
Perché parlo di “attacco frontale”? Perché l’ultima iniziativa legislativa in materia di ICI è un emendamento radicale presentato invano la scorsa estate alla cosiddetta manovra-bis, che puntava a colpire esclusivamente “gli enti religiosi cattolici” negando, appunto, soltanto a essi i benefici stabiliti dalla legge a motivo della rilevanza sociale della loro opera senza finì di lucro. Insomma, secondo l’emendamento, solo i cattolici dovrebbero pagare l’ICI a tutto campo. Mentre potrebbero continuare a non pagarla (come già accade) tutte le altre confessioni religiose presenti sul territorio italiano, i partiti politici nelle loro sedi, i sindacati, addirittura tutti i fabbricati di proprietà degli Stati esteri e, ovviamente, regioni, province, comuni, comunità montane, unità sanitarie locali, camere di commercio.
Ditemi voi se questa non è discriminazione! Tant’è vero che il cardinal Bagnasco si è detto disponibile a rivedere la questione, purché nella “revisione” siano coinvolte tutte le realtà non profit che in Italia sono esenti da ICI, non solo la Chiesa. I cattolici non sono cittadini di serie B, anzi. Chiedetevi, onestamente, se abbia più diritto ad un’esenzione dall’ICI totale o parziale una struttura caritativa della Chiesa cattolica o la sede di un partito politico o di un sindacato.
Allora, diciamo un po’ le cose come stanno, perché, prima di parlare e di giudicare e di reclamare, bisogna conoscere la verità. Che è l’unica cosa da difendere. Posto che il governo Monti reintrodurrà l’ICI, o Imu, continueranno ad essere esentati gli immobili nei quali gli enti non commerciali svolgono alcune specifiche e ben definite attività di rilevante valore sociale, cioè quelli “destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive” nonché quelle dedicate al culto (ad ogni tipo di culto riconosciuto, naturalmente, non solo quello cattolico). I requisiti per essere esenti sono dunque due: l’immobile deve essere utilizzato da enti non commerciali e deve essere destinato all’esercizio esclusivo di certe attività di rilevante interesse sociale. Se non ci sono tali requisiti, l’ICI o come diavolo si chiamerà la tassa, si deve pagare. E infatti la Chiesa cattolica la paga già per tutti quei suoi immobili che non possiedono i requisiti suddetti. Ad esempio, solo nel comune di Bologna ha versato l’anno scorso, se non sbaglio, un milione di euro. Allora? Dov’è il problema? Di cosa stiamo parlando?
E, lo ripeto, la legge di cui sopra non esenta soltanto immobili di proprietà dei cattolici, ma tantissimi altri immobili dove si svolgono attività laiche. Pensate, solo nella rossa Emilia, alle centinaia di circoli ARCI (la famosa Associazione Ricreativa Comunista Italiana). Non pagano un euro di ICI, ma tengono aperti bar, locali pubblici, librerie, attività ricreative e sportive. Proprio perché usufruiscono delle agevolazioni previste dalla legge.
Allora, non ci facciamo fregare dalla disinformazione e continuiamo ad approfondire il fenomeno. Un bell’aiuto viene da Avvenire, il giornale cattolico che conosce bene la situazione e che quotidianamente ormai interviene su questo tema. Sentire l’altra campana è un dovere per chi ama la verità.
(Fonte:
Gianluca Zappa, La Cittadella, 11 dicembre 2011)
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