
Non è un caso isolato. In Liberia dal 2006 il governo ha venduto o affittato a privati stranieri più di un terzo delle terre coltivabili e delle foreste del Paese. Inoltre il fenomeno - chiamato "land grabbing", in italiano "accaparramento di terre" - riguarda tutto il continente africano. Ad acquistare e affittare i suoli africani, oltre ai privati, sono anche diversi stati indotti a farlo o per scarsità di terre coltivabili, come nel caso dell’Arabia Saudita, o per necessità di incrementare la produzione agricola a fronte di una maggiore domanda interna, come nel caso della Cina e di altri paesi emergenti. Una delle spinte all’espansione del land grabbing è inoltre data dalla crescente richiesta di biocarburanti, la cui produzione necessita di enormi estensioni di terra.
Uno studio realizzato dalla Rights and Ressources Initiative, un gruppo di organizzazioni non governative, e pubblicato all’inizio di febbraio rivela che in 35 stati dell’Africa subsahariana in questi ultimi anni i governi, approfittando di sistemi fondiari malfunzionanti e soprattutto abusando dei poteri di cui dispongono, hanno confiscato il meglio e la maggior parte di quel un miliardo e quattrocento milioni di ettari di terre agricole dalle quali dipende la sopravvivenza di 428 milioni di contadini poveri, poco più della metà della popolazione subsahariana.
È ovvio che se le terre concesse sono coltivabili, meglio sarebbe se fossero gli africani a farle fruttare e a venderne i raccolti. Il loro affitto può ammontare anche solo a uno o due euro all’anno per ettaro. Oltre tutto viene incassato dai governi e si sa quanto poco delle risorse di uno stato africano vada speso in politiche sociali ed economiche utili allo sviluppo e al benessere collettivo.
Per di più molti governi stipulano i contratti senza esigere garanzie a tutela dell’ambiente e senza neanche preoccuparsi di sapere a che uso verranno destinati, lasciando i proprietari o i locatari liberi di inquinare e sfruttare senza criterio i terreni. Nella migliore delle ipotesi, una parte degli abitanti delle terre cedute trovano lavoro come braccianti, a meno che invece vengano impiegati degli immigrati dei paesi acquirenti, come succede di solito con i terreni acquisiti ad esempio dalla Cina. Il dramma è che invece, nel disinteresse dei loro governi, spesso le popolazioni locali sono costrette a lasciare abitazioni, pascoli e campi senza quasi preavviso, come è capitato ai contadini liberiani di Grand Cape Mount County, senza ricevere risarcimenti e senza che vengano predisposti programmi di reinsediamento in nuove aree attrezzate e servite da infrastrutture. Dei 35 stati studiati dalla Rights and Ressources Initiative, soltanto nove risultano essersi minimamente preoccupati dei diritti delle comunità rurali e della loro sorte.
A queste condizioni i terreni affittati e venduti non solo non rendono, ma impoveriscono i Paesi e i loro abitanti. Come è noto, inoltre, aver sottratto per produrre biocarburante così tanti suoli ai raccolti alimentari destinati alla sussistenza e ai mercati ha contribuito all’aumento dei prezzi dei generi alimentari, aggravando l’impatto delle carestie e in genere il problema della fame nel continente. Un’altra conseguenza negativa, dagli effetti devastanti, è il moltiplicarsi delle razzie di bestiame e degli scontri armati tra comunità tribali per appropriarsi delle terre agricole e dei pascoli residui.
Di tutto questo quasi sempre si incolpano le multinazionali con i loro “insaziabili appetiti” e il modello di sviluppo occidentale che costringe a produrre e a consumare sempre di più. Tuttavia è innegabile che del land grabbing siano responsabili prima di tutto e principalmente i governi africani che, dopo le risorse del sottosuolo, ora svendono anche le loro terre. È da evidenziare che lo stanno facendo proprio mentre chiedono aiuto alla comunità internazionale, spiegando in tutte le sedi internazionali la necessità di investire nell’agricoltura, nelle piccole imprese agricole a conduzione familiare, per combattere la fame e a tal fine chiedendo incessantemente sempre nuovi contributi finanziari.
(Fonte: Anna Bono, La Bussola quotidiana, 1 marzo 2012)
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