
La ragione di tanta insistenza sta nel fatto che per Rodotà con il riconoscimento delle nozze gay «il diritto comincerebbe a riscattarsi, riprendendo almeno la sua forza simbolica, la sua funzione di legittimazione di comportamenti civili» (La Repubblica, 17/6/2011). Come dire: le coppie gay ci sono, dunque vanno riconosciute ipso facto. Il diritto ridotto a notaio dalla prassi: ragionamento sopraffino, complimenti. Si vede che c’è dietro un’intelligenza superiore, universitaria. Anche perché se la logica è quella cosa ci impedirà, domani, di regolamentare positivamente la prostituzione, l’eutanasia, il consumo di eroina? Il diritto esercita «la sua funzione di legittimazione di comportamenti» e siamo a posto. Tutti felici e contenti.
Tornando a noi e Rodotà, il problema è che finché nel Belpaese non saranno legalizzate le nozze gay, ci toccherà sorbirci i pistolotti del professore cosentino. Che anche poco tempo fa ha pensato bene – nel caso qualcuno, dopo cento articoli, avesse ancora dubbi sul suo pensiero – di tornare a spiegarci perché è giusto il «matrimonio tra persone dello stesso sesso» (“La Repubblica”, 19/7/2012). Ora, c’è un limite a tutto, adesso basta: urge approvazione tempestiva del matrimonio gay. Onorevoli, fate presto, svelti. Fatelo per Rodotà e per tutti noi, prigionieri dei suoi sermoni.
(Fonte:
Giuliano Guzzo, UCCR, 8 settembre 2012)
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