
Insomma, dobbiamo rassegnarci ad ammettere che anche stavolta il testo italiano sembra proprio corrispondere agli intendimenti del suo mitteleuropeo estensore. Che, dunque, in modo ostentatamente «tragico» stravolge e travolge il senso dello straordinario evento ecclesiale ed ecumenico maturato, dopo lunga e non facile gestazione, lo scorso 20 ottobre tra Roma, Westminster e Canterbury. Una manciata di aggettivi a effetto (torbido, medievale, scaltro) e due-tre sostantivi usati con disinvolta ferocia semantica (pirateria, impero, indignazione) sono messi, con già sperimentata veemenza propagandistica, al servizio dell’obiettivo. Ma forse l’espressione più rivelatrice di tutte è «teologia küngiana».
Sì, a legger bene, Küng parla soprattutto di se stesso. Lo fa per evocazione e apertis verbis. Si cita e si compiace, tanto quanto si dispiace del magistero e del ministero di colui che oggi è Papa, che – in un altro tempo – gli fu collega e amico e che, appena eletto al soglio di Pietro, gli aprì mente e cuore. Questo è il teologo, questo e l’uomo, che si fa giudice del gesto ecumenico di Benedetto XVI e critico del primate anglicano Rowan Williams. Questo è il polemista che s’ingegna a disseminare concetti aspri e duri come pietre su di un passaggio cruciale nella millenaria vicenda della Chiesa di Cristo.
(Fonte: Avvenire, 29 Ottobre 2009)
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