
Quando pronunciamo quella parola, “Chiesa”, dovremmo tutti sciacquarci la bocca, contare fino a mille, fare un lungo respiro, pensare a quello che si sta per dire e poi, solo poi, andare avanti con la frase. A quel punto forse, se siamo onesti con noi stessi, come disse una volta un santo sacerdote, capiremmo che nel 90% dei casi quello che stiamo per dire è talmente ridicolo che faremmo più bella figura a tacere. Stiamo parlando dell’unica cosa che Dio ci ha lasciato, l’unica per davvero (perché anche le Scritture sono ispirate, non dettate), e ci permettiamo di sparare la prima cosa che ci passa per il cervello come se stessimo a parlare della nazionale di calcio al bar sotto casa.
Siamo di fronte a un miracolo che si perpetua da oltre duemila per grazia di Dio, alla casa mirabile dove sono passati umilmente, in silenzio e in punta di piedi, Mistici e Dottori, Santi e Beati e poi arriva il primo pinco pallino qualsiasi e dovremmo pure starlo a sentire. Segni dei tempi. Ma il senso profondo e la ragione stessa della vita della Chiesa non è in ciò che si vede, magari superficialmente.
Così, tanto per parlare chiaro, non è nei salotti televisivi, non è nelle interviste ai vaticanisti e non è neanche nei commenti sui giornali di qualche ecclesiastico. Il senso della sua vita è nell’elargizione della Grazia sacramentale che si propaga ogni giorno che il Padreterno manda in terra. Santa Teresina lo espresse icasticamente, in parole mirabili: “se la gente vedesse che cosa accade realmente sull’altare durante la Santa Messa, gli ingressi delle Chiese dovrebbero essere presidiati dalla forza pubblica”.
(MaLa, liberamente tratto da Omar Ebrahime, Osservatorio
internazionale Van Thuan, 14
febbraio 2013)
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