venerdì 3 giugno 2022

Dal Vaticano l'apertura alle "famiglie Lgbt"


Alla Conferenza stampa di presentazione dell'Incontro Mondiale delle Famiglie (Roma 22-26 giugno), è stato usato il concetto di "famiglia Amoris Laetitia" in opposizione a famiglia naturale, per aprire all'accoglienza di qualsiasi forma di unione, omosessuale in testa. È uno strappo deciso rispetto a quello che è sempre stato l'insegnamento della Chiesa.

 Che differenza c’è tra la famiglia e la “famiglia Amoris Laetitia”? Finora si era ingenuamente pensato che l’Anno Famiglia Amoris Laetitia, voluto da papa Francesco, fosse soltanto un modo di affrontare le problematiche della famiglia alla luce dell’esortazione post-sinodale che insiste sulla necessità della precedenza pastorale. Ma la conferenza stampa del 31 maggio, organizzata dalla Santa Sede per presentare il X Incontro Mondiale delle Famiglie che si svolgerà a Roma dal 22 al 26 giugno prossimo e che chiuderà anche l’Anno Famiglia Amoris Laetitia, ha invece fatto capire che siamo di fronte a un tentativo di riscrivere il concetto stesso di famiglia.

La questione è apparsa evidente nella risposta che la professoressa Gabriella Gambino, sottosegretario del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, ha dato al giornalista Giuseppe Rusconi (rossoporpora.org), che chiedeva se questo incontro sarà all’insegna del “Love is Love”, se verrà «accettata la locuzione “famiglie arcobaleno”», se si vedranno bandiere Lgbt e se «quelle “arcobaleno” sono famiglie, secondo voi, o sono aggregazioni di altro tipo» (qui puoi vedere il video, minuto 56:50). La domanda non era campata in aria, visto quello che sta succedendo nella Chiesa (vedi le rivendicazioni del Sinodo tedesco, le ambiguità del Sinodo sulla Sinodalità, e la fresca nomina a cardinale del vescovo di San Diego, California, Robert W. McElroy, aperto sostenitore della causa Lgbt nella Chiesa) e quanto accaduto nel precedente Incontro mondiale delle Famiglie a Dublino (2018), quando tra i relatori apparve anche il gesuita americano padre James Martin a spiegare come la Chiesa deve fare per accogliere le persone Lgbt.

Ebbene la professoressa Gambino non ha voluto rispondere direttamente alle domande, ma le sue parole sono comunque molto significative. Esordisce così: «L’incontro, come sappiamo, è dedicato alla famiglia Amoris Laetitia», il che già suggerisce che sia qualcosa di diverso dalla famiglia come la conoscevamo: fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna e aperta alla generazione della vita. E infatti subito dopo parla di «promuovere (…) un approccio pastorale davvero di accompagnamento nei confronti di tutti». E poi sottolinea ancora l’importanza di «una pastorale che sa accompagnare tutti», ovviamente con «un atteggiamento di misericordia» che è «atteggiamento di accoglienza e di accompagnamento verso l’amore del Padre». E «aldilà delle tematiche che verranno affrontate l’idea è di promuovere processi di accoglienza spirituale e di discernimento». E ancora «Non esistono ricette per tutte le situazioni (…), compito della Chiesa è accompagnare affinché ciascuno di noi impari a mettere al centro della propria vita Cristo, in qualunque situazione si trovi.

Traduzione dal clericalese: «Sì, l’incontro sarà all’insegna del “Love is Love”, ci sono tante diverse forme di famiglia e la Chiesa fornisce un po’ di conforto spirituale a tutti, confermando ciascuno sulla strada che ha scelto. Poi, per ora, per non creare reazioni forti non possiamo dire tutto esplicitamente, iniziamo un processo; ma è chiaro che alla fine del processo ci aspetta il riconoscimento di tutte le forme possibili di famiglia».

Risulta dunque chiaro che il neologismo “famiglia Amoris Laetitia” è un concetto in aperta contrapposizione con quello conosciuto di “famiglia”. E la conferma viene anche dalla seconda risposta della Gambino alla replica di Rusconi che, intervenendo di nuovo, chiedeva una risposta più precisa alla sua domanda: «Ripeto - è stata la risposta -: il tema della famiglia viene affrontato alla luce della Amoris Laetitia». Ovvero, rinunciamo a definire cosa è e cosa non è famiglia, cosa è vero e cosa è menzogna, cosa è giusto e bene e cosa è ingiusto e malvagio: ogni strada ha qualcosa di buono.

Siamo qui di fronte all’annuncio di una rivoluzione antropologica nella Chiesa. Non si può immaginare niente di più in contraddizione con il Magistero dei pontificati precedenti.

Ricordiamo, ad esempio, le grandi catechesi sulla famiglia svolte da san Giovanni Paolo II nel 1994, anche attraverso gli Angelus domenicali, per contrastare culturalmente la guerra alla famiglia che era stata scatenata all’ONU in occasione della Conferenza Internazionale del Cairo su popolazione e sviluppo. Uno dei punti su cui più si discusse allora era proprio il tentativo di introdurre il concetto di “famiglie” al posto di “famiglia”, con il chiaro obiettivo di far riconoscere come famiglia le unioni omosessuali. Ne uscì allora una formula ambigua, ma anche lì eravamo all’inizio di un processo che ha portato oggi nelle nostre società a dare per scontato il concetto di “famiglie”.

L’impressione chiara fornita dalla professoressa Gambino è che “famiglia Amoris Laetitia” sia l’equivalente ecclesiale di “famiglie”, tanto più che questo intervento si colloca in un contesto in cui le unioni omosessuali sono già state ampiamente accettate nella Chiesa, seppure non parificate al matrimonio fra un uomo e una donna. È stato lo stesso papa Francesco in una intervista trasmessa a Tv2000 lo scorso 15 settembre ad avere perorato la causa delle unioni civili, pur mantenendo che «niente a che vedere con il matrimonio come sacramento, che è tra un uomo e una donna». E in Italia ricordiamo come in occasione dell’approvazione della legge Cirinnà, esattamente sei anni fa, il giornale di proprietà dei vescovi italiani, Avvenire, già allora si espresse più volte a favore del riconoscimento delle unioni civili, seppure non equiparandole alla famiglia così come definita dalla nostra Costituzione.

Ma laddove si considera un bene da promuovere l’unione fra persone dello stesso sesso, non si capisce perché allora non dovrebbe essere riconosciuta pienamente famiglia; ecco perché prima o poi si arriva necessariamente alla piena accoglienza nella Chiesa di ogni forma di unione. La Germania è semplicemente la punta più avanzata di questo processo, un po’ impaziente per la lentezza di Roma, ma comunque la strada è la stessa.

Il processo dunque è già iniziato da tempo e “famiglia Amoris Laetitia” rappresenta il punto di rottura con l’insegnamento tradizionale della Chiesa, che – è giusto ricordarlo, contro una certa narrazione attuale - non è di esclusione di persone dalla Chiesa, ma di chiarezza sulla meta del cammino di accompagnamento.

 

(Fonte: Riccardo Cascioli, LNBQ, 2 giugno 2022)

https://lanuovabq.it/it/dal-vaticano-lapertura-alle-famiglie-lgbt

 

venerdì 6 maggio 2022

Da icona a reprobo: che incoerenza ecclesiale su Bianchi!


Il “Domani” svela una lettera del cardinale Parolin ai vescovi che chiama le diocesi a non invitare Enzo Bianchi. L'ex "priore" di Bose è da isolare non perché abbia espresso una teologia pericolosa, ma per comportamenti inadatti non specificati. Eppure, quando diocesi e editrici cattoliche facevano a gara per contendersi le sue affermazioni eterodosse, dalla Chiesa ufficiale non arrivava nessuno stop. 
[quando invece sarebbe stato veramente utile! N.d.r.]

 

Ogni fedele cattolico, proprio perché sa di essere purtroppo incoerente, apprezza negli organismi della Chiesa la coerenza. A proposito degli ultimissimi sviluppi del caso Enzo Bianchi questa coerenza non si è vista e a farne le spese, ancora purtroppo, sono gli organi ecclesiastici vaticani, in questo caso la Segreteria di Stato.

Quali sono questi ultimissimi sviluppi? È venuta alla luce, in quanto pubblicata dal quotidiano il “Domani”, una lettera del Segretario di Stato Pietro Parolin del gennaio 2020 nella quale si invitano i vescovi italiani a considerare se sia opportuna la presenza di Enzo Bianchi in diocesi come conferenziere o predicatore. Nella sua lettera Parolin fa riferimento ad alcune nuove “testimonianze” e “documentazioni” che sarebbero arrivate alla Segreteria di Stato dopo il decreto, risalente a due anni fa, con cui la Santa Sede estrometteva Bianchi dalla Comunità di Bose da lui fondata. La lettera non chiarisce quali siano queste novità, ma esprime una chiara insistenza affinché a Enzo Bianchi sia tolta la platea. In altre parole una messa al bando dalla Chiesa visibile.

Non ho avuto mai simpatia per le posizioni teologiche e morali espresse in tutti questi anni da Enzo Bianchi – tutt’altro! - però non si può non notare il repentino cambio di prospettiva da parte della Chiesa ufficiale che lascia molto perplessi proprio in fatto di coerenza.

Enzo Bianchi è stato per anni osannato. La formazione del clero di Biella, la diocesi del monastero di Bose, era completamente in mano sua. Fior fiore di cardinali si recavano in pellegrinaggio a Bose per avere i suoi consigli. Non c’era convegno ecclesiale nel quale Bianchi non fosse relatore ufficiale. Si era perfino parlato di una sua ordinazione cardinalizia. Le vetrine delle librerie delle Paoline da decenni espongono soprattutto i libri di Enzo Bianchi, che per presenza in primo piano ha senz’altro battuto perfino il cardinale Ravasi, che da questo punto di vista sembrerebbe non essere secondo a nessuno. Il suo faccione barbuto ha campeggiato nella copertina dei suoi numerosissimi libri, che gli editori cattolici si contendevano, come una grande icona ecclesiale, il biglietto da visita del cattolicesimo moderno e del futuro. Il monastero da lui fondato non aveva veste giuridica ecclesiale, Bianchi non era (come non è) né religioso né sacerdote, eppure era considerato un punto di riferimento insostituibile del cattolicesimo.

Egli collocava i suoi concetti sempre sul confine dell’eterodossia. Quando Papa Benedetto propose i suoi principi non negoziabili, Bianchi elencò i propri, naturalmente diversi da quelli del papa. Gridò di smetterla con tutti questi discorsi contro l’omosessualità, dato che Cristo non ne aveva mai parlato. Nonostante tutto questo – anzi proprio per tutto questo – però la sua stella rimaneva in ascesa, gli inviti alle conferenze e ai convegni continuavano e nessun Segretario di Stato o Prefetto di qualche dicastero vaticano si era mai permesso di criticarlo né naturalmente di interdirne la presenza nelle diocesi. Certo, c’è stato anche chi lo ha accusato pubblicamente di dire cose sbagliate, come ha fatto senza timori reverenziali mons. Antonio Livi, ma l’opinione pubblica ecclesiale era dalla parte di Bianchi e non da quella di Livi.

Ora, invece, gli viene interdetto di parlare in pubblico. E per di più non risulta che ciò sia dettato da motivi dottrinali. Il riferimento della lettera di Parolin a fatti che in questi ultimi anni sarebbero venuti a galla e che non ci è dato di conoscere, motivano il riserbo. Tuttavia da qualche affermazione della lettera, sembra che l’esilio sia motivato non da errori dogmatici espressi da Enzo Bianchi, ma da comportamenti scorretti dal punto di vista disciplinare e pastorale, nel campo dell’esercizio dell’autorità e delle relazioni umane. Si sarebbe capita una dichiarazione della Congregazione della Fede su gravi passaggi di alcuni suoi libri e, di conseguenza, l’invito ai vescovi a non invitarlo più in diocesi. Questo invece non si è verificato, mentre ora arriva la chiusura dei microfoni e lo spegnimento dei riflettori non per errori dottrinali del suo pensiero, ma per taluni comportamenti. Questo segno ecclesiale dei tempi di oggi lascia perplessi: un vescovo oggi viene destituito non perché insegna dottrine erronee, ma perché non collabora pastoralmente con i suoi confratelli all’interno della Conferenza episcopale. Così Enzo Bianchi è da isolarsi non perché abbia espresso una teologia inattendibile e pericolosa, ma per comportamenti inadatti (e non specificati).

Contemporaneamente all’allontanamento di Enzo Bianchi e al suo isolamento, tantissimi altri Enzo Bianchi sono lasciati al loro posto a pontificare. La Germania di oggi è piena di teologi, professori, conferenzieri, vescovi che le dicono anche più grosse di Enzo Bianchi. Nessun podio viene interdetto al famoso gesuita James Martin. Le vetrine delle librerie delle Paoline, ora che devono togliere i libri di Enzo Bianchi, rimarranno lo stesso piene di testi problematici, inaffidabili e spesso sul crinale dell’eterodossia esplicita.


 (Fonte: Stefano Fontana, LNBQ, 6 maggio 2022)

https://lanuovabq.it/it/da-icona-a-reprobo-che-incoerenza-ecclesiale-su-bianchi

 

venerdì 29 aprile 2022

Lo scisma nella Chiesa c’è ma non si può più riconoscere


Con le tesi del Sinodo tedesco si torna a parlare di scisma nella Chiesa, ma in questi anni, Magistero e teologia hanno fatto sì che sia venuto meno il confine tra ciò che è vero e immutabile e ciò che non è accettabile. L’accordo Vaticano-Cina, il cambiamento del Catechismo sulla pena di morte, l’abolizione del “male intrinseco” in Amoris Laetitia, sono tre passaggi decisivi che minano le verità su cui è fondata la Chiesa.

 Da quando è cominciato il Cammino sinodale tedesco, la parola “scisma”, come uno spettro ibseniano, continua ad aleggiare nella Chiesa. I vescovi polacchi hanno segnalato il pericolo ai loro confratelli tedeschi. Settanta vescovi dalle varie parti del mondo hanno scritto loro una lettera aperta, mettendoli in guardia. Diversi cardinali, anche moderati come Koch, hanno segnalato il precipizio verso il quale ci si sta dirigendo. Ma né il cardinale Marx né il presidente dei vescovi della Germania Bätzing danno segni di voler accogliere gli inviti alla prudenza. Il primo ha affermato che il Catechismo non è scritto sulla pietra, il secondo ha accusato i vescovi preoccupati di voler nascondere gli abusi che invece il sinodo germanico vorrebbe affrontare e risolvere (a suo modo).

Di fronte a questo quadro di disgregazione, ci si può chiedere se lo scisma possa essere evitato o meno. La domanda principale, a questo proposito, sembra la seguente: la Chiesa ufficiale di oggi possiede ancora le nozioni teologiche che permettano di affrontare il dirompente nodo, oppure ha perduto le categorie capaci di inquadrare il problema e mostrare la soluzione? Più di preciso: il pericolo dello scisma è ancora percepito dalla teologia della Chiesa ufficiale di oggi come un gravissimo pericolo? Su cosa sia uno scisma c’è condivisione? Sul perché bisogna evitarlo, su chi dovrebbe intervenire quando il pericolo fosse alle porte e come, c’è oggi una comunanza di visione?

A preoccupare molti non è tanto il pericolo scisma, quanto la percezione che il quadro teologico ed ecclesiale per affrontare il problema sia sfilacciato e abbia ormai dei contorni molto imprecisi. Il che prelude alla immobilità e a lasciare che gli eventi procedano per conto loro.

Quando il cardinale Marx sostiene, a proposito della pratica omosessuale, che il Catechismo non è scritto sulla pietra e lo si può criticare e riscrivere, altro non fa che esprimere in linguaggio giornalistico quanto i teologi ormai dicono da decenni. Ossia che il deposito della fede (e della morale) è soggetto ad un processo storico, perché la situazione da cui lo si interpreta entra a far parte a pieno diritto della sua conoscenza e formulazione. Usando questo criterio, che possiamo definire in senso lato “ermeneutico”, e secondo il quale la trasmissione dei contenuti della fede e della morale non supera mai lo stato di una “interpretazione”, la categoria teologica di scisma perde di consistenza, fino a scomparire. Ciò che oggi consideriamo scisma (e anche eresia), domani può diventare dottrina.

Sul piano della Chiesa universale ci sono stati di recente tre fatti molto interessanti da questo punto di vista. Il primo è stato l’accordo tra il Vaticano e la Cina comunista. L’accordo è segreto, tuttavia si può dire che in questo caso è stata assunta nella Chiesa cattolica e romana una chiesa scismatica. Il confine tra scisma e non scisma è diventato più impreciso dopo l’accordo con Pechino.

Il secondo è stato il cambiamento della lettera del Catechismo a proposito della pena di morte. Questo cambiamento ha diffuso l’idea che il Catechismo non fosse scritto sulla pietra, proprio come dice il cardinale di Monaco. La motivazione principale per giustificare il cambiamento è stata la presa d’atto che la sensibilità pubblica su questo punto morale era cambiata. La sensibilità pubblica, però, è solo un dato di fatto che non dice niente sul piano assiologico o dei valori. Ora, su questi presupposti come negare che anche nella Chiesa tedesca possa essere maturata una nuova sensibilità sui temi dell’omosessualità e del sacerdozio femminile?  Come chiamare tutto questo “scisma”, se si tratta invece dello stesso fenomeno approvato altrove?

Il terzo esempio è l’abolizione della dottrina morale della Chiesa sugli “intrinsece mala” contenuta di fatto nell’Esortazione apostolica Amoris laetitia. Risulta molto difficile, dopo questo documento, tener fermo l’insegnamento precedente circa l’esistenza di azioni intrinsecamente cattive che non si devono mai fare. Ma venendo meno questa nozione sarà ancora possibile confermare il tradizionale insegnamento della Scrittura e della Chiesa sulla pratica omosessuale?

Sembra che la Chiesa faccia fatica a tenere per ferme alcune sue verità. Del resto, se il Catechismo non è scritto sulla pietra, allora anche la definizione di “scisma” in esso contenuta, può essere rivista e quello che ieri era considerabile come scisma ora potrebbe non esserlo più. Addirittura di scisma potrebbero essere accusati coloro che tengono ferme le verità del Catechismo come se fossero scritte sulla pietra. Negare che il Catechismo non sia scritto sulla pietra potrebbe essere considerato un pronunciamento scismatico. Nella perdita dei confini tutti i paradossi diventano possibili. Quanto detto può essere esteso anche all’eresia e all’apostasia, concetti anche questi dai dubbi confini oggi. Si pensi solo ad un fatto: il “dubbio ostinato” può essere considerato apostasia secondo il n. 2089 del Catechismo, eppure oggi si insegna ai fedeli il dubbio sistematico, invitandoli a non irrigidirsi nella dottrina.

 

(Fonte: Stefano Fontana, LNBQ, 29 aprile 2022)

https://lanuovabq.it/it/lo-scisma-nella-chiesa-ce-ma-non-si-puo-piu-riconoscere

 

giovedì 21 aprile 2022

Trans e sacramenti, "Avvenire" & Co guidano la rivoluzione


Il quotidiano della Cei pubblica ampi stralci di un’intervista a padre Maurizio Faggioni contenuta in un libro - edito dalla San Paolo e a firma di Luciano Moia - che va verso la normalizzazione della transessualità nella Chiesa. Nell’intervista manca un giudizio chiaro sulla transessualità e si affrontano temi legati al battesimo, alla vita matrimoniale, all’educazione dei figli in una prospettiva contraria alla morale naturale e al Codice di diritto canonico.

 

Luciano Moia è la firma arcobaleno d’eccellenza di Avvenire, nel senso che spesso si occupa di tematiche Lgbt. Moia ha recentemente dato alle stampe, per i tipi della San Paolo, un libro dal titolo “Figli di un dio minore. Le persone transgender e la loro dignità” in cui raccoglie storie e interviste sul tema della transessualità, tra cui quella rilasciata da padre Maurizio Faggioni, docente ordinario di bioetica presso l’Accademia Alfonsiana di Roma, endocrinologo, consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede, della Congregazione delle Cause dei Santi e membro della Pontificia Accademia per la Vita.

Ampi stralci di questa intervista sono stati pubblicati su Avvenire. Faggioni non esprime un giudizio chiaro sulla transessualità, limitandosi a riportare che il dibattito in seno ai moralisti cattolici è molto vivo. Per il docente dell’Alfonsiana si tratterebbe di “una questione che, in effetti, non permette di tracciare confini netti di liceità e illiceità”. Come abbiamo già avuto modo di spiegare da queste colonne tempo fa, accennando anche a fonti della Sacra Scrittura e del Magistero, il transessualismo è condizione disordinata e tutte quelle scelte che assecondano questa condizione, dai trattamenti ormonali all’operazione chirurgica per la riassegnazione sessuale, sono contrarie alla morale naturale. Ciò perché il sesso è condizione identitaria della persona e dunque la sua psiche deve riconoscere e adeguarsi al dato della realtà biologica cromosomica. Perciò non ci può essere scissione tra il sesso genetico e il sesso psicologico, ossia la percezione di sé come appartenente al mondo maschile o femminile, altrimenti si crea una spaccatura tra identità sessuale e identità psicologica sessuale. I cromosomi XY o XX non possono essere sbagliati, può invece errare la nostra mente che non vuole accettare la realtà sessuata.

Poi Faggioni affronta il tema del matrimonio canonico delle persone transessuali. Ora, se una donna volesse sposare un’altra donna che si sente uomo, o un uomo volesse sposare un altro uomo che si sente donna, il matrimonio ovviamente sarebbe nullo, ossia inesistente, perché la differenza di sesso tra i nubendi è criterio dirimente per la validità del sacramento. Sarebbe nei fatti un “matrimonio” omosessuale (così la Congregazione per la Dottrina della Fede in una lettera del maggio del 1991 richiamata anche dallo stesso Faggioni). Qualora invece una donna volesse sposare un uomo che si sente donna o un uomo volesse sposare una donna che si sente uomo, anche senza sottoporsi ad operazione chirurgica, il matrimonio sarebbe ugualmente nullo perché, come recita il canone 1095 del Codice di diritto canonico: “Sono incapaci di contrarre matrimonio […] coloro che per cause di natura psichica, non possono assumere gli obblighi essenziali del matrimonio” (se il disturbo non fosse conosciuto dall’altro nubendo ciò potrebbe configurare una scriminante del consenso che inciderebbe sulla validità matrimoniale). Il matrimonio esige la complementarità tra uomo e donna, non solo sul piano fisico, ma anche psicologico. La donna ha bisogno che l’uomo si doni a lei come maschio e viceversa. Ciò comporta la piena consapevolezza e accettazione della propria mascolinità/femminilità.

Inoltre l’amore sponsale è donazione/accettazione totale vicendevole, ma per donarsi occorre prima possedersi. Scrive il moralista Lino Ciccone: “Il patto matrimoniale è essenzialmente un patto d’amore, tale da implicare il vicendevole dono totale di sé. Ma di un simile amore il transessuale è incapace: in conflitto con sé stesso, lacerato dal rifiuto di tutto quello che costituisce in lui la sessualità maschile, o femminile, gli è sbarrata la via per un pieno possesso di sé, e ciò che non si possiede pienamente non si può nemmeno pienamente donare” (Etica sessuale, Ares, p. 222). Se poi, prima della celebrazione del matrimonio, la donna o l’uomo si sottoponessero ad operazione chirurgica, oltre alle motivazioni di nullità appena accennate se ne sommerebbe un’altra: l’impotentia coeundi, ossia l’impossibilità di avere un’autentica copula.

Qualora infine il matrimonio fosse stato validamente celebrato, ma successivamente, ad esempio, il marito volesse “cambiare” sesso, il matrimonio naturalmente rimarrebbe valido (ciò detto, se il disturbo legato alla cosiddetta identità di genere fosse comparso prima della celebrazione del matrimonio ci potrebbero essere gli estremi per la dichiarazione di nullità per i motivi sopra esposti). Questo anche il parere di Faggioni, il quale però aggiunge: “I vincoli di affetto, la condivisione della vita, la comunione spirituale nella fede possono certamente continuare anche dopo l’emergere della disforia e dopo gli interventi di adeguamento del sesso corporeo alla identità di genere”. Non siamo proprio d’accordo. In merito ai primi due aspetti, i vincoli di affetto e la condivisione (serena) di vita esigono, come accennato prima, la capacità di donarsi in modo autentico e un equilibrio psichico che difficilmente la persona transessuale, anche senza sua colpa, potrà possedere. Il disturbo che riguarda l’identità psicologica sessuale, sfociato addirittura nella volontà di sottoporsi ad intervento chirurgico, è così profondo e radicato nella persona e investe in modo così totalizzante la sua essenza che non può non ripercuotersi negativamente sulla sfera affettiva e relazionale.

In merito poi alla “comunione spirituale nella fede”, se la scelta di “cambiare” sesso comporta peccato mortale la persona transessuale non può vivere la virtù della fede. Qualora invece avesse commesso solo peccato veniale (la materia grave rimarrebbe, ma potrebbe non esserci la piena avvertenza e/o il deliberato consenso), l’esercizio della virtù della fede sarebbe assai compromesso dalla scelta di “cambiare” sesso o di pensare e comportarsi in dissonanza con il proprio sesso genetico. Infatti la fede, al pari delle altre virtù teologali, presuppone l’esercizio adeguato anche delle virtù cardinali - tra cui qui spiccano la temperanza e la fortezza - e di altre virtù umane, le quali virtù, a loro volta, presuppongono uno stato psichico equilibrato, sereno, solido, non scisso, fragile e conflittuale. Il santo si poggia sull’uomo. In altri termini: come potrebbe essere praticata la virtù della fede in una persona che patisce fortissimi squilibri interiori?

In sintesi, l’esercizio della fede sarebbe impedito in modo proporzionale al grado di disturbo. Non è un giudizio discriminatorio, bensì una semplice constatazione, così come non discriminerebbe chi criticasse un ingegnere che volesse costruire un grattacielo sulla sabbia. Qualora infine la persona che sperimentasse in sé questa scissione tra mente e corpo tentasse di superarla, ciò sarebbe fonte di merito perché sarebbe una croce che potrebbe santificare la persona stessa e dunque il cammino di fede non sarebbe compromesso, ma, in ipotesi, persino agevolato.

Poi Faggioni tocca anche il tema dell’educazione dei figli di coppie dove un genitore è transessuale. Il teologo dichiara: “Una coppia ‘a geometria variata’ […] può continuare a svolgere i suoi doveri educativi verso i figli, purché questo sia il bene autentico dei figli e non l’imposizione di una scelta dei loro genitori”. L’ultima frase è oscura. Faggioni ci sta dicendo che presentare il transessualismo ai figli è un bene eccetto nel caso in cui si voglia imporre loro il punto di vista dei genitori oppure che, in senso più generale, un’educazione è efficace quando conduce i figli ad accettare in modo libero alcuni valori, e tra questi non certo il transessualismo? (A margine: il bene autentico dei figli a volte può essere imposto).

Comunque, al di là dell’ambiguità della dichiarazione, ci pare assai criticabile la frase “una coppia ‘a geometria variata’ […] può continuare a svolgere i suoi doveri educativi verso i figli” per i motivi prima accennati: la scelta di essere transessuale avalla e agevola un disordine psichico che di certo ridonda sull’educazione dei figli. La stessa scelta è di cattivo esempio, anche solo per il fatto che i figli hanno bisogno della figura paterna/maschile e materna/femminile. Ogni ambiguità in questo campo è foriera di gravi danni per l’educazione dei figli.

Infine Moia sollecita padre Faggioni ad esprimersi sull’ipotesi che un transessuale possa essere il padrino di battesimo di un bambino. “In linea di principio - replica Faggioni - se un credente o una credente hanno una bella vita cristiana possono fare il padrino o la madrina”. In linea di principio dunque il moralista Faggioni è possibilista, ma poi, data la “singolarità della situazione, ci si potrebbe chiedere se non sarebbe meglio scegliere un altro padrino o un’altra madrina per evitare incomprensioni o turbamento nella comunità cristiana”. Dunque, per Faggioni un transessuale potrebbe lecitamente ricoprire questo ruolo, ma sarebbe meglio evitarlo per meri motivi di opportunità.

Il Codice di diritto canonico però la vede in modo diverso. Infatti al canone 872 spiega che i padrini devono “cooperare affinché il battezzato conduca una vita cristiana conforme al battesimo e adempia fedelmente gli obblighi ad esso inerenti”. Ora, chi compie una scelta come quella di voler essere transessuale assume una condizione e relative condotte contrarie gravemente alla morale naturale. E dunque come potrebbe essere una guida sicura per il battezzato nella vita cristiana? Infatti il Codice, al canone 874, indica, tra gli altri, anche il seguente requisito affinché una persona possa assumersi l’incarico di padrino: che “conduca una vita conforme alla fede e all’incarico che assume”. Come può il transessualismo essere conforme alla fede? Come si potrebbe affermare che chi sceglie di “cambiare” sesso conduca “una bella vita cristiana”? Solo qualora la cosiddetta disforia di genere fosse osteggiata dalla persona stessa si potrebbe ipotizzare una sua candidatura, sebbene altre candidature sarebbero da preferirsi.


(Fonte: Tommaso Scandroglio, LNBQ, 21 aprile 2022)

https://lanuovabq.it/it/trans-e-sacramenti-avvenire-co-guidano-la-rivoluzione

  

mercoledì 6 aprile 2022

LGBTQ, il cardinale Marx guida l'ultimo assalto al Catechismo


Attacco coordinato per cambiare il Catechismo sull'omosessualità, e il teatro scelto per la battaglia è il Sinodo sulla sinodalità. In una lunga intervista il cardinale Marx sostiene apertamente la necessità di rivedere la dottrina per legittimare gli atti omosessuali, mentre domani, 3 aprile, suor Nathalie Becquart, sottosegretario al Sinodo, si rivolgerà direttamente a un gruppo LGBTQ statunitense per legittimarlo. 

 

“Love is love”, l’amore è amore, dichiarò l’allora presidente americano Barack Obama nel giugno 2015 dopo che la Corte Suprema diede il via libera al riconoscimento del matrimonio  omosessuale. E “love is love” ripete ora il cardinale tedesco Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e Frisinga, per far avanzare l’agenda LGBTQ nella Chiesa. Sulla spinta delle rivendicazioni già emerse chiaramente dal cammino sinodale tedesco, anche il cardinale Marx ha deciso di rompere gli indugi e chiedere a gran voce il cambiamento del Catechismo in materia di omosessualità.

Lo ha fatto in una intervista pubblicata dal settimanale liberal Stern il 30 marzo, in cui afferma che il Catechismo «non è scolpito nella pietra» e che «è lecito avere dubbi sui suoi contenuti». Marx parla di «etica inclusiva», basata sul «rispetto per l’altro», mentre «il valore dell’amore si dimostra nel rapporto: nel non ridurre a oggetto l’altra persona, nel non usare o umiliare l’altra persona, nell’essere fedele e dipendente l’uno dall’altro». Marx, ovviamente incalzato dalle domande del giornalista, va avanti affermando che «l’omosessualità non è peccato. Ed è un comportamento cristiano quando due persone, a prescindere dal genere, si difendono a vicenda, nella gioia e nel dolore».

Insomma, quello che il cardinale Marx intende affermare è «il primato dell’amore, specialmente negli incontri sessuali». E sembra avere fretta l’arcivescovo di Monaco: «Negli ultimi anni mi sento sempre più libero di dire quello che penso, e voglio che l’insegnamento della Chiesa progredisca. Anche la Chiesa sta cambiando, insieme al mondo: le persone LGBTQ sono parte della Creazione e amate da Dio e noi siamo sfidati a combattere la discriminazione». Alla fine il cardinale Marx ha anche confessato di avere benedetto in passato una coppia omosessuale: «Alcuni anni fa a Los Angeles, dopo una celebrazione in cui avevo predicato su unità e diversità, due persone sono venute da me chiedendomi la benedizione. E io l’ho data. In fin dei conti non si trattava di un matrimonio».

L’intervista a Stern non giunge come un fulmine a ciel sereno. Non solo è stata preceduta dalle analoghe tesi del cammino sinodale tedesco e dalle dichiarazioni del presidente della Conferenza episcopale tedesca, monsignor Georg Bätzing, che chiede che “sesso libero” sia riconosciuto dal Catechismo, ma lo stesso Marx aveva già lanciato il guanto di sfida celebrando una messa all’inizio di marzo per festeggiare i 20 anni di pastorale Queer a Monaco. Ovviamente con bandiera arcobaleno davanti all’altare e con omelia inneggiante a una «Chiesa inclusiva». Il valore di quel gesto non era però stato adeguatamente e universalmente rilanciato, così Marx ci riprova con una intervista che è impossibile far passare sotto silenzio.

L’uscita del cardinale Marx non ha a che fare semplicemente con la rivendicazione della Chiesa tedesca, e non solo perché Marx è membro del ristretto Consiglio dei cardinali che coadiuva papa Francesco nel governo della Chiesa. Già questo infatti dovrebbe suggerire che la sua posizione pubblica sull’omosessualità ha un rilevanza universale. Ma non basta: la scelta dei tempi suggerisce che siamo di fronte a una offensiva coordinata per imprimere una direzione ben precisa pro-LGBTQ al Sinodo sulla Sinodalità a cui papa Francesco tiene tanto. In febbraio, ad esempio, era stato il cardinale lussemburghese Jean-Claude Hollerich, presidente dei vescovi europei, a chiedere un cambiamento della dottrina favorevole all’omosessualità senza che la sua nomina a relatore generale del Sinodo sulla Sinodalità venisse messa in discussione.

Ma soprattutto domani, 3 aprile, ci sarà un evento senza precedenti: il sottosegretario del Sinodo dei Vescovi, suor Nathalie Becquart (nella foto), pronuncerà una lectio magistralis davanti alla platea di New Ways Ministry, l’organizzazione LGBTQ statunitense il cui obiettivo è cambiare l’insegnamento della Chiesa in materia di omosessualità. Di New Ways Ministry, organizzazione sconfessata dai vescovi americani e condannata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede già 23 anni fa, avevamo già parlato in dicembre per una polemica nata intorno alla presenza di loro materiale pro-LGBTQ sul sito del Sinodo. Ma da allora le cose hanno camminato velocemente per loro. Passaggio fondamentale è stata la riabilitazione della suora co-fondatrice di New Ways Ministry, Jeannine Gramick, ad opera addirittura di papa Francesco che le ha scritto una lettera di grande apprezzamento per il suo lavoro con le persone LGBTQ ritenuto «nello stile di Dio». Da lì un coinvolgimento sempre più attivo dell’organizzazione LGBTQ nella preparazione del Sinodo, fino all’evento di domani, un vero e proprio riconoscimento ufficiale del movimento LGBTQ. 

Si tratta della annuale Lettura intitolata a padre Robert Nugent, l’altro co-fondatore di New Ways Ministry, e il tema sarà la “Sinodalità come cammino di riconciliazione”. E non c’è dubbio, date le premesse, che dovrà essere la Chiesa a riconciliarsi con i suoi fedeli LGBTQ. La segreteria di New Ways Ministry ha tutte le ragioni nel sostenere che si tratta di «un evento storico». Ormai possiamo parlare tranquillamente di un trionfo della lobby LGBTQ nella Chiesa, e non possiamo non constatare che la guida della Chiesa non solo non offre resistenza ma addirittura è parte attiva del processo. Non a caso nessun provvedimento è stato preso - né mai lo sarà - nei confronti del cardinale Marx per le sue esternazioni, né verrà diminuito nel suo ruolo di consigliere del Papa.

Al contrario, a distanza di nove anni possiamo ben dire che i Sinodi sono serviti a promuovere e realizzare la rivoluzione sessuale nella Chiesa: i due sinodi sulla famiglia hanno oggettivamente aperto la strada al divorzio e al secondo matrimonio, e ora la sinodalità serve a legittimare l’omosessualità e qualsiasi tipo di relazione sessuale. E se nel 2014 il pretesto era pastorale, facendo finta di non intaccare la dottrina, ora la maschera è stata definitivamente tolta e si passa direttamente al cambiamento della dottrina. Come temeva l’allora cardinale Ratzinger già nel 1986.

 

(Fonte: Riccardo Cascioli, LNBQ, 02 aprile 2022

https://lanuovabq.it/it/lgbtq-il-cardinale-marx-guida-lultimo-assalto-al-catechismo

  

mercoledì 16 febbraio 2022

Diritto al perdono? Così si annulla la misericordia


Da Fazio, il Papa parla di diritto universale al perdono. Ma come si fa a rivendicare il diritto a un dono? Il perdono è prerogativa di Dio misericordioso, che oltrepassa la misura della giustizia e del diritto. Il comando di perdonare nasce dalla consapevolezza che noi stessi siamo stati perdonati per misericordia, non per diritto. Le parole di Francesco hanno un effetto paradossale: affermando il “diritto al perdono”, finiscono per annullare il campo della misericordia.

 

Si può dire che esista un diritto al perdono? A ben vedere la parola “perdono” è composta dal prefisso “per”, che indica la ragione, il motivo di qualcosa, e la parola “dono”, che per definizione pare non sia affatto qualcosa di dovuto. Affermare dunque un diritto al perdono sarebbe come rivendicare il diritto ad un dono: una contraddizione in termini.

Eppure alla domanda di Fabio Fazio se ci sia qualcuno che non meriti la misericordia di Dio o il perdono degli uomini, Francesco ha dato una risposta francamente difficile da comprendere (vedi qui), anche solo secondo la grammatica: «La capacità di essere perdonato è un diritto umano», ha risposto, ben sapendo che sarebbe stata una risposta «che forse farà scandalizzare qualcuno». E ha così continuato: «Tutti noi abbiamo il diritto di essere perdonati, se chiediamo perdono. È un diritto che nasce proprio dalla natura di Dio ed è stato dato in eredità agli uomini. Noi abbiamo dimenticato che qualcuno che chiede perdono ha il diritto di essere perdonato. Tu hai fatto qualcosa, lo paghi. No! Hai il diritto di essere perdonato, e se poi tu hai qualche debito con la società arrangiati per pagarlo, ma con il perdono». Francesco ha poi richiamato la parabola del figlio prodigo, narrata nel Vangelo di Luca, commentandola in un modo diametralmente opposto al senso del testo, ossia che il figlio avrebbe avuto il diritto di essere perdonato; solo che non lo sapeva e perciò ha esitato a tornare alla casa paterna...

Una frase decisamente ingarbugliata, che sembra dapprima affermare addirittura che Dio abbia per natura il diritto di essere perdonato; diritto che poi lascia in eredità agli uomini. Vogliamo pensare che il problema nasca da una comprensibilmente non appropriata conoscenza della lingua italiana; motivo per cui sarebbe meglio evitare di rispondere a braccio, specie in una trasmissione televisiva. Teniamo per buono che invece Francesco intendesse dire che Dio per natura è portato al perdono. Bene. Questo giustificherebbe l’espressione che gli uomini abbiano diritto al perdono nei confronti di Dio, intendendo questo diritto come umano, cioè come proprio della natura umana?

La risposta è no. E non si tratta di restringere la misericordia di Dio. Al contrario, il perdono è prerogativa di Dio misericordioso, che oltrepassa la misura della giustizia e pertanto del diritto. La parabola del figliol prodigo, prima della distorsione andata in onda a Che tempo che fa, ha sempre significato la sovrabbondanza del perdono del padre, non l’esecuzione di un atto dovuto. Dalla parte del figlio pentito, non ci sono parole di rivendicazione, ma di profonda umiliazione, al punto da dichiararsi indegno di essere chiamato figlio. Secondo Bergoglio, invece, se il figlio fosse stato consapevole del suo diritto umano, cosa avrebbe dovuto fare? Andare dal padre e dirgli: “Va bè, ho sbagliato. In ogni caso tu mi devi perdonare, perché è mio espresso diritto. Altrimenti chiamo i carabinieri”?

Anche nei confronti degli uomini, non si può rivendicare un diritto al perdono. Certamente il reo non perde ogni diritto; infatti egli può rivendicare di aver subito una punizione ingiusta e sproporzionata rispetto alla colpa commessa; ma non può in alcun modo esigere il perdono. La parabola evangelica principale relativa al perdono (Mt 18, 23-35) mostra che il re, di fronte a colui che gli doveva diecimila talenti, dapprima agisce secondo stretta giustizia e poi ne condona completamente il debito. Ancora una volta, la parola non lascia in alcun modo trasparire che il debitore avesse il diritto di essere perdonato. Il comando di perdonare a nostra volta il nostro prossimo non nasce da un diritto dei “nostri debitori”, ma dalla consapevolezza che noi stessi siamo stati perdonati per misericordia, non per diritto.

L’affermazione di Francesco ha, tra l’altro, la conseguenza di annullare d’emblée la Redenzione di Cristo. Non un dettaglio secondario. Cosa intende san Paolo quando afferma che Cristo «morì per i nostri peccati secondo le Scritture» (1Cor 15, 3)? O quando scrive che veniamo «giustificati gratuitamente per la grazia in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù» (Rm 3, 24)? San Tommaso spiega, con la sua consueta chiarezza, che la Redenzione è un atto di giustizia, perché Gesù ha soddisfatto per i peccati degli uomini, e di misericordia, perché l’uomo non era in grado di farlo. Vediamo il testo della Summa Theologiae: «Che l’uomo sia stato liberato per la passione di Cristo, ciò conviene sia alla misericordia sia alla giustizia: a questa perché Cristo ha soddisfatto per il peccato del genere umano, e l’uomo è stato dunque liberato dalla giustizia di Cristo; alla misericordia anche, perché l’uomo non poteva soddisfare da se stesso per il peccato del genere umano e Dio gli ha dato suo Figlio in soddisfazione, e questo fu il frutto di una misericordia più abbondante che se Dio avesse rimesso i peccati senza soddisfazione» (III, q. 46, a. 1, ad3).

Questo significa che la Redenzione operata da Cristo non è un atto di giustizia, intesa nel senso che agli uomini sarebbe spettata per diritto naturale, ma è un atto di giustizia solo nel senso che egli si è offerto di soddisfare per quanto non era tenuto; come se qualcuno si offrisse di saldare il debito di un privato nei confronti di una banca. E questa soddisfazione vicaria trova la sua ragione nell’infinita misericordia di Dio. Se l’essere perdonato fosse un diritto umano, e Dio pertanto fosse tenuto a perdonare l’uomo come dovere di giustizia, dove starebbe la misericordia? E dove dunque il mistero della Redenzione?

Francesco, con questo suo intervento, ha pertanto ottenuto un effetto paradossale: affermando il presunto “diritto al perdono” ha finito non solo per restringere, ma addirittura annullare il campo della misericordia.

 

(Fonte: Luisella Scrosati, LNBQ, 8 febbraio 2022)

Diritto al perdono? Così si annulla la misericordia - La Nuova Bussola Quotidiana (lanuovabq.it)

  

giovedì 10 febbraio 2022

Caro papa Benedetto, noi siamo con te


Caro Papa Ratzinger, ti dichiaro il mio smarrimento e la mia indignazione di fronte a questi attacchi che ti stanno arrivando, facendoti passare per complice di abusi sessuali. È una sofferenza intima e spirituale la mia per quello che sta accadendo e voglio dirti tutto il mio grazie per come hai sempre guidato la Chiesa nella Verità e per come ci hai mostrato un Dio vicino a noi, Noi della comunità Shalom continueremo a pregare per te.

 

Caro e Amato Papa Ratzinger, ho avuto modo di incontrarti personalmente in alcune circostanze particolari e benedette; ricordo con particolare emozione ed affetto l’incontro del 14 settembre 2012, quando sono stata a trovarti accompagnata da quasi 200 ragazzi della Comunità!

In quella circostanza avevo - nel mio intimo pensiero - ancora molti pregiudizi nei tuoi confronti: ti consideravo troppo severo, troppo chiuso perché, inevitabilmente, ti confrontavo con Giovanni Paolo II che per così lungo tempo ha guidato con Amore e Passione la nostra “Famiglia”: la Chiesa! Ed era così coinvolgente, oltre che dal punto di vista spirituale anche dal punto di vista umano.

Ebbi l’immensa grazia e gioia di incontrare personalmente Giovanni Paolo II almeno in cinque occasioni e quasi sempre con i ragazzi della Comunità. La sua bontà, la sua spiritualità, il suo coraggio di additare la fede ai giovani come asse portante di uno “stile di vita” aveva fatto breccia nel mio cuore e nel cuore di milioni di giovani.

Ebbene caro Papa, quando quel 14 settembre mi inginocchiai per baciarti l’anello e tu mi sollevasti con le tue braccia, dall’emozione non capii nulla delle parole rivoltemi, in quella circostanza, ma mi sentii squallida nell’incrociare i tuoi occhi colmi di sofferenza. Quella frazione di alcuni secondi ha denudato tutta la mia miseria, demolendo la mia opinione nei tuoi confronti, facendomi vergognare al solo pensiero di non aver capito, come suora, la tua sofferenza nascosta e celata agli occhi del mondo, ma soprattutto la profondità del Tuo Amore alla Croce di Cristo!

Grazie Papa.
Per questo motivo volevo dimostrarti tutto il mio affetto, il mio amore, i miei sentimenti, non solo di solidarietà, ma di indignazione per le modalità inique ed inquietanti con cui ti sono pervenute le “accuse” di aver “coperto” i pedofili!
È stata una sofferenza intima e spirituale, la mia, che, come suora, mi ha travolta e colpita profondamente nell’anima: vedere il “Papa” così gratuitamente sporcato e declassificato a “complice”, accusato di aver coperto squallide vicende che hanno toccato a lato, come una tangente, il tuo percorso di Pastore nella Chiesa di Monaco.
Tu, caro Papa, che per primo hai avuto il coraggio di chiamare gli “sporcaccioni consacrati” Servi di Satana!

Chi scrive sta prendendo le difese a “copertura” di Papa Ratzinger? No, assolutamente no! Chi sta scrivendo, al contrario, è una che fece arrestare un prete coinvolto nel giro della pedofilia, ed è considerata da molti, buonisti e aperturisti, una “talebana” perché semplicemente filtro chi entra nella mia Comunità (anche se sacerdote) e al solo sospetto” chiudo definitivamente ogni possibilità di contatto con i miei ospiti.
Perciò non sono dalla parte della sponda “tollerante” su questo argomento.

Caro Papa, ti dichiaro il mio smarrimento di fronte ad una Cristianità diventata incapace di tutelare chi è stato, per alcuni anni, come diceva Santa Caterina da Siena: “il Rappresentante del Dolce Cristo in terra!”
Anni difficili i nostri, caro Papa, anni dominati dal “pensiero compulsivo-ossessivo” del fallimento della coscienza, della spiritualità, della perdita di valori, compresa la gratitudine di rivolgerci a Dio per la vita donataci!

Oggi la parola chiave è: “demolizione”. Tutto è problematico, incerto, discutibile; tutto pare crollare nel dubbio, nell’angoscia, nell’insicurezza. E così si è perso “l’equilibrio” dei ruoli familiari di padre, di madre, di figlio, tutto è all’insegna delle rivendicazioni più improbabili e con tutte le forme possibili di “eguaglianza”: i giovani nei confronti degli adulti, gli alunni nei confronti degli insegnanti, i sottoposti nei confronti dei superiori, i figli nei confronti dei genitori. E il tutto nel tentativo di esorcizzare, riparare, di cancellare.

Anni inquieti e febbrili, caro Papa, dove il “vuoto mentale” ci ha resi incapaci di riconoscimento delle nostre responsabilità e di profondi esami di coscienza (gli unici capaci di farci superare le forti barriere ideologiche) e di costumi che hanno permeato ogni aspetto della nostra vita.
Non c’è mai tempo per metabolizzare: il tutto è così rapido, molto rapido, troppo rapido, e se non vuoi rischiare “l’emarginazione sociale”, al massimo ti è consentito un atteggiamento di benevola neutralità.

E Tu, caro Papa Ratzinger, non ci hai mai lasciati nel limbo!
Tu, caro Papa, hai sempre preso posizione a “favore della Verità” dei poveri, degli umili, degli emarginati, di coloro che, perché Cristiani, non contano nulla; non hanno titoli, possono solo, con umiltà e dolore, spendere, faticosamente giorno per giorno, nella scia del sangue di Cristo, la loro vita.
Tu, caro Papa, hai dato consistenza religiosa e spirituale a tutti quelli che hanno chiesto di essere e di vivere da “cristiani”, non per tradizione ma per scelta.

Grazie Papa Ratzinger, perché, non hai connotato la Fede come un programma politico o una modalità diplomatica, frutto di una accomodante e rispondente soluzione ai nostri desideri.
Ci hai presentato Dio, caro Papa, come “Famiglia” in cui l’amore è per davvero sempre in circolo, mai fermo e arrestante.
È la “nostra Storia”, è la storia della Chiesa, è la storia della nostra Famiglia, con un Suo stile di Vita, con una Sua Fedeltà, con una Sua Tradizione, indicandoci sempre come obiettivo unico: Gesù.

Grazie Papa Ratzinger, perché ci hai mostrato un Dio vicino a noi
Ci hai insegnato a non temere lo scontro con il muro invalicabile” del mondo, con le sue pretese di imporci le sue priorità e i suoi valori.
Ci hai insegnato a non balbettare di fronte a ideologie e opinioni che ci distolgono dalla Parola di Dio nel tentativo di “catturarci, assorbirci e annullarci” come cristiani.

GRAZIE PAPA!!!

Grazie Papa: ci hai sempre indicato una vetta alla quale si arriva solo al termine di un lungo e faticoso cammino in salita.
Ti voglio bene Papa, ti vogliamo bene Papa, puoi contare sempre su di noi.
La sottoscritta, suor Rosalina, semplice sguattera che passa volentieri il suo tempo a cercare di “pulire…” e tutti i giovani della Comunità “Shalom”, continueremo a pregare per Te. Ti presentiamo a Gesù nelle mani di Maria.

 

(Fonte: Sr. Rosalina Ravasio, LNBQ, 10 febbraio 2022)

https://lanuovabq.it/it/caro-papa-benedetto-noi-siamo-con-te

 

Duka difende Benedetto XVI: “Un tradimento contro di lui”


Vicenda abusi. In una nota intitolata “Monaco tradisce la seconda volta” (un richiamo alla famigerata Conferenza del 1938), il cardinale e primate ceco Dominik Duka accusa l’arcivescovo di Monaco, la Curia locale e il presidente dell’Episcopato tedesco di aver diffamato il Papa emerito.

 Da quando sono partiti gli ignobili e strumentali attacchi contro Benedetto XVI, dopo la pubblicazione del rapporto sugli abusi sui minori nell’Arcidiocesi di Monaco, si sono sentite poche voci in difesa del Papa emerito. Perciò va segnalata la decisa presa di posizione dell’arcivescovo di Praga e primate della Repubblica Ceca, il cardinale domenicano Dominik Duka [nella foto, di W. Redzioch, ndr]. E si tratta di un porporato di grande statura: perseguitato durante il comunismo, condannato per la sua attività pastorale, in prigione fece amicizia con il futuro presidente Vaclav Havel. Il prossimo 26 aprile l’arcivescovo compirà 79 anni, ma - nonostante abbia presentato le sue dimissioni quasi quattro anni fa - papa Francesco non ha fretta di mandarlo in pensione.

Il cardinale Duka ha deciso di protestare contro il trattamento riservato a Benedetto XVI nell’Arcidiocesi di Monaco pubblicando una nota sul sito dell’Arcidiocesi di Praga (Prohlášení kardinála Dominika Duky k obviněním Benedikta XVI - Apha). Il primate ceco ha accusato pubblicamente l’arcivescovo di Monaco e Frisinga (Reinhard Marx), la Curia locale e il presidente dell’Episcopato tedesco (Georg Bätzing) per aver diffamato l’anziano Pontefice e infangato la sua reputazione.

In questo modo il primate ceco ha reagito alla lettera di Benedetto XVI pubblicata martedì 8 febbraio e all’analisi ad essa allegata, in cui avvocati e collaboratori del Papa emerito, passo dopo passo, confutano le accuse mosse contro di lui, contenute nel rapporto sugli abusi nell’Arcidiocesi di Monaco. Il cardinale Duka non usa mezzi termini. La sua nota di protesta contro gli attacchi a Benedetto XVI è intitolata significativamente “Monaco tradisce per la seconda volta”, paragonando così tutto quello che succede oggi a Monaco alla tristemente famosa conferenza svoltasi a Monaco nel 1938 e conclusasi con un accordo che portò all’annessione alla Germania nazista di vasti territori della Cecoslovacchia: allora il Paese fu tradito dagli Stati occidentali, la Francia e il Regno Unito. Il primate di Boemia scelse come incipit della sua dichiarazione anche le parole pronunciate dal suo eroico predecessore, il card. Josef Beran: “Non taccia, Arcivescovo!”. E il porporato ceco, parafrasando quelle parole, si rivolge a sé stesso: “Vecchio cardinale, non puoi tacere, devi gridare!”.

E l’arcivescovo di Praga grida. Con grande rammarico ammette che il modo in cui l’Arcidiocesi di Monaco ha usato il Rapporto è per lui una delle più grandi delusioni che ha sperimentato nella Chiesa cattolica romana. Sottolinea che nel Rapporto, costato probabilmente centinaia di migliaia di euro, Benedetto XVI è stato ingiustamente calunniato e ferito. Si è fatto sì che questo Rapporto non potesse essere interpretato a suo favore e che non considerasse nemmeno la possibilità di un chiarimento. “Cosa dovrebbe significare tutto questo?”, si chiede il card. Duka, annunciando che analizzerà tutta la faccenda in modo dettagliato in un articolo sulla rivista tedesca Die Tagespost.

Speriamo che questo amaro grido di sdegno contro i perfidi e ingiustificati attacchi contro il Papa emerito che vengono orchestrati, purtroppo, prima di tutto da una parte della sua patria e della sua Chiesa sarà da esempio per gli altri vescovi del mondo.

 

 (Fonte: Wlodzimierz Redzioch, LNBQ, 10 febbraio 2022)

https://lanuovabq.it/it/duka-difende-benedetto-xvi-un-tradimento-contro-di-lui

  

Il j'accuse di Benedetto XVI: «Non ho mentito»


La lettera del Papa emerito Benedetto XVI non è un mea culpa di responsabilità ma un duro j'accuse nei confronti di chi, strumentalizzando una svista dei suoi collaboratori, ha finito per dubitare della sua veridicità, e addirittura per presentarlo come bugiardo. Ratzinger ha osservato che avendo «avuto grandi responsabilità nella Chiesa cattolica più grande è il mio dolore per gli abusi e gli errori che si sono verificati durante il tempo del mio mandato nei rispettivi luoghi». 

 I giornali l'hanno descritta prevedibilmente come un mea culpa, ma la lettera del Papa Emerito sul rapporto di Westpfahl Spilker Wastl è, piuttosto, un j'accuse. Un atto d'accusa nei confronti di chi, strumentalizzando una "svista", ha finito per "dubitare" della sua "veridicità", e "addirittura" per presentarlo "come bugiardo". La svista menzionata da Benedetto XVI è quella compiuta da uno dei collaboratori che lo hanno aiutato a scrivere la memoria di 82 pagine inviata allo studio legale di Monaco e da quest'ultimo allegata nel dossier sulla gestione degli abusi nell'arcidiocesi da lui guidata tra il 1977 ed il 1982.

Come è stato spiegato ieri in un'analisi dei quattro autori della memoria (Stefan Mückl, Helmuth Pree, Stefan Korta, Carsten Brennecke), per un errore di trascrizione fatto dal canonista Stefan Korta si è sostenuto erroneamente che l'allora arcivescovo non partecipò alla riunione dell'Ordinariato del 15 gennaio 1980 durante la quale venne deciso di accogliere a Monaco Peter Hullermann, prete già responsabile di abusi ad Essen. Lo sbaglio commesso nella memoria è stato usato dai detrattori di Benedetto XVI per delegittimare tutta la sua tesi difensiva.

In realtà, la presenza dell'allora cardinal Ratzinger a quella riunione era già emersa pubblicamente nel 2010 e La Nuova Bussola Quotidiana ne aveva già parlato in un articolo precedente alla pubblicazione del report. Una buccia di banana, dunque, su cui è inciampato "il piccolo gruppo di amici" del Papa Emerito ma che certamente non è una prova della veridicità delle accuse. Come avevamo spiegato nei due articoli dedicati al caso di Hullermann, durante quella riunione incriminata l'arcivescovo si era limitato ad accettare il trasferimento del prete a Monaco ma non aveva disposto alcun incarico pastorale.

Ratzinger, peraltro, sapeva che il sacerdote pedofilo era in terapia psicoterapeutica ma non che vi fosse stato destinato per aver commesso abusi sessuali su un minorenne. Nell'analisi dei suoi collaboratori diffusa ieri dalla Sala Stampa della Santa Sede è stato infatti ricordato come gli stessi periti dello studio legale, nel corso della conferenza stampa di presentazione del report, abbiano ammesso di non avere le prove che l'ex arcivescovo sapesse, dovendo riconoscere "secondo l’opinione soggettiva" (frecciata degli amici del Papa Emerito) che questa circostanza era soltanto "maggiormente probabile”. 

L'errore commesso da Korta, in ogni caso, viene giustificato da Benedetto XVI ("non è stato intenzionalmente voluto e spero sia scusabile") che nella sua lettera ringrazia il "piccolo gruppo di amici" che "con abnegazione" ha redatto le 82 pagine difensive, ricordando come abbia provveduto a correggerlo sin da subito nel giorno della presentazione del dossier alla stampa, mediante la dichiarazione diffusa dal suo segretario personale, monsignor Georg Gänswein. D'altra parte, la partecipazione alla riunione del 15 gennaio 1980 veniva riportata anche nella recente biografia di Peter Seewald che è stata sicuramente precedentemente letta ed approvata dal Papa Emerito. 

Per comprendere come sia potuto avvenire un errore simile, però, occorre leggere le modalità in cui si sono ritrovati a lavorare i quattro autori della memoria inviata allo studio Westpfahl Spilker Wastl. Sono loro stessi a raccontarlo nell'analisi pubblicata ieri: "La visione degli atti in versione elettronica - scrive il team del Papa Emerito - fu consentita al solo Prof. Mückl, senza che fosse concessa la possibilità di memorizzare, stampare o fotocopiare documenti. A nessun altro dei collaboratori fu consentito di visionare gli atti. Alla presa in visione degli atti in formato digitale (8.000 pagine) e alla loro analisi da parte del Prof. Mückl, seguì un’ulteriore fase di elaborazione da parte del Dott. Korta, il quale ha inavvertitamente commesso un errore di trascrizione".

Una volta arrivate sulla sua scrivania le 82 pagine, "Benedetto XVI non ha notato l’errore per via dei tempi limitati imposti dai periti, e si è fidato di quanto era scritto, e dunque è stata messa a verbale la sua assenza". A questa svista si sono aggrappati coloro i quali hanno voluto attaccare il Papa Emerito novantaquattrenne, ma a dargli forza ci hanno pensato le numerose lettere d'incoraggiamento arrivate in questi giorni al monastero Mater Ecclesiae ed anche "l’appoggio e la preghiera" che il suo successore Francesco ha voluto fargli arrivare "personalmente". 

E a proposito di "mea culpa" è la locuzione del Confiteor a suscitare in Benedetto XVI una riflessione più generale sulla vergogna da provare nei confronti delle vittime di abusi commessi da sacerdoti e che sarebbe scorretto - come molti stanno facendo - calare sul caso specifico di Hullermann su cui ha chiarito con forza la propria non colpevolezza. Ricordando gli incontri con le vittime ad ogni viaggio apostolico realizzato quando era pontefice regnante, Ratzinger osserva che avendo "avuto grandi responsabilità nella Chiesa cattolica (...) più grande è il mio dolore per gli abusi e gli errori che si sono verificati durante il tempo del mio mandato nei rispettivi luoghi". 

Dalle parole della lettera, specialmente quelle relative alle accuse di essere un bugiardo, appare evidente come il dossier e le reazioni mediatiche - soprattutto in patria - lo abbiano amareggiato, ma chi lo ha visto di recente riferisce comunque di un Benedetto XVI sereno, saldo nella fede e che non rinuncia al sorriso. C'è in lui, forte, la consapevolezza di ciò che ha scritto nel finale della sua lettera:

"Ben presto mi troverò di fronte al giudice ultimo della mia vita. Anche se nel guardare indietro alla mia lunga vita posso avere tanto motivo di spavento e paura, sono comunque con l’animo lieto perché confido fermamente che il Signore non è solo il giudice giusto, ma al contempo l’amico e il fratello che ha già patito egli stesso le mie insufficienze e perciò, in quanto giudice, è al contempo mio avvocato (Paraclito). In vista dell’ora del giudizio mi diviene così chiara la grazia dell’essere cristiano. L’essere cristiano mi dona la conoscenza, di più, l’amicizia con il giudice della mia vita e mi consente di attraversare con fiducia la porta oscura della morte. In proposito mi ritorna di continuo in mente quello che Giovanni racconta all’inizio dell’Apocalisse: egli vede il Figlio dell’uomo in tutta la sua grandezza e cade ai suoi piedi come morto. Ma Egli, posando su di lui la destra, gli dice: 'Non temere! Sono io...'".

 

(Fonte: Nico Spuntoni, LNBQ, 9 febbraio 2022)

https://lanuovabq.it/it/il-jaccuse-di-benedetto-xvi-non-ho-mentito

 


sabato 5 febbraio 2022

Il Papa da Fazio, un caso serio


L'annunciata partecipazione domani sera di papa Francesco al programma RAI "Che tempo che fa" denota una accentuata sconsacrazione del papato, la totale confusione tra sacro e profano, l'incapacità di capire il significato del sacro.

 La partecipazione, domani sera, di papa Francesco alla prossima puntata RAI di “Che tempo che fa” condotta da Fabio Fazio è una questione più seria di quanto possa sembrare e di quanto l’abbiano considerata anche i facili sarcasmi critici. Essa denota infatti una accentuata secolarizzazione (o sconsacrazione) del papato. Durante la rivoluzione comunista in Cina, Mao faceva sfilare nudi i Mandarini per mostrarne la ridicola debolezza una volta dismesse le solenni vesti cerimoniali e una volta fatti scendere dagli scranni del potere ieratico.

Eppure era stato Karl Marx, a cui Mao diceva di ispirarsi, a criticare nel Manifesto del partito comunista la desacralizzazione imposta dal capitalismo: “Tutto ciò che ha consistenza evapora, ogni cosa sacra viene sconsacrata e gli uomini sono finalmente costretti a considerare la loro posizione nella vita e i loro rapporti reciproci con uno sguardo disincantato”. Anche il marxismo, e forse soprattutto il marxismo, però, ha contribuito a questo disincanto dato che per esso tutto ciò che non è materia è sovrastruttura, ossia incanto, favola per bambini, fino a quando essi non si sveglieranno appunto dall’incanto. Max Weber ha descritto questo disincanto del mondo moderno e l’abbandono del sacro, considerato come una favola incantata.

Ricordo che nel 2003 girava molto il nome di Giovanni Paolo II per la candidatura al premio Nobel per la pace. In quell’occasione scrissi un articolo in cui dicevo di sperare che la cosa non avvenisse. Non perché Giovanni Paolo II non lo meritasse, ma perché in quel modo egli sarebbe stato collocato sullo stesso piano degli altri Nobel per la pace, mentre il papa è qualcosa di diverso, ha una connessione col sacro che gli altri non hanno. Nel 2003 si poteva ancora considerare una desacralizzazione la consegna ad un pontefice nientemeno che del premio Nobel per la pace, ora bisogna farlo per “Che tempo che fa”: come si vede il processo di secolarizzazione del papato procede in modo spinto.

E non si arresta: “Si è passati da una dominanza del sacro, fino all’invasione del profano nella vita del sacro e all’estromissione del sacro stesso” scriveva padre Cornelio Fabro nel 1974 parlando dell’avventura della teologia progressista. Pio XII lamentava che a quei suoi tempi non si prendessero con religioso ossequio le parole del papa nella sua predicazione ordinaria, quindi non appartenenti né al magistero solenne né a quello autentico, perché lo riteneva un atteggiamento irriverente rispetto all’investitura sacra dell’autorità pontificia.
Ci rimprovererebbe oggi Pio XII se non prendessimo con religioso ossequio le parole che Francesco dirà da Fabio Fazio, dove niente può essere accolto con religioso ossequio dato che non esiste trasmissione televisiva più irreligiosa? Ma se le parole del papa non possono venire accolte con religioso ossequio, a cosa servono? Da Fazio ci va Bergoglio o ci va il papa? In questa domanda c’è già l’allusione a tutta l’evoluzione della secolarizzazione del papato.

Identificare il “sacro” con l’”incanto” e la secolarizzazione con il “disincantamento” è proprio delle moderne ideologie illuministe che considerano la religione come una favola per bambini. Alle origini di questa secolarizzazione moderna del sacro c’è il luteranesimo che separa ragione e fede e quindi ammette una fede irragionevole, ossia incantata. Pensare di secolarizzare il papato togliendogli una presunta aura di incanto significa non aver capito il sacro. Il profano ha bisogno del sacro, che è il luogo dove rifugiarsi per evitare la sacralizzazione del profano. Il sacro permette al profano di essere profano, il tempio permette a ciò che sta fuori dal tempio di stare fuori dal tempio senza però dissolversi e senza voler giocare a fare il sacro.

Il sacro però ha bisogno di nascondimento per non essere profanato. Ha bisogno di un proprio linguaggio per non essere volgarizzato. Ha bisogno di protezione per non essere degradato. Da quando con Giovanni XXIII una telecamera entrò nell’appartamento papale e il tecnico della ripresa disse al papa di fingere di pregare, mentre un altro notava che purtroppo il bianco della veste rovinava l’immagine, è iniziato un processo non incontrollabile ma incontrollato. Soprattutto quando la secolarizzazione del papato non fu più considerata un mezzo pastorale per diffondere il messaggio cristiano ad un pubblico più vasto e raggiungere anche i lontani, ma divenne costitutivo dell’essere papa.

Dopo la svolta antropologica non si deve più dire Dio ma uomo e essere Francesco passa attraverso l’essere Bergoglio. La sacralità passa attraverso il profano. Tra storia sacra e storia profana, dicono i teologi avventuristi, non c’è più alcuna differenza e, quindi, nemmeno tra il palazzo apostolico e un set televisivo con il tragitto dall’uno all’altro mediato da Santa Marta. Se tra il presbiterio e il popolo non c’è più nessuna balaustra a dividere la Chiesa dal mondo, perché si dovrebbero ancora far valere queste separazioni tra sacro e profano? Perché mai un papa non dovrebbe andare da Fabio Fazio come qualsiasi altro?


(Fonte: Stefano Fontana, LNBQ, 5 febbraio 2022)

Il Papa da Fazio, un caso serio - La Nuova Bussola Quotidiana (lanuovabq.it)