giovedì 21 ottobre 2010

Se lo Spirito soffia salesiano

Probabilmente i primi a sentirsi imbarazzati saranno i salesiani stessi. Ma è un fatto che, da quando il loro confratello cardinal Tarcisio Bertone regge la segreteria di Stato vaticana, lo Spirito Santo ha indubbiamente gettato un occhio di riguardo sui figli di san Giovanni Bosco.
Non si contano più, infatti, i salesiani divenuti vescovi in tutte le parti del mondo; secondo un censimento recente sono 120, l’ultimo è l’arcivescovo del Guatemala nominato all’inizio di ottobre. Ci sono addirittura una decina di eccellenze sdb (l’acrostico salesiano “Società don Bosco” che ora viene sciolto ironicamente «Siamo Di Bertone») in India e parecchie in America Latina. Il solo Benedetto XVI ha nominato almeno 27 vescovi salesiani... Non per niente a maggio il segretario di Stato è stato il grande protagonista dell’incontro di tutti i vescovi salesiani: a Castelnuovo Don Bosco sono accorsi in 93.
Poi ci sono le pedine collocate in posti chiave della Curia romana: il cardinale Raffaele Farina all’Archivio vaticano, l’arcivescovo Angelo Amato prefetto della Congregazione delle cause dei santi e il vescovo Mario Toso segretario del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace. Tra le porpore targate Valdocco vanno annoverate inoltre il cardinale honduregno Óscar Andrés Rodríguez Maradiaga, il nicaraguense Miguel Obando Bravo e il cinese Joseph Zen, la cui nomina però precede l’avvento di Bertone alla segreteria di Stato.
Non basta: ci sono ben 4 salesiani (e nessun gesuita...) tra i 30 componenti della Commissione Teologica Internazionale, che dipende dall’ex Sant’Uffizio. Il vicedirettore dell’«Osservatore romano», Carlo di Cicco, nel suo curriculum annovera anche una lunga collaborazione col «Bollettino salesiano». Monsignor Enrico Dal Covolo, neo rettore dell’Università Lateranense, è salesiano: ovvio. Da sabato, poi, anche il direttore del coro della Cappella Sistina è un salesiano: don Massimo Palombella. E probabilmente questo censimento sarà manchevole.
Che dire? Il cardinal Bertone, all’inizio del suo servizio, era stato attaccato per certe nomine «sbagliate» (per esempio il vescovo tradizionalista austriaco Wagner, costretto poi a dimettersi ad appena 15 giorni dall’arrivo a Linz) e può darsi che sia stato tentato di tutelarsi da ulteriori errori preferendo gente fidata e «conosciuta». D’accordo. Però adesso non esageri, eminenza....

(Fonte: Roberto Beretta, www.vinonuovo.it, 18 ottobre 2010)

lunedì 11 ottobre 2010

I molti lati oscuri del nobel ad Edwards

Quattro milioni di bimbi nati in provetta. 41 milioni di embrioni buttati via, inutili o non attecchiti. Il fallimento della tecnica messa a punto da Robert Edwards, proclamato Nobel per la medicina 2010, sta tutto in questi numeri a dir poco agghiaccianti. Numeri che, ovviamente, la stampa di tutto il mondo e anche quella italiana, impegnata nella glorificazione dell’Edwards come un benefattore dell’umanità, si è ben guardata dal diffondere.
I verdetti del Comitato di Stoccolma sono da tempo molto discutibili e appaiono del tutto sbilanciati verso una tecno-scienza che non di rado muove imponenti business. Tra l’altro si adducono motivazioni che nemmeno rispondono a verità, come il caso stesso di Edwards dimostra: lo scienziato è stato presentato come colui che “ha reso possibile la cura dell’infertilità”. Ma la fecondazione in vitro non è una cura, semmai un modo per bypassare il problema. L’infertilità rimane, non c’è nessuna guarigione. La Fivet è solo una soluzione tecnologica per aggirare i problemi di una coppia. Tutto qui. E il fatto grave è che la sua diffusione su scala mondiale non fa altro che togliere risorse e sostegno a tutti quegli scienziati che invece si spendono per trovare delle cure vere e proprie. La Fivet blocca la ricerca seria sull’infertilità. Non c’è di che rallegrarsi, non c’è di che plaudire, non si capisce perché bisogna assegnare un Nobel.
Torniamo alle cifre iniziali. Sono spaventose. Parlano di una vera e propria ecatombe. Le può guardare con indifferenza solo chi si è abituato a considerare come un semplice grumo di materia un embrione umano. Ma chi considera la cosa senza le facili distorsioni ideologiche, non può non rabbrividire. Mettiamo a fuoco una situazione in particolare. Negli USA sono stati collocati in utero, solo nel 2007, 206.000 embrioni. Sono nati vivi solo 39.000 bambini, gemelli inclusi. 167.000 embrioni non ce l’hanno fatta. Ad essi bisogna aggiungere il numero di quelli che non sono stati trasferiti in utero perché “non idonei” (è la cosiddetta selezione embrionaria, che altro non è che una pratica eugenetica) o soprannumerari. Oltre ai gravi problemi etici connessi a questi dati, c’è una considerazione di base: la procreazione artificiale è un fallimento scientifico, data la bassa percentuale di successo (la media parla di 10-12 successi su 100 tentativi).
Dunque, sterminio, distruzione, o addirittura congelamento di embrioni; basse percentuali di successo (il 36% delle pazienti abbandona dopo un tentativo fallito di fecondazione in vitro, per non sottoporsi di nuovo allo stress che questa tecnica comporta); riduzione della vita umana a materiale da laboratorio; diffusione di una mentalità eugenetica; diffusione della mentalità del “diritto al figlio”, della pretesa di poterlo chiedere ed ottenere dalla tecno scienza; intralcio alle ricerche scientifiche sulla cura dell’infertilità. Non male come elenco di conseguenze della scoperta del nuovo premio Nobel per la medicina! Ad esse aggiungiamo fenomeni aberranti, come le mamme-nonne, il business dell’utero in affitto, il business degli ovuli (donne pagate fino a tremila euro per cicli disumani di donazione di ovuli), l’aumento dei parti plurimi e della prematurità.
In più c’è un dato inquietante: c’è un aumento del 30-40% nell’incidenza di malformazioni congenite dopo la Fivet. Il rischio è tale che, per esempio, nel Regno Unito l’autorità inglese che sovrintende alla fecondazione assistita impone per legge l’obbligo d’informazione alle coppie sulle possibili conseguenze di questa tecnica.
A fronte di tutto ciò (e scusate se è poco), suonano davvero stonati i peana cantati dagli intellettuali nostrani sui giornali di tutti i colori, di tutti gli schieramenti. Uno su tutti, a titolo esemplificativo. Edoardo Boncinelli sul Corriere della sera ha affermato che “la tecnica ci ha reso più liberi”. Ovviamente, poi, è stata una gara ad insultare e criticare la Chiesa per avere espresso dubbi (fondati e logici, come si è visto) su questo Nobel. Qui qualcuno si è gasato, ha dato il meglio di sé, come Miriam Mafai su Repubblica (e dove, sennò?): “Si chiudano dunque i laboratori. Dietro ogni scienziato chino sulle sue provette è riconoscibile il Maligno. In particolare quando lo scienziato si permette di indagare su quello che per millenni è stato un mistero imperscrutabile, il mistero della procreazione”. Tanta retorica, poca serietà ed onestà di giudizio. Nessuna capacità di confrontarsi con i dati scientifici e con i problemi reali.
Sul Nobel ad Edwards restano tutti i dubbi. Sul modo in cui è stata diffusa la notizia, resta il rammarico di un’informazione lacunosa e sbilanciata. Potenza della tecno scienza alleata al business e ai grandi centri del Potere mondiale.

(Fonte: Gianluca Zappa, la Cittadella, 8 ottobre 2010)

Il Papa chiede a Fisichella di trovare nuovi cristiani

«Ubicumque et semper», cioè «sempre e dovunque»: è questo il titolo del motu proprio di Benedetto XVI che istituisce il Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione, affidato alla guida dell’arcivescovo Rino Fisichella. Il documento, atteso da tempo, sarà pubblicato martedì e presentato ai giornalisti nella Sala stampa della Santa Sede.
«Sempre e dovunque» la Chiesa ha fatto dell’evangelizzazione il suo «compito primario», si legge nel motu proprio, che contiene una significativa novità rispetto a quanto previsto. Come si ricorderà, nel momento in cui venne annunciata l’intenzione di creare il nuovo dicastero, venne spiegato che sarebbe stato competente soltanto sui Paesi di antica evangelizzazione oggi caratterizzati dal fenomeno della secolarizzazione. Invece, anche se Benedetto XVI, nel testo, sottolineerà che l’azione del Pontificio consiglio s’indirizza in modo particolare a queste zone, la competenza del dicastero di Fisichella non avrà confini e si estenderà su tutta la Chiesa. A motivare questa decisione, apprende il Giornale, è stato uno dei compiti principali che Ratzinger ha voluto affidare al nuovo organismo: quello di far meglio conoscere e assimilare il Catechismo della Chiesa cattolica. Un compito che non può essere ristretto solo al mondo occidentale.
Nel tempo trascorso dall’annuncio del Pontefice, in giugno, all’effettiva istituzione che avverrà martedì con la pubblicazione del documento papale, si è svolto un lungo e non sempre facile lavoro nei sacri palazzi. Costituire un nuovo dicastero e stabilirne il ruolo, infatti, non è stato semplice, dato che si sarebbero andate a toccare competenze di altri organismi, come ad esempio la Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, la Congregazione per l’educazione cattolica e il Pontificio consiglio per la cultura. Il motu proprio, un testo relativamente breve, di poche pagine, è stato limato fino all’ultimo dal Pontificio consiglio per i testi legislativi e non contiene organigrammi. I locali del dicastero per la nuova evangelizzazione sono stati predisposti durante l’estate all’inizio di via della Conciliazione. Lo scorso 19 settembre, nel discorso tenuto ai vescovi britannici a Birmingham, Benedetto XVI aveva detto: «Mentre annunciate la venuta del Regno, con le sue promesse di speranza per i poveri ed i bisognosi, fate di tutto per presentare nella sua interezza il messaggio vivificante del Vangelo, compresi quegli elementi che sfidano le diffuse convinzioni della cultura odierna. Come sapete, è stato di recente costituito un Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione dei Paesi di lunga tradizione cristiana, e desidero incoraggiarvi ad avvalervi dei suoi servigi per affrontare i compiti che vi stanno innanzi». Il dicastero affidato a Fisichella, rappresenta una delle novità più significative del pontificato ratzingeriano.

(Fonte: Andrea Tornielli, Il Giornale, 10 ottobre 2010)

sabato 9 ottobre 2010

Pitesti: l’inferno dei cristiani nella Romania comunista

Ogni anno, puntualmente, si sente dire, da capi di Stato e di governo, politici e storici la frase: “Mai più Auschwitz!”. Accade solitamente a ridosso della settimana della memoria, quando si commemora il genocidio ebraico avvenuto durante la Seconda Guerra Mondiale.
Auschwitz è diventata così una parola che rimanda di per sé al male assoluto, a quanto di più terribile sia mai esistito: continuamente film, mostre e libri perpetuano il ricordo di quanto avvenuto allora. Eppure, per quanto incredibile possa sembrare, è esistito un luogo ben peggiore di Auschwitz. Si chiama Pitesti e si trova nel Sud della Romania, 130 km a nord di Bucarest.
Qui, tra il 1949 e il 1952, è stato condotto il più orrendo esperimento concentrazionario del dopoguerra. Gli oppositori del regime comunista (principalmente studenti universitari, liberali, conservatori e cristiani di tutte le confessioni) furono condotti in questo carcere speciale con l’obiettivo di rieducarli, di farne degli “uomini nuovi”, come sosteneva il segretario generale del Partito comunista, la stalinista Ana Pauker (1893-1960). È quanto racconta il giornalista del “Corriere della Sera” Dario Fertilio in un libro-testimonianza uscito da poco nelle librerie, che non mancherà di far discutere (Dario Fertilio, Musica per lupi. Il racconto del più terribile atto carcerario nella Romania del dopoguerra, Marsilio, pp. 172, euro 15,00).
Quello che accadde a Pitesti in quegli anni, secondo Fertilio, rappresenta «qualcosa di imparagonabile e unico nella storia del Novecento: non l’annientamento ideologico e biologico come ad Auschwitz; non lo sterminio pratico e di massa come nei gulag sovietici e neppure la rieducazione forzata e spietata come in Vietnam o Cambogia.
Si tratta piuttosto di una tortura ininterrotta, attuata di giorno e di notte secondo regole precise, e concepita come un fine in se stesso». Non a caso lo stesso Aleksandr Solzencyn, che pure era passato per i gulag sovietici, arrivò a definire Pitesti «il più terribile atto di barbarie del mondo moderno». È difficile raccontare gli episodi descritti restando dei semplici cronisti: i prigionieri venivano condotti prima in isolamento completo, poi spinti a tradire i propri cari e i propri amici raccontando tutto il loro passato, quindi, se si rifiutavano, costretti a subire torture di ogni tipo che avevano l’obiettivo di avvicinare la povera vittima alla morte fermandosi però appena un attimo prima, facendo in modo che – se possibile – restasse viva ma in realtà desiderasse morire. Il tutto veniva raggiunto con la collaborazione degli stessi compagni di prigionia che erano già passati a servire i diktat dei capi designati del campo di concentramento, come Eugen Turcanu, un uomo che da alcuni sopravvissuti è stato descritto come l’incarnazione di Lucifero e i cui crimini furono talmente aberranti da costringere lo stesso regime stalinista a giustiziarlo. L’aspetto anticristiano del “sistema-Pitesti” peraltro, non è marginale per comprendere l’essenza del comunismo rumeno. Turcanu si preoccupava anzitutto di distruggere i sentimenti di pietà e di carità che i credenti rinchiusi a Pitesti cercavano con tutte le forze di conservare.
Come egli stesso disse, era imperativo distruggere le anime delle persone, perché chi pensa di avere un'anima è già un “malato”, nemico del popolo, da rieducare e, se proprio si rifiuta, da giustiziare usando le torture più diaboliche, sia fisiche che psichiche. I ragazzi più giovani (specialmente seminaristi e religiosi) venivano così costretti a subire atti contro la propria volontà, in particolar modo sessuali, e obbligati a torturarsi a vicenda. Il cattolico doveva essere “rieducato” con un uso pressoché settimanale di orge omosessuali e atti blasfemi (come giaculatorie evocanti satana e parodie dissacratorie dei Sacramenti facendo uso di escrementi e spazzatura), amplificate ancor di più in corrispondenza delle principali feste dell’anno come Natale e Pasqua. «Guarderemo Dio dall’alto in basso!» dicevano Turcanu e gli altri capi, invitando i credenti che non volevano arrendersi a bestemmiare il più possibile.
In questo inferno entrarono tutti, senza limiti di età: il più anziano che si conosca, un ex ministro, vi entrò a 94 anni. Dei bambini vi entrarono dopo aver compiuto il primo anno di età. Non sorprende che uno dei pochissimi sopravvissuti, il sacerdote Roman Braga, abbia descritto la sua esperienza in questi termini: «Penso che non ci sia nessuna mente al di fuori di quella di Lucifero capace di inventare il “Sistema Pitesti” che teneva sospesi tra la follia e la realtà, tra l’essere e il non essere, con l’idea ossessiva di poter scomparire o, peggio ancora, di dover ricadere sotto il Terrore delle torture».

(Fonte: Corrispondenza Romana n.1158 del 18 settembre 2010)

venerdì 8 ottobre 2010

E la chiamano medicina!

Può sembrare irriguardoso ricordare che la tecnica di fecondazione umana in vitro, che ha guadagnato al pioniere britannico Robert Edwards la punizione del Nobel per la Medicina, altro non era che il perfezionamento di un procedimento veterinario già largamente usato su conigli e mucche. I corifei della provetta, che ieri hanno celebrato il loro festival della banalità e della menzogna (la Fiv non guarisce affatto la sterilità. La aggira in un numero tuttora modesto di casi, visto che, a trentadue anni dalla nascita della prima bambina concepita in vitro, la percentuale di successo delle tecniche non si schioda dal trenta per cento), glissano sulle illusioni, le mitologie, i sogni di padroneggiare i meccanismi della creazione che rappresentano la vera “ragione sociale” di quelle tecniche.
Il big bang antropologico inaugurato da Edwards è quello che oggi ci fa parlare di “prodotto del concepimento” e non di figlio. E’ l’idea della “creazione” della vita in laboratorio, materiale biologico tra gli altri; è la separazione della procreazione dal sesso, dopo che il sesso era stato separato dalla procreazione con la contraccezione; è il cambiamento nel modo di rappresentare la generazione, i rapporti di parentela, il venire al mondo. Dalle provette di Edwards sono uscite le anticipazioni di quel Mondo Nuovo alla Huxley che oggi vive lautamente di compravendita di ovociti, di uteri in affitto, di fabbricazione di embrioni umani a fini di ricerca, magari ibridati con embrioni animali, di invenzione di coppie di genitori dello stesso sesso, di embrioni sovrannumerari conservati nell’azoto liquido e poi distrutti, o selezionati in provetta per ottenere un figlio dal corredo genetico “ottimale”. E la chiamano anche medicina.

(Fonte: © - Foglio Quotidiano, 5 ottobre 2010)

giovedì 7 ottobre 2010

La sai l’ultima sugli ebrei?

Un padre sta morendo: «Cari figli, siccome non sopporto che di noi ebrei si dica che siamo sempre attaccati ai soldi, vi prego di mettere 1000 dollari ciascuno nella mia bara». I tre figli sono perplessi ma si adeguano: il primo mette 1000 dollari nel feretro, il secondo fa altrettanto. Il terzo invece fa un assegno da 3000 dollari, lo mette nella bara e prende il resto di 2000... Chissà se Daniel Vogelmann accetterà che questa barzelletta – che rischia di essere antisemita – sia pubblicata sul quotidiano cattolico... E poi proprio nei giorni in cui sono nell’aria gli echi di polemiche politiche partite proprio da certe dichiarazioni antiebraiche e da certe storielline inopportune. In ogni caso lui l’ha inserita tra Le mie migliori barzellette ebraiche (pp. 66, euro 6), edite in un libretto della casa fiorentina Giuntina, di cui è editore editoriale. Vogelmann lo presenterà il 13 ottobre nel capoluogo toscano con Moni Ovadia e il giorno precedente sarà al Festival nazionale di Letteratura ebraica di Roma per un «dialogo sull’umorismo» con Bruno Gambarotta ed Enrico Vanzina. Ah, dimenticavo: Daniel Vogelmann è ebreo...
Fin dalla prefazione lei ammette che «le barzellette ebraiche dovrebbero essere raccontate solo dagli ebrei» perché altrimenti rischiano di diventare subito antisemite. Non è un bell’inizio...
«Ma è così. E credo che si tratti di un dato storico sicuramente accentuatosi dopo la Shoah; prima circolavano libretti di barzellette decisamente antisemite – non so se compilati da ebrei, ma non credo –, però non sembrava una cosa tanto grave. Dopo la Shoah invece non è più permesso, perché ormai noi ebrei sappiamo che quell’irrisione e tutto il resto hanno portato allo sterminio. Pensi comunque che alcuni amici ebrei si sono irritati anche per il mio libretto».
Ma lei è d’accordo con questa sorta di «riserva ebraica» sull’umorismo?
«Sì. Noi raccontiamo le storielle che ci riguardano con un certo spirito, siamo certi cioè di non avere secondi fini se non quello di sorridere su noi stessi e sdrammatizzare; ma gli altri che intenti avranno? Noi ovviamente ai pregiudizi sugli ebrei da barzelletta (avari, furbi, ipocriti, brutti...) non ci crediamo, invece il non ebreo potrebbe crederci davvero. Chi racconta le barzellette sui carabinieri in genere non li odia; però se lo fa un brigatista... ».
Quando e dove nasce l’umorismo ebraico?
«Istintivamente mi verrebbe da dire nella Bibbia, ma poi bisognerebbe trovare le citazioni adatte».
Troviamole. A me sembra piuttosto che il Primo Testamento ci presenti un Dio terribile, severo, a volte persino vendicativo...
«Ovviamente c’è anche quello. Ma nella Bibbia non manca il Dio che ride, e ci sono uomini che discutono con lui: il che è quasi una forma di umorismo per dei rigidi monoteisti come noi. Basta pensare ad Abramo che discute per salvare Sodoma e Gomorra cercando di "imbrogliare" Dio. Certo, la Bibbia è soprattutto drammatica. Però il popolo ebraico e i rabbini stessi cercavano di insegnarla sorridendo. Poi ovviamente il famoso umorismo yiddish è una cosa più recente, nata nelle comunità ebraiche dell’Europa dell’Est».
Il riso come antidoto all’esilio e alla sofferenza di sentirsi sempre «minoranza», si dice.
«Una reazione alle persecuzioni, ai pregiudizi, insomma al destino ebraico. Un tentativo di sdrammatizzare: ridere per non piangere. O anche di far propri e superare gli stereotipi con cui si viene giudicati dal mondo esterno e che si sentono ingiusti».
La solita teoria che l’umorismo nasce dalla tragedia; e proprio per questo i cattolici ne avrebbero poco, in quanto possiedono troppe certezze... Un po’ banale, no?
«Tuttavia c’è del vero. Chi crede alla resurrezione finale dovrebbe avere un tale ottimismo di fondo che l’ironia è impossibile, o inutile... Invece noi di dubbi sulla resurrezione dei corpi ne abbiamo molti, anzi nella Bibbia c’è scritto chiaro e tondo che torneremo in polvere. Dunque...».
Però credete nell’arrivo del Messia, quindi a un «lieto fine» della storia.
«Kafka diceva che il Messia verrà comunque troppo tardi, alla fine dei giorni, e sarà inutile. Noi ebrei cominciamo a crederci poco, all’arrivo del Messia».
L’umorismo dipende dunque da come si vede Dio?
«È probabile. Ma anche da come si vedono la morte, la vita, il mistero in generale. Per noi ebrei l’inconoscibilità stessa di Dio è uno stimolo a riderci sopra, rischiando anche un po’ la blasfemia: costituisce uno dei tanti modi per avvicinarsi al mistero ed esplorarlo nei suoi lati oscuri. Dunque in un certo senso ridere è un atto di fede. La cosa più pericolosa è l’ateismo: parlare di Dio, e riderne, è sempre meglio dell’indifferenza».
C’è nell’umorismo ebraico anche una sorta di autoironia di fronte alla propria superiorità di popolo «eletto»?
«Se è per questo, ricordo una battuta: "Ti ringrazio, Signore, di averci fatto tuo popolo eletto. Però, per favore, per qualche migliaio di anni prenditi un altro popolo...». Storicamente infatti siamo "eletti" soprattutto al martirio. Però può essere: c’è chi ci considera con sarcasmo o invidia, e gli ebrei stanno al gioco autoironizzando».
E se gli ebrei amassero raccontare barzellette solo perché amano raccontare «tout court»?
«Certo! Agli ebrei piace narrare storie e la barzelletta è in fondo una storia più breve. Lo sa che spesso le barzellette ebraiche ricordano quelle napoletane? Perché gli ebrei dell’Europa orientale non avevano il sole di certi quartieri partenopei, però lo spirito è il medesimo dei vicoli di Posillipo. Persino i due linguaggi, nella loro intraducibilità, sono simili».
L’ebraismo è una religione allegra?
«"L’ebreo è fatto per la gioia e la gioia è fatta per l’ebreo", diceva Freud (sul quale d’altra parte circola la celebre battuta: "Gli altri ci hanno sempre fatto soffrire, ma noi ebrei ci siamo vendicati diffondendo la psicoanalisi...»). Le Capanne sono una festa allegrissima, la Pasqua non ne parliamo, come pure la festa delle Settimane... Poi esiste il versante serio, naturalmente: sulla Torah c’è poco da ridere, soprattutto ad osservarla. L’ebraismo è un universo dove ci sta tutto, ma senza dubbio pure l’allegria. Per non parlare poi dello chassidismo, dove la gioia è addirittura un principio fondante e la malinconia viene considerata un gravissimo peccato».
E l’umorismo delle altre religioni, come lo vede?
«Sicuramente ci saranno barzellette anche nelle altre fedi. Però l’islamismo ride poco: non ce lo vedo Benladen a raccontare barzellette. Anche il cristianesimo è troppo serio. L’ebraismo costituisce un’eccezione, penso».
Tuttavia alcune barzellette ebraiche in realtà sono intercambiabili: si può mettervi a protagonista un genovese, uno scozzese o un carabiniere e il risultato è lo stesso.
«Alcune sono adattabili, non c’è dubbio. Molte però puntano su pregiudizi specificamente anti-ebraici. Altre invece sono storielline classiche, per comprendere le quali occorre avere una certa conoscenza della cultura ebraica. Non bisogna dimenticare infine che i grandi scrittori yiddish hanno molto influenzato i comici americani: Woody Allen insegna. Dunque l’eredità del nostro umorismo è scesa in profondità nella cultura occidentale».

(Fonte: Roberto Beretta, Avvenire, 7 ottobre 2010)

Questo è quanto pubblicato su Avvenire. Ora, non vi sembra che tutta la bufera sollevata dai personaggi più in vista della politica italiana per una barzelletta del premier, oltrettutto detta in privato, sia soltanto un pretesto idiota per fare chiasso e creare sconcerto nella popolazione?
A volte i signori politici prima di parlare dovrebbero farsi i gargarismi con la varecchina.
Chissà che oltre alle loro gole anche la coscienza non diventi candida? Mah! Sarebbe ora di smetterla di fare unicamente le cassandre, profetizzando soltanto sciagure; sarebbe ora, signori miei, che ve li meritaste veramente quei pingui onorari che, tutti indistintamente, incassate disinvoltamente ogni santo mese! Che ne dite?

mercoledì 6 ottobre 2010

Omofobia: l'opinione del prof. Meluzzi, psichiatra

Professor Meluzzi, che cosa pensa del termine omofobia?
"Che oggi se ne fa un uso distorto e non coerente con la vera radice della parola, esiste davvero una grande confusione figlia di ignoranza, tendenziosità e spesso di speculazione. Esiste chi vi marcia sopra".
Insomma che cosa vuole dire omofobia?
"La omofobia in senso medico é una patologia ovvero una fobia che alcune persone hanno di credersi in modo ossessivo latentemente omosessuali, ma questo non implica alcuna manifestazione di odio o aggressiva verso gli altri. Insomma chi picchia un gay o scrive cose astiose non é un omofobo, specie se si limita a ribadire la posizione della chiesa cattolica che notoriamente é contraria alla omosessualità".
Che cosa pensa della legge sulla omofobia?
"Una colossale sciocchezza, idiota, piramidale figlia solo di mode e di momenti, magari di convenienze politiche. Se la omofobia é un disturbo della personalità ovvero una patologia di poche persone, ma non violenta, fare una legge specifica significa elaborare una legge che dichiari fuori legge una malattia e siamo all'assurdo. Il vero omofobo ha bisogno di cura e non di carcere. Ma lo ripeto chi picchia é un delinquente comune, non omofobo".
Che cosa pensa delle effusioni di gay in pubblico?
"Sono inopportune perché possono turbare il sentimento di persone che la pensano diversamente. Tuttavia io sono contrario ad ogni manifestazione eccentrica ed esagerata che possa contrastare con il senso comune, ovvero anche esagerazioni etero nella via, chi defeca in pubblico, o chi urina o gioca al dottore. Insomma, chi picchia i gay é un mascalzone, ma queste reazioni estreme a volte sono scatenate da una violazione fuorviante del senso comune".

(Fonte: Bruno Volpe da Pontifex 27 settembre 2010)

Bibbia: che dire della nuova traduzione della CEI?

Col passare del tempo, si riesce a conoscere meglio la nuova traduzione CEI della Bibbia (2008) e quindi ad apprezzarne i pregi e a scoprirne i difetti.
Per esempio, nella parabola del ricco “epulone”, ho notato con piacere lo sforzo di tradurre piú letteralmente la frase «ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe» (Lc 16:21), nonostante che tale traduzione renda piú difficile la comprensione del testo rispetto al precedente «perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe». Non ho capito invece perché si sia abbandonata la vecchia traduzione letterale «fu portato dagli angeli nel seno di Abramo» (16:22), per sostituirla con «fu portato dagli angeli accanto ad Abramo». Se il criterio è quello della fedeltà al testo originale, si poteva conservare la vecchia traduzione. Capisco che già precedentemente era stata usata la traduzione piú libera nel versetto successivo (16:23), creando in tal modo una disomogeneità; ma per lo meno in uno dei due passi era stata conservata l’espressione originale, che ora invece è scomparsa del tutto. Il problema è che, con queste traduzioni “a senso” si rischia di non cogliere i riferimenti ad altri passi dove viene usata la medesima espressione: si parla di “seno” infatti anche in Gv 1:18 (il Figlio unigenito che «è nel seno del Padre») e in Gv 13:23 (il discepolo che Gesú amava «era coricato sul seno di Gesú»).
Un’altra tendenza che trovo nella nuova traduzione, e che non condivido, è quella di preferire all’interpretazione tradizionale (solitamente basata sulla versione greca dei LXX), la traduzione dal testo masoretico, quasi che questo si identifichi col testo originale della Bibbia, mentre si tratta di una codificazione avvenuta solo in epoca cristiana (al contrario della LXX, che già esisteva al tempo di Gesú). Due esempi tratti dai salmi.
L’inizio del Sal 64 (65). La precedente traduzione suonava: «A te si deve lode, o Dio, in Sion» (in latino: «Te decet hymnus, Deus, in Sion»). Ora leggiamo: «Per te il silenzio è lode, o Dio, in Sion»). Non nego che si tratti di una traduzione suggestiva, ma che si fonda esclusivamente sulla lettura masoretica della parola ebraica dmyyh. I masoreti (che aggiunsero le vocali al testo ebraico puramente consonantico) lessero dummiyyah (= “silenzio”), mentre i LXX (precedenti — ripeto — rispetto ai masoreti) lessero dommiyyah (= “conviene”, “si addice”). Le antiche versioni latine tradussero il greco prepei con decet. Era proprio il caso di abbandonare una tradizione cosí antica per adottare la incertissima e discutibilissima lettura masoretica?
Un altro esempio tratto dalla liturgia dei Santi Arcangeli: molti testi liturgici attingono al Sal 137 (138): «A te voglio cantare davanti agli angeli» (in latino: «In conspectu angelorum psallam tibi»). Che cosa troviamo nella nuova traduzione? «Non agli dèi, ma a te voglio cantare». Degli angeli non c’è piú traccia. È vero che nel testo ebraico troviamo ’elohim, che significa appunto “dèi”; ma i LXX avevano tradotto quell’espressione con “angeli”. Avranno avuto i loro motivi. Perché, anche in questo caso, si è preferita un’apparente fedeltà al testo ebraico, abbandonando l’interpretazione tradizionale, non solo cristiana, ma degli ebrei stessi?
I traduttori si difendono mettendo avanti l’autorità di San Girolamo. Questi infatti nel primo caso (Sal 64:2) traduce: «Tibi silens laus, Deus, in Sion»; nel secondo (Sal 137:1): «In conspectu deorum cantabo tibi». È vero; ma si dimentica che la Chiesa non ha mai adottato per la sua preghiera il Salterio “iuxta Hebraeos” di San Girolamo, accontentandosi della sua revisione del Salterio “iuxta Septuaginta” (detto anche “Salterio gallicano”). Anzi, direi che tutti i salteri tradotti sul testo ebraico non hanno mai avuto grande fortuna nella Chiesa: basti pensare al salterio commissionato da Pio XII all’Istituto Biblico negli anni Quaranta e che fu utilizzato solo per un breve periodo nella liturgia (nonostante tale traduzione fosse stata condotta sul testo ebraico, nei due casi accennati conservava il testo latino tradizionale).
Anche la Neovolgata, che pure ha corretto in molti punti il testo del “Salterio gallicano” (senza con ciò adottare il Salterio ieronimiano “iuxta Hebraeos”), nei due casi presi in esame è rimasta, essa pure, fedele alla traduzione tradizionale: «Te decet hymnus, Deus, in Sion»; «In conspectu angelorum psallam tibi». Ora, chiedo: ma l’istruzione Liturgiam authenticam (28 marzo 2001) non aveva stabilito che le traduzioni per l’uso liturgico (quale è la nuova versione della CEI), pur condotte sui “testi originali” avrebbero dovuto avere come punto di riferimento la Neovolgata (nn. 34-45)? Come mai è stata concessa alla nuova versione CEI la recognitio, nonostante non sia stato rispettato tale criterio?

(Fonte: Querculanus, Senza peli sulla lingua, 29 settembre 2010)

venerdì 24 settembre 2010

Senza la religione, la barbarie

Chissà se certi organi d’informazione (vedi il mitico Fatto Quotidiano), dopo aver diffuso scenari allarmanti alla vigilia della visita del Papa in Inghilterra, hanno poi ammesso che si è trattato di un trionfo. Me lo auguro e lo spero. Ma, così, alla cieca, credo che pochi si siano dati il pensiero di leggere e meditare quanto Benedetto XVI ha detto. Magari qualche giornalista l’avrà fatto per obbligo professionale. Nel mondo cattolico (specie quello adulto e progressista) questo tipo di esercizio di solito non si fa.
C’è stato un discorso in particolare, quello rivolto ai maggiorenti del Regno nella Westminster Hall, che merita di non essere gettato presto nel dimenticatoio. Qui il Papa ha toccato un problema fondamentale, che si riassume in una domanda: dove può essere trovato il fondamento etico per le scelte politiche? Non è ovviamente un problema secondario, perché gli Stati devono darsi dei principi morali, sulla base dei quali legiferano. Allora ecco altre domande: quali sono le esigenze che i governi possono ragionevolmente imporre ai propri cittadini, e fin dove esse possono estendersi? A quale autorità ci si può appellare per risolvere i dilemmi morali?
Il Papa ha affrontato direttamente il tema dei fondamenti etici del discorso civile e ha messo in guardia i presenti: “Se i principi morali che sostengono il processo democratico non si fondano, a loro volta, su nient’altro di più solido che sul consenso sociale, allora la fragilità del processo si mostra in tutta la sua evidenza. Qui si trova la reale sfida per la democrazia”.
Delle due l’una: o ci sono dei principi cui fare riferimento, oppure c’è il consenso sociale, sempre mutevole, sempre influenzabile, sempre in balia dei condizionamenti dei grandi centri di potere. In Italia abbiamo avuto la famosa stagione dei referendum. Una legge come la 194 (tra l’altro oggi clamorosamente sconfessata e addirittura superata nella pratica) fu approvata dalla maggioranza di un Paese che per gran parte votò con la pancia più che con la testa. Vinse chi riuscì ad orientare il consenso sociale, chi ebbe più forza nell’impressionare la pubblica opinione. Non può essere questo il criterio che regola il processo democratico. La storia ce l’insegna.
Quella antica, che il Papa ha ricordato alle autorità inglesi: quando il Parlamento britannico abolì l’ignominiosa tratta degli schiavi, “si basò su principi morali solidi, fondati sulla legge naturale”. Quella moderna, recentissima: “Vi è un vasto consenso sul fatto che la mancanza di un solido fondamento etico dell’attività economica abbia contribuito a creare la situazione di grave difficoltà nella quale si trovano ora milioni di persone nel mondo”.
Insomma, le scelte politiche non possono non avere un fondamento etico, se si vuole ragionare non in termini di dittatura dell’opinione indotta, ma in termini di bene comune.
Ma allora il Papa pensa al famigerato “stato etico”, nel quale la religione detta le leggi? Il passaggio che segue va letto e mandato a memoria (i corsivi sono miei):
“La tradizione cattolica sostiene che le norme obiettive che governano il retto agire sono accessibili alla ragione, prescindendo dal contenuto della rivelazione. Secondo questa comprensione, il ruolo della religione nel dibattito politico non è tanto quello di fornire tali norme, come se esse non potessero esser conosciute dai non credenti – ancora meno è quello di proporre soluzioni politiche concrete, cosa che è del tutto al di fuori della competenza della religione – bensì piuttosto di aiutare nel purificare e gettare luce sull’applicazione della ragione nella scoperta dei principi morali oggettivi”.
Nessuna tentazione egemonica, dunque, ma piuttosto un servizio reso dalla religione alla ragione. E che la ragione abbia bisogno di essere aiutata, illuminata, addirittura corretta è fuor di dubbio: “Senza il correttivo fornito dalla religione, infatti, anche la ragione può cadere preda di distorsioni, come avviene quando essa è manipolata dall’ideologia, o applicata in un modo parziale, che non tiene conto pienamente della dignità della persona umana. Fu questo uso distorto della ragione, in fin dei conti, che diede origine al commercio degli schiavi e poi a molti altri mali sociali, non da ultimo le ideologie totalitarie del ventesimo secolo”.
Ma si registra spesso una vera e propria ostilità nei confronti della religione. Con l’umiltà che lo contraddistingue, Benedetto XVI si è permesso di suggerire “che il mondo della ragione ed il mondo della fede – il mondo della secolarità razionale e il mondo del credo religioso – hanno bisogno l’uno dell’altro e non dovrebbero avere timore di entrare in un profondo e continuo dialogo, per il bene della nostra civiltà”. Insomma, la religione non è un problema da risolvere, per chi fa le leggi, ma un fattore che contribuisce allo sviluppo del bene comune.
Coraggiosa affermazione, in un mondo, come quello britannico, che sta cancellando le proprie trazioni cristiane e che si vergogna della propria fede, e in un’Europa i cui governano legiferano a colpi d’ideologia o seguendo le voglie dell’opinione pubblica.
Un’ordinata e sana convivenza civile si può costruire solo sul dialogo aperto e sincero tra fede e ragione. L’alternativa è quello sprofondamento nella barbarie di cui oggi purtroppo abbiamo abbondanti esempi.

(Fonte: Gianluca Zappa, La Cittadella,23 settembre 2010)

martedì 7 settembre 2010

Il delirio di un Don Verzè: "ecco che farei se fossi papa"

«Se io fossi Papa? Scenderei da solo, senza bardature da star. Scenderei non da sacri palazzi, ma da un appartamento come un buon parroco. I Vescovi li farei eleggere dal popolo cristiano ed eliminerei il Cardinalato e tutte le distinzioni feudalesche».
Sono parole dure, anche se non tutte inspiegabili, quelle di un Luigi Maria Verzè, uomo notoriamente molto imprenditore (chapeau!) e un po’ meno prete, scritte contro la Chiesa nell'articolo "Se io fossi Papa", che apparirà nei prossimi giorni sulla rivista del San Raffaele, “Kos”.
Un titolo che rimanda immediatamente al testo polemico trecentesco dell’anarchico Cecco Angiolieri, "Si fossi foco", con cui tutti noi abbiamo dovuto misurarci a scuola; e come lui, l’anarchico Verzè proclama i suoi slogans giullareschi, sicuramente molto appetibili per le orecchie di certo pubblico, di cui ama farsi portavoce.
Le sue parole vorrebbero colpire cristiani e atei senza distinzione, ma finiscono per offendere in modo particolare soltanto i cattolici. In questo momento di crisi della fede nella Chiesa Cattolica, oltretutto ferita dalle recenti campagne mediatiche sulla pedofilia e non solo, una “boutade” di così dubbio gusto offrirà sicuramente nuovi elementi di critica ai tanti laicisti detrattori del Papa e della Chiesa di Roma.
A volte purtroppo la vecchiaia, invece di buon senso, partorisce tante idiozie, anche se indorate con belle e accattivanti espressioni.
«Se io fossi Papa, anziché fare visite lampo con costose comparse oceaniche – proclama il “don”– mi fermerei nei cinque continenti qualche mese e, magari, qualche anno a vivervi come facevano Pietro, Paolo e gli altri, trattando con tutti il meglio e più opportuno per quel Paese, quella città, quei costumi… Non vorrei con me nessun dignitario, né cardinali, ma truppe di medici, truppe di infermieri e di volontari (ricordo che per una simile proposta, Fidel Castro era pronto a darmi duecento medici cubani). Io papa in mezzo a loro, in pantaloncini, in testa un Borsalino, […] sempre sul cuore il gran crocifisso, ma non d’oro. Mi circonderei permanentemente di bambini. Mangerei quello che mangian loro, insegnerei arte e mestieri, e a mangiar meglio; con loro, coltiverei la terra che a tutti è in grado di dar alimento, come ha stabilito il Signore quando la creò. Insegnerei, insegnerei.
Mai sgriderei i vescovi e i sacerdoti se si sposassero. Manco proibirei la pillola anticoncezionale. L’Africa sa già quant’è orrendo l’aborto. Mai, per nessun motivo, applicherei l’istituto della scomunica. Nulla è più avverso allo spirito del Signore, sempre misericordioso, buono e perdonatore, salvo le ipocrisie e il falso fariseismo».
E conclude: «E il Vaticano? Ne farei un oracolo di Delfi per ogni sapere. Per qualche tempo l’ho frequentato: puzza di sodoma e di arroganza! Sostituirei le sottane paonazze con professionisti laici e sposati. Una pulizia la farei anche in certe Curie di certe Diocesi... ».
«E se uno mi chiedesse di poter fare la comunione, pur essendo divorziato? Gli chiederei se – chiusa la prima intesa tra le parti, perché il matrimonio è un contratto tra due – si sente ora sicuro di amare e di essere amato. Se sì, gli direi di fare la comunione quale sacro cemento del vero amore tanto più sacro quanto più sofferto. Chi mi legge, il resto se lo immagini, ma non ci speri, perché papa non lo sarò mai». E meno male, aggiungiamo noi!
E poi, visto che il caro “don” ci ha voluto deliziare con tutta una serie di consigli non richiesti su come il Papa debba fare il Papa, val la pena ricordare ai più distratti che il buon Luigi Verzè è stato “sospeso a divinis” fin dal 1973 – e quindi escluso dall’esercizio valido di qualunque azione legata al ministero sacerdotale, prediche comprese! – non già dai Papi, Ratzinger compreso, dalla figura dei quali decisamente si dissocia, ma dalla Curia vescovile di quella Milano “bene” in cui praticamente lascia intendere di sentirsi più che comodamente integrato.
Pur tuttavia – animo missionario e altruista – egli si dichiara pronto, se fosse Papa, a trasferirsi in Africa. Allora la domanda sorge spontanea: perché aspettare tanto un’occasione che non arriverà mai? Perché non andarci immediatamente? Se si sente tanto missionario ispirato (come magari ai tempi di don Calabria), perché non dare immediatamente il buon esempio? Perché non lasciare il San Raffaele, suo incontrastato dominio con annessi e connessi, per trasferirsi fra i poveri veri e i derelitti?
Mah, mi sembra un po’ troppo comodo pontificare, stando ben ancorati alla propria soffice e capiente poltrona, attorniato da uno stuolo di osannanti estimatori incravattati e di ristrutturate dame ingioiellate, che ben poco hanno a che vedere con la povertà autentica!
Mi sembra, la sua, una stridente e ridicola contraddizione che avrebbe potuto evitare, oggi più che mai, standosene semplicemente zitto.

(Marius, 7 settembre 2010)

giovedì 2 settembre 2010

Battaglia di verità: la missione cattolica nel nuovo ordine del mondo

Spisske Podhradie è una località campestre della Slovacchia dominata dalle rovine di un castello (nella foto). Qui, nel cuore geografico dell'Europa, un arcivescovo è giunto dagli Stati Uniti per spiegare che tanto nel Vecchio Continente quanto nel Nuovo la Chiesa cattolica ha oggi una grande battaglia da combattere. Una battaglia "di resistenza", l'ha definita. Ma soprattutto "di verità".
L'arcivescovo si chiama Charles J. Chaput. La sua diocesi è quella di Denver. Assieme al cardinale di Chicago e presidente della conferenza episcopale Francis George, all'arcivescovo di New York Timothy Dolan, all'arcivescovo di Los Angeles José H. Gómez e ad alcuni altri, è all'avanguardia di quelle decine di vescovi che impersonano il nuovo corso dell'episcopato americano.
Rispetto al passato, la svolta rappresentata dal nuovo corso della Chiesa degli Stati Uniti consiste, sul terreno politico, nell'abbandono della "dottrina Kennedy", la dottrina cioè di una rigida separazione tra Chiesa e Stato il cui effetto – secondo i suoi critici – è la privatizzazione del credo religioso nel chiuso delle coscienze e la sua eliminazione dallo spazio pubblico.
Non a caso, è stato proprio l'arcivescovo Chaput a sottoporre a dura critica la "dottrina Kennedy", con un discorso tenuto il 1 marzo di quest'anno a Houston, nella stessa città in cui cinquant'anni prima l'allora candidato presidente aveva esposto la sua visione del ruolo dei cattolici nella politica americana.
Nel frattempo, però, l'offensiva culturale, politica e giuridica che punta a mettere fuori gioco la Chiesa cattolica ha fatto nuovi passi avanti, sia in Europa che nelle Americhe, anche sull'onda dello scandalo della pedofilia.
Ed è contro questa offensiva che l'arcivescovo Chaput chiama i cattolici alla "resistenza". Contro l'imperante "relativismo" che predica tolleranza ma in realtà produce oppressione.
L'appello di Chaput non è però solo difensivo. È soprattutto propositivo. E si collega al grande disegno del pontificato di Benedetto XVI di una "nuova evangelizzazione" delle regioni del mondo nelle quali il cristianesimo rischia di spegnersi.
L'impegno dei cattolici nello spazio politico – secondo Chaput – deve essere parte di questo complessivo disegno. Nel quale Dio viene prima di Cesare.
E questo – a suo giudizio – spiega perché le questioni dell'aborto e del matrimonio tra un uomo e una donna devono essere così centrali, come già lo sono per la Chiesa degli Stati Uniti ma lo stanno diventando sempre di più anche in Europa. Il motivo è che le posizioni cristiane su aborto e matrimonio "dicono la verità circa il significato e il destino dell'uomo".
Quindi sono "verità sovversive", in un mondo che vuol negare alla vita umana una natura e un fine intrinseco.
Quindi la Chiesa "deve essere punita", perché riaffermando tali verità diventa "la più irriducibile e pericolosa eretica del nuovo ordine del mondo".
Ecco la traduzione di alcuni passi della conferenza tenuta il 24 agosto 2010 dall'arcivescovo Chaput a Spisske Podhradie, invitato dall'associazione degli studiosi di diritto canonico della Slovacchia e dalla conferenza episcopale di questo stesso paese.

«Vivere nella verità: libertà religiosa e missione cattolica nel nuovo ordine del mondo.
Oggi, in un'era di interconnessione globale, le sfide a cui i cattolici si trovano di fronte in America sono sostanzialmente le stesse che in Europa: fronteggiamo una visione politica aggressivamente laica e un modello economico consumista che sfociano – in pratica, se non con intento esplicito – in un nuovo tipo di ateismo incentivato dallo stato. [...]
Negli Stati Uniti, una nazione che è ancora cristiana all'80 per cento con alti livelli di pratica religiosa, le agenzie governative pretendono sempre più di dettare come i ministri della Chiesa debbano operare, e di costringerli a comportamenti capaci di distruggere la loro identità cattolica. Sono stati fatti sforzi per scoraggiare o criminalizzare l'espressione di alcune credenze cattoliche come fossero "discorsi di odio". I nostri tribunali e amministrazioni compiono atti ricorrenti che minano il matrimonio e la vita di famiglia, e cercano di cancellare dalla vita pubblica i simboli cristiani e i segni della loro influenza.
In Europa, assistiamo a tendenze simili, sia pure marcate da un più aperto disprezzo per il cristianesimo. I capi di Chiesa sono irrisi sui media e anche nei tribunali, semplicemente perché esprimono l'insegnamento cattolico. [...] All'inizio di questa estate abbiamo assistito a forme di prevaricazione non più viste in questo continente dai giorni dei nazisti e dai metodi di polizia sovietici: il palazzo arcivescovile di Bruxelles perquisito dagli agenti, i vescovi arrestati e interrogati per nove ore senza le garanzie di legge, i loro computer privati, i telefoni cellulari e i documenti sequestrati. Persino le tombe di defunti uomini di Chiesa sono state violate durante la perquisizione. Per la maggior parte degli americani, questa specie di calcolata, pubblica umiliazione di capi religiosi sarebbe un oltraggio e un abuso di potere dello stato. E questo non a motivo delle virtù o delle colpe di qualcuno dei leader religiosi coinvolti, dal momento che noi tutti abbiamo il dovere di obbedire a giuste leggi. Piuttosto, l'oltraggio è nel fatto che l'autorità civile, con la sua acredine, mostra disprezzo per le credenze e i credenti che i loro capi rappresentano. [...]
Il cardinale Henri de Lubac scrisse una volta che "non è vero che l'uomo non può organizzare il mondo senza Dio. Ciò che è vero, è che senza Dio [l'uomo] può alla fine organizzarlo solo contro l'uomo. Un umanesimo esclusivo è un umanesimo inumano".
L'Occidente sta ora decisamente muovendo nella direzione di questo nuovo "umanesimo inumano". E se la Chiesa vuole reagirvi in pienezza di fede, dobbiamo mettere in pratica la lezione che abbiamo appreso sotto i regimi totalitari. Un cattolicesimo di resistenza deve essere fondato sulla fede nelle parole di Gesù: "La verità vi farà liberi" (Giovanni 8, 32).
Vivere nella verità significa vivere secondo Gesù Cristo e la Parola di Dio nelle Sacre Scritture. Significa proclamare la verità del Vangelo cristiano, non solo con le nostre parole ma con il nostro esempio. Significa vivere ogni giorno e ogni momento con l'incrollabile convinzione che Dio vive e che il suo amore è la forza che muove la storia umana e il motore di ogni autentica vita umana. Significa credere che le verità del Credo meritano che si soffra e si muoia per esse.
Vivere nella verità significa anche dire la verità e chiamare le cose con i loro nomi giusti. E ciò significa smascherare le menzogne secondo le quali alcuni uomini cercano di forzare gli altri a vivere.
Due delle più grosse menzogne nel mondo di oggi sono queste: la prima, che il cristianesimo è stato di importanza relativamente minore nello sviluppo dell'Occidente; la seconda, che i valori e le istituzioni occidentali possono sostenersi senza radicarsi nei principi morali cristiani. [...]
Sminuire il passato cristiano dell'Occidente è talvolta fatto con le migliori intenzioni, col desiderio di promuovere una coesistenza pacifica in una società pluralista. Ma più di frequente è fatto per marginalizzare i cristiani e neutralizzare la testimonianza pubblica della Chiesa.
La Chiesa ha il dovere di denunciare e combattere questa bugia. Essere europei o americani è essere eredi di una profonda sintesi cristiana dell'arte e della filosofia greche, del diritto romano e della verità biblica. Questa sintesi ha dato origine all'umanesimo cristiano che anima l'intera società occidentale.
Su questo punto, possiamo citare lo studioso e pastore luterano tedesco Dietrich Bonhoeffer. Egli scrisse queste parole nei mesi che hanno preceduto il suo arresto da parte della Gestapo nel 1943: "L'unità dell'Occidente non è un'idea ma una realtà storica, di cui l'unico fondamento è Cristo".
Le nostre società in Occidente sono cristiane per nascita e la loro sopravvivenza dipende dalla persistenza dei valori cristiani. I nostri principi maggiori e le istituzioni politiche sono fondate, in larga misura, sulla morale del Vangelo e sulla visione cristiana dell'uomo e del potere. Noi stiamo parlando qui non solo di teologia cristiana o di idee religiose. Stiamo parlando dei capisaldi delle nostre società: governi rappresentativi e separazione dei poteri; libertà di religione e di coscienza; e soprattutto dignità della persona umana.
Questa verità riguardo all'essenziale unità dell'Occidente ha un corollario, che Bonhoeffer ha indicato: togliere Cristo è rimuovere il solo fondamento affidabile per i nostri valori, istituzioni e modi di vita.
Questo significa che non possiamo fare a meno della nostra storia per qualche superficiale preoccupazione di non offendere i nostri vicini non cristiani. Nonostante le chiacchiere dei "nuovi atei" non c'è alcun rischio che il cristianesimo sia imposto a forza a qualche popolo, in Occidente. I soli "stati confessionali" nel mondo di oggi sono quelli retti da islamisti o da dittature atee: regimi che respingono la credenza dell'Occidente cristiano nei diritti individuali e nel bilanciamento dei poteri.
Vorrei osservare che la difesa degli ideali occidentali è la sola protezione che noi e i nostri vicini hanno contro la caduta in nuove forme di repressione, siano esse per le mani dell'islam estremista o di tecnocrati laicisti.
Ma l'indifferenza per il nostro passato cristiano contribuisce all'indifferenza per la difesa dei nostri valori e istituzioni nel presente. E questo mi conduce alla seconda grossa menzogna secondo la quale oggi viviamo: la menzogna che non esiste alcuna verità immutabile.
Il relativismo è oggi la religione civile e la filosofia pubblica dell'Occidente. Di nuovo, gli argomenti portati a sostegno di questo punto di vista possono sembrare persuasivi. Dato il pluralismo del mondo moderno, può apparire sensato che la società voglia affermare che nessun individuo o gruppo abbia il monopolio della verità; che ciò che una singola persona considera buono e desiderabile non lo sia per un altro; e che tutte le culture e le religioni debbano essere rispettate come ugualmente valide.
In pratica, tuttavia, constatiamo che senza una credenza in principi morali stabili e in verità trascendenti le nostre istituzioni politiche e i linguaggi diventano strumenti al servizio di una nuova barbarie. Nel nome della tolleranza arriviamo a tollerare la più crudele delle intolleranze; il rispetto per altre culture arriva a imporre il disprezzo per la nostra; l'insegnamento del "vivi e lascia vivere" giustifica il vivere dei forti a spese dei deboli.
Questa diagnosi ci aiuta a capire una delle fondamentali ingiustizie in Occidente oggi: il crimine dell'aborto.
So che la licenza di aborto è materia di legge in quasi tutte le nazioni dell'Occidente. In alcuni casi, questa licenza riflette la volontà della maggioranza ed è sancita da strumenti legali e democratici. E sono consapevole che molti, anche dentro la Chiesa, trovano strano che noi cattolici in America continuiamo a porre la santità della vita prenatale così al centro del nostro spazio pubblico.
Consentitemi di dirvi perché io credo che l'aborto sia la questione cruciale del nostro tempo.
Primo, perché anche l'aborto riguarda il vivere nella verità. Il diritto alla vita è il fondamento di ogni altro diritto umano. Se questo diritto non è inviolabile, nessun altro diritto può essere garantito.
O per dirlo più chiaramente: l'omicidio è omicidio, non importa quanto sia piccola la vittima.
C'è qui un'altra verità che molte persone nella Chiesa non tengono bene in considerazione: la difesa del neonato e della vita prenatale è un elemento centrale dell'identità cattolica fin dal tempo degli apostoli. [...]
Lo provano i più antichi documenti della storia della Chiesa. Ai giorni nostri – quando la santità della vita è minacciata non solo da aborto, infanticidio ed eutanasia, ma anche dalla ricerca sugli embrioni e dalle tentazioni eugenetiche di eliminare i debole, i disabili e i vecchi infermi – questo aspetto dell'identità cattolica diventa ancor più vitale per il nostro essere discepoli.
Il motivo per cui cito l'aborto è questo: la sua diffusa accettazione nell'Occidente ci mostra che senza un fondamento in Dio o in una verità altissima le nostre istituzioni democratiche possono tramutarsi con grande facilità in armi contro la nostra stessa dignità umana.
I valori a noi più cari non possono essere difesi dalla sola ragione, o semplicemente da se stessi. Non hanno nessuna auto-sostenibilità o giustificazione "interna".
Non c'è nessuna logica intrinseca o ragione utilitaria per cui la società debba rispettare i diritti della persona umana. Vi sono ancor meno ragioni per riconoscere i diritti di coloro le cui vite impongono fardelli su altri, come nel caso dei bambini nel grembo, dei malati terminali, o dei disabili fisici o mentali.
Se i diritti umani non vengono da Dio, allora dipendono da convenzioni arbitrarie tra uomini e donne. Lo stato esiste per difendere i diritti di uomini e donne e promuoverne l'espressione. Lo stato non può mai essere fonte di questi diritti. Quando lo stato attribuisce a sé questo potere, anche una democrazia può diventare totalitaria.
Che cos'è l'aborto legalizzato se non una forma di sostanziale violenza che si ammanta di democrazia? Alla volontà di potenza del forte è data la forza della legge per uccidere il debole.
Ecco in che direzione si muove oggi l'Occidente. [...] Negli anni Sessanta, Richard Weaver, uno studioso e filosofo sociale americano, scrisse: "Sono assolutamente convinto che il relativismo deve alla fine portare a un dominio della forza".
Aveva ragione. C'è una sorta di "logica interna" che porta il relativismo alla repressione. Questo spiega il paradosso di come le società occidentali possono predicare tolleranza e rispetto delle diversità mentre aggressivamente demoliscono e penalizzano la vita cattolica. Il dogma della tolleranza non tollera la convinzione della Chiesa che alcune idee e comportamenti non devono essere tollerati poiché ci disumanizzano. Il dogma che tutte le verità sono relative non può consentire il pensiero che alcune verità possano non esserlo.
Le convinzioni cattoliche che più profondamente irritano le ortodossie dell'Occidente sono quelle concernenti l'aborto, la sessualità e il matrimonio tra un uomo e una donna. Questo non è un caso. Queste convinzioni cristiane dicono la verità circa la procreazione, il significato e il destino dell'uomo.
Queste verità sono sovversive in un mondo che vuole che crediamo che Dio non è necessario e che la vita umana non ha alcuna natura o fine intrinseco. Quindi la Chiesa deve essere punita poiché, a dispetto di tutti i peccati e le debolezze del suo popolo, essa è ancora la sposa di Gesù Cristo; è ancora una sorgente di bellezza, di significato e di speranza che rifiuta di morire; è insomma la più irriducibile e pericolosa eretica del nuovo ordine del mondo. [...]
Non possiamo e non dobbiamo abbandonare il duro lavoro di un dialogo onesto. Lungi da ciò. La Chiesa ha sempre bisogno di cercare amicizie, aree di consenso e vie per portare argomenti positivi e ragionati nello spazio pubblico. Ma è assurdo aspettarsi gratitudine o anche rispetto dalle leadership culturali e politiche che dominano oggi. L'imprudenza ingenua non è una virtù evangelica.
La tentazione in ogni età della Chiesa è di cercare di mettersi d'accordo con Cesare. Ed è verissimo: la Scrittura ci dice di rispettare e pregare per i nostri governanti. Dobbiamo avere un robusto amore per il paese che chiamiamo patria. Ma non possiamo mai dare a Cesare ciò che è di Dio. Per prima cosa dobbiamo obbedire a Dio; gli obblighi dell'autorità politica vengono sempre come secondi. [...]
Viviamo in un tempo in cui la Chiesa è chiamata a essere una comunità credente di resistenza. Dobbiamo chiamare le cose con i loro veri nomi. Dobbiamo combattere i mali che vediamo. E cosa più importante, dobbiamo non illudere noi stessi con l'idea che mettendoci d'accordo con le voci del laicismo e della scristianizzazione possiamo in qualche modo mitigare o cambiare le cose. Solo la verità può far l'uomo libero. Dobbiamo essere apostoli di Gesù Cristo e della Verità che egli incarna».

(Fonte: Sandro Magister, www.chiesa, 25 agosto 2010)

mercoledì 1 settembre 2010

Le provocazioni di Gheddafi all’Europa e alle sue donne

Anche nel corso della sua ultima visita al nostro paese, il colonnello Gheddafi non ha perso occasione per provocare non solo l’Italia, ma anche l’Europa e l’Occidente. Dopo avere affermato che “l’islam dovrebbe diventare la religione di tutta Europa”, non ha esitato a ribadire che “in Libia la donna è più rispettata che in Occidente e negli Stati Uniti”. Ebbene, le affermazioni sull’islam non sono una novità. Quel che più colpisce è la sfrontatezza nel giudicare la condizione della donna in Occidente.
Basterebbe leggere il rapporto di Human Rights Watch del 2009 che a riguardo della Libia denuncia quanto segue: “La posizione del governo rispetto alla violenza contro le donne resta una posizione di negazione, che lascia le vittime non protette e senza soluzioni. La Libia non ha una legge di protezione domestica e leggi inadeguate che puniscono la violenza sessuale. Il governo persegue solo i casi più violenti di stupro, e i giudici hanno il diritto di proporre il matrimonio tra lo stupratore e la vittima come ‘rimedio sociale’ al crimine. Le vittime di stupro rischiano a loro volta di essere punite per adulterio o fornicazione se cercano di aggravare l’accusa. […] Il governo detiene decine di vittime di stupro in luoghi di ‘riabilitazione sociale’. A molte donne viene negato il diritto di opporsi alla detenzione. Le autorità le oppongono a controllo forzato della loro verginità e a un trattamento punitivo, compreso l’isolamento”.
Ritengo che quanto appena descritto possa di per sé rappresentare una risposta alle aberranti affermazioni di Gheddafi. Tuttavia non dobbiamo nemmeno dimenticare che dal 1970 l’islam è la religione di Stato in Libia. Quindi merita una parentesi anche la descrizione della condizione della donna nella religione islamica.
I testi sacri rappresentano un “nemico” importante, ma fittizio, per le musulmane. Infatti non è il Corano in sé ad essere “ostile” alla loro condizione, ma una interpretazione errata, conservatrice e integralista – di fatto molto vicina a quella in cui crede Gheddafi - che di esso viene fornita. Purtroppo i predicatori islamici, i cui pulpiti sono alcune televisioni satellitari arabe, tutti di sesso maschile, che attraverso una “comoda” interpretazione letterale del Corano sottopongono la donna a continue umiliazioni e violenze e, più, in generale la pongono in una condizione di estrema inferiorità. Purtroppo in alcuni paesi, come l’Arabia Saudita, l’Iran, non da ultimo la Libia, questa interpretazione è praticamente legge di stato.
Ma analizziamo meglio la situazione. A che cosa è dovuto questo stato di cose? Al maschilismo o al sessismo di una certa tradizione culturale? O è interna e organica al Corano? Come afferma la sacra scrittura islamica “Gli uomini sono preposti alle donne”. Alcuni uomini applicano nei confronti delle donne esclusivamente i principi, ribaditi da molti imam, che servono loro per imporre la propria superiorità, al fine ultimo di sottomettere le mogli, facendosi scudo di falsi criteri, che vengono fraintesi, anche se in alcuni versetti del Corano si sottolinea che la donna deve essere protetta dall’uomo. E’ significativa la storia dell’antropologa francese, Dounia Bouzar. Figlia di un algerino e di una francese, viene cresciuta all’insegna del rispetto delle due religioni, islam e cristianesimo. In seguito si sposa con un tunisino che dopo qualche anno di matrimonio inizia a picchiarla in nome dell’islam. La reazione della Bouzar fu quella di approfondire lo studio del Corano per capire se era vero quanto sosteneva il marito. Il risultato del suo studio furono la separazione dal marito violento e la sua conversione all’islam. Ai suoi occhi il Corano proteggeva le donne. Oggi Dounia Bouzar è una delle maggiori esponenti dell’islam francese che combatte con estremo coraggio l’estremismo islamico.
E’ indubbio che il Corano abbia migliorato la status delle donne rispetto all’epoca preislamica: prima della predicazione sia in ambiente nomadico sia in ambito urbano dominava il principio del patriarcato a discendenza maschile che attribuiva al maschio il possesso della donna. Era diffusa la pratica dell’infanticidio, limitato alle figlie femmine ricordato anche nel testo coranico (XVI, 58-59). Con l’avvento dell’islam le donne iniziarono anche ad avere proprietà a loro nome.
La vita di due mogli di Maometto, Khadija e Aisha, è significativa. Khadija, prima moglie del Profeta, era una vedova attiva e ricca e viene indicata dalla tradizione islamica come la prima convertita all’islam. Aisha, la moglie prediletta, che venne però sposata all’età di nove anni, guidò in prima persona battaglie. Per quanto riguarda lo statuto della donna i problemi che si pongono sono dovuti all’ambiguità del discorso giuridico e alla confusione nata nel corso dei secoli tra legge divina e legge umana. Tali problemi sono affrontati in parte nel Corano, dove due sure sono dedicate l’una alle donne (IV) l’altra al divorzio (LXV), e molti altri versetti trattano altri problemi quali l’adulterio, il pudore o l’eredità.
Il Corano non solo afferma che “Gli uomini sono preposti alle donne” (IV, 34-35), ma anche che “gli uomini sono un gradino più in alto” (II, 228). Inoltre la donna vale la metà dell’uomo: sono necessarie due testimoni ove un uomo sarebbe sufficiente. La porzione d’eredità è, in generale, la metà di quella dell’uomo dello stesso livello di successione (IV, 11-12). La poligamia è autorizzata (IV, 3). Una grande indulgenza divina è assicurata agli uomini “Anche se lo desiderate non potrete agire con equità con le vostre mogli, però non seguite in tutto la vostra inclinazione, sì da lasciarne una come sospesa.” (IV, 129) nel rispetto di certi limiti: “Non costringete le vostre ancelle al meretricio” (XXIV, 33) e di alcuni divieti: “V’è proibito prendere in ispose le vostre madri, le vostre figlie, le vostre sorelle…” (IV, 23-24). Anche se libera la sposa è “come un campo per voi, venite dunque al vostro campo a vostro piacere, ma premettete qualche atto pio, utile a voi, e temete Iddio” (II, 223). Gerarchicamente situata a livello dei bambini e degli esseri deboli da proteggere (VII, 127, 141; XIV, 6; XL, 25), sarà mantenuta dal paternalismo coranico e nel corso dei secoli in uno stato di soggezione quasi totale.
Ma uno sguardo ancora più severo è rivolto alle “donne del Profeta” modelli referenziali che permetteranno di imprigionare più strettamente nei suoi veli e nei suoi divieti: “O donne del Profeta! A chi fra voi commette manifesta turpitudine toccherà castigo raddoppiato di due doppi, cosa questa facile a Dio! Ma chi di voi sarà devota a Dio e al Suo messaggero e opererà il bene, daremo a lei, mercede due volte, e generosa provvigione preparammo per lei! O donne del Profeta! Voi non siete come le altre donne. Se temete Iddio, non siate troppo umili nel parlare, che non accada vi desideri chi ha un morbo in cuore, ma con dignità parlate. Rimanetevene quiete nelle vostre case e non v’adornate vanamente come avveniva ai tempi dell’idolatria; compite anzi la preghiera, pagate la Decima e obbedite a Dio e al Suo messaggero. Iddio infatti vuole che siate liberi da ogni sozzura, o gente della casa del Profeta, ed Egli vi purificherà di purificazione pura” (XXXIII, 30-33).
I fautori dell’integralismo hanno irrigidito ulteriormente le posizioni del Corano sostenendo a spada tratta l’interpretazione letterale del testo sacro. Così le doti che secondo il versetto 4 della sura delle Donne dovevano essere versate spontaneamente alle spose di fatto non furono mai versate in questa maniera. L’atto stesso del matrimonio, per esempio, in principio spogliato di ogni carattere religioso, concluso per offerta e accettazione, senza presenza obbligatoria dell’autorità religiosa, un atto puramente civile, si sacralizza nel diritto e diventa per le popolazioni un atto sottomesso alla legge divina. Le costrizioni imposte alla donna sono sempre maggiori. L’adulterio, ovvero il commercio carnale illecito, punito nel Corano con cento frustate sia per l’uomo che per la donna (XXIV, 2) avrà in seguito, per sanzione legale la lapidazione a morte della sola donna. Ancora peggio, se si considera che il Corano esigeva quattro testimoni dell’atto di adulterio prima di autorizzare la punizione (XXIV,4,13) la pratica posteriore sarà ancora più rapida e consentirà la condanna a morte della colpevole sospettata dal marito o dal fratello.
Nel diritto islamico il ripudio (II, 226-32 e tutta la sura LXV) è un diritto assoluto riservato allo sposo che deve sempre (LXV,2) ricorrere alla testimonianza di persone fidate. Tuttavia questo principio restrittivo è stato omesso nella pratica, durante i secoli. Un nuovo diritto sarà istituito e consentirà all’uomo di ricorrere alla autorità di polizia per ricondurre la sposa in fuga al tetto coniugale. Ciononostante il riferimento costante al Corano, anche quando non era in causa serviva per sacralizzare lo statuto imposto alla donna.
Il problema della donna araba ha forse per causa prima questa “sacralizzazione” della sua inferiorità. Ontologicamente, è un essere umano di secondo piano, che viene dopo l’uomo nella gerarchia delle creature divine, sottomessa ai suoi doveri, limitata nei poteri e non avendo voce in capitolo sul suo divenire né su quello del suo corpo. Tutto ciò che la riguarda è ritenuto un tabù.
A questa visione, purtroppo diffusa in molte moschee anche in Occidente, l’intellettuale tunisina Raja Benslama risponde: “La questione della donna è inscindibile da quella dell’islam. Quando dico che è inscindibile vuol dire che c’è una questione centrale che rivela il tutto, è una parte di un tutto che si rivela e quindi è una questione paradigmatica, centrale perché la donna è l’altro primigenio, è il primo altro su cui si aprono gli occhi e quindi determina il rapporto di ogni comunità rispetto all’alterità di ogni altro essere. E’ la donna il metro su cui si può misurare il grado di tolleranza della società e la sua capacità di non trasformare la differenza in inferiorità. Le società che non accettano l’alterità della donna come essere libero e la sua uguaglianza, la sua parità come simile, non accettano nessun altro e trasformano tutti i diversi in minoranze che incarnano quello che nella letteratura femminista si chiama il divenire femminile, che appunto è rappresentato da una serie di categorie che non necessariamente rappresentano le donne. La discriminazione si costruisce sull’odio, un certo odio sapientemente elevato a sistema, è una mina in azione, è una macchina che attacca le donne, continua a spezzare le vite di tutti gli esseri resi minori da tutte le società tradizionali e patriarcali. Gli uomini deboli, quelli poveri, i bambini, gli omosessuali, i pazzi, gli handicappati, i bastardi, i non correligionari. La questione della donna è quindi inscindibile in quanto parte di quella dell’islam. L’islam e la donna hanno un nemico comune, che è il totalitarismo religioso in tutte le sue forme. I nostri testi sacri non possono più essere una fonte di legislazione se non creando le peggiori disuguaglianze liberticide. Dobbiamo rinunciare all’idea, che secondo me è un’impostura intellettuale, molto diffusa anche fra le femministe e fra le antifemministe islamiche, che l’islam ha liberato la donna, che la sharia le rende giustizia, che la mette in condizione di parità rispetto all’uomo. Questa cosa non è vera, è una vera negazione della realtà storica.”
Resta quindi inaccettabile che si consenta a un ospite del nostro paese, in questo caso il colonnello Gheddafi, di affermare che la donna viva meglio in Libia e nel mondo islamico. Nessuno nega la mercificazione del corpo della donna in Occidente, ma anche presentarsi con le “amazzoni” non significa certo rispettare la donna in quanto persona. Sarebbe bene che l’Italia in particolare, l’Europa in generale invitassero e dessero risalto mediatico a quelle donne, intellettuali o attiviste, che in seno al mondo islamico combattono ancora oggi per “diventare persone” e che pagano sulla propria pelle la prepotenza e l’arroganza di una società in cui interpretazione radicale del testo religioso e tradizione maschilista vanno di pari passo.

(Fonte: Valentina Colombo, Cultura cattolica, 1 settembre 2010)

Un cattolico, per chi può votare?

Prima e dopo l’editoriale di Beppe Del Colle su Famiglia Cristiana, la questione che sembra più appassionare gli opinionisti nostrani nel dibattito estivo è la seguente: posto che il mondo cattolico è spaccato in due, quale delle due metà deve fare “autocritica”? quelli che hanno scelto il PDL o quelli che si dibattono tra la Sinistra e il Centro? Domanda che, già posta in questi termini, è un assurdo, perché presuppone che i cattolici siano spaccati in tre, non in due. Ma non si può chiedere a certa gente il rigore logico che invece sarebbe necessario.
Anche perché, tra l’altro, i cattolici che stanno al seguito di Casini vengono surrettiziamente iscritti nelle file della sinistra, mentre è noto che fanno parte come quelli del PDL del gruppo del PPE e che nel Parlamento italiano, sui temi che contano per un cattolico, votano sempre insieme ai colleghi della maggioranza. Insomma, il quadro proposto è tanto rozzamente semplificato, tagliato con l’accetta, da risultare del tutto irreale.
C’è poi un altro limite grave nella domanda posta, ed è quello di stabilire se l’autocritica l’abbia a fare una parte o l’altra, quando invece l’autocritica dovrebbe essere una costante per tutti, specie quando ci si addentra nel regno dell’opinabile. Nessuno può e deve evitare un giudizio continuo sulle proprie scelte e decisioni politiche, anche se magari ha fatto la scelta più giusta. Per essere più chiari: credo che un cattolico, in Italia, abbia tutte le ragioni di votare PDL. Credo che Berlusconi sia stato a suo tempo “l’uomo della provvidenza”, quando salvò l’Italia da una sinistra comunista già incamminata verso (mi si passi l’anacronismo) derive “zapateriane”. Ancor oggi Berlusconi è, col suo partito, un baluardo contro la deriva laicista (quindi anche contro la destra laica di Fini), ma non per questo gli si può perdonare tutto. Uomo della provvidenza sì, Gesù Cristo no.
Un cattolico deve votare l’attuale maggioranza di governo perché è un fatto che certi temi importanti (tutela della famiglia, tutela della vita, tutela della libertà di educazione, sussidiarietà) trovano piena accoglienza. Nel centro destra su questi temi vi è totale apertura nei confronti della posizione espressa dai cattolici. Al contrario, a sinistra la posizione cattolica è a mala pena “sopportata”, ed è comunque sentita alternativa rispetto al progetto di egemonia culturale di stampo gramsciano. In frange estreme della sinistra, poi, la Chiesa cattolica è considerata come il Nemico da abbattere per portare il progresso all’umanità. Addirittura è bollata come un ostacolo alla piena realizzazione dei diritti umani. Gli ultimi due anni del governo Prodi non possono essere dimenticati. I cattolici che portano voti a sinistra, storicamente, hanno fatto solo la figura degli “utili idioti”. Qualcuno se ne è finalmente accorto (leggi Binetti) e se n’è andato sbattendo la porta. Meglio tardi che mai! [Altri invece – leggi per esempio la Bindi – ha già dato prova di essere pronta a gettare tutto in malora, fede e principi cattolici compresi, pur di rimanere ancorata alla sua ricca poltrona!]
È su questo dato di fatto che Beppe Del Colle farebbe bene a fare autocritica. Dovrebbe chiedersi che senso ha la sua posizione, che senso ha questa sua guerra senza quartiere contro chi, almeno su certi temi, ha dimostrato chiaramente di essere alternativo al progetto laicista. Una sinistra che candida ancor oggi personaggi come Vendola, la Bresso e la Bonino alla guida delle Regioni, come fa ad essere sostenuta da un cattolico?
È l’aggressivo tentativo di zapaterizzare l’Italia che ha convinto molti cattolici a votare chi li accoglieva e li rassicurava. Magari turandosi il naso, come già accadeva quando c’era Andreotti.
Non ci sono alternative, dunque, ma c’è del lavoro da fare. C’è da combattere una battaglia continua perché all’interno del PDL e dell’attuale maggioranza di governo altri principi cristiani, quali la solidarietà, la giustizia sociale, la moralità nell’azione politica riescano a prevalere. E qui la discussione è aperta, il confronto deve essere continuo, l’autocritica costante. Ad esempio, il quoziente familiare è qualcosa che può essere pensato ed attuato solo all’interno di una maggioranza di centrodestra. C’è stata la crisi economica, è vero, ma l’obiettivo va perseguito prima della fine della legislatura. E si potrebbero fare altri esempi.
Non esiste solo la bioetica, come qualcuno ha scritto. Alla fine presenteremo il conto e valuteremo.

(Fonte: Gianluca Zappa, La Cittadella, 29 agosto 2010)

I preti in borghese? Di pessimo gusto

Il bon ton del prete? Presto detto, parola non a un sacerdote o vescovo, ma ad uno stimato docente di estetica a Milano, il professor Stefano Zecchi. Professor Zecchi, qual é l' eleganza ideale del prete?: " diciamo che molto dipende dal portamento e dunque a seconda di questo si decida tra talare e clergyman. Ma attenzione, anche i vestiti sacri siano sempre ordinati e ben stirati, mai lisi o sporchi. Il prete deve dare una impressione di pulizia non solo interiore, ma di cura e semplicità anche esteriori. Così infonde al fedele serenità. Un prete con vestiario canonico, ma sporco o trasandato, con la barba non fatta, mani sporche, unghia lunghe, non offre una immagine tranquillizzante al fedele. Non dimenticate che é molto importante per il prete la cura delle mani che devono amministrare i sacramenti, toccare la ostia sacra e svolgono durante la liturgia un compito importante". Che cosa pensa invece, dei preti che vestono in ...
... borghese con maglione, camicia o jeans?: " molti sollevano la stantia e ormai insopportabile osservazione che l' abito non fa il monaco per giustificare e far passare ogni sorta di disordine esteriore. Ma il fedele ha bisogno di segni esteriori, e penso che l' abbigliamento naturale ed elegante per il prete sia proprio la divisa tipica. Il fedele non vuole preti stile metalmeccanici o manovali, non fanno parte del patrimonio della chiesa anche se un certo modernismo che pretende di stravolgere le regole della tradizione, ha giustificato anche questo".
Che cosa pensa del prete- tribuno?: " in ogni caso mi danno fastidio e generalmente tediano la gente coloro i quali alzano la voce con stile moralista o savonarolesco. Pertanto un tono suadente e comunque equilibrato si richiede per la stessa eleganza del prete il cui portamento, come dicevo prima, deve essere sereno sia dentro che fuori, sia nel vestire che nell' essere".
Insomma non le piacciono i preti arrabbiati: " non piacciono generalmente le persone arrabbiate, figurarsi i preti. L' immagine che la gente vuole ed anzi pretende dal prete, é quella di una persona rassicurante che sappia infondere fiducia. Ecco, colui che grida, alza la voce o lancia invettive di stampo moralistico disattende questo ruolo".
Un argomento di attualità. A settembre a Trani canterà Elton John le cui abitudini sessuali decisamente contro natura sono note a tutti. Si era deciso di farlo esibire davanti alla cattedrale e poi hanno cambiato idea. Secondo lei é elegante svolgere in sé concerti davanti a luoghi di culto?: " qui bisogna valutare caso per caso. Se si suona una melodia armoniosa ed elegante, misurata, va bene. Ma dipende anche dal contenuto delle canzoni. Certamente considerato il repertorio di quel cantante non la reputo una scelta appropriata e sa di inutile provocazione alle aspettative dei cattolici. In sostanza il buon senso oltre che l' eleganza, impongono che cantanti come Madonna o quello che lei ha segnalato prima ,evitino di esibirsi davanti a luoghi sacri per evidenti motivi di opportunità. La provocazione non é mai amica dell' eleganza, ricordatelo".

(Fonte: Bruno Volpe, Pontifex.Roma)

Ecco l'atroce dilemma del teologo: "Mi si nota di più se vado o resto?"

Il prossimo libro di Vito Mancuso si intitola “Piccola guida dei perplessi” e uscirà a novembre per Mondadori, collana Strade Blu. Il copertinario lo descrive così: «Chi, per essere strenuamente fedele alla tradizione della Chiesa, si rifiuta di evolvere, finisce nell’infedeltà all’autentica logica evangelica. Solo cambiando il cristianesimo può tornare a essere Vangelo cioè una buona notizia. Oggi più che mai “bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”, e Dio è molto al di là della dottrina stabilita dalla Chiesa».
Antidogmatico o «eretico»? Non è questo il punto. Piuttosto tutti si chiedono: il trattato uscirà per Mondadori nonostante i dubbi sull’operato in materia fiscale dell’editore espressi sabato scorso in un articolo su Repubblica? Pare proprio di sì.
Sul Corriere della sera Mancuso dichiarava ieri di non sapere cosa fare e ribadiva di conoscere la posta in gioco: «Un rapporto professionale con persone competenti a cui voglio bene, la più importante casa editrice italiana, in cui sono entrato con fatica e che mi onora mettendomi nel suo catalogo». Contemporaneamente però scriveva su Repubblica di ritenere insufficienti le risposte di Segrate, e di sentirsi «a un passo dall’addio». Il passo però al momento non lo fa, come spiega ora al Giornale: «Non ho intenzione di decidere su due piedi, ci sono di mezzo le emozioni, voglio ragionarci su. A meno che non vi sia qualche imprevisto». E poi «c’è anche il libro ormai fatto, poi vedremo». Nel frattempo aspetta di conoscere l’opinione delle altre firme di Repubblica in affari con Mondadori, convocate davanti al «tribunale interiore» col quale «non si può venire a patti». Molti «collaborazionisti» di Segrate hanno un libro in uscita. Gabriele Romagnoli ha pronto il romanzo “Un tuffo nella luce”. Saggi in dirittura d’arrivo per Corrado Augias (I segreti del Vaticano), Mario Pirani (Poteva andare peggio), Pietro Citati (Leopardi), Piergiorgio Odifreddi (Fate tutti un po’ di spazio), Antonio Monda (Conversazioni con Ennio), Vittorio Zucconi (Diventare adulti è facoltativo), Federico Rampini (Occidente estremo), Nadia Fusini (Di vita si muore), Stefano Bartezzaghi (Non nominare il nome di Dio in bagno). Per loro urge decisione in tempi rapidi. Poi ci sono gli autori in stand by, quelli che hanno già timbrato il cartellino dell’annuale titolo «imperdibile», come Roberto Saviano, Michela Marzano, Eugenio Scalfari, Gustavo Zagrebelsky, Adriano Prosperi. Ci pensino su.
L’opinione più interessante è comunque quella dell’autore Mondadori (collana Strade Blu) Carlo De Benedetti il quale nel 2008 mandò in libreria “Centomila punture di spillo. Come l'Italia può tornare a correre” (con Rampini e Francesco Daveri). Una parata di nomi (a cui potremmo aggiungere Massimo D’Alema, Walter Veltroni, Concita De Gregorio e infiniti altri antiberlusconiani) che la dice lunga sulla natura di impresa liberale della Mondadori, obbediente al mercato e non alla politica. «Particolare» sul quale i critici di Segrate glissano volentieri e che il «tributarista e teologo» (copyright di Giuliano Ferrara) nemmeno prende in considerazione. Vito Mancuso, nato nel 1962, insegna Teologia presso la Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele. Diventa noto al grande pubblico col libro “L’anima e il suo destino” (Cortina, 2007) oltre 120 mila copie vendute a sorpresa. Nel gennaio 2008 inizia a collaborare col Foglio di Giuliano Ferrara, che ieri lo ha duramente criticato: «In quel Paese delle Meraviglie che è per lui la militanza etico-politica, abbracciata di fresco la collaborazione con Repubblica, Vito Mancuso è diventato un contabile della propria coscienza, che misura e quantifica sul piano morale con il tassametro fiscale della Mondadori». Nel 2009 pubblica la “Disputa su Dio” con Corrado Augias. Un bestseller infangato da un caso clamoroso di plagio: il coautore preleva di peso le sue conclusioni da un libro appena edito in Italia da Adelphi, “La creazione” di Edward O. Wilson. Figuraccia colossale. Mancuso, incolpevole e furibondo, si dissocia da Augias ma non al punto da interrompere le presentazioni. Anche con Corrado si fermò a «un passo dall’addio».
Nel 2009 invece dice addio al Foglio e passa a Repubblica. Nello stesso anno esce “La vita autentica” (ancora presso Cortina): il saggio parte in sordina ma settimana dopo settimana consolida la sua posizione in classifica e supera le centomila copie. Editori storici di Mancuso sono Cortina e Mondadori. Recente è il rapporto, subito consolidatosi, con Fazi. Proprio Elido Fazi chiede a Mancuso di prefare il toccante e delicato “Scendo. Buon proseguimento” di Cesarina Vighy, l’autrice malata di Sla morta all’inizio di maggio. Incarico accettato con entusiasmo. Nasce un’amicizia e anche una nuova collana diretta da Mancuso stesso: «Campo dei fiori» (in omaggio a Giordano Bruno, che in quella piazza di Roma fu arso vivo) sarà «un luogo di libera ricerca spirituale, aperto al dialogo interreligioso». I primi titoli usciranno nel 2011. Ci saranno contemporanei come Hans Küng, John Hick, Paul Knitter, Yves Raguin, Richard Kearney, classici come Marco Aurelio e Pico della Mirandola, riscoperte come Albert Schweitzer e Alfred N. Whitehead. Vista la situazione il teologo, guida dei perplessi, può decidere in tutta tranquillità. Fare il fatidico passo e dire addio alla Mondadori non sarà un salto nel vuoto. Un ampio paracadute comunque non gli manca. E poi ha fatto un figurone come antiberlusconiano doc.

(Fonte: Alessandro Gnocchi, © Il Giornale On Line, 24 agosto 2010)