
Curioso Veltroni. Fa il filosofo a singhiozzo. Da una parte si dice interpellato dalle «ragioni sociali e psicologiche del dilagare della depressione», dall’altra non ne valuta minimamente quelle umane, filosofiche e spirituali. Invoca una «comunità di destino», destino cui poi però non dà nome, né ne indica la direzione. Parla di «speranza» quale antidoto alla «paura», ma non spiega in chi o in che cosa sperare. Spaesato nel ricercare la fonte del giusto in sé svincolato dal principio di maggioranza, “manipola” come plastilina il pensiero di Benedetto XVI in tema di “diritto naturale”, proponendone un’improbabile rilettura terrena e razionalistica.
Infine l’affondo: l’invito esplicito ai credenti a chiudere la fede nella propria sfera privata, per evitare «il cortocircuito integralista» ed a mettersi bene in testa di confidare solo ed esclusivamente nella «ragione». Insomma, un orizzonte da cui viene programmaticamente escluso qualsiasi riferimento al trascendente. L’intervento di Veltroni è per molti versi paradigmatico. È il lupo, che si veste da agnello, applaudendo il Papa, purché lasci a casa i propri dogmi ed usi solo un imprecisato «metodo critico», per discutere di politica, diritto e ragione.
Anche Preve dice di voler stare col Papa, però riconoscendogli la «superiorità della sua diagnosi filosofica sul presente storico rispetto a quella della tribù laico-postmoderna-ateo-sbeffeggiatrice». Ed aggiunge: «Se Ratzinger è per la legittimazione della categoria filosofica di verità, mentre i cosiddetti “laici” sono di fatto per il fisicalismo e per il relativismo, non ho dubbi. Pur essendo un allievo critico di Spinoza, Hegel e Marx e non un pensatore cristiano e neppure cattolico, sto dalla parte di Ratzinger». Il che è ancora riduzionistico, però è anche intellettualmente onesto…
Ma l’arrembaggio mediatico alla Chiesa non è finito qui, come dimostrano l’articolo del solito Hans Küng, pubblicato su “Repubblica” del primo ottobre, e contemporaneamente il libro Mal di Chiesa scritto da Gian Franco Svidercoschi, che in coro invocano un ritorno al Concilio Vaticano II e pongono in stato d’accusa su più fronti «il sistema di governo romano».
L’uno pretende l’abolizione del celibato per i preti e l’ammissione del sacerdozio femminile; l’altro plaude ad Assisi ed ecumenismo e considera incidenti di percorso Motu Proprio e la revoca della scomunica ai vescovi lefebvriani. Insomma, nulla di realmente nuovo sotto il sole.
Un’altra “stoccata e fuga” è giunta da Alexander Sokurov, il regista insignito del Leone d’Oro a Venezia. Dalle colonne de “La Stampa” dell’8 ottobre riscrive a modo suo tutto il Catechismo, spiegandoci che «il concetto di anima quasi non esiste», che in ogni caso «non viene data alla nascita»; svilisce lo spirito legandolo riduzionisticamente alla sola ragione; afferma che «solo la cultura può allontanare un popolo dallo stato selvaggio, la religione non basta»; assicura che Mefistofele è solo «un usuraio, un bravo giocoliere» e che «non fa nulla di soprannaturale».
Insomma, tranquilli, secondo costoro, finora la Chiesa ha scherzato… La verità è però un’altra. È che queste idee, falsamente propalate come moderne ed all’avanguardia, sono virus intellettualoidi per l’anima. Contro cui sarebbe bene trovare al più presto un vaccino.
(Fonte:
Mauro Faverzani, Corrispondenza Romana, 12 ottobre 2011)
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