I vescovi del Lazio hanno fatto leggere in tutte le chiese, durante le sante Messe domenicali, un lungo documento nel quale contestavano direttamente la politica del governo in carica sulle immigrazioni. Sullo svolgimento dei gay pride non è stata detta nessuna parola. Durante questi pride non si sono viste solo oscenità e strumentalizzazioni di bambini, ma anche si è assistito a bestemmie, a orrendi scimmiottamenti delle preghiere cristiane, a profanazioni e a insulti alla Madonna. Inoltre sfilavano gruppi di “Cristiani LGBT in cammino” senza che qualche precisazione ecclesiastica qualificasse la cosa. 
A ridosso della domenica del ballottaggio, poi, Repubblica ha pubblicato una lunga intervista al presidente della CEI, il cardinale Gualtiero Bassetti. Centro culminante dell’intervista è stata la frase: “La Lega non riuscirà a dividere il popolo italiano dal Papa”, con la quale anche il Papa è stato politicizzato. Ma perché, ci si chiede, gli unici due argomenti adoperati dall’episcopato sono sempre l’accoglienza indiscriminata degli immigrati e il rosario agitato in piazza da Salvini?   
In Italia non c’è un bipolarismo chiaramente politico, ma se ne sta profilando un altro di tipo valoriale: da una parte le élite borghesi, i fautori dei nuovi diritti compresa l’eutanasia, i sostenitori di un europeismo ad oltranza, i globalisti contrari alle nazioni e ai popoli, i paggi del pensiero unico. Dall’altra le classi popolari, chi respinge il disordine dei nuovi diritti e difende vita e famiglia, i critici di un’Europa oppressiva, i difensori dei popoli contro la società globale spersonalizzata. Da tempo i vescovi ci danno continue prove che stanno da una parte, la prima.
Fin qui la constatazione dei fatti. Proviamo ora a chiederci perché questo avvenga. Quando un atteggiamento è sistematicamente ripetuto, come in questo caso, significa che esso risponde ad una forma mentis consolidata e non a cause accidentali. Qualcuno sostiene che sotto potrebbero anche esserci degli interessi materiali. Potrà essere o non essere, ma a mio avviso i motivi fondamentali sono teologici.
É da molto tempo che la nuova teologia sostiene che il cristianesimo deve esprimersi in forme politiche e con linguaggio politico. Nella “società secolare” di Harvey Fox, un linguaggio religioso – si diceva già negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso – sarebbe incomprensibile. Ecco perché il teologo tedesco J.B. Metz parlava di “teologia politica” come del linguaggio – secolare e politico appunto – del cristianesimo nel mondo diventato adulto e non più cristiano. Di recente è stato detto che coloro che emigrano per trovare lavoro all’estero sono i “moderni pellegrini”: ecco un esempio di un linguaggio profano al posto di uno religioso a proposito del pellegrinaggio. Da tempo molti osservano – e lamentano – che il magistero si occupa più dei problemi sociali che di quelli spirituali.
Ecco perché i vescovi fanno politica, perché lo dice da decenni la nuova teologia che tutti loro hanno studiato in seminario. Rimane da spiegare perché la facciano a senso unico, con particolare riguarda alle ideologie che secolarizzano, demitizzano, denaturalizzano il cristianesimo e che più spingono per il relativismo, l’individualismo, il narcisismo. Sembra un mistero che lascia stupefatti, ma non lo è. Se la Chiesa deve adoperare il linguaggio politico del mondo, e non più il proprio linguaggio religioso, deve continuamente aggiornarlo e adeguarlo ai cambiamenti cui il mondo è soggetto. La cosa assolutamente da evitare è adoperare un linguaggio di contrapposizione al mondo, come per esempio estrarre un rosario in piazza. Diventa invece opportuno e doveroso fare i progressisti, accogliere e accompagnare le novità, per non rimanere indietro. 
Che l’atteggiamento sia ideologico è testimoniato dal fatto che viene mantenuto anche quando, attuandolo, si perdono le elezioni, cioè quando il mondo lo rifiuta.

(Fonte: Stefano Fontana, LNBQ, 11 giugno 2019)
http://www.lanuovabq.it/it



giovedì 6 giugno 2019

“Ambiguo al di là di ogni misura”. Un teologo della congregazione per la dottrina della fede boccia il papa

Mai quella frase sarebbe passata indenne allo scrutinio della congregazione per la dottrina della fede, se soltanto papa Francesco gliela avesse fatta controllare.
Ma così non è stato. E infatti, dal 4 febbraio, nel solenne documento sulla fratellanza umana firmato congiuntamente ad Abu Dhabi da Francesco e dal Grande Imam musulmano di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb, figura la seguente affermazione:
“Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani”.
Niente da obiettare riguardo a colore, sesso, razza e lingua. Ma che anche la diversità di religione sia voluta dal Creatore è tesi nuova e spericolata per la fede cattolica. Perché allora non varrebbe più quello che l’apostolo Pietro, il primo papa, predicava pieno di Spirito Santo dopo la Pentecoste, che cioè “in nessun altro c’è salvezza” se non in Gesù, visto come il suo attuale successore mette alla pari ogni religione a un’altra.
Un mese dopo, nelludienza generale del 3 aprile, di ritorno da un altro viaggio in terra musulmana, in Marocco, papa Francesco ha tentato di aggiustare il tiro. “Non dobbiamo spaventarci della differenza” tra le religioni, ha detto. “Dio ha voluto permettere questa realtà” con la “voluntas permissiva” di cui parlavano “i teologi della Scolastica”. Semmai “dobbiamo spaventarci se noi non operiamo nella fraternità, per camminare insieme nella vita”.
Ma di nuovo, se anche il testo di questa udienza generale fosse stato prima sottoposto al vaglio della congregazione per la dottrina della fede, neppure questo rattoppo sarebbe stato approvato.
Non si contano più, ormai, le volte in cui papa Francesco ha rifiutato di chiedere o accogliere il parere della congregazione il cui compito è di accertare la conformità al dogma.
Se l’avesse fatto, ad esempio, con “Amoris laetitia”, quell’esortazione sul matrimonio e il divorzio sarebbe uscita scritta in modo meno avventuroso, senza sollevare quei “dubia” – firmati e resi pubblici da quattro cardinali – ai quali Francesco ha poi rifiutato di rispondere, imponendo il silenzio anche alla congregazione retta all’epoca dal cardinale Gerhard L. Müller.
E oggi che s’avvicina il varo del nuovo assetto della curia vaticana, ciò che è già trapelato è che la più penalizzata sarà proprio la congregazione per la dottrina della fede, del cui organico fa parte, tra l’altro, la commissione teologica internazionale, il fior fiore dei teologi di tutto il mondo.
Uno dei trenta teologi che compongono la commissione non ha però accettato di arrendersi e di tacere. E il 2 giugno ha pubblicato un suo argomentato atto di protesta contro l’affermazione del documento di Abu Dhabi che attribuisce alla volontà creatrice di Dio la diversità delle religioni.
Questo teologo è lo statunitense Thomas G. Weinandy, 72 anni, francescano, del quale i lettori di Settimo Cielo già conoscono l’accorata e meditata lettera indirizzata a papa Francesco nel 2017, rimasta anch’essa senza risposta:
(Cfr. Un teologo scrive al papa: C'è caos nella Chiesa, e lei ne è una causa).
Ecco il rimando al testo integrale del suo nuovo intervento, questa volta nella forma di un vero e proprio saggio teologico, pubblicato su “The Catholic World Report”, il magazine on line di Ignatius Press, la casa editrice fondata e presieduta dal gesuita Joseph Fessio, discepolo d’antica data di Joseph Ratzinger e membro del suo “Schulerkreis”:
(Cfr. Pope Francis, the uniqueness of Christ, and the will of the Father).
Padre Weinandy prende molto sul serio la gravità della questione, che così inquadra:
“Papa Francesco è noto per le sue affermazioni ambigue, ma trovo che il senso indeterminato dell’affermazione contenuta nel documento di Abu Dhabi va al di là di ogni misura. Implicitamente non solo sminuisce la persona di Gesù, ma anche e ancor più colpisce al cuore l’eterna volontà di Dio Padre. Quindi tale studiata ambiguità mina alla radice la verità stessa del Vangelo. Questo implicito sovvertimento dottrinale di un mistero della fede così fondamentale da parte del successore di Pietro è per me e per molti nella Chiesa, in particolare tra i laici, non solo inescusabile, ma è soprattutto tale da suscitare una profonda tristezza, perché mette in pericolo l’amore supremo che Gesù giustamente merita”.
Già nel 2000 la congregazione per la dottrina della fede, con prefetto Ratzinger, aveva avvertito l’urgenza di fugare fraintendimenti ed errori riguardo a Gesù come unico salvatore del mondo. L’aveva fatto con la dichiarazione “Dominus Iesus”, che a detta del suo autore e col pieno accordo di papa Giovanni Paolo II, intendeva riaffermare proprio questo “elemento irrinunciabile della fede cattolica”, rispetto a qualsiasi altra religione.
Ma nonostante ciò, o forse proprio per questo, la “Dominus Iesus” fu accolta da un fuoco di fila di critiche, da fuori e da dentro la Chiesa, anche da parte di teologi e cardinali famosi, da Walter Kasper a Carlo Maria Martini.
E quelle critiche sono proprio quelle che oggi si trovano accolte e condensate nel passaggio del documento di Abu Dhabi contro il quale padre Weinandy obietta.
Ma c’è di più. Dopo aver rimandato alla “Dominus Iesus” e aver riconosciuto il suo merito, padre Weinandy scrive che nemmeno quella dichiarazione ha saputo andare veramente sl fondo della questione:
“A motivo di questa inadeguatezza vanno smarrite la verità e la bellezza di chi è Gesù e non è pienamente riconosciuto il modo in cui egli è il Salvatore universale e il Signore definitivo. In questo mio saggio io voglio appunto rendere evidente ciò che manca nella ‘Dominus Iesus’ e, facendo questo, invalidare ogni interpretazione del documento di Abu Dhabi che affermi o almeno suggerisca che Gesù e altri fondatori di religioni siano di eguale valore salvifico, e quindi che Dio abbia voluto tutte le religioni nello stesso modo in cui ha voluto il cristianesimo”.
Non resta a questo punto che leggere il saggio di padre Weinandy. Che così conclude:
“Ciò che qui ho argomentato può risultare ovvio a tutti i fedeli cristiani. Tuttavia, data l’ambiguità contenuta nel documento di Abu Dhabi sottoscritto da papa Francesco, una forte riaffermazione è oggi necessaria. Piacerebbe pensare – sempre accordandogli il beneficio del dubbio – che papa Francesco, involontariamente e quindi senza una piena consapevolezza delle implicazioni dottrinali della sua firma, non abbia inteso ciò che il documento sembra dichiarare.
“In ogni caso nessuno, nemmeno un pontefice, può annullare o ignorare la volontà di Dio Padre riguardo a suo Figlio Gesù. È Dio Padre che ‘lo esaltò e gli diede il nome che è al di sopra di ogni nome’. Il Padre ha eternamente stabilito che al nome di Gesù, e non al nome di Buddha, Maometto o di ogni altro passato, presente o futuro fondatore religioso, ‘ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra o sotto terra, e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è Signore’. Fare ciò non è solo glorificare Gesù, ma è anche ‘a gloria di Dio Padre’ (Filippesi, 2, 9-11). Nel suo amore il Padre ha dato al mondo Gesù suo Figlio (Giovanni 3, 16) e ‘non vi è sotto il cielo altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati’ (Atti 4, 12). In questa suprema verità noi abbiamo da gioire in gratitudine e preghiera”.

(Fonte: Sandro Magister, Settimo cielo, 6 giugno 2019)
http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/


venerdì 24 maggio 2019

Salvini affida il destino dell’Europa ai suoi Santi patroni e al Cuore Immacolato di Maria


Il coraggio di Matteo Salvini è stato grande sabato 18 maggio alla manifestazione di Milano, affrontando gli infedeli della Chiesa interreligiosa con parole e gesti mai visti nell’Italia repubblicana, tanto da offendere le orecchie dei farisaici interpreti dei diritti umani. «C’è un continente», ha dichiarato a gran voce dal palco allestito in piazza del Duomo, «a cui dare un futuro e quindi ci affidiamo a voi alle donne e agli uomini di buona volontà, ci affidiamo ai sei patroni di questa Europa: a San Benedetto da Norcia, a Santa Brigida di Svezia, a Santa Caterina da Siena, ai santi Cirillo e Metodio, a Santa Teresa Benedetta della Croce, ci affidiamo a loro, affidiamo a loro il destino, il futuro, la pace e la prosperità dei nostri popoli», poi il vicepremier ha impugnato con la mano destra la Corona del Rosario mentre affermava con forza: «e io personalmente affido l’Italia, la mia e la vostra vita al Cuore Immacolato di Maria che son sicuro ci porterà alla vittoria perché questa piazza, questa Italia, e questa Europa è simbolo di mamme, papà, uomini e donne che col sorriso, con coraggio e determinazione vogliono la convivenza pacifica, danno rispetto, ma chiedono rispetto e io vi ringrazio amici e fratelli dal profondo del cuore perché stiamo scrivendo la storia».
Subito si sono stracciate le vesti i cortigiani della Chiesa progressista e sociologica, infastiditi dalla determinazione di Salvini nel proseguire, come aveva già fatto per le elezioni politiche del marzo 2018, nel dichiarare pubblicamente il suo Credo e collocando, quindi, la sua posizione nell’alveo delle radici Cristiane di un’Europa traditrice della sua identità.
Rimarrà veramente nella Storia questa iniziativa. Invocare i nomi dei grandi Santi che hanno edificato l’Europa è stato come un tuono, che ha fatto vibrare i cuori rimasti fedeli, facendo inorridire i Giuda disseminati nell’apostasia ecclesiastica dei nostri grami e folli giorni. E mentre nella piazza si fischiava a papa Francesco, che ha rinunciato alla custodia e alla trasmissione del deposito della Fede, la gente legata ancora al proprio dna religioso e culturale applaudiva nell’udire l’affidamento al Cuore Immacolato di Maria.
Il beato inglese John Henry Newman ha lottato con determinazione, costanza e gran forza, nel corso del XIX secolo, il liberalismo presente all’interno delle istituzioni europee e nella Cristianità: il liberalismo è quel cancro che, nel sostenere che il proprio credo è un fatto privato e non pubblico, distrugge la fede non solo socialmente, ma anche nella propria anima.
Le liberali «Famiglia Cristiana» e «Civiltà Cattolica» sono inorridite di fronte ai segni visibili del Cattolicesimo emersi in piazza del Duomo, ignare come sono ormai dell’unica Verità rivelata e delle sue applicazioni. L’ira è emersa plasticamente: «L’antifona persino smaccata di Salvini pronunciata in quella distesa di bandiere azzurre e tricolori, con i suoi simboli della cristianità utilizzati come amuleti, con quell’ uso così feticistico della fede, serve a coprire come una fragile foglia di fico gli effetti del decreto sicurezza»; mentre il direttore del periodico gesuita, Antonio Spadaro s’indigna: «Non nominare il nome di Dio invano. Rosari e crocifissi sono usati come segni dal valore politico, ma in maniera inversa rispetto al passato: se prima si dava a Dio quel che invece sarebbe stato bene restasse nelle mani di Cesare, adesso è Cesare a impugnare e brandire quello che è di Dio».
La Chiesa di oggi, quella dei funzionari, non ha paura della scristianizzazione, anzi, la incoraggia, ma di coloro che rivogliono la Chiesa del Salvatore. Anche il segretario di Stato Parolin si è schierato contro il bacio di Salvini al Crocifisso del Rosario e al suo intervento controcorrente: «Invocare Dio», ha detto, «per se stessi è sempre molto pericoloso». Molto pericoloso è non prendersi le proprie responsabilità di ministri di Cristo.
Questi farisei, servitori del Modernismo, ligi al pensiero unico e dominante dell’oligarchia anticattolica che dissacra continuamente le realtà divine e lorda l’Europa puntellata di sacelli, cappelle, chiese, abbazie, monasteri, conventi, cattedrali, santuari, basiliche, elucubrano ideologicamente senza più parlare di religione e si scandalizzano se un capitano politico si rifà al Vangelo, richiama l’attenzione sui Santi europei, sbandiera il Rosario, parla del Cuore Immacolato di Maria. Tuttavia dovrebbero studiare un po’ di Storia della Chiesa e saprebbero che il politico Costantino usò il segno della Croce per vincere. «In hoc signo vinces» («In questo segno vincerai»): la comparsa in cielo di questa scritta accanto a una croce fu uno dei segni prodigiosi che precedettero la battaglia di Ponte Milvio, l’episodio compare ampiamente nell’iconografia cristiana. Rivoltosi in preghiera a Dio, poco dopo mezzogiorno fu testimone, lui e il suo esercito, di un evento celeste prodigioso, l’apparizione di un incrocio di luci sopra il sole e della suddetta scritta, ma in greco: «ν τούτ νίκα». La notte seguente gli apparve Cristo, ordinandogli di adottare come proprio vessillo il segno che aveva visto in cielo. Nei giorni successivi Costantino interpellò dei sacerdoti per essere istruito nella religione cristiana. Egli fece precedere le proprie truppe dal labaro imperiale con il simbolo cristiano del chi-rho, detto anche monogramma di Cristo, formato dalle lettere XP (che sono le prime due lettere greche della parola ΧΡΙΣΤΟΣ cioè «Christòs») sovrapposte. Sotto queste insegne i soldati sconfissero l’avversario. Dalla vittoria sul Ponte Milvio l’Europa prese ad essere politicamente cristiana.
I riferimenti alla croce in cielo vista da Costantino sono presenti nella biografia che il vescovo Eusebio di Cesarea fece dell’Imperatore, stretto suo collaboratore a partire dal 325. L’autore non precisa il luogo dove avvenne il fenomeno prodigioso, perciò sono sorti diversi racconti, fra questi si dice che la croce sarebbe apparsa a Costantino alla vigilia della battaglia di Torino, presentandosi al disopra del Monte Musinè. Nel 1901, sulla cima del monte, venne eretta una gigantesca croce, dove fu collocata una piastra sulla quale è scritto: IN HOC SIGNO VINCES – A PERPETUO RICORDO DELLA VITTORIA DEL CRISTIANESIMO CONTRO IL PAGANESIMO RIPORTATA IN VIRTÙ DELLA CROCE NELLA VALLE SOTTOSTANTE IN PRINCIPIO DEL SECOLO IV.
E santa Giovanna d’Arco, non ostentò forse pubblicamente la sua Fede per il bene della Francia? E tutti i santi sovrani europei, che hanno edificato l’Europa? Da santo Stefano a san Ferdinando III, dalla santa Adelaide a santa Elisabetta, da sant’Enrico e santa Cunegonda al beato Carlo d’Asburgo e serva di Dio Zita, ultimi imperatori cattolici, storicamente defenestrati dal liberalismo e dalla massoneria nel Novecento, e l’elenco potrebbe proseguire…
Salvini, dopo essere stato attaccato da chi non è più sale della terra e non si occupa più né della Gloria a Dio, né della salvezza delle anime, non parla più né del peccato originale, né del peccato mortale, né del peccato veniale, né di giudizio, né di Paradiso, né di Inferno, ma tratta pedissequamente di politica e di sociologia, adagiandosi nel neopaganesimo imperante, perdendo per questo ogni giorno di più vocazioni e consenso dei fedeli, ha così risposto:
«Sono l’ultimo dei buoni cristiani, ma sono orgoglioso di andare in giro col rosario sempre in tasca. Noi stiamo garantendo più sicurezza agli italiani e stiamo salvando vite. Un direttore di un settimanale cattolico mi ha attaccato perché ho osato parlare di Dio, dei Papi, dei nostri valori e delle nostre radici e perché ho mostrato il rosario. Sono orgoglioso di testimoniare quella che è una civiltà accogliente, ma un conto è essere accogliente e un conto è suicidarsi. Lo diceva Papa Benedetto, lo diceva Wojtyla, lo diceva Oriana Fallaci». Inoltre: «L’Europa che nega le proprie radici non ha futuro. Io sono credente, il mio dovere è salvare vite e svegliare coscienze. Il confronto con le altre culture è possibile solo riscoprendo la nostra storia e riscoprendo i nostri valori, come peraltro detto negli ultimi decenni da tutti i Santi Padri. Sono orgoglioso di testimoniare, con azioni concrete e con gesti simbolici, la mia volontà di un’Italia più sicura e accogliente, ma nel rispetto di limiti e regole».
Intanto il «Time» mette in copertina Salvini con il titolo «Il nuovo volto dell’Europa», definendolo «lo zar dell’immigrazione in Italia che sta portando la missione di disfare la Ue» e nell’intervista l’abile statista dichiara: «Stiamo lavorando per recuperare lo spirito europeo che è stato tradito da coloro che guidano questa unione» e nel recupero c’è il Vangelo, c’è la Madonna, c’è il Rosario, ci sono i Santi. La straordinaria Europa è stata fondata dalla Cristianità a dispetto di chi, anche nella Chiesa, compreso il Pontefice, misconosce il proprio mandato e distrugge le ragioni per cui la Chiesa stessa è sorta.
Desiderare un’Europa nuovamente cristiana ci spinge alla militanza nella fede e a votare alle europee non per chi calpesta le leggi di Dio, per il divorzio, l’aborto, l’eutanasia, l’omosessualismo, la rovina dell’innocenza dell’infanzia spiegando la falsa e perversa teoria gender, l’invasione migratoria, il globalismo sfrenato e irrispettoso delle identità, l’impoverimento delle nazioni… ma per chi riconosce il valore della persona, della famiglia, della patria, della Santissima Trinità e di Maria Santissima. Anche noi sbandieriamo pubblicamente il Santo Rosario e baciamo il Crocifisso.

(Fonte: Cristina Siccardi, Europa Cristiana, 23 maggio 2019)
https://www.europacristiana.com/salvini-affida-il-destino-delleuropa-ai-suoi-santi-patroni-e-al-cuore-immacolato-di-maria/


Chiesa-partito, il malinteso cristianesimo come religione


Il cristianesimo primariamente e per sé non è una religione, ma è una persona, Gesù Cristo, ed è un fatto: l’iniziativa mirabile e inaudita che Dio Padre prende per incontrarci, parlarci, entrare in comunione con ognuno di noi nella mediazione dell’umanità di Gesù. Questa è la sostanza affascinante e per lo più censurata della nostra fede, che amava insegnare il cardinale Giacomo Biffi. Perché è la sostanza del nostro Vangelo: la novità sta proprio nell’Incarnazione e nella Pasqua di Cristo.
Il pensiero dominante oggi, che è espresso in modo efficace nella grande stampa, presenta invece il cristianesimo come una religione, e talvolta anche come “religione del libro”. Proprio qui “casca l’asino”. La religione, stando all’uso classico del nome e alla sua stessa etimologia, indica un insieme di tentativi – fatti di idee e azioni cultuali – con i quali l’uomo cerca con le sue forze di dare un senso all’esistenza, dire qualcosa della causa fondante e mettersi in contatto con essa. Me è proprio un tentativo umano, molto provvisorio, intessuto di successi e errori, che comunque non raggiunge l’obiettivo per il semplice fatto che l’obiettivo è Dio e quindi è sproporzionato al tentativo umano.
Proprio per superare questa sproporzione Dio stesso ci viene incontro: prende l’iniziativa di rivelarsi (pensa alla rivelazione testimoniata dai libri biblici), di incarnarsi, vivere con noi e darci perennemente il suo Spirito Paraclito. C’è dunque un abisso tra cristianesimo e le religioni: paragonare cristianesimo e religioni è come confrontare una casa e una persona umana. Sono cose molto diverse: il cristianesimo è iniziativa divina, le religioni sono tentativi umani.
Fatto sta che molti riducono il cristianesimo a una religione e ne parlano poi della Chiesa cattolica come se fosse un partito politico. Riducendo il cristianesimo a una religione si entra nel grande malinteso sulla libertà religiosa. Per cui assistiamo periodicamente a vescovi che anziché cantare il Te Deum il 31 dicembre accompagnano a spese della diocesi i propri fedeli a visitare la moschea della propria città oppure vanno in consiglio comunale a perorare la causa della costruzione della moschea invocando il bene comune e la libertà religiosa. Il Concilio Vaticano II nella dichiarazione Dignitatis Humanae insegna: «Tale libertà consiste in questo, che tutti gli uomini devono essere immuni dalla coercizione da parte di singoli, di gruppi sociali e di qualsivoglia potestà umana, cosicché in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza, né sia impedito, entro debiti limiti, di agire in conformità con la sua coscienza privatamente o pubblicamente, in forma individuale o associata».
La libertà religiosa consiste nell’essere esenti da violenza e impedimenti nel credere. Ma da ciò non deriva assolutamente che ogni convinzione religiosa sia alla pari di un’altra. Né deriva che ogni convinzione religiosa sia rispettosa del bene comune degli consociati. Sfido chiunque a dimostrare che il bene comune sia efficacemente promosso dalla dottrina islamica della taqiyya. Questa è la dissimulazione consentita ai musulmani per introdursi e accreditarsi nel Dar-al-Harb, cioè la “casa della guerra”, ovvero i territori non islamici, nei Paesi kafir, cioè infedeli, e conquistarli. Pur di raggiungere questo fine il musulmano può fingere tutto, il suo essere moderato nel vivere il Corano e anche la sua apostasia dal Corano. È la pratica di fingere e mentire nell’interesse dell’islam e della umma, ingannare gli infedeli, cioè cristiani, ebrei e atei, convincendoli che l’islam è una religione di pace.
Fatto sta che molti, anche personaggi altolocati, parlino poi della Chiesa cattolica come se fosse un partito politico. E quindi non deve meravigliare che qualcuno, anche vescovo, sia intimidito perché “non appartiene alla linea del papa”. Che i vescovi, anziché annunciare la res del cristianesimo, entrino in beghe – non di politica che è la scienza e l’arte architettonica della pubblica convivenza – ma in beghe partitiche. Che giornalisti dipingano la Chiesa gerarchica come un insieme turbolento di correnti ed etichettino credenti e vescovi con stereotipi tratti proprio dall’arena partitica. Non possiamo chiedere di rinunciare a considerare la comunità dei credenti secondo delle categorie tratte dalla sociologica. Ma per rispetto della realtà dobbiamo ricordare che la comunità visibile dei credenti c’è in ragione della comunità invisibile, soprannaturale e divina dei credenti che sfugge all’analisi sociologia e di altre scienze positive. Siamo Chiesa perché Gesù Cristo ha una sposa e ha un corpo.
Siamo Chiesa perché lo Spirito di Cristo anima ogni credente e quindi la Chiesa con la grazia santificante. Se parlo del cristianesimo come se fosse una religione, se per descrivere la Chiesa uso abitualmente etichette e categorie tratte dall’arena partitica, sarà inevitabile ridurre il cristianesimo non solo a religione, ma anche a religione di parte.
Così facendo, l’apertura missionaria al “mondo” e la dimensione cattolica, cioè universale, del mandato che Cristo affida alla sua Sposa saranno ko.
Significativamente lo Sposo della Chiesa non vuole la salvezza di una “parte”, ma del 100%. Non del 50%, ma del 100% dei figli (Luca 15,11-32). Non del 90%, ma del 100% delle monete (Luca 15,8-10). E non si accontenta neanche del 99%, ma vuole proprio il 100% delle pecore (Luca 15,4-7).
E altrettanto significativamente lo Sposo della Chiesa non si rivolge a una “parte”, né parla di “parte”, ma di mondo: Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui (Giovanni 3,16-17).

(Fonte: Giorgio Maria Carbone, LNBQ, 24 maggio 2019)
http://www.lanuovabq.it/it/chiesa-partito-il-malinteso-cristianesimo-come-religione




venerdì 19 aprile 2019

Che calvario la via crucis in cui Cristo è solo un pretesto


Dedicata ai migranti, alle vittime della tratta, alla Costituzione e persino a Stefano Cucchi: la via crucis è ormai un happening in cui Gesù è solo un pretesto per parlare d'altro, fare politica e proclamare manifesti ideologici. Specchio di una Chiesa secolarizzata in cui non è più la Croce di Cristo a dare senso ad ogni dolore umano, ma è il dolore umano a giustificare la croce.

Scommettiamo che? Scommettiamo che l’anno prossimo avremo quella sul clima e sicuramente quella al motto di ecologia & libertà? Chissà, un giorno verrà il momento anche per la via crucis a difesa degli animali e perché no, quella dei rider che portano in giro il cibo in bicicletta a paghe da fame. In fondo, anche loro sono vittime dello sfruttamento.
Intanto quest’anno dobbiamo sobbarcarci quello che passa il convento e il convento passa diverse viae crucis a piacimento, nelle quali emerge un filo che le accomuna tutte: Gesù Cristo è ormai diventato un pretesto per parlare di altro. Fare politica ad esempio, affermare le proprie idee quando non ideologie, servirsi delle meditazioni per indottrinare torme di giovani, i pochi ancora rimasti.
Della via crucis più celebre, quella del Colosseo alla presenza di Papa Francesco si sta facendo un gran parlare da giorni. Le meditazioni sono state scritte da suor Eugenia Bonetti e fin da subito si è detto che la via crucis è stata dedicata alla tratta delle schiave moderne. I giornali hanno fatto il resto quando sono state presentate le meditazioni: “Ecco la via crucis contro Salvini, la via crucis vaticana anti sovranista”. Come si può ben immaginare nella via dolorosa di quest’anno compaiono tutti i cliché del terzomondismo ormai diventato legge canonica della Chiesa: si parla di “di tutte quelle giovani vite, che in modi diversi, sono condannate a morte dall’indifferenza generata da politiche esclusive ed egoiste”. Inevitabile pensare che se ci sono dei morti nelle migrazioni è colpa di Salvini.
Ma la via crucis a tema di questa sera a Roma non è la sola, né la prima.
Può accadere così che la via crucis diventi un pretesto per accomunare la passione di Cristo alla Carta Costituzionale. A Torino, all’Oratorio Salesiano San Paolo hanno infatti svolto una processione nella quale si sono intrecciate mirabilmente le 14 stazioni e alcuni cartelli con gli articoli più rilevanti della Costituzione. Merito dei salesiani, i quali hanno lanciato l’idea della via Crucis Giusta, Equa e Solidale. Surreale poi l’augurio: “La nostra Costituzione, la Passione di Gesù, ci portino verso una Pasqua da vivere come vorrebbe don Bosco: come BUONI CRISTIANI E ONESTI CITTADINI”. Don Bosco si rivolta nella tomba, per l’ennesima volta.
La nostra carrellata fa tappa a questo punto a Mercogliano, in provincia di Avellino, dove il “barricadero” don Vitaliano Della Sala ha ripreso possesso della parrocchia dopo le sanzioni canoniche che lo videro protagonista ai tempi dei disobbedienti. Ma qualche afflato “revolucionario” deve essergli ancora rimasto. Nella sua parrocchia infatti è andata in scena domenica scorsa una via crucis singolare: dedicata a Stefano Cucchi. Il motivo? “La via Crucis non è solo la rievocazione di un dramma avvenuto duemila anni fa ma deve essere la celebrazione della nostra vita con i suoi chiaroscuri”, ha dichiarato don Della Sala. Le stazioni della Passione di Cristo in questo caso sono state completamente stravolte e sostituite con meditazioni ad hoc sul giovane morto “per le percosse ricevute dopo il suo arresto”, si legge sui giornali.
Insomma: “E’ un modo per denunciare le ingiustizie e attualizzare il racconto della sofferenza di Gesù lungo la strada verso il Calvario”. Intanto prima dell’evento è stato proiettato anche il film Sulla mia pelle, sulla storia del giovane spacciatore, la cui vicenda giudiziaria è riesplosa in tribunale proprio questi giorni dopo le confessioni a processo di un teste chiave che ha confermato la tesi delle percosse.
Tutto bello ed emotivamente coinvolgente: i migranti, la Costituzione e il giovane spacciatore morto in carcere e per il cui omicidio devono rispondere ora diversi carabinieri. Peccato che senza Cristo tutta questa sofferenza non serva a nulla. Perché la via Crucis è un “pio esercizio” nato nel XII secolo, per favorire l’immedesimazione dei fedeli con la Passione di Cristo, meditandone i vari momenti. È Cristo dunque il protagonista e non – con tutto il rispetto umano – il povero Stefano Cucchi. È Cristo, perché è attraverso la sua sofferenza che noi tutti siamo stati salvati, anche i migranti che solcano i mari del Mediterraneo ingannati da una mafia africana che – guarda caso – non viene mai tirata in ballo tra i carnefici, nelle meditazioni delle viae crucis politically correct.
Si vive la via crucis come un evento esclusivamente orizzontale, politico e sociale, in cui rivendicare piuttosto che fermarsi a riflettere sul dolore di chi, morendo per noi in croce, ci ha riscattati da una esistenza destinata in eterno ad essere ben più tragica della tratta di esseri umani.
Si ripercorre la strada di Cristo partecipando in spirito alle sofferenze patite da Gesù e non si ricorda né si dedica alcunché. Anche perché la stessa via crucis, come pio esercizio è già normata da Expone nobis un breve di papa Clemente XII, che nel 1731 ne fissò le caratteristiche fino a dare facoltà di lucrare indulgenze.
Questo non significa che nel corso delle meditazioni non ci debbano essere delle attualizzazioni sulla stazione che viene vissuta: ma sempre tenendo presente che il protagonista è Cristo, attraverso le cui sofferenze tutti siamo salvati. Non siamo di fronte ad una commemorazione umana di una vittima di soprusi e violenze. Ma siamo di fronte a quella sofferenza di Cristo: nella carne, nel costato, nelle spine. Quella sofferenza, non una metafora di tutti i mali del mondo.
Ma anche queste viae crucis ideologiche, fanno il paio con la moda dei presepi a tema, come abbiamo giù denunciato. Questo è causato dalla perdita del significato della Passione e redenzione del Dio Uomo. Si deve ormai giustificare sociologicamente la via Crucis, ribaltando totalmente i termini della questione: nella nostra cultura secolarizzata non è più la Croce di Cristo a dare senso ad ogni dolore umano, ma è il dolore umano a giustificare la croce e il perdurare del “pio esercizio” in un mondo ateo.
Insomma: è ancora una volta una fotografia di una chiesa che si vergogna di Cristo crocifisso e così facendo tradisce l’uomo, abbandonandolo nell’abissale solitudine del male e del dolore.

(Fonte: Andrea Zambrano, LNBQ, 19 aprile 2019)
http://www.lanuovabq.it/it




giovedì 18 aprile 2019

Cattolici e Radio Radicale: lo scandalo continua


Ancora una volta, di fronte all'intenzione del governo di cancellare il truffaldino finanziamento pubblico a Radio Radicale, c'è una mobilitazione generale. E in prima fila come sempre ci sono fette importanti del mondo cattolico. Un gioco di favori e ricatti reciproci, a danno della fede dei semplici.

Si può convenire sul fatto che una qualsiasi causa, se sponsorizzata dal sottosegretario all’Editoria Vito Crimi, perda di qualsiasi fascino, ma questa volta a Crimi si deve dare ragione: la fine della convenzione che regala ogni anno dieci milioni di euro a Radio Radicale (pagati con le nostre tasse) è più che legittima, è doverosa. Il sottosegretario 5Stelle ancora l’altro giorno ha ribadito la decisione del governo di porre fine a un accordo che non ha ragione d’essere, visto che per il servizio pubblico che Radio Radicale svolge – la trasmissione delle sedute del Parlamento – è già previsto l’apposito canale del Gr Rai.
È dal 1990 che Radio Radicale ciuccia dallo Stato un fiume di denaro che, con il pretesto della trasmissione delle sedute parlamentari, serve ad alimentare la cultura della morte. In questi 29 anni sono oltre 200 i milioni di euro (ci sono anche i 4 milioni annui alla radio in quanto organo ufficiale della Lista Pannella), a spese dei contribuenti, finiti nelle casse di Radio Radicale, e questo malgrado già nel 1990 la legge Mammì prevedesse l’obbligo del canale Gr Parlamento per la Rai. Canale avviato in effetti qualche anno più tardi, ma depotenziato proprio per permettere a Radio Radicale di giustificare la sua importanza e quindi il suo contributo.
Diversi governi, allo scadere della convenzione, triennale o biennale, hanno provato a mettere fine a questa truffa, ma invano. Ogni volta si assiste al formarsi di una alleanza trasversale tra partiti, intellettuali e giuristi che lancia campagne a difesa di Radio Radicale e costringe il governo a tornare su suoi passi; per non parlare delle sceneggiate che, morto Pannella, vengono proseguite dai suoi eredi (negli anni passati più volte abbiamo raccontato i dettagli di questa storia, ad esempio qui). Nessuno dice che Radio Radicale deve chiudere, semplicemente non ha diritto a ricevere questa pioggia di finanziamenti pubblici.
Non è comunque per amore della libertà di stampa e di opinione che tutto questo circo si mette in moto, è piuttosto la dimostrazione della forza che il Partito Radicale ha e ha saputo costruire, ha ramificazioni ovunque nei poteri dello Stato e complicità insospettabili. E anche una grande forza di ricatto. È il paradosso di un piccolo partito che ha però avuto una influenza enorme nel processo di secolarizzazione della società italiana, un movimento che da una parte combatte la “partitocrazia” e dall’altra la sfrutta al massimo creando un super-partito; da una parte lancia il referendum contro il finanziamento pubblico dei partiti e dall’altra si crea un canale di finanziamento occulto al partito come è questa storia di Radio Radicale.
E il paradosso è ancora più incredibile se guardiamo all’atteggiamento del mondo cattolico. Nessuno più di Pannella, Bonino e soci ha fatto per distruggere la Chiesa, per toglierle credibilità morale e sostegno economico, nessuno più dei radicali ha simboleggiato le battaglia per quella rivoluzione antropologica così opposta alla visione dell’uomo e della dignità della persona propria del Cristianesimo. E Radio Radicale è la sua artiglieria pesante. Eppure quando c’è da difendere Pannella e la Bonino i cattolici sono sempre in prima fila, anche quando non richiesti (vogliamo ricordare l’exploit di monsignor Vincenzo Paglia su Pannella e la Bonino definita «una grande italiana» da papa Francesco?).
E quando c’è da garantire i soldi pubblici a Radio Radicale, certi cattolici sono i primi a mobilitarsi. Ogni volta che la convenzione è stata messa in discussione, i parlamentari cattolici hanno firmato in massa per garantire i soldi a questa emittente; e altrettanto fanno i media ufficiali e autorevoli intellettuali. Avvenire, il quotidiano della Conferenza episcopale italiana, che negli anni ’90 era ancora chiaramente contro il finanziamento pubblico alla radio di Pannella, ha poi decisamente cambiato idea, vuoi per simpatia autentica, vuoi per paura e ricatti (clicca qui). I radicali sanno usare molto bene l’arma del ricatto. Ad esempio sono i più tenaci nemici dell’Otto per mille, il sistema che finanzia le attività della Chiesa italiana attraverso la libera scelta degli italiani riguardo una percentuale delle proprie tasse; hanno più volte promosso iniziative politiche e pubbliche per abolire questo sistema in nome della laicità dello Stato. Hanno sfidato l’esenzione dall’Imu per gli edifici ecclesiastici – che peraltro riguarda non solo la Chiesa ma tutto il non profit – portando la battaglia anche in Europa. Ma quando c’è da passare all’incasso del finanziamento per Radio Radicale, le armi tacciono e cominciano le parole suadenti: e i vescovi, sempre sensibili alle ragioni del portafoglio, evitano di dire cose che potrebbero urtare la loro sensibilità, anzi esaltano la purezza ideale dei radicali; non sia mai che ricomincino a bombardare sulla Chiesa e mettano a rischio i soldi.
Ancora più evidente il giochetto con Avvenire: se salta il finanziamento a Radio Radicale, potrebbe entrare in pericolo anche il lauto contributo pubblico per il giornale della Cei che, con quasi sei milioni annui, è il quotidiano che maggiormente beneficia del finanziamento all’editoria. I 5 Stelle peraltro vorrebbero cancellare anche questi finanziamenti, ed è per questo che Avvenire è così schierato a difesa di Radio Radicale, anche se i contributi pubblici riguardano due capitoli diversi e, anzi, in passato sono stati diminuiti i contributi all’editoria per mantenere invariato quello di Radio Radicale (clicca qui). Negli ultimi giorni al coro cattolico a favore dell’emittente della Lista Pannella, buon ultimo, si è unito anche Mario Adinolfi, leader del Popolo della Famiglia (PdF), e la cosa si commenta da sola.
Insomma, nella Chiesa, per salvare i soldi e qualche interesse personale o di gruppo, tutti uniti appassionatamente per sostenere i radicali nella loro guerra contro il cattolicesimo. Ho già detto che è un paradosso, ma mi correggo: è uno scandalo.

(Fonte: Riccardo Cascioli, LNBQ, 17 aprile 2019)
http://lanuovabq.it/it/cattolici-e-radio-radicale-lo-scandalo-continua