
Affermazione, quest’ultima, assolutamente condivisibile, ma che andrebbe integrata (cosa che Mancuso non sa o non vuole fare) con un’ulteriore affermazione, altrettanto essenziale: nelle cose di fede, e in particolare per il pensiero che muove dalla fede e attraverso la fede osa parlare di Dio o addirittura dialogare con lui, non possiamo e non dobbiamo mai porci in cammino da soli, come coloro che, narcisisticamente innamorati di se stessi, rinunciano a ogni altra compagnia, che non sia quella del loro ipertrofico Ego. Dio si è rivelato come nostro Padre e ci ha dato il coraggio di rivolgerci a lui come a un Padre: non però come se la sua identità paterna fosse un privilegio di cui l’uomo possa godere individualmente. Se Dio è mio Padre (e lo è!), lo è in quanto è Padre di tutti gli altri uomini, che proprio per questo ho il dovere di considerare come miei fratelli. È per questo che nella preghiera che il Signore ha insegnato agli Apostoli e per loro tramite a noi tutti, non siamo legittimati a rivolgerci a Dio con l’espressione "Padre mio", ma con l’espressione Padre nostro". Non è possibile elaborare un’adeguata immagine di Dio, da parte dei cristiani, se non si parte da questo assunto, le cui ricadute teologico ecclesiali sono immense: la teologia, così come la preghiera, non può che esercitarsi nella Chiesa e per la Chiesa. Mancuso da a questo principio («nella Chiesa e per la Chiesa») una valenza odiosa, quella di una legittimazione del «controllo» della Chiesa sui teologi, un controllo che produrrebbe quel «disagio dell’intelligenza» di cui parlava (ma ad altri fini) Simone Weil. E per argomentare ulteriormente la sua tesi, Mancuso elenca i «principali teologi cattolici del Novecento», che avrebbero tutti avuto «seri problemi col Magistero», mettendo in un unico calderone personalità diverse e a volte conflittuali tra loro, come Kűng e Rahner, Chenu e de Lubac (che peraltro fu innalzato al cardinalato), Teilhard de Chardin e Carlo Molari; ma non si riserva nemmeno una menzione ai nomi di teologi di pari, altissimo calibro, come Hans Urs von Balthasar, Joseph Pieper e (perché qualcuno se ne dimentica sempre?) Joseph Ratzinger, il cui dialogo fraterno col Magistero è sempre stato intenso e costante. La verità è che, proprio perché la teologia è impegno nella Chiesa e per la Chiesa, essa non può che essere impegno per la verità e per la libertà: verità e libertà, però, non si identificano con le ultima grida dei teologi contestatori e progressisti, ma con un’umile, faticosa, paziente e serena ricerca di orizzonti teologici, che tutta la Chiesa sia chiamata a condividere, nei tempi e secondo le modalità che si offrono in ogni fase della sua storia. Non so se Mancuso abbia ragione (ma ho i miei forti dubbi al riguardo) nel ritenere che vadano buttati a mare dogmi come quello del peccato originale, dell’origine dell’anima o della risurrezione della carne: quello che so è che - da cristiano intellettualmente onesto (qualifica che Mancuso sembra porre in dubbio, quando fa riferimento a coloro che non la pensano come lui) - voglio che su questi temi cruciali sia la Chiesa tutta a riflettere, a partire dai suoi pastori, che hanno ricevuto (nella fede di chi sia cattolico) il mandato da Cristo a tenere insieme il suo gregge. Le fughe in avanti in questioni di fede violano la carità, perché creano lacerazioni crudeli e non servono nemmeno ad aiutare chi crede a credere con maggiore consapevolezza; sono funzionali solo a dare ai "fuggitivi" il dubbio compiacimento che può provare un’avanguardia, quando, voltandosi, vede con soddisfazione che si è allontanata a tal punto dal resto dell’esercito che questo non è più a portata di sguardo.
(Fonte: Francesco D’Agostino, Avvenire 12 Dicembre 2009
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