Rimpiazza l’ideologia marxista
ed è altrettanto distruttiva e totalitaria, fondata su una pseudo-uguaglianza e
la rivendicazione cieca degli “orientamenti sessuali” per organizzare la
società. È lo scopo ultimo della teoria del genere, spiega a Tempi Tony Anatrella, sacerdote e psicanalista, che vive a
Parigi, dove insegna alla libera Facoltà di filosofia e di psicologia di Parigi
e al Collège des Bernardins. Consultore del Pontificio consiglio per la
famiglia e del Pontificio consiglio per la salute, ha pubblicato molte opere
tra cui “La teoria del gender e l’origine dell’omosessualità” (San Paolo 2012)
e “Il regno di Narciso” (San Paolo 2014).
Professor Anatrella, da tempo
lei parla della teoria del gender come di una ideologia totalitaria e ha
scritto che, come il marxismo nel secolo scorso, il gender sarebbe diventato il
campo di battaglia di questo secolo. Non è eccessivo?
Anzitutto
non bisogna confondere gli studi di genere che analizzano le relazioni fra gli
uomini e le donne nella società nelle diverse aree culturali al fine di
pervenire a un migliore rispetto della loro dignità, uguaglianza e vocazione
rispettiva, con la teoria del genere, ispirata a diverse correnti di pensiero.
Ma anche lo studio sociologico, che di per sé è semplicemente un metodo di
osservazione, diventa un’ideologia quando afferma una “parità totale” fra uomo
e donna, poiché la “parità” non è l’“uguaglianza”. Si vorrebbe far credere, in
base a una visione puramente contabile della relazione, che i due sono
intercambiabili. Ora, se è vero che a parità di competenze un uomo e una donna
possono esercitare le stesse responsabilità, il problema è che si vuole far
credere che psicologicamente e socialmente l’uomo e la donna sono identici.
Eppure uomo e donna non possono assumere sistematicamente gli stessi compiti,
né gli stessi simbolici, a cominciare da quelli della maternità e della
paternità. Questa prospettiva egualitarista ha falsato e complicato le
relazioni fra i due sessi e spiega in parte – anche se non è l’unica ragione –
perché le relazioni all’interno della coppia sono diventate difficili e perché
molti non vogliano più sposarsi o abbiano paura del matrimonio.
Sociologicamente si è sempre constatato un fenomeno ricorrente nella storia:
quando le donne entrano in massa in un settore di attività, gli uomini se ne
vanno. Così l’insegnamento, la medicina e la giustizia si femminilizzano sempre
più, mentre gli uomini si orientano verso altri mestieri. Ma l’ideologia di
genere si spinge ancora più in là, affermando che il corpo sessuato non ha
alcuna importanza nello sviluppo psicologico. In realtà la psicologia di
ciascuno di noi si sviluppa nella misura in cui avviene l’interiorizzazione del
suo corpo sessuato. I diversi autori che condividono l’ideologia del gender
sostengono anche che bisogna pensare diversamente la sessualità e
l’organizzazione della società: non bisogna più definire la sessualità a
partire dalle due sole identità sessuali che esistono, quelle dell’uomo e della
donna, perché secondo loro ciò è iniquo, ma a partire dagli orientamenti
sessuali come l’eterosessualità, l’omosessualità, la bisessualità, la transessualità,
ecc. In questo modo tutti si troverebbero in condizioni di uguaglianza, mentre
se ci si riferisce unicamente all’identità di uomo e donna si escludono altre
“forme” di sessualità. Come si fa a non vedere che questa prospettiva è
contraria al dato di realtà? Nella realtà, l’identità sessuale riguarda
l’essere della persona, mentre gli orientamenti sessuali riguardano le pulsioni
sessuali. Se tutto va per il verso giusto queste ultime si elaborano e si
integrano nella personalità a partire dall’identità oggettiva del soggetto,
mentre le pulsioni ricercate per se stesse attraverso un tipo di orientamento
si isolano dalla personalità e la mantengono nell’immaturità affettiva e in una
relativa impulsività mai soddisfatte. Ciò sfocia in personalità non unificate e
instabili. Detto in altre parole, prendere in considerazione gli orientamenti
sessuali per definire la sessualità, cioè pensare che la differenza delle
sessualità deve sostituire la differenza sessuale, che si fonda sull’uomo e
sulla donna, è distruttivo come lo era il marxismo. Per settant’anni le società
sono state dominate dalla cecità di fronte a questa ideologia fondata su una
pseudo-uguaglianza e sulla convinzione che l’essere umano è il prodotto di una
cultura: la stessa cosa che la teoria del gender sostiene a sua volta riguardo
all’identità sessuale. Se la persona è semplicemente il prodotto di una
cultura, egli diventa un automa e scompare la sua singolarità. Il gender
diventa totalitario nella misura in cui le società occidentali vogliono
riorganizzare politicamente la società a partire dalla visione irrealistica
degli orientamenti sessuali, come nel caso del “matrimonio” fra persone dello
stesso sesso. Eppure l’omosessualità non può essere all’origine né della coppia
coniugale, né della famiglia, poiché questa forma di sessualità fra due persone
dello stesso sesso non possiede – sul piano psicologico, corporeo e fisiologico
– le stesse caratteristiche di quella fondata sull’alterità sessuale, che è
condivisa soltanto nel rapporto uomo-donna. E siccome la coppia e la famiglia
cosiddette “omosessuali” in senso proprio non esistono, si tratta soprattutto
di un artificio e di una corruzione del linguaggio. Con le parole è sempre
facile ingannare, dando nomi alla realtà più in funzione dei propri fantasmi
che del reale. Ma l’omosessualità è diventata una questione politica per
riorganizzare la società a partire da essa. Progressivamente si costituisce in
numerosi paesi europei un sistema repressivo sul piano giudiziario per fare
ammettere questo nuovo principio. Ciò che è in discussione non sono le persone
omosessuali, che devono essere rispettate come tutti i cittadini, ma una
volontà militante e politica di fare dell’“omosessualità” una norma che
partecipa dell’ordine della coppia e della famiglia. I militanti stessi che si
battono per questa causa affermano molto chiaramente che bisogna «aprire il
matrimonio a tutti» per meglio distruggerlo, allo scopo di pervenire
all’uguaglianza di tutti nelle differenti forme di relazione. Ritroviamo la stessa
idea nell’applicazione iniziale del marxismo nei paesi comunisti.
Nei
suoi libri lei non teme di affermare che l’omosessualità è una carenza
psichica. Può spiegare cosa intende e perché questa sua convinzione non
dovrebbe essere ritenuta omofoba?
Nel momento
in cui qualcuno si interroga sull’omosessualità e sulla volontà politica di
iscriverla nella legge consacrata alle condizioni del matrimonio e della
famiglia riservata esclusivamente all’uomo e alla donna, subito viene accusato
di tutti i mali, a cominciare dal cliché dell’omofobia. È un modo di
imbavagliare l’intelligenza e il discorso, nel momento stesso in cui si afferma
continuamente che la libertà di espressione è un “valore” delle società
democratiche. Il liberalismo condizionato dal “relativismo etico” è repressivo
nelle sue leggi sempre più restrittive tanto quanto lo erano quelle dei paesi
totalitari. Si mettono alla gogna certi autori come capri espiatori e si
isolano aspetti della vita che è vietato criticare. E tuttavia occorre spiegare
da dove viene l’omosessualità. Da quasi due secoli la letteratura psichiatrica
e la psicanalisi si interrogano sulle origini dell’omosessualità e sul tipo di
psicologia che ne deriva, ma da qualche anno questa riflessione è diventata
tabù ed è vietata. Non dovremmo più cercare di capire che cosa sia
l’omosessualità e a cosa corrispondano queste pratiche affettive e sessuali,
ovvero anche su quali meccanismi e su quali processi psichici riposino. Ma
perché non dovremmo studiare questa particolarità della sessualità se non per
giustificarla in qualunque modo, mentre osiamo esaminare analiticamente la
maggior parte dei comportamenti umani? Quando si impedisce agli specialisti di
approfondire una questione siamo in presenza di un riflesso irrazionale che
sconfina nell’ideologia totalitaria. Da 40 anni studio questo fenomeno e ho
pubblicato numerosi libri e articoli sulla questione. Ho esaminato le
differenti ipotesi neurologiche, ormonali e genetiche, che non risultano
conclusive, e sono giunto alle origini psichiche. Effettivamente, le pulsioni
sessuali all’inizio della vita psichica sono sparpagliate sul corpo del
bambino; esse non sono ancora finalizzate se non cercando la propria
soddisfazione per se stesse. Progressivamente il soggetto le lavorerà
psicologicamente sulla base delle esperienze che vive a partire dal suo corpo,
poiché tutto parte dal corpo, per quanto riguarda lo sviluppo della sua vita
psichica. A partire da queste pulsioni, elaborerà un sistema di
rappresentazioni psichiche che permetterà di integrarle attraverso diverse
tappe al fine di pervenire progressivamente all’alterità sessuale. È grazie,
fra le altre cose, alla bisessualità psichica (una nozione spesso mal compresa)
che il bambino prima e l’adolescente poi interiorizzeranno la persona dell’altro
sesso, cosa che gli permette l’accettazione dell’altro sesso e l’accesso ad
esso. Persone che si fissano in pratiche bisessuali hanno spesso fallito, in
parte o completamente, questo passaggio. Nello stesso modo in cui persone
transessuali s’immaginano, a volte con molte sofferenze, che la natura si è
sbagliata dando loro un corpo nel quale esse non si riconoscono. Non è la
natura che si è sbagliata, cosa che presupporrebbe una visione dualista dove il
corpo è opposto allo spirito, ma è soprattutto il soggetto che non è riuscito
ad accettare e a interiorizzare il suo proprio corpo in seguito a problemi di
identificazione inconscia. Questo significa che, a differenza del mondo
animale, le pulsioni sessuali umane presentano una relativa plasticità e che
possono essere elaborate e armonizzate nella vita psichica più o meno bene. In
conclusione, le pulsioni sono l’oggetto di un lavoro interno che, se tutto va
per il meglio, si articola nella personalità con l’accettazione intima
dell’altro sesso e una reale attrazione verso di esso. Allorché il soggetto si
fissa su una pulsione sessuale come quella della curiosità nei riguardi del suo
proprio sesso (stadio fallico) o su di una identificazione primaria alla
persona identica a lui, si verifica il rischio di indirizzarsi verso
l’omosessualità. Si osserva tuttavia anche il caso di persone che hanno vissuto
nel corso della loro esistenza una tappa di pratiche omosessuali, finalizzate a
confortare la loro identità, per indirizzarsi in seguito verso l’attrazione per
le persone del sesso opposto. Possono esserci origini psichiche diverse e varie
dell’omosessualità, che dipendono dalle rappresentazioni pulsionali del
soggetto. È vero che le condizioni ambientali della società odierna sono molto
narcisistiche, perciò la cultura attuale non sempre facilita le operazioni
necessarie alla maturazione affettiva che permette di iscriversi nell’alterità
sessuale. Quanto alla questione dell’omofobia, sulla quale torneremo, non è un
argomento serio! È uno slogan inventato dai militanti per intimidire e
colpevolizzare gli altri rimproverando loro di avere paura dell’omosessualità.
Che idea! Chi ne ha paura? Questo modo di maneggiare l’isterizzazione della
paura incollando il termine “fobia” a diverse parole per designare un nemico
potenziale è certamente un sintomo paranoico di un disturbo identitario. Siamo
in piena identificazione proiettiva quando dei militanti attribuiscono agli
altri quella che non è altro che la loro propria paura delle persone dell’altro
sesso. È una forma di terrorismo intellettuale che vuole impedirci di
riflettere su che cosa sia l’omosessualità e sulle conseguenze di voler
organizzare la società in funzione di essa. Ancora peggio, si creano una
polizia del pensiero e una censura per obbligare tutti a pensare come vogliono
i gruppi di militanti. Sotto questo aspetto il liberalismo va a braccetto col
marxismo, nel momento in cui come esso vuole instaurare una repressione quasi
giudiziaria sul pensiero e sulla sua espressione. Ci vogliono imporre delle nuove
norme che sono più oppressive e limitative della libertà che non la nostra
riflessione antropologica e i nostri riferimenti morali. I quali invece
risvegliano e rispettano la libertà della persona.
A
quelli che sostengono che la legalizzazione del matrimonio fra persone dello
stesso sesso danneggerebbe la società, viene risposto che 1) l’Antica Grecia
permetteva l’omosessualità e la pedofilia nella vita privata, e questo non
causava danni alla società; 2) non fa nessun male alla società istituire il matrimonio
fra persone dello stesso sesso, come dimostra il fatto che le legislazioni sono
già evolute in questa direzione in molti paesi, dall’Europa del Nord
all’America. Lei cosa risponde?
Non ha
senso il raffronto con la Grecia antica, perché i contesti sono diversi.
L’omosessualità è sempre esistita ed esisterà sempre. Nella storia ha assunto
forme diverse e riguarda la vita privata. Non ha senso creare delle istituzioni
a partire da essa come si vuole fare oggi con la coppia, il matrimonio e la
famiglia. In questo modo si crea un disturbo dannoso per la società, facendola
entrare nella confusione dei sessi e della filiazione, e nella negazione della
differenza sessuale. È falso sostenere che la Grecia antica permetteva
l’omosessualità e la pedofilia nel senso in cui le intendiamo noi oggi. L’una e
l’altra erano relative a certe condizioni. È tuttavia dimostrato che le nozioni
di “eterosessuale” e di “omosessuale” non esistevano all’epoca, soltanto erano
riconosciute le qualità: la bellezza della persona che si desiderava e
l’attrazione nei suoi confronti. In tal senso potevano svilupparsi relazioni di
questo tipo, in particolare fra uomini che pure erano sposati e padri di
famiglia. Ma non se ne faceva un principio né un’esigenza sociale iscritta
nella legge civile, che regolava solamente la coppia formata da un uomo e da
una donna.
Nell’Antichità greco-romana il “matrimonio” omosessuale e l’adozione di figli
non sono mai stati oggetto di rivendicazione. Nella letteratura vengono
solamente descritti riti di passaggio di giovani guerrieri, in particolare
presso i galli e presso i greci, sotto la direzione di adulti maschi allo scopo
di creare dei buoni soldati (vedi Marrou/Rouche, Histoire de l’éducation).
Così Plutarco nella sua Vita di Pelopida non ha mancato di esaltare il
coraggio fisico della legione tebana, composta da 300 amanti omosessuali che
perirono tutti nella battaglia di Cheronea (338 a.C.) per non apparire indegni
ciascuno del suo amante. Ma nessuno di loro, ripeto, pretendeva il matrimonio e
l’adozione di bambini, per la semplice ragione che attraverso i riti di
iniziazione avevano generato degli uomini e dei guerrieri, una cosa di cui le
donne non erano capaci. Questa omosessualità rituale era un modo di regolazione
della vita adulta per formare degli uomini che venivano aperti alla loro
mascolinità, fino al punto di avere delle relazioni intime con loro. E la
pedofilia, in quanto istituzione pedagogica, era una fase provvisoria prima e
durante la pubertà che iniziava il ragazzo alla sua virilità ed era un modo di
farlo uscire dal mondo delle donne. Ma questa fase era transitoria e non doveva
durare. Se essa continuava, le leggi di Atene tolleravano, ma a volte anche
sanzionavano la pedofilia e l’omosessualità, ed è per questo che Socrate è
stato condannato. La riprovazione generale, che si esprimeva anche attraverso
il disprezzo e l’irrisione, era a volte sanzionata con una condanna legale. A
Roma l’omosessualità era relativamente tollerata nella relazione
schiavo-padrone, poiché si trattava di una relazione di dominazione che non era
accettata fra cittadini romani. Ma anche in questo caso, Seneca e il suo atleta
di servizio erano ridicolizzati, una volta trascorso il tempo dell’iniziazione
del giovane adulto. In realtà queste pratiche erano, anche là, talvolta
represse e tal altra tollerate. Siamo passati da una forma di omosessualità e
di pedofilia che erano dei riti di iniziazione per liberare il ragazzo e a
volta la ragazza dall’universo materno, a una rivendicazione sociale che vuole
iscriverla nella legge e formare una «coppia» e una «famiglia». Ciò che era
impensabile e che lo rimane.
Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, non è perché qualche paese
autorizza il matrimonio e l’adozione da parte di persone omosessuali che ciò
non fa più problema. Al contrario, il fatto di stravolgere il senso del
matrimonio è una negazione della differenza sessuale e una grossa trasgressione
che altera il legame sociale. Ciò ha per conseguenza di rendere la legge civile
meno credibile e meno rispettabile, e i responsabili politici meno stimabili
perché la legge non si fonda più su delle realtà oggettive ma su delle esigenze
soggettive; cosa che accentua la violenza nella società. Non bisogna trascurare
il fatto che il “matrimonio” fra persone dello stesso sesso è una vera
aggressione, per non dire uno stupro, di ciò che il matrimonio rappresenta. È
un modo di disprezzare i cittadini e il bene comune dell’umanità riguardo
all’alleanza fra un uomo e una donna.
Secondo studi seri effettuati negli Usa su una larga platea di soggetti, e non
di natura militante come quelli realizzati da associazioni gay, i risultati
indicano che i figli che vivono con degli adulti omosessuali presentano diversi
disturbi psichici come l’ansietà, difficoltà relazionali coi loro pari,
problemi di concentrazione e soprattutto soffrono una contraddizione fra
l’esercizio della sessualità di questi adulti e l’origine del loro concepimento
e della loro nascita. A lungo termine, essi provano un profondo malessere
perché manca loro sia la dimensione materna, sia la dimensione paterna, il che
rappresenta un costo psichico decisivo rispetto alla necessità di unificarsi e
trovare la coerenza del proprio sé. Non basta nascondere questi problemi
attraverso l’idea puramente sentimentale che «l’importante è amare e sapersi
amati». Qui si tratta di un amore che non è della stessa natura di quello che
c’è fra un padre e una madre. Il bambino ha bisogno di essere collocato nelle
condizioni relazionali che sono quelle del rapporto fra un uomo e una donna, il
che non avviene nel caso dell’omosessualità. La relazione in forma specchiata
fra il sé e il simile non ha niente in comune con una relazione fondata
sull’alterità sessuale. La società sbaglia strada imboccando questa direzione
per quanto riguarda questi bambini che saranno vittime della ricerca di
gratificazione di adulti che vogliono apparire uguali agli altri, mentre non si
trovano nelle condizioni di essere veri genitori. È solo un modo per sentirsi
accettati dagli altri, nel momento in cui alcuni di loro non riescono ad
accettarsi veramente. La società gioca all’apprendista stregone sulle spalle
dei bambini e delle generazioni future, aprendo loro un avvenire fatto di
oscurità e di incoerenza. D’altra parte è per queste ragioni che le offerte di
adozioni nel mondo crollano, poiché la maggior parte dei paesi che offrivano
questa possibilità a uomini e donne sposati, rifiutano attualmente di affidare
dei bambini a cittadini provenienti da paesi che hanno legalizzato il
matrimonio fra persone dello stesso sesso.
Lei
definisce la nostra una “democrazia emotiva”? Quali evoluzioni prevede per
essa?
Effettivamente
ci troviamo in una “democrazia emotiva” caratterizzata dalla manipolazione
della comunicazione politica, che può condizionare le folle tanto più
facilmente in quanto le nostre società mancano di radicamento culturale e
morale. L’identificazione delle masse coi messaggi dei mass-media è
impressionante e non manca di diventare inquietante: certi media come la
televisione sono diventati dei cervelli ausiliari che prendono il potere sullo
spirito della gente. Ciascuno reagisce emotivamente ripetendo gli stessi
clichés sviluppati dai media senza mai dimostrarsi capace di pensieri
personali.
Va aggiunto che le rivendicazioni dei cittadini diventano sempre più soggettive
in nome dei “diritti individuali” e degli interessi particolari. Al punto che i
responsabili politici si ispirano sempre più ai costumi vigenti, ai fantasmi
individuali e a quelli sessuali per legiferare, mentre non lo fanno più in funzione
del bene comune e delle necessità oggettive. Ora, un fantasma riflette sempre
una rappresentazione e un desiderio illusori, che rinviano alle complessità
dell’inconscio e non ad un bisogno reale. Noi ci troviamo in un sistema che
risponde alle emozioni primarie spesso tradotte attraverso dei sondaggi e dei
movimenti di massa che ci estraniano dalla ragione delle cose. Più la
democrazia diventa emotiva (soprattutto grazie all’aiuto della televisione che
modella le immagini mentali) e più essa diventa totalitaria, ovvero lo spazio
della libertà di pensare e di agire si riduce. Così una rappresentazione
teatrale o un film, che non sono altro che produzioni immaginarie senza un
rapporto autentico col reale, possono provocare sommovimenti in una società. L’arte
della manipolazione raggiunge qui il suo culmine. È interessante vedere come, a
partire dal dramma dell’Aids, si è voluto per anni dare un’immagine sempre più
idealizzata dell’omosessualità, attraverso diverse sceneggiature messe in scena
a teatro, al cinema, nelle serie televisive e nei romanzi. Il nemico della
democrazia è l’emozione senza riflessione razionale. La democrazia si dà le
apparenze della libertà di espressione, oggi da tutti rivendicata, ma lo fa per
meglio metterle la museruola sulla base del pensiero dominante. Siamo liberi
per giustificare e diffondere le idee che corrispondono allo spirito del tempo,
ma il primo che assume un atteggiamento critico è sistematicamente privato
della parola. Per esempio il dibattito sull’omosessualità diventa sempre più
difficile, perché molto spesso vengono esclusi dalla discussione tutti coloro
che non pensano secondo i clichés dominanti. Ci sono specialisti che non osano
più esprimersi su queste questioni per paura del linciaggio mediatico, del
processo per reato d’opinione e delle voci calunniose. A causa di ciò scambi
più autentici hanno talvolta luogo dentro a universi catacombali come le
conferenze pubbliche e le reti sociali, dove la censura non si impone e al di
fuori dei media tradizionali, che filtrano e sceneggiano gli avvenimenti. Allo
stesso modo diventa sempre più malsano avere dei rappresentanti politici che,
per mantenersi al potere, finiscono per rinunciare alle loro convinzioni e
diventano dipendenti dai costumi e dalle ideologie alla moda, senza esercitare
il minimo discernimento intellettuale e morale. Essi navigano sulle idee del
momento senza disporre di un sapere solido e di una vera colonna vertebrale del
pensiero. A causa di ciò, prima dicono una cosa e qualche anno dopo affermano il
contrario. Le nostre democrazie dovrebbero fondarsi di più su eletti della
società civile che hanno una visione chiara del bene comune, e non su dei
professionisti della politica che navigano a vista per legiferare come fanno
oggi, secondo i costumi in voga. Bisognerebbe senz’altro non concedere più di
due mandati quinquennali a ciascun eletto.
Nel
suo ultimo libro lei scrive che «le personalità contemporanee sono povere e
prive di risorse a causa di una carenza nell’educazione». Ma sostiene anche che
non basta educare bensì occorre opporsi alle leggi ingiuste come hanno fatto i
sostenitori della Manif Pour Tous in Francia. Perché?
Le
personalità contemporanee sono marchiate da una crisi dell’interiorità e della
trasmissione. Noi produciamo dei soggetti relativamente impulsivi che non hanno
radicamento nella storia e li illudiamo che noi non sappiamo niente, che non
abbiamo imparato niente e che bisogna ripartire da zero. Li rendiamo fragili e
li facciamo regredire facendo loro credere, nella visione dell’onnipotenza
narcisistica, che si può creare tutto, compreso il sesso che sarebbe lasciato
alla libera scelta di ciascuno. Ora, l’identità sessuale non si crea: si
riceve. Essa deve essere accettata e integrata nella propria vita psichica, non
si può immaginare che la si possa costruire o che ci si possa dare un’altra
identità secondo dei desideri immaginari. Nello stesso modo, l’educazione che
lascia il ragazzo abbandonato a se stesso per scoprire i saperi attraverso i
mezzi tecnologici contemporanei non lo aiuta a imparare sviluppando la sua
memoria. Gli adulti talvolta fanno fatica a presentarsi come adulti di fronte a
dei bambini e a degli adolescenti e ad esercitare l’autorità per iniziarli al
senso delle cose e dare loro il senso dei limiti che permettono lo sviluppo
della libertà. L’alcolizzazione dei giovani, l’uso di droghe e le dipendenze di
tutti i tipi, a cominciare dai telefoni cellulari e internet, sono il sintomo
di personalità che non sono psicologicamente autonome e che mancano di risorse
interiori. Non educate al discernimento, esse funzionano in base al ritmo delle
emozioni e dei clichés, in particolare sui problemi della società come quelli
del rifiuto del matrimonio, della banalizzazione del divorzio e
dell’omosessualità. Sono stato uno dei primi a dirlo negli anni Novanta e nel
primo decennio del nuovo secolo, e ho constatato che i miei studi e i miei
concetti sono stati ripresi largamente dai membri della Manif pour tous. Sì,
bisogna opporsi alle leggi ingiuste perché esse sono contrarie al bene comune.
Così per esempio voler sposare due persone dello stesso sesso è una corruzione
del senso del matrimonio. Quest’ultimo è anzitutto il quadro dell’alleanza fra
l’uomo e la donna in base all’alleanza dei sessi. Non si tratta anzitutto di
una questione religiosa, ma di una questione antropologica che non è nella
disponibilità del legislatore, poiché la coppia coniugale e la famiglia
precedono lo Stato. Il matrimonio è riservato all’uomo e alla donna perché
permette di associare e di riconoscere giuridicamente l’alleanza che si contrae
fra due persone di sesso differente. Il matrimonio non è il riconoscimento dei
sentimenti fra due persone, altrimenti ci si potrebbe sposare in qualunque
condizione, ma la constatazione e la registrazione della volontà di un uomo e
di una donna di fondare una comunità di vita e una famiglia. Non c’è alcuna
dimensione coniugale e familiare nell’omosessualità. Assistiamo al furto degli
attributi e dei simboli che appartengono all’unione di un uomo e di una donna
per estenderli a un duo di persone dello stesso sesso, cosa che è inappropriata
e che rappresenta un’illusione nel senso psicanalitico del termine.
Pare
di capire che lei consideri un errore accettare leggi “di compromesso” come le
unioni civili, che in Francia si chiamano Pacs. Perché?
I Pacs
sono un’ipocrisia e un errore nel senso che si tratta di un matrimonio di serie
B dotato della maggior parte dei benefici del matrimonio, eccetto il
riconoscimento automatico della filiazione e dell’adozione. L’opinione pubblica
è stata convinta ad accettare i Pacs come un male minore, mentre essi
implicavano l’avvento prossimo del matrimonio fra due persone dello stesso
sesso. Per contro, si sarebbe potuto prevedere nella legge un “Contratto di
associazione di beni” aperto a tutti i cittadini senza distinzione, con certi
vantaggi fiscali; soprattutto in materia di possesso di beni e di eredità.
Coi Pacs si è cominciato a confondere la realtà del matrimonio, cosa che ci ha
portato oggi alla confusione e alla svalutazione del matrimonio fondato sulla
differenza dei sessi. I Pacs sono fatti su misura per l’instabilità relazionale
e per l’immaturità affettiva dell’epoca attuale. Si può anche ipotizzare che a
partire dal momento in cui il matrimonio è aperto a persone omosessuali, si
rischia che la gente non voglia più sposarsi perché l’immagine del matrimonio è
così confusa e contraddittoria. Di più, è interessante notare che nella maggior
parte dei paesi che hanno permesso il matrimonio fra persone dello stesso
sesso, questi matrimoni diminuiscono anno dopo anno, fino a diventare
inesistenti.
Detto in altre parole, abbiamo sconvolto il codice civile per far scomparire i
termini uomo e donna, sposo e sposa, padre e madre, snaturando il matrimonio
nell’interesse di un’infima minoranza di persone ed ecco che in questo campo di
rovine della bella realtà del matrimonio ci troviamo nella confusione dei
sentimenti e delle identità che hanno delle ripercussioni sulla vita affettiva
e sessuale delle giovani generazioni. Da una parte fanno fatica ad accedere al
senso dell’impegno matrimoniale, dall’altra sviluppano una vita affettiva e
sessuale frammentata, sempre più dipendente da pulsioni sparse, in nome del
primato degli orientamenti sessuali. È anche il caso della pornografia:
anziché includere la vita sessuale nella dimensione relazionale della vita
affettiva, si persegue un condizionamento pavloviano molto inquietante, nel
quale l’erotismo personale scompare e bisogna semplicemente ripetere quello che
si è visto, dimostrando un’attitudine mimetica primitiva. Per esempio il film
“Cinquanta sfumature di grigio” incita le giovani donne a tornare a casa e
a ripetere le stesse scene pornografiche (è quello che alcune dicono all’uscita
dal cinema). Allo stesso modo, i Pacs e il matrimonio fra persone dello stesso
sesso hanno un impatto sulla rappresentazione sociale della sessualità.
Cosa
possiamo fare per i bambini, ai quali in Occidente si vuole imporre la teoria
del gender sin dalla più tenera età? Cioè l’accettazione dell’indifferenza
sessuale e del fatto che al posto di un padre e di una madre possano esserci
due padri o due madri, e che tutto questo debba essere considerato giusto,
democratico ed egalitario? Cosa si può fare, considerato che ovunque si sta
cercando di istituire delle pene per quanti rifiutano questa ideologia? In
Germania si rischia la prigione se non si mandano i figli ai corsi di
educazione sessuale centrati sulla teoria del gender, in Italia sta per essere
approvata una legge che punirà, in nome della lotta contro l’omofobia, tutti
coloro che si esprimono pubblicamente in base alla terminologia della famiglia
tradizionale e in base alle categorie della differenza dei sessi.
Bisogna
proteggere i bambini e rifiutare che vengano sottoposti a un condizionamento,
perché non esistono la famiglia tradizionale e la famiglia moderna o nuova, ma
soltanto la famiglia costruita attorno a un padre e a una madre. Altrimenti
smarriamo la razionalità e il senso della realtà. Effettivamente a partire
dalla scuola materna si insegna ai bambini che esistono varie forme di
famiglia. È successo che una bambina di tre anni, uscendo dalla scuola, abbia
chiesto a sua madre perché lei non convivesse con una donna, perché aveva
appena sentito dire che si possono avere due padri o due madri. Una cosa che è
una menzogna sociale e un errore strutturale e antropologico. Un sistema
ideologico nel quale si confonde ciò che è una famiglia fondata da un uomo e da
una donna con diverse situazioni particolari che non partecipano alla
definizione di famiglia. Ma che si vorrebbero trasformare in realtà normate
alla pari delle altre. Questo è uno degli effetti della teoria del gender che
vuole mettere tutti su di un piano di uguaglianza in nome dell’identità di
genere che ciascuno si dà da sé e degli orientamenti sessuali. Qui ci troviamo
al cuore di un totalitarismo che si manifesta sempre con lo stesso metodo, come
nel caso del marxismo:
1.
Si
comincia col sottrarre i bambini all’influenza dei genitori per inculcare loro
una visione nuova della sessualità e della famiglia.
2.
Li
si costringe a pensare al di fuori dalla realtà prevalente (la grande
maggioranza delle persone vivono e si organizzano nella differenza sessuale e
attorno alla differenza sessuale).
3.
Si
introducono delle leggi col pretesto di proteggere delle minoranze.
4.
Si
approfitta di fatti veri o inesistenti per istituire una legislazione
repressiva.
5.
Si
applica una repressione giudiziaria che corrisponde a una vera polizia del
pensiero.
6.
Si
crea così la paura e si ottiene che i cittadini pensino sulla base di “buone”
idee e agiscono sulla base di “buone” pratiche. Altrimenti vanno in prigione.
Queste
idee cominciano ad essere interiorizzate da cristiani che non capiscono la
posta in gioco. Quando si sveglieranno, sarà troppo tardi. Abbiamo sperimentato
questo errore di valutazione col marxismo, che ha influenzato certi membri
della Chiesa, adesso rifacciamo lo stesso errore con l’ideologia del gender e
con l’omosessualità.
In realtà ciò che in questione non è la persona dell’omosessuale, che deve
essere sempre rispettata, ma il fatto di voler fare dell’omosessualità un
principio politico a partire dal quale si ridefinisce la società attraverso la
coppia, il matrimonio e la famiglia. Questa è una contraddizione, poiché
l’omosessualità non è alla base di queste realtà e non può essere all’origine
di istituzioni di cui la società ha bisogno per durare nella storia.
Bisogna porsi la domanda in modo realistico: a partire da quale tipo di
sessualità la società si fonda, si organizza, dura nel tempo e contribuisce
alla sua storia?
In occasione del suo viaggio apostolico in Asia, papa Francesco ha detto il 16
gennaio 2015, in occasione dell’incontro con le famiglie a Manila: «C’è un colonialismo ideologico
che cerca di distruggere la famiglia. Ogni minaccia contro la famiglia è una
minaccia contro la società». In tal modo ha messo in discussione i concetti di
genere che mirano all’indistinzione sessuale e il matrimonio fra persone dello
stesso sesso, che non ha niente a che fare col senso della vita coniugale e
familiare. È per questo che non si può trattare la questione dell’omosessualità
nello stesso modo sul piano individuale e su quello sociale, imponendo a
partire da essa delle istituzioni sociali di cui essa non può essere
all’origine, come la vita coniugale e familiare.
(Fonte:
Benedetta Frigerio, Tempi, 4 marzo 2015)
http://www.tempi.it/eresia-antropologica-del-totalitarismo-gender#.VPbDm3yG9jE