mercoledì 13 gennaio 2021

Il Papa e i vaccini

Nell'intervista al TG5 il Papa ritiene un imperativo morale vaccinarsi contro il Covid-19. Ma nel documento della Congregazione per la Dottrina della Fede, pubblicato il 21 dicembre scorso e approvato dal Papa, si dice esattamente il contrario. Ormai è consueto in questo pontificato osservare tali contraddizioni, che si direbbero una vera e propria strategia.

 «Eticamente tutti devono prendere il vaccino, non è una opzione - mi sembra non mi sembra… -, è una opzione etica. (…) Oggi si deve prendere il vaccino». Non sorprende che queste parole forti di papa Francesco, riferite al vaccino anti-Covid e contenute in una lunga intervista trasmessa dal TG5 domenica 10 gennaio, abbiano fatto il giro del mondo. Parole senza appello e tanto per non lasciare spazio ad ambiguità il Papa si è riferito a quanti avanzano dubbi sulla vaccinazione anti-Covid accusandoli di «negazionismo suicida».

Eppure non può non stupire che a pronunciare queste parole sia lo stesso papa Francesco che appena il 17 dicembre scorso ha «esaminato e approvato la pubblicazione» della “Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla moralità dell’uso di alcuni vaccini anti-Covid-19” (poi pubblicata il 21 dicembre) in cui si afferma altrettanto chiaramente che «appare evidente alla ragione pratica che la vaccinazione non è, di norma, un obbligo morale e che, perciò, deve essere volontaria».

In pratica, tutto il contrario. A quale papa Francesco si deve dunque dare retta? Da un punto di vista puramente magisteriale l’unica cosa che conta è il documento della Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF); quello che il Papa dice in una intervista alla fin fine sono sue opinioni, che possono piacere o meno, su cui si può essere d’accordo o meno, ma appunto sono opinioni e valgono come tali. In realtà però, mentre nessuno ricorda già più la Nota della CDF, tutto il mondo ora sa che il capo della Chiesa cattolica considera moralmente obbligatoria per tutti la vaccinazione anti-Covid. E a fare scuola, a fare mentalità, è l’intervista, non il magistero. Anche perché anche una semplice opinione, se detta dal Papa a tutto il mondo, acquista necessariamente una forza tutta sua.

Resta il fatto, per chi voglia confrontarsi con la realtà, che il Papa oggi dice una cosa e domani il suo contrario. Chi voglia prenderlo sul serio non può non sentirsi disorientato e perfino frustrato. Anche perché non si tratta certamente di un episodio isolato. La storia delle indicazioni opposte date in questi anni è lunghissima, e non per niente molto spesso i cattolici si dividono fra di loro citando Papa Francesco chi per un giudizio e chi per il giudizio opposto. Pensiamo, tanto per fare l’esempio più noto, come si è combattuto attorno all’interpretazione da dare ad Amoris Laetitia senza che mai venisse da lui una parola chiarificatrice, pure di fronte a domande precise.

Ma senza neanche scomodare il passato, basta rimanere nella stessa intervista al TG5: ancora una volta ha pronunciato parole dure contro l’aborto, ha spiegato come non sia una questione religiosa ma umana; parole forti, senza appello, anche coraggiose dette in tv in prima serata. A onor del vero lo ha fatto diverse volte in questi anni, poi però quando il dibattito si accende, diventa di stretta attualità – vedi la recente approvazione dell’aborto nella sua Argentina – si eclissa, evita di entrare in argomento. Oppure appoggia apertamente politici ultra-abortisti, come Hillary Clinton e Joe Biden, e definisce Emma Bonino, il simbolo della legalizzazione dell’aborto in Italia, «tra i grandi dell’Italia di oggi». O anche si circonda in Vaticano di consiglieri che della promozione dell’aborto hanno fatto una bandiera, vedi Jeffrey Sachs.

Cosa deve dunque pensare un semplice fedele davanti a queste evidenti contraddizioni? Difficile rifuggire dalla sensazione di trovarsi davanti a una vera e propria "strategia della confusione”. Sensazione avvalorata dal fatto che la confusione non riguarda soltanto la sistematica violazione del principio di non contraddizione. C’è anche confusione di argomenti, si confonde spesso la scienza con la fede.

Torniamo ancora ai vaccini: ha detto il Papa, che «se i medici dicono che è una cosa che può andare bene perché non prenderla?». Già, ma le cose non sono così pacifiche: ci sono molti medici e scienziati convinti della necessità di vaccinarsi, ma ci sono anche molti medici e scienziati che invece nutrono perplessità, ci sono domande importanti ancora senza risposta. Pur tralasciando le questioni morali legate all’origine dei vaccini, di certo non sappiamo ancora il livello di efficacia e sicurezza dei vaccini autorizzati; chi si inocula ora il vaccino deve essere consapevole che è parte di un esperimento. C’è chi giudica più che accettabile il rischio a fronte del beneficio promesso, ma c’è chi ritiene esattamente il contrario o ha comunque dei dubbi, altrettanto legittimamente. Chi stabilisce che è etico dare credito a certi medici e negazionista ad altri medici? Non si può parlare del vaccino come della Terra promessa, non può essere materia di fede; non è il vaccino che ci libererà, neanche dalla malattia in questo caso.

È la stessa confusione creata sul tema dei cambiamenti climatici: una ipotesi scientifica, quella del riscaldamento globale antropico (cioè causato dall’uomo) è stata trasformata in magistero, nell’enciclica Laudato Si’. «La scienza dice…», e scatta il dogma, è indiscutibile. Invece gli scienziati sono divisi e comunque una ipotesi scientifica che oggi appare confermata, domani potrebbe essere superata da altre scoperte e altri studi. Non si possono trasformare ipotesi scientifiche in articoli di fede. Si pensava che la questione fosse superata dal caso Galileo e invece la confusione si ripropone.

In ogni caso nel cattolicesimo la fede presuppone e valorizza la ragione: un conto è richiamare alla necessità di tutelare la propria vita e quella degli altri, altra cosa è identificare questo principio in un particolare vaccino o in una scelta di per sé opinabile. Nessuna demonizzazione dei vaccini, ma la decisione deve essere consapevole e libera. Come riteneva papa Francesco appena due settimane fa.


(Fonte: Riccardo Cascioli, LNBQ, 12 gennaio 2021)

Il Papa e i vaccini - La Nuova Bussola Quotidiana (lanuovabq.it)

  

Sì a “lettrici e accolite”, ora il Diaconato è in pericolo

La decisione del Papa, attraverso il motu proprio Spiritus Domini, di modificare il canone 230, apre anche alle donne Lettorato e Accolitato. Ministeri che nei secoli sono stati sempre conferiti solo a maschi perché, come gli altri antichi ordini minori, emanano dal Diaconato. Così anche quest’ultimo, rotto il legame con la tradizione, potrà essere attaccato.

 Un osso gettato per placare momentaneamente la fame di sacerdozio femminile dei “pastori tedeschi” e sudamericani? Oppure, al contrario, un ulteriore passo - secondo i principi della finestra di Overton - per arrivare al diaconato femminile e poi spiccare il salto verso ciò che è proibito?

La decisione di papa Francesco di modificare, con il motu proprio Spiritus Domini, il canone 230 § 1 del Codice di Diritto Canonico, deve far pensare. La versione precedente, ormai decaduta, limitava ai soli uomini la possibilità di essere istituiti lettori o accoliti; la nuova versione indica invece in tutti i fedeli «laici che abbiano l’età e le doti determinate con decreto dalla Conferenza Episcopale», senza esclusione delle donne, di poter assumere stabilmente questi ministeri.

La demolizione degli Ordini minori era iniziata nel 1972, allorché Paolo VI, con il motu proprio Ministeria quaedam, aveva stabilito che, «poiché gli ordini minori non sono rimasti sempre gli stessi e numerosi uffici ad essi connessi, come accade anche oggi, sono stati esercitati anche da laici, sembra opportuno rivedere tale prassi ed adattarla alle odierne esigenze, in modo che gli elementi che son caduti in disuso in quei ministeri, siano eliminati; quelli che si rivelano utili, siano mantenuti; quelli che sono necessari, vengano definiti». E così, ad essere sacrificati a questo strano criterio delle «odierne esigenze» sono stati l’Ostiariato, l’Esorcistato e, non senza ancor maggiori perplessità, il Suddiaconato. Il Lettorato e l’Accolitato sono stati invece mantenuti, sebbene non più come Ordini minori, ossia ministeri “ordinati” propedeutici all’Ordinazione diaconale e poi presbiterale, ma come ministeri istituiti, che ogni fedele laico maschio debitamente disposto ha la possibilità di ricevere.

L’apertura di questi ministeri anche a fedeli laici sembra in effetti più attinente alla loro origine storica: nell’Alto Medioevo lo status di chierico, e dunque l’accesso a questi ministeri, non era riservato a quanti avevano intrapreso il cammino verso il sacerdozio. Fu invece il Concilio di Trento, nella sua XXIII Sessione, a disporre che questi ministeri divenissero “Ordini minori”. Il Concilio ricordava che «fin dall’inizio della Chiesa erano in uso i nomi degli ordini seguenti e i ministeri propri a ciascuno di essi: suddiacono, accolito, esorcista, lettore, ostiario, quantunque non con pari grado. Il suddiaconato, inoltre, dai padri e dai sacri concili è considerato tra gli ordini maggiori; e leggiamo in essi, frequentissimamente, anche quanto riguarda gli ordini minori». Per tale ragione, il XVII canone di questa sessione si premurava di ripristinare i suddetti ordini: «Perché le funzioni dei santi ordini, dal diaconato all’ostiariato, lodevolmente accolte nella Chiesa fin dai tempi degli apostoli, e in molti luoghi per lungo tempo interrotte, siano rimesse in uso secondo i sacri canoni, e non siano criticate dagli eretici come inutili, il santo sinodo, desiderando vivamente di rimettere in uso quell’antica usanza, stabilisce che in futuro tali ministeri non siano esercitati se non da quelli che sono costituiti in questi ordini». E richiedeva che i primi quattro (Ostiariato, Lettorato, Esorcistato e Accolitato) fossero conferiti di preferenza ai chierici celibatari, in assenza dei quali potevano essere scelti anche uomini «sposati di onesta vita, adatti a questi uffici, purché non bigami e a condizione che in chiesa portino la tonsura e l’abito clericale».

Passano gli anni e, chissà per quale ragione, alcune di queste funzioni «lodevolmente accolte nella Chiesa fin dai tempi degli apostoli» non trovano più spazio nella Chiesa del XX secolo, nemmeno all’interno del percorso dei seminari (eccettuati gli istituti “tradizionali”)…

Quello che preme sottolineare è che tali ministeri sono sempre stati conferiti ai soli uomini: il motu proprio appare pertanto come un unicum nella storia di tali ordini. Nessuna misoginia nella prassi tradizionale; la motivazione di questa elezione viene spiegata da san Tommaso d’Aquino: «nella Chiesa primitiva, a causa della scarsità di ministri, ai diaconi erano affidati tutti i ministeri inferiori [...]. In seguito però, il culto divino venne ampliato; e quanto la Chiesa aveva implicitamente in un solo ordine, fu affidato esplicitamente a diversi altri ordini» (Super Sent., lib. 4 d. 24 q. 2 a. 1 qc. 2 ad 2). Dunque, gli Ordini minori emanano dall’Ordine diaconale, come rivoli d’acqua dalla loro fonte, sebbene distinti da esso. Era dunque naturale che i candidati a tali “ordini” dovessero essere di sesso maschile e, di preferenza, candidati celibi.

La ratio di questi ordini minori e la loro origine storica, inclusi il Lettorato e l’Accolitatosta dunque nel fatto di essere in qualche modo connessi al Diaconato ordinato. Aprendo dunque questi ministeri al sesso femminile, o si è fatta un’operazione superficiale, che ha dimenticato questa connessione (o l’ha ritenuta grossolanamente superflua), oppure la si conosceva molto bene e si è portata avanti l’operazione come delle torri pronte ad assediare la cittadella del Diaconato. In entrambi i casi, i segni della decadenza, o meglio, della decomposizione del cattolicesimo avanzano.

Di certo si fa veramente fatica a comprendere come il Papa possa affermare che «una consolidata prassi nella Chiesa latina ha confermato, infatti, come tali ministeri laicali, essendo basati sul sacramento del Battesimo, possono essere affidati a tutti i fedeli, che risultino idonei, di sesso maschile o femminile, secondo quanto già implicitamente previsto dal can. 230 § 2». Quest’affermazione è di una palese scorrettezza: il canone menzionato era infatti preceduto dal § 1, il quale esplicitava che i candidati al ministero stabile dovevano essere i soli «laici di sesso maschile (viri laici)», ultima reliquia - evidentemente considerata un obsoleto relitto - di quel legame con il Diaconato. La verità è che non esiste alcuna prassi nella Chiesa del conferimento di tali ministeri istituiti a donne: il Papa ha usato la discutibile usanza delle chierichette e delle lettrici temporanee per abbattere un altro bastione posto a difesa del Diaconato maschile.

  

(Fonte: Luisella Scrosati, LNBQ, 12 gennaio 2021)

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