giovedì 7 maggio 2015

Dossier: Maria Valtorta e la sua opera: una valutazione…

Quando l’ispirazione letteraria è scambiata per ispirazione divina. E un romanzo su Gesù per “quinto evangelio”. “Pericoloso” per giunta, a detta di Ratzinger.
Meglio Dan Brown… J'accuse di un equivoco letterario-religioso.
Perciò, quando i valtortiani dicono: “Maria Valtorta, chiamata ‘piccolo Giovanni’, non ha scritto un quinto Vangelo, ma ha sviluppato e illustrato, per divina ispirazione, i quattro Vangeli canonici”, occorre rispondere: “NO”.
La verità è che la Chiesa ha rigettato questa conclusione.
Da 50 anni la Chiesa sostiene che la Valtorta non ha scritto sotto ispirazione divina ma a modo suo: ha semplicemente composto una “vita romanzata” di e su Gesù…
Insomma, potremmo continuare e non essere lontani da ciò che disse l’allora Card. Ratzinger per mezzo del Sant’Uffizio: “Una vita di Gesù malamente romanzata“…
E anche se volessimo togliere il termine “malamente” , che esprime il giudizio della Chiesa, l’opera è davvero una vita di Gesù “romanzata”.
 
Allontanando da noi la presunzione o la superbia di sostituirci al giudizio della Madre Chiesa, vogliamo semplicemente trattare l’argomento partendo da ciò che la Santa Sede ha già detto a riguardo. Desideriamo, inoltre, tentare di comprendere perché, pur essendoci stato parere negativo riguardo agli scritti della Valtorta, i fedeli, invece di obbedire, continuano ad andare contro le disposizioni ecclesiali.
Va sottolineato che la Chiesa non si è pronunciata sulla persona, ma solo sui suoi scritti. Pur non ritenendoli eretici, li ha però “sconsigliati perché pericolosi” alla fede “dei piccoli”.
Le denunce della Madre Chiesa su questi scritti sono due. La prima è del 1959 a cura del Sant’Uffizio con la firma dell’allora Prefetto cardinale Ottaviani; la seconda è del 1985 a firma dell’ex Sant’Uffizio. Il Prefetto era all’epoca Joseph Ratzinger, il quale era impegnato contemporaneamente nell’analisi dei testi e della biografia di un’altra mistica, Anna Katharina Emmerich, di cui abbiamo parlato già in precedenti articoli e la cui beatificazione giunse nel 2004 con la firma al decreto di approvazione del beato Giovanni Paolo II.
Va ripetuto che non intendiamo fare processi. In aggiunta, diciamo anche che in futuro le decisioni prese finora potrebbero cambiare. E’ sempre saggio e prudente attendere il parere della Chiesa. Pertanto, noi ci accingiamo a sviscerare l’argomento fermandoci a ciò che è stato detto fino ad ora: per il domani Dio vede e provvede.

Per vie segrete… e Radio Maria
Nel Bollettino valtortiano del luglio 2010 leggiamo questa inquietante presentazione:
“L’Opera è restia a farsi trasportare sui veicoli di una propaganda aperta, ma preferisce dirigersi ai cuori, che se la comunicano l’un l’altro. Per tali vie segrete l’Opera ha raggiunto e continua a raggiungere ogni angolo della terra, fino ad aver suscitato spontaneamente traduzioni in più di 20 lingue, che tendono ad aumentare… Ogni volta, dunque, che abbiamo preteso di “lanciarla” con un servizio giornalistico, una pubblicità sulla stampa, uno stand alle fiere del libro, una conferenza o un convegno, a volte per iniziativa di altri con il nostro appoggio, ma sempre nella convinzione di rendere un buon servizio all’Opera, abbiamo fallito il colpo e siamo stati dirottati a servire tornando al solito posto di lavoro. Insomma, non dovevamo condurla, ma esserne condotti”
Inquieta quelle “vie segrete” giustificate dal quel dirigersi direttamente “ai cuori” comunicando l’un con l’altro: ci suona tanto di adepti,”per gli eletti”, settario, soprattutto se guardiamo al fatto che la condanna espressa dalla Chiesa è nata proprio a riguardo della difesa dei semplici.
Ad ogni modo usano anche Radio Maria, con la compiacenza di Padre Livio, per rendere pubblici questi scritti sconsigliati dalla Chiesa, definendoli “ispirati” quando la Congregazione per la Dottrina della Fede ha deciso, per ora, che non lo sono.

Se Gesù parla “strano” e si dissocia dalla Chiesa
L’ambiguità di queste parole è palese. Questo “Gesù” si esprime con pensieri strani, e comprendiamo perché per ben due volte la Chiesa definisce questi diari o quaderni come “pericolosi”. Sfogliando tutte le profezie dei mistici, riconosciuti tali, mai un Gesù Signore si dissocia dalla Chiesa che “vediamo”. Certo, Gesù mette in guardia sempre dai nostri peccati e dalle ombre che gettiamo sulla Sua Sposa, ma non ha mai avanzato il dubbio che “Sarebbe meglio allora che molte volte non la conoscesse. Dico che non conosce la Chiesa così come Io l’ho fondata“; al contrario, Gesù, nel suo rapporto con mistici e veggenti, solitamente cerca discepoli per riaffermare la credibilità dell’unica Chiesa da Lui fondata e guidata (più che animata), non semplicemente dal “suo” spirito, ma dallo Spirito Santo, Terza Persona della Trinità, che è Uno col Padre e il Figlio. La beata Emmerick, per esempio, parla certamente di ministri corrotti, perversi e pervertitori che guidano una “chiesa parallela”, ma non mette mai in dubbio la Chiesa in quanto tale. Qui, invece, la Valtorta dice ben altro, avanzando il dubbio che la Chiesa guidata da Pietro (intende questo quando viene detto “suoi ministri”) non sia la stessa di quella fondata da Cristo. E’ come se Cristo parlasse di un’altra Chiesa che la maggior parte dei fedeli non conoscerebbe o che “ Sarebbe meglio allora che molte volte non la conoscesse“. Il dubbio è palese e ci spinge a quella dottrina protestante secondo la quale la vera Chiesa di Cristo sarebbe quella “spirituale”, fatta dalla fede dei fedeli, e non quella retta dai ministri che sono sì sempre passibili di tentazione – e in alcuni casi anche corruttori di anime – ma anche “santi e santificatori”.

Ratzinger: una condanna che non è presa alla leggera
Nel 1985, il cardinale Joseph Ratzinger, nella sua qualità di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, risponde personalmente al quesito di un sacerdote genovese, interessato a conoscere la posizione dell’autorità ecclesiastica circa l’Opera della Valtorta; la risposta, come abbiamo detto, richiama il decreto del 1959 e un articolo dell’Osservatore Romano, aggiungendo che la condanna «non fu presa [rectius: decisa] alla leggera», sostenendo che l’Opera su Gesù è: “Una vita di Gesù malamente romanzata“. La condanna non è rivolta alla persona, ma deve essere fatta al fine di evitare i danni che tale pubblicazione avrebbe potuto «arrecare ai fedeli più sprovveduti». Michele Pisani, il laico che si prodigò alla prima stesura degli scritti, senza attendere il parere della Chiesa e continuando la divulgazione anche dopo l’esito negativo, addolcisce la pillola sostenendo che parlando di “fedeli più sprovveduti”, si potrebbe sottintendere che nell’Opera non si trovano errori propriamente eretici, giacché, in tal caso, essa sarebbe stata proibita a tutti quanti i fedeli; analogo discorso può farsi per un ipotetico danno alla moralità. Piuttosto la decisione presa dal futuro Papa riguarda propriamente quelle censure di “opportunità”, proprio per evitare che i fedeli “più sprovveduti” possano far sorgere in loro quegli stessi dubbi palesemente presenti nell’Opera.

Il mistero dell’approvazione di Pio XII e la lettera di Paolo VI
Le fonti valtortiane sostengono che tutta l’Opera fu data all’allora pontefice Pio XII, il quale, dicono, dopo averla letta, in una udienza privata a tre serviti diede l’ordine di farla pubblicare “così come era” e di vietare ai chierici la strumentalizzazione dei testi, e il divieto di censurare alcune parti. Il Sant’Uffizio naturalmente sostiene che ciò non è vero, a chi credere?
Semplice: se la risposta si fosse fermata al 1959, forse si poteva sospettare di un’eventuale disobbedienza al Papa e di un’azione malevola del Sant’Uffizio, ma il fatto che nel 1985 la Congregazione per la Fede, guidata da Ratzinger, si espresse nel modo in cui abbiamo letto, appare ragionevole credere che Pio XII non approvò mai l’Opera e forse non ebbe modo neppure di leggerla. Per il fatto stesso che si parla di “udienza privata” (e guarda caso a tre serviti che seguivano Maria Valtorta) non possiamo certo dire che la fonte sia più attendibile di quella del pronunciamento della Congregazione per la Dottrina della Fede stessa. I valtortiani esibiscono una lettera della Segreteria di Stato nella quale c’è scritto che l’Opera donata a Paolo VI, nel 1974, ha ricevuto il “grazie del Pontefice”. Questa, però, non è un’approvazione: il Papa riceve centinaia di doni. Anche io conservo ben due di queste lettere-ricevute, dopo aver fatto pervenire al Papa Giovanni Paolo II le foto della mia famiglia, chiedendo la benedizione, e la sua segreteria ci rispose mandandoci anche la corona del rosario, ma non mi sono mai illusa che il Papa l’abbia davvero letta o che abbia visto le nostre foto.

Colombe e serpenti. Magistero e vangelo piegati alla valtorta
Ma è necessario anche ricordare che “sprovveduto” si dice di colui che non ha dimestichezza o conoscenza di come funzionano le cose in un determinato contesto; che non è in grado di capire un fenomeno, una situazione che si trova ad affrontare. Talora, nell’accezione comune, si sottintende che chi è sprovveduto è anche esposto a determinati rischi derivanti dalla sua ingenuità o scarsa avvedutezza. Ci pare, allora, che, in un tal contesto, l’opportuna “censura” sia stata provvidenziale: sprovveduti sono in generale un po' tutti i cristiani, proprio perché, come battezzati, laddove si vive da veri cristiani, si è resi “docili come colombi”. Anche per questo, tuttavia, siamo invitati ad agire con l’astuzia dei serpenti.
Del resto, che certa “astuzia” venga usata anche da chi cura le Opere valtortiane è da loro detto: “Alcuni libri-estratti li abbiamo corredati di passi del Vangelo, ed anche di documenti del magistero pontificio, che avallano e rafforzano il valore della trattazione valtortiana.”
Il sistema è, dunque, quello di piegare il Magistero e il Vangelo all’opera valtortiana, una sorta di interpretazione che, evidentemente, all’allora cardinale Ratzinger non è bastata per definirla “edificante e di aiuto ai fedeli”. Al contrario, dichiarata “pericolosa” nonostante gli accostamenti fatti al magistero e al Vangelo…
I valtortiani che curano i suoi scritti ammettono: “L’opera di Maria Valtorta ha dato prova, per decenni, di essere uno strumento di evangelizzazione nel mondo intero. La Chiesa potrebbe ora servirsi delle nostre pubblicazioni per intraprendere un suo esame, troppo a lungo rimandato, che faccia approdare ad un riconoscimento”.
Dunque non c’è un riconoscimento: la Chiesa fino ad oggi non si è servita di questa Opera. A questo punto appare evidente che Pio XII non la approvò ordinando la sua diffusione. Poiché ci preme l’unità della Chiesa, noi ci auguriamo di cuore che riconoscimento arrivi, magari in un futuro: ci preoccupa tuttavia che molti sacerdoti, per esempio, non leggono e non conoscono i santi, non conoscono il Magistero Pontificio, non conosco neppure il catechismo, ma si dilettano nell’opera valtortiana perseguendo una ostinata disobbedienza alle decisioni prese dalla Chiesa.

Seminare dubbi sul sant’Uffizio
Nel Bollettino del luglio 2007, i valtortiani ammettono di agire in disobbedienza alla Chiesa:
“Quando, oltre sessant’anni fa, l’opera di Maria Valtorta veniva fatta circolare in copie dattiloscritte, il Sant’Uffizio intimò ai Religiosi che se ne facevano promotori di non pubblicarla prima che la competente Autorità ecclesiastica ne avesse compiuto un accurato esame. Ben presto, però, si capì che l’accurato esame non sarebbe mai iniziato, sia per la mole dell’opera, sia per la poca predisposizione dei Revisori. La pubblicazione che uscì nonostante il divieto, pur essendo dovuta all’iniziativa di un editore laico, fu ritenuta dal Sant’Uffizio un atto di disobbedienza dei suddetti Religiosi, con le ben note conseguenze.”. Non ci sembra un modo corretto di procedere: tanto più che è falso e grave gettare il dubbio che “la competente Autorità non avrebbe apportato un accurato esame…”. Conoscendo la pignoleria del Sant’Uffizio nel 1950 e quella di Ratzinger nel 1985, poiché sappiamo di come si sono occupati di altre questioni e, per esempio, degli scritti della Emmerick, tutto ci fa credere piuttosto che i testi vennero letti e non giudicati idonei e persino pericolosi. Si legge che la decisione “non fu presa alla leggera”: se la conseguenza dei fatti è agire sapendo di disobbedire, ciò ci fa pensare che questi testi non sono propriamente “celesti” e che la Valtorta – noi pensiamo – non avrebbe mai accettato una situazione del genere, ma avrebbe atteso il parere della Chiesa!

Processo di beatificazione per la Valtorta: i vescovi dicono no
Se è vero, poi, che l’unica Opera passata al vaglio dal Sant’Uffizio è proprio quella più imponente, più letta e più importante, denominata “L’Evangelio come mi è stato rivelato” – che nella prima edizione portava un’altro titolo: il Poema dell’Uomo Dio, e che è stata definita “pericolosa per i più semplici” – e che quest’opera è stata esaminata per ben due volte, appare evidente che tutta l’Opera valtortiana non è affidabile riguardo al campo apologetico, dottrinale e teologico. Almeno fino a quando la Chiesa non si pronuncerà nuovamente e diversamente. E anche importante sottolineare che l’Ordine dei Serviti, ai quali Maria era legata, ha chiesto di recente l’apertura del processo di beatificazione: questa richiesta è stata rigettata da tutti vescovi della Toscana. Tutti hanno dato parere negativo. Quindi, Maria Valtorta, in questo momento, non è neppure dichiarata “venerabile”, sebbene il corpo fu traslato dal cimitero ove venne sepolta nel 1961 alla Basilica di Santa Maria Annunziata in Firenze nel 1973.
Qui non si discute la sua personale santità, ma di regole calpestate, di venerabili senza autorizzazione, di testi divulgati non soltanto senza l’imprimatur, ma, proprio contravvenendo a ben due divieti della Congregazione per la Dottrina della Fede, definiti “ispirati” quando per la Chiesa non lo sono.
È bene ripetere e ricordare che tutti i sacerdoti e i laici che usano gli scritti valtortiani per l’evangelizzazione, lo fanno in disobbedienza alla Chiesa, servendosi di materiale “pericoloso e non idoneo” che la Chiesa non ha approvato e che ha vietato di divulgare come “ispirato”.
Qui non è in discussione la persona di Maria Valtorta, sia ben chiaro, ma ancora una volta è in discussione la sua Opera scritta che la Chiesa non ha riconosciuto! Non rischiamo di essere mai ripetitivi abbastanza quando ancora nel 2007 leggiamo dal loro Bollettino: “Tutta questa storia, detta qui in brevi cenni, è ben sviluppata nel libro intitolato Pro e contro Maria Valtorta, che riproponiamo soprattutto a coloro che lo rifiutano perché ritengono, a torto, che esso accolga per buone le maldicenze”.
Ma come è possibile approvare chi dice male di Maria Valtorta?”.
L’ennesimo errore, speriamo in buona fede: non si parla affatto “male” di Maria Valtorta, ma si dice, con la Chiesa, che i suoi scritti non sono approvati come materiale ecclesiale, teologico e dottrinale, e come “ispirazione divina”.
Il fatto che ci possano essere, o ci siano, pareri favorevoli a questi scritti, provenissero anche da cardinali o professori, non significa nulla: ciò che conta è il parere della Chiesa; è la Chiesa che deve decidere quali siano i testi da adottare per l’evangelizzazione; è la Chiesa che decide quali siano i testi validi per la dottrina e per le catechesi. Il parere degli altri, per quanto autorevoli, non può mai sostituirsi ad un’approvazione ufficiale!
Naturalmente questo discorso vale per tutti e per tutto ciò che riguarda la Chiesa. Noi stessi, per quanto fallibili con le nostre opinioni, stiamo cercando di analizzare i fatti alla luce della disapprovazione della Chiesa e non alimentando opinioni personali che ognuno potrà maturare per conto proprio, ma mai in nome della Catholica.

Quel nome che ancora non viene fatto…
Un’altra volta “la voce” le avrebbe detto: “Quando la tua mano sarà ferma nella pace in attesa di risorgere nella gloria, allora, solo allora verrà fatto il tuo nome”. Dovremmo pensare che Maria Valtorta non è ancora nella gloria? Ovvio che no, ma non è stata riconosciuta ancora, e i valtortiani sostengono che se il suo nome non viene ancora “glorificato-beatificato” dipende dal fatto che ella non voleva il culto alla sua persona. Questo, però, nessun santo lo vuole! Nessun santo desidera che la propria fama oscuri il nome del suo Signore. E’ Dio a decidere ed è la Chiesa docente ad interpretare le decisioni di Dio. Se il suo nome non è ancora stato fatto, ossia, beatificato, di conseguenza ci è lecito pensare che è Dio stesso a non volere questa divulgazione, stando proprio a ciò che leggiamo. Attualmente il suo nome appare sì, ma come atto di disobbedienza dei suoi seguaci, per loro stessa ammissione, come è scritto sopra.

Quale santo ha mai detto “mi oppongo”?
Nel novembre del 1944 Maria Valtorta scrive al suo sacerdote: “…mi oppongo formalmente che della opera santa, data per gioia dei buoni e guida dei sacerdoti, sia fatto uno studio umano… trattando il portavoce come “il caso clinico Valtorta”, volendo tutto spiegare, e perciò ridurre ad un fenomeno psichico, tutto spiegare, anche quello che altro non è che suprema, adorabile, paterna opera di Dio, del Pastore e Padre al suo gregge. (…) Circa, poi, l’opera dettata da Gesù, mi oppongo, e nella maniera più recisa, che vengano fatti studi di una scienza che spogliata da non vere vesti appare quale è: razionalismo del più schietto. No. Siate sacerdoti e non scienziati. Siate sacerdoti e non politicanti. Siate sacerdoti, ossia umili e retti, e non superbi e spinti sempre a dimenticare lo scopo: le anime, per il fronzolo: la soddisfazione di fare un’opera scientifica lodata, citata, e commentata da altri della stessa tempra.”
Parole in sé sacrosante: siate sacerdoti e non politicanti…Attenzione, però: l’Opera di cui parla è stata passata al vaglio dall’Autorità della Chiesa. Quale santo o mistico ha mai detto all’Autorità della Chiesa che indagava “mi oppongo”? La Chiesa ha il compito di “provare al crogiolo” soprattutto i mistici. San Pio ci rammenta benissimo come occorre disporsi davanti all’autorità ecclesiastica: con un “obbedisco” senza se e senza ma. E questa obbedienza ha rivelato la sua vera grandezza e quella di altri come lui.

Disobbedisce al Signore e guida il suo confessore, invece di farsi guidare
Dalle lettere dell’aprile 1946 al suo sacerdote, appare una chiara contraddizione:
“Le faccio presente che, anche dopo il permesso avuto da Nostro Signore di dare a leggere pagine a chi sento bisognosi di questo fra i miei testimoni, io non me ne sono valsa perché sempre più mi convinco che non c’è ubbidienza, correttezza, prudenza, nella gente anche migliore. Non per colpa mia deve venire il castigo. Io ubbidisco e ho ubbidito. Sempre…”.
Queste affermazioni, teologicamente parlando, sono davvero ambigue se non persino gravi: un santo, che riceve un permesso dal Signore, opera e basta, agisce, non decide diversamente perché ritiene il genere umano scorretto e disobbediente. E se il “castigo” doveva avvenire per causa (non colpa) sua? Chi è lei per decidere diversamente dal permesso voluto da Cristo? Obbedisce o no? E a chi obbedisce?
Appare piuttosto evidente che Maria Valtorta agisce molto liberamente, indipendentemente da tutti e da tutto; agisce secondo le sue decisioni, è lei a decidere. Tutte le lettere indirizzate al suo confessore sono chiarissime in questo senso: è lei che guida il suo confessore, non il contrario come dovrebbe avvenire, e questo è davvero contrario a tutte le regole della vera mistica (chi volesse capire cosa è la mistica si rilegga sul sito la prima tappa sulla beata Katharina Emmerich). Una volta dice al suo sacerdote: “Ma non ha ancora capito che è un momento in cui tutto il Male è contro l’Opera? Sia coraggioso, prudente e paziente. Quando, e se, capisce che il Generale ha vero interessamento e fede nell’opera, col suo aiuto cerchi di ottenere l’approvazione.”. L’approvazione, però, non è arrivata. Contro l’Opera della Valtorta c’era il Sant’Uffizio, cioè la Chiesa!

Cristo può contraddirsi? Tutto è sempre al contrario nella Valtorta
Lievemente grafomane. I quattro evangelisti in una ventina di pagine ciascuno raccontarono la storia della salvezza. Questo “quinto evangelo” della Valtorta, per raccontare apparentemente le stesse cose, abbisogna di 20 volumi
Il 28 gennaio del 1947 “Gesù” avrebbe dato a Maria Valtorta un nome maschile, con il quale presentare la “sua” Opera, che molti discepoli valtortiani definirono erroneamente il Quinto Vangelo. Cristo, a tal proposito avrebbe appunto detto: “Non è un libro canonico. Ma è sempre un libro ispirato, che Io dono per aiutarvi a comprendere ciò che fu il mio tempo di Maestro e a conoscermi”. Perché, però, chiamare Maria Valtorta “piccolo Giovanni”, alludendo così ad una continuazione con il Suo Vangelo? E’ altrettanto ambiguo che nel fare citazioni dall’Opera come fonte si scriva “L’Evangelo n….” e, tuttavia, nello stesso tempo, si precisa che non è un quinto Vangelo. Al di la di questo particolare, resta palese che per “conoscere” Gesù dovremmo avere bisogno di leggere i quaderni della Valtorta la quale, ha scritto di suo pugno, di non essersi mai interessata ad altri testi teologici. Inoltre, se tale opera è “per i semplici”, suona strano che la CdF abbia per ben due volte sottolineato che tale Opera è “pericolosa” proprio per i semplici, sottolineato da chi è diventato Papa: abbiamo due Cristi diversi – uno che ha ispirato la Valtorta e uno che guida la Sua Chiesa attraverso il suo vicario – che si contraddicono?
In verità la Valtorta era certamente un’anima pia e aveva letto libri spirituali come Storia di un anima di santa Teresa di Lisieux ed era attiva nell’Azione Cattolica. Fin dall’adolescenza aveva in cuore l’idea di approfondire la fede cristiana: ciò che c’era a sua disposizione sembrava non bastarle mai e voleva di più. Già da tempo le frullava per la mente di scrivere, e scrivere tanto: aveva pure iniziato un romanzo femminile, ma non lo completò mai.
Forse è proprio questo “volere” a trarla in qualche inganno nella convinzione che il Signore l’avesse prescelta proprio in ciò che ella desiderava di più al mondo: conoscere la fede cristiana e scrivere. Solitamente, nei mistici, accade proprio il contrario: è vero che fin da bambini sono “privilegiati”, ossia preparati spesse volte da delle “visite” speciali di angeli custodi, di alcuni santi, ecc., ma solitamente non sono i loro desideri che si avverano, se non quello di un atto di consacrazione di se stessi a Dio nella verginità totale. Riguardo ai “progetti”, è la “visione” che disvela lentamente il progetto di Dio. Con la Valtorta ciò che colpisce è che tutto avviene sempre al contrario: è la Valtorta che disvela il Cristo!

Quel titolo – L’Evangelo – che nessun’opera di mistici ha mai rivendicato per sé
C’è, poi, un altro particolare. In molti casi, la donna non vede – non ha, pertanto, delle visioni – ma scrive sotto dettatura, sostenendo che a dettare a volte è Gesù, altre volte lo Spirito Santo, altre volte ancora l’angelo custode, ecc. Maria Valtorta non vede, ma dice di “riconoscere le voce come proveniente da Gesù… dallo Spirito Santo, ecc…”
E se è Gesù stesso che dice che nulla può essere aggiunto e nulla può essere tolto dalla Scrittura, perché chiamare l’opera maggiore della Valtorta L’Evangelo come mi è stato rivelato? Un opera voluminosa: 10 volumi ed oltre 600 capitoli per raccontare, senza dubbio, ciò che è già nei Vangeli, ma aggiungendo anche molto di ciò che nei Vangeli non c’è. Anche la Beata Emmerich, attraverso le sue visioni, fece trascrivere al Brentano ciò che vedeva sulla vita di Gesù e Maria (la beata, sofferente come era, ed essendo in estasi, non poteva scrivere, ma raccontava e poi spiegava), ma gli scritti tratti dalle sue visioni non sono mai stati chiamati Evangelo. Più semplicemente, infatti, sono stati intitolati La Passione di Cristo e la Vita di Maria.

Strani episodi e nuovi personaggi
Inoltre, non ci sono episodi aggiunti ai racconti canonici, al contrario di quello che accade spesso nell’Evangelo della Valtorta, come nel proemio V, dove, nei racconti che precedono la Passione di Gesù, spunta una discepola velata col nome di Anastatica. Tanto per rendere l’idea: “Gesù ha lasciato Betania insieme a quelli che erano con lui, ossia Simone Zelote e Marziam. Ma ad essi si è aggiunta Anastatica che, tutta velata, cammina di fianco a Marziam, mentre Gesù è un passo indietro con Simone. Le due coppie camminano parlando. Ognuna per conto proprio, e di ciò che più gli sta a cuore. Dice Anastatica a Marziam, continuando un discorso già avviato: “Non vedo l’ora di conoscerla”. Forse la donna parla di Elisa dei Betsur. “Credi, che non ero così commossa quando andai alle nozze o fui dichiarata lebbrosa. Come la saluterò?” E Marziam con un sorriso dolce e serio nello stesso tempo: ” Oh! Col suo vero nome! Mamma!” – “Ma io non la conosco! Non è troppa confidenza? Chi sono io, infine, rispetto a lei?” – “Ciò che ero io lo scorso anno. Anzi, tu molto più di me sei! Io ero un povero orfanello, eppure lei mi ha sempre chiamato figlio, dal primo momento, e una vera madre mi è stata. L’anno passato ero io che tremavo d’orgasmo in attesa di vederla! Ma poi solo a vederla non ho tremato più…”.
Poi il racconto prosegue ancora con storie incomprensibili di queste persone. Giungono alla casetta dove sta in attesa Maria, la Madre di Gesù, con tutti gli altri discepoli: Gesù saluta la Madre da lontano e prende per mano Anastatica per condurla a lei. Poi Gesù si avvia verso il Getsemani e si legge ancora: “E dopo, Gesù invita sua Madre e Maria di Alfeo ad andare con Lui e con i Discepoli per l’uliveto silenzioso”. Qui Gesù si mette a leggere una Lettera da Antiochia a Pietro, desideroso di udirla per poterla raccontare subito alla moglie appena rientrerà.
Insomma, potremmo continuare e non essere lontani da ciò che disse l’allora Ratzinger per mezzo del Sant’Uffizio: “Una vita di Gesù malamente romanzata“… E anche se volessimo togliere il termine “malamente” , che esprime il giudizio della Chiesa, l’opera è davvero una vita di Gesù “romanzata”.

Gesù il vero autore dell’opera valtortiana?
Diverso è un giudizio che si potrebbe dare ai cosiddetti “Quaderni”. Si tratta di scritti da ricondurre esclusivamente alla mano della Valtorta, composti dal 1947 al 1953, nel corso dei 27 anni, in cui la donna rimase immobilizzata a letto per una paralisi. Riportano quanto Maria ritiene “dettato” e quanto Maria ritiene “visione”: 90 quaderni e circa 12mila pagine. Da questi scritti sono state estrapolate quelle “visioni o dettati” sulla vita di Gesù e Maria e riportate poi a parte in quell’Evangelo, cestinato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Mi viene il sospetto che probabilmente sarebbe stato meglio lasciare i quaderni così com’erano, senza estrapolare per farne ciò che viene definita l’Opera voluta da Gesù. Secondo quanto rivelato in uno di questi quaderni – a quanto sostengono anche i valtortiani definiscono – sarebbe stato Gesù stesso ad ordinare i capitoli del libro e dei quaderni. Egli così avrebbe ordinato alla Valtorta: “E ora, fa attenzione. Ti risparmio la descrizione della deposizione nel sepolcro, che è stata ben descritta l’anno scorso, il 19 febbraio 1944. Così userai quella, e (Padre Migliorini) alla fine metterà il lamento di Maria, che ho dato il 4 ottobre 1944. Poi tu inserirai le tue nuove visioni. Sono nuove parti della Passione e devono essere messe con molta attenzione ai loro posti per evitare confusione e lacune.”

Meglio Dan Brown… almeno spinge a cercare la verità per difendere la propria fede
Personalmente ho letto l’Evangelo e non posso che definire il tutto “una vita romanzata di Gesù”. Quanto agli errori teologici non mi sbilancio e non mi pronuncio più di tanto: non è compito mio. Quel che penso è che nulla in quest’opera può tornare “utile” alla fede: certo, questa è una mia impressione, un mio giudizio, ma certi giudizi entusiastici che la descrivono come l’opera letteraria più grande di questi tempi mi sembrano davvero eccessivi. In alcuni punti – lo confesso – lo scritto mi appare persino noioso ed incomprensibile.
Se, però, in un commento che la sostiene leggo testualmente: “Trattandosi di una “Vita di Gesù”, quest’opera non lascia indifferenti e suscita sempre appassionate reazioni. L’opera è così eccezionale che merita di essere annoverata tra i capolavori della letteratura universale. Offre la materia per un’inesauribile enciclopedia della vita di Gesù. Infatti quest’opera non solo integra la totalità dei quattro evangeli, ma ne ricostruisce tutto il contesto socioculturale (…)”, mi si conceda di dissentire e non solo perché la Chiesa si è espressa diversamente sull’Evangelo, ma proprio perché è un errore definirla una sorta di enciclopedia su Gesù. Inoltre, non è affatto un opera eccezionale, ma è semmai un bel romanzo. Tanto per rendere l’idea, è un romanzo che può appassionare e suscitare “reazioni diverse” come avvenne per il romanzo di Dan Brown: non me ne vogliano i valtortiani per il paragone, ma perché non impegnarsi allora sulla Salita al Carmelo di san Giovanni della Croce? Perché non attenersi molto più semplicemente ai Vangeli? Perché non impegnarsi sul Dialogo della Divina Provvidenza di Santa Caterina da Siena, che è Dottore della Chiesa? Cosa è questa voglia, o questo prurito, di curiosare il dietro le quinte dei Vangeli canonici?
Dan Brown mi ha stimolato molto di più sulla difesa della mia fede; mi ha spinto a cercare la verità ancora di più, a tentare di trovare delle risposte valide e concrete alle assurde accuse che riportava, e naturalmente le ho trovate, perché la Verità alla fine si fa scoprire. L’Opera della Valtorta, invece, non mi ha dato gli stessi stimoli. Finita la lettura, l’ho vista per quello che era: un romanzo, molto fantasioso in diversi punti, con un Gesù a volte talmente sdolcinato da far temere il diabete che, d’un tratto, diventava un Gesù severo che “non perdona”; con una Madre intenta a tenere viva la piccola comunità di “fortunati” perché accolti dal Figlio che li porta a Lei, quando, nei Vangeli canonici, è invece la Madre che segue il Figlio.

Se Pilato si annoia…
Nell’Evangelo valtortiano si legge: “«Sia flagellato» ordina Pilato a un centurione.
«Quanto?» «Quanto ti pare… Tanto è affare finito. E io sono annoiato. Va’» “. Questo brevissimo esempio aiuta a capire cosa intendiamo per “romanzato”. Pilato non era affatto “annoiato”; il racconto canonico ci mostra che egli era “preoccupato”, ansioso di farla finita, sì, ma in un modo tale da mettere a tacere i contendenti: i cristiani che difendevano Gesù e gli accusatori che erano sempre “la sua gente”. Pilato si lava le mani non perché è annoiato, ma perché, riconoscendo per ben tre volte l’innocenza di Gesù, non vuole macchiarsi di sangue innocente e, al tempo stesso, non vuole mettersi “contro Cesare”, contro i Rabbini che lo accusavano di offendere Cesare se non avesse condannato Gesù. Piccole sfumature – d’accordo – ma, appunto, per questo si tratta di “un romanzo” e non della “vita di Gesù”! Un Pilato “annoiato” falsifica il ruolo stesso avuto da Pilato nella vicenda!

Qualcuno dice della Valtorta: “Alcuni dotti l’hanno paragonata al genio di uno Shakespeare”. Anche se fosse vero, a cosa mi serve uno Shakespeare per la dottrina? Interessante il fatto che abbia riprodotto, nei racconti, angoli nascosti nella Sacra Scrittura ma esistenti: va bene, ma a cosa mi serve? Per provare che i racconti sono veri? Se la verità si fondasse solo su questo perché le visioni della beata Emmerich sono state dichiarate autenticamente ispirate e questi no? Un motivo ci sarà!
Mi sembra più saggio parlare di complessità e di enigma. Una complessità al momento risolta dal pronunciamento della Congregazione per Dottrina della Fede sull’Opera e di un enigma, che riguarda la personalità della Valtorta, e che, a Dio piacendo, magari si risolverà in futuro.

Né “Gesù dice…”, né “Maria dice…
Come abbiamo accennato sopra, la Valtorta attribuisce a Gesù stesso l’Opera. Così, però, si espresse il Sant’Uffizio e così fu riportato da Ratzinger nel 1985:
“L’Opera, dunque, avrebbe meritato una condanna anche se si fosse trattato soltanto di un romanzo, se non altro per motivi di irriverenza. Ma in realtà l’intenzione dell’autore pretende di più. Scorrendo i volumi, qua e là si leggono le parole ‘Gesù dice…’, ‘Maria dice…’; oppure: ‘Io vedo…’ e simili. Anzi, verso la fine del IV volume (pag. 839) l’autore si rivela… un’autrice, e scrive di essere testimone di tutto il tempo messianico e di chiamarsi Maria (Valtorta)”.
Queste parole fanno ricordare che, circa dieci anni fa, giravano alcuni voluminosi dattiloscritti, che contenevano pretese visioni e rivelazioni. Consta che allora la competente Autorità Ecclesiastica aveva proibito la stampa di questi dattiloscritti ed aveva ordinato che fossero ritirati dalla circolazione. Ora li vediamo riprodotti quasi del tutto nella presente Opera. Perciò questa pubblica condanna della Suprema S. Congregazione è tanto più opportuna, a motivo della grave disobbedienza…”.

Maria seconda a Pietro. La disobbedienza di un consultore dell’ex sant’uffizio
L’irriverenza a cosa è dovuta? A questo passo che riporto sempre dal Decreto ufficiale:
Nel II vol. a pag. 772 si legge: “Il Paradiso è Luce, profumo e armonia. Ma se in esso non si beasse il Padre, nel contemplare la Tutta Bella che fa della Terra un paradiso, ma se il Paradiso dovesse in futuro non avere il Giglio vivo nel cui seno sono i Tre pistilli di fuoco della divina Trinità, luce, profumo, armonia, letizia del Paradiso sarebbero menomati della metà”. Qui si esprime un concetto ermetico e quanto mai confuso, per fortuna; perché se si dovesse prendere alla lettera, non si salverebbe da severa censura. Per finire, accenno ad un’altra affermazione strana ed imprecisa, in cui si dice della Madonna: “Tu, nel tempo che resterai sulla Terra, seconda a Pietro ”come gerarchia ecclesiastica…”.
La Vergine Maria, come ben sappiamo dalla dottrina non è nella “gerarchia” ma è dentro la Chiesa quale Madre della Chiesa e non Ministro, neppure paragonabile al ruolo di Pietro, e ciò dimostra che l’autorità ecclesiale aveva ben letto l’Opera.
Qui si apre un aspetto inquietante, che è tipico del tempo della grande confusione degli anni ’70. Riporto dal Documento di difesa valtortiano, l’unica “difesa” più autorevole che hanno avuto:
“Padre Roschini, dei Servi di Maria, aveva letto l’Opera della Valtorta dopo molti anni di diffidenza e ne era rimasto conquistato, fino a farne materia d’insegnamento in un corso di lezioni alla Pontificia Facoltà teologica Marianum di Roma. Da quelle lezioni nacque il suo libro, uscito nel 1973 e presto esauritosi, nel quale egli ripercorreva la teologia di Maria sui testi di una delle più grandi mistiche contemporanee”.
L’Autore, deceduto nel 1977, insegnava anche nella Pontificia Università Lateranense. Era Consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede e della Congregazione per le Cause dei Santi. Insomma, un nome che era una garanzia per l’epoca.
Ecco, di fronte a questi fatti uno davvero si ferma e si arrende, ma non per aver trovato le prove che cercava, ma si arrende di fronte alla disobbedienza fatta passare per virtù.
Questo sacerdote, contravvenendo ad una condanna del Sant’Uffizio, e consultore egli stesso della medesima Congregazione – e qui sta l’aggravante non certo il merito – non solo si fa promotore di un’opera condannata dalla Chiesa, ma la impone come argomento di insegnamento. Ne ricava persino un libro, ci guadagna pure e, probabilmente – anche se su questo non siamo certi – senza dire agli studenti che tale opera era stata vietata dalla Santa Sede. Si sa, purtroppo: eravamo negli anni della contestazione, gli anni del Catechismo Olandese, della contestazione alla morale cattolica, contro la Humanae Vitae, gli anni in cui il Papa denunciava che il fumo di Satana era entrato nei Sacri Palazzi, gli anni della fede fai da te… a chi importava cosa diceva il Sant’Uffizio?
Non è da sottovalutare che, anni dopo, l’allora card. Ratzinger abbia sorvolato sul comportamento del Roschini e, soprattutto, sulla sua posizione in favore dello stesso all’Opera valtortiana, e nel 1985, otto anni dopo la morte del consultore del Dicastero di cui egli è il Prefetto, nega ancora una volta l’ispirazione divina dell’Opera, usando il testo del 1959 del Sant’Uffizio.

La mariologia secondo la Valtorta: ci sono lacune nei Vangeli. La risposta indiretta di J. Ratzinger
Trovo piuttosto indicativo che nel suo testo del 1997, Maria Chiesa nascente, il card. Ratzinger, fra le mille citazioni che fa, non usa mai né la mariologia della Valtorta, né il libro così tanto venduto sulla mariologia di un suo “collega” che a quell’Opera si rifaceva! Anzi, il futuro Papa sembra riportare in questo testo la vera mariologia della Chiesa ripulita da tante altre pretese “mariologiche” di quegli anni.
Facciamo un esempio concreto di questa “mariologia valtortiana”. Innanzi tutto essa, dice padre Roschini, “è nuova” e come esempio fa questa citazione : “Restituire nella loro verità le figure del Figlio dell’Uomo e di Maria, veri figli di Adamo per la carne e il sangue, ma di un Adamo innocente” (l’Evangelio vol. X, p. 362). Una frase davvero ambigua. Cosa intende per nuovo? Lo spiega il Roschini in questo modo inaccettabile: “Si tratta perciò di restaurare, oltreché la figura di Cristo, la figura di Maria. Il motivo di questo restauro della figura di Maria va ricercato nelle evidenti lacune che riscontriamo, nei libri canonici, riguardo a Maria SS. «Io, detta Gesù alla Valtorta, ero nei Vangeli già sufficientemente descritto, in un minimo capace di bastare alla salvezza dei cuori. Maria SS. era poco nota; la sua figura era appena disegnata con linee incomplete che troppo di Lei lasciano in ombra. Ecco: lo l’ho svelata. Ed Io te l’ho data questa perfetta storia di mia Madre, o Ordine che ti fregi del nome di Maria… E’ gloria dell’Ordine, questa…» (Dettato del 6 gennaio 1949)”.
I Vangeli Canonici hanno delle lacune? Stiamo forse pazziando?
Riguardo a Maria Santissima, non ci sono delle lacune, ma “assenze volute”. Nella Scrittura nulla è scritto a caso, nulla può esservi aggiunto, nulla può essere tolto, Gesù ora si contraddice e parla di lacune, di “linee incomplete”? La Sacra Scrittura contiene tutto: semmai deve esserne svelato ancora pienamente il contenuto, come succede, per esempio, con l’Apocalisse, avvolta nel mistero, e non ancora pienamente rivelata nella sua comprensione, nell’interpretazione. La Scrittura, però, non contiene lacune, né è incompleta! A pag. 63 di Maria Chiesa nascente, Ratzinger dice:
“Maria ha vissuto così profondamente nella parola dell’Antica Alleanza, che questa è divenuta in modo del tutto spontaneo la sua propria parola. La Bibbia era così pregata e vissuta da Lei, era così ruminata nel Suo cuore, che Ella vedeva nella Parola Divina la sua stessa vita… e la Sua parola si era unita a quella di Dio…”. Non ci sono, dunque, lacune: ci sono piuttosto possibilità per approfondire ciò che, contenuto nella Bibbia, è ancora per noi velato, ma non incompleto o assente.

Il parallelismo Eva-Maria: se la Valtorta insegna anche ai Padri della Chiesa…
Dice Roschini: “Cosi, tanto per fare un esempio, il celebre e classico parallelismo Eva-Maria in nessuno dei Padri e degli Scrittori Ecclesiastici, e neppure nei Padri e Scrittori presi complessivamente, ha uno sviluppo così seducente, ampio e completo come negli scritti di Maria Valtorta”.
Confesso che sono scandalizzata e senza parole. Il parallelismo “Eva-Maria” è proprio sviscerato in modo completo, dai Padri, specialmente orientali. Questi Padri insegnano: “Questo contrasto tra la Madonna ed Eva la Chiesa lo vede espresso nel fatto che la parola Ave è l’inversione della parola Eva, come cantiamo nell’Inno Ave Maris Stella: Sumens illud ave (…) Mutans Evae nomen/ Accogliendo quell’Ave (…) trasformando il nome di Eva… E la Chiesa considera che come Ave è l’inversione di Eva, la Madonna converte in benedizione tutte le maledizioni di Eva”.
Questo contrasto tra la Madonna ed Eva, la Patristica lo espone, inoltre, come contrasto tra una vergine sciocca ed una vergine prudente, una donna superba ed una donna umile: la prima che fa assaporare dell’albero della morte, la seconda che fa assaporare dell’albero della vita; la prima l’amarezza di un cibo velenoso, la seconda la dolcezza di un Frutto Eterno. Se sviluppo viene fatto dalla Valtorta, questo non può che partire da queste fondamenta. Se non partisse da queste, e dunque non unendosi alla ricchezza della Patristica, sarebbe piuttosto la prova di una ambigua mariologia.
Altro campanello d’allarme è il completo silenzio di Giovanni Paolo II sull’Opera valtortiana. E’ vero, egli non la condanna se non approvando la decisione presa da Ratzinger Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Tuttavia, è significativo che, in ben 25 anni di Pontificato, il Papa “di Maria”, del Totus Tuus, non cita mai, neppure una volta, “la Maria” dell’Opera valtortiana.

Quegli appigli dei valtortiani su fatti irrilevanti. La riposta chiara della Chiesa
Fa discutere il fatto che i valtortiani si appellino all’abolizione della soppressione del Decreto in base a quanto da essi riportato:
“Nei confronti del diritto: L’Indice è stato una misura disciplinare della Chiesa, soppresso inizialmente in diritto nel 1966 poi in conseguenza del suo decreto d’applicazione”. E’ vero: la soppressione dell’Indice (Index) c’è stata, ma loro dimenticano che c’è stata una ricondanna nel 1985 e non già la messa all’Indice, ma proprio una ri-valutazione negativa.
Altra scusa che mettono avanti è questa: “Essa (la condanna) proveniva da una congregazione della Chiesa, il Sant’Uffizio, ma non dal suo magistero infallibile riservato esclusivamente al Papa (ciò che avrebbe reso impossibile la sua abolizione)”.
Questa scusa è davvero inaccettabile. In primo luogo, perché il pronunciamento del Sant’Uffizio era legittimo. Quando poi il Sant’Uffizio divenne Congregazione per la Dottrina della Fede, ai sensi del decreto “Integræ Servandæ” di Papa Paolo VI, il 7 Dicembre 1965, questa si ri-espresse sull’argomento nel 1985, nella persona del suo Prefetto. In secondo luogo, perché le disposizioni del Sant’Uffizio o della CdF sono valutazioni in materia dottrinale che appartengono all’infallibilità della Chiesa perché sono pronunciamenti ufficiali che vengono sottoposti al Papa prima di essere firmati definitivamente
Un testimonial di origine francese usato dai valtortiani per dimostrare la veridicità delle loro indagini, dice:
“Certi detrattori dell’Opera di Maria Valtorta utilizzano, come argomento per sconsigliarne la lettura, la messa all’Indice del 1959 da parte del Sant’Uffizio, senza valutarne la prevalente motivazione disciplinare, provocata dal comportamento imprudente di alcuni religiosi, e senza riferire sugli attestati che ecclesiastici di alto rango hanno rilasciato in merito a quest’Opera, che per lo meno non contiene nulla contro la fede e la morale”.
Ma il 1959 fu solo l’inizio della negazione da parte della Chiesa. In risposta a questo e ad ogni tentativo di sminuire quella data, c’è proprio il testo dell’allora cardinale Ratzinger che toglie ogni dubbio. Egli scrivendo al cardinale Siri, di Genova, a riguardo di un frate cappuccino, che chiedeva chiarimenti in merito a tale condanna e a riguardo proprio dell’abolizione dell’Index, così rispondeva:
“…dopo l’avvenuta abrogazione dell’Indice, sempre sull’Osservatore Romano, 15 Giugno 1966, si fece presente quanto pubblicato su A.A.S. (1966) che, benché abolito, l’Index conserva tutto il suo valore morale per cui non si ritiene opportuna la diffusione e raccomandazione di un’Opera la cui condanna non fu presa alla leggera ma dopo ponderate motivazioni al fine di neutralizzare i danni che tale pubblicazione può arrecare ai fedeli più sprovveduti”.
Bisogna essere davvero in malafede per spacciare ancora l’Opera come approvata e innocua!

Pure Mons. Tettamanzi dice no alla soprannaturalità dell’opera…
La posizione della Chiesa sulle rivelazioni private si precisa ulteriormente quando il cardinale Ratzinger, davanti all’aumento d’interesse per l’opera di Maria Valtorta, chiede al Segretario della Conferenza Episcopale Italiana di prendere contatto con l’Editore delle Opere valtortiane per chiarire per l’ennesima volta la posizione della Chiesa. Ecco la lettera inviata:
“Conferenza Episcopale Italiana Prato N. 324/92 Roma, 6 maggio 1992
Stimatissimo Editore. In seguito a frequenti richieste, che giungono anche a questa Segreteria, di un parere circa l’atteggiamento dell’Autorità Ecclesiastica sugli scritti di Maria Valtorta, attualmente pubblicati dal “Centro Editoriale Valtortiano”, rispondo rimandando al chiarimento offerto dalle “Note” pubblicate da “L’Osservatore Romano” il 6 gennaio 1960 e il 15 giugno 1966.
Proprio per il vero bene dei lettori e nello spirito di un autentico servizio alla fede della Chiesa, sono a chiederLe che, in un’ eventuale ristampa dei volumi, si dica con chiarezza fin dalle prime pagine che le “visioni” e i “dettati” in essi riferiti non possono essere ritenuti di origine soprannaturale, ma devono essere considerati semplicemente forme letterarie di cui si è servita l’Autrice per narrare, a suo modo, la vita di Gesù.
Grato per questa collaborazione, Le esprimo la mia stima e Le porgo i miei rispettosi e cordiali saluti. + Dionigi Tettamanzi – Segretario Generale CEI”.
L’Opera valtortiana traduce questo ultimo Documento come una sorta di “imprimatur con la condizionale”, poiché non si nega più la pubblicazione ma si impone solo un chiarimento e, dunque, la pubblicazione è consentita.
Essi dicono: “Si noti che il testo non dice che le visioni di Maria Valtorta “non sono” di origine soprannaturale (il che costituirebbe una dichiarazione ufficiale di non soprannaturalità), ma “non possono … devono”. La Chiesa non si pronuncia (non constat), sulla loro origine, ma indica come bisogna accogliere queste rivelazioni private”.
Ma questo ragionamento è perverso e pervertitore!
Si ripete eccome la negazione circa la soprannaturalità dell’Opera “non possono essere ritenuti di origine soprannaturale … ma devono essere considerati semplicemente forme letterarie “. Essa non è soprannaturale: punto e basta. E’ inutile cercare cavilli. Inoltre, viene sottolineato di avvisare i lettori che tale opera è privata e che in essa è scritta “a modo suo la vita di Gesù“: non mi sembra affatto una promozione. In tempi come quelli in cui viviamo, la Chiesa non ha più alcun ascendente sulle case editrici e chiunque è libero di pubblicare ciò che vuole: solo che, anche nel 1992, è chiaro che si ripete la negazione all’approvazione dell’Opera di Maria Valtorta. La perversione di questo tiramolla sta nel fatto che il Centro Valtortiano, fatto naturalmente da chi pretende di dirsi cattolico, sente il bisogno di ottenere in qualche modo l’ufficialità per l’Opera che pubblica e magari anche la beatificazione della sua autrice, ma non ci riesce e, di conseguenza, da una parte chiede i permessi, dall’altra continua ad agire come le pare, spacciando un romanzo per una rivelazione soprannaturale e continuando ad ingannare i fedeli sprovveduti. Perciò, quando i valtortiani dicono: “Maria Valtorta, chiamata ‘piccolo Giovanni’, non ha scritto un quinto Vangelo, ma ha sviluppato e illustrato, per divina ispirazione, i quattro Vangeli canonici”, occorre rispondere: “no”. La verità è che la Chiesa ha rigettato questa conclusione. Da 50 anni la Chiesa sostiene che la Valtorta non ha scritto sotto ispirazione divina ma a modo suo: ha semplicemente composto una “vita romanzata” di e su Gesù.

La posizione della Chiesa: più chiara di così…
Diciamo che sull’argomento la Chiesa è stata chiarissima fin dal 1959. Si è espressa “papale, papale”, come si diceva una volta per affermare la chiarezza delle disposizioni della Santa Sede. Notiamo piuttosto che sono i discepoli, seguaci della Valtorta che agiscono da 53 anni con frode, grave disobbedienza, insolenza, insubordinazione… Agiscono da 53 anni come vogliono; hanno diffuso in tutte le lingue l’Opera contro le prime decisioni della Chiesa: per fare ciò hanno dato origine ad un centro editoriale apposito; hanno ingannato centinaia di fedeli sprovveduti, presentando l’Opera come approvata dalla Chiesa e sostenendo che Pio XII l’aveva approvata, idem Paolo VI, salvo poi ammettere loro stessi che l’Opera attende ancora il riconoscimento. Riconoscendo, dunque, di agire in disobbedienza alle richieste della Chiesa, hanno incantato centinaia di sacerdoti e laici parlando di “divina ispirazione” contro il parere della Chiesa che, interpellata ancora ufficialmente fino al 1992, ha continuato a dire che questa opera “non è ispirata”. Eppure essi pretendono ancora l’approvazione ufficiale cercando di ottenerla, arrampicandosi sugli specchi di giustificazioni inaccettabili… da ben 53 anni.
La Chiesa ha, dunque, parlato: se certi cattolici sono sordi e ciechi non si dia colpa alla Santa Sede e non si dica che questa alla fine ha approvato, magari perché stanca di questo tira e molla di mezzo secolo…
Ma chi l’ascolta più la Chiesa, oggi? Chi obbedisce più alle sue regole? alla sua disciplina? Che fine ha fatto la virtù dell’obbedienza?

Il compito del magistero: difendere la fede
“E’ compito del Magistero ufficiale della Chiesa difendere autoritativamente l’integrità cattolica e l’unità della fede e dei costumi. Da ciò derivano alcune funzioni peculiari, le quali, anche se a prima vista sembrano presentare un carattere piuttosto negativo, costituiscono tuttavia un ministero positivo per la vita della Chiesa, e cioè: “l’ufficio di interpretare autenticamente la Parola di Dio scritta o trasmessa” (DV.10); la condanna di opinioni pericolose alla fede e ai costumi propri della Chiesa; l’insegnamento di verità più attuali nel presente tempo (..)” (C.T.I 1975).
È la Chiesa che stabilisce quali siano i libri “edificanti” e di aiuto alla fede per i singoli fedeli; non spetta ai discepoli di un presunto mistico o mistica disattendere alle decisioni prese dalla Santa Sede e di agire contrariamente a quanto da Essa è stato decretato. Ricordare sempre che le decisioni prese della Chiesa: “anche se a prima vista sembrano presentare un carattere piuttosto negativo, costituiscono tuttavia un ministero positivo per la vita della Chiesa!”
Chi vuole davvero bene alla Chiesa e, nello stesso tempo, è devota di persone indicate come mistiche, lo dimostri obbedendole, attenendosi filialmente alle sue disposizioni. E se questo procurerà dolori per certi aspetti, per altri, invece, l’obbedienza sofferta sarà origine di grazie divine e di unità.
 

Fonte: Tea Lancellotti, Papalepapale, 28 aprile 2012)
http://www.papalepapale.com/develop/la-valstorta-jaccuse-sulla-valtorta-meglio-leggere-dan-brown/
 

A proposito del vestito liso del Papa

Tra i tanti commenti “pro”, propongo anche uno “fuori dal coro”, decisamente contro, che - tra le tante frecciate inferte con una terminologia poco condivisibile - esprime comunque qualche considerazione che quantomeno fa pensare.

«Ma dai!… farsi sdrucire e lasciare apposta sdrucita la manica della talare per mostrare umiltà, e che proprio perciò è quella “falsa umiltà”, dalla quale ci mette in guardia la Scrittura, che viene portata in processione come fosse il Santissimo Sacramento.
Non solo si fa sdrucire la manica, fa pure in modo che tutti possano notarla: si crede meglio di Cristo che sdrucito in giro non ci andò mai? Spettacolarizzazione e sopravvalutazione della sua persona, portata motu proprio come “esempio” a tutti, a maggior ragione – qualora la manica incidentalmente si fosse sdrucita – se di talari integre ne hai un sacco a Santa Marta?
 
Questo aspetto oscuro di Bergoglio, populista e smanioso di lanciare messaggi “popolareschi”, mi inquieta: la tentazione di voler essere e soprattutto apparire “meglio” degli altri conciandosi peggio. Questa tentazione terribile che oscura l’umiltà del Crocifisso e sotto i riflettori fa rifulgere orgogliosa la “sconcia umiltà” del suo servitore. Un servitore non si concia da mendicante per compiacere il suo padrone, cura se stesso per mostrare deferenza al suo datore di lavoro.
Ma tutti questi sono trucchi da baraccone. Che lasciano il tempo che trovano; soprattutto non incantano nessuno: suscitano applausi certo, ma interessati, che mascherano il disprezzo. Il mondo disprezza queste cose, le apprezza sugli uomini di chiesa perché manifestano sentore di dissoluzione, di una Chiesa che nemmeno dal punto di vista della decenza, bellezza, decoro può lontanamente competere col mondo, e che perciò non attrarrà nessuno. Semmai distrarrà chi dentro la Chiesa già c’è, acuendone la smania di secolarizzazione. Per “modernizzarsi”, per apparire più presentabili, decenti in società. Il mondo non è, non è solo quattro straccioni alla periferia di Buenos Aires, la Chiesa non può ridursi a questo: il mondo e la Chiesa sono infinitamente più grandi.
Nel Vangelo di Matteo, Gesù ammonisce i seguaci: quando digiunate, dice, non assumete aria malinconica come gli ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà…
 
Dai “poveri”, si fa per dire, si presenta con l’abito sdrucito… mentre…
La veste sdrucita di un Papa è un’offesa al vero povero, perchè il Papa non è “il” povero!. Se il Papa fosse “il” povero, per il vero povero non ci sarebbe più speranza. Che il Papa abbia una sola talare è davvero un falso, è probabile che per Bergoglio non si tratta neppure di ipocrisia ma soltanto di indisciplina: del resto l’ha detto l’altro giorno ai Cursillos, “sono indisciplinato!”. Certo è che queste immagini sono scandalose perchè il vero povero è chi non ha da mangiare e non chi mangia tutti i giorni (e abbondantemente, tant’è che i medici gli hanno detto di mettersi a dieta subito) ma porta la veste sdrucita solo perchè, come è probabile, non se la vuole cambiare… la porta sino alla consunzione: strano però che i clergyman di Bergoglio a Buenos Aires erano sempre perfetti e mai lisi.
Comunque non vai a trovare dei fratelli il giorno di festa con il vestito della settimana, vestito da casa: di solito ci si va con il vestito festivo, proprio per non far vedere le sofferenze e le privazioni che si vivono in casa propria. E’ come se una casalinga accogliesse gli ospiti in ciabatte e con il grembiule di casa, lo fa pure, ma sono vestiti curati e non delle pulizie: altrimenti stai facendo capire agli ospiti che non hai alcun rispetto di loro e nessuna considerazione.

C’è da dire che san Pio X, appena eletto papa, aveva affidato alle sorelle il compito di tingere di bianco la talare che aveva usato da vescovo, a sua volta tinta anch’essa da nera a rossa (semmai fosse possibile, ma questo si narra), ma qui è diverso perchè san Pio X non dava a vederlo, mentre Francesco sì. Anche GPII andava con la talare impercettibilmente sdrucita, o per meglio dire lisa, ai piedi e al collo, ma mai in visita alle parrocchie.o alle udienze. In privato.
…mentre… a Mattarella, invece, solo l’altro giorno, si presenta con l’abito della festa. Perfetto. Perché?
Comportarsi da straccioni non è un dovere del cristiano, anzi è suo dovere avere cura di se stesso, come dice Paolo, specie quando non sta lì a rappresentare se stesso ma Uno che andava in giro con una tunica “senza strappi”. Non capire questo significa non capire qual è il compito di un prete sull’altare, avere le idee confuse sul sacramento che ha unto le sue mani, lanciare messaggi distorti che piuttosto che invitare alla vera e santa umiltà incitano alle manie di protagonismo in una gara demenziale che ha per meta il peggio. Quando un prete non ha rispetto della sua veste liturgica, che lo indica come “Alter Christus”, e cioè altro da se stesso, è segno che presto non avrà o non ha più rispetto della Chiesa e del sacramento che gli è stato conferito.
Sarebbe meglio per questo papa argentino imitare Cristo, anche nel decoro, piuttosto che invitare gli altri a imitare lui».

(Fonte: Antonio Margheriti Mastino, Papalepapale, 3 maggio 2015)
http://www.papalepapale.com/cucciamastino/mastinate-quotidiane/se-il-papa-vuol-apparire-piu-straccione-del-signore/

giovedì 30 aprile 2015

Controinformazione. Le parole del papa sulla famiglia, oscurate dai media

Nell’udienza generale di mercoledì 29 aprile, papa Francesco ha detto delle battute contro il maschilismo della società e la mancata parità tra uomo e donna che hanno fatto immediatamente il giro del mondo, con formidabile risalto sui media.
Col risultato però di oscurare il cuore del suo discorso, che era invece un inno alla magnificenza del disegno divino sul matrimonio, oltre che una riflessione puntuale sulle ragioni dell’odierna crisi della famiglia.
È un oscuramento che non è nuovo. E che sistematicamente rimuove tutto ciò che Francesco dice e fa di difforme dalla “narrazione” di lui che va per la maggiore.
Ecco qui di seguito la trascrizione del discorso del papa con omesse le sue battute “femministe”, cioè le uniche arrivate al grande pubblico.
È un discorso che la dice lunga su come Francesco guarda al tema in esame nel prossimo sinodo dei vescovi, senza alcuna arrendevolezza alle spinte divorziste presenti in alcuni settori della stessa gerarchia.
*
“QUESTO È IL CAPOLAVORO…”
Cari fratelli e sorelle buongiorno!
La nostra riflessione circa il disegno originario di Dio sulla coppia uomo-donna, dopo aver considerato le due narrazioni del libro della Genesi, si rivolge ora direttamente a Gesù.
L’evangelista Giovanni, all’inizio del suo Vangelo, narra l’episodio delle nozze di Cana, a cui erano presenti la vergine Maria e Gesù, con i suoi primi discepoli. Gesù non solo partecipò a quel matrimonio, ma “salvò la festa” con il miracolo del vino!
Dunque, il primo dei suoi segni prodigiosi, con cui Egli rivela la sua gloria, lo compì nel contesto di un matrimonio, e fu un gesto di grande simpatia per quella nascente famiglia, sollecitato dalla premura materna di Maria.
Questo ci fa ricordare il libro della Genesi, quando Dio finisce l’opera della creazione e fa il suo capolavoro; il capolavoro è l’uomo e la donna. E qui Gesù incomincia proprio i suoi miracoli con questo capolavoro, in un matrimonio, in una festa di nozze: un uomo e una donna. Così Gesù ci insegna che il capolavoro della società è la famiglia: l’uomo e la donna che si amano! Questo è il capolavoro!
Dai tempi delle nozze di Cana, tante cose sono cambiate, ma quel “segno” di Cristo contiene un messaggio sempre valido.
Oggi sembra non facile parlare del matrimonio come di una festa che si rinnova nel tempo, nelle diverse stagioni dell’intera vita dei coniugi. È un fatto che le persone che si sposano sono sempre di meno; questo è un fatto: i giovani non vogliono sposarsi. In molti paesi aumenta invece il numero delle separazioni, mentre diminuisce il numero dei figli.
La difficoltà a restare assieme – sia come coppia, sia come famiglia – porta a rompere i legami con sempre maggiore frequenza e rapidità, e proprio i figli sono i primi a portarne le conseguenze. Ma pensiamo che le prime vittime, le vittime più importanti, le vittime che soffrono di più in una separazione sono i figli. Se sperimenti fin da piccolo che il matrimonio è un legame “a tempo determinato”, inconsciamente per te sarà così.
In effetti, molti giovani sono portati a rinunciare al progetto stesso di un legame irrevocabile e di una famiglia duratura. Credo che dobbiamo riflettere con grande serietà sul perché tanti giovani “non se la sentono” di sposarsi. C’è questa cultura del provvisorio… tutto è provvisorio, sembra che non ci sia qualcosa di definitivo.
Questa dei giovani che non vogliono sposarsi è una delle preoccupazioni che emergono al giorno d’oggi: perché i giovani non si sposano?; perché spesso preferiscono una convivenza, e tante volte “a responsabilità limitata”?; perché molti – anche fra i battezzati – hanno poca fiducia nel matrimonio e nella famiglia? È importante cercare di capire, se vogliamo che i giovani possano trovare la strada giusta da percorrere. Perché non hanno fiducia nella famiglia? […]
In realtà, quasi tutti gli uomini e le donne vorrebbero una sicurezza affettiva stabile, un matrimonio solido e una famiglia felice. La famiglia è in cima a tutti gli indici di gradimento fra i giovani; ma, per paura di sbagliare, molti non vogliono neppure pensarci; pur essendo cristiani, non pensano al matrimonio sacramentale, segno unico e irripetibile dell’alleanza, che diventa testimonianza della fede. Forse proprio questa paura di fallire è il più grande ostacolo ad accogliere la parola di Cristo, che promette la sua grazia all’unione coniugale e alla famiglia.
La testimonianza più persuasiva della benedizione del matrimonio cristiano è la vita buona degli sposi cristiani e della famiglia. Non c’è modo migliore per dire la bellezza del sacramento! Il matrimonio consacrato da Dio custodisce quel legame tra l’uomo e la donna che Dio ha benedetto fin dalla creazione del mondo; ed è fonte di pace e di bene per l’intera vita coniugale e familiare.
Per esempio, nei primi tempi del cristianesimo, questa grande dignità del legame tra l’uomo e la donna sconfisse un abuso ritenuto allora del tutto normale, ossia il diritto dei mariti di ripudiare le mogli, anche con i motivi più pretestuosi e umilianti. Il Vangelo della famiglia, il Vangelo che annuncia proprio questo sacramento ha sconfitto questa cultura di ripudio abituale.
Il seme cristiano della radicale uguaglianza tra i coniugi deve oggi portare nuovi frutti. La testimonianza della dignità sociale del matrimonio diventerà persuasiva proprio per questa via, la via della testimonianza che attrae, la via della reciprocità fra loro, della complementarità fra loro. […]
Cari fratelli e sorelle, non abbiamo paura di invitare Gesù alla festa di nozze, di invitarlo a casa nostra, perché sia con noi e custodisca la famiglia. E non abbiamo paura di invitare anche la sua madre Maria! I cristiani, quando si sposano “nel Signore”, vengono trasformati in un segno efficace dell’amore di Dio. I cristiani non si sposano solo per sé stessi: si sposano nel Signore in favore di tutta la comunità, dell’intera società.
Di questa bella vocazione del matrimonio cristiano, parlerò anche nella prossima catechesi.

(Fonte: Sandro Magister, www.chiesa, 30 aprile 2015)
http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/

 

martedì 21 aprile 2015

Terremoto tra i gesuiti, al Pontificio Istituto Orientale

La scorsa settimana il Pontificio Istituto Orientale ha pianto la misteriosa scomparsa di un suo docente, padre Lanfranco Rossi, trovato senza vita in una campagna poco lontano da Roma.
Ma sempre la scorsa settimana ha investito l'istituto anche un verro e proprio terremoto istituzionale, con l'esautorazione dell'intero suo corpo dirigente.
La notifica del provvedimento, firmata dal preposito generale della Compagnia di Gesù, padre Adolfo Nicolás Pachón, vice gran cancelliere dell'istituto, è rimasta affissa sull'albo solo per un giorno. Ma tanti hanno potuto leggerla e sapere.
Da martedì 14 aprile il rettore James McCann, il vicerettore Massimo Pampaloni e i decani delle due facoltà di scienze ecclesiastiche e di diritto canonico orientali Philippe Luisier e Michael Kuchera, tutti gesuiti, sono decaduti dai loro ruoli.
A reggere temporaneamente l'istituto, con la qualifica di pro-rettore "ad interim", è stato chiamato padre Samir Khalil Samir, 77 anni, gesuita, nato in Egitto, orientalista e islamologo di fama, già professore alla Université Saint-Joseph di Beirut e in altri atenei d'Europa e d'America.
E come nuovi pro-decani sono stati nominati i padri Edward G. Farrugia e Sunny Thomas Kokkaravalayil.
L’ordinanza è andata in esecuzione immediata, senza attendere l’inizio del nuovo anno accademico. Nella lettera con la quale ha notificato il provvedimento, il generale dei gesuiti ha riprovato lo spirito "non caritatevole" che ha disgregato la comunità docente, con grave danno per la missione dell'istituto.
Il Pontificio Istituto Orientale è stato creato quasi un secolo fa, nel 1917, da papa Benedetto XV, assieme alla congregazione per le Chiese orientali, il cui prefetto – che attualmente è il cardinale argentino Leonardo Sandri – ne è anche gran cancelliere.
Nel 1922 Pio XI affidò l'istituto alla Compagnia di Gesù, riservando al papa la nomina del rettore, su proposta autonoma del preposito generale dopo aver sentito i docenti gesuiti.

Nei mesi scorsi i decani e alcuni professori dell'istituto avevano chiesto la destituzione del rettore, lo statunitense McCann, giudicato incapace di guidare la macchina accademica. Il generale dei gesuiti inviò un ispettore nella persona di padre Gianfranco Ghirlanda, già rettore della Pontificia Università Gregoriana ed esperto canonista. E il risultato è stato, appunto, l'azzeramento del direttivo.
Che padre McCann non godesse di particolare apprezzamento nemmeno in Vaticano lo si era intuito già il 19 febbraio 2014, quando furono nominati consultori della congregazione per le Chiese orientali il vice rettore Pampaloni e i decani Luisier e Kuchera, ma non lui, il rettore in carica: un'umiliazione tanto più bruciante in quanto segretario della congregazione era – ed è tuttora – un suo confratello gesuita, l'arcivescovo slovacco di rito greco Cyril Vasil.
Tuttavia, che il disastro riguardasse non una singola persona ma l'insieme dell'istituto era da tempo sotto gli occhi di tutti, senza però che nessuno vi ponesse rimedio.
La denuncia di tale disastro affiorò la prima volta in pubblico il 15 dicembre 2011, in un momento solenne e di fronte all'intero corpo accademico, in occasione della cerimonia di congedo di padre Robert F. Taft (nella foto), statunitense, liturgista insigne, l'ultimo dei grandi docenti del periodo d'oro del Pontificio Istituto Orientale, al pari dei padri Tomás Spidlik, moravo, fatto cardinale da Giovanni Paolo II nel 2003, e Miguel Arranz Lorenz, spagnolo.
A tenere la "laudatio" in onore di Taft – poi pubblicata sulla rivista “Studi sull’Oriente Cristiano” e ivi leggibile on line – fu Stefano Parenti, professore di liturgie orientali al Pontificio Ateneo Sant'Anselmo di Roma e discepolo dello stesso Taft, assieme al quale sta ora pubblicando una monumentale storia della liturgia bizantina in più volumi, per i tipi dell'Abbazia Greca di San Nilo a Grottaferrata.
Parenti disse tra l'altro: "A differenza di oggi, alla fine degli anni Ottanta del XX secolo il Pontificio Istituto Orientale era luogo d’eccellenza per lo studio delle liturgie orientali, in particolare della liturgia bizantina. Chi in futuro si sobbarcherà l’onere di scriverne la storia saprà accertare le responsabilità che hanno condotto a una 'débâcle' tanto clamorosa, in un gioco al massacro che, osservato a distanza con il distacco di chi non si sente coinvolto, vede un’arena deserta, senza vincitori e senza vinti".
E ancora: "Ci troviamo dinanzi a quello che in politica si chiama 'problema di sistema', noto da tempo ma ignorato da chi aveva il compito di vigilare. A ciò si devono sommare la precarietà di tanti contratti e le modalità singolari di reclutamento e promozione dei docenti, per cui vi sono professori stabili che in una buona università statale europea o americana, nella più favorevole delle eventualità, sarebbero rimasti ricercatori fino alla pensione".
In effetti, anche oggi basta scorrere la tabella dei corsi per notare la precarietà di tanti insegnamenti, affidati a docenti raccogliticci, in temporanea trasferta da altre università e ridotti a fare in poche settimane ciò che dovrebbe durare un intero semestre, a tutto danno degli allievi.
Per non dire del venir meno dell'istituto al suo compito primario di servizio alla Chiesa, in un momento di gravissima crisi nell'oriente musulmano e cristiano, dalla Siria all'Ucraina, un frangente in cui un contributo di consulenza e di studio sarebbe più che mai necessario.
Oltre che improduttivo su questi temi cruciali, il Pontificio Istituto Orientale si è segnalato nei mesi scorsi anche per la clamorosa defezione di un suo ex vicerettore, Costantin Simon, americano di origini ucraino-ungheresi, specialista del cristianesimo russo.
Uscito dalla Compagnia di Gesù e dalla Chiesa cattolica, Simon è stato solennemente accolto come sacerdote nella Chiesa ortodossa russa il 7 giugno 2014, in un rito officiato dall'arcivescovo Amvrosij di Peterhof, rettore dell'accademia teologica di San Pietroburgo.
C'è chi prevede che il terremoto di questi giorni sia solo il preludio di una temporanea chiusura dell'istituto, in vista di una sua radicale ristrutturazione.

(Fonte: Sandro Magister, www.chiesa, 21 aprile 2015)
http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1351034

 

lunedì 20 aprile 2015

La matita per Charlie Hebdo. La gomma per i cristiani affogati

Per Charlie Hebdo s'è mosso il mondo intero: quasi quattro milioni di persone, nel giorno del grande lutto, hanno sfilato a Parigi contro il terrorismo e la sua folle pedagogia. Dodici furono i morti, assurti in un attimo alla dimensione eroica di liberi pensatori. Tempo qualche giorno, a bandiere ammainate, comparve qualche crepa nella decifrazione di quella strage. L'offesa fu così grande e ardita che, però, tutto passò in secondo piano. Dodici a Parigi, dodici nei fondali del Mediterraneo: la loro razza era ghanese e nigeriana, il loro Credo era cristiano.
La redazione di Charlie Hebdo disegnava vignette, a questi dodici la vignetta l'hanno disegnata quelli di “Repubblica”. Ritrae uno squalo che, intento a divorare qualcuno, chiede: «Questo era cristiano?». Con la risposta dell'altro squalo: «Boh! Io di religione non ci capisco niente. Hanno tutti lo stesso sapore». Perchè, dunque, i dodici della redazione di Charlie Hebdo meritano una beatificazione laica mentre i dodici cristiani meritano la derisione pubblica? Forse che anche Cristo, oggi, se tornasse non lo metterebbero più in Croce: quelli erano i tempi delle grandi passioni. Oggi, quasi certamente, lo esporrebbero al ridicolo: è il tempo dell'intelligenza e della laicità a tutti i costi.
Dentro quei corpi gettati in mare, invece, giace la semente di una storia millenaria: quella di uomini e donne che non si sono mai ripresi da una sorte di stupore – quasi un'Annunciazione – che li ha portati ad essere uomini e donne diversi, capaci di affrontare le fauci dei leoni nelle arene e degli squali nel mare pur di non tacere la Grazia che li ha sedotti. Oggi da più parti s'invoca un ritorno alla Chiesa delle origini, al cristianesimo della prima chiesa nascente, al sapore di ciò che era nel sogno di Cristo. Eppure, a conti fatti, ciò che era all'inizio è ciò che è sotto gli occhi di tutti pure oggi: non più catacombe ma barconi, non più ghigliottinai ma scafisti, non più persecuzione ma ironia. Non più «date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» ma tutto e il suo contrario: è il politicamente corretto di Caifa, sacerdote citato nei Vangeli della Passione e ridicolizzato dalla storia successiva. Tutto come all'inizio, insomma, quando Dio venne ucciso in nome di Dio. Loro gettati in acqua, altri salvatisi grazie ad una catena umana. Qualcuno scrisse che l'uomo per l'uomo sarà come un lupo: molti gli dettero credito, la storia lo rese forte di molte sue pagine.

Poi venne un Uomo al quale non bastava la logica dell'intelligenza: tentò l'illogico dell'amore perdente. E corresse la frase: l'uomo per l'uomo potrà essere come un Dio. Uomini-lupo che gettano in mare uomini oranti; uomini-dei che, abbracciati, formano una catena umana di salvataggio e di speranza.
Di loro non rimarrà traccia: forse una leggera bava tra i denti degli squali che la prossima vignetta ci racconterà. Di loro, invece, è rimasta la traccia più baldanzosa: alla sicurezza della schiavitù rispondere con il rischio della libertà. Mezzi nudi in mare, mezzo nudo l'Uomo della Croce. Entrambi, però, rivestiti dell'unico vestito che faccia la differenza nel tempo: se non ci è dato scegliere se morire o meno, ci è rimasta la possibilità di scegliere come morire. Da vittime o da testimoni. “In odium fidei” recita la locuzione latina che la Chiesa cattolica utilizza nelle cause di beatificazione di un cristiano la cui morte avviene “in odio alla fede”, che muoia per questioni di fede.
Che cosa, dunque, impedisce di aprire loro una causa di beatificazione? I santi-patroni dei mari in burrasca: di quelli naturali, di quelli simbolici, di quelli disperati. Della gente disperata di cui nessuno vuole accorgersi. Eppure sono la Chiesa delle origini, quella che tanti vorrebbero. Come si dice: “Botte piena e moglie ubriaca”? Necessito di un più salutare: «Ora pro nobis». Per non affogare nel peccato dell'ignoranza.

(Fonte: don Marco Pozza, Il Mattino di Padova, 19 Aprile 2015)
http://mattinopadova.gelocal.it/padova?refresh_ce

 

mercoledì 15 aprile 2015

La teoria del gender effetto di una frustrazione

Papa Francesco: “La teoria del gender espressione di frustrazione e rassegnazione che mira a cancellare la differenza sessuale”. Neghiamo la differenza perché non sappiamo più confrontarci con essa. “Nell’uomo e nella donna la differenza porta in sé l’immagine e la somiglianza di Dio: il testo biblico lo ripete per ben tre volte in due versetti: uomo e donna sono immagine e somiglianza di Dio”.
Il Papa oggi all'udienza generale ha parlato della famiglia, preannunciando altre catechesi sul matrimonio, ma partendo da quello che ne è il presupposto necessario: la differenza tra maschile e femminile. “Questo ci dice che non solo l’uomo preso a sé è immagine di Dio, non solo la donna presa a sé è immagine di Dio, ma anche l’uomo e la donna, come coppia, sono immagine di Dio. La differenza tra uomo e donna non è per la contrapposizione, o la subordinazione, ma per la comunione e la generazione, sempre ad immagine e somiglianza di Dio. L’esperienza ce lo insegna: per conoscersi bene e crescere armonicamente l’essere umano ha bisogno della reciprocità tra uomo e donna. Quando ciò non avviene, se ne vedono le conseguenze. Siamo fatti per ascoltarci e aiutarci a vicenda. Possiamo dire che senza l’arricchimento reciproco in questa relazione – nel pensiero e nell’azione, negli affetti e nel lavoro, anche nella fede – i due non possono nemmeno capire fino in fondo che cosa significa essere uomo e donna”.
Poi fa un affondo sulla teoria del gender, oggi tanto di moda: “La cultura moderna e contemporanea ha aperto nuovi spazi, nuove libertà e nuove profondità per l’arricchimento della comprensione di questa differenza. Ma ha introdotto anche molti dubbi e molto scetticismo. Per esempio, io mi domando, se la cosiddetta teoria del gender non sia anche espressione di una frustrazione e di una rassegnazione, che mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa. Sì, rischiamo di fare un passo indietro. La rimozione della differenza, infatti, è il problema, non la soluzione. Per risolvere i loro problemi di relazione, l’uomo e la donna devono invece parlarsi di più, ascoltarsi di più, conoscersi di più, volersi bene di più. Devono trattarsi con rispetto e cooperare con amicizia. Con queste basi umane, sostenute dalla grazia di Dio, è possibile progettare l’unione matrimoniale e familiare per tutta la vita. Il legame matrimoniale e familiare è una cosa seria, lo è per tutti, non solo per i credenti. Vorrei esortare gli intellettuali a non disertare questo tema, come se fosse diventato secondario per l’impegno a favore di una società più libera e più giusta”.
Un invito a un impegno, a una mobilitazione comune, dunque, con strade che i laici dovranno cercare, e che il Papa,che si dice preoccupato, indica solo a grandi linee: “Dio ha affidato la terra all’alleanza dell’uomo e della donna: il suo fallimento inaridisce il mondo degli affetti e oscura il cielo della speranza. I segnali sono già preoccupanti, e li vediamo. Vorrei indicare, fra i molti, due punti che io credo debbono impegnarci con più urgenza.

Il primo. E’ indubbio che dobbiamo fare molto di più in favore della donna, se vogliamo ridare più forza alla reciprocità fra uomini e donne. E’ necessario, infatti, che la donna non solo sia più ascoltata, ma che la sua voce abbia un peso reale, un’autorevolezza riconosciuta, nella società e nella Chiesa. Il modo stesso con cui Gesù ha considerato la donna in un contesto meno favorevole del nostro, perché in quei tempi la donna era proprio al secondo posto, e Gesù l’ha considerata in una maniera che dà una luce potente, che illumina una strada che porta lontano, della quale abbiamo percorso soltanto un pezzetto. Non abbiamo ancora capito in profondità quali sono le cose che ci può dare il genio femminile, le cose che la donna può dare alla società e anche a noi: la donna sa vedere le cose con altri occhi che completano il pensiero degli uomini. E’ una strada da percorrere con più creatività e audacia”.
E pone, Francesco, il tema della differenza e dell'alleanza uomo donna alla radice della crisi di fede: “Una seconda riflessione riguarda il tema dell’uomo e della donna creati a immagine di Dio. Mi chiedo se la crisi di fiducia collettiva in Dio, che ci fa tanto male, ci fa ammalare di rassegnazione all’incredulità e al cinismo, non sia anche connessa alla crisi dell’alleanza tra uomo e donna. In effetti il racconto biblico, con il grande affresco simbolico sul paradiso terrestre e il peccato originale, ci dice proprio che la comunione con Dio si riflette nella comunione della coppia umana e la perdita della fiducia nel Padre celeste genera divisione e conflitto tra uomo e donna”.
“Da qui viene la grande responsabilità della Chiesa, di tutti i credenti, e anzitutto delle famiglie credenti, per riscoprire la bellezza del disegno creatore che inscrive l’immagine di Dio anche nell’alleanza tra l’uomo e la donna. La terra si riempie di armonia e di fiducia quando l’alleanza tra uomo e donna è vissuta nel bene. E se l’uomo e la donna la cercano insieme tra loro e con Dio, senza dubbio la trovano. Gesù ci incoraggia esplicitamente alla testimonianza di questa bellezza che è l’immagine di Dio”.


 
(Fonte: Raivaticano, 15 aprile 2015
http://www.raivaticano.rai.it/dl/portali/site/news/ContentItem-29c30503-95e5-4f3a-bab9-d112b5b0f6a0.html

 

mercoledì 1 aprile 2015

Maria Guarini: La questione liturgica a 50 anni dal Concilio Vaticano II

«Dai un dito e si prendono il braccio» recita un antico adagio della saggezza popolare. Ebbene è ciò che è accaduto con la Costituzione Sacrosactum Concilium formulata durante il Concilio Vaticano II, quando i Padri conciliari tracciarono le linee guida di una revisione del Messale. Dopo il Concilio fu designata una Commissione per redigere il testo, il Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia.
Un nuovo Messale venne editato nel 1965, in parte modificato nel 1967, nel quale vennero introdotti la preghiera dei fedeli, la possibilità di recitare in volgare un diverso ciclo di letture e diverse parti dell’Ordinario. Poi la Commissione, presieduta da Monsignor Annibale Bugnini, giunse alla formulazione di un ulteriore nuovo Messale nel 1969: il Novus Ordo Missae, che venne stilato ben oltre le linee guida dell’Assise conciliare.
La Sacrosactum Concilium ha fatto dunque da apripista per legittimare coloro che volevano rivoluzionare (con i pretesto di svecchiare), oltre a tutto il resto, anche il rito della Santa Messa. Scrive Maria Guarini nel suo recente libro La questione liturgica. Il rito Romano usus Antiquior e il Novus Ordo Missae a 50 anni dal Concilio Vaticano II, pubblicato da Solfanelli: «… l’abolizione di moltissimi gesti: inchini e preghiere, l’inserimento di nuove preghiere eucaristiche, la soppressione dei riferimenti alla Comunione dei Santi ed alla Vergine eliminando le invocazioni alla loro intercessione, il maggior spazio dato all’ascolto della sacra scrittura, la modifica delle formule dell’Offertorio e diversi altri rifacimenti hanno reso il nuovo messale un libro liturgico che molto si distacca dal testo tridentino» (p. 24).
Il fatto di aver contaminato la Liturgia, funzione primaria della Chiesa, è stato un errore gravissimo, i cui effetti sono stati tragici, per il clero come per la gente. Una tragedia che ha compromesso sicuramente la grazia santificante della Santa Messa, le propiziazioni che dal Santo Sacrificio derivano e, inevitabilmente, la stessa Fede dei fedeli. Benedetto XVI, nella sua Autobiografia, aveva scritto pagine di forte riflessione dove ricorda il suo sbigottimento di fronte al divieto del messale antico, poiché una cosa simile non si era mai verificata in tutta la storia della liturgia:
«Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia, che talvolta viene addirittura concepita “etsi Deus non daretur”: come se in essa non importasse più se Dio c’è e se ci parla e ci ascolta. Ma se nella liturgia non appare più la comunione della fede, l’unità universale della Chiesa e della sua storia, il mistero del Cristo vivente, dov’è che la Chiesa appare ancora nella sua sostanza spirituale? Allora la comunità celebra solo se stessa, senza che ne valga la pena. E, dato che la comunità in se stessa non ha sussistenza, ma, in quanto unità, ha origine per la fede dal Signore stesso, diventa inevitabile in queste condizioni che si arrivi alla dissoluzione in partiti di ogni genere, alla contrapposizione partitica in una Chiesa che lacera se stessa» (cfr. J. Ratzinger, La mia vita [Titolo originale dell’opera: Aus meinem Leben Erinnerungen 1927-1977], San Paolo, Cinisello Balsamo 1997, pp. 113-115).

Maria Guarini, laureata in teologia ed esperta in Comunicazione e nuove tecnologie, ha diretto per diversi anni la Biblioteca e le Relazioni al Pubblico del Ministero delle Comunicazioni, ha svolto e svolge l’attività di operatore dell’informazione a livello internazionale e da alcuni anni si prodiga per il recupero della Tradizione nella Chiesa. Con questo saggio l’autrice aiuta il lettore a comprendere efficacemente che la liturgia rappresenta lo ius divinum del culto dovuto a Dio, che la Santa Messa è un’opera divina e non umana, mediante la quale Dio santifica il suo popolo: azione del Signore per i credenti e azione del popolo per il suo Signore. Così come per Cristo (Dio-uomo) e per la Chiesa (divina e umana), anche la Sacra Liturgia è nel contempo divina ed umana, realtà visibile e realtà invisibile.
Il cuore del libro, scrive nella prefazione Monsignor Brunero Gherardini, «non è, dunque, ciò di cui il titolo potrebbe indurre l’attesa, vale a dire uno studio più o meno scientificamente condotto sul concetto di liturgia, sul suo contenuto e sulle sue singole parti, ma una serie di riflessioni, non raramente e giustamente critiche circa la situazione di fatto determinatasi sulla scia della “creatività” postconciliare, ma protese alla riconquista del terreno perduto. A tale riguardo non si può far altro che applaudire» (p. 5).
Inoltre Monsignor Gherardini elogia il sano equilibrio che l’autrice distribuisce riccamente nelle sue pagine: la sua fede tradizionalista non è per lei un «paraocchi», ma ci «vede anzi e ci vede bene, tanto se si volge all’indietro, quanto se guarda in avanti (…) Se è vero che liturgia e fissismo non vanno d’accordo, è altrettanto vero che dell’autentica liturgia non è un ottimo interprete né chi sa o preferisce voltarsi soltanto all’indietro, né chi, guardando in avanti, non ha occhi se non per l’ancor confuso domani» (p. 6).

Un altro merito del saggio è la puntuale confutazione di alcuni luoghi comuni che assurdamente continuano ad alimentare la non accoglienza del Rito Romano, codificato da San Pio V e oggi celebrato con il Messale del 1962. Alcuni hanno paura del Vetus Ordo, altri lo considerano un allestimento teatrale. In realtà «non si tratta di una gestualità coreografica, ma di un insieme organico e ben scompaginato di gesti parole e sentimenti cui corrispondono significati profondi e sublimi – certamente non criptici né solo formali per chi vi si accosta con un minimo di interesse e volontà di comprendere – e, soprattutto, si rivolge alle fonti giuste, smettendo di ascoltare i “cattivi maestri”, che stanno rendendo la Chiesa una landa desolata» (p. 107).
La questione della Santa Messa continua ad essere pietra di inciampo, nonostante la sua liberalizzazione, grazie al documento Summorum Pontificum di Benedetto XVI; permane l’azione di boicottaggio nei suoi confronti, di crudele proibizione, emarginazione e persecuzione (vedasi l’emblematico caso dei Francescani dell’Immacolata): nonostante sia reclamata, con amore, da sacerdoti e fedeli, la maggior parte dei vescovi non provano simpatia per questo rito che offre la possibilità di sentirsi davvero cattolici e in un corpo solo: a Roma come nel villaggio sperduto del Kenya o dell’India o della Colombia. Finché non si tornerà a comprendere che il vero celebrante è Cristo (nel sacerdote), Altare, Vittima, Sommo Sacerdote, il quale rivolge a Dio il suo Sacrificio e non al popolo, non si tornerà ad una Fede autentica.
Al centro del rito liturgico non c’è né la Parola, né l’assemblea (come per i Protestanti), ma Gesù, lo sposo di ogni anima e come tale deve essere adorato e glorificato: «Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale?» (Mt 22, 12); «Ti sposerò nella fedeltà» (Os 2, 22).
Gesù continua fedelmente, ogni giorno, a sacrificarsi sull’altare per ciascuna persona, alla quale La Vittima immolata non richiede la partecipazione, come attore di un qualcosa, ma di assistere in umiltà, di raccogliersi, di inginocchiarsi, di contemplare il Calvario e la Croce, Mistero di Amore perfetto della perfetta Trinità.


(Fonte: Cristina Siccardi, Corrispondenza Romana, 1 aprile 2015)
http://www.corrispondenzaromana.it/la-questione-liturgica-a-50-anni-dal-concilio-vaticano-ii-di-maria-guarini/

 

 

Quelli che “l'ideologia gender non esiste” (e scrivono sui giornali cattolici!)

Da un paio d'anni a questa parte, lo sappiamo, moltissimi genitori hanno avuto un brutto risveglio. Hanno scoperto che, a scuola, i loro figli vengono sottoposti a programmi che diffondono l'ideologia di genere; ovviamente senza il loro consenso (informato ma anche no). Con il pretesto di insegnare il rispetto e combattere il bullismo e le discriminazione, ai bambini viene insegnato che il mondo maschile e femminile sono solo una convenzione, per di più cattiva e pericolosa.
La reazione (tardiva, a mio parere) è stata comunque capillare e pugnace. Un buon segno, da un lato; significa che, a differenza di ciò che accade in altri paesi europei, gli italiani ai loro figli ci tengono. Un cattivo segno, dall'altro; perché la scuola è la linea del Piave, e se un concetto viene insegnato a scuola diventa, in pochi anni, patrimonio di tutto il Paese.
Questa reazione non avrebbe potuto passare inosservata e, soprattutto, indisturbata. Come era probabile, in queste ultime settimane sono arrivate diverse prese di posizione contro le reazioni all'ideologia di genere. Queste prese di posizione ruotano intorno a due affermazioni che ricorrono frequentemente.

1. «L'ideologia di genere non esiste»
Il dottor Alberto Pellai, editorialista di Avvenire (clicca qui), ha scritto un post sul suo blog (clicca qui) chiedendo di mobilitarsi contro «l’ideologia di chi è contro l’ideologia del gender», definita «pericolosa e dannosa». Il dottor Pellai racconta che da alcuni mesi, al termine delle sue numerose conferenze, «il dibattito è quasi sempre monopolizzato da persone che appartengono ai movimenti che si oppongono alla diffusione dell’ideologia gender nelle scuole e che lanciano forti allarmi chiedendo ai genitori presenti di fare molta attenzione perché nelle scuole italiane i nostri figli vengono avvicinati da programmi fortemente diseducativi che diffondono l’ideologia gender e che inducono l’omosessualità». L'allarme, scrive Pellai, è isterico e ingiustificato, perché l'ideologia di genere non esiste: «Io non conosco l’ideologia del gender e personalmente come padre di quattro figli io non l’ho mai incontrata sulla mia strada». Risposta che ricorda quella di Jurij Gagarin, astronauta sovietico, il quale disse che Dio non esiste perché nello spazio non l'aveva incontrato.
L'ideologia di genere non esiste, lo dice anche l'Associazione Italiana di Psicologia (clicca qui): «L’AIP ritiene opportuno intervenire per rasserenare il dibattito nazionale sui temi della diffusione degli studi di genere e orientamento sessuale nelle scuole italiane e per chiarire l’inconsistenza scientifica del concetto di «ideologia del gender». Italiani, state sereni: il concetto di “ideologia di genere” non ha consistenza scientifica, lo dice l'Associazione Italiana di Psicologia. «Esistono, al contrario, studi scientifici di genere, meglio noti come Gender Studies che, insieme ai Gay and Lesbian Studies, hanno contribuito in modo significativo alla conoscenza di tematiche di grande rilievo per molti campi disciplinari (dalla medicina alla psicologia, all’economia, alla giurisprudenza, alle scienze sociali)». I Gender Studies sì, che hanno consistenza scientifica: incomprensibili elucubrazioni di donne con evidenti difficoltà nei confronti del genere femminile (Butler, Fireston, Wittig, Rubin...), che hanno pensato bene di risolvere questi loro problemi personali dichiarando che il mondo si è sbagliato per millenni, e che i generi sessuali vanno semplicemente aboliti perché provocano loro disagio (Fedro ha mirabilmente dipinto questo atteggiamento nella favola La volpe e l'uva).
L'ideologia di genere non esiste, lo dice anche la rivista Wired (clicca qui): è solo «un’espressione usata dai cattolici (più conservatori) e dalla destra più reazionaria per gridare "al lupo al lupo" e creare consenso intorno a posizioni sessiste e omofobe». Chiaro, no? L'ideologia di genere è uno spauracchio e, probabilmente, Judith Butler è uno pseudonimo del cardinale Bagnasco.

2. «Gli Stereotipi di genere sono dannosi»
Se per il dottor Pellai non esiste l'ideologia di genere, esistono invece gli «stereotipi di genere», ossia «quei condizionamenti educativi per cui alle nostre figlie viene insegnato che per avere successo come femmine conviene mostrarsi "ammiccanti, disponibili, magari anche molto sexy" e ai nostri figli maschi viene invece insegnato che mostrarsi machi, insensibili e potenti è il miglior modo per appropriarsi della loro identità di genere». Per aiutare i bambini a liberarsi dagli stereotipi di genere che li affliggono, il dottor Pellai ha scritto un libro destinato alle scuole.
Il libro del dottor Pellai non è l'unico strumento che le scuole hanno per combattere gli stereotipi di genere; esistono anche dei programmi appositi, ad esempio «Non sono una principessa. Educare al genere attraverso la lettura». Nella presentazione di questo programma si chiarisce che le «immagini stereotipate sono mutilanti per le bambine ma anche per i maschietti. La simmetria vuole, infatti, che se i maschi sono attivi e coraggiosi, le femmine non possono che essere passive e timide. Se le bambine sono affettuose e sensibili, ai maschi non rimane che essere violenti».
In sostanza, vediamo i ruoli di genere ridotti a ridicole macchiette: la femminilità consiste nel «mostrarsi ammiccanti, disponibili, magari anche molto sexy»; la virilità nel «mostrarsi machi, insensibili» e nell'essere violenti (del resto, «ai maschi non rimane altro che»). È il famosissimo artificio retorico detto “dell'uomo di paglia” o dello “spaventapasseri”: consiste nel rappresentare in modo caricaturale le argomentazioni dell'avversario in modo da confutarle facilmente. Le specificità femminili e maschili vengono ridotte a odiose caricature (gli uomini machi violenti, le donne ammiccanti e disponibili) che nessuno potrebbe condividere.
A questo punto non resta che condurre una battaglia di civiltà, e combattere questi dannosi e ridicoli stereotipi a partire dalla scuola, con opportuni programmi educativi; magari senza avvisare i genitori, perché sono loro a perpetuare quei malefici «condizionamenti educativi».
Va da sé che: separare la parte biologica della sessualità da quella psicologica, sociale e relazionale; definire quest'ultima come mero condizionamento culturale ed educativo; rappresentarla in modo grottesco e caricaturale al fine di eliminarla dalla società; inserire nelle scuole (senza il consenso dei genitori) programmi che abbiano questo fine, tutto questo è, precisamente quello che viene chiamato “ideologia di genere” (che, quindi, esiste eccome).
Opporsi all'ideologia di genere non significa sostenere che i maschi debbono essere violenti e le femmine sessualmente disponibili. Significa rifarsi ad una antropologia leggermente più ricca, che fa riferimento – ad esempio – a questi testi:

- SEGRETERIA DI STATO, Dichiarazione riguardante l'interpretazione del termine «genere», 15 settembre 1995
- PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA FAMIGLIA, Famiglia, Matrimonio e «unione di fatto», 26 luglio 2000,  
- CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla collaborazione dell'uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo, 31 maggio 2004 
- BENEDETTO XVI, Discorso del santo padre Benedetto XVI alla curia romana in occasione della presentazione degli auguri natalizi, 22 dicembre 2008 
- PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA FAMIGLIA, Lexicon. Termini ambigui e discussi su famiglia vita e questioni etiche, Edizioni Dehoniane Bologna, Bologna 2003, 2006.
- BENEDETTO XVI, Discorso del santo padre Benedetto XVI alla curia romana in occasione della presentazione degli auguri natalizi, 21 dicembre 2012  (cfr. http://www.lanuovabq.it/it/articoli-ideologia-del-gender-grave-minaccia-per-la-chiesa-5455.htm).
- Lettera Episcopato Polacco


(Fonte: Roberto Marchesini, La nuova bussola quotidiana, 30 marzo 2015)
http://www.lanuovabq.it/it/articoli-quelli-che-lideologia-gender-non-esistee-scrivono-sui-giornali-cattolici-12222.htm?fb_action_ids=10205222486995667&fb_action_types=og.shares&fb_source=other_multiline&action_object_map=%5B728538690593209%5D&action_type_map=%5B%22og.shares%22%5D&action_ref_map=%5B%5D#.VRkL4PlbiH5.facebook