giovedì 7 maggio 2015

A proposito del vestito liso del Papa

Tra i tanti commenti “pro”, propongo anche uno “fuori dal coro”, decisamente contro, che - tra le tante frecciate inferte con una terminologia poco condivisibile - esprime comunque qualche considerazione che quantomeno fa pensare.

«Ma dai!… farsi sdrucire e lasciare apposta sdrucita la manica della talare per mostrare umiltà, e che proprio perciò è quella “falsa umiltà”, dalla quale ci mette in guardia la Scrittura, che viene portata in processione come fosse il Santissimo Sacramento.
Non solo si fa sdrucire la manica, fa pure in modo che tutti possano notarla: si crede meglio di Cristo che sdrucito in giro non ci andò mai? Spettacolarizzazione e sopravvalutazione della sua persona, portata motu proprio come “esempio” a tutti, a maggior ragione – qualora la manica incidentalmente si fosse sdrucita – se di talari integre ne hai un sacco a Santa Marta?
 
Questo aspetto oscuro di Bergoglio, populista e smanioso di lanciare messaggi “popolareschi”, mi inquieta: la tentazione di voler essere e soprattutto apparire “meglio” degli altri conciandosi peggio. Questa tentazione terribile che oscura l’umiltà del Crocifisso e sotto i riflettori fa rifulgere orgogliosa la “sconcia umiltà” del suo servitore. Un servitore non si concia da mendicante per compiacere il suo padrone, cura se stesso per mostrare deferenza al suo datore di lavoro.
Ma tutti questi sono trucchi da baraccone. Che lasciano il tempo che trovano; soprattutto non incantano nessuno: suscitano applausi certo, ma interessati, che mascherano il disprezzo. Il mondo disprezza queste cose, le apprezza sugli uomini di chiesa perché manifestano sentore di dissoluzione, di una Chiesa che nemmeno dal punto di vista della decenza, bellezza, decoro può lontanamente competere col mondo, e che perciò non attrarrà nessuno. Semmai distrarrà chi dentro la Chiesa già c’è, acuendone la smania di secolarizzazione. Per “modernizzarsi”, per apparire più presentabili, decenti in società. Il mondo non è, non è solo quattro straccioni alla periferia di Buenos Aires, la Chiesa non può ridursi a questo: il mondo e la Chiesa sono infinitamente più grandi.
Nel Vangelo di Matteo, Gesù ammonisce i seguaci: quando digiunate, dice, non assumete aria malinconica come gli ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà…
 
Dai “poveri”, si fa per dire, si presenta con l’abito sdrucito… mentre…
La veste sdrucita di un Papa è un’offesa al vero povero, perchè il Papa non è “il” povero!. Se il Papa fosse “il” povero, per il vero povero non ci sarebbe più speranza. Che il Papa abbia una sola talare è davvero un falso, è probabile che per Bergoglio non si tratta neppure di ipocrisia ma soltanto di indisciplina: del resto l’ha detto l’altro giorno ai Cursillos, “sono indisciplinato!”. Certo è che queste immagini sono scandalose perchè il vero povero è chi non ha da mangiare e non chi mangia tutti i giorni (e abbondantemente, tant’è che i medici gli hanno detto di mettersi a dieta subito) ma porta la veste sdrucita solo perchè, come è probabile, non se la vuole cambiare… la porta sino alla consunzione: strano però che i clergyman di Bergoglio a Buenos Aires erano sempre perfetti e mai lisi.
Comunque non vai a trovare dei fratelli il giorno di festa con il vestito della settimana, vestito da casa: di solito ci si va con il vestito festivo, proprio per non far vedere le sofferenze e le privazioni che si vivono in casa propria. E’ come se una casalinga accogliesse gli ospiti in ciabatte e con il grembiule di casa, lo fa pure, ma sono vestiti curati e non delle pulizie: altrimenti stai facendo capire agli ospiti che non hai alcun rispetto di loro e nessuna considerazione.

C’è da dire che san Pio X, appena eletto papa, aveva affidato alle sorelle il compito di tingere di bianco la talare che aveva usato da vescovo, a sua volta tinta anch’essa da nera a rossa (semmai fosse possibile, ma questo si narra), ma qui è diverso perchè san Pio X non dava a vederlo, mentre Francesco sì. Anche GPII andava con la talare impercettibilmente sdrucita, o per meglio dire lisa, ai piedi e al collo, ma mai in visita alle parrocchie.o alle udienze. In privato.
…mentre… a Mattarella, invece, solo l’altro giorno, si presenta con l’abito della festa. Perfetto. Perché?
Comportarsi da straccioni non è un dovere del cristiano, anzi è suo dovere avere cura di se stesso, come dice Paolo, specie quando non sta lì a rappresentare se stesso ma Uno che andava in giro con una tunica “senza strappi”. Non capire questo significa non capire qual è il compito di un prete sull’altare, avere le idee confuse sul sacramento che ha unto le sue mani, lanciare messaggi distorti che piuttosto che invitare alla vera e santa umiltà incitano alle manie di protagonismo in una gara demenziale che ha per meta il peggio. Quando un prete non ha rispetto della sua veste liturgica, che lo indica come “Alter Christus”, e cioè altro da se stesso, è segno che presto non avrà o non ha più rispetto della Chiesa e del sacramento che gli è stato conferito.
Sarebbe meglio per questo papa argentino imitare Cristo, anche nel decoro, piuttosto che invitare gli altri a imitare lui».

(Fonte: Antonio Margheriti Mastino, Papalepapale, 3 maggio 2015)
http://www.papalepapale.com/cucciamastino/mastinate-quotidiane/se-il-papa-vuol-apparire-piu-straccione-del-signore/

giovedì 30 aprile 2015

Controinformazione. Le parole del papa sulla famiglia, oscurate dai media

Nell’udienza generale di mercoledì 29 aprile, papa Francesco ha detto delle battute contro il maschilismo della società e la mancata parità tra uomo e donna che hanno fatto immediatamente il giro del mondo, con formidabile risalto sui media.
Col risultato però di oscurare il cuore del suo discorso, che era invece un inno alla magnificenza del disegno divino sul matrimonio, oltre che una riflessione puntuale sulle ragioni dell’odierna crisi della famiglia.
È un oscuramento che non è nuovo. E che sistematicamente rimuove tutto ciò che Francesco dice e fa di difforme dalla “narrazione” di lui che va per la maggiore.
Ecco qui di seguito la trascrizione del discorso del papa con omesse le sue battute “femministe”, cioè le uniche arrivate al grande pubblico.
È un discorso che la dice lunga su come Francesco guarda al tema in esame nel prossimo sinodo dei vescovi, senza alcuna arrendevolezza alle spinte divorziste presenti in alcuni settori della stessa gerarchia.
*
“QUESTO È IL CAPOLAVORO…”
Cari fratelli e sorelle buongiorno!
La nostra riflessione circa il disegno originario di Dio sulla coppia uomo-donna, dopo aver considerato le due narrazioni del libro della Genesi, si rivolge ora direttamente a Gesù.
L’evangelista Giovanni, all’inizio del suo Vangelo, narra l’episodio delle nozze di Cana, a cui erano presenti la vergine Maria e Gesù, con i suoi primi discepoli. Gesù non solo partecipò a quel matrimonio, ma “salvò la festa” con il miracolo del vino!
Dunque, il primo dei suoi segni prodigiosi, con cui Egli rivela la sua gloria, lo compì nel contesto di un matrimonio, e fu un gesto di grande simpatia per quella nascente famiglia, sollecitato dalla premura materna di Maria.
Questo ci fa ricordare il libro della Genesi, quando Dio finisce l’opera della creazione e fa il suo capolavoro; il capolavoro è l’uomo e la donna. E qui Gesù incomincia proprio i suoi miracoli con questo capolavoro, in un matrimonio, in una festa di nozze: un uomo e una donna. Così Gesù ci insegna che il capolavoro della società è la famiglia: l’uomo e la donna che si amano! Questo è il capolavoro!
Dai tempi delle nozze di Cana, tante cose sono cambiate, ma quel “segno” di Cristo contiene un messaggio sempre valido.
Oggi sembra non facile parlare del matrimonio come di una festa che si rinnova nel tempo, nelle diverse stagioni dell’intera vita dei coniugi. È un fatto che le persone che si sposano sono sempre di meno; questo è un fatto: i giovani non vogliono sposarsi. In molti paesi aumenta invece il numero delle separazioni, mentre diminuisce il numero dei figli.
La difficoltà a restare assieme – sia come coppia, sia come famiglia – porta a rompere i legami con sempre maggiore frequenza e rapidità, e proprio i figli sono i primi a portarne le conseguenze. Ma pensiamo che le prime vittime, le vittime più importanti, le vittime che soffrono di più in una separazione sono i figli. Se sperimenti fin da piccolo che il matrimonio è un legame “a tempo determinato”, inconsciamente per te sarà così.
In effetti, molti giovani sono portati a rinunciare al progetto stesso di un legame irrevocabile e di una famiglia duratura. Credo che dobbiamo riflettere con grande serietà sul perché tanti giovani “non se la sentono” di sposarsi. C’è questa cultura del provvisorio… tutto è provvisorio, sembra che non ci sia qualcosa di definitivo.
Questa dei giovani che non vogliono sposarsi è una delle preoccupazioni che emergono al giorno d’oggi: perché i giovani non si sposano?; perché spesso preferiscono una convivenza, e tante volte “a responsabilità limitata”?; perché molti – anche fra i battezzati – hanno poca fiducia nel matrimonio e nella famiglia? È importante cercare di capire, se vogliamo che i giovani possano trovare la strada giusta da percorrere. Perché non hanno fiducia nella famiglia? […]
In realtà, quasi tutti gli uomini e le donne vorrebbero una sicurezza affettiva stabile, un matrimonio solido e una famiglia felice. La famiglia è in cima a tutti gli indici di gradimento fra i giovani; ma, per paura di sbagliare, molti non vogliono neppure pensarci; pur essendo cristiani, non pensano al matrimonio sacramentale, segno unico e irripetibile dell’alleanza, che diventa testimonianza della fede. Forse proprio questa paura di fallire è il più grande ostacolo ad accogliere la parola di Cristo, che promette la sua grazia all’unione coniugale e alla famiglia.
La testimonianza più persuasiva della benedizione del matrimonio cristiano è la vita buona degli sposi cristiani e della famiglia. Non c’è modo migliore per dire la bellezza del sacramento! Il matrimonio consacrato da Dio custodisce quel legame tra l’uomo e la donna che Dio ha benedetto fin dalla creazione del mondo; ed è fonte di pace e di bene per l’intera vita coniugale e familiare.
Per esempio, nei primi tempi del cristianesimo, questa grande dignità del legame tra l’uomo e la donna sconfisse un abuso ritenuto allora del tutto normale, ossia il diritto dei mariti di ripudiare le mogli, anche con i motivi più pretestuosi e umilianti. Il Vangelo della famiglia, il Vangelo che annuncia proprio questo sacramento ha sconfitto questa cultura di ripudio abituale.
Il seme cristiano della radicale uguaglianza tra i coniugi deve oggi portare nuovi frutti. La testimonianza della dignità sociale del matrimonio diventerà persuasiva proprio per questa via, la via della testimonianza che attrae, la via della reciprocità fra loro, della complementarità fra loro. […]
Cari fratelli e sorelle, non abbiamo paura di invitare Gesù alla festa di nozze, di invitarlo a casa nostra, perché sia con noi e custodisca la famiglia. E non abbiamo paura di invitare anche la sua madre Maria! I cristiani, quando si sposano “nel Signore”, vengono trasformati in un segno efficace dell’amore di Dio. I cristiani non si sposano solo per sé stessi: si sposano nel Signore in favore di tutta la comunità, dell’intera società.
Di questa bella vocazione del matrimonio cristiano, parlerò anche nella prossima catechesi.

(Fonte: Sandro Magister, www.chiesa, 30 aprile 2015)
http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/

 

martedì 21 aprile 2015

Terremoto tra i gesuiti, al Pontificio Istituto Orientale

La scorsa settimana il Pontificio Istituto Orientale ha pianto la misteriosa scomparsa di un suo docente, padre Lanfranco Rossi, trovato senza vita in una campagna poco lontano da Roma.
Ma sempre la scorsa settimana ha investito l'istituto anche un verro e proprio terremoto istituzionale, con l'esautorazione dell'intero suo corpo dirigente.
La notifica del provvedimento, firmata dal preposito generale della Compagnia di Gesù, padre Adolfo Nicolás Pachón, vice gran cancelliere dell'istituto, è rimasta affissa sull'albo solo per un giorno. Ma tanti hanno potuto leggerla e sapere.
Da martedì 14 aprile il rettore James McCann, il vicerettore Massimo Pampaloni e i decani delle due facoltà di scienze ecclesiastiche e di diritto canonico orientali Philippe Luisier e Michael Kuchera, tutti gesuiti, sono decaduti dai loro ruoli.
A reggere temporaneamente l'istituto, con la qualifica di pro-rettore "ad interim", è stato chiamato padre Samir Khalil Samir, 77 anni, gesuita, nato in Egitto, orientalista e islamologo di fama, già professore alla Université Saint-Joseph di Beirut e in altri atenei d'Europa e d'America.
E come nuovi pro-decani sono stati nominati i padri Edward G. Farrugia e Sunny Thomas Kokkaravalayil.
L’ordinanza è andata in esecuzione immediata, senza attendere l’inizio del nuovo anno accademico. Nella lettera con la quale ha notificato il provvedimento, il generale dei gesuiti ha riprovato lo spirito "non caritatevole" che ha disgregato la comunità docente, con grave danno per la missione dell'istituto.
Il Pontificio Istituto Orientale è stato creato quasi un secolo fa, nel 1917, da papa Benedetto XV, assieme alla congregazione per le Chiese orientali, il cui prefetto – che attualmente è il cardinale argentino Leonardo Sandri – ne è anche gran cancelliere.
Nel 1922 Pio XI affidò l'istituto alla Compagnia di Gesù, riservando al papa la nomina del rettore, su proposta autonoma del preposito generale dopo aver sentito i docenti gesuiti.

Nei mesi scorsi i decani e alcuni professori dell'istituto avevano chiesto la destituzione del rettore, lo statunitense McCann, giudicato incapace di guidare la macchina accademica. Il generale dei gesuiti inviò un ispettore nella persona di padre Gianfranco Ghirlanda, già rettore della Pontificia Università Gregoriana ed esperto canonista. E il risultato è stato, appunto, l'azzeramento del direttivo.
Che padre McCann non godesse di particolare apprezzamento nemmeno in Vaticano lo si era intuito già il 19 febbraio 2014, quando furono nominati consultori della congregazione per le Chiese orientali il vice rettore Pampaloni e i decani Luisier e Kuchera, ma non lui, il rettore in carica: un'umiliazione tanto più bruciante in quanto segretario della congregazione era – ed è tuttora – un suo confratello gesuita, l'arcivescovo slovacco di rito greco Cyril Vasil.
Tuttavia, che il disastro riguardasse non una singola persona ma l'insieme dell'istituto era da tempo sotto gli occhi di tutti, senza però che nessuno vi ponesse rimedio.
La denuncia di tale disastro affiorò la prima volta in pubblico il 15 dicembre 2011, in un momento solenne e di fronte all'intero corpo accademico, in occasione della cerimonia di congedo di padre Robert F. Taft (nella foto), statunitense, liturgista insigne, l'ultimo dei grandi docenti del periodo d'oro del Pontificio Istituto Orientale, al pari dei padri Tomás Spidlik, moravo, fatto cardinale da Giovanni Paolo II nel 2003, e Miguel Arranz Lorenz, spagnolo.
A tenere la "laudatio" in onore di Taft – poi pubblicata sulla rivista “Studi sull’Oriente Cristiano” e ivi leggibile on line – fu Stefano Parenti, professore di liturgie orientali al Pontificio Ateneo Sant'Anselmo di Roma e discepolo dello stesso Taft, assieme al quale sta ora pubblicando una monumentale storia della liturgia bizantina in più volumi, per i tipi dell'Abbazia Greca di San Nilo a Grottaferrata.
Parenti disse tra l'altro: "A differenza di oggi, alla fine degli anni Ottanta del XX secolo il Pontificio Istituto Orientale era luogo d’eccellenza per lo studio delle liturgie orientali, in particolare della liturgia bizantina. Chi in futuro si sobbarcherà l’onere di scriverne la storia saprà accertare le responsabilità che hanno condotto a una 'débâcle' tanto clamorosa, in un gioco al massacro che, osservato a distanza con il distacco di chi non si sente coinvolto, vede un’arena deserta, senza vincitori e senza vinti".
E ancora: "Ci troviamo dinanzi a quello che in politica si chiama 'problema di sistema', noto da tempo ma ignorato da chi aveva il compito di vigilare. A ciò si devono sommare la precarietà di tanti contratti e le modalità singolari di reclutamento e promozione dei docenti, per cui vi sono professori stabili che in una buona università statale europea o americana, nella più favorevole delle eventualità, sarebbero rimasti ricercatori fino alla pensione".
In effetti, anche oggi basta scorrere la tabella dei corsi per notare la precarietà di tanti insegnamenti, affidati a docenti raccogliticci, in temporanea trasferta da altre università e ridotti a fare in poche settimane ciò che dovrebbe durare un intero semestre, a tutto danno degli allievi.
Per non dire del venir meno dell'istituto al suo compito primario di servizio alla Chiesa, in un momento di gravissima crisi nell'oriente musulmano e cristiano, dalla Siria all'Ucraina, un frangente in cui un contributo di consulenza e di studio sarebbe più che mai necessario.
Oltre che improduttivo su questi temi cruciali, il Pontificio Istituto Orientale si è segnalato nei mesi scorsi anche per la clamorosa defezione di un suo ex vicerettore, Costantin Simon, americano di origini ucraino-ungheresi, specialista del cristianesimo russo.
Uscito dalla Compagnia di Gesù e dalla Chiesa cattolica, Simon è stato solennemente accolto come sacerdote nella Chiesa ortodossa russa il 7 giugno 2014, in un rito officiato dall'arcivescovo Amvrosij di Peterhof, rettore dell'accademia teologica di San Pietroburgo.
C'è chi prevede che il terremoto di questi giorni sia solo il preludio di una temporanea chiusura dell'istituto, in vista di una sua radicale ristrutturazione.

(Fonte: Sandro Magister, www.chiesa, 21 aprile 2015)
http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1351034

 

lunedì 20 aprile 2015

La matita per Charlie Hebdo. La gomma per i cristiani affogati

Per Charlie Hebdo s'è mosso il mondo intero: quasi quattro milioni di persone, nel giorno del grande lutto, hanno sfilato a Parigi contro il terrorismo e la sua folle pedagogia. Dodici furono i morti, assurti in un attimo alla dimensione eroica di liberi pensatori. Tempo qualche giorno, a bandiere ammainate, comparve qualche crepa nella decifrazione di quella strage. L'offesa fu così grande e ardita che, però, tutto passò in secondo piano. Dodici a Parigi, dodici nei fondali del Mediterraneo: la loro razza era ghanese e nigeriana, il loro Credo era cristiano.
La redazione di Charlie Hebdo disegnava vignette, a questi dodici la vignetta l'hanno disegnata quelli di “Repubblica”. Ritrae uno squalo che, intento a divorare qualcuno, chiede: «Questo era cristiano?». Con la risposta dell'altro squalo: «Boh! Io di religione non ci capisco niente. Hanno tutti lo stesso sapore». Perchè, dunque, i dodici della redazione di Charlie Hebdo meritano una beatificazione laica mentre i dodici cristiani meritano la derisione pubblica? Forse che anche Cristo, oggi, se tornasse non lo metterebbero più in Croce: quelli erano i tempi delle grandi passioni. Oggi, quasi certamente, lo esporrebbero al ridicolo: è il tempo dell'intelligenza e della laicità a tutti i costi.
Dentro quei corpi gettati in mare, invece, giace la semente di una storia millenaria: quella di uomini e donne che non si sono mai ripresi da una sorte di stupore – quasi un'Annunciazione – che li ha portati ad essere uomini e donne diversi, capaci di affrontare le fauci dei leoni nelle arene e degli squali nel mare pur di non tacere la Grazia che li ha sedotti. Oggi da più parti s'invoca un ritorno alla Chiesa delle origini, al cristianesimo della prima chiesa nascente, al sapore di ciò che era nel sogno di Cristo. Eppure, a conti fatti, ciò che era all'inizio è ciò che è sotto gli occhi di tutti pure oggi: non più catacombe ma barconi, non più ghigliottinai ma scafisti, non più persecuzione ma ironia. Non più «date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» ma tutto e il suo contrario: è il politicamente corretto di Caifa, sacerdote citato nei Vangeli della Passione e ridicolizzato dalla storia successiva. Tutto come all'inizio, insomma, quando Dio venne ucciso in nome di Dio. Loro gettati in acqua, altri salvatisi grazie ad una catena umana. Qualcuno scrisse che l'uomo per l'uomo sarà come un lupo: molti gli dettero credito, la storia lo rese forte di molte sue pagine.

Poi venne un Uomo al quale non bastava la logica dell'intelligenza: tentò l'illogico dell'amore perdente. E corresse la frase: l'uomo per l'uomo potrà essere come un Dio. Uomini-lupo che gettano in mare uomini oranti; uomini-dei che, abbracciati, formano una catena umana di salvataggio e di speranza.
Di loro non rimarrà traccia: forse una leggera bava tra i denti degli squali che la prossima vignetta ci racconterà. Di loro, invece, è rimasta la traccia più baldanzosa: alla sicurezza della schiavitù rispondere con il rischio della libertà. Mezzi nudi in mare, mezzo nudo l'Uomo della Croce. Entrambi, però, rivestiti dell'unico vestito che faccia la differenza nel tempo: se non ci è dato scegliere se morire o meno, ci è rimasta la possibilità di scegliere come morire. Da vittime o da testimoni. “In odium fidei” recita la locuzione latina che la Chiesa cattolica utilizza nelle cause di beatificazione di un cristiano la cui morte avviene “in odio alla fede”, che muoia per questioni di fede.
Che cosa, dunque, impedisce di aprire loro una causa di beatificazione? I santi-patroni dei mari in burrasca: di quelli naturali, di quelli simbolici, di quelli disperati. Della gente disperata di cui nessuno vuole accorgersi. Eppure sono la Chiesa delle origini, quella che tanti vorrebbero. Come si dice: “Botte piena e moglie ubriaca”? Necessito di un più salutare: «Ora pro nobis». Per non affogare nel peccato dell'ignoranza.

(Fonte: don Marco Pozza, Il Mattino di Padova, 19 Aprile 2015)
http://mattinopadova.gelocal.it/padova?refresh_ce

 

mercoledì 15 aprile 2015

La teoria del gender effetto di una frustrazione

Papa Francesco: “La teoria del gender espressione di frustrazione e rassegnazione che mira a cancellare la differenza sessuale”. Neghiamo la differenza perché non sappiamo più confrontarci con essa. “Nell’uomo e nella donna la differenza porta in sé l’immagine e la somiglianza di Dio: il testo biblico lo ripete per ben tre volte in due versetti: uomo e donna sono immagine e somiglianza di Dio”.
Il Papa oggi all'udienza generale ha parlato della famiglia, preannunciando altre catechesi sul matrimonio, ma partendo da quello che ne è il presupposto necessario: la differenza tra maschile e femminile. “Questo ci dice che non solo l’uomo preso a sé è immagine di Dio, non solo la donna presa a sé è immagine di Dio, ma anche l’uomo e la donna, come coppia, sono immagine di Dio. La differenza tra uomo e donna non è per la contrapposizione, o la subordinazione, ma per la comunione e la generazione, sempre ad immagine e somiglianza di Dio. L’esperienza ce lo insegna: per conoscersi bene e crescere armonicamente l’essere umano ha bisogno della reciprocità tra uomo e donna. Quando ciò non avviene, se ne vedono le conseguenze. Siamo fatti per ascoltarci e aiutarci a vicenda. Possiamo dire che senza l’arricchimento reciproco in questa relazione – nel pensiero e nell’azione, negli affetti e nel lavoro, anche nella fede – i due non possono nemmeno capire fino in fondo che cosa significa essere uomo e donna”.
Poi fa un affondo sulla teoria del gender, oggi tanto di moda: “La cultura moderna e contemporanea ha aperto nuovi spazi, nuove libertà e nuove profondità per l’arricchimento della comprensione di questa differenza. Ma ha introdotto anche molti dubbi e molto scetticismo. Per esempio, io mi domando, se la cosiddetta teoria del gender non sia anche espressione di una frustrazione e di una rassegnazione, che mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa. Sì, rischiamo di fare un passo indietro. La rimozione della differenza, infatti, è il problema, non la soluzione. Per risolvere i loro problemi di relazione, l’uomo e la donna devono invece parlarsi di più, ascoltarsi di più, conoscersi di più, volersi bene di più. Devono trattarsi con rispetto e cooperare con amicizia. Con queste basi umane, sostenute dalla grazia di Dio, è possibile progettare l’unione matrimoniale e familiare per tutta la vita. Il legame matrimoniale e familiare è una cosa seria, lo è per tutti, non solo per i credenti. Vorrei esortare gli intellettuali a non disertare questo tema, come se fosse diventato secondario per l’impegno a favore di una società più libera e più giusta”.
Un invito a un impegno, a una mobilitazione comune, dunque, con strade che i laici dovranno cercare, e che il Papa,che si dice preoccupato, indica solo a grandi linee: “Dio ha affidato la terra all’alleanza dell’uomo e della donna: il suo fallimento inaridisce il mondo degli affetti e oscura il cielo della speranza. I segnali sono già preoccupanti, e li vediamo. Vorrei indicare, fra i molti, due punti che io credo debbono impegnarci con più urgenza.

Il primo. E’ indubbio che dobbiamo fare molto di più in favore della donna, se vogliamo ridare più forza alla reciprocità fra uomini e donne. E’ necessario, infatti, che la donna non solo sia più ascoltata, ma che la sua voce abbia un peso reale, un’autorevolezza riconosciuta, nella società e nella Chiesa. Il modo stesso con cui Gesù ha considerato la donna in un contesto meno favorevole del nostro, perché in quei tempi la donna era proprio al secondo posto, e Gesù l’ha considerata in una maniera che dà una luce potente, che illumina una strada che porta lontano, della quale abbiamo percorso soltanto un pezzetto. Non abbiamo ancora capito in profondità quali sono le cose che ci può dare il genio femminile, le cose che la donna può dare alla società e anche a noi: la donna sa vedere le cose con altri occhi che completano il pensiero degli uomini. E’ una strada da percorrere con più creatività e audacia”.
E pone, Francesco, il tema della differenza e dell'alleanza uomo donna alla radice della crisi di fede: “Una seconda riflessione riguarda il tema dell’uomo e della donna creati a immagine di Dio. Mi chiedo se la crisi di fiducia collettiva in Dio, che ci fa tanto male, ci fa ammalare di rassegnazione all’incredulità e al cinismo, non sia anche connessa alla crisi dell’alleanza tra uomo e donna. In effetti il racconto biblico, con il grande affresco simbolico sul paradiso terrestre e il peccato originale, ci dice proprio che la comunione con Dio si riflette nella comunione della coppia umana e la perdita della fiducia nel Padre celeste genera divisione e conflitto tra uomo e donna”.
“Da qui viene la grande responsabilità della Chiesa, di tutti i credenti, e anzitutto delle famiglie credenti, per riscoprire la bellezza del disegno creatore che inscrive l’immagine di Dio anche nell’alleanza tra l’uomo e la donna. La terra si riempie di armonia e di fiducia quando l’alleanza tra uomo e donna è vissuta nel bene. E se l’uomo e la donna la cercano insieme tra loro e con Dio, senza dubbio la trovano. Gesù ci incoraggia esplicitamente alla testimonianza di questa bellezza che è l’immagine di Dio”.


 
(Fonte: Raivaticano, 15 aprile 2015
http://www.raivaticano.rai.it/dl/portali/site/news/ContentItem-29c30503-95e5-4f3a-bab9-d112b5b0f6a0.html

 

mercoledì 1 aprile 2015

Maria Guarini: La questione liturgica a 50 anni dal Concilio Vaticano II

«Dai un dito e si prendono il braccio» recita un antico adagio della saggezza popolare. Ebbene è ciò che è accaduto con la Costituzione Sacrosactum Concilium formulata durante il Concilio Vaticano II, quando i Padri conciliari tracciarono le linee guida di una revisione del Messale. Dopo il Concilio fu designata una Commissione per redigere il testo, il Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia.
Un nuovo Messale venne editato nel 1965, in parte modificato nel 1967, nel quale vennero introdotti la preghiera dei fedeli, la possibilità di recitare in volgare un diverso ciclo di letture e diverse parti dell’Ordinario. Poi la Commissione, presieduta da Monsignor Annibale Bugnini, giunse alla formulazione di un ulteriore nuovo Messale nel 1969: il Novus Ordo Missae, che venne stilato ben oltre le linee guida dell’Assise conciliare.
La Sacrosactum Concilium ha fatto dunque da apripista per legittimare coloro che volevano rivoluzionare (con i pretesto di svecchiare), oltre a tutto il resto, anche il rito della Santa Messa. Scrive Maria Guarini nel suo recente libro La questione liturgica. Il rito Romano usus Antiquior e il Novus Ordo Missae a 50 anni dal Concilio Vaticano II, pubblicato da Solfanelli: «… l’abolizione di moltissimi gesti: inchini e preghiere, l’inserimento di nuove preghiere eucaristiche, la soppressione dei riferimenti alla Comunione dei Santi ed alla Vergine eliminando le invocazioni alla loro intercessione, il maggior spazio dato all’ascolto della sacra scrittura, la modifica delle formule dell’Offertorio e diversi altri rifacimenti hanno reso il nuovo messale un libro liturgico che molto si distacca dal testo tridentino» (p. 24).
Il fatto di aver contaminato la Liturgia, funzione primaria della Chiesa, è stato un errore gravissimo, i cui effetti sono stati tragici, per il clero come per la gente. Una tragedia che ha compromesso sicuramente la grazia santificante della Santa Messa, le propiziazioni che dal Santo Sacrificio derivano e, inevitabilmente, la stessa Fede dei fedeli. Benedetto XVI, nella sua Autobiografia, aveva scritto pagine di forte riflessione dove ricorda il suo sbigottimento di fronte al divieto del messale antico, poiché una cosa simile non si era mai verificata in tutta la storia della liturgia:
«Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia, che talvolta viene addirittura concepita “etsi Deus non daretur”: come se in essa non importasse più se Dio c’è e se ci parla e ci ascolta. Ma se nella liturgia non appare più la comunione della fede, l’unità universale della Chiesa e della sua storia, il mistero del Cristo vivente, dov’è che la Chiesa appare ancora nella sua sostanza spirituale? Allora la comunità celebra solo se stessa, senza che ne valga la pena. E, dato che la comunità in se stessa non ha sussistenza, ma, in quanto unità, ha origine per la fede dal Signore stesso, diventa inevitabile in queste condizioni che si arrivi alla dissoluzione in partiti di ogni genere, alla contrapposizione partitica in una Chiesa che lacera se stessa» (cfr. J. Ratzinger, La mia vita [Titolo originale dell’opera: Aus meinem Leben Erinnerungen 1927-1977], San Paolo, Cinisello Balsamo 1997, pp. 113-115).

Maria Guarini, laureata in teologia ed esperta in Comunicazione e nuove tecnologie, ha diretto per diversi anni la Biblioteca e le Relazioni al Pubblico del Ministero delle Comunicazioni, ha svolto e svolge l’attività di operatore dell’informazione a livello internazionale e da alcuni anni si prodiga per il recupero della Tradizione nella Chiesa. Con questo saggio l’autrice aiuta il lettore a comprendere efficacemente che la liturgia rappresenta lo ius divinum del culto dovuto a Dio, che la Santa Messa è un’opera divina e non umana, mediante la quale Dio santifica il suo popolo: azione del Signore per i credenti e azione del popolo per il suo Signore. Così come per Cristo (Dio-uomo) e per la Chiesa (divina e umana), anche la Sacra Liturgia è nel contempo divina ed umana, realtà visibile e realtà invisibile.
Il cuore del libro, scrive nella prefazione Monsignor Brunero Gherardini, «non è, dunque, ciò di cui il titolo potrebbe indurre l’attesa, vale a dire uno studio più o meno scientificamente condotto sul concetto di liturgia, sul suo contenuto e sulle sue singole parti, ma una serie di riflessioni, non raramente e giustamente critiche circa la situazione di fatto determinatasi sulla scia della “creatività” postconciliare, ma protese alla riconquista del terreno perduto. A tale riguardo non si può far altro che applaudire» (p. 5).
Inoltre Monsignor Gherardini elogia il sano equilibrio che l’autrice distribuisce riccamente nelle sue pagine: la sua fede tradizionalista non è per lei un «paraocchi», ma ci «vede anzi e ci vede bene, tanto se si volge all’indietro, quanto se guarda in avanti (…) Se è vero che liturgia e fissismo non vanno d’accordo, è altrettanto vero che dell’autentica liturgia non è un ottimo interprete né chi sa o preferisce voltarsi soltanto all’indietro, né chi, guardando in avanti, non ha occhi se non per l’ancor confuso domani» (p. 6).

Un altro merito del saggio è la puntuale confutazione di alcuni luoghi comuni che assurdamente continuano ad alimentare la non accoglienza del Rito Romano, codificato da San Pio V e oggi celebrato con il Messale del 1962. Alcuni hanno paura del Vetus Ordo, altri lo considerano un allestimento teatrale. In realtà «non si tratta di una gestualità coreografica, ma di un insieme organico e ben scompaginato di gesti parole e sentimenti cui corrispondono significati profondi e sublimi – certamente non criptici né solo formali per chi vi si accosta con un minimo di interesse e volontà di comprendere – e, soprattutto, si rivolge alle fonti giuste, smettendo di ascoltare i “cattivi maestri”, che stanno rendendo la Chiesa una landa desolata» (p. 107).
La questione della Santa Messa continua ad essere pietra di inciampo, nonostante la sua liberalizzazione, grazie al documento Summorum Pontificum di Benedetto XVI; permane l’azione di boicottaggio nei suoi confronti, di crudele proibizione, emarginazione e persecuzione (vedasi l’emblematico caso dei Francescani dell’Immacolata): nonostante sia reclamata, con amore, da sacerdoti e fedeli, la maggior parte dei vescovi non provano simpatia per questo rito che offre la possibilità di sentirsi davvero cattolici e in un corpo solo: a Roma come nel villaggio sperduto del Kenya o dell’India o della Colombia. Finché non si tornerà a comprendere che il vero celebrante è Cristo (nel sacerdote), Altare, Vittima, Sommo Sacerdote, il quale rivolge a Dio il suo Sacrificio e non al popolo, non si tornerà ad una Fede autentica.
Al centro del rito liturgico non c’è né la Parola, né l’assemblea (come per i Protestanti), ma Gesù, lo sposo di ogni anima e come tale deve essere adorato e glorificato: «Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale?» (Mt 22, 12); «Ti sposerò nella fedeltà» (Os 2, 22).
Gesù continua fedelmente, ogni giorno, a sacrificarsi sull’altare per ciascuna persona, alla quale La Vittima immolata non richiede la partecipazione, come attore di un qualcosa, ma di assistere in umiltà, di raccogliersi, di inginocchiarsi, di contemplare il Calvario e la Croce, Mistero di Amore perfetto della perfetta Trinità.


(Fonte: Cristina Siccardi, Corrispondenza Romana, 1 aprile 2015)
http://www.corrispondenzaromana.it/la-questione-liturgica-a-50-anni-dal-concilio-vaticano-ii-di-maria-guarini/

 

 

Quelli che “l'ideologia gender non esiste” (e scrivono sui giornali cattolici!)

Da un paio d'anni a questa parte, lo sappiamo, moltissimi genitori hanno avuto un brutto risveglio. Hanno scoperto che, a scuola, i loro figli vengono sottoposti a programmi che diffondono l'ideologia di genere; ovviamente senza il loro consenso (informato ma anche no). Con il pretesto di insegnare il rispetto e combattere il bullismo e le discriminazione, ai bambini viene insegnato che il mondo maschile e femminile sono solo una convenzione, per di più cattiva e pericolosa.
La reazione (tardiva, a mio parere) è stata comunque capillare e pugnace. Un buon segno, da un lato; significa che, a differenza di ciò che accade in altri paesi europei, gli italiani ai loro figli ci tengono. Un cattivo segno, dall'altro; perché la scuola è la linea del Piave, e se un concetto viene insegnato a scuola diventa, in pochi anni, patrimonio di tutto il Paese.
Questa reazione non avrebbe potuto passare inosservata e, soprattutto, indisturbata. Come era probabile, in queste ultime settimane sono arrivate diverse prese di posizione contro le reazioni all'ideologia di genere. Queste prese di posizione ruotano intorno a due affermazioni che ricorrono frequentemente.

1. «L'ideologia di genere non esiste»
Il dottor Alberto Pellai, editorialista di Avvenire (clicca qui), ha scritto un post sul suo blog (clicca qui) chiedendo di mobilitarsi contro «l’ideologia di chi è contro l’ideologia del gender», definita «pericolosa e dannosa». Il dottor Pellai racconta che da alcuni mesi, al termine delle sue numerose conferenze, «il dibattito è quasi sempre monopolizzato da persone che appartengono ai movimenti che si oppongono alla diffusione dell’ideologia gender nelle scuole e che lanciano forti allarmi chiedendo ai genitori presenti di fare molta attenzione perché nelle scuole italiane i nostri figli vengono avvicinati da programmi fortemente diseducativi che diffondono l’ideologia gender e che inducono l’omosessualità». L'allarme, scrive Pellai, è isterico e ingiustificato, perché l'ideologia di genere non esiste: «Io non conosco l’ideologia del gender e personalmente come padre di quattro figli io non l’ho mai incontrata sulla mia strada». Risposta che ricorda quella di Jurij Gagarin, astronauta sovietico, il quale disse che Dio non esiste perché nello spazio non l'aveva incontrato.
L'ideologia di genere non esiste, lo dice anche l'Associazione Italiana di Psicologia (clicca qui): «L’AIP ritiene opportuno intervenire per rasserenare il dibattito nazionale sui temi della diffusione degli studi di genere e orientamento sessuale nelle scuole italiane e per chiarire l’inconsistenza scientifica del concetto di «ideologia del gender». Italiani, state sereni: il concetto di “ideologia di genere” non ha consistenza scientifica, lo dice l'Associazione Italiana di Psicologia. «Esistono, al contrario, studi scientifici di genere, meglio noti come Gender Studies che, insieme ai Gay and Lesbian Studies, hanno contribuito in modo significativo alla conoscenza di tematiche di grande rilievo per molti campi disciplinari (dalla medicina alla psicologia, all’economia, alla giurisprudenza, alle scienze sociali)». I Gender Studies sì, che hanno consistenza scientifica: incomprensibili elucubrazioni di donne con evidenti difficoltà nei confronti del genere femminile (Butler, Fireston, Wittig, Rubin...), che hanno pensato bene di risolvere questi loro problemi personali dichiarando che il mondo si è sbagliato per millenni, e che i generi sessuali vanno semplicemente aboliti perché provocano loro disagio (Fedro ha mirabilmente dipinto questo atteggiamento nella favola La volpe e l'uva).
L'ideologia di genere non esiste, lo dice anche la rivista Wired (clicca qui): è solo «un’espressione usata dai cattolici (più conservatori) e dalla destra più reazionaria per gridare "al lupo al lupo" e creare consenso intorno a posizioni sessiste e omofobe». Chiaro, no? L'ideologia di genere è uno spauracchio e, probabilmente, Judith Butler è uno pseudonimo del cardinale Bagnasco.

2. «Gli Stereotipi di genere sono dannosi»
Se per il dottor Pellai non esiste l'ideologia di genere, esistono invece gli «stereotipi di genere», ossia «quei condizionamenti educativi per cui alle nostre figlie viene insegnato che per avere successo come femmine conviene mostrarsi "ammiccanti, disponibili, magari anche molto sexy" e ai nostri figli maschi viene invece insegnato che mostrarsi machi, insensibili e potenti è il miglior modo per appropriarsi della loro identità di genere». Per aiutare i bambini a liberarsi dagli stereotipi di genere che li affliggono, il dottor Pellai ha scritto un libro destinato alle scuole.
Il libro del dottor Pellai non è l'unico strumento che le scuole hanno per combattere gli stereotipi di genere; esistono anche dei programmi appositi, ad esempio «Non sono una principessa. Educare al genere attraverso la lettura». Nella presentazione di questo programma si chiarisce che le «immagini stereotipate sono mutilanti per le bambine ma anche per i maschietti. La simmetria vuole, infatti, che se i maschi sono attivi e coraggiosi, le femmine non possono che essere passive e timide. Se le bambine sono affettuose e sensibili, ai maschi non rimane che essere violenti».
In sostanza, vediamo i ruoli di genere ridotti a ridicole macchiette: la femminilità consiste nel «mostrarsi ammiccanti, disponibili, magari anche molto sexy»; la virilità nel «mostrarsi machi, insensibili» e nell'essere violenti (del resto, «ai maschi non rimane altro che»). È il famosissimo artificio retorico detto “dell'uomo di paglia” o dello “spaventapasseri”: consiste nel rappresentare in modo caricaturale le argomentazioni dell'avversario in modo da confutarle facilmente. Le specificità femminili e maschili vengono ridotte a odiose caricature (gli uomini machi violenti, le donne ammiccanti e disponibili) che nessuno potrebbe condividere.
A questo punto non resta che condurre una battaglia di civiltà, e combattere questi dannosi e ridicoli stereotipi a partire dalla scuola, con opportuni programmi educativi; magari senza avvisare i genitori, perché sono loro a perpetuare quei malefici «condizionamenti educativi».
Va da sé che: separare la parte biologica della sessualità da quella psicologica, sociale e relazionale; definire quest'ultima come mero condizionamento culturale ed educativo; rappresentarla in modo grottesco e caricaturale al fine di eliminarla dalla società; inserire nelle scuole (senza il consenso dei genitori) programmi che abbiano questo fine, tutto questo è, precisamente quello che viene chiamato “ideologia di genere” (che, quindi, esiste eccome).
Opporsi all'ideologia di genere non significa sostenere che i maschi debbono essere violenti e le femmine sessualmente disponibili. Significa rifarsi ad una antropologia leggermente più ricca, che fa riferimento – ad esempio – a questi testi:

- SEGRETERIA DI STATO, Dichiarazione riguardante l'interpretazione del termine «genere», 15 settembre 1995
- PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA FAMIGLIA, Famiglia, Matrimonio e «unione di fatto», 26 luglio 2000,  
- CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla collaborazione dell'uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo, 31 maggio 2004 
- BENEDETTO XVI, Discorso del santo padre Benedetto XVI alla curia romana in occasione della presentazione degli auguri natalizi, 22 dicembre 2008 
- PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA FAMIGLIA, Lexicon. Termini ambigui e discussi su famiglia vita e questioni etiche, Edizioni Dehoniane Bologna, Bologna 2003, 2006.
- BENEDETTO XVI, Discorso del santo padre Benedetto XVI alla curia romana in occasione della presentazione degli auguri natalizi, 21 dicembre 2012  (cfr. http://www.lanuovabq.it/it/articoli-ideologia-del-gender-grave-minaccia-per-la-chiesa-5455.htm).
- Lettera Episcopato Polacco


(Fonte: Roberto Marchesini, La nuova bussola quotidiana, 30 marzo 2015)
http://www.lanuovabq.it/it/articoli-quelli-che-lideologia-gender-non-esistee-scrivono-sui-giornali-cattolici-12222.htm?fb_action_ids=10205222486995667&fb_action_types=og.shares&fb_source=other_multiline&action_object_map=%5B728538690593209%5D&action_type_map=%5B%22og.shares%22%5D&action_ref_map=%5B%5D#.VRkL4PlbiH5.facebook
 

giovedì 26 marzo 2015

Le nozze gay fanno bene agli affari e alle aziende. Lo dicono in America...

Ad oggi negli Usa sono 37 gli Stati che riconoscono i “matrimoni” tra persone dello stesso sesso. Ne mancano all’appello ancora 13. Per far rientrare in classe questi Stati ritardatari dopo che la campanella gender è suonata da un pezzo, 379 aziende statunitensi hanno sottoscritto una petizione indirizzata alla Corte Suprema, petizione che si accompagna alla vertenza Obergefell v. Hodges. La richiesta di queste multinazionali è semplice: i giudici dell’Alta corte devono riconoscere la legittimità delle “nozze” gay. In tal modo gli Stati che si attardano nel riconoscere il diritto di coniugio alle coppie omosessuali potranno essere dichiarati fuori legge. Si attende risposta verso il 28 aprile.
Tra le aziende firmatarie dell’appello troviamo Amazon, Apple, AT&T, Cablevision, Cisco, Citugroup, Coca-Cola Company, Cloudflare, Comcast, Cox, DirecTV, Dropbox, eBay, EA, Facebook, Google, Groupon, HP, Intel, IBM, Intuit, Microsoft, Orbitz, KPMG, McKinsey &
Company, Pfizer, Pandora, Qualcomm, Twitter, Verizon e Zynga. Insomma colossi non del calibro del Paradiso della Brugola, ferramenta resa celebre dal trio Aldo, Giovanni e Giacomo.
I ceo (Chief Executive Officer) di queste multinazionali non la buttano tanto sul piano giuridico, mettendo l’accento sulla discriminazione, l’omofobia etc. e nemmeno su quello culturale e sociale. Giocano invece la loro carta sul tavolo economico.
«L’attuale quadro legale sui matrimoni tra persone dello stesso sesso», scrivono, «è confuso e comporta oneri significativi per i datori di lavoro e per i loro dipendenti, rendendo spesso difficile portare avanti l’attività lavorativa».
Da una parte si lamenta il fatto che sul piano burocratico è difficile gestire alcuni dipendenti omosessuali “sposati” rispettando la normativa di un certo Stato gay friendly e nello Stato accanto cambiare completamente le regole per i propri dipendenti perché il “matrimonio” gay non è previsto. Oltre a questo ci sarebbero anche altri problemoni: una transumanza di dipendenti omosessuali dagli Stati che non permettono le “nozze” tra persone dello stesso sesso a quelli in cui questo è permesso e la difficoltà di attrarre nuovi talenti di orientamento omosessuale laddove la legislazione fosse orba delle “nozze” gay.
Da qui due domande semplici semplici: ma quanti sono i dipendenti omosessuali? E chi lo dice che omosessualità fa rima con talento? Comunque sia, il nocciolo della lettera è il seguente: i giudici si sbrighino a licenziare il “matrimonio” omo altrimenti saranno i lavoratori a licenziarsi per andare a lavorare laddove è possibile “sposarsi”, perché «oltre il settanta per cento degli americani vive in uno Stato che celebra e riconosce i matrimoni omosessuali». Ovviamente le motivazioni addotte sono oziose e battono quella sul sesso degli angeli (che tra l’altro in casa cattolica mai è avvenuta).
Il 70% degli americani vivrà pure dove i fiori d’arancio possono tingersi dei colori arcobaleno, ma il 70% degli americani non è certo a favore delle bomboniere gay.
Infatti, i “matrimoni” omo sono divenuti legittimi ad opera di uno sparuto gruppo di giudici. É la solita operazione tecnocratica: pochi soggetti dotati di ampio potere impongono una visione propria di una certa lobby. Poco importa che la Costituzione americana, vergata 215 anni fa, curiosamente non prevedesse il “matrimonio” omosessuale, poco importa che la competenza su questa materia forse è statale e non federale, poco importa che se lo Stato X apre le porte ai coniugi gay ciò non comporta che debba farlo anche lo Stato Y. Sottigliezze da superare, perché il business è business. E in effetti è tutta questione di dollari. Non per le motivazioni farlocche rese pubbliche dal gruppo dei 379 saggi, bensì per altre che però hanno sempre un’incidenza sui grafici dell’andamento in Borsa di queste multinazionali.
Il problema sta, infatti, nell’esistenza di un Regolamento del Campo di Prigionia Etero non scritto ma comunque vigente, campo di prigionia in cui ci troviamo tutti, volenti o nolenti.
All’articolo 1 leggiamo che l’azienda che non si allinea al credo omosessualista vedrà boicottati i suoi prodotti. Vedi tra i molti il caso Barilla e quello più recente Dolce & Gabbana.
L’articolo 2 ci ammonisce che non fare l’impossibile per appoggiare le rivendicazioni dei gay significa ostacolarle in tutti i modi e quindi essere omofobi e dunque passibili di sanzioni giuridiche.
L’articolo 3 ricorda che tutti hanno degli scheletri negli armadi, pure i ceo di queste imprese. E dunque se non volete, cari amministratori delegati, che le foto di scappatelle etero o omo vengano date in pasto alla stampa, piegatevi alle richieste delle lobby gay.
L’articolo 4 comanda che queste regole siano rispettate da tutti, nessuno escluso. E questo si chiama totalitarismo.
 

(Fonte: Tommaso Scandroglio, La nuova bussola quotidiana, 26 marzo 2015)
http://www.lanuovabq.it/it/articoli-le-nozze-gay-fanno-bene-agli-affari-e-alle-aziende-lo-dicono-in-america-sara-cosi-anche-da-noi-12173.htm
 

Prendersi per mano durante il padre nostro?

La pratica di prendersi per mano al momento di recitare il Padre Nostro deriva dal mondo protestante. Il motivo è che i protestanti, non avendo la Presenza Reale di Cristo, ovvero non avendo una comunione reale e valida che li unisca tra loro e con Dio, considerano il gesto di prendersi per mano un momento di comunione nella preghiera comunitaria.
Noi nella Messa abbiamo due momenti importanti: la Consacrazione e la Comunione. È lì – nella Messa – che risiede la nostra unità, è lì che ci uniamo a Cristo e in Cristo mediante il sacerdozio comune dei fedeli; il prendersi per mano è ovviamente una distrazione da questo. Noi cattolici ci uniamo nella Comunione, non quando ci prendiamo per mano.
Nell'Istruzione Generale del Messale Romano non c'è nulla che indichi che la pratica di prendersi per mano vada effettuata. Nella Messa ogni gesto è regolato dalla Chiesa e dalle sue rubriche.
È per questo che abbiamo parti particolari della Messa in cui inginocchiamo, parti in cui ci alziamo, altre in cui ci sediamo ecc., e non c'è alcuna menzione nelle rubriche che parli del fatto che dobbiamo prenderci mano al momento di recitare il Padre Nostro.
Si deve quindi evitare questa pratica durante la celebrazione della Messa. Se qualcuno vuole farlo può (a mo' di eccezione) con qualcuno di assoluta fiducia, senza forzare nessuno, senza dar fastidio a nessuno e senza volere che questa pratica diventi una norma liturgica per tutti.
Bisogna tener conto del fatto che non tutti vogliono prendere la mano del vicino, e cercare di imporlo è qualcosa che va a detrimento della preghiera, della pietà e del raccoglimento.
Un'altra cosa molto diversa è la preghiera comunitaria al di fuori della Messa; quando si recita fuori dalla Messa non c'è alcuna opposizione se si prende la mano di qualcuno, perché è un gesto emotivo e simbolico.
Questo, come altri atteggiamenti, non è altro che l'esaltazione del sentimento. L'essere in comunione con qualcuno non consiste tanto nel prendere qualcuno per mano quando si recita il Padre Nostro, ma nel fatto di essere confessato, di essere in stato di grazia e soprattutto nell'essere preparato all'Eucaristia.
Se il gesto di prendersi la mano fosse necessario o importante o conveniente per tutta la Chiesa, i vescovi o le Conferenze Episcopali avrebbero inviato già da molto tempo una richiesta a Roma perché questa pratica venisse impiantata. Non lo hanno fatto, né credo che lo faranno mai.
Un'altra cosa che vedo molto quando si recita il Padre Nostro è che la gente alza le mani come fa il sacerdote. Nemmeno questo va bene, perché non spetta ai laici durante la Messa compiere gesti riservati al sacerdote o pronunciare le parole o le preghiere del sacerdote confondendo il sacerdozio comune con il sacerdozio ministeriale.
Solo i sacerdoti stendono le mani, e la cosa migliore è che i fedeli restino o preghino con le mani giunte perché la fede interiore è ciò che conta, è quello che Dio vede.
I gesti esterni nella Santa Messa da parte dei sacerdoti servono a far sì che i fedeli – in primo luogo – vedano che il sacerdote è l'uomo designato che intercede per loro.
Stendere le braccia nella preghiera era già abituale nella Chiesa delle origini, ma nel contesto di un circolo di preghiera, o nella preghiera in privato o in un altro incontro non liturgico.
I gesti nella Messa sono precisi sia nel sacerdote che per i fedeli; ciascuno fa i propri e i fedeli non devono copiare quelli dei sacerdoti. I gesti dei fedeli nella Messa sono le loro risposte, il loro canto, le loro posizioni.
Sia prendere la mano di qualcuno che alzare le mani recitando il Padre Nostro sono, nei fedeli, pratiche non liturgiche, che pur non essendo esplicitamente proibite nel Messale non corrispondono nemmeno a una sana liturgia.
I fedeli non devono ripetere né con parole né con azioni ciò che dice e fa il sacerdote la cui funzione è presiedere l'assemblea liturgica.
 

(Fonte: Henry Vargas Holguín, Bastabugie n. 384)
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3580

 

venerdì 20 marzo 2015

Il passo doppio del papa argentino

Perfettamente aderente alla tradizione quando parla di aborto, divorzio, omosessualità. Ma anche aperto a cambiamenti nella dottrina e nella prassi. Un'antologia che accresce il mistero

Tra le molte cose che papa Francesco dice ve ne sono alcune che non guadagnano quasi mai le prime pagine dei giornali. E se talvolta ci riescono vengono subito spazzate via da altri titoli di segno opposto e vincente.
È ciò che accade ogni volta in cui egli parla da "figlio della Chiesa" – come ama definirsi – e da fedele testimone della tradizione su questioni tipo la contraccezione, l'aborto, il divorzio, il matrimonio omosessuale, l'ideologia del "gender", l'eutanasia.
Su tali questioni papa Francesco non tace affatto. E quando ne parla, molto più spesso di quanto si creda, non si distacca di un millimetro da quanto dissero prima di lui Paolo VI, Giovanni Paolo II o Benedetto XVI.
Eppure, nell'opinione dominante, sia laica che cattolica, questo papa passa per colui che innova, che cambia i paradigmi, che rompe con i dogmi del passato, anche e soprattutto sulle questioni di vita e di morte che furono la croce dei suoi predecessori.
Più sotto è riportata in ordine cronologico un'antologia degli interventi di papa Jorge Mario Bergoglio sulle questioni sopra indicate, dalla fine del sinodo dello scorso ottobre a oggi.
Sono ventuno interventi in meno di cinque mesi. Alcuni molto polemici con lo "spirito del tempo". Tutti perfettamente in linea con la dottrina tradizionale della Chiesa. L'ultimo getta molta acqua sul fuoco anche riguardo alle aspettative di cambiamento in campo matrimoniale, aspettative definite da papa Francesco "desmesuradas", smisurate.
La novità di questo pontificato è che accanto a queste riaffermazioni della dottrina di sempre esso dà libero corso a dottrine e pratiche pastorali di segno diverso e talora opposto.
Un'altra novità non meno importante è che questa discordia di voci è prodotta dall'interno stesso della gerarchia cattolica e persino da altre parole dello stesso papa assunte ad emblema del cambiamento, a partire da quel "Chi sono io per giudicare?" che è ormai diventato universalmente il marchio identificativo di questo pontificato.
Avviene così che un cardinale del peso di Reinhard Marx dica tranquillamente in una recente conferenza stampa, a nome della Chiesa tedesca e a proposito della comunione ai divorziati risposati:
"Noi non siamo una filiale di Roma. Ogni conferenza episcopale è responsabile per la pastorale all'interno della propria sfera. Non possiamo aspettare fino a quando un sinodo ci dirà come dobbiamo comportarci qui sul matrimonio e la pastorale familiare".
Avviene che un arcivescovo come l'italiano Giuseppe Casale arrivi ad ammettere l'aborto, come ha fatto in un'intervista a "Il Regno" sulla riforma della Chiesa "nella linea di papa Francesco":
"Per l'inizio della vita dobbiamo approfondire quando c'è vita umana, la persona, senza attestarci su posizioni preconcette, perché la scienza potrebbe aprirci prospettive nuove".
Avviene che il mutamento di paradigma nel giudizio della Chiesa sull'omosessualità sia già di fatto largamente acquisito e volto in positivo, visto il numero senza precedenti di ecclesiastici omosessuali che occupano in curia posti di rilievo e a contatto ravvicinato col papa.
Anche per questo fanno tanta impressione gli interventi di Francesco riprodotti qui di seguito, tutti così "tradizionali".
È qui l'enigma di questo pontificato. Descritto così da padre Federico Lombardi sulla rivista dei gesuiti "Popoli":
"Quello di Francesco non è un disegno organico alternativo, è piuttosto un mettere in moto una realtà complessa come la Chiesa. È una Chiesa in cammino. Lui non impone la sua visione e il suo modo di agire. Chiede e ascolta i diversi pareri. Non sa dove si andrà: si affida allo Spirito Santo".
 
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PAPA FRANCESCO SU ABORTO, DIVORZIO, CONTRACCEZIONE, EUTANASIA, OMOSESSUALITÀ.
Tutti i suoi interventi dopo il sinodo dello scorso ottobre
 
1. Dalla risposta a una domanda durante l'incontro con il movimento apostolico Schoenstatt, 25 ottobre 2014:
Penso che la famiglia cristiana, la famiglia, il matrimonio, non siano mai stati tanto attaccati come in questo momento. Attaccati direttamente o attaccati di fatto. Può essere che mi sbagli, gli studiosi della Chiesa ce lo potranno dire. Ma che la famiglia sia colpita, e che la famiglia venga imbastardita… Si può chiamare famiglia tutto? No. Quante famiglie sono ferite, quanti matrimoni rotti, quanto relativismo nella concezione del sacramento del matrimonio! In questo momento, da un punto di vista sociologico e dal punto di vista dei valori umani, come del sacramento cattolico, del sacramento cristiano, c’è una crisi della famiglia, crisi perché la bastonano da tutte le parti e la lasciano molto ferita!
 
2. Dal discorso all’associazione dei medici cattolici Italiani, 15 novembre 2014:
Il pensiero dominante propone a volte una "falsa compassione": quella che ritiene sia un aiuto alla donna favorire l’aborto, un atto di dignità procurare l’eutanasia, una conquista scientifica "produrre" un figlio considerato come un diritto invece di accoglierlo come dono; o usare vite umane come cavie di laboratorio per salvarne presumibilmente altre. […] La fedeltà al Vangelo della vita e al rispetto di essa come dono di Dio, a volte richiede scelte coraggiose e controcorrente che, in particolari circostanze, possono giungere all’obiezione di coscienza. E a tante conseguenze sociali che tale fedeltà comporta. Noi stiamo vivendo un tempo di sperimentazioni con la vita, ma uno sperimentare male. Fare figli invece di accoglierli come dono. Giocare con la vita.
Siate attenti, perché questo è un peccato contro il Creatore: contro Dio Creatore, che ha creato le cose così. Tante volte nella mia vita di sacerdote ho sentito obiezioni. "Ma, dimmi, perché la Chiesa si oppone all’aborto? È un problema religioso?" – "No, no, non è un problema religioso". – "È un problema filosofico?" – "No, non è un problema filosofico. È un problema scientifico, perché lì c’è una vita umana e non è lecito fare fuori una vita umana per risolvere un problema". – "Ma no, il pensiero moderno…" – "Ma senti, nel pensiero antico e nel pensiero moderno, la parola uccidere significa lo stesso!".
Lo stesso vale per l’eutanasia. Tutti sappiamo che con tanti anziani, in questa cultura dello scarto, si fa questa eutanasia nascosta. Ma, anche c’è l’altra. E questo è dire a Dio: "No, la fine della vita la faccio io, come io voglio". Peccato contro Dio Creatore. Pensate bene a questo.
 
3. Dal discorso al colloquio internazionale sulla complementarietà tra uomo e donna promosso dalla congregazione per la dottrina della fede, 17 novembre 2014:
Occorre insistere sui pilastri fondamentali che reggono una nazione: i suoi beni immateriali. La famiglia rimane al fondamento della convivenza e la garanzia contro lo sfaldamento sociale. I bambini hanno il diritto di crescere in una famiglia, con un papà e una mamma, capaci di creare un ambiente idoneo al loro sviluppo e alla loro maturazione affettiva. Per questa ragione, nell’esortazione apostolica "Evangelii gaudium", ho posto l’accento sul contributo "indispensabile" del matrimonio alla società, contributo che "supera il livello dell’emotività e delle necessità contingenti della coppia". […]
In questi giorni, mentre rifletterete sulla complementarietà tra uomo e donna, vi esorto a dare risalto a un’altra verità riguardante il matrimonio: che cioè l’impegno definitivo nei confronti della solidarietà, della fedeltà e dell’amore fecondo risponde ai desideri più profondi del cuore umano. Pensiamo soprattutto ai giovani che rappresentano il futuro: è importante che essi non si lascino coinvolgere dalla mentalità dannosa del provvisorio e siano rivoluzionari per il coraggio di cercare un amore forte e duraturo, cioè di andare controcorrente: si deve fare questo.
Su questo vorrei dire una cosa: non dobbiamo cadere nella trappola di essere qualificati con concetti ideologici. La famiglia è un fatto antropologico, e conseguentemente un fatto sociale, di cultura, ecc. Noi non possiamo qualificarla con concetti di natura ideologica, che hanno forza soltanto in un momento della storia, e poi decadono. Non si può parlare oggi di famiglia conservatrice o famiglia progressista: la famiglia è famiglia! Non lasciatevi qualificare da questo o da altri concetti di natura ideologica. La famiglia ha una forza in sé.
> Testo integrale
 
4. Dal discorso al parlamento europeo di Strasburgo, 25 novembre 2014:
Da più parti si ricava un’impressione generale di stanchezza e di invecchiamento, di un’Europa nonna e non più fertile e vivace. […] Si constata con rammarico un prevalere delle questioni tecniche ed economiche al centro del dibattito politico, a scapito di un autentico orientamento antropologico. L’essere umano rischia di essere ridotto a semplice ingranaggio di un meccanismo che lo tratta alla stregua di un bene di consumo da utilizzare, così che – lo notiamo purtroppo spesso – quando la vita non è funzionale a tale meccanismo viene scartata senza troppe remore, come nel caso dei malati, dei malati terminali, degli anziani abbandonati e senza cura, o dei bambini uccisi prima di nascere.
È il grande equivoco che avviene quando prevale l’assolutizzazione della tecnica, che finisce per realizzare una confusione fra fini e mezzi. Risultato inevitabile della cultura dello scarto e del consumismo esasperato. Al contrario, affermare la dignità della persona significa riconoscere la preziosità della vita umana, che ci è donata gratuitamente e non può perciò essere oggetto di scambio o di smercio.
 
5. Dal messaggio ai partecipanti al Festival della famiglia di Riva del Garda, 5 dicembre 2014:
Il preoccupante andamento demografico richiede, da parte di tutti i soggetti interessati, una straordinaria e coraggiosa strategia in favore delle famiglie. Da qui può iniziare anche un rilancio economico per il Paese.
 
6. Dal messaggio "urbi et orbi" nella solennità del Natale, 25 dicembre 2014:
Il mio pensiero va a tutti i bambini oggi uccisi e maltrattati, sia a quelli che lo sono prima di vedere la luce, privati dell’amore generoso dei loro genitori e seppelliti nell’egoismo di una cultura che non ama la vita; sia a quei bambini sfollati a motivo delle guerre e delle persecuzioni, abusati e sfruttati sotto i nostri occhi e il nostro silenzio complice; e ai bambini massacrati sotto i bombardamenti, anche là dove il figlio di Dio è nato. Ancora oggi il loro silenzio impotente grida sotto la spada di tanti Erode. Sopra il loro sangue campeggia oggi l’ombra degli attuali Erode. Davvero tante lacrime ci sono in questo Natale insieme alle lacrime di Gesù Bambino!
 
7. Dal discorso all'associazione italiana delle famiglie numerose, 28 dicembre 2014:
Cari genitori, vi sono grato per l’esempio di amore alla vita, che voi custodite dal concepimento alla fine naturale, pur con tutte le difficoltà e i pesi della vita, e che purtroppo le pubbliche istituzioni non sempre vi aiutano a portare. Giustamente voi ricordate che la costituzione Italiana, all’articolo 31, chiede un particolare riguardo per le famiglie numerose; ma questo non trova adeguato riscontro nei fatti. Resta nelle parole. Auspico quindi, anche pensando alla bassa natalità che da tempo si registra in Italia, una maggiore attenzione della politica e degli amministratori pubblici, ad ogni livello, al fine di dare il sostegno previsto a queste famiglie. Ogni famiglia è cellula della società, ma la famiglia numerosa è una cellula più ricca, più vitale, e lo Stato ha tutto l’interesse a investire su di essa!
 
8. Dal messaggio per la XXIII giornata mondiale del malato, reso pubblico il 30 dicembre 2014:
Chiediamo con viva fede allo Spirito Santo che ci doni la grazia di comprendere il valore dell’accompagnamento, tante volte silenzioso, che ci porta a dedicare tempo a queste sorelle e a questi fratelli, i quali, grazie alla nostra vicinanza e al nostro affetto, si sentono più amati e confortati. Quale grande menzogna invece si nasconde dietro certe espressioni che insistono tanto sulla "qualità della vita", per indurre a credere che le vite gravemente affette da malattia non sarebbero degne di essere vissute!
 
9. Dal discorso ai membri del corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 12 gennaio 2015:
La famiglia stessa è non di rado fatta oggetto di scarto, a causa di una sempre più diffusa cultura individualista ed egoista che rescinde i legami e tende a favorire il drammatico fenomeno della denatalità, nonché di legislazioni che privilegiano diverse forme di convivenza piuttosto che sostenere adeguatamente la famiglia per il bene di tutta la società.
 
10. Dal discorso alle autorità e al corpo diplomatico nel palazzo presidenziale di Manila, 16 gennaio 2015:
Le famiglie hanno un’indispensabile missione nella società. È nella famiglia che i bambini vengono cresciuti nei valori sani, negli alti ideali e nella sincera attenzione agli altri. Ma come tutti i doni di Dio, la famiglia può anche essere sfigurata e distrutta. Essa ha bisogno del nostro appoggio. Sappiamo quanto sia difficile oggi per le nostre democrazie preservare e difendere tali valori umani fondamentali, come il rispetto per l’inviolabile dignità di ogni persona umana, il rispetto dei diritti di libertà di coscienza e di religione, il rispetto per l’inalienabile diritto alla vita, a partire da quella dei bimbi non ancora nati fino quella degli anziani e dei malati. Per questa ragione, famiglie e comunità locali devono essere incoraggiate e assistite nei loro sforzi di trasmettere ai nostri giovani i valori e la visione capaci di aiutare a promuovere una cultura di onestà – tale da onorare bontà, sincerità, fedeltà e solidarietà, come solide basi e collante morale che mantenga unita la società.
 
11. Dal discorso alle famiglie nel “Mall of Asia Arena” di Manila, 16 gennaio 2015:
Stiamo attenti alle nuove colonizzazioni ideologiche che cercano di distruggere la famiglia. Non nascono dal sogno, dalla preghiera, dall’incontro con Dio, dalla missione che Dio ci dà, vengono da fuori e per questo dico che sono colonizzazioni. […] Così come i nostri popoli, in un momento della loro storia, arrivarono alla maturità di dire "no" a qualsiasi colonizzazione politica, come famiglie dobbiamo essere molto molto sagaci, molto abili, molto forti, per dire "no" a qualsiasi tentativo di colonizzazione ideologica della famiglia, e chiedere a san Giuseppe, che è amico dell’Angelo, che ci mandi l’ispirazione di sapere quando possiamo dire "sì" e quando dobbiamo dire "no".
I pesi che gravano sulla vita della famiglia oggi sono molti. […] Mentre fin troppe persone vivono in estrema povertà, altri vengono catturati dal materialismo e da stili di vita che annullano la vita familiare e le più fondamentali esigenze della morale cristiana. Queste sono le colonizzazioni ideologiche. La famiglia è anche minacciata dai crescenti tentativi da parte di alcuni per ridefinire la stessa istituzione del matrimonio mediante il relativismo, la cultura dell’effimero, una mancanza di apertura alla vita.
Penso al Beato Paolo VI. In un momento in cui si poneva il problema della crescita demografica, ebbe il coraggio di difendere l’apertura alla vita nella famiglia. Lui conosceva le difficoltà che c’erano in ogni famiglia, per questo nella sua enciclica "Humanae vitae" era molto misericordioso verso i casi particolari, e chiese ai confessori che fossero molto misericordiosi e comprensivi con i casi particolari. Però lui guardò anche oltre: guardò i popoli della terra, e vide questa minaccia della distruzione della famiglia per la mancanza dei figli. Paolo VI era coraggioso, era un buon pastore e mise in guardia le sue pecore dai lupi in arrivo. Che dal cielo ci benedica. […]
Ogni minaccia alla famiglia è una minaccia alla società stessa. Il futuro dell’umanità, come ha detto spesso san Giovanni Paolo II, passa attraverso la famiglia. Dunque, custodite le vostre famiglie! Proteggete le vostre famiglie! Vedete in esse il più grande tesoro della vostra nazione e nutritele sempre con la preghiera e la grazia dei sacramenti. Le famiglie avranno sempre le loro prove, non hanno bisogno che gliene aggiungiate altre! Invece, siate esempi di amore, perdono e attenzione. Siate santuari di rispetto per la vita, proclamando la sacralità di ogni vita umana dal concepimento fino alla morte naturale. Che grande dono sarebbe per la società se ogni famiglia cristiana vivesse pienamente la sua nobile vocazione!
 
12. Dall'omelia della messa nel Rizal Park di Manila, 18 gennaio 2015:
Quando il Cristo Bambino venne in questo mondo, la sua stessa vita si trovò minacciata da un re corrotto. Gesù stesso si trovò nella necessità di venire protetto. Egli ha avuto un protettore sulla terra: san Giuseppe. Ha avuto una famiglia qui sulla terra: la santa famiglia di Nazaret. In tal modo egli ci ricorda l’importanza di proteggere le nostre famiglie e quella più grande famiglia che è la Chiesa, la famiglia di Dio, e il mondo, la nostra famiglia umana. Oggi purtroppo la famiglia ha bisogno di essere protetta da attacchi insidiosi e da programmi contrari a tutto quanto noi riteniamo vero e sacro, a tutto ciò che nella nostra cultura è più nobile e bello.
 
13. Dalla conferenza stampa sul volo di ritorno dalle Filippine a Roma, 19 gennaio 2015:
D. – Nell’incontro che ha avuto con le famiglie ha parlato della "colonizzazione ideologica". Ci potrebbe spiegare un po’ meglio il concetto? Poi si è riferito a papa Paolo VI, parlando dei casi particolari che sono importanti nella pastorale delle famiglie. Ci può fare alcuni esempi e magari dire anche se c’è bisogno di aprire le strade, di allargare il corridoio di questi casi particolari?
R. – La colonizzazione ideologica: dirò soltanto un esempio, che ho visto io. Vent’anni fa, nel 1995, una ministro dell’istruzione pubblica aveva chiesto un grosso prestito per la costruzione di scuole per i poveri. Le hanno dato il prestito a condizione che nelle scuole ci fosse un libro per i bambini di un certo grado di scuola. Era un libro di scuola, un libro preparato bene didatticamente, dove si insegnava la teoria del "gender". Questa donna aveva bisogno dei soldi del prestito, ma quella era la condizione. Furba, ha detto di sì e ha fatto fare anche un altro libro e li ha dati tutti e due, e così è riuscita… Questa è la colonizzazione ideologica: entrano in un popolo con un’idea che non ha niente a che fare col popolo; […] e colonizzano il popolo con un’idea che cambia o vuol cambiare una mentalità o una struttura. Durante il sinodo i vescovi africani si lamentavano di questo, che è lo stesso che per certi prestiti si impongano certe condizioni. […] Ma non è una novità questa. Lo stesso hanno fatto le dittature del secolo scorso. Sono entrate con la loro dottrina. Pensate ai Balilla, pensate alla Gioventù Hitleriana... Hanno colonizzato il popolo, volevano farlo. Ma quanta sofferenza! I popoli non devono perdere la libertà. Il popolo ha la sua cultura, la sua storia. […] Queste sono le colonizzazioni ideologiche. C’è un libro […] scritto nel 1907 a Londra. […] Si chiama "Lord of the World". L’autore è Benson, vi consiglio di leggerlo. Leggendolo capirete bene quello che voglio dire con colonizzazione ideologica. Questa è la prima domanda.
La seconda: che volevo dire di Paolo VI? È certo che l’apertura alla vita è condizione del sacramento del matrimonio. Un uomo non può dare il sacramento alla donna e la donna darlo all’uomo se non sono d’accordo su questo punto, di essere aperti alla vita. A tal punto che, se si può provare che questo o questa si è sposato con l’intenzione di non essere aperto alla vita, quel matrimonio è nullo. […] Paolo VI ha studiato questo con una commissione, come fare per aiutare tanti casi, tanti problemi, problemi importanti che fanno l’amore della famiglia. Problemi di tutti i giorni. Tanti, tanti… Ma c’era qualcosa di più. Il rifiuto di Paolo VI non era rivolto ai problemi personali, sui quali dirà poi ai confessori di essere misericordiosi e capire le situazioni e perdonare o essere misericordiosi, comprensivi. Lui guardava al neo-malthusianismo universale che era in corso. E come si riconosce questo neo-malthusianismo? È il meno dell’1 per cento di natalità in Italia, lo stesso in Spagna. Quel neo-malthusianismo che cercava un controllo dell’umanità da parte delle potenze. Questo non significa che il cristiano deve fare figli in serie. Io ho rimproverato alcuni mesi fa una donna in una parrocchia perché era incinta dell’ottavo dopo sette cesarei. "Ma lei vuole lasciare sette orfani?". Questo è tentare Dio. Si parla di paternità responsabile. Quella è la strada: la paternità responsabile. Ma quello che io volevo dire era che Paolo VI non ha avuto una visione arretrata, chiusa. No, è stato un profeta, che con questo ci ha detto: guardatevi dal neo-malthusianismo che è in arrivo. Questo volevo dire. […]
D. – La maggioranza dei filippini pensa che la crescita enorme della popolazione è una delle ragioni più importanti della povertà enorme del paese, e nella media una donna nelle filippine partorisce più di tre bambini nella sua vita, e la posizione cattolica nei riguardi della contraccezione sembra essere una delle poche questioni su cui un grande numero della gente nelle Filippine non sia d’accordo con la Chiesa. Che cosa ne pensa?
R. – Io credo che il numero di tre per famiglia, che lei menziona, secondo quello che dicono i tecnici, è importante per mantenere la popolazione. Tre per coppia. Quando si scende sotto questo livello, accade l’altro estremo, come ad esempio in Italia, dove ho sentito – non so se è vero – che nel 2024 non ci saranno i soldi per pagare i pensionati. Il calo della popolazione. Per questo la parola-chiave per rispondere è quella che usa la Chiesa sempre, anch’io: è “paternità responsabile”. Come si fa questo? Col dialogo. Ogni persona, col suo pastore, deve cercare come fare questa paternità responsabile. Quell’esempio che ho menzionato poco fa, di quella donna che aspettava l’ottavo e ne aveva sette nati col cesareo: questa è una irresponsabilità. “No, io confido in Dio”. “Ma guarda, Dio ti dà i mezzi, sii responsabile”. Alcuni credono che – scusatemi la parola – per essere buoni cattolici dobbiamo essere come conigli. No. Paternità responsabile. Questo è chiaro e per questo nella Chiesa ci sono i gruppi matrimoniali, ci sono gli esperti in questo, ci sono i pastori, e si cerca. E io conosco tante e tante soluzioni lecite che hanno aiutato per questo. Ma ha fatto bene a dirmelo. È anche curiosa un’altra cosa, che non ha niente a che vedere ma che è in relazione con questo. Per la gente più povera un figlio è un tesoro. È vero, si dev’essere anche qui prudenti. Ma per loro un figlio è un tesoro. Dio sa come aiutarli. Forse alcuni non sono prudenti in questo, è vero. Paternità responsabile. Ma bisogna guardare anche la generosità di quel papà e di quella mamma che vedono in ogni figlio un tesoro.
 
14. Dall'udienza generale di mercoledì 21 gennaio 2015:
Le famiglie sane sono essenziali alla vita della società. Dà consolazione e speranza vedere tante famiglie numerose che accolgono i figli come un vero dono di Dio. Loro sanno che ogni figlio è una benedizione. Ho sentito dire da alcuni che le famiglie con molti figli e la nascita di tanti bambini sono tra le cause della povertà. Mi pare un’opinione semplicistica. Posso dire, possiamo dire tutti, che la causa principale della povertà è un sistema economico che ha tolto la persona dal centro e vi ha posto il dio denaro; un sistema economico che esclude, esclude sempre: esclude i bambini, gli anziani, i giovani, i senza lavoro, e che crea la cultura dello scarto che viviamo. Ci siamo abituati a vedere persone scartate. Questo è il motivo principale della povertà, non le famiglie numerose. […] Occorre anche difendere la famiglia dalle nuove colonizzazioni ideologiche, che attentano alla sua identità e alla sua missione.
 
15. Tweet alla marcia pro-life di Washington del 22 gennaio 2015:
Ogni vita è un dono.
 
16. Dal discorso ai vescovi della Lituania in visita "ad limina", 2 febbraio 2015:
In questo periodo tutta la Chiesa è impegnata in un cammino di riflessione sulla famiglia, sulla sua bellezza, sul suo valore, e sulle sfide che è chiamata ad affrontare nel nostro tempo. Incoraggio anche voi, come pastori, a dare il vostro contributo in questa grande opera di discernimento, e soprattutto a curare la pastorale familiare, così che i coniugi sentano la vicinanza della comunità cristiana e siano aiutati a "non conformarsi alla mentalità di questo mondo ma a rinnovarsi continuamente nello spirito del Vangelo" (cfr. Romani 12, 2). Infatti, anche il vostro paese, che ormai è entrato a pieno titolo nell’Unione Europea, è esposto all’influsso di ideologie che vorrebbero introdurre elementi di destabilizzazione delle famiglie, frutto di un mal compreso senso della libertà personale. Le secolari tradizioni lituane al riguardo vi aiuteranno a rispondere, secondo la ragione e secondo la fede, a tali sfide.
 
17. Dal discorso al simposio delle conferenze episcopali di Africa e Madagascar, 7 febbraio 2015:
In Africa il futuro è nelle mani dei giovani, ed essi oggi sono chiamati a difendersi da nuove e spregiudicate forme di colonizzazione quali il successo, la ricchezza, il potere a tutti i costi, ma anche il fondamentalismo e l’uso distorto della religione, e ideologie nuove che distruggono l’identità delle persone e delle famiglie.
 
18. Dall'udienza generale di mercoledì 11 febbraio 2015:
Una società avara di generazione, che non ama circondarsi di figli, che li considera soprattutto una preoccupazione, un peso, un rischio, è una società depressa. Pensiamo a tante società che conosciamo qui in Europa: sono società depresse, perché non vogliono i figli, non hanno i figli, il livello di nascita non arriva all’uno percento. Perché? Ognuno di noi pensi e risponda. Se una famiglia generosa di figli viene guardata come se fosse un peso, c’è qualcosa che non va! La generazione dei figli dev’essere responsabile, come insegna anche l’enciclica "Humanae vitae" del beato papa Paolo VI, ma avere più figli non può diventare automaticamente una scelta irresponsabile. Non avere figli è una scelta egoistica. La vita ringiovanisce e acquista energie moltiplicandosi: si arricchisce, non si impoverisce!
 
19. Dall'udienza generale di mercoledì 4 marzo 2015:
In Occidente, gli studiosi presentano il secolo attuale come il secolo dell’invecchiamento: i figli diminuiscono, i vecchi aumentano. Questo sbilanciamento ci interpella, anzi, è una grande sfida per la società contemporanea. Eppure una cultura del profitto insiste nel far apparire i vecchi come un peso, una "zavorra". Non solo non producono, pensa questa cultura, ma sono un onere: insomma, qual è il risultato di pensare così? Vanno scartati. È brutto vedere gli anziani scartati, è una cosa brutta, è peccato! Non si osa dirlo apertamente, ma lo si fa! C’è qualcosa di vile in questa assuefazione alla cultura dello scarto. Ma noi siamo abituati a scartare gente. […] Fragili siamo un po’ tutti, i vecchi. Alcuni, però, sono particolarmente deboli, molti sono soli, e segnati dalla malattia. Alcuni dipendono da cure indispensabili e dall’attenzione degli altri. Faremo per questo un passo indietro? Li abbandoneremo al loro destino? Una società senza prossimità, dove la gratuità e l’affetto senza contropartita – anche fra estranei – vanno scomparendo, è una società perversa. La Chiesa, fedele alla Parola di Dio, non può tollerare queste degenerazioni.
 
20. Dal discorso alla pontificia accademia per la vita, 5 marzo 2015:
"Onorare" oggi potrebbe essere tradotto pure come il dovere di avere estremo rispetto e prendersi cura di chi, per la sua condizione fisica o sociale, potrebbe essere lasciato morire o "fatto morire". Tutta la medicina ha un ruolo speciale all’interno della società come testimone dell’onore che si deve alla persona anziana e ad ogni essere umano. Evidenza ed efficienza non possono essere gli unici criteri a governare l’agire dei medici, né lo sono le regole dei sistemi sanitari e il profitto economico. Uno Stato non può pensare di guadagnare con la medicina. Al contrario, non vi è dovere più importante per una società di quello di custodire la persona umana.
 
21. Dall'intervista a Valentina Alazraki per l’emittente messicana Televisa, realizzata il 6 marzo 2015, trasmessa la sera del 12, tradotta e pubblicata su "L’Osservatore Romano" datato 14 marzo:
D. – Cosa aspetta dal sinodo? Crede che si siano create troppe aspettative tra le coppie che soffrono, tra i divorziati risposati, tra gli omosessuali, più in là rispetto a dove lei pensa di arrivare? I divorziati risposati potranno fare la comunione? E come sarà grande l’accettazione del mondo degli omosessuali?
R. – Credo che ci sono aspettative smisurate. […] La famiglia è in crisi. Come integrare nella vita della Chiesa le famiglie "replay"? Cioè quelle di seconda unione che a volte risultano fenomenali, mentre le prime un insuccesso. Come reintegrarle? Che vadano in chiesa. Allora semplificano e dicono: "Ah, daranno la comunione ai divorziati". Con questo non si risolve nulla. Quello che la Chiesa vuole è che tu ti integri nella vita della Chiesa. Però ci sono alcuni che dicono: "No, io voglio fare la comunione e basta". Una coccarda, una onorificenza. No. Ti devi reintegrare. Ci sono sette cose che, secondo il diritto attuale, le persone in seconde unioni non possono fare. Non me le ricordo tutte, però una è essere padrino di battesimo. Perché? E che testimonianza potrà dare al figlioccio? Quella di dire: "Guarda caro, nella mia vita mi sono sbagliato. Ora sono in questa situazione. Sono cattolico. I principi sono questi. Io faccio questo e ti accompagno". Una vera testimonianza. […] Se credono, anche se vivono in una situazione definita irregolare e la riconoscono e l’accettano e sanno quello che la Chiesa pensa di questa condizione, non è un impedimento. Quando parliamo di integrare intendiamo tutto questo. E dopo di accompagnare i processi interiori. […] Inoltre, abbiamo un problema molto serio che è quello della colonizzazione ideologica sulla famiglia. Per questo ne ho parlato nelle Filippine perché è un problema molto serio. Gli africani si lamentano molto di questo. E anche in America latina. E a me è successo una volta. Sono stato testimone di un caso di questo tipo con una ministro dell’educazione riguardo l’insegnamento della teoria del “gender” che è una cosa che sta atomizzando la famiglia. Questa colonizzazione ideologica distrugge la famiglia. Per questo credo che dal sinodo usciranno cose molto chiare, molto rapide, che aiuteranno in questa crisi familiare che è totale.
 
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A proposito della generale rimozione del magistero pro-life di papa Francesco, si può notare che il parlamento europeo di Strasburgo, lo stesso che il 25 novembre 2014 aveva salutato con applausi scroscianti il discorso del papa (vedi sopra) in difesa della vita umana e contro la "cultura dello scarto" che fa strage di "bambini uccisi prima di nascere", ha approvato a larghissima maggioranza e con il voto favorevole di non pochi cattolici, il 10 e il 12 marzo di quest'anno, due risoluzioni a sostegno del "diritto" all'aborto, oltre che del riconoscimento del matrimonio e delle unioni tra persone dello stesso sesso.
Per i dettagli delle due votazioni:
 
(Fonte: Sandro Magister, www.chiesa, 17 marzo 2015