giovedì 20 agosto 2009

Italia dei livori. I colpi di sole di Gigi & Tonino

Allora, Antonio Di Pietro ha detto che: 1) «questo è il governo del favoreggiamento alla mafia e che passerà alla storia per aver rafforzato economicamente, e fatto penetrare fin nei più alti ranghi delle istituzioni, il flagello della criminalità organizzata»; 2) «con quali voti pensa di fare la differenza politicamente nel Paese, il Cavalier nostrano, se non con quella dei sodali malavitosi?».Poi quell’altro, Luigi De Magistris, ha detto che: 1) «il governo sta progettando interventi che renderanno il crimine ancora più granitico; 2) «la più grande ed ignobile falsità di Berlusconi e del suo governo consiste nel dichiarare di voler contrastare le mafie... Lui sta massacrando lo Stato di diritto e lo Stato sociale, le controriforme che sta attuando rispondono a un disegno eversivo che sta distruggendo la democrazia nel nostro Paese». Bene. Questi due esagitati, Antonio Di Pietro e Luigi De Magistris, sono stati due magistrati: due persone votate a decidere del bene primario, ossia la libertà altrui, due persone in grado di rovinare vite, distruggere imprese, mandare in malora famiglie, azzerare centinaia di posti di lavoro, far cadere giunte e governi democratici, fare e disfare senza mai pagarne lo scotto, mai, neppure mezza volta, questi due appartengono a una categoria a cui dovrebbero tremare i polsi per qualsiasi decisione presa, è gente che l’immaginazione peraltro vorrebbe imperturbabile, ferma, equilibrata, dotata di peculiarità non comuni. E invece eccoli: due demagoghi da strapazzo capaci di dire e fare qualsiasi cosa, due che erano di parte - si sospettava - e infatti lo sono, due che facevano politica - si vociferava - ed ecco che la fanno, due che una buona parte della nostra classe giornalistica - adesso – osserva tuttavia solo come due elementi un po’ così, pittoreschi, che straparlano per mestiere, due che sono sorti come funghi la notte scorsa anziché aver fatto parte della disgraziata cronaca di un Paese che mai, mai, mai comprende ciò che accade mentre esso accade.Gentili colleghi, dunque ditelo, una buona volta: non è possibile che due personaggi del genere possano diventare magistrati. Non è possibile che due magistrati del genere possano diventare politici. Non è possibile che la medesima classe giornalistica seguiti a non comprendere che l’anomalia dei due, una volta smascherati e gettata la toga, non viene neutralizzata e addomesticata, ma si sposta solamente da una parte all’altra, si insinua e diffonde come un virus, come una malattia. Senza neppure accorgercene, in questo Paese, il livello della disputa e della polemica politica sono diventati borderline: qualsiasi cosa può essere detta e sostenuta impunemente, basta farlo, basta aprir bocca. Dire che ormai siamo agli «insulti» non rende l’idea perché quelli ormai fioccano dappertutto, anche nei famosi Paesi normali: ma in quale Paese, chiediamo, è ormai diventata sistematica e mediaticamente accettata la calunnia, l’ignominia, la pura invenzione? Forse ha ragione chi dice che gli squilibrati professionali andrebbero soltanto ignorati, che il loro delirio mira soltanto a finire in un qualsiasi articolo di giornale, questo compreso: ma certo snobismo e certa finta superiorità, d’altra parte, sono soltanto ignavia, sono soltanto i siparietti dietro i quali si nasconde la rinnovata incapacità di una classe politica e giornalistica di chiamare le cose col loro nome. Dario Franceschini seguiti pure ad allearsi con questa roba e a farsi massacrare, se crede; gli analisti seguitino ad annoverare «l’unica opposizione» dell’Italia dei Valori tra gli ordinari strumenti di lotta politica, se vogliono. In questo Paese quelli che l’avevano detto non se li fila nessuno, e chi non ne azzecca una invece rimane regolarmente in cattedra, ma pace, noi lo diciamo lo stesso: Di Pietro ha già fatto una rivoluzione e cercherà di farne un’altra, e le rivoluzioni tanto democratiche non sono mai state. Ecco, l’abbiamo detto: purché sia chiaro che lo stiamo dicendo. Di Pietro non ci fa più solo ridere. Di Pietro è pericoloso.

(Fonte: Filippo Facci, Il Giornale, 20 agosto 2009)

Deghettizzare si deve, proibire i «rave party» si può

Non si può più negare che i rave party siano occasioni per un uso smodato di stupefacenti e luoghi in cui aumenta a dismisura la possibilità di morire per overdose. Vanno vietati? In Francia l’hanno fatto. E in Italia? Davide Dileo (in arte Boosta, uno dei fondatori dei Subsonica) si schiera apertamente per il no, rispolverando il vecchio e specioso argomento dei libertari: il proibizionismo produce effetti contrari a quelli desiderati. Il che equivale paradossalmente a sostenere che, quanto più li si proibisce, tanto più si moltiplicano i rave party; quanto meno li si proibisce, tanto più gli organizzatori si mordono le mani, perché la presenza di leggi libertarie toglierebbe loro ogni fascino e renderebbe insensato promuoverli. C’è evidentemente in questo ragionamento – utilizzato da tutti i fautori della depenalizzazione dei più vari comportamenti socialmente deplorevoli – qualcosa che non funziona e che va contro il buon senso; il fatto però che l’antiproibizionismo torni continuamente a galla, che venga insistentemente riproposto, è segno di quanto sia profonda oggi la crisi del diritto penale e in particolare la prospettiva funzionalistica oggi dominante tra i penalisti. Bisogna ribadire che la ragione per la quale un comportamento (individuale o collettivo) deve essere proibito dalla legge non è di per sé "funzionale", non dipende cioè dalla più o meno fondata aspettativa di potere, attraverso la proibizione, ottenere la scomparsa di quel comportamento o almeno la sua riduzione a livelli di irrilevanza statistica. Quelli che così la pensassero, dovrebbero, per coerenza, ritenere insensata la proibizione dei più tipici reati contro il patrimonio (dal furto ai più sofisticati crimini finanziari) e auspicarne la depenalizzazione, dato che nessuna persona di buon senso può illudersi che basti la proibizione legale a farli estinguere come pratiche criminose. La criminalizzazione legale di una pratica sociale è doverosa non perché utile a fini preventivi, ma perché è la doverosa espressione di un giudizio di disvalore sociale, socialmente e ampiamente condiviso. Il cuore della questione è tutto qui: per quanto possa suscitare in noi una legittima inquietudine, il diritto penale non serve a prevenire efficacemente possibili comportamenti delittuosi, ma a sanzionare delitti purtroppo già commessi. Questo non significa che il giudizio di disvalore sociale, che la criminalizzazione di una pratica porta con sé, non serva ad aprire gli occhi a molti e a dissuadere alcuni dal commetterla; ma la pedagogia sociale attivata tramite le leggi penali è inevitabilmente lenta, come lo è in generale qualsiasi pratica pedagogica. È la reazione del diritto contro il delitto che, invece, dovrebbe essere non lenta, ma rapidissima. Dove gli antiproibizionisti hanno ragione da vendere è nell’indicare quali e quante pratiche di politica sociale non penale potrebbero essere efficacemente poste in essere per prevenire delitti e comportamenti di massa devianti. Quello che però i libertari non percepiscono è che tra le mille iniziative di politica sociale, possibili e benemerite, e le diverse, doverose iniziative di politica criminale non c’è alcuna incompatibilità. Aiutare la socializzazione dei giovani deghettizzando le periferie e attivando iniziative loro specificamente dedicate non significa non dover reprimere pratiche vandaliche e violente o lo spaccio indiscriminato di droga. Minacciare sanzioni e non applicarle, individuare comportamenti gravemente antisociali, proibirli formalmente e far poi finta di non vederli, per evitare che scatti la solita assurda accusa di 'repressione' è, questo sì, semplicemente assurdo. Lo Stato si assuma le sue responsabilità; riduca pure al minimo veramente indispensabile l’ ambito del diritto penale; ma una volta che tale ambito sia stato individuato (una volta, per esempio, che si sia presa coscienza dell’impossibilità di non prendere posizione nei confronti di rave party, in cui la droga scorre a fiumi e la gente muore di overdose) intervenga fermamente, con le dovute sanzioni penali nei tempi brevi e con le altrettanto dovute misure di politica sociale, nei tempi medi e lunghi. Minacciare sanzioni e non applicarle, facendo finta di non vedere, per evitare che scatti la solita assurda accusa di «repressione» è, questo sì, assurdo

(Fonte: Francesco D'Agostino, Avvenire, 20 agosto 2009)

Il relativismo è vittima di se stesso

Come era prevedibile – nell’altalenare delle polemiche sugli stili di vita di uomini pubblici – si è riaperto un fuoco di sbarramento nei confronti della Chiesa che ha espresso le proprie valutazioni su questioni etiche come la pillola Ru486 che può incentivare il ricorso all’aborto, oppure per attaccare l’insegnamento religioso nelle scuole plaudendo a una recente sentenza del Tar Lazio. Si ricompone, così, lo schema goffo tutto italiano per il quale i cattolici possono intervenire in ambito etico se è conveniente per una parte politica, ma quando lo fanno per difendere la vita nascente o prevenire l’aborto ricadrebbero nel vizio di invadere la sfera civile. Riemerge poi un sordo rancore verso la presenza sociale del cattolicesimo che si manifesta nella scuola attraverso la libera scelta del 91,1% degli studenti italiani e delle loro famiglie, e se si può denigrare questa scelta è bene farlo. Siamo di fronte a una forma sbilenca di relativismo per cui la Chiesa ha diritto di proporre il proprio magistero se qualcuno le dà il permesso, ma deve tacere se la difesa di principi morali essenziali, o il suo contributo alla formazione delle nuove generazioni, non collimano con la cultura dominante. Tanto questo gioco sta diventando insostenibile che finalmente un importante intellettuale ha sentito il bisogno nei giorni scorsi di andare più a fondo nella riflessione, e si è chiesto come mai nelle scuole la stragrande maggioranza delle famiglie (anche poco praticanti) sceglie l’insegnamento cattolico per i propri ragazzi, e perché la Chiesa continui a svolgere di fatto una funzione di supplenza etica laddove lo Stato e una certa cultura laica non sanno essere convincenti di fronte alle coscienze. Già, come mai? La domanda è veramente preziosa. Non sarà per caso che la cultura relativista sta divorando sé stessa, scivolando verso l’agnosticismo antropologico, lasciando spazio a chi da sempre è attento alla complessità e all’armonia della personalità individuale, all’equilibrio tra diritti e doveri, al ruolo che l’impegno personale svolge nel fluire della vita? La crescente attenzione verso la Chiesa non deriva anche dal fatto che il laicismo acritico sta abbandonando ogni orizzonte etico di riferimento, immiserisce scelte e opinioni in qualsiasi materia, afferma continuamente il primato dell’arbitrio individuale, e taglia così alcune delle sue più nobili radici? Oggi nessun esponente del pensiero relativista avrebbe il coraggio di evocare la vita buona di Aristotele, tantomeno di richiamarsi all’etica kantiana per la quale dobbiamo agire in modo che il nostro comportamento sia valido universalmente. E neanche si ispirerebbe ai principi dei nostri padri liberali (proprio loro) in buona parte coincidenti con i valori cristiani che avevano alimentato, plasmato, la cultura italiana e l’identità delle nostre popolazioni. Tra l’altro, sia detto tra parentesi, proprio i protagonisti del Risorgimento hanno mantenuto la religione cattolica nella scuola elementare (scuola di massa dell’epoca) con l’esplicito intento di garantire la formazione dei bambini e l’educazione dei futuri cittadini. Oggi gli unici principi cui il relativismo sa appigliarsi sono quelli dell’individualismo totale, per cui conta soltanto la signoria dell’utilitarismo, che può dominare la vita e la morte, anche dei più deboli, lasciando che la persona faccia quello che vuole, espungendo ogni forma morale perché autoritaria e infondata. Così, però, il relativismo dichiara il proprio fallimento perché afferma che non esiste alcun principio forte, nessun valore che dia stabilità etica e psicologica, e finisce per non offrire sponde di alcun genere a chi vuole affrontare la vita con l’impegno che richiede. Il relativismo all’inizio affascina, dà un senso provvisorio di potenza, ma poi delude, umilia, svuota la coscienza, finisce con l’assumere il volto moderno del nichilismo. Sta qui, non altrove, la ragione per la quale la religione cristiana continua a svolgere una funzione etica di riferimento per milioni di cittadini, per le nuove generazioni, le quali sanno, intuiscono con il cuore e la mente, che la vita offre gioia e serenità ma chiede convinzioni e coerenza, non può essere costruita sul nulla. La negazione dell’ethos alla lunga provoca solitudine, lascia insoddisfatti, e la ricerca di una fonte di sapienza e di saggezza si ripropone più forte che mai nella coscienza individuale e collettiva. Forse una riflessione su questi temi darebbe risposte assai più convincenti di quelle offerte da piccole polemiche sulla presenza della religione nella scuola, e sul ruolo del cattolicesimo nella società italiana.

(Fonte: Carlo Cardia, Avvenire, 20 agosto 2009)

giovedì 13 agosto 2009

La sentenza del Tar: “Una ferita alla cultura. E alla laicità”

Un’affermazione ed un’omissione: a tacer d’altro, basterebbero queste per rendere conto della non fondatezza di una sentenza che fa discutere, con la quale il Tar del Lazio ha affermato che i docenti di religione cattolica non potrebbero partecipare "a pieno titolo" agli scrutini e la frequenza al loro insegnamento non potrebbe influire sulla determinazione del credito scolastico. Sentenza contro la quale il ministro Gelmini ha annunciato ieri il ricorso al Consiglio di Stato. L’affermazione innanzitutto. Secondo i giudici amministrativi l’insegnamento della religione cattolica comporterebbe "una scelta di carattere religioso": di qui una serie di conseguenze negative per la laicità dello Stato, per la libertà religiosa e per l’eguaglianza dei cittadini senza distinzione di religione. È un’affermazione che sorprende, perché ignora un’abbondante bibliografia in merito, nella quale è chiaramente dimostrato che si tratta di un insegnamento culturale e non confessionale. Ma soprattutto l’affermazione sorprende perché i giudici sembrano ignorare la normativa vigente in materia: basterebbe scorrere le disposizioni di programmi e di libri di testo per rendersene conto. Soprattutto è ignorato lo stesso art. 9 del Concordato che, prevedendo l’ora di religione cattolica nelle scuole pubbliche, ne motiva la ragione in termini esclusivamente culturali. Dunque non si tratta di un insegnamento catechetico, diretto cioè a sostenere un cammino di fede, ma di un insegnamento culturale di ciò che oggettivamente è il cristianesimo, così come trasmesso da quella tradizione cattolica che tanta parte ha avuto nel forgiare l’identità degli italiani e che ancora marca tanto, della sua presenza, la nostra società. Non a caso si tratta di insegnamento che, pur opzionale, è aperto a tutti, anche ai non cattolici, anche non credenti; è aperto in particolare a coloro che hanno interesse a conoscere ciò che la Chiesa cattolica crede e professa, a prescindere da personali scelte di fede.Ma quand’anche fosse un insegnamento confessionale – cosa che, va ribadito, non è – sarebbe per ciò stesso lesivo della libertà religiosa e della laicità dello Stato? Dove sarebbe lesa la libertà religiosa in presenza di un insegnamento che chiunque può rifiutare? Dove verrebbe lesa la laicità dello Stato se questo è a servizio della società civile, in cui è la religione, e non viceversa? Sarebbe davvero laico uno Stato che disattendesse le richieste della società di avere nella scuola di tutti un insegnamento, opzionale, della religione? E che vi sia una consistente richiesta dell’insegnamento è nel fatto che novantuno studenti su cento scelgono ogni anno di frequentare l’ora di religione. E veniamo all’omissione. Posto che nella vigente normativa quello di religione cattolica è insegnamento curricolare – perché tenuto nell’orario scolastico, perché i programmi ed i libri di testo sono normativamente definiti, perché viene impartito da docenti di ruolo che hanno superato un pubblico concorso – ne consegue che per gli studenti che abbiano liberamente scelto di inserire tale insegnamento nel proprio piano di studi vi sia non solo il dovere, ma anche il diritto di essere valutati; che essi abbiano il diritto di veder riconosciuti i crediti scolastici maturati. La sentenza chiaramente frustra tale diritto.Tra le righe della decisione, ma non troppo, si avverte la preoccupazione della conformità costituzionale della normativa vigente in materia. Ma se ad altri spetta il giudizio di costituzionalità, rimane pur sempre che la Corte costituzionale si è pronunciata in merito per ben tre volte, confermando sempre la legittimità dell’ora di religione.

(Fonte: Giuseppe Dalla Torre, Avvenire, 13 agosto 2009)

Per Umberto Veronesi, un pianeta di amazzoni con il cervello da uomo

«Le donne non si fermano: la vittoria dell’approvazione della Ru486 è parte di un progetto non scritto di affermazione del loro futuro ruolo» . L’incipit dell’articolo del professor Umberto Veronesi su Repubblica è uno squillo di tromba; come l’annuncio di prossime certe e trionfali vittorie da parte di un condottiero, o un generale. Alla definizione della pillola abortiva come ulteriore tappa della liberazione femminile non erano arrivati, almeno apertamente, i più accesi fautori dell’aborto da bere. A dirla tutta, a uscir fuori al naturale, ci ha pensato il maestro di pensiero della medicina politicamente corretta. La pillola dell’aborto, « metodologia meno traumatica » , come un’altra pietra d’inciampo sgomberata da un vittorioso storico cammino femminile. In cui bisognerà, dice il professore, « ridisegnare gli spazi » fra procreazione e impegno pubblico delle donne: senza dimenticare una « superiorità » femminile, quella per cui una donna può fare un figlio senza un uomo, solo con una provetta di seme. Quella per cui una donna potrà un giorno clonare se stessa, e un uomo no. È lo scenario di una egemonia femminile superomistica, quella tratteggiata da Veronesi. E in questo radioso avvenire la pillola abortiva è un passo avanti. Verso il futuro Dominio delle Donne. O delle Superdonne. Fantastico. Peccato che questo disegno sia un evidente esempio di delirio di onnipotenza maschile. Pensateci: il famoso oncologo, nell’immaginare la rivoluzione femminile, altro non fa che disegnare il mondo come sarebbe, quando lo comandassero delle donne con un cervello assolutamente maschile. Donne educate da una cultura di potere, per le quali il sogno è liberarsi agevolmente di ' ostacoli' quali un figlio per essere più pronte a inseguire carriera o successo. Ora, è vero che di donne così ce ne sono sempre di più; aggressive, abili, perfettamente omologate al modello socialmente vincente. Ma che questa sia davvero rivoluzione femminile, è ciò che potrebbe dire un osservatore molto superficiale. Uno che, delle donne, non conosca la radicale, spesso tacita alterità. Scritta nei geni, nel corpo, perfino in quel ritmo che ogni mese scandisce il tempo dell’età feconda, come una domanda: vuoi che un altro viva? Come una profonda vocazione all’altro, che non si contenta degli idoli o balocchi del potere maschile.L’immaginazione di Veronesi di un mondo di Amazzoni autosufficienti è pura deriva di onnipotenza maschile. E solo un uomo può pensare mondi simili: clonando, con antica arroganza, la sua misura del vivere e sovrapponendola alle donne. Ma le autistiche Amazzoni che fanno figli da sole, sono fortunatamente un orizzonte futuribile e lontano. Drammaticamente attuale invece è la questione della pillola abortiva. E il messaggio dell’oncologo delle donne, del medico ' democratico', è: è un passo avanti nella vostra liberazione. Un veleno che annienta un figlio, è un pezzo di liberazione conquistata. Pare di risentire gli echi della battaglia, quando alle ragazze degli anni Settanta l’aborto legalizzato venne raccontato come una conquista e quasi una promozione sociale. Rieccoci: dai giornali giusti i maestri giusti conducono i loro corretti sermoni. Mia figlia ha dodici anni: è della generazione che crescerà nella nuova vulgata. Con una pillola che educa a pensare che quel problema è, in fondo, un problema da poco. Solo una pillola: fra qualche anno sarà possibile non mancare neanche un giorno al lavoro. Così vi vogliono, bambine: produttive, efficienti, competitive. Concrete, e senza rimpianti. Dei veri uomini. È questa, la rivoluzione millantata. Dimenticarsi di sé, di una propria natura, di un’accoglienza all’altro come scritta addosso: nella generosità del grembo, nello sguardo. Dimenticarsi di sé nel radioso, livido Mondo Nuovo del professor Veronesi.

(Fonte: Marina Corradi, Avvenire, 11 agosto 2009)

Caro Almodovar, non spacciare per famiglia ciò che famiglia non è

Va rassicurato Pedro Almodovar: Benedetto XVI non ha bisogno di fare una passeggiatina fuori del Vaticano per rendersi conto di certi fenomeni sociali; fenomeni che peraltro appaiono assai marginali, se si guarda al totale degli abitanti del Pianeta e, soprattutto, al di là di certi contesti del decadente Occidente. Sì: perché il noto cineasta sembra addebitare al Papa di non riconoscere altro che «la variante cattolica della famiglia», ignorando la pretesa realtà di una pluralità di esperienze familiari. Di qui l’invito a uscire dal Vaticano per vedere finalmente il mondo, giacché «è del tutto folle non riconoscere come vivono oggi milioni e milioni di persone». Almodovar va rassicurato perché attraverso quell’enorme rete che avvolge tutto il globo, data dalle strutture ecclesiastiche, dalle associazioni e dai movimenti, dalle opere sociali e di volontariato, dall’immenso strumentario di carità, la Chiesa cattolica è presente in tutti i contesti umani ed è certamente il miglior conoscitore di come va il mondo. Verrebbe da domandarsi, semmai, quali siano i limiti d’orizzonte e le fonti dirette di conoscenza di chi lancia certe inutili provocazioni. Qui occorre precisare che non esiste una “variante cattolica della famiglia”; che la famiglia, come società costituita dal matrimonio, presenta una struttura essenziale, invariabile e invariata nel tempo, com’è dato rilevare a livello storico, etnologico, antropologico, giuridico; che il matrimonio cristiano è nient’altro che l’elevazione a dignità di sacramento, tra battezzati, dell’istituto naturale. Certamente, la storia insegna che a livello personale, le esperienze concrete possono essere più o meno fedeli al modello; ci sono storie di fallimenti, umanamente dolorosi e che debbono essere oggetto di umana vicinanza, ma anche storie di eroismi nel mantenere fede alla parola data, nel volere il bene del coniuge, dei figli, degli altri componenti il gruppo familiare, anche quando l’amore sia scomparso o quando sia venuta meno l’utilità del vivere insieme. Così come la storia insegna che vi possono essere forme di solidarietà umana anche al di fuori della famiglia, dove i vincoli di sangue non contano perché non ci sono, che si fanno carico dei più piccoli, dei più deboli, di chi non può contare sulle proprie forze; forme di solidarietà di cui – grazie a Dio – è intessuta la quotidianità, che umanizzano la convivenza e che dovrebbero essere meglio sostenute e incoraggiate. Il problema, però, è non confondere le più diverse espressioni del farsi carico dell’altro con la famiglia; non contrabbandare per comunità familiare ciò che tale non è. In questo senso lascia molto perplessi una sentenza della Cassazione, appena resa nota, secondo cui «il diritto non può non tener conto dell’evoluzione della società e della necessità di adattare le sue regole ai mutamenti della realtà sociale», che «oggi famiglia e matrimonio hanno un significato diverso e più ampio» rispetto a quello che veniva loro attribuito in passato, e che «la stabilità del rapporto, con il venir meno dell’indissolubilità del matrimonio, non costituisce più caratteristica assoluta e inderogabile e anzi spesso caratterizza maggiormente unioni non fondate sul matrimonio». A prescindere, infatti, dalla coerenza di queste affermazioni con l’articolo 29 della Costituzione, che nella misura in cui «riconosce la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio» dà chiaramente a vedere che il paradigma di riferimento precede il diritto positivo e non può da questo essere mutato, rimane pur sempre la domanda alla quale nessuno ha mai fornito una risposta, e cioè: perché si pretendono gli effetti giuridici di quel matrimonio che non si vuole? È la volontà manifestata formalmente e pubblicamente di farsi carico di coniuge e figli, per il futuro, nella buona o nella cattiva sorte, che qualifica e distingue la famiglia, e non il mero scorrere del tempo. Tornando ad Almodovar, nasce un dubbio: certa cinematografia vuol essere realmente uno specchio della realtà o, viceversa, vuole incidere sulla realtà sociale per modificarne valori etici e cultura? È descrizione o manipolazione? Rappresenta per allertare sulle difficoltà che in determinati contesti, oggi, la famiglia incontra a realizzarsi secondo la propria natura, o persegue l’obiettivo ideologico – ma anche utopistico – del suo superamento?

(Fonte: Giuseppe Dalla Torre, Avvenire, 8 agosto 2009)

mercoledì 12 agosto 2009

Demenza laicista

Ci risiamo. E’ lecito, certo, che accada, ma non riusciamo ad abituarci al suo accadere. Il pronunciamento da parte di organi d’informazione cattolici e di esponenti della gerarchia ecclesiastica contro la pillola Ru486 è stato accolto con livore da parte dei laicisti, tanto a sinistra che a destra. E i pulpiti da cui sono stati lanciati i soliti anatemi non sono stati solo i giornali storicamente schierati, come Repubblica o Il manifesto, ma anche testate quali Libero o Il giornale, lette comunemente dall’elettore di centro destra.
Quando si tratta di laicismo si verifica un’interessante trasversalità.
Sul Manifesto hanno fatto gli spiritosi, intitolando "Impasticcati" un fondo contro papa e vescovi, i quali avrebbero travisato completamente il messaggio del Fondatore. “Non fu l’etica – spiegano questi nuovi teologi – la priorità del fondatore” e aggiungono che questioni “morali” sono la fame nel mondo e l’immigrazione. C’è uno strano corto circuito, nel ragionamento. Prima si dice che non conta l’etica, poi si indicano questioni morali prioritarie. Ma insomma, che cosa voleva veramente il Fondatore? Glielo spieghiamo semplicemente noi: che l’uomo non pretenda di sostituirsi a Dio, perché quando lo fa si rende subito responsabile di orridi delitti, che siano l’aborto, lo sfruttamento della povera gente e, insomma, tutti i mali che combiniamo sulla terra.
La Chiesa ricorda alle donne e ai medici che fanno ricorso alla pillola abortiva che anche in quel modo ci si attira addosso la scomunica? Ebbene, il Manifesto risponde: “Viviamo in uno stato democratico e la scomunica può essere reciproca”. Passando così da un provvedimento essenzialmente spirituale e interno alla Chiesa ad un minacciato intervento nella sfera pubblica, politica. L’hanno fatto i loro progenitori lo scorso secolo, lo rifaranno loro.
Su Libero, adesso, dove Giancarlo Lehner [nella foto, giornalista, deputato di centrodestra, già condannato per diffamazione aggravata] inizia il suo pezzo così: “Il 20 settembre Roma fu strappata allo Stato pontificio. E la Città eterna potè diventare capitale d’Italia. La breccia di Porta Pia segnò anche la fine del potere temporale dei Papi, ma non è bastato per affrancare il Vaticano dalle risorgenti tentazioni talebane”. Ora, di fronte ad un incipit di tale grandezza epica, di tale sincero entusiasmo per la Roma umbertina, di tanta storica capacità di giudizio, cosa si deve dire? Davanti alla garibaldina invocazione di una “nuova breccia di Porta Pia” per “rischiarare le idee ai nostalgici del Papa Re”, cosa aggiungere? Lehner cita un pezzettino delle dichiarazioni rilasciate da Mons. Fisichella, una battuta: “Non possiamo restare passivi” e ci scherza su con un umorismo da grande giornalista: “A che tanta muscolarità? Ci scatenerà contro le guardie svizzere?”. Me lo vedo mentre ride tronfio e imbecille.
Questi due esempi tanto per dire il livello della controffensiva laicista. Ovviamente non pretendete che gente dal cervello tanto ristretto riesca a confrontarsi seriamente con certi passaggi molto più serie e impegnativi che c’erano nell’articolata posizione di mons. Fisichella (che non è proprio l’ultimo arrivato), tipo il seguente: “L'assunzione della Ru486 non rende meno traumatico l'aborto, solo lo rinchiude ancora di più nella solitudine del privato della donna e lo prolunga nel tempo”; oppure: “L'aborto è un male in sé perché sopprime una vita umana; questa vita anche se visibile solo attraverso la macchina possiede la stessa dignità riservata a ogni persona. Il rispetto dovuto verso l'embrione non può essere da meno di quello riservato a ognuno che cammina per la strada e chiede di essere accolto per ciò che è: una persona”; o anche il passaggio in cui si richiama l’urgenza educativa “perché i giovani comprendano l'importanza di fare propri dei valori che permangono come patrimonio di cultura e di identità personale”. Non sono proprio delle cretinate su cui sorvolare ridendo come un beota.
Infine, ieri leggo sul Giornale il pezzo di tal Filippo Facci [giornalista e opinionista politico di Unità, Repubblica, Avanti] che, riassumo, comincia così: la pillola Ru486 è stata inventata in Francia dove la usano da 22 anni; è in uso in quasi tutta l’Unione Europea; da dieci anni ce l’hanno anche gli USA; è stata oggetto di “infinite sperimentazioni”, ma l’Italia, per qualche ragione (poi si capirà che la ragione è la presenza del Vaticano) fa “storia a parte”. E’ un po’ come dire: c’è una nuova bomba che è stata inventata e che funziona benissimo, molti già ce l’hanno, perché non la adottiamo anche noi?
L’accusa del Facci è che certi politici nostrani, succubi del Vaticano vogliono in realtà che “l’aborto resti una pratica il più possibile pubblica, ospedaliera e traumatica culturalmente e fisicamente”. Se ne deduce che lui vuole un aborto il più possibile privato (se la veda la donna col problema), casalingo e facile, culturalmente e fisicamente. Tanto l’aborto (chirurgico o chimico che sia) mica lo fa lui. Lui ci mette solo il pisellino. Il resto lo fa la donna.
Avrete notato che nessuno di costoro si pone il problema dell’aborto in sé e per sé. Tutti hanno rimosso la realtà dell’aborto, ciò che è, il male che è. Che lo si faccia bene, presto, da soli e senza troppi problemi morali. Così lo Stato sarà finalmente laico.
Se non è demenza questa...

(Fonte: Gianluca Zappa, La Cittadella, 11 agosto 2009)

venerdì 7 agosto 2009

La pillola 486: Viva la morte !!

Gioite ed esultate. Anche in Italia abbiamo fatto il passo in più verso la barbarie, verso l’omicidio sempre più libero, verso l’appannamento totale delle coscienze. Per non essere da meno nel festival dell’incoscienza che rallegra il mondo, anche in Italia potrà essere usata legalmente la pillola RU486. Un vero passo da gigante sul cammino della civiltà.Adolf Eichmann, efficientissimo organizzatore dello sterminio del popolo ebraico, ebbe occasione di esternare la sua preoccupazione perché le fucilazioni di ebrei o, peggio ancora, l’uccisione uno ad uno con un colpo di pistola alla nuca, rischiavano di “turbare” le SS, se non addirittura di “imbarbarirle”. È infatti noto che questo corpo militare-politico era costituito per lo più da spiriti candidi, sensibili e delicati. La soluzione si trovò nell’omicidio che potremmo chiamare “tecnicamente indiretto”. Qualche centinaio di prigionieri ebrei stipati nella camera a gas, una leva da abbassare per aprire le valvole del letale gas “Zyklon B”, e poi lo sgombero dei cadaveri veniva effettuato da altri prigionieri a ciò comandati. Precdentemente eran stati sperimentati anche gli autobus sigillati, in cui i passeggeri venivano uccisi usando lo stesso gas di scarico del motore, ma il sistema era lungo e malpratico.Quindi nessuno uccideva. C’era chi mandava nelle camere a gas, c’era chi abbassava la leva. Ognuno di questi atti “allontanava” la vittima dal carnefice, rendendo più facile il compito di quest’ultimo. In criminologia si parla di “neutralizzazione” del crimine, quando il criminale riesce a trovare l’escamotage psicologico per sentirsi estraneo al delitto che invece la legge gli addebita. Per assurdo, potremmo avere l’omicida che si difende asserendo che in verità chi ha ucciso la vittima non è stato lui, bensì il proiettile uscito dalla pistola che lui impugnava…La RU486 è un ottimo strumento di neutralizzazione del crimine di omicidio. Io credo che anche al più freddo dei medici abortisti possa fare qualche impressioncella dover alle volte estrarre pezzi di cadavere dall’utero materno. Molti aborti infatti avvengono così, anche perché il feto, poverello, né è molto robusto, né ha la possibilità di difendersi. Spesso lo si accoppa nell’utero materno e poi lo si tira fuori a pezzi. Ora tutto questo turbamento viene superato. Una pillolina, e via!Francamente, questi “progressisti” (che non fanno progredire un bel nulla) li capisco sempre di meno. Si direbbe che vivano di due ossessioni. La prima, tutto sommato inoffensiva nella sua infantile stupidità, è quella di distruggere politicamente Silvio Berlusconi. Il governo Prodi è stato da molti rimosso dai ricordi, comprensibilmente, perché più che un governo era un casino. E allora è bene ricordare che l’accozzaglia di gente (chiamarli ministri mi sembra eccessivo) che componeva quel governo trovò un po’ di concordia principalmente nello smontare i provvedimenti presi dal governo Berlusconi che li aveva preceduti. Ora che sono tornati del tutto in minoranza, anziché far politica, cercano di continuo di soffiare sul fuoco di scandali e scandaletti più o meno inventati per la loro eterna e maniacale guerra a Berlusconi. Ma qui, come dicevamo, sono inoffensivi, come tutti gli scemi.Ma la seconda ossessione è invece terribile: è la morte. E qui appare chiaro come ormai la nostra “politica” vada letta in chiave psichiatrica. La morte, mi si scusi la banalità, è l’opposto della vita, è la sua fine, la sua negazione. Ripeto, mi rendo conto di aver detto una banalità enorme, ma qui se non si torna al banale buon senso comune, si finisce tutti in malora. Pochi mesi fa, in febbraio, è stata celebrata la grande festa dell’eutanasia, ottenendo anche il sovvertimento logico terribile di indurre un genitore, Beppino Englaro, chiaramente debole mentalmente, a voler dare la morte a una propria creatura. E questo è un atto contro natura, perché è normale, ripeto normale, che un genitore difenda la vita del figlio, anche contro ogni logica. Si è praticata una forma di eutanasia di una crudeltà senza pari (far morire per fame e sete) e tutti gioivano. Ora si può gioire perche viene ulteriormente facilitata quella forma di omicidio volontario che non bisogna neanche più chiamare “aborto” ma “interruzione volontaria della gravidanza”, in attesa che i falsi pudori degli ipocriti trovino ancora un altro nome.Fantastica invenzione la pillola RU486. perfetta neutralizzazione del crimine. Un sorso d’acqua, e, oplà, è fatta!Quanti fastidi in meno, quanto tempo risparmiato!Ergo, uccidiamo i malati, perché danno fastidio (eutanasia); uccidiamo i bambini, perché danno fastidio (aborto). Signori, tutto questo è fanatismo per la morte. Siamo alla deriva mentale completa, perché questa gente sogna un avvenire che sarebbe perfetto realizzando la profezia finale di Zeno Cosini. Immagino che per i nostri amici progressisti, ammesso che seguano il mio blog, questo voglia dire ben poco. Loro leggono Repubblica, che aggiorna sulle memorie della puttana di turno. Vadano a leggersi Italo Svevo, e sapranno di cosa sto parlando.Comunque, viva la RU486, che porterà con sé, oltre a un bel numero di morti ammazzati in più, un aumento di disordine nella vita affettiva dei giovani, la cui età media per il primo accoppiamento è già paurosamente bassa. Chiedo scuse alle orecchie delicate, ma parlo di accoppiamento, perché ormai siamo al puro soddisfacimento dell’istinto sessuale. Come le bestie.Il disordine affettivo non potrà che aumentare, perché chi già si accoppia nei cessi delle discoteche con la massima indifferenza, lo farà ancora di più, perché la società laica, progressista, eccetera eccetera ha ulteriormente facilitato l’iter per sbarazzarsi dell’eventuale “incidente”. Chi vorrà accoppare il bambino magari perché la nascita coinciderebbe con la partenza per le vacanze, sarà ulteriormente facilitato. Chi vorrà accoppare il bambino perché teme nuove smagliature sul pancino, che renderebeero imbarazzante mettersi in costume da bagno, è ulteriormente facilitato. Eccetera.Viva la RU486, ulteriore strumento per rendere sempre più facile l’omicidio! E viva l’eccezionale business che le aziende farmaceutiche realizzeranno, nonché le ricche royalties che spetteranno all’inventore di questa fantastica pillola che, ovviamente, ha detto che a lui interessa solo difendere la libertà della donna.Curioso concetto di libertà, che passa attraverso la soppressione di un essere umano innocente e indifeso.La Chiesa cattolica ha subito chiarito che l’uso della RU486 è assolutamente inaccettabile, poiché la pillola in questione altro non è che un abortivo, e pertanto chi ne fa uso, come chi la prescrive, è soggetto alla scomunica. Non credo che la scomunica interessi molto il nostro mondo “progressista”, ma comunque interessa protestare perché la Chiesa “interferisce” con la libertà dello Stato laico, e altri bla bla del genere. E invece, ancora una volta, la Chiesa è l’unico baluardo a difesa della vita, né i suoi ammonimenti sono rivolti solo ai fedeli, ma a tutti gli uomini che non abbiano ancora smarrito il senno, che ancora siano in grado di ricordare che la morte è la negazione della vita, né potrà mai essere definito “esercizio di un diritto” il fatto di dare la morte a un innocente. Questo, signori, è puro buon senso, quello che già richiamavo prima e senza il quale una Società è destinata a disfarsi.Un’ultima noterella: con quale schifosa faccia di tôla (per non dir di peggio) ci si dà tanto da fare per sbraitare contro la pena di morte, e poi ogni anno accoppare con assoluta indifferenza decine di migliaia di bambini?

(Fonte: Paolo Deotto, www.blogspot.com, 5 agosto 2009)

Pakistan: l’Islam colpisce i cristiani

Hanno tirato pietre, bruciato le case, inseguito i fuggiaschi sparando all'impazzata. Alla fine i morti sono nove. Sette hanno per cognome Hamid e sono dello stesso clan familiare di padre Hussein Younis, francescano. Tra essi vi sono due bambini (nella foto di Saqib Khadim, le bare). La loro unica colpa è d'essere cristiani.È accaduto in Pakistan, a Gojra, provincia di Faisalabad, nel Punjab orientale. In tutto il Pakistan i cattolici sono un milione e trecentomila, e altrettanti i cristiani di altre denominazioni, su una popolazione di 160 milioni quasi tutti musulmani. Ma l'intolleranza contro questa minoranza piccola, povera e pacifica è ormai un dato costante, che a tratti esplode in sanguinose aggressioni.L'ultima ha avuto per scintilla un'innocente festa di matrimonio tra cristiani, a Koriyan, un piccolo villaggio vicino a Gojra. Era il 30 luglio. Racconta padre Younis, intervistato da Lorenzo Cremonesi per il "Corriere della Sera" del 3 agosto:"Come è usanza, alla fine della cerimonia in chiesa gli invitati hanno tirato verso la coppia fiori, riso, alcune monete per augurare prosperità e biglietti con frasi di saluto o preghiere. Il guaio è che dei musulmani hanno cominciato a sostenere che i biglietti erano pagine del Corano strappate, un'offesa gravissima per l'islam e oggi ancora più grave in questi tempi di fanatismo. Ben presto sono volati insulti, accuse, poi pietre. Nel pomeriggio erano già state date alle fiamme alcune abitazioni. Ma la violenza più grave è esplosa sabato mattina 1 agosto a Gojra, attorno al quartiere cristiano."La nostra gente ha contato otto autobus carichi di estremisti arrivati da fuori. Volti sconosciuti di gente armata sino ai denti. Il loro slogan era che noi cristiani abbiamo la stessa religione dei soldati americani e dunque siamo nemici, meritiamo la morte. Prima hanno tirato pietre, poi hanno sparso benzina e infine mitra e bombe. Qui attorno a me è tut­to bruciato, carbonizzato. Il bilancio di sangue poteva essere molto peggiore se i cristiani non fossero fuggiti subito. I miei familiari non sono stati abbastanza lesti e sono bruciati vivi, intrappolati tra le fiamme".Il vescovo di Faisalabad, Joseph Coutts, anche lui intervistato dal "Corriere della Sera", ha così commentato: "È chiaro che questi pogrom sono stati organizzati da gruppi che col fine di sconvolgere il Pakistan, oltre che l'Afghanistan, fanno di tutto per seminare violenza. Ci hanno provato con gli attentati nelle maggiori città pakistane e ora passano agli attacchi ai cristiani. Il fatto più grave è che adesso riescono a mobilitare grandi folle di fedeli contro di noi. Trovo che sia un fenomeno allarmante, peggiore che gli attentati isolati con bombe nelle chiese che hanno terrorizzato i cristiani sin dall'inizio nel 2001 della guerra in Afghanistan".Il vescovo ricorda almeno quattro pogrom anticristiani che hanno visto la mobilitazione di larghe masse di manifestanti pronte ad usare violenza: "La prima volta in anni recenti è stato nel 1997, nel villaggio di Shanti Nagar. Otto anni dopo l'attacco si è ripetuto nella cittadina di Sangla Hill. Il 30 giugno scorso è avvenuto nel villaggio di Bahmani Wala, nella regione di Kasur, non troppo lontano da qui. E ora a Koriyan e Gojra hanno dato fuoco a decine di case".Quasi sempre il pretesto delle violenze e delle persecuzioni è la legge 295, che in nome della sharia commina pene pesantissime, fino all'ergastolo, a chi offende il Corano o Maometto. "Il problema è che questa legge viene utilizzata in modo del tutto arbitrario. Spesso basta la parola di un cittadino musulmano per far mettere in carcere un cristiano senza alcuna prova concreta", prosegue monsignor Coutts. L'ultimo processo si è concluso lo scorso 17 aprile a Lahore con l'assoluzione di due anziani cristiani, James e Buta Masih. I due innocenti avevano passato più di due anni in prigione. Dal 1986 a oggi è stato calcolato che l'accusa ha colpito 982 cristiani. Di essi, 25 sono stati uccisi da musulmani fanatici.Dopo l'ultimo massacro, il primo ministro del Punjab, Shahbaz Sharif, ha nominato una commissione d'inchiesta e ha annunciato un risarcimento di 500.000 rupie, poco più di 4.000 euro, ai familiari delle vittime.Lo scorso 6 luglio un compenso di 20.000 rupie era stato dato a ciascuna delle 57 famiglie che avevano avuto la casa distrutta nel pogrom anticristiano del 30 giugno a Bahmani Wala. La consegna è stata fatta alla presenza di tre preti cattolici e di altri leader cristiani, davanti alla chiesa del villaggio utilizzata dalle diverse confessioni.Prima ancora, la Chiesa cattolica aveva subito danni anche in conseguenza dell'attentato suicida del 27 maggio contro un edificio della polizia a Lahore. L'edificio fu interamente distrutto, con 35 morti. Ma subirono crolli anche quattro edifici adiacenti: la libreria delle Figlie di San Paolo e tre scuole medie superiori cattoliche.Nel marzo del 2008 anche la cattedrale di Lahore aveva subito danni, per una bomba contro un vicino edificio del governo.Per tre giorni, dopo l'ultimo pogrom, tutte le scuole cattoliche del Pakistan sono state chiuse in segno di lutto.I vescovi e il nunzio apostolico Adolfo Tito Yllana hanno chiesto a più riprese alle autorità pakistane di agire in difesa delle minoranze religiose aggredite. La loro convinzione è che sia in atto un vero e proprio martirio, con i cristiani eletti a "capro espiatorio" dell'odio di musulmani fanatici. Analoghi pogrom hanno per vittima, in Pakistan, anche una corrente islamica messa al bando come "eretica", che conta circa tre milioni di seguaci, gli Ahmadi.In un telegramma inviato il 3 agosto al vescovo di Faisalabad, Joseph Coutts, e firmato dal segretario di Stato vaticano, Benedetto XVI ha espresso il suo dolore "per l'insensato attacco alla comunità cristiana di Gorjan", con la "tragica uccisione di bambini, donne e uomini innocenti". E ha fatto appello ai cristiani del Pakistan perché non desistano dallo sforzo di "costruire una società che, con un profondo senso di fiducia nei valori umani e religiosi, sia caratterizzata dal mutuo rispetto fra tutti i suoi membri".In un'intervista alla Radio Vaticana, il nunzio in Pakistan si è detto "consolato dalle parole di perdono di un cristiano che ha avuto la casa bruciata e che ha detto: 'Speriamo soltanto che Dio dia loro la luce di vedere la giusta via'".Il nunzio ha commentato: "Questo è più potente di qualsiasi omelia io possa fare. C’è lo spirito cristiano che regna sempre fra questa gente che soffre".

(Fonte: Sandro Magister, Settimo cielo, 5 agosto 2009)

sabato 25 luglio 2009

Dalle urla alle sberle: l'inevitabile destino della banda Di Pietro

Dagli insulti alle minacce, dalle minacce all’azione, dai girotondi ai blitz squadristici. Vorremmo sbagliarci, ma siamo sicuri che ancora non abbiamo visto il peggio che Di Pietro e i suoi scherani possono produrre. Anzi, ne siamo purtroppo molto lontani. L’ineluttabilità dell’escalation sta infatti nella natura stessa dell’uomo e del movimento che ha fondato: l’uno e l’altro fondamentalmente antidemocratici, tendenzialmente violenti, totalmente privi di idee politiche, desolatamente incapaci di elaborare una proposta di società.Di Pietro, come ha abbondantemente dimostrato prima da magistrato, poi da parlamentare, infine da ministro, ha un solo fine: se stesso. E l’Idv, fatta a sua immagine e somiglianza, non ha altro scopo che mantenersi e crescere per fornire all’ex pm flussi di cassa e potere. Non, si badi bene, il sacrosanto potere necessario per realizzare un progetto. Che infatti non c’è. Bensì il meschino potere atto a soddisfare gli appetiti personali. Che, come ormai abbiamo imparato, invece ci sono e sono piuttosto robusti.In una situazione in cui l’opposizione di sinistra, sia moderata che radicale, si trova in grave crisi per ragioni storiche e politiche, il vuoto pneumatico ma urlante del dipietrismo è riuscito a raccogliere un’abnorme messe di consensi tra chi non si riconosce né nel Pdl né nella Lega. I toni da tribuno e l’antiberlusconismo viscerale hanno sedotto centinaia di migliaia di italiani, portandolo all’inverosimile otto per cento delle elezioni europee. Ma il primo a sapere che sono voti volanti è lo stesso Tonino. Non c’è una pietra che possa restare, nella sua Italia dei Livori. Quello che è stato allestito è solo un enorme falò che ha bisogno di essere alimentato in continuazione con fascine d’odio e secchiate di veleno.E quindi via, sberle agli alleati. E, certo, insulti al governo e alla maggioranza. E poi, addosso al presidente della Repubblica e alla Corte Costituzionale. Solo che non basta, non basta mai. Non può bastare, soprattutto se il proposito è quello di crescere ancora, di fagocitare mezzo Pd, di essere l’unica vera opposizione. Bisogna alzare sempre il tiro. E dopo aver accusato i giudici della Consulta di «malafede e servilismo» (tra parentesi, il Grande Moralizzatore ha questo di curioso: quello che fa la magistratura va sempre bene, a prescindere, tranne quando non piace a lui) che altro si può inventare? Dopo aver dato del «mafioso» a Napolitano, con chi altri ce la si può prendere? Dopo aver definito il governo «un regime piduista, fascista, razzista e un po’ xenofobo» (detto tra l’altro da uno che scriveva che i clandestini «meriterebbero non la galera ma il taglio degli attributi») dove ci si può ancora spingere? Se Berlusconi è già Nerone, Videla, Hitler, che cosa resta? Che cosa c’è peggio del male assoluto?Eccolo, il pericolo. Le offese sono esaurite (anche perché, cosa volete, la conoscenza del vocabolario è quella che è), si passa all’azione. Scendono in campo i Pedica. E ancora non ci sarebbe da aver paura: uno che strilla alla violazione dei diritti umani perché i commessi di Palazzo Chigi hanno spento l’aria condizionata non deve avere proprio la tempra del miliziano. Ma la china è quella: altro e peggio verrà da gente che minaccia di «appendere a testa in giù» i giornalisti scomodi. L’obiettivo è lo sfascio, il conflitto permanente, il degrado del clima politico del Paese, uniche condizioni nelle quali l’Idv può vivere e prosperare. E Di Pietro ha già evocato le Brigate Rosse e ha già lanciato il suo sinistro avvertimento: «Saremo protagonisti dell’autunno caldo nelle piazze». Paranoie? Fissazioni di un giornale che per anni si è sgolato quasi in perfetta solitudine per mettere in guardia dal pericolo Di Pietro? Forse no se persino D’Alema, uno dei principali responsabili della creazione del mostro-Tonino, ora parla di «atti eversivi». Forse no se un quotidiano vicino al centrosinistra come il Riformista invoca «un nuovo arco costituzionale che isoli il sedizioso». Finalmente qualcuno apre gli occhi. Finalmente qualcun altro si rende conto che Tonino è un pericolo per la democrazia. Ora speriamo che il Pd si decida a fare quello che da quasi un anno, a singhiozzo, i suoi leader annunciano e poi si rimangiano: rompere l’alleanza con l’ex pm che è, tra l’altro, una delle ragioni del loro fallimento. Oppure ci spieghino che cosa glielo impedisce davvero.

(Fonte: Massimo De Manzoni, Il Giornale, 25 luglio 2009)

“Le favole non dette” di Vladimir Luxuria. Era molto meglio non scriverle!

Peccato! Sembrava che la corsa ad ostacoli di Vladimir Luxuria - al secolo Vladimiro Guadagno - non dovesse conoscere pause, né insuccessi. Il «transgender più famoso d’Italia» - parola del risvolto di copertina - dopo aver neutralizzato tonnellate di atavici pregiudizi era riuscito, nell’ordine: a diventare un simbolo di riscatto per folle di discriminati; a conquistare un seggio a Montecitorio; a ridicolizzare le muffitissime polemiche di chi, alla Camera, avrebbe voluto vietargli il bagno delle signore; a trionfare sull’Isola dei famosi; e infine a scampare al fuoco amico di Marco Travaglio, che parla male di tutti e quando va in tivvù ha l’aria di qualcuno che al momento di accomiatarsi rifiuterà di stringere la mano al conduttore.Se «la grande personalità è il frutto di una serie ininterrotta di azioni ben riuscite», come affermava Fitzgerald nel Great Gatsby, pochi dubbi che Vladimir stesse dandosi da fare per ricadere sotto la categoria. E invece...È proprio vero, è la letteratura che ci sputtana. Pubblicare dei racconti «morali» (Le favole non dette, Bompiani, pagg. 202, euro 16,50) è stato un gesto suicida. Vedi, Vladimir, i fratelli Goncourt rivelano che un giorno Flaubert si accorse, orripilato, che in Madame Bovary comparivano due genitivi l’uno dietro l’altro. Aveva scritto «...un bouquet de fleurs d’oranger», un mazzetto di fiori d’arancio. La scoperta lo sconvolse, si ammalò, e alla fine ne morì. Comprendi, ora, alla porta di quale inferno hai deciso di bussare? E tu cosa fai, per non essere incenerito? Grammatica presa in prestito ad un’altra lingua, probabilmente non indoeuropea («non capisco il limite delle mie acque»; «agitavano la coda in festa che quasi si dividevano in due»), tendenza alla pletora («uscì fuori»: si è mai visto qualcuno uscire dentro?) e sintassi da matita blu («un rampicante di glicine che quando era in fiore il suo profumo inebriava...»). Il tutto condito da valanghe di cacofonie, di aggettivi ed avverbi inutili e da un profluvio di «quello», «suo», «proprio». In una pagina, otto occorrenze di «tutto»: l’editor dormiva, o con la testa era già in spiaggia?Ecco il punto: il problema non è Vladimir Luxuria. È la Bompiani. Diavolo, in catalogo avete Moravia. Vi rendete conto che una sciatteria così sfacciata, quasi proterva, dimostra che la grande editoria italiana si muove ormai disinvoltamente nell’ambito della semi-professionalità? Dite la verità: ve ne infischiate, tanto non esistono più lettori capaci di accorgersene, e men che meno di scandalizzarsi? Risposta satanica prevista: gli editor bravi? In Italia costano più delle figuracce, quindi il gioco non vale la candela.

(Fonte: Il Giornale, 25 luglio 2009)

Don Gianni Baget Bozzo nell’opera postuma: i segreti dell’utopia dossettiana

Il rapporto tra cattolici e comunisti resta la principale chiave interpretativa della storia italiana del Secondo dopoguerra. Questo rapporto fu teorizzato e vissuto da due forti personalità intellettuali, pur tra loro divergenti: Giuseppe Dossetti (1913-1996) e Franco Rodano (1920-1983). Per entrambi il comunismo non fu il nemico, ma l’occasione storica per realizzare il programma sociale cristiano, che essi contrapponevano al sistema capitalistico dell’occidente.
Il compito dei cattolici, secondo Rodano, doveva essere quello di dare dimensione religiosa e metafisica, all’azione politica di Palmiro Togliatti. Dossetti pensava invece che si dovesse agire all’interno della Dc di De Gasperi, “rifondandola” per conquistare lo stato. Il gruppo “catto-comunista”, che faceva capo a Rodano riteneva che marxismo e cattolicesimo dovessero realizzare, nella comune prassi, una nuova idea di Rivoluzione.Per la sinistra dossettiana, invece, l’idea di “Rivoluzione” era incorporata nella costituzione antifascista, che andava attuata in tutte le sue potenzialità.All’inizio degli anni Settanta del Novecento, Rodano fu il mentore di Enrico Berlinguer, in cui vide il realizzatore della politica di Togliatti. L’epoca del compromesso storico, tra il 1974 e il 1978, fu quella del maggior successo comunista in Italia e, simultaneamente, della peggior crisi del mondo cattolico, che vide il passaggio del divorzio e dell’aborto, sotto governi a guida democristiana.La morte, nel 1978, di Aldo Moro e di Paolo VI, segnò però il definitivo naufragio del progetto rodanian-berlingueriano. In quegli anni, don Giuseppe Dossetti, dopo aver abbandonato la politica attiva ed essere stato ordinato sacerdote, viveva in ritiro monastico. Il suo programma, dopo aver trovato un primo interprete in Fanfani e nei teorici della “terza via”, avrebbe conosciuto l’ora di apparente trionfo solo vent’anni dopo, con l’entrata in scena di Romano Prodi, sua creatura politica.Franco Rodano trovò il suo più rigoroso critico in Augusto Del Noce (Il cattolico comunista Rusconi, Milano 1981); Giuseppe Dossetti lo ha trovato in Gianni Baget Bozzo, di cui è appena uscito postumo, in collaborazione con Pier Paolo Saleri, “Giuseppe Dossetti. La Costituzione come ideologia politica” (Ares, Milano 2009). Il Foglio ha già dedicato a Dossetti ampi articoli di Maurizio Crippa e dello stesso Baget Bozzo. Chi è interessato a meglio comprendere l’influenza esercitata da Dossetti nella società italiana, troverà ora in questo volume nuovi elementi su cui riflettere.Il pensiero di Dossetti si era in parte alimentato alle posizioni filo-fasciste dell’Università Cattolica di padre Agostino Gemelli. Si trattava, osserva Baget Bozzo, di una interruzione interruzione significativa del pensiero cattolico sul diritto naturale (p. 51). Per il giusnaturalismo cattolico, infatti, la legge naturale non può essere assorbita dal diritto positivo dello stato. Il fascismo però produsse nel mondo cattolico l’idea che fosse lo stato il garante naturale della chiesa nella società e l’unica fonte del diritto. Saleri osserva che Dossetti, proprio attraverso la sua esperienza nella Resistenza, capì che nel fascismo c’era un elemento che andava salvato, seppure in forma democratica e antifascista: lostato che dà forma alla società in chiave anticapitalista (p. 84). Questo stato poteva essere realizzato solo attraverso una stretta alleanza tra i cattolici e le sinistre, in particolare il Pci, in quanto partito capace di dare un senso forte alle istituzioni. “Così il dossettismo appare soprattutto come una connessione nel mondo cattolico, tra la concezione fascista e quella comunista dello stato, nella forma che essa prese in Italia, un paese che doveva rimanere occidentale e in cui il comunismo non poteva prendere il potere in forma rivoluzionaria” (p. 52).Il ruolo politico di Dossetti è legato a due momenti precisi: il 1948, che vide il giovane “professorino” trasformarsi nel sagace “costituente” che trattò con Togliatti l’articolo 7 della costituzione, e gli anni Novanta, quando l’antico costituente si trasformò in un nuovo “partigiano” della costituzione repubblicana.In quel momento, dopo il crollo del muro di Berlino, vi era una sola possibilità per i comunisti di cambiare la situazione politica: servirsi della magistratura, che poteva non essere soltanto un potere delle istituzioni, ma anche “un potere sulle istituzioni”.Per Dossetti l’azione della magistratura corrispondeva alla sua tesi fondamentale, quella per cui la Resistenza era incorporata nella costituzione e le forniva un valore metafisico: l’antifascismo (p. 41). La politica della costituzione antifascista divenne la chiave della legittimità politica dopo la fine dell’egemonia democristiana. I partiti antifascisti, cattolici e comunisti, erano l’essenza della Repubblica costituzionale e la democrazia italiana, secondo Dossetti, si era allontanata, con l’anticomunismo, dall’antifascismo costituzionale. I magistrati erano l’unico potere che non traeva legittimità dal voto popolare, ma dalla costituzione, senza passare attraverso i partiti. Dossetti divenne dunque il garante dell’integrità della costituzione.Il “gran vecchio” scese dalla Montagna e ritornò sulla scena, promuovendo in tutta Italia i comitati per la difesa della costituzione, per combattere la “democrazia populista” di Silvio Berlusconi, simbolo a un tempo della società borghese e della sovranità popolare che minacciava la costituzione.La coalizione di sinistra guidata da Romano Prodi, designato a questo ruolo dallo stesso Dossetti, riuscì a vincere le elezioni politiche contro Berlusconi, prima nel 1996 e poi nel 2006. Il ruolo di Dossetti, nelle elezioni del 1996, fu quello di un “contropotere spirituale” rispetto al Vaticano: un monaco che si sostituiva alla chiesa di Roma, assumendo su di sé il ruolo di guida spirituale dei cattolici.Il cardinale di Milano Carlo Maria Martini fu il suo maggiore alleato. La chiesa fu costretta ad accettare l’uomo di Dossetti, legittimato da Martini, come mediatore tra la chiesa e lo stato (p. 59). Il monaco Dossetti compì in nome del suo potere spirituale ciò che il politico Dossetti aveva tessuto in forma materiale. “Dossetti e Prodi – sottolinea Baget Bozzo – appartengono alla storia religiosa d’Italia, non soltanto a quella politica” (p. 64). “Senza il tocco monastico, il dossettismo pieno e vero, cioè il prodismo, non sarebbe nato” (p. 65). Il gruppo di Dossetti aveva visto nella costituente e nella costituzione un evento rivoluzionario che dava un nuovo fondamento e un nuovo inizio alla società italiana.
Il secondo evento fu il Concilio Vaticano II. Dossetti era convinto che la collusione con il potere della chiesa post tridentina aveva portato alla separazione tra Dio e il popolo. Per riconciliarli, non era sufficiente l’azione politica, ma occorreva una riforma teologica della chiesa. Il libro di Baget Bozzo e Saleri accenna, ma lascia a margine quest’aspetto, che andrebbe integrato con la lettura dell’ampio saggio di Giuseppe Alberigo, Giuseppe Dossetti al Concilio Vaticano II, contenuto nella raccolta di saggi dello storico dossettiano, Transizione epocale.Studi sul Concilio Vaticano II (Il Mulino, Bologna 2009, pp. 393-504). Dossetti partecipò al Concilio come “esperto” del cardinale Giacomo Lercaro, attorno a cui costituì l’Istituto per le Scienze Religiose di Bologna di cui lo stesso Alberigo, e oggi Alberto Melloni, sono eredi. Durante il Concilio, Dossetti e il gruppo di Bologna cercarono di spingere la chiesa sulla via del “conciliarismo”, spogliandola del suo Primato Romano. Il tentativo di trasformare in senso “collegiale” il governo della chiesa fallì, ma la scuola di Bologna divenne il centro di diffusione dello ‘spirito del concilio’ cioè di una chiesa, come ricordò Baget Bozzo sul Foglio, del 23 febbraio 2007, liberata dalla monarchia papale e fondata dal governo dei vescovi.Quando, il 15 dicembre 1996, il monacopartigiano muore, a 83 anni, nella Comunità da lui fondata di Oliveto, accorrono a pregare sulla sua bara il capo dello stato Oscar Luigi Scalfaro e il presidente del Consiglio Romano Prodi. Quest’ultimo, come annota il “Corriere della Sera” del 16 dicembre, afferma di aver perduto in Dossetti “la sua guidaspirituale”. Anche il cardinale Martini lo piange definendolo una “figura profetica per il nostro tempo”, e dichiarando di aver avuto in lui “un grande amico e ispiratore”. Tredici anni della nostra storia sono da allora passati. L’ascesa al Pontificato di Benedetto XVI nel 2005 e la disfatta politica di Romano Prodi nel 2008 sono state svolte epocali che hanno visto l’inesorabile tramonto di un Dossetti profeta politico-religioso, capace di “leggere la storia” e discernere “i segni dei tempi”. Il pensiero di don Giuseppe Dossetti, come quello di Franco Rodano, è oggi archiviato nella storia delle utopie.

(Fonte: Roberto de Mattei, Il Foglio, 22 luglio 2009)

Mons. Fisichella: una chiave di lettura della “Caritas in veritate”

Sono diversi i punti da cui poter partire per immettersi nell’ultima enciclica di Benedetto XVI.
Un testo che intende affrontare la questione sociale alla luce del termine “sviluppo” che aveva avuto un posto determinante nell’insegnamento della Populorum progressio di Paolo VI del 1967. Una prima nota che balza evidente in queste pagine è il richiamo alla peculiare condizione storica che stiamo vivendo e che direttamente coinvolge la comprensione dei concetti e la loro interpretazione. A differenza degli anni Settanta in cui lo sviluppo era identificato preferibilmente come “L’obiettivo per far uscire i popoli anzitutto dalla fame, dalla miseria, dalle malattie endemiche e dall’analfabetismo” (n. 21), il termine assume oggi nelle pagine di Benedetto XVI una connotazione più ampia. Esso si pone come l’obiettivo per verificare la totalità della persona nel suo armonioso sviluppo della conoscenza di sé, delle relazioni interpersonali, sociali e del mondo che lo circonda e all’interno del quale è inserito; in una parola, “l’apertura alla vita è al centro del vero sviluppo” (n. 28). Per usare un’espressione sintomatica dell’enciclica, si potrebbe dire: “Il libro della natura è uno e indivisibile” (n. 51); ciò significa, che richiede non solo di essere mantenuto integro nella sua totalità, ma soprattutto che nel momento in cui lo si sfoglia, non si saltino le pagine per non correre il rischio di non comprendere lo sviluppo logico impresso nella natura stessa. Ricorda il Papa quanto sia necessario per l’uomo sentirsi profondamente legato al libro della natura senza cadere in una sorta di schizofrenia facilmente verificabile in diverse situazioni del mondo contemporaneo.
A volte, infatti, è difficile seguire il percorso di alcuni movimenti culturali e di atti legislativi tesi a salvaguardare l’ambiente, il creato o le diverse tipologie di animali più o meno in via di estinzione. Ciò che colpisce di più è che questi, mentre da una parte difendono l’ecologia ambientale, dall’altra dimenticano la vita umana e la sua salvaguardia. Per paradossale che possa sembrare, la loro posizione contraddice le tesi che sostengono in quanto a esse sacrificano la vita dell’uomo. Per dirla con le stesse parole dell’enciclica: “Se non si rispetta il diritto alla vita e alla morte naturale, se si rende artificiale il concepimento, la gestazione e la nascita dell’uomo, se si sacrificano embrioni umani alla ricerca, la coscienza comune finisce per perdere il concetto di ecologia umana e con esso quello di ecologia ambientale. È una contraddizione chiedere alle nuove generazioni il rispetto dell’ambiente naturale, quando l’educazione e le leggi non lo aiutano a rispettare se stesse” (n. 51). La natura, insomma, non è al di sopra dell’uomo né questo avulso dalla sfera naturale; è determinante, pertanto, un equilibrio basilare che non esalti l’uno umiliando l’altro, cadendo in forme di neopaganesimo.
Questa dimensione, a nostro avviso, conduce al cuore dell’argomentazione della Caritas in veritate: lo sviluppo genuino e coerente che la nostra società è chiamata a perseguire è quello di un umanesimo integrale (cfr. n. 78). Solo nella misura in cui la persona conosce se stessa e si mantiene in quella sfera di tensione costante verso la verità, allora può garantire che nella società e nelle diverse forme in cui essa si articola si possa concretamente realizzare uno sviluppo coerente, non traumatico per la mancanza di regole e soprattutto fondato su principi etici che garantiscono il rispetto verso tutti e l’applicazione della giustizia come “prima via della carità” (n. 6). In questo orizzonte diventa altamente significativo l’incipit dell’enciclica dove, in due termini si sintetizza il suo intero contenuto. La famosa espressione dell’apostolo Paolo veritas in caritate trova il suo corrispondente nel titolo dato a questa terza enciclica: Caritas in veritate. Nella mente dell’apostolo l’espressione indica che l’annuncio della verità del vangelo non è solo coniugato con l’amore, ma vive in esso; l’annuncio della verità si compie nella forma dell’amore. Nel pensiero del Papa, l’espressione chiude la circolarità e afferma che l’amore e la carità vivono primariamente di verità; la verità è lo spazio in cui l’amore si realizza. Questa prospettiva, per nulla teorica come potrebbe apparire a prima vista, tende a mostrare la via per uscire dal tunnel dell’emotività generalizzata e dall’arbitrarietà. Assumere la verità come principio universale, infatti, permette alla carità di diventare essa stessa principio universale oltre il sentimentalismo o il fideismo di turno: “Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo. L’amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. È il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità” (n. 3). Questa visione applicata alla dottrina sociale della Chiesa evidenzia da subito la vera sfida che è posta sul tappeto della nostra società nel momento in cui vuole affrontare con coerenza il tema del progresso e dello sviluppo.
Per permettere questo, Benedetto XVI si fa propositivo. Quanti in questi anni ripetono pedissequamente il ritornello diventato ormai un luogo comune che “La Chiesa dice sempre dei no”, dovranno ben rileggere le pagine di questa enciclica per verificare la progettualità, anche coraggiosa in alcuni momenti, a cui essa rinvia. Penso, in modo particolare, a come vengono trattate tematiche quali il mercato, l’impresa, la finanza che in un periodo di crisi come l’attuale sono richiamate a esprimere al meglio se stesse facendo ricorso, anzitutto al rispetto delle “esigenze intrinseche alla loro natura” (n. 45), e da qui farsi forti delle forme di “solidarietà” (n. 35), di “retta intenzione e trasparenza” (n. 65), per recuperare quel necessario senso di fiducia senza del quale il mercato, la finanza e la stessa imprenditoria non possono avere futuro. In un contesto di globalizzazione come il nostro, queste tematiche richiedono una lettura del fenomeno in termini rinnovati, capaci ad esempio di verificare in maniera più coerente le dinamiche sottese al mercato e all’impresa, la funzione sociale che svolgono e il valore di genuino apporto al progresso che possiedono nel momento in cui pongono al centro la persona. Relazionarsi al solo sistema economico, dimenticando che siamo a un crocevia alquanto affollato di situazioni complesse che richiedono l’apporto incondizionato di quanti sono coinvolti nel processo, equivarrebbe a vivere in una miopia che non porta lontano. Riportare alla centralità della persona equivale a evidenziare che oltre alle inevitabili situazioni di rischio che il mercato, l’impresa e la finanza possiedono, esiste anche – per non dire soprattutto – una serie di qualità quali l’abilità, la fantasia, l’intelligenza, la conoscenza scientifica e tecnologica che permettono di produrre reale sviluppo in quanto impegnano costantemente alla curiosità intellettuale che sa produrre nuovi e positivi “stili di vita” con al proprio fondamento una scelta etica e morale che completa il semplice prodotto economico.
Non potrà passare sotto silenzio, in questo frangente, l’impegno prettamente culturale a cui il Papa richiama. L’espressione citata nelle pagine dell’enciclica: “Il mondo soffre per la mancanza di pensiero” (n. 53), evidenzia lo sforzo che è necessario compiere per la formazione di personalità che a tutti i livelli della società siano in grado di porsi responsabilmente come classe dirigente in modo da condurre lo sviluppo verso le tappe di un vero e continuativo progresso. Lo stato di crisi culturale in cui siamo inseriti non necessariamente conduce a passive condizioni di staticità del pensiero; al contrario, è possibile vedere nella crisi una provocazione a saper discernere il momento presente per farsi carico di nuova progettualità che con realismo, fiducia nella ragione e certezza di riuscita possa pervenire a una nuova sintesi carica della ricchezza umanistica del passato e forte delle conquiste tecnologiche del presente. Da questa prospettiva nessuno può sentirsi esonerato dall’assunzione di una responsabilità per il progresso della società. Un’espressione di Benedetto XVI lo indica in maniera evidente: “Lo sviluppo è impossibile senza uomini retti, senza operatori economici e uomini politici che vivano fortemente nelle loro coscienze l’appello del bene comune” (n. 71).
Pregio dell’enciclica è certamente il richiamo all’istanza etica. È facile verificare come in questi ultimi anni da più parti e in modi svariati si sia fatto sempre più insistente l’appello all’urgenza etica per evitare di precipitare in situazioni irrimediabili. È necessario ricordare, comunque, che l’etica non può essere assunta come la panacea di tutti i mali che la società oggi vive per la crisi generalizzata che non è solo di ordine economico, ma principalmente di carattere antropologico. Etica non è una parola magica e tanto meno può essere assunta come un mero richiamo estemporaneo in particolari momenti di crisi; etica dice molto di più. Indica la strada che l’uomo è chiamato a percorrere con fedeltà e perseveranza se vuole raggiungere realmente la felicità e vivere in un mondo dove il rispetto e la responsabilità sono patrimonio di tutti. Ci si dovrà pur chiedere come mai questi decenni hanno visto spesso l’infrangersi di molte regole con l’imporsi del cinismo e della prepotenza? Di fatto, dove non c’è etica subentra il sopruso del forte sul debole, la legge viene aggirata dal più furbo a scapito del cittadino onesto e un senso di ingiustizia e impotenza diffuso pervade il sentire comune. Come si legge nell’enciclica: “Si nota un certo abuso dell’aggettivo “etico” che, adoperato in modo generico, si presta a designare contenuti anche molto diversi, al punto da far passare sotto la sua copertura decisioni e scelte contrarie alla giustizia e al vero bene dell’uomo” (n. 45). È necessario, pertanto, poter coniugare “etica della vita ed etica sociale” (n. 15), per fornire alla singola persona e alla società intera un fondamento solido su cui costruire il proprio futuro.
Benedetto XVI non ha timore di affrontare la questione mostrando che un’etica coerente con il suo fondamento e le finalità che si prefigge richiede che si espliciti anche in una duplice dimensione: accogliendo sia l’orizzonte dell’uomo come “immagine di Dio” sia la “inviolabile dignità della persona umana” (n. 45). Proprio questa prospettiva permette di verificare l’apporto positivo che viene dato a diverse problematiche che sono oggi particolarmente oggetto di dibattito pubblico e politico; si pensi, ad esempio, all’immigrazione, alla disoccupazione, agli investimenti internazionali per ognuna di queste tematiche l’istanza etica che pone a suo fondamento la dignità della persona mostra quanto sia impossibile trattare l’immigrato come “merce o una mera forza di lavoro” (n. 62); come non si possano procrastinare politiche per l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro andando oltre la precarietà; quanto sia importante il giusto salario che è dovuto al lavoratore e la sicurezza che gli deve essere garantita sul posto di lavoro (n. 63); inoltre, mostra come sia urgente educare le persone per non cadere in forme di sottosviluppo, di sfruttamento o nella trappola violenta dell’usura (n. 65); non da ultimo, viene ricordato come determinare la natura degli investimenti anche internazionali per non dimenticare che non sono un semplice atto tecnico, ma inevitabilmente legati a un fattore umano, sociale ed etico (cfr. n. 40).
In una parola, Caritas in veritate ripropone gli elementi fondamentali della dottrina sociale della Chiesa dinanzi alle nuove provocazioni del mondo contemporaneo; si presenta come una proposta valida e perseguibile anche per noi oggi. Essa avverte che la solidarietà non è sufficiente se manca il riferimento alla sussidiarietà e che questa senza l’altra mancano di qualcosa di essenziale e quindi permangono sterili nella loro azione di creare progresso: “La sussidiarietà senza solidarietà scade nel particolarismo sociale (…) la solidarietà senza sussidiarietà scade nell’assistenzialismo che umilia” (n. 58). In fondo anche questa prospettiva non è altro che un richiamo a un dato antropologico: il valore della libertà che si rende responsabile nei confronti dell’altro riconosciuto come persona perché portatore di dignità inalienabile.
“Senza Dio l’uomo non sa dove andare e non riesce nemmeno a comprendere chi egli sia” (n. 78). Un’espressione come questa posta a conclusione di Caritas in veritate getta molta luce sull’insegnamento che Benedetto XVI ha voluto offrire con questa enciclica. L’orizzonte spirituale della persona non è appendice aggiuntiva per la comprensione di sé e del rapporto con gli altri, ma la sua essenza. Se la persona fosse limitata alla sola sfera della relazionalità interpersonale, senza la capacità di andare oltre l’umano per affidarsi a quel senso di trascendenza che si percepisce dentro di sé, allora sarebbe distrutta la componente di mistero che permane come dimensione determinante per la coerente collocazione di sé all’interno del creato e della società. Per questo motivo non può passare inosservata la riflessione sul valore sociale della religione e sull’apporto peculiare che il cristianesimo ha dato nel passato e continua a offrire per il raggiungimento del bene comune (cfr. nn. 55-56). Ogni persona è un mistero, ma proprio la possibilità di affidarsi a un mistero più grande, quello di un Dio che si fa uomo per condividere in tutto la realtà umana, consente al cristianesimo di raggiungere l’apice dell’evento religioso. Nella costituzione pastorale Gaudium et spes ritroviamo le parole più intense riguardo a questo tema soprattutto là dove si dice che: Cristo Gesù “ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con mente di uomo, ha agito con volontà di uomo, amato con cuore di uomo” (n. 22). Questa espressione permette di cogliere ancora di più l’originalità della terza enciclica di Benedetto XVI dedicata alla vita sociale. Pagine da cui emerge con forza non solo la capacità argomentativa del credente, ma soprattutto la possibilità di comunicare le ragioni della propria fede anche a quanti ci guardano con attenzione e desiderano compiere con noi un percorso fatto almeno alla luce della ragione se non ancora della fede.

(Fonte: L’Osservatore Romano, 24 luglio 2009)

L’aborto non è un dovere, né un diritto. Semplicemente uccide

Il Parlamento italiano è diventato “antiabortista”? A leggere i giornali in questi giorni ci sarebbe quasi da crederlo: dopo il voto sulla Mozione Buttiglione, non pochi ambienti “pro life” cantano vittoria, parlano di «inversione di tendenza» e, soprattutto, di «scelta per la vita».
Ma quando si parla di “scelta” si è già traslocato armi e bagagli nel campo dell’abortismo, che ritiene l’aborto una questione di scelta, una faccenda della donna (che non può essere obbligata a partorire), un diritto dell’adulto a disporre liberamente della vita dei non nati. Questo è il nocciolo duro dell’abortismo e contro questo nocciolo duro un’autentica cultura per la vita deve battersi. Sempre.
Il voto del Parlamento italiano non scalfisce nemmeno con un graffio questo bunker di idee sbagliate intorno all’aborto. Anzi: implicitamente le accetta e le assume come piattaforma comune di dialogo e di confronto. È come se dicesse: premesso che l’aborto è un diritto della donna, vediamo di non farlo diventare un dovere per nessuno. Il Parlamento italiano ha votato a maggioranza una mozione che dice una cosa semplice: nessuno Stato, nessun governo, deve obbligare per decreto le donne ad abortire. Tutto qui. È ovviamente una decisione importante con riferimento a quei Paesi nei quali da tempo si attuano politiche antinataliste e antidemografiche, anche usando l’aborto come strumento per impedire alla popolazione di aumentare. In questo senso, il voto dell’altro giorno è un punto messo a segno contro la cultura della morte.È altrettanto evidente che la mozione uscita vincente era “migliore” della proposta proveniente dal centro sinistra, che faceva leva come al solito sul mito della contraccezione (spesso abortiva) come panacea di tutti i mali del mondo.Vogliamo dunque dire che il voto sulla Mozione Buttiglione è un fatto politico importante? E diciamolo pure. Ma non trasformiamo l’acqua gasata in champagne. C’è altrimenti il rischio di perdere la bussola, di smarrire il senso del proprio impegno civile, e di fare così il gioco di quella cultura di morte che si vuole sinceramente combattere.Il senso di questo voto può trasformarsi addirittura in un colossale autogol, se l’orizzonte del dibattito e dei commenti conferma una inesorabile deriva che Verità e Vita ha segnalato da tempo, e che – purtroppo – si va aggravando di giorno in giorno: e cioè l’idea che il diritto di aborto sia indiscutibile e che si possa soltanto garantire la «libertà della donna di non abortire». Magari con adeguati aiuti economici.La natura paradossale di questa posizione si comprende meglio se la si applica, poniamo, al tema dell’eutanasia: se il Parlamento italiano avesse votato una mozione “contro l’eutanasia obbligatoria, fermo restando il diritto del malato a ottenerla liberamente”, questa sarebbe giudicata una decisione “contro l’eutanasia e per la vita”? Se il Congresso degli Stati Uniti votasse una legge che impone l’uso della “dolce morte” in luogo della sedia elettrica per i colpevoli di efferati delitti, qui in Italia parleremmo di “superamento della pena capitale”?Anche il Magistero della Chiesa è, su questo punto, chiarissimo. E lo vogliamo ribadire, perché non vorremmo che qualcuno, fra qualche tempo, anche in casa cattolica, ci venisse a dire che “l’importante è che la donna possa scegliere se abortire in piena libertà e disponendo di adeguati aiuti economici”. Nella Evangelium Vitae Giovanni Paolo II denuncia i «potenti della terra» che impongono «con qualsiasi mezzo una massiccia pianificazione delle nascite» (EV, n. 16). Ma subito dopo, chiarisce che il male dell’aborto non sta tanto nell’essere imposto dalle autorità, quanto nel fatto che le democrazie liberali ne hanno fatto un diritto garantito dalle leggi (EV, nn. 20, 68, 69, 70, 71, 72, 73), avviandosi così sulla strada di un totalitarismo di nuovo tipo. E sempre Giovanni Paolo II ribadisce che «la gravità morale dell’aborto procurato appare in tutta la sua verità se si riconosce che si tratta di un omicidio» (EV, n. 58). Il livello di libertà di decisione della donna incide sulla sua responsabilità, ma non muta un delitto in diritto. «Rivendicare il diritto all’aborto, all’infanticidio, all’eutanasia e riconoscerlo legalmente, equivale ad attribuire alla libertà umana un significato perverso e iniquo: quello di un potere assoluto sugli altri e contro gli altri. Ma questa è la morte della vera libertà» (EV, n. 20).Come hanno ricordato in un loro coraggioso comunicato gli amici di “Due minuti per la vita”, «la realtà dell’aborto non muta laddove sia la madre a sceglierlo liberamente e ne deriva che anche in questo caso dovrà essere condannato. La moralità di un atto umano si valuta, infatti, in primo luogo con riferimento all’oggetto di tale atto e nel caso dell’aborto volontario non si può omettere di ricordare che esso consiste sempre nell’omicidio di una persona innocente ed indifesa, pratica disumana che mai dovrebbe essere lecita in un Paese civile». Questa la realtà da cui partire, questa la verità da riaffermare. L’abortismo è capovolgimento della realtà: se si sposano le sue promesse, si cammina a testa in giù. C’è un fatto fisiologico: il concepimento di un nuovo essere umano, la gravidanza, e la nascita di un figlio. E c’è un atto – non un fatto fisiologico – che l’uomo può compiere: sopprimere quel figlio prima che nasca. Compito del diritto è difendere quell’indifeso, dicendo proprio che partorire è doveroso, in quanto l’alternativa (abortire) è un delitto contro la vita.

(Fonte: Comitato Verità e Vita, Comunicato stampa n. 76, del 17 luglio 2009)

Quando Crociata parla di libertinaggio non fa il ritratto di Berlusconi

Bella e profonda l’occasione scelta da mons. Mariano Crociata per stigmatizzare il “libertinaggio irresponsabile”, predicato e diffuso da decenni nelle società avanzate, e capillarizzato dal circuito perverso di modelli di reciprocità, non solo sessuale, oggi generalizzato dai nuovi media.
In un coraggioso saggio sul Pudore, che è singolare sia stato pubblicato da Einaudi (perché ha ben poco di ‘emancipatorio’), Monique Selz scriveva: “In questa esibizione che fa vedere tutto, è in gioco niente meno che il tentativo o il simulacro della rivelazione del mistero dell’origine, che porta (…) all’illusione che sia possibile comprendere l’altro totalmente e quindi impossessarsene. [Contro questo] il pudore ha il compito di nascondere l’immagine per proteggere l’essere”.
Preziosa, dunque, l’occasione della festa (non “una” celebrazione in memoria, come leggo da qualche parte) della “piccola e dolce martire della purezza”, secondo le parole di Pio XII, santa Maria Goretti, il 6 luglio scorso. La canonizzazione di Marietta, fiduciosa “nel provvido amore di Dio” così da non dubitare, dodicenne, che le prescrizioni di quell’Amore potessero valere la vita, segna l’adolescenza cattolica della mia generazione: una difficile, travagliata cura della castità da preservare per il rapporto matrimoniale, il più alto e compiuto. Il film di Genina (Il cielo sulla palude, 1949) spiato, con turbamento (non eravamo ingenui), nelle sale parrocchiali, e la diffusa menzione del martirio per la purezza; l’attenzione al percorso di pentimento e riscatto del Serenelli, il ragazzo omicida del lontano 1902; tutto contribuiva all’interiorizzazione, in maschi e femmine, di quel paradigma, inarrivabile forse ma operante. S’intende che eravamo già sotto gli occhi irridenti dei “libertini” e, mi si perdoni, dei puttanieri, adulti o coetanei.
Nei decenni successivi l’ironia per quella vicenda così poco moderna, così poco liberante, e l’oblio, hanno prevalso anche nella formazione morale e sessuale cattolica. Solo il genio evangelizzatore di Giovanni Paolo II poteva dire, nel centenario della morte di Maria: “dal comportamento di questa giovane Santa emerge una percezione alta e nobile della propria e dell’altrui dignità, che si riverberava nelle scelte quotidiane conferendo loro pienezza di senso umano”. E più avanti: “In Maria Goretti risplende la radicalità della scelte evangeliche”. Eppure non era stata in Amazzonia né si era scontrata con la polizia.
La dispersione “libertina” delle antiche morali, la dittatura della trasparenza impudica del sé (Selz), l’ipertrofia delle libertà intime e la comoda retorica delle virtù pubbliche, il frequente “servirsi del richiamo alla moralità, prima tanto dileggiata, per altri scopi” (secondo le parole di mons. Crociata): per queste strade pubbliche l’emancipazione ha camminato e cammina, confermata o anticipata dalle leggi, dalla esibizione dell’orgoglio eversivo, del “pride” di turno, dai preservativi a scuola e la pillola abortiva nello zainetto, dalla consulenza immoralista dei magazine.
Tutta palese, e prevalentemente istituzionale, è infatti quella che chiamiamo socializzazione primaria, la formazione dei “giovani” enormemente diluita nel tempo. Dietro ai tanti educatori “alla libertà” (non stiamo parlando di veline) opera una visione del mondo seriosa, “adulta”, e programmatica è la decostruzione di principi e istituti. Non l’ ombelico scoperto impedirà ad una dodicenne di negarsi fino alla morte, come la Marietta, al desiderio di un ragazzo più grande; lo impedirà la somiglianza degli adulti, magari dei suoi stessi genitori, alle ciniche e disinibite comparse dei talk show. Tutto ciò è, obiettivamente e anzitutto, la realtà pubblica del “libertinaggio” evocato con forza dal segretario della CEI e che chiede il giudizio della Chiesa.
Alla sfera pubblica sembra appartenere, naturalmente, anche quella vita privata un tempo oggetto della chiacchiera sussurrata, della riservata calunnia, e che oggi la vetrina universale dei media di massa rende “pubblica”. Morale e diritto, però, ci rendono avvertiti. Tra coloro che propongono i modelli del Nuovo, nel romanzo, nel saggio, nel programma scolastico o nelle leggi di una regione, nella battaglia politica o nella accattivante esibizione (del genere Gay Pride), che dileggiano tutto ciò che è “vero, nobile e giusto”, da un lato, e colui che viene trascinato in pubblico, dall’altro, c’è qualche sostanziale differenza.
Nel primo caso, coloro che propongono un paradigma di emancipazione “libertina” si assumono responsabilità, in senso stretto, e provocano il nostro giudizio; per parte sua il giudizio cattolico afferma, da molto tempo, che “è in pericolo il bene stesso dell’uomo”.
Nel secondo caso, persone e condotte vengono trascinate da terzi nell’agorà, in modo che le giudichiamo, quasi fossero esse ad esibirsi e presentarsi. Ma con la mente alla polverosa, assolata piazza dell’adultera, questa procedura ci suggerisce piuttosto la bruciante frase di Gesù: ‘Chi di voi è senza peccato …’ (Giov. 8, 7). Infatti non vi è legittimità in un giudizio del genere; neppure legittimità morale (pubblica), poiché quella persona non attribuisce esemplarità alla condotta di cui è accusato. Proprio lo spazio privato da cui è stato strappato, per dirgli: Così ti mostri a tutti? fa intendere che egli non propone né una dottrina né un paradigma. Altri lo fanno. Inoltre, come il giudice (a meno non sia un giudice della Lubjanka) così il giudizio morale, che non può essere meno rigoroso, non possono accogliere delle deformazioni anzitutto lesive della persona, fatte per colpire il suo onore, come prove a carico.
Era un po’ di tempo che non si sanzionava così autorevolmente il diffuso e insidioso “libertinaggio, gaio e irresponsabile”, esibito e tollerato un po’ ovunque. Peraltro, esso ha genealogie e legittimazioni che l’intelletto cattolico aveva individuato con molto anticipo; non lasciamo che la mobilitazione dei ‘virtuosi’ ci cambi oggi le carte in tavola. La “piccola e dolce martire” non ne riceverebbe coerente memoria.

(Fonte: Pietro De Marco, L’Occidentale, 9 luglio 2009)