venerdì 20 marzo 2015

Il passo doppio del papa argentino

Perfettamente aderente alla tradizione quando parla di aborto, divorzio, omosessualità. Ma anche aperto a cambiamenti nella dottrina e nella prassi. Un'antologia che accresce il mistero

Tra le molte cose che papa Francesco dice ve ne sono alcune che non guadagnano quasi mai le prime pagine dei giornali. E se talvolta ci riescono vengono subito spazzate via da altri titoli di segno opposto e vincente.
È ciò che accade ogni volta in cui egli parla da "figlio della Chiesa" – come ama definirsi – e da fedele testimone della tradizione su questioni tipo la contraccezione, l'aborto, il divorzio, il matrimonio omosessuale, l'ideologia del "gender", l'eutanasia.
Su tali questioni papa Francesco non tace affatto. E quando ne parla, molto più spesso di quanto si creda, non si distacca di un millimetro da quanto dissero prima di lui Paolo VI, Giovanni Paolo II o Benedetto XVI.
Eppure, nell'opinione dominante, sia laica che cattolica, questo papa passa per colui che innova, che cambia i paradigmi, che rompe con i dogmi del passato, anche e soprattutto sulle questioni di vita e di morte che furono la croce dei suoi predecessori.
Più sotto è riportata in ordine cronologico un'antologia degli interventi di papa Jorge Mario Bergoglio sulle questioni sopra indicate, dalla fine del sinodo dello scorso ottobre a oggi.
Sono ventuno interventi in meno di cinque mesi. Alcuni molto polemici con lo "spirito del tempo". Tutti perfettamente in linea con la dottrina tradizionale della Chiesa. L'ultimo getta molta acqua sul fuoco anche riguardo alle aspettative di cambiamento in campo matrimoniale, aspettative definite da papa Francesco "desmesuradas", smisurate.
La novità di questo pontificato è che accanto a queste riaffermazioni della dottrina di sempre esso dà libero corso a dottrine e pratiche pastorali di segno diverso e talora opposto.
Un'altra novità non meno importante è che questa discordia di voci è prodotta dall'interno stesso della gerarchia cattolica e persino da altre parole dello stesso papa assunte ad emblema del cambiamento, a partire da quel "Chi sono io per giudicare?" che è ormai diventato universalmente il marchio identificativo di questo pontificato.
Avviene così che un cardinale del peso di Reinhard Marx dica tranquillamente in una recente conferenza stampa, a nome della Chiesa tedesca e a proposito della comunione ai divorziati risposati:
"Noi non siamo una filiale di Roma. Ogni conferenza episcopale è responsabile per la pastorale all'interno della propria sfera. Non possiamo aspettare fino a quando un sinodo ci dirà come dobbiamo comportarci qui sul matrimonio e la pastorale familiare".
Avviene che un arcivescovo come l'italiano Giuseppe Casale arrivi ad ammettere l'aborto, come ha fatto in un'intervista a "Il Regno" sulla riforma della Chiesa "nella linea di papa Francesco":
"Per l'inizio della vita dobbiamo approfondire quando c'è vita umana, la persona, senza attestarci su posizioni preconcette, perché la scienza potrebbe aprirci prospettive nuove".
Avviene che il mutamento di paradigma nel giudizio della Chiesa sull'omosessualità sia già di fatto largamente acquisito e volto in positivo, visto il numero senza precedenti di ecclesiastici omosessuali che occupano in curia posti di rilievo e a contatto ravvicinato col papa.
Anche per questo fanno tanta impressione gli interventi di Francesco riprodotti qui di seguito, tutti così "tradizionali".
È qui l'enigma di questo pontificato. Descritto così da padre Federico Lombardi sulla rivista dei gesuiti "Popoli":
"Quello di Francesco non è un disegno organico alternativo, è piuttosto un mettere in moto una realtà complessa come la Chiesa. È una Chiesa in cammino. Lui non impone la sua visione e il suo modo di agire. Chiede e ascolta i diversi pareri. Non sa dove si andrà: si affida allo Spirito Santo".
 
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PAPA FRANCESCO SU ABORTO, DIVORZIO, CONTRACCEZIONE, EUTANASIA, OMOSESSUALITÀ.
Tutti i suoi interventi dopo il sinodo dello scorso ottobre
 
1. Dalla risposta a una domanda durante l'incontro con il movimento apostolico Schoenstatt, 25 ottobre 2014:
Penso che la famiglia cristiana, la famiglia, il matrimonio, non siano mai stati tanto attaccati come in questo momento. Attaccati direttamente o attaccati di fatto. Può essere che mi sbagli, gli studiosi della Chiesa ce lo potranno dire. Ma che la famiglia sia colpita, e che la famiglia venga imbastardita… Si può chiamare famiglia tutto? No. Quante famiglie sono ferite, quanti matrimoni rotti, quanto relativismo nella concezione del sacramento del matrimonio! In questo momento, da un punto di vista sociologico e dal punto di vista dei valori umani, come del sacramento cattolico, del sacramento cristiano, c’è una crisi della famiglia, crisi perché la bastonano da tutte le parti e la lasciano molto ferita!
 
2. Dal discorso all’associazione dei medici cattolici Italiani, 15 novembre 2014:
Il pensiero dominante propone a volte una "falsa compassione": quella che ritiene sia un aiuto alla donna favorire l’aborto, un atto di dignità procurare l’eutanasia, una conquista scientifica "produrre" un figlio considerato come un diritto invece di accoglierlo come dono; o usare vite umane come cavie di laboratorio per salvarne presumibilmente altre. […] La fedeltà al Vangelo della vita e al rispetto di essa come dono di Dio, a volte richiede scelte coraggiose e controcorrente che, in particolari circostanze, possono giungere all’obiezione di coscienza. E a tante conseguenze sociali che tale fedeltà comporta. Noi stiamo vivendo un tempo di sperimentazioni con la vita, ma uno sperimentare male. Fare figli invece di accoglierli come dono. Giocare con la vita.
Siate attenti, perché questo è un peccato contro il Creatore: contro Dio Creatore, che ha creato le cose così. Tante volte nella mia vita di sacerdote ho sentito obiezioni. "Ma, dimmi, perché la Chiesa si oppone all’aborto? È un problema religioso?" – "No, no, non è un problema religioso". – "È un problema filosofico?" – "No, non è un problema filosofico. È un problema scientifico, perché lì c’è una vita umana e non è lecito fare fuori una vita umana per risolvere un problema". – "Ma no, il pensiero moderno…" – "Ma senti, nel pensiero antico e nel pensiero moderno, la parola uccidere significa lo stesso!".
Lo stesso vale per l’eutanasia. Tutti sappiamo che con tanti anziani, in questa cultura dello scarto, si fa questa eutanasia nascosta. Ma, anche c’è l’altra. E questo è dire a Dio: "No, la fine della vita la faccio io, come io voglio". Peccato contro Dio Creatore. Pensate bene a questo.
 
3. Dal discorso al colloquio internazionale sulla complementarietà tra uomo e donna promosso dalla congregazione per la dottrina della fede, 17 novembre 2014:
Occorre insistere sui pilastri fondamentali che reggono una nazione: i suoi beni immateriali. La famiglia rimane al fondamento della convivenza e la garanzia contro lo sfaldamento sociale. I bambini hanno il diritto di crescere in una famiglia, con un papà e una mamma, capaci di creare un ambiente idoneo al loro sviluppo e alla loro maturazione affettiva. Per questa ragione, nell’esortazione apostolica "Evangelii gaudium", ho posto l’accento sul contributo "indispensabile" del matrimonio alla società, contributo che "supera il livello dell’emotività e delle necessità contingenti della coppia". […]
In questi giorni, mentre rifletterete sulla complementarietà tra uomo e donna, vi esorto a dare risalto a un’altra verità riguardante il matrimonio: che cioè l’impegno definitivo nei confronti della solidarietà, della fedeltà e dell’amore fecondo risponde ai desideri più profondi del cuore umano. Pensiamo soprattutto ai giovani che rappresentano il futuro: è importante che essi non si lascino coinvolgere dalla mentalità dannosa del provvisorio e siano rivoluzionari per il coraggio di cercare un amore forte e duraturo, cioè di andare controcorrente: si deve fare questo.
Su questo vorrei dire una cosa: non dobbiamo cadere nella trappola di essere qualificati con concetti ideologici. La famiglia è un fatto antropologico, e conseguentemente un fatto sociale, di cultura, ecc. Noi non possiamo qualificarla con concetti di natura ideologica, che hanno forza soltanto in un momento della storia, e poi decadono. Non si può parlare oggi di famiglia conservatrice o famiglia progressista: la famiglia è famiglia! Non lasciatevi qualificare da questo o da altri concetti di natura ideologica. La famiglia ha una forza in sé.
> Testo integrale
 
4. Dal discorso al parlamento europeo di Strasburgo, 25 novembre 2014:
Da più parti si ricava un’impressione generale di stanchezza e di invecchiamento, di un’Europa nonna e non più fertile e vivace. […] Si constata con rammarico un prevalere delle questioni tecniche ed economiche al centro del dibattito politico, a scapito di un autentico orientamento antropologico. L’essere umano rischia di essere ridotto a semplice ingranaggio di un meccanismo che lo tratta alla stregua di un bene di consumo da utilizzare, così che – lo notiamo purtroppo spesso – quando la vita non è funzionale a tale meccanismo viene scartata senza troppe remore, come nel caso dei malati, dei malati terminali, degli anziani abbandonati e senza cura, o dei bambini uccisi prima di nascere.
È il grande equivoco che avviene quando prevale l’assolutizzazione della tecnica, che finisce per realizzare una confusione fra fini e mezzi. Risultato inevitabile della cultura dello scarto e del consumismo esasperato. Al contrario, affermare la dignità della persona significa riconoscere la preziosità della vita umana, che ci è donata gratuitamente e non può perciò essere oggetto di scambio o di smercio.
 
5. Dal messaggio ai partecipanti al Festival della famiglia di Riva del Garda, 5 dicembre 2014:
Il preoccupante andamento demografico richiede, da parte di tutti i soggetti interessati, una straordinaria e coraggiosa strategia in favore delle famiglie. Da qui può iniziare anche un rilancio economico per il Paese.
 
6. Dal messaggio "urbi et orbi" nella solennità del Natale, 25 dicembre 2014:
Il mio pensiero va a tutti i bambini oggi uccisi e maltrattati, sia a quelli che lo sono prima di vedere la luce, privati dell’amore generoso dei loro genitori e seppelliti nell’egoismo di una cultura che non ama la vita; sia a quei bambini sfollati a motivo delle guerre e delle persecuzioni, abusati e sfruttati sotto i nostri occhi e il nostro silenzio complice; e ai bambini massacrati sotto i bombardamenti, anche là dove il figlio di Dio è nato. Ancora oggi il loro silenzio impotente grida sotto la spada di tanti Erode. Sopra il loro sangue campeggia oggi l’ombra degli attuali Erode. Davvero tante lacrime ci sono in questo Natale insieme alle lacrime di Gesù Bambino!
 
7. Dal discorso all'associazione italiana delle famiglie numerose, 28 dicembre 2014:
Cari genitori, vi sono grato per l’esempio di amore alla vita, che voi custodite dal concepimento alla fine naturale, pur con tutte le difficoltà e i pesi della vita, e che purtroppo le pubbliche istituzioni non sempre vi aiutano a portare. Giustamente voi ricordate che la costituzione Italiana, all’articolo 31, chiede un particolare riguardo per le famiglie numerose; ma questo non trova adeguato riscontro nei fatti. Resta nelle parole. Auspico quindi, anche pensando alla bassa natalità che da tempo si registra in Italia, una maggiore attenzione della politica e degli amministratori pubblici, ad ogni livello, al fine di dare il sostegno previsto a queste famiglie. Ogni famiglia è cellula della società, ma la famiglia numerosa è una cellula più ricca, più vitale, e lo Stato ha tutto l’interesse a investire su di essa!
 
8. Dal messaggio per la XXIII giornata mondiale del malato, reso pubblico il 30 dicembre 2014:
Chiediamo con viva fede allo Spirito Santo che ci doni la grazia di comprendere il valore dell’accompagnamento, tante volte silenzioso, che ci porta a dedicare tempo a queste sorelle e a questi fratelli, i quali, grazie alla nostra vicinanza e al nostro affetto, si sentono più amati e confortati. Quale grande menzogna invece si nasconde dietro certe espressioni che insistono tanto sulla "qualità della vita", per indurre a credere che le vite gravemente affette da malattia non sarebbero degne di essere vissute!
 
9. Dal discorso ai membri del corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 12 gennaio 2015:
La famiglia stessa è non di rado fatta oggetto di scarto, a causa di una sempre più diffusa cultura individualista ed egoista che rescinde i legami e tende a favorire il drammatico fenomeno della denatalità, nonché di legislazioni che privilegiano diverse forme di convivenza piuttosto che sostenere adeguatamente la famiglia per il bene di tutta la società.
 
10. Dal discorso alle autorità e al corpo diplomatico nel palazzo presidenziale di Manila, 16 gennaio 2015:
Le famiglie hanno un’indispensabile missione nella società. È nella famiglia che i bambini vengono cresciuti nei valori sani, negli alti ideali e nella sincera attenzione agli altri. Ma come tutti i doni di Dio, la famiglia può anche essere sfigurata e distrutta. Essa ha bisogno del nostro appoggio. Sappiamo quanto sia difficile oggi per le nostre democrazie preservare e difendere tali valori umani fondamentali, come il rispetto per l’inviolabile dignità di ogni persona umana, il rispetto dei diritti di libertà di coscienza e di religione, il rispetto per l’inalienabile diritto alla vita, a partire da quella dei bimbi non ancora nati fino quella degli anziani e dei malati. Per questa ragione, famiglie e comunità locali devono essere incoraggiate e assistite nei loro sforzi di trasmettere ai nostri giovani i valori e la visione capaci di aiutare a promuovere una cultura di onestà – tale da onorare bontà, sincerità, fedeltà e solidarietà, come solide basi e collante morale che mantenga unita la società.
 
11. Dal discorso alle famiglie nel “Mall of Asia Arena” di Manila, 16 gennaio 2015:
Stiamo attenti alle nuove colonizzazioni ideologiche che cercano di distruggere la famiglia. Non nascono dal sogno, dalla preghiera, dall’incontro con Dio, dalla missione che Dio ci dà, vengono da fuori e per questo dico che sono colonizzazioni. […] Così come i nostri popoli, in un momento della loro storia, arrivarono alla maturità di dire "no" a qualsiasi colonizzazione politica, come famiglie dobbiamo essere molto molto sagaci, molto abili, molto forti, per dire "no" a qualsiasi tentativo di colonizzazione ideologica della famiglia, e chiedere a san Giuseppe, che è amico dell’Angelo, che ci mandi l’ispirazione di sapere quando possiamo dire "sì" e quando dobbiamo dire "no".
I pesi che gravano sulla vita della famiglia oggi sono molti. […] Mentre fin troppe persone vivono in estrema povertà, altri vengono catturati dal materialismo e da stili di vita che annullano la vita familiare e le più fondamentali esigenze della morale cristiana. Queste sono le colonizzazioni ideologiche. La famiglia è anche minacciata dai crescenti tentativi da parte di alcuni per ridefinire la stessa istituzione del matrimonio mediante il relativismo, la cultura dell’effimero, una mancanza di apertura alla vita.
Penso al Beato Paolo VI. In un momento in cui si poneva il problema della crescita demografica, ebbe il coraggio di difendere l’apertura alla vita nella famiglia. Lui conosceva le difficoltà che c’erano in ogni famiglia, per questo nella sua enciclica "Humanae vitae" era molto misericordioso verso i casi particolari, e chiese ai confessori che fossero molto misericordiosi e comprensivi con i casi particolari. Però lui guardò anche oltre: guardò i popoli della terra, e vide questa minaccia della distruzione della famiglia per la mancanza dei figli. Paolo VI era coraggioso, era un buon pastore e mise in guardia le sue pecore dai lupi in arrivo. Che dal cielo ci benedica. […]
Ogni minaccia alla famiglia è una minaccia alla società stessa. Il futuro dell’umanità, come ha detto spesso san Giovanni Paolo II, passa attraverso la famiglia. Dunque, custodite le vostre famiglie! Proteggete le vostre famiglie! Vedete in esse il più grande tesoro della vostra nazione e nutritele sempre con la preghiera e la grazia dei sacramenti. Le famiglie avranno sempre le loro prove, non hanno bisogno che gliene aggiungiate altre! Invece, siate esempi di amore, perdono e attenzione. Siate santuari di rispetto per la vita, proclamando la sacralità di ogni vita umana dal concepimento fino alla morte naturale. Che grande dono sarebbe per la società se ogni famiglia cristiana vivesse pienamente la sua nobile vocazione!
 
12. Dall'omelia della messa nel Rizal Park di Manila, 18 gennaio 2015:
Quando il Cristo Bambino venne in questo mondo, la sua stessa vita si trovò minacciata da un re corrotto. Gesù stesso si trovò nella necessità di venire protetto. Egli ha avuto un protettore sulla terra: san Giuseppe. Ha avuto una famiglia qui sulla terra: la santa famiglia di Nazaret. In tal modo egli ci ricorda l’importanza di proteggere le nostre famiglie e quella più grande famiglia che è la Chiesa, la famiglia di Dio, e il mondo, la nostra famiglia umana. Oggi purtroppo la famiglia ha bisogno di essere protetta da attacchi insidiosi e da programmi contrari a tutto quanto noi riteniamo vero e sacro, a tutto ciò che nella nostra cultura è più nobile e bello.
 
13. Dalla conferenza stampa sul volo di ritorno dalle Filippine a Roma, 19 gennaio 2015:
D. – Nell’incontro che ha avuto con le famiglie ha parlato della "colonizzazione ideologica". Ci potrebbe spiegare un po’ meglio il concetto? Poi si è riferito a papa Paolo VI, parlando dei casi particolari che sono importanti nella pastorale delle famiglie. Ci può fare alcuni esempi e magari dire anche se c’è bisogno di aprire le strade, di allargare il corridoio di questi casi particolari?
R. – La colonizzazione ideologica: dirò soltanto un esempio, che ho visto io. Vent’anni fa, nel 1995, una ministro dell’istruzione pubblica aveva chiesto un grosso prestito per la costruzione di scuole per i poveri. Le hanno dato il prestito a condizione che nelle scuole ci fosse un libro per i bambini di un certo grado di scuola. Era un libro di scuola, un libro preparato bene didatticamente, dove si insegnava la teoria del "gender". Questa donna aveva bisogno dei soldi del prestito, ma quella era la condizione. Furba, ha detto di sì e ha fatto fare anche un altro libro e li ha dati tutti e due, e così è riuscita… Questa è la colonizzazione ideologica: entrano in un popolo con un’idea che non ha niente a che fare col popolo; […] e colonizzano il popolo con un’idea che cambia o vuol cambiare una mentalità o una struttura. Durante il sinodo i vescovi africani si lamentavano di questo, che è lo stesso che per certi prestiti si impongano certe condizioni. […] Ma non è una novità questa. Lo stesso hanno fatto le dittature del secolo scorso. Sono entrate con la loro dottrina. Pensate ai Balilla, pensate alla Gioventù Hitleriana... Hanno colonizzato il popolo, volevano farlo. Ma quanta sofferenza! I popoli non devono perdere la libertà. Il popolo ha la sua cultura, la sua storia. […] Queste sono le colonizzazioni ideologiche. C’è un libro […] scritto nel 1907 a Londra. […] Si chiama "Lord of the World". L’autore è Benson, vi consiglio di leggerlo. Leggendolo capirete bene quello che voglio dire con colonizzazione ideologica. Questa è la prima domanda.
La seconda: che volevo dire di Paolo VI? È certo che l’apertura alla vita è condizione del sacramento del matrimonio. Un uomo non può dare il sacramento alla donna e la donna darlo all’uomo se non sono d’accordo su questo punto, di essere aperti alla vita. A tal punto che, se si può provare che questo o questa si è sposato con l’intenzione di non essere aperto alla vita, quel matrimonio è nullo. […] Paolo VI ha studiato questo con una commissione, come fare per aiutare tanti casi, tanti problemi, problemi importanti che fanno l’amore della famiglia. Problemi di tutti i giorni. Tanti, tanti… Ma c’era qualcosa di più. Il rifiuto di Paolo VI non era rivolto ai problemi personali, sui quali dirà poi ai confessori di essere misericordiosi e capire le situazioni e perdonare o essere misericordiosi, comprensivi. Lui guardava al neo-malthusianismo universale che era in corso. E come si riconosce questo neo-malthusianismo? È il meno dell’1 per cento di natalità in Italia, lo stesso in Spagna. Quel neo-malthusianismo che cercava un controllo dell’umanità da parte delle potenze. Questo non significa che il cristiano deve fare figli in serie. Io ho rimproverato alcuni mesi fa una donna in una parrocchia perché era incinta dell’ottavo dopo sette cesarei. "Ma lei vuole lasciare sette orfani?". Questo è tentare Dio. Si parla di paternità responsabile. Quella è la strada: la paternità responsabile. Ma quello che io volevo dire era che Paolo VI non ha avuto una visione arretrata, chiusa. No, è stato un profeta, che con questo ci ha detto: guardatevi dal neo-malthusianismo che è in arrivo. Questo volevo dire. […]
D. – La maggioranza dei filippini pensa che la crescita enorme della popolazione è una delle ragioni più importanti della povertà enorme del paese, e nella media una donna nelle filippine partorisce più di tre bambini nella sua vita, e la posizione cattolica nei riguardi della contraccezione sembra essere una delle poche questioni su cui un grande numero della gente nelle Filippine non sia d’accordo con la Chiesa. Che cosa ne pensa?
R. – Io credo che il numero di tre per famiglia, che lei menziona, secondo quello che dicono i tecnici, è importante per mantenere la popolazione. Tre per coppia. Quando si scende sotto questo livello, accade l’altro estremo, come ad esempio in Italia, dove ho sentito – non so se è vero – che nel 2024 non ci saranno i soldi per pagare i pensionati. Il calo della popolazione. Per questo la parola-chiave per rispondere è quella che usa la Chiesa sempre, anch’io: è “paternità responsabile”. Come si fa questo? Col dialogo. Ogni persona, col suo pastore, deve cercare come fare questa paternità responsabile. Quell’esempio che ho menzionato poco fa, di quella donna che aspettava l’ottavo e ne aveva sette nati col cesareo: questa è una irresponsabilità. “No, io confido in Dio”. “Ma guarda, Dio ti dà i mezzi, sii responsabile”. Alcuni credono che – scusatemi la parola – per essere buoni cattolici dobbiamo essere come conigli. No. Paternità responsabile. Questo è chiaro e per questo nella Chiesa ci sono i gruppi matrimoniali, ci sono gli esperti in questo, ci sono i pastori, e si cerca. E io conosco tante e tante soluzioni lecite che hanno aiutato per questo. Ma ha fatto bene a dirmelo. È anche curiosa un’altra cosa, che non ha niente a che vedere ma che è in relazione con questo. Per la gente più povera un figlio è un tesoro. È vero, si dev’essere anche qui prudenti. Ma per loro un figlio è un tesoro. Dio sa come aiutarli. Forse alcuni non sono prudenti in questo, è vero. Paternità responsabile. Ma bisogna guardare anche la generosità di quel papà e di quella mamma che vedono in ogni figlio un tesoro.
 
14. Dall'udienza generale di mercoledì 21 gennaio 2015:
Le famiglie sane sono essenziali alla vita della società. Dà consolazione e speranza vedere tante famiglie numerose che accolgono i figli come un vero dono di Dio. Loro sanno che ogni figlio è una benedizione. Ho sentito dire da alcuni che le famiglie con molti figli e la nascita di tanti bambini sono tra le cause della povertà. Mi pare un’opinione semplicistica. Posso dire, possiamo dire tutti, che la causa principale della povertà è un sistema economico che ha tolto la persona dal centro e vi ha posto il dio denaro; un sistema economico che esclude, esclude sempre: esclude i bambini, gli anziani, i giovani, i senza lavoro, e che crea la cultura dello scarto che viviamo. Ci siamo abituati a vedere persone scartate. Questo è il motivo principale della povertà, non le famiglie numerose. […] Occorre anche difendere la famiglia dalle nuove colonizzazioni ideologiche, che attentano alla sua identità e alla sua missione.
 
15. Tweet alla marcia pro-life di Washington del 22 gennaio 2015:
Ogni vita è un dono.
 
16. Dal discorso ai vescovi della Lituania in visita "ad limina", 2 febbraio 2015:
In questo periodo tutta la Chiesa è impegnata in un cammino di riflessione sulla famiglia, sulla sua bellezza, sul suo valore, e sulle sfide che è chiamata ad affrontare nel nostro tempo. Incoraggio anche voi, come pastori, a dare il vostro contributo in questa grande opera di discernimento, e soprattutto a curare la pastorale familiare, così che i coniugi sentano la vicinanza della comunità cristiana e siano aiutati a "non conformarsi alla mentalità di questo mondo ma a rinnovarsi continuamente nello spirito del Vangelo" (cfr. Romani 12, 2). Infatti, anche il vostro paese, che ormai è entrato a pieno titolo nell’Unione Europea, è esposto all’influsso di ideologie che vorrebbero introdurre elementi di destabilizzazione delle famiglie, frutto di un mal compreso senso della libertà personale. Le secolari tradizioni lituane al riguardo vi aiuteranno a rispondere, secondo la ragione e secondo la fede, a tali sfide.
 
17. Dal discorso al simposio delle conferenze episcopali di Africa e Madagascar, 7 febbraio 2015:
In Africa il futuro è nelle mani dei giovani, ed essi oggi sono chiamati a difendersi da nuove e spregiudicate forme di colonizzazione quali il successo, la ricchezza, il potere a tutti i costi, ma anche il fondamentalismo e l’uso distorto della religione, e ideologie nuove che distruggono l’identità delle persone e delle famiglie.
 
18. Dall'udienza generale di mercoledì 11 febbraio 2015:
Una società avara di generazione, che non ama circondarsi di figli, che li considera soprattutto una preoccupazione, un peso, un rischio, è una società depressa. Pensiamo a tante società che conosciamo qui in Europa: sono società depresse, perché non vogliono i figli, non hanno i figli, il livello di nascita non arriva all’uno percento. Perché? Ognuno di noi pensi e risponda. Se una famiglia generosa di figli viene guardata come se fosse un peso, c’è qualcosa che non va! La generazione dei figli dev’essere responsabile, come insegna anche l’enciclica "Humanae vitae" del beato papa Paolo VI, ma avere più figli non può diventare automaticamente una scelta irresponsabile. Non avere figli è una scelta egoistica. La vita ringiovanisce e acquista energie moltiplicandosi: si arricchisce, non si impoverisce!
 
19. Dall'udienza generale di mercoledì 4 marzo 2015:
In Occidente, gli studiosi presentano il secolo attuale come il secolo dell’invecchiamento: i figli diminuiscono, i vecchi aumentano. Questo sbilanciamento ci interpella, anzi, è una grande sfida per la società contemporanea. Eppure una cultura del profitto insiste nel far apparire i vecchi come un peso, una "zavorra". Non solo non producono, pensa questa cultura, ma sono un onere: insomma, qual è il risultato di pensare così? Vanno scartati. È brutto vedere gli anziani scartati, è una cosa brutta, è peccato! Non si osa dirlo apertamente, ma lo si fa! C’è qualcosa di vile in questa assuefazione alla cultura dello scarto. Ma noi siamo abituati a scartare gente. […] Fragili siamo un po’ tutti, i vecchi. Alcuni, però, sono particolarmente deboli, molti sono soli, e segnati dalla malattia. Alcuni dipendono da cure indispensabili e dall’attenzione degli altri. Faremo per questo un passo indietro? Li abbandoneremo al loro destino? Una società senza prossimità, dove la gratuità e l’affetto senza contropartita – anche fra estranei – vanno scomparendo, è una società perversa. La Chiesa, fedele alla Parola di Dio, non può tollerare queste degenerazioni.
 
20. Dal discorso alla pontificia accademia per la vita, 5 marzo 2015:
"Onorare" oggi potrebbe essere tradotto pure come il dovere di avere estremo rispetto e prendersi cura di chi, per la sua condizione fisica o sociale, potrebbe essere lasciato morire o "fatto morire". Tutta la medicina ha un ruolo speciale all’interno della società come testimone dell’onore che si deve alla persona anziana e ad ogni essere umano. Evidenza ed efficienza non possono essere gli unici criteri a governare l’agire dei medici, né lo sono le regole dei sistemi sanitari e il profitto economico. Uno Stato non può pensare di guadagnare con la medicina. Al contrario, non vi è dovere più importante per una società di quello di custodire la persona umana.
 
21. Dall'intervista a Valentina Alazraki per l’emittente messicana Televisa, realizzata il 6 marzo 2015, trasmessa la sera del 12, tradotta e pubblicata su "L’Osservatore Romano" datato 14 marzo:
D. – Cosa aspetta dal sinodo? Crede che si siano create troppe aspettative tra le coppie che soffrono, tra i divorziati risposati, tra gli omosessuali, più in là rispetto a dove lei pensa di arrivare? I divorziati risposati potranno fare la comunione? E come sarà grande l’accettazione del mondo degli omosessuali?
R. – Credo che ci sono aspettative smisurate. […] La famiglia è in crisi. Come integrare nella vita della Chiesa le famiglie "replay"? Cioè quelle di seconda unione che a volte risultano fenomenali, mentre le prime un insuccesso. Come reintegrarle? Che vadano in chiesa. Allora semplificano e dicono: "Ah, daranno la comunione ai divorziati". Con questo non si risolve nulla. Quello che la Chiesa vuole è che tu ti integri nella vita della Chiesa. Però ci sono alcuni che dicono: "No, io voglio fare la comunione e basta". Una coccarda, una onorificenza. No. Ti devi reintegrare. Ci sono sette cose che, secondo il diritto attuale, le persone in seconde unioni non possono fare. Non me le ricordo tutte, però una è essere padrino di battesimo. Perché? E che testimonianza potrà dare al figlioccio? Quella di dire: "Guarda caro, nella mia vita mi sono sbagliato. Ora sono in questa situazione. Sono cattolico. I principi sono questi. Io faccio questo e ti accompagno". Una vera testimonianza. […] Se credono, anche se vivono in una situazione definita irregolare e la riconoscono e l’accettano e sanno quello che la Chiesa pensa di questa condizione, non è un impedimento. Quando parliamo di integrare intendiamo tutto questo. E dopo di accompagnare i processi interiori. […] Inoltre, abbiamo un problema molto serio che è quello della colonizzazione ideologica sulla famiglia. Per questo ne ho parlato nelle Filippine perché è un problema molto serio. Gli africani si lamentano molto di questo. E anche in America latina. E a me è successo una volta. Sono stato testimone di un caso di questo tipo con una ministro dell’educazione riguardo l’insegnamento della teoria del “gender” che è una cosa che sta atomizzando la famiglia. Questa colonizzazione ideologica distrugge la famiglia. Per questo credo che dal sinodo usciranno cose molto chiare, molto rapide, che aiuteranno in questa crisi familiare che è totale.
 
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A proposito della generale rimozione del magistero pro-life di papa Francesco, si può notare che il parlamento europeo di Strasburgo, lo stesso che il 25 novembre 2014 aveva salutato con applausi scroscianti il discorso del papa (vedi sopra) in difesa della vita umana e contro la "cultura dello scarto" che fa strage di "bambini uccisi prima di nascere", ha approvato a larghissima maggioranza e con il voto favorevole di non pochi cattolici, il 10 e il 12 marzo di quest'anno, due risoluzioni a sostegno del "diritto" all'aborto, oltre che del riconoscimento del matrimonio e delle unioni tra persone dello stesso sesso.
Per i dettagli delle due votazioni:
 
(Fonte: Sandro Magister, www.chiesa, 17 marzo 2015
 

sabato 14 marzo 2015

Berlusconi sfugge ai giudici ma non alla CEI

Vediamo un po’: cosa incombe sull’Italia per i prossimi mesi? Le unioni civili, segnatamente per coppie dello stesso sesso, sono già alla porta e giovedì hanno ricevuto un’ulteriore spinta dal Parlamento Europeo. Anche le adozioni da parte dei gay sono all’orizzonte, grazie a degli artifici giuridici. Il ddl Scalfarotto sull’omofobia è sempre lì, e potrebbe avere un’accelerazione in qualsiasi momento mettendo fuorilegge chiunque voglia sostenere che – legge o non legge – esiste una sola famiglia, quella naturale fondata sul matrimonio tra uomo e donna.
Sulla maternità, dopo che la Corte Costituzionale ha cervelloticamente dato il via alla fecondazione eterologa e stabilito il «diritto al figlio», ogni cosa ormai diventa possibile, compreso l’utero in affitto; le spinte in tal senso sono già forti. A fare da contorno a questo menù c’è poi la questione del divorzio breve, anzi immediato, di cui si sta discutendo in questi giorni; il problema dell’educazione sessuale che sta introducendo l’ideologia del gender nelle scuole, sin da quelle dell’infanzia; la martellante campagna per l’eutanasia. Il tutto poi si presenta in un contesto in cui gli spazi di libertà, soprattutto per i cattolici, si restringono giorno dopo giorno e arrivano a colpire anche l’obiezione di coscienza di quei medici che non vogliono partecipare alla strage degli innocenti. 
Ebbene, in tutto questo scopriamo che per il direttore del quotidiano dei vescovi italiani e per il segretario della CEI, mons. Nunzio Galantino, è invece prioritario sottolineare che una assoluzione in tribunale non coincide con una patente di moralità. Ovviamente Avvenire e Galantino si riferivano alla sentenza della Cassazione su Silvio Berlusconi nel cosiddetto processo Ruby.
Che le sentenze dei giudici riguardino i reati e non i peccati è una cosa talmente ovvia, che avere aperto bocca per affermarlo si spiega soltanto con l’accanimento - persino un po’ meschino - di chi ha problemi personali e politici con il leader di Forza Italia. Affari ovviamente di chi è coinvolto, ma il fatto che chi ha dato certi giudizi ricopra anche incarichi di responsabilità significa trascinare in modo indebito tutta la Chiesa italiana in una condanna morale di un personaggio pubblico, come del resto hanno interpretato tutti i maggiori quotidiani italiani. 
Certo, come spiega con precisione Tommaso Scandroglio in altro articolo, a volte i comportamenti privati inficiano l’azione pubblica; e sicuramente Berlusconi è personaggio che ha sempre suscitato opposti ed estremi sentimenti; ma lascia esterrefatti che sia il vertice dell’episcopato ad anticipare il Giudizio finale, e proprio quando a ogni pié sospinto si cita (male peraltro) il “chi sono io per giudicare”. Che poi questo accada proprio mentre a Strasburgo tanti bravi cattolici votano a favore di risoluzioni che sanciscono il diritto all’aborto e invocano le nozze gay, senza che dalla CEI si senta neanche un fiato, non è proprio un bel segnale. Qualcuno potrebbe essere portato a pensare che le rispettive opzioni politiche prevalgano sull’annuncio del Vangelo.
 
Fonte: Riccardo Cascioli, La nuova bussola quotidiana, 14 marzo 2015)
http://www.lanuovabq.it/it/articoli-berlusconi-sfuggeai-giudicima-non-alla-cei-12073.htm
 

LGBT: "Che il boicottaggio di Dolce e Gabbana abbia inizio"

Dolce e Gabbana, i due arcinoti stilisti, sono sulla copertina del numero in edicola di Panorama e rispondono ad alcune domande sulla famiglia. Stefano Gabbana appare appena più timido e lascia dire al compagno d’avventure stilose (in passato anche compagno nella vita) che «non l’abbiamo inventata mica noi la famiglia. L’ha resa icona la Sacra famiglia, ma non c’è religione, non c’è stato sociale che tenga: tu nasci e hai un padre e una madre. O almeno dovrebbe essere così, per questo non mi convincono quelli che io chiamo figli della chimica, i bambini sintetici. Uteri in affitto, semi scelti da un catalogo. E poi vai a spiegare a questi bambini chi è la madre. Procreare deve essere un atto d’amore, oggi neanche gli psichiatri sono pronti ad affrontare gli effetti di queste sperimentazioni».
Fin qui la notizia. Ovvio che dichiarazioni di tale portata abbiano indispettito non poco i seguaci di LGBT. Soprattutto perché provenienti da “casa loro”, da persone fino ad oggi al di sopra di ogni “sospetto”.
Mi piace riportare una sintesi di come si esprimano in proposito i signori che pretendono rispetto e non ne usano neppure un briciolo nei confronti di chi non è allineato con la loro ideologia.
 
“L’unica famiglia è quella tradizionale. Niente figli della chimica, con uteri in affitto: la vita ha un percorso naturale, ci sono cose che non vanno modificate”.
No, non sono frasi pronunciate dal solito gruppo di estremisti sedicenti cattolici che ammiccano all’ideologia nazifascista del Dio-Patria-Famiglia e del maschio ariano, robusto, sano, eterosessuale, guerriero, padrone; non sono battute scritte dai soliti giornaletti delle bufale dei fanatici pseudocattolici che nessuno prende mai sul serio se non i soliti pochi noti esaltati ariani, repressi, ignoranti, creduloni, o cretini (senza distinzione d’orientamento sessuale); non si tratta nemmeno della consueta gara dei vescovi a chi lancia la sparata omofoba più folle.
A decidere di sferrare l’attacco più meschino alla comunità LGBT, dalle colonne di Panorama, ricalcando il linguaggio ascientifico e ingannevole dei crociati antigay, sono proprio Domenico Dolce e Stefano Gabbana, coloro che più hanno ricevuto dalla stessa comunità alla quale devono fama e benessere economico. Tanto più, dunque, è insopportabile e doloroso questo attacco intestino.
Del resto, ormai – dopo la spudoratezza della femmina che intitola il suo libro “Sposati e sii sottomessa” cercando di convincere le malcapitate lettrici della loro inferiorità biologica e intellettuale rispetto al maschio che ha il diritto “naturale” di schiavizzarle; dopo il nero disposto a prostituirsi per i proseliti del partito più xenofobo d’Italia, La Lega, che eleggendolo come rappresentante del settore immigrazione, chiama quelli come lui bingobongo e orango; dopo l’oscenità della macchietta televisiva Malgioglio che predica alle coppie omosessuali di non baciarsi in pubblico perché ci sono i bambini; dopo la sfacciataggine del prete gay di Bisceglie, accanito sostenitore delle Sentinelle in Piedi, beccato a cercare sesso e orge nelle chat gay – ci hanno defraudati perfino della soddisfazione di poterci ancora stupire di qualcosa.
Quindi, cosa possiamo fare per iniziare a reagire e per non restare inermi di fronte ai colpi bassi della dignità disposta a prostituirsi per l’amplesso dei propri carnefici?
Ricorderete, se seguite LGBT News Italia da un po’, del successo che ebbe la campagna di boicottaggio che intraprendemmo contro il Lido Azzurro di Catania da cui erano state cacciate due ragazze per essersi baciate. Proprio in quell’occasione ci aveva scritto Dario Riccobono di AddioPizzo, responsabile di Sconzajoco, lido sorto su un bene confiscato alla mafia, che in seguito alla nostra denuncia si offriva di ospitare gratuitamente le ragazze discriminate a Catania. Proprio intervistando Dario, trovai il senso nobile delle iniziative di boicottaggio, spesso malviste nell’immaginario culturale italiano. Vale la pena tornare a riflettere su quelle parole:
Il mio gesto non è stato straordinario. Il problema è che siamo talmente tanto abituati alla mediocrità e all’anormalità che le cose normali sembrano straordinarie. Il ragionamento che ha portato alla creazione di Addiopizzo è uguale a quello che fate voi per l’omofobia. Pagare il pizzo, in qualunque posto, è un assurdità; da noi è una normalità. E il lavoro di alcuni ragazzi che non vogliono piegarsi diventa straordinario. Abbiamo organizzato i “Consumatori critici” e i “Commercianti che non pagano”; mettendoli in contatto nasce l’idea del consumo critico antiracket. […] In questo modo, i consumatori hanno la garanzia di non dare nemmeno un centesimo alla mafia, nemmeno indirettamente.
Adattando questo ragionamento al nostro discorso traiamo oggi, come allora, le stesse conclusioni: l’omofobia, in qualunque posto è un’assurdità; da noi è una normalità. E il lavoro di alcuni ragazzi che non vogliono piegarsi diventa straordinario. Se organizzassimo i “Consumatori critici” e i “Commercianti non omofobi”; mettendoli in contatto nascerebbe l’idea del consumo critico antiomofobo. Consumando da chi non disprezza, discrimina, umilia, omosessuali e trans premieremmo il gesto di coraggio dei commercianti che non hanno paura di schierarsi dalla parte della civiltà e dell’uguaglianza; aumenterebbero i clienti di chi è dalla nostra parte, mentre diminuirebbero quelli di chi sceglie il principio della disuguaglianza. In questo modo, avremmo la garanzia di non dare nemmeno indirettamente un centesimo all’odio omofobo e a chi disprezza i diritti umani.
Così come Dolce e Gabbana sono stati liberi di scegliere eticamente di impostare politica aziendale e fama personale sulla scia della discriminazione; noi dobbiamo sentirci liberi di scegliere di farci consumatori etici, acquistando da chi sceglie la politica dell’inclusione e restituisce i frutti della propria fama, in primis, alla propria comunità, prendendo parte alla battaglia universale per l’estensione dei privilegi eterosessuali secondo il principio d’uguaglianza e per la promozione dei diritti umani.
Le dichiarazioni di Dolce e Gabbana non hanno niente di diverso da quelle che fecero tremare l’azienda di Guido Barilla.
Invitiamo dunque tutti i presidenti delle associazioni LGBT nazionali e locali a valutare serenamente l’ipotesi di una nuova campagna di boicottaggio e a unirsi a noi con lo stesso impeto d’allora.
Invitiamo tutti voi al boicottaggio del marchio D&G. Utilizzate l’ashtag #BoycottDolceGabbana.
Scegliamo l’unica strategia politica che nel resto del mondo civile è riuscita a piegare l’omofobia in favore del riconoscimento dei diritti fondamentali della persona. Scegliamo di contare, scegliamo di farci consumatori critici. Scegliamo, in piena crisi economica, di far valere il doppio i nostri soldi, aiutando marchi e aziende che ripudiano la discriminazione. Possiamo essere determinanti.
Solo se ciascuno di noi fa la propria parte il mondo cambia.

(A. Miluzzo , LGBT News, 12 marzo 2015)
http://www.lgbtnewsitalia.com/che-il-boicottaggio-di-dolce-e-gabbana-abbia-inizio-boycottdg/#

Inutile spendere parole di commento a tante idiozie allo stato puro. Cito soltanto una risposta molto pertinente a questa velenosa provocazione:
«Ho ceduto. Mi ero ripromesso, leggendo l'illuminante titolo, di non intervenire. Ma non ce l'ho fatta. D'altronde, come fu per Oscar Wilde, resisto benissimo a tutto, tranne che alle tentazioni. Però faro uno sforzo per limitarmi. Quindi, non vi dirò che chiedere tolleranza per tutte le idee e poi vantarsi di aver fatto tremare un'azienda (dietro la quale ci sono migliaia di famiglie che dipendono da quel lavoro) il cui titolare ne aveva espressa una, è una cosa di un'ipocrisia bestiale; non vi dirò che gli studi che ogni 3 per 2 sbandierate per affermare che una coppia gay è naturalmente in grado di crescere correttamente un bambino (e infatti in natura sono miliardi di miliardi le specie animali che allevano cuccioli attraverso coppie dello stesso sesso) sono letteralmente ridicoli quanto a consistenza e modalità di selezione... del campione analizzato; non vi dirò che saremo pure "... esaltati, ariani, repressi, ignoranti, creduloni, o cretini..." (se avessimo scritto questi insulti nei confronti di un omosessuale su una pagina de La Manif Pour Tous avreste gridato all'ennesimo attacco omofobico), ma sicuramente non siamo pochi, visto anche l'ultimo e recentissimo rapporto Eurispes secondo il quale i contrari al "matrimonio omosessuale" sono aumentati di quasi 10 punto percentuali nell'ultimo anno e sono ormai nettamente la maggioranza; non vi dirò queste cose, ne le tante altre che vorrei.
L'unica cosa che vi dico è che, visto che siete sempre tanto attenti a quello che si pensa e che si dice, domani, quando incontrerò Costanza [Costanza Miriano, l’autrice di “Sposati e sii sottomessa”. Ndr], le suggerirò caldamente di querelarvi per diffamazione (aggravata in quanto a mezzo stampa), visto che in nessuno dei libri che ha scritto ho mai visto le affermazioni offensive che le attribuite. Statemi bene!». Fabrizio Biondini. campione analizzato; non vi dirò che saremo pure "... esaltati, ariani, repressi, ignoranti, creduloni, o cretini..." (se avessimo scritto questi insulti nei confronti di un omosessuale su una pagina de La Manif Pour Tous avreste gridato all'ennesimo attacco omofobico), ma sicuramente non siamo pochi, visto anche l'ultimo e recentissimo rapporto Eurispes secondo il quale i contrari al "matrimonio omosessuale" sono aumentati di quasi 10 punto percentuali nell'ultimo anno e sono ormai nettamente la maggioranza; non vi dirò queste cose, ne le tante altre che vorrei.
he vi dico è che, visto che siete sempre tanto attenti a quello che si pensa e che si dice, domani, quando incontrerò Costanza [Costanza Miriano, l’autrice di “Sposati e sii sottomessa”. Ndr], le suggerirò caldamente di querelarvi per diffamazione (aggravata in quanto a mezzo stampa), visto che in nessuno dei libri che ha scritto ho mai visto le affermazioni offensive che le attribuite. Statemi bene!»
del campione analizzato; non vi dirò che saremo pure "... esaltati, ariani, repressi, ignoranti, creduloni, o cretini..." (se avessimo scritto questi insulti nei confronti di un omosessuale su una pagina de La Manif Pour Tous avreste gridato all'ennesimo attacco omofobico), ma sicuramente non siamo pochi, visto anche l'ultimo e recentissimo rapporto Eurispes secondo il quale i contrari al "matrimonio omosessuale" sono aumentati di quasi 10 punto percentuali nell'ultimo anno e sono ormai nettamente la maggioranza; non vi dirò queste cose, ne le tante altre che vorrei.L'unica cosa che vi dico è che, visto che siete sempre tanto attenti a quello che si pensa e che si dice, domani, quando incontrerò Costanza [Costanza Miriano, l’autrice di “Sposati e sii sottomessa”. Ndr], le suggerirò caldamente di querelarvi per diffamazione (aggravata in quanto a mezzo stampa), visto che in nessuno dei libri che ha scritto ho mai visto le affermazioni offensive che le attribuite. Statemi bene!F.Ma.La. 14 marzo 2015

 

venerdì 13 marzo 2015

Se la macchina del fango entra nel confessionale


Le Iene fanno scuola, sì’ quelle di Mediaset che mischiano il loro giornalismo cabaret con inchieste da capitan Fracassa e assalti alle vittime come gli estorsori paparazzi di Corona.Ma anche quelle con la “i” minuscola, rabbiosi cagnacci della savana che si tuffano a piene zanne sulle carogne. Così ha fatto il Quotidiano Nazionale, gruppo che edita le testate Giorno, Resto del Carlino e Nazione: un’inchiesta in quattro puntate su quel che succede nel segreto confessionali italiani: i peccati commessi, il commento dei sacerdoti, le penitenze comminate Tutto virgolettato e pubblicato. Ma pure tutto falso e inventato. Solo per vedere l’effetto che fa e cippirimerlare con un doppio colpo sacerdoti e lettori. 
L’articolo però, nonostante la truffa, non riusciva bene perché i preti non sono stati al gioco. Risposte impeccabili come magistero comanda e Catechismo insegna, anche alle domande più maliziose e piccanti della finta penitente.  Insomma, alla fine non c’era titolo, come si dice nel gergo. No problem, il direttore ha rimediato con chili di pepe e panna montata sparati a tutta pagina, secondo le più classiche regole del giornalismo cialtrone.  «Vai dallo psicologo», avrebbe intimato un confessore alla ragazza lesbica che cerca Dio, poi se si va a leggere si trova invece tutta la tenerezza del pastore che non ha la risposta per tutto, ma che accoglie e fa suo il problema altrui. Un altro titolo parla di «Sacerdote irremovibile» che esclude la divorziata: «Non voglio scandali»! Ma alla giornalista aveva detto tutt’altro: «Quando la vita finisce non ci si pone davanti alla Chiesa ma davanti a Dio, è a Lui che dobbiamo rendere conto delle nostre azioni». 
«Quando il direttore mi ha proposto questo lavoro ero molto perplessa», racconta Laura Alari, la peccatrice per finta, «perché sono cattolica e sapevo che violavo un sacramento. Ma lui ha insistito e così ho deciso che fingere in confessionale era l’unico modo per capire senza filtri cosa succede oggi nella Chiesa». Com’è buono il direttore e quanto è brava la reporter cacciatrice.  Proprio quel che si dice una giornalista dalla schiena dritta e dai saldi principi. Per capire la Chiesa, basta travestirsi da lesbica o divorziata e poi farsi il selfie. Se riesce sbiadito, c’è sempre il fotoritocco in redazione. 
Embè, è la stampa bellezza,  le avrà detto da Bologna il dottor Andrea Cangini, il megadirettore delle testate unite, sentendosi un po’ Humphrey  Bogart e un po’ Robert Redford. Comunque un tipo con tanto pelo sullo stomaco da ricoprire uno scimmione. Il sacramento violato e il prete raggirato? Che volete che sia: il diritto di cronaca vien prima di tutto, anche di Dio. Lui insiste: «Se intervisti chiunque nell’esercizio delle sue funzioni, avrai risposte la cui veridicità sarà dubbia. Così, forzando le cose, potevamo sapere come il parroco medio si pone».  Quando si dice il giornalismo di inchiesta. E poi, chissenefrega che così si fa a pezzi ogni deontologia e si offende il sentimento di milioni di cattolici. Per il Bogart della piadina, quando «un giornalista è d’inchiesta quasi sempre vìola la deontologia, fa parte del nostro lavoro. E poi, il valore di un sacramento è tale per chi lo riconosce, per chi ha fede. E non è il mio caso». Insomma, pure il direttore medio Cangini s’è iscritto al club dei “Je suis Charlie”, sezione Romagna mia.
Stia quindi a cuccia l’arcivescovo di Bologna, Carlo Caffarra, che si è permesso di alzare la voce contro la truffa in confessionale, “delitto” che la Chiesa giudica grave. D’accordo il direttore ateo se ne farà un baffo, ma la reporter sedicente cattolica? La confessione divulgata a mezzo stampa si può incorrere in una vasta gamma di pene, compresa la scomunica.  Ecco un buon argomento che la catto-giornalista farlocca potrebbe approfondire con un reportage a costo zero. Basterà che lo chieda al suo confessore, ma sarà difficile, dopo quanto ha combinato, che qualcuna la prenda ancora sul serio. “Perdonatemi padre perché ho peccato”. Ma va là patacca, che siamo mica su scherzi a parte!
Però, più che la poveretta, è su quel direttore che ha spacciato fango per cioccolato che dovrebbe ricadere l’iraddiddio. Non quella divina (non subito, almeno) ma quella laica e aconfessionale dell’Ordine dei Giornalisti. Che dovrebbe chiedersi chi ha dato la patente di giornalista a uno così che dichiara bellamente di impiparsene della deontologia professionale e si arroga il diritto di estorcere “confessioni” e non ottenendole se le inventa. perché tanto lui non ci crede. Basterebbe questo a incriminarlo per corruzione di giornalisti, atti osceni davanti agli stagisti e vilipendio della ragione. Le regole dell’Ordine non consentono di nascondere la propria identità né di agire sotto mentite spoglie, se non quando la vita del giornalista è in pericolo. Non è certo il caso della cronista del Qn che a questo punto, prima che dalla giustizia divina (lei dovrebbe crederci) dovrebbe essere sanzionata, insieme al suo direttore, da quella dell’Ordine dei Giornalisti. Vale la pena ricordare che con altri direttori l’Ordine è stato inflessibile e  Magdi Allam addirittura espulso (poi riammesso) per offesa all’islam. Ma chi si fa beffe dei sacerdoti e di una sacramento della Chiesa cattolica può passarla liscia? L’Ordine risponda. 


(Fonte: Luigi Santambrogio, La nuova bussola quotidiana, 13 marzo 2015)
http://www.lanuovabq.it/it/articoli-se-la-macchina-del-fango-entra-nel-confessionale-12059.htm
 

Il califfo Flores mette le manette anche a Dio

Il cenacolo dei soliti noti, quelli con la puzza sotto il naso e la sinistra ai piedi, i quattro aristogatti del “meno siamo, meglio stiamo”, i tromboni della banda di Repubblica che se la cantano e se la suonano. Tutti insieme, interessatamente, a festeggiare uno di loro, l’esimio Paolo Flores d’Arcais salito in cattedra per la sua lectio magistralis. Impartita al mondo (meno di così lui non si disturba) con la compiacenza del rotary club della sinistra professorale e nobiliare che lo ha eletto (all’unanimità, off course) “Laico dell’anno”, cioè quello che nel 2014 l’ha sparata più grossa su Dio, lo Stato, la ragione e la democrazia.
Con il parterre de roi delle piccole occasioni riservate dall'esclusivo clubino rosso antico e dai doppi cognomi, come la fantozziana contessa Serbelloni Mazzante Vien dal Mare. La sinistra baronale, quella dei De Benedetti, degli Asor Rosa, del conte Caracciolo e della marchesina Borromeo, associata alle più belle griffe repubblichine: Corrado Augias, Stefano Rodotà, Chiara Saraceno, Gustavo Zagrebelski, Giulio Giorello, Gian Enrico Rusconi. Riuniti a fare la claque e giuria, come all’Isola dei Famosi solo che qui non c’è il televoto perché già sanno il nome del vincitore. Del resto, tutte quelle persone sono stati a loro volta winner con lo stesso titolo: dunque, una sorta di voto di scambio tra i miglior laici del bigoncio ateo-sinistro.
Ma quella di Flores, più che una lectio magistralis era una repetita infernalis, un copia e incolla per l’occasione del suo ultimo libro da titolo: La democrazia ha bisogno di Dio. Falso! Vabbè, manco la suspense di saper come va a finire, ma così c’è ilo pregio che ci si può risparmiare dal comprarlo. Repubblica ha anticipato di un giorno la lectio (risparmiandoci così anche il biglietto per Torino) del dottor Flores, titolandola così: “La democrazia deve chiedere l’esilio di Dio”. Se non è zuppa è pan bagnato, ma l’omelia recitata ai confratelli dal “Laico del 2014”, contiene passaggi così paradossali che valgono qualche minuto di attenzione. Se non altro, per farsi un’idea a quali paradossi possono arrivare di questi maître-à-penser sedicenti eredi di Benedetto Croce ma più spesso di Marx e Trotzskij. «La democrazia è atea, imprescindibilmente».
Questa l'originale tesi che Flores sventola su Repubblica e sul muso di chi, da Tocqueville in giù, sostiene che la democrazia non sta in piedi senza Dio. Invece no. Dio può sopravvivere alla democrazia, secondo lui, solo accettando l’«esilio dorato nella sfera privata della coscienza» e ingiungendo ai suoi rappresentanti in terra di non interferire con il potere. Non ci sono santi e nemmeno dei: «O l’esilio di Dio dall’intera sfera pubblica», sentenzia il magistrale, «o l’irruzione del Suo volere sovrano — dettato come sharia o altrimenti decifrato — in ogni fibra della vita associata. Aut aut. Ecco perché è inerente alla democrazia l’ostracismo di Dio, della sua parola e dei suoi simboli, da ogni luogo dove protagonista sia il cittadino: scuola compresa, e anzi scuola innanzitutto, poiché ambito della sua formazione. Al fedele restano chiese, moschee, sinagoghe, e la sfera privata».
Il Flores è così, figura scelta del forcaiolismo nostrano, comunista poi craxiano, infine convertito alle manette da Di Pietro, appartiene alla categoria degli atei molesti e invadenti: non si limita a fare il mestiere dell’onesto miscredente, ma vorrebbe mettere al rogo chi non la pensa come lui. Nel nome dell’Io, per lui unico e vero Dio. Dunque, lezioneggia il magister, «la religione è compatibile con la democrazia solo se disponibile e assuefatta all’esilio di Dio dalle vicende e dai conflitti della cittadinanza, solo se pronta a praticare il primo comandamento della sovranità repubblicana: non pronunciare il nome di Dio in luogo pubblico. (…) Le religioni compatibili con la democrazia sono dunque religioni docili, che hanno rinunciato a ogni fede militante (di sharia e martiri o di legionari di Cristo e altre comunioni e liberazioni) che intenda far valere nel secolo la morale religiosa. Sono religioni sottomesse». Nella versione di Flores, il credente è «civicamente minus habens perché incapace di interiorizzare autonomamente la scelta pro-democrazia e in grado di riconoscerla solo affidandosi all’autorità religiosa di riferimento» . Se vuole integrarsi nel sistema democratico, egli deve pertanto appendere Dio all’attaccapanni, come fa lo scienziato prima di entrare in laboratorio: uscendo così dalla propria «condizione permanente di minorità».
Insomma, sistemato Dio ai piedi del potere come docile cagnolino da compagnia, il, compagno Paolino Fiorellino indica quali sono i nemici da abbattere: i cattolici. Devono starsene buoni e a cuccia, senza resistere e protestare. A leggere la magistrale lectio flordarcaista c’è da restare spaventati: pare di venire scaraventati nell’Urss di Stalin o nella Cambogia di Pol Polt e nella Cina della Guardie Rosse della Rivoluzione culturale. Tutti regimi rigorosamente atei, che di preti, suore e credenti ne ha fatti i pubblici nemici, dunque genuinamente “democratici”, secondo la stralunata logica del filosofo dell’anno. Lo sradicamento di Dio e della religione perseguito scientificamente e militarmente è costato milioni di morti ammazzati, distruzioni e saccheggi, campi di concentramento e lager che oggi hanno nella teo-follia dell’Isis e nei tagliagole del Califfo nero il loro orribile replay. Il giacobino Flores d’Arcais come al Baghdadi: i cattolici vannno chiusi in una riserva e se insistono a opporsi al laicissimo pensiero unico esiliati altrove. Ecco, questa è la gente che procura materia grigia e armi alla rivoluzione fondamentalista e radicale. Ed è qui, nell’attacco alla religiosità e all’identità cattolica, che oggi la jihad islamica trova docile sponda nelle jihad laiciste e nichiliste. Per questo gli ammazza cristiani salafiti del Califfo e l’ateo Flores, il fanaticissimo “Laico dell’anno”, mica sono poi così lontani.


(Fonte: Luigi Santambrogio, La nuova bussola quotidiana, 11 marzo 2015)
http://www.lanuovabq.it/it/articoli-il-califfo-flores-mette-le-manette-anche-a-dio-12035.htm

 

giovedì 5 marzo 2015

L’eresia antropologica del totalitarismo “gender”

Rimpiazza l’ideologia marxista ed è altrettanto distruttiva e totalitaria, fondata su una pseudo-uguaglianza e la rivendicazione cieca degli “orientamenti sessuali” per organizzare la società. È lo scopo ultimo della teoria del genere, spiega a Tempi Tony Anatrella, sacerdote e psicanalista, che vive a Parigi, dove insegna alla libera Facoltà di filosofia e di psicologia di Parigi e al Collège des Bernardins. Consultore del Pontificio consiglio per la famiglia e del Pontificio consiglio per la salute, ha pubblicato molte opere tra cui La teoria del gender e l’origine dell’omosessualità” (San Paolo 2012) e Il regno di Narciso (San Paolo 2014).

Professor Anatrella, da tempo lei parla della teoria del gender come di una ideologia totalitaria e ha scritto che, come il marxismo nel secolo scorso, il gender sarebbe diventato il campo di battaglia di questo secolo. Non è eccessivo?
Anzitutto non bisogna confondere gli studi di genere che analizzano le relazioni fra gli uomini e le donne nella società nelle diverse aree culturali al fine di pervenire a un migliore rispetto della loro dignità, uguaglianza e vocazione rispettiva, con la teoria del genere, ispirata a diverse correnti di pensiero. Ma anche lo studio sociologico, che di per sé è semplicemente un metodo di osservazione, diventa un’ideologia quando afferma una “parità totale” fra uomo e donna, poiché la “parità” non è l’“uguaglianza”. Si vorrebbe far credere, in base a una visione puramente contabile della relazione, che i due sono intercambiabili. Ora, se è vero che a parità di competenze un uomo e una donna possono esercitare le stesse responsabilità, il problema è che si vuole far credere che psicologicamente e socialmente l’uomo e la donna sono identici. Eppure uomo e donna non possono assumere sistematicamente gli stessi compiti, né gli stessi simbolici, a cominciare da quelli della maternità e della paternità. Questa prospettiva egualitarista ha falsato e complicato le relazioni fra i due sessi e spiega in parte – anche se non è l’unica ragione – perché le relazioni all’interno della coppia sono diventate difficili e perché molti non vogliano più sposarsi o abbiano paura del matrimonio. Sociologicamente si è sempre constatato un fenomeno ricorrente nella storia: quando le donne entrano in massa in un settore di attività, gli uomini se ne vanno. Così l’insegnamento, la medicina e la giustizia si femminilizzano sempre più, mentre gli uomini si orientano verso altri mestieri. Ma l’ideologia di genere si spinge ancora più in là, affermando che il corpo sessuato non ha alcuna importanza nello sviluppo psicologico. In realtà la psicologia di ciascuno di noi si sviluppa nella misura in cui avviene l’interiorizzazione del suo corpo sessuato. I diversi autori che condividono l’ideologia del gender sostengono anche che bisogna pensare diversamente la sessualità e l’organizzazione della società: non bisogna più definire la sessualità a partire dalle due sole identità sessuali che esistono, quelle dell’uomo e della donna, perché secondo loro ciò è iniquo, ma a partire dagli orientamenti sessuali come l’eterosessualità, l’omosessualità, la bisessualità, la transessualità, ecc. In questo modo tutti si troverebbero in condizioni di uguaglianza, mentre se ci si riferisce unicamente all’identità di uomo e donna si escludono altre “forme” di sessualità. Come si fa a non vedere che questa prospettiva è contraria al dato di realtà? Nella realtà, l’identità sessuale riguarda l’essere della persona, mentre gli orientamenti sessuali riguardano le pulsioni sessuali. Se tutto va per il verso giusto queste ultime si elaborano e si integrano nella personalità a partire dall’identità oggettiva del soggetto, mentre le pulsioni ricercate per se stesse attraverso un tipo di orientamento si isolano dalla personalità e la mantengono nell’immaturità affettiva e in una relativa impulsività mai soddisfatte. Ciò sfocia in personalità non unificate e instabili. Detto in altre parole, prendere in considerazione gli orientamenti sessuali per definire la sessualità, cioè pensare che la differenza delle sessualità deve sostituire la differenza sessuale, che si fonda sull’uomo e sulla donna, è distruttivo come lo era il marxismo. Per settant’anni le società sono state dominate dalla cecità di fronte a questa ideologia fondata su una pseudo-uguaglianza e sulla convinzione che l’essere umano è il prodotto di una cultura: la stessa cosa che la teoria del gender sostiene a sua volta riguardo all’identità sessuale. Se la persona è semplicemente il prodotto di una cultura, egli diventa un automa e scompare la sua singolarità. Il gender diventa totalitario nella misura in cui le società occidentali vogliono riorganizzare politicamente la società a partire dalla visione irrealistica degli orientamenti sessuali, come nel caso del “matrimonio” fra persone dello stesso sesso. Eppure l’omosessualità non può essere all’origine né della coppia coniugale, né della famiglia, poiché questa forma di sessualità fra due persone dello stesso sesso non possiede – sul piano psicologico, corporeo e fisiologico – le stesse caratteristiche di quella fondata sull’alterità sessuale, che è condivisa soltanto nel rapporto uomo-donna. E siccome la coppia e la famiglia cosiddette “omosessuali” in senso proprio non esistono, si tratta soprattutto di un artificio e di una corruzione del linguaggio. Con le parole è sempre facile ingannare, dando nomi alla realtà più in funzione dei propri fantasmi che del reale. Ma l’omosessualità è diventata una questione politica per riorganizzare la società a partire da essa. Progressivamente si costituisce in numerosi paesi europei un sistema repressivo sul piano giudiziario per fare ammettere questo nuovo principio. Ciò che è in discussione non sono le persone omosessuali, che devono essere rispettate come tutti i cittadini, ma una volontà militante e politica di fare dell’“omosessualità” una norma che partecipa dell’ordine della coppia e della famiglia. I militanti stessi che si battono per questa causa affermano molto chiaramente che bisogna «aprire il matrimonio a tutti» per meglio distruggerlo, allo scopo di pervenire all’uguaglianza di tutti nelle differenti forme di relazione. Ritroviamo la stessa idea nell’applicazione iniziale del marxismo nei paesi comunisti.

Nei suoi libri lei non teme di affermare che l’omosessualità è una carenza psichica. Può spiegare cosa intende e perché questa sua convinzione non dovrebbe essere ritenuta omofoba?
Nel momento in cui qualcuno si interroga sull’omosessualità e sulla volontà politica di iscriverla nella legge consacrata alle condizioni del matrimonio e della famiglia riservata esclusivamente all’uomo e alla donna, subito viene accusato di tutti i mali, a cominciare dal cliché dell’omofobia. È un modo di imbavagliare l’intelligenza e il discorso, nel momento stesso in cui si afferma continuamente che la libertà di espressione è un “valore” delle società democratiche. Il liberalismo condizionato dal “relativismo etico” è repressivo nelle sue leggi sempre più restrittive tanto quanto lo erano quelle dei paesi totalitari. Si mettono alla gogna certi autori come capri espiatori e si isolano aspetti della vita che è vietato criticare. E tuttavia occorre spiegare da dove viene l’omosessualità. Da quasi due secoli la letteratura psichiatrica e la psicanalisi si interrogano sulle origini dell’omosessualità e sul tipo di psicologia che ne deriva, ma da qualche anno questa riflessione è diventata tabù ed è vietata. Non dovremmo più cercare di capire che cosa sia l’omosessualità e a cosa corrispondano queste pratiche affettive e sessuali, ovvero anche su quali meccanismi e su quali processi psichici riposino. Ma perché non dovremmo studiare questa particolarità della sessualità se non per giustificarla in qualunque modo, mentre osiamo esaminare analiticamente la maggior parte dei comportamenti umani? Quando si impedisce agli specialisti di approfondire una questione siamo in presenza di un riflesso irrazionale che sconfina nell’ideologia totalitaria. Da 40 anni studio questo fenomeno e ho pubblicato numerosi libri e articoli sulla questione. Ho esaminato le differenti ipotesi neurologiche, ormonali e genetiche, che non risultano conclusive, e sono giunto alle origini psichiche. Effettivamente, le pulsioni sessuali all’inizio della vita psichica sono sparpagliate sul corpo del bambino; esse non sono ancora finalizzate se non cercando la propria soddisfazione per se stesse. Progressivamente il soggetto le lavorerà psicologicamente sulla base delle esperienze che vive a partire dal suo corpo, poiché tutto parte dal corpo, per quanto riguarda lo sviluppo della sua vita psichica. A partire da queste pulsioni, elaborerà un sistema di rappresentazioni psichiche che permetterà di integrarle attraverso diverse tappe al fine di pervenire progressivamente all’alterità sessuale. È grazie, fra le altre cose, alla bisessualità psichica (una nozione spesso mal compresa) che il bambino prima e l’adolescente poi interiorizzeranno la persona dell’altro sesso, cosa che gli permette l’accettazione dell’altro sesso e l’accesso ad esso. Persone che si fissano in pratiche bisessuali hanno spesso fallito, in parte o completamente, questo passaggio. Nello stesso modo in cui persone transessuali s’immaginano, a volte con molte sofferenze, che la natura si è sbagliata dando loro un corpo nel quale esse non si riconoscono. Non è la natura che si è sbagliata, cosa che presupporrebbe una visione dualista dove il corpo è opposto allo spirito, ma è soprattutto il soggetto che non è riuscito ad accettare e a interiorizzare il suo proprio corpo in seguito a problemi di identificazione inconscia. Questo significa che, a differenza del mondo animale, le pulsioni sessuali umane presentano una relativa plasticità e che possono essere elaborate e armonizzate nella vita psichica più o meno bene. In conclusione, le pulsioni sono l’oggetto di un lavoro interno che, se tutto va per il meglio, si articola nella personalità con l’accettazione intima dell’altro sesso e una reale attrazione verso di esso. Allorché il soggetto si fissa su una pulsione sessuale come quella della curiosità nei riguardi del suo proprio sesso (stadio fallico) o su di una identificazione primaria alla persona identica a lui, si verifica il rischio di indirizzarsi verso l’omosessualità. Si osserva tuttavia anche il caso di persone che hanno vissuto nel corso della loro esistenza una tappa di pratiche omosessuali, finalizzate a confortare la loro identità, per indirizzarsi in seguito verso l’attrazione per le persone del sesso opposto. Possono esserci origini psichiche diverse e varie dell’omosessualità, che dipendono dalle rappresentazioni pulsionali del soggetto. È vero che le condizioni ambientali della società odierna sono molto narcisistiche, perciò la cultura attuale non sempre facilita le operazioni necessarie alla maturazione affettiva che permette di iscriversi nell’alterità sessuale. Quanto alla questione dell’omofobia, sulla quale torneremo, non è un argomento serio! È uno slogan inventato dai militanti per intimidire e colpevolizzare gli altri rimproverando loro di avere paura dell’omosessualità. Che idea! Chi ne ha paura? Questo modo di maneggiare l’isterizzazione della paura incollando il termine “fobia” a diverse parole per designare un nemico potenziale è certamente un sintomo paranoico di un disturbo identitario. Siamo in piena identificazione proiettiva quando dei militanti attribuiscono agli altri quella che non è altro che la loro propria paura delle persone dell’altro sesso. È una forma di terrorismo intellettuale che vuole impedirci di riflettere su che cosa sia l’omosessualità e sulle conseguenze di voler organizzare la società in funzione di essa. Ancora peggio, si creano una polizia del pensiero e una censura per obbligare tutti a pensare come vogliono i gruppi di militanti. Sotto questo aspetto il liberalismo va a braccetto col marxismo, nel momento in cui come esso vuole instaurare una repressione quasi giudiziaria sul pensiero e sulla sua espressione. Ci vogliono imporre delle nuove norme che sono più oppressive e limitative della libertà che non la nostra riflessione antropologica e i nostri riferimenti morali. I quali invece risvegliano e rispettano la libertà della persona.

A quelli che sostengono che la legalizzazione del matrimonio fra persone dello stesso sesso danneggerebbe la società, viene risposto che 1) l’Antica Grecia permetteva l’omosessualità e la pedofilia nella vita privata, e questo non causava danni alla società; 2) non fa nessun male alla società istituire il matrimonio fra persone dello stesso sesso, come dimostra il fatto che le legislazioni sono già evolute in questa direzione in molti paesi, dall’Europa del Nord all’America. Lei cosa risponde?
Non ha senso il raffronto con la Grecia antica, perché i contesti sono diversi. L’omosessualità è sempre esistita ed esisterà sempre. Nella storia ha assunto forme diverse e riguarda la vita privata. Non ha senso creare delle istituzioni a partire da essa come si vuole fare oggi con la coppia, il matrimonio e la famiglia. In questo modo si crea un disturbo dannoso per la società, facendola entrare nella confusione dei sessi e della filiazione, e nella negazione della differenza sessuale. È falso sostenere che la Grecia antica permetteva l’omosessualità e la pedofilia nel senso in cui le intendiamo noi oggi. L’una e l’altra erano relative a certe condizioni. È tuttavia dimostrato che le nozioni di “eterosessuale” e di “omosessuale” non esistevano all’epoca, soltanto erano riconosciute le qualità: la bellezza della persona che si desiderava e l’attrazione nei suoi confronti. In tal senso potevano svilupparsi relazioni di questo tipo, in particolare fra uomini che pure erano sposati e padri di famiglia. Ma non se ne faceva un principio né un’esigenza sociale iscritta nella legge civile, che regolava solamente la coppia formata da un uomo e da una donna.
Nell’Antichità greco-romana il “matrimonio” omosessuale e l’adozione di figli non sono mai stati oggetto di rivendicazione. Nella letteratura vengono solamente descritti riti di passaggio di giovani guerrieri, in particolare presso i galli e presso i greci, sotto la direzione di adulti maschi allo scopo di creare dei buoni soldati (vedi Marrou/Rouche, Histoire de l’éducation). Così Plutarco nella sua Vita di Pelopida non ha mancato di esaltare il coraggio fisico della legione tebana, composta da 300 amanti omosessuali che perirono tutti nella battaglia di Cheronea (338 a.C.) per non apparire indegni ciascuno del suo amante. Ma nessuno di loro, ripeto, pretendeva il matrimonio e l’adozione di bambini, per la semplice ragione che attraverso i riti di iniziazione avevano generato degli uomini e dei guerrieri, una cosa di cui le donne non erano capaci. Questa omosessualità rituale era un modo di regolazione della vita adulta per formare degli uomini che venivano aperti alla loro mascolinità, fino al punto di avere delle relazioni intime con loro. E la pedofilia, in quanto istituzione pedagogica, era una fase provvisoria prima e durante la pubertà che iniziava il ragazzo alla sua virilità ed era un modo di farlo uscire dal mondo delle donne. Ma questa fase era transitoria e non doveva durare. Se essa continuava, le leggi di Atene tolleravano, ma a volte anche sanzionavano la pedofilia e l’omosessualità, ed è per questo che Socrate è stato condannato. La riprovazione generale, che si esprimeva anche attraverso il disprezzo e l’irrisione, era a volte sanzionata con una condanna legale. A Roma l’omosessualità era relativamente tollerata nella relazione schiavo-padrone, poiché si trattava di una relazione di dominazione che non era accettata fra cittadini romani. Ma anche in questo caso, Seneca e il suo atleta di servizio erano ridicolizzati, una volta trascorso il tempo dell’iniziazione del giovane adulto. In realtà queste pratiche erano, anche là, talvolta represse e tal altra tollerate. Siamo passati da una forma di omosessualità e di pedofilia che erano dei riti di iniziazione per liberare il ragazzo e a volta la ragazza dall’universo materno, a una rivendicazione sociale che vuole iscriverla nella legge e formare una «coppia» e una «famiglia». Ciò che era impensabile e che lo rimane.
Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, non è perché qualche paese autorizza il matrimonio e l’adozione da parte di persone omosessuali che ciò non fa più problema. Al contrario, il fatto di stravolgere il senso del matrimonio è una negazione della differenza sessuale e una grossa trasgressione che altera il legame sociale. Ciò ha per conseguenza di rendere la legge civile meno credibile e meno rispettabile, e i responsabili politici meno stimabili perché la legge non si fonda più su delle realtà oggettive ma su delle esigenze soggettive; cosa che accentua la violenza nella società. Non bisogna trascurare il fatto che il “matrimonio” fra persone dello stesso sesso è una vera aggressione, per non dire uno stupro, di ciò che il matrimonio rappresenta. È un modo di disprezzare i cittadini e il bene comune dell’umanità riguardo all’alleanza fra un uomo e una donna.
Secondo studi seri effettuati negli Usa su una larga platea di soggetti, e non di natura militante come quelli realizzati da associazioni gay, i risultati indicano che i figli che vivono con degli adulti omosessuali presentano diversi disturbi psichici come l’ansietà, difficoltà relazionali coi loro pari, problemi di concentrazione e soprattutto soffrono una contraddizione fra l’esercizio della sessualità di questi adulti e l’origine del loro concepimento e della loro nascita. A lungo termine, essi provano un profondo malessere perché manca loro sia la dimensione materna, sia la dimensione paterna, il che rappresenta un costo psichico decisivo rispetto alla necessità di unificarsi e trovare la coerenza del proprio sé. Non basta nascondere questi problemi attraverso l’idea puramente sentimentale che «l’importante è amare e sapersi amati». Qui si tratta di un amore che non è della stessa natura di quello che c’è fra un padre e una madre. Il bambino ha bisogno di essere collocato nelle condizioni relazionali che sono quelle del rapporto fra un uomo e una donna, il che non avviene nel caso dell’omosessualità. La relazione in forma specchiata fra il sé e il simile non ha niente in comune con una relazione fondata sull’alterità sessuale. La società sbaglia strada imboccando questa direzione per quanto riguarda questi bambini che saranno vittime della ricerca di gratificazione di adulti che vogliono apparire uguali agli altri, mentre non si trovano nelle condizioni di essere veri genitori. È solo un modo per sentirsi accettati dagli altri, nel momento in cui alcuni di loro non riescono ad accettarsi veramente. La società gioca all’apprendista stregone sulle spalle dei bambini e delle generazioni future, aprendo loro un avvenire fatto di oscurità e di incoerenza. D’altra parte è per queste ragioni che le offerte di adozioni nel mondo crollano, poiché la maggior parte dei paesi che offrivano questa possibilità a uomini e donne sposati, rifiutano attualmente di affidare dei bambini a cittadini provenienti da paesi che hanno legalizzato il matrimonio fra persone dello stesso sesso.


Lei definisce la nostra una “democrazia emotiva”? Quali evoluzioni prevede per essa?
Effettivamente ci troviamo in una “democrazia emotiva” caratterizzata dalla manipolazione della comunicazione politica, che può condizionare le folle tanto più facilmente in quanto le nostre società mancano di radicamento culturale e morale. L’identificazione delle masse coi messaggi dei mass-media è impressionante e non manca di diventare inquietante: certi media come la televisione sono diventati dei cervelli ausiliari che prendono il potere sullo spirito della gente. Ciascuno reagisce emotivamente ripetendo gli stessi clichés sviluppati dai media senza mai dimostrarsi capace di pensieri personali.
Va aggiunto che le rivendicazioni dei cittadini diventano sempre più soggettive in nome dei “diritti individuali” e degli interessi particolari. Al punto che i responsabili politici si ispirano sempre più ai costumi vigenti, ai fantasmi individuali e a quelli sessuali per legiferare, mentre non lo fanno più in funzione del bene comune e delle necessità oggettive. Ora, un fantasma riflette sempre una rappresentazione e un desiderio illusori, che rinviano alle complessità dell’inconscio e non ad un bisogno reale. Noi ci troviamo in un sistema che risponde alle emozioni primarie spesso tradotte attraverso dei sondaggi e dei movimenti di massa che ci estraniano dalla ragione delle cose. Più la democrazia diventa emotiva (soprattutto grazie all’aiuto della televisione che modella le immagini mentali) e più essa diventa totalitaria, ovvero lo spazio della libertà di pensare e di agire si riduce. Così una rappresentazione teatrale o un film, che non sono altro che produzioni immaginarie senza un rapporto autentico col reale, possono provocare sommovimenti in una società. L’arte della manipolazione raggiunge qui il suo culmine. È interessante vedere come, a partire dal dramma dell’Aids, si è voluto per anni dare un’immagine sempre più idealizzata dell’omosessualità, attraverso diverse sceneggiature messe in scena a teatro, al cinema, nelle serie televisive e nei romanzi. Il nemico della democrazia è l’emozione senza riflessione razionale. La democrazia si dà le apparenze della libertà di espressione, oggi da tutti rivendicata, ma lo fa per meglio metterle la museruola sulla base del pensiero dominante. Siamo liberi per giustificare e diffondere le idee che corrispondono allo spirito del tempo, ma il primo che assume un atteggiamento critico è sistematicamente privato della parola. Per esempio il dibattito sull’omosessualità diventa sempre più difficile, perché molto spesso vengono esclusi dalla discussione tutti coloro che non pensano secondo i clichés dominanti. Ci sono specialisti che non osano più esprimersi su queste questioni per paura del linciaggio mediatico, del processo per reato d’opinione e delle voci calunniose. A causa di ciò scambi più autentici hanno talvolta luogo dentro a universi catacombali come le conferenze pubbliche e le reti sociali, dove la censura non si impone e al di fuori dei media tradizionali, che filtrano e sceneggiano gli avvenimenti. Allo stesso modo diventa sempre più malsano avere dei rappresentanti politici che, per mantenersi al potere, finiscono per rinunciare alle loro convinzioni e diventano dipendenti dai costumi e dalle ideologie alla moda, senza esercitare il minimo discernimento intellettuale e morale. Essi navigano sulle idee del momento senza disporre di un sapere solido e di una vera colonna vertebrale del pensiero. A causa di ciò, prima dicono una cosa e qualche anno dopo affermano il contrario. Le nostre democrazie dovrebbero fondarsi di più su eletti della società civile che hanno una visione chiara del bene comune, e non su dei professionisti della politica che navigano a vista per legiferare come fanno oggi, secondo i costumi in voga. Bisognerebbe senz’altro non concedere più di due mandati quinquennali a ciascun eletto.


Nel suo ultimo libro lei scrive che «le personalità contemporanee sono povere e prive di risorse a causa di una carenza nell’educazione». Ma sostiene anche che non basta educare bensì occorre opporsi alle leggi ingiuste come hanno fatto i sostenitori della Manif Pour Tous in Francia. Perché?
Le personalità contemporanee sono marchiate da una crisi dell’interiorità e della trasmissione. Noi produciamo dei soggetti relativamente impulsivi che non hanno radicamento nella storia e li illudiamo che noi non sappiamo niente, che non abbiamo imparato niente e che bisogna ripartire da zero. Li rendiamo fragili e li facciamo regredire facendo loro credere, nella visione dell’onnipotenza narcisistica, che si può creare tutto, compreso il sesso che sarebbe lasciato alla libera scelta di ciascuno. Ora, l’identità sessuale non si crea: si riceve. Essa deve essere accettata e integrata nella propria vita psichica, non si può immaginare che la si possa costruire o che ci si possa dare un’altra identità secondo dei desideri immaginari. Nello stesso modo, l’educazione che lascia il ragazzo abbandonato a se stesso per scoprire i saperi attraverso i mezzi tecnologici contemporanei non lo aiuta a imparare sviluppando la sua memoria. Gli adulti talvolta fanno fatica a presentarsi come adulti di fronte a dei bambini e a degli adolescenti e ad esercitare l’autorità per iniziarli al senso delle cose e dare loro il senso dei limiti che permettono lo sviluppo della libertà. L’alcolizzazione dei giovani, l’uso di droghe e le dipendenze di tutti i tipi, a cominciare dai telefoni cellulari e internet, sono il sintomo di personalità che non sono psicologicamente autonome e che mancano di risorse interiori. Non educate al discernimento, esse funzionano in base al ritmo delle emozioni e dei clichés, in particolare sui problemi della società come quelli del rifiuto del matrimonio, della banalizzazione del divorzio e dell’omosessualità. Sono stato uno dei primi a dirlo negli anni Novanta e nel primo decennio del nuovo secolo, e ho constatato che i miei studi e i miei concetti sono stati ripresi largamente dai membri della Manif pour tous. Sì, bisogna opporsi alle leggi ingiuste perché esse sono contrarie al bene comune. Così per esempio voler sposare due persone dello stesso sesso è una corruzione del senso del matrimonio. Quest’ultimo è anzitutto il quadro dell’alleanza fra l’uomo e la donna in base all’alleanza dei sessi. Non si tratta anzitutto di una questione religiosa, ma di una questione antropologica che non è nella disponibilità del legislatore, poiché la coppia coniugale e la famiglia precedono lo Stato. Il matrimonio è riservato all’uomo e alla donna perché permette di associare e di riconoscere giuridicamente l’alleanza che si contrae fra due persone di sesso differente. Il matrimonio non è il riconoscimento dei sentimenti fra due persone, altrimenti ci si potrebbe sposare in qualunque condizione, ma la constatazione e la registrazione della volontà di un uomo e di una donna di fondare una comunità di vita e una famiglia. Non c’è alcuna dimensione coniugale e familiare nell’omosessualità. Assistiamo al furto degli attributi e dei simboli che appartengono all’unione di un uomo e di una donna per estenderli a un duo di persone dello stesso sesso, cosa che è inappropriata e che rappresenta un’illusione nel senso psicanalitico del termine.

 Pare di capire che lei consideri un errore accettare leggi “di compromesso” come le unioni civili, che in Francia si chiamano Pacs. Perché?
I Pacs sono un’ipocrisia e un errore nel senso che si tratta di un matrimonio di serie B dotato della maggior parte dei benefici del matrimonio, eccetto il riconoscimento automatico della filiazione e dell’adozione. L’opinione pubblica è stata convinta ad accettare i Pacs come un male minore, mentre essi implicavano l’avvento prossimo del matrimonio fra due persone dello stesso sesso. Per contro, si sarebbe potuto prevedere nella legge un “Contratto di associazione di beni” aperto a tutti i cittadini senza distinzione, con certi vantaggi fiscali; soprattutto in materia di possesso di beni e di eredità.
Coi Pacs si è cominciato a confondere la realtà del matrimonio, cosa che ci ha portato oggi alla confusione e alla svalutazione del matrimonio fondato sulla differenza dei sessi. I Pacs sono fatti su misura per l’instabilità relazionale e per l’immaturità affettiva dell’epoca attuale. Si può anche ipotizzare che a partire dal momento in cui il matrimonio è aperto a persone omosessuali, si rischia che la gente non voglia più sposarsi perché l’immagine del matrimonio è così confusa e contraddittoria. Di più, è interessante notare che nella maggior parte dei paesi che hanno permesso il matrimonio fra persone dello stesso sesso, questi matrimoni diminuiscono anno dopo anno, fino a diventare inesistenti.
Detto in altre parole, abbiamo sconvolto il codice civile per far scomparire i termini uomo e donna, sposo e sposa, padre e madre, snaturando il matrimonio nell’interesse di un’infima minoranza di persone ed ecco che in questo campo di rovine della bella realtà del matrimonio ci troviamo nella confusione dei sentimenti e delle identità che hanno delle ripercussioni sulla vita affettiva e sessuale delle giovani generazioni. Da una parte fanno fatica ad accedere al senso dell’impegno matrimoniale, dall’altra sviluppano una vita affettiva e sessuale frammentata, sempre più dipendente da pulsioni sparse, in nome del primato degli orientamenti sessuali. È anche il caso della pornografia: anziché includere la vita sessuale nella dimensione relazionale della vita affettiva, si persegue un condizionamento pavloviano molto inquietante, nel quale l’erotismo personale scompare e bisogna semplicemente ripetere quello che si è visto, dimostrando un’attitudine mimetica primitiva. Per esempio il film “Cinquanta sfumature di grigio” incita le giovani donne a tornare a casa e a ripetere le stesse scene pornografiche (è quello che alcune dicono all’uscita dal cinema). Allo stesso modo, i Pacs e il matrimonio fra persone dello stesso sesso hanno un impatto sulla rappresentazione sociale della sessualità.

 
Cosa possiamo fare per i bambini, ai quali in Occidente si vuole imporre la teoria del gender sin dalla più tenera età? Cioè l’accettazione dell’indifferenza sessuale e del fatto che al posto di un padre e di una madre possano esserci due padri o due madri, e che tutto questo debba essere considerato giusto, democratico ed egalitario? Cosa si può fare, considerato che ovunque si sta cercando di istituire delle pene per quanti rifiutano questa ideologia? In Germania si rischia la prigione se non si mandano i figli ai corsi di educazione sessuale centrati sulla teoria del gender, in Italia sta per essere approvata una legge che punirà, in nome della lotta contro l’omofobia, tutti coloro che si esprimono pubblicamente in base alla terminologia della famiglia tradizionale e in base alle categorie della differenza dei sessi.
Bisogna proteggere i bambini e rifiutare che vengano sottoposti a un condizionamento, perché non esistono la famiglia tradizionale e la famiglia moderna o nuova, ma soltanto la famiglia costruita attorno a un padre e a una madre. Altrimenti smarriamo la razionalità e il senso della realtà. Effettivamente a partire dalla scuola materna si insegna ai bambini che esistono varie forme di famiglia. È successo che una bambina di tre anni, uscendo dalla scuola, abbia chiesto a sua madre perché lei non convivesse con una donna, perché aveva appena sentito dire che si possono avere due padri o due madri. Una cosa che è una menzogna sociale e un errore strutturale e antropologico. Un sistema ideologico nel quale si confonde ciò che è una famiglia fondata da un uomo e da una donna con diverse situazioni particolari che non partecipano alla definizione di famiglia. Ma che si vorrebbero trasformare in realtà normate alla pari delle altre. Questo è uno degli effetti della teoria del gender che vuole mettere tutti su di un piano di uguaglianza in nome dell’identità di genere che ciascuno si dà da sé e degli orientamenti sessuali. Qui ci troviamo al cuore di un totalitarismo che si manifesta sempre con lo stesso metodo, come nel caso del marxismo:
1.    Si comincia col sottrarre i bambini all’influenza dei genitori per inculcare loro una visione nuova della sessualità e della famiglia.
2.    Li si costringe a pensare al di fuori dalla realtà prevalente (la grande maggioranza delle persone vivono e si organizzano nella differenza sessuale e attorno alla differenza sessuale).
3.    Si introducono delle leggi col pretesto di proteggere delle minoranze.
4.    Si approfitta di fatti veri o inesistenti per istituire una legislazione repressiva.
5.    Si applica una repressione giudiziaria che corrisponde a una vera polizia del pensiero.
6.    Si crea così la paura e si ottiene che i cittadini pensino sulla base di “buone” idee e agiscono sulla base di “buone” pratiche. Altrimenti vanno in prigione.
Queste idee cominciano ad essere interiorizzate da cristiani che non capiscono la posta in gioco. Quando si sveglieranno, sarà troppo tardi. Abbiamo sperimentato questo errore di valutazione col marxismo, che ha influenzato certi membri della Chiesa, adesso rifacciamo lo stesso errore con l’ideologia del gender e con l’omosessualità.
In realtà ciò che in questione non è la persona dell’omosessuale, che deve essere sempre rispettata, ma il fatto di voler fare dell’omosessualità un principio politico a partire dal quale si ridefinisce la società attraverso la coppia, il matrimonio e la famiglia. Questa è una contraddizione, poiché l’omosessualità non è alla base di queste realtà e non può essere all’origine di istituzioni di cui la società ha bisogno per durare nella storia.
Bisogna porsi la domanda in modo realistico: a partire da quale tipo di sessualità la società si fonda, si organizza, dura nel tempo e contribuisce alla sua storia?
In occasione del suo viaggio apostolico in Asia, papa Francesco ha detto il 16 gennaio 2015, in occasione dell’incontro con le famiglie a Manila: «C’è un colonialismo ideologico che cerca di distruggere la famiglia. Ogni minaccia contro la famiglia è una minaccia contro la società». In tal modo ha messo in discussione i concetti di genere che mirano all’indistinzione sessuale e il matrimonio fra persone dello stesso sesso, che non ha niente a che fare col senso della vita coniugale e familiare. È per questo che non si può trattare la questione dell’omosessualità nello stesso modo sul piano individuale e su quello sociale, imponendo a partire da essa delle istituzioni sociali di cui essa non può essere all’origine, come la vita coniugale e familiare.


 
(Fonte: Benedetta Frigerio, Tempi, 4 marzo 2015)
http://www.tempi.it/eresia-antropologica-del-totalitarismo-gender#.VPbDm3yG9jE

 

A Torino per l’ostensione della Sacra Sindone

La prossima ostensione della Sacra Sindone avverrà a Torino dal 19 aprile al 24 giugno 2015. Dopo cinque anni dall’ultima esposizione i pellegrini potranno nuovamente venerare il Sacro Lino esposto in duomo, in occasione dei 200 anni dalla nascita di san Giovanni Bosco.
La Sindone è il lenzuolo funebre nel quale fu avvolto il Corpo di Nostro Signore nel sepolcro. Essa è ricordata dai vangeli sinottici (Marco 13, 46; Matteo, 27, 59; Luca, 23, 53) e, come “soudarion”, anche in quello di san Giovanni. Non è una semplice “icona”, cioè una delle innumerevoli “immagini” di Nostro Signore Gesù Cristo diffuse in tutto il mondo, ma un’autentica reliquia, la più preziosa della Cristianità, pregata nel corso dei secoli da Papi, santi e milioni di semplici fedeli.
L’invenzione della fotografia ha sollevato un velo sul mistero della Sindone, che per quasi 2000 anni aveva celato il suo contenuto. La figura del Redentore impressa sul tessuto si presenta infatti come un negativo fotografico che raffigura tutta una serie di particolari che nessun pittore avrebbe potuto immaginare e dipingere senza conoscere il processo fotografico.
L’uomo della Sindone, che è Gesù, riassume e concentra in sé tutto il dramma della Passione. L’esattezza storica del Vangelo per quanto riguarda la flagellazione, l’incoronazione di spine, la crocifissione, la ferita al costato di Nostro Signore, riceve una straordinaria prova dalla Sindone. L‘immagine impressa nel Lenzuolo conferma la profezia di Isaia: «Dalla pianta del piede alla testa non c’è in lui una parte intatta; ma ferite e lividure e piaghe aperte, che non sono state pulite né fasciate, né curate con olio» (Is 1, 6).
Perché queste sofferenze? La nostra fede ci insegna che Gesù è venuto al mondo per redimere l’uomo dal peccato di Adamo, a causa del quale sono entrati nel mondo tutti i mali fisici e morali dell’universo. «Per un uomo – scrive san Paolo – entrò nel mondo il peccato e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini perché in lui tutti hanno peccato» (Rom 5, 12). Da allora l’uomo nasce, vive e muore nella sofferenza. Tutta l’umanità sofferente è stata però riscattata da Gesù Cristo. La Sindone ci ricorda che la vita dell’uomo, in seguito al peccato originale, è sofferenza, ma che tutte le sofferenze sono state assunte da Colui che è senza peccato e che in Lui possiamo trovare la risposta ai nostri dolori.
Nulla eleva l’uomo più della sofferenza liberamente accettata e coraggiosamente subita. Uno dei maggiori inganni della vita consiste nel pensare che sia possibile essere felici, evitando la sofferenza. In realtà l’uomo che non soffre è infelice, perché è privo di quella gioia che nasce dal dare un significato alla propria sofferenza. Le creature irrazionali soffrono senza poter dare un significato alla loro sofferenza. L’uomo invece, attraverso la sua intelligenza, può comprendere che il dolore è conseguenza del peccato, originale e attuale, e a questo dolore può dare un senso per riparare ed espiare il peccato, in unione con Gesù Cristo.
La Sindone, che è la vera immagine dell’Uomo-Dio, ci insegna anche come soffrire. Nei momenti di angustia e di dolore, fisico o morale, guardiamo all’Uomo della Sindone. La sua fisionomia è sfigurata, ma ciò che colpisce è proprio il contrasto tra le conseguenze delle percosse subite e la pacifica maestà del suo volto. Gesù ci offre il modello di quell’atteggiamento di pazienza, di serietà, di raccoglimento, con cui dobbiamo sopportare le contrarietà, i sacrifici e le avversità che inevitabilmente segnano la nostra vita. Ma alla pazienza deve accompagnarsi sempre un’immensa fiducia in Colui che, morendo, ha sconfitto la morte.
La Santa Sindone non ci dimostra solo la verità della Passione di Cristo, ma ci offre anche un’impressionante prova della sua Resurrezione. Gli scienziati che hanno studiato il Sacro Lino affermano infatti che solo una misteriosa energia, una irradiazione improvvisa e folgorante potrebbe avere impresso l’immagine in negativo sul telo; in una parola solo la Risurrezione da morte dell’Uomo flagellato e crocifisso sotto Ponzio Pilato, può spiegare la misteriosa origine della Santa Sindone. Egli aveva promesso di risorgere il terzo giorno e la Risurrezione costituì la prova suprema della sua divinità, il grande miracolo che riunisce e riassume in sé tutti i miracoli e tutte le profezie. Gesù risorge trionfante non allegoricamente o spiritualmente, come vorrebbe una certa teologia progressista, ma visibilmente, in Corpo, Sangue, Anima e Divinità. La Santa Sindone registra ora, sul “negativo”, l’irradiazione abbagliante del suo Corpo glorioso, “fotografando” la Risurrezione e offrendoci un nuovo argomento, per affermare che solo nella Chiesa cattolica possiamo trovare la nostra salvezza.
Nel Vangelo trasmesso ai Corinzi san Paolo ricorda quelle verità fondamentali che gli Apostoli annunciavano per prime nella loro predicazione e cioè la Morte e la Risurrezione di Gesù Cristo. Se Cristo non fosse morto e risuscitato, la Redenzione non sarebbe avvenuta. La Risurrezione è il fondamento della nostra fede. Da un uomo, Adamo, venne la morte e da un altro uomo, un uomo-Dio, è venuta la vita. Come in Adamo tutti muoiono, così tutti in Cristo saranno vivificati. Tutta l’umanità, afferma sant’Agostino, si riassume: «nella storia di due uomini di cui uno ci ha perduti in sé, facendo la sua volontà e non quella di Colui che l’aveva creato, l’altro invece ci ha salvati in sé, facendo non la sua volontà, ma quella di Colui che l’aveva mandato. Nella storia di questi due uomini sta tutta la fede cristiana». La Settimana Santa riassume questo dramma e, nella notte di Pasqua, la liturgia della Chiesa ci affida il suo messaggio di speranza e di vittoria.
La Pasqua, dice dom Guéranger, è la proclamazione del regno dell’Agnello immolato, è il grido degli eletti nel cielo: «Ha vinto il leone della tribù di Giuda, la radice di Davide!» (Ap 5, 5). Gesù si è risvegliato, si è levato in piedi «quale agnello per noi, leone per i suoi nemici», unendo d’ora in avanti gli attributi della forza e della dolcezza. La forza, con cui dobbiamo combattere i nemici della nostra fede, e la carità, che dobbiamo esercitare verso i nostri fratelli.
La Passione, Morte e Risurrezione di Gesù Cristo fu il cardine della predicazione apostolica e deve essere il fondamento della nostra fede. La Sindone ne rappresenta un compendio visibile e commovente.


(Fonte: Roberto de Mattei, Radici cristiane, marzo 2015)
http://www.radicicristiane.it/2015/03/editoriali/a-torino-per-lostensione-della-sacra-sindone/