
Le due mamme di Tommy/Tammy non lamentano alcun gesto di omofobia nei loro confronti, né hanno trovato opposizione per la loro decisione di crescere Tommy come se fosse una bambina. Hanno infatti trovato l’appoggio sia dalla comunità religiosa ebraica locale, sia da parte dei servizi pubblici (le insegnanti di Tammy e il Children’s Learning Center di Alameda).
Certo, qualcuno ha presentato alle due mamme qualche perplessità, ma Pauline e Debra non hanno mai avuto dubbi: le statistiche dicono che i ragazzi transgender hanno compiuto almeno un tentativo di suicidio prima dei vent’anni; quindi fermiamo tutto e facciamo scegliere a lui.
Il dubbio che i tentativi di suicidio siano connessi al transgenderismo non sfiora nemmeno le due mamme. Come non le sfiora il dubbio che il fatto di avere due mamme lesbiche possa aver influito sulla confusione sessuale del figlio: Tommy era un ragazzino chiuso, triste ed infelice prima che le mamme cominciassero a vestirlo con abiti femminili. Quindi, sottintendono, era il suo genere maschile a renderlo infelice. E poi, aggiungono, Tommy era più timido ed infelice dei suoi fratelli più grandi, cresciuti con la stessa coppia di mamme.
Insomma, è un caso che il figlio di due lesbiche fosse timido e infelice, e che abbia sviluppato Gender Identity Disorder, una straordinaria coincidenza.
Del resto l’American Psychological Association ha dichiarato che «la ricerca ha dimostrato che la stabilità, lo sviluppo e la salute psicologica dei bambini non ha collegamento con l’orientamento sessuale dei genitori, e che i bambini allevati da coppie gay e lesbiche hanno la stessa probabilità di crescere bene quanto quelli allevati da coppie eterosessuali». Ed è molto probabile che nelle prossime edizioni dei manuali diagnostici scompaiano sia il GID che il transgenderismo. Del resto, sono gli “scienziati” che decidono cosa è naturale e cosa non lo è, no?
(Fonte:
Roberto Marchesini, La Bussola quotidiana, 12 ottobre 2011)
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