venerdì 24 gennaio 2020

C’era una volta il peccato


Avrete notato che i pastori della Chiesa cattolica parlano sempre meno del peccato. La parola stessa è diventata quasi impronunciabile e si preferisce usare il termine “fragilità”.
Mi sembra che dietro questa sostituzione ci sia un progetto: sostituire l’uomo a Dio, fare dell’uomo il dio di se stesso.
Nel momento in cui mettiamo da parte Dio, perdiamo automaticamente il senso del peccato. Ora, che questa operazione sia portata avanti dal mondo è comprensibile. Ma che sia portata avanti dalla Chiesa è aberrante.
L’uomo senza Dio, e senza peccato, vive nel soggettivismo e nel relativismo. Lo può fare, perché è libero. Ma la Chiesa ha il dovere di dire che tutto ciò non è cattolico. Invece molti uomini di Chiesa, da parecchi anni, si sono avviati proprio sulla strada di soggettivismo e relativismo. E per fare ciò hanno dovuto eliminare quell’ingombro insormontabile che è il peccato.
L’uso della parola “fragilità” al posto della parola “peccato” denota la mancanza della relazione con Dio. Sono fragile a causa dei miei limiti intrinseci, a causa eventualmente di qualche esperienza sbagliata, ma me la vedo da me. Tutto si risolve nella sfera del proprio io. Non ho bisogno di alcun Dio con il quale confrontarmi. Di alcun Dio al quale chiedere perdono. Oppure me la vedo con un mio Dio che comunque, essendo fatto a mia immagine e somiglianza, certamente mi comprende, mi giustifica e mi perdona.
Ovviamente il peccato può essere favorito dalle nostre eventuali e svariate fragilità, ma eliminare il peccato e mettere al suo posto la fragilità è devastante dal punto di vista cattolico, perché porta all’eliminazione della stessa grazia. Se non c’è il peccato, non c’è bisogno della grazia.  Il Catechismo della Chiesa cattolica (n. 1848) ricorda le parole assai significative di san Paolo: “Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia” (Rm 5,20). La grazia per compiere la sua opera deve svelare il peccato, ma se noi aboliamo l’idea di peccato rendiamo la grazia inutile, superflua.
C’è una preghiera bellissima, e molto cattolica, che la Chiesa ci chiede di recitare quando ci confessiamo. È l’Atto di dolore: “Mio Dio, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho meritato i tuoi castighi, e molto più perché ho offeso Te, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa. Propongo col tuo santo aiuto di non offenderti mai più e di fuggire le occasioni prossime di peccato. Signore, Misericordia, perdonami”.
Ebbene, c’è un sedicente “teologo” cattolico (virgolette obbligatorie) il quale, davanti alle telecamere della tv dei vescovi italiani, ha definito l’Atto di dolore una “tremenda preghiera”, “una preghiera che non ha nulla di cristiano perché Dio non si può offendere e poi Dio non castiga, perché Gesù è venuto a rivelarci un altro tipo di Dio, di Padre”.
Capite qual è la situazione? Questa è la “teologia cattolica” che va per la maggiore e viene divulgata dai mass media ufficialmente cattolici!
Io sintetizzerei così: parla di “peccato” chi vede la fede come relazione vincolante dell’uomo con Dio; preferisce invece il termine “fragilità” chi si concentra sull’uomo e ignora Dio o lo lascia sullo sfondo e considera la sua legge un vago punto di riferimento al quale ci si può attenere o anche non attenere, perché tutto dipende, appunto, dall’uomo e dal suo sentimento.
Questo secondo modo di concepire il rapporto con Dio e la sua legge mi sembra evidente in Amoris laetitia.  Rispetto alla questione della comunione ai divorziati risposati, Amoris laetitia più che sul contenuto della legge divina insiste sulle attenuanti umane. Ora, noi sappiamo bene che nella valutazione morale le attenuanti, anche per la dottrina cattolica, vanno tenute in considerazione. Ma i fattori attenuanti non possono diventare la chiave interpretativa per risolvere il problema dell’ammissione ai sacramenti,
In questo modo il sacramento è offerto al ribasso, come vaga consolazione, come se si ritenesse che la creatura è costitutivamente incapace di una risposta di fede seria e impegnativa.
Non a caso il titolo del famigerato capitolo ottavo di Amoris laetitia è Accompagnare, discernere e integrare la fragilità. E il documento a un certo punto, proprio perché puntato sulle attenuanti, arriva a sostenere che Dio stesso può permettere all’uomo di vivere in stato di peccato. Un’affermazione che ha condotto il filosofo Josef Seifert a paragonare l’esortazione apostolica a una bomba atomica posta sotto la dottrina e la morale cattolica.
Noi sappiamo che Dio è paziente, non permissivo. Dio sa aspettare, ma non scambia il bene con il male. Dio sa che siamo peccatori, ma proprio per questo ci prende per mano per condurci fuori dal peccato, non per giustificare la situazione di peccato!
Gli esponenti della Chiesa che puntano sulle attenuanti e preferiscono parlare di “fragilità” glissando sul peccato dimostrano inoltre di avere una bassa considerazione della creatura umana. Comportandosi come quegli insegnanti che, pensando di non poter cavar fuori più di tanto dagli alunni, non li spingono a dare il meglio e giustificano tutti i loro errori e le loro mancanze, questi presunti uomini di fede dimostrano di non credere alla santità come obiettivo di ogni battezzato.
Noto inoltre che puntare sull’idea di fragilità accentua moltissimo la visione emotiva dell’esperienza di fede, a danno della visione razionale.
Credo che, al fondo, dietro l’abolizione del peccato ci sia la mancanza di fede. La sostituzione dell’idea di peccato con quella di fragilità viene operata non solo in ossequio a un certo politically correct e nel tentativo di non apparire troppo aggressivi. La ragione profonda è che non si crede in Dio.
Chi esautora l’idea di peccato dimostra di non credere in Dio in un duplice senso: non crede nell’ordine divino e nella cogenza della legge divina, ma non crede neppure nell’aiuto che Dio certamente offre di fronte alla caduta nel peccato.
Abbiamo detto come ci sia una preoccupante eclisse del peccato. Ma occorre aggiungere che non basta parlare di peccato in modo generico. Il grande assente, nella predicazione attuale, è in particolare il peccato originale, come si è visto durante il sinodo sull’Amazzonia, con un papa, Francesco, che pare credere non al Catechismo della Chiesa cattolica, ma al pensiero di Rousseau, secondo il quale l’uomo nasce innocente e si corrompe vivendo nella società.
L’idea di peccato, quale rottura del legame e del patto con Dio, porta con sé l’idea di penitenza, ma anche “penitenza” è parola che è stata espunta dal vocabolario cattolico. Nel momento in cui la questione del peccato è sostituita da quella della fragilità, la quale, come abbiamo sottolineato, si gioca tutta all’interno dell’individuo, senza che ci sia bisogno di prendere in considerazione il rapporto con l’ordine divino, anche il concetto di penitenza diviene inutile e anzi è bene evitare di farvi ricorso. Eppure sappiamo che non può esserci esperienza autenticamente cristiana senza penitenza. Non perché il cristianesimo sia la religione degli autolesionisti, di coloro che amano soffrire, ma perché essere cristiani presuppone la conversione del cuore, e la conversione implica la penitenza, perché è necessario un distacco dalle cose del mondo per legarsi invece alle cose di lassù.
Vorrei anche sottolineare che mentre la fragilità è una condizione rispetto alla quale la persona deve riconciliarsi con se stessa (da cui espressioni come “recuperare il proprio equilibrio”, “ritrovare se stessi”), il peccato porta con sé l’idea che la riconciliazione, nel senso più profondo, è un dono di Dio.
Quando un’idea perde potenza, diceva Chesterton, c’è subito un’altra idea pronta a sostituirla e a diventare fin troppo potente. Con la fragilità che sta oscurando il peccato lo vediamo molto bene. Lungi da essere sinonimi, i due vocaboli sono espressioni di due visioni completamente diverse e, direi, non componibili. E, come spesso succede con le questioni di fede, occorre scegliere da che parte stare.

(Fonte: Aldo Maria Valli, Duc in altum, 22 gennaio 2020)
https://www.aldomariavalli.it/2020/01/22/cera-una-volta-il-peccato/



mercoledì 22 gennaio 2020

Sarah e Benedetto XVI, il libro esce. Testi e firme confermate


«Oggi e solo oggi, quando le nubi sembrano allontanarsi (…) annunciamo l’uscita del libro Dal profondo del nostro cuore di Robert Sarah con Joseph Ratzinger/Benedetto XVI per giovedì 30 gennaio 2020, ringraziando gli autori e tutti gli amici che ci sono stati vicini in questa delicata impresa». Con queste parole David Cantagalli, l’editore italiano di Benedetto XVI e del cardinale Robert Sarah, in un comunicato ufficiale mette la parola fine (o quasi) alla squallida vicenda che ha circondato l’annuncio dell’uscita del libro a difesa del celibato, firmato a quattro mani dal cardinale Sarah e dal Papa emerito. Dunque nessun ritiro della firma, come il segretario di Benedetto, monsignor Georg Ganswein, aveva dichiarato alle agenzie di stampa dopo che erano uscite indiscrezioni sul fatto che Benedetto XVI era all’oscuro del progetto del libro. Da lì si era scatenato un vero e proprio linciaggio mediatico del cardinale Sarah ma anche la solita campagna contro il Papa emerito.
Il libro in italiano uscirà come previsto il 30 gennaio, con un leggero cambiamento formale nella copertina, concordato con l’editrice francese Fayard (e che varrà per tutte le edizioni internazionali), da cui tutti i contratti di traduzione dipendono: la firma degli autori non sarà più Robert Sarah-Benedetto XVI, ma “Robert Sarah con Joseph Ratzinger/Benedetto XVI”. L’aggiunta del nome al secolo – Joseph Ratzinger – vuole in qualche modo togliere ai nemici dichiarati di Benedetto XVI il pretestuoso argomento di un testo scritto da “anti-papa”, ma chiunque legga il contenuto di questo libro deve onestamente ammettere che lo spirito con cui è scritto è quello di un contributo alla Verità, non di una schermaglia ideologica o di potere. E l’aggiunta della preposizione “con” nella firma meglio chiarisce ciò che è spiegato nella nota dell’editore che accompagna l’edizione. Cioè il libro si compone di un saggio di Benedetto XVI, un altro del cardinale Sarah (entrambi sono già stati spiegati dalla Nuova Bussola Quotidiana, qui e qui), quindi un’introduzione e una conclusione scritte fisicamente da Sarah ma «lette e condivise» da Benedetto XVI. Esattamente ciò che era già stato spiegato fin dall’inizio, ma che è stato ignorato per dare vita a «incessanti, nauseabonde e menzognere polemiche», come le ha definite alcuni giorni fa il cardinale Sarah.
Le polemiche sono state particolarmente virulente dai soliti settori del mondo cattolico, dai “guardiani della Rivoluzione” e dagli “intellettuali” catto-progressisti, che non si sono certo risparmiati negli insulti durissimi contro il cardinale Sarah e nella richiesta di mettere la museruola al Papa emerito. Si è arrivati a vette di menzogna forse mai raggiunte prima, particolarmente gravi quando si consideri che perfino il quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire, ha messo in bocca a Benedetto XVI (15 gennaio) affermazioni che non ha mai fatto né che si potevano desumere dalle comunque infelici parole di Ganswein: “Benedetto: sul celibato non firmo il libro di Sarah - «Mai autorizzata l’apposizione, né condivise premessa e conclusioni»”.
A riprova del comune sentire del cardinale Sarah con il papa emerito, nel comunicato Cantagalli sottolinea che: «Si tratta di un volume dall’alto valore teologico, biblico, spirituale ed umano, garantito dallo spessore degli autori e dalla loro volontà di mettere a disposizione di tutti il frutto delle loro rispettive riflessioni, manifestando il loro amore per la Chiesa, per Sua Santità Papa Francesco e per tutta l’umanità».
Dunque: il libro esce anche in italiano, la verità è ristabilita. Si potrebbe dire tutto è bene quel che finisce bene. Però non è proprio così. Anzitutto perché i veleni di queste settimane non si cancellano e il fango gettato soprattutto sul cardinale Sarah lascerà il segno. E si può stare certi che nessuno chiederà scusa – anzi, eviteranno anche di dare la notizia con rilievo – per quel che è accaduto. In secondo luogo, la vicenda – come abbiamo già detto – è sembrata ubbidire a una regia che aveva tutto l’interesse a creare un polverone sul nulla per poter oscurare il contenuto del libro, certamente molto sgradito a chi sta cercando di rivoltare la dottrina della Chiesa attaccando il celibato sacerdotale. Obiettivo, purtroppo, che è in qualche modo riuscito.
In terzo luogo, resta un mistero. Dopo giorni di feroci polemiche, venerdì 17 il cardinale Sarah si è recato alle 18 a Mater Ecclesiae, residenza di papa Benedetto XVI. È stato un incontro chiarificatore di cui ha dato notizia lo stesso Sarah con alcuni tweet: «A causa delle incessanti, nauseabonde e false controversie che non si sono mai fermate dall’inizio della settimana, riguardanti il libro Dal profondo dei nostri cuori, ho incontrato il papa emerito Benedetto XVI questa sera», ha scritto il cardinale guineano, che poi prosegue: «Con il papa emerito Benedetto XVI abbiamo potuto constatare come non ci siano fraintendimenti tra di noi. Sono uscito da questo bell’incontro molto felice, pieno di pace e di coraggio». Seguono poi i ringraziamenti all’editore francese per il lavoro svolto.
L’incontro e il clima concorde che lo ha caratterizzato non sono stati smentiti da nessuno, ma l’annuncio via tweet del cardinale Sarah sembrava preannunciare qualcosa che attestasse una volta per tutte questa unità di intenti. In effetti sappiamo che da quell’incontro era uscito un comunicato congiunto, firmato da Benedetto XVI e dal cardinale Sarah, teso a confermare la doppia paternità del libro e mettere fine al linciaggio mediatico dei due. Per evitare ulteriori frizioni si era stabilito di consegnare questo comunicato alla Segreteria di Stato per la pubblicazione, che sarebbe dovuta accadere non più tardi di lunedì 20. Del comunicato però si sono perse le tracce: censurato dalla Segreteria di Stato? Rimasto nella borsa di mons. Ganswein o di qualche altro funzionario? Non è dato sapere. Però rimane la sgradevole impressione che si voglia fare di tutto per impedire che emerga con chiarezza la totale sintonia di Benedetto XVI e del cardinale Sarah in materia di sacerdozio, celibato e non solo.

(Fonte: Riccardo Cascioli, LNBQ, 22 gennaio 2020)
https://lanuovabq.it/it/sarah-e-benedetto-xvi-il-libro-esce-testi-e-firme-confermate


lunedì 13 gennaio 2020

Un libro bomba. Ratzinger e Sarah chiedono a Francesco di non aprire varchi ai preti sposati


Si sono incontrati. Si sono scritti. Proprio mentre “il mondo rimbombava del frastuono creato da uno strano sinodo dei media che prendeva il posto del sinodo reale”, quello dell’Amazzonia.
E hanno deciso di rompere il silenzio: “Era nostro sacro dovere ricordare la verità del sacerdozio cattolico. In questi tempi difficili ciascuno deve avere paura che un giorno Dio gli rivolga questo acerbo rimprovero: ‘Maledetto sei tu, che non hai detto nulla’”. Invettiva, quest’ultima, ripresa da santa Caterina da Siena, grande fustigatrice di papi.
Il papa emerito Benedetto XVI e il cardinale guineano Robet Sarah hanno consegnato alle stampe questo loro libro poco prima di Natale, ed eccolo uscire in Francia a metà gennaio, per i tipi di Fayard con il titolo: “Dal profondo dei nostri cuori”, prima ancora, quindi, che papa Francesco abbia dettato le conclusioni di quel sinodo amazzonico che in realtà, più che su fiumi e foreste, è stata una furiosa discussione sul futuro del sacerdozio cattolico, se celibe o no, e se aperto in futuro alle donne.
Sarà un problema serio, infatti, per Francesco, aprire un varco al sacerdozio sposato e al diaconato femminile, dopo che il suo predecessore e un cardinale di profonda dottrina e di fulgente santità di vita come Sarah hanno preso posizione così netta e potentemente argomentata a sostegno del celibato sacerdotale, rivolgendosi al papa regnante con queste parole quasi ultimative, per la penna dell’uno ma con il pieno consenso dell’altro:
“C’è un legame ontologico-sacramentale tra il sacerdozio e il celibato. Ogni ridimensionamento di questo legame costituirebbe una rimessa in causa del magistero del concilio e dei papi Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Supplico umilmente papa Francesco di proteggerci definitivamente da una tale eventualità, ponendo il suo veto contro ogni indebolimento della legge del celibato sacerdotale, anche se limitato all’una o all’altra regione”.
Il libro, di 180 pagine, dopo una prefazione del curatore Nicolas Diat, si articola in quattro capitoli.
Il primo, dal titolo “Di che cosa avete paura?”, è una introduzione firmata congiuntamente dai due autori, datata settembre 2019.
Il secondo è di Joseph Ratzinger, è di taglio biblico e teologico e ha per titolo: “Il sacerdozio cattolico”. Porta la data del 17 settembre, prima che il sinodo abbia avuto inizio.
Il terzo è del cardinale Sarah ed è intitolato. “Amare sino alla fine. Sguardo ecclesiologico e pastorale sul celibato sacerdotale”. Ha la data del 25 novembre, un mese dopo la fine del sinodo, a cui l’autore ha partecipato assiduamente.
Il quarto è la conclusione congiunta dei due autori, col titolo: “All’ombra della croce” e con la data del 3 dicembre.
Nel capitolo da lui firmato, Ratzinger intende principalmente mettere in luce “l’unità profonda tra i due Testamenti, attraverso il passaggio dal Tempio di pietra al Tempio che è il corpo del Cristo”.
E applica questa ermeneutica a tre testi biblici, dai quali trae la nozione cristiana di sacerdozio celibatario.
Il primo è un passaggio del salmo 16: “Il Signore è la mia parte di eredità e il mio calice…”.
Il terzo sono queste parole di Gesù nel vangelo di Giovanni 17,17: “Santificali nella verità, la tua parola è verità”.
Mentre il secondo sono due passaggi del Deuteronomio (10,8 e 18,5-8) incorporati nella preghiera eucaristica II: “Ti rendiamo grazie di averci ammessi alla tua presenza a compiere il servizio sacerdotale”.
Per illustrare il senso di queste parole, Ratzinger cita quasi integralmente l’omelia da lui pronunciata in San Pietro la mattina del 20 marzo 2008, giovedì santo, nella messa del sacro crisma con cui si ordinano i sacerdoti.
Omelia riprodotta qui di seguito, come assaggio alla lettura dell’intero libro e delle sue pagine più direttamente dedicate alla questione del celibato.

“Non inventiamo la Chiesa così come vorremmo che fosse” di Joseph Ratzinger/Benedetto XVI
Il Giovedì Santo è per noi un’occasione per chiederci sempre di nuovo: A che cosa abbiamo detto “sì”? Che cosa è questo “essere sacerdote di Gesù Cristo”? Il Canone II del nostro Messale, che probabilmente fu redatto già alla fine del II secolo a Roma, descrive l’essenza del ministero sacerdotale con le parole con cui, nel libro del Deuteronomio (18, 5. 7), veniva descritta l’essenza del sacerdozio veterotestamentario: "astare coram te et tibi ministrare". Sono quindi due i compiti che definiscono l’essenza del ministero sacerdotale: in primo luogo lo “stare davanti al Signore”.
Nel Libro del Deuteronomio ciò va letto nel contesto della disposizione precedente, secondo cui i sacerdoti non ricevevano alcuna porzione di terreno nella Terra Santa – essi vivevano di Dio e per Dio. Non attendevano ai soliti lavori necessari per il sostentamento della vita quotidiana. La loro professione era “stare davanti al Signore” – guardare a Lui, esserci per Lui. Così, in definitiva, la parola indicava una vita alla presenza di Dio e con ciò anche un ministero in rappresentanza degli altri. Come gli altri coltivavano la terra, della quale viveva anche il sacerdote, così egli manteneva il mondo aperto verso Dio, doveva vivere con lo sguardo rivolto a Lui.
Se questa parola ora si trova nel Canone della Messa immediatamente dopo la consacrazione dei doni, dopo l’entrata del Signore nell’assemblea in preghiera, allora ciò indica per noi lo stare davanti al Signore presente, indica cioè l’Eucaristia come centro della vita sacerdotale. Ma anche qui la portata va oltre. Nell’inno della Liturgia delle Ore che durante la quaresima introduce l’Ufficio delle Letture – l’Ufficio che una volta presso i monaci era recitato durante l’ora della veglia notturna davanti a Dio e per gli uomini – uno dei compiti della quaresima è descritto con l’imperativo: “arctius perstemus in custodia” – stiamo di guardia in modo più intenso. Nella tradizione del monachesimo siriaco, i monaci erano qualificati come “coloro che stanno in piedi”; lo stare in piedi era l’espressione della vigilanza.
Ciò che qui era considerato compito dei monaci, possiamo con ragione vederlo anche come espressione della missione sacerdotale e come giusta interpretazione della parola del Deuteronomio: il sacerdote deve essere uno che vigila. Deve stare in guardia di fronte alle potenze incalzanti del male. Deve tener sveglio il mondo per Dio. Deve essere uno che sta in piedi: dritto di fronte alle correnti del tempo. Dritto nella verità. Dritto nell’impegno per il bene. Lo stare davanti al Signore deve essere sempre, nel più profondo, anche un farsi carico degli uomini presso il Signore che, a sua volta, si fa carico di tutti noi presso il Padre. E deve essere un farsi carico di Lui, di Cristo, della sua parola, della sua verità, del suo amore. Retto deve essere il sacerdote, impavido e disposto ad incassare per il Signore anche oltraggi, come riferiscono gli Atti degli Apostoli: essi erano “lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù” (5, 41).
Passiamo ora alla seconda parola, che il Canone II riprende dal testo dell’Antico Testamento: “stare davanti a te e a te servire”. Il sacerdote deve essere una persona retta, vigilante, una persona che sta dritta. A tutto ciò si aggiunge poi il servire.
Nel testo veterotestamentario questa parola ha un significato essenzialmente rituale: ai sacerdoti spettavano tutte le azioni di culto previste dalla Legge. Ma questo agire secondo il rito veniva poi classificato come servizio, come un incarico di servizio, e così si spiega in quale spirito quelle attività dovevano essere svolte.
Con l’assunzione della parola “servire” nel Canone, questo significato liturgico del termine viene in un certo modo adottato – conformemente alla novità del culto cristiano. Ciò che il sacerdote fa in quel momento, nella celebrazione dell’Eucaristia, è servire, compiere un servizio a Dio e un servizio agli uomini. Il culto che Cristo ha reso al Padre è stato il donarsi sino alla fine per gli uomini. In questo culto, in questo servizio il sacerdote deve inserirsi.
Così la parola “servire” comporta molte dimensioni. Certamente ne fa parte innanzitutto la retta celebrazione della Liturgia e dei Sacramenti in genere, compiuta con partecipazione interiore. Dobbiamo imparare a comprendere sempre di più la sacra Liturgia in tutta la sua essenza, sviluppare una viva familiarità con essa, cosicché diventi l’anima della nostra vita quotidiana. È allora che celebriamo in modo giusto, allora emerge da sé l’”ars celebrandi”, l’arte del celebrare. In quest’arte non deve esserci niente di artefatto. Deve diventare una cosa sola con l’arte del vivere rettamente.
Se la Liturgia è un compito centrale del sacerdote, ciò significa anche che la preghiera deve essere una realtà prioritaria da imparare sempre di nuovo e sempre più profondamente alla scuola di Cristo e dei santi di tutti i tempi. Poiché la Liturgia cristiana, per sua natura, è sempre anche annuncio, dobbiamo essere persone che con la Parola di Dio hanno familiarità, la amano e la vivono: solo allora potremo spiegarla in modo adeguato. “Servire il Signore” – il servizio sacerdotale significa proprio anche imparare a conoscere il Signore nella sua Parola e a farLo conoscere a tutti coloro che Egli ci affida.
Fanno parte del servire, infine, ancora due altri aspetti. Nessuno è così vicino al suo signore come il servo che ha accesso alla dimensione più privata della sua vita. In questo senso “servire” significa vicinanza, richiede familiarità. Questa familiarità comporta anche un pericolo: quello che il sacro da noi continuamente incontrato divenga per noi abitudine.
Si spegne così il timor riverenziale. Condizionati da tutte le abitudini, non percepiamo più il fatto grande, nuovo, sorprendente, che Egli stesso sia presente, ci parli, si doni a noi. Contro questa assuefazione alla realtà straordinaria, contro l’indifferenza del cuore dobbiamo lottare senza tregua, riconoscendo sempre di nuovo la nostra insufficienza e la grazia che vi è nel fatto che Egli si consegni così nelle nostre mani. Servire significa vicinanza, ma significa soprattutto anche obbedienza.
Il servo sta sotto la parola: “Non sia fatta la mia, ma la tua volontà!” (Lc 22, 42). Con questa parola, Gesù nell’Orto degli ulivi ha risolto la battaglia decisiva contro il peccato, contro la ribellione del cuore caduto. Il peccato di Adamo consisteva, appunto, nel fatto che egli voleva realizzare la sua volontà e non quella di Dio. La tentazione dell’umanità è sempre quella di voler essere totalmente autonoma, di seguire soltanto la propria volontà e di ritenere che solo così noi saremmo liberi; che solo grazie ad una simile libertà senza limiti l’uomo sarebbe completamente uomo, diventerebbe divino. Ma proprio così ci poniamo contro la verità. Poiché la verità è che noi dobbiamo condividere la nostra libertà con gli altri e possiamo essere liberi soltanto in comunione con loro.
Questa libertà condivisa può essere libertà vera solo se con essa entriamo in ciò che costituisce la misura stessa della libertà, se entriamo nella volontà di Dio. Questa obbedienza fondamentale che fa parte dell’essere uomini, diventa ancora più concreta nel sacerdote: noi non annunciamo noi stessi, ma Lui e la sua Parola, che non potevamo ideare da soli. Non inventiamo la Chiesa così come vorremmo che fosse, ma annunciamo la Parola di Cristo in modo giusto solo nella comunione del suo Corpo.
La nostra obbedienza è un credere con la Chiesa, un pensare e parlare con la Chiesa, un servire con essa. Rientra in questo sempre anche ciò che Gesù ha predetto a Pietro: “Sarai portato dove non volevi”. Questo farsi guidare dove non vogliamo è una dimensione essenziale del nostro servire, ed è proprio ciò che ci rende liberi. In un tale essere guidati, che può essere contrario alle nostre idee e progetti, sperimentiamo la cosa nuova – la ricchezza dell’amore di Dio.
“Stare davanti a Lui e servirLo”: Gesù Cristo come il vero Sommo Sacerdote del mondo ha conferito a queste parole una profondità prima inimmaginabile. Egli, che come Figlio era ed è il Signore, ha voluto diventare quel servo di Dio che la visione del Libro del profeta Isaia aveva previsto. Ha voluto essere il servo di tutti. Ha raffigurato l’insieme del suo sommo sacerdozio nel gesto della lavanda dei piedi.
Con il gesto dell’amore sino alla fine Egli lava i nostri piedi sporchi, con l’umiltà del suo servire ci purifica dalla malattia della nostra superbia. Così ci rende capaci di diventare commensali di Dio. Egli è disceso, e la vera ascesa dell’uomo si realizza ora nel nostro scendere con Lui e verso di Lui. La sua elevazione è la Croce. È la discesa più profonda e, come amore spinto sino alla fine, è al contempo il culmine dell’ascesa, la vera “elevazione” dell’uomo.
“Stare davanti a Lui e servirLo” – ciò significa ora entrare nella sua chiamata di servo di Dio. L’Eucaristia come presenza della discesa e dell’ascesa di Cristo rimanda così sempre, al di là di se stessa, ai molteplici modi del servizio dell’amore del prossimo. Chiediamo al Signore, in questo giorno, il dono di poter dire in tal senso nuovamente il nostro “sì” alla sua chiamata: “Eccomi. Manda me, Signore” (Is 6, 8). Amen.

(Fonte: Sandro Magister, Settimo cielo, 12 gennaio 2020)
http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/


giovedì 9 gennaio 2020

Ai "popoli" non serve il Credo. E il vescovo lo silenzia


Pinerolo. Sconcerto tra i fedeli in Cattedrale per la Messa dell'Epifania, ribattezzata ormai "Festa dei popoli". Il vescovo Olivero non proclama il Credo. Al suo posto un momento di silenzio. E alla Nuova BQ difende la scelta: “Rispetto il Messale tutto l'anno, ma c'erano anche Ortodossi, Valdesi e non credenti...”.
Le peripezie ecumeniche del vescovo che addomestica la Messa alle circostanze del momento e mette il bavaglio alla Professione di fede. Ma di fronte a questo si ha il dovere di gridare: “Non le è consentito”.

Il Credo a Messa è diventato sempre più un optional per molti preti. C’è chi non lo proclama e chi lo altera secondo le proprie voglie. Questa volta però a non pronunciare la professione di fede è un vescovo in persona e il fatto acquista una valenza decisamente più grave. Infatti, il prete che non proclama il Credo può essere rimproverato dal proprio vescovo, ma che cosa succederà se a non dirlo è il vescovo stesso, che della liturgia nella sua diocesi è supremo garante e il moderatore?
La domanda resta senza risposta se si considera quanto accaduto a Pinerolo, diocesi prealpina piemontese, dove il vescovo Derio Olivero ha completamente omesso la proclamazione del Credo nel corso della Messa dell’Epifania di lunedì 6 gennaio.
Nella Cattedrale di Pinerolo, per la “Messa dei popoli”, nel tardo pomeriggio si sono dati appuntamento oltre che i fedeli anche alcuni rappresentanti di altre confessioni religiose e le consuete autorità civiche. Il tutto nel segno di un ecumenismo mediaticamente forzato, di cui Olivero è consapevole fautore.
Terminata l’omelia, il vescovo ha annunciato che il Credo non sarebbe stato proclamato.
«Dato che ci sono anche non credenti – ha detto Olivero – ognuno lo dice in silenzio. Chi crede può dirlo e chi non crede o ha altre fedi, dirà in silenzio le ragioni del suo credo». A questa comunicazione sono seguiti alcuni minuti di imbarazzo, poi la Messa è ripresa come niente fosse.
La cosa è stata confermata alla Nuova BQ da alcuni fedeli increduli, uno dei quali ha anche registrato l’annuncio del vescovo.
Ma anche la diocesi ha confermato l’episodio cercando di giustificare la decisione: «Per interiorizzarlo meglio», hanno cercato di spiegare in Curia.
Successivamente è arrivata anche la versione del vescovo in persona, che, attraverso il portavoce ha spiegato alla Nuova BQ la legittimità dell’omissione del Credo, il quale invece, in quanto parte fissa della Messa festiva non si omette mai quando è prescritto da Messale. E soprattutto non si pronuncia mai in silenzio o in privato dato che la professione di fede, lo dice la parola stessa, è quanto di più pubblico possiamo manifestare come cristiani perché è il condensato delle verità della fede cattolica. Insomma, non c’è vescovo che tenga: il Credo non si può omettere a piacimento. Men che meno pronunciarlo in silenzio dato che proprio le parole professione e proclamazione portano in radice proprio la natura di atto pubblico.
Il pastore piemontese ha sostanzialmente spiegato che «questo - a mio avviso - non costituisce nessuna violazione di niente», ma ha poi specificato di dire messa in Cattedrale tutte le domeniche dell’anno e di non commettere mai abusi liturgici: «Rispetto il Messale 56 domeniche all’anno e  rispetto la liturgia sempre, ma in occasione di questa Messa c’erano in chiesa altre confessioni e ho pensato che i cattolici potessero dire in silenzio il Credo e chi invece, come i Valdesi e gli Ortodossi, potessero proclamare qualcosa in cui credere. Il tutto in silenzio, ma ribadisco la mia assoluta fedeltà al Messale».
Le parole del vescovo Olivero, considerato uno dei vescovi più “in carriera” di quelli ordinati in Italia da Papa Francesco e che pare essere in corsa – si dice – addirittura per la cattedra di Torino, risultano anche agli orecchi di fedeli della domenica, quanto meno ardite. Forse strumentalizzare la Messa come un "giochino" rientra nei requisiti per fare carriera? Vista una certa propensione a far parlare di sè, può darsi. 
Anzitutto, con il suo gesto Olivero fa rinunciare i fedeli alla propria identità, per un malinteso e quindi erroneo spirito di ecumenismo. E lo fa nel momento di massima identità ecclesiale e cristiana: la Messa.
In secondo luogo, soggettivizza la fede che diventa così né più né meno che un fatto personale e privato, da non proclamare in pubblico e quindi, in sostanza, un qualcosa di cui vergognarsi o da tenere nascosto.
In terzo luogo, rinunciare a proclamare il Credo è proprio il contrario di quello che si dovrebbe fare per annunciare Cristo ai non cristiani o ai non cattolici.
Il punto non è rispettare la liturgia 56 domeniche all’anno tranne il giorno dell’Epifania, come maldestramente cerca di dire, con un certo narcisismo il vescovo “in carriera”, ma semmai è rispettarla sempre perché la liturgia Cattolica non è disponibile alle circostanze del momento, alle mode, alla politica e ai sentimenti. E nemmeno ai presenti. 
Infine, il Vescovo ha perso il senso della differenza tra la Santa Messa ed ogni altra umana manifestazione pubblica. Si tratta di una posizione preoccupante per la salus animarum dei fedeli i quali hanno diritto che il loro vescovo dia loro dottrina sana e certa. Fedeli che, in questi casi, rimangono sempre come “pietrificati” dagli show e dagli abusi di preti e vescovi e coltivano enorme tristezza. Di fronte a questi veri e propri attentati all’unità della fede, giova sempre ricordare che ogni fedele, ha il diritto di reagire a queste inaccettabili provocazioni e anche il dovere di alzarsi e gridare al proprio pastore: «Questo non le è consentito».
Risultano in questo senso quanto mai illuminanti le parole pronunciate da don Salvo Priola, proprio nel commentare un episodio simile: «Dovete avere il coraggio, quando sentite un prete dire cose contrarie alla fede cattolica, di alzarvi e dire anche durante la Messa: “Questo non le è consentito”. E' tempo di alzarsi in piedi, quanto sentite cose contrarie al nostro Credo, anche se le dice un vescovo. Alzatevi, e dite: “Eccellenza non le è consentito”. Perché c'è un Vangelo, perché c'è un Catechismo e non si può mettere sotto piedi. Siamo tutti sotto il Vangelo, dal Papa a scendere non è consentito a nessuno alterare la fede che abbiamo ricevuto in dono. A nessuno». E nemmeno - aggiungiamo - silenziarla.

(Fonte: Andrea Zambrano, LNBQ, 9 gennaio 2020)
https://www.lanuovabq.it/it/ai-popoli-non-serve-il-credo-e-il-vescovo-lo-silenzia?fbclid=IwAR2J6CR1VASN5pXon3lLbJD9G8gDxdgUWfspsbvPjHo1eaZx2YNN6--ENoU


mercoledì 8 gennaio 2020

Monsignor Crepaldi, un vescovo che non si nasconde: “Troppe le rappresentazioni blasfeme di Gesù”


Sta facendo il giro del web l’omelia pronunciata dal vescovo di Trieste, monsignor Giampaolo Crepaldi, ieri durante la celebrazione della messa dell’Epifania. Crepaldi ha duramente attaccato gli «intellettuali liberal» e chi ha dipinto Gesù come «gay, pedofilo o sardina».
«Questa esemplare professione di fede dei Magi in Gesù Signore, Re e Salvatore universale, durante le feste natalizie – ha affermato Crepaldi, in passato esponente non di secondo piano della curia di Benedetto XVI – è stata oggetto di un attacco senza precedenti che è andato dispiegandosi in varie forme: dalla volgare e blasfema identificazione della sua persona con l’essere gay, pedofilo e “sardina”, fino a più sofisticate interpretazioni dei testi scritturistici che lo hanno privato della natura divina».
«Queste ultime – ha proseguito il vescovo – sono state proposte, in genere, da intellettuali liberal che, convinti di essere i depositari di non si sa quale arcana verità, pretendono di esercitare autorevolmente la missione di liquidare la regula fidei su Cristo alla quale ci riferiamo noi cristiani con la recita del Credo, naturalmente in nome del progresso umano di cui solo loro possiedono le chiavi di accesso».
«Sempre loro e sempre quelli – ha continuato – ogni anno a spararla più grossa, spacciando patacche cristologiche in nome del progresso. Noi cristiani, invece, continueremo ad essere fedeli a quella regula fidei su Cristo che una luminosa e santa tradizione ecclesiale custodisce e tramanda, imitando i Magi che adorarono il Dio vivente in quel Bambino, povero, umile, che giaceva in una mangiatoia e meritava tutta la loro adorazione, la loro fede e la loro preghiera, convinti che la vera signoria – quella che libera, promuove e salva – stava proprio lì e solo lì, in quell’umile Bambino, il Verbo fatto carne». Nel mirino di Crepaldi potrebbero esserci diverse voci intellettuali che si sono espresse a sostegno del movimento delle sardine, tra cui Dacia Maraini, ma anche il manifesto choc al Macro, il Museo d’arte moderna di via Nizza a Roma, apparso a metà dicembre, raffigurante un Gesù eccitato davanti a un bambino e la scritta «Ecce homo». Il manifesto è stato poi rimosso. Altri manifesti simili erano comparsi a Roma nel 2017.

(Fonte: Aldo Maria Valli, 7 gennaio 2020)
https://www.aldomariavalli.it/2020/01/07/monsignor-crepaldi-un-vescovo-che-non-si-nasconde-troppe-le-rappresentazioni-blasfeme-di-gesu/


sabato 21 dicembre 2019

L’ultimo discorso del papa ai cardinali ha un antefatto. Che doveva restare segreto


Anche questa volta, nel discorso che rivolge ogni anno alla curia vaticana prima di Natale, papa Francesco ha calato fendenti sui malcapitati ascoltatori.
L’anno scorso se l’era presa con i Giuda “che si nascondono dietro buone intenzioni per pugnalare i loro fratelli e seminare zizzania”.
Due anni fa aveva messo alla gogna i “traditori di fiducia” che “si lasciano corrompere dall’ambizione o dalla vanagloria e, quando vengono delicatamente allontanati, si auto-dichiarano erroneamente martiri del sistema, del ‘papa non informato’, della ‘vecchia guardia’…, invece di recitare il ‘mea culpa’”.
E quest’anno chi il papa ha preso di mira? Più sotto sono riportati i passi più pungenti del discorso rivolto dal papa alla curia romana la mattina di sabato 21 dicembre.
Prima però va data notizia di un altro incontro avvenuto pochi giorni fa tra Francesco e i cardinali. Un incontro cominciato male e finito ancor peggio.
Di questo incontro nessun organo d’informazione vaticano ha finora fatto parola. Eppure c’è stato. È avvenuto nella cappella vaticana di Santa Marta, la mattina di venerdì 13 dicembre, cinquantesimo anniversario della prima messa di Jorge Mario Bergoglio.
A proporre a papa Francesco di festeggiare questa ricorrenza con una messa da lui celebrata assieme ai cardinali residenti a Roma era stato qualche settimana prima il cardinale Angelo Sodano, nella sua qualità di decano del collegio cardinalizio.
Francesco aveva risposto di no. Ma Sodano non si era arreso e grazie al cardinale Giovanni Battista Re, sottodecano del sacro collegio, nuovamente intervenuto sul papa, era alla fine riuscito a piegare la sua resistenza.
Nel diramare ai cardinali la lettera d’invito all’incontro, Sodano ha fatto cenno all’iniziale rifiuto opposto da Francesco.
Il quale però ha attenuato solo di poco il suo moto di ripulsa. Il 13 dicembre la messa c’è stata, ma nel più assoluto silenzio da ambo le parti. Il papa non ha tenuto l’omelia e non ha detto una sola parola né prima né dopo il rito. E Sodano neppure ha potuto leggere l’indirizzo di augurio che aveva preparato, a nome non solo dei presenti ma dell’intero collegio cardinalizio. Terminata la messa Francesco ha rapidamente salutato a uno a uno i cardinali ed è andato via.
Nel pomeriggio, sia “L’Osservatore Romano” che “Vatican News” hanno pubblicato il messaggio augurale del cardinale Sodano. Ma senza dare notizia né fornire una sola immagine della messa celebrata col papa.
Questo, infatti, era l’ordine tassativo del pontefice: nessuna notizia e nessuna foto.
Inutile dire che i cardinali convenuti a Santa Marta sono rimasti molto colpiti dalla freddezza ostentata dal papa nei loro confronti. Una freddezza di cui non comprendevano la ragione.
Ed eccoci al discorso prenatalizio alla curia del 21 dicembre. Con l’antefatto che si è detto.
Questo è il rimando al testo completo del discorso, al quale ha fatto seguito, lo stesso giorno, un "motu proprio" papale che ha dato notizia delle avvenute dimissioni di Sodano dalla carica di decano del collegio cardinalizio.

> "Cari fratelli e sorelle..."
E questi sono alcuni passaggi.
NON COME NEL "GATTOPARDO"
Quella che stiamo vivendo non è semplicemente un’epoca di cambiamenti, ma è un cambiamento di epoca. […] Capita spesso di vivere il cambiamento limitandosi a indossare un nuovo vestito, e poi rimanere in realtà come si era prima. Rammento l’espressione enigmatica, che si legge in un famoso romanzo italiano: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi” (ne “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa).
NUOVI PROCESSI, NUOVI PARADIGMI
Noi dobbiamo avviare processi e non occupare spazi: […] Non bisogna privilegiare gli spazi di potere rispetto ai tempi, anche lunghi, dei processi. […] Abbiamo bisogno di altre “mappe”, di altri paradigmi, che ci aiutino a riposizionare i nostri modi di pensare e i nostri atteggiamenti: non siamo nella cristianità, non più!
ACCORPARE LA COMUNICAZIONE
Al Dicastero per la Comunicazione è stato affidato il compito di accorpare in una nuova istituzione i nove enti che, precedentemente, si occupavano, in varie modalità e con diversi compiti, di comunicazione: il Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali, la Sala Stampa della Santa Sede, la Tipografia Vaticana, la Libreria Editrice Vaticana, l’Osservatore Romano, la Radio Vaticana, il Centro Televisivo Vaticano, il Servizio Internet Vaticano, il Servizio Fotografico.  […] Tutto ciò implica, insieme al cambiamento culturale, una conversione istituzionale e personale per passare da un lavoro a compartimenti stagni – che nei casi migliori aveva qualche coordinamento – a un lavoro intrinsecamente connesso, in sinergia.
RIGIDITÀ, SINONIMO DI ODIO E SQUILIBRI
C’è sempre la tentazione di ripiegarsi sul passato (anche usando formulazioni nuove), perché più rassicurante, conosciuto e, sicuramente, meno conflittuale. […] Qui occorre mettere in guardia dalla tentazione di assumere l’atteggiamento della rigidità. La rigidità che nasce dalla paura del cambiamento e finisce per disseminare di paletti e di ostacoli il terreno del bene comune, facendolo diventare un campo minato di incomunicabilità e di odio. Ricordiamo sempre che dietro ogni rigidità giace qualche squilibrio. La rigidità e lo squilibro si alimentano a vicenda in un circolo vizioso. E oggi questa tentazione della rigidità è diventata tanto attuale.
CHIESA INDIETRO DI DUECENTO ANNI
Il cardinale Martini, nell’ultima intervista a pochi giorni della sua morte, disse parole che devono farci interrogare: “La Chiesa è rimasta indietro di duecento anni. Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio?”.

(Fonte: Sandro Magister, Settimo Cielo, 21 dicembre 2019)
http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2019/12/21/l’ultimo-discorso-del-papa-ai-cardinali-ha-un-antefatto-che-doveva-restare-segreto/




Regalo sotto l’albero per il professor Melloni. Con dedica sibillina


Nell’articolo 28 bis del chilometrico emendamento alla legge finanziaria approvata il 17 dicembre dal senato italiano, c’è un passaggio a prima lettura incomprensibile, ma che è interessante mettere in chiaro.
Vi si legge che “è autorizzata la spesa di 1 milione di euro annui a decorrere dall’anno 2020” a carico del ministero dell’istruzione, “allo scopo di potenziare le infrastrutture europee delle scienze umane e sociali”.
E come? “Insediando nel Mezzogiorno uno spazio dedicato delle [sic] infrastrutture di ricerca del settore delle scienze religiose”, finalizzato a “incrementare, attraverso l’analisi e lo studio della lingua ebraica, la ricerca digitale multilingue per favorire la coesione sociale e la cooperazione strategica nell’ambito del dialogo interculturale”.
Vi si legge inoltre che il ministero dell’istruzione erogherà la somma a “infrastrutture specialistiche e organismi di ricerca già operanti sul territorio italiano, nel settore delle scienze religiose, e con i quali siano già in essere, alla data di entrata in vigore della presente legge, accordi di programma”.
Ora, di “infrastrutture” con le quali il ministero ha “già in essere” accordi di questo tipo ce n’è una sola. Ed è la Fondazione per le Scienze Religiose, in sigla FSCIRE, di Bologna, che dal 2007 ha per segretario e direttore scientifico e amministrativo il professor Alberto Melloni, ben noto ai lettori di Settimo Cielo.
Mentre lo “spazio” dedicato alle scienze religiose che “nel Mezzogiorno” beneficerà del finanziamento non può essere che la “Biblioteca e Centro di Ricerca La Pira” di Palermo, che è la branca siciliana della “Biblioteca Dossetti” di Bologna, entrambe della FSCIRE. L’attuale arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, che nel 2018 ha inaugurato la biblioteca, è anche lui allievo di questa “scuola di Bologna” e ha dedicato un libro proprio al suo fondatore, don Giuseppe Dossetti.
Quanto alla sottolineatura, nel testo votato in senato, dell’”analisi e lo studio della lingua ebraica”, essa ha tutta l’aria di bilanciare la dichiarata specializzazione dell’istituto palermitano “sulla storia e le dottrine dell’Islam”, allargando il tutto a un orizzonte “multilingue” e a un “dialogo multiculturale”. Melloni è tra l’altro membro del comitato scientifico del Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah in via di costituzione a Ferrara.
La Fondazione diretta da Melloni riceve già dal 2016, grazie a un analogo emendamento alla legge finanziaria di quell’anno, un milione di euro all’anno per un quinquennio, con scadenza nel 2020.
Ma ora a quel beneficio in scadenza ne seguirà uno nuovo, grazie all’emendamento fresco di votazione. Con ripartenza doppia nel 2020, dove all’ultimo dei milioni vecchi si sommerà il primo dei milioni nuovi.


(Fonte: Sandro Magister, Settimo Cielo, 18 dicembre 2019)
http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2019/12/18/regalo-sotto-l’albero-per-il-professor-melloni-con-dedica-sibillina/



giovedì 14 novembre 2019

L’applauso in Chiesa


Ultimamente è in voga l’uso di applaudire in chiesa, soprattutto in occasioni di matrimoni, ordinazioni sacerdotali, professioni religiose, o anche di funerali. Si applaude colui che ha vissuto qualcosa di importante: lo sposo, il professo, il defunto, il nuovo sacerdote o vescovo.
Ma anche in occasioni più comuni si applaude: una volta mi applaudirono, chissà perché, dopo un’omelia (!), un’altra volta il parroco mi salutò come sacerdote appartenente ad una comunità di recente fondazione, e la gente si mise ad applaudire. Durante l’omelia di un neo-vescovo consacrato di recente, in occasione della sua prima Messa da vescovo, si sono contati almeno ventisette fragorosi applausi. Altre volte sono i sacerdoti stessi a richiedere l’applauso: “Ed ora salutiamo i novelli sposi con un bell’applauso!”
Io ritengo che questi applausi siano completamente fuori luogo, non siano da farsi, mai, per nessuna ragione. D’altro canto non è scritto da nessuna parte che gli applausi debbano farsi. Il tempio di Dio non è il luogo degli applausi. Il motivo? Il motivo è semplicemente che con l’applauso si sposta l’attenzione: si celebra l’uomo al posto di Dio.
Che cosa significa infatti l’applauso? Il battere le mani è manifestare la propria gioia e partecipazione all’evento compiuto da qualcuno cui noi vogliamo manifestare la nostra piena approvazione. Si applaude un cantante che ci ha donato una bella canzone; il giocatore di calcio della nostra squadra dopo un gol; si applaude uno studioso che riceve un premio, per manifestare la nostra gratitudine; si applaude un funambolo del circo dopo il suo esercizio, o un clown perché ci ha fatto ridere. Nessuno invece applaude nel rimirare estasiato un tramonto sull’oceano, o nell’osservare ammirato il volo degli uccelli nel cielo, L’applauso è sempre in relazione agli uomini, quando fanno qualcosa di bello che ci piace. L’applauso è sempre qualcosa della massa, della folla, verso il singolo uomo bravo, virtuoso, che ha fatto qualcosa di gradevole e importante.
Se così è, nella Messa allora dovremmo applaudire a Gesù. È Lui che é morto per noi in croce. È Lui che ha sofferto, è Lui che è risorto, è Lui che ci libera dai peccati. Ma Gesù, si sa, non vuole applausi, vuole seguaci. Non vuole ammirazione: vuole discepoli, “Beato il grembo che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte. Ma Egli rispose: beati piuttosto. quelli che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 11,27-28).
Gesù certo li meriterebbe gli applausi, ma non li vuole. Probabilmente sotto la croce a nessuno venne in mente di applaudire. Nel momento della resurrezione, poi, non c’era nessuno, e se c’era, dormiva (le guardie). E nella Messa non succede la stessa cosa, morte e resurrezione? La Messa è il Sacrificio di Cristo, non altro, da vivere con timore e tremore, nella preghiera, nell’adorazione, nella lode, nel ringraziamento, nella contrizione. Il nostro rapporto con Gesù-Salvatore nella Messa trova il suo apice, il punto massimo di espressione e realizzazione.
Nella Messa tridentina di san Pio V questo senso di Mistero è molto vivo: all’altare c’è solo il sacerdote, e la partecipazione attiva del fedele (cioè la parte parlata) è ridotta al minimo: il fedele partecipa unendosi al sacerdote nella sua grande preghiera sacerdotale, intimamente, nell’adesione del cuore e della fede. Ora l’altare è rivolto verso il popolo, la lingua è la lingua del parlare comune, e questo spostamento verso la comunicazione diretta può portare, se spinto troppo oltre, a degli eccessi, che in realtà accadono: dialoghi continui anche fuori quelli segnalati, improvvisazioni, perdita del senso del sacro, del Mistero, della Trascendenza. La Chiesa Ortodossa orientale invece ha mantenuto questo modo di sentire e vivere l’Eucarestia: figuratevi che al momento della consacrazione addirittura vengono chiuse delle porte davanti all’altare (a volte ci sono delle tende, che comunque si chiudono) e nessuno vede più niente; a consacrazione avvenuta esce il sacerdote e mostra la particola ai fedeli: “Ecco l’Agnello di Dio!”
L’atteggiamento del fedele dovrebbe essere allora quello della meraviglia, dello stupore, del Mistero realizzato. Il perdono ricevuto in Cristo, in quel Sangue divino, deve dare a noi compunzione, gioia intima, senso di inadeguatezza, ringraziamento; e le parole, alternate al silenzio, devono essere quelle che la liturgia ci presta: poche, misurate, sobrie, e soprattutto sacre.

Nel momento invece in cui noi applaudiamo, riconosciamo un merito all’uomo (sacerdote, sposo, professo, fedele che va a dare una testimonianza, o chiunque esso sia) che in quel momento prende il posto di Dio e trasformiamo la chiesa in un teatrino molto umano. Spostiamo l’asse verso il basso, e perdiamo il senso dei Mistero. Banalizziamo, mondanizziamo. Dal momento che la spinta verso il basso è più facile da seguire rispetto a quella che porta a Dio, ed è facile caderci, è proprio il contrario che noi dovremmo fare: entrando in chiesa dovremmo fare innanzitutto una profonda genuflessione, prostrazione o inchino (e invece ci si dimentica facilmente…. forse è perché ci si vergogna?), cosa che invece fanno gli orientali, i quali fanno continuamente inchini davanti al Sacramento e alle icone; dovremmo poi favorire questo senso sacro e del Mistero alimentando il silenzio e l’adorazione con l’atteggiamento della nostra persona, del corpo, del viso, della voce. Ci rimango sempre male quando, dopo aver detto: “La Messa è finita, andate in pace”, l’assemblea si trasforma in un mercato: si parla immediatamente di tutto, a voce anche alta… e si perde immediatamente tutto. Eppure abbiamo appena ricevuto il Signore.
Tutt’altra cosa era la Messa di don Divo Barsotti. Lo abbiamo spesso visto piangere, mai applaudire. Nelle sue Messe il suo atteggiamento ci richiamava ad una partecipazione commossa e profonda. Era un entrare nel Mistero, ed esserne coinvolti; vi era una attenzione a Dio e non all’uomo, da cui ne veniva spesso quel desiderio di Dio che porta a conversione. Oggi ci mancano questi testimoni. E che disastro quando i preti cercano gli applausi, i consensi, le platee! Gesù – ripeto – non voleva consensi, ma conversione di cuori.
Succede invece che il fedele in chiesa, per niente coinvolto nello stupore, nella meraviglia, nella conversione, nel rapporto, nella Salvezza offerta in Cristo per la sua croce e resurrezione, magari non risponde al dialogo liturgico (vi è mai capitato di partecipare a certe Messe di nozze, per esempio, in cui nessuno risponde nei vari dialoghi tra sacerdote e assemblea?), non canta, non prega, però alla fine applaude: la Messa, completamente vuota di significato esistenziale per lui e per la sua storia, “gli è piaciuta”, e quindi applaude a questo o quel protagonista, fedele o prete che sia. Come si fa a una conferenza, o al circo.
Questo atteggiamento è proprio l’esatto contrario della Liturgia viva e salvifica.

(Fonte: Serafino Tognetti, Il Naufrago, 3 marzo 2016)
http://ilnaufrago.com/lapplauso-in-chiesa-ita-padre-serafino-tognetti/




venerdì 27 settembre 2019

Cara Greta, non ti ho rubato proprio niente


«Come osate, avete rubato i miei sogni e la mia infanzia, io non vi perdono», 
ha tuonato ieri l'altro la giovane ecoattivista Greta rivolta ai grandi del mondo, riuniti all' assemblea dell'Onu, perché a suo dire «siamo all'inizio di un'estinzione di massa».
In effetti non siamo messi bene, ma tutti gli studi provano che siamo messi molto meglio del passato e che il futuro che ci attende è meglio di quanto si possa pensare.
Qualche esempio. Un milione e ottocentomila bambini muoiono ogni anno nei paesi in via di sviluppo, a causa della diarrea da acqua insalubre e da condizioni igieniche inadeguate. Non è una strage del progresso, è il suo opposto, cioè parliamo di persone ancora non toccate dal progresso, dalle tecnologie, impossibilitate a raggiungere gli ospedali più vicini per mancanza di strade, di auto, di aerei, in sintesi di tutto ciò che Greta vorrebbe mettere all'indice con la sua retorica da professorina.
Ciò nonostante le generazioni che Greta «non perdona» qualcosa hanno fatto. La mortalità infantile in quegli stessi paesi nel 1980 era del 20 per cento, oggi è pressoché dimezzata e la percentuale di persone denutrite dal 1970 a oggi è scesa dal 35 al 15 per cento, prova che è il progresso, con la sua sempre maggiore mobilità di persone e merci che può togliere l'uomo dal degrado ed evitare le catastrofi. Oggi - come documenta una ricerca pubblicata in America da Peter Diamandis - un guerriero masai con un cellulare dispone della stessa connettività con il resto del mondo che il presidente degli Stati Uniti aveva solo pochi anni fa, nel 2005.
Il progresso inquina? Certo, ma le nostre generazioni sono state capaci di passare dal fuoco al carbone ai pannelli solari in cent'anni, dai calessi alle auto a gasolio a quelle elettriche in cinquanta attraverso errori non evitabili. Thomas Edison raccontò di avere inventato la lampadina dopo avere fallito mille volte di fila. E, accusato di questo, rispose: «Io non ho fallito, ho solo scoperto mille modi che non funzionano».
I predecessori di Greta non sono stati - non siamo stati, parlo della mia generazione - «ladri di sogni» ma sognatori che hanno combattuto - e in buona parte sconfitto - la malvagità degli uomini e migliorato il mondo, in una corsa a tappe tuttora in corso. Non sarà Greta a rubarci questi meriti e vediamo se i gretini saranno altrettanto capaci. Occhio, che per farlo più che manifestare serve studiare.

(Fonte: Alessandro Sallusti, Il giornale, 25 settembre 2019)
http://www.ilgiornale.it/news/cronache/cara-greta-non-ti-ho-rubato-proprio-niente-1758423.html


CI RUBIAMO IL FUTURO!
"Ci avete rubato il futuro"... Bella scoperta!
In 40 anni ho visto sfasciarsi le famiglie, spesso causando gravissimi dolori ai figli, e accettare questo sfascio come normale, come evoluzione dei tempi.
Ho visto milioni e milioni di aborti, la soppressione di esseri umani che non avranno un futuro, e ho visto trasformare un omicidio in un diritto.
Ho visto creare la vita artificialmente, in laboratorio, eliminando embrioni umani prodotti anch'essi, ma "soprannumerari".
Ho visto nascere banche del seme umano, facendo soldi sui desideri impossibili della gente.
Ho visto sperimentazioni condotte sugli embrioni umani, senza alcun rispetto per dei potenziali esseri viventi.
Ho visto medici trasformarsi da datori di vita in datori di morte e benedire come pietosa la morte procurata a un malato.
Ho visto donne che "affittano" il proprio utero, ho visto nascere un nuovo mestiere e un nuovo business che calpesta ogni logica naturale.
Ho visto creare in laboratorio e svilupparsi droghe sempre più sofisticate, sempre più disponibili.. Le ho viste, insieme all'alcol. distruggere la vita e la speranza dei giovani in nome di uno sballo proposto come affascinante.
Ho visto tante cose già accadute, che tutti accettano come normali, ma che sono innaturali e che distruggono il futuro degli uomini.
Ma contro tutto questo non si fanno manifestazioni, non si grida, non si piange, non ci si sdegna nemmeno più. Anzi, si può benissimo andare a gridare che ci rubano il futuro senza neanche ammettere che il futuro ci è stato già rubato. Che noi stessi ci rubiamo il futuro da soli, perché siamo d'accordo con molte delle aberrazioni che ho elencato sopra.
È precisamente questo che oggi mi disgusta!


(Gianluca Zappa, Postato su FB il 27 settembre 2019)




martedì 17 settembre 2019

Nuovo umanesimo, il Cristianesimo svuotato di Cristo


Il progetto di Nuovo Umanesimo di Morin prevede di togliere dal Cristianesimo l’affermazione che Gesù Cristo è l’unico Salvatore dell’uomo, che c’è un’unica Chiesa, che esiste un’unica Rivelazione. 
Così avremo una religione che potrà inserirsi nel magnifico mondo degli uomini che si riconoscono nell’unico orizzonte della Terra-casa comune. L’universalismo autenticamente cristiano cede così il passo alla creazione di un mondo nuovo e un uomo nuovo senza Cristo.

Nuovo umanesimo: è l’espressione che da più giorni si trova sulla bocca e sulla penna di numerosi intellettuali, giornalisti o tuttologi di professione. A dare il La è stato il discorso del premier incaricato Giuseppe Conte, che aveva racchiuso in quell’espressione – e non una sola volta – niente meno che l’«orizzonte ideale per il Paese», la nostra bella e tormentata Italia. La formula, entusiasmante per molti, è suonata sinistra ad altre orecchie più attente, come quelle di Padre Livio Fanzaga di Radio Maria, che ha identificato nel nucleo essenziale del nuovo umanesimo, articolato dal filosofo francese Edgar Morin, un progetto per costruire un mondo nuovo, un uomo nuovo senza Cristo. 
E’ curioso notare che proprio Morin era stato ricevuto in udienza da papa Francesco lo scorso 27 giugno; il giorno precedente aveva potuto tenere una conferenza a Villa Bonaparte, alla presenza dell’Ambasciatrice francese presso la santa Sede, Mme Élisabeth Beton-Delègue, e ai membri del Corpo diplomatico e della Curia romana. Tema? La convergenza del proprio pensiero con quello dell’attuale Pontefice. 
Guarda caso, circa due mesi dopo quest’incontro, abbiamo avuto prima il discorso di Conte e poi, il 12 settembre, Francesco ha riproposto un “nuovo umanesimo” con un videomessaggio, per lanciare un Patto Educativo planetario. Un testo, quello letto dal Pontefice, che sembra scritto dallo stesso Morin, talmente tornano e ritornano temi a lui cari: l’idea centrale della Terra come casa comune di tutti gli uomini, la denuncia della frammentazione della vita sociale e della conoscenza, l’importanza di un cammino educativo per formare l’uomo nuovo, che esca dalla falsa razionalità, astratta, settoriale, dominatrice, per giungere ad una razionalità superiore, integrata, aperta e dialogica. 
A prima vista, la proposta di Morin potrebbe sembrare armonizzabile con la nota esortazione di Benedetto XVI ad allargare gli orizzonti della razionalità; ed in effetti in più punti l’analisi di Morin è anche condivisibile. C’è un però, che per un cristiano non è un dettaglio di poco conto. Quel Papa che voleva una ragione più aperta alla realtà nella sua totalità, e dunque anche alla trascendenza, è lo stesso Papa che metteva in guardia dalle «profonde divergenze che esistono tra l’umanesimo ateo e l’umanesimo cristiano; un’antitesi che attraversa tutta quanta la storia, ma che alla fine del secondo millennio, con il nichilismo contemporaneo, è giunta ad un punto cruciale» (Angelus, 9 agosto 2009). Dove per umanesimo ateo non si deve pensare ad un umanesimo che nega esplicitamente Dio, che combatte le religioni, ma un umanesimo che erige «la libertà quale unico principio dell’uomo, in alternativa a Dio», trasformando così «l’uomo in un dio». Dentro questo progetto anche le religioni sono le benvenute, purché accettino di relativizzare la propria presunta assolutezza; anche Dio è ben accolto, purché si sieda tra gli invitati al convito di questa nuova umanità solidale e non pretenda di essere lo Sposo che chiama alle nozze e che addirittura decide di lasciar fuori chi non ha l’abito nuziale.
Ed in effetti la prospettiva di Morin è proprio questa; la farfalla del nuovo mondo che potrà nascere dall’attuale bruco (immagine cara a Morin), attraverso un’improbabile, ma possibile metamorfosi, farà bene a non sbarazzarsi di Dio, perché altrimenti «si creeranno sempre altri miti per rimpiazzarlo», secondo quanto dichiarato in un’intervista del 2012 a Le Monde (vedi qui). Quello che è importante è «prendere coscienza di questo universo noologico, della sua forza, della sua energia. Un mito non sa di essere un mito, pensa di essere la realtà». Bisogna perciò prendere coscienza che le forme religiose sono miti, creazioni del pensiero e delle aspirazioni dell’uomo, e perciò rispettabili, purché ci mettiamo a «dialogare con questi miti, dicendogli: “Non chiedermi troppo, non essere dispotico...”. Noi stessi possiamo domandare loro, mentre li conserviamo, di non soffocarci».
In un confronto con Tariq Ramadan, Morin si era domandato come mai due religioni, come l’Islam e il Cristianesimo che, secondo lui, avrebbero lo stesso Dio, si trovano in conflitto reciproco. «L’universalismo del messaggio di Cristo è la fratellanza, è la comprensione e la compassione, è il dio misericordioso capace di perdono. Dov’è il male? Nella follia dell’assoluto e della verità, nella fine della speranza». Chiaro? La pretesa di assolutezza, di verità è la ragione del contrasto (esattamente il contrario di quanto insegnava Benedetto XVI); togliete dal Cristianesimo l’affermazione che Gesù Cristo è l’unico Salvatore dell’uomo, che c’è un’unica Chiesa, che esiste un’unica Rivelazione, etc. e finalmente avremo una religione che potrà inserirsi nel magnifico mondo degli uomini che si riconoscono nell’unico orizzonte della Terra-casa comune.
Non dobbiamo essere così ingenui da pensare che Morin si limiti a vaticinare o auspicare qualche pio desiderio, davanti ad una tazza di tè e dei biscotti. L’anziano intellettuale francese non viene portato in giro per il mondo a parlare di complessità e metamorfosi per semplice erudizione; questa realizzazione di un mondo nuovo, attraverso una nuova educazione planetaria (è a questo tema che egli ha dedicato le due maggiori opere pedagogiche La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero e I sette saperi necessari all’educazione del futuro), DEVE avvenire e necessita, per questo scopo, di un governo. Scriveva piuttosto sfacciatamente Morin nel 2002 (Èmergence de la société-monde, «MAUSS», 2002): «Un governo democratico mondiale, oggi, è fuori portata; tuttavia le società democratiche si preparano con mezzi non democratici, vale a dire con riforme imposte». Chiaro, no? La difficoltà della creazione di questo governo mondiale è poi sotto gli occhi di tutti: «L'esempio dell’Europa ci mostra la lentezza di un cammino che esige il consenso di tutti i partner». Accidenti. La soluzione è però presto detta: «Ci vorrebbe un aumento improvviso e terribile di pericoli, l’avvento di una catastrofe per costituire l’elettrochoc necessario alla presa di coscienza e alla presa di decisioni. Attraverso regressione, dislocazione, caos, disastri, la Terra-Patria potrebbe nascere da un civismo planetario, da un’emergenza di società civile planetaria, da una amplificazione delle Nazioni Unite, che non si sostituisca alle patrie, ma le comprenda» (in Oltre l’abisso, 52). Detto in altre parole: le nuove generazioni dovranno essere rieducate, ma per vincere ogni resistenza è necessario accelerare il processo, generando l’ansia della catastrofe, economica, ambientale, sociale o magari anche provocandola. Così sarà più facile che il mondo invochi la venuta di un redentore, che salvi l’uomo non dal peccato (quello non è contemplato come problema), ma dalla fame, dalla guerra, dal riscaldamento globale, dalla malattia. Reali o propagandati: poco importa.
Si tratta evidentemente di un progetto anticristico, verso la cui realizzazione ci stiamo muovendo a grandi passi. L’incontro annunciato da papa Francesco per il 14 maggio del 2020 intende entrare in questa cornice? Certo è che il richiamo del Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, sottoscritto lo scorso 4 febbraio ad Abu Dhabi, sembra quanto di più idoneo a soddisfare il progetto di Morin, soprattutto la contestatissima affermazione – lasciata così com’è, al suo posto – secondo la quale «il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani». L’universalismo autenticamente cristiano cede così il passo alla creazione di un mondo nuovo e un uomo nuovo senza Cristo; ed il venturo Sinodo sull’Amazzonia ha già rivelato nel suo Instrumentum Laboris un ideale piuttosto inquietante, magnificando le religioni naturali, senza dogmi e senza assoluti (ricordiamo, en passant, che per Morin le religioni politeiste sono migliori perché più tolleranti ed umane) e l’armonia con la Madre-Terra.
In poco più di un secolo siamo passati dal rilancio dell’ideale di san Paolo instaurare omnia in Christo, da parte di san Pio X, all’ideale di un mondo dove Dio non c’è e, se mai dovesse esserci, è pregato di contribuire alla causa della casa-comune, secondo le regole che noi ci siamo dati. Il mondo è pronto per salutare la venuta di colui che porterà pace e prosperità a prezzo dell’apostasia?


(Fonte: Luisella Scrosati, La NBQ, Editoriale del 16 settembre 2019)
http://lanuovabq.it/it/nuovo-umanesimo-il-cristianesimo-svuotato-di-cristo




martedì 23 luglio 2019

Se anche alle claustrali "non basta più pregare"


A parte i soliti luoghi comuni e la disinformazione su cui si basa, la lettera-appello di decine di monasteri di clarisse e carmelitane scalze a favore dell'accoglienza di tutti gli immigrati, rivela una disistima verso la preghiera, che pure dovrebbe essere il fondamento della vita contemplativa. Un pericolo per tutti i cattolici.

Nel 1972 usciva anche in Italia un film cileno, “Non basta più pregare”: la storia di un prete che, confrontandosi con situazioni pesanti di povertà e ingiustizia sociale, cerca prima di realizzare opere sociali per risolvere i problemi, per poi passare all’attivismo politico e infine alla rivoluzione. Era l’esaltazione della parabola di un certo cattolicesimo latino-americano, quello da cui nasce la “teologia della liberazione”, e che sembra oggi rinascere qui da noi, sull’onda dell’isteria immigrazionista che ha colpito una parte importante del mondo cattolico.
Quel film torna in mente rileggendo la lettera che diversi monasteri di clarisse e carmelitane scalze hanno inviato al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, spinte dalla «preoccupazione per il diffondersi in Italia di sentimenti di intolleranza, rifiuto e violenta discriminazione nei confronti dei migranti e rifugiati che cercano nelle nostre terre accoglienza e protezione».
Di questa lettera e successive adesioni non colpisce tanto il mettere insieme una serie di luoghi comuni su ponti e muri, che è ormai diventata una consuetudine; neanche sorprende la confusione che si fa tra rifugiati e migranti, tra chi è già inserito regolarmente in Italia e chi cerca di entrarvi irregolarmente, oppure la descrizione stereotipata di profili e sentimenti di chi tenta di arrivare sui barconi (se nei conventi leggono “Avvenire” la disinformazione è l’ovvia conseguenza); non sorprende neanche l’ignorare appelli e opere dei vescovi africani per impedire l’emigrazione dei giovani attratti da illusorie promesse: come sopra, sono notizie che sul giornale dei vescovi italiani non trovano spazio.
Quello che invece colpisce è il pensiero che soggiace a tutto l’appello, all’insegna – appunto – del “non basta più pregare”, affermato da suore che sono state chiamate alla vita contemplativa. Cosa possono fare i monasteri, si chiedono. E la risposta è il desiderio e, in alcuni casi, la realizzazione di trasformare i monasteri in centri di accoglienza. Parliamo, lo ripeto, di religiose contemplative, non di suore già impegnate in qualche opera di carità.
Colpisce soprattutto la perentorietà di questa frase: «Desideriamo dissociarci da ogni forma di utilizzo della fede cristiana che non si traduca in carità e servizio». A parte la facile strumentalizzazione politica a cui si presta, si tratta di una affermazione che tradisce la disistima della propria vocazione a una vita di preghiera. Certamente è in sintonia con il processo avviato con la riforma degli istituti di vita consacrata, all’insegna del “meno preghiera, più aiuti ai poveri”, ma ciononostante fa impressione vedere così tanti monasteri di clausura sottostimare la forza della preghiera come vero motore della storia.
C’è sotto una concezione disincarnata della preghiera, come se fosse un sottrarsi alle vicende di questo mondo invece che una più profonda comprensione della realtà. Sembra quasi che le monache debbano scusarsi per vivere chiuse in un monastero, e giustificare la loro esistenza esibendo una immacolata coscienza sociale. C’è una concezione del cristianesimo tutta orizzontale, come se Cristo fosse venuto per risolvere i problemi di questo mondo e non a salvarci dal peccato.
Non è un problema che riguarda solo la loro vocazione, riguarda tutti noi. Perché chiunque si trovi a doversi sporcare le mani con il mondo, finora sapeva di poter contare sulla forza che emana dai monasteri di clausura, un corpo speciale esperto in quell’arma potente in grado perfino di fermare le guerre. Ora invece dobbiamo fare i conti con il venir meno di una parte di questo esercito, che ha deciso che “non basta più pregare”. Davanti a questo pericolo mortale, si comprendono meglio anche i tanti messaggi della Madonna nelle sue apparizioni, quando invita tutti costantemente a pregare, pregare, pregare. Non c’è soltanto il Nemico di fronte, c’è anche da supplire a chi sta disertando nelle nostre fila.

(Fonte: Ricardo Cascioli, LNBQ, 23 luglio 2019)
http://lanuovabq.it/it/se-anche-alle-claustrali-non-basta-piu-pregare


lunedì 17 giugno 2019

Lezioncina di Ravasi sul rosario di Salvini. E scorda la papessa Rihanna


Il cardinale Ravasi torna sul Rosario di Salvini ed è lapidario: «Non ci si salva ostentando croci e simboli religiosi. Gesù li chiamava ipocriti». Chissà se si riferiva anche al MetGala 2018 da lui sostenuto e promosso in cui sfilarono vestite da papesse le star hollywoodiane…

Il cardinale Gianfranco Ravasi ha rilasciato una intervista domenicale al Corriere della Sera nel corso della quale non si capisce bene per quale motivo è stata fatta, dato che ha spaziato davvero su tutto, dalla Brianza all’eternità. Alcuni passaggi non sarebbero neanche male, ad esempio la differenza tra il cristianesimo del Dio incarnato e l’Islam che è come una pozzanghera, in grado cioè di riflettere l’immagine del sole e niente più. Non poteva mancare però una domanda sul Rosario di Salvini. Sembra che un vescovo o un cardinale non possano passare l’esame di educazione civica se non gli si fa prima una domanda sull’evento politico mediatico dell’anno.
Geniale è come si è arrivati alla fatidica domanda sui rosari, partendo da Giobbe, che accosta Dio ad un arciere sadico a Ravasi che intima: «Cristo perdona tutte le colpe, ma non sopporta le ipocrisie». In mezzo c’erano le domande volè di Aldo Cazzullo: «Che cosa se ne deduce?». Risposta: «Che agitare il Vangelo, ostentare il rosario, baciare il crocefisso non fa di te necessariamente un credente». 
Alla domanda se Salvini sbaglia, Ravasi risponde: «Sono segni che di per sé non rappresentano l’autenticità del credere. Cristo perdona tutte le colpe, ma non sopporta le ipocrisie. Non è il gesto rituale che salva, altrimenti è rito magico. Magia». 
Ravasi si unisce così alla schiera degli ecclesiastici di rango che hanno attaccato frontalmente il gesto di Salvini. 
Curioso davvero. Curioso che un vescovo cardinale che ha definito i massoni «cari fratelli», disposto a dialogare con tutti, sia così duro e poco misericordioso con un politico che agita un Rosario e si permette di affidarsi al Cuore immacolato di Maria. 
Curioso davvero che Ravasi sia in possesso di uno screening di coscienza e escluda d’imperio una sola persona dalla salvezza mentre vi accolga tutti gli altri. Ha forse un filo diretto col Padreterno per sapere che chi agita i Rosari non si salverà? Ma non si era detto “chi sono io per giudicare?”. 
Sicuramente avrà anche ragione nel dire che non ci si salva solo con i gesti esteriori, le ostentazioni e le ipocrisie. Ma anzi, sicuramente ha ragione da vendere sua eminenza. Quando parla di ipocrisia ad esempio, di ostentazione, di manifestazioni esteriori, forse Ravasi si riferiva anche a quella nota parata di star hollywoodiane, da Rihanna a Miley Cirus, da Luis Veronica Ciccone in arte Madonna a Sarah Jessica Parker per il MetGala 2018: sfilarono per pubblicizzare la mostra di paramenti sacri provenienti dalla collezione personale del sommo pontefice mostrando e ostentando crocifissi e immagini sacre di ogni tipo. Papesse, conturbanti total black con croci in trasparenza, rosso della passione accostato ai rosari. 
Ebbene: a tenere a battesimo a quell’evento, tanto da dare il via libera al prestito delle opere e a scrivere la prefazione del catalogo, c’era proprio lui: il prefetto della Cultura Ravasi, il quale, scherzando con Donatella Versace che si complimentava per il suo rosso cardinalizio, la invitava a vederlo con indosso il viola vescovile. Chicche di fine impero, dell’ostentazione di chi mostra i simboli della fede per eventi modani. Il tutto possibile solo su interessamento proprio di Ravasi. Com’è che li chiama Gesù? Ipocriti? Suvvia, com’è severo su se stesso, sua eminenza…

(Fonte: Andrea Zambrano, LNBQ, 17 giugno 2019)
http://www.lanuovabq.it/it/rosari-lezioncina-di-ravasi-e-scorda-la-papessa-rihanna