mercoledì 13 gennaio 2021

Il Papa e i vaccini

Nell'intervista al TG5 il Papa ritiene un imperativo morale vaccinarsi contro il Covid-19. Ma nel documento della Congregazione per la Dottrina della Fede, pubblicato il 21 dicembre scorso e approvato dal Papa, si dice esattamente il contrario. Ormai è consueto in questo pontificato osservare tali contraddizioni, che si direbbero una vera e propria strategia.

 «Eticamente tutti devono prendere il vaccino, non è una opzione - mi sembra non mi sembra… -, è una opzione etica. (…) Oggi si deve prendere il vaccino». Non sorprende che queste parole forti di papa Francesco, riferite al vaccino anti-Covid e contenute in una lunga intervista trasmessa dal TG5 domenica 10 gennaio, abbiano fatto il giro del mondo. Parole senza appello e tanto per non lasciare spazio ad ambiguità il Papa si è riferito a quanti avanzano dubbi sulla vaccinazione anti-Covid accusandoli di «negazionismo suicida».

Eppure non può non stupire che a pronunciare queste parole sia lo stesso papa Francesco che appena il 17 dicembre scorso ha «esaminato e approvato la pubblicazione» della “Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla moralità dell’uso di alcuni vaccini anti-Covid-19” (poi pubblicata il 21 dicembre) in cui si afferma altrettanto chiaramente che «appare evidente alla ragione pratica che la vaccinazione non è, di norma, un obbligo morale e che, perciò, deve essere volontaria».

In pratica, tutto il contrario. A quale papa Francesco si deve dunque dare retta? Da un punto di vista puramente magisteriale l’unica cosa che conta è il documento della Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF); quello che il Papa dice in una intervista alla fin fine sono sue opinioni, che possono piacere o meno, su cui si può essere d’accordo o meno, ma appunto sono opinioni e valgono come tali. In realtà però, mentre nessuno ricorda già più la Nota della CDF, tutto il mondo ora sa che il capo della Chiesa cattolica considera moralmente obbligatoria per tutti la vaccinazione anti-Covid. E a fare scuola, a fare mentalità, è l’intervista, non il magistero. Anche perché anche una semplice opinione, se detta dal Papa a tutto il mondo, acquista necessariamente una forza tutta sua.

Resta il fatto, per chi voglia confrontarsi con la realtà, che il Papa oggi dice una cosa e domani il suo contrario. Chi voglia prenderlo sul serio non può non sentirsi disorientato e perfino frustrato. Anche perché non si tratta certamente di un episodio isolato. La storia delle indicazioni opposte date in questi anni è lunghissima, e non per niente molto spesso i cattolici si dividono fra di loro citando Papa Francesco chi per un giudizio e chi per il giudizio opposto. Pensiamo, tanto per fare l’esempio più noto, come si è combattuto attorno all’interpretazione da dare ad Amoris Laetitia senza che mai venisse da lui una parola chiarificatrice, pure di fronte a domande precise.

Ma senza neanche scomodare il passato, basta rimanere nella stessa intervista al TG5: ancora una volta ha pronunciato parole dure contro l’aborto, ha spiegato come non sia una questione religiosa ma umana; parole forti, senza appello, anche coraggiose dette in tv in prima serata. A onor del vero lo ha fatto diverse volte in questi anni, poi però quando il dibattito si accende, diventa di stretta attualità – vedi la recente approvazione dell’aborto nella sua Argentina – si eclissa, evita di entrare in argomento. Oppure appoggia apertamente politici ultra-abortisti, come Hillary Clinton e Joe Biden, e definisce Emma Bonino, il simbolo della legalizzazione dell’aborto in Italia, «tra i grandi dell’Italia di oggi». O anche si circonda in Vaticano di consiglieri che della promozione dell’aborto hanno fatto una bandiera, vedi Jeffrey Sachs.

Cosa deve dunque pensare un semplice fedele davanti a queste evidenti contraddizioni? Difficile rifuggire dalla sensazione di trovarsi davanti a una vera e propria "strategia della confusione”. Sensazione avvalorata dal fatto che la confusione non riguarda soltanto la sistematica violazione del principio di non contraddizione. C’è anche confusione di argomenti, si confonde spesso la scienza con la fede.

Torniamo ancora ai vaccini: ha detto il Papa, che «se i medici dicono che è una cosa che può andare bene perché non prenderla?». Già, ma le cose non sono così pacifiche: ci sono molti medici e scienziati convinti della necessità di vaccinarsi, ma ci sono anche molti medici e scienziati che invece nutrono perplessità, ci sono domande importanti ancora senza risposta. Pur tralasciando le questioni morali legate all’origine dei vaccini, di certo non sappiamo ancora il livello di efficacia e sicurezza dei vaccini autorizzati; chi si inocula ora il vaccino deve essere consapevole che è parte di un esperimento. C’è chi giudica più che accettabile il rischio a fronte del beneficio promesso, ma c’è chi ritiene esattamente il contrario o ha comunque dei dubbi, altrettanto legittimamente. Chi stabilisce che è etico dare credito a certi medici e negazionista ad altri medici? Non si può parlare del vaccino come della Terra promessa, non può essere materia di fede; non è il vaccino che ci libererà, neanche dalla malattia in questo caso.

È la stessa confusione creata sul tema dei cambiamenti climatici: una ipotesi scientifica, quella del riscaldamento globale antropico (cioè causato dall’uomo) è stata trasformata in magistero, nell’enciclica Laudato Si’. «La scienza dice…», e scatta il dogma, è indiscutibile. Invece gli scienziati sono divisi e comunque una ipotesi scientifica che oggi appare confermata, domani potrebbe essere superata da altre scoperte e altri studi. Non si possono trasformare ipotesi scientifiche in articoli di fede. Si pensava che la questione fosse superata dal caso Galileo e invece la confusione si ripropone.

In ogni caso nel cattolicesimo la fede presuppone e valorizza la ragione: un conto è richiamare alla necessità di tutelare la propria vita e quella degli altri, altra cosa è identificare questo principio in un particolare vaccino o in una scelta di per sé opinabile. Nessuna demonizzazione dei vaccini, ma la decisione deve essere consapevole e libera. Come riteneva papa Francesco appena due settimane fa.


(Fonte: Riccardo Cascioli, LNBQ, 12 gennaio 2021)

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Sì a “lettrici e accolite”, ora il Diaconato è in pericolo

La decisione del Papa, attraverso il motu proprio Spiritus Domini, di modificare il canone 230, apre anche alle donne Lettorato e Accolitato. Ministeri che nei secoli sono stati sempre conferiti solo a maschi perché, come gli altri antichi ordini minori, emanano dal Diaconato. Così anche quest’ultimo, rotto il legame con la tradizione, potrà essere attaccato.

 Un osso gettato per placare momentaneamente la fame di sacerdozio femminile dei “pastori tedeschi” e sudamericani? Oppure, al contrario, un ulteriore passo - secondo i principi della finestra di Overton - per arrivare al diaconato femminile e poi spiccare il salto verso ciò che è proibito?

La decisione di papa Francesco di modificare, con il motu proprio Spiritus Domini, il canone 230 § 1 del Codice di Diritto Canonico, deve far pensare. La versione precedente, ormai decaduta, limitava ai soli uomini la possibilità di essere istituiti lettori o accoliti; la nuova versione indica invece in tutti i fedeli «laici che abbiano l’età e le doti determinate con decreto dalla Conferenza Episcopale», senza esclusione delle donne, di poter assumere stabilmente questi ministeri.

La demolizione degli Ordini minori era iniziata nel 1972, allorché Paolo VI, con il motu proprio Ministeria quaedam, aveva stabilito che, «poiché gli ordini minori non sono rimasti sempre gli stessi e numerosi uffici ad essi connessi, come accade anche oggi, sono stati esercitati anche da laici, sembra opportuno rivedere tale prassi ed adattarla alle odierne esigenze, in modo che gli elementi che son caduti in disuso in quei ministeri, siano eliminati; quelli che si rivelano utili, siano mantenuti; quelli che sono necessari, vengano definiti». E così, ad essere sacrificati a questo strano criterio delle «odierne esigenze» sono stati l’Ostiariato, l’Esorcistato e, non senza ancor maggiori perplessità, il Suddiaconato. Il Lettorato e l’Accolitato sono stati invece mantenuti, sebbene non più come Ordini minori, ossia ministeri “ordinati” propedeutici all’Ordinazione diaconale e poi presbiterale, ma come ministeri istituiti, che ogni fedele laico maschio debitamente disposto ha la possibilità di ricevere.

L’apertura di questi ministeri anche a fedeli laici sembra in effetti più attinente alla loro origine storica: nell’Alto Medioevo lo status di chierico, e dunque l’accesso a questi ministeri, non era riservato a quanti avevano intrapreso il cammino verso il sacerdozio. Fu invece il Concilio di Trento, nella sua XXIII Sessione, a disporre che questi ministeri divenissero “Ordini minori”. Il Concilio ricordava che «fin dall’inizio della Chiesa erano in uso i nomi degli ordini seguenti e i ministeri propri a ciascuno di essi: suddiacono, accolito, esorcista, lettore, ostiario, quantunque non con pari grado. Il suddiaconato, inoltre, dai padri e dai sacri concili è considerato tra gli ordini maggiori; e leggiamo in essi, frequentissimamente, anche quanto riguarda gli ordini minori». Per tale ragione, il XVII canone di questa sessione si premurava di ripristinare i suddetti ordini: «Perché le funzioni dei santi ordini, dal diaconato all’ostiariato, lodevolmente accolte nella Chiesa fin dai tempi degli apostoli, e in molti luoghi per lungo tempo interrotte, siano rimesse in uso secondo i sacri canoni, e non siano criticate dagli eretici come inutili, il santo sinodo, desiderando vivamente di rimettere in uso quell’antica usanza, stabilisce che in futuro tali ministeri non siano esercitati se non da quelli che sono costituiti in questi ordini». E richiedeva che i primi quattro (Ostiariato, Lettorato, Esorcistato e Accolitato) fossero conferiti di preferenza ai chierici celibatari, in assenza dei quali potevano essere scelti anche uomini «sposati di onesta vita, adatti a questi uffici, purché non bigami e a condizione che in chiesa portino la tonsura e l’abito clericale».

Passano gli anni e, chissà per quale ragione, alcune di queste funzioni «lodevolmente accolte nella Chiesa fin dai tempi degli apostoli» non trovano più spazio nella Chiesa del XX secolo, nemmeno all’interno del percorso dei seminari (eccettuati gli istituti “tradizionali”)…

Quello che preme sottolineare è che tali ministeri sono sempre stati conferiti ai soli uomini: il motu proprio appare pertanto come un unicum nella storia di tali ordini. Nessuna misoginia nella prassi tradizionale; la motivazione di questa elezione viene spiegata da san Tommaso d’Aquino: «nella Chiesa primitiva, a causa della scarsità di ministri, ai diaconi erano affidati tutti i ministeri inferiori [...]. In seguito però, il culto divino venne ampliato; e quanto la Chiesa aveva implicitamente in un solo ordine, fu affidato esplicitamente a diversi altri ordini» (Super Sent., lib. 4 d. 24 q. 2 a. 1 qc. 2 ad 2). Dunque, gli Ordini minori emanano dall’Ordine diaconale, come rivoli d’acqua dalla loro fonte, sebbene distinti da esso. Era dunque naturale che i candidati a tali “ordini” dovessero essere di sesso maschile e, di preferenza, candidati celibi.

La ratio di questi ordini minori e la loro origine storica, inclusi il Lettorato e l’Accolitatosta dunque nel fatto di essere in qualche modo connessi al Diaconato ordinato. Aprendo dunque questi ministeri al sesso femminile, o si è fatta un’operazione superficiale, che ha dimenticato questa connessione (o l’ha ritenuta grossolanamente superflua), oppure la si conosceva molto bene e si è portata avanti l’operazione come delle torri pronte ad assediare la cittadella del Diaconato. In entrambi i casi, i segni della decadenza, o meglio, della decomposizione del cattolicesimo avanzano.

Di certo si fa veramente fatica a comprendere come il Papa possa affermare che «una consolidata prassi nella Chiesa latina ha confermato, infatti, come tali ministeri laicali, essendo basati sul sacramento del Battesimo, possono essere affidati a tutti i fedeli, che risultino idonei, di sesso maschile o femminile, secondo quanto già implicitamente previsto dal can. 230 § 2». Quest’affermazione è di una palese scorrettezza: il canone menzionato era infatti preceduto dal § 1, il quale esplicitava che i candidati al ministero stabile dovevano essere i soli «laici di sesso maschile (viri laici)», ultima reliquia - evidentemente considerata un obsoleto relitto - di quel legame con il Diaconato. La verità è che non esiste alcuna prassi nella Chiesa del conferimento di tali ministeri istituiti a donne: il Papa ha usato la discutibile usanza delle chierichette e delle lettrici temporanee per abbattere un altro bastione posto a difesa del Diaconato maschile.

  

(Fonte: Luisella Scrosati, LNBQ, 12 gennaio 2021)

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lunedì 21 dicembre 2020

Giuseppe e il matrimonio con Maria, mistero di salvezza

Delineando la genealogia di Gesù, all’inizio del primo dei quattro Vangeli, la prima espressione che Matteo usa per riferirsi a Giuseppe è «lo sposo di Maria». È da Lei che «è nato Gesù chiamato Cristo», come subito aggiunge l’evangelista nel prosieguo del medesimo versetto (cfr. Mt 1, 16). Fin da qui, dunque, è chiaro che dal matrimonio con la santa Vergine discendono i diritti paterni di san Giuseppe e il suo ruolo straordinario, preordinato dall’eternità, nel servire il mistero della Redenzione.

Nel ricordare i motivi per cui il capo della Santa Famiglia è patrono speciale della Chiesa, Leone XIII sottolineò - insieme alla paternità - proprio il matrimonio: «[…] poiché tra Giuseppe e la beatissima Vergine esistette un nodo coniugale, non c’è dubbio che a quell’altissima dignità, per cui la Madre di Dio sovrasta di gran lunga tutte le creature, egli si avvicinò quanto nessun altro mai. Infatti il matrimonio costituisce la società, il vincolo superiore ad ogni altro: per sua natura prevede la comunione dei beni dell’uno con l’altro. Pertanto se Dio ha dato alla Vergine in sposo Giuseppe, glielo ha dato pure a compagno della vita, testimone della verginità, tutore dell’onestà, ma anche perché partecipasse, mercé il patto coniugale, all’eccelsa grandezza di lei» (Quamquam Pluries, 15 agosto 1889).

Un secolo più tardi Giovanni Paolo II spiegava che Dio ha voluto incarnarsi, nella pienezza dei tempi, in una famiglia. Questa decisione divina doveva essere preceduta, nella sua concreta attuazione, dalle nozze di Maria e Giuseppe. «Nel momento culminante della storia della salvezza, quando Dio rivela il suo amore per l’umanità mediante il dono del Verbo, è proprio il matrimonio di Maria e Giuseppe che realizza in piena libertà il dono sponsale di sé nell’accogliere ed esprimere un tale amore» (Redemptoris Custos, 7).

Riguardo alla piena libertà di tale dono sponsaleva richiamato il fatto che mistici e dottori della Chiesa insegnano che entrambi i santi sposi avevano fatto voto di verginità già nella loro fanciullezza, ribadendolo poi nel matrimonio. Lo sapeva bene un noto e compianto josefologo, padre Tarcisio Stramare (1928-2020), religioso degli Oblati di San Giuseppe e tra i principali collaboratori di Giovanni Paolo II alla stesura della RC. «Il matrimonio di Maria con Giuseppe, che era destinato ad accogliere ed educare Gesù, comportava necessariamente - scrive padre Stramare - la massima espressione dell’unione coniugale, ossia il grado supremo del dono di sé. La verginità, che esprime e garantisce l’assoluta gratuità del dono, va dunque candidamente ammessa in quel matrimonio, riconoscendo che essa non solo non compromette l’essenza del matrimonio e della paternità, ma la evidenzia e la difende, secondo il duplice assioma agostiniano: “sposo tanto più vero quanto più casto” e “padre tanto più vero quanto più casto”» (La Santa Famiglia di Gesù, Shalom, 2010, p. 75).

Maria e Giuseppe, desiderando realizzare la sola volontà di Dio, si rendono docili strumenti nelle Sue mani e compiono dunque ciò che Adamo ed Eva non avevano saputo fare, cadendo per la loro disobbedienza nel peccato originale, da cui deriva il disordine della concupiscenza. Il santo matrimonio che precede l’incarnazione del Verbo è quindi una realtà talmente legata ai misteri salvifici da essere fondamentale in ogni autentica catechesi familiare. Come spiegò Paolo VI il 4 maggio 1970 nell’allocuzione al movimento Équipes Notre-Dame: «In questa grande impresa del rinnovamento di tutte le cose in Cristo, il matrimonio, anch’esso purificato e rinnovato, diviene una realtà nuova, un sacramento della nuova Alleanza. Ed ecco che alle soglie del Nuovo Testamento, come già all’inizio dell’Antico, c’è una coppia. Ma, mentre quella di Adamo ed Eva era stata sorgente del male che ha inondato il mondo, quella di Giuseppe e di Maria costituisce il vertice, dal quale la santità si espande su tutta la terra. Il Salvatore ha iniziato l’opera della salvezza con questa unione verginale e santa, nella quale si manifesta la sua onnipotente volontà di purificare e santificare la famiglia, questo santuario dell’amore e questa culla della vita».

Per quanto detto, è oggi quantomai necessario dare il giusto risalto al legame sponsale tra Maria e Giuseppe, sottolineandone la naturale reciprocità, in accordo ai Vangeli. In questo senso, padre Stramare notava per esempio che perfino nelle Litanie Lauretane manca ufficialmente un titolo che onori la Madonna quale «sposa di Giuseppe», quando questo sarebbe conveniente, a maggior ragione per rimediare alla liquidità di certa teologia contemporanea che ha tra le sue vittime proprio la scomparsa del ruolo di Giuseppe, «specchio questo dello squilibrio sociologico e culturale della famiglia moderna, dove la figura “maschile” sta scomparendo sia come “padre” sia come “sposo”» (San Giuseppe - Dignità. Privilegi. Devozioni, padre Tarcisio Stramare, Shalom, 2008).

 (Fonte: Ermes Dovico, LNBQ, 19 dicembre 2020)

Giuseppe e il matrimonio con Maria, mistero di salvezza - La Nuova Bussola Quotidiana (lanuovabq.it)

 

 

martedì 17 novembre 2020

Gene blasfemo in Duomo, ma per il vescovo è solo gossip

Sketch triviali in Duomo al convegno sul beato Focherini. Ecco cosa ha detto Gene Gnocchi a Carpi nella performance di cui parla tutt'Italia: «Cerco lavoro, sono la controfigura di Rocco Siffredi, dopo che è rimasto amputato col ciak. Per stare svegli servono le palle del toro... e del torero. Paola Ferrari? Per Brosio è la Madonna di Medjugorje». A più di un mese dall'esibizione blasfema in Cattedrale, il vescovo di Carpi, Castellucci, presente e sorridente all'evento, non ha ancora chiesto scusa ai fedeli per le allusioni sessuali pronunciate dal comico sul presbiterio mentre la diocesi derubrica l'episodio a gossip. Il dramma di una Chiesa ossessionata dallo stare al passo coi tempi che svilisce il sacro e si fa caricatura di se stessa. 

 Nella grottesca vicenda di Gene Gnocchi in cattedrale a Carpi colpisce il fatto che il solo a farne le spese sia stato il prete che ha denunciato la “performance” mentre i vertici della Chiesa locale, con in testa il vescovo, ridevano per le blasfeme battute del comico, che non facevano neanche ridere.

I fatti sono usciti in questi giorni, ma risalgono al 10 ottobre. Per celebrare i 75 anni del martirio in campo di concentramento del beato Focherini, la diocesi di Carpi aveva promosso, attraverso un comitato apposito presieduto dal vicario diocesano don Ermenegildo Manicardi, una serie di iniziative tra cui un convegno storico sulla figura del martire carpigiano.

Al termine delle relazioni storico-teologiche, per alleggerire la mattinata, sul presbiterio della Cattedrale è salito in scena il comico con uno spettacolo chiamato Pandemia. Che c’entra con il tema di Focherini? Niente, ed è anche questa una delle tante stranezze che la diocesi avrebbe dovuto spiegare e invece non ha fatto.

Comunque, i giornali hanno riferito dell'accenno di Gnocchi su Rocco Siffredi perché un sacerdote che era in diocesi fino a un anno fa, don Ermanno Caccia (ora è a Chioggia), ha scritto sul suo profilo Fb che la battuta volgare di Gnocchi sul re del porno aveva dissacrato l’evento.

L’Adnkronos ha rilanciato la notizia e la cronaca di giro ha fatto il resto. Il Resto del Carlino ha pensato bene anche di intervistare il comico che si è limitato a dire che in realtà il vescovo e tutti gli altri ridevano di gusto e che era stato chiamato proprio dal vicario, il quale al termine dell’esibizione si è anche lanciato in un peana di ringraziamento al comico.

E ha ragione, in fondo ha fatto il suo mestiere di giullare. Il grande colpevole in questa squallida storia invece è proprio la Chiesa carpigiana, rappresentata dal vicario don Manicardi e dal vescovo di Modena Erio Castellucci, che ha preso la responsabilità pastorale della Chiesa di Carpi e Mirandola dopo le dimissioni improvvise di monsignor Francesco Cavina. Anche ieri dall’ufficio stampa della diocesi ci si è limitati a derubricare la cosa come un semplice gossip.

Invece quello che viene chiamato gossip in realtà, è stata una profanazione della Cattedrale, faticosamente restaurata dopo il sisma del 2012 e visitata da Papa Francesco nel 2017, che è stata teatro della performance di Gnocchi, il quale in 15 minuti di show ha fatto almeno tre battute impronunciabili in una chiesa. 15 minuti regolarmente fatturati, ma il cui importo la diocesi non ha voluto svelare.

Ma che cosa ha detto di preciso il comico? I giornali non lo hanno detto, anche perché il video dello “show” non  è mai stato pubblicato sul sito diocesano.

La Bussola oggi è in grado di ricostruire le parole del suo intervento e i passaggi più sconci, scoprendo, tra l’altro, che le battute irriverenti, del luogo e del contesto, erano almeno tre.

La prima è quella incriminata: Gene Gnocchi ad un certo punto si chiede: “Perchè mi trovo qui?”. Fa un monologo sul lavoro e sugli annunci di lavoro e poi informa il pubblico: “Non so se sapete che io sono la controfigura ufficiale di Rocco Siffredi”. Risate del pubblico. Poi prosegue: “Sì, perché una volta Siffredi è andato troppo vicino al ciack e… (lascia intendere che il ciack gli ha mozzato gli attributi ndr.) così hanno chiamato me”. Risate del pubblico, il vescovo Castellucci, probabilmente ignaro di quanto sarebbe stato elevato il valore spirituale della performance, si limita a ridere a denti stretti.

Ma non è niente di originale: si tratta di una battuta di un vecchio schetch del comico sul cercare lavoro disperatamente, scritto molto prima della pandemia, comunque. (Eccolo al minuto 3)

Prima però, Gnocchi, per aiutare il pubblico a rimanere sveglio al convegno, aveva apparecchiato il tavolo dei relatori, in presbiterio, dove ogni giorno si celebra la Messa, con acqua, bottiglie di lambrusco, un panino al prosciutto, una polvere che chiama “coca” e una Redbull. E così è partito: “Sapete come si fa la Redbull in casa?”. Il pubblico attende. “Ve lo dico io: prendete le palle del toro (la bevanda energizzante ha come simbolo proprio un toro ndr) e se non le avete, prendete le palle del torero”. Il pubblico ride, qualcuno si rende conto che l’intervento da osteria è irriverente del luogo, il vescovo Castellucci continua a fare buon viso a cattivo gioco. Ma anche questo è uno schetch già visto, per lo meno su youtube dove non sembra aver riscosso particolare successo. 

Infine, la performance, ormai un supplizio perché non c’è niente di più triste di un comico che non fa ridere, figurarsi se si esibisce in una chiesa, vira sull’avanspettacolo con battute che neanche al Bagaglino avrebbero partorito: “Quando lavoravo alla Domenica Sportiva, per illuminare Paola Ferrari (la conduttrice ndr.) lo studio rimaneva al buio, una volta entrò Paolo Brosio e urlò: Oddio, la Madonna di Medjugorie!”.

Nei giorni seguenti, la Diocesi ha diffuso tutti gli interventi tranne quello di Gene Gnocchi, evidentemente subodorando eventuali reazioni contrariate dei fedeli. Ma la voce dell'esibizione triviale di Gnocchi ha iniziato a circolare lo stesso sotto il portico di Piazza Martiri e volando veloce di bocca in bocca, è volata come una freccia scoccata dall'arco anche da don Caccia, come a tanti altri preti della diocesi. E qui il prete, che è stato l’ex direttore del settimanale diocesano prima che una polemica politica (un apprezzamento al leader leghista Salvini) lo azzoppasse, ha fatto il suo j’accuse.

Ieri mattina la Bussola ha cercato gli uffici della diocesi per un chiarimento. Ma nessuno è voluto intervenire, limitandosi a derubricare l’episodio a gossip e stupendosi del fatto che un giornale come il nostro potesse occuparsi di una notizia del genere.

Forse perché, a differenza di altri, abbiamo capito la notizia: in quei pochi minuti sono state commesse diverse profanazioni di cui qualcuno, magari lo stesso vescovo, dovrebbe chiedere scusa: al beato martire Focherini, il cui ricordo è stato lordato da uno spettacolo di bassissima qualità artistica, avulso dal contesto e già visto, e alla Cattedrale di Carpi, che dopo la ferita del sisma è assurta agli onori della cronaca non per esigenze di culto, ma per l’egocentrismo di un comico in crisi di ascolti e di una Chiesa in crisi di idee.

Una Chiesa che è ormai ossessionata dallo stare al passo coi tempi, in spasmodica ansia di parlare il linguaggio del mondo, ma che si trova fuori tempo massimo ad abbracciare anche le storture di quel mondo del quale non si accorge di andare al guinzaglio, specchiandosi nella caricatura di se stessa e svilendo quel sacro di cui dovrebbe essere custode. 

Il sesso: da tabù a pornografia. Qualcosa di cui finalmente si può ridere. C'è qualcosa che esprime un disagio e un'incompiutezza di fondo. Sorridere si può, ma senza dissacrare e senza prendere in giro i fedeli con i quali si è fatto finta di nulla quando ci si è accorti che lo spettacolo aveva travalicato i confini della decenza. Sconcertante che i primi a non rendersene conto siano proprio alcuni pastori.

 

(Fonte: Andrea Zambrano, LNBQ, 17 novembre 2020)

https://lanuovabq.it/it/gene-blasfemo-in-duomo-ma-per-il-vescovo-e-solo-gossip

 

lunedì 16 novembre 2020

McCarrick e omosessualità, c'è un problema dottrinale

La vicenda dell'ex cardinale americano e l'impostazione del Rapporto ratificano un cambiamento dottrinale nella valutazione morale e religiosa della pratica omosessuale. La cosa più preoccupante, frutto di Amoris Laetitia, è che l'obiettivo non è più difendere la fede, ma le persone coinvolte.

Il Rapporto McCarrick della Segreteria di Stato è stato finora analizzato dal punto di vista della ricostruzione dei fatti. La cosa è perfettamente comprensibile dato che si tratta di precisare le responsabilità personali dei diversi attori della vicenda. Non andrebbe però trascurata un’altra dimensione, più ampia anche se giornalisticamente meno attraente, che fa da contesto dentro cui collocare anche la ricerca delle responsabilità e la comprensione di quanto è avvenuto.

Mi riferisco alla dimensione dottrinale circa la valutazione morale e religiosa della pratica omosessuale. È infatti plausibile pensare che se nella Chiesa cambia la valutazione degli atti omosessuali e se si indebolisce la loro condanna dal punto di vista dottrinale, allora anche la tolleranza pratica può trovare maggiori giustificazioni. Questo indebolimento del rigore risulta in modo molto evidente dal Rapporto, nonostante le sue parzialità e lacune.

Questo passaggio dall’esame della questione in base a criteri di politica ecclesiastica al piano dottrinale va quindi fatto, perché, tra l’altro, anche qui ci sono senz’altro delle responsabilità. Ci si chiede se sia più censurabile un rettore di seminario che tace su certi avvenimenti immorali interni al seminario stesso o un docente/teologo di quello stesso seminario che nelle sue lezioni sostiene ammissibile e lecita la pratica omosessuale. Un vescovo è da considerarsi responsabile di omissione solo quando non interviene su un sacerdote della sua diocesi o anche quando conserva nel loro posto teologi che dalla cattedra negano e sconvolgono la dottrina morale della Chiesa su questi argomenti?

Benedetto XVI aveva attirato l’attenzione proprio su questa dimensione quando, l’11 aprile 2019, aveva reso note le sue osservazioni sulla Chiesa e gli abusi sessuali. Dal 21 al 24 febbraio precedente si era tenuto l’incontro dei presidenti di tutte le Conferenze episcopali del mondo, un evento più di propaganda che di sostanza che aveva distolto l’attenzione dai veri problemi. Benedetto XVI, invece, centrò il problema, parlando del “collasso della teologia morale cattolica” avvenuta nel ventennio 1960-1980, un “processo inaudito, di un ordine di grandezza che nella storia è quasi senza precedenti” a seguito del quale “i criteri validi in tema di sessualità sono venuti meno completamente”. A ciò fece progressivamente seguito un altro collasso, quello della “forma vigente fino quel momento” della preparazione nei seminari.

Questa trasformazione della teologia morale cattolica e della morale sessuale è ancora in atto anche oggi e, dopo Amoris laetitia, ha ricevuto una nuova spinta dall’alto. Se la situazione dei divorziati risposati, come dice l’Esortazione di papa Francesco, non si presta ad una valutazione morale in sé come azione intrinsecamente cattiva ma va valutata “caso per caso” mediante il metodo del “discernimento”, non si capisce perché questi criteri non possano essere applicati anche alla situazione di un sacerdote, di un vescovo o di un cardinale che si siano abbandonati a pratiche omosessuali. Se la pastorale del discernimento sostituisce quella della dottrina perché poi lamentare queste ondate di immoralità nel clero?

La trasformazione della teologia morale in atto da decenni, trattenuta con grande fatica dalla Veritatis splendor di Giovanni Paolo II e ora ripresa e confermata autoritativamente dall’alto, ritiene che la norma morale sia rigida e astratta se non viene fatta propria dalla coscienza, la quale avrà quindi un valore “creativo” della stessa norma.
Ritiene che il discernimento non si debba applicare solo alle azioni buone, ma anche a quelle intrinsecamente cattive – come sono l’adulterio o l’attività omosessuale – anzi elimina la nozione stessa di azioni intrinsecamente cattive. Pensa che le circostanze che delineano la situazione in cui si agisce non siano solo accidentali, ma che concorrano a determinare la bontà o meno dell’azione, da cui deriva il metodo del “caso per caso”, ossia l’impossibilità di definire l’adulterio o l’esercizio dell’omosessualità come azioni cattive in sé e quindi sempre riprovevoli e condannabili.

Ma c’è qualcosa anche di più preoccupante. Se si legge Amoris laetitia si vede che la prima preoccupazione non è di proteggere i sacramenti nella fede della Chiesa, ma di proteggere le persone coinvolte nelle vicende esistenziali. Allora, analogamente, anche nei casi di immoralità sessuale accertata di sacerdoti si può procedere non nel proposito di difendere prima di tutto la fede, ma le persone coinvolte. Questa distorsione nel modo di vedere le cose rende molto difficile applicare il codice di diritto canonico, come si è verificato nei casi di omosessualità, che non sono più visti come delitti contro la fede ma situazioni da valutare caso per caso nella garanzia dei soggetti coinvolti.
Se la norma morale è fatta anche dalla coscienza e costruita nella ricerca, non sarà più possibile intenderla come oggettiva, assoluta e – per la morale cattolica – fondata sulle due rocce della legge naturale e della rivelazione.

Quando cerchiamo di valutare i fatti relativi alla vicenda Mc Carrick, anche a seguito del recente Rapporto del Vaticano, non dimentichiamo che in essi si vive una contesa non solo di tipo personalistico, con ecclesiastici che tentano di proteggersi, ma dottrinale. Allora potremmo anche capire meglio i singoli fatti.


(Fonte: Stefano Fontana, LNBQ, 16 novembre 2020)

https://lanuovabq.it/it/mccarrick-e-omosessualita-ce-un-problema-dottrinale

 

  

lunedì 9 novembre 2020

Come Francesco prepara il conclave, con i cardinali suoi favoriti

Non è più un’ipotesi ma una certezza. Ora sappiamo che papa Francesco “per primo” tiene ben fisso il pensiero “a quel che sarà dopo di me”, cioè al futuro conclave, vicino o lontano che sia. L’ha detto lui stesso in un’intervista di pochi giorni fa all’agenzia ADN Kronos. Nella quale ha anche applicato a sé il memorabile “Siamo in missione per conto di Dio” dei Blues Brothers, con queste testuali parole::

“Non temo nulla, agisco in nome e per conto di nostro Signore. Sono un incosciente? Difetto di un po’ di prudenza? Non saprei cosa dire, mi guida l’istinto e lo Spirito Santo”.

In effetti le ultime sue promozioni – e destituzioni – di cardinali vecchi e nuovi sembrano mirate proprio ad allestire un conclave di suo gradimento.

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Per cominciare, Francesco ha messo brutalmente fuori gioco – degradandolo da un minuto all’altro il 24 settembre – un cardinale come Giovanni Angelo Becciu, che in un conclave, se non un candidato alla successione, sarebbe stato sicuramente un grande elettore capace di giocare in proprio, forte dei suoi otto anni da “sostituto” della segreteria di Stato, a contatto quotidiano col papa e con in pugno il governo della Chiesa mondiale.

Spogliato dei suoi “diritti” di cardinale, Becciu non potrà infatti neppure entrare in un conclave, nonostante uno storico della Chiesa come Alberto Melloni sostenga il contrario.

Il movente della sua caduta in disgrazia sarebbe il suo cattivo uso dei soldi della segreteria di Stato e dell’Obolo di San Pietro. Ma Becciu sa anche che né il papa né il proprio diretto superiore, il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, possono dirsi estranei alle colpe che gli vengono caricate addosso. Sono già di dominio pubblico, infatti, sia un documento della magistratura vaticana nel quale risulterebbe che Becciu agiva informando il papa delle sue mosse, anche le più arrischiate, ricevendone ogni volta l’approvazione, sia un recentissimo scambio di e-mail di lavoro tra il cardinale Parolin e la sedicente esperta di servizi segreti Cecilia Marogna, reclutata anni prima da Becciu tra i “pubblici ufficiali” della segreteria di Stato e ora imputata di peculato e di appropriazione indebita dei denari vaticani a lei incautamente devoluti.

A riprova dello stretto legame fiduciario che fino a pochissimo tempo fa legava il papa a Becciu va anche notato che Francesco l’aveva nominato suo “delegato speciale” presso l’ordine dei Cavalieri di Malta. E chi il papa ha ora nominato al posto di Becciu? Un altro dei suoi favoriti, il neocardinale Silvano Tomasi, già rappresentante vaticano presso le Nazioni Unite, ma soprattutto parte in causa nello scontro fratricida interno all’ordine che nel gennaio del 2017 portò l’innocente gran maestro Fra’ Matthew Festing alle forzate dimissioni, impostegli dal papa in persona.

Tomasi, molto vicino al cardinale Parolin, è appunto uno dei tredici nuovi cardinali che Francesco rivestirà della porpora il prossimo 28 novembre.

Una lista nella quale è istruttivo vedere non solo chi c’è dentro, ma anche chi ne è fuori.

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Ne sono fuori, ad esempio, due arcivescovi di prima grandezza: quello di Los Angeles José Horacio Gómez, che è anche presidente della conferenza episcopale degli Stati Uniti, e quello di Parigi Michel Aupetit.

L’uno e l’altro hanno qualità non comuni e godono di ampia stima, ma hanno lo svantaggio – agli occhi di Francesco – di apparire troppo lontani dalle linee direttrici dell’attuale pontificato. Aupetit ha anche esperienza come medico e bioeticista, al pari dell’arcivescovo e cardinale olandese Willem Jacobus Eijk. E non è un mistero che sia Gómez che Aupetit, se fatti cardinali – ma non accadrà –, entrerebbero, in un conclave, nella rosa dei candidati di solido profilo alternativi a Francesco, rosa di cui già fanno parte Eijk e il cardinale ungherese Péter Erdô, ben conosciuto per aver guidato con saggezza e fermezza, nel doppio sinodo sulla famiglia di cui era relatore generale, la resistenza ai fautori del divorzio e della nuova morale omosessuale.

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Tra i cardinali elettori di fresca nomina, tutti debitori a Jorge Mario Bergoglio delle rispettive carriere, sono almeno tre quelli che fanno spicco.

Negli Stati Uniti ha fatto rumore la promozione alla porpora di Wilton Gregory, arcivescovo di Washington, primo cardinale afroamericano della storia ma anche avversario acerrimo di Donald Trump.

Dall’isola di Malta proviene l’altro neocardinale Mario Grech, acceso fautore della sinodalità come forma di governo della Chiesa e recentemente promosso da Francesco a segretario generale del sinodo dei vescovi. Fresco di nomina, Grech si è subito prodotto in un’intervista a “La Civiltà Cattolica” nella quale ha tacciato di “analfabetismo spirituale” e “clericalismo” quei cristiani che soffrono per la mancanza della celebrazione eucaristica durante i “lockdown” e non capiscono che dei sacramenti si può fare a meno perché ci sono “altri modi per agganciarsi al mistero”.

Ma ancor più strategica, per papa Francesco, è la promozione di Marcello Semeraro, il neocardinale che egli ha collocato nel posto lasciato vuoto dal defenestrato Becciu, quello di prefetto della congregazione per le cause dei santi.

Semeraro è un personaggio chiave della corte di Bergoglio, fin dalla sua elezione a papa. È stato fino a poche settimane fa il segretario della squadra degli 8, poi 9, poi 6 e ora 7 cardinali che coadiuvano Francesco nella riforma della curia e nel governo della Chiesa universale.

Pugliese, 73 anni, Semeraro è stato professore di ecclesiologia alla Pontificia Università Lateranense e poi vescovo, prima di Oria e poi di Albano. Ma la svolta decisiva è stata per lui la partecipazione al sinodo del 2001 come segretario. Fu lì che si legò all’allora cardinale Bergoglio, improvvisamente incaricato di tenere la relazione introduttiva di quell’assise al posto del cardinale Edward M. Egan di New York, costretto a rimanere in patria per l’attentato alle Torri Gemelle.

Il legame tra i due si fece presto saldissimo e ogni volta che Bergoglio veniva a Roma non mancava di fare una puntata nella vicina Albano. Finché arrivò il conclave del 2013 e i due – ama ricordare Semeraro – si incontrarono per un paio d’ore il giorno prima delle votazioni, con Bergoglio “stranamente silenzioso”. Il primo vescovo che il nuovo papa ricevette in udienza dopo la sua elezione fu proprio Semeraro, presto nominato segretario della neonata squadra dei cardinali consiglieri. Quando nel dicembre del 2017 Semeraro compì 70 anni Francesco gli fece la sorpresa di comparire ad Albano all’ora di pranzo e far festa con lui (vedi foto).

Ma c’è dell’altro. Sia Gregory, sia Grech, sia ancor più Semeraro sono da anni attivi sostenitori di un cambiamento della dottrina e della prassi della Chiesa cattolica in materia di omosessualità. Nella diocesi di Albano, Semeraro ha ospitato ogni anno il Forum dei cristiani LGBT italiani. Ed è sua la prefazione al recente saggio “L’amore possibile. Persone omosessuali e morale cristiana”, di don Aristide Fumagalli, docente alla facoltà teologica di Milano ed emulo in Italia del gesuita americano James Martin, ancor più celebre banditore della nuova morale omosex, al quale anche papa Francesco non ha mancato di manifestare il suo apprezzamento.

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Vanno inoltre registrate le mosse che Francesco ha compiuto in queste ultime settimane a vantaggio di altri cardinali a lui cari.

La più singolare è stata il 5 ottobre la nomina del cardinale Kevin Farrell a presidente di un nuovo organismo vaticano con competenza sulle “materie riservate”, cioè estranee alle norme ordinarie e coperte dal più rigoroso segreto.

Farrell, 73 anni, nato a Dublino e poi vescovo negli Stati Uniti, in gioventù membro dei Legionari di Cristo, è dal 2016 prefetto del dicastero vaticano per i laici, la famiglia e la vita, e dal febbraio 2019 anche “camerlengo” del collegio dei cardinali, cioè deputato a reggere il governo della Chiesa nel periodo tra la morte di un papa e l’elezione del successore.

È chiaro che con queste promozioni in serie papa Francesco ha attribuito a Farrell, evidentemente suo beniamino, un cumulo inusitato di poteri.

E questo è avvenuto nonostante la biografia di questo cardinale abbia dei lati oscuri, tuttora non chiariti.

I suoi anni più nebulosi sono quelli in cui, come vescovo ausiliare e vicario generale di Washington, fu il più vicino collaboratore e fiduciario dell’allora titolare dell’arcidiocesi, il cardinale Theodore McCarrick, con il quale tra il 2002 e il 2006 condivise anche l’abitazione.

In quegli stessi anni le due diocesi di Metuchen e Newark delle quali McCarrick era stato precedentemente vescovo pagarono decine di migliaia di dollari per chiudere le vertenze con ex preti che lo avevano denunciato d’avere abusato sessualmente di loro. E già circolavano contro McCarrick accuse molto più estese di abusi, quelle accuse che successivamente accresciutesi e accertate avrebbero portato nel 2018 alla definitiva sua condanna e riduzione allo stato laicale.

Ma nonostante quella sua forte prossimità a McCarrick, Farrell ha sempre sostenuto di non aver mai avuto, in quegli anni, “alcuna ragione di sospettare” alcunché di illecito nei comportamenti del cardinale che era suo capo, mentore e amico.

Nell’ottobre del 2018 papa Francesco ha promesso la pubblicazione di un rapporto che dovrebbe gettare luce sulle coperture e complicità di cui McCarrick avrebbe goduto in campo ecclesiastico fino ai più alti gradi.

Ma la nomina di Farrell a custode delle materie più riservate non assicura che quel rapporto – la cui pubblicazione è annunciata per domani, 10 novembre – farà piena chiarezza.

Come prefetto del dicastero per la famiglia, Farrell si è anche distinto nel chiamare come relatore all’incontro mondiale delle famiglie tenuto a Dublino nel 2018 il gesuita Martin, del cui libro pro LGBT “Building a bridge” aveva scritto la prefazione.

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Un’altra mossa di Francesco ha riguardato la cosiddetta “banca” vaticana, lo IOR, Istituto per le Opere di Religione.

A sovrintendere allo IOR c’è una commissione cardinalizia, nella quale il papa ha compiuto il 21 settembre alcuni ricambi.

Tra i nuovi membri ha immesso due suoi pupilli: il cardinale polacco Konrad Krajewski, suo “elemosiniere” attivissimo nelle opere di carità, e il cardinale filippino – un po’ cinese per parte di madre – Luis Antonio  Gokim Tagle, prefetto di “Propaganda Fide” e universalmente ritenuto l’uomo che Francesco più vorrebbe come suo successore.

Tra i membri rimossi c’è invece un nome di spicco, quello del cardinale Pietro Parolin. Il che ha fatto pensare a un declassamento sia suo che della segreteria di Stato.

In realtà la fuoruscita dalla commissione dello IOR è per Parolin un vantaggio. Il cardinale sta facendo di tutto per accreditarsi come estraneo ai malaffari finiti sotto processo nella segreteria di Stato, e quindi ha interesse a tenersi lontano anche da una tempesta che potrebbe presto investire lo IOR, accusato da due fondi di investimento di Malta di aver procurato ad essi un danno di decine di milioni di euro, in conseguenza della rottura di un accordo per l’acquisto e il restauro dell’ex Palazzo della Borsa di Budapest.

Intanto, però, Parolin ha subito un altro rovescio, e molto più pesante: l’ingiunzione del papa alla segreteria di Stato di spogliarsi dei suoi cospicui beni mobili e immobili, da dare tutti in custodia alla banca centrale vaticana, l’APSA, e da sottoporre al controllo della segreteria per l’economia, cioè proprio di quell’organismo presieduto in origine dal cardinale George Pell al quale né Parolin né il suo sostituto Becciu vollero mai sottomettersi.

Parolin era da tempo classificato tra i “papabili”, dai quali ora può ritenersi depennato. Ma era almeno da due anni che i consensi a una sua candidatura erano in netto declino. Come uomo di governo, i malaffari dei suoi subalterni in segreteria di Stato gli hanno giocato pesantemente contro. Come diplomatico, non c’è scacchiere su cui abbia registrato un minimo successo, né in Medio Oriente, né in Venezuela, né tanto meno in Cina. E anche le sue decantate capacità di arginare ed equilibrare lo stato di confusione indotto nella Chiesa dal pontificato di Francesco sono risultate alla prova dei fatti troppo modeste, se non inesistenti.

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In effetti, come uomo di comando, papa Bergoglio mostra di preferire a Parolin un altro cardinale, l’honduregno Óscar Andrés Rodríguez Maradiaga, che ha riconfermato a metà ottobre nella carica di coordinatore del “C7”, la squadra dei sette cardinali suoi consiglieri.

Ma come Francesco possa continuare a fidarsi di Maradiaga resta un mistero. Oltre che fatto segno da tempo di pesanti accuse di malversazioni finanziarie già indagate da una visita apostolica nella sua diocesi, Maradiaga ha avuto per anni come suo vescovo ausiliare e pupillo Juan José Pineda Fasquelle,  destituito nell’estate del 2018 a motivo di continuate pratiche omosessuali con suoi seminaristi.

Non solo. In quella stessa estate del 2018 Francesco ha nominato nel ruolo chiave di sostituto della segreteria di Stato – al posto di Becciu promosso cardinale – l'arcivescovo venezuelano Edgar Peña Parra, già consigliere di nunziatura in Honduras tra il 2002 e il 2005 e legatissimo a Maradiaga e Pineda, di cui propiziò la nomina a vescovo ausiliare di Tegucigalpa, oltre che lui stesso fatto segno di accuse di cattiva condotta mai fatte oggetto in Vaticano di una imparziale verifica.

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Resta dunque Tagle il vero successore che Francesco ha “in pectore” e che tutte le mosse descritte sembrano ancor più favorire?

Che il cardinale sino-filippino sia il “papabile” più caro a Bergoglio è fuor di dubbio. Ma che un futuro conclave lo elegga papa è tutt’altro che scontato. Proprio perché troppo replicante di Francesco, è facile prevedere che Tagle finirà triturato dalle molteplici insofferenze per l’attuale pontificato che inesorabilmente verrano allo scoperto.

Quindi non è escluso che Bergoglio abbia in mente anche un altro successore di suo gradimento, forse più capace di essere eletto. E costui potrebbe essere il camaleontico cardinale di Bologna Matteo Zuppi, già per contro suo con varie frecce al proprio arco, il mese scorso persino vincitore di un premio come filosofo, ma la cui forza elettorale è data soprattutto dalla Comunità di Sant’Egidio, di cui è cofondatore e che è indiscutibilmente la più potente, influente e onnipresente lobby cattolica degli ultimi decenni, a livello mondiale, molto introdotta nelle alte gerarchie della Chiesa.

Con Bergoglio papa, la Comunità di Sant’Egidio ha toccato il suo apogeo anche in Vaticano, con Vincenzo Paglia alla testa degli istituti per la vita e la famiglia, con Matteo Bruni a capo della sala stampa, col capo supremo della comunità Andrea Riccardi alla regia dello scenografico summit interreligioso per la pace presieduto dal papa lo scorso 20 ottobre, e soprattutto con Zuppi fatto cardinale un anno fa. “Cardinale di strada”, come ama essere definito, oltre che autore di quell’infallibile biglietto d’ingresso nella corte di Francesco che è la prefazione all’edizione italiana del libro pro LGBT del gesuita Martin.

 

(Fonte: Sandro Magister, Settimo cielo, 9 novembre 2020)

http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2020/11/09/come-francesco-prepara-il-conclave-con-i-cardinali-suoi-favoriti/

 

 

martedì 27 ottobre 2020

Nota sul riconoscimento giuridico delle unioni civili omosessuali

Il nostro Osservatorio Cardinale Van Thuân sta seguendo la discussione sul riconoscimento giuridico delle unioni civili omosessuali dopo la recente diffusione del parere di papa Francesco in proposito. Esprimiamo qui di seguito i punti a cui la Dottrina sociale della Chiesa si è sempre attenuta e che dovrebbero continuare ad essere punto di riferimento per i cattolici e tutti gli uomini che amano la verità.

Il magistero della Chiesa si è già pronunciato ampiamente sulla questione, negando la legittimità giuridico/morale del riconoscimento civile delle unioni omosessuali e la liceità per i fedeli cattolici di concorrere ad approvarle. Ciò è avvenuto in vari documenti e soprattutto nelle Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali della Congregazione per la Dottrina della Fede,

I motivi insegnati dal Magistero sono di ordine soprannaturale e di diritto divino, in quanto esprimono il dato rivelato, ma contengono anche elementi di ordine naturale in quanto anche la retta ragione, se non indebolita nelle sue convenienti pretese, ha la capacità di comprendere che il riconoscimento giuridico delle unioni omosessuali non è possibile a stabilirsi perché contrario al bene comune.

L’esercizio delle pratiche omosessuali è da considerarsi un grave disordine rispetto all’ordine naturale e finalistico. Esse sono espressione di un desiderio non sostenuto da alcun dovere finalistico e non finalizzato ad alcun bene morale. Tale comportamento è negativo in sé, indipendentemente da intenzioni e circostanze. È ingiusto e apre ad altre ingiustizie: in caso di adozione di minori li priva di una figura genitoriale, in caso di inseminazione artificiale comporta la produzione di esseri umani in laboratorio, il sacrificio di embrioni umani, la commercializzazione dei gameti, la contrattualizzazione della procreazione, l’utero in affitto o, domani, l’utero artificiale e così via.

I diritti delle coppie omosessuali non esistono in quanto i diritti autentici derivano sempre da dei doveri ai quali devono la propria legittimazione. La differenza tra diritto e dovere è che il primo è un poter fare e un poter avere, mentre il secondo è un essere a disposizione. La pretesa d’un diritto può de facto nascere anche da un desiderio infondato mentre il dovere ha una origine oggettiva nella natura finalistica delle cose. I diritti come pretese fondano una società individualistica e relativistica, mentre il dovere finalistico genera una società fondata sulla vocazione naturale delle persone, delle famiglie e dei corpi intermedi.

Nella relazione omosessuale i due individui non si completano, ma si sommano l’uno all’altro. Eventuali loro rapporti di cura e solidarietà sono tali solo apparentemente in quanto conseguenza di una relazione innaturale e essenzialmente ingiusta. Sommandosi senza accogliersi pienamente e facendo solo incontrare tra loro due desideri infondati, i due individui di una relazione omosessuale non esprimono socialità ed essendo naturalmente sterili non fondano nemmeno una società, non essendo in grado di promuoverla e svilupparla procreando nuove vite.

L’autorità politica è legittimata dal bene comune. Essa non può quindi riconoscere giuridicamente tutte le relazioni che i cittadini stabiliscono tra di loro, ma solo quelle che si dimostrano conformi al diritto naturale. La fisicità maschio e femmina non è solo un dato fisico, ma antropologico: mostra il progetto sull’uomo articolato in due poli complementari maschio e femmina. La fisicità maschile e femminile indica quindi un dover essere, è una indicazione su come si deve vivere in accordo con la natura umana. La politica e le leggi non possono prescindere da questo fondamentale dato antropologico e riconoscere dignità e valore comunitario alla sua negazione. Quando l’autorità politica fa questo, contraddice se stessa, si corrompe e si degrada ad altro da sé. Il riconoscimento di un diritto che diritto non è ma è un torto degrada sia il diritto a torto sia la autorità a potere. Il potere si differenzia dall’autorità perché è un puro fare privo di legittimazione morale ma fondato solo sulla forza.

Il riconoscimento giuridico dell’unione civile tra persone omosessuali non è ammissibile nemmeno se dalla legge che lo contempla risultasse chiara la sua non equiparazione alla famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna. Infatti la relazione omosessuale è ingiusta in sé. La linea “unioni civili sì, a patto che non vogliano il matrimonio” è sbagliata. Non solo per motivi di fatto: la storia insegna che una volta riconosciuta l’unione civile i suoi sostenitori lotteranno per avere anche il matrimonio ed è una illusione pensare il contrario, ma anche per motivi di diritto: l’unione omosessuale è sbagliata in sé. Essa è in se stessa una forma di violenza e origine, in seguito, di altre violenze.

L’idea di accettare il riconoscimento delle unioni civili omosessuali per impedire la radicalizzazione nel matrimonio omosessuale attualizza nuovamente la perdente e moralmente insostenibile strategia del male minore. Non è lecito fare il male per avere un bene, a maggior ragione non è lecito accettare un male minore per evitare un male maggiore. Oltre a non essere moralmente lecita, una simile strategia è anche miope dal punto di vista politico.

Le unioni civili non possono essere giuridicamente riconosciute anche se sono tra un uomo e una donna. Si tratta delle cosiddette convivenze o unioni di fatto. In questo caso i due conviventi non accettano il matrimonio, che invece è fondamentale per costituire una famiglia degna di questo nome e vera cellula della società. Non c’è vera famiglia se non nel matrimonio. Col matrimonio i due riconoscono pubblicamente che non sono insieme per interessi individualistici ma per una vocazione. Non intendono accostarsi l’uno all’altro ma unirsi reciprocamente e indissolubilmente rimanendo aperti alla vita. Solo così si danno le due caratteristiche della socialità e della società in una coppia.

Il nostro Osservatorio ritiene di non avere espresso in questa Nota delle opinioni personali o di parte, ma i tratti fondamentali dell’insegnamento della Chiesa e delle conclusioni della retta ragione.

 (Fonte: Stefano Fontana, Osservatorio internazionale Van Thuan, 26 ottobre 2020)

https://www.vanthuanobservatory.org/ita/sul-riconoscimento-giuridico-delle-unioni-civili-omosessuali-nota-dellosservatorio/

 

 

sabato 24 ottobre 2020

Famiglie omosex. Ciò che il papa ha detto e ciò che gli hanno fatto dire

Questo è ciò che il papa dice riguardo alle “famiglie” omosessuali, nel docufilm “Francesco” del regista Evgeny Afineevsky (nella foto) presentato il 21 ottobre alla Festa del Cinema di Roma:

“Las personas homosexuales tienen derecho a estar en la familia. Son hijos de Dios, tienen derecho a una familia. No se puede echar de la familia a nadie, ni hacer la vida imposible por eso. Lo que tenemos que hacer es una ley de convivencia civil. Tienen derecho a estar cubiertos legalmente. Yo defendí eso”.

Parole che tradotte in italiano suonano così:

“Le persone omosessuali hanno diritto a stare in una famiglia. Sono figli di Dio, hanno diritto a una famiglia. Non si può scacciare dalla famiglia nessuno né rendergli la vita impossibile. Quel che dobbiamo fare è una legge di convivenza civile. Hanno diritto a essere coperti legalmente. Io ho difeso questo”.

Dal che si apprende che Francesco, per la prima volta nella storia della Chiesa, benedice le “famiglie” e quindi i matrimoni tra persone dello stesso sesso, come benissimo esemplificato, nel seguito del film, dalla coppia italiana “sposata” di omosessuali cattolici, con tre figli avuti in Canada da maternità surrogate, alla quale lo stesso papa esprime tutto il suo incoraggiamento.

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Eppure, padre Antonio Spadaro, gesuita vicinissimo a Jorge Mario Bergoglio, ha subito dichiarato che in quelle parole non c’è nulla di nuovo e sono le stesse già dette da Francesco in una sua precedente intervista alla giornalista Valentina Alazraki, per la tv messicana Televisa.

Ed è vero. Ma con tagli, cuciture e interpolazioni che di fatto hanno cambiato radicalmente il senso di quelle parole.

Ecco infatti qui di seguito – In italiano, nella traduzione vaticana – il testo originale di quella intervista nella parte utilizzata nel film, nella trascrizione testuale diffusa dal Vaticano il 28 maggio 2019 assieme alla videoregistrazione. Con evidenziate in corsivo le parole salienti, e con sottolineate in neretto le pochissime frasi riprodotte nel film.

 FRANCESCO – Mi hanno fatto una domanda durante il volo – dopo mi sono arrabbiato, mi sono arrabbiato perché un giornale l’ha riportata – sull’integrazione familiare delle persone con orientamento omosessuale. Io ho detto: le persone omosessuali hanno diritto a stare nella famiglia, le persone con un orientamento omosessuale hanno diritto a stare nella famiglia e i genitori hanno diritto a riconoscere quel figlio come omosessuale, quella figlia come omosessuale, non si può scacciare dalla famiglia nessuno né rendergli la vita impossibile. Un’altra cosa che ho detto è: quando si vede qualche segno nei ragazzi che stanno crescendo bisogna mandarli, avrei dovuto dire da un professionista, e invece mi è uscito psichiatra. Titolo di quel giornale: “Il Papa manda gli omosessuali dallo psichiatra”. Non è vero! Mi hanno fatto un’altra volta la stessa domanda e ho ripetuto: sono figli di Dio, hanno diritto a una famiglia, e basta. E ho spiegato: mi sono sbagliato a usare quella parola, ma volevo dire questo. Quando notate qualcosa di strano, no, non di strano, qualcosa che è fuori dal comune, non prendete quella parolina per annullare il contesto. Quello che dice è: ha diritto a una famiglia. E questo non vuol dire approvare gli atti omosessuali, tutt’altro.

VALENTINA ALAZRAKI – Sa che succede, che lei molte volte si stacca dal contesto, è anche un vizio della stampa. Quando lei ha detto nel suo primo viaggio quella famosissima frase: “chi sono io per giudicare”, lei prima aveva detto: “sappiamo già quello che dice il catechismo”. Ciò che succede è che questa prima parte non si ricorda, si ricorda solo: “chi sono io per giudicare”. Allora anche questo ha suscitato molte aspettative nella comunità omosessuale mondiale, perché hanno pensato che lei sarebbe andato avanti.

FRANCESCO – Sì, ho fatto dichiarazioni come questa della famiglia per andare avanti. La dottrina è la stessa, quella dei divorziati è stata riadattata, in linea però con “Amoris laetitia”, nel capitolo ottavo, che è recuperare la dottrina di san Tommaso, non la casistica.

VALENTINA ALAZRAKI – È questo il problema che a volte si crea.

FRANCESCO – Lo capisco, ma non quando tolgono una parola dal contesto come con quel “psichiatra”, non ne avete il diritto. Ed è strano, mi hanno raccontato che è stata una persona non credente a difendermi. Ha detto una cosa mai sentita prima, che la frase “veda uno psichiatra” era un lapsus linguae.

VALENTINA ALAZRAKI – Papa Francesco, c’è una cosa che richiama la mia attenzione. Alcuni suoi conoscenti quando viveva in Argentina dicono che lei era conservatore, per usare sempre categorie, diciamo, nella dottrina.

FRANCESCO – Sono conservatore.

VALENTINA ALAZRAKI – Lei ha fatto tutta una battaglia sui matrimoni con persone dello stesso sesso in Argentina. E poi dicono che è venuto qui, è stato eletto Papa e ora sembra molto più liberale di quanto lo fosse in Argentina. Si riconosce in questa descrizione che fanno alcune persone che l’hanno conosciuta prima, o è stata la grazia dello Spirito Santo che le ha dato di più? [ride],

FRANCESCO – La grazia dello Spirito Santo esiste, certo. Io ho sempre difeso la dottrina. Ed è curioso, nella legge sul matrimonio omosessuale... è un’incongruenza parlare di matrimonio omosessuale.

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Come si può notare, nell’intervista originale non c’è una sola parola in cui Francesco si discosti dalla dottrina della Chiesa.

La famiglia di cui il papa parla è solo quella di cui l’omosessuale è figlio, nella quale dovrebbe essere accolto con comprensione ed amore.

Riguardo agli atti omosessuali conferma che continua a valere quanto dice il Catechismo della Chiesa cattolica, che li disapprova sempre come “intrinsecamente disordinati”.

E sul “matrimonio” omosessuale dice che già il solo parlarne è “un’incongruenza”, con riferimento alla “battaglia” da lui combattuta da arcivescovo in Argentina contro, appunto, la legittimazione di matrimoni di questo tipo e a favore invece di una semplice legge di “convivenza civile” tra persone dello stesso sesso.

Da uno stacco nella videoregistrazione dell’intervista con Valentina Alazraki si intuisce che su quest’ultimo punto Francesco deve aver detto qualcosa di più, poi tagliato. E sono proprio alcune di queste parole che nel film sono state ricuperate e cucite alle altre, evidentemente con la fattiva collaborazione dei responsabili dei media vaticani:

“Lo que tenemos que hacer es una ley de convivencia civil. Tienen derecho a estar cubiertos legalmente. Yo defendí eso”.

In italiano:

“Quel che dobbiamo fare è una legge di convivenza civile. Hanno diritto a essere coperti legalmente. Io ho difeso questo”.

Non solo. Le tre brevi frasi riprese dall’intervista del 2019 sono state cambiate di posto tra loro nel film, dando il massimo dell’evidenza a quella in cui il papa dice che gli omosessuali “hanno diritto a una famiglia”. Il che, collegato alla sua espressa volontà di conferire a queste unioni una “copertura legale”, finisce col trasmettere il messaggio di un’approvazione del papa proprio dei “matrimoni” tra omosessuali, con tanto di figli come in una normale famiglia.

Insomma, grazie a questo spregiudicato copia e incolla, Francesco si ritrova a dire in questo film cose radicalmente diverse da ciò che aveva detto in origine con le medesime parole.

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Ebbene, al fragore con cui i media di tutto il mondo hanno dato notizia di questa svolta rivoluzionaria nella dottrina della Chiesa cattolica sull’omosessualità, come hanno reagito le autorità vaticane?

I media della Santa Sede hanno dato brevemente notizia del film – senza fare il minimo cenno ai passaggi sulle unioni omosessuali – solo prima che fosse proiettato e soprattutto prima che le “breaking news” esplodessero.

E dopo la notizia bomba si sono chiusi in un silenzio assoluto. Senza nemmeno riferire che nel pomeriggio di giovedì 22 ottobre, nei giardini vaticani, presente il prefetto del dicastero per la comunicazione Paolo Ruffini, è stato consegnato al regista Evgeny Afineevsky ilpremio “Kinéo” Movie for Humanity Award”, proprio per il suo docufilm “Francesco”.

Ma molto più impressionante è stato il silenzio del papa.

Non è la prima volta che Francesco si vede distorcere talune sue dichiarazioni. Ma in questo caso il rovesciamento di senso che le sue parole hanno avuto è di una gravità inaudita.

E lui lo subisce come pecora muta condotta al macello?

Oppure lo accetta e in silenzio lo sottoscrive, con un ennesimo, improvviso “mutamento di linea”, come se ne sono avuti tanti nella storia ad opera di sovrani assoluti, senza mai dare una spiegazione?

È ciò che lo storico Roberto Pertici ipotizza e commenta nella lettera che segue.

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I “MUTAMENTI DI LINEA”

Caro Magister, chi cerca di spiegare ai propri studenti quel grande ed effimero fenomeno storico che fu il comunismo novecentesco, ha oggi grandi difficoltà, tanto sono lontane le loro menti e le loro sensibilità da lessico, procedure e idee di quel mondo. In questa generale difficoltà, ancor più arduo è fornire una spiegazione comprensibile dei cosiddetti “mutamenti di linea” di cui è costellata la sua storia. Il fatto cioè che tutti i suoi militanti fossero impegnati allo spasimo nel recepimento, nel commento, nell’attuazione della linea stabilita dal Partito sovietico e quindi dal Komintern, e all’improvviso fossero messi di fronte a un suo capovolgimento e magari all’affermazione della linea contraria, proprio quella contro cui avevano sanguinosamente polemizzato e combattuto per anni (a colpi di espulsioni e, dove potevano, anche con altri mezzi). Non erano per lo più svolte preparate dal basso con un intenso dibattito pubblico, ma decise dall’alto dai vertici di Mosca e spesso comunicate in maniera choccante: chi può dimenticare il famoso “rapporto segreto” di Krusciov e la sua pubblicazione sulle colonne del “New York Times” il 5 giugno 1956?

Ma a sentire i comunisti, loro avevano sempre avuto ragione: prima e dopo. Nel 1929, quando avevano sostenuto la dottrina del “socialfascismo”, quindi i socialisti riformisti eran poco meno che fascisti; nel 1935, auspicando invece larghe intese con loro in nome della difesa della democrazia; nel 1939, quando avevano stretto un patto con Hitler, tanto – si ripeteva ora – fra democrazia e fascismo non c’è differenza; nel 1943, quando veniva sciolto il Komintern in nome delle vie nazionali al socialismo; nel 1948, quando Tito veniva condannato come traditore perché troppo “nazionale”, ecc.

Il problema – così spiegavano – era che erano cambiate le “condizioni” e i comunisti partivano sempre da un’analisi delle “condizioni”, ovviamente condotta con “rigorosi” parametri marxisti. Prima la situazione era quella, oggi è diversa e noi ci adeguiamo. In realtà, nella loro impostazione c’era un opportunismo di fondo, e manovravano la verità secondo gli interessi della casa madre, cioè dell’URSS e del partito sovietico: almeno fino a una certa data.

Posso confessare, da modesto osservatore, che nel “modus operandi” di papa Francesco c’è qualcosa che mi ricorda quanto appena detto?

Dico subito che sono contrario alla pena di morte e favorevole alla regolamentazione, anche giuridica, delle unioni fra persone dello stesso sesso, distinguendole chiaramente dalla famiglia “naturale”. Eppure c’è qualcosa che non mi torna nel vedere posizioni lungamente sostenute, su cui si sono scritte migliaia di pagine e per cui si sono esposte, spesso a caro prezzo, migliaia e migliaia di persone, cancellate così all’improvviso, “ad nutum principis”. E il tutto poi sempre fatto fuori delle normali procedure (credo che anche la Chiesa, come ogni organizzazione, abbia le sue) e in modo volutamente spettacolare.

Allora il recente (del 1992) catechismo della Chiesa cattolica “sbagliava”, quando ancora ammetteva la pena di morte? E le ancora più recenti (del 2003) dichiarazioni della congregazione per la dottrina della fede sulle unioni omosessuali erano carenti di misericordia o legate a una teologia arcaica, come già allora affermavano molti, dentro e fuori la Chiesa? Bene: allora ditelo, se volete trattare i fedeli come esseri ragionevoli, a cui si deve dare una spiegazione di quanto si dice e si fa.

Ma – mi si risponde – la Chiesa non procede per negazioni, ma per approfondimenti: sono i famosi “segni dei tempi” che bisogna saper cogliere e per questo è necessario l’ancora più famoso “discernimento”.

Ho sempre avuto l’impressione che, nei propri tempi, uno ci veda quel che ci vuol vedere: Benedetto Croce ci ha insegnato a distinguere fra “giudizio storico” e “azione morale”. Dare un giudizio storico non significa rassegnarsi al trend che descriviamo o dire che esso è "inevitabile". Altrimenti si cade nel cattivo storicismo della rassegnazione o, peggio, dell'accettazione opportunistica. Non è una distinzione facile, lo so, ma bisogna mantenerla. “Hier stehe Ich, Ich kann nicht anders”, “Io qui sto, e non posso fare altro”, ebbe a dire in un momento difficile Martin Lutero, che le poste vaticane hanno sdoganato qualche anno fa dedicandogli un francobollo riparatore. Il solo fatto di dire "io non ci sto" cambia in qualche modo i rapporti di forza: ed è la sola cosa che, in certi momenti, si possa fare.

Ma – mi dice il solito amico – la Chiesa non è uno Stato parlamentare: il potere non deriva dal basso, ma dal vertice, e il papa può procedere in solitudine con decisioni maturate nella sua coscienza.

Ma neanche nelle famose “monarchie assolute” il potere del re era realmente “assoluto”, cioè sciolto da ogni controllo e da ogni limite: canonisti e teologi mi assicurano che è così anche all’interno dell’istituzione ecclesiastica. Il mio maestro delle elementari, un Fratello delle Scuole Cristiane, ci insegnava che il papa parlava sempre col “pluralis maiestatis” non per alterigia, ma perché voleva costantemente ribadire che la sua individualità si perdeva nella lunga serie dei suoi predecessori e che lui parlava anche a nome loro. Non so se questa affermazione risponda al vero, ma “le moi haïssable” – l’io smisurato fino ad essere odioso, denunciato da Pascal – in bocca a un pontefice da allora mi ha spesso messo a disagio. Roberto Pertici.

 (Fonte Sandro Magister, LNBQ, 23 ottobre 2020)

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