mercoledì 10 marzo 2021

Il caso Bose rivela l'ambiguità di Roma

Tra Enzo Bianchi da una parte e il suo successore a Bose e il Papa dall'altra, si è aperto un contenzioso senza esclusione di colpi. Ma a lasciare sconcertati è che nulla si sappia dei fatti all'origine del provvedimento vaticano. Come è già accaduto in tante altre occasioni durante questo pontificato.

 La dura battaglia che oppone il fondatore della Comunità di Bose Enzo Bianchi al suo successore Luciano Manicardi è l’ennesima dimostrazione della distanza che esiste in questo pontificato tra la retorica della trasparenza e della giustizia e la realtà fatta di opacità e arbitrio. Così Enzo Bianchi è l’ennesimo caso di personaggio che passa dalle stelle alle stalle, dalla manica di papa Francesco al pubblico ludibrio, in un batter d’occhio e senza che venga mai spiegato il perché.

La vicenda è nota: dopo le dimissioni da priore della comunità di Bose (diocesi di Biella) e la elezione del successore Luciano Manicardi nel gennaio 2017, sono ben presto circolate voci sulle difficoltà di rapporti tra vecchio e nuovo corso nella singolare comunità monastica, che rappresenta un esperimento ecumenico ed è composta sia da uomini che da donne. Il conflitto è venuto allo scoperto con la visita apostolica inviata dalla Santa Sede nel dicembre 2019 e poi con il decreto del 13 maggio 2020 con cui il segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin – con approvazione del Papa -, intimava a Enzo Bianchi di allontanarsi definitivamente da Bose.
Successivamente identificata in una casa in Toscana di proprietà della comunità di Bose la destinazione di Bianchi, la situazione è però rimasta in stallo e Enzo Bianchi non si è mai mosso dall’eremo nel terreno della comunità di Bose dove già risiedeva.

La situazione è poi esplosa nei giorni scorsi quando prima il Papa è intervenuto direttamente nella vicenda confermando, alla vigilia della partenza per l’Iraq, il decreto del maggio 2020. E poi con il comunicato di Enzo Bianchi del 5 marzo in cui racconta la sua verità accusando il suo successore di non aver rispettato gli accordi raggiunti con la segreteria di Stato vaticana riguardo alle condizioni del suo trasferimento; e in pratica di volerlo buttare in mezzo alla strada impedendogli anche la vita monastica lontano da Bose.

I toni, da una parte e dall’altra sono molto duri, e costituiscono certamente un ottimo spunto di riflessione sul significato della fraternità (altro concetto tanto predicato a parole quanto disatteso nei fatti), ma non è principalmente questo il motivo per cui ci interessiamo alla “guerra di Bose”. È anche noto che siamo stati sempre molto critici verso questa esperienza monastica e in particolare nei confronti di Enzo Bianchi che tanti danni, con la sua predicazione eterodossa e il suo potere mediatico, ha provocato nella Chiesa italiana e non solo. Non è quindi la simpatia nei suoi confronti o nei confronti dell’esperienza di Bose che ci muove ad interesse.

Quello che invece ci colpisce è la rapidità con cui è passato da favorito del Papa a reprobo. Ricordiamo le tante occasioni in cui è stato ricevuto da papa Francesco, i cui gesti pubblici sottolineavano la grande stima per Enzo Bianchi. Nominato consultore del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani già nel 2014, fino almeno al giugno 2017 è stato indicato come possibile nuovo cardinale ad ogni avvicinarsi di Concistoro; poi, ancora nel 2018 è stato nominato dal Papa uditore dell’Assemblea generale del Sinodo dei vescovi sui giovani. Quindi l’improvvisa caduta in disgrazia e l’invio della visita apostolica con tutto quel che ne segue.

Che tutto sia riconducibile al dissidio circa l’esercizio dell’autorità nella comunità di Bose – come dicono i comunicati ufficiali – è francamente poco credibile. La durezza delle sanzioni contro colui che è il fondatore della comunità si possono spiegare soltanto con accuse molto gravi. La mancanza di trasparenza legittima ovviamente qualsiasi tipo di speculazione sulle vere ragioni, cosa che non è giusta nei confronti né della comunità cristiana, che ne è scandalizzata, né di Enzo Bianchi, che non ha la possibilità di difendersi. Se cose gravi sono state commesse è giusto che si apra un processo canonico, come tante volte è stato detto a parole.

Ha giustamente notato il vaticanista Sandro Magister, che a inquietare è il ricorso al “decreto singolare” approvato dal Papa “in forma specifica”, ovvero uno strumento canonico per comminare una pena in modo definitivo e inappellabile. Strumento che con questo pontificato sta diventando una consuetudine, aprendo a una forma di esercizio arbitrario del potere.

Del resto le carriere fulminanti e le altrettanto rapide cadute in disgrazia, tipiche delle rivoluzioni e dei regimi, sono una caratteristica consolidata anche di questo pontificato. I casi dei cardinali Theodore McCarrick e Angelo Becciu sono i più clamorosi: puniti pubblicamente senza che si sia mai arrivati a una verità stabilita davanti a una regolare corte o commissione. In questo modo però rimangono nell’oscurità il sistema e le reti di complicità che hanno portato i singoli ad essere protagonisti di abusi sessuali o di episodi di corruzione.

Un uso così personalistico e arbitrario della giustizia fa nascere il sospetto che si voglia sacrificare una persona – garantendosi così anche gli applausi del popolo a cui è consegnato il colpevole – per salvare il sistema e continuare ad andare avanti come solito. Se si vuole essere davvero credibili nella lotta agli abusi e alla corruzione, ci vuole ben altra trasparenza. Cominciare con Bose non sarebbe male.

 

(Fonte: Riccardo Cascioli, LNBQ, 10 marzo 2021)

https://lanuovabq.it/it/il-caso-bose-rivela-lambiguita-di-roma

  

Dopo Sanremo: Il "Nulla" esibito come cultura

Di fronte al dolore, alla sofferenza, alle difficoltà che milioni di italiani vivono da un anno è scandaloso che la Rai, con i nostri soldi, con cinica parodia disprezzi ciò che, ancora per molti, è un’ancora di salvezza, di speranza, di certezza reale: la Fede!

 Siamo e viviamo certamente in un momento storico sociale abbastanza tragico, portato alle estreme conseguenze da una vita spogliata dalla sua “essenzialità” costituita dal nostro stesso essere corpo e spirito … che piaccia o no!

Il terrorismo psicologico legato al Covid che in questi ultimi mesi ha bombardato le nostre menti e inciso nella nostra vita ha fatto sprofondare nel baratro le nostre esistenze!

Famiglie e persone fragili in contatto continuo con la malattia all’interno della propria casa. Quando poi i propri cari vengono portati in ospedale è tragico assistere al varco di “quella porta” che si chiude a chiave alle loro spalle; testimonianza verace della solitudine a cui gli stessi sono destinati.

Tutto è super limitato: incontri familiari, contatti con gli amici di sempre ecc., senza poi dimenticare i medici e gli infermieri presenti nella struttura che, scafandrati come chi va su Marte di cui non scorgi nemmeno il sorriso sulle loro labbra, sono a loro volta chiusi dentro in quello spazio ospedaliero dove devono riuscire a mostrarsi vicini ai malati ma allo stesso tempo “proteggersi” da loro …

E le famiglie, in perenne angoscia nella lotta per non lasciarsi avvolgere da questa nebulosa “nera” – che è la malattia – che con forte intensità spinge tutti non solo nel vuoto fisico e materiale ma in quello più tremendo del vuoto spirituale e morale (le stesse funzioni religiose sono vergognosamente e strettamente condizionate dal numero dei partecipanti dove anche poche persone in esubero vengono allontanate) nonostante la Chiesa  - come struttura e presenza Eucaristica –  rappresenti l’unico luogo di conforto e di alimento spirituale oltre che di forza!

Di fronte a tutto questo diffuso malessere fisico, morale e spirituale la Televisione di Stato cosa fa?

Certo, al primo posto ci sta l’audience e non le fatiche e sofferenze quotidiane delle famiglie! Avevamo qualche dubbio? Coi maniaci della TV sempre pronti a schiacciare il ditino su qualche tasto del telecomando

CHE VERGOGNA!

Perché ciò che accade in TV è pagato anche da questi “lottatori quotidiani” che ogni giorno faticano semplicemente anche solo per “esistere”
E la televisione di stato che fa? Con cinica parodia disprezza ciò che, ancora per molti, è un’ancora di salvezza, di speranza, di certezza reale: la Fede!

E questi sono tutti “miti” falsi, “idoli” cresciuti con la presunzione che la persona sia in grado di autodeterminarsi ogni orizzonte… che abbia diritto a tutto… dove i valori “veri” sono costantemente esposti ad attacchi e dileggiamenti.
Il risultato è l’emarginazione totale della nostra vita dalla evangelica Pietra angolare scartata dalla nostra società; emarginazione, questa, che rischia di travolgere tutti ma soprattutto i giovani fragili con pensieri liquidi e purtroppo, molto spesso, la stupidità e le modalità di vita proposte assumono il valore di “mète allettanti” e portatrici di soddisfazioni piacevoli e immediate ma che - in realtà - nascondono ed offuscano il reale senso delle cose

“Filosofia del nulla, del vuoto assoluto” che si sta espandendo con una velocità e rapidità straordinaria influendo senza nessun ostacolo serio sulle nostre leggi, istituzioni e strutture sociali, promettendo una sorta di “ragione superiore” attraverso un modo di vivere la propria libertà individuale priva di ogni senso del limite.

Forse, mai come oggi, occorre uno svezzamento; anzi: uno svezzamento d'urto. Fornendo proposte diametralmente opposte rispetto a quelle oggi propinate, che permettano ai giovani di costruirsi un nuovo concetto di sé e una nuova identità meno effimera e più coerente con la realtà.

Non pensiate che la mia opinione sia un atto ostile all’attuale realtà.  No… No… No… anzi, vi stupirete: il mio è un gesto di affetto e di solidarietà (naturalmente e soprattutto, per i nostri giovani!).
Infatti Maslow, studioso di psicologia umanistica, descrive le reazioni di opposizione a modalità esistenziali sbagliate così: “La cosa migliore da farsi è affrontarle (le modalità sbagliate), non insinuarsi o mostrarsi delicati, o cercare di aggirarle da dietro! Bisogna mirare direttamente al centro delle cose. Sembra possibile che questa onestà (intellettuale) brutale piuttosto che essere un insulto, indichi una specie di rispetto!”

Tale modalità è un principio fondamentale della nostra concezione terapeutica all’interno della Comunità Shalom.

È così, cari amici, che lo scompenso sociale di cui ci alimentiamo abbondantemente ogni giorno crea sempre più, nei soggetti dalla personalità fragile, emulazione e imitazione. Il tutto, poi, impostato unicamente sull’immagine esteriore, sulla ricchezza e sul successo immediato ad ogni costo …
E ci stupiamo se il malessere permea tutti gli spazi sociali e morali dell’esistenza umana?

SVEGLIA! SVEGLIA! SVEGLIA!

Certo, il mio è un “Osservatorio” particolare essendo quotidianamente impegnata con persone che, nelle loro relazioni sociali e interpersonali pre-comunità manifestavano gravi comportamenti percepiti talvolta come una minaccia, sia all’interno della famiglia che della società.
È da questo “Osservatorio” anomalo che assisto basita e convengo come i “nostri ragazzi” non siano evidentemente la parte peggiore della società’

È sconfortante assistere al degrado del nostro patrimonio spirituale, morale e sociale.
E quelli che ci dovrebbero rappresentare dove sono? Cosa fanno?
Con questo andazzo abbiamo rotto e devastato la parte migliore dell’uomo e dei nostri giovani: la coscienza.
E la storia del male, della fatuità e della vacuità è così identificata con la nostra vita, soprattutto quella proposta dai social, da non renderli più riconoscibili!

È incredibile. Il Nulla venduto come qualcosa di "Artisticamente pensante"
Per fortuna nostra la quantità degli italiani che hanno abboccato a questo pseudo ritratto del bello, sono pochi rispetto alla popolazione… Nonostante l’affannarsi dei dirigenti della Rai a valorizzare l’evento ...

Un nostro volontario mi ha mostrato sul web il video dei signori Fiorello e Achille Lauro in una performance che ritengo mediocre oltre che offensiva alla sensibilità di chi, come me, vive la fede e la ritiene estremamente fondamentale ed importante nelle scelte della propria vita.

Che dire, poi, di chi ha vinto il Festival di San Remo? Evidente dimostrazione dell’eutanasia artistica così sommessamente diffusa oggigiorno…!
L’arte italiana è così bella e conosciuta in tutto il mondo con il suo ricco patrimonio di musiche e canzoni che raccontano non solo l’anima del nostro popolo ma la sua profondità… e il suo “volare” alto!

Mai furono così mal spesi i nostri soldi del canone Rai guadagnati con tanta fatica.
I nostri vecchi dicono che “il Signore lascia fare ma non strafare” e per questo confido che prima o poi un piccolo sassolino rompa il "Gigante dai piedi d'argilla", come dice la Bibbia.

Prima o poi, questo accadrà!

 

(Fonte: Rosalina Ravasio, LNBQ, 8 marzo 2021)

https://lanuovabq.it/it/il-nulla-esibito-come-cultura

 

venerdì 26 febbraio 2021

Il vergognoso linciaggio mediatico di una preside di liceo a Roma



La ramanzina sul rispetto delle regole è un sottofondo che ci accompagna dall’inizio della pandemia. È così che l’innata esuberanza dei giovani, ogni qual volta è trascesa in episodi come le risse su appuntamento, è stata prontamente stigmatizzata da giornali e opinionisti vari. Tuttavia, quando la riluttanza alle norme riguarda determinati temi, molti di quegli stessi moralisti si trasformano in libertari. Proverbiale in tal senso la scia di polemiche seguita a quanto successo nei giorni scorsi al liceo romano “Giulio Cesare”.

 Il fatto

Dal 9 febbraio si è tenuta la «Settimana dello studente», esperienza didattica alternativa che ha visto gli alunni organizzare dibattiti sui temi più disparati. Non va confusa con l’occupazione: si tratta di incontri in orario scolastico, la cui approvazione deve prima passare per la dirigenza e per il Collegio docenti. Durante uno dei colloqui preliminari con i ragazzi, la preside, la prof.ssa Paola Senesi, ha posto «alcune perplessità» su titoli e contenuti di tre proposte e ha invitato i proponenti a «riformularle». I dubbi riguardavano un incontro sull’aborto affidato alla ginecologa Silvia Agatone, uno sull’identità di genere affidato allo psichiatra Stefano Corvino e infine un corso sulla questione balcanica con lo storico Davide Conti. Sia quest’ultimo, troppo simile nel tema a un’altra proposta inerente al Giorno del Ricordo, che gli altri due sono stati espunti dagli stessi studenti nell’ultima versione del programma.

La difesa della preside

Sembrava allora che la questione si fosse chiusa. E invece, dopo pochi giorni di quiete, è sopraggiunta una tempesta mediatica che ha tentato di travolgere la preside, la quale si è ritrovata addosso l’etichetta di oscurantista e censoria. Particolarmente solerte è apparsa la Repubblica, che ha dedicato alla vicenda diversi articoli. La prof.ssa Senesi, che ha alle spalle un curriculum robusto, dopo una fase iniziale di sorpresa non s’è persa d’animo e ha impugnato carta e penna per spiegare la propria versione dei fatti.

Riguardo alla proposta di parlare di aborto, la preside aveva rilevato che «non dovesse concentrarsi solo su una dimensione socio-sanitaria, ma dovesse acquisire una maggiore rilevanza comprendendo anche altri aspetti essenziali della tematica, del resto principi fondanti della legge 194». Quanto invece il corso gender, la prof.ssa Senesi ha spiegato di aver assunto le sue prerogative di responsabilità rimandando alla Nota del ministero dell’Istruzione n. 1972 del 15 settembre 2015. E cosa dice questo documento? Che «tra i diritti e i doveri e le conoscenza da trasmettere non rientrano in nessun modo né “ideologie gender” né l’insegnamento di pratiche estranee al mondo educativo».

La solidarietà

Ma spiegare di aver osservato le leggi dello Stato non l’ha messa al riparo dall’eco mediatica. Nei giorni scorsi la Repubblica ha ospitato una lettera con la quale alcuni docenti del “Giulio Cesare” (40, secondo quanto si legge nel sottotitolo) si dissociano dalla posizione della preside. Gli stessi hanno ricevuto il sostegno della Flc Cgil. Si registra inoltre una presa di posizione contro la preside di alcuni rappresentanti istituzionali locali. A fare da contraltare la solidarietà alla prof.ssa Senesi espressa dall’associazionismo familiare (Scienza & Vitail prof. Massimo GandolfiniArticolo 26 e Pro Vita & Famiglia) e da esponenti politici quali Paola Binetti, Paola Frassinetti, Carmela Bucalo, Isabella Rauti, Lucio Malan, Enrico Aimi, Maurizio Gasparri e Simone Pillon (questi tre hanno presentato due interrogazioni parlamentari sul tema). Inoltre, la dirigente del “Giulio Cesare” ha ricevuto l’appoggio di decine di genitori che hanno rivendicato il rispetto del «consenso informato» quando si trattano argomenti sensibili.

 La versione degli studenti

Sono inoltre usciti due comunicati: uno dei rappresentanti degli studenti che sposerebbe sostanzialmente la versione dei fatti della preside e uno della lista Factotum, un cui rappresentante è eletto tra i quattro del Comitato studentesco. «Intendiamo […] condividere con voi il nostro sdegno in merito alle strumentalizzazioni politiche e giornalistiche alle quali abbiamo assistito negli ultimi giorni», scrivono gli studenti di Factotum. Che aggiungono: «Ci impegneremo personalmente ad organizzare corsi su temi etici e sociali, invitando sempre le due controparti per fare in modo di informare gli studenti in maniera oggettiva, come abbiamo sempre fatto». Ma, come lascerebbe supporre qualche articolo, gli insegnanti si sono schierati contro la preside? Per rispondere è d’uopo segnalare che mercoledì 17 febbraio si è tenuto il Collegio dei docenti, dove la versione dei fatti della preside è stata votata a larga maggioranza. Chissà se questo episodio scriverà la parola fine.

 

lunedì 25 gennaio 2021

«Censura» per Sgreccia? «Ecco perché è sempre più attuale. E laico»

Perché le polemiche sul celebre Manuale del padre della bioetica cattolica? Cosa si impara oggi nelle sue pagine? E qual è il vero messaggio del cardinale scomparso nel 2019?

 Non sarà certo una sgradevole polemica mediatica a ridimensionare la statura del cardinale Elio Sgreccia e il valore del suo Manuale di bioetica, denso di verità sull’uomo e, dunque, inevitabilmente contestato proprio per la sua chiarezza. Monsignor Andrea Manto è presidente della Fondazione «Ut Vitam Habeant» che lo stesso Sgreccia volle istituire e che custodisce la sua eredità. Oggi, semmai, più attuale di prima.


Qual è il principale lascito intellettuale del cardinale Sgreccia sulla bioetica?
Gli enormi sviluppi delle scienze biomediche pongono sfide etiche e chiedono una visione antropologica capace di reggere il confronto. Sgreccia è stato il primo studioso cattolico che con un metodo rigoroso ha coniugato le evidenze scientifiche della medicina e il pensiero filosofico-teologico cristiano. A lui si deve l’idea del personalismo ontologicamente fondato, di derivazione tomista, che afferma il valore oggettivo di ogni persona. L’essere umano è inscindibile totalità di corpo e spirito, ed è perciò dotato della dignità intrinseca propria della natura umana. Attraverso questa intuizione ha fatto alleare, con saggezza, scienza e fede a difesa della vita.

Si è messa in dubbio la capacità del suo pensiero di poter dialogare con la bioetica laica. La sua radice cattolica lo rende valido solo per chi ha fede?
Assolutamente no. Sgreccia è “scomodo” non per una visione fideistica ma perché, con argomentazioni fondate razionalmente, mette a nudo criteri e contenuti della bioetica laica che producono esiti talora disumani. Il suo pensiero, se letto con onestà intellettuale, nasce proprio dall’esigenza di aprire un dialogo con tutti sul significato e sul valore della vita umana. Il punto d’incontro possibile sta nel definire insieme la natura dell’uomo.

Alla scuola di Sgreccia, che contributo porta oggi l’antropologia cristiana al dibattito sui grandi nodi bioetici?
La consapevolezza che il valore della vita non può essere subordinato alle logiche del profitto o dell’efficienza e che non possono esistere esseri umani di serie A e di serie B. Una visione antropologica globale, la cui ricchezza ci aiuta a orientarci sempre nelle scelte etiche sui temi della vita: dal triage nella pandemia alla custodia dell’ambiente, dalla questione dei migranti alla manipolazione genetica, dall’enhancement umano all’intelligenza artificiale.

Cos’ha da insegnare oggi la figura di Sgreccia a chi si occupa di bioetica nella Chiesa?
L’impegno nell’affrontare i problemi etici e il coraggio di confrontarsi anche con visioni opposte per giungere a sintesi alte. Nella sua autobiografia Controvento scrive: «Quando sorge un ostacolo, un problema per il cammino dell’uomo, non ci si deve arrestare né nascondersi (...) ma dispiegare la vela alla ricerca di un approdo più valido, per una soluzione più piena e più alta di valore: non la fuga, non il compromesso, neppure l’opposizione per principio, ma la spinta verso il meglio».

Qual è il servizio della Fondazione cui diede avvio, e a cosa lavora?
La Fondazione si occupa di promuovere ricerca e formazione a livello scientifico e divulgativo in tutti gli ambiti della bioetica, principalmente la sanità, la disabilità, l’ambiente. Stiamo sviluppando progetti di intervento e sostegno alle famiglie e alle fragilità e abbiamo in programma di procedere alla nuova edizione del Manuale di Bioetica, che andrà aggiornato ma che rimane un testo fondamentale per lo studio della bioetica e per comprendere la profondità del pensiero di Sgreccia.

La polemica
Un contenitore di «pericolose e inquietanti affermazioni», che propugnerebbe una «educazione vetero-cattolica paternalistica» e «dittatoriale»: così è stato definito tra l’altro il Manuale di Bioetica del cardinale Elio Sgreccia da alcuni articoli apparsi tra fine 2020 e l’inizio del nuovo anno su quotidiani nazionali nei quali si esprimeva con strepito di aggettivi il più vivo scandalo per le posizioni espresse su temi come l’omosessualità e aborto dal padre della bioetica cattolica (e non solo), scomparso il 5 giugno 2019 a 91 anni. Il manuale – in due tomi, usciti nel 2007 e nel 2012 – è il riferimento in Italia e all’estero nella formazione di studenti di numerose università, anche se il dito accusatore si è puntato solo su Claudia Navarini, filosofa e bioeticista, docente all’Università europea di Roma, che l’ha adottato per il suo corso, come decine di colleghi in tutto il mondo. L’ateneo romano non ha esitato a replicare alle rumorose polemiche: «Respingiamo ogni tentativo di conculcare la libertà di insegnamento, specie di carattere morale, di ciascuno dei nostri docenti, a cominciare da chi voglia fare riferimento al modello cattolico-personalista».
Di «autentica censura» agitata con «volgarità» e «gratuità di toni» parla una nota di Scienza & Vita, di cui Claudia Navarini è tra i soci fondatori: «La vera dittatura – aggiunge l’associazione – è quella rappresentata dal mainstream» che si vorrebbe «imporre a tutti, Chiesa cattolica compresa». È una manifestazione di vera «ignoranza» quella di chi disprezza un pensiero bioetico «maturato proprio nei luoghi di dialettico confronto pluralista» per opera di un uomo dipinto come «un prete retrivo e bigotto» mentre «è nota la sua attitudine al confronto con le altre visioni bioetiche» che «andava di pari passo con la sua passione per tutte le persone che incontrava». Non meno vibrante il dissenso sulle critiche al Manuale e a Sgreccia espresso dal Movimento per la Vita che ricorda «don Elio» come «un uomo sinceramente innamorato della persona umana», «grande promotore dell’accoglienza incondizionata e senza giudizio, attivo difensore del rispetto della dignità di ogni vita attraverso la sua riflessione bioetica che contrapponeva il personalismo ontologico all’individualismo dilagante». Ferma anche la reazione del Centro Studi Livatino che, smontate le accuse, ironizza amaramente: «Si dica, in definitiva, che la libertà di educazione, di insegnamento e di manifestazione del pensiero sono bandite».

 (Fonte: Francesco Ognibene, Avvenire, 22 gennaio 2021)

«Censura» per Sgreccia? «Ecco perché è sempre più attuale. E laico» (avvenire.it)

  

giovedì 21 gennaio 2021

Il Motu proprio "Spiritus Domini" nel contesto dell’avversione al “clericalismo” di papa Francesco

Con il Motu proprio Spiritus Domini papa Francesco ha modificato il primo paragrafo del canone 230 del Codice di diritto canonico, aprendo l’accesso alle donne ai ministeri di lettorato e accolitato, finora istituzionalmente riservati agli uomini. In realtà, a titolo di deroga, le donne sono arrivate massicciamente all’altare molti decenni fa.

Alcune femministe cattoliche hanno deplorato il fatto come un sotterfugio per non dover accettare le loro richieste di diaconato femminile, come Lucetta Scaraffia, ex direttrice del supplemento mensile femminile dell’Osservatore Romano, secondo la quale “nessuna donna può essere felice con questo motu proprio, è una vera delusione”. Oppure Paola Cavallari, membro del Coordinamento teologhe italiane, per la quale il motu proprio sembra “una iniziativa ispirata al detto del Principe di Salina nel romanzo Il Gattopardo: cambiare qualcosa perché tutto rimanga uguale”.

Altre femministe cattoliche, al contrario, hanno visto nel documento “un piccolo cambiamento, con grandi conseguenze ecclesiali”, come Silvia Martínez Cano, professoressa alla Pontificia Università di Comillas, in un articolo sul portale spagnolo Religión Digital: “Questo cambiamento è importante, soprattutto per quello che non è detto nel motu proprio, ma vi è implicito, perché riguarda il terzo comma del canone [n. 230]: che le donne possano aiutare il ministro nelle sue funzioni, come ad es. esercitare il ministero della parola, presiedere alcune liturgie, amministrare il battesimo e la comunione senza che qualche fedele cambi fila per evitare di riceverla da una donna”. Lo stesso entusiasmo troviamo da parte di Isabelle Roy, membro delle Comunità di vita cristiana, legate ai gesuiti: “La decisione del papa apre una breccia, pone una pietra miliare per altre possibilità. Negli ospedali, ai funerali, insomma, dove non c’è sacerdote, già i laici commentano il Vangelo. Perché non riconoscerlo in modo istituzionale?”.

Dal canto suo, il teologo Andrea Grillo, professore di teologia sacramentale presso l’Ateneo Pontificio Sant’Anselmo a Roma, ritiene “storica” la decisione papale. Andando oltre la mera questione del diaconato femminile, messa a fuoco dalla stampa, Grillo sottolinea che l’ultimo Concilio ha permesso di “ripensare ‘l’Ordine sacro’”, in modo che “la corresponsabilità dei ‘non chierici’ nella vita della Chiesa appare ora chiaramente delineata” e “assunta con decisione”. “Se la categoria di ‘chierico’ rimane legata, per ora integralmente, al sesso maschile – non escludendo un ulteriore approfondimento sul diaconato – d’ora in poi i corresponsabili non chierici sono concepiti senza differenza di genere” e la Chiesa si mostra come “comunità sacerdotale”.

Il fatto che Francesco abbia scelto la festa del Battesimo del Signore per firmare Spiritus Domini e il motu proprio non può essere visto come una semplice coincidenza. Da un lato, si legge nel documento, “si è giunti in questi ultimi anni ad uno sviluppo dottrinale che ha messo in luce come determinati ministeri istituiti dalla Chiesa hanno per fondamento la comune condizione di battezzato e il sacerdozio regale ricevuto nel Sacramento del Battesimo; essi sono essenzialmente distinti dal ministero ordinato che si riceve con il Sacramento dell’Ordine”. Dall’altro lato il documento afferma: “Questi carismi, chiamati ministeri in quanto sono pubblicamente riconosciuti e istituiti dalla Chiesa, sono messi a disposizione della comunità e della sua missione in forma stabile”.

“Nell’orizzonte di rinnovamento tracciato dal Concilio Vaticano II, si sente sempre più l’urgenza oggi di riscoprire la corresponsabilità di tutti i battezzati nella Chiesa, e in particolar modo la missione del laicato”, spiega il sommo pontefice nella lettera di accompagnamento a Spiritus Domini, indirizzata al prefetto della Congregazione per la dottrina della fede.

Un’interpretazione benigna di questo “sviluppo dottrinale” porterebbe a ripetere il commento del cardinale Giovanni Colombo sulla Gaudium et spes: “Questo testo ha tutte le parole giuste; sono gli accenti che sono sbagliati”. Infatti, si omette che la struttura della Chiesa, in quanto società visibile, si basa principalmente sul sacramento dell’Ordine, che trasmette la missione e il potere di santificare, insegnare e governare dato da Gesù agli apostoli.

Un’interpretazione più realistica di tale “sviluppo” porta alla conclusione che è stato compiuto un passo significativo verso la totale eclissi del sacerdozio cattolico e del carattere gerarchico della Chiesa, avvicinandolo ancora di più alla falsa ecclesiologia protestante. Questo vero trasbordo dottrinale che rischia di sbocciare nell’eresia ecclesiologica è iniziato diversi decenni fa e si basava su una manipolazione semantica del concetto di “ministero”.

Prima del Vaticano II, la Chiesa riservava questa parola esclusivamente al cosiddetto “sacro ministero”, cioè a quella “funzione di istituzione divina mediante la quale si coopera con il sacerdozio di Cristo nella mediazione tra il mondo e Dio”, come spiega padre J. A. Fuentes nella rispettiva voce del Diccionario General de Derecho Canónico. Ad esempio, nel Codice di diritto canonico del 1917, le parole “ministro” e “ministero” erano usate esclusivamente in relazione ai sacramenti o alle sacre funzioni della liturgia.

È vero che, nella sua origine latina, la parola “ministro” significa “servitore”, come in Mt 20,28: “Filius hominis non venit ministrari sed ministrare et dare anima suam redemptionem pro multis” (“il Figlio dell’uomo, non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti”). Ma la Chiesa ha voluto riservarla al suo servizio fondamentale, la divina liturgia, e a coloro che, ricevuto il sacramento dell’Ordine, salgono all’altare e offrono il sacrificio eucaristico a Dio, oltre a “ministrare” ordinariamente gli altri sacramenti ai fedeli.

Infatti, Nostro Signore Gesù Cristo ha redento l’umanità attraverso un triplice ministero – sacerdotale, dottrinale e pastorale – e, al fine di prolungare la sua opera redentrice nel tempo, ha dotato la società soprannaturale e visibile da Lui fondata – la Chiesa – di una gerarchia, alla quale ha trasmesso, nella persona degli apostoli e dei loro successori, il suo triplice ministero e i rispettivi poteri.

Quindi, nella Chiesa, c’è una chiara distinzione tra i suoi membri, come spiegato dal canone 207 dell’attuale Codice di diritto canonico: “§ l. Per istituzione divina vi sono nella Chiesa tra i fedeli i ministri sacri, che nel diritto sono chiamati anche chierici; gli altri fedeli poi sono chiamati anche laici” (e nel paragrafo seguente si spiega che i religiosi possono appartenere all’uno o all’altro di questi due gruppi di fedeli).

Il noto professore milanese Vincenzo del Giudice riassume così la differenza tra clero e laici: “In essa [la Chiesa] ci sono i superiori gerarchici e i soggetti; c’è un elemento attivo e uno passivo [riguardo all’amministrazione e alla ricezione dei sacramenti], persone che governano (ecclesia dominans) e persone che obbediscono (ecclesia obediens), persone che insegnano (ecclesia docens) e altre che imparano (ecclesia discens). Insomma, c’è una classe ‘eletta’ (clerus) che ha il compito di insegnare e governare spiritualmente i fideles, e di amministrare i sacramenti, e d’altra parte, la classe dei fideles, considerata indistintamente (cioè entrambi i laici come quelli che appartengono al clero, cioè tutti coloro che formano il ‘Popolo di Dio’), i quali vengono istruiti, governati e santificati grazie all’attività sopra spiegata (c.107 e 948 e Lumen gentium, n. 2829)”.

Fu contro questa struttura gerarchica dell’istituzione divina che si levò la pseudo-riforma protestante, in nome del triplice slogan “sola fides, sola Scriptura, sola gratia” e dell’affermazione che Cristo è l’unico sommo sacerdote del Nuovo Testamento, per cui i frutti della Redenzione vengono applicati direttamente al credente senza l’intermediazione della Chiesa e dei suoi ministri.

La confutazione dell’eresia protestante fu l’oggetto principale del Concilio di Trento, che dichiarò solennemente: “Se qualcuno dirà che nel nuovo Testamento non vi è un sacerdozio visibile ed esteriore, o che non vi è alcun potere di consacrare e di offrire il vero corpo e sangue del Signore, di rimettere o di ritenere i peccati, ma il solo ufficio e il nudo ministero di predicare il vangelo, o che quelli che non predicano non sono sacerdoti, sia anatema”.

“Se qualcuno dirà che oltre al sacerdozio non vi sono nella Chiesa cattolica altri ordini, maggiori e minori, attraverso i quali, come per gradi si tenda al sacerdozio, sia anatema.”

Qualche secolo dopo, con il Concilio Vaticano II, secondo padre Tomás Rincón-Pérez, ci sarebbe stata una “svolta ecclesiologica”: “Il passaggio da un’ecclesiologia a predominanza gerarchica e stratificata, a un’ecclesiologia di comunione”, che “non dà posto a una classe di cristiani distinti, di rango superiore”.

Questa capitis diminutio della dignità del clero è stata accompagnata da un’accentuazione del carattere “sacramentale” della Chiesa, come “icona” della Santissima Trinità, a scapito della sua natura di società visibile e perfetta. Lo squilibrio è stato ulteriormente accentuato dall’idea che la Chiesa è soprattutto un’opera dello Spirito Santo, a scapito del fatto che fu fondata da Gesù Cristo, che la dotò di una gerarchia con poteri. Questa nuova ecclesiologia pneumatica insiste su due fatti: 1. che l’insieme dei doni dello Spirito Santo si distribuisce nell’insieme del Corpo di Cristo e 2. che tali carismi, in quanto non derivanti da un dono primordiale, sono complementari e interdipendenti. “Questa prospettiva della diversità dei carismi”, commentano il canonista belga Alphonse Borras e il teologo canadese Gilles Routhier, “ci permette di uscire dalla accoppiata gerarchia-laici per privilegiare l’accoppiata carismi-comunità”.

Fu nel contesto di un’escalation di questa ecclesiologia non stratificata e di comunione che il decreto conciliare Ad gentes, sull’attività missionaria della Chiesa, usò per la prima volta la parola “ministero” in un documento magisteriale per riferirsi indistintamente alle funzioni del clero e delle attività di collaborazione dei laici nell’apostolato.

Nel 1972, con la promulgazione del motu proprio Ministeria quaedam, sopprimendo gli ordini minori e sostituendoli con due nuovi ministeri liturgici riservati agli uomini – lettorato e accolitato – Paolo VI confermò questo abbandono dell’esclusività del termine “ministero” alle funzioni dei chierici. “Nell’antica disciplina, commenta padre Rincón-Pérez, questi ministeri erano riservati all’Ordo clericorum, tenendo presente che il concetto di chierico era più ampio di quello di ministro sacro [infatti, lo stato clericale iniziava con la tonsura, prima di qualsiasi ordinazione]. Restringendo il concetto di chierico – equivalente ora a ministro sacro [quindi, dal diaconato] – e affidando questi ministeri [lettore e accolito] ai laici, è ovvio che si produce una “declericalizzazione” di tali ministeri; ma allo stesso tempo un’aggiunta del laico all’organizzazione ecclesiastica”.

Paolo VI tornò sul tema nella costituzione apostolica Evangelii nuntiandi, testo prediletto di Francesco, dedicando un’intera sezione ai “diversi ministeri” dei laici”, in cui afferma che “la Chiesa riconosce il ruolo di ministeri non ordinati ma adatti ad assicurare speciali servizi della Chiesa stessa”.

Successivamente, il nuovo Codice di diritto canonico ha dato una base giuridica a questo statu quo postconciliare, sancendo il concetto di “ministeri istituiti” (chiamati anche “ministeri laicali”) nel suo canone 230, che Papa Bergoglio ha appena riformato per includere le donne.

Il Sinodo dei vescovi del 1987, dedicato all’apostolato dei laici, culminò con l’esortazione post-sinodale Christifideles laici. In essa papa Giovanni Paolo II riconobbe che nell’assemblea “non sono mancati (…) giudizi critici circa l’uso troppo indiscriminato del termine ‘ministero’, la confusione e talvolta il livellamento tra il sacerdozio comune e il sacerdozio ministeriale (…) e la tendenza alla ‘clericalizzazione’ dei fedeli laici e il rischio di creare di fatto una struttura ecclesiale di servizio parallela a quella fondata sul sacramento dell’Ordine”.

Dieci anni dopo, di fronte al fiorire disordinato e abusivo di tutti i tipi di “ministeri laicali”, la Santa Sede pubblicò una Istruzione su alcune questioni circa la collaborazione dei fedeli laici al ministero dei sacerdoti, firmata dai cardinali responsabili di otto dicasteri romani. Questa Istruzione ribadì l’insegnamento tradizionale che “l’esercizio da parte del ministro ordinato del munus docendi, sanctificandi et regendi costituisce la sostanza del ministero pastorale” e che “non è il compito a costituire il ministero, bensì l’ordinazione sacramentale”.

Questi avvertimenti furono di scarsa utilità; solo due anni dopo la Conferenza episcopale del Brasile pubblicò il documento Missione e ministeri dei laici cristiani, approvato nella sua annuale assemblea generale. Dopo aver diluito il sacro ministero in una lista crescente di ministeri “riconosciuti”, “affidati”, “istituiti” e, infine, “ordinati”, aggiungeva che “il ministero ordinato, in un’ecclesiologia di totalità e in una Chiesa tutta ministeriale, non ha il monopolio della ministerialità” e che “il suo carisma specifico è quello della presidenza della comunità e, quindi, dell’animazione, del coordinamento e – con l’indispensabile partecipazione attiva e adulta dell’intera comunità – del discernimento finale dei carismi”.

È difficile immaginare una formula più riduttiva dell’autorità di un pastore presso il gregge. Essa corrisponde al modello delle comunità di base della Teologia della liberazione, in cui, secondo Leonardo Boff, il potere è una “funzione della comunità e non di una persona”, e perciò rifiuta il monopolio del potere “che implica l’espropriazione a beneficio di un’élite”, affermando, al contrario, che “l’intera comunità è ministeriale, non solo alcuni suoi membri”. In queste comunità di base, il sacerdote gode solo del “ministero dell’unità”, cioè di “un carisma specifico per la funzione di essere principio di unità tra tutti i carismi”.

Non molto diverso è il linguaggio di papa Francesco nella sua lettera di accompagnamento al motu proprio Spiritus Domini, indirizzata al cardinal Ladaria. Secondo Bergoglio, in una migliore configurazione dei ministeri laicali e nella riscoperta del “senso della comunione” che caratterizza la Chiesa, “la feconda sinergia che nasce dalla reciproca ordinazione di sacerdozio ordinato e sacerdozio battesimale può trovare una migliore traduzione”. Una “reciprocità” che è chiamata a confluire nel servizio del mondo e che “allarga gli orizzonti della missione ecclesiale, impedendole di rinchiudersi in sterili logiche rivolte soprattutto a rivendicare spazi di potere e aiutandole a sperimentarsi come comunità spirituale che ‘cammina insieme con l’umanità tutta e sperimenta assieme al mondo la medesima sorte terrena’ (GS, n. 40)”.

Questa nuova ecclesiologia comunitaria e antigerarchica è ciò che spiega, da un lato, l’insistenza di papa Francesco sulla “sinodalità” e, dall’altro, i suoi continui attacchi a ciò che chiama “clericalismo” del clero formato secondo la dottrina tradizionale, che altro non è che consapevolezza della propria dignità e superiorità ontologica nei confronti dei laici, per la conformità a Cristo sacerdote e per l’inserimento nella gerarchia della Chiesa.

L’apertura alle donne dei ministeri istituiti di lettore e accolito, codificati da Spiritus Domini, non è solo una risposta “alle sfide di ogni epoca, in obbedienza alla Rivelazione”, come intende Francesco nella sua lettera al cardinale Ladaria, ma implica un vero e proprio “superamento della dottrina precedente”, cioè una rottura con essa. Anche se lo negherà.

 (Fonte: José Antonio Ureta, Duc in altum, 21 gennaio 2021)

L’apertura alle donne dei ministeri istituiti di lettore e accolito: un altro colpo al sacerdozio cattolico – Aldo Maria Valli

  

mercoledì 13 gennaio 2021

Il Papa e i vaccini

Nell'intervista al TG5 il Papa ritiene un imperativo morale vaccinarsi contro il Covid-19. Ma nel documento della Congregazione per la Dottrina della Fede, pubblicato il 21 dicembre scorso e approvato dal Papa, si dice esattamente il contrario. Ormai è consueto in questo pontificato osservare tali contraddizioni, che si direbbero una vera e propria strategia.

 «Eticamente tutti devono prendere il vaccino, non è una opzione - mi sembra non mi sembra… -, è una opzione etica. (…) Oggi si deve prendere il vaccino». Non sorprende che queste parole forti di papa Francesco, riferite al vaccino anti-Covid e contenute in una lunga intervista trasmessa dal TG5 domenica 10 gennaio, abbiano fatto il giro del mondo. Parole senza appello e tanto per non lasciare spazio ad ambiguità il Papa si è riferito a quanti avanzano dubbi sulla vaccinazione anti-Covid accusandoli di «negazionismo suicida».

Eppure non può non stupire che a pronunciare queste parole sia lo stesso papa Francesco che appena il 17 dicembre scorso ha «esaminato e approvato la pubblicazione» della “Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla moralità dell’uso di alcuni vaccini anti-Covid-19” (poi pubblicata il 21 dicembre) in cui si afferma altrettanto chiaramente che «appare evidente alla ragione pratica che la vaccinazione non è, di norma, un obbligo morale e che, perciò, deve essere volontaria».

In pratica, tutto il contrario. A quale papa Francesco si deve dunque dare retta? Da un punto di vista puramente magisteriale l’unica cosa che conta è il documento della Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF); quello che il Papa dice in una intervista alla fin fine sono sue opinioni, che possono piacere o meno, su cui si può essere d’accordo o meno, ma appunto sono opinioni e valgono come tali. In realtà però, mentre nessuno ricorda già più la Nota della CDF, tutto il mondo ora sa che il capo della Chiesa cattolica considera moralmente obbligatoria per tutti la vaccinazione anti-Covid. E a fare scuola, a fare mentalità, è l’intervista, non il magistero. Anche perché anche una semplice opinione, se detta dal Papa a tutto il mondo, acquista necessariamente una forza tutta sua.

Resta il fatto, per chi voglia confrontarsi con la realtà, che il Papa oggi dice una cosa e domani il suo contrario. Chi voglia prenderlo sul serio non può non sentirsi disorientato e perfino frustrato. Anche perché non si tratta certamente di un episodio isolato. La storia delle indicazioni opposte date in questi anni è lunghissima, e non per niente molto spesso i cattolici si dividono fra di loro citando Papa Francesco chi per un giudizio e chi per il giudizio opposto. Pensiamo, tanto per fare l’esempio più noto, come si è combattuto attorno all’interpretazione da dare ad Amoris Laetitia senza che mai venisse da lui una parola chiarificatrice, pure di fronte a domande precise.

Ma senza neanche scomodare il passato, basta rimanere nella stessa intervista al TG5: ancora una volta ha pronunciato parole dure contro l’aborto, ha spiegato come non sia una questione religiosa ma umana; parole forti, senza appello, anche coraggiose dette in tv in prima serata. A onor del vero lo ha fatto diverse volte in questi anni, poi però quando il dibattito si accende, diventa di stretta attualità – vedi la recente approvazione dell’aborto nella sua Argentina – si eclissa, evita di entrare in argomento. Oppure appoggia apertamente politici ultra-abortisti, come Hillary Clinton e Joe Biden, e definisce Emma Bonino, il simbolo della legalizzazione dell’aborto in Italia, «tra i grandi dell’Italia di oggi». O anche si circonda in Vaticano di consiglieri che della promozione dell’aborto hanno fatto una bandiera, vedi Jeffrey Sachs.

Cosa deve dunque pensare un semplice fedele davanti a queste evidenti contraddizioni? Difficile rifuggire dalla sensazione di trovarsi davanti a una vera e propria "strategia della confusione”. Sensazione avvalorata dal fatto che la confusione non riguarda soltanto la sistematica violazione del principio di non contraddizione. C’è anche confusione di argomenti, si confonde spesso la scienza con la fede.

Torniamo ancora ai vaccini: ha detto il Papa, che «se i medici dicono che è una cosa che può andare bene perché non prenderla?». Già, ma le cose non sono così pacifiche: ci sono molti medici e scienziati convinti della necessità di vaccinarsi, ma ci sono anche molti medici e scienziati che invece nutrono perplessità, ci sono domande importanti ancora senza risposta. Pur tralasciando le questioni morali legate all’origine dei vaccini, di certo non sappiamo ancora il livello di efficacia e sicurezza dei vaccini autorizzati; chi si inocula ora il vaccino deve essere consapevole che è parte di un esperimento. C’è chi giudica più che accettabile il rischio a fronte del beneficio promesso, ma c’è chi ritiene esattamente il contrario o ha comunque dei dubbi, altrettanto legittimamente. Chi stabilisce che è etico dare credito a certi medici e negazionista ad altri medici? Non si può parlare del vaccino come della Terra promessa, non può essere materia di fede; non è il vaccino che ci libererà, neanche dalla malattia in questo caso.

È la stessa confusione creata sul tema dei cambiamenti climatici: una ipotesi scientifica, quella del riscaldamento globale antropico (cioè causato dall’uomo) è stata trasformata in magistero, nell’enciclica Laudato Si’. «La scienza dice…», e scatta il dogma, è indiscutibile. Invece gli scienziati sono divisi e comunque una ipotesi scientifica che oggi appare confermata, domani potrebbe essere superata da altre scoperte e altri studi. Non si possono trasformare ipotesi scientifiche in articoli di fede. Si pensava che la questione fosse superata dal caso Galileo e invece la confusione si ripropone.

In ogni caso nel cattolicesimo la fede presuppone e valorizza la ragione: un conto è richiamare alla necessità di tutelare la propria vita e quella degli altri, altra cosa è identificare questo principio in un particolare vaccino o in una scelta di per sé opinabile. Nessuna demonizzazione dei vaccini, ma la decisione deve essere consapevole e libera. Come riteneva papa Francesco appena due settimane fa.


(Fonte: Riccardo Cascioli, LNBQ, 12 gennaio 2021)

Il Papa e i vaccini - La Nuova Bussola Quotidiana (lanuovabq.it)

  

Sì a “lettrici e accolite”, ora il Diaconato è in pericolo

La decisione del Papa, attraverso il motu proprio Spiritus Domini, di modificare il canone 230, apre anche alle donne Lettorato e Accolitato. Ministeri che nei secoli sono stati sempre conferiti solo a maschi perché, come gli altri antichi ordini minori, emanano dal Diaconato. Così anche quest’ultimo, rotto il legame con la tradizione, potrà essere attaccato.

 Un osso gettato per placare momentaneamente la fame di sacerdozio femminile dei “pastori tedeschi” e sudamericani? Oppure, al contrario, un ulteriore passo - secondo i principi della finestra di Overton - per arrivare al diaconato femminile e poi spiccare il salto verso ciò che è proibito?

La decisione di papa Francesco di modificare, con il motu proprio Spiritus Domini, il canone 230 § 1 del Codice di Diritto Canonico, deve far pensare. La versione precedente, ormai decaduta, limitava ai soli uomini la possibilità di essere istituiti lettori o accoliti; la nuova versione indica invece in tutti i fedeli «laici che abbiano l’età e le doti determinate con decreto dalla Conferenza Episcopale», senza esclusione delle donne, di poter assumere stabilmente questi ministeri.

La demolizione degli Ordini minori era iniziata nel 1972, allorché Paolo VI, con il motu proprio Ministeria quaedam, aveva stabilito che, «poiché gli ordini minori non sono rimasti sempre gli stessi e numerosi uffici ad essi connessi, come accade anche oggi, sono stati esercitati anche da laici, sembra opportuno rivedere tale prassi ed adattarla alle odierne esigenze, in modo che gli elementi che son caduti in disuso in quei ministeri, siano eliminati; quelli che si rivelano utili, siano mantenuti; quelli che sono necessari, vengano definiti». E così, ad essere sacrificati a questo strano criterio delle «odierne esigenze» sono stati l’Ostiariato, l’Esorcistato e, non senza ancor maggiori perplessità, il Suddiaconato. Il Lettorato e l’Accolitato sono stati invece mantenuti, sebbene non più come Ordini minori, ossia ministeri “ordinati” propedeutici all’Ordinazione diaconale e poi presbiterale, ma come ministeri istituiti, che ogni fedele laico maschio debitamente disposto ha la possibilità di ricevere.

L’apertura di questi ministeri anche a fedeli laici sembra in effetti più attinente alla loro origine storica: nell’Alto Medioevo lo status di chierico, e dunque l’accesso a questi ministeri, non era riservato a quanti avevano intrapreso il cammino verso il sacerdozio. Fu invece il Concilio di Trento, nella sua XXIII Sessione, a disporre che questi ministeri divenissero “Ordini minori”. Il Concilio ricordava che «fin dall’inizio della Chiesa erano in uso i nomi degli ordini seguenti e i ministeri propri a ciascuno di essi: suddiacono, accolito, esorcista, lettore, ostiario, quantunque non con pari grado. Il suddiaconato, inoltre, dai padri e dai sacri concili è considerato tra gli ordini maggiori; e leggiamo in essi, frequentissimamente, anche quanto riguarda gli ordini minori». Per tale ragione, il XVII canone di questa sessione si premurava di ripristinare i suddetti ordini: «Perché le funzioni dei santi ordini, dal diaconato all’ostiariato, lodevolmente accolte nella Chiesa fin dai tempi degli apostoli, e in molti luoghi per lungo tempo interrotte, siano rimesse in uso secondo i sacri canoni, e non siano criticate dagli eretici come inutili, il santo sinodo, desiderando vivamente di rimettere in uso quell’antica usanza, stabilisce che in futuro tali ministeri non siano esercitati se non da quelli che sono costituiti in questi ordini». E richiedeva che i primi quattro (Ostiariato, Lettorato, Esorcistato e Accolitato) fossero conferiti di preferenza ai chierici celibatari, in assenza dei quali potevano essere scelti anche uomini «sposati di onesta vita, adatti a questi uffici, purché non bigami e a condizione che in chiesa portino la tonsura e l’abito clericale».

Passano gli anni e, chissà per quale ragione, alcune di queste funzioni «lodevolmente accolte nella Chiesa fin dai tempi degli apostoli» non trovano più spazio nella Chiesa del XX secolo, nemmeno all’interno del percorso dei seminari (eccettuati gli istituti “tradizionali”)…

Quello che preme sottolineare è che tali ministeri sono sempre stati conferiti ai soli uomini: il motu proprio appare pertanto come un unicum nella storia di tali ordini. Nessuna misoginia nella prassi tradizionale; la motivazione di questa elezione viene spiegata da san Tommaso d’Aquino: «nella Chiesa primitiva, a causa della scarsità di ministri, ai diaconi erano affidati tutti i ministeri inferiori [...]. In seguito però, il culto divino venne ampliato; e quanto la Chiesa aveva implicitamente in un solo ordine, fu affidato esplicitamente a diversi altri ordini» (Super Sent., lib. 4 d. 24 q. 2 a. 1 qc. 2 ad 2). Dunque, gli Ordini minori emanano dall’Ordine diaconale, come rivoli d’acqua dalla loro fonte, sebbene distinti da esso. Era dunque naturale che i candidati a tali “ordini” dovessero essere di sesso maschile e, di preferenza, candidati celibi.

La ratio di questi ordini minori e la loro origine storica, inclusi il Lettorato e l’Accolitatosta dunque nel fatto di essere in qualche modo connessi al Diaconato ordinato. Aprendo dunque questi ministeri al sesso femminile, o si è fatta un’operazione superficiale, che ha dimenticato questa connessione (o l’ha ritenuta grossolanamente superflua), oppure la si conosceva molto bene e si è portata avanti l’operazione come delle torri pronte ad assediare la cittadella del Diaconato. In entrambi i casi, i segni della decadenza, o meglio, della decomposizione del cattolicesimo avanzano.

Di certo si fa veramente fatica a comprendere come il Papa possa affermare che «una consolidata prassi nella Chiesa latina ha confermato, infatti, come tali ministeri laicali, essendo basati sul sacramento del Battesimo, possono essere affidati a tutti i fedeli, che risultino idonei, di sesso maschile o femminile, secondo quanto già implicitamente previsto dal can. 230 § 2». Quest’affermazione è di una palese scorrettezza: il canone menzionato era infatti preceduto dal § 1, il quale esplicitava che i candidati al ministero stabile dovevano essere i soli «laici di sesso maschile (viri laici)», ultima reliquia - evidentemente considerata un obsoleto relitto - di quel legame con il Diaconato. La verità è che non esiste alcuna prassi nella Chiesa del conferimento di tali ministeri istituiti a donne: il Papa ha usato la discutibile usanza delle chierichette e delle lettrici temporanee per abbattere un altro bastione posto a difesa del Diaconato maschile.

  

(Fonte: Luisella Scrosati, LNBQ, 12 gennaio 2021)

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lunedì 21 dicembre 2020

Giuseppe e il matrimonio con Maria, mistero di salvezza

Delineando la genealogia di Gesù, all’inizio del primo dei quattro Vangeli, la prima espressione che Matteo usa per riferirsi a Giuseppe è «lo sposo di Maria». È da Lei che «è nato Gesù chiamato Cristo», come subito aggiunge l’evangelista nel prosieguo del medesimo versetto (cfr. Mt 1, 16). Fin da qui, dunque, è chiaro che dal matrimonio con la santa Vergine discendono i diritti paterni di san Giuseppe e il suo ruolo straordinario, preordinato dall’eternità, nel servire il mistero della Redenzione.

Nel ricordare i motivi per cui il capo della Santa Famiglia è patrono speciale della Chiesa, Leone XIII sottolineò - insieme alla paternità - proprio il matrimonio: «[…] poiché tra Giuseppe e la beatissima Vergine esistette un nodo coniugale, non c’è dubbio che a quell’altissima dignità, per cui la Madre di Dio sovrasta di gran lunga tutte le creature, egli si avvicinò quanto nessun altro mai. Infatti il matrimonio costituisce la società, il vincolo superiore ad ogni altro: per sua natura prevede la comunione dei beni dell’uno con l’altro. Pertanto se Dio ha dato alla Vergine in sposo Giuseppe, glielo ha dato pure a compagno della vita, testimone della verginità, tutore dell’onestà, ma anche perché partecipasse, mercé il patto coniugale, all’eccelsa grandezza di lei» (Quamquam Pluries, 15 agosto 1889).

Un secolo più tardi Giovanni Paolo II spiegava che Dio ha voluto incarnarsi, nella pienezza dei tempi, in una famiglia. Questa decisione divina doveva essere preceduta, nella sua concreta attuazione, dalle nozze di Maria e Giuseppe. «Nel momento culminante della storia della salvezza, quando Dio rivela il suo amore per l’umanità mediante il dono del Verbo, è proprio il matrimonio di Maria e Giuseppe che realizza in piena libertà il dono sponsale di sé nell’accogliere ed esprimere un tale amore» (Redemptoris Custos, 7).

Riguardo alla piena libertà di tale dono sponsaleva richiamato il fatto che mistici e dottori della Chiesa insegnano che entrambi i santi sposi avevano fatto voto di verginità già nella loro fanciullezza, ribadendolo poi nel matrimonio. Lo sapeva bene un noto e compianto josefologo, padre Tarcisio Stramare (1928-2020), religioso degli Oblati di San Giuseppe e tra i principali collaboratori di Giovanni Paolo II alla stesura della RC. «Il matrimonio di Maria con Giuseppe, che era destinato ad accogliere ed educare Gesù, comportava necessariamente - scrive padre Stramare - la massima espressione dell’unione coniugale, ossia il grado supremo del dono di sé. La verginità, che esprime e garantisce l’assoluta gratuità del dono, va dunque candidamente ammessa in quel matrimonio, riconoscendo che essa non solo non compromette l’essenza del matrimonio e della paternità, ma la evidenzia e la difende, secondo il duplice assioma agostiniano: “sposo tanto più vero quanto più casto” e “padre tanto più vero quanto più casto”» (La Santa Famiglia di Gesù, Shalom, 2010, p. 75).

Maria e Giuseppe, desiderando realizzare la sola volontà di Dio, si rendono docili strumenti nelle Sue mani e compiono dunque ciò che Adamo ed Eva non avevano saputo fare, cadendo per la loro disobbedienza nel peccato originale, da cui deriva il disordine della concupiscenza. Il santo matrimonio che precede l’incarnazione del Verbo è quindi una realtà talmente legata ai misteri salvifici da essere fondamentale in ogni autentica catechesi familiare. Come spiegò Paolo VI il 4 maggio 1970 nell’allocuzione al movimento Équipes Notre-Dame: «In questa grande impresa del rinnovamento di tutte le cose in Cristo, il matrimonio, anch’esso purificato e rinnovato, diviene una realtà nuova, un sacramento della nuova Alleanza. Ed ecco che alle soglie del Nuovo Testamento, come già all’inizio dell’Antico, c’è una coppia. Ma, mentre quella di Adamo ed Eva era stata sorgente del male che ha inondato il mondo, quella di Giuseppe e di Maria costituisce il vertice, dal quale la santità si espande su tutta la terra. Il Salvatore ha iniziato l’opera della salvezza con questa unione verginale e santa, nella quale si manifesta la sua onnipotente volontà di purificare e santificare la famiglia, questo santuario dell’amore e questa culla della vita».

Per quanto detto, è oggi quantomai necessario dare il giusto risalto al legame sponsale tra Maria e Giuseppe, sottolineandone la naturale reciprocità, in accordo ai Vangeli. In questo senso, padre Stramare notava per esempio che perfino nelle Litanie Lauretane manca ufficialmente un titolo che onori la Madonna quale «sposa di Giuseppe», quando questo sarebbe conveniente, a maggior ragione per rimediare alla liquidità di certa teologia contemporanea che ha tra le sue vittime proprio la scomparsa del ruolo di Giuseppe, «specchio questo dello squilibrio sociologico e culturale della famiglia moderna, dove la figura “maschile” sta scomparendo sia come “padre” sia come “sposo”» (San Giuseppe - Dignità. Privilegi. Devozioni, padre Tarcisio Stramare, Shalom, 2008).

 (Fonte: Ermes Dovico, LNBQ, 19 dicembre 2020)

Giuseppe e il matrimonio con Maria, mistero di salvezza - La Nuova Bussola Quotidiana (lanuovabq.it)

 

 

martedì 17 novembre 2020

Gene blasfemo in Duomo, ma per il vescovo è solo gossip

Sketch triviali in Duomo al convegno sul beato Focherini. Ecco cosa ha detto Gene Gnocchi a Carpi nella performance di cui parla tutt'Italia: «Cerco lavoro, sono la controfigura di Rocco Siffredi, dopo che è rimasto amputato col ciak. Per stare svegli servono le palle del toro... e del torero. Paola Ferrari? Per Brosio è la Madonna di Medjugorje». A più di un mese dall'esibizione blasfema in Cattedrale, il vescovo di Carpi, Castellucci, presente e sorridente all'evento, non ha ancora chiesto scusa ai fedeli per le allusioni sessuali pronunciate dal comico sul presbiterio mentre la diocesi derubrica l'episodio a gossip. Il dramma di una Chiesa ossessionata dallo stare al passo coi tempi che svilisce il sacro e si fa caricatura di se stessa. 

 Nella grottesca vicenda di Gene Gnocchi in cattedrale a Carpi colpisce il fatto che il solo a farne le spese sia stato il prete che ha denunciato la “performance” mentre i vertici della Chiesa locale, con in testa il vescovo, ridevano per le blasfeme battute del comico, che non facevano neanche ridere.

I fatti sono usciti in questi giorni, ma risalgono al 10 ottobre. Per celebrare i 75 anni del martirio in campo di concentramento del beato Focherini, la diocesi di Carpi aveva promosso, attraverso un comitato apposito presieduto dal vicario diocesano don Ermenegildo Manicardi, una serie di iniziative tra cui un convegno storico sulla figura del martire carpigiano.

Al termine delle relazioni storico-teologiche, per alleggerire la mattinata, sul presbiterio della Cattedrale è salito in scena il comico con uno spettacolo chiamato Pandemia. Che c’entra con il tema di Focherini? Niente, ed è anche questa una delle tante stranezze che la diocesi avrebbe dovuto spiegare e invece non ha fatto.

Comunque, i giornali hanno riferito dell'accenno di Gnocchi su Rocco Siffredi perché un sacerdote che era in diocesi fino a un anno fa, don Ermanno Caccia (ora è a Chioggia), ha scritto sul suo profilo Fb che la battuta volgare di Gnocchi sul re del porno aveva dissacrato l’evento.

L’Adnkronos ha rilanciato la notizia e la cronaca di giro ha fatto il resto. Il Resto del Carlino ha pensato bene anche di intervistare il comico che si è limitato a dire che in realtà il vescovo e tutti gli altri ridevano di gusto e che era stato chiamato proprio dal vicario, il quale al termine dell’esibizione si è anche lanciato in un peana di ringraziamento al comico.

E ha ragione, in fondo ha fatto il suo mestiere di giullare. Il grande colpevole in questa squallida storia invece è proprio la Chiesa carpigiana, rappresentata dal vicario don Manicardi e dal vescovo di Modena Erio Castellucci, che ha preso la responsabilità pastorale della Chiesa di Carpi e Mirandola dopo le dimissioni improvvise di monsignor Francesco Cavina. Anche ieri dall’ufficio stampa della diocesi ci si è limitati a derubricare la cosa come un semplice gossip.

Invece quello che viene chiamato gossip in realtà, è stata una profanazione della Cattedrale, faticosamente restaurata dopo il sisma del 2012 e visitata da Papa Francesco nel 2017, che è stata teatro della performance di Gnocchi, il quale in 15 minuti di show ha fatto almeno tre battute impronunciabili in una chiesa. 15 minuti regolarmente fatturati, ma il cui importo la diocesi non ha voluto svelare.

Ma che cosa ha detto di preciso il comico? I giornali non lo hanno detto, anche perché il video dello “show” non  è mai stato pubblicato sul sito diocesano.

La Bussola oggi è in grado di ricostruire le parole del suo intervento e i passaggi più sconci, scoprendo, tra l’altro, che le battute irriverenti, del luogo e del contesto, erano almeno tre.

La prima è quella incriminata: Gene Gnocchi ad un certo punto si chiede: “Perchè mi trovo qui?”. Fa un monologo sul lavoro e sugli annunci di lavoro e poi informa il pubblico: “Non so se sapete che io sono la controfigura ufficiale di Rocco Siffredi”. Risate del pubblico. Poi prosegue: “Sì, perché una volta Siffredi è andato troppo vicino al ciack e… (lascia intendere che il ciack gli ha mozzato gli attributi ndr.) così hanno chiamato me”. Risate del pubblico, il vescovo Castellucci, probabilmente ignaro di quanto sarebbe stato elevato il valore spirituale della performance, si limita a ridere a denti stretti.

Ma non è niente di originale: si tratta di una battuta di un vecchio schetch del comico sul cercare lavoro disperatamente, scritto molto prima della pandemia, comunque. (Eccolo al minuto 3)

Prima però, Gnocchi, per aiutare il pubblico a rimanere sveglio al convegno, aveva apparecchiato il tavolo dei relatori, in presbiterio, dove ogni giorno si celebra la Messa, con acqua, bottiglie di lambrusco, un panino al prosciutto, una polvere che chiama “coca” e una Redbull. E così è partito: “Sapete come si fa la Redbull in casa?”. Il pubblico attende. “Ve lo dico io: prendete le palle del toro (la bevanda energizzante ha come simbolo proprio un toro ndr) e se non le avete, prendete le palle del torero”. Il pubblico ride, qualcuno si rende conto che l’intervento da osteria è irriverente del luogo, il vescovo Castellucci continua a fare buon viso a cattivo gioco. Ma anche questo è uno schetch già visto, per lo meno su youtube dove non sembra aver riscosso particolare successo. 

Infine, la performance, ormai un supplizio perché non c’è niente di più triste di un comico che non fa ridere, figurarsi se si esibisce in una chiesa, vira sull’avanspettacolo con battute che neanche al Bagaglino avrebbero partorito: “Quando lavoravo alla Domenica Sportiva, per illuminare Paola Ferrari (la conduttrice ndr.) lo studio rimaneva al buio, una volta entrò Paolo Brosio e urlò: Oddio, la Madonna di Medjugorie!”.

Nei giorni seguenti, la Diocesi ha diffuso tutti gli interventi tranne quello di Gene Gnocchi, evidentemente subodorando eventuali reazioni contrariate dei fedeli. Ma la voce dell'esibizione triviale di Gnocchi ha iniziato a circolare lo stesso sotto il portico di Piazza Martiri e volando veloce di bocca in bocca, è volata come una freccia scoccata dall'arco anche da don Caccia, come a tanti altri preti della diocesi. E qui il prete, che è stato l’ex direttore del settimanale diocesano prima che una polemica politica (un apprezzamento al leader leghista Salvini) lo azzoppasse, ha fatto il suo j’accuse.

Ieri mattina la Bussola ha cercato gli uffici della diocesi per un chiarimento. Ma nessuno è voluto intervenire, limitandosi a derubricare l’episodio a gossip e stupendosi del fatto che un giornale come il nostro potesse occuparsi di una notizia del genere.

Forse perché, a differenza di altri, abbiamo capito la notizia: in quei pochi minuti sono state commesse diverse profanazioni di cui qualcuno, magari lo stesso vescovo, dovrebbe chiedere scusa: al beato martire Focherini, il cui ricordo è stato lordato da uno spettacolo di bassissima qualità artistica, avulso dal contesto e già visto, e alla Cattedrale di Carpi, che dopo la ferita del sisma è assurta agli onori della cronaca non per esigenze di culto, ma per l’egocentrismo di un comico in crisi di ascolti e di una Chiesa in crisi di idee.

Una Chiesa che è ormai ossessionata dallo stare al passo coi tempi, in spasmodica ansia di parlare il linguaggio del mondo, ma che si trova fuori tempo massimo ad abbracciare anche le storture di quel mondo del quale non si accorge di andare al guinzaglio, specchiandosi nella caricatura di se stessa e svilendo quel sacro di cui dovrebbe essere custode. 

Il sesso: da tabù a pornografia. Qualcosa di cui finalmente si può ridere. C'è qualcosa che esprime un disagio e un'incompiutezza di fondo. Sorridere si può, ma senza dissacrare e senza prendere in giro i fedeli con i quali si è fatto finta di nulla quando ci si è accorti che lo spettacolo aveva travalicato i confini della decenza. Sconcertante che i primi a non rendersene conto siano proprio alcuni pastori.

 

(Fonte: Andrea Zambrano, LNBQ, 17 novembre 2020)

https://lanuovabq.it/it/gene-blasfemo-in-duomo-ma-per-il-vescovo-e-solo-gossip