giovedì 15 ottobre 2009

Computer, mouse, e siti hot: gli italiani sono malati di cybersesso

Il fenomeno di dipendenza da Internet riguarda soprattutto i maschi fra i 33 e i 55 anni, ma non mancano le fasce più giovani. Le donne cercano relazioni reali, gli uomini situazioni più virtuali
Armati di mouse e pc, a caccia di sesso virtuale tra chat erotiche, blog, social network e altre ‘piazze' virtuali della Rete. "L’8% degli italiani è ‘drogato' di Internet, e fra questi spiccano i dipendenti dal cybersex, il sesso virtuale", spiega Valentina Cosmi, sessuologa e psicologa dell’Istituto di sessuologia clinica di Roma, alla vigilia del seminario su ‘Cybersex: forme attuali di dipendenza sessuale'. Un appuntamento in programma nella Capitale, in occasione del Mese del benessere psicologico organizzato a Roma e provincia dalla Sipap (Società psicologi area professionale).
"Si tratta di un fenomeno che riguarda prevalentemente i maschi, eterosessuali, dai 33 ai 55 anni. Ma - aggiunge la Cosmi - stiamo ricevendo sempre più richieste di aiuto da parte dei giovani dai 18 ai 35 anni".
Dall’identikit dei ‘malati di cybersex’ e del più generico popolo dei drogati di Internet, emerge anche che "nel 76% si tratta di uomini, sposati nel 60% dei casi e separati nel 13%, capaci di passare da 11 a 35 ore a settimana incollati al pc. Ci si connette spesso durante le ore lavorative - aggiunge la Cosmi - ma i file di interesse vengono scaricati di notte, a casa. Inoltre, per lui il 33% delle relazioni virtuali sfocia in incontri reali. Una percentuale molto inferiore a quella totalizzata dalle donne", precisa la sessuologa. Questo vuol dire che lei sul web "cerca comunque un aggancio per una storia reale, mentre lui è più virtuale. Sfrutta la Rete per relazioni che non lo costringano ad affrontare la paura di un rifiuto", e tutti i rischi di una relazione ‘in carne e ossa'.
"Spesso - prosegue la psicologa - la dipendenza da cybersex si associa a depressione e difficoltà ad instaurare relazioni reali". E se l’età media dei ‘maniaci' di chat e altri spazi a luci rosse sul web sembra alta, "ci siamo resi conto nel corso dei nostri programmi che coinvolgono le scuole - dice - che già gli adolescenti passano molto tempo in Rete". Insomma, il mondo virtuale si scopre sempre prima. E rischia di trasformarsi in una calamita irresistibile.

(Fonte: Quotidiano.net, 13 ottobre 2009)

Suore e nuove forme di vita religiosa. Sempre in linea col Concilio?

Negli Stati Uniti è in corso una visita apostolica alle varie comunità di suore, segno questo della profonda preoccupazione della Santa Sede nei confronti della vita religiosa femminile in quel paese. Le reazioni contro la visita sono state spesso violente. Non è certamente questo il caso di un articolo apparso sull’ultimo numero di America, la rivista dei Gesuiti americani, dal titolo “Confessioni di una suora moderna”, a firma di Sr. Ilia Delio, delle Suore Francescane di Washington.
Nonostante una certa farraginosità, l’articolo è apprezzabile, anche se non totalmente condivisibile, perché l’autrice si mostra fondamentalmente onesta, non si lascia andare a sterili polemiche e si sforza di presentare obiettivamente la situazione della vita religiosa in America oggi.
Attualmente si fronteggiano negli Stati Uniti due modi diversi di interpretare e vivere la vita religiosa: da una parte ci sono gli istituti che, dopo il Concilio, hanno attuato una radicale trasformazione, abbandonando buona parte delle tradizionali pratiche della vita religiosa (inclusa spesso la stessa vita comune), insistendo maggiormente su una immersione nel mondo; dall’altra, ci sono non poche nuove comunità che, pur non potendo essere ricondotte alla galassia tradizionalista, hanno riscoperto il valore di alcune forme tradizionali. I due schieramenti fanno riferimento a due distinte associazioni. Segno esteriore dell’appartenenza al primo o al secondo schieramento è l’uso (o il non-uso) dell’abito religioso.
Prendendo a prestito gli strumenti forniti da Padre Radcliffe, Sr. Delio individua il discrimine che divide le suore americane in «due differenti teologie basate su differenti interpretazioni del Vaticano II» (emblematicamente, l’ex-Maestro generale dei Domenicani riconduceva tali opposte teologie alle due riviste teologiche apparse in Europa nel postconcilio: Concilium e Communio). La prima interpretazione del Concilio è quella di chi sottolinea in esso l’aspetto di rottura con il passato; la seconda, quella di chi invece evidenzia soprattutto l’aspetto di continuità.
L’autrice dell’articolo, con molta onestà, riconosce che, se si deve dare retta ai numeri, il futuro appartiene alle comunità rimaste fedeli alla tradizione, dal momento che esse possono contare su nuove vocazioni, mentre quelle che hanno rotto col passato stanno subendo un forte invecchiamento e sono destinate, prima o poi, a scomparire. Ma quel che meraviglia è che, nonostante il riconoscimento di tale situazione, Sr. Delio non mette in alcun modo in discussione le proprie scelte; anzi, le conferma, vedendo in esse una maggiore fedeltà al Vangelo. Non che con ciò voglia accusare lo schieramento opposto di infedeltà al Vangelo; anzi, si sforza di presentare le due opzioni come due modi diversi, entrambi legittimi di vivere la vita religiosa: «Entrambi i gruppi contemporanei di religiose ... testimoniano il Vangelo rivelato in Gesù Cristo, ma le loro traiettorie differiscono. Le prime [le “tradizionaliste”] cercano innanzi tutto di essere spose di Cristo; la loro preoccupazione è una unione nuziale celeste. Il secondo gruppo [quello delle suore “postconciliari”] innanzi tutto segue Cristo liberatore, testimoniando Cristo in mezzo ai conflitti della storia. In ambedue i gruppi si possono trovare idoli, segreti e disfunzioni, così come santi, profeti e mistici. Entrambi i gruppi sono peccatori e redenti. Entrambi seguono il diritto canonico; entrambi hanno l’assicurazione contro le malattie, l’assicurazione per l’auto, i fondi pensione e un posto per la sepoltura».
Tale equiparazione mi piace, perché la trovo molto cattolica: invita a non assolutizzare nulla e a guardare con estremo realismo a qualsiasi esperienza presente nella Chiesa. Eppure c’è qualcosa che non torna nel discorso di Sr. Ilia. Io sono il primo a riconoscere che nella Chiesa c’è posto per tutti, per le esperienze più diverse. Non esiste un solo modo di vivere il Vangelo; lo Spirito soffia dove vuole e distribuisce a piene mani i suoi doni, e dobbiamo essere sempre pronti a riconoscere e valorizzare tali doni. Mi sta tutto bene. Ma nel caso presente, non mi sembra che si possa applicare un simile discorso. Perché in questo caso si tratta, come giustamente rileva l’autrice, dell’atteggiamento da tenere nei confronti del Concilio Vaticano II. E in questo ambito non mi sembra che ci sia possibilità di pluralismo. L’atteggiamento non può che essere uno solo: quello della “ermeneutica della continuità”, come ci ricorda Benedetto XVI. L’altro atteggiamento, quello della “ermeneutica della rottura”, è semplicemente da rigettare: non si tratta di una possibile opzione alternativa.
L’articolo in questione è un esempio lampante di quanto un atteggiamento di difesa a oltranza del Concilio si traduca spesso in un completo tradimento di esso. Sr. Delio fa continuo riferimento al Vaticano II, senza mai citarlo: per lei (come per tanti altri) il Concilio si identifica più con il cosiddetto “spirito del Concilio” che non con i suoi documenti. Basti questo passaggio rivelatore:
«La Leadershp Conference of Women Religious [l’associazione delle suore progressiste] ha continuato nello spirito del Vaticano II ad essere aperta al mondo, esplorando nuove strade, fra cui la teologia della liberazione, la teologia femminista e l’impegno per i poveri».
Per cui, secondo la nostra cara suora, il Concilio si identificherebbe con la teologia della liberazione, la teologia femminista e l’impegno per i poveri. Ma ha mai letto Sr. Ilia il decreto Perfectae caritatis sulla vita religiosa? È proprio sicura che ci siano scritte queste cose?
Il colmo è poi quando incomincia a parlare di Teilhard de Chardin. Che tale teologo abbia avuto un certo influsso sul Vaticano II, non c’è dubbio; ma che egli possa essere considerato come la chiave di lettura del Concilio, avrei qualche dubbio.
Personalmente rispetto Sr. Delio e tanti che, come lei, hanno fatto certe scelte. Tali scelte non sono state fatte, il più delle volte, per motivi ideologici, ma sono il risultato di sofferte esperienze personali. Per questo la parte autobiografica dell’articolo ha la sua importanza. Non ho alcuna difficoltà a comprendere le difficoltà incontrate da Sr. Ilia nella sua prima esperienza di vita religiosa:
«La mia visione idealizzata di vita religiosa cominciò a crollare nella clausura. Per giorni e giorni riconobbi quanto ero lontana da ogni nobile aspirazione di santità. Vivevo con donne che soffrivano di depressione maniacale, venivano da famiglie alcolizzate o erano diventate vedove da giovani. C’era poca condivisione personale e poco contatto con il mondo».
Che questa possa essere la situazione di molti monasteri non faccio fatica ad ammetterlo. Anche nella vita religiosa non claustrale sperimentiamo quotidianamente i limiti della nostra umanità. Il problema è quello di essersi illusi che tali problemi dipendessero esclusivamente dalle strutture della vita religiosa e che si potessero risolvere intervenendo, appunto, sulle strutture. Fino ad arrivare al punto di abbandonare la stessa vita comune. Mi sembra una soluzione piuttosto comoda: siccome incontro difficoltà a vivere con gli altri, mi metto per conto mio. Alla faccia di tanti bei discorsi! Che ci fosse bisogno di un adattamento delle strutture, fu il Concilio stesso a riconoscerlo, ma senza stravolgere la natura della vita religiosa. Anzi, il Concilio invitava i religiosi a tornare «alle fonti di ogni forma di vita cristiana e alla primitiva ispirazione degli istituti» (Perfectae caritatis, n. 2). Il vero rinnovamento, secondo il Concilio, doveva essere, prima che rinnovamento delle strutture, un «rinnovamento spirituale» (ibid.).
Se leggete con attenzione l’articolo, vi accorgerete che torna continuamente il discorso sull’uso dell’abito (io ho contato ben 12 ricorrenze). Si direbbe che il pensiero dell’abito, in queste suore che lo hanno abbandonato, sia diventato una specie di ossessione. La giustificazione che per lo più viene portata per l’abbandono dell’abito, è che esso sarebbe un ostacolo che impedisce di rapportarsi con gli altri. Chi fa uso di un abbigliamento religioso sa benissimo che non è vero: se incontriamo difficoltà a rapportarci agli altri, ciò dipende assai più probabilmente dal nostro carattere che non dal modo come siamo vestiti. Se c’è un motivo recondito che ci spinge ad abbandonare l’abito religioso, questo è solo quello di passare inosservati, di mimetizzarci nella massa, di non aver noie. Ma, a parte tali considerazioni, mi piacerebbe sapere dove le suore progressiste trovino nel Concilio, a cui continuamente si appellano, l’indicazione ad abbandonare l’abito religioso? Il decreto Perfectae caritatis afferma:«L’abito religioso, segno della consacrazione, sia semplice e modesto, povero e nello stesso tempo decoroso, come pure rispondente alle esigenze della salute e adatto sia ai tempi e ai luoghi, sia alle necessità dell’apostolato. Gli abiti dei religiosi e delle religiose che non concordano con queste norme, siano modificati» (n. 17).
Il Concilio dice di modificare gli abiti non corrispondenti ai criteri indicati, non di sopprimere l’abito religioso. Ecco un bell’esempio di fedeltà al Concilio! Alla vita religiosa è successo qualcosa di simile a ciò che è accaduto alla liturgia: in nome del Concilio, ci si è infischiati di quanto il Concilio aveva detto.
Il caso dell’abito religioso mi pare emblematico. Si è fatto di tutto per convincerci che si trattava di una questione secondaria (e in effetti lo è: non basta portare un abito per essere un buon religioso!); salvo poi assolutizzarla in senso contrario, al punto che in molti casi è diventato un tabù fare uso dell’abito. Oggi ci accorgiamo che quelle comunità che ne fanno ancora uso hanno le vocazioni; quelle che lo hanno abbandonato, no. Mi sembra assai significativo; l’abito continua a svolgere il ruolo che il Concilio gli aveva attribuito: quello di essere “segno”. Ha ragione Sr. Delio: l’abito continua a essere segno sia quando lo si usa, sia quando non lo si usa; il segno di due modi diversi di intendere la vita religiosa; uno in comunione con la Chiesa e in continuità con la tradizione; l’altro secondo i nostri schemi mentali e un’interpretazione ideologica del Concilio.
Da ultimo, mi pare che non vada tralasciato un elemento semplicissimo ma importantissimo: l’obbedienza alla Chiesa. Se essa, attraverso un Concilio ecumenico, ci dice di fare in un certo modo, perché noi cerchiamo tutte le scuse per fare di testa nostra? Ci meravigliamo poi che la realtà si mostra diversa dalle nostre aspettative? Se invece di ideologizzare il Concilio e lanciarci nell’elaborazione di astratte teorie, ci fossimo limitati ad attuare, con umiltà e semplicità, ciò che il Concilio aveva stabilito, non sarebbe stato molto meglio per tutti?

(Fonte: Giovanni Scalese, Querculanus, 10 ottobre 2009)

Non critichiamo la Consulta-istituzione: ma le regole usate per comporla, sì!

La Corte Costituzionale ha deciso in merito al Lodo Alfano. Una decisione tecnica ( come hanno sostenuto i fautori dell’annullamento del Lodo) o una decisione politica ( come invece hanno sostenuto i fautori della salvezza del Lodo)? La risposta corretta è: tutte e due le cose insieme.
È ovvio che in uno Stato democratico tutte le decisioni della magistratura ( ivi comprese quelle della Corte) siano tecniche, almeno per il fatto che sono prese ( e non potrebbero non esserlo) esclusivamente da giuristi, legittimati ad assumere la funzione di giudici e vincolati a motivare le loro decisioni con argomentazioni strettamente giuridiche.
Ma è altrettanto ovvio che le decisioni di qualsiasi tribunale ( e in particolare quelle della Corte Costituzionale) siano sempre e inevitabilmente politiche, perché il diritto è intriso di valori e lo è in particolare una Costituzione, come la nostra, esplicitamente liberaldemocratica: di conseguenza è inevitabile, anzi è doveroso, che il giudice, applicando la legge, sia sensibile all’orizzonte valoriale su cui la democrazia si fonda, consentendole, tramite le sue sentenze, di incarnarsi nel mondo della vita. Se si vuole accusare un qualsiasi giudice o la stessa Corte Costituzionale di emanare verdetti politici, non lo si potrà fare accusandoli genericamente di politicizzazione, ma piuttosto accusandoli di preporre indebitamente a quelli palesemente recepiti dalla nostra Costituzione e dall’ordinamento positivo valori ideologici privati, alternativi o comunque irriducibili alla logica della democrazia.
Le accuse di politicizzazione della Corte Costituzionale non sono però recenti. In genere esse non sono mai dipese dal fatto che si sia pensato che i giudici della Corte siano soggettivamente orientati ad abusare ideologicamente del loro ruolo ( la cosa è ovviamente possibile, ma poco probabile). Sono dipese piuttosto ( e temo che continueranno a dipendere) da un altro fattore: dalle norme (purtroppo di rango costituzionale e quindi ben difficili a modificarsi) che regolano la scelta dei giudici per la Consulta.
Come è noto, per un terzo i giudici della Corte sono eletti dal Parlamento: tale elezione è quindi inevitabilmente condizionata da accordi tra i partiti e le accuse di lottizzazione sono ineliminabili. Per un altro terzo essi sono nominati dal capo dello Stato: in questo caso di nomina partitica non si può assolutamente parlare, ma la pur grande autorevolezza del presidente della Repubblica non è mai stata sufficiente a evitare valutazioni critiche di tipo politico, anche perché non sempre i presidenti sono stati saggi, nominando esclusivamente giuristi di fama indiscussa e unanimemente condivisa.
Per un altro terzo, i giudici sono nominati dalla magistratura: la caratterizzazione politica di questi giudici sarebbe evidentemente minima, solo se la magistratura italiana non fosse divisa in correnti e non avesse, a torto o a ragione, consentito all’opinione pubblica di pensare che qualsiasi magistrato sia etichettabile politicamente… Esistono metodi alternativi e più convincenti per individuare i giuristi da inviare alla Consulta, che consentano alla Corte di sfuggire all’odiosa accusa di politicizzazione? Sarebbe un’imperdonabile ingenuità supporlo: ogni criterio ipotizzabile ha le sue controindicazioni, che tutti i costituzionalisti conoscono benissimo. Esistono però alcune ipotesi alle quali in Italia non si è mai dato il credito che meriterebbero. La prima è quella di eleggere i supremi giudici a vita, per fugare ogni pur minimo sospetto che dopo la scadenza del loro mandato essi possano riciclarsi (come purtroppo a volte è avvenuto) come parlamentari o come presidenti di società o di istituzioni di nomina squisitamente politica.
Il fatto che questa possibilità esista attira purtroppo sui giudici un’ombra di sospetto, che solo la nomina a vita potrebbe fugare. Ma potrebbe essere anche molto utile imporre ai potenziali giudici, che si volessero candidare alla Corte, di presentarsi in Parlamento per una pubblica audizione, per rispondere alle domande di deputati e senatori, per far conoscere i loro orientamenti valoriali e le loro valutazioni in merito alle questioni socio- politiche più urgenti e scottanti, per dar prova della loro lucidità argomentativa e della loro competenza costituzionalistica… Non è più sufficiente oggi un curriculum per conoscere la stoffa di cui è fatto un uomo. Consentire ai cittadini interessati di sapere tutto ciò che è legittimo sapere sulla vita, sulle idee, sulle competenze di coloro che potrebbero divenire i custodi della Costituzione può costituire un formidabile passo avanti nel progresso della nostra società civile e politica.

(Fonte: Francesco D'Agostino, Avvenire, 10 ottobre 2009)

Una indignazione a senso unico per i reati a sfondo sessuale

C’è qualcosa che non torna. In questi anni ci hanno fatto una testa così con i preti pedofili. Tutti a stracciarsi le vesti per il comportamento immorale del clero: “Tolleranza zero!”, è stato lo slogan ripetuto all’infinito; “I colpevoli devono essere assicurati alla giustizia”, hanno ripetuto fino alla noia; “Non solo coloro che hanno commesso tali crimini sono colpevoli; ma anche la Chiesa che li ha coperti”; e chi più ne ha più ne metta!.
Alla fine, ci siamo dovuti adeguare: la Chiesa ha dovuto adottare una linea ancor più severa nei confronti dei sacerdoti che si sono resi responsabili di reati di pedofilia e ha dovuto risarcire le vittime di tali reati.
È di ieri la notizia dell’incontro dei Vescovi irlandesi con alcune vittime degli abusi (leggi qui). Mi sta tutto bene: è giusto — direi, doveroso — che la Chiesa chieda scusa per tali odiosi crimini e ne indennizzi le vittime; è giusto che chi ha sbagliato paghi: su questo nulla da eccepire.
Capita però, di tanto in tanto, di imbattersi in notizie che non solo lasciano perplessi, ma destano i peggiori sospetti. È di questi giorni la notizia dell’arresto, in Svizzera, del regista Roman Polanski, reo confesso dello stupro di una ragazza minorenne nel lontano 1978. Ebbene, che cosa è successo? Non solo i suoi amici non si sono indignati (leggi qui), ma addirittura il Ministro francese della Cultura, Frederic Mitterand, nipote del defunto presidente socialista François Mitterrand, ha espresso “stupore” e “rammarico” per l’accaduto (leggi qui). Come se non bastasse, vengo a sapere che il sullodato Ministro, lui stesso ex-regista, nella sua autobiografia “La Mauvaise Vie”, ha candidamente ammesso di aver fatto turismo sessuale in Thailandia, dove amava “pagare i ragazzi per fare sesso” (leggi qui).
A questo punto non è possibile che una conclusione: la campagna moralistica contro gli abusi sessuali del clero è tutta una sceneggiata. Attenzione, non che non siano veri — nella maggior parte dei casi — i reati che vengono contestati. Il problema è che, a questi signori, della castità dei preti o della violenza subita da poveri innocenti non gliene importa un fico secco; l’unica cosa che interessa loro è attaccare la Chiesa.
Se fossero davvero interessati alle vittime degli abusi, si scandalizzerebbero ogniqualvolta certi crimini vengono commessi, indipendentemente da chi ne sia il responsabile. Invece, a quanto pare, la cosa interessa solo quando c’è di mezzo un prete. Se ci sono di mezzo pastori protestanti, rabbini o insegnanti, non se ne parla proprio. Se al contrario ci sono di mezzo registi o uomini dello spettacolo, addirittura li si esalta: o diventano ministri, se viventi (Frederic Mitterand), o diventano eroi, se morti (Michael Jackson).
Da tutto ciò risulta più che evidente che ci troviamo di fronte a una campagna volutamente orchestrata per colpire la Chiesa cattolica. Per quale motivo? Beh, potrebbe trattarsi di una generica forma di anticlericalismo che si propone la distruzione della Chiesa; oppure potrebbe trattarsi di una vera e propria “punizione” della Chiesa, per aver fatto ciò che non doveva fare. Come mai proprio nei paesi anglosassoni si è sferrato l’attacco più violento contro il clero cattolico? Forse che i preti di altri paesi sono più virtuosi dei loro colleghi anglosassoni? Non ci sarà qualche motivo recondito? Non sarà che certi poteri occulti si erano accorti che la Chiesa stava diventando troppo critica verso certe politiche e bisognava quindi darle una lezione?
Ma, a quanto pare, la lezione non è stata ancora imparata. Non so se avete notato, ma a questo Sinodo dei vescovi africani, di cui ovviamente nessuno parla, stanno venendo fuori cose interessanti. Innanzi tutto, l’omelia di Benedetto XVI per l’apertura dei lavori:
«Il cosiddetto “primo” mondo talora ha esportato e sta esportando tossici rifiuti spirituali, che contagiano le popolazioni di altri continenti, tra cui in particolare quelle africane. In questo senso il colonialismo, finito sul piano politico, non è mai del tutto terminato». E poi l’intervento, l’altro giorno, dell’Arcivescovo di Johannesburg, Buti Joseph Tlhagale: «Le culture dell’Africa subiscono la forte pressione del liberismo, del secolarismo e delle lobby che hanno occupato le Nazioni Unite. L’Africa affronta una seconda ondata di colonizzazione, subdola e spietata allo stesso tempo».
Mah, ho l’impressione che si cominci a toccare tasti proibiti... Ho la sensazione che dovremo prepararci a qualche altra campagna moralizzatrice da parte delle lobby subdole...
Del resto questa Chiesa, a quanto pare, non vuole proprio capire i loro giochetti e accettarne supinamente le conseguenze!...

(Mario, lunedì 12 ottobre 2009)

La violenza sulle donne. Un’occasione per riflettere anche sulla “denuncia” facile.

Ci troviamo di fronte ad un crescendo allarmante di violenze corporali, di sevizie, di costrizioni sessuali ignobili, di stupri, di gesta esecrabili da parte di maschi, sempre meno uomini e più bestie, nei confronti delle donne. La cronaca quotidiana ci sbatte puntualmente in faccia, con un gusto cinico, notizie del genere, in tutta la loro crudezza verbale e visiva.
Quello che ci preoccupa è l’innegabile escalation di questi fenomeni di inciviltà, di sopraffazione, di violenza, che ci riportano a situazioni primordiali, da civiltà cavernicola, o anche peggio.
Tuttavia – pur in tutta la loro ripugnanza – questi fatti ci devono comunque far riflettere sulle loro cause scatenanti: perché bisogna anche riconoscere che a volte (rare ma innegabili) ci troviamo di fronte a vittime immaginarie, a persone mentalmente instabili, a mitomani, a millantatrici, attratte dal richiamo di una pubblicità ad ogni costo, lusingate dalla possibilità di un ritorno economico, a volte molto cospicuo ed immediato, ed in altre attraverso un graduale inserimento nel mondo dello spettacolo e del gossip.
Storie recenti ci documentano innegabili casi del genere. Voglia di carriera, di denaro, di fama; una sfrenata cupidigia, un travolgente bisogno di vendetta per torti subiti, veri o presunti che siano; amori non corrisposti, convivenze finite male, rapporti lavorativi con capi dispotici e intransigenti, bisogno di notorietà, ecc. Le cause razionali, o meglio i pretesti irrazionali, per siffatti comportamenti, sono infiniti: e in questo clima di attento interesse e di immediata denuncia da parte dei media, un caso del genere può costituire una insopprimibile tentazione, un piacere sadico, una pseudo liberazione, una vittoria “finale” della femmina ferita e maltrattata nei confronti del maschio dominatore.
La cassa di risonanza offerta poi da alcuni sedicenti movimenti femministi, compie il resto, facendo terra bruciata intorno a persone decisamente innocenti, e tirate in ballo loro malgrado.
Ecco perché gli organi di informazione dovrebbero, prima di sbattere il mostro in prima pagina, vagliare caso per caso, con prudenza e attenzione: perché a volte ci sono “stupri” che in realtà sono rapporti consenzienti o comunque rapporti in cui non è oggettivamente dimostrabile alcuna costrizione, o addirittura rapporti in cui la violenza o la molestia è definita solo a posteriori in base alla soggettiva sensibilità della presunta vittima, autenticati dalla sola sua parola, senza riscontri fattuali né riferimenti oggettivi.
Quindi ai quei media, cacciatori di scandali, che conoscono a priori la verità, che senza alcuna ombra di dubbio sanno immediatamente come siano andate realmente le cose, a quel genere di cronisti che vedono sistematicamente – per partito preso, per postulato matematico – in vescovi, preti, frati e suore il colpevole di turno, la punta di diamante di ogni scandalo; a tutti questi signori, un invito: quando riportate notizie di questo genere, accadute magari in America, tanto per fare un esempio, per favore non chiamate più in causa la Santa Inquisizione o la Caccia alle Streghe (tipo Santoro con i preti pedofili di Boston).
È ora di finirla: voi moderni inquisitori, ateo-laico-mangiapreti, siete molto, ma molto peggio di ogni inquisizione.
Tornando sempre all’America e agli scandali gonfiati ad arte: sapete come funzionano queste cose in America? La popolazione americana è purtroppo afflitta da due cancri dell’estremismo intransigente: puritanesimo e femminismo. Se una persona di genere femminile, meglio se un minorenne di entrambi i sessi, vi accusa di avere abusato in un modo o nell'altro di lei, automaticamente, proprio per un meccanismo perverso di psico-giustizialismo, la gravità dell'accusa funge da presunzione di colpevolezza e voi (a prescindere da ciò di cui siete veramente colpevoli: se averla sedotta senza averle usato violenza, se averle offerto da bere e averci soltanto provato, se averla tradita, se averle fatto uno sgarbo, o semplicemente se vi siete trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato) venite immediatamente tacciati per criminali. Non importa a nessuno se poi, un giorno di non si sa quale anno, un tribunale vi riconoscerà innocenti o completamente estranei al fatto. Voi la condanna l’avete già avuta e avete già pagato la vostra pena.
Allora, cari inquisitori, perché non vi sfiora neppure l’idea che nulla potrebbe essere vero di ciò che strombazzate in giro? Possibile che non vi sfiori l’idea che per ottenere risarcimenti milionari, in uno Stato di giustizialismo finanziario, ogni genere di donne, di uomini (vedi il caso dei preti gay) e perfino di bambini, arrivino ad accusare di ogni nefandezza persone ricche e famose, meglio se ecclesiastici (tanto la Chiesa soldi ne ha tanti!) pur nella loro totale e assoluta estraneità?
Purtroppo, troppo sovente l’avidità di denaro supera qualunque principio di giustizia e verità.

(Mario, 11 ottobre 2009)

sabato 10 ottobre 2009

Quei teppisti “chic” pronti allo sfascio

Un Paese svogliato viene spinto sull’orlo della guerra civile. Un Paese ammosciato, chiuso nel proprio ambito privato, viene eccitato e avvelenato ogni giorno, con dosi sempre più massicce, al punto da spingerlo, come non accadeva da decenni, a odiare il prossimo suo più di se stesso. Un Paese assediato da una minoranza di colore (ideologico) che gioca allo sfascio del Paese e del suo governo in tutte le sedi, interne e internazionali, giudiziarie e mediatiche. È quel che accade nell’Italia del 2009 attraverso un fuoco incessante che passa dai giudici alle escort, dagli europarlamentari ai giacobini feroci del video, della politica fino alle loro milizie, armate di veleno che ulcerano redazioni, scuole, università, programmi e salotti. Dal "de bello fallico" di quest’estate al "de bello civili" autunnale, parafrasando Cesare: ora non resta che Bruto con le sue pugnalate. Finora abbiamo parlato della guerra nei Palazzi, e tra i Palazzi, quelli ove siedono i governi voluti dal popolo a quelli ove siedono i signori delle oligarchie. Ma lo spettacolo più feroce e preoccupante è in giro, nei luoghi pubblici. C’è un Paese incattivito, dove le discussioni politiche un tempo s’animavano ma poi si spegnevano perché nella vita e nei rapporti umani ci sono tante cose oltre il conflitto politico. Adesso, invece, se ti scoprono con la maggioranza silenziosa degli italiani, se sentono che non sei d’accordo con la campagna di guerra di Repubblica e dei suoi congiurati contro Berlusconi, o se addirittura vedono che leggi il Giornale (se poi ci scrivi non vi dico), ti inceneriscono di un odio totale che ricorda gli anni di piombo. Si spezzano i rapporti. Un Paese incupito, con una lugubre minoranza che sogna la morte biologica o civile del Nemico. Tra i più accaniti miliziani e guerriglieri ci sono gli insegnanti, in particolare le donne. Sono acide, furenti, secernono veleni in classe e fuori, considerano l’intolleranza una virtù perché prova il loro impegno civile, la loro lotta di resistenza a oltranza. In treno, in aereo, per strada, al cinema perfino, mi capita di imbattermi in questi campioni: l’odio si avverte nell’aria. A Napoli l’altra sera presentavo il mio libro sul Sud, mica sul Lodo, e gli organizzatori mi hanno detto che hanno invitato come sempre fanno le insegnanti delle scuole: reazioni furibonde delle suddette menadi, professoresse che gettano a terra l’invito, espressioni ineleganti, ferocia e inciviltà come non ci sarebbe da aspettarsi da una docente detta un tempo educatrice. Ma è solo un caso tra mille. So di famiglie lacerate e di amicizie ferite dal Lodo Alfano o Mondadori. E leggendo i giornali scopro toni di insulto e di offesa come non pensavo fosse più possibile nella nostra epoca fredda e cinica; toni da guerra civile con omicidio mediatico-giudiziario. Per fortuna la società è piena di vigliacchi e non si passa dalla violenza verbale a quella fattuale, ma gli ingredienti ci sono tutti. Ecco io di questo accuso quella minoranza furiosa che vorrebbe vedere stecchito o detenuto Berlusconi per punire l’intero Paese, l’Italia, che a loro non piace; per dare una lezione a questi italiani merdosi, per dirla con un’espressione in voga. Ogni sondaggio che decreta il consenso in favore di Berlusconi solleva palate di sterco contro l’Italia e i suoi cittadini.Non so quanto tempo potrà sopportare il Paese un clima del genere. Che è poi un clima innaturale, fuori stagione. Perché, almeno, ai tempi della guerra civile, si difendeva la vita, la dignità e la memoria di soldati al fronte o di figli mandati a morire in guerra, si disputava tra due visioni del mondo. E c’era la guerra, i bombardamenti, i rastrellamenti, insomma si pativa davvero. Un clima cruento, tra la vita e la morte, generava scontri mortali. Qui invece ci stiamo scannando in clima di pace e benessere, per il Lodo o peggio per la D’Addario.
Vi rendete conto? Nei salotti poi non vi dico, c’è una forma di teppismo chic che non ha precedenti. Dico nei salotti buoni, che vengono chiamati così offendendo le nonne e le vecchie zie che furono le vere tenutarie dei salotti buoni; quei salotti impraticabili, dove dominava la bambola a gambe aperte al centro del divano, e dove si accedeva solo nelle occasioni speciali mentre nei giorni profani si doveva navigare con le pattine per non sporcare. I salotti «buoni» del teppismo chic sono diventati festival del turpiloquio antiberlusconiano, più maledizioni aggiuntive per chi lo difende: a parte Satana Berlusconi, guidano la classifica degli insulti Brunetta e Feltri.Ma torno al clima feroce che ci sommerge per dire: si può giocare allo sfascio di un governo, di un Paese, di una convivenza civile e pacifica, solo per rovesciare il verdetto delle urne e distruggere un premier?La cattiveria poi si riversa in ambiti laterali e diversi; tutto si fa più cruento e gridato, il ripensamento della storia, il rapporto tra religione e laicità, i temi della bioetica, la discriminazione e il vilipendio di chi non la pensa come noi... Questa è la vera barbarie dei nostri giorni. Un tempo commettevano ferocie le rozze masse contadine e proletarie per fame, disperazione ed eccitazione rivoluzionaria; oggi invece sono milizie benestanti con titolo di studio superiore, bande armate di insegnanti, non di studenti; commando di borghesi che sparano nel nome della Cir, di Carlo De Benedetti e usano il passamontagna della Corte.
A proposito del Lodo Mondadori: come mai nessun magistrato si incuriosisce alle partite Olivetti piazzate ai ministeri, anche se scadute, per non dire dei registratori di cassa o alle miracolose compravendite alimentari di De Benedetti con i belgi? Al gruppo Rizzoli-Corriere della Sera ceduto a prezzi stracciati ad Agnelli e a tante curiose storie editoriali del nostro Paese che riguardano i maggiori gruppi editoriali, con banche e palazzinari? Gruppi con un peso politico, non solo d’affari. Perché nessuno s’interroga sui prodigi intorno alla telefonia, magari rilevate senza soldi e poi stravendute guadagnando soldi veri? Tutto normale? Una guerra incivile attraversa i poteri e contagia il Paese. Fermatela, prima che sia troppo tardi, quest’Italia barbara con la bava alla bocca, benché snob, che odia se stessa tramite Berlusconi, l’arcitaliano.

(Fonte: Marcello Veneziani, Il Giornale, 9 ottobre 2009)

venerdì 9 ottobre 2009

Qualunquismo e insulsaggini nella tv domenicale

Com’è noto, i programmi che influenzano di più le idee del pubblico non sono i talk d’approfondimento tipo «Annozero» o «Ballarò». Come confermano molte ricerche, l’esito è sempre lo stesso: i convinti si convincono di più (sia che la pensino in un modo che nell’altro) e gli incerti, in gran parte, rimangono incerti. Diverso invece il discorso per i programmi d’intrattenimento: quando si affrontano temi importanti, nei modi tipici del genere, è più facile convincere la gente che non ha radicate convinzioni politiche.
Per questo è importante, ogni tanto, dare un’occhiata a «Domenica in» e «Domenica cinque», due programmi mai così speculari come quest’anno. Nello spazio della discussione, Massimo Giletti su Raiuno parlava di gossip e aveva in studio Roberta Capua, Lory Del Santo, Silvana Giacobini, Enrico Vaime (Vaime? Quello che alla radio fa la morale su questi programmi? Vahimè!), Lamberto Sposini, Stefano Zecchi, Klaus Davi e altri. Il livello della discussione era così mortificante che persino il tintissimo Giletti ha sentito il dove­re di precisare: «Io vorrei che si parlasse di banche, della non concessione dei crediti agli imprenditori...». Ma parlane tu, se sei capace!
Su Canale 5, nel salotto di Barbara D’Urso si parlava di ragazzi, di baby prostituzione, presenti in studio Barbara Alberti, Barbara Palombelli, Alessandro Cecchi Paone, Elisabetta Gardini, Alba Parietti, una suora e uno psicologo. Anche qui, il livello era deprimente. Al solito, il tema della discussione è indifferente, l’importante è farsi notare, prevalere sull’interlocutore (esemplare la lite fra Paone e la Parietti, che ha preceduto quella ben più volgare fra Fabrizio Corona e Platinette). Certo, Sgarbi dice sempre le cose più spiazzanti ma, alla fine, il più spiazzato era lui. Questi sono i programmi da tener d’occhio: per i danni e le markette che fanno, per le banalità che inculcano, per i soldi che si sprecano, ministro Brunetta!

(Fonte: Aldo Grasso, Corriere della Sera, 6 ottobre 2009)

Il vescovo di Denver mette sotto tiro Obama e la curia vaticana

In un articolo bomba pubblicato a Roma il vescovo di Denver, Charles J. Chaput, critica il presidente americano e gli uomini di Chiesa che lo osannano, in testa il cardinale di curia Cottier. Ma anche la segreteria di Stato vaticana finisce sotto tiro "Difenderò sempre con forza il diritto dei vescovi di criticarmi", aveva assicurato Barack Obama alla vigilia dell'incontro da lui avuto con Benedetto XVI lo scorso 10 luglio.Infatti. Sono un'ottantina i vescovi cattolici degli Stati Uniti in aperto disaccordo con lui su questioni cruciali, in primis la difesa della vita. Tra questi c'è il cardinale Francis George, presidente della conferenza episcopale e arcivescovo di Chicago, la città di Obama.E c'è anche il vescovo di Denver, Charles J. Chaput, 65 anni, della tribù pellerossa Prairie Band Potawat, francescano dell'ordine dei cappuccini, autore un anno fa di un libro che già dal titolo dice molto: "Render unto Caesar. Serving the Nation by Living Our Catholic Beliefs in Political Life". È giusto dare a Cesare quel che gli spetta. Ma si serve la nazione vivendo la propria fede cattolica nella vita politica.A Chaput non piace come a Roma, in Vaticano, si metta la sordina alle critiche della Chiesa americana a Obama. Non è piaciuto, in particolare, lo sfrenato osanna elevato al presidente americano lo scorso luglio – in concomitanza con l'incontro di Obama col papa – da un venerando cardinale di curia, lo svizzero Georges Cottier, teologo emerito della casa pontificia, con un articolo sulla rivista "30 Giorni"."30 Giorni" è una rivista di geopolitica ecclesiastica molto letta nella curia romana. È diretta dal più "curiale" dei politici cattolici italiani di lungo corso, il senatore a vita Giulio Andreotti. Raggiunge in sei lingue tutte le diocesi del mondo e riflette appieno le politiche realiste della diplomazia vaticana.Letto l'articolo entusiasta del cardinale Cottier – entusiasta soprattutto con il discorso tenuto da Obama all'università cattolica di Notre Dame – e letto prima ancora un precedente editoriale de "L'Osservatore Romano" anch'esso molto elogiativo dei primi cento giorni del presidente americano persino "a sostegno della maternità", Chaput ha ritenuto doveroso ribattere.Ha preso carta e penna e ha risposto per le rime. A Obama, al cardinale Cottier e alla segreteria di Stato vaticana. E non su un giornale americano ma su un giornale stampato a Roma, perché il Vaticano veda.La sua replica è uscita il 6 ottobre su "il Foglio", il quotidiano d'opinione diretto da Giuliano Ferrara, non cattolico ma decisamente "ratzingeriano", molto attento al ruolo pubblico delle religioni.L'articolo del vescovo di Denver ha occupato tutta la terza pagina, sotto il titolo: "L'ascia del vescovo pellerossa. Charles J. Chaput contro Notre Dame e l'illustre cardinale sedotto dall'abortista Obama".Il testo è riprodotto qui sotto con il titolo originale, nella traduzione italiana di Aldo Piccato per "il Foglio".Lo stesso 6 ottobre, in prima pagina, "il Foglio" ha anche pubblicato un'intervista al cardinale George, in quei giorni a Roma a presentare un suo nuovo libro dal titolo: "The Difference God Makes. A Catholic Vision of Faith, Communion, and Culture [La differenza che fa Dio. Una prospettiva cattolica su fede, comunione e cultura]".Nell'intervista, il cardinale ha detto tra l'altro:"Oggi la maggiore difficoltà che abbiamo come Chiesa è quella di comunicare alla società che esiste una gerarchia di valori. Prendiamo la questione dell'aborto e della vita in generale. La voce della Chiesa è ascoltata negli Stati Uniti, ma è anche molto osteggiata. E le critiche alla Chiesa hanno luogo per un motivo: perché la nostra società ritiene che l'individualismo e la libertà di scelta siano il valore più importante da tutelare. Il libero arbitrio oggi vale più della vita."E ancora:"La morale della Chiesa su certe tematiche non è mai cambiata. 'L'Osservatore Romano' – è vero – può aver scritto dieci righe favorevoli a Obama, qualche cardinale può aver parlato in termini entusiastici dell'attuale amministrazione americana, ma al di là delle trovate giornalistiche il punto resta uno: la Chiesa non può tradire se stessa".La politica, la morale e un presidente. Una visione americana (di Charles J. Caput)
Una grande forza della chiesa sta nella sua prospettiva globale. Sotto questo aspetto, il recente saggio pubblicato dal cardinale Georges Cottier sul presidente Barack Obama ("La politica, la morale e il peccato originale", in "30 Giorni" n. 5, 2009) ha dato un autorevole contributo al dibattito cattolico sul nuovo presidente americano. La nostra fede ci unisce attraverso i confini. Ciò che accade in una nazione può avere un importante impatto su molte altre. È giusto e opportuno che si ponga attenzione all’opinione mondiale sui leader americani.Tuttavia, il mondo non vive e non vota negli Stati Uniti. Gli americani invece sì. Le realtà pastorali di ciascun paese sono conosciute soprattutto dai vescovi locali a diretto contatto con la popolazione. Così, sull’argomento dei leader americani, le riflessioni di un vescovo americano possono certamente avere un significativo interesse. Possono approfondire il positivo giudizio del cardinale offrendo una prospettiva diversa.Si noti che qui io parlo soltanto a titolo personale. Non parlo a nome dei vescovi statunitensi intesi come organismo, né in nome di qualsiasi altro vescovo. E non intendo nemmeno riferirmi al discorso del presidente Obama sul mondo islamico, che il cardinale Cottier menziona nel suo saggio. Per questo sarebbe necessario un altro articolo.Mi concentrerò invece sul discorso pronunciato dal presidente all’Università di Notre Dame in occasione della cerimonia di consegna delle lauree, e sulle osservazioni del cardinale Cottier a questo proposito. Questa scelta è dettata da due motivi.Primo, i membri della mia diocesi appartengono alla comunità di Notre Dame come studenti, laureati e genitori. Ogni cardinale ha un ruolo decisivo nella fede delle persone affidate alle sue cure, e Notre Dame è sempre stata ben più che una semplice università cattolica. È un simbolo dell’esperienza cattolica americana.Secondo, quando il vescovo locale di Notre Dame si dichiara in disaccordo con un determinato oratore, e circa altri ottanta vescovi e trecentomila laici sostengono apertamente la sua posizione, ogni persona ragionevole deve dedurne che esiste un problema concreto relativamente a quell’oratore, o almeno al suo specifico discorso. Una persona ragionevole può inoltre ritenere opportuno riferirsi al giudizio dei pastori cattolici più direttamente coinvolti nella vicenda.Sfortunatamente, e inconsapevolmente, il saggio del cardinale Cottier sottovaluta la gravità di quanto è accaduto a Notre Dame. E, corrispondentemente, sopravvaluta la consonanza del pensiero di Obama con la dottrina cattolica.Ci sono diversi punti importanti da sottolineare.Primo, il disaccordo sul suo intervento all’Università di Notre Dame non ha nulla a che fare con la questione se Obama sia un uomo buono o cattivo. È senza dubbio un uomo con grandi doti. Possiede un ottimo istinto morale e politico, e mostra un’ammirevole devozione alla propria famiglia. Queste sono cose che contano. Ma, sfortunatamente, contano anche queste: la posizione del presidente su decisive questioni bioetiche, come l’aborto, è radicalmente diversa da quella cattolica. È proprio per questo che Obama ha potuto contare per molti anni sull’appoggio di potenti organizzazioni per il “diritto all’aborto”. Si parla molto, in alcune cerchie religiose, della simpatia del presidente per la dottrina sociale cattolica. Ma la difesa del feto è un’esigenza di giustizia sociale. Non esiste alcuna “giustizia sociale” se i membri più giovani e indifesi della nostra specie possono essere legalmente uccisi. I programmi per i poveri hanno certamente una straordinaria importanza, ma non possono rappresentare una giustificazione per questa fondamentale violazione dei diritti umani.Secondo, in un altro momento e in altre circostanze, la controversia di Notre Dame avrebbe potuto facilmente svanire se l’università avesse semplicemente chiesto al presidente di fare una conferenza pubblica. Ma in un momento in cui i vescovi americani avevano già espresso una forte preoccupazione per le politiche abortiste della nuova amministrazione, l’Università di Notre Dame ha fatto del discorso di Obama l’evento clou della cerimonia per la consegna degli attestati di laurea e gli ha pure consegnato un dottorato honoris causa in legge – e questo nonostante le inquietanti posizioni del presidente a proposito della legge sull’aborto e altre questioni sociali ad essa connesse.La vera causa delle preoccupazioni cattoliche sull’intervento di Obama a Notre Dame sta nella sua stessa posizione apertamente negativa circa il tema dell’aborto e altre questioni controverse. Con la sua iniziativa, l’Università di Notre Dame ha ignorato e violato le linee guida espresse dai vescovi americani nel documento “Catholics in Political Life”, pubblicato nel 2004. In questo documento, i vescovi invitavano le istituzioni cattoliche a non concedere onorificenze pubbliche a funzionari di governo in aperto dissenso con la dottrina della chiesa su questioni di primaria importanza.Così, l’aspro dibattito che la scorsa primavera ha lacerato gli ambienti cattolici americani a proposito dell’onorificenza rilasciata a Barack Obama dall’Università di Notre Dame non è stato affatto un fenomeno di schieramento politico. Riguardava invece questioni essenziali della fede cattolica, di identità e testimonianza religiosa, che il cardinale Cottier, non conoscendo direttamente il contesto americano, potrebbe avere frainteso.Terzo, il cardinale nota giustamente un punto di contatto tra la tesi, frequentemente ribadita da Obama, della ricerca di un “terreno politico comune” e l’aspirazione cattolica al “bene comune”. Questi due obiettivi (la ricerca di un terreno politico comune e quella del bene comune) possono spesso coincidere. Ma non sono la stessa cosa. Possono essere molto diversi nella pratica. Le cosiddette politiche di “terreno comune” sull’aborto possono in realtà minare alla radice il bene comune perché implicano una falsa unità: stabiliscono una piattaforma di accordo pubblico troppo stretta e debole per sostenere il peso di un autentico consenso morale. Il bene comune non potrà mai essere favorito da chiunque tolleri l’uccisione dei più deboli, a cominciare dai bambini che devono ancora nascere.Quarto, il cardinale Cottier ricorda giustamente ai propri lettori il rispetto reciproco e lo spirito collaborativo richiesto dal principio della cittadinanza in una democrazia pluralista. Ma il pluralismo non è un fine in se stesso. E non può essere in alcun modo una scusa per l’inazione. Come ha riconosciuto lo stesso Obama nel suo discorso all’Università di Notre Dame, la vita e la solidità della democrazia dipendono dalla convinzione con cui la gente è pronta a combattere per ciò in cui crede: in modo pacifico e legale, ma con vigore e senza equivoci.Sfortunatamente, il presidente ha anche aggiunto una curiosa osservazione, e precisamente che “la grande ironia della fede è che comporta necessariamente la presenza del dubbio… Ma questo dubbio non ci deve allontanare dalla nostra fede. Deve invece renderci più umili”. In un certo senso questo, ovviamente, è verissimo: su questo versante dell’eternità, il dubbio fa parte integrante della condizione umana. Ma il dubbio significa assenza di qualcosa; non è un valore positivo. Se trattiene i credenti dall’agire in base alle esigenze della fede, il dubbio diventa una fatale debolezza.La consuetudine del dubbio si adatta fin troppo facilmente a una sorta di “scetticismo battezzato”: un cristianesimo limitato a una vaga lealtà tribale e a un conveniente vocabolario spirituale. Troppo spesso, nelle più recenti vicende americane, il pluralismo e il dubbio sono diventati un alibi per l’inerzia e il letargo politico e morale dei cattolici. Forse l’Europa è diversa. Ma mi sembra che l’attuale momento storico (che accomuna cattolici americani e europei) non abbia alcuna rassomiglianza con le circostanze sociali che dovettero affrontare gli antichi legislatori cristiani citati dal cardinale. Questi uomini avevano fede e avevano anche lo zelo necessario (temperato dalla pazienza e dall’intelligenza) per incarnare nella cultura il contenuto morale della loro fede. In altre parole, hanno costruito una civiltà plasmata dalla credenza cristiana. Quello che sta accadendo oggi è una cosa completamente diversa.Il saggio del cardinale Cottier è un’autentica testimonianza della generosità del suo spirito. Sono rimasto colpito in particolare dalle sue lodi per l’“umile realismo” del presidente Obama. Mi auguro che abbia ragione. I cattolici americani vogliono che abbia ragione. L’umiltà e il realismo sono il terreno sul quale può crescere una politica fondata sul buon senso, modesta, a misura d’uomo e morale. Rimane da vedere se il presidente Obama sarà capace di realizzare una leadership di questo genere. Abbiamo il dovere di pregare per lui, nella speranza che non soltanto possa farlo ma che lo faccia veramente.

(Fonte: Sandro Magister, www.chiesa, 8 ottobre 2009-10-09)

Rai, se i censori ora censurano Minzolini

L’ultima storia dovrebbe scomodare i maestri della logica, magari sarebbe piaciuta a uno come Bertrand Russell. Tutto comincia sabato sera, con un editoriale all’ora di cena. Augusto Minzolini è il direttore del Tg1, per anni ha consumato il Transatlantico, con un orecchio bionico che captava ogni sussurro politico, mezza battuta, uno straccio di indiscrezione. Quello che è successo, in fondo, se lo aspettava. Conosce i politici e i suoi colleghi giornalisti. La gente che era lì a Piazza del Popolo sta sfilando via. Sono fieri, nel volto. La libertà di stampa è a rischio e loro c’erano, a dirlo al mondo. Sono tutti fermamente convinti di avere ragione. La libertà è una, tutti gli altri sono servi del potere. Quando arrivano a casa vedono Minzolini in tv che parla. È un editoriale, lo strumento classico con cui tutti i direttori esprimono la propria opinione. Non sono fatti, è un cantuccio per dire «come la penso». E cosa fa Minzolini? Dice quello che pensa. Questo: «Lo dico senza spirito polemico. La manifestazione per la libertà di stampa per me è incomprensibile». Spiega, argomenta, esprime in pratica il suo pensiero. Il succo è che l’Italia non è il paradiso, ma lui fatica a credere che questo Paese sia imbavagliato. Il rischio magari è un altro, una sorta di guerra civile di parole tra gruppi editoriali. È una guerra dura, dove si vedono anche colpi bassi, dove non ci si risparmia, tutto quello che volete, ma non tocca la libertà di stampa. Qui non c’è un regime. Minzolini non comprende questo spettacolo di «resistenti» in piazza che evocano un fascismo che non c’è. Non usa queste parole, ma con un po’ di libera interpretazione si può tirare il suo pensiero fino a questo punto. Attenzione, da giornalista e da direttore, Minzolini ha espresso un’opinione. Il suo editoriale non è una verità assoluta. Non è un editto. Può farlo? Tutti quelli che sono scesi in piazza per la libertà di stampa dicono di no. Minzolini è da censurare, licenziare, processare. Minzolini si è tolto la maschera. Minzolini sta con il potere. Minzolini, in quanto direttore del Tg1, deve comportarsi come un’ameba. Non può avere opinioni. Non può dire la sua. Non ha diritto come giornalista e direttore a esprimere liberamente quello che pensa. Va imbavagliato. Il direttore del Tg1 è una mummia, un giornalista dimezzato. O sta zitto o parli a favore della piazza.È qui che si apre il paradosso. Si può andare in piazza a manifestare per la libertà di stampa e zittire chi non la pensa come te? Si è liberi di dire: secondo me la libertà di stampa, pensiero, informazione, parola, non è a rischio? Si può? O l’unica libertà che ci resta è sostenere che non c’è libertà? La libertà di stampa vale solo per quelli che protestano? E per Minzolini? Niente. Minzolini è il direttore del Tg1. Muto. Non nominare il nome dei «resistenti» invano. Il sindacato dei giornalisti dice che deve stare zitto. Il sindacato del telegiornale ripete che deve stare zitto: «Ai vertici aziendali chiediamo una convocazione urgente per esprimere le nostre preoccupazioni. Bisogna recuperare rispetto ed equilibrio». Il direttore replica al cdr del tg: «È la dimostrazione che c’è chi manifesta per la libertà di stampa, ma è intollerante verso chi ha un’opinione diversa». Ma anche la stampa «democratica» sostiene che deve stare zitto. L’opposizione alza la voce e dice: Minzolini stai zitto. Tutti all’improvviso si ricordano del servizio pubblico. Vedremo. E quando sarà Santoro a commentare, cosa accadrà? Lì il servizio pubblico se ne va a escort.
Nessuno riflette invece su quello che Minzolini ha detto. Ha parlato di un rischio, vero, che ogni santo giorno pesa sulla pelle di chi scrive. Qui ci sono due barricate, bianchi e neri, come nelle città del medioevo, dove non c’è più dialogo, non c’è più ragione, non ci sono più opinioni, ma verità intangibili. Questa è l’Italia dove il verdetto democratico non viene riconosciuto da una parte pesante del Paese e non c’è più compromesso. Non c’è una via di mezzo. Gli antiberlusconiani, dopo quasi vent’anni, si sono trincerati su una sola posizione: Berlusconi non deve governare. Questo e basta. Non c’è più prospettiva. Non c’è più futuro. Non c’è più tempo. Gli antiberlusconiani hanno smesso di pensare al domani e di fatto stanno abdicando all'idea di fare politica. Questo è il vero problema, perché quando si arriva al muro contro muro l’unica opzione è darsele di santa ragione. È questo il rischio di cui parlava Minzolini: «La difesa corporativa non fa bene all’autorevolezza dei media; specie in Italia, dove si ha una strana concezione del pluralismo dell’informazione. Ci sono giornali che si considerano depositari della verità e che giudicano gli altri che la pensano in modo diverso come nemici o servi: chi ha questa concezione, manifesta contro un ipotetico regime politico, per insediare un inaccettabile regime mediatico».È libero Minzolini di dire tutto ciò? Si applica al signor Augusto Minzolini la libertà di stampa e di opinione? Se la risposta è no, allora chi è sceso in piazza aveva davvero ragione. Ma doveva manifestare contro se stesso.

(Fonte: Vittorio Macioce, Il Giornale, 5 ottobre 2009)

L’insegnamento del caso Eluana

Massimo Pandolfi, caporedattore de “Il Resto del Carlino”, è stato intervistato sul suo libro “La vita in gioco. Eluana e noi” (Ed. Ares) presentato al Meeting di Rimini il 25 agosto 2009.
Contiene documenti inediti, valutazioni medico-scientifiche, contributi d’opinione, interviste e racconti di persone che si sono risvegliate dopo quasi vent’anni di coma. Alcuni stralci: «Credo che sulla vicenda di Eluana siano state dette tante, troppe bugie. Ad un certo punto è passato il messaggio che i sadici saremmo noi, ‘ostinati’ difensori della vita, e i buoni tutti quelli che volevano accompagnare Eluana alla fine del suo calvario. Eluana non era una malata terminale, ma una grave disabile. Eluana non era attaccata a macchinari strani e veniva nutrita, idratata e pulita come capita alle persone non autosufficienti (…). Purtroppo il caso singolo di una persona (Beppino Englaro) che ha fatto questa scelta è diventato una sorta di bandiera etica e mediatica per molti.
Ma la realtà è un’altra! (…) ma ci avete fatto caso, dal 25 giugno 2008 (giorno del decreto della Corte d’Appello di Milano che autorizzava la sospensione dell’idratazione e nutrizione artificiale di Eluana) non c’è stato un disabile-uno che abbia provato a seguire questa strada giudiziaria, che dopo quel precedente poteva anche essere molto agevole.
Perché? Non sarà che forse le reali esigenze dei disabili e dei loro familiari sono ben altre rispetto a quelle ossessivamente sbandierate da radicali, radical-chic e “Ignazi Marino” vari nei mesi scorsi? (…) c’è una società nichilista che pretende - ed è questo l’aspetto drammatico - che certe persone a un certo punto della loro esistenza si tolgano di torno. Diventano scomode o sono scomode in partenza, d’impiccio. Si è cominciato con i bambini da ammazzare prima di far nascere (aborto: primo omicidio legalizzato della storia moderna), poi siamo arrivati a malati e disabili, presto chiuderemo il cerchio con gli anziani. (…) nel 99.9% dei casi le esigenze di queste persone non sono quelle che sono purtroppo state sbandierate per mesi anche da noi giornalisti. Questa gente (e i loro familiari) non chiede di morire ma semplicemente di trovare dei buoni motivi per continuare a vivere».

(Mario, 4 ottobre 2009)

Le conseguenze del cosiddetto “reato di omofobia”

Martedì 6 ottobre è iniziato in Commissione Giustizia alla Camera dei Deputati la discussione sul testo base della legge che vuole stabilire il reato di omofobia. La proposta, presentata dal Partito Democratico, a prima firma Paola Concia, prevede l’inserimento nel Codice Penale di «reati commessi per finalità di discriminazione o di odio fondati sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere». La discussione alla Camera è prevista per il prossimo 12 ottobre.
Se il reato contro l’omofobia, che l’allora premier D’Alema tentò invano di imporre nel novembre 1999, fosse varato dal governo di centro-destra, sarebbe uno scandalo e un’occasione di profonda riflessione per l’elettorato cattolico, continuamente tradito dai propri rappresentanti in nome dell’aberrante principio del “politicamente corretto”.
La proposta prevede l’inserimento nel Codice Penale di «reati commessi per finalità di discriminazione o di odio fondati sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere». Con l’appoggio del PDL, o di settori trasversali di esso, il progetto, giacente in commissione Giustizia alla Camera dal gennaio scorso, potrebbe avere un’accelerazione e passare rapidamente all’altro ramo del Parlamento per essere trasformato in legge.
Il testo ha già avuto l’appoggio del Presidente della Commissione Giustizia Giulia Bongiorno (PDL), che, contro la consuetudine, ne ha affidato l’incarico di relatore alla stessa Concia, e quello del ministro per le Pari Opportunità, Mara Carfagna, secondo cui la linea del governo e del suo Ministero è quella di prevedere aggravanti per i reati con finalità di discriminazione sessuale.
L’iniziativa recepisce una risoluzione del Parlamento Europeo del 18 gennaio 2006 in cui l’omofobia è definita «una paura e un’avversione irrazionale nei confronti dell’omosessualità e di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali (GLBT), basata sul pregiudizio». Come “pregiudizio” si intende ogni giudizio morale contrario all’omosessualità e alle deviazioni in campo sessuale. Quando esso si esprime in scritti o discorsi pubblici che non pongano su un piano di assoluta eguaglianza ogni tendenza e orientamento sessuale, può essere considerato come contrario al rispetto dei diritti dell’uomo ed essere oggetto di sanzioni penali. Lo stesso principio è enunciato dall’art. 21 della Carta fondamentale dei Diritti del cittadino di Nizza, resa giuridicamente vincolante dal Trattato europeo di Lisbona.
Se questa legge passasse e fosse applicata in modo coerente, sarebbe impossibile, o quanto meno rischioso, criticare l’omosessualità e presentare la famiglia naturale come “superiore” alle unioni omosessuali. Un’istituzione ecclesiastica non potrebbe rifiutarsi di designare come suo rappresentante una persona che non faccia mistero delle sue tendenze omosessuali. Nessuno Stato, ma anche nessuna Chiesa, potrebbe rifiutare di celebrare un matrimonio di coppie dello stesso sesso. Catechismi e libri sacri che condannano l’omosessualità come peccato “contro-natura” potrebbero essere ritirati dal commercio.
Se non si conoscono ancora i futuri orientamenti del nuovo Parlamento Europeo, negli Stati Uniti, il 29 giugno 2009 il Presidente Obama ha ricevuto alla Casa Bianca circa 250 leader e attivisti delle principali organizzazioni gay, lesbiche e transgender, in occasione dei 40 anni della nascita del movimento per la difesa dei diritti omosessuali. Lo stesso Obama, in un’intervista pubblicata il 3 luglio da Avvenire, ha affermato che la comunità gay-lesbica degli Stati Uniti viene «ferita da alcuni insegnamenti della Chiesa cattolica e della dottrina cristiana in generale». La posizione di Obama sui temi cruciali di natura morale è notoriamente antitetica a quella della Chiesa e delle altre confessioni cristiane americane e il presidente americano si sforza di propagandare, anche all’estero, il suo “messianismo” sincretista. Essa è destinata ad avere ricadute anche in Italia e in Europa influenzando le decisioni dei nostri uomini politici.
Nel nostro Paese ancora non esiste il reato di “omofobia”, ma la censura sociale applicata contro chiunque manifesti il suo rifiuto per il vizio contro-natura, è violenta e immediata. L’atteggiamento di tutti coloro che professano la legge naturale, cattolici o non, è sempre più cauto e misurato nelle espressioni. Quanti sono i vescovi, o i parroci che, esercitando il loro ministero pastorale, sono disposti a ricordare che l’omosessualità è un peccato che, nelle parole del Catechismo di San Pio X, «grida vendetta al cospetto di Dio»? Quanti, tra i fautori della riscoperta dei testi scritturistici e patristici, farebbero proprie le parole di fuoco con cui la Sacra Scrittura e i Padri della Chiesa bollavano l’omosessualità come un’“abominio” (Levitico, 20,13)?
Il timore è quello di cadere sotto la ghigliottina del “politicamente corretto”, come accadde a Rocco Buttiglione, mancato Commissario europeo nel 2004, proprio a causa delle sue convinzioni morali in materia. Nel recente “caso Boffo”, né la stampa cattolica né quella laica o laicista, ha voluto andare a fondo sulla presunta omosessualità del direttore di Avvenire, per accusarlo o scagionarlo, perché ciò avrebbe significato ammissione del fatto che l’omosessualità è comunque una “colpa”. L’“autocensura” è palpabile, perché esiste una “lobby” omosessualista annidata ovunque e pronta, ovunque, a scatenare il linciaggio mediatico. Su Il Giornale del 3 settembre, Luigi Mascheroni ha messo in rilievo il potere di GLBT, l’acronimo utilizzato per riferirsi a gay, lesbiche, bisessuali e transessuali: «Una lobby potente e ricca. Anzi, secondo un dossier del 2006 della rivista Tempi, ricchissima: la lobby omosessuale internazionale, che ha le sue roccaforti a New York, Washington, San Francisco e Bruxelles, è sempre più influente. Riceve finanziamenti sia dalle grandi corporation americane, sia dai governi e dalle istituzioni internazionali, spesso sotto forma di donazioni a Ong o fondi per la lotta all’Aids». La potenza politico-economica dei gruppi omosessualisti, secondo Mascheroni, è tale da influenzare le istituzioni e il costume, come in Italia si tenta, non solo attraverso il ruolo di associazioni come Arcigay e Arcilesbiche, ma soprattutto grazie all’influenza esercitata da persone di orientamento omosessuale in settori chiave della società, quali le arti, la politica, lo spettacolo.
La moda, la televisione e il cinema sono gli ambiti sociali privilegiati della lobby omosessuale. All’ultimo festival di Venezia, conclusosi lo scorso 12 settembre, il tema ricorrente dei film in rassegna è stato l’omosessualità. Prima della proiezione del film, A single man di Tom Ford, che si è aggiudicato il Queer Lion attribuito dalla comunità Gay alla migliore opera omo, lesbica o trans, il presidente onorario dell’arcigay Franco Grillini e alcuni esponenti politici di sinistra hanno tenuto un sit-in contro l’omofobia. Chi volesse liquidare queste manifestazioni come episodi folkloristici, dimenticherebbe che la Rivoluzione contro la morale cristiana, negli ultimi quarant’anni, è avanzata proprio attraverso la dialettica, tra gesti simbolici e provocatori e iniziative parlamentari tese ad allargare il consenso ai tiepidi e “moderati”.
Se il reato contro l’omofobia, che l’allora premier D’Alema tentò invano di imporre nel novembre 1999, fosse varato dal governo di centro-destra, sarebbe uno scandalo e un’occasione di profonda riflessione per l’elettorato cattolico, continuamente tradito dai propri rappresentanti in nome dell’aberrante principio del “politicamente corretto”.

(Fonte: Roberto de Mattei, Radici Cristiane, n. 48 - Ottobre 2009)

giovedì 1 ottobre 2009

Ridateci una Rai intelligente, prima che sia troppo tardi!

Noi alla Rai vogliamo bene. Più per quanto è stata e potrebbe essere, che per quello che oggi effettivamente è. E di un servizio pubblico radiotelevisivo di alta qualità gli italiani hanno bisogno; ne ha bisogno la democrazia, il cui stato di salute è direttamente collegato a quello del suo sistema mediatico e, in particolar modo, radiotelevisivo. Per questo l’appello a non pagare il canone Rai propagandato da alcuni quotidiani – pur esprimendosi come ultima ratio da parte di inascoltati ed esasperati cittadini – non è la cosa immediata e risolutoria da affrontare.
Perché? Perché al di là della carica emotiva e dimostrativa, il non pagare il canone non risolverebbe nulla. Ammesso e non concesso che un Santoro & Co. venisse spazzato via, ne sorgerebbero altrettanti, come i funghi.
Perché il problema non è il pagare o no una tassa ritenuta iniqua: il vero problema è ritornare al rispetto, all’educazione, alla signorilità, all’eleganza che un servizio pubblico impone.
Oggi tutto questo non esiste più: le trasmissioni di una volta fanno ridere, sono muffa di soffitta, ridicolaggini insulse.
Oggi finalmente abbiamo la TV in tempo reale: la TV vissuta, onnipresente, veritiera!
Ma a che prezzo? Chi grida più forte, chi è più sboccato, chi esibisce a piene mani la spazzatura più maleodorante è il primo della classe, il paladino difensore dei diritti di libertà: perché oggi il termine “libertà” è stato affrancato da rispetto, educazione, e da ogni principio morale. Libertà quindi di massacrare, di distruggere, di insultare, di insozzare.
È un piacere sadico cui gli avvoltoi del video non potranno mai rinunciare.
È una corsa alla distruzione morale di una società: i giovani crescono con la convinzione che tutto è loro permesso: il bullismo più bieco, fatto di sopraffazione e violenza, diventa una metodologia, uno stile, un’arte mirata all’autoaffermazione sociale.
Allora spegnere i vari Santoro, Dandini, Lerner, Ballarò, Crozza, Luttazzi e compagnia urlante, non serve a nulla. Sarebbe ulteriore motivo di schiamazzi, di piazzate, di urla disumane da parte dei nuovi “martiri”.
Purtroppo tanta, troppa TV è oggi impegnata in un’opera sistematica di obnubilamento delle coscienze, al punto da rendere incapaci di distinguere il buono dal cattivo, il bello dal brutto, il giusto dall’ingiusto, l’utile dall’inutile, l’alta qualità dalla bassa qualità, dalla spazzatura.
Il vero pericolo è costituito, da sempre, da chi confeziona ad arte programmi sciacqua-cervello, reality insulsi, privi di qualunque buon senso, da qualunque principio morale; programmi che anestetizzano l’intelligenza abituandola alla mediocrità, riducendo gli spettatori a zombi lobotomizzati; da chi ci ripete che il vero intrattenimento non può essere intelligente, che la risata è spontanea e corale solo se si alimenta nel doppio senso, nella parolaccia, nell’insulto, nel cannibalismo dello stile.
Un pubblico di cittadini telespettatori cresciuto a questa scuola è la premessa all’eutanasia del senso critico e – dagli oggi, dagli domani – rischia di diventare un esercito sempre più renitente al cosciente esercizio delle libertà democratiche.
È su questo fronte che il servizio pubblico televisivo dovrebbe dimostrare un guizzo di orgoglio e di responsabilità. Dovrebbe rinunciare a quella che da anni denunciamo come la “pornografia dei sentimenti” di troppi programmi spazzatura; all’illogica dittatura dell’Auditel usato non come strumento a servizio del mercato pubblicitario, ma per determinare la sorte dei programmi, secondo l’assurda equivalenza “quantità uguale qualità”; ai compensi milionari di star di dubbio talento a fronte dell’incapacità di reperire fondi per una vera tv dei ragazzi e per i ragazzi, a partire dal loro diritto a un’informazione calibrata (e a misura).
Per non parlare delle continue violazioni del codice di autodisciplina, della pubblicità strillata a volume doppio, eccetera.
In una parola dovremmo essere noi, con il nostro telecomando, a stabilire ciò che merita o non merita di essere visto, ciò che concorre o non concorre a rendere un domani più vivibile, una società più serena, più rispettosa dell’altro. Allora automaticamente i programmi laidi, tendenziosi, virulenti, falsi e sboccati si escluderebbero da soli, non trovando a priori ossigeno e humus adatti ad un loro impensabile accoglimento.
Ecco, questa sarebbe la Rai per la quale penso che tutti pagherebbero volentieri una tassa. Questo sarebbe il servizio pubblico finalmente degno di una nazione civile come pretendiamo di essere noi italiani.

(Mario, 30 settembre 2009)

L’altro «scudo» che bisogna finalmente alzare

Non è semplice valutare con serenità e distacco un provvedimento come lo scudo fiscale (anzi, è quasi impossibile se ci si pone in una rigida logica di schieramento o se ci si fa prendere da opposte indignazioni contro chi non paga le tasse o contro le tasse inique). Ma noi vorremmo provare a sottoporre a questo tipo di giudizio il provvedimento sul rimpatrio dei capitali. Un sistema di norme ormai definito, e che va analizzato soppesandone con attenzione i costi e i benefici. Solo così, forse, è possibile trarre da questa vicenda una "morale" impegnativa per l’intera comunità nazionale e utile per ridare un significato pieno al termine «legalità».Proviamo a spiegarci. Sul primo piatto della bilancia ci sono 300 miliardi. Secondo una stima bancaria sarebbe, infatti, questa la monumentale marea di euro fatta rifluire in "paradisi" esteri da imprese e (ricche) famiglie italiane. Se per effetto dello scudo fiscale ne rientrassero in patria anche solo un terzo, il beneficio per le casse pubbliche sarebbe di circa 5 miliardi. In tempi di crisi e di crollo delle entrate, sindacare sul "profumo" di un tale tesoro rischia di sembrare un discutibile esercizio retorico. Soprattutto se a beneficiare dell’interessato pentimento dei campioni dell’evasione fiscale fossero settori come la scuola, l’università, l’economia sociale.Sul secondo piatto della bilancia, c’è il peso dei costi che l’operazione porta con sé. Per spingere a riportare i capitali in Italia il governo applicherà una mini-tassa del 5% e si prepara a chiudere gli occhi sulle somme macchiate da reati tributari e societari, come il falso in bilancio. Il messaggio veicolato dall’operazione-scudo rischia, insomma, di avere effetti deleteri. Alla terza sanatoria in neanche dieci anni, dopo quelle del 2001 e del 2002, l’onesto contribuente ha poco da rallegrarsi: si possono lanciare proclami e fare grandi battaglie su fannulloni, burosauri, caste e baroni ma quando si tratta di evasori una soluzione premia-furbi salta sempre fuori.I due piatti non staranno mai in equilibrio. A meno che il varo e l’accettazione dello scudo fiscale 2009 non siano davvero accompagnati dalla messa in campo di un’immediata e credibile offensiva contro l’evasione fiscale. E dall’impegno a scolpire nel marmo (e non solo sulla carta) la solenne volontà di non riproporre più una sanatoria di questa natura e di questa portata.Alcuni segnali sembrano indicare che una svolta nella lotta alla frode fiscale e nel recupero delle somme nascoste è oggi davvero possibile. Purché i colpi a effetto – come la confisca degli orecchini di Maradona, la messa nel mirino di qualche altro vip e prima ancora le verifiche sui megayacht di vacanzieri ufficialmente nullatenenti – siano il prologo di un’azione coerente e continua. Solo la percezione di un fisco equo, attento e serio indurrà gli esportatori di capitali a pagare strutturalmente più di quel 5% di sanzione oggi proposto (e che è di per sé un’ammissione di debolezza dello Stato) e porterà noi tutti a pagare un po’ di meno.Sarebbe tuttavia illusorio – e veniamo a un punto cruciale – pensare di porre fine agli scandali fiscali senza uno scatto di civiltà e un ampio recupero di moralità. Deve mutare il giudizio circa il comportamento del singolo evasore. Perché uno Stato – neanche il meglio strutturato – nulla può se l’illecito viene condonato già all’origine, nella coscienza comune come in quella individuale, e se il comportamento di chi evade le tasse è tollerato nel giudizio della stessa parte defraudata. Ci sono in ballo principi dell’etica sociale – l’onestà, la trasparenza, la responsabilità... – che non possono più essere trascurati o attenuati in un’ulteriore e devastante concessione a certo imperante relativismo. L’atto con cui si sta varando questa nuova sanatoria deve, insomma, tracciare un invalicabile confine. E la comunità nazionale deve saper alzare un suo scudo – di giudizio morale ed economico – a difesa di risorse che appartengono a tutti. I soldi per i servizi essenziali e i miliardi necessari alle grandi riforme strutturali del nostro welfare – la riforma degli ammortizzatori sociali e il varo del sospirato quoziente familiare – prima ancora che nel rimpatrio dei capitali si trovano in ciò che origina quei tesori occultati: i 250 miliardi all’anno di ricchezza, quasi il 20% del Pil, che anche l’accettazione collettiva e la rassegnazione contribuiscono a relegare nel «sommerso». E che invece rappresentano una gigantesca sottrazione di risorse ai progetti di solidarietà e di equità sociale.

(Fonte: Massimo Calvi, Avvenire, 30 Settembre 2009)

Gli stati vegetativi? Il medico 4 volte su 10 si sbaglia

Si parla sempre (e spesso a sproposito) delle persone in stato vegetativo. Nei giornali e in televisione si scrivono e si sentono delle autentiche castronerie: stato vegetativo viene usato come sinonimo di coma, a stato vegetativo si accosta molto volentieri il termine “permanente” che invece non può esistere per la scienza e non perchè lo dico io, ma perchè non lo sanno neppure i luminari. Poi la terza carica dello Stato (Gianfranco Fini, presidente della Camera) è arrivato a dire che una persona in stato vegetativo ha l'elettroencefalogramma piatto e allora verrebbe voglia di arrendersi.
In pochissimi hanno parlato di un fatto invece davvero eccezionale che andrebbe studiato con grande attenzione e dovrebbe farci muovere in maniera ancora più cauta quando trattiamo certi temi. Ecco il fatto: il 40% delle diagnosi, quando si parla appunto di stati vegetativi, è sbagliato.
Cioè: in 4 casi su dieci un medico ha detto che la persona era in stato vegetativo, mentre invece quella persona capiva e sentiva, solo che non era in grado di esprimersi.
Lo studio, rivoluzionario, arriva dal Belgio ed è stato pubblicato sulla rivista scientifica BMC Neurology lo scorso luglio. Gli addetti ai lavori ne erano a conoscenza già da tempo. Spesso si confonde lo stato vegetativo con lo stato di minima coscienza. Lo studio ha mostrato che il 40% dei pazienti ritenuti in stato vegetativo erano in realtà in stato di minima coscienza e che il 10% dei pazienti ritenuti in stato di minima coscienza erano in realtà emersi da quella condizione ed erano ormai capaci di comunicare, anche se i loro medici non se n'erano accorti.
A tali dati allarmanti – ha scritto il settimanale E vita – ci permettiamo solo di aggiungere che probabilmente il tasso diagnostico di errore sarebbe stato assai più elevato se si fossero usate anche le indagini di risonanza magnetica funzionale, di PET e di neurofisiologia che hanno mostrato la possibilità di persistere una comunicazione residua anche in pazienti in cui essa non è clinicamente evidenziabile. Anziché scegliere la scorciatoia dello “staccare la spina” (altra parolaccia sballata in voga quando si trattano questi temi) ci rendiamo conto quanto ci sarebbe ancora da esplorare e da studiare? E non sulla pelle degli uomini, ma a favore degli uomini.

(Fonte: Massimo Pandolci, Massimo Pandolfi's blog, 21 settembre 2009)

Lo sapevate? Un vero matematico non può essere credente. L’attacco di Odifreddi a Israel

Possibile che un uomo astuto come Piergiorgio Odifreddi, rotto a tutte le matematiche del successo, inciampi così rovinosamente in un caso palese di odio personale, ma in fondo anche mistico, anche – Dio ci scusi – di razzismo religioso. Non scrivo antisemita perché poi mi fulminano, ma il sospetto ce l’ho…
Il fatto è questo. Anzi l’antefatto. Il professor Giorgio Israel, insigne matematico, nonché collaboratore del ministro Mariastella Gelmini, viene accusato in maniera ignobile e anonima, proprio per il contributo dato alla riforma delle scuole superiori. Il nome non inganna: Israel è ebreo, e per di più non è di sinistra, dà una mano (istituzionalmente) al governo Berlusconi.
Bersaglio perfetto delle classiche accuse sugli ebrei da far fuori. Sui blog viene anonimamente preso di mira con queste parole studiatamente infami: “Dicono sia lui il vero autore della riforma Gelmini. Non ti è venuto il prurito a leggerne il cognome?”. E via così. A questo punto Odifreddi interviene a difendere il matematico, docente alla Sapienza, solidarizza contro questo assalto antisemita.
Si capisce però che la cosa non gli va, gli sta qui. Israel porta questo nome con cognizione di fede, non se lo trascina come un attributo secondario, è la sua essenza di uomo.
Odifreddi al contrario è un militante dell’ateismo. Ce l’ha a morte con la Bibbia (in particolare con il cattolicesimo, ma anche con Abramo e i suoi primi seguaci nonché fratelli maggiori dei cristiani, non scherza). Ed allora esplode.
Lui è disponibile a dare solidarietà, a piegarsi un attimo dal pulpito della sua pretesa superiorità intellettuale e morale, dando solidarietà a un perseguitato per antisemitismo.
Ma essere messo a pari con lui, lui che è ateo, lui che è di sinistra, con un credente ebreo di destra, proprio no. Così quando Israel viene premiato a Torino, la citta di Odifreddi (sacrilegio!) con lo stesso premio per la matematica assegnato nel 2002 all’Ateo Supremo, esplode: scoppia proprio come un petardo.
Restituisce il premio Peano – che nessuno sapeva cosa fosse al di fuori di chi maneggia numeri in università – fa sapere di averlo vinto lui, ma di restituirlo visto che viene ora attribuito a «un fondamentalista». Fondamentalista, nel linguaggio di Odifreddi, non significa uno che abbandona la ragione per appoggiarsi a credenze da propagandare e imporre con la violenza.
No, per Odifreddi fondamentalista è chi usa la ragione in alleanza con la fede. Questo è insopportabile. Se uno credesse in privato e appoggiandosi al sentimento, sarebbe graditissimo a Odifreddi. I nemici degli atei non sono i credenti nel privato delle stanze, ma chi onora la ragione credendo.
Per questo Odifreddi ha – come si dice – sbroccato, o più semplicemente ha applicato a se stesso la regola fisica che nulla si crea e nulla si distrugge in natura: un pirla resta un pirla (sia detto in senso etimologico: vuol dire trottola).

(Fonte: Renato Farina, Il sussidiario.net, 28/09/2009)