venerdì 4 ottobre 2013

Le bizzarre idee del cardinale Ravasi

Ho ritenuto necessario commentare alcuni recenti pronunciamenti di papa Bergoglio (tra i quali una sua lettera a Scalfari) e poi anche di una lettera di papa Ratzinger (quella a Odifreddi) perché si tratta di interventi pubblici dei più alti esponenti della Gerarchia (il papa attuale e il suo predecessore) che logicamente hanno suscitato grande curiosità nell’opinione pubblica generale e acceso dibattito in seno alla comunità cattolica. Con i miei commenti intendevo chiarire, sulla base dei principi fondamentali dell’ermeneutica teologica, che non si trattava di atti del Magistero (ossia di insegnamenti dottrinali formalmente destinati a confermare o a riformare la fede della Chiesa nei suoi contenuti) ma di iniziative pastorali la cui opportunità e la cui efficacia possono non risultare evidenti a tutti i fedeli, ragione per cui qualcuno di loro può anche manifestare il proprio rispettoso dissenso, pur riconoscendo la legittimità delle scelte e la bontà delle intenzioni.
Ora, alla luce degli avvenimenti che sono poi seguiti, ritengo necessario aggiungere che, per questi medesimi motivi,  è del tutto lecito che qualcuno, all’interno della comunità cattolica, manifesti il proprio rispettoso dissenso nei confronti di interviste o dichiarazioni occasionali di qualche prelato della Curia romana, quando si tratti di atti sprovvisti di qualsiasi autorità dottrinale e quando non risulti evidente la loro opportunità e la loro efficacia pastorale. Mi riferisco in particolare al titolare del  Pontificio Consiglio per la Cultura, il cardinale Gianfranco Ravasi, i cui meriti ecclesiali sono riconosciuti da tutti, a cominciare dal papa Benedetto XVI che gli conferì questo incarico, ma che spesso, nella sua ininterrotta produzione di discorsi, articoli, interviste e conferenze, parla della nostra fede cristiana in termini che risultano tanto più sconcertanti per i cattolici quanto più riscuotono consenso e gradimento da parte dei media anticattolici.
Il più recente di questi interventi è avvenuto nel corso di un incontro con giornalisti italiani di primo piano. Secondo quanto riportato dalla Stampa (“Vatican Insider”), «il cardinale Ravasi contestualizza teologicamente gli effetti sull'individuo e la società delle innovazioni tecnologiche», osservando che «la lingua italiana conta 150mila vocaboli mentre i giovani oggi ne usano dagli ottocento ai mille. È mutato il modello antropologico dei nativi digitali, quindi un vescovo che non sa muoversi in questa nuova atmosfera si mette fuori dalla sua missione».
Si resta perplessi di fronte a questo ingenuo entusiasmo tecnologico-giovanile che porta il cardinale a misurare l’efficacia dei vescovi (la cui missione, secondo il Concilio, consiste nella evangelizzazione nella catechesi) sulla capacità di “cinguettare” pochissime parole, tanto più che poi Ravasi ritiene di dover dire, a conferma di ciò, che «Gesù anticipa il linguaggio sintetico dei tweet: "Il regno di Dio è vicino, convertitevi", "Ama il prossimo tuo come te stesso"... Una predicazione folgorante che spinse l'ebreo Kafka a considerare Cristo "un abisso di luce dentro al quale bisogna chiudere gli occhi per non precipitare". Una capacità incisiva di trasmettere il messaggio evangelico…».
Si potrebbe osservare che l’uso degli aforismi è di tutti i libri sapienziali dell’Antico Testamento, e che il Nuovo Testamento non riporta di Gesù solo frasi brevi ma anche lunghi e complessi discorsi (come ad esempio il “discorso sacerdotale” che si legge nel Vangelo secondo Giovanni). Ravasi è un biblista e queste cose le sa bene, ma evidentemente pensa che l’arma vincente nella lotta per farsi ascoltare oggi dagli opinion makers sia il ricorso alla retorica dell’aggiornamento (in questo caso, tecnologico e linguistico).
Io non perderei tempo a commentare discorsi così banali sull’evangelizzazione del mondo di oggi, se non fosse che il cardinal Ravasi, che conosco da tanti anni e del quale leggo sempre gli articoli sul domenicale del Sole –24 Ore, rappresenta una ben precisa ideologia ecclesiastica, quella che io ho analizzato nel mio trattato su Vera e falsa teologia e che consiste nel ridurre tutta la pastorale al problema di come rendere la Chiesa “accettabile” presso gli esponenti della cultura soggettivistica e relativistica, considerati (senza alcuna seria indagine di sociologia della cultura) l’espressione fedele e unica di quel “mondo moderno” cui l’annuncio del Vangelo deve adattarsi.
Esempio di questa ideologia è l’accenno che in quella  stessa occasione Ravasi ha fatto a un tema che gli è molto caro, quello della verità: «La verità è come il diamante: io ne vedo una faccia, solo Dio le vede tutte. Perciò resta valido l'insegnamento attribuito da Platone a Socrate. "Una vita senza ricerca non merita di essere vissuta”. Finché si è inquieti, si può stare tranquilli». A molti queste parole saranno sembrate del tutto innocenti e anche innocue. A me no. Innanzitutto perché, come cristiano, mi dispiace vedere manipolato malamente l’agostiniano “inquietum cor nostrum”, che certamente non è una professione di relativismo. In secondo luogo, come filosofo, non possono non vedere che questo modo di esprimersi è mutuato letteralmente dal “prospettivismo”, teoria  filosofica che in Italia è stata sostenuta da Ugo Spirito, pensatore di scuola gentiliana che finì per tradurre l’attualismo di Gentile (che a modo suo era l’espressione di un “pensiero forte”) in una forma di scientismo fallibilistico, che oggi si ripresenta con il “pensiero debole” di Gianni Vattimo.
E non faccio fatica a vedere nel “prospettivismo” di quel discorso di Ravasi che ho citato or ora la premessa del discorso ancora più sconcertante che il cardinale ha fatto, in un articolo sull’Osservatore Romano, sostenendo che la fede è sempre unita al dubbio, anche nella coscienza di chi si professa cristiano: chi non mette costantemente in dubbio la propria fede smette di cercare la verità. Questo discorso, se preso sul serio (come ha fatto il teologo domenicano Giovanni Cavalcoli in una puntuale ed esauriente nota su Riscossa cristiana) è l’adozione di categorie di pensiero relativistiche, incompatibili con la dottrina cattolica sulla virtù teologale della fede. Io invece penso che non vada preso sul serio ma che si debba pensare (è un obbligo della carità) che il cardinale non si renda conto di quanto tutto ciò danneggi i semplici fedeli cattolici, che invece di essere «confermati nella fede», pensano di essere incoraggiati ad abbandonare le loro certezze e a cercare la verità in qualcosa di diverso, che è sempre “oltre” e “altrove” rispetto alla fede cattolica.
La verità andrebbe cercata nelle categorie di quell’immanentismo moderno che oscilla perpetuamente tra lo scetticismo (pragmatismo, “pensiero debole”, “pensiero post-metafisico”, ermeneutica) e lo gnosticismo (idealismo assoluto, “razionalismo critico”, fenomenologia), disconoscendo in ambedue i casi la verità del realismo metafisico. E nessuna categoria concettuale che escluda la verità del realismo metafisico è compatibile con l’accettazione, e tanto meno con l’interpretazione, del  Vangelo.
In Vera e falsa teologia, discutendo tra gli altri proprio con il cardinal Ravasi, ho mostrato molti esempi di come l’adozione di categorie di pensiero che non rappresentano la recta ratio abbia portato alcuni teologi del nostro tempo a elaborare una serie di interpretazioni dei misteri della fede che alla fine si sono rivelate in contrasto con il significato inequivocabile del dogma. Ciò è avvenuto soprattutto riguardo ai misteri centrali della nostra fede, quello della Trinità di Persone nell’unico Dio e quello della duplice natura, divina e umana, nell’unica persona del Verbo Incarnato. Molti teologi che dipendono dalla dialettica immanentistica di Hegel e di Schelling (uno di essi, in Italia, è Piero Coda)  parlano di Dio come essenzialmente relativo (perché Amore) e di Cristo come unicamente Uomo (perché risultato annullamento di Dio nell’uomo), finendo per favoleggiare di un “Gesù abbandonato da Dio”.
L’appiglio per questa assurda teoria teologica è il grido di Gesù in croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15, 33-37), che da quasi un secolo è oggetto di interpretazioni arbitrarie, che tuttora permangono nei discorsi di molti autori, anche se altri teologi più seri e competenti le hanno esaurientemente smentite. È stato detto e ridetto che Gesù in croce recita le prime parole del salmo 22, e che l’usanza  ebraica era di indicare tutto il componimento sacro con le parole dell’incipit. Ora, il salmo termina con una preghiera di commosso affidamento alla protezione divina. La frase di Gesù, anche dal punto di vista testuale, non prova affatto che Egli si sentisse davvero abbandonato da Dio. Oltretutto, continuando a leggere il racconto della Passione, vediamo che Gesù si rivolge al Padre con un personale e ed esplicito atto di affidamento e con il vivo sentimento della sua vicinanza: «Padre, nelle tue mani affido il mio spirito».
Quanto poi alla verità dogmatica, sappiamo che il Verbo Incarnato è «consustanziale» al Padre e allo Spirito Santo, e che pertanto non ci può essere mai alcuna separazione o allontanamento di una persona divina dall’altra.  Insomma, né il dogma né l’esegesi consentono di parlare di un’assenza di Dio nel momento della morte di Gesù. Eppure, ecco che nell’occasione cui mi riferivo il cardinal Ravasi va a riprendere e fa propria questa assurda teoria: «Cristo sulla croce pronuncia una frase che introduce un elemento che non può essere divino ma che è solamente umano. Infatti, Dio, quando Gesù è sulla croce, è assente, in pratica è l’ateismo salvifico di Cristo». Ma se la salvezza operata da Cristo con il suo sacrificio ha valore assoluto ed efficacia universale proprio perché Egli è Dio (la Chiesa professa che «Dio fatto Uomo è morto in Croce per la nostra salvezza»), parlare di «ateismo salvifico» non ha alcun  senso.
Anche in questo caso devo dire che, essendo Ravasi un autorevole biblista che queste cose le sa bene, il motivo di rifare discorsi così confusionari non può che essere l’illusione di evangelizzare i non credenti concedendo loro tutto, anche la ragionevolezza dell’ateismo. È come se dicesse: siete relativisti? Ebbene lo siamo anche noi cristiani. Dubitate di tutto? Anche noi. Voi, malgrado il vostro proclamato scetticismo, vi dite convintamente atei? Anche noi possiamo dire di professare un ateismo salvifico, quello di Cristo…
Ai non credenti queste concessioni ideologiche piacciono assai. Ai credenti più consapevoli delle ragioni della propria fede piacciono molto meno: sia perché turbano la coscienza dei fedeli, sia perché appaiono del tutto inutili, se non controproducenti, dal punto di vista dell’evangelizzazione. A chi li critica, i fautori del dialogo a ogni costo rispondono con i consueti discorsi astratti sulla carità, l’accoglienza e la condivisione, tirando in ballo la frase di san Paolo, l’Apostolo delle Genti, che è pronto a «farsi tutto a tutti»… Povero Paolo, proprio lui che subì ogni sorta di persecuzione e infine il martirio per la parresia con la quale seppe annunciare a Ebrei e Greci la verità su Cristo che è Dio e che ci ha redenti con la Croce!
Ma poi – aggiungono costoro – non bisogna dar peso alle parole, perché la dottrina, il dogma, non servono a niente nel dialogo con i non credenti: l’unica cosa che serve è mostrare l’intenzione di camminare insieme a chi non vuole prendere in considerazione la possibilità di credere. Lo dice anche la testata di Avvenire, dove viene enunciato il progetto culturale del quotidiano della CEI: «per amare chi non crede»… 
Se queste  sono le buone intenzioni dei dialoganti a ogni costo, devo dire che, volenti o nolenti, tutti i progetti e le iniziative di “dialogo” con i non credenti hanno un significato che corrisponde pienamente a quella funzione della teologia che tradizionalmente si chiama “apologetica”, anche se quasi tutti i promotori di tali azioni rifiutano questo termine come antiquato. Ma, a conti fatti, è pessima apologetica quella che mira a rendere “simpatica” o almeno accettabile la religione cristiana di fronte alla cultura dominante – che mostra sempre rispetto per l’ebraismo, per l’islam e per il buddismo ma mai per il cristianesimo, specie se cattolico – presentandola come una delle tante religioni (come già fanno le scienze umane: antropologia culturale, fenomenologia della religione, psicosociologia, psicoanalisi), oppure come una delle tante forze sociali (agenzie assistenziali, educative o politiche) che promuovono i diritti di gruppi o categorie sociali, il progresso economico, la pace, il rispetto della natura, la lotta contro le discriminazioni eccetera.
Se dunque tante volte mi sono permesso di rivolgere alcune rispettose critiche al metodo apologetico del cardinale Ravasi è perché si tratta, non di atti del Magistero ma di opzioni pastorali che possono essere condivise o criticate a seconda dei criteri (tutti di per sé legittimi) che di volta in volta si vogliano adottare. Tanto più che, notoriamente, altri cardinali di Curia, autorevoli tanto o più di Ravasi, esprimono in pubblico orientamenti pastorali del tutto diversi rispetto a quelli del presidente del  Pontificio Consiglio per la Cultura. Posso citare, per fare degli esempi, il cardinale svizzero Georges Cottier, già teologo della Casa pontificia, e il cardinale americano Raymond Leo Burke, presidente della Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica.
Se costoro la pensano diversamente da Ravasi e lo dicono, significa che si tratta di quelle materie che i teologi medioevali chiamavano quaestiones disputatae, e quindi è legittimo condividere gli orientamenti di Ravasi e criticare quelli degli altri o viceversa. Io, esercitando il diritto di libera opinione che la fede cattolica mi riserva in tali materie,  mi sono permesso di avanzare delle riserve (che possono talora sembrare forti ma sono sempre motivate) nei confronti delle parole del cardinal Ravasi; altri fanno il contrario, e criticano me e quanti la pensano come me. Se i toni saranno sempre pacati e gli argomenti pertinenti, nessun danno ne verrà all’unità e alla carità nella Chiesa. Nessuno si sentirà privato della libertà di opinione, così come nessuno si meraviglierà di non avere, in materia opinabile, l’unanimità dei consensi.
 

(Fonte: Antonio Livi, La nuova bussola quotidiana, 3 ottobre 2013)
 

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