sabato 3 febbraio 2018

Lezioni di fedeltà per i fidanzati gay. La diocesi: ritiro spirituale in convento


L’iniziativa della diocesi di Torino nasce per rispondere a un vuoto: la legge Cirinnà per l’unione delle coppie dello stesso sesso non prevede, tra diritti e doveri dei nuovi coniugi, l’obbligo di fedeltà.

La diocesi di Torino dà lezione di fedeltà alle coppie gay. O, meglio, la propone, “perché non vogliamo erigerci troppo a maestri, ma vogliamo dire che anche i gay meritano la fedeltà”.
Don Gianluca Carrega, responsabile della “pastorale degli omosessuali”, racconta di un personale sorpasso negli inviti ricevuti dai suoi amici: l’anno scorso ha partecipato a un solo matrimonio che potremmo definire “tradizionale”, di una coppia etero, e a ben tre unioni civili gay.
“È stato bello, ogni volta una festa: quella legge ha portato molti frutti, io li ho visti e li riconosco”, racconta il sacerdote che ha ricevuto l’investitura ufficiale dall’arcivescovo, monsignor Cesare Nosiglia.
Ma la legge sulle unioni civili aveva, per così dire, una lacuna, un compromesso, su cui s’è consumato un braccio di ferro nei giorni dell’approvazione: la legge sulle unioni civili alla fine non ha previsto, tra i diritti e i doveri della coppia, l’obbligo di fedeltà. Don Gianluca, che insegna Nuovo Testamento alla Facoltà Teologica torinese, lo definisce un paradosso. E per questo la Diocesi di Torino ha dedicato a questo tema un fine settimana di ritiro quaresimale rivolto alle coppie gay, intitolato «Degni di fedeltà».
Si terrà il 24 e il 25 febbraio in un istituto di suore, le Figlie della Sapienza. La due giorni avrà partecipanti singoli e coppie. Alla domanda se ci saranno camere matrimoniali, don Gianluca resta vago: «Non ci siamo ancora posti il problema, essendo un monastero, cercheremo di dare a ciascuno una “cella” singola». Ci saranno momenti di preghiera alternati alla riflessione. Un’iniziativa nuova ma con origini lontane: l’attenzione alla condizione spirituale, e più in generale sociale, di vita, delle persone omosessuali è incominciata a Torino - dove presso il Gruppo Abele di don Luigi Ciotti è attivo anche il Centro Studi e Documentazione Ferruccio Castellano - ormai molti anni fa, durante l’episcopato del cardinale Severino Poletto. Allora era stato incaricato del dialogo don Ermis Segatti, direttore della Pastorale della cultura.
“La legge può anche non prevedere l’obbligo di fedeltà - spiega don Gianluca - ma riflettendo sull’affettività dei gay, possiamo dire che ciascuno merita un amore esclusivo, unico. La legge può decidere quali siano i requisiti minimi, ma noi vogliamo parlare di qualità del rapporto”.
Nell’incontro si discuterà “del valore della fedeltà e dell’amore, alla luce del messaggio biblico”, insieme al padre gesuita Pino Piva. Non ci saranno facili ricette: “Su questi temi dobbiamo affiancare le coppie più che dirigere, d’altra parte non sarebbe onesto per chi, come me, è etero e celibe”.
La diocesi più avanti della Cirinnà? Le aperture di don Gianluca gli sono costate l’accusa, da parte della rivista ultracattolica “Il Timone”, di essere un prete “omoeretico”. Ma lui agisce in nome e per conto della diocesi, è uno dei pochissimi con un incarico ufficiale di questo tipo in Italia. E non ha paura di parlare di “controsenso” nell’insegnamento tradizionale della Chiesa. Se un uomo o una donna omosessuale ha rapporti occasionali, può confessarsi e ricevere i sacramenti. Se ha un’unione stabile e non un amore solo platonico la risposta spesso è no.
“Ma così rischiamo di fare tanti danni, incentivare tra i fedeli la clandestinità e la deresponsabilizzazione, dice. E il weekend di riflessione sulla fedeltà nasce anche per questo: “Una coppia credente che fa un’unione civile dovrà pur portare la sua fede religiosa all’interno della convivenza”. Ma per don Gianluca il discorso è duplice, anche la Chiesa deve “fare una riflessione sul valore dell’affettività omosessuale”. Perché, “come dice il vescovo di Nanterre, Gérard Daucourt, alcuni dei gay che decidono di vivere in coppia vi trovano una maggiore serenità e cercano di restare fedeli. E noi dobbiamo valorizzare ciò che di bello c’è nella loro vita”. 


(Fonte: Maria Teresa Martinengo, Fabrizio Assandri, La Stampa, 3 febbraio 2018)




La lunga marcia vaticana verso la resa alla Cina


È vera la notizia per cui a due vescovi legittimi è stato chiesto dalla delegazione vaticana di dimettersi per fare posto a due vescovi dell’Associazione patriottica. E papa Francesco sa e condivide tutte le mosse dei suoi diplomatici in Cina. È quanto si desume dal secco uno-due della Santa Sede in risposta al vescovo emerito di Hong Kong, il cardinale Joseph Zen Ze-kiun: prima con il comunicato della sala Stampa il 30 gennaio e poi con la lunga intervista a Vatican Insider del segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin.
La clamorosa notizia della richiesta rimozione dei due vescovi legittimi era stata data dall’agenzia Asia News e poi confermata dal cardinale Zen che, prima alla Nuova BQ e poi nel suo blog, aveva dato conto anche del suo viaggio a Roma per consegnare a papa Francesco la lettera addolorata di uno dei due vescovi, monsignor Zhuang Jianjian di Shantou (Guangdong). Dall’incontro con il Papa il cardinale Zen aveva ricavato la convinzione che egli non avesse alcuna intenzione di procedere nella direzione di una resa totale al regime comunista cinese, come invece l’operato della delegazione vaticana lasciava supporre.
E allora ecco puntuale il comunicato della Sala Stampa a precisare che «il Papa è in costante contatto con i Suoi collaboratori, in particolare della Segreteria di Stato, sulle questioni cinesi, e viene da loro informato in maniera fedele e particolareggiata sulla situazione della Chiesa Cattolica in Cina e sui passi del dialogo in corso tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese, che Egli accompagna con speciale sollecitudine». Comunicato che non nasconde la stizza nei confronti del cardinale Zen a cui viene dedicata l’acida chiusura: «Desta sorpresa e rammarico, pertanto, che si affermi il contrario da parte di persone di Chiesa e si alimentino così confusione e polemiche».
Nessun cenno invece alla vicenda dei due vescovi, una conferma indiretta della veridicità dei fatti. Rafforzata dall’intervista del cardinale Parolin che, dietro a tante parole di comprensione e apprezzamento per le sofferenze patite dalla cosiddetta Chiesa clandestina, conferma che sarà questa a dover pagare il prezzo della normalizzazione delle relazioni diplomatiche con il regime cinese. Si potrebbe già eccepire sul linguaggio eccessivamente diplomatico del segretario di Stato che parla con la lingua di Pechino («Nuova Cina» è la definizione della Cina comunista) e, tralasciando le decine di migliaia di cattolici (tra vescovi, preti e laici) uccisi o rinchiusi e torturati nei Laogai (i gulag cinesi), liquida con un «gravi contrasti e acute sofferenze» la spaccatura della Chiesa dovuta all’iniziativa del regime cinese di creare una Chiesa nazionalista, slegata dal Papa, con la formazione dell’Associazione patriottica dei cattolici cinesi.
Parolin se la prende con chi usa parole come resa, tradimento, compromesso, che hanno un sapore politico mentre la Chiesa, dice lui, si muove solo per ragioni pastorali; quindi bisognerebbe usare un altro vocabolario: servizio, dialogo, misericordia, perdono, riconciliazione, eccetera.
Nessuno vuol negare le buone intenzioni della segreteria di Stato, ma il cardinale Parolin deve pure rendersi conto che se anche le motivazioni della Santa Sede sono pastorali, quella che la Santa Sede sta conducendo è una trattativa politico-diplomatica. E il termine “resa” è più che appropriato per quello a cui si sta assistendo, perché la Santa Sede sta concedendo al regime comunista cinese il potere sulla nomina dei vescovi cattolici (fatto già grave in sé) senza avere nulla in cambio, visto che il governo in questi mesi ha intensificato la sua repressione delle comunità cattoliche e da oggi, 1 febbraio, entra anche in vigore un nuovo regolamento sulle attività religiose che darà un ulteriore giro di vite.
La vicenda dei due vescovi da rimuovere è ancora più grave perché i sostituti voluti dal governo cinese e avallati dalla Santa Sede sono tuttora “non riconciliati” con Roma. Non sono cioè neanche tra quelli che, pur avendo aderito all’Associazione patriottica, hanno chiesto negli anni passati di essere accolti nella comunione con la Chiesa universale. Uno smacco totale nei confronti dei cattolici che per decenni hanno patito grandi sofferenze per la loro fedeltà al Papa, e fonte di grave confusione. Perché è legittimo allora chiedersi se, per la Santa Sede, a sbagliare siano stati i vescovi, i preti e i laici che hanno accettato anche il martirio per restare fedeli alla Chiesa.
Tanto più che lo stesso cardinale Parolin riconosce che nei rapporti con Pechino «la scelta dei vescovi è cruciale», come del resto lo è sempre stata: essa infatti è il cuore stesso della divisione tra Associazione patriottica, controllata dal partito comunista, e Chiesa clandestina. Sebbene già dagli anni ’90 la Santa Sede abbia avuto un atteggiamento molto disponibile e dialogante nei confronti di Pechino (al contrario di quel che sostiene il cardinale Parolin), oggi si nota una svolta radicale. Finora infatti l’ostacolo era considerato l’Associazione patriottica e la pretesa del regime comunista di nominare i vescovi, oggi invece si capisce che per la Santa Sede l’ostacolo è tristemente rappresentato dalla Chiesa clandestina.
Il cardinale Parolin cita la famosa lettera di Benedetto XVI ai cattolici cinesi (27 maggio 2007) per reclamare la continuità dell’attuale linea con quella dei pontificati precedenti. È vero, sia Giovanni Paolo II sia Benedetto XVI avevano chiaramente espresso la necessità di un cammino di riconciliazione tra cattolici e il desiderio di normalizzare i rapporti con la Cina; avevano chiaramente assicurato che la Chiesa non è interessata allo scontro politico e che si può e deve essere cattolici romani e bravi cittadini cinesi, ma all’interno di un riferimento chiaro a princìpi cui non si può venire meno e nella valorizzazione della sofferenza della Chiesa perseguitata.
Il cardinale Parolin cita giustamente il passaggio della lettera di Benedetto XVI, quando dice che «la soluzione dei problemi esistenti non può essere perseguita attraverso un permanente conflitto con le legittime Autorità civili»; dimentica però di citare la seconda parte della frase: «nello stesso tempo, però, non è accettabile un'arrendevolezza alle medesime quando esse interferiscano indebitamente in materie che riguardano la fede e la disciplina della Chiesa». E più avanti dice ancora, riferendosi all’Associazione patriottica: «La dichiarata finalità dei suddetti organismi di attuare “i principi di indipendenza e autonomia, autogestione e amministrazione democratica della Chiesa, è inconciliabile con la dottrina cattolica, che fin dagli antichi Simboli di fede professa la Chiesa “una, santa, cattolica e apostolica”». E se non fosse ancora chiaro: «La comunione e l'unità — mi sia consentito di ripeterlo (cfr n. 5) — sono elementi essenziali e integrali della Chiesa cattolica: pertanto il progetto di una Chiesa “indipendente”, in ambito religioso, dalla Santa Sede è incompatibile con la dottrina cattolica».
Pretendere di superare lo scandalo di una Chiesa «indipendente» riconoscendola legittima tout court, non è misericordia, è resa incondizionata, è tradimento. 


(Fonte: Riccardo Cascioli, LNBQ, 1 febbraio 2018)


venerdì 26 gennaio 2018

“Avvenire”, quotidiano dei Vescovi italiani, loda il film pedofilo di Guadagnino


Sul quotidiano Avvenire di mercoledì 24 gennaio, a pagina 23, vi è un lungo articolo a tutta pagina, a firma di Alessandra De Luca, su un film appena lanciato del regista italiano Luca Guadagnino intitolato “Chiamami con il tuo nome”. L’enfasi data a tale film sembrerebbe derivare dal fatto che lo stesso ha ricevuto quattro nomination agli Oscar (miglior film, sceneggiatura, attore protagonista, canzone originale).
I problemi e i dubbi sorgono se si considera la trama del film, che si può brevemente così riassumere: un diciassettenne vive con la famiglia in una grande villa vicino a Crema in Lombardia; siamo nel 1983. Il padre è docente universitario e ogni estate ospita uno studente straniero che deve svolgere uno stage in Italia per completare una tesi di dottorato. Giunge così un americano di 24 anni sicuro di sé, molto bello e disinibito. Fra il giovane italiano, studioso di musica, un po’ insicuro e dedito ai primi tentativi sentimentali con una ragazza, e il misterioso e affascinante ospite si manifesta un’attrazione omosessuale crescente che il film racconta in tutti i suoi aspetti.
Questa la trama, in realtà banalissima e scontata, del film. Ormai sembra impossibile vincere un premio cinematografico internazionale senza pagare pegno alla dittatura omosessualista che sta instaurandosi in tutto il mondo occidentale, e non si contano più i film con la trama centrale, o almeno episodi e personaggi secondari, che ruotano intorno a tematiche omosessuali.
È evidente ormai da anni che i poteri forti anticristiani che mirano, con crescente furia e violenza, alla dissoluzione di ogni vita di fede e di anche solo ogni ricordo della morale tradizionale, hanno scelto cinema, programmi televisivi e musica leggera come canali privilegiati per traghettare l’Occidente verso l’omosessualismo di massa.
Dunque non ci stupisce scoprire l’ennesimo caso di un regista pieno di furbizia, e al tempo stesso moralmente vuoto, assetato di successo facile e bisognoso dei finanziamenti di un produttore (la Warner), che sceglie la scontatissima trama, falsamente trasgressiva - non si sa cosa infatti possa risultare più conformista oggi - di una storiella d’ “amore” fra due giovani omosessuali!
Ciò che stupisce e scandalizza è il tono complessivo dell’articolo di Avvenire, oltre al fatto in sé che l’unico giornale cattolico italiano scelga di parlare di simile immondizia.
Infatti, come si può già notare, è partita - e crescerà con il tempo - la campagna per lanciare il film in questione e tutta la stampa laicista e anticristiana ne parlerà abbondantemente e, ovviamente, in modo favorevole vista l’insonne sforzo di propaganda pro-gay che è in corso anche nel nostro paese da anni.
Dunque il giornale della Conferenza episcopale dovrebbe avere la decenza di non nominare nemmeno un film così indegno, ma se proprio ne vuole parlare dovrebbe farlo per condannarlo, non certo per elogiarlo. Invece l’articolo della De Luca è un vero e proprio inno celebrativo della bellezza del film e delle capacità del regista: sembra insomma che il fine sia spingere il più ampio numero di cattolici a incuriosirsi e ad andare a vederlo.
Leggiamo qualche passo dell’articolo:
Ma questa volta il regista (…) sembra ispirato da una compostezza, un’eleganza stilistica e un equilibrio narrativo mai raggiunti prima”.
“…Guadagnino mette da parte la maniacale ricerca di un’estetica che nei film precedenti rischiava di raffreddare tutto e, dando prova di una raggiunta maturità, ci mette il cuore, la propria anima, con una serenità e una leggerezza mai riscontrate prima nel suo cinema”.
Sono elogi davvero sperticati che stonano totalmente con il vergognoso contenuto della trama: infatti, stante l’immoralità e la turpitudine del racconto (cosa di più squallido di un’avventuretta estiva di due finocchi, cosa di meno poetico!) è da deprecare, più che elogiare, l’eventuale bontà artistica della realizzazione del film, poiché rende il contenuto ancora più insidioso e velenosamente capace di corrompere gli spettatori più ingenui e impreparati. La De Luca (fedele qui a papa Bergoglio e al suo celeberrimo e colpevole: “Chi sono io per giudicare?”) non solo non esprime alcun giudizio critico sul film, ma ne attenua o nasconde i tratti peggiori, scrivendo, ad esempio:
Alcune scene sono esplicite, ma mai volgari, e la passione che cresce tra i due giovani si inserisce nel riuscitissimo affresco di una città di provincia dove la noia estiva si sposa al languore e dove le atmosfere, i tempi dilatati, le attese sono più importanti e suggestive della storia d’amore”.
Ora, a parte l’errore grammaticale di scrivere “suggestive”, anziché “suggestivi”, si noti il tono non solo non di condanna, ma di compiaciuta approvazione delle frasi appena citate, non esclusa la ridicola nota che le scene che ritraggono gli atti sessuali che i due giovani sodomiti compiono fra di loro sono sì esplicite, ma mai “volgari”. Sembra quasi un estremo tentativo di rassicurare i più sospettosi fra cattolici (pochi, per fortuna) che ancora leggono Avvenire e che potrebbero evitare la visione del film, temendo, giustamente, di trovarsi di fronte a spiacevoli rappresentazioni di atti contro natura.
Ma gli elogi del film e del regista non sono finiti, tanto che l’articolo finisce così:
Il Guadagnino di Chiamami con il tuo nome (…) è insomma un regista in stato di grazia, adorato ora più che mai dagli americani, conquistati dalla sua raffinatezza, e pronti a evocare la candidatura agli oscar con la convinzione che all’Italia è mancata. Al Golden Globe non è andata bene, ma il prossimo 4 marzo potrebbe essere tutta un’altra storia”.
Quindi la giornalista di Avvenire sembra augurarsi che il film, che di fatto non può che contribuire a diffondere il vizio sodomitico fra i giovani del nostro paese, abbia il massimo successo e riesca magari vincitore di qualche Oscar.
Ora credo sia possibile fare qualche considerazione di ampio respiro; la prima è la seguente:
Avvenire, come ogni altro quotidiano, ha una redazione e un direttore che vigilano attentamente sulla composizione delle diverse pagine del giornale stesso. Dunque la De Luca non ha fatto una simile recensione se non perché qualcuno gliela ha chiesta. I toni celebrativi sono stati approvati da chi ha chiuso il giornale, cioè, essenzialmente, dal Direttore.
Il film si può immaginare che celebri ed esalti, in modo gravemente diseducativo, il darsi di due giovani a quello che il catechismo di San Pio X chiamava giustamente “peccato impuro contro natura”, uno dei quattro peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio. Ora a chi può sfuggire la gravità del fatto che il giornale dei vescovi italiani, voce ufficiosa quindi, ma significativa della chiesa italiana, approva un film così avverso al sentire e alla morale cattolici?
Di fatto questo articolo facendo conoscere ed elogiando un film che è un inno poetico all’omosessualità contribuisce al male, spinge al vizio i più piccoli e semplici, dà cioè scandalo e si allinea satanicamente ai poteri forti che da molti anni ormai sembrano cavalcare questo unico cavallo di battaglia per dissolvere ciò che resta dei costumi e della società cristiana. Di un film così turpe sarebbe grave e colpevole fare una recensione severamente critica, perché si contribuirebbe a renderlo noto e a incuriosire il pubblico, ma che la recensione sia positiva è cosa davvero indegna di un cristiano che abbia conservato anche solo un briciolo di fede e di buon senso.
È sicuramente impossibile, come già dicevamo sopra, che un articolo così ampio passi senza essere attentamente valutato dai responsabili del giornale e costoro, a loro volta, non autorizzano un simile articolo se non perché sanno che i vescovi loro referenti lo dovrebbero approvare. Da questo quadro mi sembra si possa dedurre che i vescovi italiani, o almeno coloro che hanno un più diretto rapporto con la gestione di Avvenire e con la Presidenza della C.E.I., sono indifferenti o favorevoli alla diffusione crescente di una cultura omosessualista sempre più aggressiva: in altre parole l’episcopato italiano, almeno nella sua parte preponderante, schiacciato passivamente sulle strategie e sulle idee di papa Bergoglio, sta accettando di sdoganare l’omosessualismo in salsa cattolica, come emerge da molti segnali, oltre che da questo articolo. I pochi vescovi che probabilmente dissentono da quanto sta accadendo, non parlano, si presume soffocati dalla paura di cadere vittima di qualche purga o punizione.
Ma chi avendone l’autorità e i mezzi per paura non interviene per cercare di fermare l’errore, manca gravemente ai suoi doveri e pecca, contribuendo allo scandalo pubblico col suo complice silenzio.

(Fonte: Matteo D’Amico, in Blondet & Friends, 25 gennaio 2018)


sabato 20 gennaio 2018

La “sedazione profonda”: forma mascherata di suicidio assistito?


Marina Ripa di Meana, la provocatoria esponente del jet set italiano morta a Roma il 6 gennaio 2018, ha scelto per morire la sedazione palliativa profonda, manifestando le sue ultime volontà in un video-testamento: «Dopo Natale le mie condizioni di salute sono precipitate. Il respiro, la parola, il mangiare, alzarmi: tutto, ormai, mi è difficile, mi procura dolore insopportabile: il tumore ormai si è impossessato del mio corpo. Ma non della mia mente, della mia coscienza. Ho chiamato Maria Antonietta Farina Coscioni, persona di cui mi fido e stimo per la sua storia personale, per comunicarle che il momento della fine è davvero giunto. Le ho chiesto di parlarle, lei è venuta. Le ho manifestato l’idea del suicidio assistito in Svizzera. Lei mi ha detto che potevo percorrere la via italiana delle cure palliative con la sedazione profonda. Io che ho viaggiato con la mente e con il corpo per tutta la mia vita, non sapevo, non conoscevo questa via. Voglio lanciare questo messaggio per dire che anche a casa propria, o in ospedale, con un tumore, una persona deve sapere che può scegliere di tornare alla terra senza ulteriori e inutili sofferenze. Fallo sapere. Fatelo sapere».
La scelta della sedazione profonda è stata suggerita dunque a Marina Ripa di Meana da Maria Antonietta Coscioni, una parlamentare di sinistra, fondatrice dell’Istituto Luca Coscioni, che si batte da anni per l’eutanasia e il suicidio assistito. Tra le due forme di fine vita, ha affermato la stessa Coscioni, in un’intervista a la Repubblica, esiste «una discriminante precisa». Nella sedazione profonda «non si somministra un farmaco che porta alla morte in un tempo ben preciso, che nel suicidio assistito può essere cronometrato. Il tempo di sedazione profonda, invece, dipende dalle condizioni del malato, che passa le sue ultime ore in un sonno profondo».
La dichiarazione di Maria Antonietta Coscioni insinua che il farmaco somministrato al paziente conduce alla morte, anche se non in un tempo preciso e cronometrato. Si tratterebbe di una forma mascherata di suicidio assistito, ammessa dal “biotestamento” legalizzato in Italia a fine dicembre, secondo il quale ogni persona maggiorenne, capace di intendere e volere, può manifestare, attraverso le disposizioni anticipate di trattamento (DAT), le proprie preferenze in materia di cure, compreso il rifiuto della nutrizione e dell’idratazione artificiali.
In realtà, osserva il prof. Renzo Puccetti, sedazione profonda è un termine non scientifico e in ambito medico si dovrebbe piuttosto distinguere tra una sedazione palliativa e una sedazione eutanasica. La prima è ammessa dalla morale cattolica, perché non è diretta a sopprimere il malato, ma il dolore. La seconda provoca la morte del paziente, o direttamente, attraverso i farmaci sedativi, o mediante l’interruzione di sostegni vitali (La nuova bussola quotidiana, 8 gennaio 2018). C’è dunque in questo concetto un’ambiguità profonda che rende il problema meno semplice di quanto possa apparire.
In primo luogo bisogna chiarire che la sedazione di cui si parla non è una terapia temporanea per alleviare il dolore, ma una condizione permanente, di non ritorno, che assomiglia a quella di un coma irreversibile. Chi sceglie la sedazione profonda compie un atto con cui sceglie di spegnere irrevocabilmente la luce della ragione e della volontà, per immergersi in un sonno profondo e definitivo, che è difficile distinguere dalla morte.
Ma se non è lecito togliersi la vita, sarà lecito rinunciare deliberatamente all’esercizio delle facoltà dell’anima, che rappresentano un immenso bene ricevuto da Dio?
In Italia, il Comitato Nazionale di Bioetica (CNB), in un documento approvato il 29 gennaio 2016, dal titolo Sedazione palliativa profonda continua nell’imminenza della morte, afferma la liceità della sedazione profonda, perché questa, a differenza dell’eutanasia, non può essere ritenuta un atto finalizzato alla morte. Ma lo stesso comitato ha decretato che lo standard neurologico è clinicamente ed eticamente valido per accertare la morte dell’individuo (I criteri di accertamento della morte, 24 giugno 2010), ovvero che la morte coincide con uno stato di coma irreversibile analogo a quello prodotto dalla sedazione profonda e permanente.
L’evidente ipocrisia è stata messa in luce da un membro dissidente dello stesso Comitato, il dottor Carlo Flamigni: «Ebbene, se sono un malato che soffre le pene dell’inferno a causa di una malattia per la quale non ho speranza di guarigione, se so che queste pene continueranno, intervallate da periodi di incoscienza più o meno lunghi, se mi addormento, ogni volta che la morfina esercita il suo effetto temporaneo, terrorizzato dall’idea che mi risveglierò dilaniato dalla mia sofferenza; ebbene se qualcuno mi prospetta l’ipotesi di una sedazione palliativa profonda continua e me la propone, quello che capisco è che mi viene offerta la possibilità di scegliere una buona morte e l’accetto felice, stupito semmai per il fatto che il Paese abbia finalmente legalizzato l’eutanasia». Considerazioni analoghe vennero fatte in occasione della morte del cardinale Carlo Maria Martini, il quale, come ricorda la nipote Giulia, chiese di essere sedato. «Avevi paura, paura soprattutto di perdere il controllo del tuo corpo, di morire soffocato (…). Con la consapevolezza condivisa che il momento si avvicinava, quando non ce l’hai fatta più, hai chiesto di essere addormentato. Così una dottoressa con due occhi chiari e limpidi, una esperta di cure che accompagnano alla morte, ti ha sedato» (Corriere della Sera, 4 settembre 2012). Paolo Flores d’Arcais, su Il Fatto Quotidiano del 6 settembre 2012, così commentò l’episodio: «Carlo Maria Martini ha deciso, deciso liberamente e sovranamente, il momento in cui voleva perdere definitivamente conoscenza, non “vivere” più la propria agonia e la propria morte. Questo e non altro, infatti, significa essere sedati. Non sentire più nulla, non provare più nulla, essere “fisicamente non cosciente” (…). Essere già, soggettivamente, nel sonno eterno, nell’eterno riposo, nella fine irreversibile di ogni sofferenza e di ogni angoscia». Eugenio Scalfari osservò da parte sua: «Quando si è nello stato di salute in cui era lui, la sedazione è un eufemismo che significa semplicemente darsi la morte senza soverchio dolore a distanza di poche ore. Tra la sedazione volontaria e il distacco da macchine, nella sostanza, non c’è alcuna differenza» (La Repubblica, 26 settembre 2012).
Se sullo standard neurologico della “morte cerebrale” prospera l’industria dei trapianti, negli hospice delle cure palliative, soprattutto negli Stati Uniti, prospera l’industria dell’eutanasia e del suicidio assistito. Elizabeth Wickam , in un documentato studio, ha mostrato il supporto dato dal Project on Death in America (PDIA) di George Soros allo sviluppo delle cure palliative per renderle un efficace strumento della cultura della morte.
Pio XII ha dato delle chiare indicazioni morali sulla sedazione, o narcosi (Risposta a 3 quesiti posti dalla società italiana di anestesiologia, del 24 febbraio 1957), confermate dalla Congregazione per la Dottrina della fede (Dichiarazione sull’eutanasia, del 5 maggio 1980 par. III), ma non bisogna nascondersi dietro il velo dell’ipocrisia. La verità è che le cure palliative oggi vengono usate come veicolo per l’eutanasia, soprattutto nei paesi dove essa non è legalizzata, con il pretesto di alleviare la sofferenza del malato. Il dott. Philippe Schepens, della John-Paul II Academy for Human Life and Family, lo ricorda con queste parole: «dire che una persona deve essere messa in uno stato di incoscienza, perché il suo dolore non può essere sopportato in altro modo, è falso alla luce degli attuali progressi della medicina. Questo tipo di “sedazione totale” non solo priva la persona del suo diritto ad essere cosciente e padrone del suo fine vita, ma è soprattutto diretta a rendere accettabile ai parenti, da questo momento in poi, la privazione di alimentazione e di idratazione. Ciò apre la strada all’eutanasia».
Gli ordini ospedalieri cattolici hanno alleviato le sofferenze dell’umanità nel corso dei secoli, ma negli ospedali, detti degli “Incurabili”, la preoccupazione dominante dei religiosi e delle religiose che assistevano i malati, era di prepararli spiritualmente alla morte. Negli hospice contemporanei, simili spesso a centri di benessere per moribondi, la preoccupazione suprema è quella di “non farli soffrire”, dimenticando il valore espiativo e redentivo della sofferenza, che non è una lesione della dignità umana, ma la conseguenza ineliminabile del peccato originale. Non c’è dignità maggiore di quella dell’uomo che affronta con coraggio e pazienza le sofferenze della morte, a immagine di Nostro Signore che, come narra il Vangelo, dopo avere assaggiato il vino misto a fiele che gli venne offerto prima della crocifissione per attenuare le sue sofferenze, non volle berlo (cfr. Mt 27, 34), perché voleva soffrire in piena coscienza, compiendo così ciò che aveva detto a Pietro al momento dell’arresto: «Non berrò io il calice che il Padre mio mi ha preparato?» (Gv 18, 11).

(Fonte: Roberto de Mattei, Corrispondenza Romana, 10 gennaio 2018) https://www.corrispondenzaromana.it/la-sedazione-profonda-forma-mascherata-suicidio-assistito/


Nozze "in volo" tra inganno e banalizzazioni


Certamente quando ci sarà la conferenza stampa sul volo che lo riporterà a Roma, papa Francesco avrà modo di spiegare meglio il significato che intende dare al matrimonio celebrato in Cile sull’aereo tra uno steward e una hostess, già sposati civilmente da otto anni.
Tanto più che dovrà anche giustificare il fatto che il matrimonio express le cui immagini hanno fatto il giro del mondo, in realtà era ampiamente preparato. Ieri sera è infatti spuntato un lungo articolo del quotidiano cileno El Mercurio, datato 19 dicembre, in cui nel presentare lo staff incaricato del servizio nei voli del Papa in Cile si racconta proprio della storia di Carlos Ciuffardi e Paula Podest, che nell’occasione esprimono la speranza di potere essere sposati dal Papa proprio sull’aereo durante uno degli spostamenti (clicca qui). Esattamente quello che è successo. Si può dunque immaginare che i due abbiano in qualche modo fatto richiesta ufficiale in tal senso, che dalla Santa Sede sia stata data via libera, e dunque ciò che è stata presentata come un’idea totalmente spontanea del Papa si rivela invece essere stata ben preparata. Si tratta di una sceneggiata sconcertante e incomprensibile, che rischia di mettere in ridicolo non solo l’attuale Corte vaticana ma lo stesso papato. Chiunque sia stato il regista dell’operazione, a maggior ragione si deve ritenere che con questo colpo di teatro si volesse far passare un messaggio.
Del resto è la cifra di questo pontificato insistere sul fatto che i gesti valgono più delle parole. E dunque ci si deve chiedere – aldilà delle intenzioni di chi ha costruito l’evento - che tipo di impatto e che messaggio lancia il gesto compiuto dal Papa e ripreso dai media di tutto il mondo.
Purtroppo la prima impressione è che il sacramento del matrimonio non sia una cosa da prendere troppo sul serio, dove il sentimento è decisamente prevalente rispetto alla ragione, dove gli uomini sono molto più protagonisti di Dio. Non molto diverso francamente dai matrimoni express che nell’immaginario collettivo si celebrano a Las Vegas. E legato a questo c’è la percezione che le norme ecclesiastiche per la celebrazione dei matrimoni siano un orpello inutile, un ostacolo alla possibilità per tutti di sposarsi con rito religioso. Non c’era infatti nessuno stato di necessità che giustificasse la dispensa dallo sposarsi in chiesa, all’interno della messa, dopo una adeguata preparazione, dopo le pubblicazioni e dopo aver presentato una serie di documenti che, fastidiosi che siano, dovrebbero essere a tutela della libertà dei futuri coniugi.
Se dunque il Papa fa vedere al mondo che tutte queste cose sono superflue, su quale base un parroco può pretendere tutti i passaggi di cui sopra da coppie che chiedono di sposarsi? C’è da aspettarsi situazioni sempre più difficili per i preti che si dovranno confrontare con la pretesa di sposare in chiesa (o in qualche altro posto originale) senza perdere troppo tempo con gli adempimenti del caso. Così come oggi si trovano persone che, pur restando in stato di peccato, pretendono in confessione l’assoluzione perché «lo dice anche il Papa» o, più semplicemente, vanno alla comunione senza neanche più passare dal confessionale. Non che il Papa lo abbia detto effettivamente, ma questa è la percezione comune, questo è il messaggio che è passato, soprattutto dopo l’esortazione apostolica Amoris Laetitia.
E a proposito di Amoris Laetitia, dovremmo considerare ormai carta straccia tutte le parti dove si insiste sulla necessità di una preparazione adeguata al matrimonio. Era stato proprio Francesco a porre con forza il problema di tanti matrimoni non validi, a causa dell’impreparazione con cui si affronta il fatidico “sì”, al punto di pubblicare un Motu Proprio (Mitis et Misericors Iesus) per facilitare i decreti di nullità dei matrimoni. E allo stesso tempo in Amoris Laetitia chiedeva maggiore responsabilità per far sì che i giovani che intendono sposarsi possano adeguatamente prepararsi al matrimonio. I corsi di preparazione, già esistenti, dovevano essere molto curati per essere all’altezza delle necessità. Non che tali indicazioni abbiano avuto particolare successo nelle varie diocesi, pare proprio che tutti siano interessati solo alla comunione per i divorziati risposati. Però adesso quella necessità oggettiva di arrivare consapevoli al matrimonio sembra definitivamente cancellata dal gesto “spontaneo” sull’aereo: evidentemente non è più un elemento fondamentale. «Sei sicuro?», «Sì»; e tanto basta.

(Fonte: Riccardo Cascioli, LNBQ, 20 gennaio 2018)


giovedì 18 gennaio 2018

Il minimalismo, malattia del cattolicesimo contemporaneo


In questi giorni scorrono in Italia sul web due video che fanno riflettere. Il primo riproduce le parole pronunciate durante la Messa di mezzanotte di Natale, da don Fredo Olivero, rettore della chiesa di san Rocco a Torino: «Sapete perché non dico il Credo? Perché non ci credo». Tra le risate dei fedeli, il sacerdote continua: «Se qualcuno lo capisce…, ma io dopo tanti anni ho capito che era una cosa che non capivo e che non potevo accettare. Cantiamo qualche cos’altro che dica le cose essenziali della fede». Il sacerdote ha quindi sostituito il Credo con il canto gospel Dolce sentire del film Fratello sole sorella luna.
Il Credo riassume gli articoli della fede cattolica. Negare uno solo di questi articoli costituisce un’eresia. Negare il Credo, in blocco, costituisce un atto di pubblica apostasia. E negarlo nel momento sacro della Messa costituisce un intollerabile scandalo.
La rimozione, la sospensione a divinis, la scomunica del sacerdote avrebbe dovuto essere immediata. Niente di tutto questo è accaduto. Mentre i media rimbalzavano l’incredibile notizia, l’unica voce di reazione ecclesiastica è venuta dall’altro capo dì Italia, in Sicilia, dove don Salvatore Priola, parroco e rettore del Santuario Mariano di Altavilla Milicia ha espresso in un’omelia la sua indignazione contro le parole del prete piemontese, esortando i suoi fedeli, ed ogni battezzato, a reagire pubblicamente di fronte a scandali di questo tipo.
Un video riporta le sue appassionate parole: «Fratelli e sorelle – ha detto – quando sentite un prete dire cose che sono contrarie alla fede cattolica, dovete avere il coraggio di alzarvi e dirlo al prete, anche durante la Messa: questo non le è consentito! E’ tempo di mettersi in piedi quando sentite dire cose che sono contrarie al nostro credo. Anche se le dice un vescovo, anche se le dice un prete. Mettetevi in piedi e ditelo: Padre, Eccellenza, non le è consentito. Perché c’è un Vangelo: Perché siamo tutti sotto il Vangelo, dal Papa a scendere. Siamo tutti sotto il Vangelo».
Le due opposte omelie impongono alcune considerazioni. Se un sacerdote giunge a rinnegare il Credo cattolico dall’altare, senza incorrere nelle sanzioni dell’autorità ecclesiastica, ci troviamo realmente di fronte ad una situazione di crisi nella Chiesa, di gravità inaudita. Tanto più che il caso di don Frido Olivero non è isolato. Migliaia di sacerdoti nel mondo la pensano allo stesso modo e si comportano di conseguenza. Ciò che invece appare come un caso fuori del comune, e che perciò merita tutto l’apprezzamento dei veri cattolici, è l’invito del parroco siciliano a levarsi in piedi in chiesa per ammonire pubblicamente un sacerdote, e perfino un vescovo, che dia scandalo. Questa pubblica correzione non solo è lecita, ma può essere talvolta un dovere.
E’ un punto che va sottolineato. La vera causa della crisi attuale non sta tanto nella arroganza di chi ha perso la fede, ma nella debolezza di chi, conservandola, preferisce tacere, piuttosto che difenderla pubblicamente. Questo minimalismo costituisce la malattia spirituale e morale contemporanea. Per molti cattolici l’opposizione agli errori non andrebbe fatta, perché è sufficiente “comportarsi bene”, oppure la resistenza dovrebbe essere ridotta alla difesa degli assoluti morali negativi, cioè a quelle norme che proibiscono sempre e in ogni caso determinati comportamenti contrari alla legge naturale e divina.
Ciò è sacrosanto, ma non dobbiamo dimenticare che non esistono solo precetti negativi che ci dicono quello che non si può mai fare, esistono anche precetti positivi che ci dicono quello che si deve fare, quali sono le opere e gli atteggiamenti che piacciono a Dio e con cui possiamo amare il prossimo. Mentre i precetti negativi (non uccidere, non rubare, non commettere atti impuri) sono formulati in termini concreti perché vietano una specifica azione sempre e in ogni luogo, senza eccezioni, i precetti positivi (la preghiera, il sacrificio, l’amore alla Croce) sono indeterminati, perché non possono stabilire ciò che si deve fare in ogni circostanza, ma obbligano anch’essi, a seconda delle situazioni.
I modernisti estendono indebitamente la “morale della situazione” dai precetti positivi a quelli negativi, in nome dell’amor di Dio, dimenticando che amare significa osservare la legge morale, perché Gesù ha detto: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama» (Gv 14,21). I conservatori, da parte loro, si attestano spesso su posizioni di minimalismo morale, dimenticando che un cattolico deve amare Dio con tutto il cuore, la mente, l’anima e tutte le forze (Mt 22, 35-38; Mc 12, 28-30).
Per questo san Tommaso d’Aquino spiega che tutti siamo obbligati non solo al bene, ma al bene migliore, non nel piano dell’azione, ma in quello dell’amore (In Evang. Matth.,19, 12)
La prima verità morale è l’amore. L’uomo deve amare Dio al di sopra di tutte le creature e amare le creature secondo l’ordine stabilito da Dio. Vi sono atti negativi che non si possono mai compiere, in nessuna circostanza. Ma vi sono atti positivi che, in determinate circostanze, è obbligatorio compiere. Questo dovere morale non ha il suo fondamento in un precetto negativo, ma nell’amore di Dio.
I precetti hanno dunque un limite inferiore: ciò che non si può fare, ma non hanno un limite superiore perché l’amore a Dio e al prossimo non ha confini e noi siamo perfetti in misura del nostro amore. Giovanni Paolo II lo spiega nel n. 52 della Veritatis Splendor.
«Il fatto che solo i comandamenti negativi obbligano sempre e in ogni circostanza, non significa che nella vita morale le proibizioni siano più importanti dell’impegno a fare il bene indicato dai comandamenti positivi. Il motivo è piuttosto il seguente: il comandamento dell’amore di Dio e del prossimo non ha nella sua dinamica positiva nessun limite superiore, bensì ha un limite inferiore, scendendo sotto il quale si viola il comandamento. Inoltre, ciò che si deve fare in una determinata situazione dipende dalle circostanze, che non si possono tutte quante prevedere in anticipo».
Alla teoria del “male minore” dobbiamo contrapporre quella del “bene migliore”. Sul piano dell’azione, il bene non si può determinare a priori, perché sono tante, incerte e indeterminate, le azioni buone che potremmo compiere. Ma se il bene migliore si presenta alla nostra coscienza come chiaro, ben definito e tale da poter essere compiuto hic et nunc, la negligenza è colpevole: abbiamo l’obbligo morale di compierlo.
Il precetto della correzione fraterna è tra i precetti morali positivi. Non si è sempre tenuti a farla, e non lo si può esigere come un dovere dagli altri, ma ognuno di noi deve sentirsi impegnato a reagire, di fronte a negazioni pubbliche della verità cattolica. Chi ama veramente Dio deve seguire l’esempio di Eusebio, il laico successivamente vescovo, che, nel 423, si levò pubblicamente contro Nestorio che negava la Maternità Divina.
L’esortazione di don Salvatore Priola a levarsi in piedi quando sentiamo dire cose contrarie alla fede cattolica è l’invito a manifestare il nostro massimalismo nell’amore a Dio e a non porre la fiaccola della nostra fede sotto il moggio, ma a metterla sul lucerniere, illuminando col nostro esempio l’oscurità dei nostri tempi (Mc 4, 21, 25)

(Fonte: Roberto de Mattei, Corrispondenza Romana, 17 gennaio 2018)https://www.corrispondenzaromana.it/minimalismo-malattia-del-cattolicesimo-contemporaneo/


Un libro di Corrado Gnerre: “La Riforma. Evento dello Spirito o grave eresia?” Ottimo sussidio educativo.


«Sulla Riforma quante sciocchezze si dicono a scuola ai nostri ragazzi. La prima sciocchezza – e non è poco – è proprio chiamarla così: “Riforma”, quando invece […] fu una vera e propria “rivoluzione”. Ma si sa, le parole servono non poco a condizionare i giudizi» (p. 11). Così sta scritto nel piccolo e pregevole libro che la penna di Corrado Gnerre e la Casa Mariana Editrice, con La Riforma. Evento dello Spirito o grave eresia? (pp. 80), ci offrono come vero e proprio sussidio educativo. Spicca, infatti, una metodologia pedagogica e proprio per tale ragione il testo sarebbe particolarmente indicato ai genitori, per sé e per i propri figli; agli insegnanti, per sé e per i propri studenti; per i catechisti, per sé e per i propri assistiti. In breve, infatti, vengono spiegate le ragioni filosofiche, teologiche, storiche, culturali per cui è avvenuta una Rivoluzione, che ha avuto in Martin Lutero la sua ideale guida.
Martin Lutero, un personaggio da Paura. È proprio lui che si scrisse: «Quando la Messa sarà distrutta, penso che avremo rovesciato con essa tutto il papismo. Il papismo infatti poggia sulla Messa come su una roccia, tutto intero con i suoi monasteri, vescovadi, collegi, altari, ministeri e dottrine, in una parola con tutta la sua pancia. Tutto ciò crollerà necessariamente, quando sarà crollata la loro Messa sacrilega e abominevole. […] Bisognerebbe arrestare il papa, i cardinali e tutta la plebaglia che lo idolatra e lo santifica, arrestarli come bestemmiatori, e strappare loro la lingua fin dal fondo della gola e inchiodarli tutti in fila alla forca» (Martin Lutero, Contra Henricum, Regem Angliae, 1522, Wittenberg, Werke, Vol. X, p. 220).
Questo “Landru” di Eisleben, nato nella Chiesa agostiniano senza vocazione monastica e sacerdotale e deceduto eresiarca fuori dalla Chiesa, ha seminato la morte, sia spirituale che corporale (le rivolte dei contadini), perché la rivoluzione è sempre dispensatrice di tenebre. I suoi scritti sono carichi di odio e di invettive. I suoi atti sono distruttivi e anticristiani. Animo turpe e bellico il suo. Dissacratore, fondò una religione a proprio uso e consumo, che trovò favore nei principi tedeschi, i quali ebbero gran vantaggio dallo scisma: incamerarono molti beni ecclesiastici e acquisirono autonomia dall’Impero centrale.
Gnerre sfata i miti e ci riporta all’autentico profilo di Lutero, che non fu un riformatore della Chiesa – «“Riformare” significa tornare alla forma originaria (ri-formare); ebbene, Lutero non riformò, ma distrusse tutto» (p. 12) – bensì uno sterminatore. Basti pensare che su 7 Sacramenti uno solo rimase integralmente in piedi, il Battesimo. Il mito del suo essere stato paladino contro le indulgenze e la corruzione della Chiesa è falso. È prova il fatto che egli, come scrisse nel De captivitate babylonica Ecclesiae, riteneva marcio il Papato in se stesso e non questo o quel Pontefice. Egli affermava che il Papa, anche se fosse stato l’uomo più santo del mondo, era comunque un anticristo in quanto la Chiesa di Roma non è la Chiesa di Cristo. Scrisse in una missiva a Papa Leone X, che accompagnava il suo trattato Sulla libertà religiosa: «Mi sono scagliato contro le dottrine empie, e ho severamente criticato i miei avversari, non a causa dei loro cattivi costumi, ma a causa della loro empietà» (p.13).
Altro falso mito che viene divulgato – soprattutto sotto il pontificato di Francesco, il Papa che loda il Luteranesimo, fino ad acquisirne degli “insegnamenti” – è che egli volesse “riformare” la Chiesa per renderla migliore e purificarla. E cosa fece per raggiungere tale obiettivo? Abolì il sacerdozio ministeriale, il Primato di Pietro e il potere temporale. Inoltre dichiarò che alla salvezza si giunge solo attraverso la Fede, senza le opere; che le Sacre Scritture possono essere interpretate soggettivamente; che il Purgatorio non esiste. L’iconografia sacra fu pauperizzata, umiliata, popolarizzata. Sparirono le devozioni alla Vergine Santissima, agli Angeli, ai Santi. E, negando la transustanziazione, soppresse l’adorazione del Santissimo Sacramento.
Il Luteranesimo è stata la malapianta cresciuta in seno alla Chiesa e che la Chiesa ha riconosciuto come tale e per questo l’ha estirpata da sé. Il Modernismo, che San Pio X ha tentato di sradicare dalla Chiesa, crescerà proprio su quelle false dottrine teologiche dell’antica malapianta, che avrà, nel Settecento, humus propizio nelle idee illuministe. Nella storia della Chiesa è sempre stato così, una continua pulizia di eresie più o meno grandi, più o meno pandemiche. E la pandemia oggi ha raggiunto livelli da Paura proprio perché le eresie hanno conquistato la maggior parte della Chiesa, fino a vedere in Lutero una figura da onorare e da seguire.
Egli rinnega la vera Fede e rifiuta la ragione, considerandola una «prostituta del demonio» in quanto non serve ad avvicinarsi a Dio, ma per allontanarsi. Ecco che aborrisce la filosofia aristotelica e San Tommaso. «La ragione è il peggior nemico che la fede abbia: non viene mai in aiuto delle cose spirituali, al contrario […] combatte contro la rivelazione divina trattando con disprezzo tutto ciò che proviene da Dio» (p. 17).
L’efficace trattatello proposto da Gnerre snocciola tutte le tematiche inerenti Lutero e il Luteranesimo. La personalità del monaco smonacato viene presentata nella sua veridicità e ne esce un personaggio spregevole, perverso e viscido. Non è un’idea dell’autore, ma è proprio l’eresiarca che emerge quale è, attraverso ciò che scriveva di sé e della Chiesa, che voleva morta e sepolta: «Come Mosè ha distrutto il vitello d’oro, così dobbiamo fare noi con il papato, fino a ridurlo in ceneri. […] Vorrei abolire tutti i conventi, vorrei farli sparire, raderli al suolo […] affinché di essi non rimanga sulla terra neanche la memoria» (p. 41).
Non perdetevi questo prezioso lavoro! Per come è stato concepito sarebbe piaciuto molto a San Giovanni Bosco: era suo uso procedere contro le menzogne e gli inganni dei Protestanti – in particolare i Valdesi, molto presenti nel Piemonte del suo tempo – proprio con tali incisivi strumenti.

(Fonte: Cristina Siccardi, Scriptorium, Riscossa Cristiana, 13 gennaio 2018) https://www.riscossacristiana.it/scriptorium-recensioni-rubrica-quindicinale-di-cristina-siccardi-130118/


domenica 7 gennaio 2018

“Correzione filiale” al Papa: la verità che i lettori meritano


Immagino che i lettori (ma anche alcuni collaboratori), vedendo la mia firma in calce alla Correctio filialis, si siano domandati se questa mia iniziativa sia in linea con quanto vado scrivendo da anni nei miei libri, negli articoli di riviste scientifiche e anche in tanti articoli che tu, caro direttore mi hai chiesto e hai pubblicato nella NBQ.
So peraltro che molte interpretazioni giornalistiche dell’evento lo caricano di connotazioni negative: si parla di un «affronto al Papa», di un «gesto di ribellione» eccetera. Soprattutto, da parte di chi non ha alcun reale interesse per ciò che concerne la fede cattolica, si trascura il contenuto propriamente dottrinale del documento, limitandosi a inquadrarlo nella lotta intra-ecclesiale tra conservatori e progressisti. Io avrei partecipato dunque a un atto eversivo, gravemente lesivo dell’unità della Chiesa sotto la guida del supremo Pastore. Le cose non stanno affatto così, e i lettori della NBQ meritano un’informazione più veritiera, sia riguardo al documento in sé che riguardo al fatto che io lo abbia firmato. Cerco di chiarire tutto per ordine.

1) Io personalmente ho firmato quel documento per un motivo esclusivamente teologico-pastorale, ossia per quell’impegno apostolico che san Giovanni Paolo II chiedeva a tutti i cattolici nel motu proprio Ad tuendam fidem  (18 maggio 1998). Altri lo avranno fatto per altri motivi e in rappresentanza di ambienti e schieramenti ecclesiali che si autodefiniscono “tradizionalisti”. Io invece parlo e scrivo a nome della Chiesa, se si tratta di comunicare la fede nella catechesi e nell’insegnamento della teologia; se poi si tratta di esporre, non il dogma ma delle ipotesi di interpretazione del dogma (ossia, delle opinioni), parlo a nome mio personale, senza mescolare la certezza assoluta della fede con le certezze relative delle ideologie.
Per questo, io non sono mai stato e continuo a non essere un conservatore e nemmeno un tradizionalista. Rispetto chi ama etichettarsi ed essere etichettato così ma a me basta e avanza la qualifica di cattolico. Sono semplicemente un cattolico che studia da tutta una vita la verità della fede cristiana, la trasmette attraverso il suo ministero sacerdotale, ne mostra il mirabile progresso storico (giustamente denominato «evoluzione omogenea del dogma»), allo stesso tempo che ne combatte le adulterazioni secolaristiche e anche i riduzionismi ideologico-politici , non importa se di stampo conservatore o di stampo progressista (lo sanno bene i molti lettori del mio trattato su Vera e falsa teologia. Come distinguere l’autentica “scienza della fede” da un’equivoca filosofia religiosa, ormai giunto alla terza edizione).

2) Quel documento io l’ho attentamente letto in bozza prima di apporre la mia firma, e l'ho anche corretto in alcune espressioni che ritenevo improprie. Alla fine mi è sembrato opportuno, nel momento presente, rivolgere questo accorato appello al Papa affinché metta un freno, per quanto è in suo potere, alla deriva antidogmatica di certa teologia tendenzialmente eterodossa (da Karl Rahner e Teilhard de Chardin a Hans Küng e Walter Kasper), che è diventata egemone nei centri di formazione ecclesiastica, nell’episcopato cattolico, e persino nei dicasteri pontifici, arrivando a inquinare il linguaggio e i riferimenti teologici di taluni documenti del magistero pontificio, come è avvenuto con l’esortazione apostolica Amoris laetitia.

3) E’ lecito un appello del genere, sia pure nei termini rispettosi con cui è stato redatto e consegnato al Papa? Certamente è moralmente lecito e canonicamente legittimo. Esso, infatti, contrariamente a come è stato presentato da commentatori poco attenti o inclini al sensazionalismo, non intende accusare il Papa di eresia ma lo richiama rispettosamente a non favorire ulteriormente la deriva chiaramente ereticale che inquina la vita della Chiesa. Il che significa, in pratica, chiedergli rispettosamente la rettifica di alcuni suoi indirizzi pastorali che sono risultati ambigui o fuorvianti, soprattutto perché contrari a una tradizione dogmatica e morale ormai consolidata, fatta propria dal magistero solenne e ordinario dei suoi immediati predecessori.
Insomma, la “Correctio filialis” non afferma che il Papa sia incorso in eresia con atti interpretabili come vero e proprio magistero pontificio (quello che viene denominato «magistero ordinario e universale»); non afferma cioè che nelle sue encicliche e nell’esortazione apostolica post-sinodale sia rilevabile qualche eresia propriamente detta, ossia un insegnamento dogmatico materialmente incompatibile con la fede già definita dalla Chiesa. Se la “Correctio filialis” contenesse siffatta accusa, io non l’avrei certamente sottoscritta. Io l’ipotesi di un Papa eretico l’ho energicamente respinta in un libro pubblicato di recente (Teologia e Magistero, oggi, Leonardo da Vinci, Roma 2017), adducendo argomenti che ritengo teologicamente inoppugnabili, anche in polemica con alcuni studiosi che pure sono firmatari della “Correctio filialis” (ad esempio, Roberto De Mattei).
La “Correctio filialis” afferma invece che la prassi pastorale del Papa sta contribuendo alla diffusione delle eresie, sia per gli argomenti che adopera nei suoi discorsi e documenti (argomenti chiaramente desunti da consiglieri ben noti per la loro cattiva dottrina), sia per le sue decisioni di governo (nomine di alcuni e dimissioni o allontanamento di altri) che finiscono per conferire potere e prestigio nella Chiesa ai teologi che tali eresie da tempo insegnano, mentre allontana da sé e dai dicasteri della Santa Sede i teologi di retto criterio.

4) Chi dà a me e tutti gli altri firmatari il diritto di rivolgere questo appello al Papa? Non sarà eretico proprio il fatto di contraddire l’insegnamento di un Papa o negare la sua autorità dottrinale? No, non è un atto eretico, perché c’è eresia solo dove si contraddice formalmente un dogma, e con quelle osservazioni critiche della “Correctio filialis” non si contraddice alcun dogma formulato da papa Francesco né alcuna dottrina morale da lui proposta come verità che obblighi tutti i cattolici a ritenerla irreformabile. La “Correctio filialis” denuncia proprio il contrario, cioè il fatto che alcune indicazioni pastorali di papa Francesco rimettono in discussione la dottrina che i suoi predecessori avevano proposto come verità ormai definita.

5) Ora, richiamare l’attenzione del Papa sull’effetto nocivo che questa prassi – anche se probabilmente dettata da buone intenzioni pastorali – sta producendo nell’opinione pubblica cattolica non è offensivo nei riguardi del Papa e non nasce da presunzione o spirito di polemica o di divisione. Si tenga presente che la prassi dell’autorità ecclesiastica è fatta di decisioni prudenziali, che possono essere giudicate (da Dio) più o meno sagge e opportune, ma si possono sempre rettificare alla vista dei loro effetti. Ho detto che solo Dio è giudice di queste azioni dei suoi ministri. Ma anche ai fedeli può essere concesso di avere un’opinione (non la certezza assoluta, che in questa materia gli uomini non possono avere) sull’opportunità o l’utilità di tali scelte prudenziali dell’autorità ecclesiastica.
Io sono arrivato alla certezza (solo relativa, s’intende) che questa prassi di un magistero non dogmatico, “liquido”, riformista, anzi addirittura rivoluzionario non sia utile al vero bene delle anime, ossia al progresso della vita cristiana di tutti fedeli della Chiesa cattolica. La mia è un’opinione che mi sono formato innanzitutto sulla scorta della mia personale esperienza di amministrazione dei sacramenti, e poi raccogliendo anche le esperienze di quei miei confratelli sacerdoti che sono in crisi di coscienza su come intendere e come applicare le nuove direttive pastorali della Amoris laetitia.

6) L’iniziativa della “Correctio” è contraria al sensus ecclesiae? La correzione fraterna tra i discepoli di Cristo è comandata da Cristo stesso nel Vangelo. Io, come ogni cristiano, intendo il sensus ecclesiae come responsabilità nei confronti del Vangelo, che deve essere vissuto personalmente e professato comunitariamente. Inoltre, come sacerdote, sono e mi sento partecipe della missione apostolica del collegio episcopale (la «sollicitudo omnium ecclesiarum»), che vivo mantenendomi sempre in comunione di fede e di disciplina ecclesiastica con il mio ordinario diocesano, che è il Papa stesso, Vescovo di Roma (io appartengo infatti al clero romano). L’applicazione pratica di questa partecipazione, affettiva ed effettiva, alla missione apostolica del collegio episcopale è la preoccupazione per come gli insegnamenti e le direttive pastorali della Chiesa sono recepiti e vissuti, contribuendo positivamente all’edificazione del Popolo di Dio nella fede e nella carità.

Tale preoccupazione è oggi acuita dal gravissimo disorientamento pastorale provocato dall’interpretazione ideologica dei documenti del Vaticano II e anche del magistero post-conciliare secondo quella «ermeneutica della rottura» che fu denunciata a suo tempo da papa Benedetto e che consiste nella diffusa percezione che non c’è più una «dottrina della fede» ma solo programmi di riforma della Chiesa cattolica per omologarla alle altre religioni sulla base di una «etica  mondiale» patrocinata anche dalle ideologie politiche dominanti nel mondo (vedi la mia Introduzione teologica al libro di Danilo Quinto, Disorientamento pastorale, Leonardo da Vinci, Roma 2016). In tali circostanze ecclesiali, ho scritto recentemente sulla NBQ, ciascuno dei fedeli cattolici deve fare ciò che è alla sua portata, e quindi io faccio ciò che posso, per quello che mi sembra utile.

(Fonte: Antonio Livi, LNBQ, 27 settembre 2017)


venerdì 5 gennaio 2018

Replica di Mons. Antonio Livi alle critiche di Massimo Introvigne


Replica di Mons. Livi alle polemiche di turiferari di vario genere suscitate dal suo testo L'eresia al potere [qui], che trae spunto dal testo di E.M. Radaelli "Al cuore di Ratzinger. Al cuore del mondo". E, finalmente, (vedi punto 4.) riconosce apertis verbis la gestione deficitaria della marea montante del modernismo, con le sue eresie e il suo programma di riforme, da parte dei papi del Concilio e del post-concilio. Anche se continua a glissare sui punti controversi dei documenti conciliari, ai quali la detta gestione deficitaria è riconducibile. Eppure Romano Amerio ed altri studiosi li conosce bene...


Certamente, non intendo rispondere alle scomposte accuse che Massimo Introvigne rivolge a me (e ciò ha qualche appiglio di cronaca per le cose che ho scritto l’altro giorno sul sito di Sandro Magister) e anche alla Nuova Bussola Quotidiana (che invece non ha nulla a che vedere con quello che ho scritto io). La polemica è stata poi gonfiata da La Stampa [qui] e dal Giornale (che copia dalla Stampa). Mi dispiace che una mia iniziativa di carattere prettamente teologica sia stata maldestramente commentata da un sociologo come Introvigne (che, in quanto tale, ma anche per sue personali idiosincrasie non coglie l’importanza che nella fede cattolica ha la verità del dogma) e da altri pubblicisti come Tornielli (che, in quanto cronisti di eventi politici, hanno un certo interesse solo per le questioni legate al potere ecclesiastico) i quali, visto il modo con cui polemizzano nei miei confronti, evidentemente non hanno letto e studiato prima (e nemmeno dopo) i documenti ai quali mi riferisco. Essi parlano del mio scritto come se si trattasse della “Prefazione” al libro di Enrico Maria Radaelli: segno che non hanno letto il libro in questione ma solo ne deprecano il contenuto a priori (oggi si direbbe “a prescindere”), che non ha alcuna Presentazione di altri autori. 
Nel segnalare l’uscita del libro di Radaelli Sandro Magister pubblica una mia riflessione storico-teologica nella quale prendo l’occasione per riproporre un tema a me caro, ossia l’evidente e documentata egemonia della teologia progressista (con il conseguente relativismo dogmatico) negli studi ecclesiastici e nel governo della Chiesa. Questa non è una tesi nuova: è la tesi che da anni cerco di esporre prudentemente e con tutto l’equilibrio necessario. Ne parlo nelle tre successive edizioni del mio trattato su Vera e falsa teologia (Leonardo da Vinci 2017), e poi anche nel volume Teologia e Magistero, oggi (Leonardo da Vinci 2017), nel quale tra l’altro ribadisco, contro Roberto de Mattei, che non è accettabile l’ipotesi di un papa eretico, mentre è possibile verificare che alcuni provvedimenti (attivi oppure omissivi) dei papi abbiano favorito l’estendersi dell’eresia. 
I vostri lettori hanno imparato con gli anni a diffidare di quei giornalisti che stravolgono gli eventi della Chiesa cattolica commentandoli con le categorie della propaganda politica, dove vengono sempre bene le fake news e le estrapolazioni arbitrarie, condimento del sensazionalismo. E, siccome mi conoscono (anche se sono soltanto uno tra i tanti tuoi valenti collaboratori, e nemmeno il più assiduo), vi sarò grato se farete loro sapere che il mio pensiero sui papi del Concilio (Giovanni XXXII e Paolo VI) e del post-concilio (Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco) non corrisponde affatto alla caricatura grottesca che ne hanno fatto Introvigne e Torrielli ma si basa su questi precisi enunciati:
  1. La santità di un papa (presunta o riconosciuta canonicamente) non implica l’esaltazione acritica di ogni sua azione pastorale, soprattutto se una data azione pastorale di un papa è contraria a quella di altri papi altrettanto santi: ad esempio, san Giovanni XXIII, nel celebre discorso di inaugurazione dei lavori del Vaticano II (Gaudet Mater Ecclesia) dice il contrario di quello che diceva san Pio X riguardo alla condanna degli errori moderni in materia di fede e di morale. Ragioniamo: se san Pio X viene da oltre un secolo criticato e vituperato dai teologi progressisti (che lo dipingono come un despota ottuso che non ha capito le istanze della modernità), perché non si può formulare qualche rispettosa critica nei confronti di chi ora, da Papa, apre invece le porte al modernismo e non condanna, anzi esalta i suoi rappresentanti (Rahner, Kasper, Gutiérrez, Ravasi, Forte et ceteros quosdam)? So che a questa mia domanda retorica viene di solito opposta una risposta sfuggente, in chiave di mero storicismo dialettico, la quale però non regge alla critica storico-dogmatica, quella che io faccio servendomi della mia competenza in materia di logica aletica.
  2. La dottrina sulla fede nella Rivelazione è il punto in cui ci si gioca l’ortodossia o l’eterodossia. L’errore sul modo di intendere la fede, sia come ciò che bisogna credere per la salvezza («fides quae creditur») sia come l’atto di assenso dell’intelletto alla verità rivelata («fides qua creditur»), è l’errore di fondo, è all’origine di tutte le eresie. Il modernismo è la più grave minaccia alla fede cattolica proprio per questo errore iniziale. L’interpretazione modernistica della fede non è innocente e innocua, perché stravolge il senso della rivelazione divina e la verità del del dogma proposto dalla Chiesa, che non può essere interpretato con categorie logiche contrarie a quelle utilizzate dal Magistero fino al Vaticano I (1870). In questo senso, non è logico esaltare san Giovanni Paolo II quando favorisce l’indifferentismo religioso (dottrina già più volte condannata) con la riunione ecumenica di Assisi, e poi denigrarlo quando riporta all’attenzione dei teologi la dottrina sulla fede del Vaticano I, come fece con l’enciclica Fides et ratio (14 settembre 1998), enciclica che la Santa Sede, all’epoca di Benedetto XVI, considerò come un infortunio, una specie di “passo indietro” nel progressivo allontanamento dal dogma del Vaticano I. Per questo specifico motivo, l’autorità accademica della mia Università, la Lateranense (che ha il titolo di “Università del Papa”), decise di relegare nel dimenticatoio la Fides et ratio, impedendomi di illustrarla sistematicamente attraverso una cattedra apposita, al servizio degli studi di Filosofia e di Teologia.
  3. Per un motivo di fede in Cristo, il quale ha voluto istituire la sua Chiesa come «sacramento universale di salvezza», la devozione e l’obbedienza al Papa sono sempre dovute, chiunque sia colui che esercita tale funzione ecclesiale di grazia e di carità, nell’unità della fede. Ogni fedele ha necessariamente un atteggiamento di cordiale fiducia e di fattivo sostegno, anzitutto con la preghiera liturgica e personale, nei confronti di chiunque abbia ricevuto la potestà sacra di agire “in persona Christi Capitis”, fungendo da vicario di Cristo Maestro, Sacerdote e Re. Ma non può essere un’obbedienza preferenziale e selettiva, da riservarsi ad humanam personam, qualora serva ai propri interessi ideologici. Proprio per questo non accetto lezioni di fedeltà alla Chiesa da coloro che oggi si atteggiano a difensori dell’autorità pontificia, dopo che hanno passato una vita intera a criticare i più grandi papi del nostro tempo quando non sembravano del tutto uniformati alla loro ideologia… Costoro parlano trionfalmente di una immaginaria “Chiesa di Bergoglio”, che è un’espressione teologicamente insensata. Essi non difendono Francesco come Papa ma come il garante di una situazione di potere accademico, mediatico e curiale che costituisce il loro momentaneo successo personale come propagandisti della riforma della Chiesa, dalla quale devono essere eliminati il dogma (con le categorie metafisiche che gli sono intrinseche) e la morale (con le nozioni della legge naturale che il Vangelo non annulla bensì presuppone e perfeziona). Ma un giorno, forse presto, si renderanno conto che, tolto il dogma (ossia la verità rivelata da Dio che obbliga in coscienza a uniformare il proprio giudizio a quello del Magistero), nessuno è più tenuto in coscienza a credere che il papa sia il vicario di Cristo: resterà allora soltanto il consenso delle masse verso un personaggio mediaticamente rilevante, un leader dotato di un carisma sociologicamente trendy, un uomo che favorisce o almeno accetta il “culto della propria personalità”, destinato, in quanto tale, a uscire di scena, prima o poi, come sempre succede in politica. Chi invece vive di fede, prega per il papa regnante con la preghiera liturgica tradizionale, che è ricavata da un versetto dei Salmi di Davide e suona così: «Dominus conservet eum, et vivificet eum, et beatum faciat eum in terra, non tradat eum in manus inimicorum suorum». E poi, quando sembra opportuno, chi vive di fede arriva anche ad aiutare il Papa nel governo della Chiesa attraverso documenti di lavoro e persino pubblici avvertimenti o ammonimenti, come quello che fu correttamente intitolato “correctio filialis de haeresibus propagatis”.
  4. Questo è infatti il senso delle mie osservazioni critiche sul modo con il quale i papi del Concilio e del post-concilio hanno gestito la marea montante del modernismo, con le sue eresie e il suo programma di riforme: eresie e riforme che oggi, dopo un secolo di progressiva conquista del potere, si configurano sempre più chiaramente come una “luteranizzazione” della Chiesa cattolica. Anche se l’eresia al potere mi accusa di “attaccare il papa” o di “negare l’autorità del Concilio”, nessuno può documentare queste accuse citando i miei discorsi e i miei scritti. Io dico pubblicamente e scrivo tutto i contrario: dico che nessun Papa è finora incorso in eresia, e nessun documento conciliare contiene dottrine formalmente eretiche. Negli atti del Vaticano II e dei papi che si sono susseguito dal 1965 ad oggi ci sono molti insegnamenti di carattere dogmatico, anche se di intonazione pastorale: non sono nuovi dogmi ma sviluppano in modo omogeneo i dogmi del tempo pre-conciliare. Così anche nelle encicliche di Paolo VI e di Giovanni Paolo II. Ma tutto ciò non toglie che l’eresia dilagante non abbia trovato nei documenti del Concilio e negli atti pontifici successivi una sanzione esplicita e una condanna formale, ma anzi abbia trovato molta accondiscendenza nelle idee e nelle persone. Questo è indubbiamente vero, è documentato già abbondante mente e può esserlo ancora di più, e farlo umilmente notare a chi potrebbe fare qualcosa di più e di meglio non è offensivo né eversivo dell’ordine costituito nella Chiesa.
(Fonte: Antonio Livi, Cooperatores veritatis, 4 gennaio 2018)