venerdì 13 marzo 2015

Se la macchina del fango entra nel confessionale


Le Iene fanno scuola, sì’ quelle di Mediaset che mischiano il loro giornalismo cabaret con inchieste da capitan Fracassa e assalti alle vittime come gli estorsori paparazzi di Corona.Ma anche quelle con la “i” minuscola, rabbiosi cagnacci della savana che si tuffano a piene zanne sulle carogne. Così ha fatto il Quotidiano Nazionale, gruppo che edita le testate Giorno, Resto del Carlino e Nazione: un’inchiesta in quattro puntate su quel che succede nel segreto confessionali italiani: i peccati commessi, il commento dei sacerdoti, le penitenze comminate Tutto virgolettato e pubblicato. Ma pure tutto falso e inventato. Solo per vedere l’effetto che fa e cippirimerlare con un doppio colpo sacerdoti e lettori. 
L’articolo però, nonostante la truffa, non riusciva bene perché i preti non sono stati al gioco. Risposte impeccabili come magistero comanda e Catechismo insegna, anche alle domande più maliziose e piccanti della finta penitente.  Insomma, alla fine non c’era titolo, come si dice nel gergo. No problem, il direttore ha rimediato con chili di pepe e panna montata sparati a tutta pagina, secondo le più classiche regole del giornalismo cialtrone.  «Vai dallo psicologo», avrebbe intimato un confessore alla ragazza lesbica che cerca Dio, poi se si va a leggere si trova invece tutta la tenerezza del pastore che non ha la risposta per tutto, ma che accoglie e fa suo il problema altrui. Un altro titolo parla di «Sacerdote irremovibile» che esclude la divorziata: «Non voglio scandali»! Ma alla giornalista aveva detto tutt’altro: «Quando la vita finisce non ci si pone davanti alla Chiesa ma davanti a Dio, è a Lui che dobbiamo rendere conto delle nostre azioni». 
«Quando il direttore mi ha proposto questo lavoro ero molto perplessa», racconta Laura Alari, la peccatrice per finta, «perché sono cattolica e sapevo che violavo un sacramento. Ma lui ha insistito e così ho deciso che fingere in confessionale era l’unico modo per capire senza filtri cosa succede oggi nella Chiesa». Com’è buono il direttore e quanto è brava la reporter cacciatrice.  Proprio quel che si dice una giornalista dalla schiena dritta e dai saldi principi. Per capire la Chiesa, basta travestirsi da lesbica o divorziata e poi farsi il selfie. Se riesce sbiadito, c’è sempre il fotoritocco in redazione. 
Embè, è la stampa bellezza,  le avrà detto da Bologna il dottor Andrea Cangini, il megadirettore delle testate unite, sentendosi un po’ Humphrey  Bogart e un po’ Robert Redford. Comunque un tipo con tanto pelo sullo stomaco da ricoprire uno scimmione. Il sacramento violato e il prete raggirato? Che volete che sia: il diritto di cronaca vien prima di tutto, anche di Dio. Lui insiste: «Se intervisti chiunque nell’esercizio delle sue funzioni, avrai risposte la cui veridicità sarà dubbia. Così, forzando le cose, potevamo sapere come il parroco medio si pone».  Quando si dice il giornalismo di inchiesta. E poi, chissenefrega che così si fa a pezzi ogni deontologia e si offende il sentimento di milioni di cattolici. Per il Bogart della piadina, quando «un giornalista è d’inchiesta quasi sempre vìola la deontologia, fa parte del nostro lavoro. E poi, il valore di un sacramento è tale per chi lo riconosce, per chi ha fede. E non è il mio caso». Insomma, pure il direttore medio Cangini s’è iscritto al club dei “Je suis Charlie”, sezione Romagna mia.
Stia quindi a cuccia l’arcivescovo di Bologna, Carlo Caffarra, che si è permesso di alzare la voce contro la truffa in confessionale, “delitto” che la Chiesa giudica grave. D’accordo il direttore ateo se ne farà un baffo, ma la reporter sedicente cattolica? La confessione divulgata a mezzo stampa si può incorrere in una vasta gamma di pene, compresa la scomunica.  Ecco un buon argomento che la catto-giornalista farlocca potrebbe approfondire con un reportage a costo zero. Basterà che lo chieda al suo confessore, ma sarà difficile, dopo quanto ha combinato, che qualcuna la prenda ancora sul serio. “Perdonatemi padre perché ho peccato”. Ma va là patacca, che siamo mica su scherzi a parte!
Però, più che la poveretta, è su quel direttore che ha spacciato fango per cioccolato che dovrebbe ricadere l’iraddiddio. Non quella divina (non subito, almeno) ma quella laica e aconfessionale dell’Ordine dei Giornalisti. Che dovrebbe chiedersi chi ha dato la patente di giornalista a uno così che dichiara bellamente di impiparsene della deontologia professionale e si arroga il diritto di estorcere “confessioni” e non ottenendole se le inventa. perché tanto lui non ci crede. Basterebbe questo a incriminarlo per corruzione di giornalisti, atti osceni davanti agli stagisti e vilipendio della ragione. Le regole dell’Ordine non consentono di nascondere la propria identità né di agire sotto mentite spoglie, se non quando la vita del giornalista è in pericolo. Non è certo il caso della cronista del Qn che a questo punto, prima che dalla giustizia divina (lei dovrebbe crederci) dovrebbe essere sanzionata, insieme al suo direttore, da quella dell’Ordine dei Giornalisti. Vale la pena ricordare che con altri direttori l’Ordine è stato inflessibile e  Magdi Allam addirittura espulso (poi riammesso) per offesa all’islam. Ma chi si fa beffe dei sacerdoti e di una sacramento della Chiesa cattolica può passarla liscia? L’Ordine risponda. 


(Fonte: Luigi Santambrogio, La nuova bussola quotidiana, 13 marzo 2015)
http://www.lanuovabq.it/it/articoli-se-la-macchina-del-fango-entra-nel-confessionale-12059.htm
 

Il califfo Flores mette le manette anche a Dio

Il cenacolo dei soliti noti, quelli con la puzza sotto il naso e la sinistra ai piedi, i quattro aristogatti del “meno siamo, meglio stiamo”, i tromboni della banda di Repubblica che se la cantano e se la suonano. Tutti insieme, interessatamente, a festeggiare uno di loro, l’esimio Paolo Flores d’Arcais salito in cattedra per la sua lectio magistralis. Impartita al mondo (meno di così lui non si disturba) con la compiacenza del rotary club della sinistra professorale e nobiliare che lo ha eletto (all’unanimità, off course) “Laico dell’anno”, cioè quello che nel 2014 l’ha sparata più grossa su Dio, lo Stato, la ragione e la democrazia.
Con il parterre de roi delle piccole occasioni riservate dall'esclusivo clubino rosso antico e dai doppi cognomi, come la fantozziana contessa Serbelloni Mazzante Vien dal Mare. La sinistra baronale, quella dei De Benedetti, degli Asor Rosa, del conte Caracciolo e della marchesina Borromeo, associata alle più belle griffe repubblichine: Corrado Augias, Stefano Rodotà, Chiara Saraceno, Gustavo Zagrebelski, Giulio Giorello, Gian Enrico Rusconi. Riuniti a fare la claque e giuria, come all’Isola dei Famosi solo che qui non c’è il televoto perché già sanno il nome del vincitore. Del resto, tutte quelle persone sono stati a loro volta winner con lo stesso titolo: dunque, una sorta di voto di scambio tra i miglior laici del bigoncio ateo-sinistro.
Ma quella di Flores, più che una lectio magistralis era una repetita infernalis, un copia e incolla per l’occasione del suo ultimo libro da titolo: La democrazia ha bisogno di Dio. Falso! Vabbè, manco la suspense di saper come va a finire, ma così c’è ilo pregio che ci si può risparmiare dal comprarlo. Repubblica ha anticipato di un giorno la lectio (risparmiandoci così anche il biglietto per Torino) del dottor Flores, titolandola così: “La democrazia deve chiedere l’esilio di Dio”. Se non è zuppa è pan bagnato, ma l’omelia recitata ai confratelli dal “Laico del 2014”, contiene passaggi così paradossali che valgono qualche minuto di attenzione. Se non altro, per farsi un’idea a quali paradossi possono arrivare di questi maître-à-penser sedicenti eredi di Benedetto Croce ma più spesso di Marx e Trotzskij. «La democrazia è atea, imprescindibilmente».
Questa l'originale tesi che Flores sventola su Repubblica e sul muso di chi, da Tocqueville in giù, sostiene che la democrazia non sta in piedi senza Dio. Invece no. Dio può sopravvivere alla democrazia, secondo lui, solo accettando l’«esilio dorato nella sfera privata della coscienza» e ingiungendo ai suoi rappresentanti in terra di non interferire con il potere. Non ci sono santi e nemmeno dei: «O l’esilio di Dio dall’intera sfera pubblica», sentenzia il magistrale, «o l’irruzione del Suo volere sovrano — dettato come sharia o altrimenti decifrato — in ogni fibra della vita associata. Aut aut. Ecco perché è inerente alla democrazia l’ostracismo di Dio, della sua parola e dei suoi simboli, da ogni luogo dove protagonista sia il cittadino: scuola compresa, e anzi scuola innanzitutto, poiché ambito della sua formazione. Al fedele restano chiese, moschee, sinagoghe, e la sfera privata».
Il Flores è così, figura scelta del forcaiolismo nostrano, comunista poi craxiano, infine convertito alle manette da Di Pietro, appartiene alla categoria degli atei molesti e invadenti: non si limita a fare il mestiere dell’onesto miscredente, ma vorrebbe mettere al rogo chi non la pensa come lui. Nel nome dell’Io, per lui unico e vero Dio. Dunque, lezioneggia il magister, «la religione è compatibile con la democrazia solo se disponibile e assuefatta all’esilio di Dio dalle vicende e dai conflitti della cittadinanza, solo se pronta a praticare il primo comandamento della sovranità repubblicana: non pronunciare il nome di Dio in luogo pubblico. (…) Le religioni compatibili con la democrazia sono dunque religioni docili, che hanno rinunciato a ogni fede militante (di sharia e martiri o di legionari di Cristo e altre comunioni e liberazioni) che intenda far valere nel secolo la morale religiosa. Sono religioni sottomesse». Nella versione di Flores, il credente è «civicamente minus habens perché incapace di interiorizzare autonomamente la scelta pro-democrazia e in grado di riconoscerla solo affidandosi all’autorità religiosa di riferimento» . Se vuole integrarsi nel sistema democratico, egli deve pertanto appendere Dio all’attaccapanni, come fa lo scienziato prima di entrare in laboratorio: uscendo così dalla propria «condizione permanente di minorità».
Insomma, sistemato Dio ai piedi del potere come docile cagnolino da compagnia, il, compagno Paolino Fiorellino indica quali sono i nemici da abbattere: i cattolici. Devono starsene buoni e a cuccia, senza resistere e protestare. A leggere la magistrale lectio flordarcaista c’è da restare spaventati: pare di venire scaraventati nell’Urss di Stalin o nella Cambogia di Pol Polt e nella Cina della Guardie Rosse della Rivoluzione culturale. Tutti regimi rigorosamente atei, che di preti, suore e credenti ne ha fatti i pubblici nemici, dunque genuinamente “democratici”, secondo la stralunata logica del filosofo dell’anno. Lo sradicamento di Dio e della religione perseguito scientificamente e militarmente è costato milioni di morti ammazzati, distruzioni e saccheggi, campi di concentramento e lager che oggi hanno nella teo-follia dell’Isis e nei tagliagole del Califfo nero il loro orribile replay. Il giacobino Flores d’Arcais come al Baghdadi: i cattolici vannno chiusi in una riserva e se insistono a opporsi al laicissimo pensiero unico esiliati altrove. Ecco, questa è la gente che procura materia grigia e armi alla rivoluzione fondamentalista e radicale. Ed è qui, nell’attacco alla religiosità e all’identità cattolica, che oggi la jihad islamica trova docile sponda nelle jihad laiciste e nichiliste. Per questo gli ammazza cristiani salafiti del Califfo e l’ateo Flores, il fanaticissimo “Laico dell’anno”, mica sono poi così lontani.


(Fonte: Luigi Santambrogio, La nuova bussola quotidiana, 11 marzo 2015)
http://www.lanuovabq.it/it/articoli-il-califfo-flores-mette-le-manette-anche-a-dio-12035.htm

 

giovedì 5 marzo 2015

L’eresia antropologica del totalitarismo “gender”

Rimpiazza l’ideologia marxista ed è altrettanto distruttiva e totalitaria, fondata su una pseudo-uguaglianza e la rivendicazione cieca degli “orientamenti sessuali” per organizzare la società. È lo scopo ultimo della teoria del genere, spiega a Tempi Tony Anatrella, sacerdote e psicanalista, che vive a Parigi, dove insegna alla libera Facoltà di filosofia e di psicologia di Parigi e al Collège des Bernardins. Consultore del Pontificio consiglio per la famiglia e del Pontificio consiglio per la salute, ha pubblicato molte opere tra cui La teoria del gender e l’origine dell’omosessualità” (San Paolo 2012) e Il regno di Narciso (San Paolo 2014).

Professor Anatrella, da tempo lei parla della teoria del gender come di una ideologia totalitaria e ha scritto che, come il marxismo nel secolo scorso, il gender sarebbe diventato il campo di battaglia di questo secolo. Non è eccessivo?
Anzitutto non bisogna confondere gli studi di genere che analizzano le relazioni fra gli uomini e le donne nella società nelle diverse aree culturali al fine di pervenire a un migliore rispetto della loro dignità, uguaglianza e vocazione rispettiva, con la teoria del genere, ispirata a diverse correnti di pensiero. Ma anche lo studio sociologico, che di per sé è semplicemente un metodo di osservazione, diventa un’ideologia quando afferma una “parità totale” fra uomo e donna, poiché la “parità” non è l’“uguaglianza”. Si vorrebbe far credere, in base a una visione puramente contabile della relazione, che i due sono intercambiabili. Ora, se è vero che a parità di competenze un uomo e una donna possono esercitare le stesse responsabilità, il problema è che si vuole far credere che psicologicamente e socialmente l’uomo e la donna sono identici. Eppure uomo e donna non possono assumere sistematicamente gli stessi compiti, né gli stessi simbolici, a cominciare da quelli della maternità e della paternità. Questa prospettiva egualitarista ha falsato e complicato le relazioni fra i due sessi e spiega in parte – anche se non è l’unica ragione – perché le relazioni all’interno della coppia sono diventate difficili e perché molti non vogliano più sposarsi o abbiano paura del matrimonio. Sociologicamente si è sempre constatato un fenomeno ricorrente nella storia: quando le donne entrano in massa in un settore di attività, gli uomini se ne vanno. Così l’insegnamento, la medicina e la giustizia si femminilizzano sempre più, mentre gli uomini si orientano verso altri mestieri. Ma l’ideologia di genere si spinge ancora più in là, affermando che il corpo sessuato non ha alcuna importanza nello sviluppo psicologico. In realtà la psicologia di ciascuno di noi si sviluppa nella misura in cui avviene l’interiorizzazione del suo corpo sessuato. I diversi autori che condividono l’ideologia del gender sostengono anche che bisogna pensare diversamente la sessualità e l’organizzazione della società: non bisogna più definire la sessualità a partire dalle due sole identità sessuali che esistono, quelle dell’uomo e della donna, perché secondo loro ciò è iniquo, ma a partire dagli orientamenti sessuali come l’eterosessualità, l’omosessualità, la bisessualità, la transessualità, ecc. In questo modo tutti si troverebbero in condizioni di uguaglianza, mentre se ci si riferisce unicamente all’identità di uomo e donna si escludono altre “forme” di sessualità. Come si fa a non vedere che questa prospettiva è contraria al dato di realtà? Nella realtà, l’identità sessuale riguarda l’essere della persona, mentre gli orientamenti sessuali riguardano le pulsioni sessuali. Se tutto va per il verso giusto queste ultime si elaborano e si integrano nella personalità a partire dall’identità oggettiva del soggetto, mentre le pulsioni ricercate per se stesse attraverso un tipo di orientamento si isolano dalla personalità e la mantengono nell’immaturità affettiva e in una relativa impulsività mai soddisfatte. Ciò sfocia in personalità non unificate e instabili. Detto in altre parole, prendere in considerazione gli orientamenti sessuali per definire la sessualità, cioè pensare che la differenza delle sessualità deve sostituire la differenza sessuale, che si fonda sull’uomo e sulla donna, è distruttivo come lo era il marxismo. Per settant’anni le società sono state dominate dalla cecità di fronte a questa ideologia fondata su una pseudo-uguaglianza e sulla convinzione che l’essere umano è il prodotto di una cultura: la stessa cosa che la teoria del gender sostiene a sua volta riguardo all’identità sessuale. Se la persona è semplicemente il prodotto di una cultura, egli diventa un automa e scompare la sua singolarità. Il gender diventa totalitario nella misura in cui le società occidentali vogliono riorganizzare politicamente la società a partire dalla visione irrealistica degli orientamenti sessuali, come nel caso del “matrimonio” fra persone dello stesso sesso. Eppure l’omosessualità non può essere all’origine né della coppia coniugale, né della famiglia, poiché questa forma di sessualità fra due persone dello stesso sesso non possiede – sul piano psicologico, corporeo e fisiologico – le stesse caratteristiche di quella fondata sull’alterità sessuale, che è condivisa soltanto nel rapporto uomo-donna. E siccome la coppia e la famiglia cosiddette “omosessuali” in senso proprio non esistono, si tratta soprattutto di un artificio e di una corruzione del linguaggio. Con le parole è sempre facile ingannare, dando nomi alla realtà più in funzione dei propri fantasmi che del reale. Ma l’omosessualità è diventata una questione politica per riorganizzare la società a partire da essa. Progressivamente si costituisce in numerosi paesi europei un sistema repressivo sul piano giudiziario per fare ammettere questo nuovo principio. Ciò che è in discussione non sono le persone omosessuali, che devono essere rispettate come tutti i cittadini, ma una volontà militante e politica di fare dell’“omosessualità” una norma che partecipa dell’ordine della coppia e della famiglia. I militanti stessi che si battono per questa causa affermano molto chiaramente che bisogna «aprire il matrimonio a tutti» per meglio distruggerlo, allo scopo di pervenire all’uguaglianza di tutti nelle differenti forme di relazione. Ritroviamo la stessa idea nell’applicazione iniziale del marxismo nei paesi comunisti.

Nei suoi libri lei non teme di affermare che l’omosessualità è una carenza psichica. Può spiegare cosa intende e perché questa sua convinzione non dovrebbe essere ritenuta omofoba?
Nel momento in cui qualcuno si interroga sull’omosessualità e sulla volontà politica di iscriverla nella legge consacrata alle condizioni del matrimonio e della famiglia riservata esclusivamente all’uomo e alla donna, subito viene accusato di tutti i mali, a cominciare dal cliché dell’omofobia. È un modo di imbavagliare l’intelligenza e il discorso, nel momento stesso in cui si afferma continuamente che la libertà di espressione è un “valore” delle società democratiche. Il liberalismo condizionato dal “relativismo etico” è repressivo nelle sue leggi sempre più restrittive tanto quanto lo erano quelle dei paesi totalitari. Si mettono alla gogna certi autori come capri espiatori e si isolano aspetti della vita che è vietato criticare. E tuttavia occorre spiegare da dove viene l’omosessualità. Da quasi due secoli la letteratura psichiatrica e la psicanalisi si interrogano sulle origini dell’omosessualità e sul tipo di psicologia che ne deriva, ma da qualche anno questa riflessione è diventata tabù ed è vietata. Non dovremmo più cercare di capire che cosa sia l’omosessualità e a cosa corrispondano queste pratiche affettive e sessuali, ovvero anche su quali meccanismi e su quali processi psichici riposino. Ma perché non dovremmo studiare questa particolarità della sessualità se non per giustificarla in qualunque modo, mentre osiamo esaminare analiticamente la maggior parte dei comportamenti umani? Quando si impedisce agli specialisti di approfondire una questione siamo in presenza di un riflesso irrazionale che sconfina nell’ideologia totalitaria. Da 40 anni studio questo fenomeno e ho pubblicato numerosi libri e articoli sulla questione. Ho esaminato le differenti ipotesi neurologiche, ormonali e genetiche, che non risultano conclusive, e sono giunto alle origini psichiche. Effettivamente, le pulsioni sessuali all’inizio della vita psichica sono sparpagliate sul corpo del bambino; esse non sono ancora finalizzate se non cercando la propria soddisfazione per se stesse. Progressivamente il soggetto le lavorerà psicologicamente sulla base delle esperienze che vive a partire dal suo corpo, poiché tutto parte dal corpo, per quanto riguarda lo sviluppo della sua vita psichica. A partire da queste pulsioni, elaborerà un sistema di rappresentazioni psichiche che permetterà di integrarle attraverso diverse tappe al fine di pervenire progressivamente all’alterità sessuale. È grazie, fra le altre cose, alla bisessualità psichica (una nozione spesso mal compresa) che il bambino prima e l’adolescente poi interiorizzeranno la persona dell’altro sesso, cosa che gli permette l’accettazione dell’altro sesso e l’accesso ad esso. Persone che si fissano in pratiche bisessuali hanno spesso fallito, in parte o completamente, questo passaggio. Nello stesso modo in cui persone transessuali s’immaginano, a volte con molte sofferenze, che la natura si è sbagliata dando loro un corpo nel quale esse non si riconoscono. Non è la natura che si è sbagliata, cosa che presupporrebbe una visione dualista dove il corpo è opposto allo spirito, ma è soprattutto il soggetto che non è riuscito ad accettare e a interiorizzare il suo proprio corpo in seguito a problemi di identificazione inconscia. Questo significa che, a differenza del mondo animale, le pulsioni sessuali umane presentano una relativa plasticità e che possono essere elaborate e armonizzate nella vita psichica più o meno bene. In conclusione, le pulsioni sono l’oggetto di un lavoro interno che, se tutto va per il meglio, si articola nella personalità con l’accettazione intima dell’altro sesso e una reale attrazione verso di esso. Allorché il soggetto si fissa su una pulsione sessuale come quella della curiosità nei riguardi del suo proprio sesso (stadio fallico) o su di una identificazione primaria alla persona identica a lui, si verifica il rischio di indirizzarsi verso l’omosessualità. Si osserva tuttavia anche il caso di persone che hanno vissuto nel corso della loro esistenza una tappa di pratiche omosessuali, finalizzate a confortare la loro identità, per indirizzarsi in seguito verso l’attrazione per le persone del sesso opposto. Possono esserci origini psichiche diverse e varie dell’omosessualità, che dipendono dalle rappresentazioni pulsionali del soggetto. È vero che le condizioni ambientali della società odierna sono molto narcisistiche, perciò la cultura attuale non sempre facilita le operazioni necessarie alla maturazione affettiva che permette di iscriversi nell’alterità sessuale. Quanto alla questione dell’omofobia, sulla quale torneremo, non è un argomento serio! È uno slogan inventato dai militanti per intimidire e colpevolizzare gli altri rimproverando loro di avere paura dell’omosessualità. Che idea! Chi ne ha paura? Questo modo di maneggiare l’isterizzazione della paura incollando il termine “fobia” a diverse parole per designare un nemico potenziale è certamente un sintomo paranoico di un disturbo identitario. Siamo in piena identificazione proiettiva quando dei militanti attribuiscono agli altri quella che non è altro che la loro propria paura delle persone dell’altro sesso. È una forma di terrorismo intellettuale che vuole impedirci di riflettere su che cosa sia l’omosessualità e sulle conseguenze di voler organizzare la società in funzione di essa. Ancora peggio, si creano una polizia del pensiero e una censura per obbligare tutti a pensare come vogliono i gruppi di militanti. Sotto questo aspetto il liberalismo va a braccetto col marxismo, nel momento in cui come esso vuole instaurare una repressione quasi giudiziaria sul pensiero e sulla sua espressione. Ci vogliono imporre delle nuove norme che sono più oppressive e limitative della libertà che non la nostra riflessione antropologica e i nostri riferimenti morali. I quali invece risvegliano e rispettano la libertà della persona.

A quelli che sostengono che la legalizzazione del matrimonio fra persone dello stesso sesso danneggerebbe la società, viene risposto che 1) l’Antica Grecia permetteva l’omosessualità e la pedofilia nella vita privata, e questo non causava danni alla società; 2) non fa nessun male alla società istituire il matrimonio fra persone dello stesso sesso, come dimostra il fatto che le legislazioni sono già evolute in questa direzione in molti paesi, dall’Europa del Nord all’America. Lei cosa risponde?
Non ha senso il raffronto con la Grecia antica, perché i contesti sono diversi. L’omosessualità è sempre esistita ed esisterà sempre. Nella storia ha assunto forme diverse e riguarda la vita privata. Non ha senso creare delle istituzioni a partire da essa come si vuole fare oggi con la coppia, il matrimonio e la famiglia. In questo modo si crea un disturbo dannoso per la società, facendola entrare nella confusione dei sessi e della filiazione, e nella negazione della differenza sessuale. È falso sostenere che la Grecia antica permetteva l’omosessualità e la pedofilia nel senso in cui le intendiamo noi oggi. L’una e l’altra erano relative a certe condizioni. È tuttavia dimostrato che le nozioni di “eterosessuale” e di “omosessuale” non esistevano all’epoca, soltanto erano riconosciute le qualità: la bellezza della persona che si desiderava e l’attrazione nei suoi confronti. In tal senso potevano svilupparsi relazioni di questo tipo, in particolare fra uomini che pure erano sposati e padri di famiglia. Ma non se ne faceva un principio né un’esigenza sociale iscritta nella legge civile, che regolava solamente la coppia formata da un uomo e da una donna.
Nell’Antichità greco-romana il “matrimonio” omosessuale e l’adozione di figli non sono mai stati oggetto di rivendicazione. Nella letteratura vengono solamente descritti riti di passaggio di giovani guerrieri, in particolare presso i galli e presso i greci, sotto la direzione di adulti maschi allo scopo di creare dei buoni soldati (vedi Marrou/Rouche, Histoire de l’éducation). Così Plutarco nella sua Vita di Pelopida non ha mancato di esaltare il coraggio fisico della legione tebana, composta da 300 amanti omosessuali che perirono tutti nella battaglia di Cheronea (338 a.C.) per non apparire indegni ciascuno del suo amante. Ma nessuno di loro, ripeto, pretendeva il matrimonio e l’adozione di bambini, per la semplice ragione che attraverso i riti di iniziazione avevano generato degli uomini e dei guerrieri, una cosa di cui le donne non erano capaci. Questa omosessualità rituale era un modo di regolazione della vita adulta per formare degli uomini che venivano aperti alla loro mascolinità, fino al punto di avere delle relazioni intime con loro. E la pedofilia, in quanto istituzione pedagogica, era una fase provvisoria prima e durante la pubertà che iniziava il ragazzo alla sua virilità ed era un modo di farlo uscire dal mondo delle donne. Ma questa fase era transitoria e non doveva durare. Se essa continuava, le leggi di Atene tolleravano, ma a volte anche sanzionavano la pedofilia e l’omosessualità, ed è per questo che Socrate è stato condannato. La riprovazione generale, che si esprimeva anche attraverso il disprezzo e l’irrisione, era a volte sanzionata con una condanna legale. A Roma l’omosessualità era relativamente tollerata nella relazione schiavo-padrone, poiché si trattava di una relazione di dominazione che non era accettata fra cittadini romani. Ma anche in questo caso, Seneca e il suo atleta di servizio erano ridicolizzati, una volta trascorso il tempo dell’iniziazione del giovane adulto. In realtà queste pratiche erano, anche là, talvolta represse e tal altra tollerate. Siamo passati da una forma di omosessualità e di pedofilia che erano dei riti di iniziazione per liberare il ragazzo e a volta la ragazza dall’universo materno, a una rivendicazione sociale che vuole iscriverla nella legge e formare una «coppia» e una «famiglia». Ciò che era impensabile e che lo rimane.
Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, non è perché qualche paese autorizza il matrimonio e l’adozione da parte di persone omosessuali che ciò non fa più problema. Al contrario, il fatto di stravolgere il senso del matrimonio è una negazione della differenza sessuale e una grossa trasgressione che altera il legame sociale. Ciò ha per conseguenza di rendere la legge civile meno credibile e meno rispettabile, e i responsabili politici meno stimabili perché la legge non si fonda più su delle realtà oggettive ma su delle esigenze soggettive; cosa che accentua la violenza nella società. Non bisogna trascurare il fatto che il “matrimonio” fra persone dello stesso sesso è una vera aggressione, per non dire uno stupro, di ciò che il matrimonio rappresenta. È un modo di disprezzare i cittadini e il bene comune dell’umanità riguardo all’alleanza fra un uomo e una donna.
Secondo studi seri effettuati negli Usa su una larga platea di soggetti, e non di natura militante come quelli realizzati da associazioni gay, i risultati indicano che i figli che vivono con degli adulti omosessuali presentano diversi disturbi psichici come l’ansietà, difficoltà relazionali coi loro pari, problemi di concentrazione e soprattutto soffrono una contraddizione fra l’esercizio della sessualità di questi adulti e l’origine del loro concepimento e della loro nascita. A lungo termine, essi provano un profondo malessere perché manca loro sia la dimensione materna, sia la dimensione paterna, il che rappresenta un costo psichico decisivo rispetto alla necessità di unificarsi e trovare la coerenza del proprio sé. Non basta nascondere questi problemi attraverso l’idea puramente sentimentale che «l’importante è amare e sapersi amati». Qui si tratta di un amore che non è della stessa natura di quello che c’è fra un padre e una madre. Il bambino ha bisogno di essere collocato nelle condizioni relazionali che sono quelle del rapporto fra un uomo e una donna, il che non avviene nel caso dell’omosessualità. La relazione in forma specchiata fra il sé e il simile non ha niente in comune con una relazione fondata sull’alterità sessuale. La società sbaglia strada imboccando questa direzione per quanto riguarda questi bambini che saranno vittime della ricerca di gratificazione di adulti che vogliono apparire uguali agli altri, mentre non si trovano nelle condizioni di essere veri genitori. È solo un modo per sentirsi accettati dagli altri, nel momento in cui alcuni di loro non riescono ad accettarsi veramente. La società gioca all’apprendista stregone sulle spalle dei bambini e delle generazioni future, aprendo loro un avvenire fatto di oscurità e di incoerenza. D’altra parte è per queste ragioni che le offerte di adozioni nel mondo crollano, poiché la maggior parte dei paesi che offrivano questa possibilità a uomini e donne sposati, rifiutano attualmente di affidare dei bambini a cittadini provenienti da paesi che hanno legalizzato il matrimonio fra persone dello stesso sesso.


Lei definisce la nostra una “democrazia emotiva”? Quali evoluzioni prevede per essa?
Effettivamente ci troviamo in una “democrazia emotiva” caratterizzata dalla manipolazione della comunicazione politica, che può condizionare le folle tanto più facilmente in quanto le nostre società mancano di radicamento culturale e morale. L’identificazione delle masse coi messaggi dei mass-media è impressionante e non manca di diventare inquietante: certi media come la televisione sono diventati dei cervelli ausiliari che prendono il potere sullo spirito della gente. Ciascuno reagisce emotivamente ripetendo gli stessi clichés sviluppati dai media senza mai dimostrarsi capace di pensieri personali.
Va aggiunto che le rivendicazioni dei cittadini diventano sempre più soggettive in nome dei “diritti individuali” e degli interessi particolari. Al punto che i responsabili politici si ispirano sempre più ai costumi vigenti, ai fantasmi individuali e a quelli sessuali per legiferare, mentre non lo fanno più in funzione del bene comune e delle necessità oggettive. Ora, un fantasma riflette sempre una rappresentazione e un desiderio illusori, che rinviano alle complessità dell’inconscio e non ad un bisogno reale. Noi ci troviamo in un sistema che risponde alle emozioni primarie spesso tradotte attraverso dei sondaggi e dei movimenti di massa che ci estraniano dalla ragione delle cose. Più la democrazia diventa emotiva (soprattutto grazie all’aiuto della televisione che modella le immagini mentali) e più essa diventa totalitaria, ovvero lo spazio della libertà di pensare e di agire si riduce. Così una rappresentazione teatrale o un film, che non sono altro che produzioni immaginarie senza un rapporto autentico col reale, possono provocare sommovimenti in una società. L’arte della manipolazione raggiunge qui il suo culmine. È interessante vedere come, a partire dal dramma dell’Aids, si è voluto per anni dare un’immagine sempre più idealizzata dell’omosessualità, attraverso diverse sceneggiature messe in scena a teatro, al cinema, nelle serie televisive e nei romanzi. Il nemico della democrazia è l’emozione senza riflessione razionale. La democrazia si dà le apparenze della libertà di espressione, oggi da tutti rivendicata, ma lo fa per meglio metterle la museruola sulla base del pensiero dominante. Siamo liberi per giustificare e diffondere le idee che corrispondono allo spirito del tempo, ma il primo che assume un atteggiamento critico è sistematicamente privato della parola. Per esempio il dibattito sull’omosessualità diventa sempre più difficile, perché molto spesso vengono esclusi dalla discussione tutti coloro che non pensano secondo i clichés dominanti. Ci sono specialisti che non osano più esprimersi su queste questioni per paura del linciaggio mediatico, del processo per reato d’opinione e delle voci calunniose. A causa di ciò scambi più autentici hanno talvolta luogo dentro a universi catacombali come le conferenze pubbliche e le reti sociali, dove la censura non si impone e al di fuori dei media tradizionali, che filtrano e sceneggiano gli avvenimenti. Allo stesso modo diventa sempre più malsano avere dei rappresentanti politici che, per mantenersi al potere, finiscono per rinunciare alle loro convinzioni e diventano dipendenti dai costumi e dalle ideologie alla moda, senza esercitare il minimo discernimento intellettuale e morale. Essi navigano sulle idee del momento senza disporre di un sapere solido e di una vera colonna vertebrale del pensiero. A causa di ciò, prima dicono una cosa e qualche anno dopo affermano il contrario. Le nostre democrazie dovrebbero fondarsi di più su eletti della società civile che hanno una visione chiara del bene comune, e non su dei professionisti della politica che navigano a vista per legiferare come fanno oggi, secondo i costumi in voga. Bisognerebbe senz’altro non concedere più di due mandati quinquennali a ciascun eletto.


Nel suo ultimo libro lei scrive che «le personalità contemporanee sono povere e prive di risorse a causa di una carenza nell’educazione». Ma sostiene anche che non basta educare bensì occorre opporsi alle leggi ingiuste come hanno fatto i sostenitori della Manif Pour Tous in Francia. Perché?
Le personalità contemporanee sono marchiate da una crisi dell’interiorità e della trasmissione. Noi produciamo dei soggetti relativamente impulsivi che non hanno radicamento nella storia e li illudiamo che noi non sappiamo niente, che non abbiamo imparato niente e che bisogna ripartire da zero. Li rendiamo fragili e li facciamo regredire facendo loro credere, nella visione dell’onnipotenza narcisistica, che si può creare tutto, compreso il sesso che sarebbe lasciato alla libera scelta di ciascuno. Ora, l’identità sessuale non si crea: si riceve. Essa deve essere accettata e integrata nella propria vita psichica, non si può immaginare che la si possa costruire o che ci si possa dare un’altra identità secondo dei desideri immaginari. Nello stesso modo, l’educazione che lascia il ragazzo abbandonato a se stesso per scoprire i saperi attraverso i mezzi tecnologici contemporanei non lo aiuta a imparare sviluppando la sua memoria. Gli adulti talvolta fanno fatica a presentarsi come adulti di fronte a dei bambini e a degli adolescenti e ad esercitare l’autorità per iniziarli al senso delle cose e dare loro il senso dei limiti che permettono lo sviluppo della libertà. L’alcolizzazione dei giovani, l’uso di droghe e le dipendenze di tutti i tipi, a cominciare dai telefoni cellulari e internet, sono il sintomo di personalità che non sono psicologicamente autonome e che mancano di risorse interiori. Non educate al discernimento, esse funzionano in base al ritmo delle emozioni e dei clichés, in particolare sui problemi della società come quelli del rifiuto del matrimonio, della banalizzazione del divorzio e dell’omosessualità. Sono stato uno dei primi a dirlo negli anni Novanta e nel primo decennio del nuovo secolo, e ho constatato che i miei studi e i miei concetti sono stati ripresi largamente dai membri della Manif pour tous. Sì, bisogna opporsi alle leggi ingiuste perché esse sono contrarie al bene comune. Così per esempio voler sposare due persone dello stesso sesso è una corruzione del senso del matrimonio. Quest’ultimo è anzitutto il quadro dell’alleanza fra l’uomo e la donna in base all’alleanza dei sessi. Non si tratta anzitutto di una questione religiosa, ma di una questione antropologica che non è nella disponibilità del legislatore, poiché la coppia coniugale e la famiglia precedono lo Stato. Il matrimonio è riservato all’uomo e alla donna perché permette di associare e di riconoscere giuridicamente l’alleanza che si contrae fra due persone di sesso differente. Il matrimonio non è il riconoscimento dei sentimenti fra due persone, altrimenti ci si potrebbe sposare in qualunque condizione, ma la constatazione e la registrazione della volontà di un uomo e di una donna di fondare una comunità di vita e una famiglia. Non c’è alcuna dimensione coniugale e familiare nell’omosessualità. Assistiamo al furto degli attributi e dei simboli che appartengono all’unione di un uomo e di una donna per estenderli a un duo di persone dello stesso sesso, cosa che è inappropriata e che rappresenta un’illusione nel senso psicanalitico del termine.

 Pare di capire che lei consideri un errore accettare leggi “di compromesso” come le unioni civili, che in Francia si chiamano Pacs. Perché?
I Pacs sono un’ipocrisia e un errore nel senso che si tratta di un matrimonio di serie B dotato della maggior parte dei benefici del matrimonio, eccetto il riconoscimento automatico della filiazione e dell’adozione. L’opinione pubblica è stata convinta ad accettare i Pacs come un male minore, mentre essi implicavano l’avvento prossimo del matrimonio fra due persone dello stesso sesso. Per contro, si sarebbe potuto prevedere nella legge un “Contratto di associazione di beni” aperto a tutti i cittadini senza distinzione, con certi vantaggi fiscali; soprattutto in materia di possesso di beni e di eredità.
Coi Pacs si è cominciato a confondere la realtà del matrimonio, cosa che ci ha portato oggi alla confusione e alla svalutazione del matrimonio fondato sulla differenza dei sessi. I Pacs sono fatti su misura per l’instabilità relazionale e per l’immaturità affettiva dell’epoca attuale. Si può anche ipotizzare che a partire dal momento in cui il matrimonio è aperto a persone omosessuali, si rischia che la gente non voglia più sposarsi perché l’immagine del matrimonio è così confusa e contraddittoria. Di più, è interessante notare che nella maggior parte dei paesi che hanno permesso il matrimonio fra persone dello stesso sesso, questi matrimoni diminuiscono anno dopo anno, fino a diventare inesistenti.
Detto in altre parole, abbiamo sconvolto il codice civile per far scomparire i termini uomo e donna, sposo e sposa, padre e madre, snaturando il matrimonio nell’interesse di un’infima minoranza di persone ed ecco che in questo campo di rovine della bella realtà del matrimonio ci troviamo nella confusione dei sentimenti e delle identità che hanno delle ripercussioni sulla vita affettiva e sessuale delle giovani generazioni. Da una parte fanno fatica ad accedere al senso dell’impegno matrimoniale, dall’altra sviluppano una vita affettiva e sessuale frammentata, sempre più dipendente da pulsioni sparse, in nome del primato degli orientamenti sessuali. È anche il caso della pornografia: anziché includere la vita sessuale nella dimensione relazionale della vita affettiva, si persegue un condizionamento pavloviano molto inquietante, nel quale l’erotismo personale scompare e bisogna semplicemente ripetere quello che si è visto, dimostrando un’attitudine mimetica primitiva. Per esempio il film “Cinquanta sfumature di grigio” incita le giovani donne a tornare a casa e a ripetere le stesse scene pornografiche (è quello che alcune dicono all’uscita dal cinema). Allo stesso modo, i Pacs e il matrimonio fra persone dello stesso sesso hanno un impatto sulla rappresentazione sociale della sessualità.

 
Cosa possiamo fare per i bambini, ai quali in Occidente si vuole imporre la teoria del gender sin dalla più tenera età? Cioè l’accettazione dell’indifferenza sessuale e del fatto che al posto di un padre e di una madre possano esserci due padri o due madri, e che tutto questo debba essere considerato giusto, democratico ed egalitario? Cosa si può fare, considerato che ovunque si sta cercando di istituire delle pene per quanti rifiutano questa ideologia? In Germania si rischia la prigione se non si mandano i figli ai corsi di educazione sessuale centrati sulla teoria del gender, in Italia sta per essere approvata una legge che punirà, in nome della lotta contro l’omofobia, tutti coloro che si esprimono pubblicamente in base alla terminologia della famiglia tradizionale e in base alle categorie della differenza dei sessi.
Bisogna proteggere i bambini e rifiutare che vengano sottoposti a un condizionamento, perché non esistono la famiglia tradizionale e la famiglia moderna o nuova, ma soltanto la famiglia costruita attorno a un padre e a una madre. Altrimenti smarriamo la razionalità e il senso della realtà. Effettivamente a partire dalla scuola materna si insegna ai bambini che esistono varie forme di famiglia. È successo che una bambina di tre anni, uscendo dalla scuola, abbia chiesto a sua madre perché lei non convivesse con una donna, perché aveva appena sentito dire che si possono avere due padri o due madri. Una cosa che è una menzogna sociale e un errore strutturale e antropologico. Un sistema ideologico nel quale si confonde ciò che è una famiglia fondata da un uomo e da una donna con diverse situazioni particolari che non partecipano alla definizione di famiglia. Ma che si vorrebbero trasformare in realtà normate alla pari delle altre. Questo è uno degli effetti della teoria del gender che vuole mettere tutti su di un piano di uguaglianza in nome dell’identità di genere che ciascuno si dà da sé e degli orientamenti sessuali. Qui ci troviamo al cuore di un totalitarismo che si manifesta sempre con lo stesso metodo, come nel caso del marxismo:
1.    Si comincia col sottrarre i bambini all’influenza dei genitori per inculcare loro una visione nuova della sessualità e della famiglia.
2.    Li si costringe a pensare al di fuori dalla realtà prevalente (la grande maggioranza delle persone vivono e si organizzano nella differenza sessuale e attorno alla differenza sessuale).
3.    Si introducono delle leggi col pretesto di proteggere delle minoranze.
4.    Si approfitta di fatti veri o inesistenti per istituire una legislazione repressiva.
5.    Si applica una repressione giudiziaria che corrisponde a una vera polizia del pensiero.
6.    Si crea così la paura e si ottiene che i cittadini pensino sulla base di “buone” idee e agiscono sulla base di “buone” pratiche. Altrimenti vanno in prigione.
Queste idee cominciano ad essere interiorizzate da cristiani che non capiscono la posta in gioco. Quando si sveglieranno, sarà troppo tardi. Abbiamo sperimentato questo errore di valutazione col marxismo, che ha influenzato certi membri della Chiesa, adesso rifacciamo lo stesso errore con l’ideologia del gender e con l’omosessualità.
In realtà ciò che in questione non è la persona dell’omosessuale, che deve essere sempre rispettata, ma il fatto di voler fare dell’omosessualità un principio politico a partire dal quale si ridefinisce la società attraverso la coppia, il matrimonio e la famiglia. Questa è una contraddizione, poiché l’omosessualità non è alla base di queste realtà e non può essere all’origine di istituzioni di cui la società ha bisogno per durare nella storia.
Bisogna porsi la domanda in modo realistico: a partire da quale tipo di sessualità la società si fonda, si organizza, dura nel tempo e contribuisce alla sua storia?
In occasione del suo viaggio apostolico in Asia, papa Francesco ha detto il 16 gennaio 2015, in occasione dell’incontro con le famiglie a Manila: «C’è un colonialismo ideologico che cerca di distruggere la famiglia. Ogni minaccia contro la famiglia è una minaccia contro la società». In tal modo ha messo in discussione i concetti di genere che mirano all’indistinzione sessuale e il matrimonio fra persone dello stesso sesso, che non ha niente a che fare col senso della vita coniugale e familiare. È per questo che non si può trattare la questione dell’omosessualità nello stesso modo sul piano individuale e su quello sociale, imponendo a partire da essa delle istituzioni sociali di cui essa non può essere all’origine, come la vita coniugale e familiare.


 
(Fonte: Benedetta Frigerio, Tempi, 4 marzo 2015)
http://www.tempi.it/eresia-antropologica-del-totalitarismo-gender#.VPbDm3yG9jE

 

A Torino per l’ostensione della Sacra Sindone

La prossima ostensione della Sacra Sindone avverrà a Torino dal 19 aprile al 24 giugno 2015. Dopo cinque anni dall’ultima esposizione i pellegrini potranno nuovamente venerare il Sacro Lino esposto in duomo, in occasione dei 200 anni dalla nascita di san Giovanni Bosco.
La Sindone è il lenzuolo funebre nel quale fu avvolto il Corpo di Nostro Signore nel sepolcro. Essa è ricordata dai vangeli sinottici (Marco 13, 46; Matteo, 27, 59; Luca, 23, 53) e, come “soudarion”, anche in quello di san Giovanni. Non è una semplice “icona”, cioè una delle innumerevoli “immagini” di Nostro Signore Gesù Cristo diffuse in tutto il mondo, ma un’autentica reliquia, la più preziosa della Cristianità, pregata nel corso dei secoli da Papi, santi e milioni di semplici fedeli.
L’invenzione della fotografia ha sollevato un velo sul mistero della Sindone, che per quasi 2000 anni aveva celato il suo contenuto. La figura del Redentore impressa sul tessuto si presenta infatti come un negativo fotografico che raffigura tutta una serie di particolari che nessun pittore avrebbe potuto immaginare e dipingere senza conoscere il processo fotografico.
L’uomo della Sindone, che è Gesù, riassume e concentra in sé tutto il dramma della Passione. L’esattezza storica del Vangelo per quanto riguarda la flagellazione, l’incoronazione di spine, la crocifissione, la ferita al costato di Nostro Signore, riceve una straordinaria prova dalla Sindone. L‘immagine impressa nel Lenzuolo conferma la profezia di Isaia: «Dalla pianta del piede alla testa non c’è in lui una parte intatta; ma ferite e lividure e piaghe aperte, che non sono state pulite né fasciate, né curate con olio» (Is 1, 6).
Perché queste sofferenze? La nostra fede ci insegna che Gesù è venuto al mondo per redimere l’uomo dal peccato di Adamo, a causa del quale sono entrati nel mondo tutti i mali fisici e morali dell’universo. «Per un uomo – scrive san Paolo – entrò nel mondo il peccato e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini perché in lui tutti hanno peccato» (Rom 5, 12). Da allora l’uomo nasce, vive e muore nella sofferenza. Tutta l’umanità sofferente è stata però riscattata da Gesù Cristo. La Sindone ci ricorda che la vita dell’uomo, in seguito al peccato originale, è sofferenza, ma che tutte le sofferenze sono state assunte da Colui che è senza peccato e che in Lui possiamo trovare la risposta ai nostri dolori.
Nulla eleva l’uomo più della sofferenza liberamente accettata e coraggiosamente subita. Uno dei maggiori inganni della vita consiste nel pensare che sia possibile essere felici, evitando la sofferenza. In realtà l’uomo che non soffre è infelice, perché è privo di quella gioia che nasce dal dare un significato alla propria sofferenza. Le creature irrazionali soffrono senza poter dare un significato alla loro sofferenza. L’uomo invece, attraverso la sua intelligenza, può comprendere che il dolore è conseguenza del peccato, originale e attuale, e a questo dolore può dare un senso per riparare ed espiare il peccato, in unione con Gesù Cristo.
La Sindone, che è la vera immagine dell’Uomo-Dio, ci insegna anche come soffrire. Nei momenti di angustia e di dolore, fisico o morale, guardiamo all’Uomo della Sindone. La sua fisionomia è sfigurata, ma ciò che colpisce è proprio il contrasto tra le conseguenze delle percosse subite e la pacifica maestà del suo volto. Gesù ci offre il modello di quell’atteggiamento di pazienza, di serietà, di raccoglimento, con cui dobbiamo sopportare le contrarietà, i sacrifici e le avversità che inevitabilmente segnano la nostra vita. Ma alla pazienza deve accompagnarsi sempre un’immensa fiducia in Colui che, morendo, ha sconfitto la morte.
La Santa Sindone non ci dimostra solo la verità della Passione di Cristo, ma ci offre anche un’impressionante prova della sua Resurrezione. Gli scienziati che hanno studiato il Sacro Lino affermano infatti che solo una misteriosa energia, una irradiazione improvvisa e folgorante potrebbe avere impresso l’immagine in negativo sul telo; in una parola solo la Risurrezione da morte dell’Uomo flagellato e crocifisso sotto Ponzio Pilato, può spiegare la misteriosa origine della Santa Sindone. Egli aveva promesso di risorgere il terzo giorno e la Risurrezione costituì la prova suprema della sua divinità, il grande miracolo che riunisce e riassume in sé tutti i miracoli e tutte le profezie. Gesù risorge trionfante non allegoricamente o spiritualmente, come vorrebbe una certa teologia progressista, ma visibilmente, in Corpo, Sangue, Anima e Divinità. La Santa Sindone registra ora, sul “negativo”, l’irradiazione abbagliante del suo Corpo glorioso, “fotografando” la Risurrezione e offrendoci un nuovo argomento, per affermare che solo nella Chiesa cattolica possiamo trovare la nostra salvezza.
Nel Vangelo trasmesso ai Corinzi san Paolo ricorda quelle verità fondamentali che gli Apostoli annunciavano per prime nella loro predicazione e cioè la Morte e la Risurrezione di Gesù Cristo. Se Cristo non fosse morto e risuscitato, la Redenzione non sarebbe avvenuta. La Risurrezione è il fondamento della nostra fede. Da un uomo, Adamo, venne la morte e da un altro uomo, un uomo-Dio, è venuta la vita. Come in Adamo tutti muoiono, così tutti in Cristo saranno vivificati. Tutta l’umanità, afferma sant’Agostino, si riassume: «nella storia di due uomini di cui uno ci ha perduti in sé, facendo la sua volontà e non quella di Colui che l’aveva creato, l’altro invece ci ha salvati in sé, facendo non la sua volontà, ma quella di Colui che l’aveva mandato. Nella storia di questi due uomini sta tutta la fede cristiana». La Settimana Santa riassume questo dramma e, nella notte di Pasqua, la liturgia della Chiesa ci affida il suo messaggio di speranza e di vittoria.
La Pasqua, dice dom Guéranger, è la proclamazione del regno dell’Agnello immolato, è il grido degli eletti nel cielo: «Ha vinto il leone della tribù di Giuda, la radice di Davide!» (Ap 5, 5). Gesù si è risvegliato, si è levato in piedi «quale agnello per noi, leone per i suoi nemici», unendo d’ora in avanti gli attributi della forza e della dolcezza. La forza, con cui dobbiamo combattere i nemici della nostra fede, e la carità, che dobbiamo esercitare verso i nostri fratelli.
La Passione, Morte e Risurrezione di Gesù Cristo fu il cardine della predicazione apostolica e deve essere il fondamento della nostra fede. La Sindone ne rappresenta un compendio visibile e commovente.


(Fonte: Roberto de Mattei, Radici cristiane, marzo 2015)
http://www.radicicristiane.it/2015/03/editoriali/a-torino-per-lostensione-della-sacra-sindone/

 

lunedì 23 febbraio 2015

Divorziato, risposato, comunicante. Una testimonianza

Quello che segue è un nuovo intervento, il terzo, stimolato dal saggio di Guido Innocenzo Gargano su matrimonio e seconde nozze nel Vangelo di Matteo, pubblicato su “Urbaniana University Journal” e rilanciato da www.chiesa: Per i “duri di cuore” vale sempre la legge di Mosè (che consiglio di leggere per entrare con cognizione di causa nel problema).
Mentre i primi due commenti, di Silvio Brachetta e di Antonio Emanuele, entravano nel merito dell’esegesi delle parole di Gesù, questo di Valentino Bobbio ha il sapore della testimonianza personale.
Bobbio descrive la sua esperienza di divorziato e di risposato civilmente che ha avuto “la fortuna di trovare comunità ecclesiali accoglienti e inclusive”, oltre che un direttore spirituale che lo “ha invitato a continuare nell’impegno ecclesiale e nell’eucarestia”. In piena consonanza, quindi, con la prevalenza della misericordia sulla legge, messa in luce da padre Gargano nelle parole di Gesù.
Il caso qui descritto mostra come la comunione ai divorziati risposati non sia solo una questione teorica in attesa di una soluzione futura, affidata all’esame del sinodo, ma sia già anche una realtà di fatto, attuata con il conforto e l’incoraggiamento di non pochi pastori e con l’ammirato riferimento alla prassi delle Chiese orientali.
Questa prassi è ritenuta più “misericordiosa” di quella della Chiesa cattolica per il suo ammettere le seconde nozze. Ma va anche tenuto presente che essa è storicamente molto più debitrice al prepotere dei tribunali civili che al dettato evangelico, come mostra la dettagliata ricostruzione che ne ha fatto alla vigilia del sinodo l’arcivescovo di rito greco Cyril Vasil, gesuita, segretario della congregazione vaticana per le Chiese orientali, già decano della facoltà di diritto canonico presso il Pontificio Istituto Orientale di Roma:
> Divorzio e seconde nozze. La cedevole “oikonomia” delle Chiese ortodosse
Ma lasciamo la parola a Valentino Bobbio.
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«Gentile Sandro Magister,
la mia dolorosa e faticosa esperienza personale – oltre che la riflessione sui testi pubblicati sul suo blog – mi porta a condividere le fini e documentate argomentazioni di Guido Innocenzo Gargano nell’intervento su “il mistero delle nozze cristiane”, ed a concordare con il suo approccio, che unisce alla giustizia di Dio la misericordia, ed anzi ci ricorda che quest’ultima connota tutto l’insegnamento di Gesù, che la fa sempre prevalere sulla legge.
Il mio primo matrimonio, con una donna di grande valore e fede, è stato una sofferenza indicibile, fatta di incomprensioni continue e profonde. Dieci lunghi anni di dolore, rifiuto e torture psicologiche, anche se con la gioia di due splendidi figli. Innumerevoli i tentativi di risanare il rapporto con l’aiuto di psicologi, sacerdoti ed amici. La verifica del processo di nullità del matrimonio mi aveva fatto rinunciare, perché le modalità mi parevano offensive per mia moglie. Ero talmente distrutto che pensavo fosse impossibile un rapporto sereno e di condivisione tra uomo e donna.
Poi ho incontrato Francesca, mia moglie attuale: ero spaventato, tendevo a fuggire e attendevo spaventose tempeste che non sono mai arrivate. Ogni giorno sereno, di dialogo e condivisione mi pareva un miracolo unico destinato, immaginavo, a finire nella tragedia. Invece sono passati venticinque anni bellissimi di crescita insieme. In un clima di sostegno reciproco, rispetto e fiducia, abbiamo una casa aperta agli amici ed alle persone che hanno bisogno, e a cui Francesca è di grande conforto. Abbiamo un altro figlio, ma anche i due altri figli della mia ex moglie sono quasi nostri figli, ed i cinque fratelli vengono sovente, ancora adesso che sono grandi, tutti insieme in vacanza con noi.
Il mio confessore, don Arturo Ferrera che aveva seguito anni di tormenti e dolore – un grande biblista che aveva studiato al Capranica, emarginato a suo tempo dal cardinale Siri (quando poi, lasciato il ruolo di arcivescovo, don Ferrera andava a trovarlo, si chiedeva: “Perché vieni a trovarmi tu che avevo messo da parte e non vengono gli altri, che erano di mia fiducia e che ho fatto crescere?”) –, quando ho conosciuto Francesca mi ha detto: “Ora basta, approfondisci seriamente il rapporto con lei: nella Chiesa orientale è consentito un secondo matrimonio, in tono minore” e mi ha invitato a continuare nell’impegno ecclesiale e nell’eucarestia. Francesca è buddista, ma don Ferrera mi ha confortato, e confermo che la sua fede costituisce un grande valore e un’occasione importante di approfondimento e di intesa.
Anche la mia ex moglie, risposata civilmente come me, svolge il ruolo di catechista e di animatrice in parrocchia e suo marito è diventato anche lui studioso di teologia, molto impegnato. Abbiamo avuto tutti la fortuna di trovare comunità ecclesiali accoglienti ed inclusive, che ascoltano e cercano di capire i problemi, evitando di giudicare il cuore ed il comportamento delle persone, rispettose della coscienza e delle faticose e dolorose esperienze.
Non cambia la nostra visione della famiglia: l’attenzione, il desiderio di comunione vanno coltivati in una prospettiva di fedeltà al progetto comune, consapevoli delle nostre fragilità e limitatezze, e questo richiede impegno e indubbio superamento di ostacoli.
Purtroppo non hanno trovato comunità accoglienti e, direi profondamente ispirate e permeate dal Vangelo, sia quell’amico ginecologo che, avendo rifiutato di fare obiezione di coscienza per mantenere un dialogo credibile e non settario con le sue pazienti (pur essendo riuscito a non fare aborti), è stato cacciato dalla Chiesa; e così pure quel nostro amico gay che si è sentito giudicato, disprezzato, respinto e buttato fuori dalla Chiesa.
Dobbiamo veramente come comunità ecclesiali convertirci al Vangelo superando le nostre paure e timori (quelli che rendevano così rigidi e chiusi i farisei) e ricordarci, come ci dice padre Gargano, che la Nuova Alleanza proposta da Gesù è fondata non più sulla legge, ma risiede nel cuore. La Chiesa, egli ci ricorda, ha sempre affermato il primato della coscienza (il che non toglie che molto spesso non lo abbia rispettato, compiendo misfatti ed efferatezze), perché il giudizio sulle cose interne appartiene solo a Dio, che fa piovere sui giusti e sugli ingiusti (Mt 5, 45). E Gesù non è venuto per condannare il mondo, ma per salvarlo (Gv 12, 47), perché non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati (Mt 9, 12). Infatti la Chiesa, ricorda padre Gargano; ha sempre ritenuto suo compito formare le coscienze, rispettando comunque l’autonomia del foro interno, fino al paradosso che, anche nei momenti più bui dell’inquisizione, la Chiesa condannava il comportamento esterno (e purtroppo quindi il corpo), lasciando alla misericordia di Dio la valutazione della coscienza e delle motivazioni dei condannati.
L’insegnamento della Chiesa orientale, sempre molto attenta a rispettare l’annuncio evangelico, legge le parole di Gesù sul matrimonio con più misericordia e in modo meno formale e meno giuridico, con meno paure rispetto alla nostra Chiesa ed a molte nostre comunità ecclesiali.
La fede ci deriva, e viene rafforzata, dalla testimonianza e dall’attenzione alla persona che viviamo nelle nostre comunità (Dio non ha mani, ha solo le nostre mani, dice una preghiera fiamminga; San Francesco diceva: Signore fai di me uno strumento della tua pace). Quante persone perdono la fede perché isolate e perché la loro comunità non le ascolta, non le capisce, ma, piena di paure le giudica e le condanna?
Credo proprio che il Dio della vita, come dice padre Gargano, abbia l’obiettivo di portare l’uomo, tutti gli uomini, “alla pienezza della vocazione originaria”, ossia alla pienezza di una vita di relazioni profonde, di comunione e di rispetto reciproco, e questo è quello che ci insegna la nostra Chiesa che vogliamo costruire come comunità inclusiva e accogliente. Valentino Bobbio». (Cfr. http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/)
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A questo punto mi siano concesse alcune personalissime considerazioni.
Non voglio entrare in sterile polemica con l’autore della lettera: quello che descrive è una sua personale esperienza, e se lui è tranquillo di essere nel giusto, intendo lasciarlo nella sua irenica tranquillità.
Questo non mi esime tuttavia dal definire le corbellerie descritte (chiedo scusa per il termine, ma io le vedo tali!) un discorso apertamente autoreferenziale, un “Cicero pro domo sua”, un maldestro tentativo di giustificare relativistiche e utilitaristiche convinzioni personali, fondandole su una fantomatica ortodossia dottrinale, basata sulla “teologia della misericordia” ormai condivisa da tutti, in primis ovviamente da “illuminate” e preparatissime guide spirituali; quindi come sicure ispiratrici di un corretto comportamento cristiano cattolico.
1) Il fatto che l’armonia con la sua prima moglie (peraltro “catechista” (?)  impegnata, che in seconda battuta si unisce civilmente ad un uomo esemplare, studioso di “teologia”!) sia presto degenerata in “dieci lunghi anni di dolore, rifiuto e torture psicologiche”, non fa altro che riproporre valutazioni personali scontate su un rapporto chiuso per carenza d’amore: e qui l’autore dimentica (convintamente?) di fare qualunque cenno di autocritica che riconosca quantomeno un 50% di sua personale responsabilità nel comune fallimento; anzi, nella sua “accorata” confessione, egli lascia trapelare il convincimento che l’unica responsabile sia la “moglie”: lui poverino ha fatto di tutto, ha cercato ogni possibile via per salvare il salvabile, è ricorso a specialisti, professori, preti, ma tutto inutilmente: “lei” è stata irremovibile; anche il ricorso ad un “riesame” sulla validità del vincolo da parte della Rota Romana, è stato da lui accantonato «perché le modalità mi parevano offensive per mia moglie» (che sensibilità!).
Insomma, nonostante lo sforzo di far apparire il suo caso come espressione di una “particolare” crudeltà mentale (“nihil novi sub sole”), penso si tratti invece più semplicemente di un matrimonio “normalissimo”, che si è infranto, né più né meno come milioni di altri casi, contro la roccia del reciproco, incancrenito egoismo personale dei coniugi: di questo si tratta, come a questo solo riconducono in genere tutti i naufragi matrimoniali.
2) A questo punto che succede? Andato in malora il rapporto precedente, nonostante i figli, il poveretto deve darsi da fare: per fortuna incontra colei che sarà la sua nuova compagna di vita: inizialmente lui è impaurito, spaventato, si aspetta da un momento all’altro che anche in lei, improvvisamente, esploda quella metamorfosi femminile antimaschilista, dominatrice, tipica di tutte le donne sposate: però «Francesca» è speciale: lei è un tipo straordinario, è «buddista» (ma non importa: il confessore «mi ha confortato» (!?!), dicendogli: «Ora basta, approfondisci seriamente il rapporto con lei: nella Chiesa orientale è consentito un secondo matrimonio, in tono minore» e soprattutto (attenzione!) «mi ha invitato a continuare nell’impegno ecclesiale e nell’eucarestia» (Eccolo qui il punto!). Quindi, decide di sposarla civilmente: e con lei “abbiamo un altro figlio, ma anche i due altri figli della mia ex moglie sono quasi nostri figli, ed i cinque fratelli (ma quanti sono: due più uno fanno tre, non cinque!) vengono sovente, ancora adesso che sono grandi, tutti insieme in vacanza con noi”. Che bello! Una scenetta da “Mulino Bianco Barilla”.
3) Conclusione? Tutto ok, tutto come prima, come se nulla fosse successo: per fortuna «abbiamo avuto tutti la fortuna di trovare comunità ecclesiali accoglienti ed inclusive, che ascoltano e cercano di capire i problemi, evitando di giudicare il cuore ed il comportamento delle persone, rispettose della coscienza e delle faticose e dolorose esperienze». «Purtroppo (gli altri) non hanno trovato comunità accoglienti e, direi profondamente ispirate e permeate dal Vangelo», come «quel nostro amico gay che si è sentito giudicato, disprezzato, respinto e buttato fuori dalla Chiesa»!.
Non aggiungo una parola di più: non so se questa lettera rappresenti una esperienza reale, o non piuttosto il parto di una fantasia prolifica. Rimane il fatto che sia il prete “consigliere” che il suo autore, rappresentano purtroppo una mentalità liberista, possibilista e relativistica, che si va espandendo a macchia d’olio, favorita in questo dalla grave carenza di chiare direttive dottrinali, che esplicitino inappellabilmente l’esatto comportamento dei cattolici.
Certo, c’è il patrimonio del pensiero teologico, c’è il magistero ecclesiale, c’è il Catechismo della Chiesa Cattolica: ma – si chiede l’uomo della strada - tutto questo è ancora valido?

(ma.la., 23 febbraio 2015)

 

domenica 22 febbraio 2015

Sinodo sulla famiglia: Riflessioni del Cardinale Kurt Koch

Mi è stato chiesto di presentare alcune mie riflessioni sul Sinodo dei Vescovi sulla Famiglia, che si è riunito a Roma nell’Ottobre dello scorso anno. Per poter meglio valutare l’importanza di questo Sinodo, si deve innanzi tutto ricordare che si è trattato di un’Assemblea generale straordinaria del Sinodo dei vescovi e che l’Assemblea generale ordinaria si terrà soltanto nel prossimo mese di Ottobre e sarà dedicata al tema: “La missione e vocazione della Famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo”. Papa Francesco ha voluto che, precedentemente, avesse luogo un’Assemblea straordinaria sul tema: “Le sfide pastorali sulla Famiglia nel contesto dell’evangelizzazione”. L’obiettivo del Santo Padre è stato infatti quello di riflettere in maniera approfondita sulle svariate questioni pastorali e sulle molteplici problematiche che concernono oggi la Famiglia. Al riguardo, nel suo discorso di apertura del Sinodo dei Vescovi, egli ha definito quale atteggiamento di fondo si aspettava da noi Padri Sinodali: “Parlare con parresia e ascoltare con umiltà. E fatelo con tranquillità e pace, perché il Sinodo si svolge sempre cum Petro et sub Petro, e la presenza del Papa è garanzia per tutti e custodia della Fede”. Per il carattere stesso di questo Sinodo, non ci si potevano aspettare orientamenti definitivi o decisioni del Santo Padre, che potranno venire soltanto dopo il prossimo Sinodo. Questo è confermato anche dal fatto che la Relatio sulla quale si è votato alla fine dell’ultimo Sinodo, costituisce i Lineamenta del prossimo Sinodo dei Vescovi. Pertanto, un giudizio conclusivo sull’Assemblea straordinaria dello scorso Ottobre, potrà essere espresso in maniera più giusta solo tenendo conto pure del Sinodo venturo.
Per lo stesso motivo, oggi non può essere mio compito anticipare, con le mie riflessioni, i risultati a cui perverrà il Sinodo futuro. Piuttosto, desidero cogliere questa opportunità, per sottolineare l’urgenza e la necessità di trattare il tema della Famiglia. Infatti, la Chiesa si trova oggi davanti alla sfida fondamentale di riportare in luce il Vangelo cristiano del Matrimonio e della Famiglia nell’odierna situazione pastorale e nella società contemporanea.
Questa sfida non è certamente nuova. Già Papa Benedetto XV, davanti a una minaccia di crisi della famiglia, introdusse, nel 1921, la Festa della Santa famiglia nel Calendario liturgico della Chiesa, per porre davanti agli occhi delle Famiglie cattoliche, l’esempio luminoso della Santa Famiglia di Nazaret, come è detto nella preghiera di questa festa. Soprattutto il Concilio Vaticano II, con la sua Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, “Gaudium et Spes”, nella quale venivano affrontati i problemi più pressanti degli uomini e della società umana dell’epoca, si è concentrato in primo luogo sulla promozione della “dignità del Matrimonio e della Famiglia”. Le posizioni del Concilio non hanno perso niente della loro attualità nella situazione odierna, in cui la crisi della Famiglia è diventata ancora più radicale e manifesta. Nella grande attenzione prestata dal Concilio al Matrimonio e alla Famiglia, va ravvisata “una visione profetica davanti alle grandi difficoltà che hanno pesato negli ultimi tempi sull’istituzione della Famiglia”. I concetti guida del Concilio, fanno parte dell’eredità permanente che ci ha lasciato, tanto più che la crisi della famiglia ha sperimentato, nel frattempo, un ulteriore aggravarsi.

Il primo concetto-guida del Concilio è la “santità del Matrimonio e della Famiglia”. Rammentarla è di fondamentale importanza, poiché l’istituzione della Famiglia è oggi rimessa in discussione in svariati modi, con atteggiamenti che vanno dallo sminuire il suo valore nel dibattito pubblico della società, al non riconoscere la sua identità ed i suoi diritti, fino al voler equiparare giuridicamente alla Famiglia, nel senso umano e cristiano, altre forme di convivenza. Ma da un punto di vista cristiano, è e rimane un elemento costitutivo il fatto che l’istituzione della Famiglia si fondi sull’istituzione del Matrimonio tra un uomo e una donna, e che la Famiglia rappresenta la cellula di base della società umana.
Questa convinzione si radica non solo in principi di Teologia Morale, ma in maniera molto più profonda, nella visione biblica della Creazione di Dio. Conformemente al racconto sacerdotale della Creazione, il rapporto matrimoniale tra uomo e donna, è talmente fondamentale che viene integrato persino in una definizione teologica della natura umana: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” - Gen. 1,27 -. In questa accezione elementare, non c’è l’uomo in generale. L’uomo esiste solo concretamente come maschio e femmina, la differenza di sesso nell’essere umano, fa parte della natura umana creata da Dio, e maschio e femmina insieme rappresentano, in quanto nocciolo della famiglia e forma di base della società umana, l’immagine di Dio nel mondo. Nella visione biblica, l’unione tra maschio e femmina è votata a vivere come espressione visibile di quel Matrimonio che Dio stesso celebra con l’umanità intera e con tutto il creato. Tale unione è l’alfabeto creaturale grazie al quale l’amore e la fedeltà di Dio vengono espressi in una lingua comprensibile agli uomini.
Il significato di Matrimonio e di Famiglia conforme alla Creazione, traspare in maniera chiarissima nel fatto che la realtà matrimoniale è stata elevata, nella Fede cristiana, al rango di Sacramento ed è pertanto contraddistinta dalla fedeltà e dalla inscindibilità. Questa visione di Fede, alla quale si riferisce il Concilio Vaticano II con il concetto chiave di “amore cristiano”, è oggi esposta ad una particolare erosione, che è testimoniata da un numero di separazioni superiore alla media e che rende necessario approfondire le cause dell’odierna crisi del Matrimonio e della Famiglia.

Il più profondo problema va ravvisato nella generalizzata e crescente incapacità delle persone a prendere decisioni vincolanti e definitive. Questa incapacità dipende direttamente dalla mentalità moderna. Le scienze storiche evidenziano la continua mutevolezza dell’umano e ribaltano l’idea della permanenza. Le scienze umane, soprattutto la psicologia e la sociologia, vedono come caratteristica dell’uomo, il prescindere da ciò che è definitivo e considerano la vita umana come una corrente che scorre in un avvicendarsi di decisioni. La scienza dell’evoluzione, infine, sostituisce alla stabilità del mondo, un ripetersi ininterrotto di sviluppi e vede l’uomo semplicemente come una tappa nella storia del divenire. Secondo questa mentalità moderna, che Papa Francesco chiama per nome in maniera calzante con il termine di “cultura del provvisorio”, le decisioni definitive e la fedeltà non vengono più annoverate tra i valori primari, poiché gli uomini sono diventati più incostanti nelle loro relazioni e, allo stesso tempo, più desiderosi di relazioni. Questa mentalità si rispecchia anche nel fatto che ormai è alquanto inusuale parlare di un partner per tutta la vita, dato che si parla, piuttosto, di un partner per un tratto di vita. Pare che oggi gli uomini non partano più dal volere qualcosa di definitivo; accade piuttosto il contrario, ovvero che si preveda già in partenza, l’eventualità di un fallimento. La Fede cristiana è invece convinta che colui che rimane fedele al Sì pronunciato ad un altro essere umano, non si cristallizzerà, ma imparerà in maniera sempre più profonda ad aprirsi al Tu e, nel far ciò, a giungere alla propria libertà.
Davanti al fenomeno sopraccennato, la Chiesa deve affrontare la sfida pastorale di come andare incontro ai tanti cristiani divorziati e risposati. Riguardo a questo problema, la percezione pubblica riguardo il Sinodo dei vescovi, si è concentrata sulla questione di sapere se e in quali condizioni, tali cristiani possano e debbano essere ammessi ai Sacramenti. Personalmente, sono convinto che si possano trovare risposte credibili ed utili a questa spinosa questione, soltanto se si ha il coraggio di chiamare con il loro nome, i problemi che sono alla sua base.
Il problema fondamentale consiste nel fatto che, da una parte, la realizzazione fruttuosa del sacramento del Matrimonio dipende dalla Fede vissuta nella fedeltà di Dio e, di conseguenza, nell’indissolubilità del Matrimonio sacramentale, ma, dall’altra, questa Fede non può più essere data per scontata, poiché oggi ci sono sempre più “pagani battezzati”, ovvero persone che sono diventate cristiane per il Battesimo, ma che non conoscono veramente la Fede. Ecco che sorge la questione ecclesiale, la mancanza di Fede o una Fede molto limitata nell’indissolubilità del Matrimonio sacramentale. Se ad esempio, nella visione cristiana, “tra i Battezzati non può sussistere un valido contratto matrimoniale, che sia per ciò stesso Sacramento” - Can. 1055, Cjc -, allora ci si deve chiedere concretamente cosa avviene se un pagano battezzato non conosce il sacramento del Matrimonio. Si tratta di quella questione fondamentale alla quale aveva prestato attenzione Papa Benedetto XVI quando era ancora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ovvero determinare se ogni Matrimonio contratto tra battezzati, sia veramente un Matrimonio sacramentale.
Questa è, certamente, una questione molto difficile, per la quale non abbiamo ancora una risposta soddisfacente ed a cui la Teologia deve, pertanto, rivolgere un’attenzione speciale. Riflettendo al riguardo, si giunge comunque alla conclusione che la pastorale del Matrimonio, oggi debba concentrarsi accuratamente su una buona preparazione al matrimonio, su un catecumenato matrimoniale come equivalente del vecchio tempo di fidanzamento. Se pensiamo a ciò che investe la nostra Chiesa per un giovane che desidera diventare Sacerdote e lo si paragona a ciò che essa investe per due giovani che desiderano dirsi Sì per la vita, e se consideriamo che in entrambi i casi si tratta di una decisione irreversibile, giungiamo inevitabilmente alla conclusione che oggi è necessaria anche una profonda preparazione al sacramento del Matrimonio. A mio parere, il giusto cammino pastorale consiste proprio in questo e non nel minimizzare sempre di più le condizioni poste per il Matrimonio ecclesiale. Questa seconda opzione, infatti, non solo non è credibile, ma non rende giustizia neppure agli sposi. E’ contraddittorio e ingiusto se, nel momento del Matrimonio, ci si aspetta ben poco dalla Fede degli sposi e dalla loro volontà di contrarre un Matrimonio sacramentale, ma, dopo un eventuale fallimento del Matrimonio, si parte dal presupposto che vi era una chiara volontà di Matrimonio.
Quello che vale per una buona preparazione al Matrimonio, vale anche per l’accompagnamento degli sposi dopo il Matrimonio. Ritengo che il problema fondamentale in questo contesto, consista nel fatto che la nostra pastorale del Matrimonio e della Famiglia, sia, in media, una “pastorale delle nozze” e non una vera pastorale per il Matrimonio e per la Famiglia. Perlopiù, l’interesse pastorale è rivolto al fatto di contrarre il Matrimonio. Ma la grande responsabilità pastorale deve consistere nel capire come si possano accompagnare gli sposi e come si possano assistere i matrimoni esistenti, quelli sani e soprattutto quelli a repentaglio.

Soltanto tenendo conto di questo più ampio contesto, si potrà riflettere sul terzo concetto-chiave del Concilio Vaticano II, ovvero: “La fecondità del Matrimonio”. Nella visione cristiana, l’amore coniugale tra uomo e donna, non può limitarsi a se stesso e girare esclusivamente intorno a se stesso, ma deve uscire da se stesso attraverso i figli e per i figli; soltanto attraverso il figlio, il Matrimonio diventa Famiglia. L’amore tra uomo e donna e la trasmissione della vita umana, dunque, sono inscindibili. Con i figli, ai genitori è affidata la responsabilità del futuro, cosicché il futuro dell’umanità passa in maniera fondamentale dalla Famiglia. Come dice il Cardinale Walter Kasper, infatti, “senza la Famiglia, nessun futuro, ma un invecchiamento della società; un rischio davanti al quale si trovano attualmente le società occidentali”.
Questo processo ha luogo perché le persone, soprattutto in Europa, non vogliono quasi più avere figli. Il motivo più profondo alla base del fatto che molti, oggigiorno, non vogliono rischiare più di mettere al mondo dei figli, è che, per loro, il futuro è diventato talmente incerto, da indurli a chiedersi, con preoccupazione, come è possibile esporre una nuova vita ad un futuro percepito come ignoto. Gli uomini possono infatti trasmettere la vita umana con responsabilità, solo se non trasmettono soltanto la vita biologica, ma la trasmettono anche soprattutto in un senso pieno, ovvero in un senso che resiste alla crisi della vita e porta in sé una speranza che si rivela più forte di ogni incertezza del futuro. Gli uomini trasmettono la vita e la consegnano ad un futuro ancora ignoto, soltanto se penetrano nel mistero della vita in modo nuovo e riconoscono che l’unico capitale affidabile per il futuro, è l’uomo stesso. Nel considerare i propri figli come il bene più prezioso della Famiglia, i genitori cristiani lanciano un segnale profetico contrario al calo delle nascite, che è sempre più diffuso nelle società europee e che va considerato come un “inverno demografico” e come il segno di una mancanza di fiducia nella vita e di speranza nel futuro.
Appare dunque evidente che interrogarsi sulla Famiglia, equivale ad interrogarsi sull’uomo stesso e che l’odierna rimessa in discussione dell’istituzione della Famiglia, rappresenta anche un attacco al concetto cristiano di persona umana, come aveva giustamente diagnosticato già egli anni ’80, l’allora Cardinale Joseph Ratzinger, dichiarando: “La lotta riguardante l’uomo, è condotta oggi, in ampia misura, come lotta pro o contro la Famiglia”. O, come ha sottolineato Papa Francesco durante la sua recente visita nelle Filippine: “Ogni minaccia alla Famiglia è una minaccia alla società stessa”. Proprio il modo in cui si percepisce la Famiglia, rivela il modo in cui l’uomo percepisce se stesso nella società contemporanea.
Con la Famiglia, la posta in gioco è alta per l’uomo e per la società. Il Sinodo dei Vescovi del prossimo autunno, si troverà a dover affrontare importanti sfide che potrà raccogliere solo se proclamerà il Vangelo del Matrimonio e della Famiglia, come il lieto annuncio che la fedeltà coniugale tra due persone, come pure la cura reciproca nell’amore e la trasmissione della vita che ne conseguono, non costituiscono una minaccia o un limite per la libertà umana, ma la sua realizzazione più autentica. Se la più alta possibilità della libertà umana consiste nella capacità di compiere scelte definitive, allora riuscirà ad essere libero soltanto colui che saprà anche essere fedele e potrà essere davvero fedele soltanto colui che è libero. La fedeltà è, infatti, il prezzo che costa la libertà e la libertà è il premio che vince la fedeltà.
Testimoniare nel mondo di oggi questo stile di vita basato sulla libera fedeltà e sulla fedele libertà, è la vocazione degli sposi cristiani. Tutti gli uomini e le donne che vivono e testimoniano con convinzione questo Vangelo cristiano del Matrimonio e della Famiglia, meritano la nostra gratitudine e il nostro apprezzamento.
 

(Fonte: a cura di Gianluca Barile, X Edizione Premio Internazionale “Tu Es Petrus”, Aula Consiliare Del Comune Di Battipaglia, 7 Febbraio 2015).
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