lunedì 17 marzo 2014

Il papa emerito prega, ma anche consiglia. Ecco come

Nella sua ultima intervista, quella data al "Corriere della Sera", papa Francesco ha rivelato di aver concordato assieme a Joseph Ratzinger un ruolo attivo per il "papa emerito", senza precedenti nella storia della Chiesa: «Il papa emerito non è una statua in un museo. È una istituzione. Non eravamo abituati. Sessanta o settant’anni fa, il vescovo emerito non esisteva. Venne dopo il Concilio. Oggi è un’istituzione. La stessa cosa deve accadere per il papa emerito. Benedetto è il primo e forse ce ne saranno altri. Non lo sappiamo. Lui è discreto, umile, non vuole disturbare. Ne abbiamo parlato e abbiamo deciso insieme che sarebbe stato meglio che vedesse gente, uscisse e partecipasse alla vita della Chiesa. […] Qualcuno avrebbe voluto che si ritirasse in una abbazia benedettina lontano dal Vaticano. Io ho pensato ai nonni che con la loro sapienza, i loro consigli danno forza alla famiglia e non meritano di finire in una casa di riposo».
Detto e fatto. Pochi giorni dopo è uscito un libro con uno scritto inedito di Benedetto XVI. E non si tratta di un testo qualsiasi. Ma di un giudizio che il penultimo dei papi – regnante il suo successore – pronuncia sul suo predecessore Giovanni Paolo II. Un vero e proprio giudizio pubblico non solo sulla persona, ma sulle linee portanti di quel memorabile pontificato.
Con sottolineature che non possono non essere messe a confronto con la situazione attuale della Chiesa.
Alcuni media, nel dar notizia di questo scritto del "papa emerito", hanno messo in evidenza il passaggio nel quale egli racconta come nella prima fase del pontificato di Karol Wojtyla si affrontò la questione della teologia della liberazione.
Ma di passaggi significativi ve ne sono anche altri. In particolare due.
Il primo è là dove Benedetto XVI dice quali sono state a suo giudizio le encicliche più importanti di Giovanni Paolo II.
Su quattordici encicliche, egli indica le seguenti:
- la "Redemptor hominis" del 1979, in cui papa Wojtyla "offre la sua personale sintesi della fede cristiana", che oggi "può essere di grande aiuto a tutti quelli che sono in ricerca";
- la "Redemptoris missio" del 1987, che "mette in risalto l'importanza permanente del compito missionario della Chiesa";
- la "Evangelium vitae" del 1995, che "sviluppa uno dei temi fondamentali dell'intero pontificato di Giovanni Paolo II: la dignità intangibile della vita umana, sia dal primo istante del concepimento";
- la "Fides et ratio" del 1998, che "offre una nuova visione del rapporto tra fede cristiana e ragione filosofica".
Ma a queste quattro encicliche, richiamate in poche righe ciascuna, Benedetto XVI ne aggiunge a sorpresa un'altra, alla quale dedica una pagina intera, riprodotta più sotto.
È la "Veritatis splendor" del 1993, sui fondamenti della morale. L'enciclica forse più trascurata e inapplicata tra tutte quelle di Giovanni Paolo II, ma che Ratzinger dice doveroso studiare e assimilare oggi.
Un secondo passaggio significativo è quello in cui Benedetto XVI parla della dichiarazione "Dominus Iesus" del 2000.
La "Dominus Iesus" – scrive Ratzinger – "riassume gli elementi irrinunciabili della fede cattolica". Eppure è stato il documento più contestato di quel pontificato, dentro e fuori la Chiesa cattolica.
Per diminuirne l'autorità, gli oppositori usavano attribuire la paternità della "Dominus Jesus" al solo prefetto della congregazione per la dottrina della fede, senza una reale approvazione da parte del papa.
Ebbene, è proprio la piena concordia tra lui e Giovanni Paolo II nel pubblicare la "Dominus Iesus" che il "papa emerito" oggi rivendica. Rivelando l'inedito retroscena che si può leggere più sotto.
Di papa Wojtyla, Benedetto XVI ammira "il coraggio con il quale assolse il suo compito in un tempo veramente difficile".
E aggiunge: «Giovanni Paolo II non chiedeva applausi, né si è mai guardato intorno preoccupato di come le sue decisioni sarebbero state accolte. Egli ha agito a partire dalla sua fede e dalle sue convinzioni ed era pronto anche a subire dei colpi. Il coraggio della verità è ai miei occhi un criterio di prim'ordine della santità».
Un giudizio, questo, molto simile a quello espresso già su Paolo VI dallo stesso Ratzinger, nell'omelia funebre da lui pronunciata il 10 agosto 1978 come arcivescovo di Monaco: «Un papa che oggi non subisse critiche fallirebbe il suo compito dinanzi a questo tempo. Paolo VI ha resistito alla telecrazia e alla demoscopia, le due potenze dittatoriali del presente. Ha potuto farlo perché non prendeva come parametro il successo e l’approvazione, bensì la coscienza, che si misura sulla verità, sulla fede. È per questo che in molte occasioni ha cercato il compromesso: la fede lascia molto di aperto, offre un ampio spettro di decisioni, impone come parametro l’amore, che si sente in obbligo verso il tutto e quindi impone molto rispetto. È per questo che ha potuto essere inflessibile e deciso quando la posta in gioco era la tradizione essenziale della Chiesa. In lui questa durezza non derivava dall’insensibilità di colui il cui cammino viene dettato dal piacere del potere e dal disprezzo delle persone, ma dalla profondità della fede, che lo ha reso capace di sopportare le opposizioni».
Ecco dunque qui di seguito i due passaggi del testo di Benedetto XVI sopra menzionati:
SULLA "VERITATIS SPLENDOR":
L'enciclica sui problemi morali "Veritatis splendor" ha avuto bisogno di lunghi anni di maturazione e rimane di immutata attualità.
La costituzione del Vaticano II sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, di contro all'orientamento all'epoca prevalentemente giusnaturalistico della teologia morale, voleva che la dottrina morale cattolica sulla figura di Gesù e il suo messaggio avesse un fondamento biblico.
Questo fu tentato attraverso degli accenni solo per un breve periodo. Poi andò affermandosi l'opinione che la Bibbia non avesse alcuna morale propria da annunciare, ma che rimandasse ai modelli morali di volta in volta validi. La morale è questione di ragione, si diceva, non di fede.
Scomparve così, da una parte, la morale intesa in senso giusnaturalistico, ma al suo posto non venne affermata alcuna concezione cristiana. E siccome non si poteva riconoscere né un fondamento metafisico né uno cristologico della morale, si ricorse a soluzioni pragmatiche: a una morale fondata sul principio del bilanciamento di beni, nella quale non esiste più quel che è veramente male e quel che è veramente bene, ma solo quello che, dal punto di vista dell'efficacia, è meglio o peggio.
Il grande compito che Giovanni Paolo II si diede in quell'enciclica fu di rintracciare nuovamente un fondamento metafisico nell'antropologia, come anche una concretizzazione cristiana nella nuova immagine di uomo della Sacra Scrittura.
Studiare e assimilare questa enciclica rimane un grande e importante dovere.
SULLA "DOMINUS JESUS:
Tra i documenti su vari aspetti dell'ecumenismo, quello che suscitò le maggiori reazioni fu la dichiarazione "Dominus Iesus" del 2000, che riassume gli elementi irrinunciabili della fede cattolica. […]
A fronte del turbine che si era sviluppato intorno alla "Dominus Iesus", Giovanni Paolo II mi disse che all'Angelus intendeva difendere inequivocabilmente il documento.
Mi invitò a scrivere un testo per l'Angelus che fosse, per così dire, a tenuta stagna e non consentisse alcuna interpretazione diversa. Doveva emergere in modo del tutto inequivocabile che egli approvava il documento incondizionatamente.
Preparai dunque un breve discorso; non intendevo, però, essere troppo brusco e così cercai di esprimermi con chiarezza ma senza durezza. Dopo averlo letto, il papa mi chiese ancora una volta: "È veramente chiaro a sufficienza?". Io risposi di sì.
Chi conosce i teologi non si stupirà del fatto che, ciononostante, in seguito ci fu chi sostenne che il papa aveva prudentemente preso le distanze da quel testo.

(Fonte: Sandro Magister, www.chiesa, 17 marzo 2014)

Card. Caffarra: «L’indissolubilità del matrimonio è un dono non una norma»

Due settimane dopo il concistoro sulla famiglia, il cardinale arcivescovo di Bologna, Carlo Caffarra, affronta in una intervista con il Foglio i temi all’ordine del giorno del Sinodo straordinario del prossimo ottobre e di quello ordinario del 2015: matrimonio, famiglia, dottrina dell’Humanae Vitae, penitenza:
D. La “Familiaris Consortio” di Giovanni Paolo II è al centro di un fuoco incrociato. Da una parte si dice che è il fondamento del Vangelo della famiglia, dall’altra che è un testo superato. È pensabile un suo aggiornamento?
Se si parla del gender e del cosiddetto matrimonio omosessuale, è vero che al tempo della Familiaris Consortio non se ne parlava. Ma di tutti gli altri problemi, soprattutto dei divorziati-risposati, se ne è parlato lungamente. Di questo sono un testimone diretto, perché ero uno dei consultori del Sinodo del 1980.
Dire che la Familiaris Consortio è nata in un contesto storico completamente diverso da quello di oggi, non è vero. Fatta questa precisazione, dico che prima di tutto la Familiaris Consortio ci ha insegnato un metodo con cui si deve affrontare le questioni del matrimonio e della famiglia. Usando questo metodo è giunta a una dottrina che resta un punto di riferimento ineliminabile. Quale metodo? Quando a Gesù fu chiesto a quali condizioni era lecito il divorzio della liceità come tale non si discuteva a quel tempo, Gesù non entra nella problematica casuistica da cui nasceva la domanda, ma indica in quale direzione si doveva guardare per capire che cosa è il matrimonio e di conseguenza quale è la verità dell’indissolubilità matrimoniale. Era come se Gesù dicesse: “Guardate che voi dovete uscire da questa logica casuistica e guardare in un’altra direzione, quella del Principio”. Cioè: dovete guardare là dove l’uomo e la donna vengono all’esistenza nella verità piena del loro essere uomo e donna chiamati a diventare una sola carne. In una catechesi, Giovanni Paolo II dice: “Sorge allora cioè quando l’uomo è posto per la prima volta di fronte alla donna la persona umana nella dimensione del dono reciproco la cui espressione (che è l’espressione anche della sua esistenza come persona) è il corpo umano in tutta la verità originaria della sua mascolinità e femminilità”. Questo è il metodo della Familiaris Consortio.
D. Qual è il significato più profondo e attuale della “Familiaris Consortio”?
“Per avere occhi capaci di guardare dentro la luce del Principio”, la Familiaris Consortio afferma che la Chiesa ha un soprannaturale senso della fede, il quale non consiste solamente o necessariamente nel consenso dei fedeli. La Chiesa, seguendo Cristo, cerca la verità, che non sempre coincide con l’opinione della maggioranza. Ascolta la coscienza e non il potere. E in questo difende i poveri e i disprezzati. La Chiesa può apprezzare anche la ricerca sociologica e statistica, quando si rivela utile per cogliere il contesto storico. Tale ricerca per sé sola, però, non è da ritenersi espressione del senso della fede (FC 5). Ho parlato di verità del matrimonio. Vorrei precisare che questa espressione non denota una norma ideale del matrimonio. Denota ciò che Dio con il suo atto creativo ha inscritto nella persona dell’uomo e della donna. Cristo dice che prima di considerare i casi, bisogna sapere di che cosa stiamo parlando. Non stiamo parlando di una norma che ammette o non eccezioni, di un ideale a cui tendere. Stiamo parlando di ciò che sono il matrimonio e la famiglia. Attraverso questo metodo la Familiaris Consortio, individua che cosa è il matrimonio e la famiglia e quale è il suo genoma: uso l’espressione del sociologo Donati, che non è un genoma naturale, ma sociale e comunionale. È dentro questa prospettiva che l’Esortazione individua il senso più profondo della indissolubilità matrimoniale (cfr. FC 20). La Familiaris Consortio quindi ha rappresentato uno sviluppo dottrinale grandioso, reso possibile anche dal ciclo di catechesi di Giovanni Paolo II sull’amore umano. Nella prima di queste catechesi, il 3 settembre 1979, Giovanni Paolo II dice che intende accompagnare come da lontano i lavori preparatori del Sinodo che si sarebbe tenuto l’anno successivo. Non l’ha fatto affrontando direttamente temi dell’assise sinodale, ma dirigendo l’attenzione alle radici profonde. È come se avesse detto, Io Giovanni Paolo II voglio aiutare i padri sinodali. Come li aiuto? Portandoli alla radice delle questioni. È da questo ritorno alle radici che nasce la grande dottrina sul matrimonio e la famiglia data alla Chiesa dalla Familiaris Consortio. E non ha ignorato i problemi concreti. Ha parlato anche del divorzio, delle libere convivenze, del problema dell’ammissione dei divorziati-risposati all’Eucaristia. L’immagine quindi di una Familiaris Consortio che appartiene al passato; che non ha più nulla da dire al presente, è caricaturale. Oppure è una considerazione fatta da persone che non l’hanno letta.

D. Molte conferenze episcopali hanno sottolineato che dalle risposte ai questionari in preparazione dei prossimi due Sinodi, emerge che la dottrina della “Humanae Vitae” crea ormai solo confusione. È così, o è stato un testo profetico?
Il 28 giugno 1978, poco più di un mese prima di morire, Paolo VI diceva: «Della Humanae Vitae, ringrazierete Dio e me». Dopo ormai quarantasei anni, vediamo sinteticamente cosa è accaduto all’istituto matrimoniale e ci renderemo conto di come è stato profetico quel documento. Negando la connessione inscindibile tra la sessualità coniugale e la procreazione, cioè negando l’insegnamento della Humanae Vitae, si è aperta la strada alla reciproca sconnessione fra la procreazione e la sessualità coniugale: from sex without babies to babies without sex. Si è andata oscurandosi progressivamente la fondazione della procreazione umana sul terreno dell’amore coniugale, e si è gradualmente costruita l’ideologia che chiunque può avere un figlio. Il single uomo o donna, l’omosessuale, magari surrogando la maternità. Quindi coerentemente si è passati dall’idea del figlio atteso come un dono al figlio programmato come un diritto: si dice che esiste il diritto ad avere un figlio. Si pensi alla recente sentenza del tribunale di Milano che ha affermato il diritto alla genitorialità, come dire il diritto ad avere una persona. Questo è incredibile. Io ho il diritto ad avere delle cose, non le persone. Si è andati progressivamente costruendo un codice simbolico, sia etico sia giuridico, che relega ormai la famiglia e il matrimonio nella pura affettività privata, indifferente agli effetti sulla vita sociale. Non c’è dubbio che quando l’Humanae Vitae è stata pubblicata, l’antropologia che la sosteneva era molto fragile e non era assente un certo biologismo nell’argomentazione. Il magistero di Giovanni Paolo II ha avuto il grande merito di costruire un’antropologia adeguata a base dell’Humanae Vitae. La domanda che bisogna porsi non è se l’Humanae Vitae sia applicabile oggi e in che misura, o se invece è fonte di confusione. A mio giudizio, la vera domanda da fare è un’altra.
D. Quale? L’Humanae Vitae dice la verità circa il bene insito nella relazione coniugale? Dice la verità circa il bene che è presente nell’unione delle persone dei due coniugi nell’atto sessuale?
Infatti, l’essenza delle proposizioni normative della morale e del diritto si trova nella verità del bene che in esse è oggettivata. Se non ci si mette in questa prospettiva, si cade nella casuistica dei farisei. E non se ne esce più, perché ci si infila in un vicolo alla fine del quale si è costretti a scegliere tra la norma morale e la persona. Se si salva l’una, non si salva l’altra. La domanda del pastore è dunque la seguente: come posso guidare i coniugi a vivere il loro amore coniugale nella verità? Il problema non è di verificare se i coniugi si trovano in una situazione che li esime da una norma, ma, qual è il bene del rapporto coniugale. Qual è la sua verità intima. Mi stupisce che qualcuno dica che l’Humanae Vitae crea confusione. Che vuol dire? Ma conoscono la fondazione che dell’Humanae Vitae ha fatto Giovanni Paolo II? Aggiungo una considerazione. Mi meraviglia profondamente il fatto che, in questo dibattito, anche eminentissimi cardinali non tengano in conto le centotrentaquattro catechesi sull’amore umano. Mai nessun Papa aveva parlato tanto di questo. Quel Magistero è disatteso, come se non esistesse. Crea confusione? Ma chi afferma questo è al corrente di quanto si è fatto sul piano scientifico a base di una naturale regolazione dei concepimenti? È al corrente di innumerevoli coppie che nel mondo vivono con gioia la verità di Humanae Vitae? Anche il cardinale Kasper sottolinea che ci sono grandi aspettative nella Chiesa in vista del Sinodo e che si corre il rischio di una pessima delusione se queste fossero disattese. Un rischio concreto, a suo giudizio? Non sono un profeta né sono figlio di profeti. Accade un evento mirabile.
Quando il pastore non predica opinioni sue o del mondo, ma il Vangelo del matrimonio, le sue parole colpiscono le orecchie degli uditori, ma nel loro cuore entra in azione lo Spirito Santo che lo apre alle parole del pastore. Mi domando poi delle attese di chi stiamo parlando. Una grande rete televisiva statunitense ha compiuto un’inchiesta su comunità cattoliche sparse in tutto il mondo. Essa fotografa una realtà molto diversa dalle risposte al questionario registrate in Germania, Svizzera e Austria. Un solo esempio. Il 75 per cento della maggior parte dei paesi africani è contrario all’ammissione dei divorziati risposati all’Eucaristia. Ripeto ancora: di quali attese stiamo parlando? Di quelle dell’Occidente? È dunque l’Occidente il paradigma fondamentale in base al quale la Chiesa deve annunciare? Siamo ancora a questo punto? Andiamo ad ascoltare un po’ anche i poveri. Sono molto perplesso e pensoso quando si dice che o si va in una certa direzione altrimenti sarebbe stato meglio non fare il Sinodo. Quale direzione? La direzione che, si dice, hanno indicato le comunità mitteleuropee? E perché non la direzione indicata dalle comunità africane?
D. Il cardinale Müller ha detto che è deprecabile che i cattolici non conoscano la dottrina della Chiesa e che questa mancanza non può giustificare l’esigenza di adeguare l’insegnamento cattolico allo spirito del tempo. Manca una pastorale familiare?
È mancata. È una gravissima responsabilità di noi pastori ridurre tutto ai corsi prematrimoniali. E l’educazione all’affettività degli adolescenti, dei giovani? Quale pastore d’anime parla ancora di castità? Un silenzio pressoché totale, da anni, per quanto mi risulta. Guardiamo all’accompagnamento delle giovani coppie: chiediamoci se abbiamo annunciato veramente il Vangelo del matrimonio, se l’abbiamo annunciato come ha chiesto Gesù. E poi, perché non ci domandiamo perché i giovani non si sposano più? Non è sempre per ragioni economiche, come solitamente si dice. Parlo della situazione dell’Occidente. Se si fa un confronto tra i giovani che si sposavano fino a trent’anni fa e oggi, le difficoltà che avevano trenta o quarant’anni fa non erano minori rispetto a oggi. Ma quelli costruivano un progetto, avevano una speranza. Oggi hanno paura e il futuro fa paura; ma se c’è una scelta che esige speranza nel futuro, è la scelta di sposarsi. Sono questi gli interrogativi fondamentali, oggi. Ho l’impressione che se Gesù si presentasse all’improvviso a un convegno di preti, vescovi e cardinali che stanno discutendo di tutti i gravi problemi del matrimonio e della famiglia, e gli chiedessero come fecero i farisei: “Maestro, ma il matrimonio è dissolubile o indissolubile? O ci sono dei casi, dopo una debita penitenza…?”.Gesù cosa risponderebbe? Penso la stessa risposta data ai farisei: “Guardate al Principio”. Il fatto è che ora si vogliono guarire dei sintomi senza affrontare seriamente la malattia. Il Sinodo quindi non potrà evitare di prendere posizione di fronte a questo dilemma: il modo in cui s’è andata evolvendo la morfogenesi del matrimonio e della famiglia è positivo per le persone, per le loro relazioni e per la società, o invece costituisce un decadimento delle persone, delle loro relazioni, che può avere effetti devastanti sull’intera civiltà? Questa domanda il Sinodo non la può evitare. La Chiesa non può considerare che questi fatti (giovani che non si sposano, libere convivenze in aumento esponenziale, introduzione del c.d. matrimonio omosessuale negli ordinamenti giuridici, e altro ancora) siano derive storiche, processi storici di cui essa deve prendere atto e dunque sostanzialmente adeguarsi. No. Giovanni Paolo II scriveva nella Bottega dell’Orefice che “creare qualcosa che rispecchi l’essere e l’amore assoluto è forse la cosa più straordinaria che esista. Ma si campa senza rendersene conto”. Anche la Chiesa, dunque, deve smettere di farci sentire il respiro dell’eternità dentro all’amore umano? Deus avertat!
D. Si parla della possibilità di riammettere all’Eucaristia i divorziati risposati. Una delle soluzioni proposte dal cardinale Kasper ha a che fare con un periodo di penitenza che porti al pieno riaccostamento. È una necessità ormai ineludibile o è un adeguamento dell’insegnamento cristiano a seconda delle circostanze?
Chi fa questa ipotesi, almeno finora non ha risposto a una domanda molto semplice: che ne è del primo matrimonio rato e consumato? Se la Chiesa ammette all’Eucarestia, deve dare comunque un giudizio di legittimità alla seconda unione. È logico. Ma allora – come chiedevo – che ne è del primo matrimonio? Il secondo, si dice, non può essere un vero secondo matrimonio, visto che la bigamia è contro la parola del Signore. E il primo? È sciolto? Ma i papi hanno sempre insegnato che la potestà del Papa non arriva a questo: sul matrimonio rato e consumato il Papa non ha nessun potere. La soluzione prospettata porta a pensare che resta il primo matrimonio, ma c’è anche una seconda forma di convivenza che la Chiesa legittima. Quindi, c’è un esercizio della sessualità umana extraconiugale che la Chiesa considera legittima. Ma con questo si nega la colonna portante della dottrina della Chiesa sulla sessualità. A questo punto uno potrebbe domandarsi: e perché non si approvano le libere convivenze? E perché non i rapporti tra gli omosessuali? La domanda di fondo è dunque semplice: che ne è del primo matrimonio? Ma nessuno risponde. Giovanni Paolo II diceva nel 2000 in un’allocuzione alla Rota che “emerge con chiarezza che la non estensione della potestà del Romano Pontefice ai matrimoni rati e consumati, è insegnata dal Magistero della Chiesa come dottrina da tenersi definitivamente anche se essa non è stata dichiarata in forma solenne mediante atto definitorio”. La formula è tecnica, “dottrina da tenersi definitivamente” vuol dire che su questo non è più ammessa la discussione fra i teologi e il dubbio tra i fedeli.
D. Quindi non è questione solo di prassi, ma anche di dottrina?
Sì, qui si tocca la dottrina. Inevitabilmente. Si può anche dire che non lo si fa, ma lo si fa. Non solo. Si introduce una consuetudine che a lungo andare determina questa idea nel popolo non solo cristiano: non esiste nessun matrimonio assolutamente indissolubile. E questo è certamente contro la volontà del Signore. Non c’è dubbio alcuno su questo.
D. Non c’è però il rischio di guardare al sacramento solo come una sorta di barriera disciplinare e non come un mezzo di guarigione?
È vero che la grazia del sacramento è anche sanante, ma bisogna vedere in che senso. La grazia del matrimonio sana perché libera l’uomo e la donna dalla loro incapacità di amarsi per sempre con tutta la pienezza del loro essere. Questa è la medicina del matrimonio: la capacità di amarsi per sempre. Sanare significa questo, non che si fa stare un po’ meglio la persona che in realtà rimane ammalata, cioè costitutivamente ancora incapace di definitività. L’indissolubilità matrimoniale è un dono che viene fatto da Cristo all’uomo e alla donna che si sposano in lui. È un dono, non è prima di tutto una norma che viene imposta. Non è un ideale cui devono tendere. È un dono e Dio non si pente mai dei suoi doni. Non a caso Gesù, rispondendo ai farisei, fonda la sua risposta rivoluzionaria su un atto divino. ‘Ciò che Dio ha unito’, dice Gesù. E’ Dio che unisce, altrimenti la definitività resterebbe un desiderio che è sì naturale, ma impossibile a realizzarsi. Dio stesso dona compimento. L’ uomo può anche decidere di non usare di questa capacità di amare definitivamente e totalmente. La teologia cattolica ha poi concettualizzato questa visione di fede attraverso il concetto di vincolo coniugale. Il matrimonio, il segno sacramentale del matrimonio produce immediatamente tra i coniugi un vincolo che non dipende più dalla loro volontà, perché è un dono che Dio ha fatto loro. Queste cose ai giovani che oggi si sposano non vengono dette. E poi ci meravigliamo se succedono certe cose”.
D. Un dibattito molto appassionato si è articolato attorno al senso della misericordia. Che valore ha questa parola?
Prendiamo la pagina di Gesù e dell’adultera. Per la donna trovata in flagrante adulterio, la legge mosaica era chiara: doveva essere lapidata. I farisei infatti chiedono a Gesù cosa ne pensasse, con l’obiettivo di attirarlo dentro la loro prospettiva. Se avesse detto “lapidatela”, subito avrebbero detto “Ecco, lui che predica misericordia, che va a mangiare con i peccatori, quando è il momento dice anche lui di lapidarla”. Se avesse detto “non dovete lapidarla”, avrebbero detto “ecco a cosa porta la misericordia, a distruggere la legge e ogni vincolo giuridico e morale”. Questa è la tipica prospettiva della morale casuistica, che ti porta inevitabilmente in un vicolo alla fine del quale c’è il dilemma tra la persona e la legge. I farisei tentavano di portare in questo vicolo Gesù. Ma lui esce totalmente da questa prospettiva, e dice che l’adulterio è un grande male che distrugge la verità della persona umana che tradisce. E proprio perché è un grande male, Gesù, per toglierlo, non distrugge la persona che lo ha commesso, ma la guarisce da questo male e raccomanda di non incorrere in questo grande male che è l’adulterio. «Neanche io ti condanno, va e non peccare più». Questa è la misericordia di cui solo il Signore è capace. Questa è la misericordia che la Chiesa, di generazione in generazione, annuncia. La Chiesa deve dire che cosa è male. Ha ricevuto da Gesù il potere di guarire, ma alla stessa condizione. È verissimo che il perdono è sempre possibile: lo è per l’assassino, lo è anche per l’adultero. Era già una difficoltà che facevano i fedeli ad Agostino: si perdona l’omicidio, ma nonostante ciò la vittima non risorge. Perché non perdonare il divorzio, questo stato di vita, il nuovo matrimonio, anche se una “reviviscenza” del primo non è più possibile? La cosa è completamente diversa. Nell’omicidio si perdona una persona che ha odiato un’altra persona, e si chiede il pentimento su questo. La Chiesa in fondo si addolora non perché una vita fisica è terminata, bensì perché nel cuore dell’uomo c’è stato un tale odio da indurre perfino a sopprimere la vita fisica di una persona. Questo è il male, dice la Chiesa. Ti devi pentire di questo e ti perdonerò. Nel caso del divorziato risposato, la Chiesa dice: “Questo è il male: il rifiuto del dono di Dio, la volontà di spezzare il vincolo messo in atto dal Signore stesso”. La Chiesa perdona, ma a condizione che ci sia il pentimento. Ma il pentimento in questo caso significa tornare al primo matrimonio. Non è serio dire: sono pentito ma resto nello stesso stato che costituisce la rottura del vincolo, della quale mi pento. Spesso – si dice – non è possibile. Ci sono tante circostanze, certo, ma allora in queste condizioni quella persona è in uno stato di vita oggettivamente contrario al dono di Dio. La Familiaris Consortio lo dice esplicitamente. La ragione per cui la Chiesa non ammette i divorziati-risposati all’Eucaristia non è perché la Chiesa presuma che tutti coloro che vivono in queste condizioni siano in peccato mortale. La condizione soggettiva di queste persone la conosce il Signore, che guarda nella profondità del cuore. Lo dice anche San Paolo: “Non vogliate giudicare prima del tempo”. Ma perché – ed è scritto sempre nella Familiaris Consortio – “il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quella unione di amore fra Cristo e la Chiesa significata e attuata dall’Eucaristia” (FC 84). La misericordia della Chiesa è quella di Gesù, quella che dice che è stata deturpata la dignità di sposo, il rifiuto del dono di Dio. La misericordia non dice: “Pazienza, vediamo di rimediare come possiamo”. Questa è la tolleranza essenzialmente diversa dalla misericordia. La tolleranza lascia le cose come sono per ragioni superiori. La misericordia è la potenza di Dio che toglie dallo stato di ingiustizia.
D. Non si tratta di accomodamento, dunque.
Non è un accomodamento, sarebbe indegno del Signore una cosa del genere. Per fare gli accomodamenti bastano gli uomini. Qui si tratta di rigenerare una persona umana, e di questo è capace solo Dio e in suo nome la Chiesa. San Tommaso dice che la giustificazione di un peccatore è un’opera più grande che la creazione dell’universo. Quando viene giustificato un peccatore, accade qualcosa che è più grande di tutto l’universo. Un atto che magari avviene in un confessionale, attraverso un sacerdote umile, povero. Ma lì si compie un atto più grande della creazione del mondo. Non dobbiamo ridurre la misericordia ad accomodamenti, o confonderla con la tolleranza. Questo è ingiusto verso l’opera del Signore.
D. Uno degli assunti più citati da chi auspica un’apertura della Chiesa alle persone che vivono in situazioni considerate irregolari è che la fede è una ma i modi per applicarla alle circostanze particolari devono essere adeguati ai tempi, come la Chiesa ha sempre fatto. Lei che ne pensa?
La Chiesa può limitarsi ad andare là dove la portano i processi storici come fossero derive naturali? Consiste in questo annunciare il Vangelo? Io non lo credo, perché altrimenti mi chiedo come si faccia a salvare l’uomo. Le racconto un episodio. Una sposa ancora giovane, abbandonata dal marito, mi ha detto che vive nella castità ma fa una fatica terribile. Perché, dice, “non sono una suora, ma una donna normale”. Ma mi ha detto che non potrebbe vivere senza Eucaristia. E quindi anche il peso della castità diventa leggero, perché pensa all’Eucaristia. Un altro caso. Una signora con quattro figli è stata abbandonata dal marito dopo più di vent’anni di matrimonio. La signora mi dice che in quel momento ha capito che doveva amare il marito nella croce, “come Gesù ha fatto con me”. Perché non si parla di queste meraviglie della grazia di Dio? Queste due donne non si sono adeguate ai tempi? Certo che non si sono adeguate ai tempi. Resto, le assicuro, molto male nel prendere atto del silenzio, in queste settimane di discussione, sulla grandezza di spose e sposi che, abbandonati, restano fedeli. Ha ragione il professor Grygiel quando scrive che a Gesù non interessa molto cosa pensa la gente di lui. Interessa cosa pensano i suoi apostoli. Quanti parroci e vescovi potrebbero testimoniare episodi di fedeltà eroica. Dopo un paio d’anni che ero qui a Bologna, ho voluto incontrare i divorziati-risposati. Erano più di trecento coppie. Siamo stati assieme un’intera domenica pomeriggio. Alla fine, più d’uno m’ha detto di aver capito che la Chiesa è veramente madre quando impedisce di ricevere l’Eucaristia. Non potendo ricevere l’Eucaristia, comprendono quanto sia grande il matrimonio cristiano, e bello il Vangelo del matrimonio.
D. Sempre più spesso viene sollevato il tema del rapporto tra il confessore e il penitente, anche come possibile soluzione per venire incontro alla sofferenza di chi ha visto fallire il proprio progetto di vita. Qual è il suo pensiero?
La tradizione della Chiesa ha sempre distinto – distinto, non separato – il suo compito magisteriale dal ministero del confessore. Usando un’immagine, potremmo dire che ha sempre distinto il pulpito dal confessionale. Una distinzione che non vuol significare una doppiezza, bensì che la Chiesa dal pulpito, quando parla del matrimonio, testimonia una verità che non è prima di tutto una norma, un ideale verso cui tendere. A questo momento entra con amorevolezza il confessore, che dice al penitente: “Quanto hai sentito dal pulpito, è la tua verità, la quale ha a che fare con la tua libertà, ferita e fragile”. Il confessore conduce il penitente in cammino verso la pienezza del suo bene. Non è che il rapporto tra il pulpito e il confessionale sia il rapporto tra l’universale e il particolare. Questo lo pensano i casuisti, soprattutto nel Seicento. Davanti al dramma dell’uomo, il compito del confessore non è di far ricorso alla logica che sa passare dall’universale al singolare. Il dramma dell’ uomo non dimora nel passaggio dall’universale al singolare. Dimora nel rapporto tra la verità della sua persona e la sua libertà. Questo è il cuore del dramma umano, perché io con la mia libertà posso negare ciò che ho appena affermato con la mia ragione. Vedo il bene e lo approvo, e poi faccio il male. Il dramma è questo. Il confessore si pone dentro questo dramma, non al meccanismo universale-particolare. Se lo facesse inevitabilmente cadrebbe nell’ipocrisia e sarebbe portato a dire “va bene, questa è la legge universale, però siccome tu ti trovi in queste circostanze, non sei obbligato”. Inevitabilmente, si elaborerebbe una fattispecie ricorrendo la quale, la legge diventa eccepibile. Ipocritamente, dunque, il confessore avrebbe già promulgato un’altra legge accanto a quella predicata dal pulpito. Questa è ipocrisia! Guai se il confessore non ricordasse mai alla persona che si trova davanti che siamo in cammino. Si rischierebbe, in nome del Vangelo della misericordia, di vanificare il Vangelo dalla misericordia. Su questo punto Pascal ha visto giusto nelle sue Provinciali, per altri versi profondamente ingiuste. Alla fine l’uomo potrebbe convincersi che non è ammalato, e quindi non è bisognoso di Gesù Cristo. Uno dei miei maestri, il servo di Dio padre Cappello, grande professore di diritto canonico, diceva che quando si entra in confessionale non bisogna seguire la dottrina dei teologi, ma l’esempio dei santi.

(Fonte: Matteo Matzuzzi,Il Foglio, 16 marzo 2014)

 

Mons. Negri ricorda Mario Palmaro

Mario Palmaro ci ha lasciato, riempiendo il nostro cuore di tanta afflizione ma confermandoci nella certezza che il Signore sa quello che permette e che quindi quello che adesso ci appare ed è come una perdita irreparabile potrà avere il volto di una ulteriore prova di maturazione per la nostra fede e per la nostra azione missionaria. Mario infatti è stato un laico, un laico cattolico, che ha vissuto lo statuto battesimale con piena responsabilità e con totale dedizione alla vita della Chiesa e al bene del popolo. La sua straordinaria intelligenza, che gli consentiva di padroneggiare sia il contesto vivo della dottrina sociale della Chiesa e dei dogmi che ad essa si riferiscono, sia, d'altra parte, la capacità non comune di penetrare le questioni bioetiche su cui si gioca il presente e il futuro non soltanto della nostra Chiesa ma dell'intera società, lo hanno reso una presenza insostituibile nel cammino che la nostra Chiesa ha fatto in questi anni tormentati ma insieme carichi di tante promesse.
Non ha mai dubitato dell'intero dogma della Chiesa né ha scelto in esso quello che più immediatamente sentiva corrispondente alla sua formazione e alla sua sensibilità. Ha servito il dogma della Chiesa, la sua morale, la dottrina sociale, in maniera continuativa, sistematica, implacabile.
Onore alla sua vita piena di fede e piena di carità ecclesiale e onore anche a quella testimonianza in forza della quale ha saputo porre alcuni problemi gravi che la vita della Chiesa è chiamata ad affrontare nell'immediato e nel futuro.
A lui, che resterà nella storia della nostra cristianità come un laico, generoso e impegnato, capace di sacrificare tutto, anche gli interessi personali, financo la propria vita, perché fino agli ultimi giorni, nonostante la malattia che gli aveva irrimediabilmente minato le energie fisiche, ha saputo servire la Chiesa e la sua missione di evangelizzazione e di cultura in modo assolutamente impagabile.
Noi amiamo pensarlo ormai come protettore dal cielo di un cammino che ogni giorno ci si rivela più impegnativo ma inderogabile.


(Fonte: Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara, Cultura Cattolica, 15 marzo 2014)

 

Francesco a Benedetto: rileggi la mia intervista! E arrivano quattro pagine di note

Il Papa Emerito Benedetto XVI ha rivisto e commentato la intervista di Papa Francesco a “La Civiltà Cattolica” e ha scritto quattro pagine di commento. La rivelazione è stata fatta dall’arcivescovo Georg Gänswein in una intervista trasmessa in occasione del primo anno di pontificato di Bergoglio.
«Quando padre Spadaro ha consegnato la prima copia di questa intervista - dice il Prefetto della Casa pontificia e segretario di Benedetto XVI - Papa Francesco mi ha dato il fascicolo e mi ha detto di portarlo a Papa Benedetto. “Vede, la prima pagina dopo l’indice è vuota. Qui Papa Benedetto dovrebbe scrivere tutte le critiche che gli vengono in mente durante la lettura, e poi Lei me lo riporterà.” Quindi l’ho portato a Papa Benedetto e gli ho detto, “Papa Francesco dice che qui c’è una pagina vuota; Le chiede di scrivere qui tutte le Sue riflessioni, tutti i punti critici, tutti i suggerimenti, e poi io lo devo riportare a Papa Francesco.” Tre giorni dopo mi dice: “Qui abbiamo quattro pagine in una lettera” – naturalmente non scritte a mano, le aveva dettate a suor Birgit – “La prego di consegnarla a Papa Francesco”. Ha fatto i compiti a casa!» Del contenuto delle note l’arcivescovo non parla, ma aggiunge: «Quindi l’ha letta, e ha esaudito la richiesta del suo successore facendo alcune riflessioni e anche alcune osservazioni su determinate affermazioni o questioni, che riteneva che forse si potevano sviluppare ulteriormente in un’altra occasione. Naturalmente non vi dico su cosa».

(Fonte: Angela Ambrogetti, Korazym.org, 13 marzo 2014)

giovedì 6 marzo 2014

La conversione è un principio non negoziabile

La conversione, l’esigenza della conversione. È questa la chiave di lettura degli interventi di Papa Francesco in questo inizio di Quaresima. Ieri lo ha detto più volte, nell’udienza del mattino e poi ancora nell’omelia per la messa delle Ceneri, che hanno segnato l’inizio della Quaresima. Ma la necessità della conversione è anche la prospettiva con cui leggere l’intervista al Corriere della Sera pubblicata ieri, dove il Papa risponde a molte domande sui temi più svariati.
I titoli dei giornali, a cominciare dallo stesso Corriere della Sera, puntano su questa o quell’affermazione contenuta nell’intervista («Non sono superman», «Benedetto XVI parteciperà alla vita della Chiesa», «Sulle unioni civili bisogna decidere caso per caso», «Ho mandato una lettera al presidente cinese Xi Jinping», «Non ho mai compreso l’espressione valori non negoziabili»). Tutte cose di cui si può discutere, per carità, ma se non vengono lette alla luce dell’esigenza della conversione, se ne perde il reale significato.
Conversione è «il ritorno a Dio con tutto il cuore», dice il Papa, è fare un’esperienza profonda di comunione con Dio che ci libera dal male in cui siamo immersi. Questo è anche il punto di interesse della Quaresima per il mondo. Il cristianesimo è Dio che si fa uomo, è la religione dell'Incarnazione, vale a dire che l’uomo è abbracciato in ogni sua dimensione, personale e di popolo; la fede è vera se giudica ogni cosa, dalle vicende personali ai grandi fatti della politica e della cronaca. Per questo è rilevante oggi parlare della Quaresima, perché essa – con il suo invito a volgere con più attenzione lo sguardo a Dio – ci richiama alla verità più profonda del male che vediamo intorno a noi: la nostra crisi economica e politica, le gravi tensioni in Ucraina e Venezuela, la conflittualità interminabile in Medio Oriente con la tragica guerra in Siria. Ovunque intorno a noi – e in noi - sembra trionfare il male, la Quaresima ci indica la strada per uscirne, con le sue tre condizioni che ieri la liturgia ci ha ricordato: preghiera, digiuno, elemosina.
Anche quando papa Francesco risponde sul tema dei tanti fallimenti familiari, con separazioni, divorzi e a volte successivi matrimoni, non chiede un semplice venire incontro alla mentalità del mondo, come qualcuno intende suggerire, ma chiede espressamente di «riflettere molto in profondità» perché «è alla luce della riflessione profonda che si potranno affrontare seriamente le situazioni particolari». Dunque è solo un cuore pienamente immerso in Dio che sa indicare la strada alla santità per ognuno, qualsiasi sia la condizione in cui si trova.
Questo criterio permette di affrontare con più profitto anche la lettura di una qualsiasi intervista concessa dal Papa a un giornale: da una parte essa non è magistero – come abbiamo più volte spiegato – e dall’altra, proprio per il genere letterario usato, può anche rivelarsi fonte di opposte interpretazioni. Da questo punto di vista neanche l’intervista concessa al direttore de Il Corriere della Sera poteva fare eccezione, anche perché lo spazio di 4-5 righe di risposta a ogni domanda, mal si concilia con una seria argomentazione di cui tanti problemi avrebbero bisogno (ma a proposito, è proprio sicuro che dal punto di vista pastorale le interviste siano lo strumento più efficace?).
Ad ogni modo tra le cose meritevoli, vale almeno riprendere la questione dei “valori non negoziabili”, come vengono definiti nell’intervista, perché è certamente l’affermazione con maggiori possibilità di equivoci. A precisa – e malposta – domanda, il Papa risponde che non ha «mai compreso l’espressione valori non negoziabili. I valori sono valori e basta, non posso dire che tra le dita di una mano ve ne sia una meno utile di un’altra. Per cui non capisco in che senso vi possano essere valori negoziabili».
La questione è importante perché con l’avvento di papa Bergoglio tanti sacerdoti, giornalisti, intellettuali che fino a pochi giorni prima amavano teorizzare la disobbedienza, sono diventati improvvisamente papisti al grido di “Basta con i valori non negoziabili”, come se Giovanni Paolo II e Benedetto XVI non avessero mai fatto altro che parlare di aborto, famiglia, libertà di educazione. Solo che la risposta data dal Papa al direttore del Corriere della Sera va nella direzione opposta a quella auspicata da costoro: in generale infatti essi con quell’espressione intendono che “tutto è negoziabile”, dalla vita all’indissolubilità del matrimonio, o almeno lecito in una società laica (e infatti alla fine appoggiano di tutto, dalle unioni omosessuali in giù). Al contrario, la risposta data dal Papa sembrerebbe suggerire l’esatto contrario, ovvero che nessun valore in quanto tale è negoziabile. E se la questione rimane sul piano dei valori, questa affermazione è corretta.
Ma la questione della "non negoziabilità" si gioca su un altro piano, e non è un’invenzione di Benedetto XVI, che ha solo formulato in maniera originale ciò che è assodata tradizione della Dottrina sociale della Chiesa. Il piano non è infatti quello dei “valori”, ma dei “princìpi”, perché si riferiscono proprio ai fondamenti di una società, alle fondamenta che poi danno significato a tutti gli altri valori che concorrono al bene comune. Si tratta di quei princìpi strettamente legati alla natura umana, alla dignità dell’uomo, che non può essere violata senza grave danno per la società intera. E’ bene ricordare al proposito un passaggio esplicativo del discorso ai partecipanti a un convegno del Partito Popolare Europeo il 30 marzo 2006, in cui Benedetto XVI affronta chiaramente l’argomento: “Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, l'interesse principale dei suoi interventi nell'arena pubblica è la tutela e la promozione della dignità della persona e quindi essa richiama consapevolmente una particolare attenzione su principi che non sono negoziabili. Fra questi ultimi, oggi emergono particolarmente i seguenti:
- tutela della vita in tutte le sue fasi, dal primo momento del concepimento fino alla morte naturale;
- riconoscimento e promozione della struttura naturale della famiglia, quale unione fra un uomo e una donna basata sul matrimonio, e sua difesa dai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo insostituibile ruolo sociale;
- tutela del diritto dei genitori di educare i propri figli.
Questi principi non sono verità di fede anche se ricevono ulteriore luce e conferma dalla fede. Essi sono iscritti nella natura umana stessa e quindi sono comuni a tutta l'umanità. L'azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone,
prescindendo dalla loro affiliazione religiosa. Al contrario, tale azione è tanto più necessaria quanto più questi principi vengono negati o mal compresi perché ciò costituisce un'offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia stessa”.
Altre questioni non è che siano meno importanti, ma possono esserci strade diverse per arrivarci. Tanto per intenderci: anche il diritto al lavoro è legato alla natura dell’uomo, come ha ben spiegato Giovanni Paolo II nell’enciclica Laborem Exercens, ma i modi in cui può essere realizzato sono diversi, sono tentativi umani, opinabili, a volte contrastanti, di raggiungere uno stesso fine. Al contrario, il no all’aborto e all’eutanasia, il riconoscimento giuridico della sola famiglia naturale fondata sul matrimonio tra uomo e donna, il diritto-dovere dei genitori di educare i propri figli sono principi che non ammettono cedimenti né margini di compromesso, per il bene della società.
Nessuno può pensare seriamente che l’annuncio cristiano debba partire da qui, e il primo a esserne convinto è Benedetto XVI che, infatti, ha dedicato le prime encicliche del suo pontificato alla Carità e alla Speranza, e inoltre tanto si è speso per dimostrare la storicità dei Vangeli. Ma proprio perché il cristianesimo è Incarnazione non possono essere ignorati i princìpi che fondano una società, anche perché l’inosservanza dei princìpi non negoziabili è il fattore di maggiore impoverimento di un popolo.
 
(Fonte: Riccardo Cascioli, La nuova Bussola Quotidiana, 6 marzo 2014)
 

Ed ora alcuni avvisi ….

Domenica scorsa, in una chiesa cattolica in provincia di Milano.
Il sacerdote, durante gli avvisi, sorprende tutti, invitando i fedeli che hanno sentito parlare della Relazione Lunacek ad alzare la mano. Sono pochi quelli che hanno capito di cosa sta parlando il sacerdote, cinque, sei mani alzate, gli altri si guardano l’un l’altro con un vistoso punto interrogativo dipinto in volto.
Il sacerdote tuona e sorprende di nuovo: “Chi non ha alzato la mano, subito dopo la messa venga a confessarsi”. Non è possibile, sostiene giustamente il sacerdote, che un cristiano, cattolico, oggi, non sappia che tipo di politiche familiari ed educative vengono promosse al Parlamento Europeo, politiche intese a “rieducare” noi - ma in particolare i nostri figli - in tema di sessualità e omosessualità -; direttive già approvate, che hanno già avuto - o avranno ben presto - ripercussioni su tutti i Paesi della Comunità Europea, e quindi anche sull’Italia.
Fa scandalo che il sacerdote continui con gli “avvisi” elencando il tipo di pratiche sessuali che potrebbero essere introdotte già a partire dalle scuole dell’infanzia: masturbazione davanti ai compagni, auto-palpazione e palpazione vicendevole, educazione sessuale con i bambini nudi e altre oscenità che gli europarlamentari di sinistra vogliono imporre a tutti i Paesi membri, al di là e al di sopra della legislazione nazionale in materia.
Ma forse gli scandalizzati non sanno che in alcuni comuni italiani governati da giunte di sinistra, conformemente alle direttive dell’UNAR sottoscritte dall’allora Ministro Fornero, sono già stati distribuiti ai bambini delle materne e agli alunni delle scuole elementari e medie opuscoli informativi e formativi, contenenti vere e proprie lezioni di educazione sessuale pro-gender, dove praticamente è previsto di confondere le idee ai bambini in materia di sesso e di genere sessuale, attraverso un vero e proprio lavaggio del cervello su famiglia, padre, madre, donna, uomo, identità sessuale.
Altri comuni italiani (anche Milano), insieme all’INPS, hanno invece già adottato modulistica pro-gender, con cancellazione dell’appellativo di padre e madre, sostituiti con “genitore 1” e “genitore 2”, alla faccia dei diritti di tutti.
Il disegno legge Scalfarotto, già approvato alla Camera e in attesa di approvazione definitiva al Senato, prevede il reato di “omofobia” per chi si professi apertamente a favore della natura (padre, madre, bambini), e ritenga sbagliato che persone dello stesso sesso possano contrarre matrimonio, possano adottare figli, possano avere figli (naturalmente con l’ausilio delle tecniche di laboratorio e con fecondazione eterologa, cioè con donatore di seme od ovulo esterno alla coppia, oltre che, nel caso di uomini, con utero in affitto). L’espressione di tali opinioni comporterà il carcere fino a 18 mesi e una multa.
La sessualità, cardine dell’identificazione del sé da parte di ogni individuo, è diventata preda delle lobby omosessualiste promotrici di questa visione dell’uomo ideologica, dove tutto è lecito, tutto è possibile, tutto è permesso, tutto sarà garantito dallo Stato e dalle Istituzioni in materia sessuale, procreativa e assistenziale (attraverso le già onerosissime tasse, e quindi a spese di tutti).
Tutto questo viene portato avanti da questa ideologia che ha la carne e le ossa di molti parlamentari italiani, di molti parlamentari europei, dei sindaci di alcune città italiane, ma che ha evidentemente lo spirito del padre della menzogna.
Questo è il progetto culturale che mira a creare una società liquida, dove la differenza di genere (maschio e femmina) viene sommersa in un mare di identità diverse (fino a 56 ad oggi), e dove una persona può cambiare il proprio orientamento sessuale a seconda del momento, della pulsione del momento, non venendosi a riconoscere definitivamente in nessuno di essi.
Le potenti lobby LGBT lesbiche-gay-trans-bisex, vogliono mettere le mani nella testa dei nostri bambini (oltre che nelle loro mutande…). E questo è da combattere.
L’appello è rivolto a tutti quei PADRI e quelle MADRI che hanno a cuore l’integrità psicologica e l’identità di persona dei propri figli: scegliete finalmente di difendere i vostri figli da questa violenza!
Scendiamo in piazza ogni volta che ci è possibile con le Sentinelle in Piedi!
Aiutiamoci anche nel compito che ci attende di dire e diffondere la verità, di formarci, di dire ancora una volta che la menzogna che certe associazioni e lobby stanno portando avanti significa la distruzione della nostra società, a partire dall’individuo.
Ringraziamo questo coraggioso sacerdote, con la speranza che altri lo imitino presto, anche perché, salvo rare e preziose eccezioni, il silenzio del clero su queste questioni sta diventando assordante!

(Fonte: Roberta Romanello, Comunità ambrosiana, Marzo 2014).

La Santa Messa. Sacralità e banalizzazioni

«Alla messa vespertina nella parrocchiale di un paese qui vicino, sul lago. Un posto turistico, gente di ogni parte, anche straniera. Assieme agli abitanti del luogo ci sono quelli che alloggiano negli alberghi, nei camping o che hanno una barca (spesso un vero e proprio yacht) ormeggiato nel porticciolo. Seduto in uno degli ultimi banchi, al momento della comunione attendo che vadano avanti gli altri. In effetti, per qualche problema di schiena, in questo periodo cammino lentamente, appoggiandomi a un bastone, non vorrei rallentare la fila che si forma davanti all’altare. Andrò dopo gli altri, con i miei passettini. Mi accorgo che quella fila comprende tutti, o quasi tutti, coloro che sono nella chiesa: non c’è quasi alcuno che non vada a prendere in mano la particola per poi portarla alla bocca. Al fondo del tempio sono rimasto io solo, col mio bastone. Come già altre volte mi faccio la domanda: possibile che ciascuna di queste persone sia, come si diceva nei catechismi, “in grazia di Dio”? Proprio nessuno ha commesso qualcuna di quelle colpe che, secondo la dottrina, che non mi sembra abolita, esigono la confessione previa prima di accostarsi all’eucaristia? Dove sono le avvertenze appassionate dei vecchi predicatori che parlavano di profanazione per chi riceva l’ostia senza essersi prima purificato dai peccati?
Credo che una risposta possibile stia nella constatazione che, qui pure, è venuto meno l’equilibrio tra due realtà. Quella che chiamiamo “messa” ha un doppio aspetto: è una agape, un pasto tra fratelli che credono nel Cristo; ma, al contempo, è il rinnovamento misterico del sacrificio cruento e redentore di quel Cristo stesso. La celebrazione eucaristica è una occasione comunitaria e insieme una Realtà sacra. Quest’ultima ha certamente preso il sopravvento nei secoli tra il Concilio di Trento e il Vaticano II e attorno all’eucaristia sembra essersi accentuata un’atmosfera da mysterium tremendum, con lunghi digiuni e norme severe per potere accostarvisi. La comunione solo come premio per i giusti. L’ostia era intoccabile da mani che non fossero consacrate, i catechisti davano persino istruzioni concrete su come assumerla e inghiottirla, raccomandando soprattutto che non fosse masticata. La consacrazione avveniva a voce bassa, ovviamente in latino, tra squilli di campanelli che segnavano il tempo misterico e il precetto di inginocchiarsi nel raccoglimento. Tutti in ginocchio, davanti alle balaustre che delimitavano lo spazio sacro riservato ai sacerdoti, anche nell’assumere la particola. Dopo l’ultimo Concilio, il contrappeso del pendolo è passato dal lato opposto: nel senso comune dei fedeli, ma anche di gran parte del clero, è prevalso l’aspetto “conviviale”, l’idea del banchetto festoso tra amici: e a chi, in simili occasioni, si può negare il cibo? La consacrazione avviene a voce alta, nella lingua comune del posto, i campanelli sono impolverati negli armadi in sacrestia, il “pane eucaristico” (come amano chiamarlo) si riceve in piedi, nella mano. Sconsigliato in ogni caso l’inginocchiarsi, in nessuna fase del “pasto”: e, in effetti, buona parte delle nuove chiese ha i banchi senza inginocchiatoi oppure comuni sedie. L’omelia stessa è considerata troppo direttiva, inadatta per un incontro festoso tra amici ed è spesso sostituita da un dialogo tra gli astanti e il celebrante. Anzi, questa parola stessa è non di rado rifiutata: il prete, anzi il presbitero (mai dire “sacerdote”, termine troppo sacrale!) è solo colui che presiede all’adunanza fraterna, è il coordinatore, l’animatore della festa che è “celebrata” da tutti i convitati. I quali sono invitati a stringersi la mano, ad abbracciarsi. Ad essi sono affidate anche le intenzioni della preghiera. È indubbio che c’è questa prospettiva dietro le fila totalitarie di coloro che vanno a ritirare il “pane” che si mettono in bocca essi stessi. Se la messa è un incontro tra fratelli invitati tutti a tavola, che bisogno c’è di farlo precedere da uno spinoso esame di coscienza, seguito dal faticoso raccontare i fatti propri, anche i più intimi, a un confessore? Per purgarsi dai peccati? Ma che cos’è il peccato e di che cosa dobbiamo farci perdonare?
Insomma, questo è il problema: come al solito, occorrerebbe la compositio oppositorum, il “questo” ma anche “quello”, bisognerebbe recuperare la prospettiva della celebrazione eucaristica come una realtà complessa, duale, dove c’è un tempo per gioire e un tempo per meditare, un posto dove un’assemblea umana incontra il Mistero divino, dove il tempo incontra l’infinito, dove ci si stringe la mano e ci si abbraccia festosi ma anche si recita il mea culpa per le proprie colpe. Naturalmente, a viste umane, credo non ci sia da illudersi: l’equilibrio è, per noi bipedi, tra le cose più difficili da trovare e da conservare. Nel grande, spesso aspro dibattito postconciliare a proposito della celebrazione eucaristica, due schieramenti si sono contrapposti, ciascuno però con una visione che sembra davvero parziale. Da una parte i “tradizionalisti”, difensori del carattere sacrale della messa; dall’altra parte i “modernisti” (chiamiamoli così, per intenderci), fautori della prospettiva assembleare, sociale. Mi sembra che, da entrambe le parti, pochi siano stati davvero consapevoli che ciò che bisogna innanzitutto recuperare è la consapevolezza della complessità, della “ambiguità” - in senso etimologico - della celebrazione eucaristica ».
Questo è quanto scrive Vittorio Messori sulla sua rubrica Vivaio sul mensile Il Timone del mese di febbraio.«Forse il danno più grave della riforma della Santa Messa di Papa Paolo VI e dello sviluppo che ne è derivato, e che ha “superato” di gran lunga la riforma stessa, la perdita spirituale più grande, è questa: essa ci costringe ora a parlare della liturgia. Anche chi vuole custodire la liturgia, anche chi vuole pregare nel suo spirito, anche chi resta fedele ad essa con grandissimi sacrifici, ha già perduto qualcosa di inestimabile: l’innocenza di assumerla come qualcosa dato da Dio, qualcosa donato dall’alto, dal Cielo agli uomini. Come difensori della grande liturgia santa, della liturgia romana classica, siamo tutti divenuti grandi o piccoli liturgisti. L’abbellimento scientifico, archeologico e storico della riforma ci ha costretti a confutare queste argomentazioni e dunque ad occuparci del rito e della liturgia, qualcosa che ripugna profondamente all’uomo religioso [M. Mosebach, Eresia dell’informe, Cantagalli, p. 39]».
Per tornare alle parole di Messori, mi domando, da ignorante, ma desideroso di capire; da inesperto ma conoscitore dell’acredine che corre tra i cosiddetti tradizionalisti e i cosiddetti modernisti (per rifarmi alle categorie usate da Messori); ebbene, mi domando: questa sintesi, questo equilibrio tra il “tempo per gioire e un tempo per meditare, un posto dove un’assemblea umana incontra il Mistero divino, dove il tempo incontra l’infinito, dove ci si stringe la mano e ci si abbraccia festosi ma anche si recita il mea culpa per le proprie colpe” non era il compito prefissatosi dalla riforma di Paolo VI? E se si è ancora qui ad auspicarlo non sarà corretto affermare che la riforma montiniana ha miseramente fallito? Proseguo con le domande. Ma davvero il Messale di san Pio V (nell’edizione del beato – ormai prossimo santo - Giovanni XXIII) ignora l’aspetto conviviale, comunitario, festoso e mondano? O meglio, se ignora questi aspetti non sarà perché – magari alcuni non tutti – essi sono considerati – e forse anche giustamente - inadatti alla celebrazione della Santa Messa? Il problema tra rito antico e rito nuovo è davvero un problema di rito? Che il nuovo rito penda solo sull’aspetto conviviale fino a negare quello sacrificale è più che evidente; ma siamo sicuri che l’aspetto conviviale sia negato o oscurato nel rito antico? Non sarà, piuttosto, che eventualmente il problema stia nell’educazione ai Sacri Misteri? Se la gente non capisce è perché è fallace l’educazione e se è fallace l’educazione, non si risolve il problema – anzi lo si esaspera – modificando i riti ed evitando di assumersi l’onere dell’educazione. Le esagerazioni post-tridentine, ammesso che ci siano state, non furono un errore della catechesi più che un problema del rito stesso? Se la riforma di Paolo VI è stato un atto tirannico (come sostiene Mosebach), non ha senso continuare a perseguire su questa forma per il semplice motivo che c’è stata e che quindi, volenti o meno, dobbiamo tenercela. È impensabile che domani il Papa ripristini come unico Messale quello edito dal beato Giovanni XXIII, ma è altrettanto impensabile – credo – la convivenza pacifica tra i due messali, così come – credo – è impensabile mantenerla in futuro. A prospettive umane (mie) temo che a rimetterci sarà, come il recente passato dimostra, l’attuale Forma Straordinaria del Rito Romano. Non ho carismi profetici e mi limito a questa banale previsione, ma è evidente che un problema c’è e che qualcuno prima o poi dovrà affrontarlo (evitando magari battute sarcastiche e giudizi discutibili su chi si santifica con la “Messa antica”) con l’obiettivo di risolverlo. Il rito ibrido, più che accontentare tutti, credo, scontenterebbe tutti.
Perché il problema è nato quando la nuova forma è stata imposta. Certo, non basterà eliminare la novità per ripristinare la serenità e non saprei proporre una soluzione. Rimango però sorpreso e dubbioso sulla “soluzione” proposta da Messori. Perché così, tra tradizionalisti e modernisti, il risultato è quello dei normalisti, dove nella migliore delle ipotesi sono dei modernisti, magari un po’ più prudenti – o pavidi – per cui tutto va bene. E a rimetterci è sempre e solo la sacralità e la verità (il Dogma) che la liturgia dovrebbe trasmettere. Per non parlare della dignità del culto dovuto a Dio.
Vista l’autorevole mano che ha vergato queste parole c’è da prenderle in seria considerazione, così come, almeno personalmente, c’è da andare moderati nei giudizi. Non sono nessuno per replicare a Messori e non voglio assumermi la presunzione di saperne più di lui, ma ho qualche perplessità sulla conclusione delle sue considerazioni. Mi pare di capire – potrei sbagliarmi – che la soluzione proposta e auspicata da Messori sia quella di una riforma liturgica ibrida (mi sia concesso il termine) in cui convergano elementi della cosiddetta Forma Straordinaria e elementi della cosiddetta Forma Ordinaria. Ora, la questione è talmente complessa e spinosa che il solo avvicinarsi comporta l’esplosione di determinate mine antiragionamento. Della liturgia non se ne può più parlare perché ne parlano tutti e in pochi – me compreso – con debita cognizione di causa. Ed è questo già un dato importante e grave.

(Fonte: Chiesa e postconcilio, 3 marzo 2014)

Cattolici, adieu

Il mensile laico e libertario Causeur titola così: “La fine della Francia dei campanili?”. Fino alla scorsa settimana le campane della chiesa di Boissettes, un comune di cinquecento abitanti nel distretto della Senna, suonavano ogni mezz’ora. Poi, la corte amministrativa di Parigi le ha fatte cessare, in presunta violazione della legge del 1905 sulla separazione di stato e chiesa. La giustizia, infatti, ha ritenuto che la legge sulla laicità fa della struttura un bene comunale, ma il suo utilizzo, come quello delle campane, era di natura religiosa. La storia di Boissettes sembra il perfetto epitaffio a un saggio apparso dieci anni fa a firma della studiosa di religioni Danièle Hervieu-Léger, “Catholicisme, la fin d’un monde”. A rileggerlo oggi appare a dir poco profetico.
La sociologa francese usava un termine, “exculturation”, che non faceva pensare a una battaglia ancora aperta, ma a una partita finita. La società francese continua la sua strada all’insegna della modernità, procedendo svelta e spedita verso l’“exculturation” del cattolicesimo, la sua estromissione, la sua irrilevanza.
Altro che Francia come “fille aînée de l’Eglise”, figlia primogenita e prediletta della chiesa. Il paese di Emmanuel Mounier, di Georges Bernanos, François Mauriac, Jacques Maritain, Teilhard de Chardin, la Francia cattolica è in tragico declino, presa fra due fuochi, il laicismo di stato e l’islam. “In circa quaranta anni la Francia è diventata la nazione dell’Europa occidentale dove la popolazione di origine musulmana è la più rilevante”, ha scritto anche l’Osservatore Romano, tanto che, comparando i dati statistici su cattolici e musulmani praticanti “è ipotizzabile il sorpasso dell’islam sul cattolicesimo francese”.

Commentando il caso della chiesa di Boissettes, il celebre scrittore Renaud Camus è stato chiaro: “Il laicismo è il cavallo di Troia della conquista musulmana. In questo gioco, l’islam vince sempre. Nessuna nazione, nessun popolo, nessuna civiltà può sopravvivere se sostiene questa regola suicida”. Il riferimento è alla chiesa di Saint-Eloi de Vierzon, fra la Loira e la Borgogna. Messa in vendita per mancanza di fedeli, la chiesa è stata “scristianizzata” e venduta a una comunità islamica.
Il più noto leader islamico, Dalil Boubakeur, rettore della gran moschea di Parigi, ha ipotizzato che il numero delle moschee in Francia raddoppierà fino a quattromila, per soddisfare la domanda. Al contrario la chiesa cattolica ha chiuso più di sessanta edifici sacri, molti dei quali sono destinati a diventare moschee, secondo una ricerca del quotidiano la Croix. “Dio ha cambiato indirizzo”, ha titolato il Monde. Jean-Claude Chesnais, autorevole demografo francese, non ha dubbi: “Ci sarà una ibridazione di culture che porterà a una rapida islamizzazione”. Anche demograficamente, l’islam è vincitore. I non musulmani crescono al ritmo di 1,2 figli per famiglia, mentre le famiglie islamiche fino a cinque volte più rapidamente. Negli ultimi trent’anni sono state costruite in Francia più moschee e centri di preghiera musulmani di tutte le chiese cattoliche edificate nel secolo scorso. Monsignor Vingt-Trois, l’arcivescovo di Parigi, ha scritto che “gli abitanti dei villaggi francesi che ogni domenica avevano l’esperienza di una chiesa piena adesso hanno una messa ogni due mesi in una chiesa per tre quarti vuota”.

E quando non vengono convertite all’islam, spesso le chiese francesi vengono distrutte. Saint-Blaise du Breuil, nell’Allier, Saint-Pie-X nell’Hérault e Saint-Jacques d’Abbeville nella Somme sono soltanto alcuni dei casi più celebri di storici edifici cattolici rasi al suolo per mancanza di fondi e fedeli. Ma secondo il Senato francese, quasi tremila edifici religiosi rischiano oggi di fare la stessa fine.
Lo storico dell’arte Didier Rykner, che con la rivista Tribune de l’Art guida la campagna per la preservazione del patrimonio cristiano, ha scritto che “è dalla Seconda guerra mondiale che non si vedevano chiese ridotte in macerie”.

Lo status del cattolicesimo in Francia è una cartina di tornasole per capire il suo destino nel resto d’Europa. Soltanto un francese su venti oggi partecipa alle funzioni cristiane. Parlando alla Bbc, padre Innocent Feugna racconta bene la situazione nella sua parrocchia a St Pierre de Guise, nel nord della Francia: “Qui predico ai pensionati, mentre in Camerun la messa è animata, viva, piena di bambini e adulti”. Così, il numero di preti stranieri è triplicato negli ultimi otto anni.
Secondo la Conférence des évêques de France, soltanto 97 sacerdoti sono stati ordinati in tutto il paese l’anno scorso. Si è passati così dal “curé de campagne” immortalato dal romanzo di George Bernanos al prete africano importato per sopperire alla penuria di sacerdoti. La Francia oggi conta appena novemila preti, contro i 40 mila durante la Seconda guerra mondiale. Per questo i vescovi francesi hanno persino lanciato una campagna di reclutamento di nuovi religiosi. Il motto è “Pourquoi pas moi?”. Perché non me? Anche il numero di battezzati in Francia è calato del venticinque per cento dal 2000, mentre il numero di matrimoni religiosi è sceso addirittura del quaranta.
Gli stessi vescovi francesi sono ormai totalmente sulla difensiva. Il fenomeno ebbe inizio nel 1974, durante i dibattiti che portarono alla votazione della legge Veil che legalizzò l’aborto. “Un silenzio assordante segnò la chiesa”, scrive il settimanale Valeurs Actuelles. “Nel 1999 più di centomila francesi scesero in piazza contro i ‘pacs’, tra cui molti cattolici, ma nessun vescovo era presente”. Scrive Laurent Dandrieu su Valeurs Actuelles, che “a parte il coraggioso e isolato cardinale Lustiger, la chiesa francese raramente ha interrotto il suo silenzio, prendendo la difesa dei clandestini. Quando fu tentata di lasciare questo tema ‘benpensante’, è stata ricacciata nelle sagrestie dai sostenitori della laicità, perché la religione dovrebbe essere limitata alla sfera privata”.
L’Institut français d’opinion publique, non in odore di essere anticristiano, ha diffuso dati drammatici: dal 1965 al 2009, il numero di francesi che si dicevano “cattolici” è passato dall’81 per cento al 54. L’Institut rivela altro: due francesi su tre ritengono i cristiani “sufficientemente visibili” nella società, ma ben quattro su dieci dicono di non conoscere tra i loro familiari e amici nessun cristiano “praticante o attivo nella vita della chiesa”; a domanda su quale sia la missione principale della chiesa, la stragrande maggioranza dei francesi indica “lottare contro la povertà” e “agire per la pace nel mondo”; il 62 per cento dei francesi si dice d’accordo con l’affermazione: “Tutte le religioni si equivalgono”. E tra i cattolici praticanti la quota è addirittura superiore: il 63 per cento.
La frequenza domenicale alle funzioni religiose è scesa dal 27 al 4,5 per cento, tanto che i cattolici osservanti, i famosi “catholiques pratiquants”, sono diventati una eccentricità in Francia. Le statistiche del gruppo tradizionalista Paix Liturgique denunciano che il declino cattolico è più acceso e vistoso nelle diocesi più progressiste. Ma sarebbe riduttivo giudicare questo fenomeno di radicale secolarizzazione come uno scontro fra correnti cattoliche. In tutta Parigi nel 2009 ci sono state soltanto dieci ordinazioni sacerdotali, sette nel 2010, quattro nel 2011. Ci sono ormai grandi diocesi, come Pamiers, Belfort e Agen, rimaste senza seminaristi. La regione che ospita il santuario mariano più noto e amato al mondo, Lourdes, è quasi ormai interamente scristianizzata e resa agnostica. Le uniche chiese che crescono sono quelle evangeliche protestanti e qualche comunità lefebvriana. Gli evangelici in Francia erano 60 mila nel 1940, mentre oggi sono 500 mila. Tremila sono le chiese evangeliche, un terzo delle quali edificate negli ultimi vent’anni.
Una eccentricità da mettere perfino sotto sorveglianza ideologica. E’ quanto ha fatto il ministro dell’Interno, Manuel Valls, che tramite i prefetti ha deciso di mettere sotto osservazione i gruppi sospetti di “patologia religiosa”, ovvero islamisti, ebrei ortodossi e cattolici militanti. “In questo progetto di estremismo secolarista si compara in modo fraudolento una scelta di vita con atti terroristici e criminali”, ha scritto la giornalista francese di Présent, Jeanne Smits.
A sfidare l’identità della Francia cattolica c’è il numero impressionante di convertiti all’islam. A Cretéil, nel cuore del quartiere borghese di Parigi, c’è un edificio moderno, spazioso ed elegante noto come “la moschea dei convertiti”. Ogni anno circa 150 cerimonie di conversioni musulmane vengono eseguite in quella struttura con uno splendido minareto di 81 metri, costruito nel 2008 e simbolo della forte presenza dell’islam in Francia. Tra coloro che vanno lì a pregare il venerdì ci sono anche numerosi giovani ex cattolici, che oggi indossano il tradizionale berretto da preghiera musulmano e la lunga veste. Le conversioni all’islam sono raddoppiate negli ultimi venticinque anni. “Il fenomeno della conversione è significativo e impressionante, soprattutto a partire dal 2000”, ha detto Bernard Godard, che si occupa di questioni religiose al ministero dell’Interno. I convertiti all’islam oggi sono centomila, mentre erano 50 mila nel 1986. Le associazioni musulmane dicono che il numero in realtà è di duecentomila. Difficile stabilirlo, perché la Francia non ha statistiche ufficiali per etnia e religione. In alcune zone a maggioranza musulmana anche i non musulmani hanno iniziato a osservare il Ramadan. A Marsiglia, sulla costa meridionale, “le conversioni sono aumentate a un ritmo incredibile negli ultimi tre anni”, ha detto Abderrahmane Ghoul, imam della grande moschea di Marsiglia e presidente della sezione locale del Consiglio francese del culto musulmano. Soltanto Ghoul ha firmato 130 certificati di conversione nel 2012. Tante le celebrità. Come Nicolas Anelka, che ha cambiato il suo nome in Abdul-Salam Bilal Anelka quando si è convertito all’islam nel 2004. Oppure Franck Ribéry, un altro giocatore che si è convertito e che ha assunto il nome di Bilal Mohammed Yusuf. Nel 2009, una fotografia della rivista Paris Match mostra Diam, una popolarissima rapper, che indossa un copricapo islamico a Parigi.
Alcuni giorni fa a Gesté, i cittadini hanno detto addio alla loro storica chiesa, la fase finale di quella che si chiama, in gergo derridiano, “decostruzione”. La chiesa neogotica di Saint-Pierre-aux-Liens, costruita tra il 1854 e il 1870 e dedicata a San Pietro, era rimasta vuota dal 2006, a causa del deterioramento e della mancanza di fedeli. Il consiglio comunale ha stabilito che ripararla sarebbe costato 4,05 milioni di euro, contro i 1,9 milioni per demolirla e costruirne una nuova, più piccola e “adatta alla situazione”.
La chiesa di Gesté sorgeva sulle rovine di un’altra chiesa, distrutta dalle armate illuministe di Robespierre. Alcuni commentatori hanno scritto che il destino della chiesa di Saint-Pierre-aux-Liens è un po’ il simbolo della decristianizzazione del paesaggio francese, una sorta di ritorno al destino voluto per la Francia due secoli fa. E’ la guerra fra “il cubo e la cattedrale”, dal titolo di un vecchio saggio di George Weigel, fra la Grande Arche de la Défense fatto costruire a Parigi da François Mitterrand come monumento alla scintillante modernità laica, e la Cattedrale di Notre-Dame, ormai ridotta a museo. In questo conflitto, è il cubo che sembra avere la meglio sulla cattedrale. Con l’incognita di una grande mezzaluna che sovrasta entrambi.

(Fonte: Giulio Meotti, Il Foglio, 27 febbraio 2014)

martedì 4 marzo 2014

Kasper cambia il paradigma, Bergoglio applaude

La relazione introduttiva del cardinale Walter Kasper al concistoro della scorsa settimana non è più sotto chiave. A renderla pubblica, con un colpo giornalistico da maestro, è stato il quotidiano italiano "Il Foglio" diretto da Giuliano Ferrara, che ha anticipato di molto l'uscita della stessa relazione in forma di libro, in Italia per i tipi della Queriniana.
Ma che questa relazione dovesse restare segreta era ormai un controsenso, dopo le parole con cui papa Francesco l'aveva onorata il 21 febbraio, al termine dei due giorni di concistoro dedicati alla questione della famiglia: "Ieri, prima di dormire, ma non per addormentarmi, ho letto – ho riletto – il lavoro del cardinale Kasper e vorrei ringraziarlo, perché ho trovato profonda teologia, anche un pensiero sereno nella teologia. È piacevole leggere teologia serena. E anche ho trovato quello che sant’Ignazio ci diceva, quel 'sensus Ecclesiae', l’amore alla Madre Chiesa. Mi ha fatto bene e mi è venuta un’idea – mi scusi eminenza se la faccio vergognare –, ma l’idea è che questo si chiama 'fare teologia in ginocchio'. Grazie. Grazie".
Nel corso della sua relazione, Kasper ha detto di voler "porre solo delle domande" perché "una risposta sarà compito del sinodo in sintonia con il papa". Ma a leggere quanto egli ha detto ai cardinali, le sue sono molto più che domande, sono proposte di soluzione già solidamente congegnate. Alle quali papa Francesco ha già mostrato di voler aderire.
E sono proposte forti, un vero "cambiamento del paradigma". In particolare su quello che lo stesso Kasper ritiene il problema dei problemi, la comunione ai divorziati risposati, alla quale ha dedicato più di metà delle due ore del suo discorso.
La pietra di paragone delle proposte di Kasper è stata la Chiesa dei primi secoli, anch'essa "confrontata con concetti e modelli di matrimonio e di famiglia molto diversi da quelli predicati da Gesù".
Di fronte alla sfida del presente, Kasper ha premesso che "la nostra posizione oggi non può essere un adattamento liberale allo 'status quo', ma una posizione radicale che va alle radici, che va al Vangelo".
Per verificare se ciò sia vero o no – per diversi cardinali intervenuti nel dibattito no – ecco qui di seguito i passaggi cruciali della relazione:

IL PROBLEMA DEI DIVORZIATI RISPOSATI (di Walter Kasper)
«[…] Non basta considerare il problema solo dal punto di vista e dalla prospettiva della Chiesa come istituzione sacramentale. Abbiamo bisogno di un cambiamento del paradigma e dobbiamo – come lo ha fatto il buon Samaritano – considerare la situazione anche dalla prospettiva di chi soffre e chiede aiuto.
Tutti sanno che la questione dei matrimoni di persone divorziate e risposate è un problema complesso e spinoso. […] Che cosa può fare la Chiesa in tali situazioni? Non può proporre una soluzione diversa o contraria alle parole di Gesù. L’indissolubilità di un matrimonio sacramentale e l’impossibilità di nuovo matrimonio durante la vita dell’altro partner fa parte della tradizione di fede vincolante della Chiesa che non può essere abbandonata o sciolta richiamandosi a una comprensione superficiale della misericordia a basso prezzo. […] La domanda è dunque come la Chiesa può corrispondere a questo binomio inscindibile di fedeltà e misericordia di Dio nella sua azione pastorale riguardo i divorziati risposati con rito civile. […]
Oggi ci troviamo in una situazione simile a quella dell’ultimo Concilio. Anche allora esistevano, per esempio sulla questione dell’ecumenismo o della libertà di religione, encicliche e decisioni del Sant’Uffizio che sembravano precludere altre vie. II Concilio senza violare la tradizione dogmatica vincolante ha aperto delle porte. Ci si può chiedere: non è forse possibile un ulteriore sviluppo anche nella presente questione? […]
Mi limito a due situazioni, per le quali in alcuni documenti ufficiali vengono già accennate delle soluzioni. Desidero porre solo delle domande limitandomi ad indicare la direzione delle risposte possibili. Dare però una risposta sarà compito del Sinodo in sintonia con il papa.
PRIMA SITUAZIONE
"Familiaris consortio" afferma che alcuni divorziati risposati sono in coscienza soggettivamente convinti che il loro precedente matrimonio irrimediabilmente spezzato non è mai stato valido. […] Secondo il diritto canonico la valutazione è compito dei tribunali ecclesiastici. Poiché essi non sono "iure divino", ma si sono sviluppati storicamente, ci si domanda talvolta se la via giudiziaria debba essere l’unica via per risolvere il problema o se non sarebbero possibili altre procedure più pastorali e spirituali.
In alternativa si potrebbe pensare che il vescovo possa affidare questo compito a un sacerdote con esperienza spirituale e pastorale quale penitenziere o vicario episcopale.
Indipendentemente dalla risposta da dare a tale domanda, vale ricordare il discorso di papa Francesco rivolto il 24 gennaio 2014 agli officiali del tribunale della Rota Romana, nel quale afferma che dimensione giuridica e dimensione pastorale non sono in contrapposizione. […] La pastorale e la misericordia non si contrappongono alla giustizia ma, per così dire, sono la giustizia suprema, poiché dietro ogni causa esse scorgono non solo un caso da esaminare nell’ottica di una regola generale, ma una persona umana che, come tale, non può mai rappresentare un caso e ha sempre una dignità unica. […] Davvero è possibile che si decida del bene e del male delle persone in seconda e terza istanza solo sulla base di atti, vale a dire di carte, ma senza conoscere la persona e la sua situazione?
SECONDA SITUAZIONE
Sarebbe sbagliato cercare la soluzione del problema solo in un generoso allargamento della procedura di nullità del matrimonio Si creerebbe così la pericolosa impressione che la Chiesa proceda in modo disonesto a concedere quelli che in realtà sono divorzi. […] Pertanto dobbiamo prendere in considerazione anche la questione più difficile della situazione del matrimonio rato e consumato tra battezzati, dove la comunione di vita matrimoniale si è irrimediabilmente spezzata e uno o entrambi i coniugi hanno contratto un secondo matrimonio civile.
Un avvertimento ci ha dato la congregazione per la dottrina della fede già nel 1994 quando ha stabilito – e papa Benedetto XVI lo ha ribadito durante l’incontro internazionale delle famiglie a Milano nel 2012 – che i divorziati risposati non possono ricevere la comunione sacramentale ma possono ricevere quella spirituale. […]
Molti saranno grati per questa risposta, che è una vera apertura. Essa solleva però diverse domande. Infatti, chi riceve la comunione spirituale è una cosa sola con Gesù Cristo. […] Perché, quindi, non può ricevere anche la comunione sacramentale? […] Alcuni sostengono che proprio la non partecipazione alla comunione è un segno della sacralità del sacramento. La domanda che si pone in risposta è: non è forse una strumentalizzazione della persona che soffre e chiede aiuto se ne facciamo un segno e un avvertimento per gli altri? La lasciamo sacramentalmente morire di fame per- ché altri vivano?
La Chiesa dei primordi ci dà un’indicazione che può servire come via d’uscita dal dilemma, alla quale il professor Joseph Ratzinger ha già accennato nel 1972. […] Nelle singole Chiese locali esisteva il diritto consuetudinario in base al quale i cristiani che, pur essendo ancora in vita il primo partner, vivevano un secondo legame, dopo un tempo di penitenza avevano a disposizione […] non un secondo matrimonio, bensì, attraverso la partecipazione alla comunione, una tavola di salvezza. […]
La domanda è: Questa via al di là del rigorismo e del lassismo, la via della conversione, che sfocia nel sacramento della misericordia, il sacramento della penitenza, è anche il cammino che possiamo percorrere nella presente questione?
Un divorziato risposato: 1. se si pente del suo fallimento nel primo matrimonio, 2. se ha chiarito gli obblighi del primo matrimonio, se è definitivamente escluso che torni indietro, 3. se non può abbandonare senza altre colpe gli impegni assunti con il nuovo matrimonio civile, 4. se però si sforza di vivere al meglio delle sue possibilità il secondo matrimonio a partire dalla fede e di educare i propri figli nella fede, 5. se ha desiderio dei sacramenti quale fonte di forza nella sua situazione, dobbiamo o possiamo negargli, dopo un tempo di nuovo orientamento, di "metanoia", il sacramento della penitenza e poi della comunione?
Questa possibile via non sarebbe una soluzione generale. Non è la strada larga della grande massa, bensì lo stretto cammino della parte probabilmente più piccola dei divorziati risposati, sinceramente interessata ai sacramenti. Non occorre forse evitare il peggio proprio qui? Infatti, quando i figli dei divorziati risposati non vedono i genitori accostarsi ai sacramenti di solito anche loro non trovano la via verso la confessione e la comunione. Non mettiamo in conto che perderemo anche la prossima generazione, e forse pure quella dopo? La nostra prassi collaudata, non si dimostra controproducente? […]
LA PRATICA DELLA CHIESA DEI PRIMORDI
Secondo il Nuovo Testamento, l’adulterio e la fornicazione sono comportamenti in fondamentale contrasto con l’essere cristiani. Così, nella Chiesa antica, accanto al- l’apostasia e all’omicidio, tra i peccati capitali, che escludevano dalla Chiesa, c’era anche l’adulterio. […] Sulle relative questioni esegetiche e storiche esistono una letteratura ampia, tra la quale è quasi impossibile orientarsi, e interpretazioni differenti. Si possono citare per esempio da una parte G. Cereti, "Divorzio, nuove nozze e penitenza nella Chiesa primitiva", Bologna 1977, 2013, e dall’altra  H. Crouzel, "L’Eglise primitive face au divorce", Paris 1971, e J. Ratzinger, […] 1972, [riprodotto] su "L'Osservatore Romano" del 30 novembre 2011.
Non può però esserci alcun dubbio sul fatto che nella Chiesa dei primordi, in molte Chiese locali, per diritto consuetudinario c’era, dopo un tempo di pentimento, la pratica della tolleranza pastorale, della clemenza e dell’indulgenza.
Sullo sfondo di tale pratica va forse inteso anche il canone 8 dei Concilio di Nicea (325), rivolto contro il rigorismo di Novaziano. Questo diritto consuetudinario viene espressamente testimoniato da Origene, che lo ritiene non irragionevole. Anche Basilio il Grande, Gregorio Nazianzeno e alcuni altri vi fanno riferimento. Spiegano il “non irragionevole” con l’intenzione pastorale di “evitare di peggio”. Nella Chiesa latina, per mezzo dell’autorità di Agostino questa pratica venne abbandonata a favore di una pratica più severa. Anche Agostino, però, in un passo parla di peccato veniale. Non sembra quindi aver escluso in partenza ogni soluzione pastorale.
Anche in seguito la Chiesa d’Occidente, nelle situazioni difficili, per le decisioni dei sinodi e simili ha sempre cercato, e anche trovato, soluzioni concrete. Il Concilio di Trento […] ha condannato la posizione di Lutero, ma non la pratica della Chiesa d’Oriente. […]
Le Chiese ortodosse hanno conservato, conformemente al punto di vista pastorale della tradizione della Chiesa dei primordi, il principio per loro valido dell’oikonomia. A partire dal VI secolo, però, facendo riferimento al diritto imperiale bizantino, sono andate oltre la posizione della tolleranza pastorale, della clemenza e dell’indulgenza, riconoscendo, insieme alle clausole dell’adulterio, anche altri motivi di divorzio, che partono dalla morte morale e non solo fisica del vincolo matrimoniale.
La Chiesa d’Occidente ha seguito un altro percorso. Esclude lo scioglimento del matrimonio sacramentale tra battezzati rato e consumato, conosce però il divorzio per il matrimonio non consumato, così come, per il privilegio paolino e petrino, per i matrimoni non sacramentali. Accanto a ciò ci sono le dichiarazioni di nullità per vizio di forma; a questo proposito ci si potrebbe però domandare se non vengono messi in primo piano, in modo unilaterale, punti di vista giuridici storicamente molto tardivi.
J. Ratzinger ha suggerito di riprendere in modo nuovo la posizione di Basilio. Sembrerebbe essere una soluzione appropriata, che è anche alla base di queste mie riflessioni. Non possiamo fare riferimento all’una o all’altra interpretazione storica, che rimane sempre controversa, e nemmeno replicare semplicemente le soluzioni della Chiesa dei primordi nella nostra situazione, che è completamente diversa. Nella mutata situazione attuale possiamo però riprenderne i concetti di base e cercare di realizzarli al presente, nella maniera che è giusta ed equa alla luce del Vangelo».

(Fonte: Sandro Magister, www.chiesa, 1 marzo 2014)