
Se la dignità dell’uomo è inviolabile, è perché la vita umana è bene oggettivo, condiviso da tutti gli uomini, a qualunque cultura appartengano e in qualunque epoca siano chiamati a vivere e per questo le umiliazioni della dignità di ogni essere umano – e in particolare dei più semplici e indifesi – sono sempre e comunque un male, che va denunciato e combattuto. Quando si rinuncia a postulare una legge morale naturale, viene inevitabilmente meno la possibilità di dare un fondamento all’eguaglianza morale di tutte le persone e si apre la via ai mille tentativi, più o meno sofistici (e infinite volte riproposti nella storia) per legittimare indebite discriminazioni, distinzioni, gerarchie, ranghi, graduatorie, priorità tra gli esseri umani: tentativi che, quando sono stati coronati da successo, si sono inevitabilmente trasformati nell’oppressione sui più deboli da parte dei più forti.
Ricevendo i membri dell’Accademia, Benedetto XVI si è mostrato pienamente consapevole della rilevanza di questo tema, al punto da auspicare la promozione di un "progetto pedagogico integrale", per affrontarlo "in una visione positiva, equilibrata e costruttiva, soprattutto nel rapporto tra la fede e la ragione", perché "Dio ama ciascun essere umano in modo unico e profondo". Ed ha insistito nel rilevare come, quando si toglie al tema della dignità il fondamento della legge morale naturale, si corrono rischi gravissimi: si incrina il rispetto che si deve alla persona in ogni fase della sua esistenza, si mette a rischio la possibilità di costruire un coerente sistema dei diritti umani fondamentali, si indebolisce la loro difesa, come diritti assoluti e inalienabili, e si favorisce un uso strumentale della scienza, indotta a operare sul vivente umano, come se fosse riducibile a materia inanimata e manipolabile.
A questi esiti inaccettabili, il Papa ne ha aggiunto un altro, con forza particolare. Quando si nega la legge morale naturale e non si riconoscono principi universali che consentono di verificare un denominatore comune per l’intera umanità, "il rischio di una deriva relativistica a livello legislativo non è affatto da sottovalutare": la storia, ha aggiunto il pontefice, "ha mostrato quanto possa essere pericoloso e deleterio uno Stato che proceda a legiferare su questioni che toccano la persona e la società, pretendendo di essere esso stesso fonte e principio dell’etica".
C’è un ammonimento implicito nel discorso del Papa, di cui dobbiamo prendere adeguata consapevolezza: anche se apparentemente oggi siamo lontani dal rischio che si ripresentino sul palcoscenico della storia Stati "etici", secondo gli infausti paradigmi del Novecento, molto concreto è il rischio che si attivino nuove minacce alla vita e alla dignità umana, attraverso il riferimento a legislazioni formalmente democratiche, a convenzioni e accordi internazionali dotati di vasti consensi, ma giustificati spesso esclusivamente da specifici interessi politici, e sotto ogni altro profilo carenti di legittimazione.
La biopolitica, che si sta facendo strada nel mondo di oggi, sta frequentemente assumendo un profilo "positivistico" e troppo spesso la legalizzazione di prassi bioeticamente ingiustificabili attiva nell’opinione pubblica una pericolosa acquiescenza. La questione "antropologica", su cui il Papa ci invita costantemente a riflettere sempre più appare coincidere con le questioni bioetiche più estreme.
(Fonte: Francesco D’Agostino, Avvenire, 14 febbraio 2010)
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