
Credo che sia il miglior commento a quanto scritto da Zagrebelsky. Non intendo avvalorare il giudizio di Langone sugli «intelligentissimi», certo è che un libro deve servire, proprio perché introduce alla verità della vita, ad un vivere bene, ad un cammino che apra gli orizzonti dell’uomo a qualcosa di più che un semplice sentimento. Se vale la pena credere a un Dio, penso che questo implichi che sia una realtà «reale», non una proiezione di sé, di uno stato d’animo, di un desiderio irrealizzato. Che farsene di un dio così: «Il mio assoluto, il mio dio, ciò che presiede la mia vita, non è nulla di esterno a me», dice Mancuso. Vuol dire che è dentro di me, nel senso ch’io sono dio per me stesso? Per nulla. «Credendo in Dio, io non credo all’esistenza di un ente separato da qualche parte là in alto; credo piuttosto a una dimensione dell’essere più profonda di ciò che appare in superficie […], capace di contenere la nostra interiorità e di produrre già ora energia vitale più preziosa, perché quando l’attingiamo ne ricaviamo luce, forza, voglia di vivere, desiderio di onestà. Per me affermare l’esistenza di Dio significa credere che questa dimensione, invisibile agli occhi, ma essenziale al cuore, esista, e sia la casa della giustizia, del bene, della bellezza perfetta, della definitiva realtà»?
Di questo «dio» ci hanno sbarazzato Feuerbach e Marx. Perché non imparare la lezione?
Io credo in quel Dio che ha un volto umano, e che Benedetto XVI e la Chiesa mi fanno conoscere ed incontrare. E so per certa esperienza che tale Dio (che è il Dio di Gesù Cristo, Padre, Figlio e Spirito Santo) mi chiede quella obbedienza per cui servire a Lui è veramente regnare. Cioè essere finalmente se stessi. Alla faccia di Mancuso e Zagrebelsky.
(Fonte:
Gabriele Mangiarotti, Cultura Cattolica, 10 settembre 2011)
1 commento:
Lei e infinitamente utile per gli ATEI.
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