mercoledì 16 aprile 2014

Un clericalismo falso e un anticlericalismo vero

Riportiamo alcuni brani liberamente tratti da un libro del quale consigliamo la lettura integrale: Paolo Gambi - Quello che i preti  non dicono (più) - Duemila anni di linguaggio anticlericale  nelle parole dei santi, Fede & Cultura, Verona 2012.
Cos’è dunque questo clericalismo che affligge la Chiesa? In tanti si sono cimentati a trovare il significato più profondo di questa parola. Facciamo nostra la definizione di Paolo Gulisano (da “Tempi”, n. 40, 1999): “Il clericalismo è una sorta di vizio che può prendere i cristiani, sia preti che laici, per cui alla sostanza della fede, cioè l’adesione a Cristo, viene sostituita la forma, e lo stesso cristianesimo non diventa che un mezzo per raggiungere fini differenti da quelli indicati dal Vangelo. Il clericale non si avvale dell’autorevolezza della Fede, ma dell’autoritarismo derivante dalla propria posizione e dal proprio ruolo nella società ecclesiale. Il clericale non è colui che pensa che l’istituzione è necessaria, ha osservato Giacomo Noventa, ma colui che pensa che è sufficiente. Inoltre il clericalismo avverte come insufficiente il solo cristianesimo per i propri progetti e finisce per coniugarsi con le ideologie in auge, motivando questa scelta con una machiavellica giustificazione dei propri fini”. 
Intanto, allora, clericalismo non è sinonimo di appartenenza al clero. Ci sono preti non clericali e laici clericalissimi.
“Prete clericale non significa niente” dice don Camillo.
“Significa qualcosa invece” risponde Peppone. “Voi per esempio siete un prete, sì, ma non siete un prete clericale”.
Guareschi l’aveva ben capito. Infatti alcuni degli anticlericali più accesi della storia erano sacerdoti, o anche vescovi.
Potremmo definire ancora il clericalismo quella tendenza a teorizzare e proiettare sul mondo una realtà fatta a misura di prete. E ancora, è il pensiero che i preti per il solo fatto di essere tali siano già salvi, e possano quindi fare ciò che vogliono. È una tendenza a mettere al centro dell’universo l’esser preti, e a far ruotare intorno a ciò tutto il resto. È un’idolatria della Chiesa-struttura, di cui il prete, in quanto appartenente al clero, è parte adorata.
E tutto questo investe le piccole cose, come tener chiuse le chiese quando le persone normali escono dal lavoro, così come quelle grandi, come il voler imporre incomprensibili linguaggi clericali al mondo.
Con alcuni punti fermi.
Punto primo: quando si ha a che fare con dei preti, se sono clericali hanno sempre una concezione della verità mediata da processi mentali di matrice pontificia o veterogesuitica: prima della verità viene la prudenza, la cautela, la circospezione, con la conseguenza che non si sa mai quale sia la verità. Qual è la verità? Quella mormorata al buio o quella taciuta alla luce?
Esempio: c’era un sacerdote, rettore di un seminario, che appariva a tutti un esempio di virtù insieme umana e sacerdotale, e che aveva un grande seguito di gente. Un bel giorno si seppe che se n’era andato in Svizzera. Tutti provarono a cercar di capire perché. Passò qualche mese dalla sua dipartita, e il sagrestano del duomo mi disse che era stato mandato via perché aveva fatto grossi debiti. Passati altri mesi, forse qualche anno, qualcun altro mi disse che era stato mandato via perché aveva una amante (femmina, quantomeno). Sono passati 16 anni, e io ancora non so quale sia la verità.
Punto secondo: nei mari di questo clericalismo in cui verità e menzogna si mischiano, navigano sempre storture di carattere sessuale fatte nel buio e nella frustrazione.
Esempio: in una diocesi tutti i preti sostengono che un certo prete sia pedofilo, ed anche amante di un altro prete che ora è diventato vescovo. Nessuno di questi preti però lo ha mai denunciato. Lo ha fatto un laico.
Quel prete è stato condannato, ma senza che questa storia sia passata dai media. Il vescovo è ancora pastore di una diocesi.
Punto terzo: in questo sordido contesto di incertezza sulla verità, l’attitudine clericale è sempre prevalente. Non importa se si opera contro il buon senso, la giustizia, o i più elementari insegnamenti di Gesù: l’importante è far rilucere la propria coppa esternamente. C’è un ego farisaico profondo, nel clericale, che fa sempre prevalere l’amor proprio, l’egocentrismo, l’essere al centro di quelle dinamiche in cui qualunque cristiano dovrebbe mettere Dio.
Esempio: in una certa diocesi il direttore del settimanale diocesano è un prete che pensa di essere un grande letterato e un grande giornalista. Tanto che qualche anno fa fece uscire sul settimanale diocesano una poesia erotica scritta e firmata da lui stesso. Per la cronaca: è ancora direttore di quel settimanale diocesano.
Punto quarto: le dinamiche clericali, ancor più che dal sesso sono riconducibili a un’altra chiave di lettura: il potere. Ossia il più facile idolo da adorare per ottenere successo in questo mondo.
Esempio: qualche anno fa in una certa diocesi iniziarono a girare lettere anonime contro il vescovo e contro i preti e i laici a lui più vicini. Erano tutti pedofili, criminali e ignoranti, a leggere quelle lettere. Tutti indicavano, e tuttora indicano, come autore di tali lettere un prete della città, che si sarebbe inviperito con il vescovo perché non lo aveva aiutato a divenire vescovo a sua volta.
Sono passati tanti anni, ma al di là di voci mormorate all’ombra del campanile, non so quale sia la verità, se quel prete sia o no colpevole. Ma le voci hanno continuato a girare.
Si aggiungano anche due principi: 
1) Quelli mancati sono i preti peggiori. E sono i più clericali.
2) Il mondo di riferimento del prete clericale è il suo e nessun altro.
Ecco che allora, con tutto questo si ricreano gerarchie di importanza completamente sbagliate, fondate sulla centralità del prete come figura sociale, e non sul suo ministero: diventa più importante che un vescovo presenzi a una cerimonia pubblica piuttosto che educhi il suo clero, è più importante che il parroco organizzi il campo scuola rispetto alla sua presenza nel confessionale. E questo crea un vero e proprio sbandamento di costumi.
C’è il prete che ti confessa sbuffando, perché ha di meglio da fare, e quello che celebra Messa lanciandosi in improbabili creazioni stilistiche, perché al centro c’è lui e non Dio, quello semianalfabeta che si atteggia a grande letterato e quello che predicando la povertà si dedica a grandi affari immobiliari; c’è il prete che predicando la castità va con le donne, perché il suo dovere l’ha fatto, e quello che condannando l’omosessualità va con gli uomini (o con i ragazzini…), c’è quello che dice che in fondo il cristianesimo e le altre religioni sono la stessa cosa, e quello che ti dice che se vai a prendere un aperitivo in spiaggia incontri il diavolo. Tutto va bene, perché alla fine al centro non c’è Gesù, ci sono loro, qualunque cosa dicano o facciano.
Questo è clericalismo, un “ismo” come tanti altri, che mette al centro i preti.
Ma i preti non sono gli unici intrappolati in questa gabbia ideologica. Ci sono anche i laici. Quelli che, prima di fare qualunque cosa, in coscienza si chiedono non cosa farebbe Gesù al loro posto, ma cosa farebbe un prete.
Questa logica porta alla formazione di esseri umani disinnescati, di umanità incompiute, di persone la cui vita parla sottovoce. Come ha scritto un valente giornalista di “Avvenire”, Roberto Beretta: “Forse è venuto il momento di considerare il clericalismo come un ambiente psichicamente malato, che non solo nuoce alla Chiesa ma condiziona intimamente un’esistenza buona e serena di migliaia di persone”.
Ma chi ha detto che per relazionarsi con quell’universo meraviglioso che si è aperto con la venuta in terra del Figlio di Dio si debba per forza passare dagli alambicchi clericali, fatti di improbabili serate in parrocchia, lettere pastorali banali e distaccate dalla realtà, omelie insulse e altre amenità dall’ammuffito sapore pontificio? Il tutto poi con una implicita rinuncia sostanziale a tutto ciò che di buono la contemporaneità offre?
La risposta ce la dà Joseph Ratzinger, proprio lui, in un discorso pronunciato al meeting di Rimini nel 1990: “Diffusa oggi qua e là, anche in ambienti ecclesiastici elevati, l’idea che una persona sia tanto più cristiana quanto più è impegnata in attività ecclesiali. Si spinge ad una specie di terapia ecclesiastica dell’attività, del darsi da fare; a ciascuno si cerca di assegnare un comitato o, in ogni caso, almeno un qualche impegno all’interno  della Chiesa.
In un qualche modo, così si pensa, ci deve sempre essere un’attività ecclesiale, si deve parlare della Chiesa o si deve fare qualcosa per essa o in essa. Ma uno specchio che riflette solamente se stesso non è più uno specchio; una finestra che invece di consentire uno sguardo libero verso il lontano orizzonte, si frappone come uno schermo fra l’osservatore ed il mondo, ha perso il suo senso. Può capitare che qualcuno eserciti ininterrottamente attività associazionistiche ecclesiali e tuttavia non sia affatto un cristiano.
Può capitare invece che qualcun altro viva solo semplicemente della Parola e del Sacramento e pratichi l’amore che proviene dalla fede, senza essere mai comparso in comitati ecclesiastici, senza essersi mai occupato delle novità di politica ecclesiastica, senza aver fatto parte di sinodi e senza aver votato in essi, e tuttavia egli è un vero cristiano”.
Nella storia della Chiesa, il messaggio cristiano è sopravvissuto ai secoli grazie ad un principio molto semplice: l’inculturazione. L’idea cioè che bisogna portare Cristo nel presente e in tutte le latitudini secondo i modi e la lingua del tempo e del luogo... (...) un buon modo per arrangiarsi è acquisire consapevolezza della bontà della tensione anticlericale che vive fra le mura cattoliche. Per poter vivere da cristiani, e da cattolici, senza adeguarsi al clericalismo.
Bisogna insomma essere anticlericali.
Secondo una antica tradizione che andiamo ora a scoprire insieme.
Clericalismo/anticlericalismo: un binomio con una lunga storia
Chiariamo però una cosa. All’interno della Chiesa ci sono quelli che la criticano perché la odiano. E ci sono quelli che la criticano perché la amano.
I primi, rimanendo nella Chiesa, aderiscono a ideologie anticristiane e muovono feroci critiche contro il Papa, il Vaticano e contro i vescovi nella misura in cui non aderiscono, ad esempio, a una visione del mondo marxista, liberale o secolarizzata.
I secondi invece, gli anticlericali per amore, criticano i vescovi e le strutture ecclesiastiche nella misura in cui rispondono alle logiche del mondo a discapito delle logiche di Dio.
Sono quelli che amano la Chiesa follemente e soffrono a vedere come la struttura ecclesiastica bronto-saurica proietti nel mondo un’immagine del cattolicesimo sbagliata, anacronistica e clericale. E questi sono i cattolici anticlericali che ci interessano.
Due tensioni opposte che si sono confrontate e si sono scontrate in una dialettica non sempre facile. Una dialettica che nasce col finire delle persecuzioni e col sorgere del rapporto fra Chiesa e potere. Cioè, molto presto. E che ha due poli opposti.
Da un lato una naturale e umanissima tendenza della Chiesa a inserirsi nelle logiche del mondo con la costruzione di strutture e sovrastrutture volte ad acquisire potere, danaro e influenza. Tendenza che presto ha portato al nascere di una vera e propria casta chiusa, che ha creato, elaborato e proiettato poi sul mondo sistemi linguistici e organizzativi.
Questo è appunto il clericalismo, l’autoreferenzialità interna dei membri della Chiesa-organizzazione, che ha espresso nella tendenza clericale, nel modo più pieno, tutta la sua umanità. Le lotte di potere, i diffusi comportamenti scandalosi e moralmente inaccettabili.
Tutti elementi riconducibili a questa tendenza clericale (..).
E qui si collocano tanti grandi Papi, santi, Padri e Dottori della Chiesa che hanno fortemente criticato il declinarsi del clericalismo nella loro epoca, spesso con toni e contenuti decisamente netti. Persone che la Chiesa stessa riconosce e venera all’interno della propria identità e dello svolgimento della propria missione.
Non vogliamo arrivare a definire questi santi in modo diretto “anticlericali”, trasponendo a epoche magari lontane un termine che nasce in tempi troppo recenti. Ma vediamo nella loro azione un’opera di opposizione alle naturali e umane tendenze clericali. In questo senso la loro azione rientra nella tensione anticlericale che mi ha abbandonato la Chiesa.
Sulla base di questa dialettica la Chiesa si è conservata sino a oggi nella sua dicotomia che riflette pienamente la sua natura: insieme divina e umana, clericale e anti-clericale.
È tutta una questione di linguaggio Quanto detto sin qui ha un risvolto immediato nella comunicazione. La lingua è lo strumento tramite cui comunichiamo agli altri il nostro mondo interiore. E se è vero che esiste una dinamica clericalismo-anticlericalismo all’interno della Chiesa, per quel che riguarda il linguaggio, ad aver vinto, almeno in Italia, pare sia proprio il clericalismo.
Chi di noi ha ricordo di una presa di posizione netta e chiara, in quest’era dei media, da parte di uno dei nostri vescovi? Chi ha impresso nella mente un forte messaggio lanciato da una qualche assemblea dei vescovi riuniti in conferenza episcopale? O chi ricorda, escludendo il Santo Padre, delle dichiarazioni di vera condanna di queipreti pedofili che così tanto male hanno fatto alla Chiesa, e soprattutto alla sua immagine? Ci troviamo sempre di fronte a dichiarazioni criptiche, ovattate, completamente inadatte al linguaggio di questi tempi. Pare quasi ci sia sempre, sottesa all’apparente prudenza, la paura di scomodare qualcuno, il timore di rimettere in discussione equilibri e rapporti.
Che ne è di ciò che disse Gesù: “Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno”  (Mt 5,37)? E perché tutta questa paura nei nostri pastori, se leggiamo nel Vangelo: “Io vi darò lingua e sapienza, a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere, né controbattere” (Lc 21,15)? L’apostolo ci aveva avvertiti: “Così anche voi, se non pronunziate parole chiare con la lingua, come si potrà comprendere ciò che andate dicendo? Parlerete al vento!” (1Cor 14,9).
Guardando la scena degli ascoltatori di certe omelie o di certe prolusioni prelatizie, mai profezia fu più azzeccata. Ecco perché riteniamo davvero utile mostrare come la Chiesa, nella sua bimillenaria storia, abbia mostrato anche nel linguaggio un volto diverso da quello a cui oggi siamo abituati..
(..) il beato Antonio Rosmini, per esempio, il quale, nell’illustrare la genesi di una di quelle che lui chiama “piaghe” della Chiesa si spinge a un’analisi storica impietosa, dolce nel modo ma sferzante nella sostanza.
Ecco un’analisi clericalmente anticlericale dei secoli successivi alla caduta dell’Impero Romano:
“Allora il clero, senza saper come, si vide alla testa delle nazioni; e mentre si era piegato all’invito irresistibile della carità che lo pressava ed urgeva perché soccorresse la società distrutta, si ritrovò in un baleno padre delle città orfane e reggitore degli affari pubblici. Fu allora che la Chiesa si trovò all’improvviso abbondantemente piena degli onori e delle ricchezze del secolo, le quali si riversarono in essa e per il loro peso la sdrucirono come le acque del mare che entrano in una nuova ansa apertasi laddove il continente si è ritirato. Questa nuova occupazione, che cominciò per il clero del VI secolo, era infinitamente gravosa e molesta a quei santi prelati, che da una parte vedevano la Chiesa gravata dal fardello dei beni terreni, perdendo essa quella povertà preziosa che gli antichi Padri avevano tanto raccomandata; e dall’altra vedevano il clero oppresso dalla mole delle cure secolari, che allontanavano i loro animi dalla contemplazione delle cose divine e rubavano il loro tempo prezioso e le loro forze dal dispensare la parola di Cristo ai fedeli, nell’educazione del clero, e nell’assiduità alle pubbliche e private preghiere”.
Ed ecco dunque giungere le conseguenze di questa scelta: “Il clero, che aveva cominciato con dolore e con lacrime a lasciarsi coinvolgere negli affari temporali, e a vedersi attorniato delle spoglie del secolo che veniva meno; cominciò ben presto, come è la condizione della natura umana, ad affezionarsi ad esse e preoccupandosi, nelle occupazioni sopraggiunte alle quali era nuovo e non ancora scaltrito, a sapersi guardare dai pericoli che portavano con sé, e dimenticò poco a poco le mansuete e spirituali consuetudini proprie del governo pastorale; e imparò, ahi troppo bene! la ferocia e la materialità degli affari mondani. Si compiacque di legarsi con i nobili, e ne prese ed emulò i modi: e da quell’ora gli fu sgradito l’accompagnarsi con il piccolo e povero gregge di Cristo; da quell’ora ebbe come occupazioni più care quelle politiche ed economiche, ed essendo a lui più care, non penò a persuadersi, cogli argomenti sofistici che non mancano mai alle passioni, che quelle erano anche le più importanti per la Chiesa. Allora i vescovi scaricarono sopra il clero inferiore l’istruzione del popolo e le cure pastorali..."
Per seguire questo discorso torna utile immergerci nel ’700 e ricorrere a sant’Alfonso Maria de’ Liguori (Marianella, 27 settembre 1696 – Nocera de’ Pagani, 1 agosto 1787), un vescovo cattolico  proclamato santo da papa Gregorio XVI nel 1839 e Dottore della Chiesa (Doctor Zelantissimus) nel 1871 da papa Pio IX.
Non si può certo identificare la sua figura e la sua opera come anticlericale. Eppure, anche in un contesto clericale settecentesco, rinchiuso e assediato dal nuovo che avanza, c’è posto per sommesse esposizioni anticlericali. In un’operetta intitolata Considerazioni per coloro che son chiamati allo stato religioso, alla Considerazione VII intitolata “Il danno che apporta a’ religiosi la tepidezza”, scrive: “Considerate la miseria di quel religioso, che dopo aver abbandonata la patria, i parenti e ’l mondo con tutti i suoi piaceri, e dopo essersi donato a Gesù Cristo, consecrandogli la sua volontà, la sua libertà, e tutto se stesso, si espone poi al pericolo di dannarsi, con restarsene caduto in una vita tepida e trascurata.
No, che non è lontano dal perdersi un religioso tepido, ch’è stato chiamato da Dio alla sua casa per farsi santo. Dio minaccia a questi tali di vomitarli e abbandonarli, se non si emendano […].
Misero quel religioso che chiamato alla perfezione, fa pace coi difetti! Fintanto che alcuno detesta le sue imperfezioni vi è speranza di farsi santo; ma quando commette i difetti e li disprezza, allora san Bernardo dice ch’è perduta per esso la speranza di farsi santo”.
Niente a che fare con i tuoni che abbiamo sentito rimbombare nei secoli passati.
Leggermente più esplicito è in Stimoli a’ religiosi per avanzarsi nella perfezione del loro stato, dove scrive: “Oimè, piange la chiesa, perché vede ne’ religiosi un comune rilassamento di spirito, unito ad una gran freddezza nel divino servizio! Non si nega, che vi sono i buoni fra tanti i quali vivono da veri religiosi, separati dagli at-tacchi mondani, e che attendono a farsi santi ed a portare anime a Dio.
Vi sono questi, ch’io chiamo giudici, che un giorno serviranno per giudicare i loro compagni nella valle di Giosafat; ma questi buoni religiosi, questi giudici, quanti sono? Oh Dio! son troppo pochi, come si vede; e perciò piange la Chiesa con tutti coloro che amano la gloria divina […].
Dov’è oggidì (comunemente parlando) nei religiosi lo spirito di ubbidienza, lo spirito di povertà, di mortificazione, di annegazione interna? Dov’è l’amore alla  solitudine, alla vita nascosta, il desiderio di essere disprezzato, come han desiderato i santi? Queste sorte di virtù son divenute cose strane e pare che se ne sia perduto anche il nome”.
E conclude con una proposta fra il mistico e il clericale: “Ma che rimedio vi sarebbe a questo male così grande e così universale? Che voglio dire? Il rimedio ha da venire dal cielo; e perciò dobbiamo noi pregare il Signore, ch’egli rimedii colla sua potenza e pietà; giacché, siccome il buono spirito de’ religiosi si comunica ancora ai secolari, così all’incontro del loro rilassamento anche gli altri ne partecipano”.
“Detesto il clericalismo e comprendo che, accanto a un anticlericalismo inaccettabile, ci sia anche un sano anticlericalismo”. Ed eccolo qua: preti chiamati “demoni incarnati”, “animali bruti”, “divoratori delle anime”, “templi del diavolo”, “sterco”, “animali feroci”, “bestie”, “sventurati”.
Un pensiero: “Ho la sensazione che da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio”. “È infatti tenebroso di vizi, sporco di lussuria, corrotto dai vermi della cupidigia, instabile per la superbia, labile per la vanità delle cose mondane”. “È venuto dunque il diavolo; questo è l’inimico che ha fatto tante malignità nel tempio di Dio, ha usati per i suoi strumenti i cattivi prelati, i quali colle prave opere e col cattivo esempio l’hanno distrutto”. Tanto che “i prelati del nostro tempo non sono discepoli di Cristo ma dell’anticristo”, “non benedicono la loro madre, la chiesa, anzi distruggono la sua fede, che invece dovrebbero predicare con la parola e con l’esempio”, “a nient’altro sono buoni, se non ad essere gettati nel letamaio dell’inferno”.
“Ecco quali membra si trovano nel corpo di Cristo, che è la Chiesa: gli avari e i lussuriosi, i quali non sono certo la Chiesa di Cristo, bensì la sinagoga di satana”. 
“Quanta sporcizia c’è nella Chiesa e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza!”: “sono divenuti sfrontati come una prostituta: non sono più capaci di vergogna”.
Ma non finisce qui: “La sozzura sodomitica si insinua come un cancro nell’ordine ecclesiastico”. “Se quelli che permettono agli altri di commettere questi peccati meritano la morte, quale supplizio si potrebbe escogitare degno di quelli che compiono con i loro figli spirituali queste  nefandezze, punibili con la dannazione eterna?”.
“I prelati corrotti, partoriscono carni morte, cioè i figli carnali, che sono di colore bianco, come i sepolcri imbiancati, pieni di putridume”: “avete corrotto li uomini nella libidine, le donne alla disonestà, li fanciulli avete condotto alle soddomie e alle spurcizie e fattoli diventare come meretrici”. “I sorveglianti della chiesa sono tutti ciechi, privi della luce della vita e della scienza; cani muti, che hanno in bocca il «rospo» del diavolo”. “Dormono  nei peccati, amano i sogni, cioè le cose temporali che poi deludono amaramente coloro che le amano. Sono cani avidissimi, sfrontati come una prostituta, e non vogliono arrossire”....
Tutte queste sono citazioni testuali. Che non provengono dalle labbra rabbiose di un qualche massone garibaldino, ma da quelle di Papi, Servi di Dio, Beati, Santi, Dottori della Chiesa. Che se la sono presa, ciascuno per un motivo diverso, con preti, frati, vescovi e cardinali, usando un linguaggio chiaro come un cielo limpido e diretto come una freccia scoccata che sembra oggi così lontano dai toni prudenziali del clero e di certa gerarchia...
Curioso è che un frate minacci l’inferno ai vescovi del suo tempo: “Vescovi  mitrati, che hanno sulla testa due corna (la mitria) come i tori; tutti costoro, se non avranno fatto una vera penitenza dei loro peccati, «cadranno giù insieme con i potenti», cioè con i prìncipi e le autorità; cadranno nell’inferno, che è la terra dei morenti, la quale «sarà come ubriacata dal loro sangue e dal loro grasso», cioè dalla loro malizia e superbia” (Sant'Antonio da Padova Sermone Domenica I di Avvento, IV 18).
Nel pensiero di sant’Antonio questa propensione clericale verso tutto ciò che è terreno non solo condanna loro personalmente, ma manda del tutto all’aria i frutti del loro ministero...
In un articolo del 21 maggio 2006, intitolato: “Il ciclone sulla Chiesa si chiama Josef Ratzinger”, Antonio Socci scrive: “Quello veramente scomodo e imbarazzante, per il mondo clericale, è un altro. Si chiama Joseph Ratzinger e infatti le sue parole esplosive sono silenziosamente censurate. Quelle sì fanno tremare i palazzi del potere curiale” (sintesi dei due interventi forti dell'allora cardinale Ratzinger, cliccare qui).
Dal libro dedicato a santa Ildegarda (Ildegarda di Bingen, nel XII secolo, vide la sporcizia della Chiesa del XXI secolo) riportiamo, a chiusura, il suo monito al Pontefice del suo tempo: «O uomo accecato dalla tua stessa scienza, ti sei stancato di por freno alla iattanza dell’orgoglio degli uomini affidati alla tue cure, perché non vieni tu in soccorso ai naufraghi che non possono cavarsela senza il tuo aiuto? Perché non svelli alla radice il male che soffoca le piante buone?... Tu trascuri la giustizia, questa figlia del Re celeste che a te era stata affidata. Tu permetti che venga gettata a terra e calpestata… Il mondo è caduto nella mollezza, prestò sarà nella tristezza, poi nel terrore… O uomo, poiché, come sembra, sei stato costituito pastore, alzati e corri più in fretta verso la giustizia, per non essere accusato dal Medico supremo di non aver purificato il tuo ovile dalla sua sporcizia!... Uomo, mantieniti sulla retta via e sarai salvo. Che Dio ti riconduca sul sentiero della benedizione riservata ai suoi eletti, perché tu viva in eterno!» (Lettera a Papa Anastasio IV).
Sono lontane le voci dei grandi santi che tuonavano contro la corruzione nel clero e che non temevano di rimproverare Vescovi e Papi. Quella spinta pare oramai essersi diretta fuori dalle mura della Chiesa divenendo persino, e in modo negativo, appannaggio mediatico e corruttivo. Sopravvivendo in una forma quasi intimidita, forse, sottovoce perché perseguitata.

(Fonte: Clericali falsi e anticlericali veri, in Cooperatores veritatis, 2014)

 

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