
Wisla era stato tra gli scampati al naufragio della nave «Pentcho» affondata nel 1940 nel Mar Egeo durante il trasporto di cinquecento ebrei rifugiati dalla Slovacchia verso la Palestina. I naufraghi dopo undici durissimi giorni passati in un’isoletta disabitata, furono soccorsi da una nave italiana che però li deportò nel campo di concentramento di Rodi. Se non fosse stato per l’intervento di Pio XII la loro sorte sarebbe stata segnata. Nell’inverno tra il 1941 e il 1942 infatti, una nave della Croce Rossa raccolse i rifugiati affamati dal campo di concentramento di Rodi e li fece trasferire in terra italiana al campo Ferramonti di Tarsia presso Cosenza. Un campo atipico, com’è noto, tanto da essere stato definito qualche anno fa «un paradiso inaspettato» dal «Jerusalem Post» o «il più grande kibbutz del continente europeo» dallo storico Jonathan Steinberg dell’università di Cambridge.
Wisla, dopo molte peripezie, nella primavera del 1944 raggiunse la Palestina e poté ricostruire la vicenda nell’articolo A Papal Audience in Wartime pubblicato il 28 aprile 1944 su «The Palestine Post» (oggi «The Jerusalem Post») e firmato con lo pseudonimo «Refugee» (p. 6). Già nel 2006 «Inside the Vatican» ne aveva dato parziale notizia, e ora — come scrive Moynihan — abbiamo più ampia e corretta informazione sulla condotta e sul vero atteggiamento tenuto da Pio XII nei confronti del popolo ebraico.
(Fonte:
Raffaele Alessandrin, L’Osservatore Romano, 13 gennaio 2012)
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