lunedì 15 maggio 2017

Quale Madonna di Fatima?

«Quale Maria?», chiedeva venerdì sera il Papa nel suo discorso pronunciato a Fatima prima della benedizione delle candele, nella cappella delle apparizioni.  «Quale Maria?», si è chiesto per dare una risposta che – come spesso accade – divide i cattolici in buoni (pochi) e cattivi (la stragrande maggioranza). Ma «quale Maria?» e soprattutto «quale Madonna di Fatima?», si sono chiesti anche tantissimi cattolici, dopo aver ascoltato la personale interpretazione di papa Francesco a proposito degli eventi accaduti a Cova da Iria giusto cento anni fa. Nel discorso del Papa infatti non c’è traccia di invito alla conversione, di penitenza, di sacrificio per la riparazione dei peccati, della visione dell’inferno, di conseguenze storiche del peccato (eh sì che le guerre continuano e il comunismo non smette di propagare le sue nefaste conseguenze, anche all’interno della Chiesa). 
E qui il problema non è l’interpretazione, è il fatto. Può piacere o meno, ma i pastorelli hanno avuto la visione orribile dell’Inferno, Francesco e Giacinta – ieri canonizzati – su richiesta della Madonna hanno liberamente offerto la loro vita e le loro sofferenze per i peccatori, la Madonna ha chiaramente indicato quali sarebbero state le conseguenze storiche del peccato se non ci fosse stata la conversione degli uomini; Maria ha anche indicato la preghiera del rosario e chiesto la consacrazione al suo Cuore immacolato. Il messaggio, pur nella infinita grandezza del Mistero dell’amore di Dio che ci comunica, è molto semplice nel suo contenuto. Se si vuole parlare di Fatima, non si può evitare di misurarsi con questi semplici fatti che costituiscono l’evento unico e straordinario accaduto cento anni fa.
Certo, è stata anche questa apparizione una manifestazione della Misericordia di Dio, ma contrapponendo la misericordia al giudizio e alla giustizia si dà l’idea di una indistinta sanatoria in cui i comportamenti dell’uomo non contano più nulla, tanto ci ha già pensato Cristo a risolvere tutto. Una concezione che risalta evidente in un problematico passaggio dell’intervento di venerdì sera: Gesù «non negò il peccato, ma ha pagato per noi sulla Croce. E così, nella fede che ci unisce alla Croce di Cristo, siamo liberi dai nostri peccati; mettiamo da parte ogni forma di paura e timore, perché non si addice a chi è amato». Insomma, sembra che basti la fede nel Cristo crocifisso per essere salvati, una affermazione che così espressa ricalca la posizione di Lutero, tagliando via la libertà dell’uomo. 
Ma in questo modo che senso avrebbe allora mostrare a dei bambini la visione dell’Inferno, o chiedere preghiera, penitenza, sacrificio riparatore dei peccati? Sono domande che non possono essere così disinvoltamente eluse. La Chiesa ha riconosciuto la veridicità di queste apparizioni e i messaggi che vi sono collegati. Il cliché della “Madonna postina”, che tanto è avversato da papa Francesco, non si può applicare alla Madonna di Fatima, per quanto anch’essa fissasse appuntamenti per consegnare dei messaggi. 
Siamo davanti a un fatto storico, alla realtà di un messaggio che provoca la nostra libertà. L’amore di Dio si manifesta proprio in questo, è per aver sperimentato questo amore che Francesco e Giacinta rispondono sì alla domanda di Maria sul sacrificio delle proprie vite per salvare i peccatori. Come ogni genitore che ama i propri figli, Maria mette in guardia dai pericoli del peccato non per terrorizzare, ma per aiutarci a scegliere il bene, a rispondere all’amore. Non per niente il “timore di Dio” è uno dei sette doni dello Spirito Santo.
Molto più chiare delle mie parole sono però quelle dell’allora cardinale Joseph Ratzinger che, in qualità di prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, scrisse nel 2000 il Commento teologico ai segreti di Fatima. Le ripropongo perché - a proposito del terzo segreto e delle visioni dei veggenti - scrisse ciò che ci restituisce l’estrema attualità del messaggio e il compito che noi abbiamo:
«L'angelo con la spada di fuoco a sinistra della Madre di Dio ricorda analoghe immagini dell'Apocalisse. Esso rappresenta la minaccia del giudizio, che incombe sul mondo. La prospettiva che il mondo potrebbe essere incenerito in un mare di fiamme, oggi non appare assolutamente più come pura fantasia: l'uomo stesso ha preparato con le sue invenzioni la spada di fuoco. La visione mostra poi la forza che si contrappone al potere della distruzione — lo splendore della Madre di Dio, e, proveniente in un certo modo da questo, l'appello alla penitenza. In tal modo viene sottolineata l'importanza della libertà dell'uomo: il futuro non è affatto determinato in modo immutabile, e l'immagine, che i bambini videro, non è affatto un film anticipato del futuro, del quale nulla potrebbe più essere cambiato. Tutta quanta la visione avviene in realtà solo per richiamare sullo scenario la libertà e per volgerla in una direzione positiva. Il senso della visione non è quindi quello di mostrare un film sul futuro irrimediabilmente fissato. Il suo senso è esattamente il contrario, quello di mobilitare le forze del cambiamento in bene».

(Fonte: Riccardo Cascioli, La NBQ, 14 maggio 2017)



martedì 2 maggio 2017

Esiste una prova storica della resurrezione di Gesù?

Nell’udienza generale del 17 aprile u.s., Papa Francesco ha affermato: “[Cristo] è morto, ma è risorto. Perché la fede nasce dalla risurrezione. Accettare che Cristo è morto, ed è morto crocifisso, non è un atto di fede, è un fatto storico. Invece credere che è risorto sì. La nostra fede nasce il mattino di Pasqua”: parole che hanno dato seguito a molteplici considerazioni da parte dei media. In proposito, riportiamo il resoconto di un dibattito tra due eminenti studiosi proprio sulla storicità anche della Risurrezione. È un resoconto del 2014 che tuttavia riteniamo ancora estremamente valido e attendibile. (M.L.).

Molto interessante il dibattito avvenuto nel 2006 tra il noto filosofo analitico William Lane Craig, docente al Talbot School of Theology di Los Angeles e Bart D. Ehrman, presidente del Dipartimento di studi religiosi” dell’Università della Carolina del Nord. Al centro del dibattito la possibilità che vi sia una prova storica per la resurrezione di Gesù Cristo.
La tesi del prof. Craig è che vi sia una certezza morale per la resurrezione di Gesù che si basa sull’esperienza personale (approccio esperienziale) dell’incontro con Lui tramite il dono della fede, ma che esista anche un sostegno storico che porta a guardare alla resurrezione di Gesù come la miglior spiegazione (dunque potremmo dire una “prova indiretta”) di quattro eventi ben definiti nella storia di Gesù, giudicati altamente attendibili storicamente dalla comunità scientifica. Ecco i quattro eventi:
1) La sepoltura di Gesù: è riferita da numerose fonti indipendenti (i quattro Vangeli, tra cui il materiale utilizzato da Marco che secondo Rudolf Pesch risale a sette anni dalla crocifissione di Gesù e proviene da testimonianze oculari, diverse lettere di Paolo, scritte prima dei Vangeli e ancora più vicine ai fatti, e l’apocrifo Vangelo di Pietro) e ciò è un elemento di autenticità sulla base del criterio della molteplice attestazione. Inoltre, la sepoltura di Gesù per mezzo di Giuseppe d’Arimatea, membro del Sinedrio ebraico, risulta attendibile poiché soddisfa il cosiddetto criterio dell’imbarazzo: come ha spiegato lo studioso Raymond Edward Brown (in “The Death of the Messiah”, 2 vols., Garden City 1994, p.1240-1). La sepoltura di Gesù grazie a Giuseppe d’Arimatea è “molto probabile” dal momento che è “inspiegabile” come dei membri della chiesa primitiva potessero valorizzare tanto un membro del Sinedrio ebreo, avendo verso di loro una comprensibile ostilità (erano gli artefici della morte di Gesù). Per questi e altri motivi il compianto John At Robinson dell’Università di Cambridge, la sepoltura di Gesù nella tomba è «uno dei fatti più antichi e meglio attestati su Gesù» (“The Human Face of God”, Westminster 1973, p. 131)
2) La tomba trovata vuota: la domenica dopo la crocifissione, la tomba di Gesù fu trovata vuota da un gruppo di donne. Anche questo fatto soddisfa il criterio della molteplice attestazione essendo attestato da diverse fonti indipendenti (Vangelo di Matteo, Marco e Giovanni, e Atti degli Apostoli 2,29 e 13,29). Inoltre, il fatto che le protagoniste del ritrovamento della tomba vuota siano delle donne, allora considerate prive di qualunque autorità (perfino nei tribunali ebraici) avvalora l’autenticità del racconto, soddisfacendo il criterio dell’imbarazzo. Così lo studioso austriaco Jacob Kremer ha affermato: «di gran lunga la maggior parte degli esegeti considera affidabili le dichiarazioni bibliche relative al sepolcro vuoto» (“Die Osterevangelien–Geschichten um Geschichte”, Katholisches Bibelwerk, 1977, pp. 49-50).
3) Apparizioni di Gesù dopo la morte: in diverse occasioni e in varie circostanze numerosi individui e gruppi di persone differenti dicono di aver sperimentato apparizioni di Gesù dopo la sua morte. Paolo spesso cita questi eventi nelle sue lettere, considerando che sono state scritte vicine agli eventi e tenendo conto la sua conoscenza persona con le persone coinvolte, queste apparizioni non possono essere liquidate come semplici leggende. Oltretutto esse sono presenti in diverse fonti indipendenti, soddisfacendo il criterio della molteplice attestazione (l’apparizione a Pietro è attestata da Luca e Paolo; l’apparizione ai Dodici è attestata da Luca, Giovanni e Paolo; l’apparizione alle donne è attestata da Matteo e Giovanni, ecc.) Il critico tedesco del Nuovo Testamento, scettico, Gerd Lüdemann, ha concluso: «Può essere preso come storicamente certo che Pietro e i discepoli abbiano avuto esperienze dopo la morte di Gesù in cui egli apparve loro come il Cristo risorto» (“What Really Happened to Jesus?”, Westminster John Knox Press 1995, p.8).
4) Il cambiamento radicale dell’atteggiamento dei discepoli: dopo la loro fuga impaurita al momento della crocifissione di Gesù, i discepoli hanno improvvisamente e sinceramente creduto che Egli era risorto dai morti, nonostante la loro ebraica predisposizione contraria. Tanto che improvvisamente furono disposti perfino a morire per la verità di questa convinzione. L’eminente studioso britannico NT Wright ha perciò affermato: «Questo è il motivo per cui, come storico, non riesco a spiegare l’ascesa del cristianesimo primitivo a meno che Gesù sia risorto, lasciando una tomba vuota dietro di lui». (“The New Unimproved Jesus”, Christianity Today, 13/09/1993).
Il prof. Craig ci tiene a sottolineare: «La risurrezione di Gesù è una spiegazione miracolosa di queste prove, ma queste prove in sé non sono miracolose. Nessuno di questi quattro fatti è alcun modo soprannaturale o inaccessibile allo storico». Per questo egli afferma che la migliore spiegazione di questi fatti è che Gesù è risorto dai morti. Questa è anche stata la spiegazione che i testimoni oculari stessi hanno dato e nessuna spiegazione naturalistica riesce a fornire una spiegazione davvero plausibile dei fatti, tenendo in conto tutti gli elementi.

La replica del prof. Ehrman si è basata su tre punti. La prima obiezione è stata che i Vangeli non sono così solidi come fonti storiche, dato che sono stati composti dai 35 ai 65 anni dopo la morte di Gesù. Un’affermazione che contraddice quanto scriverà in seguito nel volume “Did Jesus Exist?”«Indipendentemente dal fatto che siano ritenuti o meno scritture ispirate, i Vangeli possono essere considerati e utilizzati come fonti storiche importanti» (HarperCollins Publisher 2013, p.75). La seconda obiezione è che vi sono delle contraddizioni tra i diversi Vangeli su come si sono svolti i quattro fatti citati dal prof. Craig (l’ora e il giorno della morte di Gesù, il numero di donne che ha trovato il sepolcro vuoto ecc.). Ad essa ha contro-replicato il prof. Craig, facendo notare che i Vangeli sono tutti concordi sui quattro fatti al centro del dibattito, anche se possono variare dei particolari secondari ma che non compromettono il racconto.
La terza obiezione del prof. Ehrman è che la resurrezione dai morti di Gesù da parte di Dio è un’affermazione teologica e non può essere storica poiché «gli storici possono stabilire solo quello che probabilmente è accaduto in passato, e per definizione, un miracolo è l’evento meno probabile. E così, per la natura stessa dei canoni della ricerca storica, non possiamo affermare storicamente che un miracolo probabilmente è accaduto. Per definizione, probabilmente non è accaduto». Il prof. Craig ha contro-replicato, in modo illuminate secondo noi, spiegando che si sta valutando l’ipotesi che Gesù sia risorto dai morti in modo soprannaturale, non in modo naturale (il che sarebbe, questo si, altamente improbabile). «Ma non vedo alcun motivo per pensare che sia improbabile che Dio abbia risuscitato Gesù dai morti». Infatti, «al fine di dimostrare che tale ipotesi è improbabile, bisognerebbe dimostrare che l’esistenza di Dio è improbabile. Ma il prof. Ehrman dice che lo storico non può dire nulla su Dio. Pertanto, non può dire che l’esistenza di Dio è improbabile. Ma, se non si può dire questo allora non si può nemmeno affermare che la risurrezione di Gesù è improbabile. Quindi la posizione del prof. Ehrman è letteralmente auto-confutante». Inoltre, ha ricordato ancora il prof. Craig, il dibattito è centrato sulla probabilità della resurrezione in seguito ad una serie di fatti che richiedono essa come spiegazione migliore, non la probabilità della resurrezione dai morti senza alcun elemento di prova.
Il resto del confronto tra i due si è basato solamente sull’approfondimento delle loro posizioni. Il prof. Ehrman, nonostante avesse il vantaggio di trattare un argomento di cui è un professionista (il prof. Craig è un filosofo, non uno storico), non si è dimostrato molto preparato alle argomentazione filosofiche del prof. Craig. Anzi, si è contraddetto come accade spesso nei suoi libri. Bisogna invece riconoscergli un’ottima disposizione al confronto e non allo scontro. Il prof. Craig si è invece dimostrato certamente più convincente e illuminato, arrivando a fornire una buona plausibilità ad una tesi -la prova storica della resurrezione- poco considerata anche dai cristiani.

(Fonte: UCCR, Redazione, 1 novembre 2014)



domenica 30 aprile 2017

Un cattolicesimo “a bassa intensità”, come i tempi comandano

Le diagnosi più aggiornate del fenomeno religioso in Occidente convergono nel definirlo "a bassa intensità". Liquido, senza più dogmi, senza autorità vincolanti. Molto visibile ma irrilevante nell'arena pubblica.
Anche il cattolicesimo si sta rimodellando così. E il pontificato di Francesco si adatta in modo spettacolare a questa nuova fenomenologia, nei suoi successi e nei suoi limiti.
Da buon gesuita, Jorge Mario Bergoglio asseconda d'istinto i segni dei tempi. Non prova nemmeno ad arginare la crescente diversificazione interna alla Chiesa. Anzi, la incoraggia.
Non risponde ai cardinali che gli sottopongono dei "dubbi" e gli chiedono di fare chiarezza.
Lascia correre le opinioni anche più spericolate, come quelle del nuovo generale dei gesuiti, il venezuelano Arturo Sosa Abascal, secondo il quale non si può sapere che cosa disse davvero Gesù "perché non c'erano i registratori".
E lui stesso ne dice di grosse, senza temere di far traballare gli articoli fondamentali del Credo.
Lo scorso 17 marzo, in un'udienza nel Palazzo Apostolico, per spiegare cosa intenda lui per "unità nella differenza", ha detto che "anche dentro la santissima Trinità stanno tutti litigando a porte chiuse, mentre fuori l'immagine è di unità".
Il 19 aprile, in un'udienza generale piazza San Pietro, ha detto che la morte di Gesù è un fatto storico ma la sua risurrezione no, è solo un atto di fede.
Il 4 aprile, in un'omelia a Santa Marta, ha detto che Gesù in croce "si è fatto diavolo, serpente".
E queste sono solo le ultime di una collezione non piccola di sentenze azzardate, che però scivolano via come acqua sul marmo, senza effetto su una pubblica opinione cattolica e non, per la quale questo papa continua ad essere popolare anche perché dice di tutto, con tranquillità.
Luca Diotallevi, sociologo della religione tra i più attenti, ha individuato parecchie similitudini tra il pontificato di Francesco e il fenomeno Donald Trump, tra le quali c'è il comune risentimento contro l'establishment.
La curia vaticana ne fa le spese, ma soprattutto la congregazione per la dottrina della fede, che è oggi l'ombra di quella che fu, quando vigilava anche sulla minima parola che uscisse dalla penna e dalla bocca di un papa. Francesco la ignora del tutto.
Gli episcopati nazionali sono anch'essi spariti dalle cronache, a cominciare dalla conferenza episcopale italiana, una volta potente, oggi annichilita.
La metamorfosi di questo cattolicesimo "a bassa intensità" è clamorosamente evidente nell'arena politica. Gli Stati Uniti e l'Italia ne sono due esempi.
In entrambi i paesi i cattolici sono presenti in forte numero e ai più alti livelli, più che in passato. Negli Stati Uniti sono cattolici il vicepresidente, Mike Pence, e il "chief political strategist" di Trump, Steve Bannon. Sono cattolici cinque giudici della corte suprema su nove e il 38 per cento dei governatori. Sono cattolici il 31,4 per cento dei membri del congresso, dieci punti in più che tra i cittadini adulti dell'intero paese.
Eppure, nonostante questa presenza massiccia dei cattolici in politica, non accade che i principi irrinunciabili della Chiesa in materia di divorzio, di aborto, di eutanasia, di omosessualità incidano con pari forza sulle leggi. Anzi, ne sono sempre più lontani.
In Italia è lo stesso. Gli ultimi capi di governo, da Mario Monti ad Enrico Letta a Matteo Renzi a Paolo Gentiloni, sono tutti cattolici praticanti, come lo è l'attuale presidente della repubblica Sergio Mattarella. Sono cattolici un nutrito numero di membri del governo e di parlamentari di tutti i partiti.
Ma l'incidenza della Chiesa in campo politico è oggi quasi nulla, come provano le leggi sulle unioni omosessuali e sul fine vita.
Un "cattolicesimo politico" del livello di uno Sturzo o un De Gasperi non c'è più da gran tempo. Ma c'è anche un papa la cui volontà deliberata è di trattenere lui e la Chiesa da ogni impegno ad alta intensità su questioni politiche che dividono le coscienze. E anche per questo è tanto popolare.

(Fonte: Sandro Magister, www.chiesa.it, 30 aprile 2017



martedì 4 aprile 2017

Le nozze gay spiegate ai miei figli (età media nove anni)

Cari ragazzi, come sapete nella nostra casa è vietato parlare male delle persone, o almeno ci proviamo, a non farlo. Se qualcuno sbaglia sono affari suoi, tra lui e Dio. A meno che non ci sia un compagno, che so, che si sporge troppo dalla finestra, o che attraversa la strada con gli occhi sull’iPod mentre passa un motorino. In quel caso, visto che rischia di farsi male, potete dirgli qualcosa, direttamente a lui, e possibilmente senza frantumarvi nessun osso.
C’è un solo caso in cui del male degli altri bisogna proprio per forza parlare, anche a costo di prendere un palo in testa, ed è quando rischia di andarci di mezzo qualcuno più debole, che non può difendersi da solo.
È proprio per questo motivo che il babbo e io ce la prendiamo tanto per i cosiddetti matrimoni omosessuali, che poi matrimoni è una parola che in questo caso non si può dire perché viene da munus e mater, cioè il dono che si fa alla madre, e tra due uomini o due donne non può comunque esserci una mamma.
Quindi di cosa facciano gli omosessuali nel privato non ci occupiamo proprio, non è una cosa che ci riguarda, e tra l’altro pensiamo che anche loro non la dovrebbero sbandierare troppo, come facevano quei signori che avete visto a Parigi l’estate scorsa, con le piume e i sederi di fuori. Tra l’altro, avete mai visto me e il babbo andare in giro in mutande? Comunque, se loro lo vogliono fare noi ci limiteremo a passare da un’altra parte, visto che non erano proprio eleganti i signori con le banane gonfiabili e le signore senza reggiseno. Capiamo anche che se sentono il bisogno di farsi vedere vestiti in quel modo forse non sono tanto felici, e quindi se ci capiterà di averne uno vicino, che ne so, al lavoro o in vacanza, cercheremo, se lui o lei vuole, di farci amicizia.
Il problema che ci preoccupa tanto però è quello dei bambini e delle famiglie. Noi crediamo che le leggi, come vietano alle persone di ammazzare, rubare, ma anche di parcheggiare sulle strisce pedonali o mettere la musica altissima alle tre di notte, cioè di fare quello che può danneggiare gli altri, debbano impedire assolutamente di confondere la famiglia con tutti gli altri modi di stare insieme. Modi liberi e magari bellissimi, per chi vuole, ma diversi dalla famiglia. La famiglia è il luogo in cui devono crescere i bambini, e infatti in Italia sono stati chiusi gli orfanotrofi, e si cerca di far vivere i bambini senza genitori in case famiglia, che non saranno il massimo, ma è meglio di prima.
Un babbo e una mamma sono la condizione minima per i bambini per crescere bene. Certo, ci sono anche tanti genitori che non sono sempre bravi, infatti abbiamo detto minima: non basta che ci siano, devono anche impegnarsi un pochino per essere buoni genitori. Ma se non ci sono, per un bambino è impossibile crescere in modo sano, equilibrato, felice. Vi immaginate se il babbo non ci fosse più, e io mi fidanzassi con una signora? Non fate quelle facce terrorizzate, sto dicendo per dire. O se invece di me ci fosse un amico del babbo? (Siete meno terrorizzati? Già vi figurate pomeriggi senza ripasso di grammatica e niente crisi isteriche per i fumetti scaraventati a terra?)
Comunque, tanti dottori che studiano le teste delle persone dicono che è normale che la cosa vi sembri tanto strana, perché è giusto che voi vogliate un babbo maschio e una mamma femmina, anche se a scuola cercano di dirvi il contrario (va di moda, ma non vi preoccupate).
Vi diranno che non siete d’accordo perché andate in chiesa, ma noi pensiamo che sia solo buon senso. Sono le regole di funzionamento delle persone (è vero, le ha fatte Dio, ma funzionano comunque tutte allo stesso modo, non è questione di credere: se non credi nella benzina e metti la Fanta nel serbatoio la macchina si rompe). Noi non siamo contro nessuno, ma come diciamo al compagno di non sporgersi dalla finestra siccome siamo cristiani dobbiamo continuare a dire, quando ci è possibile, senza offendere o attaccare nessuno, qual è il modo per non farsi male, nella vita. Il progetto di Dio sul mondo è la famiglia, un meccanismo faticoso ma affascinante, in cui si mettono insieme le differenze, prima di tutto quelle tra maschi e femmine, e si cerca di funzionare tutti al meglio. Questo è l’uomo a denominazione di origine controllata. Poi ci sono gli ogm, ma i loro semi sono sterili (i semi delle piante create in laboratorio vanno ricomprati ogni anno): allo stesso modo due maschi e due femmine non possono riprodursi. Quando cercano di ottenere dei bambini, non per dare una famiglia a dei bambini, ma perché li desiderano loro, devono fare delle cose che fanno stare male tante persone: le mamme che prestano la pancia, quelle che danno l’ovetto, i babbi che danno il seme da mettere dentro, e soprattutto i bambini che non sapranno mai da quale storia vengono, non sapranno che facce avessero i nonni e che lavoro facessero i bisnonni, e poi avranno due mamme, due babbi, insomma una gran confusione, dove a rimetterci sono i bambini.
A noi dispiace tanto se le persone dello stesso sesso che si vogliono bene non possono avere bambini, e rispettiamo e capiamo la loro tristezza, ma è la natura, e noi abbiamo il dovere di difendere quei bambini che non possono farlo da soli. Ci sarebbe da dire poi che lo stato dovrebbe aiutare le famiglie, che sono moltissime moltissime di più (e forse per questo non ci aiutano, è più difficile risolvere qualche problema alla maggioranza), ma questo è un discorso che abbiamo fatto tante volte… (intanto si sono già alzati tutti da tavola, e sto parlando da sola come al solito).

(Fonte: Dal Blog di Costanza Miriano del 28 maggio 2013)



Un nuovo concilio, come sedici secoli fa

I conflitti messi in moto oggi da "Amoris laetitia" hanno un precedente nelle controversie cristologiche del tardo impero romano. Le risolse il concilio ecumenico di Calcedonia. Dal Cile, uno studioso propone di rifare lo stesso cammino 
Con l'atto stesso di non rispondere all'appello dei quattro cardinali di fare chiarezza sui punti più controversi di "Amoris laetitia", papa Francesco almeno una cosa l'ha fatta capire. Ed è la sua incrollabile certezza della bontà del processo da lui messo in moto con l'esortazione postsinodale, proprio grazie alla calcolata ambiguità del testo, che ha aperto la strada a una molteplicità di interpretazioni e di applicazioni, alcune delle quali decisamente nuove rispetto al plurisecolare insegnamento della Chiesa.
Non è la prima volta, nella storia cristiana, che si verifica un caso del genere. Che cioè dei pronunciamenti del magistero, volutamente non chiari, lascino convivere più interpretazioni contrastanti, anche su punti centrali del dogma.
È capitato così nella prima fase delle controversie trinitarie e cristologiche del quarto secolo.
Nel saggio che segue, un esperto di quelle antiche controversie mostra quanto la loro dinamica somigli al conflitto oggi in corso nella Chiesa cattolica sui sacramenti del matrimonio e dell'eucaristia.
Allora, l'eresia che dilagava era quella di Ario, che minava la divinità di Gesù. Mentre oggi ad essere in pericolo è l'indissolubilità del matrimonio cristiano.
L'autore del saggio, Claudio Pierantoni, ha studiato a Roma filologia classica e storia del cristianesimo all'Università "La Sapienza" e all'Augustinianum, con suo maestro l'insigne patrologo Manlio Simonetti, specializzandosi nelle controversie cristologiche del quarto secolo e in sant'Agostino.
Sposato e con due figlie, dal 1999 Pierantoni vive a Santiago del Cile. Ha insegnato storia della Chiesa e patrologia alla Pontificia Universidad Católica e attualmente insegna filosofia medievale alla Universidad de Chile. (Sandro Magister)

La crisi ariana e la controversia attuale su "Amoris laetitia": un parallelo
Le riflessioni che seguono traggono origine da una coincidenza abbastanza curiosa. Ai primi di aprile di quest’anno infatti, nella facoltà di teologia della Pontificia Universidad Católica di Santiago del Cile ha preso le mosse un gruppo di studio sulla controversia ariana.
Nella prima riunione del gruppo riflettevamo sulla straordinaria rapidità con cui la controversia suscitata dal presbitero alessandrino Ario nel 318 o 319, apparentemente sedata con la condanna di questi da parte del vescovo della metropoli Alessandro, si diffuse invece in Palestina e di lì a pochi anni infiammò tutto l’Oriente romano, spingendo l’imperatore Costantino a convocare addirittura un concilio ecumenico per risolverla. Apparentemente si trattava solo di un paio di frasi imprudenti sulla relazione del Figlio con il Padre, che però misero allo scoperto profonde differenze dottrinali esistenti nell’episcopato, e scatenarono una polemica evidentemente latente da molto tempo.
Ebbene, proprio in quegli stessi giorni di aprile del 2016 veniva pubblicata l’esortazione apostolica "Amoris laetitia", e di lì a poco […] vennero le reazioni del Card. Burke e quelle del Card. Müller, e incominciò la polemica. Non ci volle molto tempo per capire che l’incendio che si stava rapidamente propagando, proprio come ai tempi di Ario, era di vaste proporzioni, nonostante le modeste apparenze di basarsi solo su un paio di imprudenti note a piè di pagina, che il papa affermava di non ricordare neppure.
Mi venne quindi naturale cominciare a fare un paragone fra le due crisi. […] I due momenti, infatti, possono essere visti in analogia, perché in entrambi i casi un intervento importante del magistero è percepito da molti cattolici come in conflitto con la dottrina precedente. E inoltre, in entrambi i casi, si percepisce un assordante silenzio della gerarchia della Chiesa cattolica, naturalmente con delle eccezioni.
Quanto al contenuto, le due crisi sono certamente diverse: nel primo caso l’argomento del contendere è prettamente teologico, riguardando il fondamento della dottrina cristiana su Dio uno e trino, mentre nel secondo è teologico-morale, riguardando in modo centrale il tema del matrimonio.
Tuttavia, l’elemento principale che avvicina le due crisi è, mi pare, il fatto che entrambe interessano un pilastro del messaggio cristiano, distrutto il quale il messaggio stesso perde la sua fisionomia fondamentale. […]

I. Parallelo tra le due crisi, nei documenti dottrinali
Dal punto di vista dei documenti dottrinali, l’elemento parallelo che maggiormente richiama l’attenzione è il carattere di ambiguità presente nelle formule filoariane degli anni 357-360.
In effetti, […] la minoranza filoariana, pur essendo al potere, non si azzarda a proporre una posizione che troppo chiaramente si opponga alla visione tradizionale. Non dice espressamente che il Figlio è inferiore al Padre, ma usa un’espressione generica, "simile" al Padre, che poteva prestarsi a diversi gradi di subordinazionismo. In breve, pur essendo al potere, essa cerca di nascondersi.
In modo analogo, l’attuale esortazione apostolica "Amoris laetitia", nel famoso capitolo VIII, non nega apertamente l’indissolubilità del matrimonio, anzi l’afferma esplicitamente. Nega però in pratica le conseguenze necessarie che discendono dall’indissolubilità matrimoniale. Ma lo fa attraverso un discorso sinuoso e involuto, con formulazioni che coprono una gamma di posizioni diverse, alcune più estreme, altre più moderate.
Per esempio, dice che “in alcuni casi” potrebbe darsi alle persone in unioni “cosiddette irregolari” l’“aiuto dei sacramenti”. Quali siano questi casi non viene detto, per cui del testo possono darsi almeno quattro interpretazioni, di cui le più restrittive sono ovviamente incompatibili con le più ampie. Per chiarezza interpretativa, è quindi utile classificarle in base al diverso grado di ampiezza, partendo dalla più restrittiva fino alla più estesa:
1.    In base al principio di continuità ermeneutica, l’espressione “in alcuni casi” dovrebbe interpretarsi come riferentesi ai casi specificati nei documenti del magistero vigente, come "Familiaris consortio", che dice che si può dare l’assoluzione e la comunione eucaristica in quei casi in cui i conviventi facciano promessa di convivere come fratello e sorella.
Questa interpretazione ha dalla sua un principio ermeneutico fondamentale, che potrebbe sembrare irrefutabile, ma è contraddetta dalla nota 329, che afferma esplicitamente che proprio questo comportamento (cioè la convivenza come fratello e sorella) potrebbe essere potenzialmente dannoso e quindi da evitare.
2.    “In alcuni casi” può interpretarsi in senso più ampio come riferito alla certezza soggettiva della nullità del precedente matrimonio, supponendo che per motivi particolari non sia possibile provarla in un tribunale.
In tali casi potrebbe certo darsi che, nel segreto della coscienza, non vi sia colpa nella nuova unione: questo potrebbe essere visto, sul piano della dottrina morale, in accordo con "Familiaris consortio". Ma rimane una differenza fondamentale sul piano ecclesiologico: l’eucaristia è un atto sacramentale, pubblico, in cui non può prendersi in considerazione una realtà in sé stessa invisibile e incontrollabile pubblicamente.
3.     "In alcuni casi” può essere interpretato, più ampiamente ancora, come riferito a una minore o anche nulla responsabilità soggettiva, dovuta a ignoranza della norma, oppure a incapacità di comprenderla; o anche a “forza maggiore”, in cui qualche speciale circostanza può essere così forte da “costringere” a una convivenza "more uxorio", che quindi non costituirebbe colpa grave; anzi, addirittura, secondo il documento, l’abbandono della convivenza potrebbe far incorrere in colpa più grave.
Qui abbiamo già seri problemi anche di teologia morale. Ignoranza e incapacità di comprendere possono in effetti limitare la responsabilità personale: ma appare incongruo, per non dire contraddittorio, invocarle in questo discorso, in cui si parla di un itinerario e di un discernimento "accompagnato": processi che appunto dovrebbero essere finalizzati al superamento di tale ignoranza e incapacità di comprendere.
In quanto alla forza maggiore, non è affatto ovvio, anzi è contrario a tutta la tradizione e a importanti pronunciamenti dogmatici che essa possa giustificare la mancanza nell’adempimento della legge divina. È vero che non si può escludere a priori che possano esservi particolari circostanze in cui la situazione può cambiare la specie morale di un atto esternamente uguale, anche cosciente e volontario: per esempio, l’atto di sottrarre un bene a qualcuno può non configurarsi come furto, ma come un atto di pronto soccorso a una persona, o un atto diretto ad evitare un male peggiore. Ma anche ammesso, e non concesso, che questo possa applicarsi all’adulterio, ciò che qui osta decisamente a una giustificazione di questo genere è il carattere di permanenza del comportamento oggettivamente negativo: quello che è giustificabile in un momento puntuale, di emergenza, non può esserlo in una situazione stabile, coscientemente scelta.
In ogni modo, rimane fermo anche qui il principio ecclesiologico per il quale in nessun caso può essere reso magicamente visibile al livello pubblico quello che per sua natura appartiene al segreto della coscienza.
4.    “In alcuni casi”, nell’interpretazione più estesa di tutte, può essere ampliato a includere tutti quei casi – che sono poi quelli reali, concreti e frequenti, che tutti abbiamo in mente – in cui si dà un matrimonio poco felice, che fallisce per una serie di malintesi e incompatibilità e a cui segue una convivenza felice, stabile nel tempo, con reciproca fedeltà, ecc. (cfr. AL 298).
In questi casi, parrebbe che il risultato pratico, in particolare la durata e la felicità della nuova unione contro la brevità e infelicità della precedente, possa interpretarsi come una specie di conferma della bontà e quindi legittimità della nuova unione. In questo contesto (AL 298) si tace qualsiasi considerazione sulla validità del matrimonio precedente, nonché sull’incapacità di comprendere e sulla forza maggiore. E in effetti, quando poco più sotto (AL 300) si passa a considerare il tipo di discernimento che dovrà farsi in questi casi, risulta ancora più chiaro che i temi in discussione nell’esame di coscienza, e nel relativo pentimento, non saranno altri che il buono o cattivo comportamento a fronte dell’insuccesso matrimoniale e la buona riuscita della nuova unione.
È chiaro, qui, che il “pentimento” di cui deve trattarsi non riguarda affatto la nuova unione in presenza di una precedente unione legittima; riguarda invece il comportamento durante la precedente crisi e le conseguenze (non meglio precisate) della nuova unione sulla famiglia e la comunità.
È quindi manifesto che il documento intende spingersi al di là tanto dei casi in cui si abbia certezza soggettiva dell’invalidità del precedente vincolo, come anche dei casi di ignoranza, di difficoltà di comprendere e di forza maggiore o di presunta impossibilità di adempiere la legge.
Ora, è sufficientemente chiaro che se il metro valido per giudicare della liceità della nuova unione è, alla fine, il suo successo pratico, la sua felicità visibile, empirica, di contro all’insuccesso e all’infelicità del matrimonio anteriore – liceità che è ovviamente presupposta per ricevere l’assoluzione sacramentale e l’eucaristia –, la conseguenza inevitabile è che il precedente matrimonio implicitamente si considera, anche pubblicamente, ormai senza effetto e quindi sciolto: quindi, che il matrimonio è dissolubile. E così nella Chiesa cattolica, mentre a parole si continua ad affermare l’indissolubilità, di fatto viene introdotto il divorzio.
È anche sufficientemente chiaro che, se il successo del nuovo matrimonio basta per stabilire la sua liceità, questo include la giustificazione praticamente di tutti i casi di nuova unione, In effetti, se la nuova unione dovesse dimostrarsi priva di successo, non sussisterà lo stimolo per giustificarla e si passerà piuttosto a un’ulteriore unione, nella speranza di un maggior successo. Ora questa, e non altra, è appunto la logica del divorzio.
Da ciò si può ulteriormente dedurre che la discussione sui casi che possiamo chiamare “intermedi”, cioè quelli situati fra la posizione tradizionale e quella più ampia – che come abbiamo mostrato include di fatto tutti i casi –, se da una parte permette a molti, più moderati, di riconoscersi nell’una o nell’altra gradazione e quindi può avere un valore di “tranquillante”, invece dal punto di vista pratico finisce con l’essere ben poco rilevante. In sostanza, infatti, il documento, nella sua genericità, fornisce carta bianca per risolvere la gran maggioranza delle situazioni reali con un criterio assai più semplice e in linea con la mentalità dominante nella nostra civiltà: in una parola, perfettamente in linea con l’ideologia del divorzio.
Tornando al nostro parallelo, tutto ciò ricorda assai da vicino la politica dell’imperatore Costanzo, nel ricercare un’espressione sufficientemente generica, che si proponesse di accontentare molteplici posizioni diverse. La genericità, nella controversia ariana, dell’espressione “simile al Padre secondo le Scritture” trova perfetto riscontro nella genericità dell’espressione “in alcuni casi” che troviamo in "Amoris laetitia". In teoria, quasi ogni posizione vi si può riconoscere.
Di conseguenza, le situazioni risultano analoghe anche quanto al risultato pratico. Allo stesso modo in cui quasi tutto l’episcopato dell’impero accettò la formula di Rimini-Costantinopoli del 359-60, così anche oggi la stragrande maggioranza dell’episcopato ha accettato senza fiatare il nuovo documento, pur sapendo che esso di fatto legittima una serie di posizioni fra loro incompatibili, alcune delle quali manifestamente eretiche.
Oggi molti vescovi e teologi acquietano la propria coscienza affermando, sia in pubblico sia a se stessi, che il dire che “in certi casi” i divorziati risposati possono ricevere i sacramenti non è di per sé erroneo e può interpretarsi, in un’ermeneutica della continuità, come in linea con il magistero precedente. Proprio allo stesso modo gli antichi vescovi pensavano che non era di per sé erroneo dire che “il Figlio è simile al Padre secondo le Scritture”.
Ma, in entrambi i casi, sebbene un’ampia gamma di posizioni si possano riconoscere nell'una e nell'altra formula presa isolatamente, invece nel contesto dei rispettivi documenti è assai chiaro che la posizione ortodossa, veramente in linea con il magistero precedente, è proprio quella che viene nettamente esclusa. […]
Nel caso di "Amoris laetitia", ciò si realizza:
- con la smentita della formulazione di "Familiaris consortio" sull’astensione dalla convivenza "more uxorio" come condizione dell’accesso ai sacramenti;
- con l’eliminazione dei precedenti netti confini fra certezza della coscienza e norme ecclesiologiche sacramentali;
- con la strumentalizzazione dei precetti evangelici della misericordia e del non giudicare, usati per sostenere che nella Chiesa non sarebbe possibile l’applicazione di censure generali a determinati comportamenti oggettivamente illeciti;
- e infine, ma non per ultimo, censurando duramente quanti avessero la “meschina” e “farisaica” pretesa di invocare precise norme giuridiche per giudicare di qualsiasi caso singolo, che invece dev’essere rigorosamente lasciato al discernimento e all’accompagnamento personale.
Così, pur nella buona volontà di rispettare un principio ermeneutico certamente valido, quello della continuità con i documenti precedenti, si rischia di dimenticarne un altro ancora più importante ed evidente: quello del contesto immediato in cui una proposizione viene formulata.
Se si leggono le singole affermazioni di "Amoris laetitia" non isolatamente, ma nel loro contesto, e il documento a sua volta nel suo contesto storico immediato, si scopre facilmente che la "mens" generale che lo guida è sostanzialmente l’idea del divorzio, oltre all’idea oggi diffusa di non porre chiari confini tra un matrimonio legittimo e un’unione irregolare. […]

II. Parallelo tra le due crisi, nello sviluppo storico
Anche dal punto di vista dello sviluppo storico dell’eresia ariana si può notare un evidente parallelo. Si assiste alla sua preparazione durante la seconda metà del terzo secolo; venuta allo scoperto, è condannata dal concilio di Nicea, che però in Oriente riceve un diffuso rifiuto; tuttavia, il rifiuto di Nicea è in una prima fase più moderato, e l’arianesimo vero e proprio è solamente tollerato come un male minore, ma a poco a poco questa tolleranza gli permette di riprendere vigore, finché, datesi le favorevoli circostanze politiche, arriva al potere. Giunto al potere, sente tuttavia il bisogno di mascherarsi: non si esprime in modo franco e diretto, ma in modo indiretto, e appoggiandosi sulla pressione e l’intimidazione politica. Però, il fatto stesso di imporsi, pur essendo l'arianesimo una minoranza, su una maggioranza pavida e indecisa, lo espone comunque a una confutazione molto più forte e chiara della parte più ortodossa e cosciente dell’episcopato, che gradualmente ma inesorabilmente, nei due decenni che seguono, ne prepara la sconfitta definitiva.
Analogamente, nel caso dell’eresia attuale, che dal nome del suo esponente principale possiamo chiamare “kasperiana”, abbiamo assistito a una sua lenta preparazione, a partire dalla seconda metà del XX secolo. Venuta allo scoperto, è poi condannata nei documenti di Giovanni Paolo II, soprattutto in "Veritatis splendor" e "Familiaris consortio". Ma da una parte dell’episcopato e della teologia colta questi documenti sono rifiutati in modo più o meno aperto e radicale, e la prassi ortodossa è disattesa in ampie e importanti zone della cattolicità. Questo rifiuto è ampiamente tollerato, sia a livello teorico che pratico; e da lì acquista forza, finché, datesi le circostanze favorevoli, politiche ed ecclesiastiche, arriva al potere. Ma, pur arrivato al potere, l’errore non si esprime in modo franco e diretto, bensì attraverso non del tutto chiare attività sinodali (2014-2015); e sbocca poi in un documento apostolico esemplare per la sua tortuosità. Però, il fatto stesso di essere arrivato ad affacciarsi in un documento magisteriale suscita uno sdegno morale e una reazione intellettuale assai più forte e dinamica, e obbliga chiunque ne abbia gli strumenti intellettuali a ripensare la dottrina ortodossa, per una sua ancor più profonda e chiara formulazione, per preparare una condanna definitiva non solo dell’errore puntuale in esame, ma anche di tutti gli errori con esso collegati, che vanno ad incidere su tutta la dottrina sacramentale e morale della Chiesa. Permette, inoltre, e non è poco, di mettere alla prova, riconoscere, e anche riunire, coloro che veramente e solidamente aderiscono al deposito della fede.
Questa è appunto la fase in cui possiamo dire di trovarci noi in questo momento. È appena cominciata e si preannuncia non priva di ostacoli. Non possiamo prevederne la durata, ma dobbiamo avere la certezza della fede, che Dio non permetterebbe questa gravissima crisi se non fosse per un bene superiore delle anime. Sarà certo lo Spirito Santo a donarci la soluzione, illuminando questo papa o il suo successore, forse anche attraverso la convocazione di un nuovo concilio ecumenico. Ma nel frattempo, ciascuno di noi è chiamato, nell’umiltà e nella preghiera, a dare la sua testimonianza e il suo contributo. E a ciascuno di noi il Signore certamente chiederà conto.

(Fonte: Claudio Pierantoni, Settimo cielo, 28 novembre 2016)



venerdì 17 marzo 2017

Il Movimento Liturgico come problema e come”chance”

La questione in gioco è molto più di sostanza di quanto appaia. In una stagione, infatti, in cui il magistero gerarchico è incerto o latita, sono proprio i testi liturgici a tramandare integra la grande tradizione della Chiesa. E quindi è sulla fedeltà a questi testi che si può attestare una “resistenza”. È ciò che scrive il professor Pietro De Marco al termine di questa sua nota sulla vicenda liturgica postconciliare. La nota sintetizza una sua molto più ampia relazione tenuta alla fine di agosto del 2016 ad Assisi, all’annuale settimana di studio dell’Associazione Professori di Liturgia, i cui atti sono in corso di pubblicazione (Sandro Magister).

1. ROMA FU ATTENTA, e fu la sua grandezza in decenni difficilissimi, nella tutela del Concilio autentico, non del Concilio-progetto dell’intelligencija teologica.
Già nel 1965, a settembre, sulla fine del Vaticano II, Paolo VI si sentì in dovere di palesare la sua “anxietas” sulla dottrina e il culto dell’eucaristia. Nell’enciclica “Mysterium fidei” lamentava che “tra quelli che parlano e scrivono di questo sacrosanto mistero, ci sono alcuni che circa le messe private, il dogma della transustanziazione e il culto eucaristico, divulgano opinioni che turbano l’anima dei fedeli, come se a chiunque fosse lecito porre in oblio la dottrina già definitiva della Chiesa”.
Meno di tre anni dopo, nel maggio 1968, in occasione della pubblicazione delle nuove preghiere eucaristiche, era lo stesso “Consilium” preposto alla riforma liturgica a cedere al diffuso revisionismo teologico, nella circolare firmata dal suo presidente cardinale Benno Gut e dal segretario Annibale Bugnini, in cui, nello spiegare la teologia dell’anafora eucaristica, si leggeva (paragrafo 2, punti 2-3) :
“L’anafora è la narrazione dei gesti e delle parole pronunziate nell’istituzione dell’eucaristia.  Ma [poiché] il racconto riattualizza ciò che Gesù fece […] si rivolge al Padre la preghiera di supplica: che renda efficace questa narrazione, santificando il pane e il vino, cioè, praticamente, facendone il corpo e il sangue di Cristo”.
Difficilmente si poteva raggiungere, in un documento ufficiale, un grado così basso di teologia eucaristica a vantaggio dei luoghi comuni del memoriale, delle mode narrativistiche in esegesi, nonché di una coperta negazione del valore consacratorio della formula dell’Istituzione, a vantaggio dell’epiclesi che la precede.
Ma l’apice antiliturgico sarà  l’istruzione “Comme le prévoit”  del gennaio 1969 sui criteri di traduzione del messale;  arrivava addirittura a premettere (n. 5) che il testo liturgico “è un mezzo di comunicazione orale. È anzitutto un segno sensibile con cui gli uomini che pregano comunicano tra loro”.
Nonostante le espressioni correttive (“Ma per i credenti…”), la formula equivoca su cosa sia rito e i “principi generali” dell’istruzione, di conseguenza, riconducono la teologia della liturgia sotto le regole di una filosofia pragmatica del linguaggio (chi parla, come si parla, a chi si parla).
Si eleva a sistema, stravolgendola, la prassi tutta pastorale della cosiddetta “messa dialogata”: già essa un’espressione fuorviante, poiché non di “dialogo” sacerdote-popolo si tratta, ma di “actio liturgica” essenzialmente rivolta a Dio.
La stessa celebrazione “versus populum”, senza fondamento storico né teologico, appartiene a questo clima, con gli effetti “disorientanti” che ne derivano. Infatti l’asse cultuale-misterico, secondo cui e su cui Cristo celebra rivolto al Padre, e il sacerdote e il popolo con lui, è annullato.
2. VALE LA PENA di guardare da vicino la situazione dell’intelletto teologico alla fine degli anni Sessanta e la sua influenza sulla riforma liturgica.
Alla base stava, palesemente, un disequilibrio tra l’”in sé” rituale-misterico e sacramentale, promosso dalle menti migliori del movimento liturgico, da un lato, e l’istanza della partecipazione dei fedeli dall’altro, disequilibrio che indebolisce già la costituzione “Sacrosanctum  Concilium”.
Ma in quegli anni l’intelligencija cattolica sottintendeva, quasi mai esplicitandolo, molto di più.
Sottintendeva che la teologia doveva essere inverata dall’azione, per analogia con la cosiddetta filosofia della prassi, da Marx a Dewey. La liturgia era, per molti del movimento liturgico, questa azione. Si pensa il rito come qualcosa che genera la propria verità ed efficacia da se stesso, in quanto rito “umano”.
Ad aggravare e disorientare il quadro del postconcilio interveniva dunque  il fatto che la “actuosa participatio” dei fedeli al rito portava con sé il carico ideologico degli anni Sessanta-Settanta. Una dinamica antropocentrica e secolaristica (favorita dal prestigio di Karl Rahner, ma autonomamente coltivata  in ambito francofono) prevaleva sulla concezione rituale-misterica che santifica e trascende l’uomo e sola può fare della liturgia “la fonte e il culmine” della vita cristiana.
Era il collasso della grande teologia liturgica degli anni Trenta, di Odo Casel, di Dietrich von Hildebrand, di Romano Guardini.
Caduto il clima ideologico dopo gli anni Settanta, la sensibilità ecclesiale e la teologia, nel suo complesso, dalla fondamentale alla pastorale, hanno compiuto una rotazione dalla prassi all’ermeneutica, dal realismo delle concezioni materialistiche del Vangelo alla teologia negativa, dalla militanza politica alla “autenticità relazionale”.
La pastorale liturgica si è adattata facilmente. La liturgistica ha lavorato sia autonomamente che di conserva con le teologie, ma la ricerca ora filosofico-linguistica ora antropologica ora, ma molto meno, neo-personalistica, non poteva evitare la china: la perdita di realtà del momento sacramentale e del dato soprannaturale come tali.
L’“engagement” pedagogico-pastorale e l’indebolimento di cristologia, ecclesiologia e diritto canonico oggi permettono che si faccia ovunque perno sulla “spontaneità” formativa e in certa misura sull’autofondazione del cristiano e della comunità.  Così il vissuto della messa è divenuto “partecipazione” socializzante a un incontro “festoso” più che festivo. La liturgia è assimilata ai giochi di comunità.
E appartiene a questo quadro il frequente squallore delle “nuove chiese”, non pensate come “casa di Dio” ma come spazi a destinazione variabile, quindi senza significato proprio; dispendiose vacuità in cui l’”actio liturgica” è, alla lettera, spaesata e disorientata.
3. COME ALLORA SI PUÒ RECUPERARE, controcorrente,  l’intelligenza della liturgia, umano-divina, regale e cosmica, in un’epoca in cui cristologia e mariologia sono “umanizzate” su paradigmi emozionali, relazionali, compassionevoli, impermeabili alla gloria e alla vittoria della Croce? In un’epoca di nichilismo benevolente e di “falsificazione del bene”.
Lo si può.
Infatti, la liturgia e la pedagogia liturgica possono ancora trasmettere, se lo vogliono, un corpo integro di rivelazione divina, quello contenuto nella “lex orandi” correttamente intesa, quindi rigorosamente tradotta, non secondo “Comme le prévoit”  ma secondo “Liturgiam authenticam” (2001) che valutava realisticamente oltre un trentennio di fatti e di errori.
La “lex orandi” non è solo una formula. È un corpo integro di dottrina, è Tradizione che oggi resta netta proprio nei testi liturgici, molto più che nelle teologie e nello stesso magistero gerarchico recente. Non si tratterà di animare assemblee dopolavoristiche o estatiche, o di realizzare delle nuove teatralità, ma di far perno sulla resistenza veritativa della Rivelazione depositata nei messali, nei breviari, e proclamata e attuata nella celebrazione responsabile.
La tensione  tra l’”in sé” del rito e la sua espressione “partecipata” esige delle soluzioni teologiche rigorose, da cui soltanto possono discendere con sicurezza le soluzioni pratico-pastorali. Non viceversa.  Da qui due avvertenze:
1. senza fede certa nel “mysterion” come “substantia” e nel simbolo in quanto epifania che apre intellettualmente e sensibilmente – con i sensi spirituali – all’Oltre come trascendenza, ogni sfida teologica tipo “dall’etico al simbolico” è già perduta in partenza;
2. non ci si affidi ad alcuna speranza di nuova generazione della verità cristiana dal rito inteso come immanenza creatrice, senza “logos”.  Il “logos” divino sussiste per sé, prima e dopo l’”actio”.  La liturgia sarebbe così un’altra vittima, dopo la catechesi, della deriva “attivistica” della teologia pratica.
Il movimento liturgico, dunque, come problema e come “chance”.

(Fonte: Pietro De Marco, Settimo Cielo, 15 marzo 2017)



Antiebraismo cattolico e papale. L’allarme del rabbino Laras

“Israele, popolo di un Dio geloso. Coerenze e ambiguità di una religione elitaria”. Già da questo titolo di convegno tira un’aria niente affatto amichevole per gli ebrei e l’ebraismo.
Ma se si va a leggere il testo di presentazione si trova anche di peggio: “Il pensarsi come popolo appartenente in modo elitario a una divinità unica ha determinato un senso di superiorità della propria religione”. Da cui “intolleranze”, “fondamentalismi”, “assolutismi” non solo verso gli altri popoli ma anche autodistruttivi, poiché “ci sarà da chiedersi in che misura la gelosia divina incenerisca o meno la libertà di scelta dell’eletto”.
Eppure questi sono il titolo e la presentazione di un convegno che l’Associazione Biblica Italiana ha messo in agenda dall’11 al 16 settembre a Venezia.
Gli statuti dell’ABI sono approvati dalla conferenza episcopale italiana e di essa fanno parte circa 800 professori e studiosi delle Sacre Scritture, cattolici e non. Tra i relatori del convegno di settembre figura il numero uno dei biblisti della Pontificia Università Gregoriana, il gesuita belga Jean-Louis Ska, specialista del Pentateuco, cioè in ebraico la Torah, i primi cinque libri della Bibbia. Non vi è stato chiamato a parlare, invece, nessuno studioso ebreo.
I rabbini però non potevano stare zitti. E si sono fatti vivi con una lettera all’ABI firmata da uno dei loro esponenti più autorevoli, Giuseppe Laras, di cui ha dato notizia per primo Giulio Meotti su “Il Foglio“ del 10 marzo.
Un ampio estratto della lettera è riprodotto più sotto. Ma prima sono utili un paio di avvertenze.
Quando il rabbino Laras scrive di un “marcionismo“ che oggi affiora sempre più insistente, fa riferimento alla corrente che dal teologo greco del II secolo Marcione fino ai giorni nostri contrappone il Dio geloso, legalista, guerriero dell’Antico Testamento al Dio buono, misericordioso, pacifico del Nuovo Testamento, e quindi, di conseguenza, gli ebrei seguaci del primo ai cristiani seguaci del secondo.
Non solo. Laras – di cui è vivo il ricordo dei dialoghi con il cardinale Carlo Maria Martini – fa cenno a papa Francesco come a uno che perpetua questa contrapposizione.
E in effetti, non è la prima volta che autorevoli esponenti dell’ebraismo italiano – come il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni – rimproverano a Francesco l’uso distorto della qualifica di “fariseo” oppure del paragone con Mosè per gettare discredito sui suoi avversari.
È ciò che Francesco fece, ad esempio, nel discorso conclusivo del sinodo dei vescovi, quando si scagliò contro “i cuori chiusi che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa, o dietro le buone intenzioni, per sedersi sulla cattedra di Mosè e giudicare, qualche volta con superiorità e superficialità, i casi difficili”. Incurante di contraddirsi, perché una novità che questo papa vuole introdurre nella prassi della Chiesa è il ripristino del divorzio, consentito proprio da Mosè e proibito invece da Gesù.
Ma lasciamo la parola al rabbino Laras.

Cari amici. […] Ho letto, assieme a stimati colleghi Rabbini e al Prof. David Meghnagi, assessore alla cultura dell’UCEI [Unione delle Comunità Ebraiche Italiane], il programma ragionato del convegno ABI [Associazione Biblica Italiana] previsto per settembre 2017.
Sono, ed è un eufemismo, molto indignato e amareggiato! […]
Certamente – indipendentemente da tutto, ivi incluse le possibili future scuse, ripensamenti e ritrattazioni – emergono lampanti alcuni dati inquietanti, che molti di noi avvertono nell’aria da non poco tempo e su cui vi dovrebbe essere da parte cattolica profonda introspezione:
1. un sentore carsico – con questo testo ora un po’ più manifesto – di risentimento, insofferenza e fastidio da parte cristiana nei confronti dell’ebraismo;
2. una sfiducia sostanziale nella Bibbia e un ridimensionamento conseguente delle radici bibliche ebraiche del cristianesimo;
3. un “marcionismo” più o meno latente ora presentato in forma pseudo-scientifica, insistente oggi sull’etica e sulla politica;
4. un abbraccio con l’islam che è tanto più forte quanto più si è critici da parte cristiana verso l’ebraismo, inclusa ora perfino la Bibbia e la teologia biblica;
5. la ripresa della vecchia polarizzazione tra la morale e la teologia della Bibbia ebraica e del fariseismo, e Gesù di Nazaret e i Vangeli.
So benissimo che i documenti ufficiali della Chiesa cattolica avrebbero raggiunto dei punti di non-ritorno. Peccato che vengano contraddetti quotidianamente dalle omelie del pontefice, che impiega esattamente la vecchia, inveterata struttura e sue espressioni, dissolvendo i contenuti dei documenti suddetti.
Si pensi solo alla “legge del taglione” recentemente evocata dal papa con faciloneria e travisata, in cui invece, tramite essa, interpretandola da millenni, anche all’epoca di Gesù, l’ebraismo alla ritorsione sostituisce invece il risarcimento, facendo pagare al colpevole quello che si definirebbe modernamente il lucro cessante, il danno permanente e anche quello psicologico. E tutto questo molti secoli prima che la civilissima Europa (cristiana?) affrontasse questi temi. Forse che l’argomento della cosiddetta “legge del taglione” non sia stato nei secoli un cavallo di battaglia dell’antiebraismo da parte cristiana, con una sua ben precisa storia?
Osservo con dispiacere e preoccupazione sommi che questo programma ABI è in sostanza la sconfitta dei presupposti e dei contenuti del dialogo ebraico-cristiano, ridotto ahimè da tempo a fuffa e aria fritta.
Personalmente registro con dolore che uomini come [Carlo Maria] Martini e il loro magistero in relazione a Israele in seno alla Chiesa cattolica siano stati evidentemente una meteora non recepita, checché tanto se ne dica.
Infine addolora (e molto!) che chi solleva obiezioni, perplessità, preoccupazioni e indignazione circa programmi e titoli siffatti (o solo anche proposti) debbano essere sempre degli ebrei, ridotti all’ingrato e sgradevolissimo compito di dover fare da “poliziotti del dialogo”, e non invece in primo luogo da voci cristiane autorevoli che da subito e ben prima si siano imposte con un fiero e franco “no”.
Un cordiale shalom, Rav Prof. Giuseppe Laras

Alla lettera del rabbino Laras all’ABI sono annesse delle “considerazioni” che sottopongono a critica serrata vari passaggi del programma del convegno.
E queste che seguono sono le conclusioni.
Sia che la cosa dovesse rispondere a una strategia ben delineata sia che si tratti dell’attuazione di pensieri volatili che si moltiplicano nell’aere, ci troviamo di fronte a una potenziale venefica saldatura tra due antisemitismi rinnovantisi, promossa dalla Chiesa cattolica o da sue parti rilevanti:
1. la causa dell’instabilità del Medio Oriente e dunque del mondo sarebbe Israele (colpa politica);
2. la causa remota del fondamentalismo e dell’assolutismo dei monoteismi sarebbe la Torah, con ricadute persino sul povero islam (colpa archetipica, simbolica, etica e religiosa).
Ergo siamo esecrabili, abbandonabili e sacrificabili. Questo permetterebbe un’ipotesi di pacificazione tra cristianesimo e islam e l’individuazione del comune problema, ossia noi. E stavolta si trova un patrigno nobile nella Bibbia e un araldo proprio nei biblisti.
Questa strategia, […] mescolata a vellutato ateismo, sembrerebbe essere coerente con la diffusa comprensione attuale di Gesù di Nazaret:
– non parlano più da tempo del “Gesù della fede cristiana” (ossia Trinità, doppia natura, ecc.), perché lontanissimo dalla sensibilità odierna;
– evitano di parlare del Gesù storico (Martini e Ratzinger per vie diverse, non recepiti entrambi), perché dovrebbero parlare inevitabilmente del Gesù ebreo e questo oggi in termini politici è per loro problematico;
– parlano di Gesù come di un “maestro di morale”, ovviamente in polemica con gli ebrei del tempo e la loro morale: “marcionismo etico” (e la riduzione della fede a etica è appunto una forma di ateismo).

Il 10 marzo l’ABI ha tolto dal proprio sito ufficiale il testo di presentazione del convegno, il cui programma resta comunque confermato.

(Fonte: Sandro Magister, Settimo Cielo, 13 marzo 2017)



sabato 11 marzo 2017

Padri gay e tribunale di Firenze, perché è uno sfregio privare i minori di una madre

C’è un passaggio, fra i numerosi discutibili, del decreto del tribunale per i minori di Firenze, che fornisce la chiave di lettura ideologica della decisione: quello in cui i giudici affermano che “la famiglia è sempre più intesa come comunità di affetti, incentrata sui rapporti concreti che si instaurano fra i suoi componenti; al diritto spetta di tutelare tali rapporti”.
E’ la consacrazione del passaggio dal diritto, tale proprio in quanto agganciato al dato obiettivo, a categorie emozionali, e quindi soggettive, come l’affetto o il desiderio. Quando ciò accade, nonostante le pagine che si possano riempire per dimostrare il contrario, il diritto cede il passo alla forzatura. E tale è quella che nel decreto tenta di superare le norme italiane sull’adozione, che la prevedono solo per persone unite in matrimonio da almeno tre anni, col richiamo al diritto internazionale, e in particolare alla Convenzione per la tutela dei minori e l’adozione internazionale dell’Aja: un richiamo improprio, dal momento che quest’ultima ha fra i principi ispiratori “l’interesse superiore del minore ed il rispetto dei suoi diritti fondamentali”.
La domanda da porsi è la seguente: è coerente con l’interesse del minore e con i suoi diritti fondamentali privarlo della madre? Sancire in nome del popolo italiano che un bimbo vive bene senza la mamma e spacciare questa affermazione come segno di civiltà può allietare i tg, le testate à la page, e i commentatori a senso unico cui larga parte dei media dà spazio. Nella realtà è qualcosa che contrasta – insieme con norme che fino a ieri apparivano non discutibili – decenni di consolidati orientamenti dei giudici minorili, e condiziona in senso ancora più liquido le relazioni all’interno della comunità familiare.
Meno di un anno fa il Parlamento approvava con doppio voto di fiducia, e con una blindatura imposta dal governo dell’epoca per impedire una seria discussione nel merito, le disposizioni della legge c.d. Cirinnà. Taluni deputati e taluni senatori giustificarono il proprio voto a favore – in palese distonia con loro dichiarazioni pro family e presenze a family day – col fatto che essa non prevedeva la step-child adoption: un anno dopo la Corte di appello di Trento, e a seguire il Tribunale per i minori di Firenze vanno molto oltre e sacralizzano l’adozione da parte di due persone dello stesso sesso!
Con l’introduzione per legge delle unioni civili, nella sostanza matrimoni same sex, era poi inevitabile che la giurisprudenza parificasse il regime fra i due tipi di coniugio nei confronti dei figli. Se il Parlamento abdica e non affronta i nodi cruciali ci pensa il giudice. Peggio ancora se la rinuncia è fatta con la riserva mentale che le sentenze supereranno il confine sul quale le Camere si attestano per il timore di esagerare.
La realtà è che le famiglie italiane oggi sono senza tutela e senza rappresentanza. Fino a quando?

(Fonte: Alfredo Mantovano, Formiche.net, 10 marzo 2017



E Mons. Paglia andò in cielo con trans e gay


Una Resurrezione blasfema? Forse. 
Una rappresentazione omoerotica? Lo dice l’autore. Sicuramente è un obbrobrio, artistico e teologico: solo uno degli scempi compiuti a Terni da monsignor Vincenzo Paglia negli anni del suo episcopato (2000-2013). Parliamo dell’enorme affresco che copre tutta la controfacciata della Cattedrale di Terni, dipinto dall’artista gay argentino Ricardo Cinalli dieci anni fa, ma che dai media e dai social è stato “riscoperto” in questi giorni.
Il motivo della riscoperta è la conseguenza dello scandalo suscitato dall’elogio pubblico di Marco Pannella pronunciato da monsignor Paglia alla presentazione del libro che racconta gli ultimi mesi di vita del leader radicale (clicca qui). Già in passato monsignor Paglia si era distinto per uscite a dir poco inopportune prima da presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia e in tempi recenti da Presidente della Pontificia Accademia per la Vita e cancelliere dell’Istituto Giovanni Paolo II per la famiglia. Che come rappresentante di due istituzioni create da san Giovanni Paolo II per combattere l’aborto e contrastare gli attacchi alla famiglia, sia andato a rendere onore proprio a chi ha fatto dell’attacco alla vita e alla famiglia una ragione di vita, è intollerabile.
Diverse sono state le iniziative nel mondo per chiedere le sue dimissioni immediate (clicca qui), ma c’è anche chi si è messo a indagare sulle attività passate di monsignor Paglia, ed è subito uscito il caso dell’affresco commissionato per il Duomo di Terni. In una cattedrale antica, rifatta nel XVII secolo su progetto del Bernini ma costruita su una chiesa precedente la cui origine risale addirittura al VI secolo, è stata piazzata una Resurrezione post-moderna, dominata dalla figura di Cristo che sale al cielo tirandosi dietro due reti cariche di figure umane nude o seminude, con diverse figure di omosessuali e trans.
Tra di loro c’è raffigurato anche monsignor Paglia (su richiesta del committente), nudo anche lui, abbracciato a un povero che lo solleva (ma c’è chi ha dato altre interpretazioni).
A suscitare ancor più indignazione è stato il video che Repubblica.it aveva dedicato all’opera già un anno fa con l’intervista all’autore Cinalli, che sottolinea il carattere omoerotico dell’opera, «tutto perfettamente accolto e accettato da Paglia», che ha seguito passo passo la realizzazione dell’opera insieme al sacerdote responsabile della cultura, don Fabio Leonardis, poi morto nel 2008. Anche don Fabio appare nudo all’interno di una rete insieme ad altri personaggi «dall’aspetto erotico», ma Cinalli ci tiene a precisare che «l’intenzione è erotica, non sessuale». Meno male.
Qualche polemica in più l’ha creata l’evidenza dei genitali di Gesù che traspaiono evidenti dal telo che lo ricopre. Anche questo particolare, spiega Cinalli, ha trovato il consenso del vescovo perché – avrebbe detto - «Gesù è una persona, un umano», e quindi si «vede attraverso il tessuto che era un uomo reale». Un vero genio questo Paglia: chissà perché per duemila anni la Chiesa non ha mai dubitato della natura umana di Gesù senza dover ricorrere a certe visioni. O forse monsignor Paglia pensa che stia lì l’essenza dell’umanità.
Ma per quanto la polemica di questi giorni si concentri sulla esaltazione della presenza di gay e trans nel piano di salvezza di Dio, la gravità del dipinto va ben oltre questo aspetto. Si tratta infatti di una visione della Resurrezione che si fonde con il Giudizio Universale, ma che non ha niente a che vedere con ciò che i vangeli e la tradizione della Chiesa ci tramandano. In un’opera sacra la libertà creativa dell’artista deve coniugarsi con la correttezza teologica, cosa che qui è lontanissima dalla realtà.
Lo stesso Gesù che trascina due reti piene di esseri umani per certi versi ricorda l’Uomo Ragno, ma la spiegazione che ne dà Cinalli – citato in un libro che raccoglie diversi saggi dedicati all’opera – è anche più sconcertante: l’artista vede infatti «Gesù come andasse a far compere da Tesco. In qualche modo ciò è divertente perché camminando per le vie di Terni, vidi donne uscire dai negozi e portare borse piene di merce, una in ciascuna mano, e pensai: ciò è esattamente quel che ho fatto. Gesù va a fare acquisti per gli uomini al supermercato…. Cristo con due borse piene di persone».
La cosa peggiore è però il significato teologico dell’opera. Non c’è gioia, non c’è letizia per la vittoria sulla morte: al male che domina il mondo Gesù (il cui volto è quello di un noto parrucchiere di Terni con cui Cinalli aveva stretto amicizia) strappa le persone portandole con sé ma senza che queste mostrino un cambiamento rispetto alla situazione precedente né gratitudine: continuano a fare ciò che facevano prima, compresi gli atti sessuali, fortunatamente non espliciti (almeno questo). 
Dice don Fabio Leonardis, nello stesso saggio citato prima, che l’intento di monsignor Paglia «è stato denunciare tutto il male e i mali del mondo di oggi, per dire a coloro che entrano nella sua cattedrale che Dio ama e salva tutti». Che ami e voglia la salvezza di tutti è un discorso, ma che tutti siano salvati è un altro. E infatti nel dipinto viene fatta fuori la libertà dell’uomo, il Signore ti salva anche se tu non vuoi. Non c’è inferno: tutti gli uomini, di tutti i colori e di tutte le religioni (ci sono anche musulmani, buddhisti, ecc.) sono destinati a salire verso la Gerusalemme celeste dove Cinalli (con Paglia) vede peraltro più minareti che chiese. 
È anche sorprendente notare come l’opera voluta da monsignor Paglia anticipi di alcuni anni ciò che oggi è diventato il pensiero dominante nella Chiesa, come allora aveva perfettamente sintetizzato il critico d’arte inglese John Russell Taylor: «Se questo è un Giudizio Universale, deve essere un giudizio senza condanna! Indipendentemente da come è stato inteso da Cinalli, è chiaro che la rappresentazione è al passo con la teologia corrente: una teologia che guarda con poco favore al Dio vendicativo del Vecchio Testamento, e preferisce qualcosa o qualcuno molto meno giudicante». Ma non era Gesù che spiegava la divisione tra eletti e dannati che ci sarà nel giorno del Giudizio?

(Fonte: Riccardo Cascioli, La NBQ, 8 marzo 2017)