venerdì 17 marzo 2017

Il Movimento Liturgico come problema e come”chance”

La questione in gioco è molto più di sostanza di quanto appaia. In una stagione, infatti, in cui il magistero gerarchico è incerto o latita, sono proprio i testi liturgici a tramandare integra la grande tradizione della Chiesa. E quindi è sulla fedeltà a questi testi che si può attestare una “resistenza”. È ciò che scrive il professor Pietro De Marco al termine di questa sua nota sulla vicenda liturgica postconciliare. La nota sintetizza una sua molto più ampia relazione tenuta alla fine di agosto del 2016 ad Assisi, all’annuale settimana di studio dell’Associazione Professori di Liturgia, i cui atti sono in corso di pubblicazione (Sandro Magister).

1. ROMA FU ATTENTA, e fu la sua grandezza in decenni difficilissimi, nella tutela del Concilio autentico, non del Concilio-progetto dell’intelligencija teologica.
Già nel 1965, a settembre, sulla fine del Vaticano II, Paolo VI si sentì in dovere di palesare la sua “anxietas” sulla dottrina e il culto dell’eucaristia. Nell’enciclica “Mysterium fidei” lamentava che “tra quelli che parlano e scrivono di questo sacrosanto mistero, ci sono alcuni che circa le messe private, il dogma della transustanziazione e il culto eucaristico, divulgano opinioni che turbano l’anima dei fedeli, come se a chiunque fosse lecito porre in oblio la dottrina già definitiva della Chiesa”.
Meno di tre anni dopo, nel maggio 1968, in occasione della pubblicazione delle nuove preghiere eucaristiche, era lo stesso “Consilium” preposto alla riforma liturgica a cedere al diffuso revisionismo teologico, nella circolare firmata dal suo presidente cardinale Benno Gut e dal segretario Annibale Bugnini, in cui, nello spiegare la teologia dell’anafora eucaristica, si leggeva (paragrafo 2, punti 2-3) :
“L’anafora è la narrazione dei gesti e delle parole pronunziate nell’istituzione dell’eucaristia.  Ma [poiché] il racconto riattualizza ciò che Gesù fece […] si rivolge al Padre la preghiera di supplica: che renda efficace questa narrazione, santificando il pane e il vino, cioè, praticamente, facendone il corpo e il sangue di Cristo”.
Difficilmente si poteva raggiungere, in un documento ufficiale, un grado così basso di teologia eucaristica a vantaggio dei luoghi comuni del memoriale, delle mode narrativistiche in esegesi, nonché di una coperta negazione del valore consacratorio della formula dell’Istituzione, a vantaggio dell’epiclesi che la precede.
Ma l’apice antiliturgico sarà  l’istruzione “Comme le prévoit”  del gennaio 1969 sui criteri di traduzione del messale;  arrivava addirittura a premettere (n. 5) che il testo liturgico “è un mezzo di comunicazione orale. È anzitutto un segno sensibile con cui gli uomini che pregano comunicano tra loro”.
Nonostante le espressioni correttive (“Ma per i credenti…”), la formula equivoca su cosa sia rito e i “principi generali” dell’istruzione, di conseguenza, riconducono la teologia della liturgia sotto le regole di una filosofia pragmatica del linguaggio (chi parla, come si parla, a chi si parla).
Si eleva a sistema, stravolgendola, la prassi tutta pastorale della cosiddetta “messa dialogata”: già essa un’espressione fuorviante, poiché non di “dialogo” sacerdote-popolo si tratta, ma di “actio liturgica” essenzialmente rivolta a Dio.
La stessa celebrazione “versus populum”, senza fondamento storico né teologico, appartiene a questo clima, con gli effetti “disorientanti” che ne derivano. Infatti l’asse cultuale-misterico, secondo cui e su cui Cristo celebra rivolto al Padre, e il sacerdote e il popolo con lui, è annullato.
2. VALE LA PENA di guardare da vicino la situazione dell’intelletto teologico alla fine degli anni Sessanta e la sua influenza sulla riforma liturgica.
Alla base stava, palesemente, un disequilibrio tra l’”in sé” rituale-misterico e sacramentale, promosso dalle menti migliori del movimento liturgico, da un lato, e l’istanza della partecipazione dei fedeli dall’altro, disequilibrio che indebolisce già la costituzione “Sacrosanctum  Concilium”.
Ma in quegli anni l’intelligencija cattolica sottintendeva, quasi mai esplicitandolo, molto di più.
Sottintendeva che la teologia doveva essere inverata dall’azione, per analogia con la cosiddetta filosofia della prassi, da Marx a Dewey. La liturgia era, per molti del movimento liturgico, questa azione. Si pensa il rito come qualcosa che genera la propria verità ed efficacia da se stesso, in quanto rito “umano”.
Ad aggravare e disorientare il quadro del postconcilio interveniva dunque  il fatto che la “actuosa participatio” dei fedeli al rito portava con sé il carico ideologico degli anni Sessanta-Settanta. Una dinamica antropocentrica e secolaristica (favorita dal prestigio di Karl Rahner, ma autonomamente coltivata  in ambito francofono) prevaleva sulla concezione rituale-misterica che santifica e trascende l’uomo e sola può fare della liturgia “la fonte e il culmine” della vita cristiana.
Era il collasso della grande teologia liturgica degli anni Trenta, di Odo Casel, di Dietrich von Hildebrand, di Romano Guardini.
Caduto il clima ideologico dopo gli anni Settanta, la sensibilità ecclesiale e la teologia, nel suo complesso, dalla fondamentale alla pastorale, hanno compiuto una rotazione dalla prassi all’ermeneutica, dal realismo delle concezioni materialistiche del Vangelo alla teologia negativa, dalla militanza politica alla “autenticità relazionale”.
La pastorale liturgica si è adattata facilmente. La liturgistica ha lavorato sia autonomamente che di conserva con le teologie, ma la ricerca ora filosofico-linguistica ora antropologica ora, ma molto meno, neo-personalistica, non poteva evitare la china: la perdita di realtà del momento sacramentale e del dato soprannaturale come tali.
L’“engagement” pedagogico-pastorale e l’indebolimento di cristologia, ecclesiologia e diritto canonico oggi permettono che si faccia ovunque perno sulla “spontaneità” formativa e in certa misura sull’autofondazione del cristiano e della comunità.  Così il vissuto della messa è divenuto “partecipazione” socializzante a un incontro “festoso” più che festivo. La liturgia è assimilata ai giochi di comunità.
E appartiene a questo quadro il frequente squallore delle “nuove chiese”, non pensate come “casa di Dio” ma come spazi a destinazione variabile, quindi senza significato proprio; dispendiose vacuità in cui l’”actio liturgica” è, alla lettera, spaesata e disorientata.
3. COME ALLORA SI PUÒ RECUPERARE, controcorrente,  l’intelligenza della liturgia, umano-divina, regale e cosmica, in un’epoca in cui cristologia e mariologia sono “umanizzate” su paradigmi emozionali, relazionali, compassionevoli, impermeabili alla gloria e alla vittoria della Croce? In un’epoca di nichilismo benevolente e di “falsificazione del bene”.
Lo si può.
Infatti, la liturgia e la pedagogia liturgica possono ancora trasmettere, se lo vogliono, un corpo integro di rivelazione divina, quello contenuto nella “lex orandi” correttamente intesa, quindi rigorosamente tradotta, non secondo “Comme le prévoit”  ma secondo “Liturgiam authenticam” (2001) che valutava realisticamente oltre un trentennio di fatti e di errori.
La “lex orandi” non è solo una formula. È un corpo integro di dottrina, è Tradizione che oggi resta netta proprio nei testi liturgici, molto più che nelle teologie e nello stesso magistero gerarchico recente. Non si tratterà di animare assemblee dopolavoristiche o estatiche, o di realizzare delle nuove teatralità, ma di far perno sulla resistenza veritativa della Rivelazione depositata nei messali, nei breviari, e proclamata e attuata nella celebrazione responsabile.
La tensione  tra l’”in sé” del rito e la sua espressione “partecipata” esige delle soluzioni teologiche rigorose, da cui soltanto possono discendere con sicurezza le soluzioni pratico-pastorali. Non viceversa.  Da qui due avvertenze:
1. senza fede certa nel “mysterion” come “substantia” e nel simbolo in quanto epifania che apre intellettualmente e sensibilmente – con i sensi spirituali – all’Oltre come trascendenza, ogni sfida teologica tipo “dall’etico al simbolico” è già perduta in partenza;
2. non ci si affidi ad alcuna speranza di nuova generazione della verità cristiana dal rito inteso come immanenza creatrice, senza “logos”.  Il “logos” divino sussiste per sé, prima e dopo l’”actio”.  La liturgia sarebbe così un’altra vittima, dopo la catechesi, della deriva “attivistica” della teologia pratica.
Il movimento liturgico, dunque, come problema e come “chance”.

(Fonte: Pietro De Marco, Settimo Cielo, 15 marzo 2017)



Antiebraismo cattolico e papale. L’allarme del rabbino Laras

“Israele, popolo di un Dio geloso. Coerenze e ambiguità di una religione elitaria”. Già da questo titolo di convegno tira un’aria niente affatto amichevole per gli ebrei e l’ebraismo.
Ma se si va a leggere il testo di presentazione si trova anche di peggio: “Il pensarsi come popolo appartenente in modo elitario a una divinità unica ha determinato un senso di superiorità della propria religione”. Da cui “intolleranze”, “fondamentalismi”, “assolutismi” non solo verso gli altri popoli ma anche autodistruttivi, poiché “ci sarà da chiedersi in che misura la gelosia divina incenerisca o meno la libertà di scelta dell’eletto”.
Eppure questi sono il titolo e la presentazione di un convegno che l’Associazione Biblica Italiana ha messo in agenda dall’11 al 16 settembre a Venezia.
Gli statuti dell’ABI sono approvati dalla conferenza episcopale italiana e di essa fanno parte circa 800 professori e studiosi delle Sacre Scritture, cattolici e non. Tra i relatori del convegno di settembre figura il numero uno dei biblisti della Pontificia Università Gregoriana, il gesuita belga Jean-Louis Ska, specialista del Pentateuco, cioè in ebraico la Torah, i primi cinque libri della Bibbia. Non vi è stato chiamato a parlare, invece, nessuno studioso ebreo.
I rabbini però non potevano stare zitti. E si sono fatti vivi con una lettera all’ABI firmata da uno dei loro esponenti più autorevoli, Giuseppe Laras, di cui ha dato notizia per primo Giulio Meotti su “Il Foglio“ del 10 marzo.
Un ampio estratto della lettera è riprodotto più sotto. Ma prima sono utili un paio di avvertenze.
Quando il rabbino Laras scrive di un “marcionismo“ che oggi affiora sempre più insistente, fa riferimento alla corrente che dal teologo greco del II secolo Marcione fino ai giorni nostri contrappone il Dio geloso, legalista, guerriero dell’Antico Testamento al Dio buono, misericordioso, pacifico del Nuovo Testamento, e quindi, di conseguenza, gli ebrei seguaci del primo ai cristiani seguaci del secondo.
Non solo. Laras – di cui è vivo il ricordo dei dialoghi con il cardinale Carlo Maria Martini – fa cenno a papa Francesco come a uno che perpetua questa contrapposizione.
E in effetti, non è la prima volta che autorevoli esponenti dell’ebraismo italiano – come il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni – rimproverano a Francesco l’uso distorto della qualifica di “fariseo” oppure del paragone con Mosè per gettare discredito sui suoi avversari.
È ciò che Francesco fece, ad esempio, nel discorso conclusivo del sinodo dei vescovi, quando si scagliò contro “i cuori chiusi che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa, o dietro le buone intenzioni, per sedersi sulla cattedra di Mosè e giudicare, qualche volta con superiorità e superficialità, i casi difficili”. Incurante di contraddirsi, perché una novità che questo papa vuole introdurre nella prassi della Chiesa è il ripristino del divorzio, consentito proprio da Mosè e proibito invece da Gesù.
Ma lasciamo la parola al rabbino Laras.

Cari amici. […] Ho letto, assieme a stimati colleghi Rabbini e al Prof. David Meghnagi, assessore alla cultura dell’UCEI [Unione delle Comunità Ebraiche Italiane], il programma ragionato del convegno ABI [Associazione Biblica Italiana] previsto per settembre 2017.
Sono, ed è un eufemismo, molto indignato e amareggiato! […]
Certamente – indipendentemente da tutto, ivi incluse le possibili future scuse, ripensamenti e ritrattazioni – emergono lampanti alcuni dati inquietanti, che molti di noi avvertono nell’aria da non poco tempo e su cui vi dovrebbe essere da parte cattolica profonda introspezione:
1. un sentore carsico – con questo testo ora un po’ più manifesto – di risentimento, insofferenza e fastidio da parte cristiana nei confronti dell’ebraismo;
2. una sfiducia sostanziale nella Bibbia e un ridimensionamento conseguente delle radici bibliche ebraiche del cristianesimo;
3. un “marcionismo” più o meno latente ora presentato in forma pseudo-scientifica, insistente oggi sull’etica e sulla politica;
4. un abbraccio con l’islam che è tanto più forte quanto più si è critici da parte cristiana verso l’ebraismo, inclusa ora perfino la Bibbia e la teologia biblica;
5. la ripresa della vecchia polarizzazione tra la morale e la teologia della Bibbia ebraica e del fariseismo, e Gesù di Nazaret e i Vangeli.
So benissimo che i documenti ufficiali della Chiesa cattolica avrebbero raggiunto dei punti di non-ritorno. Peccato che vengano contraddetti quotidianamente dalle omelie del pontefice, che impiega esattamente la vecchia, inveterata struttura e sue espressioni, dissolvendo i contenuti dei documenti suddetti.
Si pensi solo alla “legge del taglione” recentemente evocata dal papa con faciloneria e travisata, in cui invece, tramite essa, interpretandola da millenni, anche all’epoca di Gesù, l’ebraismo alla ritorsione sostituisce invece il risarcimento, facendo pagare al colpevole quello che si definirebbe modernamente il lucro cessante, il danno permanente e anche quello psicologico. E tutto questo molti secoli prima che la civilissima Europa (cristiana?) affrontasse questi temi. Forse che l’argomento della cosiddetta “legge del taglione” non sia stato nei secoli un cavallo di battaglia dell’antiebraismo da parte cristiana, con una sua ben precisa storia?
Osservo con dispiacere e preoccupazione sommi che questo programma ABI è in sostanza la sconfitta dei presupposti e dei contenuti del dialogo ebraico-cristiano, ridotto ahimè da tempo a fuffa e aria fritta.
Personalmente registro con dolore che uomini come [Carlo Maria] Martini e il loro magistero in relazione a Israele in seno alla Chiesa cattolica siano stati evidentemente una meteora non recepita, checché tanto se ne dica.
Infine addolora (e molto!) che chi solleva obiezioni, perplessità, preoccupazioni e indignazione circa programmi e titoli siffatti (o solo anche proposti) debbano essere sempre degli ebrei, ridotti all’ingrato e sgradevolissimo compito di dover fare da “poliziotti del dialogo”, e non invece in primo luogo da voci cristiane autorevoli che da subito e ben prima si siano imposte con un fiero e franco “no”.
Un cordiale shalom, Rav Prof. Giuseppe Laras

Alla lettera del rabbino Laras all’ABI sono annesse delle “considerazioni” che sottopongono a critica serrata vari passaggi del programma del convegno.
E queste che seguono sono le conclusioni.
Sia che la cosa dovesse rispondere a una strategia ben delineata sia che si tratti dell’attuazione di pensieri volatili che si moltiplicano nell’aere, ci troviamo di fronte a una potenziale venefica saldatura tra due antisemitismi rinnovantisi, promossa dalla Chiesa cattolica o da sue parti rilevanti:
1. la causa dell’instabilità del Medio Oriente e dunque del mondo sarebbe Israele (colpa politica);
2. la causa remota del fondamentalismo e dell’assolutismo dei monoteismi sarebbe la Torah, con ricadute persino sul povero islam (colpa archetipica, simbolica, etica e religiosa).
Ergo siamo esecrabili, abbandonabili e sacrificabili. Questo permetterebbe un’ipotesi di pacificazione tra cristianesimo e islam e l’individuazione del comune problema, ossia noi. E stavolta si trova un patrigno nobile nella Bibbia e un araldo proprio nei biblisti.
Questa strategia, […] mescolata a vellutato ateismo, sembrerebbe essere coerente con la diffusa comprensione attuale di Gesù di Nazaret:
– non parlano più da tempo del “Gesù della fede cristiana” (ossia Trinità, doppia natura, ecc.), perché lontanissimo dalla sensibilità odierna;
– evitano di parlare del Gesù storico (Martini e Ratzinger per vie diverse, non recepiti entrambi), perché dovrebbero parlare inevitabilmente del Gesù ebreo e questo oggi in termini politici è per loro problematico;
– parlano di Gesù come di un “maestro di morale”, ovviamente in polemica con gli ebrei del tempo e la loro morale: “marcionismo etico” (e la riduzione della fede a etica è appunto una forma di ateismo).

Il 10 marzo l’ABI ha tolto dal proprio sito ufficiale il testo di presentazione del convegno, il cui programma resta comunque confermato.

(Fonte: Sandro Magister, Settimo Cielo, 13 marzo 2017)



sabato 11 marzo 2017

Padri gay e tribunale di Firenze, perché è uno sfregio privare i minori di una madre

C’è un passaggio, fra i numerosi discutibili, del decreto del tribunale per i minori di Firenze, che fornisce la chiave di lettura ideologica della decisione: quello in cui i giudici affermano che “la famiglia è sempre più intesa come comunità di affetti, incentrata sui rapporti concreti che si instaurano fra i suoi componenti; al diritto spetta di tutelare tali rapporti”.
E’ la consacrazione del passaggio dal diritto, tale proprio in quanto agganciato al dato obiettivo, a categorie emozionali, e quindi soggettive, come l’affetto o il desiderio. Quando ciò accade, nonostante le pagine che si possano riempire per dimostrare il contrario, il diritto cede il passo alla forzatura. E tale è quella che nel decreto tenta di superare le norme italiane sull’adozione, che la prevedono solo per persone unite in matrimonio da almeno tre anni, col richiamo al diritto internazionale, e in particolare alla Convenzione per la tutela dei minori e l’adozione internazionale dell’Aja: un richiamo improprio, dal momento che quest’ultima ha fra i principi ispiratori “l’interesse superiore del minore ed il rispetto dei suoi diritti fondamentali”.
La domanda da porsi è la seguente: è coerente con l’interesse del minore e con i suoi diritti fondamentali privarlo della madre? Sancire in nome del popolo italiano che un bimbo vive bene senza la mamma e spacciare questa affermazione come segno di civiltà può allietare i tg, le testate à la page, e i commentatori a senso unico cui larga parte dei media dà spazio. Nella realtà è qualcosa che contrasta – insieme con norme che fino a ieri apparivano non discutibili – decenni di consolidati orientamenti dei giudici minorili, e condiziona in senso ancora più liquido le relazioni all’interno della comunità familiare.
Meno di un anno fa il Parlamento approvava con doppio voto di fiducia, e con una blindatura imposta dal governo dell’epoca per impedire una seria discussione nel merito, le disposizioni della legge c.d. Cirinnà. Taluni deputati e taluni senatori giustificarono il proprio voto a favore – in palese distonia con loro dichiarazioni pro family e presenze a family day – col fatto che essa non prevedeva la step-child adoption: un anno dopo la Corte di appello di Trento, e a seguire il Tribunale per i minori di Firenze vanno molto oltre e sacralizzano l’adozione da parte di due persone dello stesso sesso!
Con l’introduzione per legge delle unioni civili, nella sostanza matrimoni same sex, era poi inevitabile che la giurisprudenza parificasse il regime fra i due tipi di coniugio nei confronti dei figli. Se il Parlamento abdica e non affronta i nodi cruciali ci pensa il giudice. Peggio ancora se la rinuncia è fatta con la riserva mentale che le sentenze supereranno il confine sul quale le Camere si attestano per il timore di esagerare.
La realtà è che le famiglie italiane oggi sono senza tutela e senza rappresentanza. Fino a quando?

(Fonte: Alfredo Mantovano, Formiche.net, 10 marzo 2017



E Mons. Paglia andò in cielo con trans e gay


Una Resurrezione blasfema? Forse. 
Una rappresentazione omoerotica? Lo dice l’autore. Sicuramente è un obbrobrio, artistico e teologico: solo uno degli scempi compiuti a Terni da monsignor Vincenzo Paglia negli anni del suo episcopato (2000-2013). Parliamo dell’enorme affresco che copre tutta la controfacciata della Cattedrale di Terni, dipinto dall’artista gay argentino Ricardo Cinalli dieci anni fa, ma che dai media e dai social è stato “riscoperto” in questi giorni.
Il motivo della riscoperta è la conseguenza dello scandalo suscitato dall’elogio pubblico di Marco Pannella pronunciato da monsignor Paglia alla presentazione del libro che racconta gli ultimi mesi di vita del leader radicale (clicca qui). Già in passato monsignor Paglia si era distinto per uscite a dir poco inopportune prima da presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia e in tempi recenti da Presidente della Pontificia Accademia per la Vita e cancelliere dell’Istituto Giovanni Paolo II per la famiglia. Che come rappresentante di due istituzioni create da san Giovanni Paolo II per combattere l’aborto e contrastare gli attacchi alla famiglia, sia andato a rendere onore proprio a chi ha fatto dell’attacco alla vita e alla famiglia una ragione di vita, è intollerabile.
Diverse sono state le iniziative nel mondo per chiedere le sue dimissioni immediate (clicca qui), ma c’è anche chi si è messo a indagare sulle attività passate di monsignor Paglia, ed è subito uscito il caso dell’affresco commissionato per il Duomo di Terni. In una cattedrale antica, rifatta nel XVII secolo su progetto del Bernini ma costruita su una chiesa precedente la cui origine risale addirittura al VI secolo, è stata piazzata una Resurrezione post-moderna, dominata dalla figura di Cristo che sale al cielo tirandosi dietro due reti cariche di figure umane nude o seminude, con diverse figure di omosessuali e trans.
Tra di loro c’è raffigurato anche monsignor Paglia (su richiesta del committente), nudo anche lui, abbracciato a un povero che lo solleva (ma c’è chi ha dato altre interpretazioni).
A suscitare ancor più indignazione è stato il video che Repubblica.it aveva dedicato all’opera già un anno fa con l’intervista all’autore Cinalli, che sottolinea il carattere omoerotico dell’opera, «tutto perfettamente accolto e accettato da Paglia», che ha seguito passo passo la realizzazione dell’opera insieme al sacerdote responsabile della cultura, don Fabio Leonardis, poi morto nel 2008. Anche don Fabio appare nudo all’interno di una rete insieme ad altri personaggi «dall’aspetto erotico», ma Cinalli ci tiene a precisare che «l’intenzione è erotica, non sessuale». Meno male.
Qualche polemica in più l’ha creata l’evidenza dei genitali di Gesù che traspaiono evidenti dal telo che lo ricopre. Anche questo particolare, spiega Cinalli, ha trovato il consenso del vescovo perché – avrebbe detto - «Gesù è una persona, un umano», e quindi si «vede attraverso il tessuto che era un uomo reale». Un vero genio questo Paglia: chissà perché per duemila anni la Chiesa non ha mai dubitato della natura umana di Gesù senza dover ricorrere a certe visioni. O forse monsignor Paglia pensa che stia lì l’essenza dell’umanità.
Ma per quanto la polemica di questi giorni si concentri sulla esaltazione della presenza di gay e trans nel piano di salvezza di Dio, la gravità del dipinto va ben oltre questo aspetto. Si tratta infatti di una visione della Resurrezione che si fonde con il Giudizio Universale, ma che non ha niente a che vedere con ciò che i vangeli e la tradizione della Chiesa ci tramandano. In un’opera sacra la libertà creativa dell’artista deve coniugarsi con la correttezza teologica, cosa che qui è lontanissima dalla realtà.
Lo stesso Gesù che trascina due reti piene di esseri umani per certi versi ricorda l’Uomo Ragno, ma la spiegazione che ne dà Cinalli – citato in un libro che raccoglie diversi saggi dedicati all’opera – è anche più sconcertante: l’artista vede infatti «Gesù come andasse a far compere da Tesco. In qualche modo ciò è divertente perché camminando per le vie di Terni, vidi donne uscire dai negozi e portare borse piene di merce, una in ciascuna mano, e pensai: ciò è esattamente quel che ho fatto. Gesù va a fare acquisti per gli uomini al supermercato…. Cristo con due borse piene di persone».
La cosa peggiore è però il significato teologico dell’opera. Non c’è gioia, non c’è letizia per la vittoria sulla morte: al male che domina il mondo Gesù (il cui volto è quello di un noto parrucchiere di Terni con cui Cinalli aveva stretto amicizia) strappa le persone portandole con sé ma senza che queste mostrino un cambiamento rispetto alla situazione precedente né gratitudine: continuano a fare ciò che facevano prima, compresi gli atti sessuali, fortunatamente non espliciti (almeno questo). 
Dice don Fabio Leonardis, nello stesso saggio citato prima, che l’intento di monsignor Paglia «è stato denunciare tutto il male e i mali del mondo di oggi, per dire a coloro che entrano nella sua cattedrale che Dio ama e salva tutti». Che ami e voglia la salvezza di tutti è un discorso, ma che tutti siano salvati è un altro. E infatti nel dipinto viene fatta fuori la libertà dell’uomo, il Signore ti salva anche se tu non vuoi. Non c’è inferno: tutti gli uomini, di tutti i colori e di tutte le religioni (ci sono anche musulmani, buddhisti, ecc.) sono destinati a salire verso la Gerusalemme celeste dove Cinalli (con Paglia) vede peraltro più minareti che chiese. 
È anche sorprendente notare come l’opera voluta da monsignor Paglia anticipi di alcuni anni ciò che oggi è diventato il pensiero dominante nella Chiesa, come allora aveva perfettamente sintetizzato il critico d’arte inglese John Russell Taylor: «Se questo è un Giudizio Universale, deve essere un giudizio senza condanna! Indipendentemente da come è stato inteso da Cinalli, è chiaro che la rappresentazione è al passo con la teologia corrente: una teologia che guarda con poco favore al Dio vendicativo del Vecchio Testamento, e preferisce qualcosa o qualcuno molto meno giudicante». Ma non era Gesù che spiegava la divisione tra eletti e dannati che ci sarà nel giorno del Giudizio?

(Fonte: Riccardo Cascioli, La NBQ, 8 marzo 2017)



martedì 28 febbraio 2017

Un francescano attacca Angelina Jolie

Durissimo attacco del francescano dell’Immacolata Padre Giambattista Scozzaro (in religione Padre Giulio Maria) nei confronti della famosa attrice Angelina Jolie.
Scrive il frate che «in un video apparso recentemente su internet l’attrice Angelina Jolie racconta ad alcuni amici la sua esperienza di iniziazione in una setta satanica. Tutto viene raccontato nei particolari, i rituali macabri, la sfrenata sessualità, il tributo di sangue pagato tramite il sacrificio animale ed i tatuaggi (rappresentanti le porte dell’occulto nel nostro mondo)».
I fatti riferiti dall’attrice americana sarebbero risalenti al 1998, anno «in cui la Jolie non era altro che una figlia d’arte senza arte ne parte che recitava in film di nicchia senza prospettive. Dev’essere stato questo che l’ha spinta a provare l’ingresso in una società massonica e come per tutti gli altri partecipanti questo è avvenuto con un sacrificio iniziale. La Jolie quella notte fu costretta a sacrificare un serpente, dettaglio che riconduce un’appartenenza alla loggia massonica del serpente, setta molto radicata negli states che punta al disfacimento della società morale per l’introduzione di un era di barbarie e oscurantismo».
Sarà un caso, commenta Padre Scozzaro, «ma proprio a partire dal 1998 Angelina comincia ad ottenere le parti importanti e ad un anno di distanza vince persino l’oscar per il film cult “Ragazze Interrotte” (storia di dissoluzione e depressione giovanile con droga e sessualità ambigua). Nel 2001 arriva l’affermazione planetaria con il ruolo da protagonista in Tomb Raider, prima produzione cinematografica basata sul videogioco omonimo. Il film era intriso di significati esoterici, riunioni degli illuminati, extraterrestri, per culminare in un allineamento planetario che comporta un eclissi solare e conduce all’artefatto magico chiamato “Triangolo della luce”. Il film (non un successo di critica e pubblico a dire il vero) rappresenta il punto nodale della sua carriera, la Jolie diventa un sex symbol ed una delle attrici più richieste e pagate di Hollywood (industria cinematografica che per alcuni è basata sulla loggia massonica di cui sopra). In questi anni l’attrice si è impegnata nel sociale con opere di beneficenza, utilizzando parte dei suoi immensi ricavi per fare opere di filantropia ed adottare dei bambini sfortunati».
Ma per quali finalità, si chiede padre Scozzaro. «Nel 2001 è diventata ambasciatrice dell’Onu e nel 2003 parte integrante dell’Unicef, apparendo a livello mondiale come una delle figure di spicco dalla cultura globalizzata. Se questi fatti sembrano dimostrare l’indole della persona c’è chi sostiene che bisogna non farsi ingannare perché queste iniziative benefiche altro non sono che parte  integrante del piano della loggia massonica del serpente. In realtà, forse, il peccato più grande dell’attrice americana è stato quello di schierarsi in favore delle unioni omosessuali: nel 2003 quando si è sposata con Brad Pitt ha deciso di comune accordo con il marito che il loro matrimonio doveva essere celebrato in un paese che non osteggiasse le unioni tra persone dello stesso sesso. Se questo non bastasse a partire dal 2009 si è schierata apertamente a favore del lesbismo annunciando di non curarsi delle scelte della figlia Shilo. In un servizio uscito quell’anno su Vanity Fair, Angelina mostrava la figlia vestita come un maschietto (in maniera provocatoria) e diceva di lasciarla giocare con le macchinine ed altri giocattoli maschili perché sarebbero quelli che la piccola preferisce. Che si trattasse di un intervista provocatoria per esprimere il proprio appoggio agli omosessuali non vi è dubbio, c’è chi sostiene che si tratti di un esperimento voluto per obbligare la bambina ad essere lesbica per volontà della loggia satanista».

(Fonte: Michele Ippolito, La Fede quotidiana, 28 febbraio 2017)



Due parole su dj Fabo

La vicenda della morte di Dj Fabo, che non è riuscito a trovare la forza di continuare a vivere, genera in chiunque sentimenti di compassione e di tristezza. Sentimenti di compiacimento o di vittoria appaiono assolutamente fuori luogo.
Dinanzi alla sua dolorosa vicenda, che  comunque chiede rispetto, tanti si preoccupano di trasformare subito la sua scelta in una questione di diritti politici. Per me la sua vita pone, invece, primariamente la questione se l’esistenza di tutti, che necessariamente prima o poi incontra il dolore irreparabile, abbia un senso.
La questione dei diritti non è quella decisiva, anche se è quella che è sulla bocca di tutti. Vale la pena dire solo una breve parola su di essa per giungere poi alla questione che interessa tutti (anche se viene esorcizzata proprio parlandone solo politicamente): cosa fare del dolore quando bussa e busserà alla porta del nostro corpo?  
1/ La questione politica
A livello politico è un non senso un preteso diritto al suicidio (questa prospettiva più ampia permette di capire meglio cosa si intenda poi per eutanasia). Si può parlare, semmai di una non punibilità, analogamente a quanto avviene, ad esempio, per l’aborto. Per la 194 l’aborto non è un diritto, perché lo Stato promuove la vita: piuttosto, riconoscendo l’estrema difficoltà di alcune gravidanze, mentre si impegna a fornire ogni mezzo perché sia salvato il bambino, non si accanisce con chi non riesce ad accettare la creatura, sana o malata che sia.
Solo una concezione distorta del diritto può portare a reclamare un diritto al suicidio: perché parlare di diritti implica parlare di cose buone e giuste, come il diritto al lavoro, allo studio, alla libertà e così via.
Parlare di diritto al suicidio vuol dire utilizzare il linguaggio dell’individualismo.
Se io mi suicidassi, non mi avvarrei di un diritto: al contrario verrei meno a qualcosa, creando problemi ai miei fratelli, ai miei amici, alle persone che hanno bisogno del mio lavoro, della mia disponibilità, della mia vicinanza, della mia testimonianza che vale la pena vivere. Se invece un depresso si suicidasse, questo, pur non essendo un diritto, sarebbe un dato che si dovrebbe tristemente talvolta accettare, senza infierire oltre.
Chi è vissuto a fianco di un suicida e conosce le conseguenze di tale gesto nella vita dei familiari, segnandoli per sempre, si accorge subito che il gesto di morire prima del tempo ferisce chi resta, non essendo solo qualcosa di individualistico.
Il suicidio porta dolore nei cuori e toglie l’apporto di una persona alla società intera. Lo Stato può accettare il fatto che un depresso non riesca più a vivere, ma senza chiamare questa scelta “diritto”. Compito della comunità sarà, invece, sempre quello di fare di tutto perché la persona non giunga a quel passo irreparabile: è un dovere trasmettere nell’educazione passione per la vita, in qualsiasi condizione, e non proclamare nelle scuole che è la stessa cosa continuare a vivere o uccidersi. L’estrema difficoltà di singoli casi estremi non può portare a riconoscere surrettiziamente un diritto della persona a morire quando lo ritenesse giusto. È opportuno, invece, chiedere che lo Stato spinga sempre ad avere comprensione e rispetto, evitando al contempo procedimenti punitivi. Chi sa noi stessi se saremmo capaci.
2/ La questione della vita
Ma la vera questione, come si diceva, non è quella politica, bensì quella della vita stessa. Tale questione emerge in particolare nel caso di un giovane come Fabiano Antoniani. Broker, assicuratore, amante del motocross, dei viaggi, della musica, della sua fidanzata, dj noto e appezzato. Per prendere il cellulare che gli era caduto dalle mani perde il controllo della vettura e, nell’incidente, si ritrova cieco e tetraplegico, cioè immobilizzato, a 36 anni.
Credo sia questo che colpisce i ragazzi e tutti noi. La vita giovane non è detto che duri, anzi è certo che non durerà, perché prima o poi, quando meno ce lo aspettiamo, per una futile distrazione legata all’iPhone, ci potremmo ritrovare in condizioni diverse da quelle della nostra giovinezza spensierata. Che fare allora?
Cosa dice l’incidente e la malattia di dj Fabo a chi stasera va in discoteca? A chi ama la musica, le donne, il motocross, i viaggi? Cosa è la vita? Cosa bisogna farne prima che il corpo non risponda più e cosa bisogna farne una volta che non risponderà più?
Questa domanda che tutti sentiamo nella pancia è ben addomesticata dalla discussione politica. Tutti sembrano limitarsi a dire: sul senso della vita sbrigatela tu, a noi interessa solo dirti che se trovi un senso alla vita puoi vivere, altrimenti suicidati, perché noi, adulti, giornalisti, politici, ci preoccupiamo solo di fornirti uno spazio di libertà, ma se tu deciderai di vivere e morire a noi non interessa niente.
Ovviamente vorrei parlare a lungo, con te lettore, di come si possa affrontare il male che bussa alla porta, perché io voglio, invece, che tu decida di vivere e che non sia equivalente l’una o l’altra scelta, quasi fosse ognuna solo una possibilità identica all’altra. Se vuoi potremo incontrarci e parlarne.
Ho desiderio, però, di evocare tre figure, perché dobbiamo attingere alla ricchezza di chi ha già riflettuto su queste cose, vedendo la propria generazione gioire, ammalarsi e invecchiare, affrontando nella propria carne la gioia come il dolore.
Innanzitutto Qoèlet. Questo antico autore ebreo afferma che tutto è vanità e un inseguire il vento, che la giovinezza e i capelli neri sono un soffio, che ciò che è stato fatto si rifarà e che non c’è mai niente di nuovo sotto il sole, che buoni e cattivi tutti siamo obbligati a morire. Ma, mentre mostra che dell’uomo non c’è molto da fidarsi, anche se bisogna a suo dire godere dei piaceri passeggeri della vita, ecco che si volge a una via d’uscita: se l’uomo è troppo debole per farvi affidamento, il Signore invece è verità e lui giudicherà ogni azione. Qoèlet esce dallo scetticismo e dal relativismo che rende in fondo indifferente ogni scelta nella vita dicendo di credere in Dio. Strano scettico Qoèlet! Uno scettico che diffida dell’uomo, pur amandolo, mentre si fida di Dio.
Poi Giobbe. Giobbe passa, come dj Fabo, dal successo alla malattia grave, incapace di godere più di alcuna cosa. Vengono a visitarlo degli amici che prima stanno in silenzio, ma poi iniziano a fargli la morale, quasi a pretendere  che egli debba essere felice della sua infermità. Quanti stupidi moralisti tocca sentir parlare dinanzi ad una disgrazia come quella di un incidente che ti rende cieco e paraplegico. Ma Giobbe non si arrende e se la prende con Dio, da lui vuole una risposta, perché sa che quella degli uomini non sarà mai sufficiente. Il dolore, in fondo, non ha alcun senso se l’uomo è solo e Dio non esiste. E con il dolore non ha alcun senso la vita. Dio finalmente risponde: Che ne sai Giobbe della vita? Eri presente quando ho fatto il mondo? Tu pretendi di giudicare me, tu che non sai badare a te stesso? Anche Giobbe è uno strano scettico: alla fine l’aver ascoltato Dio sembra bastargli, anche se egli in fondo non ha spiegato nulla, quasi intuendo una promessa in quel suo dire. Forse aveva ragione il poeta: “In sua voluntade è nostra pace”.
Infine Gesù. Egli rifiuta la droga sulla croce sulla quale è inchiodato senza via di scampo. Non vuole alterazioni di stati di coscienza, né accelerazioni della fine. Prega: “Dio mio, perché mi hai abbandonato”. Ma al contempo perché Dio perdoni i suoi persecutori, affidando i suoi ultimi attimi, il suo stesso spirito, a Dio, il Padre. In realtà, egli aveva già dato la sua vita e la sua sofferenza nell’ultima cena: non il dolore gli strappa la vita, ma egli stesso l’aveva donata.
Diversi certo Qoèlet, Giobbe e Cristo, ma certo non infervorati dalla questione dei diritti al suicidio. Piuttosto dalla domanda su Dio e sulla vita. Diversi anche perché nell’ultimo dei tre il dolore non trova senso nella sofferenza che provoca, bensì perché diviene espressioni di un senso e di un amore appresi altrove e più in alto, ma anche più in profondità.
Offrire il dolore, come si offre ogni gioia, come si offre tutta la vita, dicevano i nostri anziani, che qualcosa avevano capito. Non farla finita, ma a chi offrirla.
Se quell’offerta non è vera, sei fregato, dj. Se quell’offerta è vera, dj, puoi invece diventare libero. Per questo non solo parliamo su di te, ma parliamo di te a chi ascolta

(Fonte: Andrea Lonardo, Gli Scritti, 27 febbraio 2017)



domenica 19 febbraio 2017

Caro Papa Francesco, lei si sbaglia: il terrorismo islamico esiste, eccome!

Non è la prima volta che Papa Francesco scende in campo per assolvere l'islam dalla responsabilità del terrorismo di chi sgozza, decapita, massacra e si fa esplodere urlando «Allah è il più grande».
L'ha fatto all'indomani della strage dei vignettisti di Charlie Hebdo il 7 gennaio 2015 a Parigi, arrivando a giustificare l'atrocità dell'Isis per avere rappresentato in modo irriverente Maometto. L'ha fatto all'indomani del barbaro sgozzamento il 26 luglio 2016 in una chiesa a Saint-Étienne-du-Rouvray, in Normandia, dell'anziano sacerdote cattolico Jacques Hamel da parte di due giovani terroristi islamici francesi. Cinque giorni dopo, domenica 31 luglio, quasi fosse la Chiesa a doversi discolpare e quasi fosse la cristianità a dovere tendere la mano all'islam, fu consentito agli imam di entrare nelle chiese in Italia e in Francia, di salire sugli altari affiancati dal sacerdote e di recitare i versetti del Corano in arabo. Fu la prima volta in assoluto che accadde in 1.400 anni di storia dell'islam. La Chiesa per 1.400 anni ha sempre condannato l'islam, ha sempre condannato il Corano, ha sempre condannato Maometto. Non c'era mai stata una così formale e plateale legittimazione dell'islam come religione.
L'affermazione di Papa Francesco fatta ieri all'università Roma Tre, «non esiste il terrorismo cristiano, non esiste il terrorismo ebraico e non esiste il terrorismo islamico», è un passo ulteriore nell'accreditare il relativismo religioso. Mettere sullo stesso piano ebraismo, cristianesimo e islam, assolvendoli indistintamente e acriticamente perché sarebbero le «tre grandi religioni monoteiste, rivelate, abramitiche», sostenendo che tutte e tre adorerebbero lo stesso Dio «clemente e misericordioso», ci impone la conclusione che l'islam è una religione legittima a prescindere dai suoi contenuti e dai comportamenti violenti dei suoi adepti.
Papa Francesco sbaglia nel sovrapporre in modo automatico la dimensione della persona con la dimensione della religione. Il cristianesimo si fonda sull'amore del prossimo, il cristiano è tenuto ad amare cristianamente il musulmano a prescindere dalla sua fede, ma non a legittimare la sua religione anche se i suoi contenuti sono del tutto incompatibili con la fede cristiana, perché l'islam condanna l'ebraismo e il cristianesimo di miscredenza e legittima l'uccisione dei miscredenti.
Sarebbe sufficiente che Papa Francesco ascoltasse più attentamente i sacerdoti e i vescovi cristiani e cattolici d'Oriente, che conoscono bene l'arabo e il Corano, che hanno subito la discriminazione e patito la persecuzione islamica per il semplice fatto di essere cristiani.
Papa Francesco sbaglia facendo propria la tesi che ha prevalso in seno ai vertici della Chiesa, secondo cui il nemico da combattere è la secolarizzazione della società e la diffusione dell'ateismo, specie tra i giovani. In questo contesto si è giunti alla conclusione che l'islam sarebbe un alleato perché mantiene comunque in piedi l'idea di Dio. Si tratta di un tragico errore perché non è lo stesso Dio. Non c'è nulla che accomuna il Dio Padre della cristianità con l'Allah islamico che nei versetti 12-17 della Sura 8 del Corano tuona «getterò il terrore nel cuore dei miscredenti. Colpiteli tra capo e collo (...) Non siete certo voi che li avete uccisi, è Allah che li ha uccisi».
Papa Francesco sbaglia promuovendo un immigrazionismo che sta auto-invadendo l'Europa di milioni di giovanotti islamici. Come può immaginare che la rigenerazione della vita e la rivitalizzazione della spiritualità in questa Europa decadente possa realizzarsi con la sostituzione della nostra popolazione con una umanità meticcia e con l'avvento dell'islam? Il continuo riferimento storico sulle contaminazioni etniche che hanno connotato la storia dell'Europa è sbagliato, sia perché si è trattato di popolazioni cristiane o che hanno aderito al cristianesimo, sia soprattutto perché l'Europa e la Chiesa hanno potuto salvaguardare la propria identità e la propria civiltà solo perché hanno combattuto e sconfitto gli eserciti invasori islamici a Poiters (732), con la Reconquista (1492), a Lepanto (1571), a Vienna (1683).
Papa Francesco si ricordi che tutto il Mediterraneo era cristiano fino al Settimo secolo. E che in meno di 200 anni dopo la morte di Maometto nel 632 le popolazioni cristiane al 98% che popolavano la sponda orientale e meridionale del Mediterraneo furono violentemente sottomesse all'islam. Per averlo evocato nella sua Lectio Magistralis a Ratisbona il 12 settembre 2006 Benedetto XVI fu messo in croce fino a quando fu costretto a rassegnare le dimissioni.
Papa Francesco probabilmente sa già tutto ciò e pertanto non possiamo continuare a dire che sbaglia. Dobbiamo avere l'onestà intellettuale e il coraggio umano di dire che Papa Francesco sta consapevolmente ottemperando a una strategia finalizzata alla legittimazione dell'islam come religione costi quel che costi, anche se culminerà nel suicidio della Chiesa.

(Fonte: Magdi Cristiano Allam, Il Giornale, 18 febbraio 2017)



sabato 18 febbraio 2017

Il Papa all’Università “Roma Tre”: due commenti

1) DUE PAPI, DUE UNIVERSITA', DUE CLIMI DIVERSI. Con una sensazione
La visita di papa Francesco all’Università Roma Tre, in un clima di festa e di grande affetto verso il pontefice, mi ha fatto tornare alla memoria un episodio ben diverso.
Come qualcuno ricorderà, nel gennaio 2008 papa Benedetto XVI venne invitato a tenere un discorso all’Università La Sapienza di Roma. La visita, prevista per il giorno 17, fu però annullata due giorni prima. Era stato il rettore di allora, Renato Guarini, a invitare il papa per l’inaugurazione dell’anno accademico, naturalmente dopo aver interpellato il senato accademico, che si disse felice di ricevere il vescovo di Roma, come era già successo con Paolo VI nel 1964 e con Giovanni Paolo II a Roma Tre nel 2002.
Alcuni docenti però manifestarono la loro opposizione, prima con un intervento, pubblicato dal «Manifesto», del professor Marcello Cini, poi con una lettera firmata da una settantina di professori della facoltà di Fisica (per la precisione, sessantasette docenti, su un totale di 4500) e sottoscritta in seguito da altri settecento docenti italiani e stranieri di vari atenei.
Il caso deflagrò quando, il 10 gennaio, la lettera fu rilanciata dal quotidiano «La Repubblica». Fu così che, in un clima di polemiche, Benedetto XVI comunicò a malincuore la sua decisione di rinunciare alla visita, per non alimentare un fuoco che minacciava di avere serie conseguenze.  Alla vigilia dell’evento ci furono infatti manifestazioni studentesche contrarie all’invito, culminate con l’occupazione della sede del senato accademico e del rettorato.
Chi scrive visse quei giorni da cronista, intervistando i giovani e i professori contrari all’arrivo del papa, a incominciare da Cini (poi scomparso nel 2012 a ottantanove anni), che andai a trovare nella sua casa. Mi fu così possibile toccare con mano la miscela di pregiudizio, furore ideologico e, spiace dirlo, ignoranza che portò alla contestazione e all’annullamento della visita.
Per sbarrare l’ingresso a Ratzinger venne fatta, fra l’altro, una lettura distorta della lectio tenuta da Benedetto XVI nel 2006 all’Università di Ratisbona su «Fede, ragione e università»  (il famoso discorso nel quale il papa affrontò anche il problema del rapporto della religione islamica con la violenza) e si manipolò un discorso tenuto alla Sapienza dal cardinale Ratzinger nel 1990.
La vicenda, rievocata ora in un libro («Sapienza e libertà. Come e perché papa Ratzinger non parlò all’Università di Roma», scritto dal giornalista Pier Luigi De Lauro ed edito da Donzelli), fu molto triste da ogni punto di vista. Di fatto al vescovo di Roma fu impedito di parlare nell’università più grande e più importante della sua diocesi, un ateneo fondato, fra l’altro, proprio da un pontefice: Bonifacio VIII. Anche se il rettore, e gliene va dato atto, volle poi che il discorso del papa fosse letto nel corso della cerimonia, si trattò di un’occasione persa, una sconfitta per tutti.
In quella brutta storia ebbero un ruolo decisivo i mass media. Furono loro in gran parte a fomentare gli studenti e amplificare il caso. Il primo ad ammetterlo è Gianluca Senatore, allora rappresentante degli studenti. La chiusura di Cini e degli altri suoi colleghi, spiega oggi Senatore, non nacque in realtà dalla preoccupazione di difendere la laicità dell’istituzione universitaria, ma dalla paura di fare i conti con un papa teologo che metteva seriamente in crisi la pretesa di dominio delle scienze naturali ed empiriche sulla conoscenza.
Lo stesso Senatore rivela che all’epoca non aveva letto nulla di Ratzinger, ma in seguito cercò di approfondirne la conoscenza, scoprendo insospettabili punti di contatto tra le preoccupazioni del papa e quelle dello stesso professor Cini, per esempio a proposito delle terribili derive assunte dalla scienza e della tecnica nel corso dell’ultimo mezzo secolo.
Purtroppo, dice Senatore, vinse l’intolleranza, ma quella storia almeno un effetto positivo lo ebbe: lo studente di allora, incominciando a leggere Ratzinger, arrivò alla conclusione, confermata oggi, che il papa tedesco ha rappresentato uno dei momenti più alti della tradizione culturale della Chiesa cattolica.
Ma che cosa avrebbe detto Ratzinger se avesse avuto la possibilità di parlare? Raramente si ricorda che il papa aveva preparato un testo tanto umile nella forma quanto di alto livello nei contenuti, un contributo che almeno per sommi capi merita di essere ricordato, sia per dimostrare quanto fossero infondati i timori dei contestatori sia per ricordare la finezza di quel pontefice.
Il discorso si apriva così: «È per me motivo di profonda gioia incontrare la comunità della Sapienza – Università di Roma in occasione della inaugurazione dell’anno accademico. Da secoli ormai questa Università segna il cammino e la vita della città di Roma, facendo fruttare le migliori energie intellettuali in ogni campo del sapere».
La Chiesa, sottolineava il papa, ha sempre guardato «con simpatia e ammirazione a questo centro universitario, riconoscendone l’impegno, talvolta arduo e faticoso, della ricerca e della formazione delle nuove generazioni».
Poi Ratzinger, riaffermando l’assoluta autonomia dell’università e chiedendosi che cosa possa dire un papa rivolgendosi a un ateneo statale che opera nella sua diocesi, allargava il discorso ponendosi due questioni di fondo: «Qual è la natura e la missione del Papato? E ancora: qual è la natura e la missione dell’università?».
Alla prima domanda Benedetto XVI rispondeva che certamente il papa «non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà». Al di là del suo ministero pastorale, è comunque suo compito, precisava,  «mantenere desta la sensibilità per la verità» e «invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio». E qui Benedetto XVI non temeva di rivendicare il «patrimonio di sapienza» di cui la comunità dei credenti è depositaria in quanto  custode  di «un tesoro di conoscenza e di esperienza etiche che risulta importante per l’intera umanità».
Insomma, spiegava Benedetto XVI concedendosi una punta di provocazione, «la sapienza delle grandi tradizioni religiose è da valorizzare come realtà che non si può impunemente gettare nel cestino della storia delle idee».
Quanto alla seconda domanda, la risposta preparata dal papa suonava così: «Penso si possa dire che la vera, intima origine dell’università stia nella brama di conoscenza che è propria dell’uomo. Egli vuol sapere che cosa sia tutto ciò che lo circonda. Vuole verità. […]. L’uomo vuole conoscere, vuole verità. […] Ma verità significa di più che sapere: la conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza del bene. Questo è anche il senso dell’interrogarsi socratico: qual è quel bene che ci rende veri?».
Come si può ben vedere, da parte di Benedetto XVI nessuna invasione di campo, nessuna supponenza. Al contrario, il contributo profondo di un uomo, un docente, un teologo, sincero nel proporre il proprio punto di vista (con la questione della verità in primo piano), schietto nel chiedere di meditare sul fatto che verità significa di più che sapere e trasparente nell’interrogarsi su alcune grandi questioni che, dopo tutto, riguardano tutti, credenti e non credenti, e toccano da vicino soprattutto chi opera in un santuario del sapere quale è un’università.
Ma a quell’uomo, a quel docente, a quel teologo, a quel papa, con un atto di inaudita prevaricazione giacobina, fu sbarrata la strada.
Ora, il fatto che un altro papa, Francesco, sia stato invitato da un altro ateneo romano, l’Università Roma Tre, e non solo abbia potuto intervenire ma sia stato accolto con grande simpatia ed entusiasmo,  non può che far piacere a tutte le persone che amano il confronto libero delle idee.
Resta però un certo retrogusto amaro se si pensa che Francesco, rispondendo alle domande di alcuni studenti, non ha toccato nemmeno uno dei grandi temi riguardanti la verità e il rapporto tra ragione e fede. Francesco in effetti, più che da papa, più che da vescovo, più che da religioso, ha scelto di parlare da sociologo e da economista. Ha affrontato le questioni legate alla disoccupazione giovanile, alle migrazioni, alla globalizzazione. Ha chiesto, anche con accenti accorati, di cercare l’unità salvaguardando le differenze e non l’uniformità. Questioni importanti, sia chiaro. Ma colpisce il fatto che mai una volta ha nominato Dio o la fede.
È pur vero che nel testo scritto e poi non letto, perché il papa ha preferito rispondere ai giovani improvvisando, c’è un passaggio molto bello, nel quale Bergoglio con umiltà ma anche con efficacia dice così: «Mi professo cristiano e la trascendenza alla quale mi apro e guardo ha un nome: Gesù. Sono convinto che il suo Vangelo è una forza di vero rinnovamento personale e sociale. Parlando così non vi propongo illusioni o teorie filosofiche o ideologiche, neppure voglio fare proselitismo. Vi parlo di una Persona che mi è venuta incontro, quando avevo più o meno la vostra età, mi ha aperto orizzonti e mi ha cambiato la vita». Altrettanto vero è che il discorso scritto, sebbene non pronunciato, resta agli atti. Tuttavia, nel confronto diretto con gli studenti, e di conseguenza in tutte le cronache della giornata, i riferimenti alla trascendenza e alla fede in Gesù sono spariti.
Sarebbe folle pensare che il papa si sia autocensurato. Sicuramente, scegliendo di mettere da parte il discorso preparato a tavolino, ha semplicemente voluto farsi più vicino ai giovani e dimostrare meglio, con maggiore intensità emotiva, la sua partecipazione ai loro problemi, alle loro preoccupazioni. D’altra parte sono convinto che docenti e studenti di Roma Tre lo avrebbero applaudito anche nel caso in cui Francesco avesse fatto riferimento all’esperienza religiosa.
Tuttavia, osservando gli elogi e la simpatia riservati a Francesco e ripensando al divieto posto a Benedetto XVI nel 2008, è difficile sottrarsi all’impressione che l’uomo di fede, perfino quando è il papa in persona, sia oggi più apprezzato nel dibattito pubblico quando non affronta la questione di Dio e della verità. Quando, cioè, non è troppo papa e non troppo cattolico.

(Fonte: Aldo Maria Valli, Blog, 17 febbraio 2017)

Resta un certo retrogusto amaro se si pensa che Francesco, rispondendo alle domande di alcuni studenti, non ha toccato nemmeno uno dei grandi temi riguardanti la verità e il rapporto tra ragione e fede. Francesco in effetti, più che da papa, più che da vescovo, più che da religioso, ha scelto di parlare da sociologo e da economista. Ha affrontato le questioni legate alla disoccupazione giovanile, alle migrazioni, alla globalizzazione. Ha chiesto, anche con accenti accorati, di cercare l’unità salvaguardando le differenze e non l’uniformità. Questioni importanti, sia chiaro. Ma colpisce il fatto che mai una volta ha nominato Dio o la fede. 
Qui Valli offre una “generosa” spiegazione sul perché Bergoglio abbia lasciato da parte il discorso scritto, nel quale erano almeno accennati i temi di Cristo, trascendenza e fede.
  

2) DISCORSO LAICO: disoccupazione, “linguaggio violento” della politica, migrazioni...
Poi vogliono farci credere che non sia cambiato niente!
Ci sarà un motivo nell'abissale differenza e contrasto tra un rifiuto aspro e inappellabile opposto a Benedetto XVI ad un'accoglienza calorosa, tra cori e applausi. Scrive la nostra Luisa.
Tante cose sono cambiate, è cambiato il papa. Vi ricordate quando Benedetto XVI dovette rinunciare a parlare alla Sapienza? C'è da ricordare anche il perché: il rifiuto vergognoso della sua lectio magistralis di Ratisbona!!!
Ebbene il suo successore è accolto con entusiasmo nella stessa università romana, un papa che non parla da papa ma come un uomo politico, un leader politico per di più perfettamente in linea con l`ideologia suicidaria del multiculturalismo, del rispetto delle differenze per non discriminare le minoranze, i migranti ecc., il suo abituale e molto costruito "linguaggio semplice che parla al cuore", i soliti facili psicologismi da manuale, tante generalizzazioni e banalità sul dialogo ecc., il rifiuto di dire che se, come dice, siamo in guerra, chi ci sta facendo al guerra vuole imporre la sharia e non certo dialogare, e mi sia permesso di dire tanta ignoranza o ideologia sulla storia dell`Europa, sulla situazione della Svezia che non è affatto quella rosea da lui descritta, Svezia che conosce una crisi molto grave legata all`immigrazione di massa, oltre che alla secolarizzazione. [vedi].

(Fonte: Chiesa e Postconcilio, 17 febbraio 2017)

“Mentre i socialisti in Francia mettono fuorilegge i Siti Pro Life e il Parlamento Europeo approva un Provvedimento (sempre della Sinistra) con cui ci chiede di finanziare le fabbriche di aborti a cui Trump ha tolto i finanziamenti, Bergoglio oggi è' andato all'università senza sfiorare nemmeno lontanamente questi avvenimenti, senza parlare mai di Gesù Cristo e di Dio, ma facendo un comizio politico di Sinistra (peraltro molto banale e da bar)” (Antonio Socci).



giovedì 9 febbraio 2017

Antonio Socci: Stop alla “guerra civile” cattolica

Non mi interessa sapere, detto francamente, perché Socci abbia scritto quel post in cui dice in buona sostanza di voler deporre le armi della polemica antibergogliana e, soprattutto, ciò che nessuno mi sembra abbia notato, torna a chiamare papa colui di cui ha messo chiaramente in dubbio il fatto che sia papa (e continua a chiamare papa anche Ratizinger, dando così per scontato che vi siano due papi nella Chiesa).
Non mi interessa perché, se Socci è forse colui che più lucidamente di ogni altro è stato capace di intuire tutto quanto non andava e non va, dall'altro è colui che più ciecamente di ogni altro si ostina a far finta che tutto questo che non va non abbia alcun collegamento con il passato, quasi si trattasse di un meteorite piovuto dal cielo.
Insomma, lucidissimamente intuitivo e psicologicamente fragilissimo, per la paura di fare i conti veri con se stesso e il proprio passato e presente. E' come un nuovo PItagora che intuisce un teorema, ma poi è come un bambino di prima elementare che rifiuta di studiare le tabelline.
Per questo, che l'abbia fatto perché costretto sotto pressione o per scrupolo di coscienza e altro, francamente, non mi interessa. In fin dei conti, sono affari suoi.
Mi interessa invece un altro aspetto. Ed è il fatto che parli apertamente di guerra civile tra cattolici.
Perdonate la mia sfrontatezza, ma qualcuno forse ricorderà che io l'ho scritto più volte negli anni passati, usando proprio questo termine. E, negare oggi questa lapalissiana evidenza, è veramente da bugiardi senza ritegno.
Siamo in guerra civile, amici. Una guerra grazie a Dio fatta con le tastiere e le parole, a volte violente. Ma sempre guerra è.
Basta guardare facebook o leggere articoli su internet di ogni giorno per rendersene conto.
Ma se siamo in guerra civile... una ragione ci dovrà pur essere. Non si può immaginare che una parte del mondo cattolico è impazzita completamente tutta insieme oppure che l'altra sia composta solo da bugiardi patentati.
Qualcosa non quadra. Questo, veramente, è innegabile. Qualcosa... ci spinge alla guerra, alla divisione. Ed è inutile e ridicolo incolpare il demonio, il divisore. Egli agisce, è vero, ma agisce in funzione delle possibilità concrete che gli si offrono. Ovvero, approfitta della realtà, può anche forgiare demiurgicamente la realtà, ma non crea la realtà. Questa, esiste per frutto delle azioni e scelte degli uomini.
Qualcosa è cambiato e sta cambiando nella Chiesa odierna. E non da oggi. Negare questa semplicissima verità, è negare l'evidenza delle cose, ed è un grave peccato, come insegna il catechismo.
Solo per rimanere agli ultimi tre giorni, si parla di sacerdozio femminile, vespri in S. Pietro con gli anglicani eretici, messa ecumenica con chi non crede alla Transustanziazione. E qualcuno pure bestemmia Maria Santissima. Ovvero, si distrugge completamente la nostra fede. Dinanzi a questo, si entra in guerra civile inevitabilmente, tra chi accetta tutto - per le più svariate ragioni, a partire da un sentimentalismo idolatrico - e chi invece ragiona ancora con la ragione e al servizio della verità teologica cattolica. E' inevitabile. E Socci non può farci nulla.
Più lucidamente di lui, lo hanno capito coloro che si sono schierati con il cambiamento, anche tra i laici. Basti pensare a vaticanisti noti, fino ad arrivare a pietosi esempi di ossessione da rinnnegato, di intellettuale decaduto che passa il proprio tempo a minacciare e offendere volgarmente, tipico di chi comprende la propria fine e l'esito drammatico del proprio tradimento.
Basti pensare a personaggi equivoci che vengono fuori all'improvviso con le idee più futurisriche possibili, chiara evidenza del loro cedimento alle lusinghe del mondo.
Altri cercano ancora di salvare capra e cavoli, alcuni in buona fede, altri per interesse, altri per mancanza di capacità di giudizio.
Ho appena letto un ottimo post di Costanza Miriano sul punto del sacerdozio femminile, in cui dice giustamente che le donne cattoliche non sentono questa necessità. Splendida verità. Il problema però che sfugge alla Miriano - e non mi interessa ovviamente se le sfugge in toto e se semplicemente evita di approfondire il tema - è che a chi ha iniziato l'opera sottile per arrivare a questa meta non gliene frega assolutamente nulla di quello che volgiono o non vogliono le donne cattoliche. Loro lo fanno per distruggere la Chiesa e la fede. Questo è il punto su cui cade l'asino, in questa tematica come in altre.
L'ecumenismo, i riti pluriconfessionali, il dialogo, il sacerdozio femminile, ecc., sono passi successivi della distruzione dei sette sacramenti, a partire ovviamente dal fodnamentale per arrivare al sacerdozio stesso. Esattamente come la progressiva furbesca dissoluzione delle verità morali e familiari, come possiamo ben costatare oggi.
Il nostro problema, ormai, oggi, non è come si tenterà di distruggere la Chiesa, la fede, i sacramenti, la morale, la famiglia, la retta sessualità. Questo è dinanzi ai nostri occhi.
Il vero problema, oggi, è che siamo in guerra civile. E' che siamo in scisma operativo. Non dico in Germania o all'estero, dove lo scisma è operativo da decenni. Dico in Italia. Siamo in scisma.
E tutti coloro - e provo per loro una profonda pena, anche per persone stimabilissime che vedo qui ogni giorno giocare come funamboli con la verità solo per tentare di rimandare i conti con la realtà o per irresistibile femmineo sentimentalismo - che tentano disperatamente di mantenere le gambe sui due dirupi, sono destinati a cadere prima o poi. Perché i due dirupi non sono una mia invenzione, né un'invenzione di quelli che invece chiaramente si sono schierati con il cambiamento.
I due dirupi ci sono a basta. E si allargano ogni giorno di più.
Basti pensare, un esempio tra mille, alla Conferenza Episcopale tedesca, vera signora della Chiesa odierna, che ci dice che il matrimonio tra persone omosessuali ha la sua sacralità rituale. O basti pensare al disprezzo che lo stesso clero del cambiamento dimostra ogni giorno verso chi rimane fedele alla verità di sempre. O basti vedere come costoro interpretano l'Amoris Laetitiae, ovvero ne danno il senso profondo senza remore, mentre altri continuano a far finta di non capire e non sentire...
Fino a quando continuerete amici miei a far finta che tutto questo non incida nella Chiesa odierna? E cosa farete se putacaso i dubia dovessero procedere?
Su una cosa ha ragione Socci. Siamo in guerra civile.
Una ragione ci sarà e non è perché ci sono i pazzi fanatici. Quelli che voi chiamate pazzi fanatici sono coloro che soffrono profondamente nell'anima per amore della Chiesa e della Verità.
E, ricordate, prima di accusare e offendere... Dio vede i cuori di ognuno. E Dio non cambia.

(Fonte: Massimo Viglione, Pagina FB, 9 febbraio 2017)



mercoledì 8 febbraio 2017

I Gesuiti di "Civiltà Cattolica": Porte aperte alle donne sacerdote

Il 2 agosto del 2016 papa Francesco ha istituito una commissione per studiare la storia del diaconato femminile, ai fini di un suo eventuale ripristino. E alcuni hanno visto in questo un primo passo verso il sacerdozio delle donne, nonostante lo stesso Francesco sembri averlo escluso tassativamente, rispondendo così a una domanda sull'aereo di ritorno dal suo viaggio in Svezia, lo scorso 1 novembre (nella foto il suo abbraccio con l'arcivescovo luterano svedese Antje Jackelen):
"Sull’ordinazione di donne nella Chiesa cattolica, l'ultima parola chiara è stata data da San Giovanni Paolo II, e questa rimane".
A leggere però l'ultimo numero de "La Civiltà Cattolica", la questione delle donne sacerdote appare tutt'altro che chiusa. Anzi, apertissima.
"La Civiltà Cattolica" non è una rivista qualsiasi. Per statuto ogni sua riga è stampata con il previo controllo della Santa Sede. Ma in più c'è lo strettissimo rapporto confidenziale che intercorre tra Jorge Mario Bergoglio e il direttore della rivista, il gesuita Antonio Spadaro.
Il quale a sua volta ha il suo collaboratore più fidato nel vicedirettore Giancarlo Pani, anche lui gesuita come tutti gli scrittori della rivista.
Ebbene, nell'articolo a sua firma che apre l'ultimo numero de "La Civiltà Cattolica" padre Pani fa tranquillamente a pezzi proprio "l'ultima parola chiara" – cioè il no tondo tondo – che Giovanni Paolo II ha pronunciato contro il sacerdozio delle donne.
Per vedere come, non resta che rileggere questo passaggio dell'articolo, propriamente dedicato alla questione delle donne diacono, ma che da lì prende spunto per auspicare anche delle donne sacerdote.

NON SI PUÒ SOLO RICORRERE AL PASSATO
di Giancarlo Pani S.I.
[…] Nella Pentecoste del 1994 papa Giovanni Paolo II ha riassunto, nella Lettera apostolica "Ordinatio sacerdotalis", il punto di arrivo di una serie di precedenti interventi magisteriali (tra cui l’"Inter insigniores"), concludendo che Gesù ha scelto solo uomini per il ministero sacerdotale. Quindi «la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale. Questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa».
Il pronunciamento era una parola chiara per quanti ritenevano di poter discutere il rifiuto dell’ordinazione sacerdotale alle donne. Tuttavia, […] qualche tempo dopo, in seguito ai problemi suscitati non tanto dalla dottrina quanto dalla forza con cui essa era presentata, veniva posto alla Congregazione per la Dottrina della Fede un quesito: l’"ordinatio sacerdotalis" può «considerarsi appartenente al deposito della fede?». La risposta è stata «affermativa», e la dottrina è stata qualificata "infallibiliter proposita", cioè che «si deve tenere sempre, ovunque e da tutti i fedeli».
Le difficoltà di recezione della risposta ha creato «tensioni» nei rapporti tra Magistero e Teologia per i problemi connessi. Essi sono pertinenti alla teologia fondamentale circa l’infallibilità. È la prima volta nella storia che la Congregazione si appella esplicitamente alla Costituzione "Lumen gentium", n. 25, dove si proclama l’infallibilità di una dottrina perché insegnata come da ritenersi in modo definitivo dai vescovi dispersi nel mondo ma in comunione fra loro e con il successore di Pietro.
Inoltre, la questione tocca la teologia dei sacramenti, perché riguarda il soggetto del sacramento dell’Ordine, che tradizionalmente è appunto l’uomo, ma non tiene conto degli sviluppi che nel XXI secolo hanno avuto la presenza e il ruolo della donna nella famiglia e nella società. Si tratta di dignità, di responsabilità e di partecipazione ecclesiale.
Il fatto storico dell’esclusione della donna dal sacerdozio per l’"impedimentum sexus" è innegabile. Tuttavia già nel 1948, e quindi molto prima delle contestazioni degli anni Sessanta, p. Congar faceva presente che «l’assenza di un fatto non è criterio decisivo per concludere sempre prudentemente che la Chiesa non può farlo e non lo farà mai».
Inoltre, aggiunge un altro teologo, «il “consensus fidelium” di tanti secoli è stato chiamato in causa nel XX secolo soprattutto a motivo dei profondi cambiamenti socio-culturali che hanno interessato la donna. Non avrebbe senso sostenere che la Chiesa deve cambiare solo perché i tempi sono cambiati, ma resta vero che una dottrina proposta dalla Chiesa chiede di essere compresa dall’intelligenza credente. La disputa sulle donne prete potrebbe essere messa in parallelo con altri momenti della storia della Chiesa; in ogni caso oggi nella questione del sacerdozio femminile sono chiare le "auctoritates", cioè le posizioni ufficiali del Magistero, ma tanti cattolici fanno fatica a comprendere le "rationes" di scelte che, più che espressione di autorità, paiono significare autoritarismo. Oggi c’è un disagio tra chi non riesce a comprendere come l’esclusione della donna dal ministero della Chiesa possa coesistere con l’affermazione e la valorizzazione della sua pari dignità». […]

A giudizio de "La Civiltà Cattolica", quindi, non solo vanno messe in dubbio l'infallibilità e la definitività del "no" di Giovanni Paolo II alle donna sacerdote, ma più di questo "no" valgono "gli sviluppi che nel XXI secolo hanno avuto la presenza e il ruolo della donna nella famiglia e nella società".
Questi sviluppi – prosegue il ragionamento della rivista – rendono ormai incomprensibili le "rationes" di divieti "che, più che espressione di autorità, paiono significare autoritarismo".
In altre parole, il fatto che la Chiesa cattolica non abbia mai avuto donne sacerdote non impedisce che ne abbia in futuro:
"Non si può sempre ricorrere al passato, quasi che solo nel passato vi siano indicazioni dello Spirito. Anche oggi il Signore guida la Chiesa e suggerisce di assumere con coraggio prospettive nuove".
E Francesco per primo "non si limita a ciò che già si conosce, ma vuole addentrarsi in un campo complesso e attuale, perché sia lo Spirito a guidare la Chiesa", conclude "La Civiltà Cattolica", evidentemente con l'imprimatur del papa.

(Fonte: Sandro Magister, Settimo cielo, 7 febbraio 2017)