martedì 10 maggio 2011

La concezione cristiana del male

La vasta ed animata discussione suscitata nei media dalle recenti dichiarazioni del Prof.Roberto De Mattei circa la concezione cristiana del male, ha dimostrato quanto questo argomento tocchi sempre la sensibilità di un grandissimo numero di persone credenti e non credenti, ma purtroppo ha dimostrato anche, come è attestato dagli interventi di certa stampa cattolica di larga diffusione, l’esistenza, tra gli intellettuali cattolici e certamente anche in certi settori della teologia, dell’incapacità di affrontare una questione così seria e qualificante l’essere cattolico con la dovuta preparazione dottrinale e fedeltà al Magistero della Chiesa, col risultato inevitabile di prolungare con discorsi fuorvianti inveterati pregiudizi ed oscurare il gravissimo problema anziché contribuire ad illuminarlo.
La risposta alla domanda agostiniana unde malum? costituisce uno dei pregi maggiori della millenaria sapienza cristiana, fondata sulla Scrittura e sulla Tradizione interpretate dal Magistero della Chiesa, esprimentesi periodicamente nei simboli della fede e nei catechismi solitamente pubblicati a seguito di importanti Concili Ecumenici.
Noi cattolici abbiamo senza nostro merito una grande responsabilità nell’aiutare anche gli uomini di oggi ad orientarsi circa questa questione, abbiamo da Cristo una luce da offrire, un conforto da dare, siamo un sale che deve dar sapore; ma se anche il sale diventa insipido, con che cosa lo si potrà salare? O se il linguaggio cristiano ripete gli stessi errori del mondo, come il mondo potrà essere salvato?
La luce che viene dalla fede naturalmente non pretende di spiegarci il perché ultimamente Dio, nei suoi imperscrutabili e sapientissimi disegni d’amore, di giustizia e di misericordia, ha permesso l’esistenza del peccato prima nella creatura angelica (il demonio) e poi in quella umana (la coppia dei nostri progenitori), con le ben note devastanti conseguenze in tutto il corso della storia umana dei singoli e delle società, come narra con chiarezza il primo libro della Sacra Scrittura e vien spiegato ulteriormente da S.Paolo (il “peccato originale”). Infatti, se Dio avesse voluto, avrebbe potuto creare un mondo libero dal peccato e dal male, che è sua conseguenza e castigo.
La rivelazione cristiana ci dice però che cosa è il male, da dove è nato, a che cosa porta, qual è il suo significato e soprattutto come lo si toglie.
Già una sana metafisica ci insegna che il male non è una sostanza, non è un’entità positiva, ma è un’assenza di essere, è una privazione, una mancanza, un difetto, una carenza di bene dovuto in un certo soggetto, detto “malato”, se si tratta di sofferenza o “malvagio” se si tratta di cattiva volontà (il peccato).
Il male, ci insegna la Scrittura, trae origine da un atto cosciente e volontario del libero arbitrio della creatura, ossia il peccato, come ho accennato sopra. Il peccato a sua volta, secondo S.Paolo conduce alla morte. Ogni peccato per la Bibbia è quindi sempre contro la “vita”.
Chi però fa il male senza saperlo o involontariamente resta innocente. Il male non è assolutamente voluto da Dio, bontà infinita. Egli però lo ha permesso e lo permette in vista di donare all’uomo quel maggior bene che è Cristo, sì da consentire all’uomo di divenire “figlio di Dio”, una condizione di vita, che non è altro che la vita cristiana, la quale non ci sarebbe stata – così almeno ci dice la Rivelazione – se il peccato non ci fosse stato.
Da qui il paradosso ben noto della liturgia pasquale: “O felice colpa, che hai meritato tanto Redentore!”. Infatti, se noi possiamo diventare in Cristo figli di Dio, è perché Egli è disceso dal cielo propter nostram salutem, per liberarci dal peccato.
Il male è sin dagli inizi della storia dell’uomo conseguenza del peccato originale e spesso anche di nostre colpe personali nella vita presente. Il male di pena o punizione o “castigo” è, in linea di principio, conseguenza del male di colpa, ossia del peccato. Non è tanto una pena che Dio ci infligge dall’esterno, come potrebbe fare un giudice umano - anche se la Bibbia dice che Dio “castiga” -, ma è piuttosto una conseguenza necessaria, scaturiente dall’intimo stesso dell’atto peccaminoso, della stoltezza che ci ha fatto peccare.
Che al peccato debba seguire una giusta pena è un principio di giustizia naturale accettato dalla Bibbia e da ogni uomo che abbia un minimo di senso della giustizia. Infatti, se un delinquente non è giustamente punito, qualunque cittadino, anche non credente, sente che non è una cosa giusta.
Ora Dio è giustissimo e per questo in linea di principio punisce la colpa, salvo che il peccatore non sia pentito, almeno in certi casi, come la storia del figliol prodigo o della adultera pentita del Vangelo. Ma il diritto cristiano assume di norma il principio del diritto civile della punizione dei criminali. Le sventure collettive possono essere castighi divini – vedi per es. Sodoma e Gomorra – ma non sempre necessariamente. In ogni caso sono sempre conseguenze del peccato originale. Esse possono colpire promiscuamente peccatori e giusti.
Giustizia vuole e la Bibbia conferma che per i peccatori c’è un meritato castigo. Castigo che sarà eterno se in punto di morte non si pentono. Quanto ai giusti ed agli innocenti – pensiamo ai fanciulli innocenti, e qui abbiamo il principio più commovente e sconvolgente della salvezza cristiana – la loro sofferenza, come ci ha ricordato di recente il Papa proprio a proposito delle catastrofi che tanto hanno fatto parlare di sé, è coinvolta in un misterioso piano e destino di amore salvifico.
Qui raggiungiamo il Dio misericordioso, il Quale è portato a rimettere o perdonare il peccato, ad “aver-cuore-per-il-misero” - e quale miseria maggiore di quella del peccato mortale, meritevole della dannazione eterna? - potere divino di perdono che, come insegna la Bibbia, appartiene solo a Lui, perché secondo la Bibbia il far risorgere l’uomo dal peccato è come risuscitare un morto, potere che evidentemente spetta solo a Dio.
Pertanto il perdono del peccato nel sacramento della penitenza suppone nel confessore una partecipazione al potere divino di rimettere i peccati, mentre il perdono che diamo ai fratelli è pure partecipazione a questo divino potere. Ricordiamoci peraltro che nel recitare l’“atto di dolore” quando ci confessiamo, riconosciamo d’aver meritato i divini “castighi”. Il che non toglie che Dio ce li risparmi grazie al suo perdono.
E qui giungiamo alla risposta più caratteristicamente ma anche più paradossalmente cristiana sul perché del male e soprattutto circa la liberazione dal male, male del peccato e male della sofferenza. Qui entra in gioco la sofferenza redentrice ed espiatrice dell’innocente in Cristo, l’Innocente per eccellenza che salva il mondo col suo sacrificio, attualizzato nella grazia dei sacramenti, soprattutto il battesimo, la penitenza e l’eucaristia, momento supremo, quest’ultimo, della vittoria sul male, momento, come dice il Concilio Vaticano II, nel quale si attua la nostra Redenzione, la remissione dei peccati.
Ma che ha a che fare l’amore col male? L’idea del male non evoca forse piuttosto quella dell’ingiustizia, dell’odio, della sofferenza e della morte? Certamente. Ma sta qui la meraviglia del piano cristiano della salvezza: l’utilizzare per amore quel male di pena che è conseguenza del peccato per trasformarlo, in Cristo, con Cristo e grazie a Cristo, in espiazione e riparazione del peccato, sicché siamo riconciliati col Padre che così, per amore, perdona i nostri peccati, ci salva dalla morte eterna e ci dona la vita eterna.
Il cristiano dunque nella sofferenza che lo colpisce vede un gesto d’amore del Padre nei suoi confronti, vede l’invito del Padre ad una risposta d’amore, che soddisfa alla giustizia del Padre riparando al peccato, e che ancor più esprime l’amore del figlio di Dio per il Padre, tornando pentito al Padre.
L’aspetto soddisfattorio del soffrire cristiano non può essere sottaciuto col fermarsi solo, come si fa a volte oggi, sul gesto d’amore nostro vero il Padre e del Padre nei nostri confronti. Infatti, se non tenessimo conto del fatto che la croce è sacrificio cultuale, il fatto che Dio permetta la sofferenza apparirebbe una derisione di Dio nei nostri confronti. Infatti l’amore non manda le pene ma le toglie.
Dunque il fatto che Dio permetta la sofferenza non va spiegato semplicisticamente con lo “amore”, ma anche con l’esigenza della divina giustizia. Tuttavia il cristiano, all’avvento della sofferenza, non vede solo l’occasione per espiare, quanto piuttosto la venuta dell’amore misericordioso del Padre, il quale per misericordia ci ha dato Cristo nel quale possiamo sdebitarci del peccato ed esprimere nei nostri limiti l’infinito amore di Cristo per il Padre.
I soggetti umani, come i bambini sofferenti anche non battezzati, che non possono fare queste considerazioni, li dobbiamo pensare comunque coinvolti, senza che ne siano coscienti, in questo piano d’amore e di giustizia, per cui anch’essi in Cristo, salvano se stessi e il mondo.
Il cristianesimo non distoglie lo sguardo dalla bruttezza del male, cercando palliativi o false giustificazioni o esagerandone la portata, come è avvenuto nelle filosofie pagane, dualiste (manicheismo) o panteiste (India), o idolatriche (satanismo), scaricandosi sull’azione del demonio, col quale occorre scendere a patti (superstizione), ritenendolo effetto di un dio cattivo (marcionismo), voluto da Dio (Ockham, Calvino), un nemico invincibile ed eterno (pessimismo), ponendone l’origine nella materia (gnosticismo), ponendo il male in Dio (Böhme), ritenendolo cosa benefica, normale e naturale, espressione dell’ordine cosmico (stoicismo), necessario, coercitivo e inevitabile (fatalismo), comunque perdonato e coesistente con la grazia (Lutero), “logico” o “razionale” (Hegel), ripetitivo, ciclico ed eterno (Nietzsche) o di attenuarne l’esistenza sino a renderlo un’apparenza illusoria (Spinoza). Ma il male non è neppur del tutto assurdo o privo di senso (esistenzialismo). Tutte queste concezioni non risolvono ma aggravano il problema del male.
Il male di per sé è un fatto negativo, tutt’al più, come male di pena, è giusto castigo; ma come male di colpa è ingiustizia e suscita in una sana coscienza morale sdegno, orrore ed irrefrenabile ripugnanza.
Amare il male è o perversione o incoscienza o demenza. Anche il peccatore che fa il male, lo giudica sempre, seppur arbitrariamente, un bene. Il male come tale, in quanto carenza di essere, non può neppur essere oggetto del volere, il quale ha bisogno sempre di dirigersi verso un bene. Anche chi si suicida, pensa che per lui sia bene così. Anche il nichilismo più radicale ha bisogno di appigliarsi a qualche oggetto. Certo questo non giustifica lo stupido e comodo buonismo di oggi per il quale tutti sono in buona fede, nessuno ha cattive intenzioni e nessuno ha cattiva volontà. Tuttavia resta vero che il male non potrebbe ingannarci e non potrebbe ingannare se non si presentasse sotto le vesti del bene.
Il bene può esistere senza il male (si pensi all’Assoluto divino), ma il male ha bisogno sempre di parassitare un bene che esso corrode e corrompe. Il male del peccato non è altro che un falso bene o un bene apparente. Quaggiù esiste il male, ma in paradiso saremo liberi da ogni male.
Il cristianesimo cancella il male di colpa e trasfigura il male di pena in principio di espiazione e di salvezza, addirittura lo inserisce nel torrente dell’amore e della misericordia. Il cristianesimo ci insegna che il male del quale dobbiamo veramente preoccuparci non è tanto il male di pena, quando quello di colpa, il peccato: tolto questo, anche il male di pena ha segnato la sua fine, se non nella vita presente, certo in quella futura.
Certo il male di per sé non è ragionevole, non ha diritto all’esistenza, non è né logico né necessario; non è neppure un semplice incidente di percorso, è una cosa seria, serissima; eppure può essere vinto; in fondo, ci dice già la filosofia, è solo accidentale, contingente e può passare.
Il prendere alla leggera il problema del male o l’averne un’idea sbagliata può condurre alla tragedia ed alla dannazione anziché alla redenzione e alla salvezza. Qui è fondamentale sapere con certezza che cosa è male e che cosa è bene, conoscere i divini comandamenti e metterli in pratica.
Il cristianesimo ci insegna come evitare il male e come farlo passare. Il male di pena non termina subito, ma solo gradualmente, ed occorre utilizzare lo stesso male di pena, come ci ha insegnato Cristo. Il peccato invece, ossia il male morale, che è il male più serio, può essere eliminato subito con la penitenza, la conversione e il perdono divino.
Il male esiste per un certo motivo, per una certa “ragione”: perché, come ho detto, il peccato è entrato nel mondo. Ma il cristianesimo dà un nuovo “perché” al male, gli dà senso nuovo, non certo che lo approvi - il male resta sempre il male -, ma in quanto diventa in Cristo, nel modo che ho detto, via di salvezza.
E di fatto la vita cristiana pone fine al male nel modo suddetto dandogli un significato, ed ordinandolo a un bene superiore grazie all’onnipotenza ed alla bontà divine. In questa visuale Léon Bloy diceva: “Soffrire passa, aver sofferto non passa”. Cristo risorto possiede ancora le piaghe della crocifissione non come segno di sofferenza e di umiliazione, ma come titolo di gloria.
Se dunque Dio permette il male non è perché Egli sia impotente o cattivo, ma perché proprio permettendo il male mostra la sua onnipotenza ricavando un maggior bene dal male e la sua bontà donandoci con Cristo un bene superiore - la vita cristiana - a quello che avremmo avuto se il male non ci fosse stato.
Indubbiamente, anche dopo le spiegazioni che ci dà il cristianesimo, il mistero del male resta - mysterium iniquitatis, come dice S.Paolo -. La ragione umana dà una qualche spiegazione del male, come ho accennato sopra, senza che ciò voglia dire che il male abbia una buona ragione di esistere. Tuttavia, come è dimostrato dalla storia e confermato dalla fede, l’uomo con le sue sole forze non è in grado di vincere il male. Una luce decisiva sulla questione del male non ci viene dalla ragione ma dalla fede, e la storia del cristianesimo, soprattutto dei santi, ce ne dà testimonianza. La ragione ci può dire che il male può essere vinto grazie all’onnipotenza ed alla bontà divine. Ma il sapere come può essere vinto ce lo dice solo il cristianesimo.

(Fonte: P. Giovanni Cavalcoli, Riscossa Cristiana, 23 aprile 2011)


lunedì 2 maggio 2011

Una nota di colore: Il Beato Giovanni Paolo II demolisce il “Papa” di Nanni Moretti

Pare che l’ultimo film di Nanni Moretti (“Habemus Papam”) stia avendo un gran bel successo ai botteghini e pare che la cosa sia dovuta anche al fatto di averlo fatto uscire a Pasqua. Sarà pure, ma io vedo piuttosto l’infausta combinazione, per il regista, con la beatificazione di Giovanni Paolo II.
Perché? Perché la storia di questo personaggio eccezionale, di questo Papa eccezionale, che abbiamo visto, incontrato, toccato, è lì a dimostrare che la realtà è molto più grande di quella che ha in testa Moretti, e, soprattutto, che c’è davvero lo Spirito all’opera dentro la Chiesa. E così la grande celebrazione di Domenica scorsa, con la possibilità di rivedere un film che non rappresenta una realtà immaginaria, ma una storia verificabile, ha spazzato via tutti i dubbi, i dolori, le fatiche del papa di Moretti, in cura dallo psicanalista, in fuga dal suo ministero.
Un papa in fuga, al quale viene addirittura chiesto se abbia perduto la fede, e lui risponde “no, assolutamente no”. Ci voleva un laico dichiarato come Angiolo Bandinelli oggi sul Foglio, a sottolineare come questa risposta sia “assolutamente fuori luogo”. Può andare bene per l’ideologia di Moretti, non per un figlio vero della Chiesa e addirittura per il successore di Pietro. Di Celestino V ce n’è stato un solo, ma appunto è stato identificato come “colui che per viltà fece il gran rifiuto”, e nel giudizio di Dante si sente lo scandalo suscitato da un Papa che si rifiuta di sostenere il martirio che è connesso con la sua pesantissima carica. Il papa di Moretti, che fugge e difende senza dubbi la sua fuga, non è un vero Papa. Se anche volessimo ricordare la figura dolorosa di Paolo VI (il cui pontificato deve aver segnato la storia di Moretti) o quella altrettanto sofferente di Giovanni Paolo I, dovremmo però riconoscere che loro non sono fuggiti, che hanno portato la croce fino in fondo, fino a dare la vita. Come Pietro, di cui ci è stato tramandato il famoso episodio del “Quo vadis?”.
A rompere le uova nel paniere di Moretti, ecco Giovanni Paolo II, l’energico, il coraggioso, il globe-trotter, l’uomo di fede e autentica e rocciosa che né il Nazismo né il Comunismo sono riusciti ad abbattere. Ci scorrono nella memoria le immagini di gesti epocali: l’attentato in piazza San Pietro e la successiva visita al suo attentatore; la voce energica che grida “convertitevi” ai mafiosi, nella valle dei templi di Agrigento; le sue messe nella Polonia comunista e i “suoi” polacchi in ginocchio con il rosario in mano di fronte alle fabbriche; le sue battaglie per il diritto alla vita; i suoi incontri con i potenti della terra, da uomo libero, da pari a pari; i suoi toccanti incontri con i poveri, i sofferenti, i bambini, le donne...
Quando quella sera in piazza San Pietro giunse la notizia che il Papa era morto, scrosciò un applauso incredibile. La gente era felice. Il popolo cristiano esprimeva così la propria fede: quello è stato davvero un dies natalis, non una morte. Queste sono le immagini, le parole, le verità che Moretti non ci fa vedere, non ci sa dare, perché Moretti è figlio della crisi postconciliare. E attenzione: non è che Giovanni Paolo II non sentisse il peso delle sofferenza, delle contraddizioni, del dolore a volte inspiegabile dell’umanità. Non è che non vedesse tutto il marcio della povera umanità che riempie la Chiesa di Dio. Negli ultimi anni sembrava come fisicamente prostrato da tutto il male del mondo, un alter Christus. Ma quegli occhi, sempre vivi, sempre lucidi, sempre terribili e dolci, erano aperti su un altro mondo, su un’altra realtà più grande. Erano gli occhi di un uomo che viveva le tre virtù somme, inconcepibili per l’uomo, cristiane: la fede, la speranza, la carità.
Insomma, il film di Moretti, cadendo in questi giorni, appare del tutto “fuori luogo”, come scrive Bandinelli. Non è attuale e non è nemmeno vero. Ma c’è un’altra cosa che la storia vera di Giovanni Paolo II spazza via, c’è un’altra “verità” comune e politicamente corretta che travolge senza troppi complimenti. Bandinelli (ritrovandola nel film di Moretti) la esprime così: “dissonanza tra il potere, l’ufficialità, l’esteriorità rituale e l’interiorità: insomma, tra l’istituzione e l’uomo”. E’ quello che l’uomo comune che si dice cristiano ma in sostanza se ne frega di Cristo, riassume nella massima: “Credo in Gesù ma non nella chiesa”.
Ora, è vero che la Chiesa, nei suoi uomini, spesso non è affatto amabile, né addirittura credibile. Ma Giovanni Paolo II, questo santo che abbiamo conosciuto e visto all’opera, è il più grande spot in favore di tutti quegli uomini che invece sono segno della presenza di Cristo qui e ora. Nessuna dissonanza tra il potere, l’ufficialità, l’esteriorità e l’interiorità. Nessuna distanza tra l’istituzione e l’uomo. Giovanni Paolo II ha ridotto le distanze, le ha cancellate, le ha spazzate via. Testimoniando che la Chiesa, nella sua normalità, è qualcosa di molto più bello, grande e gioioso di quello che Moretti e quelli come lui (Bandinelli compreso) hanno in mente. E del resto basterebbe guardare il volto pacifico e profondo di Benedetto XVI per rendersene conto.
Domenica c’è stato il trionfo di Pietro. Il trionfo di un misterioso progetto, di questa grande casa, la Chiesa, che Cristo ha voluto mettere sulle spalle (a volte piccole, a volte grandi, a volte inadeguate, a volte forti) di un gruppetto di uomini semplici.

(Fonte: Gianluca Zappa, La cittadella, 28 aprile 2011)


«Karol il Grande», Beato: la commovente corsa per raccontare l'aneddoto personale

"Il giorno atteso è arrivato; è arrivato presto, perché così è piaciuto al Signore: Giovanni Paolo II è beato!". Ad esclamarlo è stato Benedetto XVI, nell’omelia della messa di beatificazione, domenica, in Piazza San Pietro. Un evento di portata internazionale, che ha messo in fibrillazione tutto il mondo cattolico e non: non ultimi i media, alla caccia di notizie e fatti inediti con cui riempire i tempi delle trasmissioni fiume programmate per l’evento.
Ma come sempre accade, qualche mente “superiore” ha ironizzato su questa corsa al “personaggio” di turno, pronto a dare il proprio colorito apporto a questa stragrande quantità di ricordi personali, riesumati allo scopo: di chi lo accompagnava come maestro di sci, di chi gli faceva da guida nelle escursioni in montagna, di chi una volta lo accolse in casa o gli preparò uno spuntino, di chi ebbe con lui uno scambio di battute, di chi fu incoraggiato nel suo impegno politico, di chi organizzò il servizio d'ordine in quella data occasione, ovviamente «storica». Attorno alla memoria del beato Giovanni Paolo II si sono affollati testimoni, le tipografie hanno fatto straordinari, i conduttori televisivi si sono impegnati a fondo. Qualche mente “eccelsa”, lo dicevo, ironizza sul protagonismo di tanti, in Italia, in Polonia ma anche in altri Paesi. Quando invece c’è da guardare con comprensione e con un pizzico di simpatia a tutti costoro che hanno voluto far sapere che, almeno quella volta, c'erano anche loro.
Per capirci: innanzitutto non va dimenticato che Karol Wojtyla visse per 85 anni, per 14 fu arcivescovo di Cracovia, per 27 papa; visitò da protagonista più di 100 Paesi del mondo e a questi viaggi esotici volle aggiungere anche tutte le innumerevoli parrocchie della sua diocesi, Roma (per inciso, è stata proprio la visita alla mia Parrocchia che mi ha offerto la prima delle molteplici occasioni che io stesso ho avuto di incontrare personalmente il Beato Karol. Una serie di esperienze che conservo gelosamente nel mio cuore).
Del resto le persone di ogni etnia e cultura che ricevette in udienze pubbliche e private o che ebbe a tavola (non amava pranzare da solo) o che invitò alla sua Messa privata dell'alba, potrebbero riempire, se riunite, l’intera piazza San Pietro. Insomma, pochi uomini come lui, durante la sua lunga vita, ebbero così tante possibilità di contatti, di conoscenze, di amicizie, di esperienze umane di ogni tipo. La sua attenzione all'altro, poi, lo portava a interessarsi dei casi personali dell'autista dell'auto che lo conduceva o del pilota che lo trasportava in elicottero con la stessa attenzione con cui ascoltava i grandi della terra che lo attendevano emozionati. Nelle sue passeggiate in montagna non si limitava a salutare i contadini che incontrava ma spesso entrava nelle loro case, magari accettava di assaggiare un poco di vino o una specialità locale. Chi lo ha conosciuto a Cracovia ricorda che, con lui, il solenne palazzo arcivescovile era diventato un porto di mare e che per tutti aveva tempo per accogliere e per ascoltare. E così da sempre, sin da quando era giovane prete di parrocchia.
Insomma, anche solo per la «legge dei grandi numeri» è innumerevole la quantità di potenziali testimoni di quella vita straordinaria. Ma a questo va aggiunto il carisma che sembrava circondarlo come una sorta di aura e che chi lo avvicinava avvertiva: lo stesso generale Jaruzelsky, pur dichiarandosi sempre ostinatamente ateo, ha voluto parlarne, presentandosi volontariamente come testimone al processo di beatificazione. Molti, addirittura, riscopersero la fede dopo averlo incontrato e nessun potente del mondo, per quanto ostile, osò mai mancargli di rispetto. Anzi, soggiogati da quella personalità, persino dei tiranni africani o asiatici o sudamericani accettarono di adottare misure di clemenza.
Quando morì, fu pianto in tutto il mondo, mai si videro tante delegazioni straniere a un funerale e, istintivamente, molti lo chiamarono «Karol il Grande». Di fronte alla sua bara, abbassarono in silenzio le bandiere anche gli ideologi che più lo avevano avversato. Se questo era l'uomo, come stupirsi - o ironizzare - se tanti di quelli che lo incontrarono vogliono dirci quanto importante sia stato per loro una pur fuggevole vicinanza? In fondo, anche racconti segnati da una certa ingenuità o magari da un poco di vanità, aiutano a capire perché tanto presto la Chiesa abbia voluto dargli la gloria degli altari e perché tanti, nel mondo, siano approdati a Roma.

(Mario, adattamento di un articolo di Vittorio Messori, Corriere della Sera del 28 aprile 2011)


“Guarderanno colui che hanno trafitto”. La vittoria gloriosa di Giovanni Paolo II

In polacco diceva di sé negli ultimi anni: "Sono un biedaczek, un poveraccio". Un povero vecchio malato e sfinito. Lui così atletico, era diventato l'uomo dei dolori. Eppure la sua santità proprio allora cominciò a splendere, dentro e fuori la Chiesa.
Prima no, papa Karol Wojtyla era ammirato più come eroe che come santo. La sua santità cominciò a conquistare le menti e i cuori di tanti uomini e donne di tutto il mondo quando gli capitò quello che Gesù aveva profetizzato per la vecchiaia dell'apostolo Pietro: "In verità io ti dico: quando eri giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi".
Con l'essere ora proclamato beato, Giovanni Paolo II svela al mondo la verità del detto di Gesù: "Beati i poveri perché di essi è il regno dei cieli".
Egli non irradiò santità nell'ora dei suoi trionfi. Molti degli applausi che raccoglieva quando percorreva il mondo a ritmi mozzafiato erano troppo interessati e selezionati per essere sinceri. Il papa che faceva crollare la cortina di ferro era benedizione agli occhi dell'Occidente. Ma quando si batteva in difesa della vita di ogni uomo che nasce su questa terra, in difesa della vita più fragile, più piccola, la vita di chi è stato appena concepito ma già il suo nome è stato scritto in cielo, allora pochi l'ascoltavano e molti scuotevano il capo.
La storia del suo pontificato è stata per lo più a luci ed ombre, accolta e respinta, con forti contrasti. Ma il suo profilo dominante, per molti anni, non è stato quello del santo, ma del combattente. Quando nel 1981 sfiorò la morte, colpito non si sa ancora bene perché, il mondo si inchinò riverente. Osservò il minuto di silenzio, per riprendere subito dopo la vecchia musica, poco amica.
Di lui molti diffidavano anche dentro la Chiesa. Per tanti era "il papa polacco", rappresentante di un cristianesimo antiquato, antimoderno, di popolo. Di lui guardavano non la santità ma la devozione, che non andava a genio a chi sognava un cattolicesimo interiore ed "adulto", tanto amichevolmente immerso nel mondo da diventare invisibile e silenzioso.
Eppure, a poco a poco, dalla scorza del papa atleta, eroe, combattente, devoto, cominciò a svelarsi anche la santità.
Fu il giubileo, l'anno santo del 2000, il momento di svolta. Papa Wojtyla volle che fosse anno di pentimento e perdono. La prima domenica di Quaresima di quell'anno, il 12 marzo, officiò sotto gli occhi del mondo una liturgia penitenziale senza precedenti. Per sette volte come i sette vizi capitali confessò le colpe commesse dai cristiani secolo dopo secolo, e per tutte chiese perdono a Dio. Sterminio degli eretici, persecuzione degli ebrei, guerre di religione, umiliazione delle donne... Il volto dolente del papa, già segnato dalla malattia, era l'icona di quel pentimento. Il mondo lo guardò con rispetto. Ma anche con derisione. Giovanni Paolo II si espose, inerme, a schiaffi e sberleffi. Si lasciò flagellare. C'era chi da lui pretendeva ogni volta altri pentimenti, per altre colpe ancora. E lui per tutto si batteva il petto.
Di sicuro, però, mai chiese pubblicamente perdono per gli abusi sessuali commessi da sacerdoti su dei bambini. Ma neppure si ricorda che qualcuno sia mai saltato su nel 2000 a rimproverargli questa omissione. Lo scandalo non era ancora tale, per i distratti maestri d'opinione d'allora. Oggi sì, gli stessi che allora tacquero l'accusano di quel silenzio, l'accusano d'essersi lasciato irretire da quel prete indegno che fu Marcial Maciel. Ma sono accuse postume che grondano ipocrisia.
A capire che cosa c'era di vero nella santità di quel papa sono stati i milioni e milioni di uomini e donne che alla sua morte gli hanno tributato il più grandioso "grazie" collettivo mai dato a un uomo nell'ultimo secolo. I capi di stato e di governo di quasi duecento paesi che accorsero a Roma alle sue esequie lo fecero anche perché non potevano sottrarsi a quell'ondata di ammirazione che invadeva il mondo.
Ma quel suo giubileo del 2000, Giovanni Paolo II volle che fosse anche l'anno dei martiri. Gli innumerevoli martiri, molti senza nome, uccisi in odio alla fede in quel "Dominus Iesus" che il papa volle riaffermare come unico salvatore di tutti, per i tanti che se n'erano dimenticati.
E il mondo questo intuì: che nella figura dolente del papa c'era la beatitudine promessa da Dio ai poveri, agli afflitti, agli affamati della giustizia, agli operatori di pace, ai misericordiosi. Il papa irriso, osteggiato, sofferente, il papa che pian piano perdeva l'uso della parola condivideva la sorte che Gesù aveva annunciato ai suoi discepoli: "Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia".
Le beatitudini sono la biografia di Gesù e quindi di chi lo segue con cuore puro. Sono l'immagine del mondo nuovo e dell'uomo nuovo che Gesù ha inaugurato, il rovesciamento dei criteri mondani.
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Guarderanno colui che hanno trafitto". Come sotto la croce, molti vedono oggi in Karol Wojtyla beato un anticipo di paradiso.

(Fonte: Sandro Magister, www.chiesa, 1 maggio 2011)


Sai Baba è morto, l'illusione continua

La morte di Sathya Sai Baba, forse il più popolare guru indiano della seconda metà del secolo XX, induce a qualche riflessione sul successo che ha avuto in Occidente e in particolare in Italia, dove ha trovato seguaci fra ex-sessantottini affascinati dall'Oriente, professionisti - fra cui diversi medici, che hanno scelto di andare a lavorare nell'ospedale da lui fondato in India - e perfino un sacerdote lombardo, don Mario Mazzoleni (1945-2001), che la scelta senza riserve per Sai Baba ha condotto fino al dramma della scomunica. Ma chi era Sai Baba?
Satyanaryan Raji (1926-2011) nasce nel 1926 a Puttaparthi nell'Andra Pradesh (India del Sud). A quattordici anni entra in uno stato di esaltazione al termine del quale, il 23 maggio 1940, annuncia «Sono Sai Baba», assumendo lo stesso nome di un santo asceta, Sai Baba di Shirdi (1856-1918), molto popolare in India. Da allora comincia a raccogliere seguaci in un piccolo ashram, che oggi con il nome di Prashanti Nilayam è diventato un intero sobborgo di Puttaparthi.
Sathya Sai Baba - come è normalmente chiamato in India proprio per distinguerlo da Sai Baba di Shirdi - invita a tornare alle scritture tradizionali dell'India e a sperimentare Dio come stato di coscienza superiore, che è già dentro di noi e che può essere raggiunto non tanto attraverso la conoscenza, ma per mezzo di un'esperienza diretta che non è disgiunta dal compimento del proprio dovere e dal servizio reso agli altri. Dio, pertanto, per Sai Baba non è un'entità esterna separata dall'uomo, ma uno stato di consapevolezza che ciascuno di noi può raggiungere.
I fedeli considerano Sathya Sai Baba un avatar - cioè un'incarnazione divina - integrale (purnavatar), come Krishna; secondo loro, la storia è stata anche percorsa da «amshavatara», avatar «parziali», tra cui Gesù Cristo, Sri Ramakrishna (1836-1886) e Sri Aurobindo (1872-1950), ma solo il loro maestro è stata un'incarnazione totale e perfetta. Contrariamente ad altri maestri indiani - che considerano i miracoli come appartenenti a una sfera inferiore - Sathya Sai Baba ha affidato la prova del suo carattere di avatar ai segni straordinari o «siddhi». Ha così offerto ai seguaci ogni sorta di «miracoli», sia nel regno psichico (chiaroveggenza, profezie, apparizioni a migliaia di chilometri di distanza), sia nel regno fisico. Dalle mani del maestro usciva ogni giorno una cenere sacra (vibhuti) cui erano attribuite proprietà miracolose. Il maestro era inoltre ritenuto capace di fare apparire oggetti di ogni genere: statuette devozionali, anelli d'oro, il linga simbolo di Shiva, e perfino monete d'oro che recavano, come data del conio, l'anno di nascita del devoto per cui erano state «prodotte».
Questi fenomeni hanno portato molti specialisti occidentali a liquidare Sathya Sai Baba come espressione di un sincretismo superstizioso estraneo al «vero» induismo. Ma questo giudizio si scontra con il fatto che Sathya Sai Baba ha decine di migliaia di seguaci in India, pacificamente considerati devoti indù. L'induismo non ha una Chiesa o autorità che possano decidere chi è indù e chi non lo è. La più grande organizzazione indù, la Vishwa Hindu Parishad, espressione di un nazionalismo spesso intollerante verso le altre religioni che controlla il secondo partito politico indiano, ha sempre esaltato Sathya Sai Baba come un modello d'induismo, difendendolo dalle accuse di pedofilia che ne hanno turbato gli ultimi anni di vita, anche perché il guru di Puttaparthi ne ha sempre sostenuto i progetti politici. Uno dei più vicini collaboratori e oggi dei candidati alla successione di Sai Baba, il novantenne Prafullachandra Natwarlal Bhagwati, è stato presidente della Corte Suprema indiana, il più alto magistrato dell'immenso Paese asiatico. L'induismo non è il sistema «puro» insegnato in qualche università occidentale ma un complesso coacervo di miti, riti e devozioni popolari dove oggi sono entrati anche, come componenti essenziali per decidere almeno in India chi ne fa parte, il nazionalismo e la politica.
Sathya Sai Baba ha avuto successo anche in Occidente, come si è accennato, soprattutto in Italia. Una lettura di questo successo non può che fare riferimento alla grande crisi culturale degli anni 1960, che ha avuto il suo momento emblematico nel 1968. Il Sessantotto non ha eliminato - né sarebbe stato possibile - le domande di senso e di sacro che vivono nel cuore di ogni uomo, ma ha gettato un lungo sospetto sull'Occidente e sul cristianesimo. Ne è nato un pregiudizio favorevole nei confronti di tutto quanto è orientale e di tutto quello che si presenta come eterodosso rispetto al cristianesimo. Dai contestatori delle università a musicisti come i Beatles molti hanno preso la strada dell'India. Il fatto che molti italiani abbiano scelto Sai Baba si spiega con un gusto del miracoloso che non è estraneo alla nostra tradizione nazionale e che forse non sarebbe stato soddisfatto da forme d'induismo più «colte» e filosofiche.
Tuttavia, se si supera il clamore intorno ai «miracoli» e si cerca di capire in che cosa consiste l'insegnamento di Sathya Sai Baba, si scopre che il suo centro è la ricerca di Dio o del Divino non come Persona, al di fuori di noi, ma come stato della nostra coscienza. Si tratta dunque, come spesso accade in Oriente, di una «enstasi», qualche cosa che lo storico delle religioni Mircea Eliade (1907-1986) distingue rigorosamente dall’estasi. Nell'«enstasi» si entra sempre di più in se stessi e ci si chiude a ogni possibile trascendenza, mentre nell’estasi ci si apre al di fuori di sé verso un Dio trascendente. L'illusione, chiudendosi in se stessi, è quella di attingere così l'Essere, mentre al massimo - come ha notato un ex induista della generazione del 1968 belga, poi convertito e oggi sacerdote cattolico, padre Joseph-Marie Verlinde - si arriva al «Sé inteso come atto primo dell'esistenza che è soltanto e sempre l’atto di un essere creato e non dell’Essere divino increato». Il rischio, alla fine, è quello di un «narcisismo senza Narciso», secondo la formula del missionario e indologo francese Jules Monchanin (1895-1957). Chi s'illudeva, magari grazie a Sai Baba, di sfuggire alla prigione della soggettività, percepita come tipicamente occidentale, finisce per ritrovarsi rinchiuso a doppia mandata in quella stessa prigione. Sathya Sai Baba è morto, ma l'illusione continua.


(Fonte: Massimo Introvigne, La Bussola Quotidiana, 26 aprile 2011)


lunedì 25 aprile 2011

Finalmente una voce autorevole contro lo spot Ikea. Ma i “soliti” non ci stanno!

La pubblicità dell'Ikea ritrae due uomini fotografati di spalle che si tengono per mano e sopra lo slogan: «Siamo aperti a tutte le famiglie». In basso, sotto la foto, compare invece una scritta dove il colosso svedese spiega: «Noi di Ikea la pensiamo proprio come voi: la famiglia è la cosa più importante». E sottolinea: quello «che cerchiamo di fare è rendere più comoda la vita di ogni persona, di ogni famiglia e di ogni coppia, qualunque essa sia».
«Contrasta a gamba tesa contro la nostra Costituzione, offensivo, di cattivo gusto. L'Ikea è libera di rivolgersi a chi vuole e di rivolgere i propri messaggi a chi ritiene opportuno. Ma quel termine "Famiglie" è in aperto contrasto con la nostra legge fondamentale che dice che la famiglia è una società naturale fondata sul matrimonio, in polemica contro la famiglia tradizionale, datata e retrograda». Lo ha affermato il sottosegretario alla Famiglia Carlo Giovanardi intervenendo al programma KlausCondicio di Klaus Davi.
Alla domanda se il Governo ricorrerà al Giurì di autodisciplina pubblicitaria, Giovanardi ha risposto: «No, ma a noi piacerebbe una campagna pubblicitaria che dicesse "siamo aperti all' intera comunità", nel senso che i clienti di una multinazionale sono uomini, donne, anziani, giovani, senza preclusioni di nessun tipo. Ma diverso è attaccare la Costituzione italiana con tale violenza. Spero che l'Ikea non utilizzi più quell'annuncio per le prossime aperture annunciate in varie città». Il sottosegretario ha poi giudicato «grave e di cattivo gusto che una multinazionale svedese, a cui il nostro Paese sta dando tanto in termini di disponibilità e che sta aprendo centri commerciali a manetta, venga in Italia e dica agli italiani cosa devono pensare polemizzando contro la loro Costituzione. Credo che molti clienti dell'Ikea non lo riterranno gradevole». Nella pubblicità, tuttavia, non c'è alcun riferimento alla Costituzione o alla legislazione italiana. Sollecitato infine sulla frase dell'Ikea «Noi portiamo la giustizia sociale», Giovanardi ha spiegato che «la giustizia sociale è quella di dare un occhio di riguardo a coloro i quali, oltre ai diritti, si assumono anche dei doveri».
Non sono tardate le risposte e le levate di scudi. «L'ineffabile sottosegretario alla Famiglia del governo del bunga bunga, Carlo Giovanardi, ci rifila la sua filosofia moraleggiante il giorno prima di Pasqua», attacca Franco Grillini, responsabile Diritti civili e associazionismo dell'Italia dei Valori, . «Addirittura- aggiunge- Giovanardi invita l'azienda a ritirare la sua pubblicità con intento volutamente censoreo e con buona pace del presunto spirito liberale del suo capo». Con una battuta al vetriolo attacca pure Aurelio Mancuso, presidente di Equality Italia: «Nemmeno alla vigilia di Pasqua Carlo Giovanardi, sottosegretario alla famiglia, sa contenere la sua frustrazione per il fatto che la sua delega sulla famiglia non ha a disposizione nemmeno un euro». Al cianuro anche la posizione dei radicali: «Il (molto) sottosegretario alla Famiglia Giovanardi ha dichiarato, letteralmente, che Ikea è contro la legge, anticostituzionale e manda messaggi violenti, solo perché ha promosso una pubblicità con due ragazzi che si tengono per mano», dice Sergio Rovasio, segretario Associazione Radicale Certi Diritti, che aggiunge: «Frasi del genere potevamo sentircele dire da un qualche ministro del governo teocratico iraniano, o da un alcolizzato di osteria, non certo da un rappresentante del Governo italiano»

(Fonte: Corriere della sera, 23 aprile 2011)


Pedofilia nella Chiesa. Un’analisi a mente fredda

C’è stato un periodo in cui ogni giorno veniva pubblicato dai giornali un nuovo caso di pedofilia nella Chiesa. “Nuovo”, si fa per dire: si trattava il più delle volte di casi risalenti a 40-50 anni fa, casi spesso già noti e chiusi dal punto di vista giudiziario, in qualche caso con i diretti responsabili addirittura scomparsi. Era più che evidente che si trattava di una campagna ben orchestrata per mettere in difficoltà la Chiesa. Quello che più ha colpito è che si chiedeva non tanto la condanna dei responsabili (come detto, spesso già condannati e in qualche caso defunti), quanto piuttosto le dimissioni dei Vescovi e dello stesso Papa, accusati di aver coperto i responsabili, di aver occultato i casi, di aver insabbiato le pratiche… Che si trattasse di una congiura risulta dal fatto che gli stessi organi di informazione, che tanto si sono indignati per gli abusi perpetrati dal clero, non sembrano molto interessati a casi simili che vedono coinvolte altre categorie di persone.
Nella campagna dello scorso anno non ha giocato alcun ruolo il fattore economico, come era invece accaduto in precedenza negli Stati Uniti, dove la denuncia di abusi era divenuta un vero e proprio business (recentemente l’avvocato Donald H. Steier ha condotto un’inchiesta, con la quale si dimostra che circa la metà delle denunce di abusi commessi da sacerdoti negli Stati Uniti era interamente falsa o perlomeno enormemente esagerata). Lo scandalo del 2010 è stato esclusivamente di tipo mediatico: non si è trattato tanto di nuove denunce di tipo legale, finalizzate a ottenere un risarcimento, quanto piuttosto di una campagna stampa tendente a divulgare alcuni vecchi casi, allo scopo di dimostrare le “connivenze” dell’establishment ecclesiale.
Come ha reagito la Chiesa? Beh, diciamo che si è fatta trovare piuttosto impreparata e non ha saputo sempre rispondere in maniera ferma alle accuse spesso strumentali che le venivano rivolte. Sicuramente un certo “senso di colpa” per i reali abusi compiuti dal clero e per una effettiva sottovalutazione del fenomeno le ha impedito di reagire con lucidità agli attacchi. I sociologi parlerebbero di una “crisi di panico”, che ha determinato, almeno a livello mediatico, reazioni talvolta impacciate o un tantino superficiali (come la ripetizione, a mo’ di mantra, di alcuni slogan, quali “trasparenza”, “tolleranza zero”…). Bisogna però riconoscere che i provvedimenti canonici che, dopo qualche tentennamento, sono stati adottati sono stati tutti molto seri e ponderati.
A questo proposito vanno segnalate le nuove Norme sui delitti più gravi, pubblicate nel luglio 2010. Innanzi tutto, bisogna notare che i “delitti più gravi” non sono solo gli abusi sessuali, ma sono tutti quei delitti di cui si occupa la Congregazione per la dottrina della fede (CDF): delitti contro la fede (eresia, apostasia e scisma), i delitti contro la santità dei sacramenti dell’Eucaristia e della Penitenza, il delitto di attentata ordinazione di una donna e i delitti più gravi contro i costumi. Questi ultimi, nelle nuove norme sono due: «1° il delitto contro il sesto comandamento del Decalogo commesso da un chierico con un minore di diciotto anni; (…) 2° l’acquisizione o la detenzione o la divulgazione, a fine di libidine, di immagini pornografiche di minori sotto i quattordici anni da parte di un chierico, in qualunque modo e con qualunque strumento». Per tali delitti è prevista una pena proporzionata alla gravità del crimine, non esclusa la dimissione o la deposizione. La prescrizione per i delitti riservati alla CDF è stata elevata a 20 anni (nel caso degli abusi su minori, essa decorre dal giorno in cui la vittima compie 18 anni). È prevista anche la possibilità di procedere per via amministrativa (decreto extragiudiziale). Viene confermato il segreto pontificio per tutti questi tipi di cause. Già nell’aprile 2010, inoltre, era stata resa nota una Guida alla comprensione delle procedure di base della CDF riguardo alle accuse di abusi sessuali, nella quale, a proposito della dibattutissima questione di un’eventuale denuncia dei colpevoli alla magistratura, si precisa: «Va sempre dato seguito alle disposizioni della legge civile per quanto riguarda il deferimento di crimini alle autorità preposte».
La Chiesa però non ha reagito allo scandalo pedofilia soltanto sul piano giuridico, emanando norme più restrittive, ma anche su un piano spirituale e pastorale. Ed è soprattutto su questo piano che si è mosso il Santo Padre Benedetto XVI (il quale — giova ricordarlo — da Prefetto della CDF si era adoperato per l’avocazione alla Santa Sede di tutte le cause di abuso su minori). In tutti i suoi numerosi interventi il Papa non si è mai messo a polemizzare con i mezzi di comunicazione per le notizie, vere o false, che riportavano; non si è mai difeso dalle ingiuste accuse che gli venivano mosse; non ha mai gridato al complotto; non si è mai lasciato andare ad atteggiamenti di vittimismo; ma ha sempre invitato a cogliere nello scandalo un’occasione di conversione e di rinnovamento spirituale per la Chiesa. Tra tali innumerevoli interventi, ne vanno ricordati in modo particolare due: la lettera ai cattolici d’Irlanda (19 marzo 2010) e il discorso natalizio alla Curia Romana (20 dicembre 2010).
La lettera alla Chiesa irlandese è stata presentata dalla stampa come un invito a denunciare i preti pedofili alla magistratura. In realtà, il Papa, rivolgendosi a Vescovi, ha detto loro: «Continuate a cooperare con le autorità civili nell’ambito di loro competenza» (n. 11) e, rivolgendosi ai sacerdoti responsabili di abusi, li ha ammoniti: «Dovete rispondere di ciò davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti» (n. 7). Ma nessuno si è preoccupato di mettere in luce il carattere eminentemente pastorale della lettera. Benedetto XVI propone alla Chiesa irlandese «un cammino di guarigione, di rinnovamento e di riparazione», e la invita a «riconoscere davanti al Signore e davanti agli altri, i gravi peccati [si noti che il Santo Padre parla di “peccati”, non di “reati”] commessi contro ragazzi indifesi» (n. 2). Anche ai sacerdoti e ai religiosi colpevoli propone un cammino di preghiera e di penitenza, invitandoli a non disperare della misericordia di Dio (n. 7). A tutti i fedeli il Pontefice chiede di offrire, per un anno intero, le penitenze del venerdì (digiuno, preghiera, lettura della parola di Dio, opere di misericordia) per «ottenere la grazia della guarigione e del rinnovamento per la Chiesa in Irlanda» (n. 14). Li incoraggia inoltre a riscoprire il sacramento della Riconciliazione e ad attendere all’adorazione eucaristica riparatrice (ib.).
Ma è soprattutto nell’allocuzione natalizia ai prelati della Curia Romana che Benedetto XVI ha dato una lettura tutta spirituale dello scandalo in cui la Chiesa è stata coinvolta durante l’Anno sacerdotale. Lo ha fatto citando una visione di sant’Ildegarda di Bingen, nella quale compare una donna — la Chiesa — col volto cosparso di polvere e il vestito strappato. Il Santo Padre ha così commentato la visione:
«Nella visione di sant’Ildegarda, il volto della Chiesa è coperto di polvere, ed è così che noi l’abbiamo visto. Il suo vestito è strappato — per la colpa dei sacerdoti. Così come lei l’ha visto ed espresso, l’abbiamo vissuto in quest’anno. Dobbiamo accogliere questa umiliazione come un’esortazione alla verità e una chiamata al rinnovamento. Solo la verità salva. Dobbiamo interrogarci su che cosa possiamo fare per riparare il più possibile l’ingiustizia avvenuta. Dobbiamo chiederci che cosa era sbagliato nel nostro annuncio, nell’intero nostro modo di configurare l’essere cristiano, così che una tale cosa potesse accadere. Dobbiamo trovare una nuova risolutezza nella fede e nel bene. Dobbiamo essere capaci di penitenza. Dobbiamo sforzarci di tentare tutto il possibile, nella preparazione al sacerdozio, perché una tale cosa non possa più succedere».
Come si può vedere, un approccio diverso sia da quello di chi è preoccupato solo di difendere la Chiesa dagli attacchi dei media, sia da quello di chi pensa di risolvere il problema unicamente con i processi, canonici o civili che siano. Un approccio spirituale che ci permette di vedere anche nelle situazioni peggiori un’occasione di purificazione e di rinascita. Dice sant’Ambrogio, riferendosi alle prove della Chiesa: «Abluitur undis, non quatitur» (Lettera 2); le onde della tempesta, nonché scuotere la barca, la lavano. Ciò che, agli occhi del mondo, potrebbe apparire come il colpo di grazia che mette a morte la Chiesa, si rivela quale autentico “colpo di grazia” che le ridà vita.

(Fonte: Senzapelisullalingua.it, 23 aprile 2011)



Padre Cantalamessa e la dottrina cattolica sulla Provvidenza…

«Terremoti, uragani e altre sciagure che colpiscono insieme colpevoli e innocenti non sono mai un castigo di Dio. Dire il contrario, significa offendere Dio e gli uomini».
Lo afferma padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa pontificia, nell’omelia alla presenza del Papa in Vaticano in occasione della celebrazione della liturgia del Venerdì Santo. Le parole del frate cappuccino sono una chiara risposta alle affermazioni del vice direttore del Cnr, Roberto de Mattei, cattolico tradizionalista, il quale ai microfoni di Radio Maria, commentando lo tsunami che ha colpito il Giappone lo scorso 11 marzo, aveva affermato che il sisma andava letto come un castigo divino in rapporto al peccare degli uomini; e aveva precisato: «Gli attacchi contro di me sono un tipico esempio della dittatura del relativismo denunciata da Benedetto XVI. Io non ho fatto altro che riaffermare la tradizionale dottrina cattolica sulla provvidenza. Come insegnano san Tommaso e sant’Agostino: nell’universo non accade nulla che non sia voluto, o almeno permesso, da Dio per precise ragioni. E tra di esse non è da escludere l’ipotesi di un castigo divino, anche se in materia non vi è certezza». Il numero due del Consiglio nazionale delle ricerche, De Mattei, ha poi ribadito il 20 aprile il suo concetto in un nuovo intervento a Radio Maria: «La teologia cristiana insegna che quando è un popolo a soffrire una grande catastrofe si tratta spesso di un castigo che serve a scontare i suoi peccati. Le sciagure collettive non sono permesse da Dio solo per scontare i nostri peccati sociali, ma anche per ricordarci la nostra precarietà o per purificarci attraverso la sofferenza, ma sempre per ottenere un bene maggiore». E per sottolineare «il castigo di Dio», de Mattei riporta un episodio del terremoto di Messina. «Nella mattina di domenica del 27 dicembre 1908 erano apparse nella città strisce con la scritta “Gesù Cristo non è mai esistito”, e per dimostrare l’empia affermazione, alla sera, in un pubblico dibattito era seguita una processione blasfema che era giunta fino alla spiaggia: un crocifisso era stato buttato a mare tra lazzi e oscenità». Poche ore dopo, all’alba del 28 dicembre, Messina venne distrutta da un terremoto e dal successivo maremoto che provocò circa 80 mila morti. De Mattei cita inoltre la distruzione di Varsavia durante la Seconda guerra mondiale, preannunciata alla santa Faustina Kowalska «per i peccati che in essa si commettevano, soprattutto l’aborto».
Pur non condividendo in toto tale tesi, Padre Cantalamessa chiarisce tuttavia che tali catastrofi «sono però un ammonimento: in questo caso, l’ammonimento a non illuderci che basteranno la scienza e la tecnica a salvarci. Se non sapremo imporci dei limiti, possono diventare proprio esse, lo stiamo vedendo, la minaccia più grave di tutte», dando in questo passaggio un accenno anche alla vicenda delle centrali nucleari di Fukushima. «La globalizzazione – ha detto ancora Cantalamessa – ha almeno questo effetto positivo: il dolore di un popolo diventa il dolore di tutti, suscita la solidarietà di tutti. Ci dà occasione di scoprire che siamo una sola famiglia umana, legata nel bene e nel male. Ci aiuta a superare le barriere di razza, colore e religione».
Questi fatti contingenti ─ aggiungiamo noi ─ devono soprattutto essere un ammonimento a cogliere l’invito di Dio a cambiare mentalità, a dare una svolta definitiva all’andazzo desolante di leggere tutto in chiave “fatalista” e materialista, prescindendo da Dio, scordandoci che l’uomo, con tutto ciò che lo riguarda, è stato creato per “personificare” l’immagine del suo creatore.


(Fonte: Agerecontra.it, 23 aprile 2011)


La Risurrezione è un fatto

«Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato». La Chiesa è nata dalla costatazione di un fatto: Gesù crocifisso morto e sepolto, è risuscitato. E la comunità cristiana continua ad essere costruita sul fondamento di questo fatto. Essa non è raccolta primariamente attorno all’insegnamento religioso di un maestro; non è in primo luogo la comunità di coloro che accettano di vivere secondo un determinato codice morale. Più semplicemente, è la comunità di coloro che credono alla narrazione del seguente fatto: Gesù è risorto.
È un fatto realmente accaduto nella storia - un fatto storico - di cui gli Apostoli sono testimoni e non certo gli inventori. È un fatto: non un mito o un simbolo creato per comunicarci significati religiosi, o per stimolarci ad impegni etici.
Nello stesso tempo però la risurrezione di Gesù non è stato un semplice ritorno alla vita che viveva prima della morte, alla sua vita terrena. Ma nella sua risurrezione, Cristo anche col suo corpo è entrato nella gloria dell’esistenza del Padre e posto nella sua stessa condizione. Come di dice l’apostolo Paolo, Egli «si trova … assiso alla destra di Dio». L’umanità del Verbo incarnato, il suo corpo crocefisso e morto è divenuto partecipe della stessa vita di Dio.
Riflettiamo bene su questo fatto. Nella sua umanità in tutto simile alla nostra, nella sua carne fragile e mortale come la nostra, Gesù è divenuto partecipe della vita eterna di Dio: questo è ciò che è accaduto nella risurrezione. È dunque la più grande “trasformazione” mai accaduta, il “salto” decisivo verso una dimensione di vita profondamente nuova. Non per niente durante questi giorni pasquali sentirete spesso ripetere: “Cristo risorto non muore più; la morte non avrà più nessun dominio su di lui”.
L’apostolo Paolo insegna che esiste una condivisione vera e propria da parte dell’uomo della condizione di Cristo risorto. Con Cristo ed in Cristo siamo resi capaci anche noi, così come tutta la famiglia umana, la storia e l’intero universo, e siamo chiamati ad entrare e a compiere quel “salto” decisivo dentro alla dimensione di vita nuova di cui Cristo risorto è sorgente e causa.
Con la sua risurrezione Egli ha dato inizio ad una nuova umanità, ad un modo nuovo di essere e di vivere; una novità che penetra continuamente dentro tutto il mondo del peccato, lo purifica e lo trasforma, e lo attira a Sé.
Questa purificazione e trasfigurazione avviene concretamente mediante la Chiesa: mediante la fede alla predicazione del Vangelo ed i sacramenti pasquali del Battesimo e dell’Eucarestia. La presenza della Chiesa impregna la vita dell’uomo e l’universo intero della potenza trasformante del Signore risorto, comunicando a chi crede la stessa vita divina.
Pertanto, «la Chiesa può, così, essere concepita come il “Corpo di Cristo” e l’organo congeniale attraverso cui il Risorto esercita la sua signoria e dispiega la sua forza vitale. Essa diventa, in questo senso, la comunità di Pasqua nel mondo» [L. Scheffczyk].
È questo che la Chiesa porta nel mondo: la forza di Cristo risorto, che trasforma la nostra povera umanità devastata dal peccato. Ed è questa la sorgente da cui scaturisce la capacità, il dovere ed il diritto della Chiesa di educare, e la sua legittimazione a farlo.
Dal fatto della Risurrezione di Gesù, che dispiega la sua forza trasformante attraverso la Chiesa, nasce il bisogno per il credente di testimoniare dentro ogni ambito della vita la signoria del Risorto: «e ci ha ordinato di annunciare al popolo e di attestare che egli è il giudice dei vivi e dei morti costituito da Dio».
Oggi più che mai, i discepoli del Signore sono chiamati a fuggire da un rinunciatario ripiegamento in se stessi e a collegare continuamente la proposta evangelica coi bisogni più profondi del cuore umano. E le nostre città oggi hanno particolare bisogno di testimoni del Signore risorto, perché hanno bisogno di ritrovare quel coraggio di esistere senza del quale non possono non avviarsi sul viale del tramonto, e non congedarsi dalla storia.

La Risurrezione del Signore è la grande forza che Dio, ricco di misericordia, ha immesso nella storia di ogni uomo e di tutta l’umanità. È la risurrezione corporea di Gesù che dà all’uomo il diritto di sperare: sempre e comunque.


(Fonte: Carlo Caffarra, Arcivescovo di Bologna, Labussolaquotidiana.it, 23 aprile 2011)


mercoledì 20 aprile 2011

La Settimana Santa è seguire una Persona

La liturgia della Settimana Santa, e nello stesso tempo la vita cristiana, vuol dire seguire Cristo nel suo culmine, l’offerta di sé al padre Onnipotente per salvare l’umanità dal peccato. Seguire i riti della Settimana Santa vuol dire seguire le orme di Cristo. Non si possono seguire i riti e nello stesso tempo non vivere quello che Cristo stesso è, cioè seguire la sua persona.
La Settimana santa, che è chiamata così perché è il cuore di tutto l’anno, vuol dire che Gesù non è un’idea ma è una persona da seguire. E il fatto che noi scorriamo attraverso la liturgia i momenti drammatici, conclusivi della vicenda terrena di Gesù, vuol dire che per ottenere da Cristo la vita bisogna seguirne le orme ed essere così guariti, come dice san Pietro: “Egli ci ha dato l’esempio perché ne seguiamo le orme”. Non è soltanto un messaggio o uno sguardo esteriore ma significa guardare Cristo e unirsi a lui nella medesima offerta totale nel sacrificio di sé.
Questo comincia già con la Domenica di Passione, chiamata comunemente delle Palme, ma che è domenica di Passione perché è il primo termine del binomio, il secondo è la domenica pasquale. La domenica di Passione sta alla domenica di Pasqua come la morte di Cristo sta alla sua Glorificazione. Sin dall’antichità il racconto della Passione ha impressionato profondamente la comunità cristiana e viene considerato un unicum che non si può frazionare. Viene proposto già alla domenica perché la domenica della Passione è la domenica che introduce Cristo non solo in Gerusalemme, ma anche nel Sacrificio. Nella liturgia bizantina l’ingresso in Gerusalemme viene evocato al momento dell’offertorio, quando si portano i doni del pane e del vino per l’eucarestia; si fa una processione che nel simbolismo orientale sta ad indicare l’ingresso di Cristo in Gerusalemme, perché Cristo è entrato a Gerusalemme per dare compimento al suo sacrificio.
E’ anche il senso del trionfo delle palme, perché la palma vuol dire vittoria: la vittoria è quella del martirio, i martiri vengono rappresentati in genere con la palma. Cristo è il martire per eccellenza, entra nel santuario per dare testimonianza dell’offerta totale di sé, è l’immolazione sacrificale per i peccati del mondo.
Giustamente quindi la Chiesa ha trattenuto nella domenica – e non solo il venerdì - che precede la Resurrezione la meditazione sulla Passione di Cristo, che così è davanti allo sguardo di tutta la Chiesa. La Passione del Signore, dice la preghiera di colletta della scorsa domenica, deve portare a vivere e agire secondo la carità che spinse il figlio di Dio a dare la vita per noi. Quindi guardare a Cristo significa proprio questo: vivere e agire in quella carità che lo spinse a dare la vita per noi. Per fare questo c’è bisogno del suo aiuto, della sua grazia. Anche la colletta delle Palme ha un significato simile: si prega il Signore onnipotente che avendoci dato come modello Cristo nostro salvatore che si è fatto uomo e umiliato fino alla morte di croce, noi possiamo sempre aver presente l’insegnamento della sua Passione per partecipare alla gloria della Resurrezione. Qui si dimostra la natura esemplare della Passione di Cristo, ma non solo. Non è solo un esempio da seguire ma anche una grazia da ricevere, perché attraverso la sua Passione, la sua efficacia, noi siamo fatti partecipi della gloria, della Resurrezione.
Ancora una volta, come dice il Papa nel libro “Gesù di Nazaret”, si rivela che l’onnipotenza di Dio, il suo essere vicino al mondo, il suo salvare il mondo, non passa attraverso i criteri mondani o la potenza o la forza del mondo, ma attraverso quella debolezza, quella discrezione, quella vicinanza che è propria di un essere che è libero e ci ha creati liberi, che vuole vincere convincendoci con il suo amore.
Questo è il senso della apertura della Domenica delle Palme e della Settimana Santa, che possiamo descrivere come una grande sinfonia, usando un linguaggio musicale. Si passa dalla gioia dell’ingresso in Gerusalemme alla tristezza della Passione per poi tornare, dopo la gioia della mistica cena, all’angoscia del Getsemani, poi ancora al dramma che sfiora quasi la tragedia del Venerdì Santo, la morte di Cristo che sarebbe una tragedia se Cristo non fosse resuscitato; e quindi poi alla speranza, l’attesa del sabato e alla gioia prorompente, ma tutta profonda e interiore, della Domenica di Resurrezione.
Il triduo pasquale richiama i tre giorni promessi da Cristo, in cui avrebbe sofferto, sarebbe stato crocifisso, sepolto, però al terzo giorno sarebbe resuscitato. Il triduo, il terzo giorno visto come il giorno creato dal Signore, terzo giorno che coincide con l’ottavo della Creazione: il primo giorno dopo il sabato, ovvero dopo i sette giorni della Creazione, l’ottavo è la nuova Creazione.
All’interno di questo grande affresco si colloca il triduo pasquale che ha un anticipo il Giovedì santo, perché il triduo pasquale strettamente inteso è venerdì, sabato e domenica. Però nella liturgia latina c’è un inizio il giovedì sera con la commemorazione della Cena del Signore, per cui i tre giorni vanno dal vespro del giovedì fino al vespro della domenica. E’ l’unico momento dell’anno in cui si celebra una messa per commemorare la Cena del Signore, perché – contrariamnete a quanto molti credono - la messa non commemora l’ultima cena. La messa è la ripresentazione del sacrificio di Cristo sulla croce e quindi la cena di Cristo, l’ultima cena, in realtà non è più celebrata perché i gesti che Gesù ha compiuto in quella cena sono stati trasfigurati nell’offerta del suo corpo e del suo sangue sulla Croce.
Una nota va dedicata alla lavanda dei piedi, che si ricorda nella messa del Giovedì santo. Solo Giovanni parla della lavanda dei piedi, con cui vuole sottolineare che quanto Cristo ha fatto e ha detto, cioè l’eucarestia ovvero l’offerta di sé, ha un simbolo nel gesto della purificazione compiuta. E’ un servizio che egli fa perché vuole indicare che l’eucarestia è un culto che implica un servizio, l’eucarestia deve essere obbedita, non può essere creata, inventata, manipolata. Bisogna obbedire. Siamo in un’epoca di grande anarchia liturgica, invece proprio la lavanda dei piedi è un atto sacro che è tranquillamente speculare a quello della consacrazione del pane e del vino. Gesù ha voluto dire: guardate che dovete lasciarvi lavare i piedi da me, dovete lasciarvi fare da me, non dovete mettere voi davanti a me. Lo ha detto chiaramente quando Pietro gli disse che giammai si sarebbe fatto lavare i piedi, e sappiamo come Gesù gli ha risposto. Aldilà di riduzionismi di natura caritatevole o sociologica, la lavanda dei piedi ha un profondo significato sacramentale, richiama che il sacramento dell’eucarestia è il sacramento dell’obbedienza dell’uomo a Dio perché Cristo ha obbedito al padre facendosi – come lui dice – battezzare con un battesimo di sangue. Battesimo che a nessuno è dato di poter ricevere se non lo vuole, se non lo decide lui, il Signore. E quindi ogni sacramento non è un bene disponibile, nemmeno da parte della Chiesa. La Chiesa non dispone dei sacramenti, li amministra. Tantomeno un prete o un laico può immaginare di manipolare i sacramenti. Egli deve servirli – servire la messa, si diceva una volta – deve servirli come Cristo ha servito i discepoli.
Poi il Venerdì santo è dedicato tutta alla Passione di Cristo, non c’è nemmeno la messa. Già la messa del Giovedì santo si celebra solo in Occidente, ma si è introdotta come un momento commemorativo, mentre la vera grande messa è quella della veglia pasquale, l’unica messa che ricorda tutto il mistero pasquale: dall’eucarestia alla morte sulla croce, alla sepoltura, alla Resurrezione. Il Venerdì santo non c’è messa ma è tutto dedicato alla commemorazione liturgica attraverso le preghiere, il centro è l’adorazione della Croce dopo aver meditato sulla Passione secondo San Giovanni.
Il Sabato santo è un giorno senza alcuna liturgia perché dedicato alla meditazione e all’attesa. Meditazione su Cristo sepolto e attesa della sua Resurrezione. E’ il giorno del silenzio dove Dio parola tace. Ma parla attraverso il figlio che è sceso fino nel profondo della terra per mostrare la sua condivisione con la condizione umana. Morto e sepolto. Ed è proprio colui che parola eterna si è incarnato, venuto nella nostra carne, sceso in terra, che è sceso anche sotto terra, “agli inferi” come dice il Credo apostolico. Cioè è sceso laddove secondo la tradizione ebraica c’erano le ombre dei morti, coloro che l’avevano preceduto ma non erano entrati in Paradiso perché il Paradiso era serrato dopo la cacciata di Adamo. Cristo, morendo, ha riaperto il Paradiso ed è sceso agli inferi: ha preso per mano i progenitori Adamo ed Eva, e poi tutti i patriarchi e tutti i giusti che, pur essendo stati giusti, non avevano potuto entrare nel Paradiso perché chiuso, Paradiso che invece la morte di Cristo ha riaperto.
Cristo scende fino agli inferi, un mistero poco conosciuto anche perché non ha una sua rappresentazione liturgica; ce l’ha iconografica ma non liturgica. Il Sabato santo è la discesa dell’anima di Cristo fino agli inferi, mentre il corpo rimane sepolto in attesa del ricongiungimento anima, corpo e spirito per risorgere. Questo viene celebrato nella notte di Pasqua quando tanta gente (celebrare vuol dire numerosi) accorre per ricordare, per vivere l’avvenimento che certamente è avvenuto nella storia, come ricorda Benedetto XVI, ma che ha superato la storia. La resurrezione di Cristo è un avvenimento storico ma nello stesso tempo ha superato la storia, ha inaugurato una nuova storia, la storia di Dio aperta al compimento futuro. E quindi viene celebrata la veglia attraverso alcuni elementi fondamentali anche per la stessa natura: il fuoco, la luce, l’acqua, il vino, il pane, l’olio: tutti i sacramenti entrano in gioco la notte di Pasqua per indicare che Cristo ha fatto nuove tutte le cose. Attraverso il rinnovamento delle cose, anche quelle materiali, fa passare la potenza della sua resurrezione.
Dall’efficacia della Croce alla potenza della Resurrezione nella notte della domenica. Efficacia e potenza, sono due termini piuttosto dimenticati oggi perché nella pastorale e nella catechesi ormai Cristo è ridotto a un’idea, a un progetto, addirittura a un sogno, come si può leggere in tanti titoli, anche ecclesiastici. Ma Cristo non è un progetto e neanche un sogno, Cristo è una persona, un fatto presente con il quale noi siamo chiamati a vivere. Non solo a condividere un’idea o seguire un esempio, ma vivere per ricevere una vita, che noi chiamiamo con una parola tradizionale: Grazia, cioè una vita donata gratis. A motivo dell’offerta sacrificale Cristo ha reso efficace ogni offerta, ogni pur minima azione umana, e quindi da questa efficacia si passa alla potenza della Resurrezione perché se Cristo non fosse risorto la nostra fede non esisterebbe, come ricorda l’apostolo Paolo.
Quindi il prorompere del fuoco all’inizio della veglia indica proprio questa potenza divina che dalla Creazione passa attraverso la liberazione di Israele dall’Egitto, giunge fino alla Resurrezione e alla Pentecoste, il fuoco dello Spirito Santo. E poi naturalmente tutto è meditato con quella trilogia di lettura-salmo-preghiera che caratterizza la liturgia della Parola, la lunga liturgia della Parola della notte pasquale. Si passa quindi all’acqua – terza parte della veglia - che distrugge il peccato e regala una vita che salva, che rigenera. E dalla rigenerazione del Battesimo si passa al quarto momento della veglia che è l’Eucarestia, il Signore risorto che con le sue cicatrici si mostra spezzando il pane e consacrando il vino. E quindi tutti sono riconciliati e tutti sono veramente gioiosi, quella gioia che l’exultet, questo celebre inno che apre la veglia pasquale, fa risalire al cielo, agli angeli e a tutte le schiere degli angeli per la Resurrezione che viene partecipata anche ai mortali. In un certo senso in questa unione di angeli e uomini si riprende anche il tema della notte di Natale, il Gloria in excelsis deo.
Ecco così che si arriva alla domenica di Pasqua che vede le donne di primo mattino andare al sepolcro, trovarlo vuoto, non poter compiere, pur premurose, quell’atto di compassione che non avevano potuto fare per l’imminenza della festa il venerdì al tramonto. Ma quella premura questa volta è stata preceduta da un’altra premura sorprendente, quella del Padre onnipotente che ha visto il sacrificio del Figlio e gli ha restituita una vita più bella e più grande, come dice Giovanni Paolo II nella sua prima enciclica Redemptor Hominis: la Resurrezione non è il ritorno alla vita precedente, ma è una vita più grande, una vita che nasce dall’amore. Così la ragione eterna, il logos eterno coincide con l’amore indistruttibile, perché Dio è il logos, è il vero, è parola, è ragione, perché Dio è essenzialmente amore.
E così si chiude con il vespro di Pasqua il triduo, che poi ovviamente riecheggia per ben otto giorni nell’ottava di Pasqua e poi per 50 giorni fino alla Pentecoste, come se fosse – dice Sant’Agostino - una sola grande domenica.

(Fonte: Nicola Bux, Labussolaquotidiana, 15 aprile 2011)


Di quei sublimi misteri della Passione. La verità dei Vangeli.

A ridosso della Settimana Santa può essere utile la consapevolezza di farne anche la memoria di fatti realmente accaduti, proprio come ce li propongono gli evangelisti. Abbiamo già acquisito qualche punto fermo: l’ultima cena, l’arresto, il processo, la crocifissione, la morte e la sepoltura di Gesù avvennero durante il 14 nisan, un venerdì, giorno di parasceve. Il 15 nisan, Pasqua, quell’anno (il 33) cadeva casualmente di sabato. Il giorno ebraico è anticipato di 6 ore rispetto al modo di contare che utilizziamo noi: il 14 nisan andava perciò -grossolanamente - dalle 18 del giovedì alle 18 del venerdì, mentre il venerdì al tramonto era già “il giorno dopo”, cioè sabato.
Queste informazioni, circostanziate e prive di contraddizioni nei Vangeli, permettono di valorizzare al massimo le celebrazioni del Triduo pasquale, nelle ore esatte in cui avvennero i fatti, evitando di farsi distrarre da eventuali perplessità dovute a presunte inesattezze che non ci sono.
Qui ci occupiamo dei giorni immediatamente precedenti, anch’essi indagabili con dovizia di particolari. Giovanni scrive che «sei giorni prima di Pasqua» (Gv 12,1) ci fu un banchetto a Betania, a casa di Lazzaro, che Gesù aveva resuscitato dai morti. Essendo la Pasqua il 15 nisan, siamo qui nel giorno 9 nisan. Gesù aveva viaggiato un po’ per arrivare da Lazzaro: nel finale del capitolo 11 è spiegato che in precedenza si era allontanato da Gerusalemme, andando ad Efraim.
Il Vangelo di Giovanni, che non ha motivo di essere ritenuto scritto molti anni dopo gli altri, è l’unico a descrivere la resurrezione di Lazzaro: questo fatto è curioso, dal momento che proprio quest’episodio infiammò gli animi, sia di chi vedeva in Gesù l’atteso Messia, sia di chi, come Caifa, giunge alla deliberazione di fare di Gesù il capro espiatorio per salvare la nazione dalle pretese dei romani (Gv 11,47-50). È ben strano che l’episodio di Lazzaro sia rimasto fuori dall’annuncio dei vangeli fin dopo il 70 d.C. come crede chi attribuisce al Vangelo giovanneo una genesi così tardiva.
La logica cronologica di Giovanni è lineare: mentre il Sinedrio decide della morte di Gesù, approssimandosi la Pasqua Gesù muove verso la Città santa. Gesù non trasgrediva insulsamente la Legge ed è da ritenere improbabile che abbia camminato il sabato, il giorno 8 nisan.
Il 9 nisan del 33 è infatti domenica e Gesù giunge a Betania. Il “banchetto” (Gv 12,2-7) non è quello che seguirà a casa di Simone il lebbroso pochi giorni dopo, anche se anticipa lo scandalo suscitato dallo “spreco” di costoso olio versato per onorare Gesù da Maria, sorella di Lazzaro. Soprattutto Giuda se ne adonta, per “motivi umanitari”. La rabbia è tale che i capi del Sinedrio pensano di togliere di mezzo anche Lazzaro, un annuncio vivente della strana regalità di Gesù.
“Il giorno seguente” al modo antico inizia dalle 18 di quella stessa domenica sera. Più probabilmente è nella mattinata successiva (di lunedì) che Gesù entra trionfalmente in città. Il Papa Benedetto XVI ci offre nel suo ultimo libro bellissime riflessioni sulla regalità di Cristo (cap. 1), riferendosi a Genesi 49,10 a Zaccaria 9,9 ed al Salmo 118: secondo le Scritture! È il 10 nisan e non è “un caso”: secondo l’usanza è il giorno in cui si procura l’agnello per il sacrificio (Es 12,3), proprio nel decimo giorno. È impressionante come la storia e la profezia si diano appuntamento.
Gesù dunque giunge in città: se fosse stata ancora la nostra domenica, fu di sera; più logicamente è già il nostro lunedì, comunque è il 10 di nisan. È uno dei rari episodi descritti da tutti e quattro i vangeli (Mt 21,1; Mc 11,1; Lc 19,28; Gv 12,12). Da Betfage, approssimandosi alle mura, Gesù piange su Gerusalemme (Lc 19,28). Poi entra in città e va al tempio: Marco descrive come osservasse attentamente ogni cosa (Mc 11,11). Essendo tardi, Gesù andò a Betania, con i dodici. I vangeli seguono con precisione la “vita da pendolare” che contraddistingue Gesù da questo lunedì sera, entrando cioè nel 11 nisan, fino al giovedì dell’ultima cena, entrando nel 14 nisan.
Il giorno seguente, sempre 11 nisan, ma già nel nostro martedì, Gesù ritorna a Gerusalemme: è il primo transito presso il fico che viene maledetto (Mc 11,12). Arrivato al tempio, nell’area esterna a quella più sacra, Gesù scaccia i mercanti, ripetendo quanto aveva già fatto due anni prima (episodio descritto solo nel vangelo di Giovanni al capitolo 2). Questa purificazione del tempio è narrata dai tre sinottici (Mt 21,12; Mc 11,14 e Lc 19,45). Venuta la sera (Mc 11,19) Gesù ritorna a Betania.
La mattina dopo il drappello ritorna a Gerusalemme. Adesso siamo arrivati al mercoledì mattina, ed è il giorno 12 nisan. Ripassano davanti al fico seccato (Mt 11,20). Pietro, impressionato dal fatto del giorno precedente, ritorna sull’argomento (in un certo senso è “un’ingiustizia”: non era la stagione dei fichi). Gesù parla di perdono, per chi saprà perdonare.
Arrivati ancora al tempio, questo è giorno di grandi discorsi (Mt 21; Mc 11; Lc 20 e 21; Gv 12). In particolare qui Gesù parla diffusamente di escatologia. Il vangelo di Giovanni, sempre il più ”fresco” malgrado lo si voglia far passare per “teologico”, ci attesta che una voce in cielo si fa udire dai presenti: «L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò», mentre lo sconcerto serpeggia tra chi asserisce di aver sentito un tuono e chi un angelo. Gesù specifica: «Questa voce non è per me, ma per voi. Adesso si fa giudizio del principe di questo mondo; adesso il principe di questo mondo sarà cacciato fuori. Ed io, quando sarò innalzato da terra, trarrò tutto a me» (Gv 12, 29-30). Segue un esplicito rimando al profeta Isaia.
Uscendo dal tempio, Gesù ne commenta le costruzioni imponenti (Mt 24,1; Mc 13,1). Ormai siamo arrivati all’ora attesa, di cui il Figlio è a conoscenza. Le parole usate sono inequivocabili. Hanno fatto imbufalire gli avversari. Gesù, prudentemente, in quelle ore si nasconde da essi (Gv 12,36).
Ritorna a Betania. È mercoledì sera, siamo già nel 13 nisan. I Vangeli sinottici sono concordi: «sapete che tra due giorni è la Pasqua» (Mt 26,2 e Mc 14,1) con Luca a specificare che si avvicinavano gli azzimi e la Pasqua (gli azzimi sono dal 14 nisan, quando si inizia a ripulire la casa da ogni traccia di pane lievitato). La cronologia sinottica è allineata a quella giovannea. Questa è la giornata in cui prende corpo la cospirazione, con il tradimento di Giuda (Mt 26,3-5; Mc 14,1-2; Lc 22,2) con l’ipocrita attenzione a non rovinare la festa, per paura del popolo.
È evidente qui la giustezza della doverosa presa di posizione di Benedetto XVI, nel suo recente libro, per separare chiaramente le responsabilità dei “capi” da quelle del “popolo” ebraico. Proprio per evitare le ire del popolo, i capi agirono clandestinamente, con un arresto ed un processo notturno, ed una tragica comparsata davanti a Pilato, inizialmente seccato per l’orario e per i modi: dato che per non contaminarsi i sinedriti non potevano entrare da Pilato, a lui toccava scomodarsi ed uscire (Gv 18,28-29). Gesù stesso fa notare agli accusatori che c’è distanza tra i “capi” ed il “popolo”: all’arresto fa presente che non è stato preso quando insegnava nel tempio alla luce del sole ed è stato invece arrestato come un malfattore, condotto in catene, nel cuore della notte.
Torniamo al 13 nisan. Gesù è a ancora Betania: nella serata di mercoledì mangia a casa di Simone il lebbroso (Mt 26,6 e Mc 14,3). Di nuovo urta lo “spreco” di soldi per onorare Gesù. Tutto lascia presumere che è la seconda volta in quattro giorni; probabilmente l’autrice del gesto potrebbe essere ancora la stessa donna. Si ripetono i mormorii, di chi non accetta la diseconomia, forse non soltanto da parte di Giuda; ma per lui in particolare questa volta è troppo: va dai sommi sacerdoti e concorda un prezzo per il tradimento, tra l’altro di gran lunga inferiore a quello dell’olio profumato. È il prezzo necessario per indennizzare il padrone in caso di morte accidentale causata ad un suo schiavo (Mt 26,14-16; Mc 14,10-11). La mattina dopo è giovedì. A sera inizia il 14 nisan.
È certo che il libro della Sapienza fu scritto qualche decennio prima di questi fatti: leggendone il capitolo 2, in particolare dal versetto 13 al 20, ci si possono fare davvero tante domande. E pregare.

(Fonte: Ruggero Sangalli, Labussolaquotidiana.it, 16 aprile 2011)


Avete sentito l'ultima di Odifreddi?

Sul suo seguitissimo blog ospitato dal sito di «Repubblica», Piergiorgio Odifreddi ha comparato la figura del fondatore di facebook a quella del fondatore del cristianesimo. Sproloquiando per l’ennesima volta su Gesù e sul cristianesimo, il matematico di Cuneo ha fatto l’ennesimo buco nell’acqua. Mi limito solo alla discussione di alcune sue tesi.
Per Odifreddi, «sembra che Gesù non avesse un gran senso dello humour: secondo san Giovanni Crisostomo, piangeva spesso, ma non rise mai».
Ora, se è vero che nei vangeli il verbo ridere non viene mai a lui riferito esplicitamente, nondimeno in questi testi ci sono altri verbi, che designano azioni di Gesù, che possono benissimo indicare implicitamente anche il suo ridere, come ha illustrato di recente Gianfranco Ravasi.
Ed Helmut Gollwitzer, in La gioia di Dio, si è concentrato sul vangelo di Luca rilevandovi la frequente presenza di verbi relativi alla gioia ed all’esultanza, anche di Gesù. Di certo egli interveniva alle feste (si pensi alle nozze di Cana) e, in generale, apprezzava il mangiare ed il bere, tanto che anche per questo motivo veniva stigmatizzato dai moralisti di quell’epoca: «È venuto il Figlio dell’uomo che mangia e beve e dicono: “Ecco un mangione e un beone, amico di pubblicani e di peccatori”» (Mt 11,19).
Che poi l’iconografia e la filmografia abbiano frequentemente rappresentato un Gesù sempre severo e ieratico (una lodevole eccezione è una splendida scena di The Passion di Mel Gibson, in cui il giovane Gesù e sua madre scherzano e ridono), non deve far cadere nel riduzionismo odifreddiano.
Veniamo a Giovanni Crisostomo e ad altri teologi che hanno negato la possibilità del riso di Gesù: essi hanno dimenticato che Cristo ha assunto tutto della condizione umana ad eccezione del peccato, cosicché l’unione delle due nature, umana e divina, ha sicuramente comportato la presenza del riso, dello humor e del buonumore nella vita terrena di Gesù, dato che, per dirla con Aristotele, l’uomo è l’unico vivente mortale che ride.
Naturalmente, questo argomento teologico non può valere per Odifreddi; che però appoggia la sua tesi all’autorità del Crisostomo, invece che ad un’analisi critica dei testi evangelici, proprio lui che accusa i cristiani di essere cretini (ha scritto che il cristianesimo è «una religione per letterali cretini […] indegno della razionalità e dell’intelligenza dell’uomo») perché non critici e sottomessi all’autorità.
Veniamo a un’altra tesi di Odifreddi: «la religione dei Vangeli ci mise secoli per attecchire nel mondo occidentale, mentre quella di Facebook ha avuto presa istantanea. In sette anni esatti, dalla sua consacrazione nel febbraio 2004, ha già conquistato seicento milioni di utenti: cioè, più di metà dei cattolici che la Chiesa può vantare nell’intero mondo, dopo due millenni di indaffarata predicazione. Io non so chi se ne andrà prima: se i Vangeli o Facebook».
Qui il pensiero di Odifreddi è piuttosto risibile (tanto per tornare al tema di prima e per dimostrargli che almeno il cattolico che qui scrive riesce a ridere). Intanto, è evidente che l’iscrizione a Facebook è facilissima e si fa in pochi minuti, non richiede alcun impegno di vita (che poi uno viva attaccato a questo social network è un altro discorso), mentre l’adesione alla vita cristiana, che pur è fonte di gioia, implica anche impegni faticosi e talvolta difficili da onorare.
Inoltre Facebook non comporta, di per sé, alcun cambiamento delle proprie convinzioni profonde, non richiede di andare contro la mentalità corrente, non implica (come invece a volte succede a chi si converte) l’ostilità dei propri amici, né la condanna da parte dei propri genitori, e men che meno il martirio, laddove invece oggigiorno il 75 % degli episodi di violenza e di discriminazione contro gruppi religiosi vede i cristiani come vittime. Si può dire lo stesso per gli iscritti a Facebook? L'iscrizione a Facebook può del resto restare in sonno (a volte succede) e non essere seguita dal suo uso, mentre l’adesione al cristianesimo richiede una dedizione per tutta la vita.
In più il cristianesimo è vittima di una bimillenaria e quotidiana mistificazione, di accuse e critiche di innumerevoli Odifreddi (mentre contro facebook ci sono solo alcune voci isolate) e l’attacco sistematico si avvale oggigiorno di mezzi planetari di mistificazione di massa. Che poi, per i motivi appena esposti e per altri, il numero dei credenti possa diventare esiguo nel mondo, il cristianesimo l’ha sempre messo in conto come possibilità prevista dal vangelo: «quando il Figlio dell'uomo tornerà, troverà ancora fede sulla terra?» (Lc, 18,8).
Tuttavia, spiace di dover deludere certi avvoltoi, ma, nonostante tutto, nonostante le martellanti campagne mediatiche e l’alimentazione degli scandali, spesso gonfiati, quei credenti in Cristo che sono i cattolici dal 2000 stanno aumentando e dal 2008 al 2009 (anno a cui si riferiscono gli ultimi dati) sono cresciuti di quindici milioni, corrispondenti ad un aumento del 1,3 %, arrivando così a quota un miliardo e 181 milioni. A volte si tratta di bambini piccoli che vengono battezzati, e che ovviamente poi possono rinnegare il battesimo. Ma in diversi luoghi questi battesimi riguardano anche gli adulti. Soprattutto – questo è il dato che più conta perché riguarda solo adulti consapevoli –, nonostante il leitmotiv planetario della pedofilia nella Chiesa, Odifreddi sappia che il numero dei sacerdoti cattolici è cresciuto dell’1,34 %, passando da 405mila a 410mila.
Per Odifreddi, ancora, il Vangelo «racconta un sacco di storie esagerate o inventate» e la figura di Gesù è quella di «predicatore […] invasato e pedante». Ora, quanto alla storie esagerate, nei vangeli colpisce piuttosto la sobrietà, talvolta persino scarna, con cui gli autori, con lo stile di un cronista, riferiscono fatti che potrebbero essere al contrario molto carichi di grande enfasi, per esempio i miracoli. Anche chi pregiudizialmente esclude la possibilità di questi ultimi dovrebbe riconoscere questa sobrietà.
Che nei Vangeli ci siano storie inventate lo sostengono da due millenni i suoi oppositori, ma ci sono fior di libri sulla credibilità dei vangeli, per esempio, e limitandoci solo al panorama italiano, i lavori di Vittorio Messori, Andrea Tornielli, Marta Sordi, Ilaria Ramelli e tanti altri. Che poi Gesù fosse invasato, il che vuol dire «ossessivamente dominato da una grave eccitazione» (Devoto Oli) è una deduzione di Odifreddi, che si picca di fare anche lo psicologo e di saper tracciare un profilo psicologico di Gesù.
Odifreddi lo trova anche pedante, che vuol dire «persona che rivela un’insistente, noiosa e spesso inintelligente meticolosità» (sempre per il Devoto Oli). Ma che il Gesù dei vangeli risulti inintelligente è smentito clamorosamente da alcuni episodi: per esempio la disputa da fanciullo coi dottori della legge, oppure le acutissime risposte ai tranelli che gli furono tesi sul tributo a Cesare e sulla lapidazione dell’adultera.
Infine, a Odifreddi Gesù risulta noioso: eppure questa figura ha affascinato o perlomeno ha attirato l’interesse di quasi tutti gli esseri umani che ne hanno sentito parlare, anche di moltissimi non cristiani, anche di molti atei, per esempio Nietzsche, che ha provato verso Gesù non già indifferenza bensì molto odio e talvolta anche molta ammirazione, tanto da definirlo «L’uomo più nobile» (in Umano, troppo umano, I, § 475). Tutti cretini anche questi atei? Cretino anche Nietzsche? È proprio così noioso sentire parlare di vita eterna, di bene e di male, di felicità, di amore, di significato della vita, della possibile fecondità della sofferenza? Certo, a Odifreddi interessano di più gli articoli di cui è autore; ma il pedante risulta essere proprio lui, che noiosamente ripete le sue litanie anticristiane come un disco rotto.

(Fonte: Giacomo Samek Lodovici, Labussola quotidiana.it, 2 marzo 2011)