mercoledì 13 maggio 2020

Quelli che "meglio musulmani che morti"


È sconcertante la reazione di Avvenire, Famiglia Cristiana, il cardinale Bassetti e il parroco per il ritorno di Silvia Romano in Italia. È considerato inevitabile convertirsi all'islam in certe condizioni, rinnegando così tutta la storia della Chiesa; e non si coglie la differenza tra essere vivi ed essere liberi. Silvia è tornata viva, ma schiava.

Tra Famiglia Cristiana che la indica come modello per i ragazzi; il cardinale Bassetti che se la cava con un «è nostra figlia»; Avvenire che pensa che le reazioni negative di tante persone siano dovute al fatto che Silvia Romano è donna ed è andata in Africa; e il parroco che «è solo contento» se a mente fredda reputerà «l'islam la risposta corretta per la sua esistenza», c’è da essere più che perplessi per le reazioni di autorevoli voci del mondo cattolico, addirittura quelle ufficiali.
Non ci soffermiamo neanche sulla banalità della retorica terzomondista per cui chi decide di andare in Africa «ad aiutare i poveri» ha una superiorità morale a prescindere dal perché, dal come, dal dove e dal con chi. Né ci ripeteremo sull’immoralità del pagamento di un riscatto che in cambio di una vita ne sacrificherà molte altre. Non staremo neanche a sottolineare come il presidente dei vescovi italiani non abbia speso neanche una parola per una conversione forzata da parte di fondamentalisti islamici, un tasto evidentemente da non suonare nel clima attuale di “fraternità umana”.
Vogliamo invece soffermarci su alcuni aspetti che più precisamente interrogano la nostra fede.
Il primo è l’ineluttabilità con cui viene vista, date le circostanze, la conversione all’islam; il prezzo necessario per portare a casa la pelle. È certo che trovarsi nelle mani di questi assassini senza scrupoli è una esperienza da incubo, e non è facile resistere alla pressione esercitata: loro non vogliono soltanto i soldi, ma anche l’anima dei loro prigionieri. La loro vittoria passa dall’annichilimento della persona, dal ridurla schiava nell’anima e nella testa prima ancora che nel corpo. E nessuno di noi vorrebbe trovarsi nella situazione di dover scegliere tra la morte e la conversione all’islam. Soprattutto nessuno di noi sa cosa sceglierebbe nel caso vi si trovasse.
Però sappiamo cosa sarebbe giusto e vero scegliere. Ce lo dicono duemila anni di cristianesimo, ce lo dicono le migliaia di martiri che hanno attraversato i secoli resistendo a poteri di ogni tipo che pretendevano l’abiura della fede cristiana. Ieri abbiamo anche raccontato di come nel Medioevo siano addirittura nati degli ordini religiosi per riscattare i cristiani rapiti da musulmani (e sì, è una abitudine consolidata da quelle parti, altro che «non è il vero islam»). Ma ce lo dicono anche i martiri dei nostri giorni: i cristiani di Iraq e Siria, ad esempio, o del Pakistan, che restano al loro posto, fermi nella fede e pronti al martirio se a questo saranno chiamati. Non è eroismo di pochi, ma decisione certa e spontanea di chi è stato educato a giudicare la vita terrena alla luce della vita eterna, di chi è cresciuto pensando ad accumulare tesori in cielo piuttosto che in terra, di chi ama Cristo sopra ogni cosa e giudica un privilegio essere associato alla Sua croce.
Escludere apriori la possibilità di sacrificare la propria vita piuttosto che convertirsi all’islam – considerare «necessaria» la conversione «per non soccombere», come fa Avvenire - non è comprensione per la povera Silvia ma la negazione della storia della Chiesa e un insulto ai tanti cristiani sparsi nel mondo (e la maggior parte, guarda caso, nei paesi islamici) che ogni giorno sacrificano la propria vita in nome di Cristo. Non solo, è una grave mancanza educativa nei confronti di noi cattolici italiani, proprio nel momento in cui possiamo vedere avvicinarsi il tempo di una persecuzione aperta.
In realtà, però, se ci pensiamo bene questo atteggiamento è coerente con quanto sta accadendo in questi mesi marcati dalla pandemia di coronavirus: non abbiamo forse visto le gerarchie ecclesiastiche ed eminenti cattolici predicare la salute del corpo come primo dovere, fosse anche a scapito della salvezza eterna? E barattare la salute con la libertà, personale e della Chiesa? E allora è chiaro che non ci si può sorprendere della riedizione in salsa religiosa del vecchio slogan “meglio rossi che morti”. Va bene, prendiamo atto che per un certo establishment cattolico è «meglio musulmani che morti». 
È proprio questo approccio che impedisce di cogliere la differenza tra essere vivi ed essere liberi; ed è questo il secondo aspetto che vogliamo mettere in evidenza. Tutti ad esultare per la “liberazione” di Silvia. Ma Silvia è tornata viva, non libera. Proprio quella specie di telone che la ricopriva al suo arrivo in Italia, e che non aveva voluto togliersi, è la certificazione della sua schiavitù. Quel terribile show mediatico andato in onda dall’aeroporto di Ciampino non è soltanto un regalo ai jihadisti e ai loro sponsor – come abbiamo già abbondantemente scritto -, è la sottomissione a una religione che rende schiave le donne e le usa come arma per fare proselitismo.
Quello non è affatto l’abito tipico delle donne somale, ma è l’abito imposto alle donne somale dai jihadisti, è il simbolo della loro oppressione, è il simbolo di una forza religiosa e politica che dispone delle donne come vuole: le violenta, le rende schiave, le usa per scopi terroristici e religiosi.
Silvia è tornata viva, ma schiava, oltre che devastata psicologicamente. Non sono quelli che hanno reagito allo show del ritorno ad essere contro le donne – sebbene nessuna violenza del linguaggio possa essere giustificata - ma è chi inneggia alla liberazione di Silvia, senza provare neanche un minimo di dolore per quella schiavitù esibita. Oltretutto atteggiandosi - è il caso di Avvenire e Famiglia Cristiana - a moralmente superiori perché sanno accettare sportivamente la conversione all’islam pensando che sia libertà religiosa. Certo, per capire la differenza tra essere vivi ed essere liberi bisogna prima essere liberi. È l’unica scusante per certi ambienti cattolici già impegnati nel processo di sottomissione.


(Fonte: Riccardo Cascioli, LNBQ, 13 maggio 2020)
https://lanuovabq.it/it/quelli-che-meglio-musulmani-che-morti



sabato 2 maggio 2020

Il card. Sarah: «Basta profanazioni, non si tratta sull’Eucarestia»


In questa intervista esclusiva alla Nuova Bussola Quotidiana, il prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, interviene sulla Comunione take away e sui “negoziati” per garantirLa in sicurezza: nessun compromesso, «l’Eucarestia è un dono che riceviamo da Dio, dobbiamo riceverla in modo dignitoso. Non siamo al supermercato». «Nessuno può impedire a un sacerdote di confessare e dare la Comunione». «C’è una regola e questa va rispettata: il fedele è libero di ricevere la Comunione in bocca o nella mano». «È una questione di fede, il cuore del problema sta nella crisi di fede dei sacerdoti». «Messe in streaming fuorvianti anche per i sacerdoti: devono guardare Dio non una telecamera».

«È una questione di fede, se avessimo consapevolezza di cosa celebriamo nella Messa e di cosa è l’Eucarestia, non verrebbero neanche in mente certi modi di distribuire la comunione». Il cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti torna a parlare per rispondere alla «inquietudine» dei fedeli che non solo sono stati privati delle Messe, ma che ora assistono sgomenti ai negoziati tra Conferenza Episcopale (CEI) e governo che, nell’ottica di una ripresa limitata delle Messe con popolo, arrivano perfino a trattare sulla distribuzione della comunione.
Solo due giorni fa, i solitamente bene informati vaticanisti della Stampa, riportavano di varie soluzioni allo studio degli “esperti” del governo, in stretta collaborazione con la CEI, che considerano il momento della comunione «ad altissimo rischio contagio». Tra queste l’«impacchettamento» del Corpo di Cristo: «Per consentire ai cattolici italiani di tornare a farla, ma evitando contaminazioni, si sta pensando a una comunione “fai da te” con ostie “take away” precedentemente consacrate dal sacerdote, che verrebbero chiuse singolarmente in sacchetti di plastica poggiati in chiesa su dei ripiani». «No, no, no – ci risponde scandalizzato al telefono il cardinale Sarah – non è assolutamente possibile, Dio merita rispetto, non si può metterlo in un sacchetto. Non so chi abbia pensato questa assurdità, ma se è vero che la privazione dell’Eucarestia è certamente una sofferenza, non si può negoziare sul modo di comunicarsi. Ci si comunica in modo dignitoso, degno di Dio che viene a noi. Si deve trattare l’Eucarestia con fede, non possiamo trattarla come un oggetto banale, non siamo al Supermercato. È totalmente folle».
Qualcosa del genere è già stato fatto in Germania, come ha raccontato la Bussola (clicca qui). 
Purtroppo in Germania si fanno molte cose che non hanno più nulla di cattolico, ma non vuol dire che bisogna imitarle. Recentemente ho sentito un vescovo dire che in futuro non ci saranno più assemblee eucaristiche, solo liturgia della Parola. Ma questo è protestantesimo. 
Si avanzano come solito ragioni “compassionevoli”: i fedeli hanno bisogno della Comunione, di cui sono già privati da tempo, ma siccome è ancora alto il rischio contagio bisogna trovare un compromesso…. 
Ci sono due questioni che vanno assolutamente chiarite. Anzitutto, l’Eucarestia non è un diritto né un dovere: è un dono che riceviamo gratuitamente da Dio e che dobbiamo accogliere con venerazione e amore. Il Signore è una persona, nessuno accoglierebbe la persona che ama in un sacchetto o comunque in un modo indegno. La risposta alla privazione dell’Eucarestia non può essere la profanazione. Questa è davvero una questione di fede, se ci crediamo non possiamo trattarla in modo indegno. 
E la seconda?
Nessuno può impedire a un sacerdote di confessare e dare la comunione, nessuno può impedirlo. Il sacramento deve essere rispettato. Quindi anche se alle Messe non è possibile presenziare, i fedeli possono chiedere di essere confessati e di ricevere la Comunione.
A proposito di Messe, anche questo prolungarsi delle celebrazioni in streaming o in tv…Non possiamo abituarci a questo, Dio si è incarnato, è carne  e ossa, non è una realtà virtuale. È anche fortemente fuorviante per i sacerdoti. Nella Messa il sacerdote deve guardare Dio, invece si sta abituando a guardare alla telecamera, come se fosse uno spettacolo. Non si può continuare così.
Torniamo alla Comunione. Tra qualche settimana si spera comunque che le Messe con popolo siano ripristinate. E a parte le soluzioni più sacrileghe, c’è anche discussione se sia più indicato ricevere la Comunione sulla bocca o nelle mani, ed eventualmente come riceverla nelle mani. La CEI ha già reso obbligatoria la ricezione nelle mani, ma il nostro esperto afferma che sarebbe più igienico riceverla in bocca. Cosa si dovrebbe fare? 
C’è già una regola nella Chiesa e questa va rispettata: il fedele è libero di ricevere la Comunione in bocca o nella mano. 
Si ha la sensazione che negli ultimi anni si stia assistendo a un chiaro attacco all’Eucarestia: prima la questione dei divorziati risposati, all’insegna della “comunione per tutti”; poi l’intercomunione con i protestanti; poi le proposte sulla disponibilità dell’Eucarestia in Amazzonia e nelle regioni con scarsità di clero, ora le Messe al tempo del coronavirus… 
Non ci deve stupire. Il demonio attacca fortemente l’Eucarestia perché essa è il cuore della vita della Chiesa. Ma credo, come ho già scritto nei miei libri, che il cuore del problema sia la crisi di fede dei sacerdoti. Se i sacerdoti sono consapevoli di cosa è la Messa e di cosa è l’Eucarestia, certi modi di celebrare o certe ipotesi sulla Comunione non verrebbero neanche in mente. Gesù non si può trattare così.

(Fonte: Riccardo Cascioli, LNBQ, 2 maggio 2020)
https://lanuovabq.it/it


venerdì 17 aprile 2020

Le prediche di Ratzinger nel nostro deserto spirituale


In "L'ultimo Papa d'Occidente?" Giulio Meotti traccia un preciso profilo intellettuale di Benedetto XVI

Schivo e appartato come è nel suo carattere, lontano dai riflettori, Joseph Ratzinger compie oggi novantatre anni. Di anni ne son passati sette invece da quando lasciò volontariamente il seggio di Pietro.
A succedergli è stato un Papa che con lui ha poco da spartire, e non solo per il fatto che viene dal Sudamerica: più radicalmente perché ha una concezione del compito dei cristiani e della Chiesa cattolica nel mondo completamente diversa da quella del predecessore. Così diversa da porsi tendenzialmente, secondo alcuni, al di fuori della dogmatica per molti aspetti.
Tanto che Giulio Meotti, uno dei più bravi giornalisti italiani, non esita a chiedersi, nel titolo di un'agile monografia su Ratzinger appena pubblicata da Liberilibri, se Benedetto XVI non sia stato l'ultimo rappresentante di una tradizione bimillenaria: L'ultimo Papa d'Occidente? (pagg. X+108, euro 14, introduzione di John Waters). Le sue dimissioni assumerebbero in quest'ottica un altro aspetto: quasi che, avendo provato invano a salvare una scialuppa che faceva acqua da tutte le parti, egli a un certo punto si fosse reso conto di essere troppo debole per corrispondere all'improbo compito affidatogli dalla Provvidenza, nelle cui mani si è rimesso. In ogni caso, il libro di Meotti, che è una sorta di raffinata biografia intellettuale del pontefice emerito, muove da una domanda precisa: non tanto chi egli veramente sia stato, quanto come abbia concepito il suo ruolo e quale compito si sia dato nella sua vita di studioso e di alto prelato. Il tutto, facendolo parlare direttamente, riportando stralci significativi dei suoi discorsi e dei suoi scritti.
Meotti si orienta benissimo in una mole impressionante di opere e mostra come il Papa tedesco abbia compreso da subito che il declino dell'Europa e quello del cristianesimo erano le due facce di una stessa medaglia. Il relativismo, contro la cui «dittatura» quasi con ossessione si è rivolto sempre il suo impegno, non è che il destino tragico e paradossale a cui ha condotto, radicalizzandosi, la mentalità illuministica. La decristianizzazione in atto mette faccia a faccia l'uomo con quel nulla di senso, il nichilismo, che Nietzsche aveva già intuito alla fine dell'Ottocento e che è alla base ogni crisi particolare che stiamo vivendo (economica, sociale, culturale, politica, di prospettive). In questo deserto spirituale («desertificazione» è una parola che ritorna spesso nelle sue opere), l'unica speranza è creare piccole comunità di resistenza e da lì provare a tessere i fili di una possibile rinascita.
È ciò che fece San Benedetto da Norcia (al quale non a caso Ratzinger col suo nome ha voluto richiamarsi da Papa), creando i suoi monasteri sul finire di quell'Impero romano che, con il suo lento declino, molto assomiglia all'Occidente di oggi. Fu in quei monasteri che, nel periodo delle invasioni barbariche, si conservò l'antica cultura greca e romana, la si cristianizzò, e la si fece transitare nei nuovi tempi. È lì che nacque l'Europa che, per l'«europeista» Ratzinger, o sarà cristiana o non sarà. Ragione, diritto e fede - o, come dice spesso nei suoi discorsi, Atene, Roma e Gerusalemme - sono i tre pilastri di una sintesi virtuosa su cui si è costruita la nostra cultura. Pensare di affidarsi, come ha voluto l'illuminismo, alla sola ragione, con il suo potere corrosivo e distruggitore di ogni tradizione, non porta che a negare chi e ciò che siamo. E da questo punto di vista le polemiche, puntualmente ricostruite da Meotti, suscitate dal discorso di Benedetto XVI a Ratisbona contro l'islamismo, oppure la pervicacia con cui gli si negò un intervento alla «Sapienza» di Roma, sono altamente significative. Cosa è altro, quel politicamente corretto razionalistico a cui Ratzinger tante volte si è opposto con l'inattualità del suo messaggio, se non una forma subdola e soft di totalitarismo?
Da questo libro, fra tanti spunti e considerazioni spesso illuminanti, emerge con forza l'idea che ci porta a vedere nella sintesi fra ragione e fede operata dal cristianesimo l'origine stessa delle nostre libertà liberali. Perso il primo, non potremo che perdere anche le seconde. E forse ci siamo già arrivati.

(Fonte: Corrado Ocone, Il Giornale, Venerdì 17 aprile 2020)
https://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/prediche-ratzinger-nel-nostro-deserto-spirituale-1854992.html


venerdì 3 aprile 2020

A Dio Livi, diga teologica al modernismo nella Chiesa


È morto dopo lunga malattia monsignor Antonio Livi, un grande filosofo e teologo, che per anni ha dato anche un importante contributo di idee alla Nuova Bussola Quotidiana (qui l'elenco dei suoi articoli). Implacabile nel difendere l'oggettività della verità contro l'evidente decadenza della teologia cattolica e la protestantizzazione della Chiesa.

Una cattiva filosofia produce una cattiva teologia e questa porta la Chiesa fuori strada. Non aveva dubbi, monsignor Antonio Livi, che ci ha lasciati ieri a 82 anni a Roma per aspettarci nella Gloria di Dio quando questo passaggio toccherà anche a noi, che la Chiesa stia andando fuori strada. Ed aveva impegnato tutta la sua vita di filosofo e di teologo per spiegare e difendere la recta ratio, la verità naturale, la filosofia spontanea dello spirito umano, senza della quale non è possibile la recta fides, la fede non solo come atto soggettivo (fides qua) ma anche come conoscenza delle verità rivelate salvifiche (fides quae).
La dislocazione attuale dall’oggetto al soggetto, dai contenuti alla prassi, dalla dottrina alla pastorale tipica delle età in decadenza, come scriveva Josef Pieper (“Tutte le epoche in procinto di dissolversi sono soggettive, mentre tutte le epoche che guardano in avanti hanno una direzione oggettiva”), connota anche questa nostra età della decadenza e riguarda anche la Chiesa. La teologia cattolica, insegnava Antonio Livi, sta perdendo il riferimento ad un sistema naturale di pensiero senza il quale essa si riduce a generica letteratura religiosa, a vaga esortazione parenetica, ad assimilazione mimetica e compiaciuta del linguaggio del mondo, ma non serve più il dogma.
Senza la struttura di verità del proprio pensiero – egli usava l’espressione “epistemologia aletica” – la fede cristiana cessa di essere un autentico sapere, non si comunica a tutti gli uomini, non presenta i dogmi sempre nello stesso senso, non li difende dalle eresie.
Sulla scia del suo maestro Étienne Gilson, Antonio Livi è stato un grande tomista vissuto in un’epoca in cui la teologia cattolica ha messo il realismo metafisico completamente da parte. Per questo la sua vita è stata una “lotta” teoretica e pratica – “sapesse quante ne ho passate!", mi aveva detto -, una lotta fino all’ultimo momento, una lotta che egli lascia in eredità: “Ho pochi momenti lucidi nell’agonia, ma so che altri continueranno dopo di me”.
Proprio come Gilson, Livi ha denunciato tutti i tentativi moderni, necessariamente confluenti nel modernismo, di negare il realismo filosofico, sapendo che se si concede al pensiero moderno anche una sola briciola di vantaggio all’inizio, la partita prima o dopo sarà perduta. La stessa battaglia che Gilson aveva intrapreso fieramente contro la scuola di Lovanio negli anni Trenta del secolo scorso, Livi l’ha affrontata contro i neomodernisti del nostro tempo, denunciando il razionalismo di origine protestante dilagante ormai nella teologia cattolica e che animava la protestantizzazione del cattolicesimo ormai sotto gli occhi di tutti.
La sua “filosofia del senso comune” eliminava ogni concessione al dubbio cartesiano e al criticismo kantiano, impediva sul nascere qualsiasi accordo tra il realismo metafisico e i principi della filosofia moderna, liquidava come inconsistente e dannosa la teologia ufficialmente professata in moltissimi centri accademici cattolici comprese le università pontificie, fronteggiava apertamente i più acclamati maestri del pensiero cattolico attualmente in voga, tanto inconsistenti quanto vezzeggiati dal nuovo establishment ecclesiastico.
Come aveva fatto Réginald Garrigou-Lagrange negli anni quaranta del secolo scorso, Antonio Livi si era chiesto dove stesse andando la nouvelle théologie e la sua diagnosi confermava quella del grande domenicano: essa conduce alla tesi che una teologia non attuale è falsa e che la teologia vera per essere vera deve essere attuale. È così che ha pensato Rahner e che pensa Kasper, per i quali l’essere è tempo e il tempo è essere, la teologia nasce dall’esistenza che è sempre mutevole e così anche essa cambia.
Una teologia immutabilmente vera oggi è ritenuta cosa impossibile anche ai vertici della Chiesa, ma non da Antonio Livi. Nel suo libro forse più famoso, “Vera e falsa teologia”, egli presentò un elenco di teologi, poi più volte aggiornato, che stravolgevano la teologia cattolica e che ciò nonostante erano insigniti al merito da parte dell’autorità ecclesiastica. Nei suoi ultimi editoriali della rivista “Fides Catholica”, di cui aveva preso la direzione dopo le note vicende accadute ai Francescani dell’Immacolata, aveva denunciato la logica hegeliana penetrata nello stesso magistero, come conseguenza matura della nuova teologia modernista: un certo insegnamento dottrinale o morale è vero, ma poi i tempi cambiano e quindi bisogna riconsiderarlo.   
Antonio Livi va paragonato, come già osservato, a Garrigou-Lagrange, a Étienne Gilson, a Cornelio Fabro, ai grandi filosofi e teologi della Scuola Romana la cui ricchezza è stata rifiutata e dimenticata e nessuno sa dire perché. Rifiutata perché non più attuale, ma rifiutare una verità perché non più attuale significa rifiutarla senza un perché. Certamente è triste che i Grandi siano rifiutati senza un perché. Del resto, però, ciò evidenzia la loro grandezza rispetto alla quale nessun perché è sufficiente per rifiutarli.  

(Fonte: Stefano Fontana, LNBQ, 3 aprile 2020)
https://lanuovabq.it/it/a-dio-livi-diga-teologica-al-modernismo-nella-chiesa




sabato 14 marzo 2020

Il Sabato santo della fede e una richiesta ai pastori


Sarò sincero. In questi giorni, così difficili, ho letto i comunicati dei vescovi, ho letto gli interventi del papa, ma non vi ho trovato un vero conforto, non vi ho trovato l’acqua fresca in grado di dissetare un’anima che si trova in un deserto di preoccupazioni.
I comunicati dei vescovi, a parte alcuni accenni qua e là, assomigliano ai bollettini governativi e sono scritti quasi con lo stesso linguaggio burocratico. Preoccupazione numero uno è dare direttive, tutte ispirate ai criteri di salvaguardia della salute del corpo, ma ben pochi, o nulli, sono gli accenni alla salute dell’anima e alla salvezza.
Inoltre, ho notato qualche contraddizione tra quanto ha detto il papa e quanto hanno scritto i vescovi. A Santa Marta, per esempio, il papa, chiedendo ai pastori di “accompagnare il popolo di Dio in questa crisi”, ha dichiarato che “le misure drastiche non sempre sono buone”. Ma proprio nello stesso giorno il suo vicario per la diocesi di Roma ha decretato la chiusura delle chiese. Difficoltà di comunicazione interna?
Che sia mancata fin qui, da parte dei pastori, una parola vera, in grado di sostenere i fedeli, lo dice anche, come opportunamente segnala Sandro Magister, la prestigiosa rivista Il Regno, a firma del suo direttore Gianfranco Brunelli, e la cosa è significativa se si pensa che Il Regno non appartiene certamente allo schieramento dei “nemici di papa Francesco” e non è certamente espressione degli ambienti che vengono dipinti come reazionari e tradizionalisti.
Ebbene, scrive Brunelli: “Ora che è stato detto tutto e di tutto, da parte di tanti; ora che il coronavirus sta assumendo il volto inarrestabile e pervasivo di una pandemia; in quest’ora toccherebbe alla Chiesa fare sentire la propria voce. Perché ci avviciniamo alla Pasqua. Non sono mancati interventi di singoli pastori, ma una parola unitaria della conferenza episcopale italiana è sin qui mancata, se si escludono singoli comunicati, in genere sul tema dell’apertura e della chiusura delle chiese, sulla opportunità o meno di celebrare le funzioni liturgiche, in “ottemperanza” ai decreti governativi. È mancata sin qui una parola vera”.
Questo è il punto. Una “parola vera” significa una parola per l’anima. Significa la parola di un padre. Abbiamo ricevuto regolamenti scritti con lo stile dei funzionari: ci è mancata una parola di fede, un nutrimento per l’anima.
Diciamolo chiaramente: ci stiamo confrontando con il problema della morte, il problema dei problemi. Ma sotto questo profilo i pastori si sono dimostrati quasi del tutto afoni.
L’impressione (ma spero di essere smentito quanto prima) è che i pastori, abituati a scendere in campo sul terreno amico delle questioni sociali, si trovino in imbarazzo ora che, improvvisamente,  devono misurarsi con i Novissimi (morte, giudizio, inferno, paradiso): un terreno che per loro dovrebbe essere quello di casa ma che da troppo tempo, forse, trascurano.
Scrive Brunelli: “Qui il problema è affrontare il tema della fragilità personale e collettiva, sociale ed economica, politica e istituzionale. È il tema della malattia, della vita e della morte, che tocca e ridefinisce ogni cosa. È dunque il tema dell’annuncio del Vangelo in questo tempo”.
La stessa chiusura delle chiese, provvedimento che fa soffrire tanti, è stata spiegata in termini funzionali, come misura di contenimento del virus. È mancata la parola della fede.
Osserva ancora Brunelli: “La Chiesa italiana, lo stesso vescovo di Roma sono attesi per una parola che ripeta nuovamente il Vangelo in questo tempo; che affronti il mistero della morte e della risurrezione. Perché con questo, oggi, tutti, individualmente e collettivamente, siamo confrontati. Questa è l’attesa, consapevole o meno, di una moltitudine. Siamo entrati in una lunga vigilia, un’interminabile veglia notturna. È il Sabato santo della fede, il giorno a-liturgico per eccellenza, un tempo denso di sofferenza, di smarrimento, d’attesa e di speranza, che sta tra il dolore della croce e la gioia della Pasqua. Il giorno del silenzio di Dio. La Chiesa deve preparare la Pasqua, perché forse neppure la liturgia pasquale potremo celebrare, il centro della nostra fede: il corpo e il sangue di Cristo dato per noi e per tutti”.
In questo Sabato santo della fede preghiamo per i nostri pastori, perché, pur costretti, come tutti, a starsene al chiuso, si aprano all’ascolto dei figli che aspettano una voce veramente paterna. Una voce per l’anima.
*
Aggiornamento
Dopo aver scritto l’articolo che trovate qui sopra, ho appreso che il cardinale vicario di Roma, De Donatis, ha emesso oggi un nuovo decreto con il quale corregge il tiro rispetto a quello di ieri. A proposito della chiusura delle chiese, il cardinale scrive infatti, ed è la prima volta: “Tuttavia, ogni provvedimento cautelare ecclesiale deve tener conto non soltanto del bene comune della società civile, ma anche di quel bene unico e prezioso che è la fede, soprattutto quella dei più piccoli”.
Troppo stridente, come segnalavo nell’articolo, era la distanza tra la richiesta del papa di non prendere misure eccessivamente drastiche e la richiesta di sbarrare il passo ai fedeli che vogliano entrare in chiesa.
Il nuovo decreto del cardinal vicario pertanto stabilisce: “Rimangono chiuse all’accesso del pubblico le chiese non parrocchiali e più in generale gli edifici di culto di qualunque genere (cf. can. 1214 ss. C.I.C.); restano invece aperte le chiese parrocchiali e quelle che sono sedi di missioni con cura d’anime ed equiparate”.

(Fonte: Aldo M. Valli, Duc in altum, 13 marzo 2020)
https://www.aldomariavalli.it/2020/03/13/il-sabato-santo-della-fede-e-una-richiesta-ai-pastori/


sabato 29 febbraio 2020

Trump: primo discorso delle Ceneri di un presidente Usa


Per la prima volta un presidente degli Stati Uniti ha tenuto un discorso il Mercoledì delle Ceneri sulla Quaresima e lo ha fatto, non come atto privato, ma come atto ufficiale. La scelta di Donald J. Trump è di importanza cruciale, non solo perché a capo della prima potenza mondiale, ma perché torna a identificare gli Usa come nazione cristiana

«E la luce brillò nelle tenebre e/ contro il Verbo il mondo inquieto ancora/ mulinava attorno al centro del Verbo silenzioso». Quando, nel 1930, T.S. Eliot (1888-1965) pubblicò il poema Ash Wednesday, «Mercoledì delle Ceneri», mai più si sarebbe immaginato che una delle rappresentazioni più plastiche e concrete di quei suoi versi lancinanti sarebbe stato il presidente del Paese che il poeta si era lasciato alle spalle, gli Stati Uniti d’America, e tra tutti i presidenti certamente il più improbabile.
Nel mondo cristiano mercoledì 26 è iniziata la Quaresima con il rito dell’imposizione delle ceneri e il capo del Paese più importante del mondo, Donald J. Trump, ha segnato l’evento sul calendario della storia inviando al proprio Paese e al mondo intero un messaggio. Non era mai successo. «Melania e io auguriamo a tutti di vivere il Mercoledì delle Ceneri come un giorno di pace e di preghiera», ha scritto il presidente. «Per i cattolici e per molti altri cristiani, il Mercoledì delle Ceneri segna l’inizio del periodo quaresimale che si conclude con la gioiosa celebrazione della domenica di Pasqua. Oggi milioni di cristiani saranno marcati sulla fronte con il segno della croce. L’imposizione delle ceneri è un invito a vivere il tempo della Quaresima digiunando, pregando e impegnandosi in gesti di carità. Questa tradizione potente e sacra ci ricorda la mortalità che ci accomuna, l’amore di Cristo che salva e la necessità di pentirci accettando più pienamente il Vangelo. Ci uniamo dunque in preghiera a tutti coloro che osservano questo giorno santo e auguriamo loro un cammino quaresimale di preghiera. Durante questo periodo benedetto possiate avvicinarvi di più a Dio nella fede».
Poche parole, essenziali, che parlano dell’essenziale. Dio, la preghiera, la penitenza, la riconciliazione, il trionfo della Risurrezione. Bellissime. Ma non è solo qui la bellezza intrinseca delle parole di Trump. Il supplemento di bellezza nelle parole di Trump è che Trump quelle parole le abbia scritte. Per diversi motivi. Anzitutto perché Trump dà la fede come un dato normale di realtà. Dagli albori del genere umano fino a grosso modo l’Illuminismo l’ateismo non è mai esistito. Al massimo era il passatempo di qualche intellettualoide borghese che per vincere la noia si sforzava di stupire il prossimo. Oggi invece la fede, almeno in Occidente, sembra una cosa da marziani. Trump ribalta dunque tutto, ricominciando daccapo.
Secondo, perché non lo fa da privato, ma da presidente, e del Paese più potente del mondo. Il suo messaggio è stato diramato ufficialmente dalla Casa Bianca come tutti gli atti ufficiali del presidente. Ora, nessuno è tenuto giudicare la fede personale di Trump, ma la sua fede pubblica è un altro dato potente di realtà.
Terzo, la fede pubblica mostrata dal presidente è la fede cristiana. Gli Stati Uniti si sono concepiti come Paese cristiano sin dall’inizio. Possono avere sbagliato, ma questo è quello che hanno sempre pensato di sé. Solo oggi l’identità cristiana del Paese viene messa ideologicamente in dubbio dall’interno. Il gesto di Trump la ribadisce invece con naturalezza, come un dato di fatto.
Quarto, che la fede svolga un ruolo pubblico non viola la laicità e nemmeno la democrazia. Un Paese è serio anzitutto e soprattutto se lo è rispetto alla propria identità culturale e dunque religiosa. L’omogeneità culturale, che si fonda anche sull’identità religiosa, è la condizione per poter rispettare, difendere e accogliere realtà sociali diverse, che non condividano il dono pieno della medesima fede o la fede in quanto tale. Non è infatti il relativismo che garantisce la libertà religiosa, ma l’identità religiosa cosciente, giacché la libertà religiosa non è fare di Dio quel che si vuole bensì avere la libertà necessaria per adorarLo in spirito e verità, confrontandosi da uomini integrali con Lui.
Quinto, non si può non notare l’accento posto con enfasi, dolce, sul cattolicesimo. In un Paese erroneamente percepito come “protestante” pare strano. Ma, a parte il fatto che i cattolici restano la maggioranza relativa del Paese, e che dunque è statistico che il presidente inizi da loro seguitando poi con gli altri cristiani, Trump “subisce” il fascino del cattolicesimo. Certo, diramando il messaggio a nome della moglie e proprio, e anteponendo per giusta cavalleria il nome della consorte al proprio, ed essendo Melania cattolica, si potrebbe scambiare la cosa per mera cortesia. Ma, a parte il fatto che la buona educazione è già metà della santità, come diceva santa Francesca Saverio Cabrini (1850-1917), e che quindi cedere il passo a lady Melania non è cosa piccola, il punto è che il messaggio del Mercoledì delle Ceneri non lo ha mandato Trump da single, ma la famiglia presidenziale, Trump e signora. Il fatto che la signora Trump sia cattolica è importante; non fa di Trump il secondo presidente cattolico degli Stati Uniti, ma neppure riesce a nascondere il flirt che Trump ha, per un verso o per l’altro, con il cattolicesimo. Flirt culturale e pubblico, ma noi che non siamo i suoi confessori a ciò dobbiamo solo attenerci. Il Dio cattolico non è fiscale.
Alla fine di questo mercoledì da leoni, dunque, che resta? Un fatto che nessun potrà mai sbianchettare. La dimensione pubblica della fede torna senza chiedere né permesso né scusa nel mezzo del buio laicista e relativista più nero, ovvero quando «la luce brillò nelle tenebre» perché «il mondo inquieto contro il Verbo» pur sempre ancora «mulinava attorno al centro del Verbo silenzioso» non riuscendo comunque a scrollarselo di dosso. Quando si scriveranno le cronache della nuova Cristianità, diversa, inedita, gli amanuensi del futuro appunteranno certamente alcune date significative della sua protostoria, fra cui Washington, Mercoledì delle Ceneri, A.D. 2019. Trump non ha la minima idea, ma questo fa parte del fascino sublime della cosa


(Fonte: Marco Respinti, LNBQ, 28 febbraio 2020)
https://www.lanuovabq.it/it/trump-primo-discorso-delle-ceneri-di-un-presidente-usa




giovedì 13 febbraio 2020

Il silenzio di Francesco, le lacrime di Ratzinger e quella sua dichiarazione mai pubblicata


Ciò che più colpisce nell’esortazione apostolica postsinodale “Querida Amazonia”, resa pubblica oggi, 12 febbraio 2020, è il suo totale silenzio sulla questione più attesa e controversa: l’ordinazione di uomini sposati.
Nemmeno la parola “celibato” vi compare. Papa Francesco auspica che “la ministerialità si configuri in modo tale da essere al servizio di una maggiore frequenza della celebrazione dell’eucaristia, anche nelle comunità più remote e nascoste” (n. 86). Ma ribadisce (al n. 88) che soltanto il sacerdote ordinato può celebrare l’eucaristia, assolvere dai peccati e amministrare l’unzione dei malati (perché anch’essa “intimamente legata al perdono dei peccati”, nota 129). E non dice nulla sull’estensione dell’ordinazione ai “viri probati”.
Nessuna novità neppure per i ministeri femminili. “Se si desse loro accesso all’ordine sacro”, scrive Francesco al n. 100, “ci si orienterebbe a clericalizzare le donne” e “a ridurre la nostra comprensione della Chiesa a strutture funzionali”.
La curiosità che sorge immediata, dalla lettura di “Querida Amazonia”, è dunque di capire in quale misura il libro bomba scritto dal papa emerito Benedetto XVI e dal cardinale Robert Sarah in difesa del celibato del clero, pubblicato a metà gennaio, abbia influito sull’esortazione e in particolare sul suo silenzio circa l’ordinazione di uomini sposati.
A questo scopo vanno aggiunte alcune informazioni in più rispetto a quelle già note, su ciò che accadde nei giorni roventi seguiti alla pubblicazione del libro.
La sequenza già nota dei fatti è stata a suo tempo documentata da Settimo Cielo nei tre “Post Scriptum” in coda a questo articolo del 13 gennaio:

> Ancora sul libro bomba di Ratzinger e Sarah. Con il resoconto di un nuovo incontro tra i due
Ma da più fonti tra loro indipendenti Settimo Cielo ha successivamente avuto notizia di almeno quattro fatti in più, di importanza rilevantissima.
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Il primo è avvenuto la mattina di mercoledì 15 gennaio.
Lungo tutta la giornata di martedì 14 l’attacco condotto dalle correnti radicali contro Ratzinger e Sarah aveva avuto un crescendo devastante, alimentato di fatto dalle ripetute smentite del prefetto della casa pontificia Georg Gänswein di una corresponsabilità del papa emerito nella composizione e nella pubblicazione del libro, fino a chiedere il ritiro della sua firma, e inutilmente contrastato dalla precisa e documentata ricostruzione, resa pubblica da Sarah, della genesi del libro stesso per opera concorde dei suoi due coautori.
Ebbene, la mattina di mercoledì 15 gennaio, mentre papa Francesco stava tenendo la sua udienza generale settimanale e Gänswein sedeva come di regola al suo fianco nell’aula Paolo VI, lontano quindi dal monastero Mater Ecclesiae che è la residenza del papa emerito di cui egli è segretario, Benedetto XVI alzò di persona il telefono e chiamò Sarah prima a casa, dove non lo trovò, e poi in ufficio, dove il cardinale rispose.
Benedetto XVI espresse, accorato, a Sarah la sua solidarietà. Gli confidò di non riuscire a comprendere le ragioni di un’aggressione così violenta e ingiusta. E pianse. Anche Sarah pianse. La telefonata si chiuse con entrambi in lacrime.
*
Il secondo fatto reso noto qui per la prima volta è avvenuto durante l’incontro tra Sarah e Ratzinger, nella residenza di quest’ultimo, la sera di venerdì 17 gennaio.
Quella sera stessa, il cardinale riferì dell’avvenuto incontro in tre tweet, nei quali confermava la piena concordia tra lui e il papa emerito nella pubblicazione del libro.
Ma non disse che durante quello stesso incontro – in realtà svoltosi in due momenti distinti, prima alle 17 e poi alle 19 – Benedetto XVI aveva scritto assieme a lui un conciso comunicato che egli intendeva rendere pubblico con la firma del solo papa emerito, per attestare la piena consonanza tra i due coautori del libro e invocare la cessazione di ogni polemica.
Ai fini della pubblicazione, Gänswein consegnò la dichiarazione – di cui Settimo Cielo è in possesso e in cui il tratto personale, persino autobiografico, di Ratzinger traspare evidente – al sostituto segretario di Stato Edgar Peña Parra. Ed è ragionevole ipotizzare che questi ne abbia informato sia il proprio diretto superiore, il cardinale Pietro Parolin, sia lo stesso papa Francesco.
*
Sta di fatto – ed è la terza notizia fin qui inedita – che questa dichiarazione del papa emerito non ha mai visto la luce. Ma è stata verosimilmente all’origine della decisione di Francesco di esonerare da lì in poi da ogni presenza visibile al proprio fianco il prefetto della casa pontificia Gänswein.
L’ultima di queste apparizioni pubbliche risale alla mattina di quello stesso venerdì 17 gennaio, in occasione della visita in Vaticano del presidente della Repubblica Democratica del Congo. Dopo di che Gänswein non è più comparso accanto al papa, né nelle udienze generali del mercoledì, né nelle visite ufficiali del vicepresidente americano Mike Pence, del presidente iracheno Barham Salih e di quello argentino Alberto Fernández.
Agli occhi di papa Francesco la dichiarazione di Benedetto XVI aveva infatti comprovato l’inattendibilità delle ripetute negazioni fatte da Gänswein della corresponsabilità del papa emerito nella composizione del libro.
In altre parole, l’opposizione del papa emerito a che il suo successore cedesse alle correnti radicali sul fronte del celibato del clero risaltava a questo punto a tutto tondo, senza più alcuna attenuazione.
E tutto questo a pochi giorni dalla pubblicazione dell’esortazione postsinodale in cui molti, in tutto il mondo, aspettavano di leggere un’apertura di Francesco all’ordinazione di uomini sposati.
*
A corollario di tutto ciò, va data notizia anche del ruolo che il cardinale Parolin ha svolto in questa vicenda.
Quando infatti mercoledì 22 gennaio l’editore Cantagalli ha pubblicato un comunicato riguardante l’imminente uscita del libro in Italia, con pochissime e marginali variazioni rispetto all’originale francese, non è stato detto che quel comunicato era stato precedentemente visto e limato riga per riga dal cardinale segretario di Stato, che ne aveva infine vivamente incoraggiata la pubblicazione.
Un comunicato nel quale il libro di Ratzinger e Sarah è definito “un volume dall’alto valore teologico, biblico, spirituale ed umano, garantito dallo spessore degli autori e dalla loro volontà di mettere a disposizione di tutti il frutto delle loro rispettive riflessioni, manifestando il loro amore per la Chiesa, per Sua Santità papa Francesco e per tutta l’umanità”.

(Fonte: Sandro Magister, Settimo cielo, 12 febbraio 2020)
http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/



mercoledì 12 febbraio 2020

A PROPOSITO DI BENIGNI E DEL SUO CANTICO DEI CANTICI


1. «Non possiamo tacere. 
Abbiamo il dovere morale, dovere di retta coscienza, di condannare duramente il vergognoso monologo di Roberto Benigni durante il festival di Sanremo su Rai 1, prendendo a pretesto la Bibbia e il libro del Cantico dei cantici. Se e quando la televisione pubblica, cioè finanziata dai soldi dei cittadini, decide di portare sul piccolo schermo un tema di grande valore culturale e religioso, non può lasciare il monopolio interpretativo e comunicativo a una persona che non ha nessuna qualifica di competenza specifica e che si arroga il diritto di propinare il suo sproloquio, infarcito di ignoranza e di falsità, a milioni di telespettatori.
Perfino il pubblico dell’Ariston, in mezzo al quale certo non abbondavano gli esegeti biblici e forse neanche i credenti, se n’è accorto, vista la penuria di applausi. Il Cantico dei cantici è uno stupendo libro dell’Antico Testamento in cui si canta la pienezza dell’amore e dell’amore dello sposo, Dio padre, per il popolo ebraico. Dopo l’incarnazione e con la rivelazione, viene riletto come il canto di amore di Cristo, lo sposo per il nuovo popolo eletto, la Chiesa, sua sposa.
Un amore totale pieno di passione, che viene descritto con una delicatezza di toni che non ha nulla a che vedere con la sguaiata volgarità del suddetto sproloquio. Passione che arriva fino al sacrificio della croce. Se si dovesse scrivere a colori quel testo, si dovrebbe utilizzare il rosso della passione del sentimento amoroso e il rosso del sangue versato sulla croce.
Questo è il canto dell’amore totale, fedele, unico, incancellabile in cui eros, agape, e koinonia si fondono e completano, come ci ha magistralmente insegnato Benedetto XVI nell’enciclica Deus Charitas est (2005). Trasformarlo in un delirante messaggio a cavallo fra pornografia ed erotismo di bassa lega, infarcito di banalità, infine inventandosi di sana pianta una traduzione manipolata, è certamente un’operazione politicamente corretta in linea con i tempi, ma che rivela la strategia dell’indottrinamento bieco e menzognero della cultura cristianofobica.
Le radici della storica frase di Gesù "L’uomo non separi ciò che Dio ha unito” ( matrimonio sponsalità, procreazione, genitorialità) trova le sue radici più profonde e proprio nel cantico: l’amore di Cristo per la Chiesa, e amore inseparabile, indefettibile, totale, fedele, che giunge fino al sacrificio della vita.

Questo è l’amore che, realizzato pienamente in Cristo, ha sempre trovato nella storia, anche oggi, testimoni fedeli pur con tutti i limiti della debolezza umana. Chi avesse qualche dubbio, guardi un crocifisso ed impariamo da Lui, che ha perdonato ma non ha fatto sconti nella proclamazione della verità. Per questo l’hanno appeso ad una croce. »
(Massimo Gandolfini)

 2. Benigni, il furbetto che sfrutta l’ignoranza della gente
L’operazione di Benigni è subdola (e ha fatto bene Diego Fusaro a rilevarlo): perché ha voluto insinuare che la Chiesa è la solita oscurantista di sempre, che nega la bellezza dell’amore sponsale. E il nostro comico lo ha fatto fra l’altro suggerendo di stare leggendo da un testo che non sarebbe quello contenuto nelle edizioni ufficiali! Ma sarei curioso di sapere a quale ur-redaktion, redazione originale primitiva extrabiblica lui si riferisca, quando il testo (masoretico ebraico, traduzione greca dei LXX, Vulgata latina) è disponibile in tutte le librerie! E di grazia, converrete che il proclamare in chiesa o in sinagoga traduzioni poetiche e non letterali (evitando di parlare dall’ambone di peni, testicoli e monti di venere) è solo questione di estetica e di buon gusto e non certo operazione censoria!
Ma per me, lo scandalo più grave è ancora un altro: che pur di addossare tutte le colpe alla Chiesa Benigni ha strappato il Cantico al suo legittimo proprietario che è Israele, e vi dico il perché. Perché è lui, sì lui, che ha invece censurato il testo: perché l’invito della bella Sulamita ad aiutarla a cercare lo sposo non è rivolto genericamente a “figlie”, ma l’invito è rivolto alla “figlie di Gerusalemme”, cosa che lui ha deliberatamente omesso tutte le volte che ha citato il testo. E in questa omissione sta il peccato più grave: decontestualizzando il Cantico dal popolo che lo ha espresso (ma d’altronde, dicendo che leggeva da un testo extra biblico più antico, lo aveva già strappato dalla Bibbia), ha reso così un canto, espressione della più alta spiritualità biblica (e quindi espressione della fede secondo la tradizione ebraica prima e cristiana dopo), un inno generico all’amore che, con un po’ di impegno un bravo poeta avrebbe potuto fare: ridotto così cosa c’è di diverso tra una poesia di Baudelaire o una di Garcia Lorca dal Cantico?
Ma siamo in fondo al vero punto in questione: l’operazione più subdola ancora, quella di insinuare che il cantico inneggia all’amore, ad ogni tipo di amore (sponsale, efebico, saffico). Comprendetemi: non si tratta in questa sede di dare un giudizio morale su cui qui non voglio entrare, ma anzitutto di rilevare una scorrettezza di metodo, esegetica. Benigni doveva qui dire, necessariamente che il Cantico dei cantici narra la storia di un fidanzato e di una fidanzata innamorati: per onestà, come per onestà io debbo dire che dal balcone di Verona si affacciava una Giulietta che spasimava per il suo Romeo (e non posso parlare di due Giuliette o di due Romeo). Punto. 
Che se poi voleva cogliere l’occasione per parlare l’amore omoerotico tra maschi (non mi risultano seguaci della poetessa di Lesbo nella Bibbia) poteva citare la storia di Davide e Gionata (perché nella Bibbia c’è pure questo e nessuno ha mai avuto timore di ammetterlo) ma non il Cantico. E ripeto, qui la morale non c’entra (né tanto meno, per favore, si tirino in ballo omofobia e simili), ma solo il dato oggettivo di quello che è il racconto, la trama del Cantico dei cantici.
Certo, Benigni fa furbescamente il suo mestiere e strizza l’occhio ai suoi ascoltatori, ma quello che mi preoccupa è come sia facile abbindolare le persone sfruttando la loro ignoranza e giocando sui sentimenti e oscurando l’intelligenza (ma come anche facilmente la gente si lascia abbindolare). Questo è pericoloso. Non solo per la fede. Ma anche per la democrazia e il dialogo che si basano sul rispetto della persona e l’onesta intellettuale per rigettare con forza ogni tipo di manipolazione. Per questo temo questi applausi a scena aperta, ma anche il silenzio di chi dovrebbe parlare eppure tace, atei o cristiani o ebrei che siano.
(Fonte: Ignazio La China, Tempi, 9 febbraio 2020)
https://www.tempi.it/benigni-il-furbetto-che-sfrutta-lignoranza-della-gente/


3. Benigni a Sanremo: l’endorsement dei cattolici e una precisazione sull’eternità
Sanremo è Sanremo e Benigni è Benigni. Il suo lungo monologo sul palco dell’Ariston dedicato al Cantico dei Cantici, ha suscitato numerose polemiche a causa della personale rilettura e travisamento del testo sacro. Gli osservatori più acuti (come ad esempio Diego Fusaro e Tommaso Scandroglio su La Nuova Bussola Quotidiana) hanno visto nella desacralizzazione e nella derisione del cristianesimo una delle peculiarità di questa settantesima edizione del Festival. Dal siparietto iniziale di Fiorello travestito da prete che invita gli spettatori a scambiarsi un segno di pace, a Lauro che emula san Francesco, dal “Non sia fatta la tua volontà” di Tiziano Ferro a Zucchero che insegna che “Solo una sana e consapevole libidine salva il giovane dallo stress e dall’azione cattolica”. Per finire col bacio tra Fiorello e Ferro, seguito dalle pubbliche scuse al legittimo marito (sic!) del secondo.
Un attacco al sacro e alla trascendenza che è la cifra dell’intervento di Benigni che spoglia il Cantico dei Cantici di ogni riferimento a Dio e all’anima per convertirlo in un manifesto sessantottino di elogio dell’amore (omo)sessuale, novello Decameron boccaccesco. Una imbarazzante performance che tradisce le intenzioni di un comico di fama internazionale.
Tra le tante voci che si sono elevate in ambito cattolico contro questa vergognosa desacralizzazione della Parola di Dio, sorprende leggere alcuni endorsement d’eccellenza. In effetti che a qualcuno il Cantico di Benigni è piaciuto assai. È piaciuto ad esempio a uno studioso che ha collaborato col comico nella stesura del monologo: si tratta, niente meno, che del Presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura, biblista di fama internazionale e prolifico scrittore, il cardinale Gianfranco Ravasi che con orgoglio ha pubblicato su Twitter il ringraziamento di Benigni alla sua persona per i buoni consigli sul testo. Non si riesce a comprendere come si possa essere orgogliosi per aver contribuito a un tale indecente spettacolo, tra l’altro pieno di inesattezze dal punto di vista storico, biblico e interpretativo.
Un secondo incredibile applauso a Benigni arriva dalla Associazione Papaboys che non risparmia gli elogi: “Grazie Roberto Benigni. Questo è il tuo omaggio a Giovanni Paolo II che ti ha toccato il cuore”. Non sappiamo che film abbiano visto quelli di Papaboys, ma la cosa lascia a dir poco perplessi. Viene da domandarsi a quale “papa” appartengano questi “boys” che a dicembre hanno esplicitato il loro sostegno alle Sardine in vista delle elezioni regionali in Emilia Romagna (Sartoriboys?). Di certo pensare che Benigni, con il suo monologo, abbia voluto omaggiare Giovanni Paolo II è – ad essere buoni – fuorviante: una storpiatura dello storpiatore.
Un endorsement d’eccellenza nei confronti del Cantico Benigni lo si trova invece sulle colonne di Avvenire dove la biblista Rossanna Virgili afferma che: «L’idea di far conoscere e gustare il Cantico è stata davvero stupenda, appropriata, preziosa per un pubblico tanto vasto e popolare come quello del Sanremo in mondovisione». Un’idea che neanche la “licenza interpretativa” di Benigni può inficiare, nonostante abbia «tradotto, tradendolo, l’amore tra amato e amata in altri amori che sono lontani e fuori dal limpido orizzonte biblico». Noi, al contrario, temiamo che l’idea di Benigni non sia stata proprio così felice, l’idea di proporre la propria personalissima idea del mondo, dell’uomo e della sessualità strumentalizzando a questo fine la Sacra Scrittura e approfittando della propria popolarità per politicizzare il testo sacro. Dispiace che a non notarlo sia una nota biblista sul giornale dei vescovi. Giusto però far notare che sullo stesso giornale l’inviata a Sanremo Lucia Bellaspiga sottolinea con dispiacere la sottomissione di Benigni ai diktat del “politicamente corretto”.
Me per amore di verità e per carità cristiana verso il comico e verso i suoi più attenti ascoltatori vorremmo rispettosamente cercare di rispondere su un punto (tralasciando la questione, già largamente affrontata altrove, riguardante il senso, l’origine e l’interpretazione del Cantico dei Cantici). Benigni ha parlato di eternità, affermando che l’amore (concetto che lui identifica e scambia volentieri col “fare l’amore”) offre agli uomini la possibilità di divenire immortali.
Eternità. Sì Benigni, lei ha ragione, nel cuore dell’uomo c’è un profondo anelito, il desiderio di eternità. Nessuno vuole che i propri giorni finiscano; la paura della morte ci stringe, ci lega, al punto che spesso darci alla “pazza gioia” ci sembra una via percorribile per raggiungere l’illusione di allontanare la fine. Anche il sesso è una scappatoia, ci offre l’illusione dell’immortalità, per poi abbandonarci alla nostra pensante, ingombrante e caduca umanità dai giorni contati. Il libro della Sapienza ci mostra in maniera plastica questa dolorosa realtà:
Dicono gli empi sragionando: «La nostra vita è breve e triste; non c’è rimedio, quando l’uomo muore, e non si conosce nessuno che liberi dagli inferi. Siamo nati per caso e dopo saremo come se non fossimo stati. La nostra esistenza è il passare di un’ombra e non c’è ritorno alla nostra morte, poiché il sigillo è posto e nessuno torna indietro. […] Su, godiamoci i beni presenti, facciamo uso delle creature con ardore giovanile! Inebriamoci di vino squisito e di profumi, non lasciamoci sfuggire il fiore della primavera, coroniamoci di boccioli di rose prima che avvizziscano; nessuno di noi manchi alla nostra intemperanza. Lasciamo ovunque i segni della nostra gioia perché questo ci spetta, questa è la nostra parte» (Sap 1, 1-2. 6-9).
Così pensano coloro che non conoscono Dio. E cercano in ogni modo di scappare alla paura della morte. Ma – continua la Sapienza – «Dio ha creato l’uomo per l’immortalità; lo fece a immagine della propria natura. Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo; e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono» (Sap. 2, 23-24).
Siamo stati creati per l’immortalità ma viviamo circondati di morte. Solo l’incontro con Cristo, che è Via, Verità e Vita, può restituirci – a noi che viviamo da schiavi – la nostra dignità di Figli di Dio, coeredi di Cristo, destinati al cielo e non al cimitero. Non è dunque la sfrenatezza dei sensi (la chiami pure amore) e l’ebrezza dell’amore libero a donarci l’immortalità.
L’immortalità è un’altra cosa. Come afferma San Paolo nella lettera ai Romani: «liberati dal peccato e fatti servi di Dio, voi raccogliete il frutto che vi porta alla santificazione e come destino avete la vita eterna. Perché il salario del peccato è la morte; ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù nostro Signore».
Ecco in cosa consiste l’immortalità. E questi versi del Cantico dei Cantici, che San Tommaso d’Aquino, sollecitato dai suoi compagni, commentò in punto di morte nella Abazia di Fossanova, la descrivono con densità poetica e profondità spirituale: «Ho cercato l’amato del mio cuore… quando lo trovai lo strinsi fortemente e non lo lascerò mai» (Cdc 3,4).

(Fonte: Miguel Cuartero Samperi, Blog, 9 febbraio 2020)
https://www.sabinopaciolla.com/benigni-a-sanremo-lendorsement-dei-cattolici-e-una-precisazione-sulleternita/



venerdì 7 febbraio 2020

Mons. Nicolas Brouwet: “Il celibato dei preti è segno di libertà”


Il cardinale Sarah e il papa emerito Benedetto XVI hanno pubblicato un libro sul celibato sacerdotale, perché oggi questo argomento è così importante?
Due elementi hanno rilanciato la questione del celibato sacerdotale. Il sinodo sull’Amazzonia, da un lato, poiché i padri del sinodo hanno votato una risoluzione favorevole all’ordinazione sacerdotale dei diaconi sposati. La questione dell’abuso sessuale da parte di chierici, dall’altro lato, visto che alcuni sostengono che il matrimonio tra sacerdoti avrebbe potuto prevenire tale abuso. La mancanza di sacerdoti nelle nostre diocesi è anche un argomento ricorrente a favore dell’ordinazione di uomini sposati. Le risposte che circolano spesso riducono il celibato dei sacerdoti a una “disciplina” che si sarebbe imposta nella Chiesa cattolica latina nel Medioevo e che sarebbe tempo di rivedere perché non corrisponderebbe più allo spirito dei tempi. Ecco perché hanno dovuto scrivere questo libro. Sottolineo anche l’interessantissimo libro del cardinale Marc Ouellet, Friends of the Spouse: per una rinnovata visione del celibato sacerdotale.

Come interpreta la volontà di Benedetto XVI di spiegare il celibato sacerdotale ricorrendo all’Antico Testamento?
Ridurre la decisione del celibato dei sacerdoti alla riforma gregoriana o al Concilio Lateranense II nel 1239 è riduttivo. La scelta di prendere i sacerdoti tra gli uomini che hanno ricevuto il carisma del celibato non è una pura decisione legale tardivamente presa. È profondamente radicata nella vita della Chiesa, ma anche nell’Antico Testamento dove appare già la figura del sacerdote consacrato per l’adorazione di Dio. Come spiegato dal Papa Emerito Benedetto XVI, questa consacrazione si tradusse concretamente in una rinuncia al possesso della terra e nell’assenza di relazioni coniugali nel tempo del servizio liturgico a Gerusalemme. “I sacerdoti devono vivere di Dio e solo per Dio” (p. 53). Se il nostro sacerdozio cattolico viene da Cristo, siamo anche eredi della figura del sacerdote della vecchia Alleanza.

Come vescovo, come interpreti il celibato sacerdotale?
È una grande opportunità per la Chiesa. Il sacerdote celibe testimonia la presenza di Cristo che si è donato interamente alla Chiesa, come il marito alla moglie. E per il suo ministero, per la sua disponibilità, per tutto ciò che fa per l’annuncio del Vangelo, per la sua umile fedeltà, comunica alla comunità dei fedeli tutto l’amore, l’attenzione che ha per lei, alla maniera di Gesù. Non ha vicini, non ha altri rifugi, non ha nessuno da proteggere. Tutta la sua vita è offerta in questo ministero. Benedetto XVI sottolinea inoltre più volte che il celibato, per assumere il suo pieno significato, deve essere vissuto in una certa sobrietà di vita, una forma di rinuncia a tutto il conforto materiale a nostra disposizione. A ciò si aggiunge anche la disponibilità alla missione affidata dal vescovo. È un ottimo esame non scegliere la propria missione, ma riceverla ed essere pronti a cambiare, a partire, a muoversi. Il celibato consente di vivere questa libertà e questa disponibilità. Come vescovo, assisto a questa generosità tra i sacerdoti della mia diocesi e tra quelli che conosco. Quanti sacerdoti offrono un volto sereno e gioioso al ministero sacerdotale! E quanto è fruttuosa la loro missione nello Spirito Santo! Vorrei ringraziarli, incoraggiarli e dire loro quanto noi, come vescovi ma anche come padri, fratelli e amici dei nostri sacerdoti, siamo loro grati per la testimonianza che ci offrono. Possano essere veramente benedetti dal Signore!

(Fonte: Odon de Cacqueray, Il timone, 6 febbraio 2020)
http://www.iltimone.org/news-timone/mons-nicolas-brouwet-celibato-dei-preti-segno-liberta/



venerdì 24 gennaio 2020

C’era una volta il peccato


Avrete notato che i pastori della Chiesa cattolica parlano sempre meno del peccato. La parola stessa è diventata quasi impronunciabile e si preferisce usare il termine “fragilità”.
Mi sembra che dietro questa sostituzione ci sia un progetto: sostituire l’uomo a Dio, fare dell’uomo il dio di se stesso.
Nel momento in cui mettiamo da parte Dio, perdiamo automaticamente il senso del peccato. Ora, che questa operazione sia portata avanti dal mondo è comprensibile. Ma che sia portata avanti dalla Chiesa è aberrante.
L’uomo senza Dio, e senza peccato, vive nel soggettivismo e nel relativismo. Lo può fare, perché è libero. Ma la Chiesa ha il dovere di dire che tutto ciò non è cattolico. Invece molti uomini di Chiesa, da parecchi anni, si sono avviati proprio sulla strada di soggettivismo e relativismo. E per fare ciò hanno dovuto eliminare quell’ingombro insormontabile che è il peccato.
L’uso della parola “fragilità” al posto della parola “peccato” denota la mancanza della relazione con Dio. Sono fragile a causa dei miei limiti intrinseci, a causa eventualmente di qualche esperienza sbagliata, ma me la vedo da me. Tutto si risolve nella sfera del proprio io. Non ho bisogno di alcun Dio con il quale confrontarmi. Di alcun Dio al quale chiedere perdono. Oppure me la vedo con un mio Dio che comunque, essendo fatto a mia immagine e somiglianza, certamente mi comprende, mi giustifica e mi perdona.
Ovviamente il peccato può essere favorito dalle nostre eventuali e svariate fragilità, ma eliminare il peccato e mettere al suo posto la fragilità è devastante dal punto di vista cattolico, perché porta all’eliminazione della stessa grazia. Se non c’è il peccato, non c’è bisogno della grazia.  Il Catechismo della Chiesa cattolica (n. 1848) ricorda le parole assai significative di san Paolo: “Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia” (Rm 5,20). La grazia per compiere la sua opera deve svelare il peccato, ma se noi aboliamo l’idea di peccato rendiamo la grazia inutile, superflua.
C’è una preghiera bellissima, e molto cattolica, che la Chiesa ci chiede di recitare quando ci confessiamo. È l’Atto di dolore: “Mio Dio, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho meritato i tuoi castighi, e molto più perché ho offeso Te, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa. Propongo col tuo santo aiuto di non offenderti mai più e di fuggire le occasioni prossime di peccato. Signore, Misericordia, perdonami”.
Ebbene, c’è un sedicente “teologo” cattolico (virgolette obbligatorie) il quale, davanti alle telecamere della tv dei vescovi italiani, ha definito l’Atto di dolore una “tremenda preghiera”, “una preghiera che non ha nulla di cristiano perché Dio non si può offendere e poi Dio non castiga, perché Gesù è venuto a rivelarci un altro tipo di Dio, di Padre”.
Capite qual è la situazione? Questa è la “teologia cattolica” che va per la maggiore e viene divulgata dai mass media ufficialmente cattolici!
Io sintetizzerei così: parla di “peccato” chi vede la fede come relazione vincolante dell’uomo con Dio; preferisce invece il termine “fragilità” chi si concentra sull’uomo e ignora Dio o lo lascia sullo sfondo e considera la sua legge un vago punto di riferimento al quale ci si può attenere o anche non attenere, perché tutto dipende, appunto, dall’uomo e dal suo sentimento.
Questo secondo modo di concepire il rapporto con Dio e la sua legge mi sembra evidente in Amoris laetitia.  Rispetto alla questione della comunione ai divorziati risposati, Amoris laetitia più che sul contenuto della legge divina insiste sulle attenuanti umane. Ora, noi sappiamo bene che nella valutazione morale le attenuanti, anche per la dottrina cattolica, vanno tenute in considerazione. Ma i fattori attenuanti non possono diventare la chiave interpretativa per risolvere il problema dell’ammissione ai sacramenti,
In questo modo il sacramento è offerto al ribasso, come vaga consolazione, come se si ritenesse che la creatura è costitutivamente incapace di una risposta di fede seria e impegnativa.
Non a caso il titolo del famigerato capitolo ottavo di Amoris laetitia è Accompagnare, discernere e integrare la fragilità. E il documento a un certo punto, proprio perché puntato sulle attenuanti, arriva a sostenere che Dio stesso può permettere all’uomo di vivere in stato di peccato. Un’affermazione che ha condotto il filosofo Josef Seifert a paragonare l’esortazione apostolica a una bomba atomica posta sotto la dottrina e la morale cattolica.
Noi sappiamo che Dio è paziente, non permissivo. Dio sa aspettare, ma non scambia il bene con il male. Dio sa che siamo peccatori, ma proprio per questo ci prende per mano per condurci fuori dal peccato, non per giustificare la situazione di peccato!
Gli esponenti della Chiesa che puntano sulle attenuanti e preferiscono parlare di “fragilità” glissando sul peccato dimostrano inoltre di avere una bassa considerazione della creatura umana. Comportandosi come quegli insegnanti che, pensando di non poter cavar fuori più di tanto dagli alunni, non li spingono a dare il meglio e giustificano tutti i loro errori e le loro mancanze, questi presunti uomini di fede dimostrano di non credere alla santità come obiettivo di ogni battezzato.
Noto inoltre che puntare sull’idea di fragilità accentua moltissimo la visione emotiva dell’esperienza di fede, a danno della visione razionale.
Credo che, al fondo, dietro l’abolizione del peccato ci sia la mancanza di fede. La sostituzione dell’idea di peccato con quella di fragilità viene operata non solo in ossequio a un certo politically correct e nel tentativo di non apparire troppo aggressivi. La ragione profonda è che non si crede in Dio.
Chi esautora l’idea di peccato dimostra di non credere in Dio in un duplice senso: non crede nell’ordine divino e nella cogenza della legge divina, ma non crede neppure nell’aiuto che Dio certamente offre di fronte alla caduta nel peccato.
Abbiamo detto come ci sia una preoccupante eclisse del peccato. Ma occorre aggiungere che non basta parlare di peccato in modo generico. Il grande assente, nella predicazione attuale, è in particolare il peccato originale, come si è visto durante il sinodo sull’Amazzonia, con un papa, Francesco, che pare credere non al Catechismo della Chiesa cattolica, ma al pensiero di Rousseau, secondo il quale l’uomo nasce innocente e si corrompe vivendo nella società.
L’idea di peccato, quale rottura del legame e del patto con Dio, porta con sé l’idea di penitenza, ma anche “penitenza” è parola che è stata espunta dal vocabolario cattolico. Nel momento in cui la questione del peccato è sostituita da quella della fragilità, la quale, come abbiamo sottolineato, si gioca tutta all’interno dell’individuo, senza che ci sia bisogno di prendere in considerazione il rapporto con l’ordine divino, anche il concetto di penitenza diviene inutile e anzi è bene evitare di farvi ricorso. Eppure sappiamo che non può esserci esperienza autenticamente cristiana senza penitenza. Non perché il cristianesimo sia la religione degli autolesionisti, di coloro che amano soffrire, ma perché essere cristiani presuppone la conversione del cuore, e la conversione implica la penitenza, perché è necessario un distacco dalle cose del mondo per legarsi invece alle cose di lassù.
Vorrei anche sottolineare che mentre la fragilità è una condizione rispetto alla quale la persona deve riconciliarsi con se stessa (da cui espressioni come “recuperare il proprio equilibrio”, “ritrovare se stessi”), il peccato porta con sé l’idea che la riconciliazione, nel senso più profondo, è un dono di Dio.
Quando un’idea perde potenza, diceva Chesterton, c’è subito un’altra idea pronta a sostituirla e a diventare fin troppo potente. Con la fragilità che sta oscurando il peccato lo vediamo molto bene. Lungi da essere sinonimi, i due vocaboli sono espressioni di due visioni completamente diverse e, direi, non componibili. E, come spesso succede con le questioni di fede, occorre scegliere da che parte stare.

(Fonte: Aldo Maria Valli, Duc in altum, 22 gennaio 2020)
https://www.aldomariavalli.it/2020/01/22/cera-una-volta-il-peccato/



mercoledì 22 gennaio 2020

Sarah e Benedetto XVI, il libro esce. Testi e firme confermate


«Oggi e solo oggi, quando le nubi sembrano allontanarsi (…) annunciamo l’uscita del libro Dal profondo del nostro cuore di Robert Sarah con Joseph Ratzinger/Benedetto XVI per giovedì 30 gennaio 2020, ringraziando gli autori e tutti gli amici che ci sono stati vicini in questa delicata impresa». Con queste parole David Cantagalli, l’editore italiano di Benedetto XVI e del cardinale Robert Sarah, in un comunicato ufficiale mette la parola fine (o quasi) alla squallida vicenda che ha circondato l’annuncio dell’uscita del libro a difesa del celibato, firmato a quattro mani dal cardinale Sarah e dal Papa emerito. Dunque nessun ritiro della firma, come il segretario di Benedetto, monsignor Georg Ganswein, aveva dichiarato alle agenzie di stampa dopo che erano uscite indiscrezioni sul fatto che Benedetto XVI era all’oscuro del progetto del libro. Da lì si era scatenato un vero e proprio linciaggio mediatico del cardinale Sarah ma anche la solita campagna contro il Papa emerito.
Il libro in italiano uscirà come previsto il 30 gennaio, con un leggero cambiamento formale nella copertina, concordato con l’editrice francese Fayard (e che varrà per tutte le edizioni internazionali), da cui tutti i contratti di traduzione dipendono: la firma degli autori non sarà più Robert Sarah-Benedetto XVI, ma “Robert Sarah con Joseph Ratzinger/Benedetto XVI”. L’aggiunta del nome al secolo – Joseph Ratzinger – vuole in qualche modo togliere ai nemici dichiarati di Benedetto XVI il pretestuoso argomento di un testo scritto da “anti-papa”, ma chiunque legga il contenuto di questo libro deve onestamente ammettere che lo spirito con cui è scritto è quello di un contributo alla Verità, non di una schermaglia ideologica o di potere. E l’aggiunta della preposizione “con” nella firma meglio chiarisce ciò che è spiegato nella nota dell’editore che accompagna l’edizione. Cioè il libro si compone di un saggio di Benedetto XVI, un altro del cardinale Sarah (entrambi sono già stati spiegati dalla Nuova Bussola Quotidiana, qui e qui), quindi un’introduzione e una conclusione scritte fisicamente da Sarah ma «lette e condivise» da Benedetto XVI. Esattamente ciò che era già stato spiegato fin dall’inizio, ma che è stato ignorato per dare vita a «incessanti, nauseabonde e menzognere polemiche», come le ha definite alcuni giorni fa il cardinale Sarah.
Le polemiche sono state particolarmente virulente dai soliti settori del mondo cattolico, dai “guardiani della Rivoluzione” e dagli “intellettuali” catto-progressisti, che non si sono certo risparmiati negli insulti durissimi contro il cardinale Sarah e nella richiesta di mettere la museruola al Papa emerito. Si è arrivati a vette di menzogna forse mai raggiunte prima, particolarmente gravi quando si consideri che perfino il quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire, ha messo in bocca a Benedetto XVI (15 gennaio) affermazioni che non ha mai fatto né che si potevano desumere dalle comunque infelici parole di Ganswein: “Benedetto: sul celibato non firmo il libro di Sarah - «Mai autorizzata l’apposizione, né condivise premessa e conclusioni»”.
A riprova del comune sentire del cardinale Sarah con il papa emerito, nel comunicato Cantagalli sottolinea che: «Si tratta di un volume dall’alto valore teologico, biblico, spirituale ed umano, garantito dallo spessore degli autori e dalla loro volontà di mettere a disposizione di tutti il frutto delle loro rispettive riflessioni, manifestando il loro amore per la Chiesa, per Sua Santità Papa Francesco e per tutta l’umanità».
Dunque: il libro esce anche in italiano, la verità è ristabilita. Si potrebbe dire tutto è bene quel che finisce bene. Però non è proprio così. Anzitutto perché i veleni di queste settimane non si cancellano e il fango gettato soprattutto sul cardinale Sarah lascerà il segno. E si può stare certi che nessuno chiederà scusa – anzi, eviteranno anche di dare la notizia con rilievo – per quel che è accaduto. In secondo luogo, la vicenda – come abbiamo già detto – è sembrata ubbidire a una regia che aveva tutto l’interesse a creare un polverone sul nulla per poter oscurare il contenuto del libro, certamente molto sgradito a chi sta cercando di rivoltare la dottrina della Chiesa attaccando il celibato sacerdotale. Obiettivo, purtroppo, che è in qualche modo riuscito.
In terzo luogo, resta un mistero. Dopo giorni di feroci polemiche, venerdì 17 il cardinale Sarah si è recato alle 18 a Mater Ecclesiae, residenza di papa Benedetto XVI. È stato un incontro chiarificatore di cui ha dato notizia lo stesso Sarah con alcuni tweet: «A causa delle incessanti, nauseabonde e false controversie che non si sono mai fermate dall’inizio della settimana, riguardanti il libro Dal profondo dei nostri cuori, ho incontrato il papa emerito Benedetto XVI questa sera», ha scritto il cardinale guineano, che poi prosegue: «Con il papa emerito Benedetto XVI abbiamo potuto constatare come non ci siano fraintendimenti tra di noi. Sono uscito da questo bell’incontro molto felice, pieno di pace e di coraggio». Seguono poi i ringraziamenti all’editore francese per il lavoro svolto.
L’incontro e il clima concorde che lo ha caratterizzato non sono stati smentiti da nessuno, ma l’annuncio via tweet del cardinale Sarah sembrava preannunciare qualcosa che attestasse una volta per tutte questa unità di intenti. In effetti sappiamo che da quell’incontro era uscito un comunicato congiunto, firmato da Benedetto XVI e dal cardinale Sarah, teso a confermare la doppia paternità del libro e mettere fine al linciaggio mediatico dei due. Per evitare ulteriori frizioni si era stabilito di consegnare questo comunicato alla Segreteria di Stato per la pubblicazione, che sarebbe dovuta accadere non più tardi di lunedì 20. Del comunicato però si sono perse le tracce: censurato dalla Segreteria di Stato? Rimasto nella borsa di mons. Ganswein o di qualche altro funzionario? Non è dato sapere. Però rimane la sgradevole impressione che si voglia fare di tutto per impedire che emerga con chiarezza la totale sintonia di Benedetto XVI e del cardinale Sarah in materia di sacerdozio, celibato e non solo.

(Fonte: Riccardo Cascioli, LNBQ, 22 gennaio 2020)
https://lanuovabq.it/it/sarah-e-benedetto-xvi-il-libro-esce-testi-e-firme-confermate