martedì 28 luglio 2020

Se per il Vaticano Dio non esiste


Il nuovo documento della Pontificia Accademia per la Vita riguardo al Covid-19 è imbarazzante: non dice nulla, nulla sulla vita e nulla di cattolico. Si chiede la conversione all'ambiente e alla solidarietà, escludendo del tutto la dimensione religiosa. È un documento che piacerà a molti personaggi dei vertici mondiali.

Ahimè, la Pontificia Accademia per la Vita (Pav) ha pubblicato un altro documento sul Covid-19. Ne aveva già scritto uno il 30 gennaio 2020, ed ora ritorna sul tema con il titolo “L’Humana communitas nell’era della pandemia: riflessioni inattuali sulla rinascita della vita”. Anche questo documento – come il precedente – non dice niente: soprattutto non dice niente sulla vita, al cui ambito l’Accademia pontificia è preposta, e non dice niente di cattolico, vale a dire di ispirato alla Rivelazione di Nostro Signore.
Viene da chiedersi chi scriva materialmente questi documenti. Da come questi autori scrivono, sembrano essere anonimi funzionari di una anonima istituzione di studi sociologici. Il loro scopo è coniare frasi-slogan per fotografare inopinati processi in atto. Il lettore veda per esempio questo passaggio: “Affioriamo da una notte dalle origini misteriose: chiamati ad essere oltre ogni scelta, presto arriviamo alla presunzione e alle lamentele, rivendicando come nostro quello che ci è stato solamente concesso. Troppo tardi abbiamo imparato ad accettare l’oscurità da cui veniamo e a cui, infine, torneremo”.  Ho letto tutto il documento: garantisco che il tono è questo dall’inizio alla fine. Ci abitueremo mai ad un livello così basso dei documenti ecclesiastici?
Viene poi da chiedersi perché vengano scritti così. Questo, ad essere precisi, è il vero motivo per cui ci sottoponiamo, nonostante tutto, alla noia della loro lettura. Per cercare di capire perché una istituzione della Santa Sede debba scrivere un documento sulla pandemia con lo stesso linguaggio di un qualsiasi ufficio di una qualsiasi agenzia internazionale: le stesse frasi astruse, la stessa mancanza di principi di riferimento che non siano generici, gli stessi occhiolini fatti ai poteri forti mentre ci si vanta di difendere i deboli, le stesse proposte indecifrabili come “l’etica del rischio” o vuotamente retoriche come la “strategia globale coordinata” e la “sfida etica multidimensionale”.
In tutto il documento non si fa mai alcun riferimento né esplicito né implicito a Dio. Secondo la Pontificia Accademia la pandemia non si presta a nessuna riflessione di teologia della storia: nella pandemia Dio non si incontra. Essa non va vista come un evento naturale, ma come un fatto storico e sociale che chiama in causa le nostre responsabilità. Non essendo un fatto naturale, essa non va riferita a Dio creatore come sua causa, almeno permissiva, e quindi viene messa da parte la domanda: ma Dio perché l’ha permessa? Nella pandemia l’uomo fa esperienza della propria “fragilità”, questo il documento lo dice ma non parla mai di esperienza del proprio peccato.
Secondo l’Accademia, nella pandemia sono in gioco solo forze umane. Si chiede la conversione, ma non a Dio bensì al rispetto dell’ambiente e ad una più diffusa solidarietà. Non si chiede mai di pregare, perché Dio può agire contro la pandemia solo attraverso l’uomo. La pandemia è un prodotto umano, frutto dei disordini nei rapporti con la natura, e chiede la conversione a nuovi comportamenti umani. Dio ne rimane fuori, oppure sta dentro questa dimensione umana e coincide con essa. In ambedue i casi, questo documento è senza Dio. Ecco il perché “teologico” di documenti di questo genere: parlare di Dio vuol dire parlare dell’uomo.
Chi assume l’uomo, e non Dio, come prospettiva finisce per assimilare le ideologie più diffuse. Risulta molto difficile spiegare come il covid-19 nasca dalla “depredazione della terra”, ma il documento, in ossequio all’ideologia ambientalista, lo fa. Richiede molti sforzi dire che l’epidemia ha messo in evidenza i benefici della globalizzazione (“Il virus non conosce frontiere, ma i paesi hanno sigillato i propri confini”), ma il documento, in ossequio all’ideologia globalista e anti-sovranista, lo sostiene. Evidenziare l’importanza fondamentale di cercare un vaccino e distribuirlo a tutti senza discriminazioni richiede di non vedere che il vaccino sarà strumento di una ideologia di potere globalista e di interessi politici, economici e sanitari globali, ma l’Accademia lo fa e per ben tre volte.
Ci vuole una certa faccia tosta a non considerare il reale pericolo che la pandemia ha prodotto per la vita nascente, dato l’aumento di impegno degli Stati di garantire in ogni caso l’aborto anche a domicilio, superando le difficoltà restrittive del covid-19, ma il documento dell’Accademia per la vita non parla mai di vita nel senso in cui dovrebbe parlarne una Accademia Pontificia per la Vita, ossia in quello della Evangelium vitae. Desta molta perplessità puntare sulla Organizzazione mondiale della sanità (OMS) data la gestione politica, ideologica e spesso antiscientifica di questo organismo, ma il documento lo fa, considerandola “profondamente radicata nella sua missione di guidare il lavoro sanitario a livello mondiale”.
Non c’è dubbio: un documento che piacerà a molti personaggi dei vertici mondiali. Ma che spiacerà – ammesso che lo leggano e che lo capiscano – a quanti vorrebbero che la Pontificia Accademia per la Vita facesse la Pontificia Accademia per la Vita.

(Fonte: Stefano Fontana, LNBQ, 28 luglio 2020)



lunedì 13 luglio 2020

Il Concilio e quell’errore fatale


Il tema del Concilio Vaticano II assomiglia a un fiume carsico. Anche se per lungo tempo non emerge alla superficie, sappiamo che è lì e segna in profondità la nostra appartenenza alla Chiesa. Poi, quando di nuovo torna a manifestarsi, com’è successo di recente con il dibattito innescato da monsignor Carlo Maria Viganò, puntualmente il tema appassiona e divide. Perché è un tema che non è aggirabile.
Per molti della mia generazione (sono nato nel 1958) il Concilio per decenni non è stato un problema: è stato semplicemente un fatto. Nato e cresciuto nella Chiesa del post-Concilio, per lungo tempo ho visto nel Concilio qualcosa di ineluttabile: era necessario che a un certo punto la Chiesa facesse certe scelte.
In seguito, quando ho incominciato a studiare la Chiesa del pre-Concilio e a rendermi conto del confronto e delle ferite che segnarono l’assise conciliare, ho oscillato tra due tendenze: da un lato una sorta di rimpianto per non aver potuto vivere un periodo che deve essere stato difficile ma anche entusiasmante, dall’altro il desiderio di capire meglio il punto di vista di coloro che, in controtendenza rispetto allo spirito del tempo, misero in guardia dall’esito del Concilio e dall’uso che ne sarebbe stato fatto in futuro.
Ora che mi avvicino alla vecchiaia e avverto il bisogno di andare all’essenziale della fede, mi sembra di poter dire, in tutta umiltà e da semplice battezzato, che il Concilio mosse da un errore fatale: il desiderio di piacere al mondo.
Mi rendo conto che la mia affermazione può sembrare sbrigativa e chiedo scusa agli studiosi della materia, ma più studio gli anni del Concilio e più mi convinco che da parte di ampi settori della Chiesa, a partire dal papa Giovanni XXIII, ci fu una sorta di complesso d’inferiorità rispetto al mondo, un mondo che in quell’epoca era in fermento e appariva tanto vitale. Di qui il desiderio di non risultare attardati ma di mostrare un volto simpatico della Chiesa, in senso letterale: simpatico come colui che patisce insieme, che partecipa alle gioie e ai dolori, evitando di porsi in una posizione di superiorità e in un atteggiamento di giudizio.
Ricordo che, quando conversavo del Concilio con il cardinale Carlo Maria Martini, l’arcivescovo di Milano usava volentieri un’espressione: la Chiesa del Concilio come una Chiesa dell’intercessione. Intercedere, diceva il cardinale, significa camminare in mezzo, e così volle fare Giovanni XXIII: camminare in mezzo al mondo, senza mettersi al di sopra né davanti, ma neanche dietro.
Martini raccontava che per lui il Concilio fu come aprire le finestre e far entrare aria fresca in una Chiesa nella quale c’era odore di chiuso e di muffa. Diceva proprio così, e a me sembrava di vederli quegli uomini di fede che, raggiunti da tanti stimoli intellettuali, si infervoravano attorno a questioni teologiche e morali per consentire alla parola del Vangelo di mostrarsi di nuovo in tutta la sua bellezza e in tutta la sua novità, togliendole di dosso orpelli e incrostazioni.
Resta il problema di fondo, che è quello al quale ho accennato prima: il desiderio di piacere al mondo.
Ora, non voglio certamente psicanalizzare il Concilio, ma è davvero difficile sottrarsi all’impressione che, in fondo, quell’esigenza fosse ben presente. L’ottimismo di papa Roncalli è quello di chi, stanco di una Chiesa che sembra perdere terreno rispetto al mondo ed essere guardata come una sorta di zia arcigna e antipatica, vuole mostrarsi come madre amorevole e dolce, affidabile e accogliente. Desiderio comprensibile. Se non che, nel momento in cui, in modo più o meno cosciente, la Chiesa desidera piacere al mondo, fatalmente incomincia a tradire sé stessa e la sua missione. Perché Gesù non volle mai piacere al mondo, né fece sconti di alcun tipo pur di apparire simpatico e dialogante.
Con il Concilio certamente le finestre furono aperte e l’aria entrò. Ma insieme a una piacevole sensazione di frescura entrarono anche le idee del mondo, che sono segnate dal peccato, e la Chiesa ne restò contaminata.
Che cosa significa segnate dal peccato? Significa, in una parola, segnate dalla volontà di mettere l’uomo al posto di Dio, perché di questo, in fondo, si tratta, oggi come ieri e in ogni tempo.
Certo, non tutto incominciò con il Concilio, perché certi fiumi carsici scorrevano da tempo, ma il Concilio fu il momento in cui il desiderio di piacere al mondo, e dunque di mettere l’uomo al posto di Dio, emerse con chiarezza.
Ma il vero dramma del Concilio fu un altro. La Chiesa incominciò l’operazione di restyling e di rinnovamento in ritardo rispetto al mondo. Succede sempre così: quando la Chiesa cerca di fare come il mondo, la sua azione è in ritardo. Perché il mondo, sulla via del peccato, ovvero del tentativo di mettere l’uomo al posto di Dio, va veloce e ne inventa sempre una nuova, e la Chiesa, per quanto si impegni, non può fare altro che inseguire.
Così, il Concilio si mise a rincorrere il mondo proprio mentre il mondo già si stava accorgendo, sia pure in modo confuso, che il desiderio di autonomia dell’uomo rispetto a Dio non poteva portare ad altro se non a immani disastri sotto ogni profilo: da quello sociale e politico a quello culturale e morale.
All’interno della Chiesa furono in pochi quelli che si resero conto che l’operazione simpatia era segnata da evidenti contraddizioni teologiche ma anche da un errore strategico. La narrativa prevalente andava in tutt’altra direzione, e contro una narrativa imposta con grande intensità (da alcuni in buona fede e per autentico entusiasmo, da altri in malafede e per calcolo) c’è ben poco da fare, come vediamo anche ai nostri giorni.
In conclusione, direi così: ben vengano i dibattiti, anche accesi, sul Concilio. Chiunque voglia argomentare, in una direzione o nell’altra, aiuta la Chiesa a guardarsi dentro e a porsi salutari domande. È venuto il tempo di farlo, in tutta onestà. L’importante è non procedere con il metodo della scomunica reciproca e dell’invettiva.
È curioso come il Concilio, che volle essere non dogmatico, sia diventato esso stesso un dogma. Se invece riusciremo a guardarlo come avvenimento dai molti volti, con le speranze che regalò ma anche con tutti i suoi limiti intrinseci e gli errori di prospettiva che lo segnarono, renderemo un buon servizio alla Chiesa e alla qualità della nostra fede.

(Fonte: Aldo Maria Valli, Duc in altum, 12 luglio 2020)



mercoledì 24 giugno 2020

Il Concilio Vaticano II e le origini del deragliamento


Il recente intervento di monsignor Carlo Maria Viganò dedicato ai legami tra il Concilio Vaticano II e le “deviazioni dottrinali, morali, liturgiche e disciplinari sorte e progressivamente sviluppatesi fino a oggi” punta su una questione che, per quanto sia fonte di sofferenza per molti di noi che siamo cresciuti nella Chiesa postconciliare, non è eludibile.
Monsignor Viganò, prendendo spunto da un contributo del vescovo Athanasius Schneider, parla apertamente di un “monstrum generato nei circoli dei modernisti” e che ora si mostra per ciò che è, “nella sua indole eversiva e ribelle”.
Inutile girarci attorno: se oggi abbiamo una Chiesa che in molte occasioni prende vie ereticali di matrice gnostica e si ispira a quel vago umanitarismo che tanto piace al mondo e che, non a caso, le procura l’applauso di chi è sempre stato nemico della Chiesa stessa, è perché il Concilio Vaticano II, a differenza di tutti quelli che lo precedettero, pretese, in fin dei conti, di fondare una Chiesa nuova. È vero che ciò non venne mai proclamato e che anzi si parlò della necessità del rinnovamento senza intaccare il depositum fidei, ma i circoli modernisti di fatto utilizzarono il Concilio per introdurre una discontinuità. E lo strumento retorico a cui si fece ricorso fu l’espressione, del tutto inedita, “spirito del Concilio”, concetto che permise di fatto di introdurre sconvolgimenti, ben al di là di quanto era scritto nei testi.
C’è un passaggio, nell’intervento di monsignor Viganò, che mi ha colpito in modo particolare, perché è molto personale e penso che più di un lettore vi si possa riconoscere: “Giunge un momento nella nostra vita in cui, per disposizione della Provvidenza, ci è posta dinanzi una scelta determinante per il futuro della Chiesa e per la nostra salvezza eterna. Parlo della scelta tra il comprendere l’errore in cui siamo caduti praticamente tutti, e quasi sempre senza cattive intenzioni, e il voler continuare a volgere altrove lo sguardo o giustificarci”.
Ecco, credo che questa affermazione metta in rilievo il dramma di chi, cresciuto nella Chiesa del dopo Concilio, a distanza di decenni non può non aprire gli occhi e rendersi conto dell’inganno.
In campo ecumenico come in quello liturgico, scrive Viganò, a lungo “abbiamo pensato che certi eccessi fossero solo un’esagerazione di chi si era lasciato prendere dall’entusiasmo della novità”, ma ci siamo sbagliati. Riferendosi all’orrenda pachmama, monsignor Viganò lo dice chiaramente: “Se il simulacro di una divinità infernale è potuto entrare in San Pietro, ciò fa parte di un crescendo che lo spartito prevedeva sin dall’inizio”. Allo stesso modo, se “numerosissimi cattolici praticanti, e forse anche gran parte degli stessi chierici, sono oggi convinti che la fede cattolica non sia più necessaria per la salvezza eterna” e se molti sono ormai intimamente convinti che “il Dio Uno e Trino rivelatosi ai nostri padri sia lo stesso dio di Maometto”, è perché il seme dell’errore e dell’eresia è stato piantato più di mezzo secolo fa e poi coltivato nel corso dei decenni.
“I progressisti e i modernisti – scrive Viganò – hanno saputo astutamente nascondere nei testi conciliari quelle espressioni di equivocità che all’epoca parevano innocue ai più ma che oggi si manifestano nella loro valenza eversiva”.
Io non sono uno storico della Chiesa né tanto meno del Concilio Vaticano II, ma sento di poter aderire a quanto spiega monsignor Viganò quando sostiene che c’è stato un inganno e che molti sono caduti nella trappola. Quando l’arcivescovo parla di una “corsa verso l’abisso” e si dice stupito del fatto che “ancora ci si ostini a non voler indagare le cause prime della crisi presente, limitandosi a deplorare gli eccessi di oggi quasi non fossero la logica e inevitabile conseguenza di un piano orchestrato decenni orsono”, credo che ci metta di fronte a un compito non aggirabile.
Viganò è molto netto quando mette in collegamento diretto la pachamama con Dignitatis humanae, la liturgia protestantizzata con le tesi di monsignor Annibale Bugnini, il documento di Abu Dhabi con Nostra aetate, e so bene che tante persone, anche tra coloro che fanno parte dello schieramento opposto a quello modernista, di fronte alle affermazioni dell’arcivescovo fanno un balzo sulla sedia, sostenendo che i mali e gli abusi non sono nati con il Concilio ma a causa di un tradimento del Concilio. Non è questa la sede per entrare nella disputa. Per parte mia, sento di poter aderire all’analisi di monsignor Viganò quando scrive che “il Concilio è stato utilizzato per legittimare, nel silenzio dell’autorità, le deviazioni dottrinali più aberranti, le innovazioni liturgiche più ardite e gli abusi più spregiudicati. Questo Concilio è stato talmente esaltato da essere indicato come l’unico riferimento legittimo per i cattolici, chierici e vescovi, oscurando e connotando con un senso di spregio la dottrina che la Chiesa aveva sempre autorevolmente insegnato, e proibendo la perenne liturgia che per millenni aveva alimentato la fede di un’ininterrotta generazione di fedeli, martiri e santi”. E sento di poter aderire anche là dove Viganò scrive: “Lo confesso con serenità e senza polemica: sono stato uno dei tanti che, pur con molte perplessità e timori, che oggi si rivelano assolutamente legittimi, hanno dato fiducia all’autorità della gerarchia con un’obbedienza incondizionata. In realtà penso che molti, ed io tra questi, non abbiamo inizialmente considerato la possibilità di un conflitto tra l’obbedienza a un ordine della gerarchia e la fedeltà alla Chiesa stessa. A rendere tangibile la separazione innaturale, anzi, direi perversa, tra gerarchia e Chiesa, tra obbedienza e fedeltà è stato certamente quest’ultimo pontificato”.
Insomma, “nonostante tutti i tentativi di ermeneutica della continuità miseramente naufragati al primo confronto con la realtà della crisi presente, è innegabile che dal Vaticano II in poi si sia costituita una chiesa parallela, sovrapposta e contrapposta alla vera Chiesa di Cristo. Essa ha progressivamente oscurato la divina istituzione fondata da Nostro Signore per sostituirla con un’entità spuria, corrispondente all’auspicata religione universale di cui fu prima teorizzatrice la massoneria. Espressioni come nuovo umanesimo, fratellanza universale, dignità dell’uomo sono parole d’ordine dell’umanitarismo filantropico negatore del vero Dio, del solidarismo orizzontale di vaga ispirazione spiritualista e dell’irenismo ecumenico che la Chiesa condanna senza appello”.
Arrivare a queste conclusioni provoca, lo ripeto, sofferenza, eppure, come scrive Viganò, occorre guardare in faccia la realtà. “Questa operazione di onestà intellettuale richiede una grande umiltà, anzitutto nel riconoscere di essere stati tratti in errore per decenni, in buona fede, da persone che, costituite in autorità, non hanno saputo vigilare e custodire il gregge di Cristo: chi per quieto vivere, chi per i troppi impegni, chi per convenienza, chi infine per malafede o addirittura per dolo. Questi ultimi, che hanno tradito la Chiesa, devono essere identificati, ripresi, invitati a emendarsi e, se non si ravvedono, cacciati dal sacro recinto. Così agisce un vero pastore che ha a cuore la salute delle pecore e che dà la vita per loro; di mercenari ne abbiamo avuti e ne abbiamo tuttora fin troppi, per i quali il consenso dei nemici di Cristo è più importante della fedeltà alla sua Sposa”.
La trappola è scattata, in tanti ci siamo cascati, ma ciò non giustifica il perseverare nell’errore. “E se fino a Benedetto XVI – osserva Viganò – potevamo ancora immaginare che il colpo di stato del Vaticano II (che il cardinale Suenens definì il 1789 della Chiesa) avesse conosciuto un rallentamento, in questi ultimi anni anche i più ingenui tra noi hanno compreso che il silenzio, per timore di suscitare uno scisma, il tentativo di aggiustare i documenti papali in senso cattolico per rimediare alla loro voluta equivocità, gli appelli e i dubia a Francesco rimasti eloquentemente senza risposta, sono una conferma della situazione di gravissima apostasia cui sono esposti i vertici della gerarchia, mentre il popolo cristiano e il clero si sentono irrimediabilmente allontanati e considerati quasi con fastidio dall’episcopato”.
Spesso guardare in faccia le origini della malattia provoca sofferenza e pena; può nascere anche un insidioso senso di fallimento. Non di meno, occorre farlo se si vuole trovare la via della guarigione.
  
(Fonte: Aldo Maria Valli, Duc in altum, 14 giugno 2020)




sabato 13 giugno 2020

Legge anti-omofobia: cortocircuito tra Avvenire e CEI


Clamoroso dietrofront sul tema delle proposte di legge anti-omofobia: dopo la Nota della CEI molto critica sui progetti, Avvenire - giornale di proprietà della CEI - dedica una ampia intervista riparatrice al relatore di quei progetti, l'on. Alessandro Zan, per fargli spiegare la ragionevolezza delle proposte e fugare ogni timore. Una situazione paradossale che cancella qualsiasi speranza di vedere i vescovi combattere contro questo tentativo di imporre l'ideologia omosessualista cancellando la libertà d'espressione. E intanto l'agenda catto-gay avanza con il riconoscimento esplicito di atti omosessuali e unioni civili.

Qualcuno ricorda forse che al tempo del governo gialloverde, quando Avvenire contestava duramente il decreto legge su sicurezza e immigrazione, sul giornale dei vescovi sia comparsa una intervista al ministro Matteo Salvini, artefice di quel decreto, perché potesse spiegare le sue ragioni? No? Infatti, non c’è mai stata. È una più che legittima scelta editoriale: una volta maturato un giudizio chiaro e presa una linea si cerca anzitutto di darle forza con altri interventi che vanno nella stessa direzione. Benissimo, nulla da dire, è ciò che fanno tutti i giornali.
È per questo che ha molto sorpreso che ieri Avvenire riportasse in grande evidenza una intervista al deputato del Pd Alessandro Zan, relatore dei progetti di legge sull’omofobia, appena il giorno dopo aver pubblicato la Nota della Conferenza Episcopale (CEI) che criticava duramente quei progetti di legge. Peraltro, bisogna aggiungere che si tratta di una intervista fatta apposta per fare risaltare la ragionevolezza delle posizioni di chi vuole la legge e per rassicurare chi la teme. Dati i tempi, il tono e i contenuti potremmo ben definirla una intervista riparatrice. Tanto che alla fine della lettura viene da chiedersi: se stanno davvero così le cose, come è saltato in mente alla CEI di pubblicare una Nota così infondatamente critica?
Il problema è che le critiche contenute nella nota CEI non solo sono fondate, ma addirittura gravemente insufficienti, come abbiamo già scritto (clicca qui). Quindi, a che gioco stanno giocando al vertice della Conferenza Episcopale? Un giorno si pubblica un giudizio critico, il giorno dopo lo si sconfessa. Cosa c’è dietro?
In effetti, chi segue le vicende della Chiesa italiana si è piuttosto stupito della presa di posizione netta nei confronti dei progetti di legge sull’omofobia, tanto è evidente il potere che ha conquistato la lobby gay ai vertici della Chiesa stessa. Solo due settimane prima Avvenire aveva dedicato una intera pagina alla promozione del libro pro-Lgbt curato dal redattore “esperto” di Avvenire, Luciano Moia, con la prefazione del cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna che gode di grande favore a Santa Marta, e con l’introduzione dello stesso direttore di Avvenire, Marco Tarquinio (clicca qui). E Avvenire è praticamente l’unico giornale a non aver neanche citato la lettera pastorale del vescovo di Sanremo-Ventimiglia, Antonio Suetta, che già qualche giorno prima aveva lanciato l’allarme sulla legge anti-omofobia in termini ben più esaustivi rispetto a quelli della CEI.
Inoltre la Nota riguardo ai progetti di legge sull’omofobia è firmata dalla presidenza della CEI, ma il presidente, il cardinale Gualtiero Bassetti, non ha mai detto una parola – anche questo un fatto inusuale – né prima né dopo il comunicato, tanto meno su Avvenire.
Di certo possiamo dire che una presa di posizione su un tema così delicato non sarebbe stata possibile senza l’approvazione della Segreteria di Stato vaticana. Possibile che dalla Segreteria di Stato sia stata anche suggerita, nel qual caso per motivi politici: già nel caso del prolungarsi della sospensione delle messe con popolo, CEI e Segreteria di Stato erano state concordi nel protestare contro il governo, prima di essere riportati all’ordine dal Papa in persona che, in una omelia alle 7 del mattino a Santa Marta, aveva rimesso le cose a posto (per Conte).
Qualunque sia l’origine e l’iter che ha portato alla Nota della CEI, un fatto comunque è certo: la lobby catto-gay ha ripreso immediatamente il controllo della situazione e ha prodotto l’intervista riparatrice all’onorevole Zan. Chi, lietamente sorpreso dal comunicato dei vescovi, aveva gioito confidando sulla loro volontà di combattere una battaglia di libertà, temiamo resterà molto deluso. A meno di un sussulto di orgoglio da parte della presidenza CEI, avverrà quel che già è successo per le messe: la Nota critica resterà un episodio isolato, un “infortunio” senza seguito. E per salvare la faccia e l’unità della Chiesa, il cardinale Bassetti continuerà a tacere (gli viene abbastanza facile), mentre Avvenire continuerà a perorare la causa dell’onorevole Zan e del governo giallo-rosso: formalmente sarà un dialogo tra posizioni diverse, in realtà spianerà la strada alla legge sull’omofobia.
Del resto, tutti concentrati sul giudizio relativo a tali progetti di legge, c’è un aspetto che è passato inosservato e che pure è di grande importanza. Ovvero, mentre nel riportare e commentare il comunicato della CEI si argomenta contro i progetti di legge, si buttano dentro titoli e frasi che danno per assodati alcuni concetti dell’agenda Lgbt in salsa cattolica. Due su tutti: omofobia e unioni omosessuali.
Titolava in prima pagina Avvenire giovedì 11 giugno, sintetizzando la posizione della CEI: «Contro l’omofobia le norme già ci sono». E il concetto viene ripetuto tale e quale ancora due volte nei titoli di pagina 4 e 5. Ovvero, si dà per scontato e si afferma che esiste un fenomeno malvagio e ben definito che si chiama omofobia. Ma è proprio questo il punto: omofobia è un artificio linguistico, una invenzione finalizzata a imporre l’ideologia omosessualista, per chiudere la bocca a chiunque consideri gli atti omosessuali – non le persone con tendenze omosessuali, ma gli atti omosessuali – contro natura. Accettare che esista una specie di malattia sociale chiamata omofobia - peraltro mai definita oggettivamente - è già una resa alla menzogna, è già aver posto le basi per la promozione dei reati di opinione.
Seconda questione: sia nella spiegazione della Nota dei vescovi, pubblicata dal sito di Avvenire, sia nelle domande all’onorevole Zan, si capisce che la preoccupazione principale riguardo alla libertà di espressione si riferisce soprattutto alla possibilità di poter dire “l’unione civile (omosessuale) va bene ma non possiamo chiamarla famiglia”. Si chiede infatti Luciano Moia, autore di entrambi gli articoli: «Sostenere, per esempio, che le unioni omosessuali sono scelta ontologicamente e biologicamente diversa rispetto al matrimonio fondato sul matrimonio tra uomo e donna, potrebbe diventare opinione sanzionabile?». E il giorno dopo domanda all’onorevole Zan: «Affermare la verità del matrimonio fondato sull’amore tra uomo e donna, senza attribuire identica valenza alle unioni omosessuali, diventerà un reato?». Ma per poter fare una domanda del genere si dà per scontato che le unioni omosessuali siano un bene (peraltro una tesi già sostenuta da Avvenire ai tempi della legge Cirinnà). Non una vera e propria famiglia ma comunque una cosa buona. È una vera e propria promozione degli atti omosessuali, contraria al Catechismo, alle Scritture e a tutta la Tradizione. Ma buttata lì, dal giornale dei vescovi italiani, con noncuranza, come se fosse la cosa più ovvia del mondo.
Così avanza l’agenda Lgbt nella Chiesa: un passo alla volta, dando l’impressione di opporsi alla deriva, ma spingendo il limite sempre un pochino più in là. Fino a quando, senza neanche sapere come e quando è successo, i fedeli si troveranno un matrimonio omosessuale in chiesa.  

(Fonte: Riccardo Cascioli, LNBQ, 13 giugno 2020)
https://lanuovabq.it/it/legge-anti-omofobia-cortocircuito-tra-avvenire-e-cei




venerdì 12 giugno 2020

Bianchi e Bose: il vero scandalo è non averlo fermato prima


Non è ancora chiaro quali siano stati i reali problemi a portare la Santa Sede a disporre l’allontanamento di Enzo Bianchi, insieme a Goffredo Boselli e Antonella Casiraghi, dalla Comunità di Bose.
Ufficialmente si parla di tensioni con l’attuale priore, Luciano Manicardi, e con il resto della comunità, cosa che ben difficilmente giustifica una sanzione tanto pesante.
Ma è curioso che a destare tanta attenzione sia l’intervento attuale della Santa Sede, quando ci si dovrebbe piuttosto interrogare sul perché la Santa Sede non sia intervenuta ben prima riguardo alla “predicazione” di Bianchi, e le sue tesi eterodosse che hanno trovato grande accoglienza tra molti vescovi.

In realtà, qualcuno a Roma si mosse, tanto che esiste un dossier Bianchi presso la Congregazione per la Dottrina della Fede che risale al 2004.
Ma qualche importante prelato, amico del fondatore di Bose, provvide a fermare la pratica e insabbiare tutto.
In ogni caso non ci sono particolari segreti, vista l’ampia produzione letteraria di Enzo Bianchi, più volte oggetto di dura critica anche da parte de la Nuova Bussola Quotidiana. I punti da affrontare sarebbero molti, ne esaminiamo alcuni.
C’è infatti un grave problema di sostanza nelle tesi di Bianchi, soprattutto di natura ecclesiologica. «Fratello, sorella, tu provieni da una chiesa cristiana. […] tu appartieni a Cristo attraverso la chiesa che ti ha generato a lui con il battesimo. Riconoscerai perciò i loro pastori, riconoscerai i loro ministeri nella loro diversità, e cercherai sempre di essere segno di unità».
È questo il tenore della Regola di Bose, scritta appunto dal fondatore Enzo Bianchi, il cui significato, già intuibile, si svela con più chiarezza alla luce dell’affermazione presente nel libro La comunità monastica di Bose: «Solo la chiesa universale nella sua completezza storica può esprimere la totalità degli appelli contenuti in esso [Vangelo, n.d.a.]».

La non meglio specificata “chiesa universale” pare essere l’orizzonte verso cui tendere, e che, in qualche modo, la Comunità di Bose si appresta già a realizzare: una chiesa più ampia di quella cattolica, nella quale ognuno resta “fedele” alla propria chiesa o comunità da cui proviene e della quale riconosce i ministeri e i pastori.
Tant’è vero che, sempre nella regola di Bose, si raccomanda che «all’interno della comunità è bene che ci siano anche fratelli pastori o preti: non solo perché assicurano il ministero sacramentale alla comunità, ma anche perché sono il tramite tra la comunità e le chiese».
Queste indicazioni si pongono in palese contrasto con quanto la fede cattolica insegna, come appare chiaramente nella dichiarazione della Congregazione per la Dottrina della Fede Mysterium ecclesiae (1973), n. 1, ripresa dalla Dominus Iesus (2000), al n. 16: «Non possono, quindi, i fedeli immaginarsi la Chiesa di Cristo come la somma differenziata ed in qualche modo unitaria insieme – delle Chiese e Comunità ecclesiali; né hanno facoltà di pensare che la Chiesa di Cristo oggi non esista più in alcun luogo e che, perciò, debba esser soltanto oggetto di ricerca da parte di tutte le Chiese e comunità».
Da parte sua invece, nel libro Ricominciare nell’anima, nella chiesa, nel mondo, del 1999, Bianchi sostiene proprio il contrario: «Si ignora che ogni tradizione è limitata e parziale e che solo tutti insieme è possibile giungere alla piena verità».
Ci troviamo di fronte, quindi, ad un problema fondamentale relativo all’unicità e unità della Chiesa di Cristo, elementi che sono strettamente «in connessione con l’unicità e l’universalità della mediazione salvifica di Gesù Cristo» (DI, 16); perciò «deve essere fermamente creduta come verità di fede cattolica l’unicità della Chiesa da lui fondata» e che «questa Chiesa, costituita e organizzata in questo mondo come società, sussiste [subsistit in] nella Chiesa Cattolica, governata dal Successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui» (Ibi).
Gli elementi di verità e santificazione presenti nella chiese e comunità cristiane spingono, per loro natura, verso questa unità: verità, questa, che si può verificare, per esempio, nella storia delle molti conversioni dal protestantesimo e dall’anglicanesimo.
Se questi elementi indirizzano ed attraggono verso l’unica Chiesa di Cristo, che è quella cattolica, Enzo Bianchi frena e vanifica questa spinta, da un lato raccomandando di restare fedeli alla propria chiesa e dall’altro rinviando ad una chiesa universale più ampia della Chiesa cattolica, che nella sua “predicazione” sui giornaloni, l’ex-priore non manca mai di criticare con particolare zelo.

Anzi, secondo lui, l’autentica evangelizzazione «richiede vigilanza contro ogni tentazione di ispessire (per far apparire) la mediazione ecclesiale […] Solo così eviterà di destare sospetti quasi tendesse all’aggregazione ecclesiastica più che all’incontro dell’uomo con Dio nella conversione e nella fede».
Enzo Bianchi parla della Chiesa cattolica come di un’associazione un po’ ingombrante che vuol fare proseliti tutti per sé, dimenticando che la mediazione ecclesiale non solo è voluta esplicitamente dal Signore, ma è l’espressione reale della stessa mediazione di Cristo, il prolungamento della sua Incarnazione, come spiega con estrema chiarezza DI, 16: «Il Signore Gesù, unico Salvatore, non stabilì una semplice comunità di discepoli, ma costituì la Chiesa come mistero salvifico: Egli stesso è nella Chiesa e la Chiesa è in Lui; perciò, la pienezza del mistero salvifico di Cristo appartiene anche alla Chiesa, inseparabilmente unita al suo Signore. Gesù Cristo, infatti, continua la sua presenza e la sua opera di salvezza nella Chiesa ed attraverso la Chiesa, che è suo Corpo. E così come il capo e le membra di un corpo vivo pur non identificandosi sono inseparabili, Cristo e la Chiesa non possono essere confusi ma neanche separati, e costituiscono un unico “Cristo totale”».
Sempre di natura ecclesiologica è anche la divaricazione, che di fatto diviene un dualismo, tra Chiesa cattolica e Regno di Dio.
Nel già citato libro Ricominciare, Bianchi scriveva che «la chiesa non è il Regno» e via tutta una lista di come fratel Enzo vorrebbe la “sua” chiesa.
Invece Lumen gentium, n. 5, insegna che la Chiesa militante costituisce su questa terra il «germe e l’inizio del Regno», che si esprime pienamente nella Chiesa trionfante.
Non sono due chiese, ma la stessa Chiesa che è il Regno di Dio, sebbene solo incipiente su questa terra e compiuto nell’eternità. DI, al n. 18, riprende il Concilio, insegnando che la Chiesa cattolica «è dunque “il regno di Cristo già presente in mistero”, costituendone perciò il germe e l’inizio. Il Regno di Dio ha infatti una dimensione escatologica: è una realtà presente nel tempo, ma la sua piena realizzazione arriverà soltanto col finire o compimento della storia».

Va da sé che con questo impianto ecclesiologico, l’ecumenismo di Enzo Bianchi non può che risultare coerentemente inaccettabile. In Monachesimo ed ecumenismo, egli ritiene che è proprio del monachesimo “alla Bose” affrettare la “vera unità”, ma non attraverso la testimonianza di una tradizione vissuta, pregata, comunicata, bensì mediante il superamento delle specificità confessionali, inclusa ovviamente quella cattolica: «spogliarsi delle ricchezze confessionali non essenziali alla sequela di Cristo» è la via da seguire per tornare ad un Vangelo sine glossa capace di condurre all’auspicata chiesa universale.
E’ questo l’ovvio corollario dell’impossibilità di rintracciare la vera Chiesa di Cristo su questa terra.
Sarebbe dunque auspicabile che l’allontanamento di Bianchi dalla Comunità di Bose sia solo il primo passo verso un’opera di bonifica dalle paludi insalubri che egli ha contribuito a creare nel mondo cristiano.
Che si possa andare a Cristo a prescindere dalla Chiesa cattolica; che quest’ultima sia un’espressione parziale e da superare della Chiesa voluta da Cristo; che il Regno di Dio sia qualcosa semplicemente da attendere o da costruire con i nostri sforzi; tutte queste idee sono ormai “patrimonio” del sentire comune all’interno delle nostre parrocchie ed associazioni.
Che anche queste idee vengano allontanate al più presto dalla comunità ecclesiale, come l’ex-priore dalla comunità di Bose.


(Fonte: Luisella Scrosati, LNBQ, 3 giugno 2020)
https://lanuovabq.it/it/bianchi-e-bose-il-vero-scandalo-e-non-averlo-fermato-prima




mercoledì 13 maggio 2020

Quelli che "meglio musulmani che morti"


È sconcertante la reazione di Avvenire, Famiglia Cristiana, il cardinale Bassetti e il parroco per il ritorno di Silvia Romano in Italia. È considerato inevitabile convertirsi all'islam in certe condizioni, rinnegando così tutta la storia della Chiesa; e non si coglie la differenza tra essere vivi ed essere liberi. Silvia è tornata viva, ma schiava.

Tra Famiglia Cristiana che la indica come modello per i ragazzi; il cardinale Bassetti che se la cava con un «è nostra figlia»; Avvenire che pensa che le reazioni negative di tante persone siano dovute al fatto che Silvia Romano è donna ed è andata in Africa; e il parroco che «è solo contento» se a mente fredda reputerà «l'islam la risposta corretta per la sua esistenza», c’è da essere più che perplessi per le reazioni di autorevoli voci del mondo cattolico, addirittura quelle ufficiali.
Non ci soffermiamo neanche sulla banalità della retorica terzomondista per cui chi decide di andare in Africa «ad aiutare i poveri» ha una superiorità morale a prescindere dal perché, dal come, dal dove e dal con chi. Né ci ripeteremo sull’immoralità del pagamento di un riscatto che in cambio di una vita ne sacrificherà molte altre. Non staremo neanche a sottolineare come il presidente dei vescovi italiani non abbia speso neanche una parola per una conversione forzata da parte di fondamentalisti islamici, un tasto evidentemente da non suonare nel clima attuale di “fraternità umana”.
Vogliamo invece soffermarci su alcuni aspetti che più precisamente interrogano la nostra fede.
Il primo è l’ineluttabilità con cui viene vista, date le circostanze, la conversione all’islam; il prezzo necessario per portare a casa la pelle. È certo che trovarsi nelle mani di questi assassini senza scrupoli è una esperienza da incubo, e non è facile resistere alla pressione esercitata: loro non vogliono soltanto i soldi, ma anche l’anima dei loro prigionieri. La loro vittoria passa dall’annichilimento della persona, dal ridurla schiava nell’anima e nella testa prima ancora che nel corpo. E nessuno di noi vorrebbe trovarsi nella situazione di dover scegliere tra la morte e la conversione all’islam. Soprattutto nessuno di noi sa cosa sceglierebbe nel caso vi si trovasse.
Però sappiamo cosa sarebbe giusto e vero scegliere. Ce lo dicono duemila anni di cristianesimo, ce lo dicono le migliaia di martiri che hanno attraversato i secoli resistendo a poteri di ogni tipo che pretendevano l’abiura della fede cristiana. Ieri abbiamo anche raccontato di come nel Medioevo siano addirittura nati degli ordini religiosi per riscattare i cristiani rapiti da musulmani (e sì, è una abitudine consolidata da quelle parti, altro che «non è il vero islam»). Ma ce lo dicono anche i martiri dei nostri giorni: i cristiani di Iraq e Siria, ad esempio, o del Pakistan, che restano al loro posto, fermi nella fede e pronti al martirio se a questo saranno chiamati. Non è eroismo di pochi, ma decisione certa e spontanea di chi è stato educato a giudicare la vita terrena alla luce della vita eterna, di chi è cresciuto pensando ad accumulare tesori in cielo piuttosto che in terra, di chi ama Cristo sopra ogni cosa e giudica un privilegio essere associato alla Sua croce.
Escludere apriori la possibilità di sacrificare la propria vita piuttosto che convertirsi all’islam – considerare «necessaria» la conversione «per non soccombere», come fa Avvenire - non è comprensione per la povera Silvia ma la negazione della storia della Chiesa e un insulto ai tanti cristiani sparsi nel mondo (e la maggior parte, guarda caso, nei paesi islamici) che ogni giorno sacrificano la propria vita in nome di Cristo. Non solo, è una grave mancanza educativa nei confronti di noi cattolici italiani, proprio nel momento in cui possiamo vedere avvicinarsi il tempo di una persecuzione aperta.
In realtà, però, se ci pensiamo bene questo atteggiamento è coerente con quanto sta accadendo in questi mesi marcati dalla pandemia di coronavirus: non abbiamo forse visto le gerarchie ecclesiastiche ed eminenti cattolici predicare la salute del corpo come primo dovere, fosse anche a scapito della salvezza eterna? E barattare la salute con la libertà, personale e della Chiesa? E allora è chiaro che non ci si può sorprendere della riedizione in salsa religiosa del vecchio slogan “meglio rossi che morti”. Va bene, prendiamo atto che per un certo establishment cattolico è «meglio musulmani che morti». 
È proprio questo approccio che impedisce di cogliere la differenza tra essere vivi ed essere liberi; ed è questo il secondo aspetto che vogliamo mettere in evidenza. Tutti ad esultare per la “liberazione” di Silvia. Ma Silvia è tornata viva, non libera. Proprio quella specie di telone che la ricopriva al suo arrivo in Italia, e che non aveva voluto togliersi, è la certificazione della sua schiavitù. Quel terribile show mediatico andato in onda dall’aeroporto di Ciampino non è soltanto un regalo ai jihadisti e ai loro sponsor – come abbiamo già abbondantemente scritto -, è la sottomissione a una religione che rende schiave le donne e le usa come arma per fare proselitismo.
Quello non è affatto l’abito tipico delle donne somale, ma è l’abito imposto alle donne somale dai jihadisti, è il simbolo della loro oppressione, è il simbolo di una forza religiosa e politica che dispone delle donne come vuole: le violenta, le rende schiave, le usa per scopi terroristici e religiosi.
Silvia è tornata viva, ma schiava, oltre che devastata psicologicamente. Non sono quelli che hanno reagito allo show del ritorno ad essere contro le donne – sebbene nessuna violenza del linguaggio possa essere giustificata - ma è chi inneggia alla liberazione di Silvia, senza provare neanche un minimo di dolore per quella schiavitù esibita. Oltretutto atteggiandosi - è il caso di Avvenire e Famiglia Cristiana - a moralmente superiori perché sanno accettare sportivamente la conversione all’islam pensando che sia libertà religiosa. Certo, per capire la differenza tra essere vivi ed essere liberi bisogna prima essere liberi. È l’unica scusante per certi ambienti cattolici già impegnati nel processo di sottomissione.


(Fonte: Riccardo Cascioli, LNBQ, 13 maggio 2020)
https://lanuovabq.it/it/quelli-che-meglio-musulmani-che-morti



sabato 2 maggio 2020

Il card. Sarah: «Basta profanazioni, non si tratta sull’Eucarestia»


In questa intervista esclusiva alla Nuova Bussola Quotidiana, il prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, interviene sulla Comunione take away e sui “negoziati” per garantirLa in sicurezza: nessun compromesso, «l’Eucarestia è un dono che riceviamo da Dio, dobbiamo riceverla in modo dignitoso. Non siamo al supermercato». «Nessuno può impedire a un sacerdote di confessare e dare la Comunione». «C’è una regola e questa va rispettata: il fedele è libero di ricevere la Comunione in bocca o nella mano». «È una questione di fede, il cuore del problema sta nella crisi di fede dei sacerdoti». «Messe in streaming fuorvianti anche per i sacerdoti: devono guardare Dio non una telecamera».

«È una questione di fede, se avessimo consapevolezza di cosa celebriamo nella Messa e di cosa è l’Eucarestia, non verrebbero neanche in mente certi modi di distribuire la comunione». Il cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti torna a parlare per rispondere alla «inquietudine» dei fedeli che non solo sono stati privati delle Messe, ma che ora assistono sgomenti ai negoziati tra Conferenza Episcopale (CEI) e governo che, nell’ottica di una ripresa limitata delle Messe con popolo, arrivano perfino a trattare sulla distribuzione della comunione.
Solo due giorni fa, i solitamente bene informati vaticanisti della Stampa, riportavano di varie soluzioni allo studio degli “esperti” del governo, in stretta collaborazione con la CEI, che considerano il momento della comunione «ad altissimo rischio contagio». Tra queste l’«impacchettamento» del Corpo di Cristo: «Per consentire ai cattolici italiani di tornare a farla, ma evitando contaminazioni, si sta pensando a una comunione “fai da te” con ostie “take away” precedentemente consacrate dal sacerdote, che verrebbero chiuse singolarmente in sacchetti di plastica poggiati in chiesa su dei ripiani». «No, no, no – ci risponde scandalizzato al telefono il cardinale Sarah – non è assolutamente possibile, Dio merita rispetto, non si può metterlo in un sacchetto. Non so chi abbia pensato questa assurdità, ma se è vero che la privazione dell’Eucarestia è certamente una sofferenza, non si può negoziare sul modo di comunicarsi. Ci si comunica in modo dignitoso, degno di Dio che viene a noi. Si deve trattare l’Eucarestia con fede, non possiamo trattarla come un oggetto banale, non siamo al Supermercato. È totalmente folle».
Qualcosa del genere è già stato fatto in Germania, come ha raccontato la Bussola (clicca qui). 
Purtroppo in Germania si fanno molte cose che non hanno più nulla di cattolico, ma non vuol dire che bisogna imitarle. Recentemente ho sentito un vescovo dire che in futuro non ci saranno più assemblee eucaristiche, solo liturgia della Parola. Ma questo è protestantesimo. 
Si avanzano come solito ragioni “compassionevoli”: i fedeli hanno bisogno della Comunione, di cui sono già privati da tempo, ma siccome è ancora alto il rischio contagio bisogna trovare un compromesso…. 
Ci sono due questioni che vanno assolutamente chiarite. Anzitutto, l’Eucarestia non è un diritto né un dovere: è un dono che riceviamo gratuitamente da Dio e che dobbiamo accogliere con venerazione e amore. Il Signore è una persona, nessuno accoglierebbe la persona che ama in un sacchetto o comunque in un modo indegno. La risposta alla privazione dell’Eucarestia non può essere la profanazione. Questa è davvero una questione di fede, se ci crediamo non possiamo trattarla in modo indegno. 
E la seconda?
Nessuno può impedire a un sacerdote di confessare e dare la comunione, nessuno può impedirlo. Il sacramento deve essere rispettato. Quindi anche se alle Messe non è possibile presenziare, i fedeli possono chiedere di essere confessati e di ricevere la Comunione.
A proposito di Messe, anche questo prolungarsi delle celebrazioni in streaming o in tv…Non possiamo abituarci a questo, Dio si è incarnato, è carne  e ossa, non è una realtà virtuale. È anche fortemente fuorviante per i sacerdoti. Nella Messa il sacerdote deve guardare Dio, invece si sta abituando a guardare alla telecamera, come se fosse uno spettacolo. Non si può continuare così.
Torniamo alla Comunione. Tra qualche settimana si spera comunque che le Messe con popolo siano ripristinate. E a parte le soluzioni più sacrileghe, c’è anche discussione se sia più indicato ricevere la Comunione sulla bocca o nelle mani, ed eventualmente come riceverla nelle mani. La CEI ha già reso obbligatoria la ricezione nelle mani, ma il nostro esperto afferma che sarebbe più igienico riceverla in bocca. Cosa si dovrebbe fare? 
C’è già una regola nella Chiesa e questa va rispettata: il fedele è libero di ricevere la Comunione in bocca o nella mano. 
Si ha la sensazione che negli ultimi anni si stia assistendo a un chiaro attacco all’Eucarestia: prima la questione dei divorziati risposati, all’insegna della “comunione per tutti”; poi l’intercomunione con i protestanti; poi le proposte sulla disponibilità dell’Eucarestia in Amazzonia e nelle regioni con scarsità di clero, ora le Messe al tempo del coronavirus… 
Non ci deve stupire. Il demonio attacca fortemente l’Eucarestia perché essa è il cuore della vita della Chiesa. Ma credo, come ho già scritto nei miei libri, che il cuore del problema sia la crisi di fede dei sacerdoti. Se i sacerdoti sono consapevoli di cosa è la Messa e di cosa è l’Eucarestia, certi modi di celebrare o certe ipotesi sulla Comunione non verrebbero neanche in mente. Gesù non si può trattare così.

(Fonte: Riccardo Cascioli, LNBQ, 2 maggio 2020)
https://lanuovabq.it/it


venerdì 17 aprile 2020

Le prediche di Ratzinger nel nostro deserto spirituale


In "L'ultimo Papa d'Occidente?" Giulio Meotti traccia un preciso profilo intellettuale di Benedetto XVI

Schivo e appartato come è nel suo carattere, lontano dai riflettori, Joseph Ratzinger compie oggi novantatre anni. Di anni ne son passati sette invece da quando lasciò volontariamente il seggio di Pietro.
A succedergli è stato un Papa che con lui ha poco da spartire, e non solo per il fatto che viene dal Sudamerica: più radicalmente perché ha una concezione del compito dei cristiani e della Chiesa cattolica nel mondo completamente diversa da quella del predecessore. Così diversa da porsi tendenzialmente, secondo alcuni, al di fuori della dogmatica per molti aspetti.
Tanto che Giulio Meotti, uno dei più bravi giornalisti italiani, non esita a chiedersi, nel titolo di un'agile monografia su Ratzinger appena pubblicata da Liberilibri, se Benedetto XVI non sia stato l'ultimo rappresentante di una tradizione bimillenaria: L'ultimo Papa d'Occidente? (pagg. X+108, euro 14, introduzione di John Waters). Le sue dimissioni assumerebbero in quest'ottica un altro aspetto: quasi che, avendo provato invano a salvare una scialuppa che faceva acqua da tutte le parti, egli a un certo punto si fosse reso conto di essere troppo debole per corrispondere all'improbo compito affidatogli dalla Provvidenza, nelle cui mani si è rimesso. In ogni caso, il libro di Meotti, che è una sorta di raffinata biografia intellettuale del pontefice emerito, muove da una domanda precisa: non tanto chi egli veramente sia stato, quanto come abbia concepito il suo ruolo e quale compito si sia dato nella sua vita di studioso e di alto prelato. Il tutto, facendolo parlare direttamente, riportando stralci significativi dei suoi discorsi e dei suoi scritti.
Meotti si orienta benissimo in una mole impressionante di opere e mostra come il Papa tedesco abbia compreso da subito che il declino dell'Europa e quello del cristianesimo erano le due facce di una stessa medaglia. Il relativismo, contro la cui «dittatura» quasi con ossessione si è rivolto sempre il suo impegno, non è che il destino tragico e paradossale a cui ha condotto, radicalizzandosi, la mentalità illuministica. La decristianizzazione in atto mette faccia a faccia l'uomo con quel nulla di senso, il nichilismo, che Nietzsche aveva già intuito alla fine dell'Ottocento e che è alla base ogni crisi particolare che stiamo vivendo (economica, sociale, culturale, politica, di prospettive). In questo deserto spirituale («desertificazione» è una parola che ritorna spesso nelle sue opere), l'unica speranza è creare piccole comunità di resistenza e da lì provare a tessere i fili di una possibile rinascita.
È ciò che fece San Benedetto da Norcia (al quale non a caso Ratzinger col suo nome ha voluto richiamarsi da Papa), creando i suoi monasteri sul finire di quell'Impero romano che, con il suo lento declino, molto assomiglia all'Occidente di oggi. Fu in quei monasteri che, nel periodo delle invasioni barbariche, si conservò l'antica cultura greca e romana, la si cristianizzò, e la si fece transitare nei nuovi tempi. È lì che nacque l'Europa che, per l'«europeista» Ratzinger, o sarà cristiana o non sarà. Ragione, diritto e fede - o, come dice spesso nei suoi discorsi, Atene, Roma e Gerusalemme - sono i tre pilastri di una sintesi virtuosa su cui si è costruita la nostra cultura. Pensare di affidarsi, come ha voluto l'illuminismo, alla sola ragione, con il suo potere corrosivo e distruggitore di ogni tradizione, non porta che a negare chi e ciò che siamo. E da questo punto di vista le polemiche, puntualmente ricostruite da Meotti, suscitate dal discorso di Benedetto XVI a Ratisbona contro l'islamismo, oppure la pervicacia con cui gli si negò un intervento alla «Sapienza» di Roma, sono altamente significative. Cosa è altro, quel politicamente corretto razionalistico a cui Ratzinger tante volte si è opposto con l'inattualità del suo messaggio, se non una forma subdola e soft di totalitarismo?
Da questo libro, fra tanti spunti e considerazioni spesso illuminanti, emerge con forza l'idea che ci porta a vedere nella sintesi fra ragione e fede operata dal cristianesimo l'origine stessa delle nostre libertà liberali. Perso il primo, non potremo che perdere anche le seconde. E forse ci siamo già arrivati.

(Fonte: Corrado Ocone, Il Giornale, Venerdì 17 aprile 2020)
https://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/prediche-ratzinger-nel-nostro-deserto-spirituale-1854992.html


venerdì 3 aprile 2020

A Dio Livi, diga teologica al modernismo nella Chiesa


È morto dopo lunga malattia monsignor Antonio Livi, un grande filosofo e teologo, che per anni ha dato anche un importante contributo di idee alla Nuova Bussola Quotidiana (qui l'elenco dei suoi articoli). Implacabile nel difendere l'oggettività della verità contro l'evidente decadenza della teologia cattolica e la protestantizzazione della Chiesa.

Una cattiva filosofia produce una cattiva teologia e questa porta la Chiesa fuori strada. Non aveva dubbi, monsignor Antonio Livi, che ci ha lasciati ieri a 82 anni a Roma per aspettarci nella Gloria di Dio quando questo passaggio toccherà anche a noi, che la Chiesa stia andando fuori strada. Ed aveva impegnato tutta la sua vita di filosofo e di teologo per spiegare e difendere la recta ratio, la verità naturale, la filosofia spontanea dello spirito umano, senza della quale non è possibile la recta fides, la fede non solo come atto soggettivo (fides qua) ma anche come conoscenza delle verità rivelate salvifiche (fides quae).
La dislocazione attuale dall’oggetto al soggetto, dai contenuti alla prassi, dalla dottrina alla pastorale tipica delle età in decadenza, come scriveva Josef Pieper (“Tutte le epoche in procinto di dissolversi sono soggettive, mentre tutte le epoche che guardano in avanti hanno una direzione oggettiva”), connota anche questa nostra età della decadenza e riguarda anche la Chiesa. La teologia cattolica, insegnava Antonio Livi, sta perdendo il riferimento ad un sistema naturale di pensiero senza il quale essa si riduce a generica letteratura religiosa, a vaga esortazione parenetica, ad assimilazione mimetica e compiaciuta del linguaggio del mondo, ma non serve più il dogma.
Senza la struttura di verità del proprio pensiero – egli usava l’espressione “epistemologia aletica” – la fede cristiana cessa di essere un autentico sapere, non si comunica a tutti gli uomini, non presenta i dogmi sempre nello stesso senso, non li difende dalle eresie.
Sulla scia del suo maestro Étienne Gilson, Antonio Livi è stato un grande tomista vissuto in un’epoca in cui la teologia cattolica ha messo il realismo metafisico completamente da parte. Per questo la sua vita è stata una “lotta” teoretica e pratica – “sapesse quante ne ho passate!", mi aveva detto -, una lotta fino all’ultimo momento, una lotta che egli lascia in eredità: “Ho pochi momenti lucidi nell’agonia, ma so che altri continueranno dopo di me”.
Proprio come Gilson, Livi ha denunciato tutti i tentativi moderni, necessariamente confluenti nel modernismo, di negare il realismo filosofico, sapendo che se si concede al pensiero moderno anche una sola briciola di vantaggio all’inizio, la partita prima o dopo sarà perduta. La stessa battaglia che Gilson aveva intrapreso fieramente contro la scuola di Lovanio negli anni Trenta del secolo scorso, Livi l’ha affrontata contro i neomodernisti del nostro tempo, denunciando il razionalismo di origine protestante dilagante ormai nella teologia cattolica e che animava la protestantizzazione del cattolicesimo ormai sotto gli occhi di tutti.
La sua “filosofia del senso comune” eliminava ogni concessione al dubbio cartesiano e al criticismo kantiano, impediva sul nascere qualsiasi accordo tra il realismo metafisico e i principi della filosofia moderna, liquidava come inconsistente e dannosa la teologia ufficialmente professata in moltissimi centri accademici cattolici comprese le università pontificie, fronteggiava apertamente i più acclamati maestri del pensiero cattolico attualmente in voga, tanto inconsistenti quanto vezzeggiati dal nuovo establishment ecclesiastico.
Come aveva fatto Réginald Garrigou-Lagrange negli anni quaranta del secolo scorso, Antonio Livi si era chiesto dove stesse andando la nouvelle théologie e la sua diagnosi confermava quella del grande domenicano: essa conduce alla tesi che una teologia non attuale è falsa e che la teologia vera per essere vera deve essere attuale. È così che ha pensato Rahner e che pensa Kasper, per i quali l’essere è tempo e il tempo è essere, la teologia nasce dall’esistenza che è sempre mutevole e così anche essa cambia.
Una teologia immutabilmente vera oggi è ritenuta cosa impossibile anche ai vertici della Chiesa, ma non da Antonio Livi. Nel suo libro forse più famoso, “Vera e falsa teologia”, egli presentò un elenco di teologi, poi più volte aggiornato, che stravolgevano la teologia cattolica e che ciò nonostante erano insigniti al merito da parte dell’autorità ecclesiastica. Nei suoi ultimi editoriali della rivista “Fides Catholica”, di cui aveva preso la direzione dopo le note vicende accadute ai Francescani dell’Immacolata, aveva denunciato la logica hegeliana penetrata nello stesso magistero, come conseguenza matura della nuova teologia modernista: un certo insegnamento dottrinale o morale è vero, ma poi i tempi cambiano e quindi bisogna riconsiderarlo.   
Antonio Livi va paragonato, come già osservato, a Garrigou-Lagrange, a Étienne Gilson, a Cornelio Fabro, ai grandi filosofi e teologi della Scuola Romana la cui ricchezza è stata rifiutata e dimenticata e nessuno sa dire perché. Rifiutata perché non più attuale, ma rifiutare una verità perché non più attuale significa rifiutarla senza un perché. Certamente è triste che i Grandi siano rifiutati senza un perché. Del resto, però, ciò evidenzia la loro grandezza rispetto alla quale nessun perché è sufficiente per rifiutarli.  

(Fonte: Stefano Fontana, LNBQ, 3 aprile 2020)
https://lanuovabq.it/it/a-dio-livi-diga-teologica-al-modernismo-nella-chiesa




sabato 14 marzo 2020

Il Sabato santo della fede e una richiesta ai pastori


Sarò sincero. In questi giorni, così difficili, ho letto i comunicati dei vescovi, ho letto gli interventi del papa, ma non vi ho trovato un vero conforto, non vi ho trovato l’acqua fresca in grado di dissetare un’anima che si trova in un deserto di preoccupazioni.
I comunicati dei vescovi, a parte alcuni accenni qua e là, assomigliano ai bollettini governativi e sono scritti quasi con lo stesso linguaggio burocratico. Preoccupazione numero uno è dare direttive, tutte ispirate ai criteri di salvaguardia della salute del corpo, ma ben pochi, o nulli, sono gli accenni alla salute dell’anima e alla salvezza.
Inoltre, ho notato qualche contraddizione tra quanto ha detto il papa e quanto hanno scritto i vescovi. A Santa Marta, per esempio, il papa, chiedendo ai pastori di “accompagnare il popolo di Dio in questa crisi”, ha dichiarato che “le misure drastiche non sempre sono buone”. Ma proprio nello stesso giorno il suo vicario per la diocesi di Roma ha decretato la chiusura delle chiese. Difficoltà di comunicazione interna?
Che sia mancata fin qui, da parte dei pastori, una parola vera, in grado di sostenere i fedeli, lo dice anche, come opportunamente segnala Sandro Magister, la prestigiosa rivista Il Regno, a firma del suo direttore Gianfranco Brunelli, e la cosa è significativa se si pensa che Il Regno non appartiene certamente allo schieramento dei “nemici di papa Francesco” e non è certamente espressione degli ambienti che vengono dipinti come reazionari e tradizionalisti.
Ebbene, scrive Brunelli: “Ora che è stato detto tutto e di tutto, da parte di tanti; ora che il coronavirus sta assumendo il volto inarrestabile e pervasivo di una pandemia; in quest’ora toccherebbe alla Chiesa fare sentire la propria voce. Perché ci avviciniamo alla Pasqua. Non sono mancati interventi di singoli pastori, ma una parola unitaria della conferenza episcopale italiana è sin qui mancata, se si escludono singoli comunicati, in genere sul tema dell’apertura e della chiusura delle chiese, sulla opportunità o meno di celebrare le funzioni liturgiche, in “ottemperanza” ai decreti governativi. È mancata sin qui una parola vera”.
Questo è il punto. Una “parola vera” significa una parola per l’anima. Significa la parola di un padre. Abbiamo ricevuto regolamenti scritti con lo stile dei funzionari: ci è mancata una parola di fede, un nutrimento per l’anima.
Diciamolo chiaramente: ci stiamo confrontando con il problema della morte, il problema dei problemi. Ma sotto questo profilo i pastori si sono dimostrati quasi del tutto afoni.
L’impressione (ma spero di essere smentito quanto prima) è che i pastori, abituati a scendere in campo sul terreno amico delle questioni sociali, si trovino in imbarazzo ora che, improvvisamente,  devono misurarsi con i Novissimi (morte, giudizio, inferno, paradiso): un terreno che per loro dovrebbe essere quello di casa ma che da troppo tempo, forse, trascurano.
Scrive Brunelli: “Qui il problema è affrontare il tema della fragilità personale e collettiva, sociale ed economica, politica e istituzionale. È il tema della malattia, della vita e della morte, che tocca e ridefinisce ogni cosa. È dunque il tema dell’annuncio del Vangelo in questo tempo”.
La stessa chiusura delle chiese, provvedimento che fa soffrire tanti, è stata spiegata in termini funzionali, come misura di contenimento del virus. È mancata la parola della fede.
Osserva ancora Brunelli: “La Chiesa italiana, lo stesso vescovo di Roma sono attesi per una parola che ripeta nuovamente il Vangelo in questo tempo; che affronti il mistero della morte e della risurrezione. Perché con questo, oggi, tutti, individualmente e collettivamente, siamo confrontati. Questa è l’attesa, consapevole o meno, di una moltitudine. Siamo entrati in una lunga vigilia, un’interminabile veglia notturna. È il Sabato santo della fede, il giorno a-liturgico per eccellenza, un tempo denso di sofferenza, di smarrimento, d’attesa e di speranza, che sta tra il dolore della croce e la gioia della Pasqua. Il giorno del silenzio di Dio. La Chiesa deve preparare la Pasqua, perché forse neppure la liturgia pasquale potremo celebrare, il centro della nostra fede: il corpo e il sangue di Cristo dato per noi e per tutti”.
In questo Sabato santo della fede preghiamo per i nostri pastori, perché, pur costretti, come tutti, a starsene al chiuso, si aprano all’ascolto dei figli che aspettano una voce veramente paterna. Una voce per l’anima.
*
Aggiornamento
Dopo aver scritto l’articolo che trovate qui sopra, ho appreso che il cardinale vicario di Roma, De Donatis, ha emesso oggi un nuovo decreto con il quale corregge il tiro rispetto a quello di ieri. A proposito della chiusura delle chiese, il cardinale scrive infatti, ed è la prima volta: “Tuttavia, ogni provvedimento cautelare ecclesiale deve tener conto non soltanto del bene comune della società civile, ma anche di quel bene unico e prezioso che è la fede, soprattutto quella dei più piccoli”.
Troppo stridente, come segnalavo nell’articolo, era la distanza tra la richiesta del papa di non prendere misure eccessivamente drastiche e la richiesta di sbarrare il passo ai fedeli che vogliano entrare in chiesa.
Il nuovo decreto del cardinal vicario pertanto stabilisce: “Rimangono chiuse all’accesso del pubblico le chiese non parrocchiali e più in generale gli edifici di culto di qualunque genere (cf. can. 1214 ss. C.I.C.); restano invece aperte le chiese parrocchiali e quelle che sono sedi di missioni con cura d’anime ed equiparate”.

(Fonte: Aldo M. Valli, Duc in altum, 13 marzo 2020)
https://www.aldomariavalli.it/2020/03/13/il-sabato-santo-della-fede-e-una-richiesta-ai-pastori/


sabato 29 febbraio 2020

Trump: primo discorso delle Ceneri di un presidente Usa


Per la prima volta un presidente degli Stati Uniti ha tenuto un discorso il Mercoledì delle Ceneri sulla Quaresima e lo ha fatto, non come atto privato, ma come atto ufficiale. La scelta di Donald J. Trump è di importanza cruciale, non solo perché a capo della prima potenza mondiale, ma perché torna a identificare gli Usa come nazione cristiana

«E la luce brillò nelle tenebre e/ contro il Verbo il mondo inquieto ancora/ mulinava attorno al centro del Verbo silenzioso». Quando, nel 1930, T.S. Eliot (1888-1965) pubblicò il poema Ash Wednesday, «Mercoledì delle Ceneri», mai più si sarebbe immaginato che una delle rappresentazioni più plastiche e concrete di quei suoi versi lancinanti sarebbe stato il presidente del Paese che il poeta si era lasciato alle spalle, gli Stati Uniti d’America, e tra tutti i presidenti certamente il più improbabile.
Nel mondo cristiano mercoledì 26 è iniziata la Quaresima con il rito dell’imposizione delle ceneri e il capo del Paese più importante del mondo, Donald J. Trump, ha segnato l’evento sul calendario della storia inviando al proprio Paese e al mondo intero un messaggio. Non era mai successo. «Melania e io auguriamo a tutti di vivere il Mercoledì delle Ceneri come un giorno di pace e di preghiera», ha scritto il presidente. «Per i cattolici e per molti altri cristiani, il Mercoledì delle Ceneri segna l’inizio del periodo quaresimale che si conclude con la gioiosa celebrazione della domenica di Pasqua. Oggi milioni di cristiani saranno marcati sulla fronte con il segno della croce. L’imposizione delle ceneri è un invito a vivere il tempo della Quaresima digiunando, pregando e impegnandosi in gesti di carità. Questa tradizione potente e sacra ci ricorda la mortalità che ci accomuna, l’amore di Cristo che salva e la necessità di pentirci accettando più pienamente il Vangelo. Ci uniamo dunque in preghiera a tutti coloro che osservano questo giorno santo e auguriamo loro un cammino quaresimale di preghiera. Durante questo periodo benedetto possiate avvicinarvi di più a Dio nella fede».
Poche parole, essenziali, che parlano dell’essenziale. Dio, la preghiera, la penitenza, la riconciliazione, il trionfo della Risurrezione. Bellissime. Ma non è solo qui la bellezza intrinseca delle parole di Trump. Il supplemento di bellezza nelle parole di Trump è che Trump quelle parole le abbia scritte. Per diversi motivi. Anzitutto perché Trump dà la fede come un dato normale di realtà. Dagli albori del genere umano fino a grosso modo l’Illuminismo l’ateismo non è mai esistito. Al massimo era il passatempo di qualche intellettualoide borghese che per vincere la noia si sforzava di stupire il prossimo. Oggi invece la fede, almeno in Occidente, sembra una cosa da marziani. Trump ribalta dunque tutto, ricominciando daccapo.
Secondo, perché non lo fa da privato, ma da presidente, e del Paese più potente del mondo. Il suo messaggio è stato diramato ufficialmente dalla Casa Bianca come tutti gli atti ufficiali del presidente. Ora, nessuno è tenuto giudicare la fede personale di Trump, ma la sua fede pubblica è un altro dato potente di realtà.
Terzo, la fede pubblica mostrata dal presidente è la fede cristiana. Gli Stati Uniti si sono concepiti come Paese cristiano sin dall’inizio. Possono avere sbagliato, ma questo è quello che hanno sempre pensato di sé. Solo oggi l’identità cristiana del Paese viene messa ideologicamente in dubbio dall’interno. Il gesto di Trump la ribadisce invece con naturalezza, come un dato di fatto.
Quarto, che la fede svolga un ruolo pubblico non viola la laicità e nemmeno la democrazia. Un Paese è serio anzitutto e soprattutto se lo è rispetto alla propria identità culturale e dunque religiosa. L’omogeneità culturale, che si fonda anche sull’identità religiosa, è la condizione per poter rispettare, difendere e accogliere realtà sociali diverse, che non condividano il dono pieno della medesima fede o la fede in quanto tale. Non è infatti il relativismo che garantisce la libertà religiosa, ma l’identità religiosa cosciente, giacché la libertà religiosa non è fare di Dio quel che si vuole bensì avere la libertà necessaria per adorarLo in spirito e verità, confrontandosi da uomini integrali con Lui.
Quinto, non si può non notare l’accento posto con enfasi, dolce, sul cattolicesimo. In un Paese erroneamente percepito come “protestante” pare strano. Ma, a parte il fatto che i cattolici restano la maggioranza relativa del Paese, e che dunque è statistico che il presidente inizi da loro seguitando poi con gli altri cristiani, Trump “subisce” il fascino del cattolicesimo. Certo, diramando il messaggio a nome della moglie e proprio, e anteponendo per giusta cavalleria il nome della consorte al proprio, ed essendo Melania cattolica, si potrebbe scambiare la cosa per mera cortesia. Ma, a parte il fatto che la buona educazione è già metà della santità, come diceva santa Francesca Saverio Cabrini (1850-1917), e che quindi cedere il passo a lady Melania non è cosa piccola, il punto è che il messaggio del Mercoledì delle Ceneri non lo ha mandato Trump da single, ma la famiglia presidenziale, Trump e signora. Il fatto che la signora Trump sia cattolica è importante; non fa di Trump il secondo presidente cattolico degli Stati Uniti, ma neppure riesce a nascondere il flirt che Trump ha, per un verso o per l’altro, con il cattolicesimo. Flirt culturale e pubblico, ma noi che non siamo i suoi confessori a ciò dobbiamo solo attenerci. Il Dio cattolico non è fiscale.
Alla fine di questo mercoledì da leoni, dunque, che resta? Un fatto che nessun potrà mai sbianchettare. La dimensione pubblica della fede torna senza chiedere né permesso né scusa nel mezzo del buio laicista e relativista più nero, ovvero quando «la luce brillò nelle tenebre» perché «il mondo inquieto contro il Verbo» pur sempre ancora «mulinava attorno al centro del Verbo silenzioso» non riuscendo comunque a scrollarselo di dosso. Quando si scriveranno le cronache della nuova Cristianità, diversa, inedita, gli amanuensi del futuro appunteranno certamente alcune date significative della sua protostoria, fra cui Washington, Mercoledì delle Ceneri, A.D. 2019. Trump non ha la minima idea, ma questo fa parte del fascino sublime della cosa


(Fonte: Marco Respinti, LNBQ, 28 febbraio 2020)
https://www.lanuovabq.it/it/trump-primo-discorso-delle-ceneri-di-un-presidente-usa