Sant'Egidio in un articolo “double
face” della Civiltà Cattolica
La segreteria di Stato nel
novembre 2011 autorizza “La Civiltà Cattolica” a pubblicare un articolo elogiativo della
Comunità. Ma con numerosi tagli al testo originale, sui punti di disaccordo.
Eccoli a uno a uno.
I
giudizi dell'articolo sono elogiativi anche riguardo alla “diplomazia
silenziosa” praticata dalla Comunità. E già questo desta sorpresa [date anche
le vicissitudini illustrate nella seconda parte], dal momento che le bozze de “La
Civiltà Cattolica” sono riviste dalla seconda sezione della segreteria di
Stato, cioè dal ministero degli esteri vaticano, dove la diplomazia di
Sant’Egidio continua ad essere considerata più di intralcio che di aiuto
all'attività istituzionale della Santa Sede nel mondo.
L'articolo
ha per autore non uno degli “scrittori” del quindicinale dei gesuiti di Roma,
ma padre Andreas R. Batlogg, direttore delle rivista “Stimmen der Zeit” dei
gesuiti tedeschi: una rivista notoriamente più “liberal” della consorella
romana e più in linea, semmai, con altre testate della Compagnia di Gesù come
la statunitense “America”, la
francese “Études” o la milanese “Aggiornamenti Sociali”.
Prima
che su “La Civiltà Cattolica”, l'articolo era apparso sul numero di settembre
di “Stimmen der Zeit” col titolo “Die Optimisten von Sant’Egidio”, in
vista dell'incontro internazionale di preghiera per la pace – il venticinquesimo
della serie, ogni volta in luoghi diversi – organizzato dalla Comunità a Monaco
di Baviera dall’11 al 13 di quel mese.
E la
versione originale tedesca era molto più lunga di quella poi uscita in Italia
con notevoli tagli, qua e là piuttosto significativi. Frutto di sforbiciate
fatte dai gesuiti di Villa Malta – la sede de “La Civiltà Cattolica” – e/o
anche dalla segreteria di Stato vaticana. In pratica, dalle 16 pagine tedesche
si è passati alle 11, oltretutto meno fitte, della versione italiana.
È così
completamente sparito il capitoletto tedesco intitolato “I preferiti del papa?”
(Die besonderen Lieblinge des Papstes?), nel quale veniva oltremodo esaltato il
rapporto tra Sant’Egidio e Giovanni Paolo II.
È
uscito drasticamente ridimensionato anche il legame tra la Comunità e gli
incontri di Assisi. Nella versione tedesca c’è un intero capitoletto su “L’avventura
di Assisi” (Das Abenteuer Assisi) in cui si plaude al cosiddetto “spirito di
Assisi” (der Geist von Assisi) caro a Sant'Egidio ma non a Benedetto XVI,
mentre in quella italiana il capitoletto non c'è più e tutto è liquidato in un
paio di righe: “Ha avuto una risonanza mondiale, nel 1986, la preghiera per la
pace ad Assisi, che si è tenuta anche per interessamento della Comunità”.
Il
capitoletto su “Andrea Riccardi, il volto di Sant’Egidio” esce dimezzato nel
passaggio dal tedesco all'italiano. E ancor più sforbiciato è quello sulla
diplomazia della Comunità. La definizione di Sant’Egidio come “ONU di
Trastevere”, coniata dal giornalista italiano Igor Man ed entrata nell'uso
corrente, citata enfaticamente da “Stimmen der Zeit”, su “La Civiltà Cattolica”
sparisce.
Ciò
detto, resta comunque il paradosso che un testo rivisto e approvato dalla
segreteria di Stato vaticana contenga un sostanziale elogio del ruolo
diplomatico giocato da Sant’Egidio.
In
passato ciò non era mai accaduto. Basti pensare a un precedente riguardante il
Mozambico, cioè il paese che viene vantato dalla Comunità come teatro del suo
primo grande successo diplomatico nel 1992. In un approfondito articolo di otto
pagine su “Il Mozambico dopo 25 anni di indipendenza”, apparso su “La Civiltà
Cattolica” del 16 dicembre 2000 con la firma del gesuita José Augusto Alves de
Sousa (per quarant’anni missionario in quel paese), non c'è neppure il minimo
cenno a un ruolo pacificatore svolto da Sant’Egidio in quel frangente.
Cablogrammi confidenziali
pubblicati da Wikileaks
Belle
parole, lodi spese a favore della Comunità, ma anche richieste di cospicui
finanziamenti da parte di quest’ultima.
Tra i
numerosi cablogrammi confidenziali resi pubblici da Wikileaks, ce n'è uno
trasmesso a Washington il 5 marzo 2002 dall’allora ambasciatore degli Stati
Uniti presso la Santa Sede, Jim Nicholson, repubblicano, molto vicino al
presidente George W. Bush.
Il
cablogramma reca il titolo: “Sant’Egidio ringrazia lo zio Sam e critica
l’'ipocrita' Fidel”.
In
esso l'ambasciatore Nicholson riferisce di una cena del 19 febbraio offerta a
lui e ai funzionari dell’ambasciata dal fondatore della Comunità, Andrea Riccardi,
“in considerazione della stretta cooperazione dell’organizzazione con il
governo USA”.
A lato
della cena, informa Nicholson, “Riccardi ha parlato criticamente con
l'ambasciatore del suo incontro del 1999 a Cuba con Fidel Castro, una maratona
di colloquio notturno durata fin dopo le tre del mattino”.
“Riccardi
– specifica il cablo – ha avuto parole aspre per quella che ha definito
l’ipocrisia di Castro, in particolare riguardo alla pena di morte a Cuba. Ha
schernito la dichiarata contrarietà personale di Castro alla pena capitale
accoppiata con la sua insistenza sull'obbligo che aveva di attenersi alla legge
dello stato”.
Nel
contesto della stessa cena – riferisce inoltre l'ambasciatore – don Matteo
Zuppi, sacerdote di Sant'Egidio, ha parlato di un suo più recente colloquio con
Castro, nel gennaio del 2002, mentre si trovava all'Avana per partecipare a un
incontro tra il governo della Colombia e i guerriglieri del FARC: “Castro l'ha
tratto in disparte e ha rimproverato la Comunità di Sant'Egidio e Zuppi in
persona per la riluttanza dell'organizzazione a collaborare con L'Avana nel
1999. Secondo Zuppi, Castro aveva cercato di sfruttare Sant'Egidio nel contesto
del conflitto del 1999 in Kosovo, inviando mille cosiddetti operatori umanitari
in Kosovo e Iugoslavia sotto gli auspici di Sant'Egidio”.
Il
cablo termina informando che don Zuppi “ha chiesto sostegno per il progetto di
Sant'Egidio da 5 milioni di dollari per combattere l’HIV/AIDS in Mozambico”.
Una
curiosità: possiamo dire che la notorietà internazionale di Riccardi, si può
evincere anche dalla sua presenza nei dispacci diplomatici riservati, messi in
rete da Wikileaks. Qui, fra tutti i ministri dell'attuale governo italiano,
Riccardi è il quarto per numero di citazioni: 14, senza contare le 7 di suo fratello
Luca, anche lui tra i dirigenti di Sant'Egidio. Lo superano solo il presidente
del consiglio Mario Monti, con 18 citazioni, il ministro dell'ambiente Corrado
Clini, con 25, e il ministro degli affari esteri Giulio Terzi di Sant’Agata, ex
ambasciatore, che ne vanta un centinaio: sempre meno, comunque, di quelle
arrise alla Comunità di Sant’Egidio nel suo insieme, 127.
Finalmente “onorevole”!
Dal 16
novembre 2011, Andrea Riccardi è ministro. Non degli affari esteri, come lui
stesso aveva sussurrato qua e là di desiderare, ma pur sempre della
cooperazione internazionale, un incarico in rima con l’epiteto di “ONU di
Trastevere” applicato ad arte alla sua comunità.
Assieme
a Riccardi è entrato nel nuovo governo presieduto da Mario Monti un altro dei
protagonisti della giornata di Todi (Forum delle Associazioni): Corrado
Passera, capo di Banca Intesa ed editore principe del “Corriere della Sera”, il
giornale che aveva impresso su quel convegno di cattolici il suo timbro non
disinteressato, e proprio con Riccardi a tenergli bordone.
Anche
il leader della CISL Raffaele Bonanni, altro primattore di Todi, era stato per
un po’ nelle liste dei papabili, salvo poi uscirne. È invece arrivato al
traguardo il rettore dell’Università Cattolica, Lorenzo Ornaghi, anche lui
convenuto nella cittadina umbra ma su una linea affatto diversa da quella dei
nomi citati. Ornaghi è ora ministro dei beni culturali: declassato rispetto
all’iniziale proposta del ministero dell’istruzione.
La sua
candidatura è stata fortemente caldeggiata dalla Conferenza episcopale italiana
– nella quale la linea “super partes” del cardinale Camillo Ruini continua a
valere.
Riccardi
no. La sua aureola di rappresentante numero uno della Chiesa nel governo Monti
è abusiva. Né il cardinale Angelo Bagnasco per la conferenza episcopale, né il
cardinale Tarcisio Bertone per il Vaticano hanno mosso un dito perché fosse
nominato ministro. Ad agitarsi a favore della sua nomina è stato solo il
vescovo della Comunità di Sant’Egidio, Vincenzo Paglia. Che poteva anche
risparmiare lo sforzo, perché già bastava allo scopo il legame diretto che
Riccardi aveva stabilito da tempo con il capo dello stato Giorgio Napolitano.
Sicuramente,
il cardinale Bagnasco e la conferenza episcopale non hanno nessuna intenzione
di farsi imprigionare entro i confini di una nuova forza politica come quella progettata
a Todi e attualmente in cantiere.
Il
loro guaio è che il quotidiano “Avvenire” – di proprietà della CEI e quindi
letto da tutti come espressione della linea dei vescovi, in realtà diretto da
Marco Tarquinio con un’autonomia di cui va fiero – sembra invece dar credito e
sostegno all’operazione di Todi e ai suoi sviluppi.
Lo “spirito di Assisi” di cui
il papa diffida
Pochi
sanno che il primo incontro di Assisi fu voluto ed organizzato dal Riccardi. Da
allora, è sempre stata la comunità di sant’Egidio a condurre questi incontri,
riproponendoli sempre in una identica linea programmatica, “lo spirito di
Assisi” appunto; una formula, che fin dalla sua prima formulazione nell’incontro
del 1986, fu accolta entusiasticamente da tutti gli aderenti e dalla stampa
simpatizzante.
Tuttavia,
con Benedetto XVI, la “musica” è cambiata: per sei anni il Papa non ha accolto
l’invito del Riccardi ad intervenire, e l’Assisi del 2011, annunciato dal pontefice,
per la prima volta nella sua storia è stato organizzato completamente dalla
Santa Sede, togliendo al Riccardi questo monopolio che aveva finito per
assumere risvolti nettamente sincretisti.
Nel
preparare il venticinquesimo anniversario di questo convegno, lo scorso mese di
luglio 2011, “L’Osservatore Romano” ha pubblicato una serie di articoli che
avevano l’obiettivo di spiegare bene tale evento. Gli articoli, raccolti poi in
un libro, erano firmati da tutti i capi degli uffici vaticani implicati
nell’organizzazione dell’evento, e cioè dai cardinali Tarcisio Bertone,
Jean-Louis Tauran, William J. Levada, Kurt Koch, Peter K. A. Turkson e
Gianfranco Ravasi.
Ebbene,
in nessuno di questi loro scritti ricorre una sola volta la formula “spirito di
Assisi”. Che invece compare in tre degli altri quattro articoli della serie
pubblicata da “L'Osservatore Romano”, affidati a persone esterne alla curia. La
formula compare, cioè, nell'articolo del vescovo di Assisi Domenico Sorrentino,
ovviamente in quello di Riccardi e in quello della presidente del movimento dei
Focolari Maria Voce. Ma non in quello del leader di Comunione e Liberazione,
don Julián Carrón.
Il
loro silenzio è stato un caso oppure è frutto di una precisa volontà? E
Benedetto XVI?
Lui
che da cardinale è stato uno dei pochi porporati curiali a non aver mai
partecipato agli annuali, frequentatissimi, meeting interreligiosi di
Sant’Egidio intitolati proprio allo “spirito di Assisi”, ha usato la formula
non più di un paio di volte. Una di queste due citazioni di papa Joseph
Ratzinger – la seconda – è stata inserita nel filmato commemorativo che è stato
mostrato lo scorso 27 ottobre ad Assisi ai partecipanti al pellegrinaggio e
allo stesso papa, durante l'evento. Il filmato è stato prodotto dalla televisione
di Stato italiana e curato dal vaticanista don Filippo Di Giacomo e da Giuseppe
Corigliano, già portavoce dell'Opus Dei. Sulla sua confezione non sembra che la
Santa Sede abbia avuto voce in capitolo.
Ma va
notato che la prima e più importante volta in cui Benedetto XVI ha usato la
formula “spirito di Assisi”, nel settembre del 2006, lo ha fatto proprio per
spiegare come intenderla correttamente, affinché “non si prestasse ad
interpretazioni sincretistiche, fondate su una concezione relativista”.
In
ogni caso, da quando Benedetto XVI ha annunciato di voler celebrare il
venticinquesimo anniversario di Assisi, non ne ha mai evocato una sola volta lo
“spirito”. Non l’ha fatto all’Angelus del 1° gennaio 2011 quando rivelò a
sorpresa la sua intenzione. Non l’ha fatto in nessuno dei suoi successivi
interventi e saluti pronunciati su Assisi e in Assisi. Non l'ha fatto neppure
all'Angelus della domenica successiva al pellegrinaggio del 27 ottobre. Insomma,
per Benedetto XVI la formula “spirito di Assisi” non sarà forse “devastante”,
come pensano i lefebvriani, ma gli appare comunque così carica di ambiguità –
come d’altronde quella dello “spirito del Concilio” – da far di tutto per
evitarla.
Valori non negoziabili… ma “negoziabili”
per Riccardi?
Così dunque
Andrea Riccardi è diventato ministro di un governo non “politico” ma “tecnico”.
A questo punto ci chiediamo: qual è la politica del Riccardi? A cosa mira?
Quale il suo contributo?
È
sulla stessa linea di tanti “sedicenti” cattolici adulti, disponibili a negoziare
senza alcun ripensamento anche quei valori “non negoziabili”, patrimonio
intoccabile della Chiesa, come la cronaca politica ci rivela quotidianamente?
Il
Cardinale Angelo Bagnasco, nella sua conferenza del 17 ottobre a Todi, aveva
messo subito in chiaro – guarda caso proprio al Riccardi e ai suoi compagni
riuniti per promuovere un nuovo “partito cattolico” - quali fossero in assoluto
le priorità di qualunque governo: va bene discutere e darsi da fare
politicamente, ha concesso il cardinale, “sulle vie migliori per assicurare
giustizia sociale, lavoro, casa e salute, rete accogliente e solidale, pace:
valori, questi e altri, che vanno a descrivere ciò che è chiamata etica sociale”.
Ma «la giusta preoccupazione verso questi temi, non deve far perdere di vista
la posta in gioco, forse meno evidente, ma che sta alla base di ogni altra
sfida: una specie di metamorfosi antropologica. Sono in gioco, infatti, le
sorgenti stesse dell’uomo: l’inizio e la fine della vita umana, il suo grembo
naturale che è l’uomo e la donna nel matrimonio, la libertà religiosa ed
educativa che è condizione indispensabile per porsi davanti al tempo e al
destino. Proprio perché sono ’sorgenti’ dell’uomo, questi principi sono
chiamati “non negoziabili”».
Bene. Sotto
questo profilo, le idee del Riccardi sono, a prima vista, ragionevoli, aperte,
dottrinali. Dico “a prima vista”. Perché in verità, le sue idee sono sempre
avvolte da un alone di ambiguità che non conduce mai ad una risposta
inequivocabile. Un esempio, tanto per avere un’idea, è dato da una intervista
su Magazine del marzo 2009. Domanda
secca:”Lei è favorevole alle unioni di
fatto?”. Risposta: “Viviamo in un
mondo sfasciato. Se non si tiene in piedi la famiglia…”. “Io sono per i
diritti. Ma non si può mettere tutto sullo stesso piano: meno famiglia,
significa più fragilità sociale…”. Giustissimo. Ragionamento impeccabile. Ma che cosa c’entra tutto questo con l’essere
o meno favorevoli alle “unioni di fatto”? Riccardi non risponde semplicemente
con un si o un no. Ma dà una risposta ambigua: “sono per i diritti, ma…”. Come a dire: non sono contrario alle
coppie di fatto, ognuno ha i suoi diritti se riconosciuti dallo Stato; l’importante
comunque è valorizzare la famiglia, l’importante è che non siano poste sullo
stesso piano… E in questo modo avalla i programmi già preannunciati dai suoi
colleghi ministri. Non si sa mai!
Idem
sull’aborto. Riccardi è contrario senza dubbio, ma interrogato anni fa, come
fondatore della Comunità sant’Egidio, sul preciso impegno dei cattolici per una
difesa integrale della vita, invece di programmi si è limitato alle solite
belle parole: «Oggi questo valore [della vita] è disprezzato non solo con la
pena di morte, ma attraverso l’eutanasia, tema che riguarda soprattutto la
nostra Europa, e la pratica dell’aborto. Teniamo allora desta l’attenzione
perché [la risoluzione ONU] sia l’inizio di un ripensamento a tutto campo, di
cui l’abolizione della pena di morte è solo un passaggio. Solo quando c’è la “pietas”,
una società può dirsi veramente umana. Serve una diversa cultura della vita
anche nella politica». (Cfr. Avvenire, 17
novembre 2007). Questo nella teoria. Perché poi, nella pratica, c’è sempre un
“ma” attraverso cui giungere a
giustificare la scelta di un aborto, trasformandola in una disgrazia, un
incidente o in casi di forza maggiore. Meglio dunque l’uso a monte dei contraccettivi, che – rispetto
all’aborto - sono un “male minore”;
il nostro dimentica però che anche se “minore”,
per un cattolico sempre male è, anche se nella cultura politica moderna il “male minore” ha sostituito completamente
il termine “bene”.
Stesso
comportamento sull’Ici della Chiesa. Riccardi si domanda addirittura se su tale
argomento non sia la stessa Chiesa ad essere in “malafede”. Strano, lui che si
professa paladino cattolico, dovrebbe sapere bene come stanno in realtà le
cose… Prima di certe “esternazioni” ad un pubblico decisamente prevenuto,
dovrebbe fare chiarezza con se stesso!
Intervistato
infatti da Lucia Annunziata su RaiTre, proprio in quel dicembre 2011, quando le
tasse imposte dal “suo” governo avevano raggiunto la saturazione, il
neoministro Riccardi, ha dichiarato: “sulle attività commerciali gestite dalla
Chiesa, dai religiosi, dalle associazioni cattoliche, vigilino i Comuni, o chi
è preposto a questo, per vedere se l’imposta viene pagata, e intervenga”. Senza
“fare una grande battaglia”, ha concluso, “si valuti caso per caso e si
intervenga: se c’è stata malafede si
prendano le misure necessarie”. L’Avvenire è stato preciso nel trattare
l’argomento Ici della Chiesa: il Riccardi invece è fluttuante, introduce
possibilità di gestioni fatte in “malafede”… A questo proposito La Bussola
Quotidiana, con Riccardo Cascioli, lo “bacchetta” apertamente: “Ci mancava
anche il ministro Riccardi ad aggiungere un po’ di confusione sul tema Ici e
Chiesa. È vero, le sue parole pronunciate durante un’intervista in un programma
tv della Rai sono state volutamente forzate. […]. Non c’è dubbio che le parole
di Riccardi siano ambigue e fonte di ulteriore confusione, in un momento in cui
è stato rilanciato l’attacco indiscriminato alla Chiesa” (9 dicembre 2011).
Così,
su unioni gay, su coppie di fatto, sul fine vita, perché Riccardi non si
pronuncia chiaramente, magari dissociandosi da certe dichiarazioni
programmatiche della Fornero? Nulla.
Eppure
Benedetto XVI nell’omelia tenuta in ottobre a Lamezia Terme ebbe a dire: «I
fedeli laici sanno che è loro dovere lavorare per il giusto ordine sociale,
anzi è un debito di servizio che hanno verso il mondo in forza
dell’antropologia illuminata dalla fede e dalla ragione. È questo il motivo per
cui non possono tacere».
Sintesi finale
Il
quadro che ne è uscito in queste tre puntate su Riccardi e Sant’Egidio non ci
deve sorprendere più di tanto. Da un certo punto di vista possiamo definirlo
anche devastante, certo, ma non è tutto sommato molto dissimile da tanti altri,
offerti da gruppi, movimenti, associazioni “religiose”, e aggregazioni “settarie”
similari. Chi ci ha seguito fin qui capirà che la Comunità di sant’Egidio con
il suo fondatore, è molto vicina, con il suo modus operandi al movimento “modernista” che già san Pio X, e via
via poi tutti i suoi successori, seppero profeticamente denunciare e
condannare. La matrice è sempre la stessa: quella del pacifismo, della fede del
“fai da te”, del sincretismo, di una politica che coinvolga i battezzati
all’interno di giochi di potere estranei alla dottrina sociale della Chiesa, con
un riconoscersi nella militanza della sinistra ex comunista o ancora tale.
Per
quante biografie si possano leggere, il fenomeno “Riccardi” tale resta: un
fenomeno.
Non
sta a noi giudicare Riccardi come persona; noi ci siamo basati solo su quello
che di lui ci hanno detto i fatti: ossia, più semplicemente, che egli è uno che
“viaggia per conto suo”, non certo “con” la Chiesa; uno che ha i suoi progetti
da mandare avanti, e che ottiene ciò che vuole con le buone o con le cattive.
I lati
“critici” della storia?
Abbiamo
visto che è stato grazie ad una sua diplomazia “free lance”, proseguita fino a
oggi, che Sant'Egidio si è guadagnata l'epiteto di “Onu di Trastevere”. Ma per
tale diplomazia ha anche incontrato l'avversione della segreteria di Stato
vaticana.
Un
altro punto critico: il matrimonio degli affiliati. In comunità lo si celebra
senza solennità, come un ripiego rispetto alla scelta celibataria, un «rimedio
alla concupiscenza», rigorosamente tra componenti il gruppo. Per questo poi
seguono molto frequentemente separazioni e divorzi.
Oggi, le
ultime cifre ufficiali degli appartenenti alla Comunità di Sant'Egidio parlano
di 40.000 membri in circa 60 paesi di tutti i continenti. Ma gli effettivi sono
molti di meno.
La
comunità madre di Roma, che è anche la più cospicua, non arriva a 500, in
gruppi così ripartiti: 120 il nucleo storico di Sant'Egidio, 150 il gruppo Pentecoste,
120 il gruppo Risurrezione, 90 il gruppo Sant'Andrea. I primi due gruppi si
riuniscono nella basilica di Santa Maria in Trastevere, il terzo nella chiesa
di Santa Trinità dei Pellegrini, il quarto nella chiesa di San Bartolomeo
all'Isola. A questi membri effettivi si possono aggiungere i circa 100 ragazzi
del “Paese dell'arcobaleno” e i circa 400 adulti delle “Scuole del Vangelo”.
Le
gerarchie interne e le attribuzioni di responsabilità sono cambiate di poco
rispetto a quelle del primo rapporto del 1998. Di nuovo c'è stata nel 2000 la
promozione di don Vincenzo Paglia a vescovo di Terni, Narni e Amelia; lo stesso
recentemente (nel 2011) era stato dato in corsa, anche se forse a livello più
mediatico che reale, per la vacante sede cardinalizia di patriarca di Venezia.
Nel 2012, la nomina di don Matteo Zuppi da parroco della basilica di Santa
Maria in Trastevere a vescovo ausiliare di Roma.
Sono
continuate però le defezioni, anche importanti. Dal nucleo storico di
Sant'Egidio sono usciti in questi ultimi anni: Andrea Bartoli, l'antagonista
principale di Andrea Riccardi nello scontro interno al gruppo dirigente del
1992; Agostino Giovagnoli, ordinario di storia contemporanea all'Università
Cattolica di Milano e fino ai primi anni Novanta unico vero leader alternativo
a Riccardi; Serenella Chiappini, del ristretto gruppo delle fondatrici e numero
due tra le donne, moglie di Alberto Quattrucci, organizzatore dei meeting
interreligiosi annuali; Roberto Bonini, già responsabile delle attività in
Centroamerica; Paola Piscitelli, compagna di Bartoli. Ma nessuno di questi ha
troncato i rapporti con la comunità. Fanno parte del gruppo degli “amici”.
E
tacciono del tutto sulle ragioni che li hanno spinti a lasciare.
Concludiamo
ripetendo che questa è una biografia non autorizzata di Andrea Riccardi. Per
quella autorizzata
(fonte dichiarata: staff del ministro) vi invitiamo a visitare quella
pubblicata nel sito ufficiale del governo italiano. Un Carlo Magno, ivi citato,
al suo confronto decisamente sfigura.
(Fine)
(MaLa,
da: Sandro Magister, www.chiesa, 2011)