lunedì 7 giugno 2021

Il cattolico ombra, vittima della cultura che respiriamo


Vi sono persone che sono cattolici in potenza, cattolici ombra. Il fattore che li ha ingannati è la cultura, intesa come ambiente (dis)valoriale in cui siamo immersi. L’aria mefitica che respirano è la stessa che respiriamo noi. Quindi, non vanno guardati con commiserazione, nessuno si senta al sicuro.

 

Vi sono persone che sono cattolici in potenza, cattolici ombra. Ossia persone a cui manca tanto così per esserlo e non se ne rendono conto. Facciamo un esempio tra molti. Prendiamo una coppia che, dopo un po’ di anni di convivenza, si è sposata in chiesa perché «il matrimonio in comune è tristissimo e poi così facciamo contenti i genitori». Lui è lei professano un ateismo di fatto: nessuna frequenza ai sacramenti – in primis alla messa domenicale – nessun momento dedicato alla preghiera né alla formazione cristiana. Ciò nonostante, il loro bagaglio di valori umani è ricchissimo: assolutamente fedeli l’uno all’altra, crescono i figli in modo serio e responsabile, molto generosi con tutti, amici sinceri di molti, professionisti onesti e scrupolosi, hanno un giudizio sulla realtà molto assennato, oggettivo e maturo, sono sensibili al dolore e alla difficoltà altrui, coltivano una propria interiorità sebbene tutta umana. A volte cercano il silenzio, ma mai esplicitamente Dio. E infatti il buco nero nelle loro vite è proprio la mancanza assoluta di un afflato trascendente: a Dio non pensano quasi mai, se non in caso di grave necessità, rasentando quasi la superstizione. Se parli loro di Dio magari ti dicono anche che ci credono – nelle forme più minimali escono con la frase «credo che ci sia qualcosa dopo la morte» - ma Dio sta alle loro esistenze come la luce del sole sta alla cecità.

Se Dio, comunque, è ancora un concetto per loro potabile, perché in fondo modellabile secondo il comodo immaginario di ciascuno, appare invece indigeribile la figura della Chiesa che, ai loro occhi, è solo una società a delinquere, piena di pedofili e gelosa custode di privilegi che Dio – tirato fuori all’occorrenza dalla cantina delle proprie coscienze – condannerà senz’appello nell’Aldilà. Insomma vivono tutto ciò che riguarda la religione come una sovrastruttura inutile, come un formalismo senza un suo senso pratico, come una zavorra lasciata sulle loro spalle da genitori ancora un poco debolmente credenti, ma che hanno abbandonato per strada da tempo, fin dall’adolescenza.

Lo ammettiamo, a leggere questa descrizione parrebbe che più di cattolico ombra dovremmo parlare di cattolico morto e sepolto. Ma a ben guardare con gli occhi della speranza cristiana non è così. Il santo non si edifica senza l’uomo, le virtù teologali sono lettera morta senza le virtù cardinali. Vero è che queste ultime acquisiscono pieno significato alla luce delle prime, ma naturaliter l’uomo può essere giusto, forte, prudente, temperante, etc. Ciò che vogliamo dire è che molte persone intorno noi – in realtà tutte - hanno la stoffa per diventare autentici cattolici, ossia, ancor meglio, santi. La materia prima è ottima, seppur inquinata da tante scorie che ammorbano l’aria che tutti noi respiriamo. Le potenzialità sono elevate e per esprimerle occorre partire dalle loro qualità umane. La loro umanità è una promessa di santità.

Un aspetto fondamentale da tenere in considerazione e che regala molta speranza è poi il seguente. Queste persone in realtà non conoscono davvero cosa sia la vera fede, la vera Chiesa. Rifiutano ciò che non conoscono. Questo è accaduto almeno per due motivi. Da una parte hanno appreso dai media dottrine spacciate come cattoliche, ma che cattoliche non sono: la Chiesa odia i gay, si possono salvare solo i battezzati, le donne valgono zero nella Chiesa, etc. E poi si sono lasciati infinocchiare con le solite storielle spazzatura: i veri preti sono solo quelli che fanno i missionari in Africa perché gli altri in realtà si sono fatti prete per arricchirsi o per far carriera, i Vangeli li hanno scritti gli uomini, mica Dio et similia.

Luoghi comuni che poi si autoalimentano seguendo un moto perpetuo. Su altro fronte, forse ancor più di frequente, costoro hanno fatto spessissimo incontri disastrosi con laici e uomini di Dio incoerenti e/o con idee confuse. Dunque ne sono usciti con le ossa rotte, cioè o scandalizzati – quante mancanze di carità di noi cattolici dobbiamo registrare – o guastati nelle idee tanto che spesso hanno in testa una immagine della fede e della Chiesa che non corrisponde al vero. La speranza a cui si faceva cenno prima è data dal fatto che con queste persone, la cui bontà d’animo non ha permesso all’ideologia dominante di infettare tutte le fibre del loro cuore, è possibile dialogare e ragionare per far comprendere loro come stanno in realtà le cose, che la Chiesa non ha mai detto X, Y, Z e che ciò che loro dicono e credono su questi argomenti coincide, almeno nella sostanza, con ciò che insegna la Chiesa stessa.

Il fattore che in buona sintesi ha ingannato questi nostri fratelli è la cultura, intesa come ambiente (dis)valoriale in cui siamo immersi. Se con la macchina del tempo riuscissimo a trasportare nel passato queste stesse persone e a permettere loro di compiere il proprio cammino di crescita umana non in questi ultimi decenni, ma ben prima, ecco che pochissimi di loro avrebbero ad esempio scelto la convivenza o avrebbero inteso il matrimonio in chiesa come un grazioso complemento alle loro nozze o avrebbero disertato le messe domenicali e i confessionali.

Avrebbero agito come Dio e la Chiesa comandano perché, in contesti ben più cristiani di quelli odierni, sarebbe parso loro una scelta chiaramente e ovviamente buona. Come oggi costoro non si questionano molto sulla bontà del divorzio per i matrimoni falliti e della convivenza per verificare la validità della vita a due, così ieri – anzi: l’altro ieri – queste stesse persone non si sarebbero di certo interrogate sulla irragionevolezza del divorzio e della convivenza. È il brodo culturale in cui sono stati immersi ad averli inconsapevolmente infettati, ad averli orientati in modo impercettibile e acritico verso scelte che loro stessi – fossero vissuti mezza generazione prima – non avrebbero mai compiuto. Dunque il grado di responsabilità di queste persone, umanamente ricche, sì esiste, ma forse in grado infimo, proprio a motivo dell’influenza fortissima che la cultura esercita su tutti noi.

Anche per questo ultimo motivo possiamo poi dire che tutti noi siamo cattolici in pectore Dei. Nessuno si senta a posto, arrivato, compiuto solo perché ha le idee chiare sulla comunione ai divorziati risposati e sul suicidio assistito. L’aria mefitica che respirano i nostri fratelli che spesso, senza carità, guardiamo con commiserazione o scandalizzati è la stessa che respiriamo noi. Quindi nessuno si senta al sicuro, già salvato. Ricorriamo spesso ai sacramenti, alla preghiera, alle opere di carità, al Magistero di sempre, allo studio, alla vigilanza, le uniche mascherine che ci permettono di filtrare le impurità presenti in questa nostra atmosfera che si chiama cultura.

 

(Fonte: Tommaso Scandroglio, LNBQ, 7 giugno 2021

https://www.lanuovabq.it/it/il-cattolico-ombra-vittima-della-cultura-che-respiriamo

 

giovedì 6 maggio 2021

Malascienza. L’impostura di Lucifero

 


L’ultimo libro di Emilio Biagini, ex accademico che conosciamo per la sua trilogia "Il prato alto" sulla storia dell’Austria a partire dal Pleistocene. Ora punta il dito contro la "Malascienza. L’impostura di Lucifero". E gli impostori dello Scientismo: parti delle scienze naturali sono esposte a pesanti condizionamenti di lobbies che mirano a dirigere il mondo secondo i loro piani

 

«Avevano cominciato col dire che l’universo è eterno, in modo da poter fare a meno del Creatore. Avevano cominciato col dire, e insistono pure, che l’evoluzione darwiniana è provata al di là di ogni dubbio. Avevano cominciato col dire che l’ambiente è delicato e in pericolo per colpa dell’uomo, e continuano a dirlo. Avevano cominciato col dire, e dicono ancora, che sulla Terra siamo troppi...».

Inizia così l’ultimo libro di Emilio Biagini, ex accademico che conosciamo per la sua trilogia  Il prato alto sulla storia dell’Austria a partire dal pleistocene. Ora punta il dito contro la Malascienza. L’impostura di Lucifero (Solfanelli, pp. 568, €. 32). E gli impostori dello Scientismo: «Non chiamateli atei: tutti hanno un “dio” da adorare. Infatti idolatrano se stessi, la natura, gli animali, i propri vizi, il diavolo, il “grande architetto”; tutto idolatrano, tutto adorano, eccetto Dio». Costoro «invocano quello che chiamano “la scienza”, credendo di poter dimostrare che la Parola di Dio è “sbagliata”, e loro, invece, “sanno”». Ma attenzione: «Tale è la loro fragilità che una sola Ave Maria (detta liberamente e senza obbligare nessuno) in un’austera (si fa per dire) aula universitaria, basta a scatenare reazioni scomposte, travasi di bile, interrogazioni parlamentari e striscianti scuse del “magnifico” (si fa per dire) rettore».

La loro guerra parte da lontano, lontanissimo. «Dai loro frutti li riconoscerete», dice il Vangelo. Ma a loro non interessa; sgonfiato un mito eccone un altro. «Ecco le blaterazioni della scuola di Francoforte, che, in previsione del fallimento marxista, propugnò l’estensione della lotta di classe ad ogni possibile relazione: “vietato vietare”, femminismo, gender, terzomondismo, indigenismo, ambientalismo, animalismo, veganesimo, piantismo». Razzismo, new entry. Poi, per sicurezza, «berciarono: “Tutto è relativo! Tutto è relativo!” Chi altro poteva riuscire se non loro? Se le loro ardite elucubrazioni avevano fallito, significava che nessuno era in grado di “riuscire”». Il comune denominatore? «L’odio verso tutto ciò che è ordinato, naturale, normale. Vietato usare la stessa parola “normale”, perché sarebbe “discriminatoria”». Ma è il solo denominatore, perché neanche tra loro si amano.

«La doppia elica del Dna fu dimostrata per la prima volta mediante diffrattografia ai raggi X dall’ebrea inglese Rosalind Franklin, morta di cancro nel 1958, a trentotto anni, per eccessiva esposizione ai raggi X stessi, ma il merito della scoperta toccò invece a James Watson e Francis Crick, che avevano visto la foto ai raggi X della struttura ad elica ottenuta dalla Franklin e presentarono l’idea, ottenendo il Nobel per la medicina nel 1962». Ma sono tutti così? No: «La forzatura dei dati scientifici è praticamente impossibile nelle scienze esatte, in matematica, in fisica, in chimica, ma parti delle scienze naturali sono esposte a pesanti condizionamenti di lobbies che mirano a dirigere il mondo secondo i loro piani, ed è più difficile smascherare le frodi: casi classici sono l’evoluzionismo darwiniano e l’ambientalismo. Le cosiddette “scienze umane”, poi, sono l’arena dove si contorcono idre a dieci teste d’ogni forma e colore». E poi, «un odio isterico, ossessivo, livido, maniacale, contro la Chiesa». Piccoli uomini, «gli scientisti lanciano vibranti esaltazioni del metodo scientifico, in difesa della “dignità della scienza”, cioè la loro dignità, i loro seggioloni, i loro stipendi, i loro viaggi a spese dei contribuenti». Ogni tanto qualcuno cade e viene divorato dagli altri Uruk-hai, ma subito ricominciano con l’inseguimento agli Hobbit.

 

(Fonte: Rino Camilleri, LNBQ, 3 maggio 2021)

Malascienza. L’impostura di Lucifero - La Nuova Bussola Quotidiana (lanuovabq.it)

 

 

lunedì 3 maggio 2021

Povera Italia!


 Non è grave che un cantante di canzonette si creda in grado di pontificare su tutto. È grave che ci sia chi lo considera un interlocutore. Stiamo davvero grattando il fondo…


 Come sarebbe bello se ognuno facesse, possibilmente bene, il proprio mestiere. Invece in questi giorni ci siamo dovuti sorbire l’ennesima commediola da Paese allo sfascio.

Un signore che si fa chiamare Fedez, che si occupa di canzonette – con le quali ha fatto un sacco di soldi – ricoperto di tatuaggi da far invidia a molte tribù primitive, non da oggi è convinto di essere anche un “opinionista”, una sorta di guida di pensiero.

Quando si fanno i milioni si può essere ciò che si vuole, soprattutto se si è perfettamente integrati nel Sistema. Del resto, se non si è integrati, è assai difficile fare i milioni.

Lo stesso Fedez, se non sbaglio, qualche tempo fa si era esibito anche nel dare pareri di tipo teologico. Adesso, a riprova di quanto sia un disciplinato ingranaggio del sistema, si occupa anche di difendere a spada tratta il ddl Zan, quello che vuole fare degli aderenti LGBT una categoria superiore, degna di tutela particolare e assolutamente incriticabile.

Questo tatuatissimo opinionista ha le basi culturali, giuridiche e filosofiche, per affrontare l’argomento? Che domanda sciocca! Ormai le opinioni le danno quelle che una volta si chiamavano “soubrette” (oggi non so come si chiamino), i cantanti, magari anche i calciatori. La necessità di capire qualcosa delle cose di cui si parla è stata ampiamente superata. Forse era un retaggio di bieco fascismo.

Questo signore tatuato ha fatto non so che polemica con la Rai che, pagandolo per fare uno spettacolo, pretendeva di dargli delle indicazioni circa il fatto di non straparlare troppo.

Il signore tatuato – e qui siamo davvero al surreale – ha rivendicato la sua libertà “di artista”. “Artista”, si noti bene. Che nostalgia di un Edoardo Bennato che cantava “Sono solo canzonette”. Boh!

E poi leggo che un altro signore, questo senza tatuaggi, anzi, lui è profondo, pensoso e molto molto colto, di nome Enrico Letta, che è tornato precipitosamente da Parigi per salvare l’Italia, assumendo la segreteria del PD e spiegandoci che senza lo “ius soli” saremo rovinati, questo signore senza tatuaggi, dicevamo, ha assunto d’ufficio la difesa del tatuato e ha espresso addirittura “gratitudine” al signor Fedez (quello tatuato). Seguono poi le prese di posizione di altri giganti del pensiero politico, da Di Maio, a Conte, eccetera.

Mamma mia, ma a che livello siamo scesi?

Un canzonettista che pontifica, dei “politici” (si fa per dire), che pretendono di guidare il Paese e si mettono a discutere con il canzonettista.

E se ognuno tornasse a fare il proprio mestiere – ammesso che ne abbia uno – non sarebbe meglio?

 

PS: ho letto che il signore Fedez ha donato molti quattrini per la cosiddetta “emergenza covid”. È stato generoso e ciò va a suo onore, comunque il fatto in sé stesso non vuol dire niente. Nei ruggenti anni del proibizionismo, uno dei più generosi benefattori, sempre pronto a fare ingenti donazioni a orfanotrofi, ospedali e strutture di assistenza era un certo signor Alphonse Gabriel “Al” Capone, detto Scarface. Interessante, vero?

 

(Fonte: Michele Majno, Il nuovo Arengario, 2 maggio 2021)

Povera Italia – Il Nuovo Arengario

 

venerdì 16 aprile 2021

PRETI SENZA TONACA: Per due come noi

 


Non sono certo nella condizione di insegnare a un prete a fare il prete, ma posso insegnare qualche cosa a un prete che vorrebbe fare il marito. Ad esempio ascoltarsi la canzone di Brunori Sas Per due come noi, che tra l'altro è uno dei pochissimi recenti capolavori della canzone italiana perché fissa nel granito non l'amore a 20 anni - troppo facile -, ma quello dopo 20 anni, ma questi sono problemi miei. 

Nel ritornello dice: "Non confondere l'amore e l'innamoramento che oramai non è più tempo". Don Riccardo Ceccobelli è l'ultimo della schiatta dei sacerdoti che lasciano la tonaca utilizzando un'intervista in esclusiva al Corriere come pretesto per insegnare ai cattolici che è la Chiesa a dover rivedere le sue dure regole sul celibato e non semmai loro a doversi interrogare sul loro strappo.

A lui, con tutto il rispetto umano, ma anche la franchezza del battezzato dico che dalla sua intervista traspare proprio una immaturità di fondo. E lo dico da padre e marito quale indegnamente sono, sapendo di attirarmi le prediche delle prefiche che «l'amore è amore» e quegli altri che «quando c'è l'amore c'è tutto» (e no, direbbe, Troisi, quella era la salute). Ma anche quelli che «chi sei tu per giudicare». 

Liberissimo di appendere la tonaca al chiodo e di portare in tribunale i libri contabili della parrocchia, se tutto resta nella riservatezza della propria storia. Ma quando si lascia la tonaca per una donna (per una donna, non per amore, per una donna), guarda caso la notizia viene sempre sbandierata sui giornali come se si avvertisse la necessità di continuare a fare la predica al popolo di Dio e spiegargli quanto sia imbecille a non capire e a non accettare. Ecco, in questi casi, e questo è il caso, sento puzza. E allora, esprimere una critica è possibile. 

Non giudico ovviamente lei, Dio me ne scampi, ma giudico la facilità con la quale, a 42 anni - appena un anno in meno di me - attraverso il più diffuso quotidiano d'Italia cerca di spacciare l'abolizione del celibato come battaglia di bandiera, quando altro non è che una sconfitta personale portata avanti con l'immaturità dei sentimenti che si annidano nella mentalità del mondo che ormai è penetrata dentro la Chiesa fino a riplasmarla. 

Un'immaturità di sentimenti, reverendo, perché nell'intervista lei parla di «emozioni», di «benessere al telefono», di «uscite mano nella mano da fidanzati» non ancora fatte, di futuri emozionanti «pranzi dai genitori». Ma amare non sono le farfalline nello stomaco. Amare è la ragione che confina il cuore nel suo recinto pulsante per un bene più grande. Una ragione che si fa programma di vita, vocazione, che si costruisce passo dopo passo nella conoscenza, nel sacrificio e nel rispetto reciproco. E che trova nell'altro non un salto nel buio, non solo un volto, ma il Volto, il cui sguardo da sostenere è difficile perché rimanda ogni volta allo sguardo di Chi per noi si è fatto carne e poi vittima. 

Questo è l'amore: un costante e eterno sguardo nell'Altro, che cresce nella fatica e nella consapevolezza che «i due saranno una sola carne» che a me fa sempre tanta tenerezza e spavento e ricorda, appunto, quel «perché ci vuole passione/dopo vent'anni a dirsi ancora di sì/e stai tranquilla sono sempre qui» della canzone di prima.

Sicuramente il suo vescovo avrà vagliato con saggezza tutte le strade, però, don Riccardo, parliamoci chiaro: le auguro di trovare davvero la sua strada, che può essere quella del matrimonio o anche del ritorno alla vita consacrata, ma solo dopo aver chiarito dentro di sé, e non a un cronista, che l'amore che cerchiamo per noi è sempre riflesso dell'Amore di Cristo. Questo dalla sua intervista non traspare, anzi traspare molto egoismo dei sentimenti e credo sia una mancanza che prima o poi dovrà interrogarla. 

Un'ultima cosa: se dovesse scegliere la via a due, però, sappia che dovrà rinunciare alle prediche, perché quelle saranno prerogativa della sua dolce metà.

 

(Fonte: Andrea Zambrano, LNBQ – Fuori Schema, 14 aprile 2021)

 https://lanuovabq.it/it/per-due-come-noi

 

 

giovedì 18 marzo 2021

Cuccagna farmaceutica: l’Ema, agenzia europea che autorizza la vendita delle medicine, è finanziata all’84% da Big Pharma


Il professor Silvio Garattini, 90 anni, fondatore dell’Istituto Mario Negri, sostiene da tempo che «la metà dei farmaci è inutile, una pillola su due è inutile». Il motivo? «Di uno stesso principio attivo, esistono sul mercato decine di prodotti farmaceutici, che di diverso hanno solo l’etichetta. Tutto questo non serve per curare i malati, bensì per gonfiare i profitti delle aziende farmaceutiche». Un esempio? Una ricerca scientifica pubblicata dal British Medical Journal ha appurato che il 65% dei farmaci oncologici, solitamente tra i più costosi, non sono stati introdotti a beneficio dei malati, bensì per quello dei bilanci di Big Pharma. Ma chi controllo questo mercato?

In Italia, l’Aifa (Agenzia italiana del farmaco) ha il compito di stabilire il prezzo delle medicine che le aziende farmaceutiche vendono al Servizio sanitario nazionale. Un prezzo segreto, tale per una clausola imposta da Big Pharma agli Stati europei, così da rendere impossibile l’unificazione del prezzo dello stesso medicinale perfino nei paesi con la stessa moneta, l’euro (vedi ItaliaOggi di ieri). Al di sopra dell’Aifa, con un potere maggiore, c’è l’Ema, l’Agenzia europea per le medicine, trasferita da Londra ad Amsterdam dopo la Brexit: il suo compito è di autorizzare, o vietare, l’immissione sul mercato europeo di ogni singolo farmaco. Dunque, un potere decisivo enorme.

Purtroppo, si tratta di un potere circondato da ombre e sospetti inquietanti. Basti sapere che il budget 2020 dell’Ema, su un totale di 358 milioni di euro, è coperto per 307 milioni (84%) da contributi delle case farmaceutiche e appena per 51 milioni da fondi dell’Unione europea. Dati scovati e pubblicati da Mario Giordano nel suo bel libro (Sciacalli, virus, salute e soldi; Mondadori). Numeri che dimostrano come, nel settore farmaceutico Ue, il controllato (Big Pharma) controlli di fatto il controllore (Ema), e ne influenzi ogni singola decisione sui farmaci da immettere sul mercato europeo.

Grazie ai milioni versati, infatti, Big Pharma ha il privilegio di partecipare alle riunioni dell’Ema tramite un proprio avvocato. Per legge, le valutazioni dell’Ema su un nuovo farmaco devono basarsi su tre parametri: sicurezza, efficacia, qualità. Il che è il minimo. Ma se un farmaco è il doppione di un altro precedente, è davvero necessario? Ebbene, questa domanda è inutile porla durante le riunioni dell’Ema. «Io ci ho provato», ha raccontato a Giordano un ex membro dell’Ema. «Alzavo la mano e chiedevo: siamo sicuri che questo nuovo farmaco sia necessario? Aggiunge qualcosa di nuovo? Cura meglio degli altri? Ogni volta l’avvocato delle aziende farmaceutiche, sempre presente alle sedute, mi bloccava: la legge non prevede questa valutazione». E ovviamente l’aveva vinta.

Non è dunque un caso se in venti anni l’Ema ha autorizzato 975 nuovi farmaci, mentre quelli bocciati ogni anno si contano sulle dita di una mano (cinque nel 2018). Con 36 amministratori e 890 dipendenti, l’Ema è un carrozzone europeo che ha fatto discutere più volte, soprattutto per la scarsa trasparenza. Nel 2018, causa Brexit, la sua sede è stata trasferita ad Amsterdam, che ebbe la meglio su Milano solo grazie a un sorteggio di cui, stranamente, furono smarriti i documenti. Ma qualche mese dopo, grazie a ItaliaOggi e a un mio articolo basato sulle e-mail di alcuni dipendenti Ema, si scoprì che Amsterdam aveva bluffato, in quanto non disponeva di una sede adeguata, mentre Milano aveva il Pirellone già pronto.

Ripensamenti? Contropiede del governo italiano? Zero. Così il comune di Amsterdam, con la connivenza dei burocrati di Bruxelles, ha avuto tutto il tempo per costruire una sede nuova di zecca in periferia, dove l’Ema si è trasferita con calma, ma a caro prezzo. L’Alta corte di giustizia inglese ha infatti condannato l’Agenzia Ue del farmaco a pagare fino al 2039 l’affitto che aveva stipulato per la sede di Londra con un primario gruppo immobiliare, il quale non ha voluto saperne di rescindere il contratto di leasing. E la stampa inglese ha quantificato il costo totale della sentenza per l’Ema tra 470 e 574 milioni di euro, somma di gran lunga superiore al suo budget annuale.

Per questo sarà davvero interessante scoprire, tra qualche tempo, da quale tasca usciranno i milioni per fare fronte alla condanna: se ne farà carico il bilancio Ue 2021-27, tuttora in discussione, oppure le aziende di Big Pharma, in cambio dei soliti favori? Mario Giordano ha calcolato che le prime dieci aziende farmaceutiche nel mondo fatturano 408 miliardi di euro l’anno, tre volte il prodotto interno dell’Ungheria, 250 volte il pil del Gambia. La risposta su chi pagherà, potete scommettere, verrà di conseguenza. Il che non toglie che la cuccagna farmaceutica europea continui a essere un problema politico molto serio, dove Big Pharma conta più degli Stati sovrani e della stessa Ue, così che i suoi profitti contano più della tutela della salute dei cittadini europei: questione resa ancora più urgente dalla pandemia Covid-19, ma ignorata colpevolmente da governi e giornaloni in tutta l’Unione europea.

 

(Fonte: Tino Oldani, Italia oggi, 4 settembre 2020)

Cuccagna farmaceutica: l'Ema, agenzia europea che autorizza la vendita delle medicine, è finanziata all'84% da Big Pharma - ItaliaOggi.it

 

 

mercoledì 10 marzo 2021

Il caso Bose rivela l'ambiguità di Roma

Tra Enzo Bianchi da una parte e il suo successore a Bose e il Papa dall'altra, si è aperto un contenzioso senza esclusione di colpi. Ma a lasciare sconcertati è che nulla si sappia dei fatti all'origine del provvedimento vaticano. Come è già accaduto in tante altre occasioni durante questo pontificato.

 La dura battaglia che oppone il fondatore della Comunità di Bose Enzo Bianchi al suo successore Luciano Manicardi è l’ennesima dimostrazione della distanza che esiste in questo pontificato tra la retorica della trasparenza e della giustizia e la realtà fatta di opacità e arbitrio. Così Enzo Bianchi è l’ennesimo caso di personaggio che passa dalle stelle alle stalle, dalla manica di papa Francesco al pubblico ludibrio, in un batter d’occhio e senza che venga mai spiegato il perché.

La vicenda è nota: dopo le dimissioni da priore della comunità di Bose (diocesi di Biella) e la elezione del successore Luciano Manicardi nel gennaio 2017, sono ben presto circolate voci sulle difficoltà di rapporti tra vecchio e nuovo corso nella singolare comunità monastica, che rappresenta un esperimento ecumenico ed è composta sia da uomini che da donne. Il conflitto è venuto allo scoperto con la visita apostolica inviata dalla Santa Sede nel dicembre 2019 e poi con il decreto del 13 maggio 2020 con cui il segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin – con approvazione del Papa -, intimava a Enzo Bianchi di allontanarsi definitivamente da Bose.
Successivamente identificata in una casa in Toscana di proprietà della comunità di Bose la destinazione di Bianchi, la situazione è però rimasta in stallo e Enzo Bianchi non si è mai mosso dall’eremo nel terreno della comunità di Bose dove già risiedeva.

La situazione è poi esplosa nei giorni scorsi quando prima il Papa è intervenuto direttamente nella vicenda confermando, alla vigilia della partenza per l’Iraq, il decreto del maggio 2020. E poi con il comunicato di Enzo Bianchi del 5 marzo in cui racconta la sua verità accusando il suo successore di non aver rispettato gli accordi raggiunti con la segreteria di Stato vaticana riguardo alle condizioni del suo trasferimento; e in pratica di volerlo buttare in mezzo alla strada impedendogli anche la vita monastica lontano da Bose.

I toni, da una parte e dall’altra sono molto duri, e costituiscono certamente un ottimo spunto di riflessione sul significato della fraternità (altro concetto tanto predicato a parole quanto disatteso nei fatti), ma non è principalmente questo il motivo per cui ci interessiamo alla “guerra di Bose”. È anche noto che siamo stati sempre molto critici verso questa esperienza monastica e in particolare nei confronti di Enzo Bianchi che tanti danni, con la sua predicazione eterodossa e il suo potere mediatico, ha provocato nella Chiesa italiana e non solo. Non è quindi la simpatia nei suoi confronti o nei confronti dell’esperienza di Bose che ci muove ad interesse.

Quello che invece ci colpisce è la rapidità con cui è passato da favorito del Papa a reprobo. Ricordiamo le tante occasioni in cui è stato ricevuto da papa Francesco, i cui gesti pubblici sottolineavano la grande stima per Enzo Bianchi. Nominato consultore del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani già nel 2014, fino almeno al giugno 2017 è stato indicato come possibile nuovo cardinale ad ogni avvicinarsi di Concistoro; poi, ancora nel 2018 è stato nominato dal Papa uditore dell’Assemblea generale del Sinodo dei vescovi sui giovani. Quindi l’improvvisa caduta in disgrazia e l’invio della visita apostolica con tutto quel che ne segue.

Che tutto sia riconducibile al dissidio circa l’esercizio dell’autorità nella comunità di Bose – come dicono i comunicati ufficiali – è francamente poco credibile. La durezza delle sanzioni contro colui che è il fondatore della comunità si possono spiegare soltanto con accuse molto gravi. La mancanza di trasparenza legittima ovviamente qualsiasi tipo di speculazione sulle vere ragioni, cosa che non è giusta nei confronti né della comunità cristiana, che ne è scandalizzata, né di Enzo Bianchi, che non ha la possibilità di difendersi. Se cose gravi sono state commesse è giusto che si apra un processo canonico, come tante volte è stato detto a parole.

Ha giustamente notato il vaticanista Sandro Magister, che a inquietare è il ricorso al “decreto singolare” approvato dal Papa “in forma specifica”, ovvero uno strumento canonico per comminare una pena in modo definitivo e inappellabile. Strumento che con questo pontificato sta diventando una consuetudine, aprendo a una forma di esercizio arbitrario del potere.

Del resto le carriere fulminanti e le altrettanto rapide cadute in disgrazia, tipiche delle rivoluzioni e dei regimi, sono una caratteristica consolidata anche di questo pontificato. I casi dei cardinali Theodore McCarrick e Angelo Becciu sono i più clamorosi: puniti pubblicamente senza che si sia mai arrivati a una verità stabilita davanti a una regolare corte o commissione. In questo modo però rimangono nell’oscurità il sistema e le reti di complicità che hanno portato i singoli ad essere protagonisti di abusi sessuali o di episodi di corruzione.

Un uso così personalistico e arbitrario della giustizia fa nascere il sospetto che si voglia sacrificare una persona – garantendosi così anche gli applausi del popolo a cui è consegnato il colpevole – per salvare il sistema e continuare ad andare avanti come solito. Se si vuole essere davvero credibili nella lotta agli abusi e alla corruzione, ci vuole ben altra trasparenza. Cominciare con Bose non sarebbe male.

 

(Fonte: Riccardo Cascioli, LNBQ, 10 marzo 2021)

https://lanuovabq.it/it/il-caso-bose-rivela-lambiguita-di-roma

  

Dopo Sanremo: Il "Nulla" esibito come cultura

Di fronte al dolore, alla sofferenza, alle difficoltà che milioni di italiani vivono da un anno è scandaloso che la Rai, con i nostri soldi, con cinica parodia disprezzi ciò che, ancora per molti, è un’ancora di salvezza, di speranza, di certezza reale: la Fede!

 Siamo e viviamo certamente in un momento storico sociale abbastanza tragico, portato alle estreme conseguenze da una vita spogliata dalla sua “essenzialità” costituita dal nostro stesso essere corpo e spirito … che piaccia o no!

Il terrorismo psicologico legato al Covid che in questi ultimi mesi ha bombardato le nostre menti e inciso nella nostra vita ha fatto sprofondare nel baratro le nostre esistenze!

Famiglie e persone fragili in contatto continuo con la malattia all’interno della propria casa. Quando poi i propri cari vengono portati in ospedale è tragico assistere al varco di “quella porta” che si chiude a chiave alle loro spalle; testimonianza verace della solitudine a cui gli stessi sono destinati.

Tutto è super limitato: incontri familiari, contatti con gli amici di sempre ecc., senza poi dimenticare i medici e gli infermieri presenti nella struttura che, scafandrati come chi va su Marte di cui non scorgi nemmeno il sorriso sulle loro labbra, sono a loro volta chiusi dentro in quello spazio ospedaliero dove devono riuscire a mostrarsi vicini ai malati ma allo stesso tempo “proteggersi” da loro …

E le famiglie, in perenne angoscia nella lotta per non lasciarsi avvolgere da questa nebulosa “nera” – che è la malattia – che con forte intensità spinge tutti non solo nel vuoto fisico e materiale ma in quello più tremendo del vuoto spirituale e morale (le stesse funzioni religiose sono vergognosamente e strettamente condizionate dal numero dei partecipanti dove anche poche persone in esubero vengono allontanate) nonostante la Chiesa  - come struttura e presenza Eucaristica –  rappresenti l’unico luogo di conforto e di alimento spirituale oltre che di forza!

Di fronte a tutto questo diffuso malessere fisico, morale e spirituale la Televisione di Stato cosa fa?

Certo, al primo posto ci sta l’audience e non le fatiche e sofferenze quotidiane delle famiglie! Avevamo qualche dubbio? Coi maniaci della TV sempre pronti a schiacciare il ditino su qualche tasto del telecomando

CHE VERGOGNA!

Perché ciò che accade in TV è pagato anche da questi “lottatori quotidiani” che ogni giorno faticano semplicemente anche solo per “esistere”
E la televisione di stato che fa? Con cinica parodia disprezza ciò che, ancora per molti, è un’ancora di salvezza, di speranza, di certezza reale: la Fede!

E questi sono tutti “miti” falsi, “idoli” cresciuti con la presunzione che la persona sia in grado di autodeterminarsi ogni orizzonte… che abbia diritto a tutto… dove i valori “veri” sono costantemente esposti ad attacchi e dileggiamenti.
Il risultato è l’emarginazione totale della nostra vita dalla evangelica Pietra angolare scartata dalla nostra società; emarginazione, questa, che rischia di travolgere tutti ma soprattutto i giovani fragili con pensieri liquidi e purtroppo, molto spesso, la stupidità e le modalità di vita proposte assumono il valore di “mète allettanti” e portatrici di soddisfazioni piacevoli e immediate ma che - in realtà - nascondono ed offuscano il reale senso delle cose

“Filosofia del nulla, del vuoto assoluto” che si sta espandendo con una velocità e rapidità straordinaria influendo senza nessun ostacolo serio sulle nostre leggi, istituzioni e strutture sociali, promettendo una sorta di “ragione superiore” attraverso un modo di vivere la propria libertà individuale priva di ogni senso del limite.

Forse, mai come oggi, occorre uno svezzamento; anzi: uno svezzamento d'urto. Fornendo proposte diametralmente opposte rispetto a quelle oggi propinate, che permettano ai giovani di costruirsi un nuovo concetto di sé e una nuova identità meno effimera e più coerente con la realtà.

Non pensiate che la mia opinione sia un atto ostile all’attuale realtà.  No… No… No… anzi, vi stupirete: il mio è un gesto di affetto e di solidarietà (naturalmente e soprattutto, per i nostri giovani!).
Infatti Maslow, studioso di psicologia umanistica, descrive le reazioni di opposizione a modalità esistenziali sbagliate così: “La cosa migliore da farsi è affrontarle (le modalità sbagliate), non insinuarsi o mostrarsi delicati, o cercare di aggirarle da dietro! Bisogna mirare direttamente al centro delle cose. Sembra possibile che questa onestà (intellettuale) brutale piuttosto che essere un insulto, indichi una specie di rispetto!”

Tale modalità è un principio fondamentale della nostra concezione terapeutica all’interno della Comunità Shalom.

È così, cari amici, che lo scompenso sociale di cui ci alimentiamo abbondantemente ogni giorno crea sempre più, nei soggetti dalla personalità fragile, emulazione e imitazione. Il tutto, poi, impostato unicamente sull’immagine esteriore, sulla ricchezza e sul successo immediato ad ogni costo …
E ci stupiamo se il malessere permea tutti gli spazi sociali e morali dell’esistenza umana?

SVEGLIA! SVEGLIA! SVEGLIA!

Certo, il mio è un “Osservatorio” particolare essendo quotidianamente impegnata con persone che, nelle loro relazioni sociali e interpersonali pre-comunità manifestavano gravi comportamenti percepiti talvolta come una minaccia, sia all’interno della famiglia che della società.
È da questo “Osservatorio” anomalo che assisto basita e convengo come i “nostri ragazzi” non siano evidentemente la parte peggiore della società’

È sconfortante assistere al degrado del nostro patrimonio spirituale, morale e sociale.
E quelli che ci dovrebbero rappresentare dove sono? Cosa fanno?
Con questo andazzo abbiamo rotto e devastato la parte migliore dell’uomo e dei nostri giovani: la coscienza.
E la storia del male, della fatuità e della vacuità è così identificata con la nostra vita, soprattutto quella proposta dai social, da non renderli più riconoscibili!

È incredibile. Il Nulla venduto come qualcosa di "Artisticamente pensante"
Per fortuna nostra la quantità degli italiani che hanno abboccato a questo pseudo ritratto del bello, sono pochi rispetto alla popolazione… Nonostante l’affannarsi dei dirigenti della Rai a valorizzare l’evento ...

Un nostro volontario mi ha mostrato sul web il video dei signori Fiorello e Achille Lauro in una performance che ritengo mediocre oltre che offensiva alla sensibilità di chi, come me, vive la fede e la ritiene estremamente fondamentale ed importante nelle scelte della propria vita.

Che dire, poi, di chi ha vinto il Festival di San Remo? Evidente dimostrazione dell’eutanasia artistica così sommessamente diffusa oggigiorno…!
L’arte italiana è così bella e conosciuta in tutto il mondo con il suo ricco patrimonio di musiche e canzoni che raccontano non solo l’anima del nostro popolo ma la sua profondità… e il suo “volare” alto!

Mai furono così mal spesi i nostri soldi del canone Rai guadagnati con tanta fatica.
I nostri vecchi dicono che “il Signore lascia fare ma non strafare” e per questo confido che prima o poi un piccolo sassolino rompa il "Gigante dai piedi d'argilla", come dice la Bibbia.

Prima o poi, questo accadrà!

 

(Fonte: Rosalina Ravasio, LNBQ, 8 marzo 2021)

https://lanuovabq.it/it/il-nulla-esibito-come-cultura

 

venerdì 26 febbraio 2021

Il vergognoso linciaggio mediatico di una preside di liceo a Roma



La ramanzina sul rispetto delle regole è un sottofondo che ci accompagna dall’inizio della pandemia. È così che l’innata esuberanza dei giovani, ogni qual volta è trascesa in episodi come le risse su appuntamento, è stata prontamente stigmatizzata da giornali e opinionisti vari. Tuttavia, quando la riluttanza alle norme riguarda determinati temi, molti di quegli stessi moralisti si trasformano in libertari. Proverbiale in tal senso la scia di polemiche seguita a quanto successo nei giorni scorsi al liceo romano “Giulio Cesare”.

 Il fatto

Dal 9 febbraio si è tenuta la «Settimana dello studente», esperienza didattica alternativa che ha visto gli alunni organizzare dibattiti sui temi più disparati. Non va confusa con l’occupazione: si tratta di incontri in orario scolastico, la cui approvazione deve prima passare per la dirigenza e per il Collegio docenti. Durante uno dei colloqui preliminari con i ragazzi, la preside, la prof.ssa Paola Senesi, ha posto «alcune perplessità» su titoli e contenuti di tre proposte e ha invitato i proponenti a «riformularle». I dubbi riguardavano un incontro sull’aborto affidato alla ginecologa Silvia Agatone, uno sull’identità di genere affidato allo psichiatra Stefano Corvino e infine un corso sulla questione balcanica con lo storico Davide Conti. Sia quest’ultimo, troppo simile nel tema a un’altra proposta inerente al Giorno del Ricordo, che gli altri due sono stati espunti dagli stessi studenti nell’ultima versione del programma.

La difesa della preside

Sembrava allora che la questione si fosse chiusa. E invece, dopo pochi giorni di quiete, è sopraggiunta una tempesta mediatica che ha tentato di travolgere la preside, la quale si è ritrovata addosso l’etichetta di oscurantista e censoria. Particolarmente solerte è apparsa la Repubblica, che ha dedicato alla vicenda diversi articoli. La prof.ssa Senesi, che ha alle spalle un curriculum robusto, dopo una fase iniziale di sorpresa non s’è persa d’animo e ha impugnato carta e penna per spiegare la propria versione dei fatti.

Riguardo alla proposta di parlare di aborto, la preside aveva rilevato che «non dovesse concentrarsi solo su una dimensione socio-sanitaria, ma dovesse acquisire una maggiore rilevanza comprendendo anche altri aspetti essenziali della tematica, del resto principi fondanti della legge 194». Quanto invece il corso gender, la prof.ssa Senesi ha spiegato di aver assunto le sue prerogative di responsabilità rimandando alla Nota del ministero dell’Istruzione n. 1972 del 15 settembre 2015. E cosa dice questo documento? Che «tra i diritti e i doveri e le conoscenza da trasmettere non rientrano in nessun modo né “ideologie gender” né l’insegnamento di pratiche estranee al mondo educativo».

La solidarietà

Ma spiegare di aver osservato le leggi dello Stato non l’ha messa al riparo dall’eco mediatica. Nei giorni scorsi la Repubblica ha ospitato una lettera con la quale alcuni docenti del “Giulio Cesare” (40, secondo quanto si legge nel sottotitolo) si dissociano dalla posizione della preside. Gli stessi hanno ricevuto il sostegno della Flc Cgil. Si registra inoltre una presa di posizione contro la preside di alcuni rappresentanti istituzionali locali. A fare da contraltare la solidarietà alla prof.ssa Senesi espressa dall’associazionismo familiare (Scienza & Vitail prof. Massimo GandolfiniArticolo 26 e Pro Vita & Famiglia) e da esponenti politici quali Paola Binetti, Paola Frassinetti, Carmela Bucalo, Isabella Rauti, Lucio Malan, Enrico Aimi, Maurizio Gasparri e Simone Pillon (questi tre hanno presentato due interrogazioni parlamentari sul tema). Inoltre, la dirigente del “Giulio Cesare” ha ricevuto l’appoggio di decine di genitori che hanno rivendicato il rispetto del «consenso informato» quando si trattano argomenti sensibili.

 La versione degli studenti

Sono inoltre usciti due comunicati: uno dei rappresentanti degli studenti che sposerebbe sostanzialmente la versione dei fatti della preside e uno della lista Factotum, un cui rappresentante è eletto tra i quattro del Comitato studentesco. «Intendiamo […] condividere con voi il nostro sdegno in merito alle strumentalizzazioni politiche e giornalistiche alle quali abbiamo assistito negli ultimi giorni», scrivono gli studenti di Factotum. Che aggiungono: «Ci impegneremo personalmente ad organizzare corsi su temi etici e sociali, invitando sempre le due controparti per fare in modo di informare gli studenti in maniera oggettiva, come abbiamo sempre fatto». Ma, come lascerebbe supporre qualche articolo, gli insegnanti si sono schierati contro la preside? Per rispondere è d’uopo segnalare che mercoledì 17 febbraio si è tenuto il Collegio dei docenti, dove la versione dei fatti della preside è stata votata a larga maggioranza. Chissà se questo episodio scriverà la parola fine.

 

lunedì 25 gennaio 2021

«Censura» per Sgreccia? «Ecco perché è sempre più attuale. E laico»

Perché le polemiche sul celebre Manuale del padre della bioetica cattolica? Cosa si impara oggi nelle sue pagine? E qual è il vero messaggio del cardinale scomparso nel 2019?

 Non sarà certo una sgradevole polemica mediatica a ridimensionare la statura del cardinale Elio Sgreccia e il valore del suo Manuale di bioetica, denso di verità sull’uomo e, dunque, inevitabilmente contestato proprio per la sua chiarezza. Monsignor Andrea Manto è presidente della Fondazione «Ut Vitam Habeant» che lo stesso Sgreccia volle istituire e che custodisce la sua eredità. Oggi, semmai, più attuale di prima.


Qual è il principale lascito intellettuale del cardinale Sgreccia sulla bioetica?
Gli enormi sviluppi delle scienze biomediche pongono sfide etiche e chiedono una visione antropologica capace di reggere il confronto. Sgreccia è stato il primo studioso cattolico che con un metodo rigoroso ha coniugato le evidenze scientifiche della medicina e il pensiero filosofico-teologico cristiano. A lui si deve l’idea del personalismo ontologicamente fondato, di derivazione tomista, che afferma il valore oggettivo di ogni persona. L’essere umano è inscindibile totalità di corpo e spirito, ed è perciò dotato della dignità intrinseca propria della natura umana. Attraverso questa intuizione ha fatto alleare, con saggezza, scienza e fede a difesa della vita.

Si è messa in dubbio la capacità del suo pensiero di poter dialogare con la bioetica laica. La sua radice cattolica lo rende valido solo per chi ha fede?
Assolutamente no. Sgreccia è “scomodo” non per una visione fideistica ma perché, con argomentazioni fondate razionalmente, mette a nudo criteri e contenuti della bioetica laica che producono esiti talora disumani. Il suo pensiero, se letto con onestà intellettuale, nasce proprio dall’esigenza di aprire un dialogo con tutti sul significato e sul valore della vita umana. Il punto d’incontro possibile sta nel definire insieme la natura dell’uomo.

Alla scuola di Sgreccia, che contributo porta oggi l’antropologia cristiana al dibattito sui grandi nodi bioetici?
La consapevolezza che il valore della vita non può essere subordinato alle logiche del profitto o dell’efficienza e che non possono esistere esseri umani di serie A e di serie B. Una visione antropologica globale, la cui ricchezza ci aiuta a orientarci sempre nelle scelte etiche sui temi della vita: dal triage nella pandemia alla custodia dell’ambiente, dalla questione dei migranti alla manipolazione genetica, dall’enhancement umano all’intelligenza artificiale.

Cos’ha da insegnare oggi la figura di Sgreccia a chi si occupa di bioetica nella Chiesa?
L’impegno nell’affrontare i problemi etici e il coraggio di confrontarsi anche con visioni opposte per giungere a sintesi alte. Nella sua autobiografia Controvento scrive: «Quando sorge un ostacolo, un problema per il cammino dell’uomo, non ci si deve arrestare né nascondersi (...) ma dispiegare la vela alla ricerca di un approdo più valido, per una soluzione più piena e più alta di valore: non la fuga, non il compromesso, neppure l’opposizione per principio, ma la spinta verso il meglio».

Qual è il servizio della Fondazione cui diede avvio, e a cosa lavora?
La Fondazione si occupa di promuovere ricerca e formazione a livello scientifico e divulgativo in tutti gli ambiti della bioetica, principalmente la sanità, la disabilità, l’ambiente. Stiamo sviluppando progetti di intervento e sostegno alle famiglie e alle fragilità e abbiamo in programma di procedere alla nuova edizione del Manuale di Bioetica, che andrà aggiornato ma che rimane un testo fondamentale per lo studio della bioetica e per comprendere la profondità del pensiero di Sgreccia.

La polemica
Un contenitore di «pericolose e inquietanti affermazioni», che propugnerebbe una «educazione vetero-cattolica paternalistica» e «dittatoriale»: così è stato definito tra l’altro il Manuale di Bioetica del cardinale Elio Sgreccia da alcuni articoli apparsi tra fine 2020 e l’inizio del nuovo anno su quotidiani nazionali nei quali si esprimeva con strepito di aggettivi il più vivo scandalo per le posizioni espresse su temi come l’omosessualità e aborto dal padre della bioetica cattolica (e non solo), scomparso il 5 giugno 2019 a 91 anni. Il manuale – in due tomi, usciti nel 2007 e nel 2012 – è il riferimento in Italia e all’estero nella formazione di studenti di numerose università, anche se il dito accusatore si è puntato solo su Claudia Navarini, filosofa e bioeticista, docente all’Università europea di Roma, che l’ha adottato per il suo corso, come decine di colleghi in tutto il mondo. L’ateneo romano non ha esitato a replicare alle rumorose polemiche: «Respingiamo ogni tentativo di conculcare la libertà di insegnamento, specie di carattere morale, di ciascuno dei nostri docenti, a cominciare da chi voglia fare riferimento al modello cattolico-personalista».
Di «autentica censura» agitata con «volgarità» e «gratuità di toni» parla una nota di Scienza & Vita, di cui Claudia Navarini è tra i soci fondatori: «La vera dittatura – aggiunge l’associazione – è quella rappresentata dal mainstream» che si vorrebbe «imporre a tutti, Chiesa cattolica compresa». È una manifestazione di vera «ignoranza» quella di chi disprezza un pensiero bioetico «maturato proprio nei luoghi di dialettico confronto pluralista» per opera di un uomo dipinto come «un prete retrivo e bigotto» mentre «è nota la sua attitudine al confronto con le altre visioni bioetiche» che «andava di pari passo con la sua passione per tutte le persone che incontrava». Non meno vibrante il dissenso sulle critiche al Manuale e a Sgreccia espresso dal Movimento per la Vita che ricorda «don Elio» come «un uomo sinceramente innamorato della persona umana», «grande promotore dell’accoglienza incondizionata e senza giudizio, attivo difensore del rispetto della dignità di ogni vita attraverso la sua riflessione bioetica che contrapponeva il personalismo ontologico all’individualismo dilagante». Ferma anche la reazione del Centro Studi Livatino che, smontate le accuse, ironizza amaramente: «Si dica, in definitiva, che la libertà di educazione, di insegnamento e di manifestazione del pensiero sono bandite».

 (Fonte: Francesco Ognibene, Avvenire, 22 gennaio 2021)

«Censura» per Sgreccia? «Ecco perché è sempre più attuale. E laico» (avvenire.it)

  

giovedì 21 gennaio 2021

Il Motu proprio "Spiritus Domini" nel contesto dell’avversione al “clericalismo” di papa Francesco

Con il Motu proprio Spiritus Domini papa Francesco ha modificato il primo paragrafo del canone 230 del Codice di diritto canonico, aprendo l’accesso alle donne ai ministeri di lettorato e accolitato, finora istituzionalmente riservati agli uomini. In realtà, a titolo di deroga, le donne sono arrivate massicciamente all’altare molti decenni fa.

Alcune femministe cattoliche hanno deplorato il fatto come un sotterfugio per non dover accettare le loro richieste di diaconato femminile, come Lucetta Scaraffia, ex direttrice del supplemento mensile femminile dell’Osservatore Romano, secondo la quale “nessuna donna può essere felice con questo motu proprio, è una vera delusione”. Oppure Paola Cavallari, membro del Coordinamento teologhe italiane, per la quale il motu proprio sembra “una iniziativa ispirata al detto del Principe di Salina nel romanzo Il Gattopardo: cambiare qualcosa perché tutto rimanga uguale”.

Altre femministe cattoliche, al contrario, hanno visto nel documento “un piccolo cambiamento, con grandi conseguenze ecclesiali”, come Silvia Martínez Cano, professoressa alla Pontificia Università di Comillas, in un articolo sul portale spagnolo Religión Digital: “Questo cambiamento è importante, soprattutto per quello che non è detto nel motu proprio, ma vi è implicito, perché riguarda il terzo comma del canone [n. 230]: che le donne possano aiutare il ministro nelle sue funzioni, come ad es. esercitare il ministero della parola, presiedere alcune liturgie, amministrare il battesimo e la comunione senza che qualche fedele cambi fila per evitare di riceverla da una donna”. Lo stesso entusiasmo troviamo da parte di Isabelle Roy, membro delle Comunità di vita cristiana, legate ai gesuiti: “La decisione del papa apre una breccia, pone una pietra miliare per altre possibilità. Negli ospedali, ai funerali, insomma, dove non c’è sacerdote, già i laici commentano il Vangelo. Perché non riconoscerlo in modo istituzionale?”.

Dal canto suo, il teologo Andrea Grillo, professore di teologia sacramentale presso l’Ateneo Pontificio Sant’Anselmo a Roma, ritiene “storica” la decisione papale. Andando oltre la mera questione del diaconato femminile, messa a fuoco dalla stampa, Grillo sottolinea che l’ultimo Concilio ha permesso di “ripensare ‘l’Ordine sacro’”, in modo che “la corresponsabilità dei ‘non chierici’ nella vita della Chiesa appare ora chiaramente delineata” e “assunta con decisione”. “Se la categoria di ‘chierico’ rimane legata, per ora integralmente, al sesso maschile – non escludendo un ulteriore approfondimento sul diaconato – d’ora in poi i corresponsabili non chierici sono concepiti senza differenza di genere” e la Chiesa si mostra come “comunità sacerdotale”.

Il fatto che Francesco abbia scelto la festa del Battesimo del Signore per firmare Spiritus Domini e il motu proprio non può essere visto come una semplice coincidenza. Da un lato, si legge nel documento, “si è giunti in questi ultimi anni ad uno sviluppo dottrinale che ha messo in luce come determinati ministeri istituiti dalla Chiesa hanno per fondamento la comune condizione di battezzato e il sacerdozio regale ricevuto nel Sacramento del Battesimo; essi sono essenzialmente distinti dal ministero ordinato che si riceve con il Sacramento dell’Ordine”. Dall’altro lato il documento afferma: “Questi carismi, chiamati ministeri in quanto sono pubblicamente riconosciuti e istituiti dalla Chiesa, sono messi a disposizione della comunità e della sua missione in forma stabile”.

“Nell’orizzonte di rinnovamento tracciato dal Concilio Vaticano II, si sente sempre più l’urgenza oggi di riscoprire la corresponsabilità di tutti i battezzati nella Chiesa, e in particolar modo la missione del laicato”, spiega il sommo pontefice nella lettera di accompagnamento a Spiritus Domini, indirizzata al prefetto della Congregazione per la dottrina della fede.

Un’interpretazione benigna di questo “sviluppo dottrinale” porterebbe a ripetere il commento del cardinale Giovanni Colombo sulla Gaudium et spes: “Questo testo ha tutte le parole giuste; sono gli accenti che sono sbagliati”. Infatti, si omette che la struttura della Chiesa, in quanto società visibile, si basa principalmente sul sacramento dell’Ordine, che trasmette la missione e il potere di santificare, insegnare e governare dato da Gesù agli apostoli.

Un’interpretazione più realistica di tale “sviluppo” porta alla conclusione che è stato compiuto un passo significativo verso la totale eclissi del sacerdozio cattolico e del carattere gerarchico della Chiesa, avvicinandolo ancora di più alla falsa ecclesiologia protestante. Questo vero trasbordo dottrinale che rischia di sbocciare nell’eresia ecclesiologica è iniziato diversi decenni fa e si basava su una manipolazione semantica del concetto di “ministero”.

Prima del Vaticano II, la Chiesa riservava questa parola esclusivamente al cosiddetto “sacro ministero”, cioè a quella “funzione di istituzione divina mediante la quale si coopera con il sacerdozio di Cristo nella mediazione tra il mondo e Dio”, come spiega padre J. A. Fuentes nella rispettiva voce del Diccionario General de Derecho Canónico. Ad esempio, nel Codice di diritto canonico del 1917, le parole “ministro” e “ministero” erano usate esclusivamente in relazione ai sacramenti o alle sacre funzioni della liturgia.

È vero che, nella sua origine latina, la parola “ministro” significa “servitore”, come in Mt 20,28: “Filius hominis non venit ministrari sed ministrare et dare anima suam redemptionem pro multis” (“il Figlio dell’uomo, non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti”). Ma la Chiesa ha voluto riservarla al suo servizio fondamentale, la divina liturgia, e a coloro che, ricevuto il sacramento dell’Ordine, salgono all’altare e offrono il sacrificio eucaristico a Dio, oltre a “ministrare” ordinariamente gli altri sacramenti ai fedeli.

Infatti, Nostro Signore Gesù Cristo ha redento l’umanità attraverso un triplice ministero – sacerdotale, dottrinale e pastorale – e, al fine di prolungare la sua opera redentrice nel tempo, ha dotato la società soprannaturale e visibile da Lui fondata – la Chiesa – di una gerarchia, alla quale ha trasmesso, nella persona degli apostoli e dei loro successori, il suo triplice ministero e i rispettivi poteri.

Quindi, nella Chiesa, c’è una chiara distinzione tra i suoi membri, come spiegato dal canone 207 dell’attuale Codice di diritto canonico: “§ l. Per istituzione divina vi sono nella Chiesa tra i fedeli i ministri sacri, che nel diritto sono chiamati anche chierici; gli altri fedeli poi sono chiamati anche laici” (e nel paragrafo seguente si spiega che i religiosi possono appartenere all’uno o all’altro di questi due gruppi di fedeli).

Il noto professore milanese Vincenzo del Giudice riassume così la differenza tra clero e laici: “In essa [la Chiesa] ci sono i superiori gerarchici e i soggetti; c’è un elemento attivo e uno passivo [riguardo all’amministrazione e alla ricezione dei sacramenti], persone che governano (ecclesia dominans) e persone che obbediscono (ecclesia obediens), persone che insegnano (ecclesia docens) e altre che imparano (ecclesia discens). Insomma, c’è una classe ‘eletta’ (clerus) che ha il compito di insegnare e governare spiritualmente i fideles, e di amministrare i sacramenti, e d’altra parte, la classe dei fideles, considerata indistintamente (cioè entrambi i laici come quelli che appartengono al clero, cioè tutti coloro che formano il ‘Popolo di Dio’), i quali vengono istruiti, governati e santificati grazie all’attività sopra spiegata (c.107 e 948 e Lumen gentium, n. 2829)”.

Fu contro questa struttura gerarchica dell’istituzione divina che si levò la pseudo-riforma protestante, in nome del triplice slogan “sola fides, sola Scriptura, sola gratia” e dell’affermazione che Cristo è l’unico sommo sacerdote del Nuovo Testamento, per cui i frutti della Redenzione vengono applicati direttamente al credente senza l’intermediazione della Chiesa e dei suoi ministri.

La confutazione dell’eresia protestante fu l’oggetto principale del Concilio di Trento, che dichiarò solennemente: “Se qualcuno dirà che nel nuovo Testamento non vi è un sacerdozio visibile ed esteriore, o che non vi è alcun potere di consacrare e di offrire il vero corpo e sangue del Signore, di rimettere o di ritenere i peccati, ma il solo ufficio e il nudo ministero di predicare il vangelo, o che quelli che non predicano non sono sacerdoti, sia anatema”.

“Se qualcuno dirà che oltre al sacerdozio non vi sono nella Chiesa cattolica altri ordini, maggiori e minori, attraverso i quali, come per gradi si tenda al sacerdozio, sia anatema.”

Qualche secolo dopo, con il Concilio Vaticano II, secondo padre Tomás Rincón-Pérez, ci sarebbe stata una “svolta ecclesiologica”: “Il passaggio da un’ecclesiologia a predominanza gerarchica e stratificata, a un’ecclesiologia di comunione”, che “non dà posto a una classe di cristiani distinti, di rango superiore”.

Questa capitis diminutio della dignità del clero è stata accompagnata da un’accentuazione del carattere “sacramentale” della Chiesa, come “icona” della Santissima Trinità, a scapito della sua natura di società visibile e perfetta. Lo squilibrio è stato ulteriormente accentuato dall’idea che la Chiesa è soprattutto un’opera dello Spirito Santo, a scapito del fatto che fu fondata da Gesù Cristo, che la dotò di una gerarchia con poteri. Questa nuova ecclesiologia pneumatica insiste su due fatti: 1. che l’insieme dei doni dello Spirito Santo si distribuisce nell’insieme del Corpo di Cristo e 2. che tali carismi, in quanto non derivanti da un dono primordiale, sono complementari e interdipendenti. “Questa prospettiva della diversità dei carismi”, commentano il canonista belga Alphonse Borras e il teologo canadese Gilles Routhier, “ci permette di uscire dalla accoppiata gerarchia-laici per privilegiare l’accoppiata carismi-comunità”.

Fu nel contesto di un’escalation di questa ecclesiologia non stratificata e di comunione che il decreto conciliare Ad gentes, sull’attività missionaria della Chiesa, usò per la prima volta la parola “ministero” in un documento magisteriale per riferirsi indistintamente alle funzioni del clero e delle attività di collaborazione dei laici nell’apostolato.

Nel 1972, con la promulgazione del motu proprio Ministeria quaedam, sopprimendo gli ordini minori e sostituendoli con due nuovi ministeri liturgici riservati agli uomini – lettorato e accolitato – Paolo VI confermò questo abbandono dell’esclusività del termine “ministero” alle funzioni dei chierici. “Nell’antica disciplina, commenta padre Rincón-Pérez, questi ministeri erano riservati all’Ordo clericorum, tenendo presente che il concetto di chierico era più ampio di quello di ministro sacro [infatti, lo stato clericale iniziava con la tonsura, prima di qualsiasi ordinazione]. Restringendo il concetto di chierico – equivalente ora a ministro sacro [quindi, dal diaconato] – e affidando questi ministeri [lettore e accolito] ai laici, è ovvio che si produce una “declericalizzazione” di tali ministeri; ma allo stesso tempo un’aggiunta del laico all’organizzazione ecclesiastica”.

Paolo VI tornò sul tema nella costituzione apostolica Evangelii nuntiandi, testo prediletto di Francesco, dedicando un’intera sezione ai “diversi ministeri” dei laici”, in cui afferma che “la Chiesa riconosce il ruolo di ministeri non ordinati ma adatti ad assicurare speciali servizi della Chiesa stessa”.

Successivamente, il nuovo Codice di diritto canonico ha dato una base giuridica a questo statu quo postconciliare, sancendo il concetto di “ministeri istituiti” (chiamati anche “ministeri laicali”) nel suo canone 230, che Papa Bergoglio ha appena riformato per includere le donne.

Il Sinodo dei vescovi del 1987, dedicato all’apostolato dei laici, culminò con l’esortazione post-sinodale Christifideles laici. In essa papa Giovanni Paolo II riconobbe che nell’assemblea “non sono mancati (…) giudizi critici circa l’uso troppo indiscriminato del termine ‘ministero’, la confusione e talvolta il livellamento tra il sacerdozio comune e il sacerdozio ministeriale (…) e la tendenza alla ‘clericalizzazione’ dei fedeli laici e il rischio di creare di fatto una struttura ecclesiale di servizio parallela a quella fondata sul sacramento dell’Ordine”.

Dieci anni dopo, di fronte al fiorire disordinato e abusivo di tutti i tipi di “ministeri laicali”, la Santa Sede pubblicò una Istruzione su alcune questioni circa la collaborazione dei fedeli laici al ministero dei sacerdoti, firmata dai cardinali responsabili di otto dicasteri romani. Questa Istruzione ribadì l’insegnamento tradizionale che “l’esercizio da parte del ministro ordinato del munus docendi, sanctificandi et regendi costituisce la sostanza del ministero pastorale” e che “non è il compito a costituire il ministero, bensì l’ordinazione sacramentale”.

Questi avvertimenti furono di scarsa utilità; solo due anni dopo la Conferenza episcopale del Brasile pubblicò il documento Missione e ministeri dei laici cristiani, approvato nella sua annuale assemblea generale. Dopo aver diluito il sacro ministero in una lista crescente di ministeri “riconosciuti”, “affidati”, “istituiti” e, infine, “ordinati”, aggiungeva che “il ministero ordinato, in un’ecclesiologia di totalità e in una Chiesa tutta ministeriale, non ha il monopolio della ministerialità” e che “il suo carisma specifico è quello della presidenza della comunità e, quindi, dell’animazione, del coordinamento e – con l’indispensabile partecipazione attiva e adulta dell’intera comunità – del discernimento finale dei carismi”.

È difficile immaginare una formula più riduttiva dell’autorità di un pastore presso il gregge. Essa corrisponde al modello delle comunità di base della Teologia della liberazione, in cui, secondo Leonardo Boff, il potere è una “funzione della comunità e non di una persona”, e perciò rifiuta il monopolio del potere “che implica l’espropriazione a beneficio di un’élite”, affermando, al contrario, che “l’intera comunità è ministeriale, non solo alcuni suoi membri”. In queste comunità di base, il sacerdote gode solo del “ministero dell’unità”, cioè di “un carisma specifico per la funzione di essere principio di unità tra tutti i carismi”.

Non molto diverso è il linguaggio di papa Francesco nella sua lettera di accompagnamento al motu proprio Spiritus Domini, indirizzata al cardinal Ladaria. Secondo Bergoglio, in una migliore configurazione dei ministeri laicali e nella riscoperta del “senso della comunione” che caratterizza la Chiesa, “la feconda sinergia che nasce dalla reciproca ordinazione di sacerdozio ordinato e sacerdozio battesimale può trovare una migliore traduzione”. Una “reciprocità” che è chiamata a confluire nel servizio del mondo e che “allarga gli orizzonti della missione ecclesiale, impedendole di rinchiudersi in sterili logiche rivolte soprattutto a rivendicare spazi di potere e aiutandole a sperimentarsi come comunità spirituale che ‘cammina insieme con l’umanità tutta e sperimenta assieme al mondo la medesima sorte terrena’ (GS, n. 40)”.

Questa nuova ecclesiologia comunitaria e antigerarchica è ciò che spiega, da un lato, l’insistenza di papa Francesco sulla “sinodalità” e, dall’altro, i suoi continui attacchi a ciò che chiama “clericalismo” del clero formato secondo la dottrina tradizionale, che altro non è che consapevolezza della propria dignità e superiorità ontologica nei confronti dei laici, per la conformità a Cristo sacerdote e per l’inserimento nella gerarchia della Chiesa.

L’apertura alle donne dei ministeri istituiti di lettore e accolito, codificati da Spiritus Domini, non è solo una risposta “alle sfide di ogni epoca, in obbedienza alla Rivelazione”, come intende Francesco nella sua lettera al cardinale Ladaria, ma implica un vero e proprio “superamento della dottrina precedente”, cioè una rottura con essa. Anche se lo negherà.

 (Fonte: José Antonio Ureta, Duc in altum, 21 gennaio 2021)

L’apertura alle donne dei ministeri istituiti di lettore e accolito: un altro colpo al sacerdozio cattolico – Aldo Maria Valli

  

mercoledì 13 gennaio 2021

Il Papa e i vaccini

Nell'intervista al TG5 il Papa ritiene un imperativo morale vaccinarsi contro il Covid-19. Ma nel documento della Congregazione per la Dottrina della Fede, pubblicato il 21 dicembre scorso e approvato dal Papa, si dice esattamente il contrario. Ormai è consueto in questo pontificato osservare tali contraddizioni, che si direbbero una vera e propria strategia.

 «Eticamente tutti devono prendere il vaccino, non è una opzione - mi sembra non mi sembra… -, è una opzione etica. (…) Oggi si deve prendere il vaccino». Non sorprende che queste parole forti di papa Francesco, riferite al vaccino anti-Covid e contenute in una lunga intervista trasmessa dal TG5 domenica 10 gennaio, abbiano fatto il giro del mondo. Parole senza appello e tanto per non lasciare spazio ad ambiguità il Papa si è riferito a quanti avanzano dubbi sulla vaccinazione anti-Covid accusandoli di «negazionismo suicida».

Eppure non può non stupire che a pronunciare queste parole sia lo stesso papa Francesco che appena il 17 dicembre scorso ha «esaminato e approvato la pubblicazione» della “Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla moralità dell’uso di alcuni vaccini anti-Covid-19” (poi pubblicata il 21 dicembre) in cui si afferma altrettanto chiaramente che «appare evidente alla ragione pratica che la vaccinazione non è, di norma, un obbligo morale e che, perciò, deve essere volontaria».

In pratica, tutto il contrario. A quale papa Francesco si deve dunque dare retta? Da un punto di vista puramente magisteriale l’unica cosa che conta è il documento della Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF); quello che il Papa dice in una intervista alla fin fine sono sue opinioni, che possono piacere o meno, su cui si può essere d’accordo o meno, ma appunto sono opinioni e valgono come tali. In realtà però, mentre nessuno ricorda già più la Nota della CDF, tutto il mondo ora sa che il capo della Chiesa cattolica considera moralmente obbligatoria per tutti la vaccinazione anti-Covid. E a fare scuola, a fare mentalità, è l’intervista, non il magistero. Anche perché anche una semplice opinione, se detta dal Papa a tutto il mondo, acquista necessariamente una forza tutta sua.

Resta il fatto, per chi voglia confrontarsi con la realtà, che il Papa oggi dice una cosa e domani il suo contrario. Chi voglia prenderlo sul serio non può non sentirsi disorientato e perfino frustrato. Anche perché non si tratta certamente di un episodio isolato. La storia delle indicazioni opposte date in questi anni è lunghissima, e non per niente molto spesso i cattolici si dividono fra di loro citando Papa Francesco chi per un giudizio e chi per il giudizio opposto. Pensiamo, tanto per fare l’esempio più noto, come si è combattuto attorno all’interpretazione da dare ad Amoris Laetitia senza che mai venisse da lui una parola chiarificatrice, pure di fronte a domande precise.

Ma senza neanche scomodare il passato, basta rimanere nella stessa intervista al TG5: ancora una volta ha pronunciato parole dure contro l’aborto, ha spiegato come non sia una questione religiosa ma umana; parole forti, senza appello, anche coraggiose dette in tv in prima serata. A onor del vero lo ha fatto diverse volte in questi anni, poi però quando il dibattito si accende, diventa di stretta attualità – vedi la recente approvazione dell’aborto nella sua Argentina – si eclissa, evita di entrare in argomento. Oppure appoggia apertamente politici ultra-abortisti, come Hillary Clinton e Joe Biden, e definisce Emma Bonino, il simbolo della legalizzazione dell’aborto in Italia, «tra i grandi dell’Italia di oggi». O anche si circonda in Vaticano di consiglieri che della promozione dell’aborto hanno fatto una bandiera, vedi Jeffrey Sachs.

Cosa deve dunque pensare un semplice fedele davanti a queste evidenti contraddizioni? Difficile rifuggire dalla sensazione di trovarsi davanti a una vera e propria "strategia della confusione”. Sensazione avvalorata dal fatto che la confusione non riguarda soltanto la sistematica violazione del principio di non contraddizione. C’è anche confusione di argomenti, si confonde spesso la scienza con la fede.

Torniamo ancora ai vaccini: ha detto il Papa, che «se i medici dicono che è una cosa che può andare bene perché non prenderla?». Già, ma le cose non sono così pacifiche: ci sono molti medici e scienziati convinti della necessità di vaccinarsi, ma ci sono anche molti medici e scienziati che invece nutrono perplessità, ci sono domande importanti ancora senza risposta. Pur tralasciando le questioni morali legate all’origine dei vaccini, di certo non sappiamo ancora il livello di efficacia e sicurezza dei vaccini autorizzati; chi si inocula ora il vaccino deve essere consapevole che è parte di un esperimento. C’è chi giudica più che accettabile il rischio a fronte del beneficio promesso, ma c’è chi ritiene esattamente il contrario o ha comunque dei dubbi, altrettanto legittimamente. Chi stabilisce che è etico dare credito a certi medici e negazionista ad altri medici? Non si può parlare del vaccino come della Terra promessa, non può essere materia di fede; non è il vaccino che ci libererà, neanche dalla malattia in questo caso.

È la stessa confusione creata sul tema dei cambiamenti climatici: una ipotesi scientifica, quella del riscaldamento globale antropico (cioè causato dall’uomo) è stata trasformata in magistero, nell’enciclica Laudato Si’. «La scienza dice…», e scatta il dogma, è indiscutibile. Invece gli scienziati sono divisi e comunque una ipotesi scientifica che oggi appare confermata, domani potrebbe essere superata da altre scoperte e altri studi. Non si possono trasformare ipotesi scientifiche in articoli di fede. Si pensava che la questione fosse superata dal caso Galileo e invece la confusione si ripropone.

In ogni caso nel cattolicesimo la fede presuppone e valorizza la ragione: un conto è richiamare alla necessità di tutelare la propria vita e quella degli altri, altra cosa è identificare questo principio in un particolare vaccino o in una scelta di per sé opinabile. Nessuna demonizzazione dei vaccini, ma la decisione deve essere consapevole e libera. Come riteneva papa Francesco appena due settimane fa.


(Fonte: Riccardo Cascioli, LNBQ, 12 gennaio 2021)

Il Papa e i vaccini - La Nuova Bussola Quotidiana (lanuovabq.it)