giovedì 14 aprile 2011

Il Demonio e gli esorcismi: il punto di vista di un esperto.

Padre Gabriele Amorth è l’esorcista più famoso del mondo, fondatore e presidente ad honorem dell’Associazione internazionale degli esorcisti. Riportiamo parte di una sua intervista apparsa su internet, per dare un’idea più seria e competente su tale materia, anche in considerazione della “moda”, oggi così tanto in auge, di parlare e di fare scoop giornalistici sull’argomento (vedi la recente trasmissione delle Iene su Italia 1). Da parte della Chiesa sarebbe auspicabile maggior rigore nella regolamentazione di tali esorcismi “esibizioni” che si prestano più a offrire spettacolarità di cattivo gusto, che a combattere seriamente il demonio.
Padre Amorth, come venite considerati, voi esorcisti, all’interno della Chiesa?
AMORTH: Siamo trattati malissimo. I confratelli sacerdoti che vengono incaricati di questo delicatissimo compito sono visti come dei matti, degli esaltati. In genere sono appena tollerati dagli stessi vescovi che li hanno nominati.
Il fatto più clamoroso di questa ostilità?
AMORTH: Abbiamo tenuto un convegno internazionale degli esorcisti vicino a Roma. E abbiamo domandato di essere ricevuti dal Papa. Per non dargli l’aggravio di aggiungere una nuova udienza alle tantissime che già fa, abbiamo semplicemente chiesto di essere ricevuti in udienza pubblica, quella in piazza San Pietro del mercoledì. E senza nemmeno la necessità di essere citati tra i saluti. Abbiamo fatto regolare domanda, come ricorderà perfettamente monsignor Paolo De Nicolò, della Prefettura della casa pontificia, che ha accolto a braccia aperte la nostra richiesta. Il giorno prima dell’udienza però lo stesso monsignor De Nicolò ci ha detto – a dire il vero con grande imbarazzo, per cui si è visto benissimo che la decisione non dipendeva da lui – di non andare, che non eravamo ammessi. Incredibile: 150 esorcisti provenienti dai cinque continenti, sacerdoti nominati dai loro vescovi in conformità con le norme del diritto canonico che richiedono preti di preghiera, di scienza e di buona fama – quindi un po’ il fior fiore del clero –, chiedono di partecipare a un’udienza pubblica del Papa e vengono buttati fuori. Monsignor De Nicolò mi ha detto: «Naturalmente le prometto che le invierò subito la lettera con le motivazioni». Sono passati cinque anni, e quella lettera la aspetto ancora.
Certamente non è stato Giovanni Paolo II ad escluderci. Ma che a 150 sacerdoti venga proibito di partecipare a una udienza pubblica del Papa in piazza San Pietro spiega quanto sono ostacolati gli esorcisti dalla loro Chiesa, quanto sono malvisti da tante autorità ecclesiastiche.
Lei col demonio ci combatte quotidianamente. Qual è il più grande successo di Satana?
AMORTH: Riuscire a far credere di non esistere. E ci è quasi riuscito. Anche all’interno della Chiesa. Abbiamo un clero e un episcopato che non credono più nel demonio, negli esorcismi, nei mali straordinari che il diavolo può dare, e nemmeno nel potere che Gesù ha concesso di scacciare i demoni.
Da tre secoli la Chiesa latina – al contrario della Chiesa ortodossa e di varie confessioni protestanti – ha quasi del tutto abbandonato il ministero esorcistico. Non praticando più esorcismi, non studiandoli più e non avendoli mai visti, il clero non ci crede più. E non crede più nemmeno al diavolo. Abbiamo interi episcopati contrari agli esorcismi. Ci sono nazioni completamente prive di esorcisti, come la Germania, l’Austria, la Svizzera, la Spagna e il Portogallo. Una carenza spaventosa.

Non ha nominato la Francia. Lì la situazione è differente?
AMORTH: C’è un libro scritto dal più noto esorcista francese, Isidoro Froc, dal titolo: Gli esorcisti, chi sono e cosa fanno. Il volume, tradotto in italiano dall’editrice Piemme, è stato scritto per incarico della Conferenza episcopale francese. In tutto il libro non si dice mai che gli esorcisti, in certi casi, fanno esorcismi. E l’autore ha più volte dichiarato alla televisione francese di non avere mai fatto esorcismi e che mai li farà. Su un centinaio di esorcisti francesi, solo cinque credono al demonio e fanno gli esorcismi, tutti gli altri mandano chi si rivolge a loro dagli psichiatri.
E i vescovi sono le prime vittime di questa situazione della Chiesa cattolica, da cui sta scomparendo la credenza nell’esistenza del demonio. Prima che uscisse questo nuovo Rituale, l’episcopato tedesco ha scritto una lettera al cardinale Ratzinger in cui affermava che non occorreva un nuovo Rituale, perché non si dovevano più fare gli esorcismi.

È compito dei vescovi nominare gli esorcisti?
AMORTH: Sì. Quando un sacerdote viene nominato vescovo, si trova di fronte ad un articolo del Codice di diritto canonico che gli dà l’autorità assoluta per nominare degli esorcisti. A qualsiasi vescovo il minimo che si può chiedere è che abbia almeno assistito a un esorcismo, dato che deve prendere una decisione così importante. Purtroppo, non accade quasi mai. Ma se un vescovo si trova di fronte a una seria richiesta di esorcismo – che cioè non viene fatta da uno svitato – e non provvede, commette peccato mortale. Ed è responsabile di tutte le terribili sofferenze di quella persona, che a volte durano anni o una vita, e che avrebbe potuto impedire.
Sta dicendo che la maggior parte dei vescovi della Chiesa cattolica è in peccato mortale?
AMORTH: Quando ero ragazzino il mio vecchio parroco mi insegnava che i sacramenti sono otto: l’ottavo è l’ignoranza. E l’ottavo sacramento ne salva più degli altri sette sommati assieme. Per compiere peccato mortale occorre una materia grave ma anche la piena avvertenza e il deliberato consenso. Questa omissione di aiuto da parte di molti vescovi è materia grave. Ma questi vescovi sono ignoranti: non c’è dunque deliberato consenso e piena avvertenza.
Ma la fede rimane intatta, cioè rimane una fede cattolica, se uno non crede nell’esistenza di Satana?
AMORTH: No. Le racconto un episodio. Quando incontrai per la prima volta don Pellegrino Ernetti, un celebre esorcista che ha esercitato per quarant’anni a Venezia, gli dissi: «Se potessi parlare con il Papa gli direi che incontro troppi vescovi che non credono nel demonio». Il pomeriggio seguente padre Ernetti è tornato da me per riferirmi che il mattino era stato ricevuto da Giovanni Paolo II. «Santità», gli aveva detto, «c’è un esorcista qui a Roma, padre Amorth, che se venisse da lei le direbbe che conosce troppi vescovi che non credono nel demonio». Il Papa gli ha risposto, secco: «Chi non crede nel demonio non crede nel Vangelo». Ecco la risposta che ha dato lui e che io ripeto.
Mi faccia capire: la conseguenza è che molti vescovi e molti preti non sarebbero cattolici?
AMORTH: Diciamo che non credono a una verità evangelica. Quindi semmai li taccerei di propagare un’eresia. Però intendiamoci: uno è formalmente eretico se viene accusato di qualcosa e se persiste nell’errore. Ma nessuno, oggi, per la situazione che c’è nella Chiesa, accusa un vescovo di non credere nel diavolo, nelle possessioni demoniache e di non nominare esorcisti perché non ci crede. Eppure potrei farle tantissimi nomi di vescovi e cardinali che appena nominati in una diocesi hanno tolto a tutti gli esorcisti la facoltà di esercitare. Oppure di vescovi che sostengono apertamente: «Io non ci credo. Sono cose del passato». Perché? Purtroppo perché c’è stata l’influenza perniciosissima di certi biblisti, e potrei farle molti nomi illustri. Noi che tocchiamo ogni giorno con mano il mondo dell’aldilà, sappiamo che ha messo lo zampino in tante riforme liturgiche.
Per esempio?
AMORTH: Il Concilio Vaticano II aveva chiesto di rivedere alcuni testi. Disobbedendo a quel comando, si è voluto invece rifarli completamente. Senza pensare che si potevano anche peggiorare le cose anziché migliorarle. E tanti riti sono stati peggiorati per questa mania di voler buttare via tutto quello che c’era nel passato e rifare tutto daccapo, come se la Chiesa fino ad oggi ci avesse sempre imbrogliato e ingannato, e solo adesso fosse finalmente arrivato il tempo dei grandi geni, dei superteologi, dei superbiblisti, dei superliturgisti che sanno dare alla Chiesa le cose giuste. Una menzogna: l’ultimo Concilio aveva semplicemente chiesto di rivederli quei testi, non di distruggerli.
Il Rituale esorcistico, per esempio: andava corretto, non rifatto. C’erano preghiere che hanno dodici secoli di esperienza. Prima di cancellare preghiere così antiche e che per secoli si sono dimostrate efficaci, bisognerebbe pensarci a lungo. E invece no. Tutti noi esorcisti, utilizzando per prova le preghiere del nuovo Rituale ad interim, abbiamo sperimentato che sono assolutamente inefficaci.
Ma anche il rito del battesimo dei bambini è stato peggiorato. È stato stravolto, fin quasi ad eliminare l’esorcismo contro Satana, che ha sempre avuto enorme importanza per la Chiesa, tanto che veniva chiamato l’esorcismo minore. Contro quel nuovo rito ha protestato pubblicamente anche Paolo VI. È stato peggiorato il rito del nuovo benedizionale. Ho letto minuziosamente tutte le sue 1200 pagine. Ebbene, è stato puntigliosamente tolto ogni riferimento al fatto che il Signore ci deve proteggere da Satana, che gli angeli ci proteggono dall’assalto del demonio. Hanno tolto tutte le preghiere che c’erano per la benedizione delle case e delle scuole. Tutto andava benedetto e protetto, ma oggi la protezione dal demonio non esiste più. Non esistono più difese e neppure preghiere contro di lui. Lo stesso Gesù ci aveva insegnato una preghiera di liberazione, nel Padre nostro: «Liberaci dal Maligno. Liberaci dalla persona di Satana». In italiano è stata tradotta in modo erroneo, e adesso si prega dicendo: «Liberaci dal male». Si parla di un male generico, di cui in fondo non si sa l’origine: invece il male contro cui nostro Signore Gesù Cristo ci aveva insegnato a combattere è una persona concreta: è Satana.

Lei ha un osservatorio privilegiato: ha la sensazione che il satanismo si stia diffondendo?
AMORTH: Sì. Tantissimo. Quando cala la fede aumenta la superstizione. Se uso il linguaggio biblico, dico che si abbandona Dio e ci si dà all’idolatria, se uso un linguaggio moderno, dico che si abbandona Dio per darsi all’occultismo. Lo spaventoso calo della fede in tutta l’Europa cattolica fa sì che la gente si getti tra le mani di maghi e cartomanti, mentre prosperano le sette sataniche. Il culto del demonio viene reclamizzato a masse intere attraverso il rock satanico di personaggi come Marilyn Manson, e viene dato l’assalto anche ai bambini: giornali a fumetti insegnano la magia e il satanismo.
Diffusissime le sedute spiritiche, in cui si evocano morti per averne risposte. Ora si insegna a fare sedute spiritiche con il computer, con il telefono, con il televisore, con il registratore ma soprattutto con la scrittura automatica. Non c’è più nemmeno bisogno del medium: è uno spiritismo “fai da te”. Secondo i sondaggi, il 37 per cento degli studenti ha fatto almeno una volta il gioco del cartellone o del bicchierino, che è una vera seduta spiritica. In una scuola in cui mi avevano invitato a parlare, i ragazzi hanno detto che la facevano durante l’ora di religione sotto gli occhi compiaciuti dell’insegnante.

E funzionano?
AMORTH: Non esiste distinzione tra magia bianca e magia nera. Quando la magia funziona, è sempre opera del demonio. Tutte le forme di occultismo, come questo grande ricorso verso le religioni d’Oriente, con le loro suggestioni esoteriche, sono porte aperte per il demonio. E il diavolo entra. Subito.
Io non ho esitato a dire immediatamente, nel caso della suora uccisa a Chiavenna e in quello di Erika e Omar, i due ragazzi di Novi Ligure, che c’era stato un intervento diretto del demonio perché quei ragazzi erano dediti al satanismo. Proseguendo l’indagine la polizia ha poi scoperto, in entrambi i casi, che questi ragazzi seguivano Satana, avevano libri satanici.

Su cosa fa leva il demonio per sedurre l’uomo?
AMORTH: Ha una strategia monotona. Glielo ho detto, e lui lo riconosce… Fa credere che l’inferno non c’è, che il peccato non esiste ma è solo un’esperienza in più da fare. Concupiscenza, successo e potere sono le tre grandi passioni su cui Satana insiste.
Quanti casi di possessione demoniaca ha incontrato?
AMORTH: Dopo i primi cento ho smesso di contarli.
Cento? Ma sono tantissimi. Lei nei suoi libri dice che i casi di possessione sono rari.
AMORTH: E lo sono davvero. Molti esorcisti hanno incontrato solo casi di mali diabolici. Ma io ho ereditato la “clientela” di un esorcista famoso come padre Candido, e quindi i casi che lui non aveva ancora risolto. Inoltre, gli altri esorcisti mandano da me i casi più resistenti.
Il caso più difficile che ha incontrato?
AMORTH: Ce l’ho “in cura” adesso, e da due anni. È la stessa ragazza che è stata benedetta – non è stato un vero esorcismo – dal Papa a ottobre in Vaticano e che ha creato scalpore sui giornali. È colpita 24 ore su 24, con tormenti indicibili. I medici e gli psichiatri non riuscivano a capirci nulla. È pienamente lucida e intelligentissima. Un caso davvero doloroso.
Come si cade vittime del demonio?
AMORTH: Si può incappare nei mali straordinari inviati dal demonio per quattro motivi. O perché questo costituisce un bene per la persona (è il caso di molti santi), o per la persistenza nel peccato in modo irreversibile, o per un maleficio che qualcuno lancia per mezzo del demonio, o quando ci si dedica a pratiche di occultismo.
Durante l’esorcismo di posseduti, che tipo di fenomeni si manifestano?
AMORTH: Ricordo un contadino analfabeta che durante l’esorcismo mi parlava solo in inglese, e io avevo bisogno di un interprete. C’è chi mostra una forza sovrumana, chi si solleva completamente da terra e varie persone non riescono a tenerlo seduto sulla poltrona. Ma è solo per il contesto in cui si svolgono, che parliamo di presenza demoniaca.
A lei il demonio non ha mai fatto del male?AMORTH: Quando il cardinale Poletti mi chiese di fare l’esorcista io mi raccomandai alla Madonna: «Avvolgimi nel tuo manto e io sarò sicurissimo». Di minacce il demonio me ne ha fatte tante, ma non mi ha mai fatto nessun danno.

Lei non ha mai paura del demonio?
AMORTH: Io paura di quella bestia? È lui che deve avere paura di me: io opero in nome del Signore del mondo. E lui è solo la scimmia di Dio.
Padre Amorth, il satanismo si diffonde sempre di più. Il nuovo Rituale rende difficile fare esorcismi. Agli esorcisti si impedisce di partecipare a una udienza con il Papa a piazza San Pietro. Mi dica sinceramente: cosa sta accadendo?
AMORTH: Il fumo di Satana entra dappertutto. Dappertutto! Forse siamo stati esclusi dall’udienza del Papa perché avevano paura che tanti esorcisti riuscissero a cacciare via le legioni di demoni che si sono insediate in Vaticano.
Sta scherzando, vero?
AMORTH: Può sembrare una battuta, ma io credo che non lo sia. Non ho nessun dubbio che il demonio tenti soprattutto i vertici della Chiesa, come tenta tutti i vertici, quelli politici e quelli industriali.
Sta dicendo che anche qui, come in ogni guerra, Satana vuole conquistare i generali avversari?
AMORTH: È una strategia vincente. Si tenta sempre di attuarla. Soprattutto quando le difese dell’avversario sono deboli. E anche Satana ci prova. Ma grazie al cielo c’è lo Spirito Santo che regge la Chiesa: «Le porte dell’inferno non prevarranno». Nonostante le defezioni. E nonostante i tradimenti. Che non devono meravigliare. Il primo traditore fu uno degli apostoli più vicini a Gesù: Giuda Iscariota. Però nonostante questo la Chiesa continua nel suo cammino. È tenuta in piedi dallo Spirito Santo e quindi tutte le lotte di Satana possono avere solo dei risultati parziali. Certo, il demonio può vincere delle battaglie. Anche importanti. Ma mai la guerra.

(mario, 14 aprile 2011)


mercoledì 13 aprile 2011

La Littizzetto a “Che tempo fa” di Fazio: i profughi? Che li aiutino i Vescovi!

I cattolici sono indignati con Rai 3. Si sentono bersagliati ingiustamente e si sono stancati di subire in silenzio. Prendo a simbolo un giovane prete, che chiamerò don Gianni, un bravissimo sacerdote che - fra le altre cose, insieme ad altri - si fa in quattro e dà letteralmente la vita, per aiutare immigrati, emarginati, “barboni” e tossicodipendenti.
L’ultimo episodio che ha fatto indignare lui e molti altri come lui, è stata l’incredibile invettiva contro la Chiesa fatta da Luciana Littizzetto a “Che tempo che fa”, domenica sera (che sta pure su Youtube). È considerato un caso emblematico della tendenza di Rai 3, la rete simbolo dell’Italia ideologica. Il programma è quello di Fabio Fazio, programma cult della sinistra salottiera.
È noto che ogni domenica sera la Littizzetto fa le sue concioni  avendo come spalla lo stesso Fazio. Ebbene domenica, parlando di Lampedusa, a un certo punto - senza che c’entrasse nulla - la Luciana si è lanciata in un attacco congestionato contro la Chiesa, a proposito dell’arrivo dei clandestini tunisini, e ha urlato ai vescovi «dicano qualcosa su questa questione». I vescovi, a suo parere, stanno sempre a rompere «e adesso stanno zitti… fate qualcosa! Cosa fanno?».
A me pare che non esista affatto l’obbligo per la Chiesa di farsi carico di tutti i clandestini che vengono dall’Africa. In ogni caso il quotidiano dei vescovi, “Avvenire”, ieri ha sommessamente obiettato alla Littizzetto che la Chiesa non ha taciuto affatto e che proprio la scorsa settimana il segretario generale della Cei, monsignor Crociata ha convocato una conferenza stampa per informare che 93 diocesi hanno messo a disposizione strutture capaci di ospitare 2500 immigrati, caricando sulla Chiesa tutte le spese.
Ma questa risposta di “Avvenire” è uscita in ultima pagina, sussurrata e con un tono benevolo, sotto il titolo: “Chissà se Lucianina chiede scusa”. Fatto sta che attacchi come quelli della Littizzetto sono stati visti e ascoltati da milioni di telespettatori e ben pochi avranno letto la documentata risposta di “Avvenire”. Forse si può e si deve rispondere anche più energicamente. C’è chi vorrebbe pretendere le scuse del direttore di Rai 3 e soprattutto il diritto di replica.  In nome dei tantissimi sacerdoti, suore e cattolici laici che in questo Paese da sempre, 24 ore al giorno, sputano sangue per servire i più poveri ed emarginati e che poi si vedono le Littizzetto e tutta la congrega di intellettualini e giornalisti dei salotti progressisti che, dagli schermi tv, impartiscono loro lezioni di solidarietà.
Sì, perché la Littizzetto non si è limitata a questo assurdo attacco (condito di battute sul cardinal Ruini). Poi, fra il dileggio e il rimprovero morale, si è addirittura impancata a seria maestra di teologia e ha preteso persino di evocare il “discorso della montagna” - citato del tutto a sproposito - per strillare ai vescovi e alla Chiesa: «ero nudo e mi avete vestito, ero malato e mi avete visitato, avevo sete e mi avete dato da bere... Il discorso della montagna lì non vale perché sono al mare?».
E poi, sempre urlando, ha tuonato: «c’è la crisi delle vocazioni, ci sono seminari e conventi vuoti: fate posto e metteteli lì, che secondo me poi sono tutti contenti». 
Non sarebbe neanche il caso di segnalare che l’ignoranza della Littizzetto è pari alla sua arroganza, perché il “discorso della montagna” sta al capitolo 5 del Vangelo di Matteo, mentre i versetti citati da lei - che non c’entrano niente - stanno addirittura al capitolo 25 (quelli sul giudizio finale che non piacerebbero proprio alla comica di Rai 3). Non sarebbe il caso di sottolineare la gaffe se la brutta sinistra che ci ritroviamo in Italia non avesse elevato comici come lei al rango di intellettuali e addirittura di maestri di etica e di civiltà.
Apprendo addirittura (da Internet) che «il 22 novembre 2007 Luciana Littizzetto ha ricevuto dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il prestigioso premio De Sica, riservato alle personalità più in luce del momento nel mondo dello spettacolo e della cultura».  Se queste sono le “personalità della cultura” che vengono premiate addirittura da Napolitano è davvero il caso di dire “povera Italia!”. Mi viene in mente Oscar Wilde: «Chi sa, fa. Chi non sa insegna».Chi conosce il Vangelo e lo vive, come il mio amico don Gianni, si fa in quattro per dar da mangiare agli affamati e da bere agli assetati. Chi invece non lo conosce, pretende di insegnarlo, lautamente pagato per le sue scenette comiche su Rai 3, e si lancia all’attacco dei “preti”.
Visto che sia la Littizzetto che Fazio - il quale ha assistito a questa filippica sugli immigrati senza obiettare, facendo ancora la spalla - mi risulta siano ben retribuiti e non vivano affatto nell’indigenza, vorrei sapere, da loro due, di quanti immigrati si fanno personalmente carico. Quanti ne ospitano a casa loro? Quanto danno o sono disposti a dare, dei loro redditi, per accogliere e spesare tunisini, libici e altri clandestini? Considerata l’invettiva della Littizzetto e il suo pretendere che altri (la Chiesa) ospitino gli immigrati a casa loro, non posso credere che lei per prima non faccia altrettanto. Sarebbe veramente una spudoratezza inaccettabile. Vorrebbe allora - gentile signora Luciana - mostrarci la sua bella casa piena di tunisini che lei avrà sicuramente ospitato?
La Chiesa non ha certo bisogno delle lezioni di “Che tempo che fa” per spalancare le sue braccia a chi non ha niente. Lo fa da duemila anni. E dà pure per scontato che il mondo non se ne accorga e neanche la ringrazi. Ma che addirittura debba essere bersagliata dalle lezioncine è inaccettabile, soprattutto poi se a farle fossero persone che non muovono dito per i più poveri.
Intellettuali, comici e giornalisti dei salotti progressisti che spesso schifano l’italiano medio (e anzitutto i cattolici), che stanno sempre sul pulpito, col ditino alzato, a impartire lezioni di morale, di solito non vivono nell’indigenza. Molti di loro trascorrono le giornate fra gli agi, in belle case e al riparo di cospicui conti in banca. Qualcuno - come si è saputo di recente - si avventura pure in investimenti sbagliati. Temerari.
Io non so come vivano loro la solidarietà. Ma a me personalmente non è mai capitato di trovarne uno che fosse disposto a coinvolgersi in iniziative di solidarietà e di carità verso i più infelici quando le ho proposte loro. Ce ne saranno, ma io non ne ho mai trovati. Prima di impancarsi a maestri e censori degli altri, non sarebbe il caso che anzitutto testimoniassero ciò che fanno loro personalmente?Noi cattolici educhiamo i nostri figli alla carità come dimensione vera della vita. Mio figlio di 14 anni trascorre il sabato mattina con altri coetanei, insieme a don Andrea, a portare generi alimentari a barboni e famiglie indigenti. E a far loro compagnia. Don Andrea educa i suoi ragazzi portandoli anche con le suore di Madre Teresa che vanno a cercare i clochard, se ne prendono cura, li lavano, li medicano, li rifocillano.
Io non ho mai visto un solo intellettuale di sinistra lavare un barbone. Invece i preti, le suore e i cattolici che lo fanno sono tantissimi. Sono persone che fin da giovani hanno deciso di donare totalmente la loro vita, per amore di Gesù Cristo. Hanno rinunciato a una propria famiglia, vivono nella povertà (i preti, titolati con studi ben superiori alla media, vivono con 800 euro al mese) e servono l’umanità per portare a tutti la carezza del Nazareno.
La Chiesa sono questi uomini e queste donne. È di questi che straparlano spesso certi intellettuali da salotto. Non so quanto se ne rendano conto, soddisfatti e compiaciuti come sono di se stessi. Non so se sono ancora in grado di provare un po’ di vergogna. Ma so che questa sinistra intellettuale (quella - per capirci - che se la prende con i crocifissi e che sta sempre contro la Chiesa) fa davvero pena, fa tristezza. Certamente è quanto ci sia di più lontano dai cristiani. 

(Fonte: Antonio Socci, Libero News.it, 8 aprile 2011)

NOTA: Sorprende che una persona come la Littizzetto, così sensibile alle disavventure degli immigrati senzatetto, non decida di mettere a disposizione uno dei suoi 13 immobili, distribuiti tra Torino e Milano. La comica infatti, oltre che a pontificare e diffamare dai salotti televisivi chi veramente e discretamente si dedica a soccorrere gli ultimi,  ha prodotto negli anni un interessante patrimonio immobiliare: con un reddito da 1.824.084 euro si è collocata tra i primi 500 contribuenti in italia e ha dimostrato, da buona milionaria quale è, una vera passione per il mattone, comprando anno dopo anno una casa dietro l’altra. Chissà se metterà a disposizione di qualche famiglia nordafricana un paio di edifici nel centro di Torino? Sicuramente così, almeno lei, potrebbe veramente seguire il famoso “discorso della montagna”…

Chiesa e omosex, ambiguità da chiarire

Ci sono diversi modi di accogliere gli omosessuali, ma quello dell'associazione Kairos e di padre Alberto Maggi a Firenze non sembra coerente con l’insegnamento della Chiesa. Per lo meno stando a quanto scrive l’Unità dell’11 aprile, dove si legge appunto di un incontro avvenuto a Firenze per celebrare i dieci anni di attività di un gruppo, Kairos, formato da cristiani omosessuali che accolgono gli omosessuali all’interno della Chiesa.
L’articolo riporta una serie di slogan già sentiti e ripetuti, contro “l’antica religione basata sulle leggi e la nuova che si fonda sull’accoglienza e sull’amore”, quasi a voler mettere in contrapposizione dialettica l’Antico e il Nuovo Testamento, la Legge e il Decalogo rispetto alle Beatitudini.
Il dovere di accogliere chiunque come persona è ciò che la Chiesa ha sempre insegnato. Ma, appunto, come persona, non mettendo l’omosessualità sullo stesso piano della condizione eterosessuale come se fossero la stessa cosa. Qui sta il punto sul quale i gruppi come Kairos si distanziano profondamente dal Magistero della Chiesa, che riconosce l’esistenza di un progetto di Dio che si esprime anche attraverso la sessualità e che considera l’inclinazione omosessuale  “oggettivamente disordinata” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2358).
Non esiste la persona in astratto, ma quella persona, maschio o femmina, unica e irripetibile.
Per cui l’omosessuale non soltanto deve essere accolto come persona, ma aiutato in modo particolare, con un’attenzione speciale. Ma aiutato a fare che cosa? A crogiolarsi nei suoi problemi? Ad affermare pubblicamente la propria identità, come vorrebbero i movimenti gay, che accusano la società omofoba di impedire agli omosessuali di manifestare pubblicamente la loro condizione? Ad accettarsi così come Dio lo avrebbe voluto, cioè appunto un gay?
Spesso coloro che sentono pulsioni omosessuali hanno più buon senso del politicamente corretto, anche sacerdote, che dice loro di non preoccuparsi. “Come faccio a non preoccuparmi – mi dicevano molti di loro – se capisco di subire forme di attrazione che non desidero e che percepisco come innaturali?”.
Così, per rispondere a domande come questa, frequenti più di quanto non si creda, è nato alcuni anni fa in diocesi di Milano il gruppo Chaire (www.obiettivo-chaire.it), proprio per aiutare chi si trova in questa condizione indesiderata a superare questa fase, aiutandolo con mezzi spirituali e psicologici a conoscere che esiste un progetto di Dio e che nessuno viene mai abbandonato dal Creatore dell’uomo. In sostanza, Chaire nasce per trasmettere il Magistero della Chiesa in tema di sessualità e di identità di genere, e contemporaneamente per non lasciare solo chi volesse essere aiutato a superare una condizione non voluta.
Chaire nasce dall’esperienza di un medico americano, Joseph Nicolosi, che con la sua terapia riparativa si è attirato l’odio di tutti i movimenti gay del mondo, che lo accusano di volere “riparare” le persone. In realtà tutti coloro che scelgono di praticare questa terapia lo fanno liberamente e circa il 30% di loro ritrova la condizione eterosessuale.
Quello che spesso anche all’interno del mondo cattolico si stenta a comprendere è la posta in gioco. In discussione non c’è soltanto la carità di aiutare una persona a ritrovare l’equilibrio perduto o mai provato. Si tratta di molto di più, di riconoscere che l’omosessualità e in genere i disturbi legati alla sessualità sono la manifestazione di un disagio che rischia di mettere in discussione il progetto originario di Dio sull’uomo. Non è vero, come si tende a fare credere, che tutto sia cultura e che non esista un dato naturale, legato alla propria sessualità, che l’uomo è invitato a scoprire e ad accogliere. Non è vero che tutto ciò che l’uomo desidera relativamente alla propria sessualità sia necessariamente un bene da perseguire. E non dovrebbe essere eccessivamente difficile rendersene conto.
Certamente, la vita spesso produce ferite, anche profonde, frequentemente legate a problemi inerenti alla sessualità. Ma nessuna ferita può cambiare il progetto originario. Le ferite vanno accettate e medicate avendo cura di tenere insieme la verità del progetto con la carità dell’accompagnamento: questo, e non altro, dovrebbero proporre le realtà ecclesiali che si sforzano di essere fedeli all’insegnamento della Chiesa in tema di sessualità e omosessualità.

(Fonte: Marco Invernizzi, La bussola quotidiana, 13 aprile 2011)

Celibato dei preti, ecco le ragioni del sì

Nei giorni scorsi, sul quotidiano Il Foglio, si è svolto un dibattito sul celibato ecclesiastico.
Contro quest’ultimo alcuni (già dallo scorso gennaio e non solo nella discussione sul quotidiano diretto da Giuliano Ferrara) citano in proprio favore anche un testo firmato da Joseph Ratzinger nel 1970; essi stessi, peraltro, talvolta precisano (giustamente) che le opinioni teologiche di un uomo possono legittimamente cambiare, come è avvenuto su questo tema allo stesso Ratzinger molto prima di diventare Papa. Del resto, possono mutare anche le opinioni di un uomo che è già Papa e le sue uniche affermazioni irriformabili sono solo quelle in cui è impegnata la sua infallibilità. Di più, possono legittimamente modificarsi anche le opinioni di un santo e persino quelle di un santo che è anche Papa.
Ora, è vero che il celibato ecclesiastico non è un dogma, è vero che la scelta fatta dalla Chiesa al riguardo non è irriformabile. Tuttavia ci sono valide e forti ragioni per stabilirlo e mantenerlo come requisito del sacerdozio: eccone di seguito alcune.
In primo luogo (ed è la motivazione più importante), Gesù non hai mai preso moglie ed il sacerdote è alter Christus: in tal senso, il celibato del sacerdote è modellato su quello di Cristo e lo fa a Lui assomigliare il più possibile.
Nei discorsi di Gesù ci sono affermazioni significative al riguardo, in passi che esigono una rottura con i rapporti familiari e che possono essere applicati anche alla questione del celibato: «Chi non odia suo padre e sua madre non può essere mio discepolo; chi non odia suo figlio e sua figlia non può essere mio discepolo» (Lc 14, 26); molto importante è soprattutto quanto dice Gesù in Mt 19,12: «vi sono eunuchi che si sono resi tali essi stessi per il regno». Gesù parla di se stesso e di uomini che, per una libera scelta, hanno intrapreso la via del celibato come totale servizio a Dio. Come dice il Direttorio della Congregazione per il Clero (1994), «L’esempio é il Signore stesso il quale, andando contro quella che si può considerare la cultura dominante del suo tempo, ha scelto liberamente di vivere celibe. Alla sua sequela i discepoli hanno lasciato tutto per compiere la missione loro affidata. Per tale motivo la Chiesa, fin dai tempi apostolici, ha voluto conservare il dono della continenza perpetua dei chierici e si è orientata a scegliere i candidati all’Ordine sacro tra i celibi».
In secondo luogo, il celibato ecclesiastico, pienamente compreso nel suo senso, è una scelta d’amore esclusivo per Gesù, da cui si irradia l’amore per tutti coloro che Egli ama. È una scelta esclusiva analoga alla scelta del compagno/a della propria vita, del proprio coniuge, che deve essere amato in modo speciale ed esclusivo, con una donazione per tutta la vita e con una predilezione, da cui si irradia anche l’amore per le persone amate dal coniuge. Secondo san Paolo «chi non è sposato si preoccupa [...] come possa piacere al Signore» (1 Cor 7, 32). «Piacere al Signore» vuol dire amarLo: infatti noi cerchiamo di piacere alle persone che amiamo. Il «piacere a Dio» del sacerdote, così, è analogo a quello della relazione interpersonale degli sposi.
In terzo luogo, dai passi di S. Paolo si ricava anche che, tramite il celibato, l’amore per Dio e l’amore per il prossimo possono (il che non significa che avvenga sempre di fatto così) essere più integrali. Infatti, laddove chi è celibe si preoccupa di piacere a Dio, l’uomo sposato, giustamente, deve preoccuparsi anche di accontentare la moglie e di stare con lei nonché di crescere ed accudire i figli. Paolo nota che l’essere umano legato col vincolo matrimoniale «si trova diviso» (1 Cor 7, 34) a causa dei suoi doveri familiari (1 Cor 7, 34). Da questa constatazione sembra così emergere che il celibe riesce invece a dedicarsi completamente a Dio. Paolo precisa ancora il discorso quando confronta la situazione della donna sposata con quella della donna che ha scelto la verginità o che è rimasta vedova: mentre la donna coniugata deve preoccuparsi di «come possa piacere al marito», quella non sposata «si preoccupa delle cose del Signore» (1 Cor 7, 34).
Il cardinal Castrillon Hoyos in passato ha sottolineato una connessione tra l’Eucaristia e lo stato del sacerdote, il quale può «trasformare la propria esistenza sacerdotale in un dono radicale per la Chiesa e per l’umanità, vale a dire assumere una “forma eucaristica”. L’Eucaristia, infatti, costituisce il momento culminante nel quale Cristo, nel suo Corpo donato e nel suo Sangue versato per la nostra salvezza, svela il mistero della sua identità ed indica il senso del ministero sacerdotale». Il sacerdote che amministra l’Eucaristia, che è dono perfetto, mediante il celibato può essere egli stesso dono totale.
Ovviamente, anche chi è sposato deve collocare Gesù al centro di tutte le sue azioni e del matrimonio stesso. Ma, di fatto, la sua disponibilità, anzitutto di tempo e di energie, non può essere uguale a quella del sacerdote, che può esercitare la sua piena dedizione (al servizio di Dio e di tutte le anime) in maniera concretamente più ampia.
In quarto luogo, è vero che alcuni apostoli erano sposati (nel vangelo si menziona la suocera di Pietro e in 1 Tim 3,2 san Paolo dice che bisogna escludere dai candidati all’episcopato coloro che sono stati sposati più di una volta), ma tra Gesù e gli apostoli sussisteva una comunità fraterna ed amicale che faceva perno su di Lui e che modificava gli eventuali precedenti legami. Al riguardo si possono utilmente leggere i testi dei Padri della Chiesa, i quali certificano (cfr. C. Cochini, Origines Apostoliques du célibat sacerdotale, Lethielleux, 1981) che gli apostoli che erano sposati prima di seguire Gesù hanno poi interrotto la vita coniugale, col consenso della moglie, ed hanno praticato il celibato. Se la moglie è rimasta con loro, lo ha fatto vivendo come sorella e non più come sposa. In effetti, gli apostoli furono invitati a lasciare tutto, per divenire «pescatori di uomini».
In quinto luogo (e questa motivazione è di ordine pratico, non teologico), un sacerdote sposato è molto più influenzabile e/o ricattabile: è possibile minacciarlo di rivelare eventuali reati o peccati della moglie e dei figli, è possibile, per ottenere da lui qualcosa, minacciarlo di torturare o uccidere i suoi cari (come avveniva per esempio in URSS ai preti ortodossi sotto il comunismo) o promettergli benefici per loro.
Peraltro, la trasformazione, in certi casi la rinuncia, ai legami familiari conduce il celibe per Dio ad intrattenere una serie di relazioni profonde e costanti con altri discepoli di Gesù. Essere eunuchi non significa rinunciare a relazioni umane profonde: oltre alla relazione centrale e primeggiante con Gesù, Lui stesso vero uomo e non solo vero Dio, al sacerdote è data (per esempio) la fraternità con gli altri «celibi per il regno».
In altri termini, il discorso che il lettore sta seguendo non deve affatto essere inteso come disprezzo delle relazioni umane. Gesù si rapporta ai suoi discepoli come amico e li invita a considerarsi tutti amici, anzi fratelli. Lo stesso san Paolo ha coltivato una relazione di profonda amicizia con i suoi diretti collaboratori, cioè Timoteo, Tito, Silvano e Luca. La profonda immedesimazione con Gesù, che gli fa dire: «non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2, 20), non ha escluso, bensì ha promosso nella sua vita legami di amicizia molto profondi. Similmente, gli Atti degli Apostoli riferiscono che gli apostoli avevano una vita ricca di relazioni umane: vivevano e si muovevano in gruppi o almeno in coppia, ed avevano legami di amicizia e familiarità.
Insomma, parlando del celibato sacerdotale bisogna evitare di pensarlo come una rinuncia del sacerdote all’amore: piuttosto è la scelta di amare radicalmente Gesù, gli altri confratelli sacerdoti ed i fedeli che al sacerdote vengono affidati.
D’altra parte, la vocazione al sacerdozio e l’esercizio del ministero sono un dono, non un diritto, come è un dono anche la vocazione al matrimonio: «Ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo, chi in un altro» (1 Cor 7, 7). Quindi, anche coloro che scelgono il matrimonio ricevono da Dio «il proprio dono», il dono del coniuge e il dono di vivere nella via del matrimonio.
Aggiungiamo alcune considerazioni sul piano storico, che non sono essenziali, ma comunque aiutano a correggere alcune convinzioni errate.
Come abbiamo già incominciato a dire sulla scorta di Cochini, e come A. Stickler ha ampiamente dimostrato (A.M. Stickler, Il celibato ecclesiastico, Libreria Editrice Vaticana, 1993), la scelta del celibato risale agli albori della Chiesa, che non l’ha presa nei secoli seguenti come molto spesso erroneamente si afferma. Fin dai tempi della Chiesa primitiva i sacerdoti erano uomini non sposati, oppure erano uomini che ricevevano l’ordine sacro pur essendo sposati, ma che, da quel momento, col consenso della moglie (che doveva essere mantenuta a spese della Chiesa), si impegnavano alla continenza, a non intrattenere rapporti sessuali, a non usare del matrimonio.
Inoltre, sebbene ai più risulterà sorprendente, la norma sul celibato o sulla continenza vigeva (cfr. di nuovo Stickler) fin dall’epoca degli apostoli anche nella Chiesa d’Oriente. Solo nel 691, al Concilio Trullano, ci fu il cedimento della Chiesa d’Oriente, che si sottomise al volere ed all’interferenza degli imperatori di Bisanzio. Così, in Oriente ci sono oggi personalità ecclesiastiche che auspicano un ritorno appunto alla disciplina dei primi secoli.
D’altra parte, va chiarito che anche in Oriente non ci sono preti che si sposano, bensì solo uomini già sposati che vengono ordinati preti: un sacerdote che è già tale non può mai sposarsi né in Oriente né in Occidente. E, tanto in Oriente come in Occidente, un prete sposato, se diventa vedovo, non può risposarsi.
Infine, anche in Oriente i vescovi sono tenuti al celibato, il che indica che c’è un certo legame fra il celibato e lo stato sacerdotale: infatti, chi riceve l’ordinazione riceve una partecipazione al sacerdozio del vescovo.
Molti pensano che l’abolizione del celibato potrebbe comportare l’incremento delle vocazioni. Ma il matrimonio non ha fermato l’emorragia di pope ortodossi, di pastori protestanti ed anglicani, né quella di rabbini ebraici.
È vero che, se non ci fosse il celibato, alcuni ex sacerdoti non avrebbero chiesto la dispensa ed alcuni di loro, oggi sposati, chiederebbero di riprendere l’esercizio del ministero.
Ma, anzitutto, la crisi della vocazioni non fa perdere valore alle ragioni teologiche del celibato sopra esposte (peraltro la crisi è soprattutto europea: dal 2008 al 2009 – l’anno a cui si riferiscono gli ultimi dati – nel mondo i sacerdoti cattolici sono aumentati dell’1,34 %, passando da 405mila a 410mila).
Inoltre, è ragionevole pensare che sia proprio la radicalità del dono totale a Dio – radicalità legata anche al celibato – ad attrarre moltissimi uomini verso il sacerdozio. Non a caso, oggigiorno gli ordini e i carismi che sono diventati “lassisti” sono in sofferenza, quando non in estrema crisi, mentre diversi cammini più radicali di consacrazione sono in crescita o comunque tengono numericamente (ovviamente purché si facciano conoscere).
È poi erroneo pensare che il celibato sacerdotale sia una causa della pedofilia nel clero. A parte il fatto che i casi di vera pedofilia sono numericamente molto inferiori rispetto alla percezione dell’opinione pubblica (il che non toglie che anche un solo caso sia esecrabile), a parte il fatto che spesso i dati sono clamorosamente falsi (cfr., tra i tanti esempi, questo articolo di Marco Respinti), la smentita si trova nelle ricerche di Philip Jenkins (opportunamente riferite da Massimo Introvigne): le condanne, per pedofilia accertata, nei riguardi di uomini in gran parte sposati come pastori protestanti, maestri di scuola e di asilo, sono percentualmente analoghe in numero o maggiori rispetto a quelle dei sacerdoti cattolici e, in generale, il 90 % dei pedofili è composto da sposati.

(Fonte: Giacomo Samek Lodovici, La bussola quotidiana, 11 aprile 2011)

lunedì 4 aprile 2011

Emilia Romagna: finanziamenti ai vecchi anticlericali e nulla ai giovani cattolici

Nella regione ad alto tasso di intollerante laicismo c’è stata una scelta politica di campo che ha creato spaccatture nella maggioranza, cioè il Partito Democratico guidato da Vasco Errani. La regione ha infatti voluto finanziare le “Giornate della Laicità”, previste a Reggio dal 15 al 17 aprile e organizzate dallo scientisita Paolo Flores d’Arcais, direttore del giornaletto Micromega, assieme all’Arci e all’associazione “Iniziativa laica”. Si tratta di un convegno e dibattiti a cui sono invitati i soliti 4 o 5 vecchi e ripassati anticlericali italiani: Pierpippo Odifreddi, Margherita “nonna” Hack (definita ormai la “Vanna Marchi del Nucleare”), Peppone Englaro e il teologo ateo Gianni Vattimo. L’evento conclusivo è intitolato: “Senza il crocifisso, l’Italia sarebbe migliore“. La Regione, si legge su Libero, ha però voluto negare di punto in bianco le sovvenzioni del “Festival Francescano”, che attira ogni anno migliaia di giovani in città (come si può vedere da questo video). L’ultimo Festival aveva visto dialogare il filosofo Massimo Cacciari, lo scrittore Vincenzo Cerami, lo psicologo Alessandro Meluzzi, l’economista Stefano Zamagni, la medievista Chiara Frugoni, il giornalista Antonio Sciortino e il teologo Brunetto Salvarani davanti a oltre 4000 ragazzi. La Regione si è giustificata dicendo che mancavano i fondi. L’area cattolica del PD si è allora sollevata, a cominciare dal consigliere regionale Giuseppe Pagani. Subito accusato di “fondamentalismo” è stato invitato dai compagni a lasciare il partito se non condivide la crociata di Flores d’Arcais (crociata anticostituzionale tra l’altro). Pierluigi Castagnetti, esponente nazionale del PD, è intervenuto sulla vicenda dicendo che nel partito «c’è molto rispetto per il pensiero cristiano». Sostiene di rispettare l’iniziativa degli invasati laicisti anche se «il convegno finale ha un titolo che suona come un’affermazione apodittica. Non andrò ad ascoltare i dibattiti». Gli esponenti del PDL hanno intanto presentato un’interrogazione al presidente Errani. [A quando la messa in disparte di questi tromboni sfiatati?].

(Fonte: UCCR, 4 aprile 2011)

La seconda parte del "Gesù di Nazaret"

Il nuovo libro di Ratzinger-Benedetto XVI rende Gesù di Nazaret nostro contemporaneo. Nel gran disordine che regna sotto il cielo l'irrompere di un libro tanto appassionante accende interrogativi che toccano in profondità le nostre inquietudini. Ciascuno può trovarvi qualche luce per uscirne. Vi si raccontano i tre giorni cruciali dell'esistenza di Gesù, le sue ultime ore di vita scandite dalla passione e morte; l'inizio del tempo nuovo, la risurrezione, vero spartiacque della storia che origina un pensiero alternativo sul futuro del mondo e delle speranze umane. L'autore è convinto che il confronto positivo con Gesù di Nazaret possa essere una soluzione anziché un problema per l'umanità. La sua indagine è convincente, ragionevole e rispettosa di culture e punti di vista differenti. Interessarsi a Gesù ha senso - si percepisce tra le righe - perché è l'unico risorto della storia, il Vivente immerso in ogni epoca e perciò nel nostro presente; compagno di viaggio affidabile che ci introduce negli orizzonti sconosciuti della vita oltre la morte. Chiunque volesse capire questo misterioso Signore può calarsi nei giorni finali della sua vita terrena. Pagina dopo pagina, dalle parole e dai comportamenti di Gesù, il teologo diventato Papa trae i tasselli di una carta d'identità dell'essere cristiano. Da un lato salda l'esperienza del patire, dell'angoscia e della tenerezza del Nazareno con l'insieme del pianto e del dolore smisurati delle vittime di ogni tempo e, dall'altro, ci aiuta a leggere frammenti del mistero del male e della sofferenza non più invincibili dopo la sua agonia nell'orto degli ulivi e l'abbandono sulla croce. La risurrezione di Gesù non è un tardivo volo pindarico dei suoi discepoli delusi che, non potendolo dimenticare, lo trasformarono in mito. È una realtà veramente accaduta, alla pari della crocifissione e della morte. Mentre però del dolore e della morte che impastano la storia abbiamo una conoscenza sperimentale, della risurrezione abbiamo una conoscenza per fede. Si tratta di una fede ragionevole, ma sempre fede. Anzi, ci ricorda Papa Ratzinger, la fede cristiana è fondata sulla risurrezione. Poiché è strettamente collegata alla croce, la memoria della risurrezione è altrettanto pericolosa per la sapienza umana. Per i discepoli che attendevano un messia regale e vittorioso, la morte di Gesù è stata sconvolgente; la risurrezione, una volta verificata, ne ha cambiato la prospettiva, decidendoli a seguire il Maestro finalmente compreso. Nel mistero della passione, morte e risurrezione - ci ricorda l'autore - sono racchiuse alcune delle questioni profonde dell'esistenza. E nel processo a Gesù è presente la critica radicale alle politiche basate sull'inganno e la violenza anziché sulla verità. Il destino del mondo si gioca sulla verità, non sulla forza che rimane una soluzione illusoria. Occuparsi di Gesù è occuparsi di tale destino poiché egli è venuto per rendere la più autorevole testimonianza alla verità che la prospettiva cristiana identifica con Dio. Nello stile dei Padri della Chiesa, Papa Ratzinger non scrive per puro godimento intellettuale, ma offre un libro per la vita. La lettura ci immerge nella profondità del mistero cristiano, svelandoci quanto poco sia conosciuto e gustato. Con la scelta di una interpretazione dei racconti della passione basata sulla storia e sulla fede non contrapposte ma complementari, l'autore conferma la teologia conciliare e pone fine al pregiudizio nei confronti del popolo ebraico accusato nei secoli di deicidio. Nei vari momenti esaminati, dall'ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Benedetto XVI sceglie un linguaggio nuovo e accessibile senza perdere profondità. Chiama la Chiesa "la comunità dei discepoli" di Gesù; definisce la caritas "premura per l'altro", non un secondo settore del cristianesimo accanto al culto, "ma radicato proprio in esso e ne fa parte". C'è emozione per la lotta tra bene e male nella notte del Getsemani dove Gesù "trascina la natura recalcitrante in alto verso la sua vera essenza" e porta "il travaglio dell'essere uomini in alto verso Dio". L'ascensione è tradotta in una "vicinanza permanente" di Gesù con noi, un "entrare nel mistero di Dio" e un'altra dimensione dell'essere. Si descrive, infine, la risurrezione, come fenomeno totalmente nuovo, una nuova dimensione dell'essere uomini, una mutazione decisiva, un salto di qualità; un nuovo genere di futuro per gli uomini, una nuova dimensione dell'esistenza umana, inclusa nell'atto di donare la vita. L'amore e la risurrezione - insiste l'autore - sono i due motivi distintivi dell'essere cristiani. La risurrezione come "mutazione" genetica compiuta da Dio in Gesù e promessa a tutti; l'amore come metodo di vita che distingue i figli di Dio e per il cosmo dischiude già ora un futuro di speranza. (c. d. c.)

(Fonte: ©L'Osservatore Romano, 2 aprile 2011)

Garibaldi: l’altra faccia della medaglia

È noto a tutti, fin dai banchi di scuola, che non si può «parlare male di Garibaldi»: il suo “coraggio” e il “purissimo idealismo” ne fanno un eroe dell’apologetica risorgimentalista. Ma analizzando con maggiore accuratezza la vita del presunto eroe, si possono mettere in luce molti aspetti oscuri o poco noti del suo passato. Di certo il nizzardo non brillava per coerenza di idee se Mazzini lo definì «una vera canna al vento» e Denis Mack Smith lo valutò «rozzo e incolto». Indagando meglio si scopre, ad esempio, che la sua lotta contro l’oppressore non comprende la tappa in Uruguay dove preferì combattere dalla parte degli inglesi, per garantirne il monopolio commerciale sul Rio della Plata e contrastare così l’egemonia spagnola, nazione troppo cattolica per il proverbiale antipapismo garibaldino e soprattutto per il suo iniziale avvicinamento alla Massoneria d’oltreoceano. O ancora che fu artefice di un meschino traffico di schiavi al suo ritorno dal Perù nel 1852. Garibaldi «m’ha sempre portato i Chinesi nel numero imbarcati e tutti grassi e in buona salute, perché li trattava come uomini e non come bestie», scriveva con ammirazione e una punta di ironia l’armatore torinese Pietro Denegri. Nel 1835 a Rio de Janeiro, Garibaldi strinse amicizia con Livio Zambeccari, esponente di spicco della massoneria e segretario del presidente del Rio Grande. Ma fu a Montevideo nel 1844 che indossò il primo “grembiulino” ed “ebbe la luce” massonica. Aveva trentasette anni, e la loggia era L’Asil de la Vertud, una loggia irregolare, emanazione della massoneria brasiliana, non riconosciuta dalle principali obbedienze massoniche internazionali, quali erano la Gran Loggia d’Inghilterra e il Grande Oriente di Francia. Sempre nel corso del 1844 regolarizzò la sua posizione presso la loggia Les Amis de la Patrie di Montevideo posta all’obbedienza del grande Oriente di Parigi. La sua affiliazione comparve successivamente anche nella loggia Tomp Kins, a Stapleton nello stato di New York. La carriera massonica di Garibaldi culminò nel 33° grado del rito Scozzese ricevuto a Torino il 17 marzo 1862, nella elezione a Gran Maestro del 21 maggio 1864 e nella suprema carica di Gran Hierofante del Rito Egiziano di Memphis-Misraim nel 1881.[1] Garibaldi, inoltre si interessò anche di spiritismo e occultismo. Ma prima di passare a descrivere più nel dettaglio l’influenza della massoneria sul nizzardo è opportuno ricordare che tutti i Riti massonici, sebbene divisi al loro interno, fin dalla Rivoluzione francese perseguivano un disegno finale metapolitico, che aveva come fine ultimo la distruzione del Cristianesimo e il ritorno dell’umanità ad un’età precristiana, pagana, gnostica. Il potere della massoneria si rafforzò con Napoleone, con cui l’attacco alla Chiesa di Roma divenne sempre più palese fino all’annessione del 10 giugno 1808 dello Stato pontificio all’Impero francese. Il convegno massonico di Strasburgo del 1847 organizzò i moti rivoluzionari dell’anno successivo che si propagarono contemporaneamente a Parigi, Vienna, Berlino, Milano, Roma e Napoli. La più nota ma, al contempo, impenetrabile società segreta dell’Ottocento fu la Carboneria, emanazione della loggia dei Filaleti, cioè Amici della libertà, francesi. Organizzata in Vendite, operava in stretto contatto col Rito Scozzese, era diretta da un vertice chiamato Alta Vendita composta a livello internazionale da quaranta membri. Molto diffuse in Piemonte e nell’Italia settentrionale, la prima Vendita meridionale fu stabilita a Capua, nel 1809. Mazzini fu iniziato alla Carboneria fra il 1827 e il 1829. I Carbonari appartenevano agli Illuminati di Baviera e vi apparteneva anche Mazzini che – tra l’altro – credeva fermamente nella reincarnazione. Conobbe la Blavatsky, fondatrice della Società Teosofica, e fu molto amico di John Yarker, Gran Jerofante di Memphis e Misraim. Carboneria e Alta Vendita entrarono in gioco per l’unificazione dell’Italia: alla prima spettava il compito di rovesciare il Trono, alla seconda quello di assalire il Papa e disgregare il clero. Il loro braccio armato era l’orda garibaldina. Ma, per portare a termine la sua missione, Garibaldi aveva bisogno di un protettore potente: la onnipresente massoneria britannica. Perfino lo storico ufficiale della Massoneria italiana Aldo Alessandro Mola scrive «la spedizione dei Mille si svolse dall’inizio alla fine sotto tutela britannica: o, se si preferisce, della Massoneria inglese». E mentre il Pisacane – anche lui massone - falliva l’azione di Sapri, Garibaldi tramava nell’ombra in Inghilterra nell’areopago della loggia Philadelphes contro il Regno delle Due Sicilie. Nella loggia londinese si raccoglievano infatti i più importanti esponenti dell’internazionalismo democratico e socialista, tutti propensi a collocare la massoneria su posizioni fortemente antipapiste. Presi i necessari accordi con la massoneria inglese, il nizzardo partì da Liverpool alla volta del Nuovo mondo dove frequentò e batté cassa presso le logge massoniche di New York. La sconfitta dei Borbone fu comprata a peso d’oro. Oro massonico che corruppe le tasche dei generali quasi quanto la propaganda ne aveva corrotto la mente. Lo studioso De Vita ha accuratamente ricostruito la provenienza di questo tesoro attraverso una documentata ricerca negli archivi delle logge massoniche scozzesi di Edimburgo. A Garibaldi furono quindi fatti pervenire, per l’organizzazione della spedizione, tre milioni di franchi francesi, tutti convertiti in piastre d’oro turche per occultarne la provenienza e per favorirne il cambio in tutto il bacino del Mediterraneo. Non è facile valutare il valore finanziario di una somma così ingente, ma si tratta senza dubbio di milioni di dollari odierni. Alla colletta contribuirono, oltre ai fratelli inglesi e americani, anche quelli canadesi. La massoneria mal sopportava quei sovrani di Napoli: troppo cattolici e ben difesi, da un lato dall’ “acqua santa” del Papa, dall’altro da quella salata e ricca di traffici del Mediterraneo; ma soprattutto bruciava loro ancora la persecuzione ordinata, tra il 1825 e il 1832, contro le logge massoniche siciliane. L’appartenenza massonica di Garibaldi contribuì quindi, a finanziare la conquista del Sud. Come è dimostrato dallo stesso Garibaldi che, nel ringraziare i propri fratelli di Palermo per il conferimento dell’altissimo grado assegnatogli in seno alla Massoneria, tenne a precisare, nella lettera inviata il 20 marzo 1862, che assumeva «di gran cuore il Supremo Ufficio» perché, da una parte, conferito dal libero voto di uomini liberi, e dall’altra per «l’appoggio che essi diedero da Marsala al Volturno, nella grande opera dello affrancamento delle province meridionali»… Ai Maestri Massoni dell’Italia, Garibaldi fece notare inoltre l’importanza che ogni Massone cooperasse affinché Roma divenisse, oltre che italiana, la capitale di una «grande e possente Nazione». Tutti i fratelli, perciò, dovevano tenersi pronti ad accorrere «sotto quella bandiera per la quale fu sparso tanto sangue italiano». E tra i Mille che si mossero dallo scoglio di Quarto o tra i loro sostenitori più o meno ufficiali, ci furono molti massoni: a iniziare da Bixio (della Trionfo ligure, tessera numero 105), a Crispi, compreso Cavour, primo ministro del governo sardo, e lord Palmerston, ministro di Sua Maestà britannica. Lo studioso che più di ogni altro ha sottolineato l’importanza di questa «setta» - come da lui stesso più volte è definita – nella dissoluzione del Regno della Due Sicilie è stato Giacinto DÈ Sivo: la «setta che da ottant’anni va minando i troni e gli altari, guadagnava a’ nostri tempi un re, nato re, nato cristiano e cattolico» e ne ha fatto sua «vittima e strumento», inducendolo a spargere la corruzione nel Regno delle Sicilie, a fornire oro e legittimazione all’orda garibaldina, a colpire egli stesso alle spalle il monarca delle Sicilie, quando questi era ormai sul punto di fermare l’invasione .[2] Continua il de’ Sivo «il Piemonte co’ suoi ambasciatori sparse tra noi il veleno delle sette;corruppe con oro e promesse i duci e i ministri napoletani; metteva in armi sulle genovesi terre un capitano di ventura, al quale con bugiarde mistificazioni aveva preparato immeritata rinomanza, gli dava oro, navi e bandiere, gli dava seguaci d’ogni nazione e d’ogni linguaggio, e il lanciava famelico e sitibondo sulle nostre terre felici» . [3] Questo dunque, il complotto che ha corrotto il Regno: inglesi e piemontesi corruppero e comprarono con oro massonico gran parte del governo di Francesco II, compreso il primo ministro Liborio Romano e con lui, larga parte degli stati maggiori militari e della burocrazia. Il dÈ Sivo avverte e mette in guardia contro la minaccia dei settari, svelandone il disegno ultimo di attacco alla Chiesa «la guerra che oggi si fa, non è al Papa come Re di Roma solamente, non si limita solo al potere temporale, non è contro la dominazione pontificia che si scaglia la bava velenosa dei settari: è anche direttamente contro i principi della religione, che vorrebbe farsi sostituire dal vantato razionalismo» . [4] E, a distanza di più di un secolo, non possiamo che riconoscere la perspicacia dello storico di Maddaloni che nutriva la consapevolezza del carattere intrinsecamente rivoluzionario e anticristiano dell’aggressione al Regno delle Due Sicilie. Un episodio del ben più ampio scontro fra religione e ateismo. La setta iniziò dalla soppressione degli ordini religiosi per passare all’incameramento dei beni ecclesiastici, sempre in nome della libertà e della costituzione. Poi la massoneria scatenò in Italia una vera e propria guerra alla Chiesa cattolica, utilizzando i Savoia e i liberali, come avanguardia della rivoluzione. Si dichiararono soppresse «tutte le corporazioni e gli stabilimenti di qualsivoglia genere degli Ordini monastici e delle corporazioni regolari o secolari esistenti» e si impose a tutti i religiosi di lasciare i conventi. A distanza di un mese, seguì la soppressione degli ordini religiosi e la confisca dei beni. La persecuzione anticattolica fece intascare all’élite illuminata e liberale circa un milione di ettari di terra e migliaia di edifici, tra conventi e romitori. La popolazione perse gli usi civici per secoli garantiti dalla Chiesa e insorse ovunque guadagnandosi l’appellativo di briganti. I decreti del 18 ottobre 1860, sulla abolizione dei privilegi del clero[5] , e quelli del 17 febbraio 1861, che abrogarono il concordato del 1818 fra il Regno delle Due Sicilie e la Santa Sede, comportarono la laicizzazione delle opere ecclesiastiche, la soppressione di numerosi ordini religiosi oltre all’impedimento di celebrare messe e alla chiusura di alcuni luoghi di culto[6] e spinsero all’opposizione anche quella parte del clero ancora indecisa nei confronti della rivoluzione. Numerosi frati e sacerdoti, militarono nelle fila della reazione, i vescovi incoraggiavano gli insorti con le loro pastorali e rinnovavano le scomuniche della Santa Sede che definiva sacrilego il Governo italiano. Si fronteggiarono dunque, come già era stato nel 1799 e durante le invasioni napoleoniche, due idee del mondo, l’una che trovava nei simboli sacri della religione e della chiesa la sua bandiera, l’altra che riecheggiava e diffondeva le idee propugnate dalla massoneria, quella “setta” che, per dirla ancora una volta con il de’ Sivo, tanto ha inciso nelle vicende del Risorgimento italiano. D’altra parte la stessa massoneria non nasconde, anzi rivendica orgogliosamente l’apporto al Risorgimento. Il Gran Maestro Armando Corona, in un Convegno dell’88 sul tema La liberazione d’Italia nell’opera della massoneria, così conclude «la liberazione d’Italia – opera eminentemente massonica – fu sorretta, in ogni suo passaggio fondamentale, dalle iniziative delle Comunioni massoniche d’oltralpe». La massoneria «fu il vero ispiratore e motore del Risorgimento» [7]. Scopo della sua missione era quello di distruggere la Chiesa cattolica e sostituirla con quella massonica guidata da Londra. Suo artefice era Garibaldi, che aveva speso la sua vita a scristianizzare i popoli, in particolare quello italiano. Definiva il papa Pio IX «un metro cubo di letame»[8] , lo riteneva «acerrimo nemico dell’Italia e dell’unità», lo considerava «la più nociva di tutte le creature, perché egli, più di nessun altro, è un ostacolo al progresso umano, alla fratellanza degli uomini e dei popoli». Nel 1862 si tenne la prima Costituente massonica italiana: 26 le Logge i cui delegati nominarono Garibaldi, insignito da Crispi dei gradi scozzesi dal 4° al 33°, Primo Massone d’Italia. Il Grande Oriente Italiano, dunque, inizialmente dominato da esponenti vicini a Cavour, preferì affidare la carica di Gran maestro a Costantino Nigra e conferire a Garibaldi soltanto un titolo onorifico, come quello di Primo Massone d’Italia, gratificandolo di una medaglia commemorativa di oro massiccio. Nel cuore massonico del Risorgimento si facevano quindi strada due sentimenti: quello cavouriano, decisamente elitario e dinastico, e quello democratico, più popolare. Iniziava una dura lotta per assicurarsi la guida della famiglia massonica. Garibaldi divenne immediatamente il candidato sostenuto dai democratici, ma quando Costantino Nigra rassegnò le dimissioni da Gran maestro e un’assemblea straordinaria fu chiamata a eleggere il suo successore, il prescelto risultò Filippo Cordova, già ministro di Cavour, che prevalse su Garibaldi con 15 voti contro 13. Per l’anno successivo, il ’63, i “figli della vedova” [9] fissarono l’appuntamento «a Roma liberata» ma non riuscirono a portarsi oltre Firenze. Dopo la nomina a sovrano Gran Commendatore del Gran Consiglio, conferita nel 1863, l’assemblea dei liberi muratori italiani riunitasi a Firenze nel maggio del 1864 e comprendente ormai ben 72 logge, elesse Garibaldi al primo scrutinio con 45 voti (fave) su 50, Gran Maestro dei liberi muratori comprendenti i due riti, scozzese ed italiano. La speranza era quella di organizzare tutte le frange della Massoneria italiana in una obbedienza universale, con una aggregazione, come lui stesso scrisse, «in una sola, di tutte le società esistenti, che tendono al miglioramento morale e materiale della famiglia italiana». La nomina a Gran Maestro rappresentò un momento fondamentale nella storia della massoneria italiana, nelle logge infatti, iniziò a scatenarsi sempre più intensamente la bufera dell’anticlericalismo radicale di cui Garibaldi era il principale e insuperato esponente. Bisognava conquistare Roma: chi voleva farlo era amico dei massoni, chi temporeggiava, nemico. Il Papato era l’arcinemico da combattere e abbattere. Con un linguaggio che fondeva insieme misticismo messianico e positivismo razionalistico, Garibaldi intendeva condurre i fratelli tre puntini ad una «religione del vero». Così farneticava da Torino fin dal ‘61 «incombe ai veri sacerdoti di Cristo una missione sublime»: liberare i popoli e finalmente un giorno la patria riconoscente «inciderà i loro nomi tra gli eroici figli che la redensero»[10] . Il 18 marzo del ‘67 da Firenze, Garibaldi attaccava «non abbiamo ancora Patria, perché non abbiamo Roma, chi in massoneria potrà contenderci una Patria, una Roma morale, una Roma massonica? Io sono del parere che l’unità massonica trarrà a sé l’unità politica d’Italia». L’obiettivo era chiaro: l’iniziativa militare che doveva condurre a Roma, necessitava l’armonia interna e l’abbandono di beghe e dispute su rituali e tra Obbedienze. Tutti uniti in vista di un obiettivo preciso: la breccia di Porta Pia. L’antiteismo garibaldino lo spinse al punto di affermare «Se sorgesse una società del demonio, che combattesse dispotismo e preti, mi arruolerei nelle sue file». Garibaldi, nel giugno 1867, pur conservando la carica di Gran maestro del Consiglio scozzesista palermitano, accettò anche la nomina a Gran maestro onorario a vita del Grande Oriente d’Italia che gli venne conferita dalla Costituente massonica di Napoli. Il legame con l’istituzione liberomuratoria era ormai saldissimo. Non valsero a incrinarlo neppure le divergenze emerse in occasione dell’Anticoncilio di Napoli del 1869, a cui Garibaldi aderì e dal quale invece la Massoneria, rimase sostanzialmente estranea. Nell’autunno del ‘67 il vessillo della Vedova sventolò sull’orda garibaldina diretta a Roma. L’azione dei volontari avrebbe dovuto avere man forte da una insurrezione preparata dai cosiddetti patrioti romani. Ma la partecipazione popolare fu scarsa e il 3 novembre 1867, le truppe francesi – da poco sbarcate a Civitavecchia – attaccarono e sconfissero i garibaldini nella gloriosa battaglia di Mentana. Fermato a Sinalunga, per paura che potesse realizzare un colpo di mano sulla frontiera pontificia, Garibaldi si ritirò a Caprera dove si diede alla scrittura. Nel romanzo autobiografico il Clelia ovvero il governo dei preti, il Primo Massone divenuto ormai il Solitario di Caprera, come si autodefinì, descrisse giovani patrioti fanatici, preti demoniaci e licenziosi in pagine trasudanti anticlericalismo e antiteismo. Dall’isola, nel luglio del 1868, inviò al Supremo Consiglio della massoneria una missiva per comunicare la sua rinuncia a qualunque titolo o grado a lui attribuito, rimanendo però legato alla fratellanza laica, considerata fattore trainante della Massoneria. I componenti del Supremo Organo decisero di trasmettere a Garibaldi un messaggio per dissuaderlo dalla rinuncia ma lui si chiuse nel silenzio e non diede neanche una risposta alla missiva del Supremo Consiglio che, in sua vece, elevò alla carica di Gran Maestro del rito scozzese antico ed accettato il fratello Federico Campanella. In una lettera del 1869 alla loggia Il vero progresso sociale di Genova, Garibaldi – nonostante la rinuncia a cariche massoniche – continuò comunque a sostenere che «la massoneria che porta l’impronta dell’Alleanza Democratica Universale e della Fratellanza umana ha per missione di combattere il dispotismo ed il prete, entrambi rappresentanti dell’oscurantismo, del servaggio e della miseria». Era ormai però lontano dalle dispute interne alla fratellanza. Per questo non partecipò neppure all’Assemblea costituente massonica riunita nella capitale Firenze il 31 maggio 1869 per ratificare la fusione del Gran Consiglio simbolico di Milano con il Grande Oriente d’Italia. Unione sancita con la firma di un documento sottoscritto nel maggio del precedente anno. Accettò, invece, nel 1872 la carica di Gran Maestro onorario a vita del grande Oriente d’Italia. Secondo Marcel Valmy, autore dell’ opera I Massoni edita da Contini nel 1991, Garibaldi fu anche il primo Gran Maestro della loggia Odre du rite Mamphis Misrain, un sistema a 90 gradi gerarchici legato a tradizioni dell’antico Egitto. Sul versante del razionalismo positivistico di stampo massonico, Garibaldi iniziò anche una battaglia volta a diffondere in Italia l’idea e la pratica della cremazione. Tutto il movimento pro-cremazione fu infatti direttamente promosso dalle logge massoniche e ebbe fra i suoi maggiori dirigenti molte figure di primo piano della Massoneria. Senza l’appoggio dei vertici della Massoneria la cremazione non avrebbe avuto lo sviluppo che invece ebbe nel ventennio tra il 1875 e il 1895. La nascita della cremazione in Italia non fu solo determinata da un impegno individuale di alcuni singoli massoni, ma fu la conseguenza di un intervento ufficiale, tanto dal punto di vista economico che organizzativo, delle logge. Lo stretto vincolo cremazione-massoneria fu ben chiaro alla Chiesa che infatti si oppose strenuamente allo sviluppo di questa pratica. Tre erano gli intenti massonici in questa battaglia: il primo era quello di laicizzare – o meglio scristianizzare - oltre la società civile anche la scienza, cercando di privare la realtà naturale di ogni riferimento metafisico. Il secondo intento riguardava l’aspetto medico-igienico della cremazione. A questo proposito è interessante notare la massiccia presenza di medici nelle logge, e il ruolo di primo piano svolto nella Società di Cremazione da medici-massoni. Il terzo e più importante intento era, come sempre, portare un attacco alla Chiesa cattolica che vedeva questa pratica come contraria alla fede nella resurrezione dei corpi. Pleonastico sottolineare che Garibaldi stesso scelse di farsi cremare dopo la morte. La propaganda massonica contribuì a creare e diffondere il mito di Garibaldi negli anni a venire. Il radicale antiteismo massonico si espresse in una blasfema quanto indicativa giaculatoria che adorava Garibaldi come «Padre della nazione, Figlio del popolo e Spirito della libertà». Appare chiaro il tentativo di sostituire con nuovi santi e nuovi eroi quelli della tradizione cattolica, come già era avvenuto durante la rivoluzione francese. Specialmente negli anni di Crispi, intorno alla figura di Garibaldi si cercò di costruire una religione civile imperniata sul mito laico del Risorgimento, e la Massoneria, all’epoca sotto la guida di Adriano Lemmi, ebbe un ruolo centrale nell’orchestrazione e nella riuscita dell’operazione. Garibaldi fu il nome più diffuso fra quelli dati alle logge della penisola o alle logge italiane d’oltremare. Altre denominazioni a lui riferibili - come Caprera, Luce di Caprera, Leone di Caprera – risultavano chiaramente ispirate dall’intento di rendere omaggio al nizzardo. La Massoneria inoltre si fece promotrice di innumerevoli cerimonie, commemorazioni, inaugurazioni di lapidi e monumenti, intitolazioni di strade e piazze alla memoria di Garibaldi. La più importante di queste iniziative fu l’inaugurazione a Roma del monumento sul Gianicolo, che si tenne emblematicamente il 20 settembre 1895, nel venticinquesimo anniversario di Porta Pia. Nella cerimonia il massone e capo del governo Francesco Crispi sproloquiò in un enfatico discorso sul contributo fornito dalle forze laiche all’unità. Il Risorgimento appare così chiaramente come una tappa di quel processo rivoluzionario e anticristiano che mira a scardinare «ogni vincolo più sacro, - come si legge in un articolo della Civiltà Cattolica del 1852 - che lega uomo con uomo, nella Chiesa, nella società, nella famiglia, per ricostruire l’umanità sotto una nuova forma di totale servaggio in cui lo Stato sia tutto, e i capi della setta sieno lo Stato». Tra questi capi Garibaldi, né eroe né puro idealista ma avido calcolatore e cinico esecutore degli interessi di un solo padrone, la massoneria e la sua visione anticristiana del mondo.
NOTE: [1]. Per le notizie inerenti alle cariche massoniche ricoperte da Giuseppe Garibaldi cfr. Aldo A. Mola, Storia della massoneria italiana, Bompiani, Milano 2001, pp. 66ss.; cfr. anche A.A. Mola, Garibaldi vivo, Antologia degli scritti con documenti inediti, Mazzotta, Milano 1982; A.A. Mola e L. Polo Friz, I primi vent’anni di Giuseppe Garibaldi in Massoneria, estratto dalla Nuova Antologia, f.2143, luglio-settembre 1982, Le Monnier, Firenze. Per parte cattolica cfr. invece Epiphanius, Massoneria e sette segrete: la faccia occulta della storia, Editrice Ichthys, Roma.
[2]. Introduzione di Silvio Vitale a Giacinto de’ Sivo, L’Italia e il suo dramma politico nel 1861, Editoriale Il Giglio, Napoli 2002, p. XII.
[3]. Giacinto de’ Sivo, op. cit., p.70.
[4]. Giacinto de’ Sivo, op. cit.,p. 21.
[5]. La Chiesa risponde con le Istruzioni del 16 novembre e del 18 dicembre 1860 che sanciscono l’assoluta incompatibilità delle leggi sabaude con il magistero cattolico.
[6]. Le manifestazioni di odio religioso durante il Risorgimento furono molteplici: veri e propri assalti a convegni cattolici, processioni disperse dai militari, giovani francescani incarcerati per renitenza alla leva, santuari e luoghi di culto incendiati. Cfr.Marco Invernizzi, I cattolici contro l’Unità d’Italia?, Ed. Piemme, Alessandria 2002.
[7]. In Angela Pellicciari, L’altro Risorgimento, Piemme, Casale Monferrato (Al) 2000, pp. 264-265.
[8]. Per le citazioni di Garibaldi cfr. G. Garibaldi, Scritti politici e militari. Ricordi e pensieri inediti, Voghera 1907.
[9]. Tale definizione risalirebbe alla costruzione del Tempio di Gerusalemme ai tempi del re Salomone. Hiram, figlio di una vedova e di un fabbro fu ucciso perché si riteneva che fosse in possesso della Parola Sacra. La massoneria rappresenterebbe quindi la vedova, madre di Hiram.
[10]. A.A. Mola, Storia della massoneria italiana, cit., p.69.

(Fonte: prof. Antonella Grippo, Tradizione, Cattolicesimo & Politica, 3 Aprile 2011)

Non si possono soffocare le critiche all'omosessualità

La Corte d’Appello americana, martedì 15 marzo 2011, ha emesso una sentenza che avrà sicuramente implicazioni di vasta portata per la libertà di parola e di pensiero sulla questione del “matrimonio” omosessuale. In particolare per le scuole: infatti i giudici hanno dichiarato che «una scuola non può soffocare le critiche all’omosessualità». Il caso ruota intorno alla Prairie Indian School District, che -vittima di una sempre più crescente eterofobia- ha vietato agli studenti delle scuole superiori di esprimere le loro opinioni sul comportamento omosessuale. La scuola –riporta LifeNews- ha sostenuto che intendeva solo difendere i diritti degli omosessuali, ma la sentenza ha ribadito che «la nostra società non ha il diritto legale di impedire la critica delle convinzioni e dello stile di vita degli omosessuali». Se la scuola permette di sostenere l’omosessualità, allora non può contestare le critiche all’omosessualità. La corte americana si allinea così a ciò che ha dichiarato martedì scorso l’Arcivescovo Silvano Tomasi dell’Osservatorio Permanente del Vaticano presente alle Nazioni Unite: «Le persone vengono attaccate perché prendono posizione che non supportano. Quando esprimono le loro convinzioni morali sulla natura umana vengono stigmatizzati, o peggio diffamati e perseguitati. Questi attacchi sono violazioni dei diritti umani fondamentali e non possono essere giustificati in nessun caso» (cfr. RadioVaticana). Tutti sono liberi di esprimersi e tutti sono liberi di avanzare le loro opinioni contrarie. Mai è però giustificata la violenza, pro o contro l’omosessualità. È riconosciuta quindi l’ipocrisia della cultura omosessualista: per proteggere i diritti degli uni prevaricano continuamente i diritti degli altri. Per fortuna che ogni tanto qualcuno se ne accorge.

(Fonte: UCCR, 26 Marzo 2011)

La profonda spiritualità mariana di Karol Wojtyla

L'amore di Giovanni Paolo II per la Vergine fu un amore sconfinato. Non ha mai tralasciato occasione per parlare di Maria. Le ha dedicato l'enciclica Redemptoris Mater: la redenzione è stata infatti il filo conduttore del suo magistero petrino. Inoltre l'ha onorata non solo col suo ministero di Sommo Pontefice, ma anche in tante altre forme. Fin dall'inizio ha voluto recitare per tanti anni il Rosario ogni primo sabato del mese, insieme con i fedeli in Vaticano. Con la sua fantasia instancabile ha arricchito il rosario con i misteri della luce. E ormai quasi alla fine del pontificato, ha celebrato l'Anno del rosario, che ha avuto tanti frutti di devozione e di rinnovamento spirituale. Ricordo poi i suoi pellegrinaggi a Lourdes e a Fátima. In ogni suo viaggio, inoltre, ha programmato una visita ai più importanti santuari mariani del mondo. So con quanto desiderio voleva che un'immagine della Madonna campeggiasse nella basilica Vaticana, dove del resto ci sono stupende cappelle a Lei dedicate. E volle che almeno il Palazzo Apostolico mostrasse un'immagine della Madonna, che si leva, alta e materna, su piazza San Pietro. Tutti sanno che il motto da lui scelto prima della sua ordinazione episcopale è Totus tuus. Il futuro Papa trasse queste parole dalla preghiera di un grande santo mariano, Luigi Maria Grignion de Montfort. Ebbene, il Papa non solo recitava ogni giorno quella preghiera, ma ne scriveva un brano su ogni pagina dei testi autografi delle sue omelie, dei discorsi, delle encicliche, in alto a destra del foglio. Nella prima pagina metteva l'inizio della preghiera: Tuus totus ego sum, "Io sono tutto tuo"; nella seconda, Et omnia mea tua sunt, "E tutte le cose mie sono tue"; nella terza, Accipio Te in mea omnia, "Ti accolgo in tutte le cose mie"; nella quarta, Praebe mihi cor tuum, "Dammi il tuo cuore". E così proseguiva su ogni pagina, ripetendo, se necessario, le singole invocazioni, finché non aveva terminato di scrivere. Negli archivi della Segreteria di Stato vi sono migliaia di queste pagine, dove Giovanni Paolo II ha manifestato in modo così intimo e commovente il suo amore alla Madonna. Questo amore sconfinato a Maria nasceva dall'amore che egli aveva per Cristo. Amare Gesù è il fulcro di tutta la nostra vita. E se ciò è vero per ogni cristiano, tanto più lo è per il Papa. È una cosa tanto ovvia che potrebbe sembrare inutile sottolinearla. Ma vi accenno, perché ho un ricordo particolare, che riguarda l'ultima visita apostolica che Giovanni Paolo II compì nel 1997 nella Repubblica Ceca. Era già venuto in Cecoslovacchia nel 1990, appena caduto il muro di Berlino, fermandosi a Praga, Velehrad e Bratislava. Nel 1995 venne per la seconda volta, sostando a Praga, in Boemia, e a Olomouc, in Moravia. Era già sofferente. Cominciava a portare il bastone e ci scherzava sopra con i giovani, sempre entusiasti di stringersi attorno a lui. Ma era ancora in forze, tanto da fare le scale senza ascensore. La prima sera, dopo l'arrivo e la cena con i vescovi, sostò in cappella davanti al Santissimo. Le suore avevano preparato per lui un grande inginocchiatoio, ma egli preferì pregare nel banco. Io lo accompagnai, attendendo fuori della cappella. La sera seguente fui trattenuto da impegni e telefonate urgenti, e non potei accompagnarlo in cappella. Ci arrivai dopo, quando era già inginocchiato. Prima di entrare avevo udito come una musica indistinta, e quando aprii silenziosamente la porta, sentii che, inginocchiato nel banco, cantava sommessamente davanti al tabernacolo. Il Papa cantava sottovoce davanti a Gesù Eucaristia: il Papa e Cristo nell'Ostia, Pietro e Cristo. Fu per me una cosa sconvolgente, un fortissimo richiamo alla fede e all'amore per l'Eucaristia, e alla realtà del ministero petrino. Non ho più dimenticato quell'esile canto, che era come un colloquio d'amore con Cristo. Ho raccontato una sola volta questo episodio, in Repubblica Ceca, ma è bene che sia noto, tanto più ora che si avvicina la sua beatificazione, perché dice magnificamente che dobbiamo avere un legame sempre vivo, intimo e profondo con Gesù, vivente nell'Eucaristia. E dimostra, in modo superlativo, che Giovanni Paolo II è stato veramente un innamorato di Cristo. Infine, vorrei sottolineare l'amore dei popoli slavi per il Pontefice polacco. Nel 1990 fui inviato in Cecoslovacchia, che due anni dopo si divise pacificamente in due Stati, la Repubblica Ceca e la Slovacchia. Questo è stato il regalo più grande che mi abbia fatto Giovanni Paolo II, dopo quello di avermi ordinato vescovo. Ricordo che, ancora la vigilia della mia partenza per Praga, lo vidi all'eliporto vaticano, di ritorno da una visita in una diocesi italiana, e gli dissi: "Padre Santo, domani parto, e finalmente vedrò anch'io, in Slovacchia, i "suoi" monti Tatra". Ma lui, sorridendo bonariamente, mi disse. "Oh! I Tatry sono molto più belli dal versante polacco che non da quello slovacco!". L'esperienza come nunzio apostolico è stata la più intensa che io abbia fatto. In quegli anni, potei toccare con mano quanto il Papa fosse amato dal popolo ceco e slovacco, a cominciare dalle autorità. Il presidente Havel mi disse due volte che Giovanni Paolo II aveva svolto un ruolo fondamentale nella caduta del comunismo: "Certamente - sosteneva - ci furono anche altre cause per la vittoria della libertà sul comunismo, ma, senza di lui, il risultato non sarebbe stato così subitaneo e inatteso". Altre volte mi sottolineò che i suoi colloqui col Papa erano sempre molto informali e cordiali: "Lui parla in polacco, io in ceco - diceva - e ci intendiamo molto bene". Ciò che gli attirava le simpatie di tutti era il fatto che fosse il primo Papa slavo della storia. La gente, che per quarant'anni era stata frastornata dalla propaganda ateistica, cominciava a capire che cos'era la Chiesa, quale mistero di comunione e di fratellanza portasse agli uomini insieme con la fede in Dio e l'amore di Cristo, negati per così lungo tempo. Anche per questo, Giovanni Paolo II è stato un grande dono di Dio alla Chiesa e all'umanità.

(Fonte: Card. Giovanni Coppa, ©L'Osservatore Romano, 2 aprile 2011)