lunedì 28 gennaio 2019

Vescovi al traino del Pd, l'Abruzzo insegna


In vista delle elezioni regionali una nota del vescovo di Chieti presenta un programma politico a base di immigrazioni, poveri e ambiente; e il suo confratello di Pescara ancora più esplicito nell'invitare i suoi preti a votare Pd. Ma è tutto qui ciò che la Chiesa sa proporre? Oppure è soltanto una passerella per fare bella figura con il Papa?

Viene proprio da chiedersi: se avevano tanta voglia di fare politica, perché hanno scelto la strada del sacerdozio? Oppure è che nel centenario del famoso “Appello ai liberi e forti” di don Luigi Sturzo, anche tanti vescovi si sono montati la testa?
Abbiamo parlato nelle scorse settimane delle tante manovre per un partito dei vescovi (clicca qui e qui), ora abbiamo anche vescovi che si impegnano direttamente nelle elezioni regionali, ovviamente a sostegno del Pd ma soprattutto contro la Lega. Stiamo parlando dell’Abruzzo, di monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto e teologo molto vicino a papa Francesco. Nei giorni scorsi ha pubblicato una nota in vista delle regionali e delle comunali che per l’Abruzzo sono previste il prossimo 10 febbraio. I partiti non sono mai nominati ma il messaggio è chiaro: in cima alle priorità ovviamente gli immigrati: o si accoglie tutti senza se e senza ma oppure non si è buoni cristiani, ci dice in sostanza monsignor Forte. E poi, l’impegno per i poveri, il lavoro dei giovani, la sanità – «che non va gestita secondo una logica aziendale» -, e l’ambiente, con il problema dei rifiuti, la gestione delle acque e l’incentivazione delle fonti rinnovabili.
Monsignor Forte è anche il presidente della Conferenza episcopale di Abruzzo e Molise e quindi la sua nota ha un valore che va oltre la sua diocesi. E infatti il vescovo di Pescara-Penne, monsignor Tommaso Valentinetti, si è subito esposto entusiasta a sostegno della presa di posizione di monsignor Forte. Di più, Valentinetti è stato ancora più esplicito parlando ai vicari foranei della sua diocesi durante il ritiro mensile del clero lo scorso 15 gennaio a Montesilvano: «Si deve votare Partito Democratico», ha detto senza mezzi termini. Come se qualcuno potesse dimenticare.
Magari sono gli stessi che a suo tempo criticavano il cosiddetto “collateralismo” nei confronti della Democrazia Cristiana.
Ora, quello che però un semplice fedele è portato a chiedersi è: ma davvero davanti a un evento come le elezioni amministrative l’unica cosa che hanno da proporre i vescovi sono un elenco di rivendicazioni politiche, di cui peraltro – lo si capisce dal modo in cui scrivono – hanno una competenza pari a zero? La testimonianza cristiana si riduce soltanto ad accogliere i migranti, proporre la raccolta differenziata e mantenere la gestione dell’acqua nelle mani dello Stato? Fosse così, sarebbe davvero inutile frequentare la chiesa e andare a messa, tanto vale andare direttamente ad iscriversi al Pd.
Oltretutto nel testo di monsignor Forte si fa riferimento alla Dottrina sociale della Chiesa, ma è soltanto una foglia di fico perché in realtà dei princìpi della Dottrina sociale non troviamo granché in queste frasi che sembrano più che altro slogan appiccicati l’uno all’altro. Pensiamo solo alla ossessione sui migranti: monsignor Forte inizia dal dovere di rispettare la «dignità di ogni persona umana, quale che sia il colore della sua pelle, la sua storia, la sua provenienza. Da un tale rispetto conseguono i doveri di solidarietà verso i più deboli e di accoglienza verso chi bussa alle nostre porte, fuggendo spesso da fame o violenza alla ricerca di un futuro migliore per sé e i propri cari». Ma il “dovere di solidarietà” non implica l’eliminazione dei confini nazionali, come questi vescovi vorrebbero, né la cancellazione della distinzione tra migranti regolari e irregolari; e la Dottrina sociale della Chiesa non ha nulla a che vedere con la condanna dell’«atteggiamento identitario». Al contrario, una identità chiara è la precondizione per un’accoglienza che punti all’integrazione di quanti sono ammessi a immigrare.
Cosa farebbe monsignor Forte se un giorno gli comparisse nel suo episcopio di Chieti, che so, il povero vescovo di San, in Mali, che pretende di condividere la guida della diocesi di Chieti, perché a San si soffre la fame? Gli direbbe davvero «Prego, si accomodi, resti con me e consideri questa la sua diocesi?».
E poi, il rispetto per la «dignità di ogni persona umana» deve restringersi soltanto agli immigrati e ai poveri? In Abruzzo ci sono già circa 90mila stranieri, pari al 6.5 della popolazione, e non risultano maltrattamenti o peggio nei loro confronti. Ma tra Abruzzo e Molise – ci dicono i dati diffusi la settimana scorsa dal ministero della Salute – nel 2017 ci sono stati 2.014 aborti, il 54% dei quali da donne nubili. Oltre duemila morti in un anno in Abruzzo e Molise, in un contesto di disgregazione della famiglia. La dignità che si deve a ogni persona umana non dovrebbe riguardare anche queste vittime innocenti? Ma di questa ecatombe guai a dire nulla, è un argomento troppo divisivo. Come nulla si dice della denatalità, causa importante della stagnazione economica attuale: si parla di mancanza di lavoro, ma non si menziona la causa.
Ma ecco il problema: questi vescovi cercano l’applauso del mondo; cercano l’amicizia dei politici immigrazionisti e poco importa se sono gli stessi che parlano di “aborto come diritto” e cercano di cancellare la possibilità ai medici di fare obiezione di coscienza; e soprattutto questi vescovi vogliono fare i bravi davanti al Papa, che sugli immigrati martella ogni giorno: chissà che non ci scappi qualche promozione al prossimo giro.

(Fonte: Riccardo Cascioli,LNBQ, Editoriale, 28 gennaio 2019)
http://www.lanuovabq.it/it/vescovi-al-traino-del-pd-labruzzo-insegna



sabato 26 gennaio 2019

Via libera a gay pride? La libertà di espressione non è assoluta


Per il prossimo 8 giugno, dopo una serie di manifestazioni in varie parti della regione Friuli Venezia Giulia, è previsto a Trieste il Gay Pride. Antonella Nicosia, presidente di Arcigay Arcobaleno Trieste Gorizia, ha detto che non verranno richiesti patrocini né al comune di Trieste né alla Regione, ma saranno richiesti ad altri comuni.
Per Trieste si tratterebbe della prima volta di un Gay Pride al quale, da quanto si legge dai media locali, non ci sono opposizioni, tranne qualche sparuto e coraggioso consigliere comunale. L’idea diffusa anche tra coloro – istituzioni o singole persone che siano – che dissentono dalla Cirinnà e dal riconoscimento pubblico delle unioni civili tra persone omosessuali, è che comunque la manifestazione omosessualista va permessa e accettata in quanto manifestazione libera di libere opinioni.
La signora Nicosia non chiede il patrocinio a Comune e Regione perché sa bene che le attuali amministrazioni non lo concederebbero, però queste stesse amministrazioni non impediscono né contrastano la manifestazione, come si vuol dire, di un libero pensiero.
Mi chiedo se accettare una simile manifestazione pubblica sia in linea con la Dottrina sociale della Chiesa o meno. Non mi riferisco al tema del riconoscimento giuridico dell’omosessualità, né alla parificazione per legge delle unioni civili al matrimonio, né al presunto diritto di introdurre la concezione omosessualista nei programmi scolastici. È assodato che tutto ciò contraddice la Dottrina sociale della Chiesa. Mi chiedo, piuttosto, se la manifestazione del Gay Pride sia ammissibile da parte dell’autorità politica che, come è noto, ha come scopo il bene comune. 
La risposta ad una simile domanda è no: l’autorità politica non dovrebbe consentire tale manifestazione perché così facendo concederebbe ad una visione disordinata delle relazioni sessuali una “dignità” pubblica che non può avere. Il Gay Pride “promuove” l’omosessualismo, considera l’esclusività pubblica della relazione tra uomo e donna una discriminazione, diffonde (anche in modo sguaiato ma non è tanto questo che importa…) una cultura dei diritti che non esiste, promuove il relativismo in un settore molto delicato e che sta alla base della convivenza sociale, diffonde una cultura anti-familiare.
All’omosessualismo sono collegati anche l’adozione di minori da parte di coppie gay, la fecondazione artificiale, l’utero in affitto, ossia pratiche e tendenze innaturali che apertamente contrastano con il bene comune. 
Così dicendo si incontra un argomento, quello della libertà di espressione, che era molto presente nella Dottrina sociale della Chiesa preconciliare e che è invece quasi scomparso da quella postconciliare. La libertà di espressione non è un diritto assoluto, come sembra essere per le democrazie moderne figlie dell’ideologia illuministica. Oggi non si censura più niente, ma ci sarebbe molto da censurare.
Non per spirito repressivo o dittatoriale ma per difendere il bene della comunità. Ciò deve valere anche per le manifestazioni pubbliche come un Gay Pride. Chi si sentirebbe di approvare questo principio? Tutte indistintamente le manifestazioni pubbliche devono essere tollerate come diritto di espressione. Anche una manifestazione di pedofili? Anche una manifestazione di uomini e donne nudi? Anche una manifestazione di sostenitori delle camere a gas per qualche categoria di persone? È evidente che se qualche tipologia di manifestazione pubblica non è ammissibile, allora vuol dire che il diritto di espressione non è assoluto.
L’ambito pubblico non è l’ambito della libertà senza criteri, ma l’ambito della libertà responsabile e, quindi, non individualista ma solidale. La libertà responsabile significa che c’è un uso illecito della libertà, quando questa si sgancia da un ordine di doveri oggettivi che sorgono dalla natura stessa della persona e della società. L’autorità politica non è lì per garantire la libera espressione di una libertà scriteriata, come testimonia il fatto che molte manifestazioni non vengono autorizzate, ma per garantire il rispetto dei valori fondamentali che fanno di quella politica una comunità: sono i valori e i doveri morali a tenerci insieme e non i diritti. 

(Fonte: Stefano Fontana, LNBQ, 26 gennaio 2019)
http://www.lanuovabq.it/it/via-libera-a-gay-pride-la-liberta-di-espressione-non-e-assoluta




mercoledì 16 gennaio 2019

Meno aborto, più ambiente e poveri: è la nuova bioetica


Con la lettera del Papa all'Accademia per la vita (PAV) muta il registro dottrinale sui temi morali: la persona umana vivente corredata di una propria dignità non rappresenta più il paradigma morale di riferimento per discernere il bene dal male, ma è sostituita dall’esistenza, una congerie di fatti e condizioni come l’immigrazione o la fratellanza universale. 
Povertà e ambiente ritenute più importanti di aborto ed eutanasia perché la giustizia sociale ha maggior peso della giustizia naturale.

Il Santo Padre il 6 gennaio scorso ha scritto una lettera a Mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita (PAV), in occasione del XXV anniversario dell’istituzione della medesima Accademia.
Nella lettera, resa pubblica ieri, vi sono sicuramente alcuni spunti interessanti e condivisibili, ma non mancano alcune riserve. Data la lunghezza della lettera siamo costretti a tralasciare molte riflessioni, volendo solo soffermarci su quello che, a nostro giudizio, pare essere il cuore di questa missiva: la nuova missione della PAV. Aborto, eutanasia, fecondazione artificiale, maternità surrogata, sperimentazione sugli embrioni, clonazione, contraccezione et similia non devono più rappresentare le materie di interesse principale della PAV, bensì sono altri gli orizzonti verso cui l’Accademia dovrà spingersi. Un cambio di direzione già annunciato il giugno scorso in occasione della XXIV Assemblea Generale della PAV.
La nuova identità della PAV, voluta da Giovanni Paolo II per dare risposta a quesiti morali di carattere bioetico, è oggi ampiamente confermata da Papa Francesco. Infatti i temi toccati nella lettera sono, tra i molti, le “relazioni familiari”, la “convivenza sociale”, la “diffidenza reciproca”, la “competizione esasperata”, la “violenza”, la “famiglia umana”, la “guerra”, il “godimento materiale”, “il sistema del denaro e l’ideologia del consumo”, la “divisione, l’indifferenza, l’ostilità” tra i popoli, il “compromesso mondano”, “i poveri e i disperati”, gli anziani e i giovani (“È urgente che gli anziani credano di più ai loro ‘sogni’ migliori; e che i giovani abbiano ‘visioni’ capaci di spingerli a impegnarsi coraggiosamente nella storia”).
Le tematiche però al centro della lettera del Papa e che devono quindi essere parimenti al centro degli sforzi della PAV sono altre: l’ambiente, il concetto di un nuovo umanesimo e la fraternità universale. In merito a quest’ultimo aspetto il Pontefice così si esprime: “Dobbiamo riconoscere che la fraternità rimane la promessa mancata della modernità. […] La forza della fraternità, che l’adorazione di Dio in spirito e verità genera fra gli umani, è la nuova frontiera del cristianesimo”.
Tralasciamo qualsiasi commento al fatto che la modernità, ammesso e non concesso che abbia mai fatto promesse buone, non ha adempiuto a promesse ben più rilevanti di quella che interessa la fraternità e che indicare come nuova frontiera del cristianesimo “la forza della fraternità” pare voler dimenticare che la frontiera del cristianesimo è, a detta della dottrina cattolica, di altra e ben più elevata natura ed è sempre la medesima: la salvezza degli uomini. Tralasciando appunto queste riflessioni, ciò che rileva è l’uso delle espressioni “umanesimo” e “fratellanza universale” dato che sono termini alieni al portato culturale cattolico perché il loro contenuto, così come sedimentato dalla storia, non è cattolico. Vero è che potrebbero ricevere diversa accezione, però occorrerebbe specificare tale accezione. Ma, detto ciò, sarebbe comunque preferibile ricorrere all’infinita e ricchissima terminologia della teologia e morale cattolica che, in secoli di studio, ha cesellato termini precisi e inequivocabili ad uso e consumo dei fedeli. E così a posto di “umanesimo” si poteva usare “antropologia cattolica”, perché nell’umanesimo al centro c’era l’uomo e non Dio, e a posto di “fraternità universale”, dal sapore tanto illuminista, si poteva usare l’espressione “figli di Dio”.
Ma che fine hanno fatto nella missiva del papa le tematiche proprie della bioetica, quelle su cui la PAV ha indagato per anni? C’è un solo passaggio della lunga lettera in cui si parla di aborto e eutanasia, laddove Papa Francesco apprezza l’impegno della PAV allorquando in più occasioni si è spesa per “la denuncia dell’aborto e della soppressione del malato come mali gravissimi, che contraddicono lo Spirito della vita e ci fanno sprofondare nell’anti-cultura della morte”. Ma subito dopo il Pontefice si affretta a chiarire che ora la mission della PAV si deve occupare (anche e soprattutto) di altro: “Su questa linea occorre certamente continuare, con attenzione ad altre provocazioni che la congiuntura contemporanea offre per la maturazione della fede, per una sua più profonda comprensione e per più adeguata comunicazione agli uomini di oggi. […] La prospettiva della bioetica globale, con la sua visione ampia e l’attenzione all’impatto dell’ambiente sulla vita e sulla salute, costituisce una notevole opportunità per approfondire la nuova alleanza del Vangelo e della creazione”. Ritorna il concetto di bioetica globale: mettiamo in secondo piano aborto, eutanasia, fecondazione artificiale, etc. e privilegiamo i temi sociali e ambientali.
La priorità del tema ecologista è comprovata da questi passaggi dove, addirittura, pare che l’ecologismo sia la fonte dei doveri morali: “Una nuova prospettiva etica universale, attenta ai temi del creato e della vita umana, è l’obiettivo al quale dobbiamo puntare sul piano culturale”. Curioso notare che il tema della vita umana viene dopo quella del creato. Forse perché la persona riceve valore dal fatto che è anch’essa creatura al pari di animali e piante? Pare, ma è solo un giudizio intuitivo, che la seguente affermazione, assai problematica per più motivi, vada in questa direzione: “La differenza [sic] della vita umana è un bene assoluto, degno di essere eticamente presidiato, prezioso per la cura di tutta la creazione”.
Un’altra prova che il registro dottrinale sui temi morali è mutato viene dal seguente periodo: “San Giovanni Paolo II registrava i gesti di accoglienza e di difesa della vita umana, il diffondersi di una sensibilità contraria alla guerra e alla pena di morte, una crescente attenzione alla qualità della vita e all’ecologia”. Dunque, tralasciando il fatto che citare in modo così parziale (ed anche partigiano) Giovanni Paolo II tradisce non poco il suo pensiero, pare che la difesa della vita umana sia strada percorribile solo se si è contrari alla guerra (anche a quella giusta?), alla pena di morte (anche a quella giusta?) e se ci si batte per la qualità della vita (che è sì un bene, ma non certo assoluto, altrimenti si spalancano le porte all’eutanasia, all’aborto e alla fecondazione extracorporea) e per l’ecologia.
In breve la lettera del Papa mette in luce due novità in tema di bioetica. Innanzitutto la PAV forse dovrebbe cambiare nome: non più Pontificia Accademia per la Vita, ma Pontificia Accademia per l’Esistenza. Infatti sembra che la persona umana vivente corredata di una propria dignità non rappresenti più il paradigma morale di riferimento per discernere il bene dal male e che sia stata sostituita dall’esistenza, ossia da una congerie di fatti e condizioni (l’immigrazione, la guerra, la fratellanza universale, il povero, l’anziano, il giovane, etc.) che diventano fonte da cui trarre i giudizi morali. Una impostazione antimetafisica perché rappresenta una declinazione teorica della cosiddetta fenomenologia etica: la prassi genera i principi etici. Schiacciato dunque sul piano orizzontale, l’uomo è essere vivente al pari degli altri esseri viventi e quindi i criteri di giudizio etico devono essere quelli dell’ecologismo.
In secondo luogo le tematiche classiche della bioetica si eclissano a favore di altri temi che nulla, o ben poco, hanno a che fare con la bioetica. Le motivazioni che soggiacciono a questa eclissi, in sintesi, possono essere le seguenti (qui per un’analisi un poco più approfondita). In primo luogo povertà, disagio sociale, ambiente etc. vengono ritenute materie più importanti di aborto ed eutanasia perché la giustizia sociale ha maggior peso della giustizia naturale. In secondo luogo le tematiche classiche bioetiche sono fortemente divisive, portano allo scontro e questo mal si concilia con una Chiesa intenta prevalentemente a gettare ponti e ad abbattere muri.

(Fonte: Tommaso Scandroglio, LNBQ, Editoriale, 6 gennaio 2019)
http://www.lanuovabq.it/it/meno-aborto-piu-ambiente-e-poveri-e-la-nuova-bioetica?fbclid=IwAR1S6T_WmHAPboc3cnU_r1W4_yS_NMaCbJr3IiyzGWKq1YR0SJqGLf0UsWY




I nuovi ‘funerali’ officiati da un laico sono contro Rito e Catechismo


Crea molti problemi la clamorosa decisione della Diocesi di Bolzano-Bressanone di far celebrare i funerali ai laici. Il primo, enorme, consiste nella progressiva “protestantizzazione” della Chiesa Cattolica, sostituendo ovunque sia possibile l’Eucarestia con le celebrazioni della Parola.
Si vorrebbe così rispondere alla carenza di sacerdoti, il cui numero viene presentato come «insufficiente» dal quotidiano della Cei, Avvenire, dello scorso 12 gennaio. Eppure, i dati del 2015 registrano in Diocesi 455 preti per 281 parrocchie, in pratica 2 ogni parrocchia. Rebus sic stantibus, non pare difficile trovarne uno disposto a celebrare le esequie dei cari estinti, volendolo… Lasciandosi, magari, sostituire dai laici in oratorio con i giovani, ma non al camposanto …
A far problema non è comunque tanto e neanche soprattutto questo. Avvenire specifica come ad ottobre, presso lo Studio Teologico Accademico di Bressanone, sia partito per 17 candidati un corso di formazione «intensiva» – in 16 appuntamenti da sei ore l’uno – su tematiche pastorali, bibliche, liturgiche, psicologiche e relazionali con tanto di «seminario aperto sullo specifico del rito in caso di cremazione». La conclusione è prevista a maggio, quando si dovrebbero tenere «i primi funerali – senza Eucarestia –». 5 degli iscritti sono diaconi permanenti, circa gli altri il quotidiano della Cei si affretta a rassicurare, che sono «in perfetta parità di genere, 6 uomini e 6 donne», caso mai qualcuno cominciasse a preoccuparsene, in ogni caso tutte «persone attive nella comunità parrocchiale». E subito il giornale precisa come tale iniziativa sia «già presente da tempo nel mondo austriaco e tedesco».
Avvenire stesso parla anzi di un precedente, svoltosi lo scorso ottobre addirittura nel Duomo di Bolzano, quando fu un laico, per la precisione «un animatore delle liturgie» in parrocchia, «a guidare la celebrazione della Parola su richiesta del decano don Bernhard Holzer».
Stanti così le cose, i problemi sono enormi, dato che il Catechismo della Chiesa Cattolica, al n. 1689, prevede espressamente: «Quando la celebrazione ha luogo in chiesa, l’Eucarestia è il cuore della realtà pasquale della morte cristiana. È allora che la Chiesa esprime la sua comunione efficace con il defunto: offrendo al Padre, nello Spirito Santo, il sacrificio della morte e della risurrezione di Cristo, gli chiede che il suo figlio sia purificato dai suoi peccati e dalle loro conseguenze e che sia ammesso alla pienezza pasquale della mensa del Regno». Ora, è evidente come tutto questo un laico non lo possa fare. E nemmeno un diacono permanente. Neppure dopo 96 ore di formazione. Perché il punto non è quanto siano bravi ed impegnati in parrocchia, né quanto abbiano studiato. Il fatto è che non sono sacerdoti. Ed, a questo, non c’è alternativa.
Prosegue il Catechismo, utilizzando peraltro espressioni facilmente rintracciabili anche nel Rito delle esequie: «È attraverso l’Eucarestia così celebrata che la comunità dei fedeli, specialmente la famiglia del defunto, impara a vivere in comunione con colui che “si è addormentato nel Signore”, comunicando al corpo di Cristo di cui egli è membro vivente e pregando poi per lui e con lui». Attraverso l’Eucarestia. Non in altro modo. Proprio quell’Eucarestia che, nel nuovo “funerale” guidato da un laico, è stata evidentemente tolta, cancellata, espulsa, privando il caro estinto, come si vede, dell’essenziale.
Allora, il fatto che vi sia già stato un precedente nel Duomo di Bolzano e che ve ne siano stati altri in Austria ed in Germania non conta alcunché. Tanti abusi vengono commessi in Austria ed in Germania, ma il fatto che siano avvenuti non basta a renderli leciti: restano abusi e non è il caso di seguirli. Né è questione di gusti o di sensibilità personali. Vi sono regole precise, criteri chiari e norme inequivocabili. È a quelle che tutti quanti devono attenersi. E non ad altro.

(Fonte: Corrispondenza Romana, 16 gennaio 2019)
https://www.corrispondenzaromana.it/notizie-brevi/i-nuovi-funerali-con-laico-son-contro-rito-e-catechismo/




“Grazie Francesco”. Da “tutti i massoni del mondo!”


È davvero pieno di entusiasmo e riconoscenza il messaggio che i massoni spagnoli hanno inviato a Francesco: «Tutti i massoni del mondo si uniscono alla richiesta del papa per “la fraternità tra persone di diverse religioni”».
Il testo è stato rilanciato in un tweet della Gran Logia de España, nel quale si sottolinea l’identità di vedute rispetto a quanto sostenuto da Francesco nel messaggio di Natale.
«Nel suo messaggio natalizio dalla loggia centrale del Vaticano – scrivono infatti i massoni del Grande Oriente Español – Papa Francesco ha chiesto il trionfo della fratellanza universale tra tutti gli esseri umani: “Il mio augurio di buon Natale è un augurio di fraternità. Fraternità tra persone di ogni nazione e cultura. Fraternità tra persone di idee diverse, ma capaci di rispettarsi e di ascoltare l’altro. Fraternità tra persone di diverse religioni. Gesù è venuto a rivelare il volto di Dio a tutti coloro che lo cercano. E il volto di Dio si è manifestato in un volto umano concreto. Non è apparso in un angelo, ma in un uomo, nato in un tempo e in un luogo. E così, con la sua incarnazione, il Figlio di Dio ci indica che la salvezza passa attraverso l’amore, l’accoglienza, il rispetto per questa nostra povera umanità che tutti condividiamo in una grande varietà di etnie, di lingue, di culture…, ma tutti fratelli in umanità! Allora le nostre differenze non sono un danno o un pericolo, sono una ricchezza. Come per un artista che vuole fare un mosaico: è meglio avere a disposizione tessere di molti colori, piuttosto che di pochi!”».
Nel mettere in evidenza con enfasi l’importanza dei concetti espressi da Francesco, la Gran Loggia di Spagna rileva: «Le parole del Papa mostrano la lontananza attuale della Chiesa dal contenuto di Humanum genus (1884), l’ultima grande condanna cattolica della massoneria».
Nell’enciclica Humanus genus in effetti il papa Leone XIII condannò senza mezzi termini la massoneria, stigmatizzando «il grand’errore moderno dell’indifferentismo religioso e della parità di tutti i culti», un atteggiamento che il pontefice dell’epoca definì «via opportunissima per annientare le religioni tutte, e segnatamente la cattolica che, unica vera, non può senz’enorme ingiustizia esser messa in un fascio con le altre».
Secondo i massoni spagnoli, il modo in cui il papa attuale condanna il fondamentalismo religioso e chiede fraternità e tolleranza avvicina la  Chiesa alla massoneria accomunandole nell’impegno per la fratellanza universale, al di là delle differenze in campo politico, culturale, nazionale e religioso.
L’attestato di stima nei confronti del papa da parte della massoneria fa notizia, ma non stupisce. Dopo Paolo VI, Jorge Mario Bergoglio (che dal 1999 è socio onorario del Rotary Club) è decisamente il papa più apprezzato dalla massoneria internazionale.
Mentre Giovanni Paolo II e Benedetto XVI furono duramente osteggiati dai massoni, il pontefice argentino ha ricevuto ripetuti elogi dalla massoneria, sia in Europa sia nelle Americhe. E certamente nuovi elogi arriveranno, dato che il papa si appresta a partecipare ad Abu Dahbi, all’inizio del prossimo febbraio, su invito dello sceicco Mohammed bin Zayed Al Nahyan, all’Incontro interreligioso internazionale sulla fratellanza umana, tema da sempre caro alla massoneria.
Pure dai massoni italiani nel corso del tempo sono arrivate espressioni di stima e simpatia nei confronti di Francesco. Anni fa, per esempio, Gustavo Raffi, all’epoca gran maestro del Grande Oriente d’Italia, disse a migliaia di fratelli riuniti a convegno: «Basterà volgere lo sguardo dentro quelle mura che separano l’Italia dal Vaticano per capire che qualcosa sta cambiando. Osserviamo con attenzione e rispetto come questo papa stia accelerando i tempi di un cambiamento epocale entro l’orizzonte di strutture tradizionalmente restie ad accogliere i fermenti di innovazione. E di riflesso il suo influsso si riverbera ben oltre i confini delle sagrestie».
Per chi volesse leggere l’Humanus genus di Leone XIII, enciclica del 20 aprile 1884 sulla «condanna del relativismo filosofico e morale della massoneria», ecco qui il testo.  Che si conclude, occorre ricordarlo, con una quadruplice, intensa invocazione: alla Vergine Maria perché, «contro le empie sette… dimostri la potenza sua», a «San Michele, principe dell’angelica milizia, debellatore del nemico infernale», a «San Giuseppe, sposo della Vergine Santissima, Celeste e salutare patrono della cattolica Chiesa», e ai «grandi Apostoli Pietro e Paolo, propagatori e difensori invitti della fede cristiana».

(Fonte: Aldo Maria Valli, 9 gennaio 2019)
https://www.aldomariavalli.it/2019/01/09/grazie-francesco-da-todos-los-masones-del-mundo/




lunedì 7 gennaio 2019

DECRETO SICUREZZA: Sull'immigrazione i vescovi hanno perso la testa


Sconcerto, rabbia, amarezza: difficile dire quale sia il sentimento dominante nel leggere la raffica di dichiarazioni di vescovi e cardinali italiani che pontificano sul decreto sicurezza.

Sconcerto, rabbia, amarezza: difficile dire quale sia il sentimento dominante nel leggere la raffica di dichiarazioni di vescovi e cardinali italiani che pontificano sul decreto sicurezza, ovviamente dando ragione ai sindaci ribelli e accusando il ministro dell’Interno Matteo Salvini di disumanità, nel migliore dei casi. A peggiorare la situazione poi, c’è il caso dei 49 migranti per i quali anche il Papa ieri ha lanciato un appello ai leader europei perché vengano accolti. Sono a bordo di due navi appartenenti a Ong, la Sea Watch e la Sea Eye, da 17 giorni al largo di Malta perché non vengono fatte attraccare.
Dal vescovo di Palermo, Corrado Lorefice, al presidente della Commissione migranti della Cei, Guerino di Tora, dal vescovo di Noto Antonio Staglianò (nella foto)  al cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova, sembra ci sia una sola parola d’ordine: boicottare il decreto sicurezza, ribellarsi alla chiusura dei porti. Non si può non essere sconcertati nel notare una tale concentrazione di fuoco che almeno negli ultimi decenni non ha precedenti.  Non si è mai vista tanta mobilitazione neanche quando in discussione c’erano temi che rivoluzionano l’antropologia, vedi unioni civili e ideologia gender tanto per stare alle ultime vicende. Addirittura i vertici della Cei hanno cercato di fermare in tutti i modi il popolo dei Family Day. E ora, su temi ben più opinabili, come abbiamo ripetutamente spiegato, assistiamo a questo circo.
C’è anche rabbia perché in buona parte questi vescovi non sanno neanche di cosa stanno parlando: non conoscono il decreto sicurezza (sparano giudizi evidentemente dopo aver letto sbrigativamente qualche articolo di Repubblica o di Avvenire, che più o meno è la stessa cosa) e non conoscono neanche il catechismo (oppure lo conoscono, ma è roba del passato); parlano di obiezione di coscienza applicandola a materie sbagliate (clicca qui); si inventano nuove categorie cristiane per scomunicare quanti non odiano Salvini; addirittura il vescovo Staglianò, più a suo agio con le canzoni di Fabio Concato e Marco Mengoni che non con il catechismo, in una delirante intervista a Repubblica si inventa anche la categoria dei “cattolici convenzionali” (quelli che secondo lui sono contro l’accoglienza), sostenitori di una violenza satanica.
A nessuno di costoro passa per la mente almeno di confrontarsi con il semplice dato della realtà: nel 2018 le morti nel Mediterraneo - sono i dati ufficiali dell’Alto Commissariato per i rifugiati, pubblicati in questi giorni - sono più che dimezzate rispetto all’anno precedente (1.311 contro 2.872) grazie al fatto che sono state contenute le partenze dal Nord Africa (in Italia ci sono stati 23.371 sbarchi, quasi centomila in meno rispetto al 2017). E questo non solo non violando i diritti umani e non venendo meno al dovere di soccorrere le persone in mare, ma contribuendo alla lotta contro i trafficanti di uomini, visto che sono le grandi organizzazioni criminali quelle che gestiscono il traffico dai paesi africani al Mediterraneo.
E anche sulla vicenda dei 49 irregolari ancorati al largo di Malta ignorano che si tratta di una palese violazione delle regole da parte delle Ong, che hanno “rubato” gli immigrati alla guardia costiera libica per poter poi creare un caso politico, ricattando il nostro governo anche con l’aiuto di una Unione Europea che evidentemente ha deciso che l’Italia deve essere il campo profughi dell’Europa. A giocare sulla pelle di persone che sono state illuse e poi schiavizzate da bande di criminali sono queste Ong, non il governo italiano. Sarebbe ora che qualche vescovo scendesse dal pero e svelasse questa ipocrisia di falso umanitarismo.
Ma c’è anche una grande amarezza nel constatare come la gerarchia ecclesiastica stia riducendo la propria missione a politica, l’annuncio cristiano ad attività umanitarie. Sembra ormai esserci solo la dimensione orizzontale, l’affanno a riparare le cose del mondo che non vanno, oltretutto aderendo a criteri di giudizio mondani. Una gerarchia ecclesiastica che predica una liberazione politica, che propone una Chiesa ridotta al servizio di un’etica globale, cioè una Chiesa praticamente inutile.

(Fonte: Riccardo Cascioli, Editoriali LNBQ, 7 gennaio 2019)
http://lanuovabq.it/it/sullimmigrazione-i-vescovi-hanno-perso-la-testa?






venerdì 4 gennaio 2019

Il linguaggio di Francesco, volutamente impreciso


Nel giro di pochi giorni papa Francesco ha fatto tre affermazioni dal contenuto molto problematico. Dapprima ha detto che Maria non è nata santa. Poi ha detto che il cristianesimo è rivoluzionario. Infine, che è meglio essere atei piuttosto che andare in Chiesa e poi comportarsi male. Un linguaggio volutamente impreciso.

Nel giro di pochi giorni papa Francesco ha fatto tre affermazioni dal contenuto molto problematico. Dapprima ha detto che Maria non è nata santa ma lo è diventata perché santi non si nasce ma si diventa. Poi ha detto che il cristianesimo è rivoluzionario. Quindi ha affermato che è meglio essere atei piuttosto che andare in Chiesa e poi comportarsi male: “C’è gente che è capace di tessere preghiere atee, senza Dio, e lo fanno per essere ammirati dagli uomini. E quante volte vediamo lo scandalo di quelle persone che vanno in chiesa e stanno lì tutta la giornata o vanno tutti i giorni e poi vivono odiando gli altri o parlando male della gente! Meglio non andare in chiesa: vivi così, come se fossi ateo. Ma se tu vai in chiesa, vivi come figlio, come fratello e dà una vera testimonianza, non una contro-testimonianza”.
La prima affermazione chiama in causa la corretta interpretazione del dogma dell’immacolata concezione. La seconda si oppone agli insegnamenti di moltissimi pontefici che hanno insegnato l’incompatibilità tra il concetto di rivoluzione e la fede cristiana. La terza è un intrico di gravi questioni teologiche e pastorali che richiedono di essere decrittate tramite un fine lavoro di esegesi che però nessun fedele è in grado di fare. Da qui il “conflitto delle interpretazioni” e lo smarrimento di tanti che si attendono invece dal papa poche e chiare parole. A far confusione, dicono, ci pensiamo già noi.
La terza affermazione sugli atei e gli incoerenti frequentatori della messa è tra l’altro in contraddizione con altri insegnamenti dello stesso Francesco. E’ nota la discussa affermazione della Evangelii gaudium ripresa nella famosa nota 351 di Amoris laetitia secondo cui “l’Eucarestia non è un premio per i perfetti ma un aiuto per i deboli”. Ammesso che sia così, non si capisce perché sia meglio essere atei che andare in chiesa pur essendo cristiani incoerenti. La coerenza qui viene richiesta in modo assoluto, mentre in nome di una superiore misericordia ai divorziati risposati non si chiede più la coerenza di vivere come fratello e sorella secondo le indicazioni di Familiaris consortio 84.
In ogni caso, anche se esaminata in se stessa, la frase presenta delle oscurità teologiche. L’ateismo, quando è colpevole, un tempo era considerato un peccato. Oggi, di fatto, non è più così, perché si pensa che Dio si riveli in tutti gli uomini e quindi anche negli atei. E’ per questo che si concedono le chiese alle cattedre dei non credenti e si permette loro di insegnare (in chiesa) che Dio non esiste. L’ateismo è la situazione dell’uomo che consapevolmente rifiuta Dio. Come è possibile che tale situazione di vita sia preferibile a chi va in chiesa pur non riuscendo poi ad essere cristiano fino in fondo nella vita pratica? In questo modo la coerenza diventa il criterio di valutazione al posto del contenuto di verità. Un ateo coerente sarebbe preferibile ad un cristiano incoerente. Può essere corretto criticare l’ipocrisia, anche se oggi (siamo seri …) quanti vanno in chiesa tutti i giorni “per essere ammirati dagli uomini”?, ma è problematico indicare la coerenza dell’ateo come alternativa.
La frequenza con cui papa Francesco pronuncia frasi problematiche come queste conferma un significativo cambiamento del linguaggio pontificio su cui da tempo si concentrano studiosi e osservatori. L’esempio massimo di questo nuovo codice comunicativo è stata Amoris laetitia. Si tratta di un linguaggio volutamente impreciso, allusivo, evocativo, sfumato, volatile ed ondeggiante. Un linguaggio che propone domande senza risposta, contrapposizioni dialettiche senza sintesi, polarità senza combinazione e spesso usa frasi del tipo “sì...ma” dove il “ma” introduce non solo attenuanti ma eccezioni. E’ un linguaggio per immagini dalla problematica interpretazione teologica più che per concetti: la dottrina come pietre scagliate, la tradizione che non è un museo, il peccato chiamato fragilità, il confessionale che non deve essere sala di tortura … E’ un linguaggio che non chiude ma apre, non precisa ma pone domande, non conferma ma fa nascere dubbi. Un linguaggio “in tensione”, storico, biografico, esistenziale, dinamico, che procede per contrapposizioni e contraddizioni e che inquieta.
La questione principale davanti a questi evidenti cambiamenti su cui, come ripeto, sono stati già scritti libri e libri, è se dietro questo mutamento di linguaggio ci sia anche un mutamento nella concezione del papato stesso. Il linguaggio non è mai solo linguaggio. Quando si usano parole nuove per indicare le cose di prima vuol dire che è nata una nuova dottrina che le vede in modo diverso. Specularmente, se si vuole far nascere un nuovo modo di pensare bisogna parlare in modo diverso. In questo senso il linguaggio di papa Francesco è l’estremizzazione coerente del passaggio iniziato col Vaticano II dalla dottrina alla pastorale, dalla natura alla storia, dalla metafisica all’ermeneutica. E ciò non poteva non finire per riguardare anche il ruolo del papa nella Chiesa.

(Fonte: Stefano Fontana, LNBQ, Editoriale, 4 gennaio 2019)
http://www.lanuovabq.it/it/il-linguaggio-di-francesco-volutamente-impreciso




venerdì 28 dicembre 2018

La CEI: L'unico principio non negoziabile è cacciare Salvini


Intervenire sull'Ires e non sull'utero in affitto - come ha fatto il presidente Cei Bassetti - mostra chiaramente è in atto un cambiamento nella graduatoria dei principi non negoziabili: ai primi posti vengono messi temi privi di carattere assoluto e moralmente vincolante in quanto possono essere affrontati in vario modo, dato il loro carattere contingente e relativo. Ma ormai per i vescovi il principio non negoziabile cardine è diventato cacciare Salvini. 

Alla notizia dell’intervista di ieri su Repubblica del cardinale Bassetti, presidente dei vescovi italiani, mi è stornato in mente quando su quella sedia sedeva il cardinale Camillo Ruini. Allora egli veniva accusato un giorno sì e l’altro pure di fare politica, mentre avrebbe dovuto occuparsi di religione e fede. Quando compariva in pubblico insieme a Romano Prodi, le malelingue dicevano che il politico dalle fini strategie era Ruini e l’ecclesiastico dal passo felpato era Prodi. Quando poi, nel 2004, Ruini consigliò gli italiani di non andare alle urne per il referendum sulla legge 40, l’accusa di fare politica aumentò vertiginosamente. Fu allora che l’ecclesiastico dal passo felpato rimproverò il politico in porpora, rivendicando per sé di essere un “cattolico adulto”: la politica non aveva bisogno di vescovi che facessero politica.
È curioso però che dopo l’era Ruini, e specialmente nell’era di papa Francesco, i vescovi italiani si siano messi a fare politica diretta, e nessuno dice niente per il fatto che la fanno da una parte sola, dalla parte di coloro che contestavano il cardinale Ruini perché faceva troppa politica. Strane vicende della politica (ecclesiastica) italiana. Durante la segreteria CEI di Mons. Galantino i vertici episcopali andavano direttamente a cena con la Cirinnà e la Boschi, per altro non per cercare di evitare l’approvazione della legge sul riconoscimento delle unioni civili anche tra persone omosessuali, ma per concordarle insieme.  In cambio di qualcosa che non si sa. In premio il vescovo Galantino è stato promosso nientemeno che all’APSA, ove si gestisce il patrimonio della Santa Sede, di cui è diventato Presidente.
Ora il presidente della CEI se la prende con un provvedimento della finanziaria, lancia un guanto di sfida a Salvini e si mette a capo di un nuovo partito politico. Non entro qui nel merito della nuova tassazione che grava sugli enti non-profit. La questione è complessa, voci non di parte ne avevano già messo in evidenza l’inopportunità e lo stesso governo aveva fatto ammenda, promettendo di rivedere il punto a gennaio. Dico solo che il tema è strettamente politico e di amministrazione governativa e su questi temi sarebbe meglio che i vescovi non intervenissero, a meno che non vi fossero coinvolti principi morali non negoziabili.
Proprio su questo tema, in altre occasioni questo giornale aveva fatto notare che è in atto un cambiamento nella graduatoria dei principi non negoziabili. Ai primi posti vengono messi temi privi di carattere assoluto e moralmente vincolante in quanto possono essere affrontati in vario modo, dato il loro carattere contingente e relativo. Agli ultimi posti vengono collocati invece i temi che pongono le coscienze davanti a principi morali che non ammettono eccezioni. Anche nel caso dell’intervento del cardinale Bassetti è così. In questi stessi giorni, come documentato , il gruppo di lavoro incaricato dalla Conferenza Stato-Regioni di verificare l’applicazione della legge 40/2004 sulla fecondazione artificiale spinge perché lo Stato incentivi la donazione di gameti e, quindi, l’utero in affitto.
Al posto del cardinale Bassetti io sarei intervenuto su questo tema che, dal punto di vista antropologico (e teologico) è dirompente, assolutamente disumano, contrario ad alcuni principi fondamentali della legge naturale e divina e causa certa di enormi e durature ingiustizie. La tassazione degli enti no-profit è invece argomento politico, con molti aspetti tecnici e di valutazione empirica, sul quale ci si può legittimamente atteggiare in modo diverso pur partendo dagli stessi principi. Anche chi è contrario a questa riforma del governo vede comunque l’enorme disparità tra i due piatti della bilancia e si chiede perché i vescovi intervengano per quello che pesa di meno e tacciano sempre per quello che pesa di più. 
L’intervento di Bassetti è stato espresso poi con un linguaggio tipicamente politico: “Se la prenda con noi vescovoni ma lasci stare il patrimonio di umanità del popolo italiano”. Sembra una frase efficace da comizio. Il primo e forse unico (in questo momento) principio non negoziabile sembra essere la cacciata di Salvini dal governo. “Se la prenda con noi vescovoni” tocca retoricamente il tasto del vittimismo e la “difesa del patrimonio di umanità del popolo italiano” quello della compiacenza, due ingredienti fondamentali del linguaggio elettorale: noi difensori dei valori come vittime e loro demolitori dei valori come carnefici. Anche toccare un tema che fa leva sul sentimento, come è appunto il no-profit, e non uno fastidioso come l’utero in affitto, rivela una gestione politica dell’intervista: il politico dice sempre le cose che la gente vuol sentir dire e che ampiamente già condivide. 
Ci si chiede però se i vescovi debbano mettersi a polemizzare con un uomo politico in questi termini. Termini che, tra l’altro, invitano l’avversario a fare lo stesso o anche di più, e siccome di motivi per guerreggiare ce ne sono molti e la Chiesa in questo momento ha diversi ambiti scoperti, sembra proprio che Bassetti abbia inaugurato la campagna elettorale per le europee 2019. Per quale partito ancora non si sa. Certamente non per la Chiesa la quale non è un partito (o no?). 

(Fonte: Stefano Fontana, LNBQ, Editoriale, 28 dicembre 2018)
http://www.lanuovabq.it/it/lunico-principio-non-negoziabile-e-cacciare-salvini




domenica 25 novembre 2018

Quella partita sulla dottrina, dietro lo scontro sul Padre Nostro


In ballo c'è l'unità della Chiesa minacciata dalla liturgia "liquida" che piace a Bergoglio

C'è molto di più che la diversa interpretazione di una frase dietro la dura polemica che si è scatenata da quando lo scorso 15 novembre la Conferenza Episcopale Italiana (Cei) ha approvato la modifica del Padre Nostro sul Messale.
Come ormai tutti sanno il Non ci indurre in tentazione verrà sostituito dal Non abbandonarci alla tentazione, che i vescovi italiani ritengono più conforme al significato originale in greco. Opinione non condivisa da molti teologi ma anche da una parte consistente dei cattolici italiani, per i quali detto per inciso non è che la nuova formulazione risulti più immediata nel significato di quella tradizionale.
A rendere incandescente la materia ci sono motivi che raccontano delle profonde inquietudini e divisioni che segnano l'attuale momento della Chiesa cattolica, non solo italiana. Un primo motivo riguarda proprio la confusione che oggi regna nella Chiesa riguardo ai contenuti della fede e della morale, come in modo esemplare dimostra lo scontro non ancora risolto sulla comunione ai divorziati risposati seguito all'esortazione apostolica Amoris Laetitia (19 marzo 2016). Non c'è dubbio che negli ultimi anni si susseguono «novità» che vanno nella direzione di un cedimento alla mentalità del mondo: dalla discutibile rivalutazione di Martin Lutero alla condiscendenza verso la cultura omosessualista, dal primato della prassi sull'ortodossia alle aperture su donne diacono e preti sposati, è tutta una corsa al cambiamento che sembra condannare ciò che è stato vero in duemila anni di Chiesa. Non a caso tanti cantori del nuovo corso amano parlare della «Chiesa di Francesco» o della «nuova Chiesa», per indicare una rottura con il passato considerato ormai incapace di dire qualcosa che il mondo sia in grado di ascoltare.
Ammesso e non concesso che fosse giusto toccare l'unica preghiera insegnata da Gesù e all'interno della liturgia che è il cuore della vita della comunità cristiana, era proprio così necessario aggiungere ora un altro fattore di instabilità nel popolo di Dio? E come si concilia questa puntigliosità quando ogni domenica ci sono tanti preti che improvvisano cambiamenti della liturgia senza che nessuna autorità ecclesiastica intervenga?
In tutta questa vicenda è stato ignorato il Catechismo della Chiesa cattolica, che offre già la spiegazione del versetto «non ci indurre in tentazione» (nn.2846-2849); spiegazione che non collima con la nuova traduzione. Nel giro di pochi mesi è perciò la seconda volta che viene «toccato» il Catechismo, dopo il cambiamento sulla pena di morte che Papa Francesco ha introdotto nell'agosto scorso. Un segnale che la dottrina della Chiesa può cambiare nel tempo o anche che sia possibile ignorarla, rendendo ancora più «liquida» la consistenza attuale della Chiesa.
Ma c'è anche un motivo più profondo, ed è la battaglia delle traduzioni che sta dividendo i vertici della Chiesa cattolica. Il 9 settembre 2017 papa Francesco pubblicava il Motu Proprio Magnum Principium in cui introduceva dei cambiamenti nella procedura di approvazione da parte della Santa Sede di traduzioni e adattamenti dal latino dei testi liturgici preparati dalle singole Conferenze episcopali. Fatto rilevante è che la riforma era stata studiata da un gruppo ristretto di esperti, radunati alla Congregazione per il Culto divino ma tenendo all'oscuro il prefetto della stessa Congregazione, il cardinale guineano Robert Sarah, ritenuto troppo vicino alle posizioni di Benedetto XVI. Peraltro lo stesso Benedetto XVI pochi mesi prima, scrivendo la post-fazione al libro di Sarah, La forza del silenzio, aveva affermato che con lui «la liturgia è in buone mani».
Sebbene il testo si prestasse a diverse interpretazioni, i suoi estensori non facevano mistero che il vero significato dell'operazione era dare una maggiore libertà alle Conferenze episcopali in fatto di testi liturgici. Il cardinale Sarah non ha però tardato a reagire e in una lunga lettera inviata al Papa e pubblicata dal sito La Nuova Bussola Quotidiana il successivo 12 ottobre, si premurava di interpretare in modo ben più restrittivo il documento del Papa, con l'autorità che gli viene dal suo ruolo. Sarah temeva a ragione una deriva che portasse a una sorta di «federalismo liturgico» che mette in discussione la stessa unità della Chiesa cattolica. Ma la sortita del cardinale non era piaciuta a papa Francesco che infatti il successivo 22 ottobre con un'altra lettera smentiva il prefetto della Congregazione per il Culto divino e confermava l'intenzione di una devolution liturgica. Potrebbe sembrare una discussione accademica tra esperti, essa tocca invece il cuore della Chiesa cattolica, come ha chiarito anche il cardinale Gerhard Müller, ex prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, anche lui silurato da papa Francesco. In una intervista rilasciata a una rivista francese poco dopo lo scontro sulla Magnum Principium, Müller faceva sue le preoccupazioni del cardinale Sarah affermando: «La liturgia unisce, non deve dividere e fare scaturire contraddizioni. L'autorità finale in caso di dubbi non può risiedere nelle Conferenze episcopali perché questo vorrebbe distruggere l'unità della Chiesa cattolica e la comprensione della fede e della comunione e della preghiera». La vicenda del Padre nostro dunque, è solo un episodio di una battaglia più grande su cui si gioca l'unità della Chiesa, e si può star certi che non finirà con la pubblicazione del nuovo messale.

(Fonte: Riccardo Cascioli, Il Giornale, 25 novembre 2018)
http://www.ilgiornale.it/news/cronache/partita-sulla-dottrina-dietro-scontro-sul-padre-nostro-1606873.html




giovedì 22 novembre 2018

Cambiano il “Padre nostro” e il “Gloria”: alcune nostre considerazioni


In questi giorni si sta parlando delle modifiche apportate dalla CEI in merito alla preghiera del Padre Nostro e del Gloria.
Non siamo intervenuti finora, perché tutto sommato riteniamo che la questione non sia decisiva. Ovviamente se ne può discutere l’opportunità, visto che stiamo parlando di modifiche che toccano preghiere dalla vita secolare.
Visto però che se ne continua a parlare. Ci preme fare qualche considerazione. Come sempre breve e schematica, com’è nello stile che ci siamo scelti.
Iniziamo dal Padre nostro.
Va detto che l’espressione “…non ci indurre in tentazione” (è da decenni che se ne parla) può lasciare intendere una cosa che non è teologicamente esatta, ovvero che Dio possa direttamente (attenzione a questo avverbio) essere causa della tentazione. Ovviamente, ciò non può essere perché l’autore della tentazione è il Maligno, e non certo Dio che è costitutivamente buono.
Pertanto, la modifica di questa espressione poteva rientrare nelle possibilità (anche se -a nostro parere- se se ne doveva valutare l’opportunità) di rendere più chiaro il concetto in merito al rapporto tra l’uomo, la tentazione e l’azione provvidenziale di Dio. 
La questione però è un’altra. Ed è appunto di opportunità, che non solo è legata al consolidamento della recita della preghiera, ma anche ad una mentalità oggi diffusa. L’espressione che è stata scelta “non abbandonarci alla tentazione” potrebbe significare due cose che sono ugualmente inaccettabili teologicamente.
La prima è quella di credere che Dio possa abbandonare nella dinamica della tentazione, una volta invocato. Cosa che non è. Quando si cede alla tentazione, la responsabilità è sempre dell’uomo. L’uomo può abbandonare Dio, non Dio l’uomo. Tant’è che sant’Alfonso giustamente diceva: “Chi prega si salva, chi non prega non si salva”, per far capire -appunto- che se s’invoca Dio, Questi non può non donare la grazia necessaria e sufficiente per superare ogni tentazione.
La seconda è che Dio non possa provvidenzialmente servirsi della tentazione. Ecco perché bisogna stare attenti all’avverbio “direttamente”. Dio non può direttamente tentare, ma indirettamente, permettendola, si serve della tentazione per provarci. Il diavolo (ecco perché Dante ne descrive anche l’aspetto “comico”) diviene, nella prospettiva della Provvidenza, una sorta di “strumento” di Dio per la santificazione dell’uomo. Servire Dio quando non ci sono tentazioni, è facile. Servirlo, nelle tentazioni, è invece occasione di grande merito. Questo non significa che bisogna cercarsi le tentazioni (sarebbe un tentare Dio), ma se arrivano…

Veniamo al Gloria.
Qui la modifica -a nostro parere- è stata ancora più inopportuna. Infatti, la frase “uomini di buona volontà” è divenuta “uomini che Dio ama“. Una modifica che -al di là della correzione della traduzione- induce a sminuire la corrispondenza della libertà umana alla grazia salvifica di Dio. Tutto questo in clima di protestantizzazione della fede cattolica e della vita dei cattolici che è quella che è.

(Fonte: Blog Il cammino dei tre sentieri, 19 novembre 2018)
http://itresentieri.it/cambiano-il-padre-nostro-e-il-gloria-alcune-nostre-considerazioni/?fbclid=IwAR3AUHqd3t1_G_xXB-45upkf7MYVtel1wP3ADi62x4fD5mcrto5AZSwfVmY




mercoledì 10 ottobre 2018

È il momento dell'orgoglio catto-gay


Il Forum dei cristiani Lgbt ad Albano Laziale è solo uno degli episodi di questi giorni che promuovono l'agenda gay nella Chiesa, ma è particolarmente significativo per le sue implicazioni. Ci vorrebbe un intervento magisteriale autorevole per chiarire il giudizio sull'omosessualità, ma non c'è segno che questo possa avvenire. Tutt'altro.

Sarà pure una coincidenza, ma sembra che in occasione del Sinodo dei giovani si sia abbattuto sulla Chiesa uno tsunami gay. Solo per stare alle ultime ore: ad Albano Laziale è in corso di svolgimento il Forum dei cristiani Lgbt, sponsorizzato dal vescovo Marcello Semeraro, che è anche segretario del C9, il collegio dei nove cardinali che affiancano il Papa nel ridisegnare la Curia Romana. Contemporaneamente a Bari viene annunciato per il 13 ottobre un convegno su “Fede cristiana e omobitransessualità”, una giornata voluta dalle solite associazioni Lgbt cristiane, nella parrocchia di San Sabino, con previsto il saluto del vescovo Francesco Cacucci. Per oggi è poi annunciata la presentazione dei risultati di un sondaggio, fatto su scala mondiale, sul ruolo della Chiesa cattolica nei confronti delle persone Lgbt (intervengono i “cattolici” Monica Cirinnà e Nichi Vendola). E ancora: il vicario generale della diocesi di Monaco di Baviera, Peter Beer, ha dichiarato pubblicamente che l'arcidiocesi ha «preti omosessuali e dipendenti omosessuali», aggiungendo che «rendono un servizio importante e buono».
Saranno coincidenze, come dicevamo, però anche questo fa “clima culturale” mentre al Sinodo, come sappiamo, ha tenuto banco in questi primi giorni la questione del linguaggio Lgbt inserito nell’Instrumentum Laboris.
Insomma è chiaro che da Monaco a Bari, passando per Roma, c’è una forte spinta alla legittimazione dell’omosessualità, soprattutto nella sua versione ideologizzata e militante. Sappiamo infatti che usare il linguaggio Lgbt significa appunto sposare la rivendicazione di un orgoglio gay, la pretesa di una presunta normalità di qualsiasi orientamento sessuale. Per questo il movimento gay ci tiene molto al riconoscimento della Chiesa: si ripete quanto accaduto per la battaglia del matrimonio fra persone dello stesso sesso. Come dimostrano i numeri, quello che interessa non è lo sposarsi, ma il diritto a sposarsi perché così la società, lo Stato, riconosce la normalità di un certo stato di vita. Lo stesso vale per la Chiesa: il problema non è la fede in Dio, ma il riconoscimento di una condizione di vita. È la battaglia decisiva, perché la Chiesa cattolica rimane ormai l’ultimo bastione da conquistare, l’unica realtà che – essendo voluta da Dio – ci ricorda che «all’inizio non fu così»; che il progetto creatore di Dio prevede «maschio e femmina», destinati a completarsi; che l’omosessualità è un dis-ordine, cioè non conforme all’ordine creato da Dio.
Per questo è inquietante ciò che molti prelati stanno facendo non solo dal punto di vista morale personale (il che vista l’estensione del fenomeno è già inquietante), ma soprattutto per «cambiare le cose» nella Chiesa, per «aggiornare» la dottrina, per dettare legge a Dio che, evidentemente, al momento della Creazione si era sbagliato. Risulta perciò particolarmente grave, fra le varie iniziative e dichiarazioni citate in apertura, quanto accade ad Albano Laziale e che ci viene puntualmente riferito con grande evidenza da Avvenire. Qui infatti a sponsorizzare il “Forum nazionale dei cristiani Lgbt” non è un vescovo qualunque, ma monsignor Marcello Semeraro che, oltre ad essere il presidente della società editrice di Avvenire, è anche uomo di fiducia di papa Francesco, tanto da essere stato chiamato come segretario del C9. Semeraro, ci racconta un entusiastico Avvenire che vede avvicinarsi la meta dopo un lungo cammino, ha aperto i lavori con un «lungo, caloroso intervento». E il sempre presente “inviato sul fronte Lgbt” Luciano Moia ci racconta commosso tutti gli sforzi per far cambiare nella Chiesa la comprensione dell’omosessualità, finora impedita da una «sessuofobia introiettata».
Si tratta di linguaggio e obiettivi che ormai non dovrebbero più sorprendere quanti seguono l’evoluzione di Avvenire, ma anche i più restii a riconoscere la realtà devono arrendersi al fatto che la Conferenza Episcopale Italiana – di cui Avvenire è organo - si è schierata ormai apertamente, e non da oggi, a fianco della militanza catto-gay. Certo in privato non tutti i vescovi italiani la pensano così, anzi; ma in pubblico le voci di dissenso sono così flebili da non raggiungere le orecchie dei fedeli.
E così nel popolo cattolico si instilla un veleno che porta fino a considerare la ribellione al progetto di Dio (Benedetto XVI dixit) un “dovere” per i buoni cattolici. Come accade? Intanto corrompendo il linguaggio. Vedi la parola accoglienza, propinata così generosamente. Anche la pagina di Avvenire dedicata al Forum di Albano Laziale trasuda accoglienza da tutti i pori. Ma questa parola ormai non indica più il desiderio di abbracciare ogni persona per amore di Cristo, e perché possa incontrare o tornare a Dio; niente a che vedere con la figura del padre misericordioso che corre incontro al figlio che torna a casa pentito di essersi allontanato dal padre ed essersi perso in una vita dissoluta. No, qui accoglienza significa legittimare uno stile di vita, un comportamento morale che la Chiesa ha sempre considerato gravemente peccaminoso. Tanto che si chiede con forza un cambiamento della teologia morale e anche dell’esegesi biblica (sennò come si fa a conciliare l’orgoglio gay con Sodoma e San Paolo?).
Malgrado le apparenze non ci si fa carico delle ferite e delle sofferenze delle persone che sperimentano un’attrazione verso persone dello stesso sesso, e dei loro familiari, ma si pensa di curare le ferite e le sofferenze facendo finta che tutto sia normale, che vada bene così. Basta che la comunità parrocchiale sia accogliente e permetta alle persone che vivono una vita omosessuale di insegnare catechismo, di fare i lettori, di servire all’altare e magari di essere benedetti nelle loro unioni, e tutto si risolve. Questo passa come il farsi carico delle sofferenze, invece è proprio la normalizzazione e la legittimazione dell’omosessualità che impedisce che la sofferenza per una certa condizione venga espressa.
E si potrebbe continuare con gli esempi di questo rovesciamento del linguaggio.
Ciò che risulta chiaro è che nella Chiesa questo processo di ribaltamento della Parola di Dio è molto avanzato. E al momento non è neanche necessario che si ponga mano al Catechismo per cambiarlo, sebbene anche questo sia un obiettivo; per ora basta che chi ha l’autorità magisteriale non intervenga, non chiarisca il giudizio sull’omosessualità. Perché il problema è tutto qui: come giudicare l’omosessualità. Ci sarebbe bisogno di un intervento magisteriale autorevole che ribadisca e spieghi ciò che la Chiesa ha sempre creduto, ma non c’è traccia di questa volontà. Anzi, si pongono gesti che vanno proprio in senso contrario.


(Fonte: Riccardo Cascioli, La NBQ, 10 ottobre 2018)
http://www.lanuovabq.it/it/e-il-momento-dellorgoglio-catto-gay#.W73EPlkfLn4.facebook




Il papa, i giovani e la ferula biforcuta


Per la Santa Messa di apertura del sinodo dei giovani papa Francesco ha usato una ferula che gli era stata donata durante l’incontro con i giovani al Circo Massimo. È un bastone che termina con due punte, attraverso le quali passa un grosso chiodo.
Guardando la ferula più da vicino, si vede che alla confluenza dei due rami c’è una protuberanza, una specie di naso. Vuol forse dire che essi sono, o dovrebbero essere, due braccia, ovvero quelle di Gesù in croce? Ma il chiodo messo in quel modo?
Sui social media ovviamente sono fioccati i commenti. Francesco è stato paragonato a Harry Potter che va a un incontro di Quidditch, a Gandalf del Signore degli anelli, al Simon mago degli Atti degli apostoli.
A me è venuta in mente la bacchetta a due punte del rabdomante, ma anche una fionda.
Se devo essere sincero, il primo pensiero è stato però un altro: quelle due punte sembrano proprio corna. E vedere il papa che se ne va in giro tenendo in mano quell’aggeggio suscita sgomento oltre che orrore, indignazione e tristezza.
Sento già il commento: ecco, il solito profeta di sventura, il solito fariseo, tutto formalismo ed esteriorità.
Che volete che vi dica? Quella ferula (ma la possiamo ancora chiamare così?) mi inquieta: la trovo sconvolgente. Vedere il papa che si appoggia a un bastone che termina con due corna mi fa star male.
Nel suo blog il padre John Zuhlsdorf, che non le manda mai a dire, mostra la foto che ritrae il momento in cui la ferula fu donata al papa da una giovane, durante l’incontro al Circo Massimo. Oltre che sulle corna alla sommità del bastone, padre John si concentra sul braccio sinistro della ragazza e in particolare sul polso, dove si vede un braccialetto rosso. Ebbene, secondo padre John quello è un simbolo wiccano.
Ora, il sottoscritto non sa nulla di wicca, wiccani e wiccanesimo. Sa soltanto che queste definizioni, come la “ferula” biforcuta, gli mettono agitazione. Siamo nel campo dell’esoterismo, della magia, del neopaganesimo, tutta roba che, a quanto pare, riscuote un certo successo tra i giovani in questo nostro mondo che definiamo evoluto.
Quella ragazza di fronte al papa, indossando quel braccialetto, era consapevole di portare su di sé un simbolo wiccano? Non lo so, ma tendo a pensare che non lo fosse. Anzi, a dirla tutta credo che il padre John questa volta abbia esagerato: magari quello è semplicemente un braccialetto rosso e basta, senza bisogno di scomodare i culti esoterici.
Il punto è un altro. Il punto è che la ferula biforcuta qualcuno l’ha pensata e l’ha pure realizzata, e poi l’ha proposta al Vaticano (o alla Cei o a vattelapesca) e qualcuno l’ha accettata, e qualcuno nell’accettarla avrà detto “ma che bella”, e qualcuno poi ha deciso che donarla al papa sarebbe stata una grande idea, e poi il papa l’ha ricevuta e a sua volta accettata, e l’ha pure usata per la Santa Messa che ha segnato l’inizio del sinodo dei giovani.
Ecco, in tutto questo c’è qualcosa che non quadra. Possibile che, nel corso dell’intera catena, a nessuno sia venuto spontaneo dire che la ferula biforcuta non ha nulla di cristiano, ha invece molto di demoniaco ed è proprio orrenda? Oppure vogliamo pensare, il che forse è ancora peggio, che qualcuno l’obiezione avrebbe voluto farla, ma non ha detto nulla, per paura di passare come tradizionalista e conservatore?
A proposito di tradizionalisti e conservatori, un amico mi dice che forse il papa ha accettato la ferula biforcuta perché ha visto la possibilità di usarla per punzecchiare il didietro di quelli che considera i suoi avversari, da lui graziosamente definiti tempo fa “cani selvaggi”. Può essere.
Può anche essere, ha osservato qualcun altro, che la ferula biforcuta, con quella forma, sia utile come bastone per tenere su il filo per stendere il bucato, e magari a Casa Santa Marta c’era bisogno di un aggeggio simile. Ecco. Allora lasciamolo a Santa Marta.


(Fonte: Aldo Maria Valli, blog, 6 ottobre 2018)
https://www.aldomariavalli.it/2018/10/06/il-papa-i-giovani-e-la-ferula-biforcuta/




giovedì 27 settembre 2018

I silenzi di Francesco

In Vaticano “regna un clima di paura e di incertezza”. “Francesco è molto bravo nel mettere in moto le cose, ma alla fine ci sono solo oscillazioni”. “Fin dall’inizio non ho mai creduto a una sua parola”.
Sono voci uscite dal Vaticano. Voci anonime. Sappiamo solo che tra esse c’è anche quella di un cardinale. Il giornale che le pubblica è il tedesco Der Spiegel, che dedica al papato di Francesco una lunga inchiesta.
Dunque, stando a queste testimonianze, in Vaticano il clima sarebbe di paura ma anche di incertezza. Paura perché chi è critico si sente sotto controllo, non libero di esprimere le proprie valutazioni. Incertezza perché spesso, come nel caso della comunione per i coniugi protestanti dei cattolici (questione molto avvertita in Germania), non c’è una linea chiara.
Il quadro che emerge dall’inchiesta contrasta con l’immagine pubblica del papa argentino e del suo pontificato. A dispetto delle richieste, più volte avanzate da Francesco, di parresia, ossia di libertà e coraggio nell’esprimere le proprie idee, anche in contrasto con quelle del papa, nei sacri palazzi dominerebbe non la trasparenza, ma il sospetto. Il giornale riporta un giudizio di Marie Collins, ex membro della commissione vaticana per la tutela dei minori, secondo la quale alle “belle parole in pubblico” corrisponderebbero “azioni opposte a porte chiuse”.
Der Spiegel non è certamente noto per la pacatezza dei suoi giudizi. Tempo fa, per esempio, l’ambasciata d’Italia in Germania fu costretta a protestare per un articolo nel quale il giornale tedesco lanciava un durissimo attacco al nuovo governo italiano (“promette agli italiani il paradiso in terra ma vuol far pagare il conto ai vicini”, l’Italia è un “paese di scrocconi”), tuttavia i risultati dell’inchiesta coincidono con le valutazioni che, sia pure a mezza bocca e sempre dietro rigoroso anonimato, arrivano sempre più spesso dai sacri palazzi.
Uno dei problemi di maggiore portata, riferisce il giornale, è il silenzio dietro al quale il papa si trincera davanti a questioni che non possono essere ignorate. Ha taciuto di fronte alle critiche mosse dai quattro cardinali con i dubia, ha taciuto di fronte al memoriale dell’arcivescovo Viganò, ha taciuto di fronte alla petizione di migliaia di donne cattoliche che gli hanno scritto chiedendogli di rispondere chiaramente alle osservazioni dell’ex nunzio negli Usa. “Il papa – si chiede dunque il giornale – è ancora padrone della situazione?”.
Gli inviati dello Spiegel sono andati anche in Argentina e qui, a differenza che in Vaticano, hanno trovato persone disposte a parlare a viso aperto. Particolarmente rilevante è la testimonianza di una donna, Julieta Añazco, abusata sessualmente da un prete, Ricardo Giménez, quando aveva solo sette anni. L’abuso avvenne in una tenda, durante un campeggio di bambini, approfittando del sacramento della confessione.
Julieta, originaria di La Plata, non lontano da Buenos Aires, solo in seguito ha scoperto che padre Giménez era già stato trasferito a causa di precedenti accuse di abuso su minori.
Nel 2013, qualche mese dopo l’elezione di Bergoglio, Julieta e altre tredici vittime di padre Giménez decisero di scrivere una lettera al papa. Descrivevano i fatti, spiegavano quanto forte fosse ancora la loro sofferenza, raccontavano che alcuni soffrivano di depressione (fino al tentato suicidio) e che altri erano caduti nella tossicodipendenza, mentre il prete abusatore continuava a celebrare la messa ed a stare a contatto con bambini e giovani.
La lettera fu inviata a Francesco, per posta raccomandata, nel dicembre 2013. Tre settimane dopo, racconta Julieta, dall’Italia arrivò un avviso di ricevimento, ma dal papa solo silenzio. “Non abbiamo saputo più nulla”. E don Giménez nel frattempo è stato ancora trasferito: ora presta servizio in una casa di cura per anziani.
Secondo lo Spiegel, durante il periodo in cui Bergoglio fu arcivescovo molte delle vittime degli abusi a Buenos Aires si rivolsero a lui per chiedere aiuto, ma “a nessuno fu permesso di parlargli”. Julieta Añazco e altre vittime ora chiedono che contro i loro violentatori si arrivi a un processo da parte delle autorità argentine. Ben sessantadue, riferisce il giornale, sarebbero i processi di questo tipo in corso nel paese sudamericano.
Tuttavia, dice Julieta, “la situazione per noi resta difficile, perché nessuno ci crede; vorremmo raggiungere il papa, ma non è interessato a noi”.
Un altro testimone che parla senza rifugiarsi dietro l’anonimato è Juan Pablo Gallego, legale di alcune vittime di abusi, il quale arriva addirittura a sostenere che “Francesco è ora in esilio a Roma: lì, per così dire, ha trovato rifugio”.
Particolarmente scottante è la vicenda di padre Julio César Grassi, arrestato e chiuso in carcere per aver abusato di ragazzi nella fascia di età compresa tra undici e diciassette anni. Secondo Gallego, Bergoglio fu il confessore di Grassi e ordinò a uno studio legale un corposo rapporto, di 2.600 pagine, per difendere Grassi dalle accuse.
“Nel 2006 – riferisce Gallego – ebbi una conversazione con Bergoglio. Stava sulle sue, diffidente, e non disse nulla sul fatto che la Chiesa pagava gli avvocati di Grassi. L’immagine attuale, di un papa Francesco aperto e comprensivo, non combacia con quella dell’uomo davanti al quale mi trovai in quel momento”.
Di recente, all’interno di un documentario Intitolato Abusi sessuali nella Chiesa: il codice del silenzio
https://pjmedia.com/video/watch-pope-francis-gets-caught-in-gigantic-lie-regarding-a-sexual-abuse-case-in-argentina/
si vede una giornalista che, all’inizio di un’udienza in piazza San Pietro, pone al papa, a gran voce e in spagnolo, una domanda specifica sul caso Grassi: “Santità, circa il caso Grassi, lei ha cercato di influenzare la giustizia argentina?”. Il papa, che in un primo tempo sembra non cogliere la domanda, a un certo punto si ferma e guarda la giornalista con l’aria di chi non ha capito bene. Allora l’inviata ripete la domanda in modo ancora più chiaro, scandendo le parole, al che il papa, scuotendo la testa, e con un’espressione che è un misto di stupore e disprezzo, risponde: “Nada”. La giornalista tuttavia non demorde e chiede: “Perché ha commissionato una contro-inchiesta?”. E il papa, di nuovo, accompagnando le parole con un gesto della mano, risponde: “Non l’ho mai fatto”.
Nel documentario, realizzato dal giornalista Martin Boudot, si ricorda che Bergoglio nel libro Il cielo e la terra, scritto dal futuro papa con il rabbino Abraham Skorka, a proposito di abusi sessuali commessi da preti dice: “Non è mai accaduto nella mia diocesi” (siamo a pagina 55 dell’edizione italiana, Mondadori), ma le testimonianze raccolte da Boudot vanno in senso contrario a questa affermazione.
Circa il caso Grassi, risulta che effettivamente nel 2010 la Conferenza episcopale argentina commissionò una contro-inchiesta tesa a screditare le vittime, accusate di “falsità, menzogne, inganno e invenzione”. Scopo del documento era ribaltare il giudizio del tribunale di primo grado, che aveva condannato il prete a quindici anni di carcere. “Una sottile pressione sui giudici” la definì uno dei giudici della commissione d’appello.
Avvicinato da Boudot, un giovane, una delle vittime di Grassi, ha raccontato della sua paura di ritorsioni. Ha detto di aver ricevuto minacce e che qualcuno è entrato in casa sua per rubare materiale relativo al processo: “Alla fine il tribunale mi ha inserito in un programma di protezione dei testimoni. Non dimenticherò mai quello che padre Grassi continuava a ripetere durante il processo: Bergoglio, diceva, non ha mai lasciato la mia mano”.
Boudot ha chiesto di poter intervistare il pontefice, ma gli è stato negato.

(Fonte: Aldo Maria Valli, Blog, 23 settembre 2018)
https://www.aldomariavalli.it/2018/09/23/i-silenzi-di-francesco/