
«Le strade sono infestate da vagabondi e delinquenti», precisa. «Solo loro adesso si muovono liberamente. Stamattina ho preso il taxi di un amico musulmano e lui mi ha raccontato che i suoi figli hanno paura ad andare a scuola la mattina».
La fine di Hosni Mubarak non c’entra nulla con questa escalation di terrore, il germe dell’odio non trovava ostacoli neppure sotto il regime dell’ultimo “faraone” d’Egitto. Il nostro amico è sicuro di quanto sostiene. Il numero dei musulmani estremisti è cresciuto con l’aumento della povertà e della corruzione del Paese, e sono questi i motivi per cui Mubarak e la sua famiglia hanno perso il potere. Le violenze contro i copti erano già una vera e propria persecuzione di una minoranza religiosa prima della rivoluzione del 25 gennaio; e non per motivi religiosi, ma solo di potere e di denaro.
«Le masse, cioè i poveri spiantati e vagabondi, musulmani o no che siano ma senza cultura, per due soldi sono pronti a commettere qualsiasi reato gli si chieda», aggiunge. «Anche le truppe dell’esercito sono sottopagate. Far fuoco su chi si desidera eliminare dalla nostra società è per loro un modo di sopravvivere grazie a qualche extra. Non è un problema di religione», insiste; «È solo una questione di potere. In genere i copti sono un segmento della società egiziana più colta, con un lavoro migliore».
Insomma, in Egitto starebbe ripetendosi per i copti quanto già successo agli ebrei in Europa o agli armeni in Turchia. La religione è una scusa utile a colpire una minoranza, che ha fatto strada nella società in cui vive da secoli. In più, nell’Egitto di oggi i copti sono una minoranza liberale, che vuole una democrazia capace, dopo “rivoluzione”, di assicurare, finalmente, uno Stato di diritto per tutti i cittadini senza eccezioni.
«Credo - dice - che queste sommosse mirino, anzitutto, a far fallire le prossime elezioni politiche, fissate per il 28 novembre. Ci sono estremisti religiosi che sono contro tutti, persino contro alcuni dei loro correligionari. Per questo le maggiori autorità del mondo musulmano egiziano non smettono di richiamare i propri fedeli all’unità. Adesso la festa del venerdì è chiamata festa dell’unità dei musulmani».
Ora il nostro interlocutore è un fiume in piena. Racconta di come lo stesso ambiente salafita - che per i cronisti occidentali costituisce già, da sempre, la frangia più estrema dell’ultrafondamentalismo musulmano – vi sarebbe chi cerca di dare vita a nuclei ancora più fanatici animati da visione dell’islam letteralmente insensata e folle. «Ci sono – specifica - musulmani che credono che anche solo vestirsi all’occidentale sia un peccato da perseguire e così girano per i piccoli villaggi dell’Egitto, dove sono tutti poverissimi, e fomentano l’odio. Avete mai visto quegli uomini che hanno una macchia nera nel centro della fronte? Sono quelli che pregano sbattendo continuamente la testa contro un sasso o una parete dura, fino a che non gli rimane il segno, indelebile, degli urti. Dimostrano così la loro devozione».
E ancora: «Durante la manifestazione, all’inizio della sparatoria, mia sorella è riuscita a rifugiarsi dentro il primo albergo che ha trovato. Vi è rimasta fino a notte, riuscendo poi a tornare a casa. Questi estremisti rifiutano la libertà e combattono per impedire agli egiziani di raggiungerla. E i recenti episodi di sangue dimostrano quanto, nell’esercito e nei vertice del potere egiziano attuale, come però avveniva pure sotto Mubarak, vi siano molte forze e molti denari che non vogliono una svolta di libertà per il nostro Paese».
(Fonte: Elisabetta
Galeffi, La bussola quotidiana, 11 ottobre 2011)
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