giovedì 13 febbraio 2020

Il silenzio di Francesco, le lacrime di Ratzinger e quella sua dichiarazione mai pubblicata


Ciò che più colpisce nell’esortazione apostolica postsinodale “Querida Amazonia”, resa pubblica oggi, 12 febbraio 2020, è il suo totale silenzio sulla questione più attesa e controversa: l’ordinazione di uomini sposati.
Nemmeno la parola “celibato” vi compare. Papa Francesco auspica che “la ministerialità si configuri in modo tale da essere al servizio di una maggiore frequenza della celebrazione dell’eucaristia, anche nelle comunità più remote e nascoste” (n. 86). Ma ribadisce (al n. 88) che soltanto il sacerdote ordinato può celebrare l’eucaristia, assolvere dai peccati e amministrare l’unzione dei malati (perché anch’essa “intimamente legata al perdono dei peccati”, nota 129). E non dice nulla sull’estensione dell’ordinazione ai “viri probati”.
Nessuna novità neppure per i ministeri femminili. “Se si desse loro accesso all’ordine sacro”, scrive Francesco al n. 100, “ci si orienterebbe a clericalizzare le donne” e “a ridurre la nostra comprensione della Chiesa a strutture funzionali”.
La curiosità che sorge immediata, dalla lettura di “Querida Amazonia”, è dunque di capire in quale misura il libro bomba scritto dal papa emerito Benedetto XVI e dal cardinale Robert Sarah in difesa del celibato del clero, pubblicato a metà gennaio, abbia influito sull’esortazione e in particolare sul suo silenzio circa l’ordinazione di uomini sposati.
A questo scopo vanno aggiunte alcune informazioni in più rispetto a quelle già note, su ciò che accadde nei giorni roventi seguiti alla pubblicazione del libro.
La sequenza già nota dei fatti è stata a suo tempo documentata da Settimo Cielo nei tre “Post Scriptum” in coda a questo articolo del 13 gennaio:

> Ancora sul libro bomba di Ratzinger e Sarah. Con il resoconto di un nuovo incontro tra i due
Ma da più fonti tra loro indipendenti Settimo Cielo ha successivamente avuto notizia di almeno quattro fatti in più, di importanza rilevantissima.
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Il primo è avvenuto la mattina di mercoledì 15 gennaio.
Lungo tutta la giornata di martedì 14 l’attacco condotto dalle correnti radicali contro Ratzinger e Sarah aveva avuto un crescendo devastante, alimentato di fatto dalle ripetute smentite del prefetto della casa pontificia Georg Gänswein di una corresponsabilità del papa emerito nella composizione e nella pubblicazione del libro, fino a chiedere il ritiro della sua firma, e inutilmente contrastato dalla precisa e documentata ricostruzione, resa pubblica da Sarah, della genesi del libro stesso per opera concorde dei suoi due coautori.
Ebbene, la mattina di mercoledì 15 gennaio, mentre papa Francesco stava tenendo la sua udienza generale settimanale e Gänswein sedeva come di regola al suo fianco nell’aula Paolo VI, lontano quindi dal monastero Mater Ecclesiae che è la residenza del papa emerito di cui egli è segretario, Benedetto XVI alzò di persona il telefono e chiamò Sarah prima a casa, dove non lo trovò, e poi in ufficio, dove il cardinale rispose.
Benedetto XVI espresse, accorato, a Sarah la sua solidarietà. Gli confidò di non riuscire a comprendere le ragioni di un’aggressione così violenta e ingiusta. E pianse. Anche Sarah pianse. La telefonata si chiuse con entrambi in lacrime.
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Il secondo fatto reso noto qui per la prima volta è avvenuto durante l’incontro tra Sarah e Ratzinger, nella residenza di quest’ultimo, la sera di venerdì 17 gennaio.
Quella sera stessa, il cardinale riferì dell’avvenuto incontro in tre tweet, nei quali confermava la piena concordia tra lui e il papa emerito nella pubblicazione del libro.
Ma non disse che durante quello stesso incontro – in realtà svoltosi in due momenti distinti, prima alle 17 e poi alle 19 – Benedetto XVI aveva scritto assieme a lui un conciso comunicato che egli intendeva rendere pubblico con la firma del solo papa emerito, per attestare la piena consonanza tra i due coautori del libro e invocare la cessazione di ogni polemica.
Ai fini della pubblicazione, Gänswein consegnò la dichiarazione – di cui Settimo Cielo è in possesso e in cui il tratto personale, persino autobiografico, di Ratzinger traspare evidente – al sostituto segretario di Stato Edgar Peña Parra. Ed è ragionevole ipotizzare che questi ne abbia informato sia il proprio diretto superiore, il cardinale Pietro Parolin, sia lo stesso papa Francesco.
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Sta di fatto – ed è la terza notizia fin qui inedita – che questa dichiarazione del papa emerito non ha mai visto la luce. Ma è stata verosimilmente all’origine della decisione di Francesco di esonerare da lì in poi da ogni presenza visibile al proprio fianco il prefetto della casa pontificia Gänswein.
L’ultima di queste apparizioni pubbliche risale alla mattina di quello stesso venerdì 17 gennaio, in occasione della visita in Vaticano del presidente della Repubblica Democratica del Congo. Dopo di che Gänswein non è più comparso accanto al papa, né nelle udienze generali del mercoledì, né nelle visite ufficiali del vicepresidente americano Mike Pence, del presidente iracheno Barham Salih e di quello argentino Alberto Fernández.
Agli occhi di papa Francesco la dichiarazione di Benedetto XVI aveva infatti comprovato l’inattendibilità delle ripetute negazioni fatte da Gänswein della corresponsabilità del papa emerito nella composizione del libro.
In altre parole, l’opposizione del papa emerito a che il suo successore cedesse alle correnti radicali sul fronte del celibato del clero risaltava a questo punto a tutto tondo, senza più alcuna attenuazione.
E tutto questo a pochi giorni dalla pubblicazione dell’esortazione postsinodale in cui molti, in tutto il mondo, aspettavano di leggere un’apertura di Francesco all’ordinazione di uomini sposati.
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A corollario di tutto ciò, va data notizia anche del ruolo che il cardinale Parolin ha svolto in questa vicenda.
Quando infatti mercoledì 22 gennaio l’editore Cantagalli ha pubblicato un comunicato riguardante l’imminente uscita del libro in Italia, con pochissime e marginali variazioni rispetto all’originale francese, non è stato detto che quel comunicato era stato precedentemente visto e limato riga per riga dal cardinale segretario di Stato, che ne aveva infine vivamente incoraggiata la pubblicazione.
Un comunicato nel quale il libro di Ratzinger e Sarah è definito “un volume dall’alto valore teologico, biblico, spirituale ed umano, garantito dallo spessore degli autori e dalla loro volontà di mettere a disposizione di tutti il frutto delle loro rispettive riflessioni, manifestando il loro amore per la Chiesa, per Sua Santità papa Francesco e per tutta l’umanità”.

(Fonte: Sandro Magister, Settimo cielo, 12 febbraio 2020)
http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/



mercoledì 12 febbraio 2020

A PROPOSITO DI BENIGNI E DEL SUO CANTICO DEI CANTICI


1. «Non possiamo tacere. 
Abbiamo il dovere morale, dovere di retta coscienza, di condannare duramente il vergognoso monologo di Roberto Benigni durante il festival di Sanremo su Rai 1, prendendo a pretesto la Bibbia e il libro del Cantico dei cantici. Se e quando la televisione pubblica, cioè finanziata dai soldi dei cittadini, decide di portare sul piccolo schermo un tema di grande valore culturale e religioso, non può lasciare il monopolio interpretativo e comunicativo a una persona che non ha nessuna qualifica di competenza specifica e che si arroga il diritto di propinare il suo sproloquio, infarcito di ignoranza e di falsità, a milioni di telespettatori.
Perfino il pubblico dell’Ariston, in mezzo al quale certo non abbondavano gli esegeti biblici e forse neanche i credenti, se n’è accorto, vista la penuria di applausi. Il Cantico dei cantici è uno stupendo libro dell’Antico Testamento in cui si canta la pienezza dell’amore e dell’amore dello sposo, Dio padre, per il popolo ebraico. Dopo l’incarnazione e con la rivelazione, viene riletto come il canto di amore di Cristo, lo sposo per il nuovo popolo eletto, la Chiesa, sua sposa.
Un amore totale pieno di passione, che viene descritto con una delicatezza di toni che non ha nulla a che vedere con la sguaiata volgarità del suddetto sproloquio. Passione che arriva fino al sacrificio della croce. Se si dovesse scrivere a colori quel testo, si dovrebbe utilizzare il rosso della passione del sentimento amoroso e il rosso del sangue versato sulla croce.
Questo è il canto dell’amore totale, fedele, unico, incancellabile in cui eros, agape, e koinonia si fondono e completano, come ci ha magistralmente insegnato Benedetto XVI nell’enciclica Deus Charitas est (2005). Trasformarlo in un delirante messaggio a cavallo fra pornografia ed erotismo di bassa lega, infarcito di banalità, infine inventandosi di sana pianta una traduzione manipolata, è certamente un’operazione politicamente corretta in linea con i tempi, ma che rivela la strategia dell’indottrinamento bieco e menzognero della cultura cristianofobica.
Le radici della storica frase di Gesù "L’uomo non separi ciò che Dio ha unito” ( matrimonio sponsalità, procreazione, genitorialità) trova le sue radici più profonde e proprio nel cantico: l’amore di Cristo per la Chiesa, e amore inseparabile, indefettibile, totale, fedele, che giunge fino al sacrificio della vita.

Questo è l’amore che, realizzato pienamente in Cristo, ha sempre trovato nella storia, anche oggi, testimoni fedeli pur con tutti i limiti della debolezza umana. Chi avesse qualche dubbio, guardi un crocifisso ed impariamo da Lui, che ha perdonato ma non ha fatto sconti nella proclamazione della verità. Per questo l’hanno appeso ad una croce. »
(Massimo Gandolfini)

 2. Benigni, il furbetto che sfrutta l’ignoranza della gente
L’operazione di Benigni è subdola (e ha fatto bene Diego Fusaro a rilevarlo): perché ha voluto insinuare che la Chiesa è la solita oscurantista di sempre, che nega la bellezza dell’amore sponsale. E il nostro comico lo ha fatto fra l’altro suggerendo di stare leggendo da un testo che non sarebbe quello contenuto nelle edizioni ufficiali! Ma sarei curioso di sapere a quale ur-redaktion, redazione originale primitiva extrabiblica lui si riferisca, quando il testo (masoretico ebraico, traduzione greca dei LXX, Vulgata latina) è disponibile in tutte le librerie! E di grazia, converrete che il proclamare in chiesa o in sinagoga traduzioni poetiche e non letterali (evitando di parlare dall’ambone di peni, testicoli e monti di venere) è solo questione di estetica e di buon gusto e non certo operazione censoria!
Ma per me, lo scandalo più grave è ancora un altro: che pur di addossare tutte le colpe alla Chiesa Benigni ha strappato il Cantico al suo legittimo proprietario che è Israele, e vi dico il perché. Perché è lui, sì lui, che ha invece censurato il testo: perché l’invito della bella Sulamita ad aiutarla a cercare lo sposo non è rivolto genericamente a “figlie”, ma l’invito è rivolto alla “figlie di Gerusalemme”, cosa che lui ha deliberatamente omesso tutte le volte che ha citato il testo. E in questa omissione sta il peccato più grave: decontestualizzando il Cantico dal popolo che lo ha espresso (ma d’altronde, dicendo che leggeva da un testo extra biblico più antico, lo aveva già strappato dalla Bibbia), ha reso così un canto, espressione della più alta spiritualità biblica (e quindi espressione della fede secondo la tradizione ebraica prima e cristiana dopo), un inno generico all’amore che, con un po’ di impegno un bravo poeta avrebbe potuto fare: ridotto così cosa c’è di diverso tra una poesia di Baudelaire o una di Garcia Lorca dal Cantico?
Ma siamo in fondo al vero punto in questione: l’operazione più subdola ancora, quella di insinuare che il cantico inneggia all’amore, ad ogni tipo di amore (sponsale, efebico, saffico). Comprendetemi: non si tratta in questa sede di dare un giudizio morale su cui qui non voglio entrare, ma anzitutto di rilevare una scorrettezza di metodo, esegetica. Benigni doveva qui dire, necessariamente che il Cantico dei cantici narra la storia di un fidanzato e di una fidanzata innamorati: per onestà, come per onestà io debbo dire che dal balcone di Verona si affacciava una Giulietta che spasimava per il suo Romeo (e non posso parlare di due Giuliette o di due Romeo). Punto. 
Che se poi voleva cogliere l’occasione per parlare l’amore omoerotico tra maschi (non mi risultano seguaci della poetessa di Lesbo nella Bibbia) poteva citare la storia di Davide e Gionata (perché nella Bibbia c’è pure questo e nessuno ha mai avuto timore di ammetterlo) ma non il Cantico. E ripeto, qui la morale non c’entra (né tanto meno, per favore, si tirino in ballo omofobia e simili), ma solo il dato oggettivo di quello che è il racconto, la trama del Cantico dei cantici.
Certo, Benigni fa furbescamente il suo mestiere e strizza l’occhio ai suoi ascoltatori, ma quello che mi preoccupa è come sia facile abbindolare le persone sfruttando la loro ignoranza e giocando sui sentimenti e oscurando l’intelligenza (ma come anche facilmente la gente si lascia abbindolare). Questo è pericoloso. Non solo per la fede. Ma anche per la democrazia e il dialogo che si basano sul rispetto della persona e l’onesta intellettuale per rigettare con forza ogni tipo di manipolazione. Per questo temo questi applausi a scena aperta, ma anche il silenzio di chi dovrebbe parlare eppure tace, atei o cristiani o ebrei che siano.
(Fonte: Ignazio La China, Tempi, 9 febbraio 2020)
https://www.tempi.it/benigni-il-furbetto-che-sfrutta-lignoranza-della-gente/


3. Benigni a Sanremo: l’endorsement dei cattolici e una precisazione sull’eternità
Sanremo è Sanremo e Benigni è Benigni. Il suo lungo monologo sul palco dell’Ariston dedicato al Cantico dei Cantici, ha suscitato numerose polemiche a causa della personale rilettura e travisamento del testo sacro. Gli osservatori più acuti (come ad esempio Diego Fusaro e Tommaso Scandroglio su La Nuova Bussola Quotidiana) hanno visto nella desacralizzazione e nella derisione del cristianesimo una delle peculiarità di questa settantesima edizione del Festival. Dal siparietto iniziale di Fiorello travestito da prete che invita gli spettatori a scambiarsi un segno di pace, a Lauro che emula san Francesco, dal “Non sia fatta la tua volontà” di Tiziano Ferro a Zucchero che insegna che “Solo una sana e consapevole libidine salva il giovane dallo stress e dall’azione cattolica”. Per finire col bacio tra Fiorello e Ferro, seguito dalle pubbliche scuse al legittimo marito (sic!) del secondo.
Un attacco al sacro e alla trascendenza che è la cifra dell’intervento di Benigni che spoglia il Cantico dei Cantici di ogni riferimento a Dio e all’anima per convertirlo in un manifesto sessantottino di elogio dell’amore (omo)sessuale, novello Decameron boccaccesco. Una imbarazzante performance che tradisce le intenzioni di un comico di fama internazionale.
Tra le tante voci che si sono elevate in ambito cattolico contro questa vergognosa desacralizzazione della Parola di Dio, sorprende leggere alcuni endorsement d’eccellenza. In effetti che a qualcuno il Cantico di Benigni è piaciuto assai. È piaciuto ad esempio a uno studioso che ha collaborato col comico nella stesura del monologo: si tratta, niente meno, che del Presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura, biblista di fama internazionale e prolifico scrittore, il cardinale Gianfranco Ravasi che con orgoglio ha pubblicato su Twitter il ringraziamento di Benigni alla sua persona per i buoni consigli sul testo. Non si riesce a comprendere come si possa essere orgogliosi per aver contribuito a un tale indecente spettacolo, tra l’altro pieno di inesattezze dal punto di vista storico, biblico e interpretativo.
Un secondo incredibile applauso a Benigni arriva dalla Associazione Papaboys che non risparmia gli elogi: “Grazie Roberto Benigni. Questo è il tuo omaggio a Giovanni Paolo II che ti ha toccato il cuore”. Non sappiamo che film abbiano visto quelli di Papaboys, ma la cosa lascia a dir poco perplessi. Viene da domandarsi a quale “papa” appartengano questi “boys” che a dicembre hanno esplicitato il loro sostegno alle Sardine in vista delle elezioni regionali in Emilia Romagna (Sartoriboys?). Di certo pensare che Benigni, con il suo monologo, abbia voluto omaggiare Giovanni Paolo II è – ad essere buoni – fuorviante: una storpiatura dello storpiatore.
Un endorsement d’eccellenza nei confronti del Cantico Benigni lo si trova invece sulle colonne di Avvenire dove la biblista Rossanna Virgili afferma che: «L’idea di far conoscere e gustare il Cantico è stata davvero stupenda, appropriata, preziosa per un pubblico tanto vasto e popolare come quello del Sanremo in mondovisione». Un’idea che neanche la “licenza interpretativa” di Benigni può inficiare, nonostante abbia «tradotto, tradendolo, l’amore tra amato e amata in altri amori che sono lontani e fuori dal limpido orizzonte biblico». Noi, al contrario, temiamo che l’idea di Benigni non sia stata proprio così felice, l’idea di proporre la propria personalissima idea del mondo, dell’uomo e della sessualità strumentalizzando a questo fine la Sacra Scrittura e approfittando della propria popolarità per politicizzare il testo sacro. Dispiace che a non notarlo sia una nota biblista sul giornale dei vescovi. Giusto però far notare che sullo stesso giornale l’inviata a Sanremo Lucia Bellaspiga sottolinea con dispiacere la sottomissione di Benigni ai diktat del “politicamente corretto”.
Me per amore di verità e per carità cristiana verso il comico e verso i suoi più attenti ascoltatori vorremmo rispettosamente cercare di rispondere su un punto (tralasciando la questione, già largamente affrontata altrove, riguardante il senso, l’origine e l’interpretazione del Cantico dei Cantici). Benigni ha parlato di eternità, affermando che l’amore (concetto che lui identifica e scambia volentieri col “fare l’amore”) offre agli uomini la possibilità di divenire immortali.
Eternità. Sì Benigni, lei ha ragione, nel cuore dell’uomo c’è un profondo anelito, il desiderio di eternità. Nessuno vuole che i propri giorni finiscano; la paura della morte ci stringe, ci lega, al punto che spesso darci alla “pazza gioia” ci sembra una via percorribile per raggiungere l’illusione di allontanare la fine. Anche il sesso è una scappatoia, ci offre l’illusione dell’immortalità, per poi abbandonarci alla nostra pensante, ingombrante e caduca umanità dai giorni contati. Il libro della Sapienza ci mostra in maniera plastica questa dolorosa realtà:
Dicono gli empi sragionando: «La nostra vita è breve e triste; non c’è rimedio, quando l’uomo muore, e non si conosce nessuno che liberi dagli inferi. Siamo nati per caso e dopo saremo come se non fossimo stati. La nostra esistenza è il passare di un’ombra e non c’è ritorno alla nostra morte, poiché il sigillo è posto e nessuno torna indietro. […] Su, godiamoci i beni presenti, facciamo uso delle creature con ardore giovanile! Inebriamoci di vino squisito e di profumi, non lasciamoci sfuggire il fiore della primavera, coroniamoci di boccioli di rose prima che avvizziscano; nessuno di noi manchi alla nostra intemperanza. Lasciamo ovunque i segni della nostra gioia perché questo ci spetta, questa è la nostra parte» (Sap 1, 1-2. 6-9).
Così pensano coloro che non conoscono Dio. E cercano in ogni modo di scappare alla paura della morte. Ma – continua la Sapienza – «Dio ha creato l’uomo per l’immortalità; lo fece a immagine della propria natura. Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo; e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono» (Sap. 2, 23-24).
Siamo stati creati per l’immortalità ma viviamo circondati di morte. Solo l’incontro con Cristo, che è Via, Verità e Vita, può restituirci – a noi che viviamo da schiavi – la nostra dignità di Figli di Dio, coeredi di Cristo, destinati al cielo e non al cimitero. Non è dunque la sfrenatezza dei sensi (la chiami pure amore) e l’ebrezza dell’amore libero a donarci l’immortalità.
L’immortalità è un’altra cosa. Come afferma San Paolo nella lettera ai Romani: «liberati dal peccato e fatti servi di Dio, voi raccogliete il frutto che vi porta alla santificazione e come destino avete la vita eterna. Perché il salario del peccato è la morte; ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù nostro Signore».
Ecco in cosa consiste l’immortalità. E questi versi del Cantico dei Cantici, che San Tommaso d’Aquino, sollecitato dai suoi compagni, commentò in punto di morte nella Abazia di Fossanova, la descrivono con densità poetica e profondità spirituale: «Ho cercato l’amato del mio cuore… quando lo trovai lo strinsi fortemente e non lo lascerò mai» (Cdc 3,4).

(Fonte: Miguel Cuartero Samperi, Blog, 9 febbraio 2020)
https://www.sabinopaciolla.com/benigni-a-sanremo-lendorsement-dei-cattolici-e-una-precisazione-sulleternita/



venerdì 7 febbraio 2020

Mons. Nicolas Brouwet: “Il celibato dei preti è segno di libertà”


Il cardinale Sarah e il papa emerito Benedetto XVI hanno pubblicato un libro sul celibato sacerdotale, perché oggi questo argomento è così importante?
Due elementi hanno rilanciato la questione del celibato sacerdotale. Il sinodo sull’Amazzonia, da un lato, poiché i padri del sinodo hanno votato una risoluzione favorevole all’ordinazione sacerdotale dei diaconi sposati. La questione dell’abuso sessuale da parte di chierici, dall’altro lato, visto che alcuni sostengono che il matrimonio tra sacerdoti avrebbe potuto prevenire tale abuso. La mancanza di sacerdoti nelle nostre diocesi è anche un argomento ricorrente a favore dell’ordinazione di uomini sposati. Le risposte che circolano spesso riducono il celibato dei sacerdoti a una “disciplina” che si sarebbe imposta nella Chiesa cattolica latina nel Medioevo e che sarebbe tempo di rivedere perché non corrisponderebbe più allo spirito dei tempi. Ecco perché hanno dovuto scrivere questo libro. Sottolineo anche l’interessantissimo libro del cardinale Marc Ouellet, Friends of the Spouse: per una rinnovata visione del celibato sacerdotale.

Come interpreta la volontà di Benedetto XVI di spiegare il celibato sacerdotale ricorrendo all’Antico Testamento?
Ridurre la decisione del celibato dei sacerdoti alla riforma gregoriana o al Concilio Lateranense II nel 1239 è riduttivo. La scelta di prendere i sacerdoti tra gli uomini che hanno ricevuto il carisma del celibato non è una pura decisione legale tardivamente presa. È profondamente radicata nella vita della Chiesa, ma anche nell’Antico Testamento dove appare già la figura del sacerdote consacrato per l’adorazione di Dio. Come spiegato dal Papa Emerito Benedetto XVI, questa consacrazione si tradusse concretamente in una rinuncia al possesso della terra e nell’assenza di relazioni coniugali nel tempo del servizio liturgico a Gerusalemme. “I sacerdoti devono vivere di Dio e solo per Dio” (p. 53). Se il nostro sacerdozio cattolico viene da Cristo, siamo anche eredi della figura del sacerdote della vecchia Alleanza.

Come vescovo, come interpreti il celibato sacerdotale?
È una grande opportunità per la Chiesa. Il sacerdote celibe testimonia la presenza di Cristo che si è donato interamente alla Chiesa, come il marito alla moglie. E per il suo ministero, per la sua disponibilità, per tutto ciò che fa per l’annuncio del Vangelo, per la sua umile fedeltà, comunica alla comunità dei fedeli tutto l’amore, l’attenzione che ha per lei, alla maniera di Gesù. Non ha vicini, non ha altri rifugi, non ha nessuno da proteggere. Tutta la sua vita è offerta in questo ministero. Benedetto XVI sottolinea inoltre più volte che il celibato, per assumere il suo pieno significato, deve essere vissuto in una certa sobrietà di vita, una forma di rinuncia a tutto il conforto materiale a nostra disposizione. A ciò si aggiunge anche la disponibilità alla missione affidata dal vescovo. È un ottimo esame non scegliere la propria missione, ma riceverla ed essere pronti a cambiare, a partire, a muoversi. Il celibato consente di vivere questa libertà e questa disponibilità. Come vescovo, assisto a questa generosità tra i sacerdoti della mia diocesi e tra quelli che conosco. Quanti sacerdoti offrono un volto sereno e gioioso al ministero sacerdotale! E quanto è fruttuosa la loro missione nello Spirito Santo! Vorrei ringraziarli, incoraggiarli e dire loro quanto noi, come vescovi ma anche come padri, fratelli e amici dei nostri sacerdoti, siamo loro grati per la testimonianza che ci offrono. Possano essere veramente benedetti dal Signore!

(Fonte: Odon de Cacqueray, Il timone, 6 febbraio 2020)
http://www.iltimone.org/news-timone/mons-nicolas-brouwet-celibato-dei-preti-segno-liberta/



venerdì 24 gennaio 2020

C’era una volta il peccato


Avrete notato che i pastori della Chiesa cattolica parlano sempre meno del peccato. La parola stessa è diventata quasi impronunciabile e si preferisce usare il termine “fragilità”.
Mi sembra che dietro questa sostituzione ci sia un progetto: sostituire l’uomo a Dio, fare dell’uomo il dio di se stesso.
Nel momento in cui mettiamo da parte Dio, perdiamo automaticamente il senso del peccato. Ora, che questa operazione sia portata avanti dal mondo è comprensibile. Ma che sia portata avanti dalla Chiesa è aberrante.
L’uomo senza Dio, e senza peccato, vive nel soggettivismo e nel relativismo. Lo può fare, perché è libero. Ma la Chiesa ha il dovere di dire che tutto ciò non è cattolico. Invece molti uomini di Chiesa, da parecchi anni, si sono avviati proprio sulla strada di soggettivismo e relativismo. E per fare ciò hanno dovuto eliminare quell’ingombro insormontabile che è il peccato.
L’uso della parola “fragilità” al posto della parola “peccato” denota la mancanza della relazione con Dio. Sono fragile a causa dei miei limiti intrinseci, a causa eventualmente di qualche esperienza sbagliata, ma me la vedo da me. Tutto si risolve nella sfera del proprio io. Non ho bisogno di alcun Dio con il quale confrontarmi. Di alcun Dio al quale chiedere perdono. Oppure me la vedo con un mio Dio che comunque, essendo fatto a mia immagine e somiglianza, certamente mi comprende, mi giustifica e mi perdona.
Ovviamente il peccato può essere favorito dalle nostre eventuali e svariate fragilità, ma eliminare il peccato e mettere al suo posto la fragilità è devastante dal punto di vista cattolico, perché porta all’eliminazione della stessa grazia. Se non c’è il peccato, non c’è bisogno della grazia.  Il Catechismo della Chiesa cattolica (n. 1848) ricorda le parole assai significative di san Paolo: “Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia” (Rm 5,20). La grazia per compiere la sua opera deve svelare il peccato, ma se noi aboliamo l’idea di peccato rendiamo la grazia inutile, superflua.
C’è una preghiera bellissima, e molto cattolica, che la Chiesa ci chiede di recitare quando ci confessiamo. È l’Atto di dolore: “Mio Dio, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho meritato i tuoi castighi, e molto più perché ho offeso Te, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa. Propongo col tuo santo aiuto di non offenderti mai più e di fuggire le occasioni prossime di peccato. Signore, Misericordia, perdonami”.
Ebbene, c’è un sedicente “teologo” cattolico (virgolette obbligatorie) il quale, davanti alle telecamere della tv dei vescovi italiani, ha definito l’Atto di dolore una “tremenda preghiera”, “una preghiera che non ha nulla di cristiano perché Dio non si può offendere e poi Dio non castiga, perché Gesù è venuto a rivelarci un altro tipo di Dio, di Padre”.
Capite qual è la situazione? Questa è la “teologia cattolica” che va per la maggiore e viene divulgata dai mass media ufficialmente cattolici!
Io sintetizzerei così: parla di “peccato” chi vede la fede come relazione vincolante dell’uomo con Dio; preferisce invece il termine “fragilità” chi si concentra sull’uomo e ignora Dio o lo lascia sullo sfondo e considera la sua legge un vago punto di riferimento al quale ci si può attenere o anche non attenere, perché tutto dipende, appunto, dall’uomo e dal suo sentimento.
Questo secondo modo di concepire il rapporto con Dio e la sua legge mi sembra evidente in Amoris laetitia.  Rispetto alla questione della comunione ai divorziati risposati, Amoris laetitia più che sul contenuto della legge divina insiste sulle attenuanti umane. Ora, noi sappiamo bene che nella valutazione morale le attenuanti, anche per la dottrina cattolica, vanno tenute in considerazione. Ma i fattori attenuanti non possono diventare la chiave interpretativa per risolvere il problema dell’ammissione ai sacramenti,
In questo modo il sacramento è offerto al ribasso, come vaga consolazione, come se si ritenesse che la creatura è costitutivamente incapace di una risposta di fede seria e impegnativa.
Non a caso il titolo del famigerato capitolo ottavo di Amoris laetitia è Accompagnare, discernere e integrare la fragilità. E il documento a un certo punto, proprio perché puntato sulle attenuanti, arriva a sostenere che Dio stesso può permettere all’uomo di vivere in stato di peccato. Un’affermazione che ha condotto il filosofo Josef Seifert a paragonare l’esortazione apostolica a una bomba atomica posta sotto la dottrina e la morale cattolica.
Noi sappiamo che Dio è paziente, non permissivo. Dio sa aspettare, ma non scambia il bene con il male. Dio sa che siamo peccatori, ma proprio per questo ci prende per mano per condurci fuori dal peccato, non per giustificare la situazione di peccato!
Gli esponenti della Chiesa che puntano sulle attenuanti e preferiscono parlare di “fragilità” glissando sul peccato dimostrano inoltre di avere una bassa considerazione della creatura umana. Comportandosi come quegli insegnanti che, pensando di non poter cavar fuori più di tanto dagli alunni, non li spingono a dare il meglio e giustificano tutti i loro errori e le loro mancanze, questi presunti uomini di fede dimostrano di non credere alla santità come obiettivo di ogni battezzato.
Noto inoltre che puntare sull’idea di fragilità accentua moltissimo la visione emotiva dell’esperienza di fede, a danno della visione razionale.
Credo che, al fondo, dietro l’abolizione del peccato ci sia la mancanza di fede. La sostituzione dell’idea di peccato con quella di fragilità viene operata non solo in ossequio a un certo politically correct e nel tentativo di non apparire troppo aggressivi. La ragione profonda è che non si crede in Dio.
Chi esautora l’idea di peccato dimostra di non credere in Dio in un duplice senso: non crede nell’ordine divino e nella cogenza della legge divina, ma non crede neppure nell’aiuto che Dio certamente offre di fronte alla caduta nel peccato.
Abbiamo detto come ci sia una preoccupante eclisse del peccato. Ma occorre aggiungere che non basta parlare di peccato in modo generico. Il grande assente, nella predicazione attuale, è in particolare il peccato originale, come si è visto durante il sinodo sull’Amazzonia, con un papa, Francesco, che pare credere non al Catechismo della Chiesa cattolica, ma al pensiero di Rousseau, secondo il quale l’uomo nasce innocente e si corrompe vivendo nella società.
L’idea di peccato, quale rottura del legame e del patto con Dio, porta con sé l’idea di penitenza, ma anche “penitenza” è parola che è stata espunta dal vocabolario cattolico. Nel momento in cui la questione del peccato è sostituita da quella della fragilità, la quale, come abbiamo sottolineato, si gioca tutta all’interno dell’individuo, senza che ci sia bisogno di prendere in considerazione il rapporto con l’ordine divino, anche il concetto di penitenza diviene inutile e anzi è bene evitare di farvi ricorso. Eppure sappiamo che non può esserci esperienza autenticamente cristiana senza penitenza. Non perché il cristianesimo sia la religione degli autolesionisti, di coloro che amano soffrire, ma perché essere cristiani presuppone la conversione del cuore, e la conversione implica la penitenza, perché è necessario un distacco dalle cose del mondo per legarsi invece alle cose di lassù.
Vorrei anche sottolineare che mentre la fragilità è una condizione rispetto alla quale la persona deve riconciliarsi con se stessa (da cui espressioni come “recuperare il proprio equilibrio”, “ritrovare se stessi”), il peccato porta con sé l’idea che la riconciliazione, nel senso più profondo, è un dono di Dio.
Quando un’idea perde potenza, diceva Chesterton, c’è subito un’altra idea pronta a sostituirla e a diventare fin troppo potente. Con la fragilità che sta oscurando il peccato lo vediamo molto bene. Lungi da essere sinonimi, i due vocaboli sono espressioni di due visioni completamente diverse e, direi, non componibili. E, come spesso succede con le questioni di fede, occorre scegliere da che parte stare.

(Fonte: Aldo Maria Valli, Duc in altum, 22 gennaio 2020)
https://www.aldomariavalli.it/2020/01/22/cera-una-volta-il-peccato/



mercoledì 22 gennaio 2020

Sarah e Benedetto XVI, il libro esce. Testi e firme confermate


«Oggi e solo oggi, quando le nubi sembrano allontanarsi (…) annunciamo l’uscita del libro Dal profondo del nostro cuore di Robert Sarah con Joseph Ratzinger/Benedetto XVI per giovedì 30 gennaio 2020, ringraziando gli autori e tutti gli amici che ci sono stati vicini in questa delicata impresa». Con queste parole David Cantagalli, l’editore italiano di Benedetto XVI e del cardinale Robert Sarah, in un comunicato ufficiale mette la parola fine (o quasi) alla squallida vicenda che ha circondato l’annuncio dell’uscita del libro a difesa del celibato, firmato a quattro mani dal cardinale Sarah e dal Papa emerito. Dunque nessun ritiro della firma, come il segretario di Benedetto, monsignor Georg Ganswein, aveva dichiarato alle agenzie di stampa dopo che erano uscite indiscrezioni sul fatto che Benedetto XVI era all’oscuro del progetto del libro. Da lì si era scatenato un vero e proprio linciaggio mediatico del cardinale Sarah ma anche la solita campagna contro il Papa emerito.
Il libro in italiano uscirà come previsto il 30 gennaio, con un leggero cambiamento formale nella copertina, concordato con l’editrice francese Fayard (e che varrà per tutte le edizioni internazionali), da cui tutti i contratti di traduzione dipendono: la firma degli autori non sarà più Robert Sarah-Benedetto XVI, ma “Robert Sarah con Joseph Ratzinger/Benedetto XVI”. L’aggiunta del nome al secolo – Joseph Ratzinger – vuole in qualche modo togliere ai nemici dichiarati di Benedetto XVI il pretestuoso argomento di un testo scritto da “anti-papa”, ma chiunque legga il contenuto di questo libro deve onestamente ammettere che lo spirito con cui è scritto è quello di un contributo alla Verità, non di una schermaglia ideologica o di potere. E l’aggiunta della preposizione “con” nella firma meglio chiarisce ciò che è spiegato nella nota dell’editore che accompagna l’edizione. Cioè il libro si compone di un saggio di Benedetto XVI, un altro del cardinale Sarah (entrambi sono già stati spiegati dalla Nuova Bussola Quotidiana, qui e qui), quindi un’introduzione e una conclusione scritte fisicamente da Sarah ma «lette e condivise» da Benedetto XVI. Esattamente ciò che era già stato spiegato fin dall’inizio, ma che è stato ignorato per dare vita a «incessanti, nauseabonde e menzognere polemiche», come le ha definite alcuni giorni fa il cardinale Sarah.
Le polemiche sono state particolarmente virulente dai soliti settori del mondo cattolico, dai “guardiani della Rivoluzione” e dagli “intellettuali” catto-progressisti, che non si sono certo risparmiati negli insulti durissimi contro il cardinale Sarah e nella richiesta di mettere la museruola al Papa emerito. Si è arrivati a vette di menzogna forse mai raggiunte prima, particolarmente gravi quando si consideri che perfino il quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire, ha messo in bocca a Benedetto XVI (15 gennaio) affermazioni che non ha mai fatto né che si potevano desumere dalle comunque infelici parole di Ganswein: “Benedetto: sul celibato non firmo il libro di Sarah - «Mai autorizzata l’apposizione, né condivise premessa e conclusioni»”.
A riprova del comune sentire del cardinale Sarah con il papa emerito, nel comunicato Cantagalli sottolinea che: «Si tratta di un volume dall’alto valore teologico, biblico, spirituale ed umano, garantito dallo spessore degli autori e dalla loro volontà di mettere a disposizione di tutti il frutto delle loro rispettive riflessioni, manifestando il loro amore per la Chiesa, per Sua Santità Papa Francesco e per tutta l’umanità».
Dunque: il libro esce anche in italiano, la verità è ristabilita. Si potrebbe dire tutto è bene quel che finisce bene. Però non è proprio così. Anzitutto perché i veleni di queste settimane non si cancellano e il fango gettato soprattutto sul cardinale Sarah lascerà il segno. E si può stare certi che nessuno chiederà scusa – anzi, eviteranno anche di dare la notizia con rilievo – per quel che è accaduto. In secondo luogo, la vicenda – come abbiamo già detto – è sembrata ubbidire a una regia che aveva tutto l’interesse a creare un polverone sul nulla per poter oscurare il contenuto del libro, certamente molto sgradito a chi sta cercando di rivoltare la dottrina della Chiesa attaccando il celibato sacerdotale. Obiettivo, purtroppo, che è in qualche modo riuscito.
In terzo luogo, resta un mistero. Dopo giorni di feroci polemiche, venerdì 17 il cardinale Sarah si è recato alle 18 a Mater Ecclesiae, residenza di papa Benedetto XVI. È stato un incontro chiarificatore di cui ha dato notizia lo stesso Sarah con alcuni tweet: «A causa delle incessanti, nauseabonde e false controversie che non si sono mai fermate dall’inizio della settimana, riguardanti il libro Dal profondo dei nostri cuori, ho incontrato il papa emerito Benedetto XVI questa sera», ha scritto il cardinale guineano, che poi prosegue: «Con il papa emerito Benedetto XVI abbiamo potuto constatare come non ci siano fraintendimenti tra di noi. Sono uscito da questo bell’incontro molto felice, pieno di pace e di coraggio». Seguono poi i ringraziamenti all’editore francese per il lavoro svolto.
L’incontro e il clima concorde che lo ha caratterizzato non sono stati smentiti da nessuno, ma l’annuncio via tweet del cardinale Sarah sembrava preannunciare qualcosa che attestasse una volta per tutte questa unità di intenti. In effetti sappiamo che da quell’incontro era uscito un comunicato congiunto, firmato da Benedetto XVI e dal cardinale Sarah, teso a confermare la doppia paternità del libro e mettere fine al linciaggio mediatico dei due. Per evitare ulteriori frizioni si era stabilito di consegnare questo comunicato alla Segreteria di Stato per la pubblicazione, che sarebbe dovuta accadere non più tardi di lunedì 20. Del comunicato però si sono perse le tracce: censurato dalla Segreteria di Stato? Rimasto nella borsa di mons. Ganswein o di qualche altro funzionario? Non è dato sapere. Però rimane la sgradevole impressione che si voglia fare di tutto per impedire che emerga con chiarezza la totale sintonia di Benedetto XVI e del cardinale Sarah in materia di sacerdozio, celibato e non solo.

(Fonte: Riccardo Cascioli, LNBQ, 22 gennaio 2020)
https://lanuovabq.it/it/sarah-e-benedetto-xvi-il-libro-esce-testi-e-firme-confermate


lunedì 13 gennaio 2020

Un libro bomba. Ratzinger e Sarah chiedono a Francesco di non aprire varchi ai preti sposati


Si sono incontrati. Si sono scritti. Proprio mentre “il mondo rimbombava del frastuono creato da uno strano sinodo dei media che prendeva il posto del sinodo reale”, quello dell’Amazzonia.
E hanno deciso di rompere il silenzio: “Era nostro sacro dovere ricordare la verità del sacerdozio cattolico. In questi tempi difficili ciascuno deve avere paura che un giorno Dio gli rivolga questo acerbo rimprovero: ‘Maledetto sei tu, che non hai detto nulla’”. Invettiva, quest’ultima, ripresa da santa Caterina da Siena, grande fustigatrice di papi.
Il papa emerito Benedetto XVI e il cardinale guineano Robet Sarah hanno consegnato alle stampe questo loro libro poco prima di Natale, ed eccolo uscire in Francia a metà gennaio, per i tipi di Fayard con il titolo: “Dal profondo dei nostri cuori”, prima ancora, quindi, che papa Francesco abbia dettato le conclusioni di quel sinodo amazzonico che in realtà, più che su fiumi e foreste, è stata una furiosa discussione sul futuro del sacerdozio cattolico, se celibe o no, e se aperto in futuro alle donne.
Sarà un problema serio, infatti, per Francesco, aprire un varco al sacerdozio sposato e al diaconato femminile, dopo che il suo predecessore e un cardinale di profonda dottrina e di fulgente santità di vita come Sarah hanno preso posizione così netta e potentemente argomentata a sostegno del celibato sacerdotale, rivolgendosi al papa regnante con queste parole quasi ultimative, per la penna dell’uno ma con il pieno consenso dell’altro:
“C’è un legame ontologico-sacramentale tra il sacerdozio e il celibato. Ogni ridimensionamento di questo legame costituirebbe una rimessa in causa del magistero del concilio e dei papi Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Supplico umilmente papa Francesco di proteggerci definitivamente da una tale eventualità, ponendo il suo veto contro ogni indebolimento della legge del celibato sacerdotale, anche se limitato all’una o all’altra regione”.
Il libro, di 180 pagine, dopo una prefazione del curatore Nicolas Diat, si articola in quattro capitoli.
Il primo, dal titolo “Di che cosa avete paura?”, è una introduzione firmata congiuntamente dai due autori, datata settembre 2019.
Il secondo è di Joseph Ratzinger, è di taglio biblico e teologico e ha per titolo: “Il sacerdozio cattolico”. Porta la data del 17 settembre, prima che il sinodo abbia avuto inizio.
Il terzo è del cardinale Sarah ed è intitolato. “Amare sino alla fine. Sguardo ecclesiologico e pastorale sul celibato sacerdotale”. Ha la data del 25 novembre, un mese dopo la fine del sinodo, a cui l’autore ha partecipato assiduamente.
Il quarto è la conclusione congiunta dei due autori, col titolo: “All’ombra della croce” e con la data del 3 dicembre.
Nel capitolo da lui firmato, Ratzinger intende principalmente mettere in luce “l’unità profonda tra i due Testamenti, attraverso il passaggio dal Tempio di pietra al Tempio che è il corpo del Cristo”.
E applica questa ermeneutica a tre testi biblici, dai quali trae la nozione cristiana di sacerdozio celibatario.
Il primo è un passaggio del salmo 16: “Il Signore è la mia parte di eredità e il mio calice…”.
Il terzo sono queste parole di Gesù nel vangelo di Giovanni 17,17: “Santificali nella verità, la tua parola è verità”.
Mentre il secondo sono due passaggi del Deuteronomio (10,8 e 18,5-8) incorporati nella preghiera eucaristica II: “Ti rendiamo grazie di averci ammessi alla tua presenza a compiere il servizio sacerdotale”.
Per illustrare il senso di queste parole, Ratzinger cita quasi integralmente l’omelia da lui pronunciata in San Pietro la mattina del 20 marzo 2008, giovedì santo, nella messa del sacro crisma con cui si ordinano i sacerdoti.
Omelia riprodotta qui di seguito, come assaggio alla lettura dell’intero libro e delle sue pagine più direttamente dedicate alla questione del celibato.

“Non inventiamo la Chiesa così come vorremmo che fosse” di Joseph Ratzinger/Benedetto XVI
Il Giovedì Santo è per noi un’occasione per chiederci sempre di nuovo: A che cosa abbiamo detto “sì”? Che cosa è questo “essere sacerdote di Gesù Cristo”? Il Canone II del nostro Messale, che probabilmente fu redatto già alla fine del II secolo a Roma, descrive l’essenza del ministero sacerdotale con le parole con cui, nel libro del Deuteronomio (18, 5. 7), veniva descritta l’essenza del sacerdozio veterotestamentario: "astare coram te et tibi ministrare". Sono quindi due i compiti che definiscono l’essenza del ministero sacerdotale: in primo luogo lo “stare davanti al Signore”.
Nel Libro del Deuteronomio ciò va letto nel contesto della disposizione precedente, secondo cui i sacerdoti non ricevevano alcuna porzione di terreno nella Terra Santa – essi vivevano di Dio e per Dio. Non attendevano ai soliti lavori necessari per il sostentamento della vita quotidiana. La loro professione era “stare davanti al Signore” – guardare a Lui, esserci per Lui. Così, in definitiva, la parola indicava una vita alla presenza di Dio e con ciò anche un ministero in rappresentanza degli altri. Come gli altri coltivavano la terra, della quale viveva anche il sacerdote, così egli manteneva il mondo aperto verso Dio, doveva vivere con lo sguardo rivolto a Lui.
Se questa parola ora si trova nel Canone della Messa immediatamente dopo la consacrazione dei doni, dopo l’entrata del Signore nell’assemblea in preghiera, allora ciò indica per noi lo stare davanti al Signore presente, indica cioè l’Eucaristia come centro della vita sacerdotale. Ma anche qui la portata va oltre. Nell’inno della Liturgia delle Ore che durante la quaresima introduce l’Ufficio delle Letture – l’Ufficio che una volta presso i monaci era recitato durante l’ora della veglia notturna davanti a Dio e per gli uomini – uno dei compiti della quaresima è descritto con l’imperativo: “arctius perstemus in custodia” – stiamo di guardia in modo più intenso. Nella tradizione del monachesimo siriaco, i monaci erano qualificati come “coloro che stanno in piedi”; lo stare in piedi era l’espressione della vigilanza.
Ciò che qui era considerato compito dei monaci, possiamo con ragione vederlo anche come espressione della missione sacerdotale e come giusta interpretazione della parola del Deuteronomio: il sacerdote deve essere uno che vigila. Deve stare in guardia di fronte alle potenze incalzanti del male. Deve tener sveglio il mondo per Dio. Deve essere uno che sta in piedi: dritto di fronte alle correnti del tempo. Dritto nella verità. Dritto nell’impegno per il bene. Lo stare davanti al Signore deve essere sempre, nel più profondo, anche un farsi carico degli uomini presso il Signore che, a sua volta, si fa carico di tutti noi presso il Padre. E deve essere un farsi carico di Lui, di Cristo, della sua parola, della sua verità, del suo amore. Retto deve essere il sacerdote, impavido e disposto ad incassare per il Signore anche oltraggi, come riferiscono gli Atti degli Apostoli: essi erano “lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù” (5, 41).
Passiamo ora alla seconda parola, che il Canone II riprende dal testo dell’Antico Testamento: “stare davanti a te e a te servire”. Il sacerdote deve essere una persona retta, vigilante, una persona che sta dritta. A tutto ciò si aggiunge poi il servire.
Nel testo veterotestamentario questa parola ha un significato essenzialmente rituale: ai sacerdoti spettavano tutte le azioni di culto previste dalla Legge. Ma questo agire secondo il rito veniva poi classificato come servizio, come un incarico di servizio, e così si spiega in quale spirito quelle attività dovevano essere svolte.
Con l’assunzione della parola “servire” nel Canone, questo significato liturgico del termine viene in un certo modo adottato – conformemente alla novità del culto cristiano. Ciò che il sacerdote fa in quel momento, nella celebrazione dell’Eucaristia, è servire, compiere un servizio a Dio e un servizio agli uomini. Il culto che Cristo ha reso al Padre è stato il donarsi sino alla fine per gli uomini. In questo culto, in questo servizio il sacerdote deve inserirsi.
Così la parola “servire” comporta molte dimensioni. Certamente ne fa parte innanzitutto la retta celebrazione della Liturgia e dei Sacramenti in genere, compiuta con partecipazione interiore. Dobbiamo imparare a comprendere sempre di più la sacra Liturgia in tutta la sua essenza, sviluppare una viva familiarità con essa, cosicché diventi l’anima della nostra vita quotidiana. È allora che celebriamo in modo giusto, allora emerge da sé l’”ars celebrandi”, l’arte del celebrare. In quest’arte non deve esserci niente di artefatto. Deve diventare una cosa sola con l’arte del vivere rettamente.
Se la Liturgia è un compito centrale del sacerdote, ciò significa anche che la preghiera deve essere una realtà prioritaria da imparare sempre di nuovo e sempre più profondamente alla scuola di Cristo e dei santi di tutti i tempi. Poiché la Liturgia cristiana, per sua natura, è sempre anche annuncio, dobbiamo essere persone che con la Parola di Dio hanno familiarità, la amano e la vivono: solo allora potremo spiegarla in modo adeguato. “Servire il Signore” – il servizio sacerdotale significa proprio anche imparare a conoscere il Signore nella sua Parola e a farLo conoscere a tutti coloro che Egli ci affida.
Fanno parte del servire, infine, ancora due altri aspetti. Nessuno è così vicino al suo signore come il servo che ha accesso alla dimensione più privata della sua vita. In questo senso “servire” significa vicinanza, richiede familiarità. Questa familiarità comporta anche un pericolo: quello che il sacro da noi continuamente incontrato divenga per noi abitudine.
Si spegne così il timor riverenziale. Condizionati da tutte le abitudini, non percepiamo più il fatto grande, nuovo, sorprendente, che Egli stesso sia presente, ci parli, si doni a noi. Contro questa assuefazione alla realtà straordinaria, contro l’indifferenza del cuore dobbiamo lottare senza tregua, riconoscendo sempre di nuovo la nostra insufficienza e la grazia che vi è nel fatto che Egli si consegni così nelle nostre mani. Servire significa vicinanza, ma significa soprattutto anche obbedienza.
Il servo sta sotto la parola: “Non sia fatta la mia, ma la tua volontà!” (Lc 22, 42). Con questa parola, Gesù nell’Orto degli ulivi ha risolto la battaglia decisiva contro il peccato, contro la ribellione del cuore caduto. Il peccato di Adamo consisteva, appunto, nel fatto che egli voleva realizzare la sua volontà e non quella di Dio. La tentazione dell’umanità è sempre quella di voler essere totalmente autonoma, di seguire soltanto la propria volontà e di ritenere che solo così noi saremmo liberi; che solo grazie ad una simile libertà senza limiti l’uomo sarebbe completamente uomo, diventerebbe divino. Ma proprio così ci poniamo contro la verità. Poiché la verità è che noi dobbiamo condividere la nostra libertà con gli altri e possiamo essere liberi soltanto in comunione con loro.
Questa libertà condivisa può essere libertà vera solo se con essa entriamo in ciò che costituisce la misura stessa della libertà, se entriamo nella volontà di Dio. Questa obbedienza fondamentale che fa parte dell’essere uomini, diventa ancora più concreta nel sacerdote: noi non annunciamo noi stessi, ma Lui e la sua Parola, che non potevamo ideare da soli. Non inventiamo la Chiesa così come vorremmo che fosse, ma annunciamo la Parola di Cristo in modo giusto solo nella comunione del suo Corpo.
La nostra obbedienza è un credere con la Chiesa, un pensare e parlare con la Chiesa, un servire con essa. Rientra in questo sempre anche ciò che Gesù ha predetto a Pietro: “Sarai portato dove non volevi”. Questo farsi guidare dove non vogliamo è una dimensione essenziale del nostro servire, ed è proprio ciò che ci rende liberi. In un tale essere guidati, che può essere contrario alle nostre idee e progetti, sperimentiamo la cosa nuova – la ricchezza dell’amore di Dio.
“Stare davanti a Lui e servirLo”: Gesù Cristo come il vero Sommo Sacerdote del mondo ha conferito a queste parole una profondità prima inimmaginabile. Egli, che come Figlio era ed è il Signore, ha voluto diventare quel servo di Dio che la visione del Libro del profeta Isaia aveva previsto. Ha voluto essere il servo di tutti. Ha raffigurato l’insieme del suo sommo sacerdozio nel gesto della lavanda dei piedi.
Con il gesto dell’amore sino alla fine Egli lava i nostri piedi sporchi, con l’umiltà del suo servire ci purifica dalla malattia della nostra superbia. Così ci rende capaci di diventare commensali di Dio. Egli è disceso, e la vera ascesa dell’uomo si realizza ora nel nostro scendere con Lui e verso di Lui. La sua elevazione è la Croce. È la discesa più profonda e, come amore spinto sino alla fine, è al contempo il culmine dell’ascesa, la vera “elevazione” dell’uomo.
“Stare davanti a Lui e servirLo” – ciò significa ora entrare nella sua chiamata di servo di Dio. L’Eucaristia come presenza della discesa e dell’ascesa di Cristo rimanda così sempre, al di là di se stessa, ai molteplici modi del servizio dell’amore del prossimo. Chiediamo al Signore, in questo giorno, il dono di poter dire in tal senso nuovamente il nostro “sì” alla sua chiamata: “Eccomi. Manda me, Signore” (Is 6, 8). Amen.

(Fonte: Sandro Magister, Settimo cielo, 12 gennaio 2020)
http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/


giovedì 9 gennaio 2020

Ai "popoli" non serve il Credo. E il vescovo lo silenzia


Pinerolo. Sconcerto tra i fedeli in Cattedrale per la Messa dell'Epifania, ribattezzata ormai "Festa dei popoli". Il vescovo Olivero non proclama il Credo. Al suo posto un momento di silenzio. E alla Nuova BQ difende la scelta: “Rispetto il Messale tutto l'anno, ma c'erano anche Ortodossi, Valdesi e non credenti...”.
Le peripezie ecumeniche del vescovo che addomestica la Messa alle circostanze del momento e mette il bavaglio alla Professione di fede. Ma di fronte a questo si ha il dovere di gridare: “Non le è consentito”.

Il Credo a Messa è diventato sempre più un optional per molti preti. C’è chi non lo proclama e chi lo altera secondo le proprie voglie. Questa volta però a non pronunciare la professione di fede è un vescovo in persona e il fatto acquista una valenza decisamente più grave. Infatti, il prete che non proclama il Credo può essere rimproverato dal proprio vescovo, ma che cosa succederà se a non dirlo è il vescovo stesso, che della liturgia nella sua diocesi è supremo garante e il moderatore?
La domanda resta senza risposta se si considera quanto accaduto a Pinerolo, diocesi prealpina piemontese, dove il vescovo Derio Olivero ha completamente omesso la proclamazione del Credo nel corso della Messa dell’Epifania di lunedì 6 gennaio.
Nella Cattedrale di Pinerolo, per la “Messa dei popoli”, nel tardo pomeriggio si sono dati appuntamento oltre che i fedeli anche alcuni rappresentanti di altre confessioni religiose e le consuete autorità civiche. Il tutto nel segno di un ecumenismo mediaticamente forzato, di cui Olivero è consapevole fautore.
Terminata l’omelia, il vescovo ha annunciato che il Credo non sarebbe stato proclamato.
«Dato che ci sono anche non credenti – ha detto Olivero – ognuno lo dice in silenzio. Chi crede può dirlo e chi non crede o ha altre fedi, dirà in silenzio le ragioni del suo credo». A questa comunicazione sono seguiti alcuni minuti di imbarazzo, poi la Messa è ripresa come niente fosse.
La cosa è stata confermata alla Nuova BQ da alcuni fedeli increduli, uno dei quali ha anche registrato l’annuncio del vescovo.
Ma anche la diocesi ha confermato l’episodio cercando di giustificare la decisione: «Per interiorizzarlo meglio», hanno cercato di spiegare in Curia.
Successivamente è arrivata anche la versione del vescovo in persona, che, attraverso il portavoce ha spiegato alla Nuova BQ la legittimità dell’omissione del Credo, il quale invece, in quanto parte fissa della Messa festiva non si omette mai quando è prescritto da Messale. E soprattutto non si pronuncia mai in silenzio o in privato dato che la professione di fede, lo dice la parola stessa, è quanto di più pubblico possiamo manifestare come cristiani perché è il condensato delle verità della fede cattolica. Insomma, non c’è vescovo che tenga: il Credo non si può omettere a piacimento. Men che meno pronunciarlo in silenzio dato che proprio le parole professione e proclamazione portano in radice proprio la natura di atto pubblico.
Il pastore piemontese ha sostanzialmente spiegato che «questo - a mio avviso - non costituisce nessuna violazione di niente», ma ha poi specificato di dire messa in Cattedrale tutte le domeniche dell’anno e di non commettere mai abusi liturgici: «Rispetto il Messale 56 domeniche all’anno e  rispetto la liturgia sempre, ma in occasione di questa Messa c’erano in chiesa altre confessioni e ho pensato che i cattolici potessero dire in silenzio il Credo e chi invece, come i Valdesi e gli Ortodossi, potessero proclamare qualcosa in cui credere. Il tutto in silenzio, ma ribadisco la mia assoluta fedeltà al Messale».
Le parole del vescovo Olivero, considerato uno dei vescovi più “in carriera” di quelli ordinati in Italia da Papa Francesco e che pare essere in corsa – si dice – addirittura per la cattedra di Torino, risultano anche agli orecchi di fedeli della domenica, quanto meno ardite. Forse strumentalizzare la Messa come un "giochino" rientra nei requisiti per fare carriera? Vista una certa propensione a far parlare di sè, può darsi. 
Anzitutto, con il suo gesto Olivero fa rinunciare i fedeli alla propria identità, per un malinteso e quindi erroneo spirito di ecumenismo. E lo fa nel momento di massima identità ecclesiale e cristiana: la Messa.
In secondo luogo, soggettivizza la fede che diventa così né più né meno che un fatto personale e privato, da non proclamare in pubblico e quindi, in sostanza, un qualcosa di cui vergognarsi o da tenere nascosto.
In terzo luogo, rinunciare a proclamare il Credo è proprio il contrario di quello che si dovrebbe fare per annunciare Cristo ai non cristiani o ai non cattolici.
Il punto non è rispettare la liturgia 56 domeniche all’anno tranne il giorno dell’Epifania, come maldestramente cerca di dire, con un certo narcisismo il vescovo “in carriera”, ma semmai è rispettarla sempre perché la liturgia Cattolica non è disponibile alle circostanze del momento, alle mode, alla politica e ai sentimenti. E nemmeno ai presenti. 
Infine, il Vescovo ha perso il senso della differenza tra la Santa Messa ed ogni altra umana manifestazione pubblica. Si tratta di una posizione preoccupante per la salus animarum dei fedeli i quali hanno diritto che il loro vescovo dia loro dottrina sana e certa. Fedeli che, in questi casi, rimangono sempre come “pietrificati” dagli show e dagli abusi di preti e vescovi e coltivano enorme tristezza. Di fronte a questi veri e propri attentati all’unità della fede, giova sempre ricordare che ogni fedele, ha il diritto di reagire a queste inaccettabili provocazioni e anche il dovere di alzarsi e gridare al proprio pastore: «Questo non le è consentito».
Risultano in questo senso quanto mai illuminanti le parole pronunciate da don Salvo Priola, proprio nel commentare un episodio simile: «Dovete avere il coraggio, quando sentite un prete dire cose contrarie alla fede cattolica, di alzarvi e dire anche durante la Messa: “Questo non le è consentito”. E' tempo di alzarsi in piedi, quanto sentite cose contrarie al nostro Credo, anche se le dice un vescovo. Alzatevi, e dite: “Eccellenza non le è consentito”. Perché c'è un Vangelo, perché c'è un Catechismo e non si può mettere sotto piedi. Siamo tutti sotto il Vangelo, dal Papa a scendere non è consentito a nessuno alterare la fede che abbiamo ricevuto in dono. A nessuno». E nemmeno - aggiungiamo - silenziarla.

(Fonte: Andrea Zambrano, LNBQ, 9 gennaio 2020)
https://www.lanuovabq.it/it/ai-popoli-non-serve-il-credo-e-il-vescovo-lo-silenzia?fbclid=IwAR2J6CR1VASN5pXon3lLbJD9G8gDxdgUWfspsbvPjHo1eaZx2YNN6--ENoU


mercoledì 8 gennaio 2020

Monsignor Crepaldi, un vescovo che non si nasconde: “Troppe le rappresentazioni blasfeme di Gesù”


Sta facendo il giro del web l’omelia pronunciata dal vescovo di Trieste, monsignor Giampaolo Crepaldi, ieri durante la celebrazione della messa dell’Epifania. Crepaldi ha duramente attaccato gli «intellettuali liberal» e chi ha dipinto Gesù come «gay, pedofilo o sardina».
«Questa esemplare professione di fede dei Magi in Gesù Signore, Re e Salvatore universale, durante le feste natalizie – ha affermato Crepaldi, in passato esponente non di secondo piano della curia di Benedetto XVI – è stata oggetto di un attacco senza precedenti che è andato dispiegandosi in varie forme: dalla volgare e blasfema identificazione della sua persona con l’essere gay, pedofilo e “sardina”, fino a più sofisticate interpretazioni dei testi scritturistici che lo hanno privato della natura divina».
«Queste ultime – ha proseguito il vescovo – sono state proposte, in genere, da intellettuali liberal che, convinti di essere i depositari di non si sa quale arcana verità, pretendono di esercitare autorevolmente la missione di liquidare la regula fidei su Cristo alla quale ci riferiamo noi cristiani con la recita del Credo, naturalmente in nome del progresso umano di cui solo loro possiedono le chiavi di accesso».
«Sempre loro e sempre quelli – ha continuato – ogni anno a spararla più grossa, spacciando patacche cristologiche in nome del progresso. Noi cristiani, invece, continueremo ad essere fedeli a quella regula fidei su Cristo che una luminosa e santa tradizione ecclesiale custodisce e tramanda, imitando i Magi che adorarono il Dio vivente in quel Bambino, povero, umile, che giaceva in una mangiatoia e meritava tutta la loro adorazione, la loro fede e la loro preghiera, convinti che la vera signoria – quella che libera, promuove e salva – stava proprio lì e solo lì, in quell’umile Bambino, il Verbo fatto carne». Nel mirino di Crepaldi potrebbero esserci diverse voci intellettuali che si sono espresse a sostegno del movimento delle sardine, tra cui Dacia Maraini, ma anche il manifesto choc al Macro, il Museo d’arte moderna di via Nizza a Roma, apparso a metà dicembre, raffigurante un Gesù eccitato davanti a un bambino e la scritta «Ecce homo». Il manifesto è stato poi rimosso. Altri manifesti simili erano comparsi a Roma nel 2017.

(Fonte: Aldo Maria Valli, 7 gennaio 2020)
https://www.aldomariavalli.it/2020/01/07/monsignor-crepaldi-un-vescovo-che-non-si-nasconde-troppe-le-rappresentazioni-blasfeme-di-gesu/


sabato 21 dicembre 2019

L’ultimo discorso del papa ai cardinali ha un antefatto. Che doveva restare segreto


Anche questa volta, nel discorso che rivolge ogni anno alla curia vaticana prima di Natale, papa Francesco ha calato fendenti sui malcapitati ascoltatori.
L’anno scorso se l’era presa con i Giuda “che si nascondono dietro buone intenzioni per pugnalare i loro fratelli e seminare zizzania”.
Due anni fa aveva messo alla gogna i “traditori di fiducia” che “si lasciano corrompere dall’ambizione o dalla vanagloria e, quando vengono delicatamente allontanati, si auto-dichiarano erroneamente martiri del sistema, del ‘papa non informato’, della ‘vecchia guardia’…, invece di recitare il ‘mea culpa’”.
E quest’anno chi il papa ha preso di mira? Più sotto sono riportati i passi più pungenti del discorso rivolto dal papa alla curia romana la mattina di sabato 21 dicembre.
Prima però va data notizia di un altro incontro avvenuto pochi giorni fa tra Francesco e i cardinali. Un incontro cominciato male e finito ancor peggio.
Di questo incontro nessun organo d’informazione vaticano ha finora fatto parola. Eppure c’è stato. È avvenuto nella cappella vaticana di Santa Marta, la mattina di venerdì 13 dicembre, cinquantesimo anniversario della prima messa di Jorge Mario Bergoglio.
A proporre a papa Francesco di festeggiare questa ricorrenza con una messa da lui celebrata assieme ai cardinali residenti a Roma era stato qualche settimana prima il cardinale Angelo Sodano, nella sua qualità di decano del collegio cardinalizio.
Francesco aveva risposto di no. Ma Sodano non si era arreso e grazie al cardinale Giovanni Battista Re, sottodecano del sacro collegio, nuovamente intervenuto sul papa, era alla fine riuscito a piegare la sua resistenza.
Nel diramare ai cardinali la lettera d’invito all’incontro, Sodano ha fatto cenno all’iniziale rifiuto opposto da Francesco.
Il quale però ha attenuato solo di poco il suo moto di ripulsa. Il 13 dicembre la messa c’è stata, ma nel più assoluto silenzio da ambo le parti. Il papa non ha tenuto l’omelia e non ha detto una sola parola né prima né dopo il rito. E Sodano neppure ha potuto leggere l’indirizzo di augurio che aveva preparato, a nome non solo dei presenti ma dell’intero collegio cardinalizio. Terminata la messa Francesco ha rapidamente salutato a uno a uno i cardinali ed è andato via.
Nel pomeriggio, sia “L’Osservatore Romano” che “Vatican News” hanno pubblicato il messaggio augurale del cardinale Sodano. Ma senza dare notizia né fornire una sola immagine della messa celebrata col papa.
Questo, infatti, era l’ordine tassativo del pontefice: nessuna notizia e nessuna foto.
Inutile dire che i cardinali convenuti a Santa Marta sono rimasti molto colpiti dalla freddezza ostentata dal papa nei loro confronti. Una freddezza di cui non comprendevano la ragione.
Ed eccoci al discorso prenatalizio alla curia del 21 dicembre. Con l’antefatto che si è detto.
Questo è il rimando al testo completo del discorso, al quale ha fatto seguito, lo stesso giorno, un "motu proprio" papale che ha dato notizia delle avvenute dimissioni di Sodano dalla carica di decano del collegio cardinalizio.

> "Cari fratelli e sorelle..."
E questi sono alcuni passaggi.
NON COME NEL "GATTOPARDO"
Quella che stiamo vivendo non è semplicemente un’epoca di cambiamenti, ma è un cambiamento di epoca. […] Capita spesso di vivere il cambiamento limitandosi a indossare un nuovo vestito, e poi rimanere in realtà come si era prima. Rammento l’espressione enigmatica, che si legge in un famoso romanzo italiano: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi” (ne “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa).
NUOVI PROCESSI, NUOVI PARADIGMI
Noi dobbiamo avviare processi e non occupare spazi: […] Non bisogna privilegiare gli spazi di potere rispetto ai tempi, anche lunghi, dei processi. […] Abbiamo bisogno di altre “mappe”, di altri paradigmi, che ci aiutino a riposizionare i nostri modi di pensare e i nostri atteggiamenti: non siamo nella cristianità, non più!
ACCORPARE LA COMUNICAZIONE
Al Dicastero per la Comunicazione è stato affidato il compito di accorpare in una nuova istituzione i nove enti che, precedentemente, si occupavano, in varie modalità e con diversi compiti, di comunicazione: il Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali, la Sala Stampa della Santa Sede, la Tipografia Vaticana, la Libreria Editrice Vaticana, l’Osservatore Romano, la Radio Vaticana, il Centro Televisivo Vaticano, il Servizio Internet Vaticano, il Servizio Fotografico.  […] Tutto ciò implica, insieme al cambiamento culturale, una conversione istituzionale e personale per passare da un lavoro a compartimenti stagni – che nei casi migliori aveva qualche coordinamento – a un lavoro intrinsecamente connesso, in sinergia.
RIGIDITÀ, SINONIMO DI ODIO E SQUILIBRI
C’è sempre la tentazione di ripiegarsi sul passato (anche usando formulazioni nuove), perché più rassicurante, conosciuto e, sicuramente, meno conflittuale. […] Qui occorre mettere in guardia dalla tentazione di assumere l’atteggiamento della rigidità. La rigidità che nasce dalla paura del cambiamento e finisce per disseminare di paletti e di ostacoli il terreno del bene comune, facendolo diventare un campo minato di incomunicabilità e di odio. Ricordiamo sempre che dietro ogni rigidità giace qualche squilibrio. La rigidità e lo squilibro si alimentano a vicenda in un circolo vizioso. E oggi questa tentazione della rigidità è diventata tanto attuale.
CHIESA INDIETRO DI DUECENTO ANNI
Il cardinale Martini, nell’ultima intervista a pochi giorni della sua morte, disse parole che devono farci interrogare: “La Chiesa è rimasta indietro di duecento anni. Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio?”.

(Fonte: Sandro Magister, Settimo Cielo, 21 dicembre 2019)
http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2019/12/21/l’ultimo-discorso-del-papa-ai-cardinali-ha-un-antefatto-che-doveva-restare-segreto/




Regalo sotto l’albero per il professor Melloni. Con dedica sibillina


Nell’articolo 28 bis del chilometrico emendamento alla legge finanziaria approvata il 17 dicembre dal senato italiano, c’è un passaggio a prima lettura incomprensibile, ma che è interessante mettere in chiaro.
Vi si legge che “è autorizzata la spesa di 1 milione di euro annui a decorrere dall’anno 2020” a carico del ministero dell’istruzione, “allo scopo di potenziare le infrastrutture europee delle scienze umane e sociali”.
E come? “Insediando nel Mezzogiorno uno spazio dedicato delle [sic] infrastrutture di ricerca del settore delle scienze religiose”, finalizzato a “incrementare, attraverso l’analisi e lo studio della lingua ebraica, la ricerca digitale multilingue per favorire la coesione sociale e la cooperazione strategica nell’ambito del dialogo interculturale”.
Vi si legge inoltre che il ministero dell’istruzione erogherà la somma a “infrastrutture specialistiche e organismi di ricerca già operanti sul territorio italiano, nel settore delle scienze religiose, e con i quali siano già in essere, alla data di entrata in vigore della presente legge, accordi di programma”.
Ora, di “infrastrutture” con le quali il ministero ha “già in essere” accordi di questo tipo ce n’è una sola. Ed è la Fondazione per le Scienze Religiose, in sigla FSCIRE, di Bologna, che dal 2007 ha per segretario e direttore scientifico e amministrativo il professor Alberto Melloni, ben noto ai lettori di Settimo Cielo.
Mentre lo “spazio” dedicato alle scienze religiose che “nel Mezzogiorno” beneficerà del finanziamento non può essere che la “Biblioteca e Centro di Ricerca La Pira” di Palermo, che è la branca siciliana della “Biblioteca Dossetti” di Bologna, entrambe della FSCIRE. L’attuale arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, che nel 2018 ha inaugurato la biblioteca, è anche lui allievo di questa “scuola di Bologna” e ha dedicato un libro proprio al suo fondatore, don Giuseppe Dossetti.
Quanto alla sottolineatura, nel testo votato in senato, dell’”analisi e lo studio della lingua ebraica”, essa ha tutta l’aria di bilanciare la dichiarata specializzazione dell’istituto palermitano “sulla storia e le dottrine dell’Islam”, allargando il tutto a un orizzonte “multilingue” e a un “dialogo multiculturale”. Melloni è tra l’altro membro del comitato scientifico del Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah in via di costituzione a Ferrara.
La Fondazione diretta da Melloni riceve già dal 2016, grazie a un analogo emendamento alla legge finanziaria di quell’anno, un milione di euro all’anno per un quinquennio, con scadenza nel 2020.
Ma ora a quel beneficio in scadenza ne seguirà uno nuovo, grazie all’emendamento fresco di votazione. Con ripartenza doppia nel 2020, dove all’ultimo dei milioni vecchi si sommerà il primo dei milioni nuovi.


(Fonte: Sandro Magister, Settimo Cielo, 18 dicembre 2019)
http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2019/12/18/regalo-sotto-l’albero-per-il-professor-melloni-con-dedica-sibillina/