venerdì 16 marzo 2012

Demenza o conformismo? Ora sui “matrimoni” tra omosessuali entra in scena anche la cassazione

Apprendiamo con gioia che anche la magistratura (poteva mancare?) mostra la sua ansia di unirsi al coro – dettato da demenza o da ansia del gregge, o da entrambe le cose assieme – dei laudatores delle “nozze” tra omosessuali. Con sentenza n. 4184, la prima sezione civile della Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di una coppia di invertiti italiani che, contratto “matrimonio” all'estero, ne avevano chiesto la trascrizione sui registri di stato civile del comune di residenza. Poiché il Comune aveva rifiutato la trascrizione, i due sposini avevano fatto ricorso alla magistratura, che lo aveva sempre respinto, poiché la nostra legislazione non prevede quel mix di obbrobrio e umorismo da caserma che è il “matrimonio” tra persone dello stesso sesso. Ugualmente ha fatto la Cassazione, e fin qui, nulla da dire. Non poteva fare altro.
Però anche i magistrati sono uomini, sono uomini italiani, e come tali anche loro sono afflitti da uno dei più perniciosi vizi nazionali, ossia la ricerca del consenso, l'appartenenza alla moda dominante, indipendentemente da qualsiasi valutazione sulla follia, o meno, di tale moda. Poiché non è statisticamente possibile che tutti i giudici che hanno firmato la sentenza siano dementi, è infatti solo pensabile che siano ansiosi di mostrare quanto sono disciplinatamente omologati.
Infatti gli illustri togati, respinto il ricorso, si sono però preoccupati di precisare che solo la crudele legge tuttora vigente in Italia imponeva loro tale decisione. Infatti, con un pistolotto, del tutto inutile, poiché il loro compito era solo di pronunciarsi sul ricorso del lui e lui, i giudici di Cassazione hanno tenuto a precisare che "i componenti della coppia omosessuale, conviventi in stabile relazione di fatto, se secondo la legislazione italiana non possono far valere né il diritto a contrarre matrimonio né il diritto alla trascrizione del matrimonio contratto all'estero, tuttavia - a prescindere dall'intervento del legislatore in materia - quali titolari del diritto alla 'vita famigliare' e nell'esercizio del diritto inviolabile di vivere liberamente una condizione di coppia e del diritto alla tutela giurisdizionale di specifiche situazioni, segnatamente alla tutela di altri diritti fondamentali, possono adire i giudici comuni per far valere, in presenza di specifiche situazioni, il diritto ad un trattamento omogeneo a quello assicurato dalla legge alla coppia coniugata".
Non paghi di tanto pensiero, i magistrati di Cassazione si danno anche all'analisi etico-sociale, e stabiliscono che "è stata radicalmente superata la concezione secondo cui la diversità di sesso dei nubendi è presupposto indispensabile, per così dire naturalistico, della stessa esistenza del matrimonio". Non sufficit; proseguiamo e apprendiamo che "spetta al Parlamento, nell'esercizio della sua piena discrezionalità, individuare le forme di garanzia e di riconoscimento per le unioni" omosessuali, "restando riservata alla Corte costituzionale la possibilità di intervenire a tutela di specifiche situazioni". La Suprema Corte, infatti, riconosce che "in relazione ad ipotesi particolari" come per esempio nel caso di assegnazione della casa, è "riscontrabile la necessità di un trattamento omogeneo tra la condizione della coppia coniugata e quella della coppia omosessuale". Insomma, “Parlamentari, sbrigatevi ad approvare una legge che introduca finalmente in Italia il matrimonio tra invertiti”.
Meraviglioso. Il “diritto creativo” si fa sempre più strada.
Però c'è qualcosa che non quadra. I magistrati sono impiegati statali il cui compito è applicare le leggi vigenti. Non risulta che esistano, almeno per ora (o sono state inserite in uno dei mille decreti legge approvati con ricorso alla fiducia?) norme che assegnino alla magistratura un compito di analisi sociale, politica, etica, e via dicendo, con relativa lapidaria conclusione. Oltretutto, tanto per far ulteriormente cascare la fiducia nella magistratura, lo sproloquio sessual-social-matrimoniale denota una notevole confusione circa il significato della parola “diritto”. Se è “diritto” ciò che viene considerato meritevole di tutela specifica dall'ordinamento giuridico, nel pistolotto abbiamo un'estensione singolare del concetto. Cos'è il “diritto alla vita famigliare”? Cos'è il “ diritto inviolabile di vivere liberamente una condizione di coppia”? E' necessario distinguere: ognuno di noi può fare liberamente tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge. In tal senso, abbiamo una serie infinita di “diritti” individuali, o di coppia, o di gruppo, e l'esercizio di questi diritti è tutelato semplicemente dal diritto fondamentale alla libertà personale. Nessuno può vietarmi di mangiare un cibo piuttosto che un altro, di incontrare alcune persone a altre no, di avere rapporti di amicizia o anche di intimità con chi desidero averli, di radunarmi in gruppi con finalità sportive, o culturali, o di semplice passatempo. L'ordinamento giuridico non interviene sulle mie scelte personali, se non quando questo violino la legge, o quando queste scelte siano tali da rivestire un particolare interesse sociale. Nel primo caso sarò punito secondo le norme penali, nel secondo caso l'ordinamento mi riconosce determinate tutele perché la situazione che ho creato riveste anche un interesse per la Società. Un semplice esempio: se io fondo il circolo del tennis, sono affari miei e di quanti aderiranno al circolo. Se invece fondo una Onlus, l'ordinamento mi riconosce alcune tutele particolari e facilitazioni di tipo normativo e fiscale, perché ho posto in essere una situazione di pubblico interesse.
Gli artt. 29, 30 e 31 della Costituzione trattano della famiglia. Art. 29, primo comma: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”. Seguono gli altri articoli, con tutele specifiche per la maternità, per i figli e per le famiglie numerose. Andate a leggerli.
Il legislatore costituzionale ha garantito specifica tutela a ciò che il buon senso da sempre ci insegna: la famiglia è non solo la base della Società (i genitori sono tenuti, ex lege, a “mantenere, istruire ed educare i figli”, ovvero anche a formare dei buoni cittadini), ma è anche l'istituto che garantisce l'esistenza stessa della Società e la sua continuità, con la generazione dei figli. Non a caso il testo costituzionale (art.31, secondo comma) specifica che la Repubblica “Protegge la maternità, l'infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo”.
Un'altra notazione importante riguarda i figli: art.30, comma terzo: “La legge assicura ai figli nati fuori del matrimonio ogni tutela giuridica e sociale, compatibile con i diritti dei membri della famiglia legittima”. Giustamente i figli nati fuori dal matrimonio sono meritevoli di tutela, ma è sempre preminente la tutela della famiglia.
Ora, pur col massimo sforzo di fantasia è alquanto difficile che un rapporto tra due persone dello stesso sesso possa corrispondere in qualche modo alla famiglia, quale è configurata nel nostro ordinamento costituzionale, che altro non fa, lo ripetiamo, che recepire qualche millennio di semplice buono senso e di realismo.
Se lui e lui, o lei e lei, vogliono convivere, chi glielo impedisce? Tra l'altro, senza bisogno di essere omosessuali, da sempre esistono convivenze dettate, ad esempio, da convenienza economica: è quello che accade tra studenti fuori sede, tra amici che condividano un appartamento per ripartirsi le spese, e così via. Se poi in queste convivenze esista anche un rapporto omosessuale, ciò non interessa in alcun modo l'ordinamento, perché non è di alcun interesse per il bene comune. Tizio ha ogni diritto di convivere con Caio, ma porrà in essere un rapporto definibile in vari modi, e più o meno, o per nulla, riprovevole sotto l'aspetto morale, ma mai definibile come “famiglia”. Tutto ciò lascia indifferente l'ordinamento giuridico, e le eventuali problematiche che possano sorgere tra i conviventi saranno risolvibili sulla base delle norme generali del diritto civile e/o penale.
Chi ha avuto la pazienza di leggere fin qui avrà notato che non abbiamo formulato alcun giudizio morale sulle convivenze tra omosessuali: in questa sede ci premeva solo sottolineare che tali rapporti entrano in quella sfera privatissima che, come tale, né riveste interesse collettivo,né può pretendere specifiche tutele che non siano quelle generali che regolano i rapporti tra cittadini.
Viviamo in un'epoca di imbarbarimento intellettuale e culturale, oltre che morale. Ormai è invalso l'uso di definire come “diritto” ogni capriccio, desiderio, tendenza dell'individuo. Con la stessa logica, se io sono ghiotto di sgombri in scatola, posso esigere la tutela giuridica se gli scaffali del supermercato sono privi di quei gustosi pesci.
Però è lecito dubitare che magistrati di Cassazione siano tra quelli che dicono “Io mi ho laureato al Cepu”. Il diritto lo conoscono, eccome, ma l'ansia del conformismo ha preso le toghe: niente di strano. Di cosa dobbiamo ormai stupirci, in questa Italia che marcia felice verso i destini radiosi dell'Europa unita?


(Fonte Riscossa cristiana, 15 marzo 2012)


Parte dal Confessionale la nuova evangelizzazione

Tra venerdì 9 e sabato 10 marzo 2012 Benedetto XVI è ancora una volta intervenuto sul tema, che gli è caro, del relativismo, cioè dell’idea secondo cui non esiste una verità oggettiva, in nessun campo, così che – particolarmente quanto ai problemi morali – è impossibile avere una nozione certa di quello che è bene e di quello che è male. Contro il relativismo il Papa ha proposto due rimedi su cui insiste sempre più spesso: una catechesi convincente e chiara, che si avvalga sistematicamente del «Catechismo della Chiesa Cattolica» e un ritorno al sacramento della confessione.
Il 9 marzo, ricevendo i vescovi della Regione VIII degli Stati Uniti in visita «ad limina», il Pontefice ha notato come il relativismo ha determinato una «crisi del matrimonio e della famiglia e, più in generale, della visione cristiana della sessualità». Questa crisi, ha detto il Papa, «ha portato a gravi problemi sociali, che hanno causato immensi costi umani ed economici».
Se prevale il relativismo, ciascuno s’inventa la definizione di matrimonio e di famiglia che preferisce. «Da questo punto di vista, dev’essere fatta particolare menzione delle potenti correnti politiche e culturali che cercano di cambiare la definizione legale del matrimonio. Lo sforzo della Chiesa di resistere in coscienza a questa pressione richiede una difesa argomentata del matrimonio come istituzione naturale che consiste in una specifica comunione di persone, la quale trova le sue radici essenziali nella complementarità dei sessi ed è orientata alla procreazione». Riferendosi alle recenti leggi che hanno introdotto il «matrimonio» omosessuale in alcuni Stati degli Stati Uniti, il Pontefice ha affermato che «le differenze tra i sessi non possono essere liquidate come irrilevanti per la definizione del matrimonio». E a chi accusa la Chiesa d’interferenza il Papa ha risposto che «la difesa dell’istituzione del matrimonio come realtà sociale è ultimamente una questione di giustizia, perché comporta la salvaguardia del bene dell’intera comunità umana e i diritti sia dei genitori sia dei figli».
Il Papa ha ammesso che ci sono «crescenti difficoltà nel trasmettere l’insegnamento della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia nella sua integrità». Ma in parte queste difficoltà derivano da colpe di uomini di Chiesa. «Dobbiamo certamente riconoscere – ha detto il Papa – le deficienze nella catechesi degli ultimi decenni, che talora ha omesso di comunicare la ricca eredità dell’insegnamento cattolico sul matrimonio come istituzione naturale elevata da Cristo alla dignità di sacramento».
Anche i corsi di preparazione al matrimonio nelle parrocchie, ha sottolineato il Pontefice, spesso non hanno trasmesso questo insegnamento con sufficiente chiarezza, in particolare omettendo di spiegare alle coppie che «la pratica della coabitazione prima del matrimonio è gravemente peccaminosa, per non parlare del fatto che danneggia la stabilità della società». Il rimedio che Benedetto XVI indica anche in questo campo è quello che segnala a tutta la Chiesa con il prossimo Anno della Fede: «restaurare nel posto che gli spetta» nella predicazione e nella catechesi il «Catechismo della Chiesa Cattolica». I fedeli, particolarmente giovani, vi troveranno un’apologia della castità, che «è più sana e attraente delle ideologie permissive esaltate in certi ambienti le quali di fatto costituiscono una potente e distruttiva forma di contro-catechesi».
Sabato 10 marzo il Pontefice ha affrontato un altro aspetto del relativismo contemporaneo, il rischio di un ecumenismo buonista che sacrifichi la verità in nome di un malinteso dialogo. Benedetto XVI lo ha ricordato in un’occasione solenne e festosa, la celebrazione del millesimo anniversario della fondazione dell’eremo di Camaldoli da parte di san Romualdo (ca. 951 – 1027), ricordata con vespri solenni nella basilica di San Gregorio al Celio cui ha partecipato il primate della Chiesa Anglicana, il dottor Rowan Williams. Non è la prima volta che il capo della Comunione Anglicana sale a San Gregorio al Celio con un Pontefice. Infatti, ha ricordato il Papa, «il Monastero di San Gregorio al Celio è il contesto romano in cui celebriamo il millennio di Camaldoli insieme con Sua Grazia l’Arcivescovo di Canterbury che, insieme con noi, riconosce questo Monastero come luogo nativo del legame tra il Cristianesimo nelle Terre britanniche e la Chiesa di Roma. L’odierna celebrazione è dunque connotata da un profondo carattere ecumenico che, come sappiamo, fa parte ormai dello spirito camaldolese contemporaneo. Questo Monastero camaldolese romano ha sviluppato con Canterbury e la Comunione Anglicana, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II, legami ormai tradizionali. Per la terza volta oggi il Vescovo di Roma incontra l’Arcivescovo di Canterbury nella casa di san Gregorio Magno [ca. 540-604]. Ed è giusto che sia così, perché precisamente da questo Monastero il Papa Gregorio scelse Agostino [di Canterbury, 534-604] e i suoi quaranta monaci per inviarli a portare il Vangelo fra gli Angli, poco più di mille e quattrocento anni fa».
Oggi, però, l’ecumenismo con la Comunione Anglicana conosce un momento di difficoltà. Non è un mistero che proprio le aperture di Canterbury al riconoscimento delle unioni fra persone dello stesso sesso hanno determinato problemi nel dialogo ecumenico, e contemporaneamente il ritorno alla Chiesa di Roma di migliaia di anglicani. Senza citare direttamente questo tema, Benedetto XVI ha però ricordato come la scrupolosa fedeltà alla dottrina – senza mai cedere alle mode dei tempi – dei monaci camaldolesi nel corso dei loro mille anni di storia costituisce un esempio comune cui cattolici e anglicani possono oggi ispirarsi.
Ancora venerdì 9 marzo il Pontefice ha ricevuto i partecipanti al Corso sul Foro Interno promosso dalla Penitenzeria Apostolica. A loro ha ricordato come il sacramento della penitenza è il migliore antidoto al relativismo. Chi si confessa, e chi confessa, afferma una chiara distinzione fra peccato e riconciliazione, fra male e bene Per questo rilanciare il sacramento della penitenza dev’essere oggi parte integrante della nuova evangelizzazione. «La celebrazione del Sacramento della Riconciliazione è essa stessa annuncio e perciò via da percorrere per l’opera della nuova evangelizzazione».
Perché questo non sia solo uno slogan, occorre sempre ricordare che «la nuova evangelizzazione trae linfa vitale dalla santità dei figli della Chiesa, dal cammino quotidiano di conversione personale e comunitaria per conformarsi sempre più profondamente a Cristo. E c’è uno stretto legame tra santità e Sacramento della Riconciliazione, testimoniato da tutti i Santi della storia. La reale conversione dei cuori, che è aprirsi all’azione trasformante e rinnovatrice di Dio, è il “motore” di ogni riforma e si traduce in una vera forza evangelizzante».
E anche questa è lotta contro il relativismo. «In un’epoca di emergenza educativa, in cui il relativismo mette in discussione la possibilità stessa di un’educazione intesa come progressiva introduzione alla conoscenza della verità, al senso profondo della realtà, quindi come progressiva introduzione al rapporto con la Verità che è Dio, i cristiani sono chiamati ad annunciare con vigore la possibilità dell’incontro tra l’uomo d’oggi e Gesù Cristo, in cui Dio si è fatto così vicino da poterlo vedere e ascoltare. In questa prospettiva il Sacramento della Riconciliazione, che prende le mosse da uno sguardo alla propria concreta condizione esistenziale, aiuta in modo singolare quella “apertura del cuore” che permette di volgere lo sguardo a Dio perché entri nella vita».
«La nuova evangelizzazione, allora, parte anche dal Confessionale! Parte cioè dal misterioso incontro tra l’inesauribile domanda dell’uomo, segno in lui del Mistero Creatore, e la Misericordia di Dio, unica risposta adeguata al bisogno umano di infinito». Fuori dal riconoscimento e dalla risposta a questo bisogno c’è solo il deserto del relativismo.


(Fonte: Massimo Introvigne, La bussola quotidiana, 12 marzo 2012)


Quando i grandi filosofi (si) confondono le idee

Sul settimanale «D» di «Repubblica» (25 febbraio 2012) il filosofo Umberto Galimberti [nella foto] ha risposto a una lettera che, dal tono, pare essere quella di un padre disperato perché separato, il quale conclude che, quando hai voluto e fatto un figlio insieme a un’altra persona, «non puoi più ritenere la tua libertà al di sopra di tutto». Sante parole che il filosofo conferma e sottoscrive:
«”Responsabilità” significa “rispondere” degli effetti delle nostre azioni». Ben detto. Peccato che le pezze d’appoggio per tale conclusione siano un tantino discutibili. Il filosofo esordisce con questa affermazione: «La nozione di “vita privata” nasce come conseguenza del primato dell’individuo nei confronti della società. Un primato fondato e diffuso in occidente dal cristianesimo». A dire la verità, il cristianesimo introduce il concetto di «persona», valido per tutti gli esseri umani. L’individualismo, come tutti gli –ismi, è un’eresia laica moderna, che il cristianesimo stesso stigmatizza esaltando al contempo il concetto di «solidarietà». L’individualismo non nasce dal cristianesimo ma, come diceva Chesterton, è una della tante «idee cristiane impazzite» che hanno funestato la storia.
Ma il filosofo insiste: «Prima dell’avvento del cristianesimo, come riferiscono gli antropologi, in tutte le popolazioni vigeva il principio del primato della comunità rispetto ai singoli individui, primato che Platone e Aristotele teorizzano sulla base del fatto che, essendo l’uomo un animale sociale (zõon politikón), non si è uomini se non in quanto membri di una comunità (pólis). Ciò comporta una perfetta coincidenza tra etica e politica che verrà spezzata dal cristianesimo». Dimenticando di dire che per gli antichi (tra cui Platone e Aristotele) gli schiavi erano esclusi dai benefici della «comunità» poiché semi-bestie. E anche le donne non se la passavano granché bene, quanto a diritti. Tutte le popolazioni pagane praticavano i sacrifici umani, altra piccola dimenticanza del filosofo. Il «primato della comunità», poi, faceva sì che per le colpe di uno pagassero tutti: la sua famiglia, i suoi amici, il suo villaggio, bambini compresi. Il «primato della comunità» è il concetto che ancora oggi impedisce al cristianesimo di penetrare in Asia (e in tante zone d’Africa) per rendere la vita dei suoi abitanti meno dura e infelice.
In molte regioni dell’India, per esempio, il cristianesimo insegna che ogni essere umano ha dei diritti, cosa che vale anche per i fuoricasta, ed è per questo insopportabile ai nazionalisti indù. Poi, che sia stato il cristianesimo a spezzare la felice coincidenza tra etica e politica non sta né in cielo né in terra ma solo nella filosofia di Galimberti, il quale forse nulla ha appreso a scuola della corruzione politica dei pur civilissimi antichi romani. Nemmeno di quella praticata, oggi, da gente che cristiana non è più. O non lo è mai stata, come la nomenklatura cinese della Repubblica popolare.
Ma il nostro filosofo ritorna ad avere ragione quando insegna l’acqua calda: «In realtà non c’è alcuna azione individuale che non abbia effetti sociali». Peccato che l’esempio scelto non ci azzecchi per niente: «Quando un medico, ad esempio, appellandosi alla propria coscienza individuale, fa obiezione di coscienza, si fa carico anche delle conseguenze della sua scelta nei confronti del paziente a cui nega un atto medico?». Atto medico? L’obiezione di coscienza vale per l’aborto o per la pillola abortiva. Varrà anche per l’eutanasia. Che non sono certo «atti medici». Un medico obiettore, poi, non si appella alla sua «coscienza individuale» bensì al Giuramento di Ippocrate, che ha prestato prima di intraprendere la professione. Umberto Galimberti è considerato uno dei maggiori filosofi italiani contemporanei. Chissà come sono i minori.


(Fonte: Rino Cammilleri, La bussola quotidiana, 12 marzo 2012)
 

Se il maschio ok è quello gay. Alcune considerazioni postume sull’otto marzo

Il pensiero di un maschio
Otto Marzo, festa della donna. La data fu scelta a Mosca, il 14 giugno 1921, nel corso della Seconda Conferenza delle Donne Comuniste.
Era la prima volta che la "Giornata Internazionale delle Donne", proclamata dalla socialista tedesca Clara Zetkin nel 1910, trovava una data unitaria. L'otto marzo fu scelto in ricordo del «giorno della prima manifestazione delle operaie di Pietroburgo contro lo zarismo» (Moscou. Organe du III Congrès de l'Internationale Communiste, 5 giugno 1921, cit. in Tilde Capomazza, Marisa Ombra, 8 marzo. Storie, miti, riti della giornata internazionale della donna, Utopia, Roma 1987, p. 61). Tuttavia sarebbe stato difficile convincere le donne di tutto il mondo a celebrare la «prima manifestazione delle operaie di Pietroburgo contro lo zarismo»; così si scelse di celebrare un crimine capitalista che ebbe come vittime le donne: il rogo di numerose donne chiuse in un palazzo a New York per costringerle a lavorare nonostante la proclamazione di uno sciopero. La strage di donne compiuta in nome del capitalismo era sufficientemente coinvolgente da essere associata alla festa proclamata dalla Seconda Conferenza delle Donne Comuniste. Salvo un piccolo particolare: è una bufala. Nessun rogo, nessun capitalista assetato di sangue femminile, nessuna donna morta bruciata a New York. La storia era completamente inventata. Si è trattato semplicemente di un ottimo esempio di propaganda comunista (chi non ci crede può verificare sul seguente testo, scritto da due militanti femministe e comuniste: T. Capomazza, M. Ombra, 8 marzo. Storie, miti, riti della giornata internazionale della donna, op. cit.).
Ma tant'è: la festa continua. La mimosa (scelta come simbolo da Rita Montagnana, compagna di Togliatti, nel 1946), non più impugnata dalle donne come una bandiera, viene oggi regalata loro da uomini galanti e cortesi, secondo il più inveterato copione sessista.
I cortei femministi stentano, ma in compenso si moltiplicano le serate nelle quali le donne abiurano la loro femminilità e scimmiottano il peggio degli uomini fingendo entusiasmo per spogliarelli maschili. Del resto, come aveva osservato Emanuele Samek Lodovici, «[...] il modello ideale di donna esaltato dalle femministe [...] è un modello con caratteristiche maschili» (Metamorfosi della gnosi, Ares, Milano 1991, p. 164). Quali migliori conferme potrebbe trovare il concetto di «eterogenesi dei fini» di Augusto del Noce (cfr. Il problema dell'ateismo, Il Mulino, Bologna 1964)?
Ma l'importante è festeggiare l'otto marzo, continuare ad alimentare lo schema del complotto sessista, della lotta tra i sessi sullo schema della lotta tra le classi economiche; non con l'obiettivo di un mondo senza classi, bensì senza sessi. Tesi, antitesi, sintesi, come insegnava il "vecchio Hegel". Per raggiungere questo obiettivo il nemico da abbattere non è il capitalismo, ma l'uomo, anzi: l'uomo etero, come scrive Massimo Gramellini, su La Stampa (citando una sua amica): «il mondo avido e violento di voi maschi etero ha miseramente fallito, ora tocca a noi donne e ai gay costruirne uno più umano». Il «maschio etero» è «avido e violento», esattamente come il capitalista e il borghese di qualche decennio fa. La novità è che ora il compito di «costruire un mondo più umano» spetta non solo alle donne, ma anche ai gay. Che c'entrano i gay?
Evidentemente, per l'amica di Gramellini, i gay sono maschi che non hanno i difetti (avidità e violenza, per esempio), dei "maschi etero". Insomma: l'unico maschio buono è il maschio gay, potremmo dire parafrasando il generale Philip Sheridan. Un maschio che non finge semplicemente di ascoltare, annuendo opportunamente, gli interminabili e tortuosi ragionamenti femminili, ma che è sinceramente interessato a ciò che le donne dicono, e partecipa ai discorsi con trasporto emotivo; che è felice di accompagnarle a fare shopping e di consigliarle criticamente negli acquisti (non limitandosi a un "Certo, cara, ti sta benissimo" ripetuto invariabilmente a ogni prova); che non esce di casa con accostamenti cromatici improbabili ma cura il suo aspetto esteriore con la stessa attenzione delle donne; eccetera eccetera. Tanto l'idea di fondo è sempre la stessa: le differenze tra i sessi sono ingiustizie e vanno eliminate. (Cfr. Roberto Marchesini, La bussola quotidiana, 7 marzo 2012)
 
Il pensiero di una donna.
Chi siamo? Chi vogliamo essere? Ieri mi sono posta queste domande ed ho deciso di fare un esperimento. Che idea si farebbe uno qualsiasi che non sapesse nulla degli uomini, delle donne, degli adolescenti di oggi e volesse avere due dritte da un quotidiano a caso, diciamo Repubblica? Curioso, come esperimento. Interessanti gli esiti. Andiamo ad incominciare…
Il giustizialista: quello che la pagliuzza, nell’occhio, ce l’ha (sempre e solo) il vicino
Si parla di tanti uomini, su Repubblica del 7 marzo. Dalla seconda pagina in poi, quelle dedicate a “politica e giustizia”, tra un processo e l’altro, un’accusa e l’altra, un verbale e l’altro, un’intercettazione e l’altra, un’indiscrezione e l’altra, una delazione e l’altra, eccoli gli assolutamente-integralmente-buoni (i magistrati), gli assolutamente-integralmente-cattivi (gli inquisiti) e gli assolutamente-integralmente-giusti (i giornalisti della testata, of course): uomini che mettono la legalità e il rispetto delle regole prima e al di sopra di tutti i valori. Anche della vita. E pazienza se iniziano e finiscono i processi in redazione, prima che nelle aule di tribunale. Intanto puntano l’indice e battono i petti degli altri per i sua culpa che - si sa – fan vendere molte copie; se poi c’è da fare un passo indietro o una smentita, se l’imputato risulterà innocente gli dedicheranno (forse) un trafiletto in basso da qualche parte per una smentita (forse). Importante garantirsi il titolone giustizialista in prima pagina, con incorporato lo sputtanamento dell’inquisito. Essere i primi e spararla grossa. Tanto basta.

Uomo + uomo, donna + donna. E vissero felici e contenti
A pagina 45 – 46 – 47 Vittorio Zucconi e Stefano Rodotà combattono. Eccoli in prima linea con un servizione: “La battaglia dei gay per il diritto alla felicità”. Zucconi ritorna con la memoria al 2004, quando negli Stati Uniti d’America è iniziata la legalizzazione dei matrimoni omosessuali, dove “la lancetta della cultura civile aveva fato uno scatto in avanti. Era avanzata dal medioevo della perversione satanica all’età moderna dei diritti civili” e aggiunge che “quello che appariva intollerabile, impensabile, ignobile agli americani adulti nel 1969 è diventato ragionevole, accettabile, addirittura giusto per i loro figli”. Otto, gli Stati in cui lì i matrimoni gay sono legali. “In Italia, invece, tutto è ancora fermo”. Ci mette del suo Rodotà (padre) nel pezzo dal titolo “La dignità e la giustizia cancellate dall’ipocrisia”.Vuoi mettere Città del Messico, che ha già dato alle coppie gay sposate la possibilità di adottare?
Io sono mia (già da un pezzo) e ora viaggio da sola
Inizia a pagina 31 il servizio firmato da Cinzia Sasso, che scrive: “Non è difficile immaginare che le ragazze di oggi, libere e indipendenti, continuano a dire: io viaggio da sola”. E così la giornalista informa che il numero di turiste che fanno vacanza in solitaria è cresciuto del 70% in dieci anni. Pronto il vademecum: “le guide, i libri, i siti e le App, gli hotel, le mete per ragazze con la valigia”. Un esempio? “In Armenia si viaggia con una accompagnatrice italiana sui sentieri dei monasteri e delle chiese. Un viaggio pensato per la ‘sensibilità femminile’”. Cari maschi, alla larga da Armenia, chiese e monasteri: son roba da donne!
La femminista e la violenza
A pagina 54 l’immancabile servizio sul femminismo (ce n’è più d’uno anche su Repubblica di oggi, 8 marzo, obviously). L’articolo, a firma di Simonetta Fiori, riprende la provocazione della filosofa Luisa Muraro lanciata sul numero cento della rivista Via Dogana, storico laboratorio del “pensiero della differenza”. La studiosa si chiede quando possiamo dire sì all’uso della forza, e distingue tra la violenza “giusta” e quella “stupida, inconcludente”. E’ vero: nell’articolo vengono riportate molte repliche che liquidano la violenza come “rispecchiamento di bellicose logiche maschili”, ma – Murari docet - : “al limite la violenza”, che “non va esclusa a priori”.
Le donne e la Resistenza. Chi l’ha fatta e chi la fa ogni giorno ancora
Di un’altra donna parla Concita de Gregorio a pagina 53, nell’articolo “La storia ritrovata. Il romanzo della Resistenza scritto da una ragazza d’oggi”. La giornalista recensisce il libro di Paola Soriga Dove finisce Roma e scrive che “muove al pensiero e chissà, forse all’azione, lascia – chiusa l’ultima pagina – l’eco di un desiderio di fare, di provarci di nuovo, proprio noi, proprio ora, e allora andiamo, forza, che cosa stiamo aspettando, ricominciamo”. Resistere! Resistere! Resistere! A chi? a che cosa? O forse (conoscendo i trascorsi, mi pare più “nelle corde” della giornalista): contro chi? contro che cosa? Non è dato sapere, ma il nemico (?) è sempre in agguato e dunque è bene essere pronti, anzi pronte.
Usare i maschi per l’indispensabile: il liquido seminale
Ci mette del suo il tuttologo Augias. Monica Pepe gli scrive, perplessa, di un film ambientato in Francia e ispirato ad una storia accaduta negli Stati Uniti: 17 adolescenti decidono di diventare madri come atto di ribellione contro la famiglia e la noia che le circonda. Fanno quel che vogliono del loro corpo. La signora commenta che “usare i maschi per l’indispensabile, riducendoli a liquido seminale mentre si parla del concepimento di un essere umano è un’immagine lesiva della dignità degli uomini tanto quelle immagini di donne usate nelle pubblicità sessiste che fanno arrabbiare molte di noi”. Le risponde nonno-Corrado, ricordando l’ondata femminista degli anni Settanta e “il diritto di affermare e mettere in pratica una possibile ‘monogenitorialità’”. “Conosco donne che ridussero allora il maschio a liquido seminale o poco più scegliendo di allevare da sole il bambino così concepito. I risultati che conosco non sono stati cattivi; l’impegno doppio di seguire il bambino e contemporaneamente lavorare, tutto da sole, era sorretto (giudico dall’esterno) da convincimenti forti. Si trattava in quei casi di rompere i tabù di una società patriarcale arretrata qual era allora non solo quella italiana”. Poco sopra aveva detto che all’epoca (anni Settanta) la partenogenesi rimaneva utopica. Sia contento, Augias: le donne da allora si sono modernizzate. Volendo, ormai fan (quasi) tutto da sé, e comunque senza il bisogno non solo dell’amore, ma nemmeno del contatto di un uomo.
What’s wrong with the teenage mind?
Cerca di spiegarlo Massimo Ammaniti “che c’è di sbagliato nella mente degli adolescenti”, riprendendo la tesi di Alison Gopnik, professore di Psicologia all’Università di Berkeley ed autrice del sopracitato articolo sul Wall Street Journal: in sostanza la pubertà, per varie ragioni, viene raggiunta prima, mentre l’ingresso nell’età adulta avviene più tardi e ciò crea una situazione insostenibile, per una “sfasatura fra cervello emotivo e razionale”. Il giornalista aggiunge che “i genitori sono sempre più incapaci di mettere dei confini, di mantenere delle regole, di proporsi come figure in grado di guidare ma anche di imporsi (…) ma forse i bambini e gli adolescenti vivono in un mondo troppo protetto ed ovattato”.
Bene, mi dico mentre leggo: forse finalmente anche Repubblica avverte la necessità di una responsabilità educativa da parte degli adulti… Macché! Ecco finalmente (?) una proposta intelligente (?) affinché i giovani “maturino e canalizzino le spinte emozionali”: “organizzare nelle scuole, oltre alle attività didattiche, servizi civili come dipingere annualmente la scuola (…) In questo modo i ragazzi si sentirebbero più responsabili”. No comment.

Ciliegina (o…banana) sulla torta
Lo sapevate che “ci sono ricette e sapori ‘uomo’ e ‘donna’, ma le identità e le differenze di genere hanno mille sfumature” e che esistono, dunque, “menù di genere” e cioè “piatti-lei” e “piatti-lui”? Parola di Licia Granello (Repubblica di oggi, 8 marzo).
Ricapitolando…
Chi siamo? Chi vogliamo essere? Che idea si farebbe uno qualsiasi che non sapesse nulla degli uomini, delle donne, degli adolescenti di oggi e volesse avere due dritte da un quotidiano a caso, diciamo Repubblica?
Capirebbe questo: gli uomini “veri” sono giustizialisti all’ennesima potenza e non fanno sconti se non a se medesimi; la felicità è garantita, ma solo se un uomo può sposare un altro uomo e una donna un’altra donna (sì, perché – precisa Zucconi nel pezzo sopra ricordato – “negli Stati Uniti i matrimoni santificati continuano, ormai stabilmente e da decenni, a fallire, sfiorando il 50%”); buona cosa se le donne si avvieranno alla partenogenesi. Ancora: gli adolescenti sono senza speranza, perché è praticamente appurato che in testa han qualcosa che non va. E il mondo? Il presente? Il futuro? Uno schifo. Lotta dura e senza paura. “Viulenza” anche, se serve. Più l’imperativo categorico buono per tutte le stagioni: “Resistere! Resistere! Resistere!”.
Conclusioni
Ho chiuso Repubblica e mi son guardata in giro. Ho pensato ai miei 48 anni, agli incontri che hanno segnato la mia vita, alle persone che conosco, alle cose che ho letto e studiato.
Gli uomini e le donne non sono questo! Non sono questi i ragazzi a cui insegno da 25 anni! Non siamo “noi” quelli raccontati da questi articoli!
Guardatevi intorno anche voi. Provate a chiedere a chi conoscete se vede se stesso o se stessa in queste pagine; se davvero si vorrebbe “così”.
Che uomo e che donna vogliono farci diventare “questi”?
Donne con donne, uomini con uomini, donne contro uomini, uomini contro donne, adulti contro giovani, giovani contro adulti… Tutti contro tutti, forse? Questa è l’idea? Portarci ad essere soli, a mangiare da soli, a far vacanza da soli, a far figli da soli? Soli e fintamente liberi?
Soli, geneticamente modificati e facilmente manipolabili dal potere. Questo vogliono. Non prevalebunt! (Cfr. Saro Luisella, Cultura Cattolica, 8 marzo 2012)



(Postato da MaLa, 11 marzo 2012)
 

Apologia del cattolico senza aggettivi

“Cattolicone”, “supercattolico”, addirittura “cattolico talebano”. Se ne sente di ogni tipo, e soprattutto di ogni genere se ne legge sui nostri media, quelli che se la notizia non c’è la creano, quelli che la via più breve tra una persona è una cultura è un’etichetta contundente, quelli che fingendo d’informare sformano.
Il “cattolico con l’aggettivo” lo usano per mettere alla berlina quel fedele che, magari persino in politica - horribile auditu -, sa che vi sono princìpi non negoziabili cui appunto non si può rinunciare nemmeno se, per paradosso, lo si volesse; sa che quel che insegna il Magistero è irrinunciabile; sa che la verità o tutta o niente. “Cattolico d’altri tempi”, “cattolico démodé”, “cattolico integralista”: perché, qualcuno pensa che si possa restare davvero cattolici rinunziando ai pezzi sgraditi e imbarazzanti della verità cristiana? No, di certo. Un “cattolico a metà” (o anche meno) non viene del resto preso sul serio nemmeno dagli anticattolici, che per tipi così non sprecano una goccia d’inchiostro.
Volendo infatti intervenire sul cattolico a gamba tesa, dire solamente “cattolico” non basta. È disadorno, essenziale, troppo nudo. Non si riesce a fargli fare la figura del mostro sbattuto in prima pagina. E così scatta il concorso a chi la spara più grossa, a chi inventa gli abbinamenti più funambolici, a chi stupisce con gli effetti sonori più stravaganti. La caricaturizzazione, l’esagerazione e l’eccentricità servono prima per sgomentare, poi - una volta com-mossa la folla, come impongono le regole della rettòrica di Marco Fabio Quintiliano - per colpire. Vi era un tempo in cui bastava dire “cattolico”, e quel gioco era fatto. Ma oggi, che tutto è noia, serve un supplemento di spiritosaggine.
Gli è però che talvolta in questo infido tranello ci cascano pure “i buoni”, ci caschiamo anche noi che certamente siamo, se non altro, animati da intenzioni ben diverse da quelle degli “anti”. Perché, nel nostro mondo insipidito e scolorito, anche a noi sembra, purtroppo, che dire solo “cattolico” non sia sufficiente. Dovendo difenderci dai “taglia-e-incolla”, dai molti che (a sinistra e a destra) pensano di dover definire loro cosa vuol dire “cattolico”, dai troppi che non sperano più che il nome “cattolico” (nome proprio di persona), basti a salvare, ci affidiamo pure noi al tocco magico di una qualifica, all’effetto taumaturgico di un marchietto, alle virtù benefiche di un adesivo appiccicato sul grugno. Come se l’essere cattolico avesse necessità di essere definito, commentato, glossato. Sbagliamo tutti. Il mondo trabocca già di “cattolici fai-da-te” senza che vi sia il bisogno di altri cattolici a propria immagine e somiglianza. Quindi è ora di smetterla. Affinché questa parola sublime, “cattolico”, profumata e saporosa, bella e ricca, smetta di essere uno spicciolo da scialacquare in quisquilie. Dire “cattolico” deve tornare a bastare. Dev’essere una carta d’identità e un biglietto da visita. Deve servire da solo, e smettere di mendicare ausili improponibili da altri.
Il cattolico e basta è un cattolico senza aggettivi. Il malcostume di aggettivare la pienezza della verità come se senza il nostro aiuto essa non bastasse, senza il nostro contributo deficitasse, senza il nostro intervento zoppicasse va lasciato volentieri a chi ha sempre qualcosa - un aggettivo - da frapporre tra sé e quelle pienezza che non ha bisogno di rabbocchi né di rincalzi. A quelli, cioè, abituati a lasciare che il Magistero infallibile della Chiesa - donde si è cattolici - vada da una parte mentre loro se ne vanno sereni da un'altra. Ricordate quei “cattolici” bisognosi di aggettivarsi con “adulti”?


(Fonte: Marco Respinti, La bussola quotidiana, 12 marzo 2012)

Al Festival di Venezia un ennesimo “cattivo maestro”: Olmi

“La Chiesa dovrebbe essere una casa che accoglie, non deve domandare se una persona è credente o no. I cattolici dovrebbero ricordarsi di essere cristiani. Non bisogna inginocchiarsi davanti al crocifisso, che è solo un simulacro di cartone, ma verso chi soffre come gli extracomunitari”.
A parlare è Ermanno Olmi, sedicente regista cattolico, che in questi giorni è al Festival del Cinema di Venezia per presentare il suo film “Il Villaggio di cartone”.
Le farneticazioni di Olmi potrebbero anche lasciarci indifferenti, considerato che il mondo moderno ci ha fatto sviluppare una considerevole quantità di pelo sullo stomaco, e siamo abituati a sentirne davvero di tutti i colori, quando c’è da sparlare della Chiesa cattolica. Ovviamente, guai se l’oggetto delle offese fosse una religione diversa: si scatenerebbe un putiferio. Ma tirare un po’ di fango su Roma e sul Papa è uno sport sempre apprezzato.
Così è successo anche a Olmi, che è stato accolto da uno stuolo di critici pronti a sviolinarlo per il suo “film-capolavoro”“, che in verità Francesco Borgonovo su Libero ha paragonato alla mitica “Corazzata Potemkin” di fantozziana memoria.
Dicevamo che si potrebbe lasciar perdere, e buona notte, se non fosse che il nostro uomo è un accreditatissimo uomo-di-cultura-cattolico.
Dici Olmi, e nelle parrocchie e nei cinema parrocchiali, negli oratori e nei centri culturali cattolici è tutto un compiaciuto annuire di capoccioni pensierosi e plaudenti: “Eh, Olmi, che regista! E che cattolico! E che film di denuncia!” E così via celebrando. Questo è, purtroppo, il problema: che nel mondo cattolico si considerino batteriologicamente pure delle sorgenti inquinatissime, per nulla potabili, dalle quali sarebbe molto meglio stare alla larga. Olmi è padrone di continuare a fare i suoi film, che tanto non vede praticamente nessuno. Ed è anche padrone di dire le sciocchezze che ha inanellato nei giorni scorsi. L’importante è che non pretenda di parlare “da cattolico”.
Perché uno che invita a non inginocchiarsi davanti al crocifisso, definendolo “simulacro di cartone” (sic) cattolico non lo è affatto. In quelle parole non c’è solo dabbenaggine, ma anche livorosa malevolenza e inquietante compiacimento per la provocazione blasfema. Ma c’è dell’altro.
Il film di Olmi è a suo modo un perfetto manifesto di quel “cattolicesimo suicidato” che si dissolve nel solidarismo e nell’ossessione del primato degli ultimi. Vi si racconta infatti di una chiesa che viene sconsacrata, e del vecchio parroco che – superato il primo sconcerto – la trasforma in un luogo di accoglienza per immigrati.
Invece che adorare Dio che si fa uomo in Gesù Cristo crocifisso, la “chiesa” di Olmi si mette ad adorare l’uomo che si fa dio, togliendo di mezzo Cristo e il mistero dell’incarnazione.
E’ l’umanesimo ateo che soppianta il cattolicesimo, è l’attivismo per i più poveri che rimpiazza la preghiera, è il relativismo della volontà che rimpiazza il realismo della verità. E infatti il regista-predicatore, determinato a cantarle soavi ai cattolici papisti, rincara la dose, dicendo che “non possiamo avere solo certezze; ognuna di esse è una ferita che portiamo alla fede. Il peso dei dubbi deve essere superiore alla stessa fede”.
Forse nemmeno Odifreddi, Severino, Galimberti e Cacciari, schierati insieme a coorte, avrebbero saputo dir meglio qualche cosa di così totalmente non cattolico e, insieme, di così desolatamente banale.
Sarebbe poi una buona cosa che d’ora in avanti di immigrazione parlassero solo le persone comuni: quelle che vivono gomito a gomito con gli extracomunitari, fanno la spesa nel quartiere, vanno al lavoro in autobus; insomma, solo quelle persone che non fanno i registi, o i critici cinematografici, vivendo magari ai Parioli o in qualche quartiere superlusso dove l’unico immigrato è la colf. O, vista l’età di certi cineasti, la badante moldava.

(Fonte: Mario Palmaro, Riscossa Cristiana, 11 marzo 2012)

“Ballarò”: quando l’informazione diventa bieca disinformazione

L’ultima puntata di Ballarò ha chiarito molto bene la strategia di certi ambienti politici e culturali italiani (che hanno in mano importanti canali massmediatici) a proposito di Imu e Chiesa cattolica. Da Floris si parlava di crisi economica, tanto per cambiare. E ci si chiedeva, tanto per cambiare, dove andare a cercare i soldi che servono. E’ a questo punto che Floris lancia un servizio che sembra promettere chissà quali rivelazioni sulla Chiesa e il pagamento dell’Ici oggi e dell’Imu in futuro.
Il servizio va in onda, ma non rivela un bel niente di nuovo in materia, nonostante la faziosità dell’impostazione, evidente solo a chi conosce e ha studiato un po’ la questione. L’inviata gira per negozi e per “alberghi” gestiti dai religiosi, ma non c’è alcuno scoop. Il perché è facile: la Chiesa già paga l’Ici sulle attività evidentemente commerciali. E questo perché c’è una circolare ministeriale del 2009 che ha fatto chiarezza, in base alla quale, tanto per fare degli esempi, paga l’Ici un oratorio che affitta all’esterno i campi di calcio; un appartamento di proprietà di una parrocchia dato gratuitamente a una famiglia bisognosa; il bar dell’oratorio; un locale libreria all’internodi un edificio religioso; una clinica privata (cioè non accreditata dal servizio sanitario nazionale) gestita da una congregazione religiosa; un albergo gestito da un ordine religioso. Altre strutture (cinema, teatri, ostelli della gioventù, ospedali convenzionati…) sono invece esenti da Ici, purchè la loro attività sia evidentemente sociale-assistenziale e condotta senza ricadute commerciali.
Tutto questo è già nero su bianco da anni e vale non solo per la Chiesa, ma per tutto il mondo del no-profit. E, aggiungiamo, è sommamente giusto ed opportuno, perché in questo modo lo Stato, secondo un sano principio di sussidiarietà, riconosce che non può arrivare ovunque e incoraggia e favorisce tutti quei soggetti che si mettono al servizio della società, con la loro iniziativa e creatività. Insomma, lo Stato si fa “aiutare” dai suoi cittadini ad aiutare i suoi cittadini. Se c’è qualcuno che ha qualcosa da ridire, alzi la mano e spieghi perché.
Cosa succederà con l’Imu? Che quanto già avviene in base alla circolare citata verrà recepito e ulteriormente chiarito. In alcuni casi per certe strutture religiose andrà anche meglio, perché si svincoleranno dal computo della superficie tassabile quei locali adibiti esclusivamente ad uso religioso (la famosa cappella delle suore che gestiscono l’albergo, oggi tassata come tutto il resto dell’edificio).
Ma torniamo al servizio di quel furbetto di Floris, che è nella coda che ha il veleno. Qual è infatti l’obiettivo vero di Floris e della sua combriccola, di Repubblica, del Fatto Quotidiano e di tutta questa bella gente? Le scuole cattoliche. Quei grandi istituti con un sacco di metri quadrati, che sono esenti da Ici e, pare, saranno esenti anche da Imu. Floris e tutta la sua bella combriccola vorrebbe che le scuole pagassero. Alla fine è tutto qui. Si vedono immagini di grandi edifici, di grandi corridoi, di palestre, piscine, teatri… ma ovviamente non si dice che la gestione di tutte quelle strutture ha costi elevatissimi e che l’Italia è uno dei pochissimi Paesi europei in cui lo Stato non sostiene economicamente l’educazione non stale, specie nel segmento delle scuole medie e superiori.
L’inviata di Floris c’informa che in una scuola superiore delle suore si paga la “bella somma” di 5.000 euro annui. Il popolo bue s’indigna per una retta così alta, ma solo perché è tenuto nell’ignoranza. Basterebbe infatti aggiungere che il corrispondente alunno in carico allo Stato costa a tutti noi una “bella somma” di almeno 12.000 euro annui. Facciamo due conti facili facili. Prendiamo un Liceo di salesiani con 100 studenti: solo quella struttura fa risparmiare allo Stato italiano 1.200.000 euro all’anno. Ammettiamo che tutte le scuole cattoliche chiudessero in blocco. Un terremoto di almeno cinque miliardi di euro si abbatterebbe sul già boccheggiante bilancio della Pubblica Istruzione. Dove trovare questi miliardi? Dove trovare strutture, aule, edifici, attrezzature, per questi studenti?
Perché dunque, per quale orrendo motivo ideologico, bisognerebbe caricare di ulteriori tasse chi già fa risparmiare lo Stato, tirando avanti la carretta spesso a prezzo di sacrifici enormi? Che senso ha questa crociata contro la scuola cattolica? Bisognerebbe andare, per un’elementare logica dei numeri, proprio nella direzione opposta: facilitare, sostenere, sgravare da oneri chi dimostra di rendere allo Stato un servizio davvero insostituibile.
Ma questo Floris e compagnia non lo dicono. Hanno interesse a far passare nell’opinione pubblica l’idea di scandalose esenzioni alla Chiesa, di scandalosi favoritismi. Devono far credere che quando c’è bisogno di sacrifici, ci sono degli intoccabili. E’ pura disinformazione, è pura ideologia, pura falsificazione dei dati. Chi si comporta così è solo un mascalzone, figlio di un’ideologia statalista che ci ha portato nel disastro che oggi tutti viviamo sulla nostra pelle.

(Fonte: Gianluca Zappa, La Cittadella, 9 marzo 2012)
 

Andrea Riccardi di Sant’Egidio: una biografia non “autorizzata”. Terza ed ultima parte.

Sant'Egidio in un articolo “double face” della Civiltà Cattolica
La segreteria di Stato nel novembre 2011 autorizza “La Civiltà Cattolica” a pubblicare un articolo elogiativo della Comunità. Ma con numerosi tagli al testo originale, sui punti di disaccordo. Eccoli a uno a uno.
I giudizi dell'articolo sono elogiativi anche riguardo alla “diplomazia silenziosa” praticata dalla Comunità. E già questo desta sorpresa [date anche le vicissitudini illustrate nella seconda parte], dal momento che le bozze de “La Civiltà Cattolica” sono riviste dalla seconda sezione della segreteria di Stato, cioè dal ministero degli esteri vaticano, dove la diplomazia di Sant’Egidio continua ad essere considerata più di intralcio che di aiuto all'attività istituzionale della Santa Sede nel mondo.
L'articolo ha per autore non uno degli “scrittori” del quindicinale dei gesuiti di Roma, ma padre Andreas R. Batlogg, direttore delle rivista “Stimmen der Zeit” dei gesuiti tedeschi: una rivista notoriamente più “liberal” della consorella romana e più in linea, semmai, con altre testate della Compagnia di Gesù come la statunitense “America”, la francese “Études” o la milanese “Aggiornamenti Sociali”.
Prima che su “La Civiltà Cattolica”, l'articolo era apparso sul numero di settembre di “Stimmen der Zeit” col titolo “Die Optimisten von Sant’Egidio”, in vista dell'incontro internazionale di preghiera per la pace – il venticinquesimo della serie, ogni volta in luoghi diversi – organizzato dalla Comunità a Monaco di Baviera dall’11 al 13 di quel mese.
E la versione originale tedesca era molto più lunga di quella poi uscita in Italia con notevoli tagli, qua e là piuttosto significativi. Frutto di sforbiciate fatte dai gesuiti di Villa Malta – la sede de “La Civiltà Cattolica” – e/o anche dalla segreteria di Stato vaticana. In pratica, dalle 16 pagine tedesche si è passati alle 11, oltretutto meno fitte, della versione italiana.
È così completamente sparito il capitoletto tedesco intitolato “I preferiti del papa?” (Die besonderen Lieblinge des Papstes?), nel quale veniva oltremodo esaltato il rapporto tra Sant’Egidio e Giovanni Paolo II.
È uscito drasticamente ridimensionato anche il legame tra la Comunità e gli incontri di Assisi. Nella versione tedesca c’è un intero capitoletto su “L’avventura di Assisi” (Das Abenteuer Assisi) in cui si plaude al cosiddetto “spirito di Assisi” (der Geist von Assisi) caro a Sant'Egidio ma non a Benedetto XVI, mentre in quella italiana il capitoletto non c'è più e tutto è liquidato in un paio di righe: “Ha avuto una risonanza mondiale, nel 1986, la preghiera per la pace ad Assisi, che si è tenuta anche per interessamento della Comunità”.
Il capitoletto su “Andrea Riccardi, il volto di Sant’Egidio” esce dimezzato nel passaggio dal tedesco all'italiano. E ancor più sforbiciato è quello sulla diplomazia della Comunità. La definizione di Sant’Egidio come “ONU di Trastevere”, coniata dal giornalista italiano Igor Man ed entrata nell'uso corrente, citata enfaticamente da “Stimmen der Zeit”, su “La Civiltà Cattolica” sparisce.
Ciò detto, resta comunque il paradosso che un testo rivisto e approvato dalla segreteria di Stato vaticana contenga un sostanziale elogio del ruolo diplomatico giocato da Sant’Egidio.
In passato ciò non era mai accaduto. Basti pensare a un precedente riguardante il Mozambico, cioè il paese che viene vantato dalla Comunità come teatro del suo primo grande successo diplomatico nel 1992. In un approfondito articolo di otto pagine su “Il Mozambico dopo 25 anni di indipendenza”, apparso su “La Civiltà Cattolica” del 16 dicembre 2000 con la firma del gesuita José Augusto Alves de Sousa (per quarant’anni missionario in quel paese), non c'è neppure il minimo cenno a un ruolo pacificatore svolto da Sant’Egidio in quel frangente.
Cablogrammi confidenziali pubblicati da Wikileaks
Belle parole, lodi spese a favore della Comunità, ma anche richieste di cospicui finanziamenti da parte di quest’ultima.
Tra i numerosi cablogrammi confidenziali resi pubblici da Wikileaks, ce n'è uno trasmesso a Washington il 5 marzo 2002 dall’allora ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede, Jim Nicholson, repubblicano, molto vicino al presidente George W. Bush.
Il cablogramma reca il titolo: “Sant’Egidio ringrazia lo zio Sam e critica l’'ipocrita' Fidel”.
In esso l'ambasciatore Nicholson riferisce di una cena del 19 febbraio offerta a lui e ai funzionari dell’ambasciata dal fondatore della Comunità, Andrea Riccardi, “in considerazione della stretta cooperazione dell’organizzazione con il governo USA”.
A lato della cena, informa Nicholson, “Riccardi ha parlato criticamente con l'ambasciatore del suo incontro del 1999 a Cuba con Fidel Castro, una maratona di colloquio notturno durata fin dopo le tre del mattino”.
“Riccardi – specifica il cablo – ha avuto parole aspre per quella che ha definito l’ipocrisia di Castro, in particolare riguardo alla pena di morte a Cuba. Ha schernito la dichiarata contrarietà personale di Castro alla pena capitale accoppiata con la sua insistenza sull'obbligo che aveva di attenersi alla legge dello stato”.
Nel contesto della stessa cena – riferisce inoltre l'ambasciatore – don Matteo Zuppi, sacerdote di Sant'Egidio, ha parlato di un suo più recente colloquio con Castro, nel gennaio del 2002, mentre si trovava all'Avana per partecipare a un incontro tra il governo della Colombia e i guerriglieri del FARC: “Castro l'ha tratto in disparte e ha rimproverato la Comunità di Sant'Egidio e Zuppi in persona per la riluttanza dell'organizzazione a collaborare con L'Avana nel 1999. Secondo Zuppi, Castro aveva cercato di sfruttare Sant'Egidio nel contesto del conflitto del 1999 in Kosovo, inviando mille cosiddetti operatori umanitari in Kosovo e Iugoslavia sotto gli auspici di Sant'Egidio”.
Il cablo termina informando che don Zuppi “ha chiesto sostegno per il progetto di Sant'Egidio da 5 milioni di dollari per combattere l’HIV/AIDS in Mozambico”.
Una curiosità: possiamo dire che la notorietà internazionale di Riccardi, si può evincere anche dalla sua presenza nei dispacci diplomatici riservati, messi in rete da Wikileaks. Qui, fra tutti i ministri dell'attuale governo italiano, Riccardi è il quarto per numero di citazioni: 14, senza contare le 7 di suo fratello Luca, anche lui tra i dirigenti di Sant'Egidio. Lo superano solo il presidente del consiglio Mario Monti, con 18 citazioni, il ministro dell'ambiente Corrado Clini, con 25, e il ministro degli affari esteri Giulio Terzi di Sant’Agata, ex ambasciatore, che ne vanta un centinaio: sempre meno, comunque, di quelle arrise alla Comunità di Sant’Egidio nel suo insieme, 127.

Finalmente “onorevole”!
Dal 16 novembre 2011, Andrea Riccardi è ministro. Non degli affari esteri, come lui stesso aveva sussurrato qua e là di desiderare, ma pur sempre della cooperazione internazionale, un incarico in rima con l’epiteto di “ONU di Trastevere” applicato ad arte alla sua comunità.
Assieme a Riccardi è entrato nel nuovo governo presieduto da Mario Monti un altro dei protagonisti della giornata di Todi (Forum delle Associazioni): Corrado Passera, capo di Banca Intesa ed editore principe del “Corriere della Sera”, il giornale che aveva impresso su quel convegno di cattolici il suo timbro non disinteressato, e proprio con Riccardi a tenergli bordone.
Anche il leader della CISL Raffaele Bonanni, altro primattore di Todi, era stato per un po’ nelle liste dei papabili, salvo poi uscirne. È invece arrivato al traguardo il rettore dell’Università Cattolica, Lorenzo Ornaghi, anche lui convenuto nella cittadina umbra ma su una linea affatto diversa da quella dei nomi citati. Ornaghi è ora ministro dei beni culturali: declassato rispetto all’iniziale proposta del ministero dell’istruzione.
La sua candidatura è stata fortemente caldeggiata dalla Conferenza episcopale italiana – nella quale la linea “super partes” del cardinale Camillo Ruini continua a valere.
Riccardi no. La sua aureola di rappresentante numero uno della Chiesa nel governo Monti è abusiva. Né il cardinale Angelo Bagnasco per la conferenza episcopale, né il cardinale Tarcisio Bertone per il Vaticano hanno mosso un dito perché fosse nominato ministro. Ad agitarsi a favore della sua nomina è stato solo il vescovo della Comunità di Sant’Egidio, Vincenzo Paglia. Che poteva anche risparmiare lo sforzo, perché già bastava allo scopo il legame diretto che Riccardi aveva stabilito da tempo con il capo dello stato Giorgio Napolitano.
Sicuramente, il cardinale Bagnasco e la conferenza episcopale non hanno nessuna intenzione di farsi imprigionare entro i confini di una nuova forza politica come quella progettata a Todi e attualmente in cantiere.
Il loro guaio è che il quotidiano “Avvenire” – di proprietà della CEI e quindi letto da tutti come espressione della linea dei vescovi, in realtà diretto da Marco Tarquinio con un’autonomia di cui va fiero – sembra invece dar credito e sostegno all’operazione di Todi e ai suoi sviluppi.

Lo “spirito di Assisi” di cui il papa diffida
Pochi sanno che il primo incontro di Assisi fu voluto ed organizzato dal Riccardi. Da allora, è sempre stata la comunità di sant’Egidio a condurre questi incontri, riproponendoli sempre in una identica linea programmatica, “lo spirito di Assisi” appunto; una formula, che fin dalla sua prima formulazione nell’incontro del 1986, fu accolta entusiasticamente da tutti gli aderenti e dalla stampa simpatizzante.
Tuttavia, con Benedetto XVI, la “musica” è cambiata: per sei anni il Papa non ha accolto l’invito del Riccardi ad intervenire, e l’Assisi del 2011, annunciato dal pontefice, per la prima volta nella sua storia è stato organizzato completamente dalla Santa Sede, togliendo al Riccardi questo monopolio che aveva finito per assumere risvolti nettamente sincretisti.
Nel preparare il venticinquesimo anniversario di questo convegno, lo scorso mese di luglio 2011, “L’Osservatore Romano” ha pubblicato una serie di articoli che avevano l’obiettivo di spiegare bene tale evento. Gli articoli, raccolti poi in un libro, erano firmati da tutti i capi degli uffici vaticani implicati nell’organizzazione dell’evento, e cioè dai cardinali Tarcisio Bertone, Jean-Louis Tauran, William J. Levada, Kurt Koch, Peter K. A. Turkson e Gianfranco Ravasi.
Ebbene, in nessuno di questi loro scritti ricorre una sola volta la formula “spirito di Assisi”. Che invece compare in tre degli altri quattro articoli della serie pubblicata da “L'Osservatore Romano”, affidati a persone esterne alla curia. La formula compare, cioè, nell'articolo del vescovo di Assisi Domenico Sorrentino, ovviamente in quello di Riccardi e in quello della presidente del movimento dei Focolari Maria Voce. Ma non in quello del leader di Comunione e Liberazione, don Julián Carrón.
Il loro silenzio è stato un caso oppure è frutto di una precisa volontà? E Benedetto XVI?
Lui che da cardinale è stato uno dei pochi porporati curiali a non aver mai partecipato agli annuali, frequentatissimi, meeting interreligiosi di Sant’Egidio intitolati proprio allo “spirito di Assisi”, ha usato la formula non più di un paio di volte. Una di queste due citazioni di papa Joseph Ratzinger – la seconda – è stata inserita nel filmato commemorativo che è stato mostrato lo scorso 27 ottobre ad Assisi ai partecipanti al pellegrinaggio e allo stesso papa, durante l'evento. Il filmato è stato prodotto dalla televisione di Stato italiana e curato dal vaticanista don Filippo Di Giacomo e da Giuseppe Corigliano, già portavoce dell'Opus Dei. Sulla sua confezione non sembra che la Santa Sede abbia avuto voce in capitolo.
Ma va notato che la prima e più importante volta in cui Benedetto XVI ha usato la formula “spirito di Assisi”, nel settembre del 2006, lo ha fatto proprio per spiegare come intenderla correttamente, affinché “non si prestasse ad interpretazioni sincretistiche, fondate su una concezione relativista”.
In ogni caso, da quando Benedetto XVI ha annunciato di voler celebrare il venticinquesimo anniversario di Assisi, non ne ha mai evocato una sola volta lo “spirito”. Non l’ha fatto all’Angelus del 1° gennaio 2011 quando rivelò a sorpresa la sua intenzione. Non l’ha fatto in nessuno dei suoi successivi interventi e saluti pronunciati su Assisi e in Assisi. Non l'ha fatto neppure all'Angelus della domenica successiva al pellegrinaggio del 27 ottobre. Insomma, per Benedetto XVI la formula “spirito di Assisi” non sarà forse “devastante”, come pensano i lefebvriani, ma gli appare comunque così carica di ambiguità – come d’altronde quella dello “spirito del Concilio” – da far di tutto per evitarla.

 Valori non negoziabili… ma “negoziabili” per Riccardi?
Così dunque Andrea Riccardi è diventato ministro di un governo non “politico” ma “tecnico”. A questo punto ci chiediamo: qual è la politica del Riccardi? A cosa mira? Quale il suo contributo?
È sulla stessa linea di tanti “sedicenti” cattolici adulti, disponibili a negoziare senza alcun ripensamento anche quei valori “non negoziabili”, patrimonio intoccabile della Chiesa, come la cronaca politica ci rivela quotidianamente?
Il Cardinale Angelo Bagnasco, nella sua conferenza del 17 ottobre a Todi, aveva messo subito in chiaro – guarda caso proprio al Riccardi e ai suoi compagni riuniti per promuovere un nuovo “partito cattolico” - quali fossero in assoluto le priorità di qualunque governo: va bene discutere e darsi da fare politicamente, ha concesso il cardinale, “sulle vie migliori per assicurare giustizia sociale, lavoro, casa e salute, rete accogliente e solidale, pace: valori, questi e altri, che vanno a descrivere ciò che è chiamata etica sociale”. Ma «la giusta preoccupazione verso questi temi, non deve far perdere di vista la posta in gioco, forse meno evidente, ma che sta alla base di ogni altra sfida: una specie di metamorfosi antropologica. Sono in gioco, infatti, le sorgenti stesse dell’uomo: l’inizio e la fine della vita umana, il suo grembo naturale che è l’uomo e la donna nel matrimonio, la libertà religiosa ed educativa che è condizione indispensabile per porsi davanti al tempo e al destino. Proprio perché sono ’sorgenti’ dell’uomo, questi principi sono chiamati “non negoziabili”».
Bene. Sotto questo profilo, le idee del Riccardi sono, a prima vista, ragionevoli, aperte, dottrinali. Dico “a prima vista”. Perché in verità, le sue idee sono sempre avvolte da un alone di ambiguità che non conduce mai ad una risposta inequivocabile. Un esempio, tanto per avere un’idea, è dato da una intervista su Magazine del marzo 2009. Domanda secca:”Lei è favorevole alle unioni di fatto?”. Risposta: “Viviamo in un mondo sfasciato. Se non si tiene in piedi la famiglia…”. “Io sono per i diritti. Ma non si può mettere tutto sullo stesso piano: meno famiglia, significa più fragilità sociale…”. Giustissimo. Ragionamento impeccabile. Ma che cosa c’entra tutto questo con l’essere o meno favorevoli alle “unioni di fatto”? Riccardi non risponde semplicemente con un si o un no. Ma dà una risposta ambigua: “sono per i diritti, ma…”. Come a dire: non sono contrario alle coppie di fatto, ognuno ha i suoi diritti se riconosciuti dallo Stato; l’importante comunque è valorizzare la famiglia, l’importante è che non siano poste sullo stesso piano… E in questo modo avalla i programmi già preannunciati dai suoi colleghi ministri. Non si sa mai!
Idem sull’aborto. Riccardi è contrario senza dubbio, ma interrogato anni fa, come fondatore della Comunità sant’Egidio, sul preciso impegno dei cattolici per una difesa integrale della vita, invece di programmi si è limitato alle solite belle parole: «Oggi questo valore [della vita] è disprezzato non solo con la pena di morte, ma attraverso l’eutanasia, tema che riguarda soprattutto la nostra Europa, e la pratica dell’aborto. Teniamo allora desta l’attenzione perché [la risoluzione ONU] sia l’inizio di un ripensamento a tutto campo, di cui l’abolizione della pena di morte è solo un passaggio. Solo quando c’è la “pietas”, una società può dirsi veramente umana. Serve una diversa cultura della vita anche nella politica». (Cfr. Avvenire, 17 novembre 2007). Questo nella teoria. Perché poi, nella pratica, c’è sempre un “ma” attraverso cui giungere a giustificare la scelta di un aborto, trasformandola in una disgrazia, un incidente o in casi di forza maggiore. Meglio dunque l’uso a monte dei contraccettivi, che – rispetto all’aborto - sono un “male minore”; il nostro dimentica però che anche se “minore”, per un cattolico sempre male è, anche se nella cultura politica moderna il “male minore” ha sostituito completamente il termine “bene”.
Stesso comportamento sull’Ici della Chiesa. Riccardi si domanda addirittura se su tale argomento non sia la stessa Chiesa ad essere in “malafede”. Strano, lui che si professa paladino cattolico, dovrebbe sapere bene come stanno in realtà le cose… Prima di certe “esternazioni” ad un pubblico decisamente prevenuto, dovrebbe fare chiarezza con se stesso!
Intervistato infatti da Lucia Annunziata su RaiTre, proprio in quel dicembre 2011, quando le tasse imposte dal “suo” governo avevano raggiunto la saturazione, il neoministro Riccardi, ha dichiarato: “sulle attività commerciali gestite dalla Chiesa, dai religiosi, dalle associazioni cattoliche, vigilino i Comuni, o chi è preposto a questo, per vedere se l’imposta viene pagata, e intervenga”. Senza “fare una grande battaglia”, ha concluso, “si valuti caso per caso e si intervenga: se c’è stata malafede si prendano le misure necessarie”. L’Avvenire è stato preciso nel trattare l’argomento Ici della Chiesa: il Riccardi invece è fluttuante, introduce possibilità di gestioni fatte in “malafede”… A questo proposito La Bussola Quotidiana, con Riccardo Cascioli, lo “bacchetta” apertamente: “Ci mancava anche il ministro Riccardi ad aggiungere un po’ di confusione sul tema Ici e Chiesa. È vero, le sue parole pronunciate durante un’intervista in un programma tv della Rai sono state volutamente forzate. […]. Non c’è dubbio che le parole di Riccardi siano ambigue e fonte di ulteriore confusione, in un momento in cui è stato rilanciato l’attacco indiscriminato alla Chiesa” (9 dicembre 2011).
Così, su unioni gay, su coppie di fatto, sul fine vita, perché Riccardi non si pronuncia chiaramente, magari dissociandosi da certe dichiarazioni programmatiche della Fornero? Nulla.
Eppure Benedetto XVI nell’omelia tenuta in ottobre a Lamezia Terme ebbe a dire: «I fedeli laici sanno che è loro dovere lavorare per il giusto ordine sociale, anzi è un debito di servizio che hanno verso il mondo in forza dell’antropologia illuminata dalla fede e dalla ragione. È questo il motivo per cui non possono tacere».
 
Sintesi finale
Il quadro che ne è uscito in queste tre puntate su Riccardi e Sant’Egidio non ci deve sorprendere più di tanto. Da un certo punto di vista possiamo definirlo anche devastante, certo, ma non è tutto sommato molto dissimile da tanti altri, offerti da gruppi, movimenti, associazioni “religiose”, e aggregazioni “settarie” similari. Chi ci ha seguito fin qui capirà che la Comunità di sant’Egidio con il suo fondatore, è molto vicina, con il suo modus operandi al movimento “modernista” che già san Pio X, e via via poi tutti i suoi successori, seppero profeticamente denunciare e condannare. La matrice è sempre la stessa: quella del pacifismo, della fede del “fai da te”, del sincretismo, di una politica che coinvolga i battezzati all’interno di giochi di potere estranei alla dottrina sociale della Chiesa, con un riconoscersi nella militanza della sinistra ex comunista o ancora tale.
Per quante biografie si possano leggere, il fenomeno “Riccardi” tale resta: un fenomeno.
Non sta a noi giudicare Riccardi come persona; noi ci siamo basati solo su quello che di lui ci hanno detto i fatti: ossia, più semplicemente, che egli è uno che “viaggia per conto suo”, non certo “con” la Chiesa; uno che ha i suoi progetti da mandare avanti, e che ottiene ciò che vuole con le buone o con le cattive.
I lati “critici” della storia?
Abbiamo visto che è stato grazie ad una sua diplomazia “free lance”, proseguita fino a oggi, che Sant'Egidio si è guadagnata l'epiteto di “Onu di Trastevere”. Ma per tale diplomazia ha anche incontrato l'avversione della segreteria di Stato vaticana.
Un altro punto critico: il matrimonio degli affiliati. In comunità lo si celebra senza solennità, come un ripiego rispetto alla scelta celibataria, un «rimedio alla concupiscenza», rigorosamente tra componenti il gruppo. Per questo poi seguono molto frequentemente separazioni e divorzi.
Oggi, le ultime cifre ufficiali degli appartenenti alla Comunità di Sant'Egidio parlano di 40.000 membri in circa 60 paesi di tutti i continenti. Ma gli effettivi sono molti di meno.
La comunità madre di Roma, che è anche la più cospicua, non arriva a 500, in gruppi così ripartiti: 120 il nucleo storico di Sant'Egidio, 150 il gruppo Pentecoste, 120 il gruppo Risurrezione, 90 il gruppo Sant'Andrea. I primi due gruppi si riuniscono nella basilica di Santa Maria in Trastevere, il terzo nella chiesa di Santa Trinità dei Pellegrini, il quarto nella chiesa di San Bartolomeo all'Isola. A questi membri effettivi si possono aggiungere i circa 100 ragazzi del “Paese dell'arcobaleno” e i circa 400 adulti delle “Scuole del Vangelo”.
Le gerarchie interne e le attribuzioni di responsabilità sono cambiate di poco rispetto a quelle del primo rapporto del 1998. Di nuovo c'è stata nel 2000 la promozione di don Vincenzo Paglia a vescovo di Terni, Narni e Amelia; lo stesso recentemente (nel 2011) era stato dato in corsa, anche se forse a livello più mediatico che reale, per la vacante sede cardinalizia di patriarca di Venezia. Nel 2012, la nomina di don Matteo Zuppi da parroco della basilica di Santa Maria in Trastevere a vescovo ausiliare di Roma.
Sono continuate però le defezioni, anche importanti. Dal nucleo storico di Sant'Egidio sono usciti in questi ultimi anni: Andrea Bartoli, l'antagonista principale di Andrea Riccardi nello scontro interno al gruppo dirigente del 1992; Agostino Giovagnoli, ordinario di storia contemporanea all'Università Cattolica di Milano e fino ai primi anni Novanta unico vero leader alternativo a Riccardi; Serenella Chiappini, del ristretto gruppo delle fondatrici e numero due tra le donne, moglie di Alberto Quattrucci, organizzatore dei meeting interreligiosi annuali; Roberto Bonini, già responsabile delle attività in Centroamerica; Paola Piscitelli, compagna di Bartoli. Ma nessuno di questi ha troncato i rapporti con la comunità. Fanno parte del gruppo degli “amici”.
E tacciono del tutto sulle ragioni che li hanno spinti a lasciare.
Concludiamo ripetendo che questa è una biografia non autorizzata di Andrea Riccardi. Per quella autorizzata (fonte dichiarata: staff del ministro) vi invitiamo a visitare quella pubblicata nel sito ufficiale del governo italiano. Un Carlo Magno, ivi citato, al suo confronto decisamente sfigura.
(Fine)

 (MaLa, da: Sandro Magister, www.chiesa, 2011)


sabato 10 marzo 2012

Non distruggete Lucio Dalla con i giochetti dell’ideologia omosessuale

Lucio Dalla non ha mai dichiarato nulla dei suoi affetti. Ad esempio, nel libro di Edgarda Ferri, La tentazione di credere, in cui il cantante è intervistato sulla sua vita, mentre l’intervistatrice vuole portarlo a parlare della sessualità, lui con discrezione non ne parla.
Marco Alemanno è stato un collaboratore, amico, stretto familiare di Lucio Dalla; e Bruno Sconocchia, amico e manager di Dalla, ci fa notare che «la ragazza che è stata tutto il tempo accanto a lui [a Marco Alemanno] in chiesa è la sua compagna da anni».
Per passare alla sua vita pubblica di credente, allora dobbiamo anche sapere che negli ultimi anni era solito partecipare alla Messa tutti i giorni, celebrava spesso il sacramento della penitenza e il giorno prima di partire per la sua tournée si era confessato nella basilica di San Petronio, proprio dove sarebbero stati celebrati alcuni giorni dopo i suoi funerali.
Questi sono i fatti. Il resto sono illazioni o chiacchiere.
La virtù cardinale della giustizia esige di non indagare su aspetti di cui Dalla non ha mai voluto parlare in pubblico, e che riguardano la sua vita privata, la sua privacy. Lucia Annunciata attribuisce a Lucio Dalla di «essere gay» e compie una grave ingiustizia: rivendica per Dalla ciò che Dalla per sé non ha mai rivendicato e nemmeno detto. O forse Lucia Annunziata dispone di documenti e di prove decisive? Chi ha conosciuto Lucio Dalla si meraviglia piuttosto della leggerezza della giornalista. È interessante notare che Lucio Dalla non faceva parte dell’Arci-gay, che a Bologna è una presenza importante. Non ha mai appoggiato il gay pride, né vi è mai intervenuto.
Eppure adesso assistiamo a un arruolamento post mortem. Gli ideologi dell’omosessualità stanno creando il caso. Ripeto: nessuno ha il diritto di indagare sulla vita privata e sugli affetti di una persona. A maggior ragione quando questa persona, per quanto fosse una celebrità, è vissuta con semplicità e discrezione. E a più forte ragione perché questa persona è morta, non può più dire nulla e tanto meno difendersi da queste chiacchiere. Il grande sant’Agostino diceva: degli assenti parla bene oppure taci (de absentibus bene aut nihilo), regola d’oro molto dimenticata.
Ora, invece, con l’aiuto di alcuni giornalisti gli attivisti omosessuali costruiscono il Dalla omosessuale. Tutto ciò non rende onore al defunto. Se questa costruzione è falsa, è evidente che è un’operazione disgustosa e odiosamente iniqua. Ma anche se questa costruzione fosse aderente alla realtà, l’operazione mediatica resta altrettanto rivoltante: 1) perché Lucio Dalla non ha mai etichettato sé con l’aggettivo gay. La persona umana, infatti, è più ricca delle sue tendenze affettive, ordinate o disordinate, oneste o peccaminose che siano; 2) perché Lucio Dalla non ha mai esternato nulla, nulla in nessun senso. Il diretto interessato, oramai defunto, per quanto fosse sotto i riflettori, è sempre vissuto con grande semplicità e riserbo. Gli ideologi dell’omosessualità, invece, vogliono portare tutto in piazza, vero o falso che sia, l’importante è che sia verosimile.
Uno degli aspetti più inquietanti e paradigmatici di questa vicenda è osservare come gli ideologi dell’omosessualità e i giornalisti affini trattino il singolo uomo. È un’autentica strumentalizzazione: la singola persona umana è ridotta a quel solo aspetto funzionale alla loro ideologia. Visto che gli italiani devono essere “educati” ad accettare le nozze gay e che serve una vittima della presunta ipocrisia italiana, allora Dalla è ridotto a omosessuale, tutta la ricchezza della sua persona è contratta in un solo aggettivo. La persona, la verità dei fatti e degli affetti, le relazioni umane in cui fu coinvolto, la bellezza delle sue opere, tutto è stritolato dal furore ideologico: costruire l’idolo omosessuale, vero o falso che sia non importa, purché sia verosimile.
All’inizio ho ricordato la virtù cardinale della giustizia che esige di riconoscere i diritti dell’altro, quindi esige il rispetto del suo nome, della sua fama, della sua immagine, esige di dire sul suo conto cose vere, cioè aderenti alla realtà, e non false, e neanche tutte le cose vere, ma solo quelle che possano essere di interesse pubblico e non quelle che riguardano la sua vita privata.
In conclusione ricordo la virtù teologale della carità e in particolare uno degli atti che essa suscita cioè la misericordia fraterna della preghiera di suffragio. Pregare per i defunti, per la salvezza della loro anima, perché siano partecipi della misericordia salvifica di Gesù Cristo, non solo è un dovere di giustizia, di riconoscenza verso il defunto artista, che ci ha regalato tante emozioni, ma è anche un piacevole dovere della carità fraterna, che ci rende consapevoli di condividere la stessa sorte di peccatori pentiti e salvati dal sangue di Cristo.

(Fonte: Padre Giorgio Maria Carbone, La bussola quotidiana, 7 marzo 2012)