
«Se la giustizia dei tribunali conosce i tempi della prescrizione, quella della coscienza non prevede scadenze». Con queste parole il vescovo di Verona, Giuseppe Zenti, ha sgombrato subito il campo da eventuali sospetti: nessuna tentazione di autoassoluzioni, la verità esige i suoi tempi e sarà perseguita fino in fondo. Questo nonostante le terribili accuse mosse nei giorni scorsi contro i religiosi della Compagnia di Maria per l’Educazione dei Sordomuti da un gruppo di ex allievi, riguardino fatti che - se fossero avvenuti - sarebbero comunque già caduti in prescrizione. Niente sconti, dunque, ha più volte ripetuto il vescovo, precisando che se anche uno solo degli episodi contestati risultasse vero, lui sarà immediatamente dalla parte della vittima.Una premessa che il vescovo Zenti continua a fare anche adesso che l’intero impianto delle accuse sta franando sotto il suo stesso peso: è oggettivamente inverosimile quanto gli accusatori hanno raccontato. Non alle autorità preposte ma su un settimanale, «L’espresso». Non per avere giustizia, ma uno spazio in cronaca, che gli è stato subito offerto.Nessuna formula dubitativa su quelle pagine, nessun punto di domanda, né tra le righe né tantomeno nei titoli, quelli che fanno più danni e restano impressi nella mente come epigrafi sul marmo: «Noi vittime dei preti pedofili», si legge a caratteri cubitali, e sotto, sempre in grande, «Decine di ragazzi sordi violentati e molestati in un istituto di Verona fino al 1984. E dopo decenni di tormenti, trovano la forza di denunciare gli orrori. Ma molti dei sacerdoti sono ancora lì». Seguono racconti talmente spaventosi che i conti non tornano più: nell’Istituto “Provolo” per oltre trent’anni ben venticinque su ventisei religiosi avrebbero giorno e notte sfogato i peggiori istinti su un centinaio di bambini a loro affidati... Il tutto senza che mai questo inferno trapelasse all’esterno, o che una sola delle vittime ne accennasse ai genitori, o ancora che l’unico religioso «innocente» (l’attuale superiore dell’Istituto, don Danilo Corradi) si accorgesse mai di tanto tramestio, per di più avvenuto ovunque, nelle camerate, nelle docce, persino nei confessionali e sotto l’altare.Racconti che non vorremmo riportare (e infatti citiamo solo il citabile), ma che servono per alcune doverose considerazioni. Dopo un iniziale sconcerto, nessuno ormai crede più alla «verità» proposta senza le necessarie verifiche dall’Espresso. Non ci credono decine e decine di altri ex allievi, compagni di vita degli accusatori in quel collegio. Non ci crede neppure la stampa spesso prevenuta, che questa volta ha sentito puzza di bruciato e si è tenuta in disparte: chi ha orchestrato il tutto è personaggio noto per il numero di assurde denunce che sparge in giro, da tempo accampa diritti sui beni immobili dell’Istituto ed è già imputato per diffamazione contro l’Ente nazionale sordi in un processo penale che si terrà a breve... Insomma, il senso di orrore iniziale ha lasciato spazio al sollievo: l’inferno esiste ma non abitava al Provolo. Eppure un altro disagio occupa ora il cuore e lo spaventa: può la fantasia deforme dell’uomo partorire storie tanto orrende? a quali abissi può scendere la mente umana, la sua invenzione? fino a quali profondità sa scavare la calunnia? Noi che facciamo informazione dovremmo difenderci, noi per primi, da chi crede di trovare in noi la tribuna per le proprie guerre, e del nostro lavoro fa la sua arma.Informare è la missione che ci compete, ma prima ancora informarci.Non ne va solo della nostra professionalità, infatti, ma della vita altrui. Dieci anziani preti ancora vivi non potranno mai difendersi: la prescrizione toglie loro anche questo diritto e l’accusa, non a caso, è giunta allo scadere dei termini (Lucia Bellaspiga).
(Fonte: Avvenire, 24-25 gennaio 2009)
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