
Però, di fronte a tutto questo, e a quelle immagini che speravamo di non vedere più (per chi ha vissuto gli incubi del ’68, degli anni ’70 e via dicendo…) cresce una domanda urgentissima: “ma chi educa questa generazione?”
Abbiamo da un lato accettato la emarginazione della Chiesa, ridotta ad agenzia morale che si vorrebbe rendere il notaio dei valori (e solo quelli) riconosciuti dal pensiero comune dominante; dall’altro abbiamo una chiesa che, in buona parte, dimenticando il magistero altissimo di Benedetto XVI (e prima di lui di Giovanni Paolo II) rinuncia ad annunciare Cristo, il vivente nella Chiesa, per accettare quei valori “comuni” che, senza il fondamento vivente di Gesù, sono parole incapaci di muovere e di commuovere l’animo giovanile.
E faccio questa ulteriore riflessione: noi, come Chiesa, attraverso l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole, raggiungiamo circa il 90% dei giovani italiani. Ma quale esito ne abbiamo? Sarà mai possibile che la fede (certo, non il catechismo, perché la scuola non è la parrocchia) non sappia diventare cultura che parla al cuore e alla mente dei giovani?
Bisogna ritornare alla evangelizzazione, attraverso tutti gli strumenti possibili (“opportune et importune”, diceva San Paolo), quella evangelizzazione che è via alla promozione umana.
E l’esperienza dice che i giovani sono sensibili a questo richiamo, e sanno anche muoversi con generosità.
Basta solo che trovino maestri, maestri in umanità, cioè testimoni, che smettano di fare il verso al moralismo imperante, ma annuncino Cristo, “il più bello tra i figli dell’uomo”, come la ragione del vivere, il cammino della speranza.
Non solo li aspettiamo, questi maestri, ma ritengo che, proprio perché ci sono e non sono pochi, imparino a fare sentire la loro voce, e a determinare il lavoro comune.
Qui, col nostro sito, ci proviamo e qualche volta ci riusciamo.
(Fonte:
Cultura cattolica.it, 16 ottobre 2011)
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