sabato 28 luglio 2018

Se Famiglia Cristiana e padre Spadaro perdono la testa


La copertina di Famiglia Cristiana, un tweet di padre Spadaro: attacchi violenti in nome dell'accoglienza degli immigrati. È una vera e propria isteria, alimentata da una concezione del cristianesimo solo orizzontale: la salvezza eterna ha lasciato il posto alla soluzione dei problemi terreni.

Famiglia Cristiana, padre Antonio Spadaro (direttore della Civiltà Cattolica): l’isteria immigrazionista sembra ormai incontrollabile e partorisce mostri. La copertina dell’ultimo numero di Famiglia Cristiana è emblematica e destinata giustamente a creare scandalo: «Una mano che si leva – spiega la stessa rivista dei Paolini – verso il volto di uno sconcertato ministri degli Interni. Sotto, il titolo: “Vade Retro, Salvini”». «Niente di personale o ideologico – si precisa poi nel sommario dopo aver elencato il “plotone di esecuzione” (la Cei, i singoli vescovi, le iniziative di religiosi) – si tratta di Vangelo».
Già, ma di che Vangelo stiamo parlando? È la stessa domanda che viene leggendo il tweet di padre Spadaro lanciato ieri mattina, in polemica con la proposta leghista di obbligare l’esposizione dei crocifissi in tutti gli edifici pubblici: «La croce è segno di protesta contro peccato, violenza, ingiustizia e morte», afferma rabbioso padre Spadaro. Gesù si sarebbe lasciato crocifiggere per "protestare" contro il peccato e la morte? Fosse così, Gesù sarebbe una sorta di Gandhi spinto all’estremo. Forse non è un caso che da un po’ di tempo in casa cattolica si fa spesso riferimento al principio della “non violenza” e si cita Gandhi à gogo.
E prosegue Spadaro: la croce «non è mai un segno identitario». Deve essere tanto l’odio nei confronti dei leghisti e di Salvini che il direttore della Civiltà Cattolica ha decisamente perso la trebisonda. Fosse come dice padre Spadaro, per coerenza non bisognerebbe mettere le croci neanche all’esterno delle chiese. Invece La Civiltà Cattolica una volta la pensava diversamente, addirittura nel 2004 sosteneva che «il crocifisso fa parte dell’identità del popolo italiano ed è parte integrante del suo patrimonio culturale» (editoriale del Quaderno 3695). E nel giugno 2010 argomentava contro la Corte di Strasburgo che pretendeva la rimozione dei crocifissi dalle scuole in nome della laicità dello Stato e del rispetto delle religioni. Altri tempi, altri direttori…
Ma torniamo a Famiglia Cristiana. Lasciamo da parte la solita vergognosa mistificazione che vorrebbe l’Italia divisa tra chi vuole salvare le vite e chi vuole buttare le persone in mare. Abbiamo già spiegato diverse volte i veri termini della questione, anche pochi giorni fa con riferimento al comunicato della Conferenza Episcopale Italiana (clicca qui). Ciò che invece vale la pena mettere in evidenza è proprio la concezione di cristianesimo di cui quella copertina è espressione.
Si può legittimamente criticare un leader politico per l’uso disinvolto di simboli religiosi, ma è sconcertante che un settimanale cattolico strumentalizzi il Vangelo per “demonizzare” una persona. È una visione tutta orizzontale della fede: il Vangelo, la missione di Gesù perde qualsiasi significato trascendente, l’annuncio non è più Dio che viene a salvarci dal peccato, ma è Dio che viene a risolvere i problemi del mondo, che peraltro ormai sembrano ridotti a uno: l’immigrazione. E così si banalizza anche il male, tutto viene umanizzato: il demonio viene identificato con una persona cattiva, colui che simboleggia la contrarietà alle porte aperte per tutti; l’esorcismo (mano tesa contro il demonio) è ridotto alla condanna di una persona, anziché un processo di liberazione della persona dal male con la forza della Grazia di Dio.
Il "caso Famiglia Cristiana” non è un episodio isolato, è la tendenza oggi dominante nella Chiesa; la testimonianza è ormai ridotta a opere di assistenza (assistenza, non carità) verso poveri e immigrati. Al punto che ormai, in questo clima di vera e propria isteria, c’è chi invoca la scomunica per chi non è d’accordo con la politica del “tutti dentro”. C’è una assolutizzazione neanche dei valori, ma delle conseguenze dei valori, di ciò che la Chiesa ha sempre considerato opinabile: perché non c’è un’unica soluzione politica possibile nel nome della solidarietà e del “prendersi cura”.
Così accade che quelli partiti in nome della tolleranza e dell’accoglienza diventano intolleranti e violenti contro chi non condivide la loro impostazione. È un cristianesimo che, contrariamente ai proclami, invece di liberare diventa soffocante, è un cristianesimo che sa tanto di socialismo reale.

(Fonte: Riccardo Cascioli, La NBQ, 26 luglio 2018)
http://www.lanuovabq.it/it/se-famiglia-cristiana-e-padre-spadaro-perdono-la-testa



sabato 21 luglio 2018

Vescovi e immigrazione, quanta incompetenza!


Siamo alle solite. Ogni volta che il vertice della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) interviene sul tema immigrazione si sprecano equivoci, luoghi comuni e ipocrisia. Non fa eccezione il comunicato diffuso ieri dalla presidenza della Cei dal titolo “Migranti, dalla paura all’accoglienza”. Si parte come solito da un’immagine che non può non commuovere per ribadire che davanti ai drammi umani siamo tutti responsabili, che non possiamo girarci dall’altra parte; per esaltare quanti si impegnano per l’accoglienza e l’integrazione; per poi infine concludere che dobbiamo impegnarci a rispettare «la vita, ogni vita» contro l’imbarbarimento e la volgarità.
Parole certamente belle e condivisibili come criteri, ma che nel contesto in cui sono scritte vogliono significare una presa di posizione politica ben precisa seppur mascherata da un ipocrita «non pretendiamo di offrire soluzioni a buon mercato». Non per niente il comunicato della presidenza CEI fa eco alla «Lettera ai vescovi italiani sul razzismo dilagante», pubblicata nei giorni scorsi da un centinaio di preti e laici molto più preoccupati di bastonare certi partiti che non di trasmettere amore alla vita. Seppure con toni più misurati, la risposta dei vescovi di fatto ripete il solito cliché: chi non è per l’accoglienza senza se e senza ma, è un razzista, xenofobo e via dicendo. Vale a dire: non è cristiano.
Bisognerà allora ripetere per l’ennesima volta alcuni elementi della realtà che sembrano sfuggire – per incapacità o per vigliaccheria – nelle riflessioni di certi vescovi, anche di buona volontà.
Il fenomeno delle migrazioni, come si sa, è complesso (non complicato, ma complesso) e prima di parlare sarebbe il caso almeno di informarsi sui tanti fattori che contribuiscono a questo fenomeno. In ogni caso ciò di cui si sta parlando in Italia, che sta infiammando la politica e la società, e sta generando inquietudine e ribellione, non è l’immigrazione in generale: è invece quel fenomeno particolare che si chiama immigrazione irregolare, o clandestina.
È quel fenomeno controllato da potenti organizzazioni criminali internazionali, diventato ormai una vera e propria tratta degli schiavi, di cui il passaggio in barca nel Mediterraneo è solo una tappa (in genere la penultima). Soltanto una minima parte di coloro che sbarcano sulle nostre coste hanno diritto a vedersi riconosciuto lo status di rifugiato, ma nel frattempo le nostre città si sono riempite di “richiedenti asilo” che, nelle migliori delle ipotesi, bighellonano senza fare nulla ma molto più spesso molestano, delinquono, spacciano. È questo che crea disagio, rabbia, paura, il tutto moltiplicato da un senso di impotenza davanti a politici, ecclesiastici, intellettuali che sembrano animati solo dalla voglia di trasformare l’Italia in un campo di battaglia.
Il razzismo non c’entra nulla, il problema è la legalità. Curioso che siano proprio gli ecclesiastici che più in questi anni hanno preteso di dare lezioni di legalità a incitare alla violazione delle leggi nazionali e internazionali, a legittimare criminali e terroristi che lucrano su questa tratta, a coprire con una mano di buoni sentimenti gli inconfessabili affari di chi si arricchisce con la cosiddetta accoglienza (tra cui tante sigle cattoliche).
Non si passa dalla paura all’accoglienza se non ripristinando la legalità, una politica seria dei flussi migratori con leggi chiare (oltre che giuste) che siano fatte rispettare a tutti. Come si fa a discettare di integrazione quando stiamo parlando di immigrati irregolari che non hanno alcun diritto di restare in Italia o in Europa (solo una minima parte di quanti arrivano fuggono dalla guerra)?
E a proposito di integrazione: i nostri vescovi dimenticano di richiamare che l’integrazione non è un processo a senso unico, e qui parliamo anche di quanti arrivano in modo regolare. Tutti sappiamo che da questo punto di vista l’immigrazione islamica rappresenta un problema: i musulmani, in gran parte, non si integrano e non hanno alcuna intenzione di farlo. Nella loro concezione l’unica integrazione possibile è l’islamizzazione delle nostre società. La presidenza CEI non ha neanche una parola da dire su questo fenomeno, niente affatto secondario?
Quanto poi all’aspetto umanitario, seppure a volte c’è chi anche nel governo esagera con le parole (in quantità e qualità), nessuno ha mai sostenuto la volontà di non soccorrere in mare o di lasciare affogare le persone. Né l’Italia ha mai lasciato morire qualcuno. Ma le immagini esibite di bambini morti e volti sconvolti fanno ormai parte di una guerra mediatica che serve a fare pressione sul governo per costringerlo a cedere sul traffico di clandestini e poter così continuare a lucrare sulla tratta.
C’è - purtroppo anche tra i cattolici - chi auspica morti in mare per poter accusare il governo di disumanità criminale. Forse i vescovi dovrebbero dire qualcosa anche su chi gioca sulla pelle dei migranti per poter affermare la propria linea politica. E sicuramente dovrebbero ricordare che sono stati proprio i “porti aperti” a favorire le tragedie in mare (il record è stato nel 2016 con oltre 5mila morti), e che l’unico modo per evitarle è impedire le partenze e bloccare la tratta. Inoltre bisognerebbe avere presente che un conto è soccorrere le persone in mare, altra cosa pretendere che ogni persona soccorsa, per il fatto stesso di essere in mare, abbia il diritto di essere reinsediata in un paese di propria scelta.
Un’ultima nota: il documento della Presidenza CEI si conclude ricordando la necessità dell’«impegno a custodire la vita. Ogni vita. A partire da quella più esposta, umiliata e calpestata». Non per voler fare le classifiche, ma secondo la presidenza CEI c’è una vita «più esposta, umiliata e calpestata» di quella dei bambini uccisi nel ventre della madre? Oltre centomila vittime l’anno solo in Italia. Vogliamo poi parlare dell’utero in affitto o degli embrioni sacrificati nella fecondazione artificiale (decine di migliaia all’anno)? E se per i migranti si usano parole tanto forti, come mai non sentiamo lo stesso ardore per i più piccoli e indifesi? Perché in caso di morte di migranti si usa parlare di “strage”, “ecatombe” anche quando si tratta di poche unità, mentre per le migliaia e migliaia di embrioni sacrificati nel 2017 sull’altare del “figlio a tutti i costi”, il quotidiano dei vescovi usava un più rassicurante «sciupìo di vita umana individuale»?

P.S.: Fortunatamente ci sono anche vescovi che si distaccano da questo inginocchiarsi al politicamente corretto e sono in grado di riflettere su quanto sta avvenendo a partire dalla fede e senza lasciarsi ingabbiare in discorsi ideologici. È il caso di monsignor Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia-Sanremo (quindi uno che di drammi della migrazione se ne intende) che proprio ieri ha pubblicato una risposta ai firmatari della “Lettera ai vescovi italiani”. È un po' lunga ma vale la pena leggerla (clicca qui).

(Fonte: Riccardo Cascioli, La NBQ, 20 luglio 2018)
http://www.lanuovabq.it/it/vescovi-e-immigrazione-quanta-incompetenza




venerdì 29 giugno 2018

La Giornata di Studi su "Radici della crisi nella Chiesa"


«Non abbiamo l’autorità per chiudere il dibattito, però abbiamo il diritto di aprirlo»: con queste parole, pronunciate dal Prof. Roberto de Mattei, presidente di Fondazione Lepanto, si è chiusa l’importante Giornata di Studi sul tema «Radici della crisi nella Chiesa», svoltasi lo scorso 23 giugno a Roma presso l’Hotel Massimo d’Azeglio.
Giornata, il cui scopo – peraltro brillantemente raggiunto – è stato proprio quello di capire dove oggi vada la Chiesa, risalendo alle origini degli errori penetrati nel corso degli anni in tutto il Corpo Mistico di Cristo, dalla base sino ai vertici, per poi tornare, con l’aiuto di Dio, alla Verità cattolica, integrale e vissuta.
Gli esperti presenti – teologi, filosofi, storici e studiosi, molti dei quali firmatari della Correctio filialis a papa Francesco dello scorso anno –, hanno proposto un «approccio costruttivo, non astratto, non inutilmente polemico, ma concreto e fecondo di spunti», come ancora ha sottolineato il prof. de Mattei, per affrontare una crisi, di cui, aprendo i lavori, il prof. Joseph Shaw, presidente della Latin Mass Society inglese, ha evidenziato alcune «questioni» divenute «fondamentali» ovvero l’oggettività dei Sacramenti, la natura della grazia santificante, il ruolo della Tradizione e dell’autorità nella teologia, la natura della Verità nella fede e nella morale: «Il nuovo orientamento pastorale di papa Francesco è non avere fondamenti teologici di nessun tipo – ha proseguito il prof. Shaw –. La linea ufficiale dei suoi sostenitori è che esso sia compatibile con tutti i fondamentali della fede cattolica, ma che questa compatibilità non dovrebbe essere chiarita o discussa, pena la mancanza di fedeltà al Santo Padre».
Nella sua relazione introduttiva, il prof. Roberto de Mattei ha ricordato le origini del «modernismo» ed il significato attribuitogli da san Pio X per definire «la natura unitaria degli errori teologici, filosofici ed esegetici» ramificatisi all’interno della Chiesa: negazione del carattere rivelato dell’Antico e del Nuovo Testamento, della divinità di Cristo, dell’istituzione della Chiesa, della gerarchia, dei Sacramenti e del dogma.
Se Leone XIII cercò «una riconciliazione con quel mondo moderno che combatteva sul piano filosofico», san Pio X lo affrontò con l’enciclica Pascendi del 1907, condannandone il pervasivo «principio di immanenza». Il Prof. de Mattei ha ricordato come san Pio X nel Motu Proprio Sacrorum Antistitum del 1910, con cui impose il giuramento antimodernista, abbia avanzato «l’ipotesi che il modernismo formasse una vera e propria “società segreta” all’interno della Chiesa», per trasformare «il cattolicesimo dall’interno, lasciando intatto, nei limiti del possibile, l’involucro esteriore della Chiesa. Negli anni seguenti alla morte di Pio X, la strategia dei modernisti fu quella di dichiarare inesistente il modernismo e di accusare duramente la repressione antimodernista».
Questo permise la nascita della «Nouvelle théologie» condannata da Pio XII il 12 agosto 1950 con l’enciclica Humani Generis. Il successivo Concilio Vaticano II avrebbe però tradotto «sul piano teologico il principio filosofico di immanenza» proprio «del modernismo», mentre il «primato della pastorale» rappresentò a sua volta la «trasposizione teologica del “primato della prassi” enunciato da Marx» in quei tempi, caratterizzati dalla massima diffusione del comunismo nel mondo, camuffatosi poi da teologia della liberazione nella Chiesa.
Da qui la conclusione, cui è giunto il Prof. de Mattei: oggi «il modernismo pervade la Chiesa, anche se pochi lo rivendicano esplicitamente. Oggi abbiamo di fronte un processo rivoluzionario, che deve essere valutato a livello di pensiero, di azione e di tendenze profonde. Al neomodernismo, che si presenta come un’interpretazione soggettiva e mutevole della dottrina cattolica, bisogna opporre la pienezza della Dottrina cattolica, che coincide con la Tradizione, mantenuta e trasmessa non solo dal Magistero, ma da tutti i fedeli, “dai vescovi agli ultimi laici”, come esprime la celebre formula di sant’Agostino».
Il prof. Enrico Maria Radaelli, docente di Filosofia dell’Estetica e direttore del Dipartimento di Estetica dell’Associazione internazionale Sensus Communis, ha illustrato il ruolo giocato dal pensatore cattolico tomista Romano Amerio con l’opera Iota unum, nell’evidenziare «i due cardini fondamentali su cui avviene la devianza del modernismo: il primo cardine è quello della legge della conservazione storica della Chiesa, per il quale la Chiesa non perde la Verità quando la dimentica o la mette da parte, ma solo quando la espunge: di tale dottrina – ha affermato il relatore – si sarebbero serviti Giovanni XXIII e poi tutti i Pontefici successivi per poter promulgare le proprie dottrine solo ad un livello pastorale e mai dogmatico – e senza dogma non si espunge -; il secondo cardine riguarda invece la disposizione metafisica della Trinità, per la quale avviene prima il logo, il pensato, poi l’amore, quindi il vissuto: senonché il modernismo ribalta totalmente tale sequenza, rendendo la libertà dell’uomo diventa più importante della Verità, quindi più importante di Dio».
Tra i rimedi Radaelli indica la capacità di «tornare al dogma», nonché l’importanza e l’attualità del tomismo.
Il prof. John Lamont, filosofo e teologo canadese, ha ricordato come, sin dagli inizi, mons. Pietro Parente e padre Réginald Garrigou-Lagrange considerarono la «Nouvelle théologie» come una sorta di «revival dell’eresia modernista». L’azione delle autorità romane, volta a sopprimere la rinascita del modernismo, è stata però «liquidata come sforzo dei teologi reazionari»; la condanna derivatane non è quindi riuscita ad arginare il dilagare delle nuove teorie; a ciò ha fatto seguito anche un’«azione debole del Magistero».
Pio XII non identificò con chiarezza le tesi, cui pure si oppose con Humani Generis, non lanciò anatemi e non scomunicò quanti le propugnassero, il che ha contribuito a determinare la situazione attuale.
Padre Albert Kallio O.P., teologo canadese, ha affrontato il tema della collegialità nel Concilio Vaticano II, tema che, secondo il card. Michael Browne, vicepresidente della Commissione teologica, contraddice tanto il Vaticano I sulla pienezza dell’autorità papale quanto il Magistero riguardo la fonte della giurisdizione episcopale: «Il semplice fatto che l’esercizio di questa presunta autorità posseduta dai Vescovi in virtù della loro stessa consacrazione dipenda dal Papa non è sufficiente a mantenere la pienezza del potere del Papa definito dal Vaticano I. Inoltre, l’idea stessa di una giurisdizione suprema, che è subordinata nel suo esercizio, è contraddittorio».
L’abbé Claude Barthe, sacerdote diocesano e co-fondatore della rivista «Catholica», ha evidenziato come la «riforma liturgica» sia lo «specchio del progetto conciliare»: «L’introduzione dell’esortazione apostolica Amoris laetitia, per evitare che la dottrina presentata sia invalidata come non conforme alla dottrina precedente, riutilizzava, senza usare espressamente il termine, la categoria nuova di “insegnamento pastorale” ossia l’insegnamento volontariamente non dogmatico, inaugurato dal Concilio Vaticano II. Questo Concilio ecumenico atipico aveva creato dei vuoti ecclesiologici, così come il capitolo VIII di Amoris laetitia, circa mezzo secolo dopo, ha creato dei vuoti morali. In entrambi i casi si può dire che gli organi di insegnamento hanno perso terreno a causa di una pressione liberale, che si è esercitata con forza sempre crescente e hanno tentato una transazione con la modernità».
La dott.ssa Maria Guarini, ha inteso sfatare «la leggenda delle “due forme dell’unico Rito” della Messa. La forma è sostanza»: per questo, ha detto, «appare inaudita» l’introduzione «nella Liturgia stessa del principio di creatività», sempre avversato «nei secoli da tutto il Magistero, senza eccezioni, come cosa nefasta, da evitare nel modo più assoluto, considerato da molti il vero motivo del caos liturgico attuale. Il principio di creatività viene corroborato dall’ampia e del tutto nuova competenza attribuita alle Conferenze Episcopali in materia liturgica, ivi compresa la facoltà di sperimentare nuove forme di culto, contro l’insegnamento costante del Magistero, che ha sempre riservato al Sommo Pontefice ogni competenza in materia».
Un’ottica nuova è stata quella proposta dal prof. don Alberto Strumia, scienziato e docente presso la Facoltà Teologica dell’Emilia-Romagna. Don Strumia, nel suo intervento su rapporti tra scienza e fede, ha illustrato il Programma Scimat (Science matters), disciplina che tratta di tutte le problematiche concernenti le conoscenze umane come scienza: si tratta, ha detto, del «più recente tentativo internazionale di riprendere la tradizione di Aristotele e di esaminare con la stessa sistematicità “l’umano” e “il non umano” per conseguirne la conoscenza. Da quasi un secolo, nella scienza, stanno acquistando un nuovo rilievo un’esigenza e una metodologia non riduzionistica, che rimanda ad un più ampio concetto di razionalità», ad «una complementarietà organica e interdisciplinare, in vista di un sapere effettivamente unitario».
Di particolare rilievo l’intervento proposto dal prof. Valerio Gigliotti sul tema «Il papa eretico tra teologia e prassi giuridica». Il relatore, docente di Storia del Diritto medioevale e moderno presso l’Università di Torino, ha fatto riferimento alla tesi di uno dei più eminenti decretalisti del Duecento, Enrico da Susa, Cardinale Ostiense.
Esaminando il caso di un fedele, che nutra un fondato “dubbio” circa la moralità di un atto compiuto dal Pontefice, «bisognerà concludere che l’autorità della coscienza ha la precedenza su qualunque altra autorità, fosse anche quella del Papa, e che, pertanto, il fedele dovrà disobbedire al Pontefice e sopportare, con cristiana pazienza, le conseguenze della propria disobbedienza».
D’altronde, l’autorità con la quale il Papa educa e guida la Chiesa è la stessa autorità di Gesù Cristo, ha spiegato il prof. Gigliotti, «ma di tale autorità egli è ministro; a tale autorità rimane sempre, egli stesso, soggetto», come confermato da Benedetto XVI, durante l’Anno Sacerdotale del 2010, riflettendo sul ruolo della gerarchia e del Papato. L’ipotesi poi di un Papa eretico, per secoli dibattuta, è dichiarata «possibile» dalla maggior parte dei canonisti, soprattutto medioevali e dell’età moderna: tale è il Pontefice, che «devia dall’ortodossia cattolica. In deroga al principio che vuole la Sede di Pietro non giudicabile da alcuna autorità umana».
L’ultimo relatore è stato lo studioso e conferenziere cileno José Antonio Ureta. Presentando il proprio ultimo libro dal titolo Il cambio di paradigma di Papa Francesco: continuità o rottura nella missione della Chiesa?, l’autore ha evidenziato gli elementi di discontinuità tra questo Pontificato e l’insegnamento perenne della Chiesa,  dall’incoraggiamento dell’immigrazione alla promozione dell’agenda «verde» di una governance mondiale, dalla predicazione di una nuova morale all’accesso alla Comunione dei divorziati risposati per mezzo dell’applicazione di Amoris laetitia: «È proprio l’amore al Papato, che deve portarci a resistere a gesti, dichiarazioni e strategie politico-pastorali, che contrastano con il depositum fidei e con la Tradizione della  Chiesa», ha detto Ureta, avanzando la proposta di «cessare la convivenza ecclesiastica» coi prelati “demolitori”, esercitando così «un diritto di coscienza dei cattolici che giudichino» la loro azione «dannosa per la propria fede e la vita di pietà e scandalosa per il popolo fedele».
Concludendo quest’importante Giornata di Studi, il prof. de Mattei, ha indicato l’obiettivo da porsi ora, quello di «ricostruire il sensus fidei» nel popolo cattolico. Un obiettivo, da raggiungere anche attraverso eventi come questo, destinato a non restare perciò né ultimo, né isolato.

(Fonte: Mauro Faverzani, Corrispondenza Romana, 27 giugno 2018)
https://www.corrispondenzaromana.it/la-giornata-di-studi-su-radici-della-crisi-nella-chiesa/



mercoledì 20 giugno 2018

Parole chiare sulla famiglia? Purtroppo no


Un amico mi dice: «Sarai contento ora che Francesco ha parlato a favore della famiglia formata da un uomo e una donna. Non è quello che voi “tradizionalisti” gli chiedete?».
La mia risposta è molto semplice: non sono contento. E per diversi motivi.
Il primo motivo è che se si è arrivati al punto da segnalare come novità e motivo di soddisfazione il fatto che il papa abbia detto qualcosa di cattolico significa che qualcosa non funziona.
Il secondo motivo è che quelle parole pronunciate a braccio contengono errori e alimentano equivoci.
Risentiamole.
«Poi oggi – fa male dirlo – si parla di famiglie “diversificate”: diversi tipi di famiglia. Sì, è vero che la parola “famiglia” è una parola analogica, perché si parla della “famiglia” delle stelle, delle “famiglie” degli alberi, delle “famiglie” degli animali… è una parola analogica. Ma la famiglia umana come immagine di Dio, uomo e donna, è una sola. È una sola. Può darsi che un uomo e una donna non siano credenti: ma se si amano e si uniscono in matrimonio, sono immagine e somiglianza di Dio, benché non credano. È un mistero: San Paolo lo chiama “mistero grande”, “sacramento grande” (cfr Ef 5,32). Un vero mistero».
Concentriamoci su quella frase del papa: «Può darsi che un uomo e una donna non siano credenti: ma se si amano e si uniscono in matrimonio, sono immagine e somiglianza di Dio, benché non credano».
Domanda: è davvero così? Davvero è sufficiente che un uomo e una donna, sebbene non credenti, si amino e siano uniti in matrimonio (quale? civile? cattolico?) perché siano immagine e somiglianza di Dio? E davvero si può chiamare Paolo a supporto della tesi?
Vediamo.
Prima di tutto occorre leggere Efesini 5 integralmente.
«1 Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, 2 e camminate nella carità, nel modo che anche Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore. 3 Quanto alla fornicazione e a ogni specie di impurità o cupidigia, neppure se ne parli tra voi, come si addice a santi; 4 lo stesso si dica per le volgarità, insulsaggini, trivialità: cose tutte sconvenienti. Si rendano invece azioni di grazie! 5 Perché, sappiatelo bene, nessun fornicatore, o impuro, o avaro – che è roba da idolàtri – avrà parte al regno di Cristo e di Dio. 6 Nessuno vi inganni con vani ragionamenti: per queste cose infatti piomba l’ira di Dio sopra coloro che gli resistono. 7 Non abbiate quindi niente in comune con loro. 8 Se un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come i figli della luce; 9 il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità. 10 Cercate ciò che è gradito al Signore, 11 e non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre, ma piuttosto condannatele apertamente, 12 poiché di quanto viene fatto da costoro in segreto è vergognoso perfino parlare. 13 Tutte queste cose che vengono apertamente condannate sono rivelate dalla luce, perché tutto quello che si manifesta è luce. 14 Per questo sta scritto: “Svègliati, o tu che dormi, déstati dai morti e Cristo ti illuminerà”. 15 Vigilate dunque attentamente sulla vostra condotta, comportandovi non da stolti, ma da uomini saggi; 16 profittando del tempo presente, perché i giorni sono cattivi. 17 Non siate perciò inconsiderati, ma sappiate comprendere la volontà di Dio. 18 E non ubriacatevi di vino, il quale porta alla sfrenatezza, ma siate ricolmi dello Spirito, 19 intrattenendovi a vicenda con salmi, inni, cantici spirituali, cantando e inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore, 20 rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo. 21 Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo. 22 Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore; 23 il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, lui che è il salvatore del suo corpo. 24 E come la Chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli siano soggette ai loro mariti in tutto. 25 E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, 26 per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola, 27 al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata. 28 Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perché chi ama la propria moglie ama se stesso. 29 Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura, come fa Cristo con la Chiesa, 30 poiché siamo membra del suo corpo. 31 Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. 32 Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa! 33 Quindi anche voi, ciascuno da parte sua, ami la propria moglie come se stesso, e la donna sia rispettosa verso il marito».
Ecco qua. Come si può ben vedere, Paolo dice sì che i due che vanno a formare una carne sola diventano un «mistero grande», ma soltanto se lo fanno alla luce di Cristo, secondo la legge divina e nella Chiesa. Sostenere che qualsiasi coppia, anche non credente, è per ciò stesso «mistero grande» è una distorsione. Grave.
Non basta amarsi e unirsi in matrimonio (anche civile?) per essere immagine e somiglianza di Dio. Non è l’amore umano che santifica il matrimonio. Ciò che santifica l’unione e la rende immagine di Dio è la presenza di Dio. Se io non invito Dio al mio matrimonio, se non mi unisco in matrimonio alla luce di Cristo e in obbedienza alla legge divina, se non chiedo la benedizione divina, se non vivo il matrimonio nella dimensione sacramentale, io posso amare quanto voglio ma non posso ritenere che la mia unione mi porti a essere immagine e somiglianza di Dio. Né posso utilizzare Paolo per tirare l’acqua al mio mulino. Anche perché le parole di Paolo (unite a quelle di Gesù in Matteo, 19,3-6) hanno una conseguenza decisiva, che è l’indissolubilità del vincolo matrimoniale.
Ecco il motivo per cui non posso essere contento della frase del papa. Perché, una volta ancora, è fonte di confusione.
Mi si dirà: ma tu sei incontentabile! No, cerco solo di essere cattolico.
Ma c’è un terzo motivo per cui non sono contento.
Il papa che davanti al Forum delle famiglie difende la famiglia tra uomo e donna e condanna l’aborto è lo stesso che poi invita padre James Martin, paladino della causa LGBT, all’Incontro mondiale delle famiglie di Dublino. È lo stesso che  (di ritorno da Rio de Janeiro) dice che su questioni come aborto e matrimoni tra persone dello stesso sesso non è necessario ritornare, è lo stesso che lascia invitare in Vaticano esponenti della cultura abortista, lo stesso che sostiene di non aver mai capito l’espressione «valori non negoziabili», lo stesso che in Amoris laetitia sostiene la morale del caso per caso, e via dicendo.
Allora? Qual è l’insegnamento del papa?
La risposta è che l’insegnamento del papa, con Francesco, non vuole più ribadire la verità ma, come lui ama dire, «avviare processi». Lo ha spiegato molto bene il professor Roberto Pertici nel suo saggio Fine del cattolicesimo romano.  Siamo di fronte a un pontificato che intende destrutturare il papa e il pontificato stesso, rendere più elastico e adattabile il magistero, depotenziare alcuni sacramenti, sminuire l’importanza della ricerca di principi stabili, sostenere il primato della (presunta) concretezza della realtà sulla (presunta) astrattezza della legge.
Di questo si dovrebbe parlare quando ci si confronta sull’attuale pontificato. Senza mai stancarsi di segnalare, in ogni caso, le contraddizioni interne e i veri e propri errori dottrinali, voluti o non voluti che siano.

(Fonte: Aldo Maria Valli, 18 giugno 2018
http://www.aldomariavalli.it/2018/06/18/parole-chiare-sulla-famiglia-purtroppo-no/


domenica 17 giugno 2018

Mai come oggi i pastori sono lontani dal gregge. In particolare in politica. Ovunque.


Lo scollamento tra élite e popolo a livello politico ha un corrispettivo nella Chiesa cattolica: mai come oggi i pastori sono lontani dal gregge, estranei alle sue esigenze ed al suo sentire.
“Odore delle pecore”, si diceva, ma è pura retorica, una vernice sottilissima che non riesce a nascondere la realtà. Quanto il Pd è lontano dal proletariato, tanto i vertici ecclesiastici odierni sono ormai incomprensibili e inascoltabili per il fedele comune.
Il cardinale Gianfranco Ravasi, quello che frequenta i vip del mondo dello spettacolo e della moda, e che sui grandi quotidiani apre alla massoneria, istituzione non propriamente “popolare”, ne è la dimostrazione; così come il cardinal Pietro Parolin, che si fa invitare da Lilli Gruber al Bildenberg, cioè in un consesso segretissimo di grandi potenti, cui parteciparono nel passato, prima di diventare premier, Romano Prodi e Mario Monti (uno degli ospiti italiani di più lungo corso).
Cosa ha a che fare il popolo cattolico con le sfilate di Vanity fair benedette da Ravasi, e con il Bilderberg di Parolin? Nulla. Sono luoghi da cui, per sua fortuna, è escluso. Il popolo puzza, se non è soltanto una parola di cui riempirsi la bocca.
Non sono solo le chiese che continuano a svuotarsi a dimostrare quanto detto, ma è soprattutto il voto dei cattolici. Bergoglio, con la sua predicazione modana e secolare, ha imposto alla chiesa una svolta politica fortissima, indicando la sinistra progressista e mondialista come la casa dei cattolici.
Ma ha sempre perso e continua a perdere.
In Argentina ha vinto il suo avversario, il cattolico Mauricio Macri; negli Usa Bernie Sanders, nonostante un endorsement papale piuttosto esplicito, non ha superato le primarie; in Austria ha trionfato Sebastian Kurz, leader del partito cristiano-democratico, nettamente contrario all’islamizzazione del suo paese; in Italia, da pochi mesi, il Partito Democratico tanto caro a Nunzio Galantino, Antonio Spadaro e alla cerchia del presule argentino, Scalfari compreso, ha subito una sonora legnata.
Più Bergoglio insiste nel promuovere l’immigrazione indiscriminata, con la stessa foga e gli stessi slogan di Emma Bonino e George Soros, più i cattolici votano altrove.
In Italia i laici, guidati da Massimo Gandolfini, hanno votato per lo più Lega o Fratelli d’Italia; in Polonia il voto cattolico è andato agli avversari, cattolici, della globalizzazione; in Ungheria il governo Orban, cui a suo tempo Benedetto XVI ebbe modo di mostrare la sua simpatia, ha da poco riottenuto la maggioranza.
Persino in Germania le cose vanno male per il povero Bergoglio: il suo pupillo, il cardinale luterano Reinhard Marx, qualche mese fa si è scontrato con il governo bavarese, deciso ad imporre i crocifissi nei luoghi pubblici, mentre in questi giorni il ministro dell’interno tedesco, Horst Seehofer, leader della CSU, cioè del partito cattolico bavarese, sta opponendosi duramente alla Merkel proprio in relazione alle politiche migratorie…
In tutto ciò i chiacchieroni del cerchio magico continuano a pontificare (ma quanti papi abbiamo?), mentre il cardinal Gualtiero Bassetti, che avrebbe dovuto moderare gli estremismi galantiniani, si muove in modo confuso, senza un disegno, senza alcuna possibilità di incidere, neppure sulla linea del giornale della Cei, il sempre più impresentabile e fazioso Avvenire.

(Fonte: Marco Tosatti, Stilum Curiae, 16 giugno 2018)
wp_7512482 62 Commenti --



giovedì 7 giugno 2018

I nuovi orizzonti del Parlamento italiano


Il governo Conte ha ottenuto la fiducia, con un largo margine, alla Camera e al Senato, ma soprattutto nasce con un ampio sostegno popolare. I sondaggi attribuiscono infatti alle due forze politiche che lo esprimono, Cinque Stelle e Lega, circa il 60% dei suffragi. Nessun governo come questo è stato però avversato dalla quasi totalità dei mass-media italiani.
Antonio Socci ha ben descritto questo “pregiudizio universale” su Libero (3 giugno), mentre Marco Travaglio, su Il Fatto quotidiano (6 giugno), ha pubblicato una lunga antologia dei pesanti giudizi riservati al governo nascente da pressoché tutti i giornali, di sinistra e di destra.
Conte è stato accusato di essere un «amico del popolo come Marat» (Corriere della Sera, 18 maggio) e di preparare «un futuro venezuelano» per l’Italia (Il Foglio 16 maggio). «C’è un caso Italia in Occidente», ha scritto il direttore de La Stampa (27 maggio), mentre per il direttore di Repubblica, «l’impasto di inesperienza, improvvisazione e arroganza non tarderà ad emergere. Allacciate le cinture» (2 giugno).
Questa faziosità ideologica si è tradotta in una violenta intolleranza nei confronti del nuovo ministro della Famiglia, Lorenzo Fontana, colpevole di essersi espresso a favore della famiglia naturale, tutelata dall’articolo 29 della Costituzione, di avere rilevato l’esistenza di una crisi demografica in Italia e di avere partecipato alla Marcia per la Vita del 19 maggio.
In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera (2 giugno) e in una lettera indirizzata al quotidiano Il Tempo (4 giugno), Fontana ha ribadito con forza le sue opinioni. L’on. Salvini ha rilevato, non a torto, che queste idee non fanno parte del contratto di governo. C’è da osservare però che l’Italia è una Repubblica parlamentare in cui al Governo spetta la funzione esecutiva e al Parlamento quella legislativa.
Per quasi trent’anni, dal 1963 al 1992, l’Italia è stata governata da due forze politiche, la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista, che sui temi riguardanti la famiglia e la morale avevano visioni contrapposte. Il divorzio non era nel programma del governo Colombo (1970-1972), né l’aborto in quello del governo Andreotti (1978-1979), che si sosteneva con l’appoggio esterno del Partito comunista.
Eppure alcuni parlamentari laicisti presentarono le proposte di legge a favore del divorzio e dell’aborto, che furono rispettivamente approvate, nel 1970 e nel 1978, da maggioranze Parlamentari che non riflettevano la posizione dell’esecutivo. Quando i presidenti del Consiglio e della Repubblica democristiani furono accusati di avere sottoscritto leggi che erano contro la propria coscienza di cattolici, essi risposero di aver semplicemente controfirmato leggi fatte dal Parlamento, e non dal governo.
Ebbene, nel nuovo Parlamento, non potrebbe crearsi una maggioranza trasversale che imponga dei cambiamenti legislativi in difesa della vita e della famiglia, anche se ciò non fa parte dell’accordo di governo? L’Italia ha cessato di essere una Repubblica parlamentare?
Il ministro Fontana, nella sua bella lettera a Il Tempo, ha dichiarato: «Non ci spaventa affrontare la dittatura del pensiero unico. (…) Abbiamo le spalle abbastanza larghe per resistere agli attacchi gratuiti rispondendo con l’evidenza dei fatti, la forza delle idee e la concretezza delle azioni».
Sappia il ministro, di non essere solo. Dietro di lui ci sono gli uomini di buon senso, coloro che considerano una follia la teoria del gender, che rifiutano come innaturali le unioni omosessuali, che sono decisi a difendere la famiglia normale, fondata sul matrimonio indissolubile, composta da un uomo e da una donna; coloro che si propongono di mettere al mondo dei figli e di educarli e formarli, per farne dei buoni cittadini della terra e del Cielo.
Il ministro può contare sull’aiuto di questi uomini di buona volontà, ma può contare soprattutto sull’aiuto del Cielo, che non abbandona chi non si vergogna di proclamarsi cattolico, difende la legge naturale e combatte contro i nuovi barbari per il più nobile degli ideali che è la restaurazione della Civiltà cristiana, l’unica civiltà della storia degna di questo nome.

(Roberto de Mattei, Corrispondenza Romana, 6 giugno 2018)
https://www.corrispondenzaromana.it/i-nuovi-orizzonti-del-parlamento-italiano/



martedì 29 maggio 2018

Ratzinger elogia il teologo critico sull'islam


Joseph Ratzinger ha inviato una lettera di elogio sulla figura di p. Samir Khalil Samir.
Il sacerdote in questione, che è un gesuita, un teologo e un islamologo, ha compiuto ottant'anni.
Samir, durante il pontificato di Benedetto XVI, è stato uno dei più stretti consiglieri del "mite professore" di Tubinga. Secondo alcune interpretazioni, il padre sarebbe poi stato allontanto dal Vaticano per le posizioni critiche sulla religione islamica. Le sue idee non sarebbero contigue a quelle di Papa Francesco. Ma il diretto interessato ha smentito questa tesi. Fatto sta che oggi, in funzione del suo compleanno, il papa emerito ha inoltrato una missiva in cui ha scritto:"Mi ricordo bene di un’occasione, – era allora a Castel Gandolfo – in cui ci ha spiegato i problemi dell’islam, con molto realismo e donandoci il giusto orientamento. Si vede con chiarezza che Lei non desidera che servire la verità, che sola ci può aiutare".
Benedetto XVI ha in qualche modo ribadito l'esistenza di "problemi" riguardanti la confessione islamica. Ma cosa pensa Samir dell'islam e dell'approccio del pontefice argentino al dialogo interreligioso con i musulmani? "Io lo capisco e comprendo le sue buone e rette intenzioni - aveva detto riferendosi al modo scelto da Bergoglio per relazionarsi con la fede islamica - . E ancora:"Lui vuole mantenere le porte aperte al dialogo. Però va riconosciuto che Bergoglio conosce poco l’islam, che non è a priori un credo di pace. Anzi l’Isis quando opera, lo fa nel nome del Corano. Questo è un errore del Papa che si ripete. Nel Corano ci sono versetti di pace, ma anche elementi violenti. Il Papa - aveva sottolineato l'islamologo - sceglie sempre quelli di pace dimentica gli altri. Lo fa, come dicevo, in buona fede, non ho dubbi". Il Papa, insomma, pur agendo in "buona fede", sarebbe troppo morbido con i musulmani.
Qualcuno ha sostenuto che queste critiche siano state alla base del suo "allontanamento". Come detto, però, è stato lo stesso Samir a smentire. Il gesuita aveva anche aggiunto che, rispetto al tema del rapporto con l'islam, Papa Francesco non poteva essere contrapposto a Benedetto XVI:"Contesto chi legge il viaggio in questa chiave e non condivido chi addirittura ha parlato di sconfessione di Ratzinger, anzi. Il solo aspetto che va messo in risalto è che i due Papi hanno avuto un approccio diverso al tema, hanno due modi divergenti di affrontarlo nei termini e modi. Ma non sono in opposizione".
Il messaggio di Ratzinger è arrivato per l'organizzazione di un simposio dedicato agli studi e alla figura del gesuita egiziano."Tra le tante immagini che mi sono riaffiorate alla mente pensando al caro padre Samir Khalil - ha sottolineato il cardinale Leonardo Sandri, che è il prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali - ho scelto quella che si è ripetuta in occasione di alcuni nostri colloqui privati in Congregazione: un professore ormai emerito, riconosciuto a livello internazionale quale uno dei massimi esperti e conoscitori dell’islam e del cristianesimo arabo antico e contemporaneo, che si mette in ginocchio e chiede di essere benedetto!". Uno dei più grandi esperti del mondo islamico ha ricevuto gli auguri speciali del papa emerito.

(Fonte: Francesco Boezi, Il Giornale, 29 maggio 2018)
http://www.ilgiornale.it/news/cronache/ratzinger-elogia-teologo-critico-sullislam-1533875.html


lunedì 21 maggio 2018

Fede fai da te fuori controllo: “Credo in quello che mi pare"


Dopo il caso del sacerdote che si rifiutava di proclamare il Credo, a Pinerolo si dice una Professione di fede à la carte. Testi adattati alla bisogna e completa assenza di incarnazione, passione e morte, giudizio, perdono dei peccati. Possibile? Sì è la nuova frontiera della fede fai da te. Ma vescovo e parroco non sembrano particolarmente preoccupati. Tanto che al telefono con la Nuova BQ scaricano tutto sul prete responsabile della trovata. Che si rifiuta di spiegare, ma nel frattempo “gestisce” una chiesa trasformata in mercatino delle pulci. 

«Credo in quello che mi pare». Da Pinerolo arriva una nuova formula della professione di fede. Sicuramente meno impegnativa di quella in uso alla Chiesa Cattolica da appena 2 millenni, anno più anno meno. Dopo il sacerdote della Diocesi di Torino che nella notte santa di Natale annunciò che «al Credo non ci credo», rimaniamo sempre in Piemonte per dare conto di una nuova stravaganza portata avanti da un prete con nel totale disinteresse non solo della sua parrocchia, ma anche della Diocesi di Pinerolo. 
Qui, da meno di un anno è vescovo monsignor Derio Olivero, che salì agli onori della cronaca perché, nel lasciare la parrocchia del cuneese di cui era amministratore, pensò bene di farsi benedire dai fedeli. Un gesto insolito, se vogliamo, dato che la benedizione spetta ai ministri consacrati, ma sicuramente meno problematica di quella che il pastore si troverà a gestire ai piedi delle Alpi dove nella chiesa di San Domenico è stato proclamato un Credo totalmente fuori dai canoni della Tradizione.
I secoli hanno visto lotte fratricide per sistemare anche solo un rigo. Qui si fa prima e senza concili o “ereticomachie”. Non si tratta infatti di quello niceno, non del Credo degli apostoli, ma una versione autoctona. Un nuovo “Credo Pinerolese”, uscito non da un Concilio di provincia, ma dalla fantasia di un prete.
Nelle scorse settimane nelle due parrocchie dipendenti dal Duomo ci sono state le prime comunioni. E per l’occasione sono stati prodotti anche i libretti per accompagnare la celebrazione. Nella chiesa di San Domenico, dove è curato d’anime don Bruno Marabotto, dopo l’omelia è stato proclamato questo Credo:
Crediamo nel Signore nostro Dio, uno e uno solo, vivente ieri, oggi e sempre: Egli è il creatore dell'universo. In lui abbiamo la vita e l‘esistenza. 
Crediamo in Gesù Cristo, suo figlio e nostro fratello: Egli è il nostro liberatore, il primo risorto tra i morti. In lui abbiamo la vita eterna. Crediamo nello Spirito Santo, Spirito di verità e amore: Egli è presente nella storia attraverso i profeti. In lui siamo trasformati in nuove creature. 
Crediamo la chiesa universale Comunione di santi e peccatori. In essa siamo generati alla fede che ci salva. Crediamo la venuta del Regno di Dio. Aspettando, secondo la promessa del Signore, cieli e terra nuova in cui abiterò nell'amore e nella comunione di Dio per sempre. Amen”.
Onestamente, non vediamo che cosa non andasse bene nel Credo canonico che in realtà sembra che dica più cose. Parla, fra l’altro di personaggi non secondari come Maria, madre di Dio e dello Spirito Santo, in termini più ampi di quelli usati nel Credo pinerolese. E come si può notare nella versione pinerolese mancano cosine certo non trascurabili: il Giudizio, ad esempio. Ma è meglio non spaventare la gente con quel concetto medievale, il peccato. Tante volte si facessero venire qualche scrupolo di coscienza. 
Ma mancano anche la Passione e morte di Gesù Cristo, gli attributi della Santa, Chiesa Cattolica Apostolica, qui sbrigativamente definita “Chiesa universale”, ma anche l’incarnazione, il battesimo, il perdono dei peccati, mentre la Risurrezione è affidata al vago annuncio che Gesù è il “primo risorto tra i morti”. 
Insomma, a fare difetto non sono solo le definizioni, come ad esempio Gesù liberatore (da cosa?) o la Chiesa universale al posto della chiesa cattolica, ma quello che manca. 
Dimmi cosa Credi e ti dirò chi sei. Dimmi come professi la tua fede e ti dirò che teologia c’è dietro questa professione di fede. Sarebbe interessante che qualche teologo la decrittasse. Quel che si può fare, intanto, è cercare di capire qual è la ratio di questa che ha tutta l’aria di essere l’ennesima boutade creativa di un sacerdote che però non sembra essere molto preoccupante nella cittadina ai piedi delle Alpi. 
Infatti, da quello che la Nuova BQ è riuscita a scoprire, il nuovo Credo non è un grande problema. Non per il parroco della parrocchia su cui gravita san Domenico non ha nessuna intenzione di affrontare la cosa. «Dovete sentire da don Bruno, io non ne so niente e non saprei cosa dire», taglia corto il parroco di San Donato don Luigi Moine, che poi, il giorno seguente ribadisce: «Ho parlato con don Bruno, adesso non è disponibile, ma potrete cercarlo domani sera». 
In San Domenico la nostra inchiesta finisce al telefono con un volontario della parrocchia: «Don Bruno non c’è, se volete lascio detto. Se lo riterrà vi richiamerà». A questo punto proviamo a cercarlo a scuola, in un istituto di cui è vicepreside a Pinerolo: «Oggi non c’è», taglia corto la centralinista. Infine, scriviamo alla Diocesi. E dopo un giorno il portavoce, trovato finalmente al telefono, si limita a dire che per questa cosa bisogna rivolgersi a don Bruno in persona. Che sciocchi, e noi che pensavamo di parlarne direttamente col vescovo. 
Però una cosa, prima di salutarci, il portavoce ce la dice: «La chiesa di San Domenico è una chiesa un po’ strana. E’ divisa in tre parti. La navata centrale è adibita al culto, quelle laterali sono, una vuota e inutilizzata e l’altra adibita a magazzino». Trasecoliamo. «Sì, lo gestisce una cooperativa sociale che si occupa di svuota cantine». Immaginiamo che i comò e le credenze vengano stoccate lì. «Sì, e poi c’è il mercatino». 
Forti di questa informazione, una chiesa trasformata in un mercatino dell’usato, raggiungiamo don Bruno che finalmente risponde. «Non posso parlare, sono impegnato». Insistiamo, spieghiamo che è importante, vorremmo capire alcune cose: «Adesso non posso, non disturbatemi, mi farò vivo io». 
E’ proprio il caso di dire che non ci... crediamo. 

(Fonte: Andrea Zambrano e Marco Tosatti, LNBQ, 20 maggio 2018)
http://www.lanuovabq.it/it/fede-fai-da-te-fuori-controllo-credo-in-quello-che-mi-pare




mercoledì 25 aprile 2018

Caso Alfie Evans: Paglia e vescovi inglesi, quando i pastori sono inutili


Ancora una volta, a proposito della questione morale relativa alla vicenda del piccolo Alfie Evans, i pastori della Chiesa cattolica, ossia i vescovi, hanno saputo dire solo due cose: che la sfida è complessa e che bisogna uscirne trovando un consenso tra tutti gli interessati. Ci si chiede: per ricordarci due cose così vuote sono proprio necessari dei pastori? Per così poco siamo troppo perfino noi poveri fedeli laici.
E poi ancora: ad affermazioni di questo tipo, così evanescenti, che tipo di obbedienza, o di ossequio, o di semplice ascolto dobbiamo? A cosa servono le innumerevoli cattedre di teologia morale delle istituzioni accademiche cattoliche, pontificie e non, se poi l’indicazione davanti alla vita o alla morte, davanti allo Stato-padrone che procede come un Dio, un Uomo, un Animale, una Macchina e decreta chi è degno di vivere o no, si riduce a dire che la realtà è complessa e che bisogna procedere concordi?
Da tempo nella Chiesa si nota una grande attenzione pastorale per come si agisce piuttosto che per i contenuti dell’agire stesso. È così che diventa assolutamente prioritario agire concordi e condividere. Fare una certa cosa “insieme” diventa più importante di stabilire se quella cosa è buona o meno buona. È uno dei tanti modi in cui oggi si preferisce la pastorale alla dottrina.
Mi viene in mente una famosa frase di don Lorenzo Milani: «Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l'avarizia». È una frase che non ho mai capito. Sortirne insieme è proprio anche di una banda di briganti, se eliminiamo il contenuto di quel sortirne insieme. Sortirne insieme non basta a rendere buona una azione. L’azione è buona o non è buona in sé, indipendentemente da quanti raggiungono un accordo su di essa. Non è mai il consenso a stabilire la bontà e la verità delle cose e farle insieme dice solo che si sono fatte insieme, niente altro.
A proposito di Alfie Evans, mons. Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, ha dichiarato: «Date le soluzioni comunque problematiche che si prospettano nell’evoluzione delle circostanze, riteniamo importante che si lavori per procedere in modo il più possibile condiviso. Solo nella ricerca di un’intesa tra tutti, un’alleanza d’amore tra genitori, famigliari e operatori sanitari, sarà possibile individuare la soluzione migliore per aiutare il piccolo Alfie in questo momento così drammatico della sua vita».
Una convergenza d’amore è senz’altro auspicabile. Ma l’amore è guidato o meno dalla verità. Per qualcuno anche uccidere il piccolo Alfie potrebbe essere riconducibile ad un atto d’amore. Anche il giudice che ha emesso la sentenza potrebbe essere stato spinto da un atto d’amore, evitando ad Alfie di proseguire una vita che secondo lui era senza senso.
Procedere in modo il più possibile condiviso è pure una cosa apprezzabile, ma per fare cosa? Ammettiamo per assurdo che tutti e tre i soggetti in causa – genitori, giudici, sanitari – fossero concordi nel far morire il piccolo Alfie: quel consenso sarebbe apprezzabile? O sarebbe meglio che qualcuno avesse dissentito, rompendo una colpevole armonia di vedute? “Sortirne da soli” talvolta è meglio che “sortirne insieme”, non sono gli accordi a fare la verità, ma il contrario.
Lo stesso concetto lo abbiamo più o meno ritrovato nella dichiarazione resa pubblica dai vescovi inglesi, perfino con una notevole aggravante: «Noi affermiamo la nostra convinzione che tutti coloro che stanno prendendo decisioni angosciose riguardanti la cura di Alfie Evans agiscono con integrità e per il bene di Alfie, secondo come lo vedono».
Qui addirittura il concordismo è svincolato da una minima ricerca della verità e del bene, perché il bene di Alfie può essere visto da più punti di vista. Quindi non solo l’essere concordi viene proposto come un bene, indipendentemente dai contenuti ma solo per il fatto di concordare, ma si sostiene anche che si agisce concordi anche quando si opera in base a diverse concezioni del bene. Chiamiamolo un concordismo nella discordanza. Perché mai un fedele inglese dovrebbe ascoltar5e i suoi vescovi? E se i vescovi non si meritano l’ascolto dei fedeli a cosa servono?
Il concordismo, con questa sua smania appiccicosa per il condividere e per il consenso, elimina ogni residuo riferimento all’oggettività del bene. I pastori ricorrono al concordismo come unica indicazione da dare nella comp0lessità delle situazioni. Come se la luce del Verbo incarnato ci avesse lasciato sperduti e ciechi dentro situazioni indecifrabili anziché farci vedere la verità, che nel caso di Alfie Evans era addirittura lampante, altro che complessità.
Al concordismo e alla condivisione bisogna ormai fare obiezione di coscienza, rifiutarsi di “sortirne insieme” e avere il coraggio in certi casi di “sortirne da soli”.

(Fonte: Stefano Fontana, La nuova bussola quotidiana, 25 aprile 2018)
http://lanuovabq.it/it/paglia-e-vescovi-inglesi-quando-i-pastori-sono-inutili-1




martedì 10 aprile 2018

GAUDETE ET EXSULTATE. Ma non se siete contemplativi o di clausura


In cinque righe il Pontefice regnante liquida un paio di millenni di monachesimo contemplativo, maschile e femminile. Al N. 26 della sua esortazione apostolica Gaudete ed Exsultate scrive: “Non è sano amare il silenzio ed evitare l’incontro con l’altro, desiderare il riposo e respingere l’attività, ricercare la preghiera e sottovalutare il servizio. Tutto può essere accettato e integrato come parte della propria esistenza in questo mondo, ed entra a far parte del cammino di santificazione. Siamo chiamati a vivere la contemplazione anche in mezzo all’azione, e ci santifichiamo nell’esercizio responsabile e generoso della nostra missione”.
Saranno felici le suore di clausura e i religiosi contemplativi.
Per il resto, il lungo documento tratta in forma lievemente diversa dei soliti rimproveri e chiodi fissi del Pontefice. Parla di Gnostici e Pelagiani, facendo capire che in realtà sono sempre loro, i rigidi, quelli che amano troppo il culto, ecc. ecc. i colpevoli, sotto diverse forme.
Critica le chiacchiere, in una noticina:
“La diffamazione e la calunnia sono come un atto terroristico: si lancia la bomba, si distrugge, e l’attentatore se ne va felice e tranquillo. Questo è molto diverso dalla nobiltà di chi si avvicina per parlare faccia a faccia, con serena sincerità, pensando al bene dell’altro. In certe occasioni può essere necessario parlare delle difficoltà di qualche fratello. In questi casi può succedere che si trasmetta un’interpretazione invece di un fatto obiettivo. La passione deforma la realtà concreta del fatto, lo trasforma in interpretazione e alla fine la trasmette carica di soggettività. Così si distrugge la realtà e non si rispetta la verità dell’altro”.
A sorpresa difende la predicazione ossessiva su accoglienza e migranti, quasi contrapponendola alla difesa della vita:
“Nocivo e ideologico è anche l’errore di quanti vivono diffidando dell’impegno sociale degli altri, considerandolo qualcosa di superficiale, mondano, secolarizzato, immanentista, comunista, populista. O lo relativizzano come se ci fossero altre cose più importanti o come se interessasse solo una determinata etica o una ragione che essi difendono. La difesa dell’innocente che non è nato, per esempio, deve essere chiara, ferma e appassionata, perché lì è in gioco la dignità della vita umana, sempre sacra, e lo esige l’amore per ogni persona al di là del suo sviluppo. Ma ugualmente sacra è la vita dei poveri che sono già nati, che si dibattono nella miseria, nell’abbandono, nell’esclusione, nella tratta di persone, nell’eutanasia nascosta dei malati e degli anziani privati di cura, nelle nuove forme di schiavitù, e in ogni forma di scarto”. 
È interessante la lunga parte finale dedicata al demonio, alla sua realtà, alle sue opere e all’influenza che ha nel mondo. Mentre l’interpretazione quasi esclusivamente sociale della beatitudine di chi ha fame e sete di giustizia sottolinea l’impianto orizzontale, secolare e immanente di gran parte della predicazione del Pontefice. Così come fanno alzare le sopracciglia le parti dedicate alla mitezza e al giudizio degli altri da parte di qualcuno che mite certamente non sembra, e quanto a giudicare sembra che pratichi spesso e volentieri il giudizio: compreso questo documento stesso.

Per chi non volesse leggere tutto il documento, abbiamo raccolto qualche paragrafo che ci sembrava interessante. Buona lettura.

7. Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante. Questa è tante volte la santità “della porta accanto”, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio, o, per usare un’altra espressione, “la classe media della santità”.
Tra le diverse forme, voglio sottolineare che anche il “genio femminile” si manifesta in stili femminili di santità, indispensabili per riflettere la santità di Dio in questo mondo. E proprio anche in epoche nelle quali le donne furono maggiormente escluse, lo Spirito Santo ha suscitato sante il cui fascino ha provocato nuovi dinamismi spirituali e importanti riforme nella Chiesa. Possiamo menzionare santa Ildegarda di Bingen, santa Brigida, santa Caterina da Siena, santa Teresa d’Avila o Santa Teresa di Lisieux. Ma mi preme ricordare tante donne sconosciute o dimenticate le quali, ciascuna a modo suo, hanno sostenuto e trasformato famiglie e comunità con la forza della loro testimonianza.

14. Per essere santi non è necessario essere vescovi, sacerdoti, religiose o religiosi. Molte volte abbiamo la tentazione di pensare che la santità sia riservata a coloro che hanno la possibilità di mantenere le distanze dalle occupazioni ordinarie, per dedicare molto tempo alla preghiera. Non è così. Tutti siamo chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno, lì dove si trova. Sei una consacrata o un consacrato? Sii santo vivendo con gioia la tua donazione. Sei sposato? Sii santo amando e prendendoti cura di tuo marito o di tua moglie, come Cristo ha fatto con la Chiesa. Sei un lavoratore? Sii santo compiendo con onestà e competenza il tuo lavoro al servizio dei fratelli. Sei genitore o nonna o nonno? Sii santo insegnando con pazienza ai bambini a seguire Gesù. Hai autorità? Sii santo lottando a favore del bene comune e rinunciando ai tuoi interessi personali.

16. Questa santità a cui il Signore ti chiama andrà crescendo mediante piccoli gesti. Per esempio: una signora va al mercato a fare la spesa, incontra una vicina e inizia a parlare, e vengono le critiche. Ma questa donna dice dentro di sé: “No, non parlerò male di nessuno”. Questo è un passo verso la santità. Poi, a casa, suo figlio le chiede di parlare delle sue fantasie e, anche se è stanca, si siede accanto a lui e ascolta con pazienza e affetto. Ecco un’altra offerta che santifica. Quindi sperimenta un momento di angoscia, ma ricorda l’amore della Vergine Maria, prende il rosario e prega con fede. Questa è un’altra via di santità. Poi esce per strada, incontra un povero e si ferma a conversare con lui con affetto. Anche questo è un passo avanti.

22. Per riconoscere quale sia quella parola che il Signore vuole dire mediante un santo, non conviene soffermarsi sui particolari, perché lì possono esserci anche errori e cadute. Non tutto quello che dice un santo è pienamente fedele al Vangelo, non tutto quello che fa è autentico e perfetto. Ciò che bisogna contemplare è l’insieme della sua vita, il suo intero cammino di santificazione, quella figura che riflette qualcosa di Gesù Cristo e che emerge quando si riesce a comporre il senso della totalità della sua persona.

25. Poiché non si può capire Cristo senza il Regno che Egli è venuto a portare, la tua stessa missione è inseparabile dalla costruzione del Regno: «Cercate innanzitutto il Regno di Dio e la sua giustizia» (Mt 6,33). La tua identificazione con Cristo e i suoi desideri implica l’impegno a costruire, con Lui, questo Regno di amore, di giustizia e di pace per tutti. Cristo stesso vuole viverlo con te, in tutti gli sforzi e le rinunce necessari, e anche nelle gioie e nella fecondità che ti potrà offrire. Pertanto non ti santificherai senza consegnarti corpo e anima per dare il meglio di te in tale impegno.

26. Non è sano amare il silenzio ed evitare l’incontro con l’altro, desiderare il riposo e respingere l’attività, ricercare la preghiera e sottovalutare il servizio. Tutto può essere accettato e integrato come parte della propria esistenza in questo mondo, ed entra a far parte del cammino di santificazione. Siamo chiamati a vivere la contemplazione anche in mezzo all’azione, e ci santifichiamo nell’esercizio responsabile e generoso della nostra missione.

Gnosticismo:
39. Facciamo però attenzione. Non mi riferisco ai razionalisti nemici della fede cristiana. Questo può accadere dentro la Chiesa, tanto tra i laici delle parrocchie quanto tra coloro che insegnano filosofia o teologia in centri di formazione. Perché è anche tipico degli gnostici credere che con le loro spiegazioni possono rendere perfettamente comprensibili tutta la fede e tutto il Vangelo. Assolutizzano le proprie teorie e obbligano gli altri a sottomettersi ai propri ragionamenti. Una cosa è un sano e umile uso della ragione per riflettere sull’insegnamento teologico e morale del Vangelo; altra cosa è pretendere di ridurre l’insegnamento di Gesù a una logica fredda e dura che cerca di dominare tutto.

39. In realtà, la dottrina, o meglio, la nostra comprensione ed espressione di essa, «non è un sistema chiuso, privo di dinamiche capaci di generare domande, dubbi, interrogativi», e «le domande del nostro popolo, le sue pene, le sue battaglie, i suoi sogni, le sue lotte, le sue preoccupazioni, possiedono un valore ermeneutico che non possiamo ignorare se vogliamo prendere sul serio il principio dell’incarnazione. Le sue domande ci aiutano a domandarci, i suoi interrogativi ci interrogano».

Pelagiani:
49. Quelli che rispondono a questa mentalità pelagiana o semipelagiana, benché parlino della grazia di Dio con discorsi edulcorati, «in definitiva fanno affidamento unicamente sulle proprie forze e si sentono superiori agli altri perché osservano determinate norme o perché sono irremovibilmente fedeli ad un certo stile cattolico».46 Quando alcuni di loro si rivolgono ai deboli dicendo che con la grazia di Dio tutto è possibile, in fondo sono soliti trasmettere l’idea che tutto si può fare con la volontà umana, come se essa fosse qualcosa di puro, perfetto, onnipotente, a cui si aggiunge la grazia. Si pretende di ignorare che «non tutti possono tutto»47 e che in questa vita le fragilità umane non sono guarite completamente e una volta per tutte dalla grazia.

51. In ultima analisi, la mancanza di un riconoscimento sincero, sofferto e orante dei nostri limiti è ciò che impedisce alla grazia di agire meglio in noi, poiché non le lascia spazio per provocare quel bene possibile che si integra in un cammino sincero e reale di crescita. La grazia, proprio perché suppone la nostra natura, non ci rende di colpo superuomini. Pretenderlo sarebbe confidare troppo in noi stessi. In questo caso, dietro l’ortodossia, i nostri atteggiamenti possono non corrispondere a quello che affermiamo sulla necessità della grazia, e nei fatti finiamo per fidarci poco di essa. Infatti, se non riconosciamo la nostra realtà concreta e limitata, neppure potremo vedere i passi reali e possibili che il Signore ci chiede in ogni momento, dopo averci attratti e resi idonei col suo dono. La grazia agisce storicamente e, ordinariamente, ci prende e ci trasforma in modo progressivo. Perciò, se rifiutiamo questa modalità storica e progressiva, di fatto possiamo arrivare a negarla e bloccarla, anche se con le nostre parole la esaltiamo.

52. Ci sono ancora dei cristiani che si impegnano nel seguire un’altra strada: quella della giustificazione mediante le proprie forze, quella dell’adorazione della volontà umana e della propria capacità, che si traduce in un autocompiacimento egocentrico ed elitario privo del vero amore. Si manifesta in molti atteggiamenti apparentemente diversi tra loro: l’ossessione per la legge, il fascino di esibire conquiste sociali e politiche, l’ostentazione nella cura della liturgia, della dottrina e del prestigio della Chiesa, la vanagloria legata alla gestione di faccende pratiche, l’attrazione per le dinamiche di auto-aiuto e di realizzazione autoreferenziale. In questo alcuni cristiani spendono le loro energie e il loro tempo, invece di lasciarsi condurre dallo Spirito sulla via dell’amore, invece di appassionarsi per comunicare la bellezza e la gioia del Vangelo e di cercare i lontani nelle immense moltitudini assetate di Cristo.

58. Molte volte, contro l’impulso dello Spirito, la vita della Chiesa si trasforma in un pezzo da museo o in un possesso di pochi. Questo accade quando alcuni gruppi cristiani danno eccessiva importanza all’osservanza di determinate norme proprie, di costumi o stili. In questo modo, spesso si riduce e si reprime il Vangelo, togliendogli la sua affascinante semplicità e il suo sapore. E’ forse una forma sottile di pelagianesimo, perché sembra sottomettere la vita della grazia a certe strutture umane. Questo riguarda gruppi, movimenti e comunità, ed è ciò che spiega perché tante volte iniziano con un’intensa vita nello Spirito, ma poi finiscono fossilizzati… o corrotti.

73. Paolo menziona la mitezza come un frutto dello Spirito Santo (cfr Gal 5,23). Propone che, se qualche volta ci preoccupano le cattive azioni del fratello, ci avviciniamo per correggerle, ma «con spirito di dolcezza» (Gal 6,1), e ricorda: «e tu vigila su te stesso, per non essere tentato anche tu» (ibid.). Anche quando si difende la propria fede e le proprie convinzioni, bisogna farlo con mitezza (cfr 1 Pt 3,16), e persino gli avversari devono essere trattati con mitezza (cfr 2 Tm 2,25). Nella Chiesa tante volte abbiamo sbagliato per non aver accolto questo appello della Parola divina.

74. La mitezza è un’altra espressione della povertà interiore, di chi ripone la propria fiducia solamente in Dio. Di fatto nella Bibbia si usa spesso la medesima parola anawim per riferirsi ai poveri e ai miti. Qualcuno potrebbe obiettare: “Se sono troppo mite, penseranno che sono uno sciocco, che sono stupido o debole”. Forse sarà così, ma lasciamo che gli altri lo pensino. E’ meglio essere sempre miti, e si realizzeranno le nostre più grandi aspirazioni: i miti «avranno in eredità la terra», ovvero, vedranno compiute nella loro vita le promesse di Dio. Perché i miti, al di là di ciò che dicono le circostanze, sperano nel Signore e quelli che sperano nel Signore possederanno la terra e godranno di grande pace (cfr Sal 37,9.11). Nello stesso tempo, il Signore confida in loro: «Su chi volgerò lo sguardo? Sull’umile e su chi ha lo spirito contrito e su chi trema alla mia parola» (Is 66,2).

Reagire con umile mitezza, questo è santità.
79. Tale giustizia incomincia a realizzarsi nella vita di ciascuno quando si è giusti nelle proprie decisioni, e si esprime poi nel cercare la giustizia per i poveri e i deboli. Certo la parola “giustizia” può essere sinonimo di fedeltà alla volontà di Dio con tutta la nostra vita, ma se le diamo un senso molto generale dimentichiamo che si manifesta specialmente nella giustizia con gli indifesi: «Cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova» (Is 1,17).

Cercare la giustizia con fame e sete, questo è santità..
100. Purtroppo a volte le ideologie ci portano a due errori nocivi. Da una parte, quello dei cristiani che separano queste esigenze del Vangelo dalla propria relazione personale con il Signore, dall’unione interiore con Lui, dalla grazia. Così si trasforma il cristianesimo in una sorta di ONG, privandolo di quella luminosa spiritualità che così bene hanno vissuto e manifestato san Francesco d’Assisi, san Vincenzo de Paoli, santa Teresa di Calcutta e molti altri. A questi grandi santi né la preghiera, né l’amore di Dio, né la lettura del Vangelo diminuirono la passione e l’efficacia della loro dedizione al prossimo, ma tutto il contrario.

101. Nocivo e ideologico è anche l’errore di quanti vivono diffidando dell’impegno sociale degli altri, considerandolo qualcosa di superficiale, mondano, secolarizzato, immanentista, comunista, populista. O lo relativizzano come se ci fossero altre cose più importanti o come se interessasse solo una determinata etica o una ragione che essi difendono. La difesa dell’innocente che non è nato, per esempio, deve essere chiara, ferma e appassionata, perché lì è in gioco la dignità della vita umana, sempre sacra, e lo esige l’amore per ogni persona al di là del suo sviluppo. Ma ugualmente sacra è la vita dei poveri che sono già nati, che si dibattono nella miseria, nell’abbandono, nell’esclusione, nella tratta di persone, nell’eutanasia nascosta dei malati e degli anziani privati di cura, nelle nuove forme di schiavitù, e in ogni forma di scarto. Non possiamo proporci un ideale di santità che ignori l’ingiustizia di questo mondo, dove alcuni festeggiano, spendono allegramente e riducono la propria vita alle novità del consumo, mentre altri guardano solo da fuori e intanto la loro vita passa e finisce miseramente.

102. Spesso si sente dire che, di fronte al relativismo e ai limiti del mondo attuale, sarebbe un tema marginale, per esempio, la situazione dei migranti. Alcuni cattolici affermano che è un tema secondario rispetto ai temi “seri” della bioetica. Che dica cose simili un politico preoccupato per i suoi successi si può comprendere, ma non un cristiano, a cui si addice solo l’atteggiamento di mettersi nei panni di quel fratello che rischia la vita per dare un futuro ai suoi figli. Possiamo riconoscere che è precisamente quello che ci chiede Gesù quando ci dice che accogliamo Lui stesso in ogni forestiero (cfr Mt 25,35)? San Benedetto lo aveva accettato senza riserve e, anche se ciò avrebbe potuto “complicare” la vita dei monaci, stabilì che tutti gli ospiti che si presentassero al monastero li si accogliesse «come Cristo» (85), esprimendolo perfino con gesti di adorazione (86) e che i poveri pellegrini li si trattasse «con la massima cura e sollecitudine» (87).

117. Non ci fa bene guardare dall’alto in basso, assumere il ruolo di giudici spietati, considerare gli altri come indegni e pretendere continuamente di dare lezioni. Questa è una sottile forma di violenza.
(noticina: 95) Ci sono parecchie forme di bullismo che, pur apparendo eleganti e rispettose e addirittura molto spirituali, provocano tanta sofferenza nell’autostima degli altri.

Qualcosa di più di un mito
160. Non ammetteremo l’esistenza del diavolo se ci ostiniamo a guardare la vita solo con criteri empirici e senza una prospettiva soprannaturale. Proprio la convinzione che questo potere maligno è in mezzo a noi, è ciò che ci permette di capire perché a volte il male ha tanta forza distruttiva. È vero che gli autori biblici avevano un bagaglio concettuale limitato per esprimere alcune realtà e che ai tempi di Gesù si poteva confondere, ad esempio, un’epilessia con la possessione demoniaca. Tuttavia, questo non deve portarci a semplificare troppo la realtà affermando che tutti i casi narrati nei vangeli erano malattie psichiche e che in definitiva il demonio non esiste o non agisce. La sua presenza si trova nella prima pagina delle Scritture, che terminano con la vittoria di Dio sul demonio.120 Di fatto, quando Gesù ci ha lasciato il “Padre Nostro” ha voluto che terminiamo chiedendo al Padre che ci liberi dal Maligno. L’espressione che lì si utilizza non si riferisce al male in astratto e la sua traduzione più precisa è «il Maligno». Indica un essere personale che ci tormenta. Gesù ci ha insegnato a chiedere ogni giorno questa liberazione perché il suo potere non ci domini.

161. Non pensiamo dunque che sia un mito, una rappresentazione, un simbolo, una figura o un’idea (121). Tale inganno ci porta ad abbassare la guardia, a trascurarci e a rimanere più esposti. Lui non ha bisogno di possederci. Ci avvelena con l’odio, con la tristezza, con l’invidia, con i vizi. E così, mentre riduciamo le difese, lui ne approfitta per distruggere la nostra vita, le nostre famiglie e le nostre comunità, perché «come leone ruggente va in giro cercando chi divorare» (1 Pt 5,8).

Svegli e fiduciosi
162. La Parola di Dio ci invita esplicitamente a «resistere alle insidie del diavolo» (Ef 6,11) e a fermare «tutte le frecce infuocate del maligno» (Ef 6,16). Non sono parole poetiche, perché anche il nostro cammino verso la santità è una lotta costante. Chi non voglia riconoscerlo si vedrà esposto al fallimento o alla mediocrità. Per il combattimento abbiamo le potenti armi che il Signore ci dà: la fede che si esprime nella preghiera, la meditazione della Parola di Dio, la celebrazione della Messa, l’adorazione eucaristica, la Riconciliazione sacramentale, le opere di carità, la vita comunitaria, l’impegno missionario. Se ci trascuriamo ci sedurranno facilmente le false promesse del male, perché, come diceva il santo sacerdote Brochero: «Che importa che Lucifero prometta di liberarvi e anzi vi getti in mezzo a tutti i suoi beni, se sono beni ingannevoli, se sono beni avvelenati?».

(Fonte: Marco Tosatti, Stilum Curiae, 9 aprile 2018)
http://www.marcotosatti.com/2018/04/09/gaudete-et-exsultate-ma-non-se-siete-contemplativi-o-di-clausura/