giovedì 29 novembre 2012

Rosy Bindi e la parolaccia in diretta al TG3

Si sono tenute le primarie del PD, il primo turno per la precisione, e come è ovvio il TG3 ha dato molto spazio all’avvenimento. La zarina rossa, alias Bianca Berlinguer, direttrice e conduttrice, si è scatenata sull’onda dell’emozione combinandone di tutti i colori. Soprattutto ha tolto la parola ad una lanciatissima Rosy Bindi in diretta perché il buon Vendola era alle porte. La Bindi, che stava esprimendo un suo pensiero, si è vista togliere la parola in un batter di ciglia, così come usa fare la zarina quando, presa dalla frenesia della trasmissione, tronca il malcapitato ospite sul più bello. Esasperata, la “tanto gentile” parlamentare è esplosa in un plateale e ben udibile “vaffan...” nei confronti della Bianca (rossa) Berlinguer. Alla faccia della gentilezza e del bon ton!
Comprensibile lo scatto d’ira, un po’ meno la poca educazione ed il reciproco rispetto di entrambe le due donne, poco consapevoli di essere davanti ad un pubblico che in questi frangenti vede come ha speso malamente i soldi del canone tv.
Ma ormai si sa: l’educazione in tv è un optional. Se ne sentono di tutti i colori (vedi lo scontro verbale fra Busi e la Parietti) anche da parte di chi dovrebbe dare di sé una fotografia adeguata candidandosi alla guida di un paese allo sbando. Come meravigliarsi poi se nasce in Italia un nuovo partito, “Alba Dorata”, che fa il verso a quello di estrema sinistra greco?
Cari politici, di destra e di sinistra non vedete che state perdendo credibilità agli occhi degli elettori? Attenti che le elezioni sono alle porte! Non lamentatevi se poi in molti volteranno lo sguardo verso altri lidi, verso coloro che vi additano come nullafacenti attaccati solo alle vostre belle poltroncine. Accomodatevi e continuate così: presto potreste essere (finalmente) scalzati.

(Fonte: Silvio Foini, La Perfetta Letizia, 29 novembre 2012)

mercoledì 21 novembre 2012

La denigrazione del cattolicesimo

All’interno della Chiesa cattolica sta avanzando un fenomeno sconcertante dalle dimensioni mai finora esistite in tutta la storia della Chiesa, in quanto utilizza forze ufficiali della Chiesa stessa: la denigrazione dello stesso cattolicesimo fatta con vari metodi e modalità che adesso cercherò di descrivere, accennando poi brevemente a come ci si potrà liberare da questa “sporcizia” che sta sfigurando orribilmente il volto della Sposa di Cristo.
Tutto è partito, come ormai si sa, dal gravissimo fraintendimento degli insegnamenti conciliari ad opera di un rinato modernismo mascherato da “progressismo” e non sufficientemente represso sin dagli inizi, anzi a volte elogiato, dallo stesso episcopato, esclusa comprensibilmente Roma, la quale però si è trovata isolata ed inefficace nei suoi numerosissimi interventi magisteriali per la mancanza dell’appoggio dello stesso episcopato.
Un generale senza l’esercito può combinare ben poco. Questa è la tragedia della Chiesa di oggi. Finché i vescovi non si decidono a fare il loro dovere obbedendo al Papa e al Magistero con coraggio e sapienza, la situazione peggiorerà sempre di più e i modernisti aumenteranno la loro arroganza e la loro prepotenza, nonché il loro prestigio presso una massa enorme di cattolici ormai completamente frastornati ed ingannati dalle loro imposture.
I modernisti fanno di tutto per presentare i veri cattolici sotto un aspetto odioso, isolandoli, diffamandoli e screditandoli, anche se si tratta del Papa, di cardinali o di vescovi o di sacerdoti o di religiosi o di teologi o di fedeli degnissimi. Finora i modernisti hanno usato soprattutto una intimidazione meramente psicologica. Ma, dato che essi hanno aumentato il potere in molti posti, intervengono apertamente con veri e propri mezzi coercitivi e vessatori, per impedire ai cattolici di farsi sentire e di denunciare le eresie del modernismo, proprio quei cattolici che illuminano e confortano i fedeli e avvertono e correggono quelli che si sono lasciati irretire dall’errore.
Presento in pochi punti la via seguita dai modernisti.
Innanzitutto - e questo è un argomento che ho già avuto modo di trattare su questo sito - guastando la retta definizione di “cattolicesimo” data dall’unico organo deputato a ciò, ossia dal Magistero della Chiesa Cattolica. Tale definizione si ricava soprattutto da quell’autorevolissimo documento ufficiale che è il Catechismo della Chiesa Cattolica, il quale continua e nello stesso tempo sviluppa altri importantissimi documenti del genere dei secoli passati, come il famoso Catechismo del Concilio di Trento o il Catechismo di S. Pio X o, per citare un documento più recente, il “Credo di Paolo VI” pubblicato nel 1968.
I modernisti si sforzano in tutti i modi di rendere il termine “cattolico” quanto più sincretistico, confuso e contradditorio possibile, inserendo in esso gli attributi più arbitrari e contrari al vero cattolicesimo, così da togliere ai fedeli un criterio chiaro, oggettivo e sicuro di valutazione e discernimento che consenta di distinguere ciò che è cattolico da ciò che non lo è.
Certi modernisti, cioè i più spinti, non hanno la sfacciataggine di dirsi “cattolici”, ma si presentano come semplicemente “cristiani”, considerando peraltro il cattolicesimo come denominazione settaria o “confessionale”, mentre per loro esser “cristiani” è segno di una maggiore apertura mentale e disponibilità al dialogo. Altri invece, come Vito Mancuso, affermano di “restare per sempre nella Chiesa cattolica”, nonostante abbia scritto un libro di enorme successo nel quale dice di rifiutare almeno quattro dogmi della Chiesa cattolica. Così pure è da molti considerato “cattolico”, Karl Rahner nel cui pensiero sono state individuate molte eresie.
In secondo luogo, i modernisti hanno creato due figure di “cattolico” in opposizione tra di loro non secondo il criterio più ovvio del cattolico buono e di quello cattivo, criterio che loro irridono come infantile, “manicheo” ed astratto, ma secondo due categorie artificiose - queste sì astratte e manichee - da loro inventate o desunte dalla politica, come: “cattolico di sinistra” (corrispondente a quello buono) e “cattolico di destra” (cioè quello cattivo), oppure desunte dall’ideologia illuminista-massonica sette-ottocentesca: “progressista”, “avanzato” o “maturo” o “adulto” (il buono) e conservatore, superato, reazionario o tradizionalista (il cattivo), senza contare tutta un’ulteriore variopinta serie di altri aggettivi, ben noti e che non sto qui ad elencare. Si tratta di attributi senza alcun fondamento morale, evangelico ed ecclesiale, ma raccattati qua e là da altre correnti o ideologie, come il marxismo, il liberalismo, l’islamismo, il protestantesimo, la politica da strapazzo e via discorrendo.
Naturalmente i modernisti, mancando, per la natura stessa della loro ideologia, di autentici riferimenti fondamenti teoretici seri ed oggettivi, dato che loro stessi predicano il relativismo e l’evoluzionismo concettuale, e fondano la loro “teologia” su di un modo di pensare che non è vero pensiero ma emotività irrazionale fatta di slogan, frasi fatte e luoghi comuni, non hanno alcun serio argomento per squalificare i veri cattolici e per sostenere la loro posizione.
Non osano quindi far ricorso alle categorie normali del vero e del falso, dell’ortodosso e dell’eretico, semmai all’opposizione tra “ciò che va oggi” (“vero”) e “ciò che andava ieri” (“falso”), oppure: “preconcilio” (“falso”) e “postconcilio” (“vero”) e sciocchezze del genere, cercando piuttosto di suscitare con quegli slogan rozze emozioni che siano tali da provocare simpatia e ammirazione per il modernista, nonché antipatia, ripugnanza e disprezzo per il retrogrado “tradizionalista lefevriano”.
Per i modernisti quei cattolici che denunciano la drammaticità della situazione attuale della Chiesa, sono quegli uggiosi e brontoloni “profeti di sventura”, dai quali prese le distanze Papa Giovanni, e la Madonna, che a Medjugorje ci avverte del rischio del castigo divino, è semplicemente una seccatrice, che farebbe bene a stare in cielo senza venire sulla terra a rompere le uova nel paniere.
Al contrario, secondo il card. Martini, “mai la Chiesa è andata bene come oggi”, salvo poi a dichiarare pochi mesi dopo, prima di presentarsi al giudizio divino, che “la Chiesa è rimasta indietro di 200 anni”. Allora quale Chiesa? Quella di Benedetto XVI, naturalmente, mentre la sua è perfettamente all’altezza dei tempi e guida dell’umanità verso le “magnifiche sorti e progressive”, per dirla con le famose parole della Ginestra di Giacomo Leopardi.
Per i modernisti i veri cattolici “non sono evolutivi”, sono delle persone rigide, chiuse in aride formule, ferme alle idee del pre-concilio, non capiscono cosa sia il progresso. E certo i veri cattolici non accettano il falso progresso di marca illuministica ed hegeliana dai modernisti sbandierata contro il vero progresso, che è quello dello Spirito di Cristo che conduce la sua Chiesa alla pienezza della verità.
Per i modernisti i veri cattolici sono “troppo polemici”, semplicemente perchè denunciano le loro eresie. I modernisti, sì, invece sono persone miti, aperte, comprensive, dialoganti, flessibili e duttili, senza spirito inquisitoriale, senza esclusivismi e presunzione di “possedere la verità”. Se però qualche buon cattolico osa contestare questa loro ipocrisia, viene trattato, come si dice a Bologna, “a pesce in faccia”.
Col recente aumento del loro potere, per il quale hanno raggiunto molte cariche nella Chiesa, i modernisti non si limitano più a lasciare fare ai loro “compagni di partito”, permettendo le critiche da parte dei veri cattolici. Cominciano invece a perseguitare quei pochi cattolici, che sono fedeli a Roma, con vari pretesti, accompagnati da una campagna denigratoria. Un pretesto che attualmente si sta affermando, tale da rendere il malcapitato oggetto del pubblico disprezzo, è quello della “disobbedienza”.
Infatti, costui viene punito solo perché egli preferisce obbedire a Dio o alla Chiesa piuttosto che al “legittimo superiore”, proprio questo superiore sessantottino, che fin dagli anni del seminario si è vantato di appartenere ai “cattolici del dissenso”, ribelli al Magistero della Chiesa e al Papa, e adesso da superiore, credendosi dio in terra, continua il “suo dissenso”, con questa differenza: che chi osa disobbedire a lui, mal glie ne incoglie. Al Papa si può disobbedire come si vuole, senza che succeda nulla, anzi si ricevono applausi dal mondo. Ma chi disobbedisce al superiore modernista, sono affari suoi. E’ nata, come dicevo in un recente articolo, una nuova inquisizione: mentre quella di prima puniva l’eresia, quella di oggi punisce l’ortodossia.
Che fare? Bisogna che i vescovi si sveglino. Occorre che Roma li esorti all’obbedienza, alla collaborazione e al coraggioso e tempestivo compimento del loro dovere. Occorre liberare i seminari e gli studentati religiosi dai maestri e dai diffusori di eresie. Capita spesso che vi siano giovani di buona volontà con una buona base cattolica, che vogliono farsi preti o religiosi, ma che una volta entrati in seminario o nello studentato sono costretti con sottili minacce psicologiche, e magari con grave crisi di coscienza, ad adeguarsi all’andazzo modernista, se vogliono avanzare negli studi ed esser graditi ai superiori, a volte allo stesso vescovo. Questo scandalo gravissimo dura ormai da decenni, sicché adesso abbiamo un’intera generazione di vescovi modernisti formati alla scuola di Rahner, Schillebeeckx e compagnia bella.
Tutti i vescovi però sono sempre i vescovi, tu es sacerdos in aeternum secundum ordinem Melchisedek. Per questo, nonostante tutto, se vogliamo essere cattolici, dobbiamo continuare ad avere una fiducia assoluta nei nostri vescovi, certo non tanto nel singolo vescovo o nel gruppo di vescovi, ma in quanto in unione col Papa, fosse anche un singolo vescovo isolato tra gli altri.
Inoltre bisogna che i vescovi vigilino di più sulla formazione dei loro seminaristi e intervengano per tempo, perché è notorio che se questi soggetti diventano preti o addirittura teologi famosi con delle idee storte, dopo non c’è niente da fare. Se poi questi qui diventano dei vescovi o superiori, la disgrazia è ancora peggiore. Più salgono nella gerarchia più la sciagura aumenta per tutto il popolo di Dio.
Nostro Signore Gesù Cristo certamente porta pazienza; tuttavia, in quanto Fondatore e custode della Chiesa Cattolica, alla quale ha garantito fino alla fine del mondo l’assistenza infallibile dello Spirito Santo che guida il Successore di Pietro insieme con l’Episcopato unito a lui, non potrà tollerare il tentativo dei modernisti di falsificare e deformare la struttura essenziale della Chiesa, la quale, come vivo organismo, certamente progredisce nella storia, ma conservando inalterata la propria identità.
 

(Fonte: P. Giovanni Cavalcoli, Riscossa cristiana, 20 novembre 2012)

sabato 17 novembre 2012

Medjugorje: sacro e profano, verità e menzogna

Nel mio girovagare per l’Italia, mi capita spesso che le persone che incontro, amici e anche perfetti sconosciuti, una volta saputo che vivo a Roma, mi facciano delle domande, in genere quasi sempre le stesse: perché ci stanno tanti scandali in Vaticano, chi è il cardinale più papabile dopo Benedetto XVI, che ne penso dei lefebvriani, ma soprattutto che opinione ho di Medjugorje.
Forse mi vedono dotato, stante la vicinanza col Papa, di facoltà medianiche e profetiche. Ovviamente cerco di esimermi da tale compito, ma sul fenomeno Medjugorje mi hanno tirato proprio per i capelli. Ho amiche carissime, tornate anche di recente dal luogo “mariano”, che giustamente, conoscendo la mia poca propensione all'entusiasmo contagioso, mi hanno consigliato di soprassedere da qualunque analisi, quantomeno prima di aver vissuto in loco un’esperienza diretta. Saggio suggerimento, per cui mi riprometto di tornare su queste note, allorquando ciò si sarà potuto realizzare. In ogni caso, dopo essermi ampiamente documentato, nella solitudine del mio “pensatoio”, ho deciso comunque di dire umilmente la mia.
Non intendo ovviamente scrivere un trattato, e non mi ritengo dispensatore di verità assolute: le mie sono delle semplici, brevi osservazioni, senza pretese letterarie.
Debbo dirvi, e chiedo venia di ciò, che in genere sono abbastanza scettico sugli innumerevoli casi di visioni, apparizioni, lacrimazioni ecc. sparsi per il mondo; in particolare sui personaggi coinvolti in questi fatti “straordinari”, che aprioristicamente e quasi a furor di popolo, vengono ipso facto decretati santi e ispirati da Dio. Sono convinto che non sempre la vox populi sia vox Dei. Non lo faccio per una forma di snobismo, sia chiaro: non sono uno snob, soprattutto non in questi casi. So anzi che queste esperienze per tanti sono importantissime, ne hanno bisogno: è l’unico ponte per ritornare alla fede, magari alla vita. Ma tant’è, non tutti siamo uguali. Io sono più per una fede convintamente vissuta e seriamente coltivata nella propria intimità, per un rapporto col divino più intimo e riservato; non sono molto tagliato per le estasi mediatiche, per i bagni di folla vociante. La mia è una visione del colloquio con Dio decisamente monastica.

Prima di sbilanciarmi, comunque, sarei stato più tranquillo se il magistero della Chiesa avesse già espresso il suo parere su tutta la faccenda; ora, la notizia che circola è che entro il corrente anno la commissione che si occupa di Medjugorje, incaricata dal Papa, darà il suo parere conclusivo su questi avvenimenti“mariani”, i più famosi degli ultimi anni. Credo in ogni caso che l’esito del verdetto di Roma non potrà che essere uno solo, un “sì”. “Andateci -dirà - ma con discernimento”. Che altro potrebbe dire? Giunti a questo punto, penso che sarebbe controproducente se la Santa Sede si esprimesse in maniera contraria: non potrebbe fermare nulla e nessuno; sarebbe semmai un disastro pastorale di proporzioni immani, come non se ne vedono da secoli.
Al più Roma, in caso contrario, potrebbe non rilasciare alcun riconoscimento ufficiale, e lasciare le cose così come stanno; in poche parole assecondare il fenomeno, rivelatosi così fertile di grazia. Penso che non potrebbe fare altro. Del resto quel luogo è sotto osservazione ormai già da lungo tempo, e il Vaticano ha mantenuto sempre un riserbo totale in proposito. I Papi stessi, hanno evitato accuratamente di andarci, pur passando ripetutamente dalla ex Jugoslavia. Un comportamento prudente e condivisibile.

Ma, per quanto mi riguarda, veniamo al dunque: cosa penso di questa Medjugorje, a cui la gente dà più retta che non ai propri pastori?
Anzitutto una premessa. Dubito che tutti i fedeli abbiano conoscenza diretta del profluvio di messaggi “presunti” della Madonna: troppi perché chiunque possa seguirli. Troppi e, permettetemi, spesso fumosi, verbosi, ripetitivi; in ogni caso di scarsa utilità, visto che non dicono nulla di nuovo rispetto a ciò che ogni buon cristiano già conosce attraverso le catechesi del Papa e il magistero della Chiesa. La gente, infatti, anche i medjugoriani più convinti, su loro stessa ammissione, vanno a Medjugorje perché è un luogo potente, particolare, suggestivo, unico, non per approfondire i “messaggi” presunti della presunta Madonna. Un po’come facevano le folle oceaniche che seguivano Giovanni Paolo II quando era in vita: non andavano per sentirlo, ma per vederlo, per vedere i suoi famosi“gesti” che esprimevano e dicevano esattamente ciò che ciascuno voleva sentirsi dire, anche cose che Wojtyla mai si sarebbe sognato di dire. Nessuno poi ricordava cosa avesse detto realmente.
Del resto molte cose lì sono strane, altre ammirevoli: calate un po’ in una schizofrenia che a volte destabilizza, confonde le idee. Molte cose, evidentemente, non tornano neppure al Papa.
Anche perché in quella zona povera della ex Jugoslavia, Medjugorje è l’unica (immensa) ricchezza economica: e si sa che i soldi, pur benedetti,sono sempre sterco del diavolo e richiamo di interessi locali, di speculazione nel migliore dei casi, di criminalità vera nel peggiore, a prescindere dalla volontà e dalla correttezza dei “presunti” veggenti.
Medjugorje infatti è anche questo: interessi sospetti. Inevitabili. Come sono stati inevitabili anche a San Giovanni Rotondo, uno dei luoghi più “profani” della terra, gestito anch’esso da frati: lì peraltro i frati si son messi a maneggiare direttamente i miliardi, a spingersi in speculazioni disastrose, in conflitto permanente con i vescovi del luogo. I preti, purtroppo si sa, quando mettono le mani sui soldi sono un disastro: vedi la disavventura della donazione miliardaria a favore dei salesiani, con a capo il card. Segretario di Stato, sfociata in una contesa giudiziaria, giunta all’ultimo grado di sentenza; vedi lo IOR a cosa era diventato quando era gestito completamente dal clero, e così via.
Dunque penso che le preoccupazioni peggiori per Roma, come al solito, vengano dai religiosi del luogo, che pare siano molto creativi economicamente, moralmente e dottrinalmente disinvolti, e, mi dicono, anche liturgicamente intraprendenti. Col pericolo spesso generalizzato, come è successo a Loreto, Assisi, San Giovanni Rotondo, di trasformarsi in mercanti nel tempio.

Per quel che possa valere il mio pensiero, di una cosa sono convinto: Dio scrive dritto entro righe storte, e si serve di lampadine fulminate. La mia visione delle cose, soprattutto di quelle ecclesiali, è basata radicalmente sulla Provvidenza divina: per questo, simili fenomeni di autodistruzione, pur addolorandomi, non mi danno eccessive preoccupazioni: lo permette la Provvidenza, secondo un suo disegno oscuro, che Lei sola conosce.
Sono però convinto che i veggenti sono buone persone e ottimi cattolici. Li ho visti parlare in televisione: hanno faccia pulita, occhi sinceri, eloquio saldamente cattolico-romano: persone normali, magari con qualche lieve caduta di stile, più per esigenze loro imposte dai media e dal loro ruolo, che per una colpa personale.
Una cosa comunque è certa e chiara a Medjugorje: la Vergine c’è veramente: che appaia davvero o no, Ella in ogni caso c’è; o almeno, lì, spira certamente lo Spirito di Dio.
E questo è dimostrato dal comportamento dei fedeli: dovendo fare una valutazione pratica per stabilire la sacralità di quel luogo, le apparizioni in sé sono ormai un fatto irrilevante. La prospettiva va spostata. Quel che succede a Medjugorje va giudicato con realismo cattolico, ossia a partire dai fatti. Dai “frutti” dell’albero, avrebbe detto Gesù. E san Paolo avrebbe aggiunto “senza disprezzare la profezia, discernere, tenere ciò che è buono, abbandonare il resto”. Ora questi fatti, questo albero, questo discernimento, ci dicono tutti la stessa cosa: Medjugorje è un luogo di conversione. E lo è per una categoria particolare di persone: quelli che prima facevano vita tutt’altro che cristiana, che erano del tutto indifferenti al fatto religioso, analfabeti dal punto di vista cattolico e morale; i lontani, gli atei, i corrotti, i secolarizzati totali. E ci dicono anche un’altra cosa. Questi“analfabeti” religiosi, tutta questa gente è andata a Medjugorje e da lì è tornata completamente cambiata: non sapevano neppure il Pater Noster, e all’improvviso si sono ritrovati quotidianamente con un rosario in mano; sono diventati degli appassionati della liturgia e dell’eucarestia; dei maratoneti della vita sacramentale del cristiano. E la loro condotta di vita si è adeguata a tutto questo, senza schizofrenie e scissioni: come diceva il primo grande convertito, il Saulo dalla lingua come spada di fuoco, “non sono più io che vivo, sei tu, Signore, che vivi in me”.
Inoltre, altra costatazione, è che si tratta di un luogo potente di conversione soprattutto per gente semplice, minuta: popolo. Questo porta con sé anche dei pericoli, come sempre l’eccesso di zelo: da una parte, gli equivoci e le superficialità inevitabili di chi, dall’estremo opposto, è piombato d’improvviso nel mondo complesso della fede cattolica; dall’altra, che si scada, come spesso i neoconvertiti, nel fanatismo, nel bigottismo, nell’esaltazione; che si ceda alle ossessioni monomaniache, all’alienazione o all’autocompiacimento; a quegli eccessi spiritualistici che enfatizzando la fuga mundi totale e radicale, approdano in una religione, la cattolica, che invece è incarnata tenacemente nel mondo, nell’uomo, nella storia; insomma che ci si nevrotizzi in quegli eccessi pseudo ascetici che la Chiesa ha sempre guardato con scetticismo, sospetto e severità.
Sembra comunque che la Provvidenza abbia deciso di iniziare da lì la sua partita finale e terribile di riconquista dell’Occidente secolarizzato, di un cristianesimo europeo in stato agonico, quando addirittura non già decomposto e dissolto in una situazione clericale ed ecclesiale di grave sbandamento e di crisi terribile d’identità.
In questa situazione di progressivo dissolvimento del cristianesimo europeo, Medjugorje sembra dunque il luogo dell’irruzione del divino sulla terra: se non dell’apparizione di Maria, certamente del soffio dello Spirito. A Medjugorie il vertice celeste, con o senza apparizioni, ha deciso la nuova evangelizzazione di tanti uomini di buona volontà: scelti fra i lontani, i grandi peccatori, i semplici, gli ignoranti, i sofferenti. Sono essi i nuovi santi.
Ma attenzione: dove abbonda la Grazia sovrabbondano anche gli attacchi più sanguinosi e furibondi del maligno. Che andranno a insidiare proprio coloro che nel nome di Medjugorie conducono guerre “sante”, cercano di distinguersi e di emergere ad ogni costo, ne diventano i portavoce mediatici universali, più attenti a gloriarsi dei propri cambiamenti che di dare umile e convinta testimonianza della propria conversione. Le armi terribili e irresistibili che il maligno utilizza nei loro confronti sono due: la vanità (che porta con sé tutti gli altri vizi capitali, e la ribellione finale a Dio) e il denaro (per corrompere e fuorviare, per vendere ancora una volta Cristo per 30 denari). Il demonio a Medjugorie è stato schiacciato da Maria, ma non è stato completamente e definitivamente ucciso. Ancora una volta. E contro di lui, a Medjugorje, non servono esorcismi spettacolari, pubblicazione di libri e manuali sulla demonologia e sull’arte dello scacciare i demoni, ma discernimento, umiltà, distacco dalle cose del mondo, penitenza e preghiera, tanta preghiera; queste sono le uniche medicine per difendersi. E sempre obbedienza al Papa. Specie quando non si è del tutto d’accordo con lui: è così che si esercitano tutte le migliori virtù cristiane, obbedendo pur non condividendo; è così che il demone viene ucciso; è questa la prova maggiore che Medjugorje non è opera dell’uomo ma opera di Dio.
E concludo: fatti bene i conti, bisogna convenire che i frutti buoni maturati a Medjugorje ed esportati in tutto il mondo, superano di gran lunga i frutti bacati. Il bilancio non è quindi né in passivo né in pareggio: è senz’altro in attivo. In tutto questo c’è sicuramente l’ombra del Manto Celeste di Maria. Che fa impallidire le inevitabili macchie luciferine, inevitabilmente sempre presenti in fenomeni di questo genere. Se a Medjugorje trama in qualche modo Lucifero, a Medjugorje soffia sicuramente lo Spirito. E a Medjugorje è presente (non importa la forma) Maria. Da lì parte la nuova evangelizzazione. Che prima di tutto è conversione del cuore.

Se poi è apparsa la Madonna, o se non è mai apparsa, o se è apparsa solo dopo, o se mai apparirà, il risultato non cambia: Medjugorje sembra effettivamente cosa buona e giusta.
 
(Ma.La. tratto da: Antonio Margheriti, Papalepapale, 23 marzo 2012)
 

lunedì 12 novembre 2012

Le dieci incongruenze del processo Vatileaks

Lo dico subito: non penso che quello sulla fuga di documenti riservati della Santa Sede sia stato un “processo farsa”. Un dibattimento è stato celebrato, la stampa ha potuto assistere e raccontare liberamente la vicenda giudiziaria, l’opinione pubblica è stata informata. Cose impensabili per il Vaticano solo pochi anni fa. Il caso Estermann – l’omicidio-suicidio avvenuto nel 1998 in cui persero la vita il comandante della Guardia svizzera Alois Estermann, sua moglie Gladys Meza Romero e la giovane guardia Cedric Tornay – si concluse con una corposa quanto fumosa perizia che spiegava poco o nulla. Sulla scomparsa di Emanuela Orlandi non si sa praticamente niente a distanza di quasi un trentennio. Tradimenti e vicende di spionaggio hanno attraversato da sempre lo Stato pontificio – il Vaticano di Wojtyla pullulava notoriamente di agenti dei due blocchi contrapposti nella Guerra fredda – ma sono state raccontate solo decenni dopo da cronisti arguti e ricostruzioni giornalistiche ex post. Questa volta qualcosa è cambiato. Lo squarcio aperto dal bestseller di Gianluigi Nuzzi Sua Santità non si è richiuso. Per una super-potenza che propaga urbi et orbi il proprio messaggio, è già un passo avanti sulla strada di quella che gli anglosassoni chiamano accountability. Un passo impresso da un Pontefice, Benedetto XVI, che anche su altre vicende – la pedofilia dei preti, le finanze vaticane, le indagini sugli immobili di Propaganda fide – ha voluto introdurre in Vaticano una cultura di maggiore trasparenza.
Ciò premesso, il processo Vatileaks si è concluso – con l’incarcerazione del maggiordomo del Papa Paolo Gabriele, condannato a 18 anni per furto delle carte riservate, e la condanna a quattro mesi, scontata a due e sospesa per le attenuanti generiche, di Claudio Sciarpelletti, tecnico informatico della segreteria di Stato reo di favoreggiamento, ossia di avere intralciato le indagini degli inquirenti vaticani – tra molte incongruenze, questioni aperte, zone opache. Che ora, a bocce ferme e proprio in nome della trasparenza, è il momento di provare ad elencare.
Primo. Paolo Gabriele e, secondariamente, Claudio Sciarpelletti sarebbero gli unici colpevoli. “Le varie congetture circa l'esistenza di complotti o il coinvolgimento di più persone si sono rivelate, alla luce della sentenza, infondate”, sostiene la segreteria di Stato. Perché, allora, lo stesso Gabriele aveva parlato, in un’intervista a volto coperto concessa a Nuzzi per la trasmissione Gli intoccabili di “una ventina” di persone impegnate a fare uscire i documenti? Come faceva, ad esempio, il maggiordomo del Papa, da solo e senza parlare le lingue straniere, a capire l’importanza di un appunto in tedesco del segretario personale di Benedetto XVI, mons. Georg Gaenswein – uno dei documenti più rilevanti contenuti nel libro di Nuzzi – su un colloquio top secret avuto con Rafaele Moreno, assistente personale del fondatore dei Legionari di Cristo, quel Marcial Maciel pedofilo e tossicomane su cui Ratzinger ha deciso di indagare nonostante le resistenze di Curia? Ancora: il dispositivo della sentenza spiega che Paolo Gabriele è stato condannato “per aver egli operato, con abuso della fiducia derivante dalle relazioni di ufficio connesse alla sua prestazione d’opera, la sottrazione di cose che in ragione di tali relazioni erano lasciate od esposte alla fede dello stesso”. Furto, insomma. Eppure a fine maggio la stessa Santa Sede annunciava l’intenzione di perseguire “gli attori (al plurale, ndr.) del furto, della ricettazione e della divulgazione di notizie segrete, nonché dell’uso anche commerciale di documenti privati, illegittimamente appresi e detenuti, rispondano dei loro atti davanti alla giustizia”. Chi è il responsabile della “ricettazione”, della “divulgazione” e “dell’uso commerciale” delle notizie segrete?
Secondo. Nel corso del processo sono stati fatti altri nomi: quelli dei cardinali Sardi, Comastri, Cottier e Dias, quello del vescovo di Carpi Cavina e – nel processo-stralcio a Sciarpelletti – quello dell’ex vice-direttore della sala stampa vaticana, mons. Piero Pennacchini. “E’ inammissibile che venga fatto il suo nome”, ha protestato in aula il legale di Sciarpelletti, l’avvocato Claudio Benedetti, “io mi impegno a scrivere memorie difensive per non far venire fuori i nomi, e voi fate questo nome?”. La domanda getta un’ombra sul processo. Per quale scopo sono stati fatti questi nomi? Character assasination? E perché sono stati fatti solo alcuni nomi e non tutti quelli coperti da omissis nella requisitoria dell’accusa e nella sentenza di rinvio a giudizio? E, soprattutto, che ruolo hanno avuto le persone menzionate, dato che il dibattimento non lo ha approfondito? I cardinali citati avrebbero “suggestionato” Paolo Gabriele, ma in che modo? E perché? Perché, infine, è stato escluso dalle prove dibattimentali – nonostante la richiesta dell’accusa – un bene informato articolo del quotidiano tedesco Die Welt che indicava nella cerchia di Joseph Ratzinger all’epoca in cui era cardinale alcuni dei suggeritori occulti di Paolo Gabriele?
Terzo. L’intero dibattimento è ruotato attorno al libro di Gianluigi Nuzzi Sua Santità. Lo stesso Paolo Gabriele ha ammesso di aver contattato il giornalista personalmente e senza intermediari. Eppure tra i primi leaks ci sono le lettere riservate con le quali l’allora segretario del Governatorato vaticano, mons. Carlo Maria Viganò, denunciava la “corruzione” relativa agli appalti in Vaticano e contestava la decisione del cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone di trasferirlo come nunzio apostolico negli Stati Uniti; gli appunti che mostravano una divergenza tra il cardinale Attilio Nicora ed Ettore Gotti Tedeschi sulla trasparenza finanziaria dello Ior; nonché una delirante ricostruzione di un viaggio in Cina durante il quale il cardinale di Palermo Paolo Romeo prospettava il rischio di un attentato al Papa. Tutti documenti pubblicati da Marco Lillo sul Fatto quotidiano. Chi glieli ha dati? Perché il processo non ha affrontato la questione?
Quarto. Nel corso del processo l’ex assistente di Camera di Benedetto XVI ha confessato di aver fatto fotocopie dei documenti consegnati a Nuzzi e di averle date al suo “padre spirituale”, don Giovanni Luzi. Il sacerdote, ascoltato dagli inquirenti, ha dichiarato di averli conservati per qualche giorno per poi bruciarli in quanto, soprattutto, “sapevo che… erano il frutto di una attività non legittima e non onesta e temevo che se ne potesse fare uso altrettanto non legittimo e onesto”. Perché questo sacerdote non è stato incriminato di favoreggiamento, o quantomeno non è stato ascoltato come teste al processo?
Quinto. La sentenza di rinvio a giudizio spiega che a casa di Paolo Gabriele sono stati rinvenuti, oltre alle carte incriminate, un assegno di 100mila euro intestato al Papa, una “pepita presunta d’oro” indirizzata a Benedetto XVI e una cinquecentina dell’Eneide destinata al Papa, traduzione di Annibal Caro stampata a Venezia nel 1581. Sembrava la prova che il maggiordomo agisse per profitto, era la riprova del furto. Poi, dopo le contraddittorie testimonianze dei gendarmi che avevano svolto la perquisizione, i giudici, nella motivazione della sentenza, hanno espunto queste prove di reato perché “rimangono non del tutto chiare le circostanze del loro rinvenimento”. Perché non chiarirlo? E perché, ancora, il materiale informatico rinvenuto a casa di Paolo Gabriele che – lo avevano stabilito i giudici vaticani – sarebbe dovuto essere analizzato nel corso del processo-stralcio a Claudio Sciarpelletti, non è stato invece neppure menzionato?
Sesto. Se il maggiordomo del Papa è stato condannato per “furto”, perché, successivamente, la segreteria di Stato ha precisato che, con il suo operato, “è stata recata un’offesa personale al Santo Padre; si è violato il diritto alla riservatezza di molte persone che a Lui si erano rivolte in ragione del proprio ufficio; si è creato pregiudizio alla Santa Sede e a diverse sue istituzioni; si è posto ostacolo alle comunicazioni tra i Vescovi del mondo e la Santa Sede e causato scandalo alla comunità dei fedeli”? Qual è, insomma, il reato realmente contestato? Il “semplice” furto, o anche la diffamazione e la rivelazione di segreti di Stato?
Settimo. Paolo Gabriele – lo ha scritto nella perizia psichiatrica ammessa a dibattimento il professor Roberto Tatarelli – “si caratterizza per un’intelligenza semplice in una personalità fragile con derive paranoide a copertura di una profonda insicurezza personale e di un bisogno irrisolto di godere della considerazione e dell’affetto degli altri. Accanto ad elementi di sospettosità interpersonale sono presenti condotte ossessive del pensiero e dell’azione (meticolosità, perseverazione), sentimento di colpa e senso di grandiosità, connessi ad un desiderio di agire a favore di un personale ideale di giustizia. La necessità di ricevere affetto può esporre il soggetto a manipolazioni da parte degli altri ritenuti suoi amici ed alleati”. Perché una personalità del genere è stata lasciata accanto al sommo Pontefice per sei anni? Non se n’era accorto nessuno che c’erano dei rischi? E, inoltre, nessuno si era allarmato del fatto che faceva continue fotocopie nel suo ufficio, condiviso con i due segretari personali del Papa, dato che – lo ha raccontato lo stesso Paolo Gabriele – lo faceva “in presenza di altri”? Come era riuscito a godere della fiducia del Papa e della sua cerchia più ristretta? E perché il tribunale vaticano non ha voluto approfondire un'altra dichiarazione inquietante resa dal maggiordomo in aula, che, cioè, parlando con il Papa aveva ricavato l’impressione che egli non fosse sufficientemente informato su alcune questioni sulle quali avrebbe dovuto esserlo, tanto da sembrare – sono sempre parole di Paolo Gabriele – “manipolabile”?
Ottavo. Nel corso del processo-bis a carico di Claudio Sciarpelletti sono emersi dettagli rilevanti sull’atmosfera che si respira in Vaticano ma non sono stati approfonditi. Nel suo studio è stata rinvenuta una busta nella quale si trovava, tra l’altro, un documento che attaccava la gendarmeria – intitolato Napoleone in Vaticano – e costituisce uno dei capitoli del libro di Gianluigi Nuzzi. La perquisizione sarebbe nata dalla soffiata di una “informativa anonima” originata – lo ha rivelato l’avvocato Claudio Benedetti – in segreteria di Stato, un documento che metteva in relazione Paolo Gabriele e Claudio Sciarpelletti. In segreteria di Stato circolano informative anonime? Il superiore del tecnico informatico, mons. Carlo Maria Polvani, inoltre, ha raccontato che mentre in passato “Claudio” aveva nei suoi confronti un comportamento cordiale, da “giugno-luglio” (ossia dopo l’arresto di una notte avvenuto il 25 maggio) egli era divenuto cupo e scostante. Quando Polvani andò a parlargli, Sciarpelletti gli disse, senza altro spiegare: “Tu mi dovrai perdonare, lo faccio per i miei figli e per la mia famiglia”. “Lì per lì non capii che intendeva – ha detto Polvani – lo capii dopo il 13 agosto”. Solo quel giorno il Vaticano ha pubblicato la sentenza di rinvio a giudizio di Sciarpelletti, rivelando che l’informatico era stato arrestato a maggio e, dopo aver detto che la busta gli era stata data da Paolo Gabriele, si era smentito affermando che la busta gli era stata invece data proprio da Polvani. Sciarpelletti, dunque, accusa Polvani alle sue spalle. Polvani che – va ricordato – è nipote di quel mons. Carlo Maria Viganò all’origine del caso Vatileaks; e che un pamphlet uscito in Francia sulla rivista Homme Nouveau (Y a-t-il une opposizione romaine au Pape?) indica, assieme a suo zio, tra i promotori di una fronda contraria a Ratzinger e Bertone. Ma perché Sciarpelletti lo ha fatto “per i suoi figli e per la sua famiglia”? Qualcuno lo ha minacciato – e di cosa? E perché un ufficiale di rango della segreteria di Stato vaticana non sapeva apparentemente nulla del fatto che un suo sottoposto era stato arrestato mesi prima in Vaticano?
Nono. Paolo Gabriele – lo facevano pensare tanto gli insistenti rumors vaticani quanto alcune dichiarazioni ufficiali – doveva essere graziato in tempi brevi dal Papa. Se mai fosse stato incarcerato, lo sarebbe stato in un penitenziario italiano. E comunque non avrebbe perso il lavoro, tanto che il promotore di giustizia (pm) Nicola Picardi ha ipotizzato per lui una interdizione dai pubblici uffici perpetua ma parziale, in modo da consentirgli, cioè, un impiego in Vaticano lontano, però, dalle stanze dei bottoni. Così a inizio ottobre. Poi cambia tutto. La grazia non arriva, il maggiordomo viene incarcerato non già in Italia ma in una cella della gendarmeria e il Vaticano avvia la pratica per il licenziamento da ogni impiego di Curia. Cosa è cambiato nell’ultimo miglio della sua vicenda giudiziaria?
Decimo. Perché, se Vatileaks è solo la storia di un maggiordomo picchiatello e fedifrago, il Papa, dopo il suo arresto, ha voluto incontrare diversi big del collegio cardinalizio, che – lo ha spiegato il 23 giugno il Vaticano – “possono utilmente scambiare con lui considerazioni e suggerimenti per contribuire a ristabilire il desiderato clima di serenità e di fiducia nei confronti del servizio della Curia romana”? Non c’è forse, oltre ad un reato materiale di furto, anche un sottostante problema di governance della Curia romana? E' stato affrontato – e come? Quanto alle indagini, oltre a quelle svolte da gendarmeria e magistratura vaticana, il Papa ha incaricato una commissione cardinalizia ad hoc, composta dai cardinali Julian Herranz, Josef Tomko e Salvatore De Giorgi, di svolgere una parallela inchiesta, senza limiti di mandato né di giurisdizione, capace di interrogare, discretamente, dall’ultimo usciere al più potente cardinale di Curia. I risultati sono stati consegnati al Papa e – nonostante la richiesta della difesa – non sono stati incorporati nel processo. Perché? Esiste su Vatileaks una verità diversa da quella giudiziaria?

(Fonte: Iacopo Scaramuzzi, Linkiesta, 11 novembre 2012)
 

giovedì 8 novembre 2012

Dio salvi gli Americani: «Il meglio deve ancora venire!»

Obama è stato riconfermato Presidente degli Stati Uniti. Un “trionfo della democrazia”, è il giudizio unanime. Ma per l’America, per la Chiesa cattolica, sotto il profilo delle problematiche morali, degli imprescindibili “valori non negoziabili”, si profilano tempi molto duri. Perché? Cerchiamo di vederci un po’ chiaro.
a) Aborto e questioni sulla cultura della vita.
Obama e i democratici lo vedono come un diritto assoluto qualunque sia il mese di gravidanza. Sono quindi a favore della totale libertà della donna di abortire o chirurgicamente (modo tradizionale) o chimicamente (RU486 e tutti gli altri abortivi chimici e non chirurgici). Sono a favore dei cosi detti “Partial Birth Abortion”, in cui il bambino da abortire viene costretto ad uscire (comincia cioè a nascere come in un normale parto) e poi una volta che la testa è fuori, viene sfondata, e quindi ucciso barbaramente. Obama stesso si era dichiarato contrario ad una legge per salvare i bambini nati in seguito ad un aborto, dicendo che sarebbe stata un ostacolo alla libertà della donna di abortire: quindi per lui era meglio lasciarli morire nella sala operatoria.
Ovviamente i democratici appoggiano i contraccettivi e le pillole del giorno dopo in ogni situazione, anche gratis, nelle scuole medie. In particolare, come parte della riforma sanitaria “Obamacare”, vuole costringere tutte le imprese private (ad es. le ditte con proprietari cattolici) e le attività gestite dalla Chiesa (associazioni, università, ospedali, scuole, ONLUS) a sottoscrivere per i propri dipendenti assicurazioni che prevedono tra l’altro la contraccezione e l'aborto. Sono inoltre contrari alla obiezione di coscienza (una grave violazione alla libertà di credo e religione), come pure al diritto dei genitori di conoscere in anticipo la volontà di abortire da parte della loro figlia minorenne.
b) Matrimonio omosessuale
Obama ed i democratici ne sono favorevoli e vogliono legalizzarlo in tutto il paese tramite o leggi proprie di ciascuno Stato, oppure attraverso una decisione ufficiale della Corte Suprema. In più non è prevista alcuna garanzia a favore delle chiese o degli individui che in coscienza combattono per difendere la forma tradizionale del matrimonio tra maschio e femmina, per cui esiste per loro un reale pericolo di persecuzione; viene inoltre promosso un vero e proprio indottrinamento “pro-gay” già nelle scuole elementari.
c) Eutanasia
Obama ed i democratici sono a favore di una massiccia liberalizzazione dell’eutanasia e del “diritto al suicidio”.
d) Libertà di coscienza e di religione
Come accennato sopra, Obama vuole costringere università, scuole, ospedali, ONLUS, cliniche ed altre imprese sociali cattoliche (e imprese private gestite da cattolici praticanti) a pagare per i loro dipendenti una copertura sanitaria che assicura tra l'altro la fornitura di anticoncezionali, le pratiche abortive, le sterilizzazioni, ecc. La multa per chi decide di non adeguarsi a questa imposizione dello Stato ammonta a centinaia di dollari al giorno per ogni dipendente. Per i cattolici contrari a tale imposizione ciò significa la bancarotta e la loro eliminazione dal mondo dell’imprenditoria.
e) Istruzione dei bambini
Obama ed i democratici sono contrari all’idea di ‘School Choice’, cioè all’idea di offrire la possibilità ai genitori di scegliere per i propri figli scuole cattoliche o private: non essendo queste beneficiarie di alcun contributo pubblico, il gravissimo onere per la scelta di una scuola cattolica (in America sono tra le migliori e più preparate) ricadrebbe esclusivamente sui genitori. Per Obama finanziare un simile progetto sarebbe una violazione alla cosiddetta “separazione tra Stato e Chiesa”.
Ovviamente ci sono tante altre questioni nelle quali Obama ed i democratici sono contrari alla posizione della Chiesa o alle persone di fede cristiana. Ed è altrettanto ovvio che tali scelte politiche sono imposte dalle potenti lobby internazionali. Quelle riportate sono soltanto delle “pillole” della politica "restauratrice" di Obama.
Più positiva è invece la situazione per quanto riguarda la politica internazionale. Il presidente americano è certamente più vicino alla Santa Sede di quanto non lo sarebbe stato il suo sfidante Mitt Romney. Dialogo con il mondo islamico, lotta alla povertà, lotta al traffico di esseri umani, ricerca di soluzioni negoziali per le crisi in Medio Oriente, immigrazione: tutti temi che vedono il Vaticano e la Chiesa cattolica in maggiore sintonia con l’attuale inquilino della Casa Bianca.
 

(Ma.La. da: Riscossa cristiana, 7 novembre 2012)

 

martedì 6 novembre 2012

“Caso” Galilei: il quotidiano tedesco “Die Welt” dà ragione alla Chiesa

Il cosiddetto “caso Galilei” torna a far parlare di sé dopo l’articolo del giornalista Paul Badde pubblicato sul quotidiano tedesco “Welt” e ripreso lo scorso 3 novembre dall’agenzia “Kreuz.net”. Articolo, che capovolge e stravolge la “vulgata” sull’argomento, sostenendo come dar torto alla Chiesa sia oggettivamente impossibile. Per due motivi: «Innanzi tutto - scrive Badde - perché Galilei è divenuto a lungo un mito, senza che ve ne fosse un motivo reale. In secondo luogo, perché in questo processo fu l’Inquisizione ad aver ragione e non il contrario».
Il giornalista fa notare come oggi in questa faccenda siano paradossalmente gli stessi intellettuali atei e “mangiapreti” a dar man forte alla Chiesa, dal filosofo marxista Ernst Bloch fino allo scettico agnostico Paul Feyerabend, che nel 1976 scrisse nel suo saggio Contro il metodo obbligato (traduzione più fedele al titolo originale tedesco rispetto alla resa italiana, più semplicistica, “Contro il metodo”- NdA): «La Chiesa nel caso Galilei si attenne alla ragione molto più di quanto fece Galilei stesso, poiché tenne in considerazione anche le conseguenze etiche e sociali derivanti dagli insegnamenti dello scienziato. Il verdetto fu razionale e giusto e la sua revisione fu dettata soltanto da logiche di opportunismo politico». È, questo, un passo poco noto e di raro citato testualmente, benché risulti paradigmatico. E che fa il paio con quello scritto da Rino Cammilleri nella sua rubrica “L’antidoto” il 15 gennaio 2008, allorché fece notare come non fosse stata «la Chiesa a metter bocca nella scienza, ma Galileo a voler fare il teologo».
Senza addentrarsi nello specifico, poiché materia già trattata – e con rigore scientifico – in altra sede, val la pena solo ricordare come la “condanna” fosse consistita, in realtà, soltanto nella recita dei sette salmi penitenziali ogni settimana per tre anni, compito oltre tutto che l’imputato – col consenso della Chiesa – delegò volentieri alla figlia monaca, Suor Maria Celeste. Niente carcere, dunque, niente torture, niente isolamento, niente censure, tanto che l’opera ritenuta il suo capolavoro scientifico, Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze, uscì cinque anni dopo la sentenza.
La verità sta nelle parole del medievista francese, Leo Moulin, che nel suo libro L’Inquisizione sotto inquisizione dichiarò: «Date retta a me, vecchio incredulo che se ne intende: il capolavoro della propaganda anti-cristiana è l’essere riusciti a creare nei cristiani, nei cattolici soprattutto, una cattiva coscienza. A furia di insistere, dalla Riforma ad oggi, ce l’hanno fatta a convincervi di essere i responsabili di tutti o quasi i mali del mondo. Vi hanno paralizzato nell’autocritica masochista. E voi, così spesso ignoranti del vostro passato, avete finito per crederci. Invece io, agnostico ma storico che cerca di essere oggettivo, vi dico che dovete reagire, in nome della Verità. Spesso, infatti, non è vero. E se qualcosa di vero vi fosse, è anche vero che, in un bilancio di venti secoli di Cristianesimo, le luci prevalgono di gran lunga sulle ombre». Che debbano essere i laicisti ed i non credenti a convincere i Cattolici, è il colmo…

(Fonte: Mauro Faverzani, Corrispondenza Romana, 6 novembre 2012)
 

mercoledì 31 ottobre 2012

La disobbedienza al Papa

Il Concilio Vaticano II, come ci dicono gli studiosi, nel campo dell’ecclesiologia ha avuto tra le altre la funzione di completare l’opera del Concilio Vaticano I, il quale, come è noto, fu interrotto a seguito dell’ingresso in Roma delle truppe piemontesi.
Così il Vaticano II, dopo che il Concilio precedente aveva trattato dei poteri del Papa, passò a trattare di quelli delle altre compagini ecclesiali, cominciando, come sappiamo, dalla dottrina del Popolo di Dio, ossia la Chiesa come insieme dei fedeli, e poi le funzioni dei vescovi, dei presbiteri, dei religiosi e dei laici: un corpo di dottrina imponente ed importantissimo, che ci fa meglio conoscere con ordine e le dovute distinzioni, quali sono i vari ministeri, uffici, servizi, missioni e carismi strutturali della Chiesa.
Con ciò il Concilio ha voluto valorizzare, attivare e stimolare, nella loro giusta autonomia ma anche nelle reciproche relazioni, tutte le energie, le forze e le potenzialità della Chiesa, così da assicurarle quel nuovo slancio evangelizzatore e missionario che notoriamente fu, secondo le indicazioni del Beato Giovanni XXIII, uno degli scopi se non proprio lo scopo principale del Concilio. In questa linea di potenziamento delle strutture della Chiesa il Concilio elaborò una più approfondita dottrina del Collegio episcopale e della Chiesa locale. Da ciò poi son nate le Conferenze episcopali nazionali.
Tuttavia, a mio modesto avviso, in questo enorme corpo di dottrina, nel momento in cui si ribadivano con totale chiarezza il primato, le prerogative ed i poteri del Romano Pontefice, si trascurò di proporre una sufficiente dottrina circa quell’indispensabile strumento del suo magistero e del suo governo che è la Curia Roma con l’insieme dei suoi dicasteri e dei suoi uffici, a cominciare dalla Segreteria di Stato.
E’ vero che immediatamente dopo la fine del Concilio vi provvide saggiamente Paolo VI, che pur veniva su dalla Segreteria di Stato, ma - benché io non sia un esperto in questo campo - devo esprimere la mia modesta opinione che non so quanto tale riforma sia stata veramente efficace. Ci si doveva liberare dalla secolare antipatia nei confronti della Curia Romana che risaliva addirittura alla nascita del luteranesimo e forse non si ebbe il coraggio di dare a questo preziosissimo organismo, che media fra il Papa e il Popolo di Dio, la sufficiente funzionalità, energia e chiarezza.
Impressionati dallo stantio luogo comune anticlericale della “prepotenza della Curia Romana”, la riforma ha prodotto una Curia troppo debole e scarsamente utile per una conduzione efficace della Chiesa da parte del Papa, mentre sono eccessivamente emerse le istanze dell’episcopato e dei teologi, i quali in certi casi hanno sottovalutato e visto male quell’organo di governo del Papa.
Questa lacuna, secondo me, è uno dei motivi che sono all’origine della nefasta separazione che sarebbe sorta in modo drammatico dall’immediato postconcilio e che dura a tutt’oggi, fra il Papa e suoi immediati, fidati e fedeli collaboratori da una parte - in fin dei conti la Curia esiste ancora! - e dall’altra il resto del Popolo di Dio, a cominciare del collegio cardinalizio ed episcopale, per arrivare a tutte le altre componenti del corpo ecclesiale.
E’ successo così, e questo tutti lo hanno notato, che la giusta valorizzazione del Popolo di Dio promossa dal Concilio, in molti casi è stata falsificata da uno stile e da un’impostazione di eccessiva autonomia nei confronti della S. Sede, per non dire di aperta disobbedienza e ribellione con contestazioni di ogni sorta, sia nel campo disciplinare che, e ciò è molto peggio, addirittura nel campo della dottrina della fede.
Il Papa ha cominciato a restare isolato, inascoltato, disatteso, addirittura tradito. Basti per tutti l’orrendo episodio di Paolo Gabriele col processo che ne è seguito, dal quale sembrerebbe risultare che egli avrebbe agito “da solo”, cosa assurda solo che qualunque persona di buon senso rifletta sull’accaduto, del resto reso noto dagli stessi organi del Vaticano: come si può pensare che un qualunque oscuro - che però doveva essere fidatissimo - domestico privato del Papa abbia potuto da solo per scopi suoi privati sottrarre furtivamente al Sommo Pontefice per sei anni 82 scatoloni di documenti privati e segreti, probabilmente molto importanti, senza che nessuno in Segreteria di Stato se ne sia accorto? Che cosa se ne faceva Gabriele di tutto questo immenso delicatissimo materiale? Voleva mettere su un archivio storico per conto suo?
E chi vi parla è uno che ha lavorato in Segreteria di Stato per otto anni, dal 1982 al 1990. A chi la si vuol dare ad intendere? Perché non riconoscere piuttosto in quanto è avvenuto un fatto orribile ed inaudito, che certamente ha procurato un’enorme sofferenza al Vicario di Cristo, da lui sopportata con altissima dignità? Perché non si trovano commenti autorevoli di questo episodio? Non è forse il caso di fare ulteriori indagini per togliere quella “sporcizia” della quale parlò il Papa in una famosa omelia?
Non sarà forse questa la punta dell’iceberg della ribellione che da tempo si è insinuata nei confronti del Papa persino tra i suoi stretti collaboratori? Non si nota forse da tempo dissenso e contrasto col Papa persino il alcuni Cardinali? Non c’è ribellione al Papa persino negli Ordini che tradizionalmente sono stati il suo braccio destro, come i Domenicani e i Gesuiti?
Questa volta i modernisti infiltrati persino nella Segreteria di Stato, sentendosi sicuri, hanno fatto un imperdonabile passo falso, per il quale adesso non può essere tutto come prima, benché essi siano riusciti ad far fare un processo giudiziario in un settimana, ingenuamente lodato per la sua velocità da parte di certi giuristi italiani: per forza! si è voluto coprire tutto il più presto possibile, nella speranza (vana) che questo imbarazzante episodio sia dimenticato quanto prima. Ma, come dice il proverbio: “Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino”. Si è trovato lo zampino, ora bisogna trovare la gatta.
Un giorno in Segreteria di Stato vidi per caso un appunto al Papa del Cardinal Domenicano Luigi Mario Ciappi, degnissima persona che mi onorava della sua amicizia. Era il Teologo della Casa Pontificia. Il biglietto diceva con tono allarmato e la franchezza tipica del Domenicano: “Santità, ci sono deviazioni dottrinali persino nelle Facoltà Teologiche Pontificie”.
La cosa tragicomica è che i modernisti si permettono di disobbedire tranquillamente al Papa anche in materia di fede, mentre guai a chi disobbedisce loro, sempre in materia di “fede”, naturalmente la “fede” come la intendono loro, che comporta ogni genere di deviazione dalla autentica ortodossia. In tal modo essi da una parte lasciano parlare o difendono gli eretici, e dall’altra vorrebbero chiudere la bocca ai difensori del Papa, del Magistero e della sana dottrina. La situazione sta diventando intollerabile. Occorre veramente una “riscossa cristiana”!
Il Papa solo com’è, con traditori in casa, difficilmente è in grado di difendere i buoni e di correggere i ribelli. Egli certo ci dà ottime direttive. Gli strumenti per conoscere la sana dottrina non mancano. E’ carente lo strumento per far osservare la disciplina e per correggere i devianti. Con questo non nego i grandi meriti della Congregazione per la Dottrina della fede. Ma essa va aiutata, sostenuta, incoraggiata, perché più volte è stato notato da saggi osservatori come il personale stesso di questo importantissimo Organismo sembri troppo scarso ed impari alla massa enorme di questi problemi che si accumulano in questo settore fondamentale dell’“obbedienza della fede” (Rm 1,5; 15,18; 2Cor 10,5; 1Pt 1,22).
Obbedire al Papa, quando ci parla come Vicario di Cristo, mette in gioco la nostra obbedienza a Cristo come Mastro della Fede. La nostra fede di cattolici in Cristo ci è mediata dalla nostra obbedienza al Papa, s’intende in quanto ci insegna il Vangelo. E’ ovvio che al di fuori di questo altissimo ufficio che caratterizza il Papa in quanto Papa, egli è una persona fallibile e può fungere semplicemente, come si sul dire, da semplice “dottore privato”, come appare chiaramente dai libri, pur sempre belli e importanti, che Benedetto XVI, “Ratzinger”, come dice significativamente il sottotitolo, ha scritto su Gesù Cristo, invitando il lettore ad entrare in discussione con lui, cosa che evidentemente non farebbe se ci parlasse come Maestro della Fede e dall’altra parte come un teologo così grande come lui non potrebbe avere la libertà di esprimere le sue opinioni?
Indubbiamente questa duplice linea di insegnamento del Papa può essere fraintesa da cattolici sprovveduti. Per questo motivo, credo, i Papi del passato si sono sempre astenuti dallo scrivere libri su quel tono, anche se ovviamente in altri documenti ordinari non sempre hanno impegnato la loro infallibilità pontificia.
Tuttavia oggi possiamo pensare ad un Popolo di Dio abbastanza maturo per saper apprezzare non solo l’insegnamento ufficiale del Papa, ma anche le sue discutibili opinioni, soprattutto se si tratta di un teologo di prima grandezza, come Ratzinger, forte peraltro di una ventennale esperienza fatta alla CDF.
Le istanze autoritative intermedie che stanno tra il Papa e il Popolo di Dio, benché ovviamente non siano dei semplici meccanici trasmettitori delle direttive e degli insegnamenti pontifici, devono oggi comprendere, in molti casi, laddove esse sono inquinate dal modernismo, che se vogliono aver autorità presso i fedeli e i sudditi, esse per prime devono obbedire al Papa e alla S. Sede.
Diversamente il fedele avveduto non potrà seguirli, ed è pronto anche a subire persecuzione, come purtroppo sta avvenendo in molti casi. Per farsi santi occorre saper soffrire anche da parte dei fratelli senza avere la timidezza o l’opportunismo di uscire dal sentiero della verità disobbedendo al Vangelo insegnato dal Successore di Pietro.

(Fonte: P. Giovanni Cavalcoli, Riscossa cristiana, 30 ottobre 2012)

 

venerdì 26 ottobre 2012

«Guerre vaticane», il primo libro sui vatileaks

«Vien da chiedersi, innanzi tutto, cosa abbiano a che fare corvi, talpe o veleni con l’annuncio di Cristo, cioè con l’unica cosa che dovrebbe contare per la Chiesa. Niente in apparenza… Ma i soldi, il potere, gli scandali, le maldicenze – e anche le guerre – sono parte della storia dell’umanità, nella quale la Chiesa è immersa… La Chiesa cammina con i fallimenti, che rimandano il bisogno di convertirsi continuamente al Vangelo. E dovrà trarre lezione anche dalle ultime vicende, accelerando quel rinnovamento indispensabile per parlare all’uomo moderno e sottrarlo all’oblio del trascendente».
Sono queste parole introduttive la chiave per affrontare la lettura di «Guerre vaticane» (Rubettino, pp. 272, 13 euro), il libro scritto da Enzo Romeo, vaticanista e caporedattore esteri del Tg2, il primo tentativo di analizzare quanto accaduto nella Curia romana negli ultimi due anni. L’interesse del lavoro di Romeo, che si occupa da molti anni di informazione religiosa e vicende vaticane sta nella lettura complessiva di ciò che è accaduto, una «guerra» fatta di colpi e contraccolpi, di lettere anonime e di un uso spregiudicato dei media, che ha visto confrontarsi varie cordate e gruppi.
Tra le novità contenute nel libro, il coinvolgimento nell’inchiesta sulla fuga di documenti finiti prima su alcuni giornali e poi nel libro di Gianluigi Nuzzi, di un gendarme. Il generale Domenico Giani, responsabile della Gendarmeria vaticana, scrive Romeo «è stato costretto a controllare dappertutto, perfino all’interno della propria caserma, dove – secondo una gola profonda – si nascondeva uno dei corvi, notizia peraltro mai trapelata sui media». È probabile che si tratti di un gendarme che era in contatto con il maggiordomo del Papa reo confesso – e ora condannato – per il furto delle carte segrete dall’appartamento pontificio e per averle fotocopiate e consegnate a Nuzzi. L’uomo, inizialmente sospeso dal servizio in via cautelativa, non è stato poi direttamente coinvolto nel processo contro Paolo Gabriele. Vedremo se lo sarà nel processo-stralcio decisamente di minore importanza che vede imputato il tecnico informatico della Segreteria di Stato Claudio Sciarpelletti e che avrà inizio il 5 novembre. Ma è probabile che gli investigatori vaticani non abbiano trovato prove o riscontri a suo carico e che proprio per questo il suo nome e il suo coinvolgimento siano stati tenuti segreti.
Tornato al quadro complessivo, cioè al vero contributo che offre il libro, la vicenda di «Paoletto» che dallo scorso maggio, dopo il suo arresto, ha ovviamente monopolizzato l’attenzione mediatica, è inserita nel contesto di diverse vicende, che anche se non collegate dal punto di vista giudiziario, costituiscono l’humus in cui vatileaks è avvenuto. E anche se nella sentenza del processo al maggiordomo si legge che non sono emerse complicità o ispiratori-istigatori della violazione del segreto papale e della privacy del Pontefice, soltanto una lettura di comodo può far pensare che «Paoletto» sia stato una mela marcia in un cesto di frutta lucida e sanissima. Romeo dedica capitoli al caso Boffo – che si può forse considerare il capitolo iniziale di queste «guerre vaticane» - come pure al caso del segretario del Governatorato Carlo Maria Viganò e alle vicende dell’Istituto Toniolo, la cassaforte dell’Università Cattolica che ha visto contrapporsi il cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone all’allora arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi, come pure alle vicende dello IOR e al clamoroso defenestramento del presidente Ettore Gotti Tedeschi: «qualcosa di era spezzato – scrive il vaticanista – e la situazione era deflagrata, mandando all’aria tutto l’assetto interno alla banca».
Alla fine della lettura del libro di Romeo, che ha il pregio di mettere in fila i fatti senza prevaricare con le interpretazioni, si comprende come appaiano inadeguate le tesi di quanti vorrebbero spiegare ciò che è accaduto soltanto come una contrapposizione tra la «vecchia guardia» diplomatica e la «nuova guardia» rappresentata da Bertone e i suoi uomini. O come una questione di gelosie e rancori interni all’entourage tedesco di Benedetto XVI. O ancora soltanto come il frutto di un attacco mirato contro il Papa da parte di chi, all’esterno ma soprattutto Oltretevere, vorrebbe sottrargli il controllo del timone. Tutti elementi certamente presenti nelle vicende che hanno segnato la vita del Vaticano nell’ultimo periodo, ma insufficienti per giustificare un quadro d’insieme che rivela ancora una volta questioni irrisolte di governo. «Proprio la mancanza di coordinamento – scrive Romeo – è stato uno dei problemi riscontrati nella Curia romana in questi ultimi anni, dove c’è stata troppa confusione e poca armonia».
Forse anche per questo, l’autore di «Guerre vaticane», dopo aver parlato delle possibili candidature per la Segreteria di Stato – nel caso il Papa accetti le dimissioni di Bertone – ma anche quelle per la successione allo stesso Benedetto XVI (in un capitolo dove segnala la new entry tra i «papabili» del patriarca di Venezia Francesco Moraglia, non ancora cardinale), cita un brano del discorso che Ratzinger fece nel 2009 ai giovani del Seminario maggiore di Roma: «Invece di inserirsi nella comunione con Cristo, nel Corpo di Cristo che è la Chiesa, ognuno vuol essere superiore all’altro e con arroganza intellettuale vuol far credere che lui sarebbe il migliore. E così nascono le polemiche che sono distruttive, nasce una caricatura della Chiesa, che dovrebbe essere un’anima sola e un cuore solo». Parole illuminanti, che fanno il paio con quelle della preghiera del vescovo Tonino Bello, citate in apertura del libro: «Salvami dalla presunzione di sapere tutto, dall’arroganza di chi non ammette dubbi; dalla durezza di chi non tollera ritardi; dal rigore di chi non perdona debolezze; dall’ipocrisia di chi salva i principi e uccide le persone».

(Fonte: Andrea Tornielli, Vatican Insider, 26 ottobre 2012)
 

mercoledì 24 ottobre 2012

I diritti di Dio e la liturgia dopo il Vaticano II

Tra le riforme del Concilio Vaticano II, quella liturgica è senza dubbio la più discussa. I cambiamenti avvenuti sembrano in effetti costituire una vera e propria rottura con le norme fondamentali della liturgia romana e dello stesso diritto liturgico. Ma cosa è accaduto realmente? A questa domanda cerca di rispondere il giovane studioso Daniele Nigro nel suo I diritti di Dio. La liturgia dopo il Vaticano II (Sugarco Edizioni, pp. 136, € 15, prefazione del card. Raymond Leo Burke).
In questi ultimi cinquant’ anni le norme liturgiche sono state disattese e la vigilanza delle autorità ecclesiastiche è quasi del tutto mancata. Molte formule della tradizione da fisse sono diventate modificabili, la musica liturgica è scaduta in canzonette troppe volte ridicole, l’architettura sacra ha prodotto degli edifici orribili e per nulla adatti alla preghiera, il latino è stato abbandonato, nelle chiese sono scomparse le balaustre e gli altari sono stati trasformati in mense. I ministri di Dio, poi, si sono spesso macchiati di gravi abusi. «Dopo il Concilio non si è trattato più di mitigare la rigidità della legge, ma si è arrivati a minimizzarla al punto che risulta inutile porre il problema dell’osservanza, tanto meno quello della sua forza vincolante; in tal modo l’uso della liturgia ha ceduto il passo all’abuso» (p. 108).
Eppure da sempre la Chiesa ha fissato delle regole ben precise, racchiuse nelle rubriche, per normare quello che è il suo culto pubblico ufficiale, la cui sacralità e santità «comporta un mistero che chiede di essere avvicinato con la massima riverenza» (p. 50). Come diceva San Roberto Bellarmino, infatti, «il fine precipuo dei divini uffici non è l’istruzione o la consolazione del popolo, ma il culto dovuto a Dio dalla Chiesa» (p. 31). Ora, visto che «l’abuso liturgico implica gravi responsabilità personali e sociali, perché può trasformare un mezzo salvifico (…) in una privazione o diminuzione di grazia» (p. 117), è più che mai necessario che i laici facciano sentire la propria voce, a norma del diritto canonico. È un dovere del fedele segnalare gli scempi, «pena l’omissione e in un certo senso un concorso di colpa» (p. 118).
Secondo Nigro, la crisi dello ius liturgicum non è frutto solo di una cattiva interpretazione della Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium. «Se si ammette che il principio dello sperimentalismo ha dato luogo alla malintesa creatività (…); che quello dell’adattamento ha dato luogo all’inculturazione selvaggia o meno (…); che quello dell’antirubricismo ha dato origine agli abusi e ai reati, si dovrà ammettere pure che essi sono i punti deboli o almeno ambigui insiti nella Costituzione liturgica e soprattutto nella riforma conciliare» (pp. 112-113).
Il semplice fatto che ad essa siano seguite numerose istruzioni chiarificatrici (tra cui la Redemptionis Sacramentum, del 2004, che però nessuno si è mai preso la briga di far rispettare) significa effettivamente che qualcosa non va. Purtroppo si è cercato di rimediare troppo tardi! Un’ulteriore correzione di rotta, volta a ribadire il principio della continuità dottrinale e liturgica con la tradizione, è venuta da Benedetto XVI col Motu proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007, che ha ridato finalmente piena cittadinanza nella Chiesa alla messa in rito antico.
Ma anche in questo caso, mancando seri provvedimenti autoritativi e disciplinari, l’esempio e l’insegnamento liturgico del Papa risultano ignorati e in molti casi addirittura osteggiati. È vero che oggi la liturgia è tornata al centro del dibattito. Ma è pur vero che della cosiddetta «riforma della riforma», la cui realizzazione appare assai remota, in tanti parlano senza però far capire in cosa dovrebbe consistere. ()

(Fonte: Federico Catani, Corrispondenza Romana, 24 ottobre 2012)
 

sabato 20 ottobre 2012

Il caro estinto diventa un diamante

Il dolore per la dipartita di un proprio caro si allevia se lo si porta al collo
Avete capito bene. Al collo come un pendente, un diamante vero e proprio! Per ora la nuova forma di sepoltura è eseguita soltanto in Svizzera e con un procedimento nemmeno complicato: il caro estinto viene cremato (e fin qui cosa abbastanza consueta), poi il parente affranto, tramite deposito del passaporto mortuario del defunto in Svizzera, consegna le ceneri al laboratorio addetto alla trasformazione… e qui avviene il miracolo: il carbonio contenuto nelle ceneri, che in base alla quantità di boro può assumere varie tonalità del blu, viene sottoposto al procedimento stesso che avviene in natura, con le stesse condizioni di pressione e temperatura, che portano alla formazione del diamante. Il costo è più o meno quello di una sepoltura tradizionale e varia da 3.500 a 13.000 € per una pietra da un carato (dipende insomma dalla caratura).
Per ora questa bizzarra forma di sepoltura può avvenire solo in Svizzera, dato che da noi non é prevista dalla vigente legislatura, ma mai dire mai. Sono ormai decine le richieste che provengono dal nord Italia e c’è da credere che l’usanza si diffonderà. Sai che bello per le sconsolate vedove, che magari hanno avuto sempre una bassa considerazione per il povero babbeo che le aveva sposate, poter dire sogghignando alle amiche: “Finalmente vale qualcosa!”.

(Fonte: Silvio Foini, Perfetta Letizia, 18/10/2012)

giovedì 11 ottobre 2012

Studi scientifici contro le adozioni gay: ma dalla D’Urso non si può dirlo!


Il segnale positivo è che certe cose si cominci a dirle. Il segnale negativo è che i mass-media ancora censurino chi non canti col coro.
25 settembre 2012: Canale 5 si è occupato del delicatissimo tema delle adozioni gay nel corso della trasmissione “Pomeriggio Cinque”. Per questo, si è collegato col dottor Giuseppe Di Mauro, Presidente della Sipps, Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale, che, di fatto, non ha potuto esprimere il proprio pensiero. Gli è bastato snocciolare i primi dati realmente scientifici, tali da sconsigliare vivamente le cosiddette “genitorialità” omosessuali, perché la parola gli fosse tolta, senza più aver la possibilità di concludere il proprio discorso.
Ha parlato in tutto 2 minuti e 8 secondi, mentre a Francesca Vecchioni ed alla sua storia lesbica con tanto di gemelline, avute in Olanda con la fecondazione eterologa, sono stati dedicati 18 minuti e 20 secondi ininterrotti con la replica di alcuni brani dopo la pubblicità per altri 2 minuti. In tutto, oltre 20 minuti monodirezionati. In più, l’intervista a Vendola, l’insostenibile dibattito seguito con abili stacchi da un ospite all’altro, applausi e fischi a senso unico in una trasmissione chiaramente faziosa, dove la stessa conduttrice, Barbara D’Urso, si è nettamente schierata, [come suo solito meglio la finzione scenica che la cultura: il pensiero delle potenti lobby è sempre il più trendy!] complimentandosi ad esempio con Francesca Vecchioni per l’iscrizione alle “liste civiche” della Milano di Pisapia ed auspicando ben presto un referendum sulle unioni gay.
In tutto questo bailamme l’unico “silenziato” è stato il dottor Di Mauro. Che, a questo punto, ha giustamente inviato una denuncia all’Agcom, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, contro la trasmissione a tutela del pluralismo. Esprimendo «seria preoccupazione per la rapidità e la leggerezza con la quale, a livello mediatico», si diffondono «informazioni superficiali e spesso fuorvianti» in merito.
Perché gli è stata tolta la parola? Cosa avrebbe voluto dire? Che «sulla base della letteratura scientifica disponibile, i bambini sembrano più adatti ad avere una vita adulta con successo, quando trascorrono la loro intera infanzia con i loro padri e madri biologici sposati e specialmente quando l’unione dei genitori rimane stabile a lungo». I dati parlano chiaro, per questo “scottano”. E smentiscono la vulgata permissivista.
L’indagine più autorevole in merito ‒ sia per ampiezza, sia per qualità del campione considerato ‒ è quella del sociologo Mark Regnerus dell’Università del Texas, pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica “Social Science Research”. Ebbene, il 12% dei figli con “genitori” omosessuali pensa al suicidio (contro il 5% dei figli di coppie eterosessuali sposate), il 40% è propenso al tradimento (contro il 13%), il 28% è disoccupato (contro l’8%), il 19% è in trattamento psicoterapeutico (contro l’8%) e più frequente è il ricorso all’assistenza sociale, il 40% ha contratto una patologia trasmissibile sessualmente (contro l’8%). Inoltre, afferma il dottor Di Mauro, «sono genericamente meno sani, più inclini al fumo ed alla criminalità».
Più depressi, più ansiosi, più impulsivi e più esposti alle dipendenze. Questo studio è di luglio. A fronte delle prevedibili reazioni provocate, in agosto il prof. Regnerus ha messo a punto una nuova analisi, sempre pubblicata su “Social Science Research”, in cui, tenendo conto delle critiche mossegli, non solo ha confermato, ma ha addirittura rilanciato, rivelando le notevoli differenze sussistenti tra figli adulti adottati da coppie gay conviventi e figli naturali di coppie eterosessuali. Invece scientificamente invalidi, non empiricamente giustificati e contraddittori sono stati riconosciuti i dati forniti dai fans della “genitorialità” gay, come evidenziato dallo studio di Loren Marks della Louisiana State University. Ma tutto questo non si può dirlo.
(Fonte: Mauro Faverzani, Corrispondenza Romana, 10 ottobre 2012)