sabato 22 agosto 2015

L’Eucarestia secondo Kasper

Walter Kasper è nato in Germania il 5 marzo 1933, a Heidenheim (Brenz) nei pressi di Rottemburg. Completati gli studi di Filosofia e di Teologia presso la Facoltà teologica cattolica dell’Università di Tubinga, nel 1961 ha conseguito il  dottorato con una tesi su Die Lehre von der Tradition in der Römischen Schule, e ha ottenuto  la libera docenza in Teologia quattro anni dopo. Dal 1964 al 1970 ha insegnato nell’Università di Münster e dal 1971 è ritornato nell’ Università di Tubinga come ordinario di Teologia dogmatica. Ordinato sacerdote nel 1957, è stato consacrato Vescovo di Rottenburg-Stoccarda nel 1989. Nel 1994 hanno inizio i suoi incarichi nel campo dell’ecumenismo con la nomina come co-presidente della Commissione Internazionale di dialogo cattolica-luterana, cui fa seguito nel marzo 1999 la nomina come segretario del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani e nel marzo del 2001 la nomina come presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani. Nel Concistoro del 21 febbraio 2001 Kasper è stato elevato alla porpora cardinalizia.
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La produzione teologica di Kasper è costituita da saggi di argomento prevalentemente ecclesiologico e pastorale; l’edizione completa delle sue opere, programmata da Herder Verlag, prevede finora diciotto volumi. La prima osservazione da fare a riguardo di queste opere e di quelle che si sono poi aggiunte negli ultimi anni, è che in esse risulta evidente la mancanza di una corretta metodologia teologica.
Ogni singola tesi sostenuta da Kasper (che raramente ha i caratteri dell’originalità, visto che l’autore si accontenta di ripetere quanto già sostenuto dai suoi maestri, a cominciare da Karl Rahner), se analizzata da un punto di vista rigorosamente epistemologico, appare priva di quella consistenza epistemica che caratterizza la vera teologia; le sue ricerche teologiche non sono (e nemmeno si propongono  di essere) un’ipotesi di interpretazione scientifica della fede professata dalla Chiesa attraverso la Sacra Scrittura, le formule dogmatiche e la liturgia: sono piuttosto espressioni di una ambigua “filosofia religiosa”, termine con il quale io designo quell’arbitraria interpretazione delle nozioni religiose proprie del cristianesimo che ha prodotto nell’Ottocento i grandi sistemi dell’idealismo storicistico, come quello di Hegel e quello di Schelling[2]. A questi sistemi di pensiero - che epistemologicamente sono da considerare esclusivamente filosofici ma che nell’ambiente luterano nel quale sono sorti sono considerati anche teologici - si sono ispirati nel Novecento e si ispirano oggi molti teologi cattolici, tra i quali proprio Walter Kasper, il quale si è formato presso quella scuola di Tubinga che, come egli stesso scrive compiaciuto in una sua opera prima,
«ha avviato un rinnovamento della teologia e dell’intero cattolicesimo tedesco nell’incontro con Schelling ed Hegel» [3],
il cosiddetto «incontro con Schelling ed Hegel», che i teologi appartenenti alla scuola di Tubinga hanno ritenuto necessario per “rinnovare” la teologia e con essa l’intera Chiesa “conciliare”, è in realtà un incomprensibile regresso alle posizioni ideologiche di quei teologi (non a caso anch’essi tedeschi) che nell’Ottocento erano stati condannati dalla Santa Sede proprio per l’adozione in teologia delle categorie filosofiche dell’idealismo hegeliano e schellinghiano. Il fatto che nel  Novecento  degli studiosi cattolici abbiano voluto combattere la loro battaglia contro la tradizione metafisica in teologia mediante la sistematica ripresa di una filosofia religiosa nata in ambiente luterano e sempre criticata in ambiente cattolico, non ha altra spiegazione plausibile se  non la loro sudditanza psicologica nei confronti dei teologi luterani, la cui egemonia nella cultura tedesca è sempre stata assoluta (si consideri che persino la critica di Hegel svolta da Kierkegaard è sorta ed è rimasta all’interno della cultura religiosa luterana). Tra Hegel e Schelling, Kasper predilige quest’ultimo, chiamandolo «gigante solitario» [4] e mostrandosi affascinato dal carattere gnostico delle sue ricerche filosofico-religiose, senza avvertire alcun imbarazzo di fronte al loro esito chiaramente panteistico [5]. La ripresa di temi specificamente schellinghiani da parte di Kasper mi fa pensare all’analoga scelta metodologica operata da un altro teologo cattolico tedesco, Klaus Hemmerle, alla cui scuola si è formato poi in Italia Piero Coda, entrambi analiticamente da me criticati per via del metodo teologico, radicalmente incompatibile con quella della vera teologia[6].
Kasper sembra condividere senza riserve le premesse immanentistiche dell’analisi filosofica della fede cristiana condotta da Schelling, e nelle parole con le quali egli si dichiara convinto di dover “rinnovare” la teologia cattolica proprio sulla base di quelle premesse si avverte chiaramente come egli sia privo di quel senso critico che è il primo requisito di ogni ricerca scientifica, tanto che la sua sintesi della filosofia religiosa di Schelling è un accumulo di parole senza senso:
«Schelling non concepisce in modo statico, metafisico e sovratemporale il rapporto tra naturale e soprannaturale, bensì in modo dinamico e storico. L’essenziale della rivelazione Cristiana è proprio questo, che essa è storia» [7].
Che significa che la rivelazione cristiana, nella sua “essenza” (termine indubbiamente metafisico, ma che deve essere sfuggito a Kasper), è “storia”? Storia di che cosa, storia di chi? Si deve forse intendere la storia degli uomini (quello che Kasper chiama la «natura») in rapporto all’azione di Dio (il «soprannaturale»)? In questo caso, si tratterebbe della nozione teologica di “storia della salvezza”, ossia dell’iniziativa salvifica di Dio Creatore e Redentore, che è rivelata all’uomo da Dio stesso, prima tramite i Profeti e poi, definitivamente, mediante l’Incarnazione del Verbo. Questa però non può essere la concezione di Kasper, perché corrisponde pienamente alla dottrina teologica tradizionale, che per Kasper sarebbe da rigettare in quanto presupporrebbe un «modo statico, metafisico e sovratemporale» di concepire «il rapporto tra naturale e soprannaturale». Ora, tenendo conto del fatto che, parlando di un «rapporto tra naturale e soprannaturale», Kasper ammette (involontariamente) la distinzione tra il mondo (la creazione) e Dio (il Creatore), uno dei due termini del rapporto, Dio, non può essere identificato con la “Storia”: a meno che non si voglia, in definitiva, escludere Dio dal discorso teologico e parlare solo del mondo e delle sue vicissitudini, anche quando si tratta della vita religiosa e della Chiesa. Il che è proprio quello che intende Kasper, come ben presto si vedrà.
 
In un’ecclesiologia immanentistica il mistero eucaristico non trova più il proprio spazio teologico.
I frequenti cambiamenti di tesi teologiche che hanno caratterizzato la produzione scientifica e la pubblicistica divulgativa di Kasper fanno pensare che il criterio (i target, la finalità, lo scopo finale) dei suoi discorsi non sia tanto una valida proposta di interpretazione del dogma, animata dallo  zelo per la sua applicazione salvifica alla vita dei fedeli, quanto piuttosto l’ansia di imporsi nell’opinione pubblica come figura di rilievo dell’ala progressista della teologia contemporanea, soprattutto in rapporto all’ecumenismo, ossia al “dialogo” con i protestanti in vista di un “riavvicinamento” rituale e dottrinale tra loro e la Chiesa cattolica. In ogni caso, va detto che, nelle opere di  Kasper, la continua proposta di “riforme” della Chiesa  - riforme istituzionali, liturgiche, pastorali - ignora il necessario riferimento alla fondamentale “forma” che la Chiesa ha per istituzione divina; e ciò dipende dalla svalutazione dei principi propriamente teologici dell’ecclesiologia, a cominciare dal riconoscimento esplicito della natura divina di Cristo come Verbo Incarnato che ha affidato alla Chiesa da Lui fondata la prosecuzione della sua missione salvifica con il fedele annuncio dei misteri soprannaturali e la grazia santificante dei sacramenti. I principi propriamente teologici dell’ecclesiologia erano stati giustamente connessi con il dogma cristologico (e anche a quello mariologico) negli anni precedenti il Concilio da un altro teologo del Novecento, lo svizzero Charles Journet, il quale aveva saputo  ripresentare  e sviluppare coerentemente i principi essenziali della tradizione dogmatica su Cristo, Maria e la Chiesa nel suo trattato su L’Église du Verbe Incarné [8], la cui dottrina risulta  in gran parte recepita nella costituzione dogmatica Lumen gentium, specie  nell’ottavo capitolo, lì dove il Concilio parla di Maria, Madre di Dio e Madre della Chiesa [9]. Ma Kasper, che pure si presenta come “teologo conciliare”, ignora sistematicamente le nozioni propriamente teologiche dell’ecclesiologia, anzi pretende di “purificare” la fede cattolica dalle «forme e formule» che pure erano state riconfermate solennemente dal Vaticano II, in quanto proprio queste «forme e formule»  assicurano il carattere soprannaturale (trascendente) delle realtà divine e giustificano il culto di adorazione che la Chiesa tributa a Cristo, che è Dio, il Verbo eterno che nel tempo si è fatto carne ed è realmente presente nell’Eucaristia, così come giustificano la venerazione nei confronti di Maria, riconosciuta come Madre di Dio in quanto è la vera Madre di Cristo che è Dio [10]. La battaglia per l’abolizione di termini teologici dal sapore “metafisico”, presentata come mera esigenza pastorale (la solita pretesa necessità di abbandonare un linguaggio che risulterebbe incomprensibile e inaccettabile per l’uomo di oggi), è indirizzata in realtà a eliminare dalla “predicazione” tutti i principi di base dell’ecclesiologia cattolica, sottomettendoli a una sistematica critica razionalistica, a cominciare proprio dalla nozione di “Verbo Incarnato”. Questa infatti è ridotta in termini immanentistici nella sua opera   più nota, Jesus der Christus [11], dove Kasper propone la “sua” cristologia in chiave antimetafisica: si tratta in realtà di una riformulazione del dogma cristiano attraverso l’adozione delle categorie immanentistiche proprie della filosofia religiosa di Schelling, il quale riduce le tre Persone divine a tre “modi di sussistenza” di un’unica realtà divina, la cui natura si risolve nella storia del suo manifestarsi al mondo. Nell’orizzonte di questa Selbstoffenbarung Gottes, Cristo non è più creduto e adorato come Mediatore tra Dio e gli uomini [12], ma è ridotto alla manifestazione storica della Trinità “economica” [13]. Kasper non riesce a emanciparsi dalla filosofia della rivelazione schellinghiana, come invece aveva fatto nel suo stesso ambiente tedesco Romano Guardini [14], e così, da teologo cattolico finisce per ostinarsi in un’opera insensata di decostruzione del dogma cristologico tradizionale; persino le prove storiche della divinità di Cristo - ossia i miracoli da Lui operati con l’esplicita intenzione di mostrare la sua onnipotenza e sostenere così la fede dei discepoli - vengono sottoposti da Kasper al dubbio sulla loro effettiva verità fattuale e sul loro significato teologico in rapporto alla fede, sicché in definitiva vengono a essere negate per quello che essenzialmente sono, cioè l’evidenza empirica dell’intervento di Dio, facente parte dei motivi di credibilità. Dalla negazione implicita della divinità di Cristo deriva l’uso insistito che Kasper fa dell’espressione «il Dio di Gesù Cristo», espressione che appare anche come titolo di una delle sue opere dianzi citate (Der Gott Jesu Christi) e che, in quanto separa il nome di Dio dal nome di Cristo, insinua semanticamente la negazione della divinità di Gesù, non riconosciuto come l’unigenito Figlio di Dio, consustanziale al Padre [15]. In realtà, Kasper partecipa in pieno a quella corrente ideologica che fa capo a Hans Küng e a Kar Rahner e che intende la teologia come antropologia, suggerendo alla Chiesa di parlare non tanto di Dio quanto dell’uomo [16]; in conformità a questo preciso indirizzo speculativo, Kasper mette da parte il discorso sulla duplice natura di Cristo, Verbo eterno (discorso che logicamente ha senso solo se si ammettendo che le categorie metafisiche di “persona” e di “natura” siano adeguate alla necessaria formulazione dogmatica del mistero soprannaturale contenuto nella Rivelazione) e riduce la cristologia a un discorso di stampo fenomenologico sulla coscienza di Gesù come “uomo che parla di Dio”.
 
Alcuni esempi di come Kasper, ricorrendo a categorie filosofiche inadeguate, non riesca mai a interpretare correttamente il dogma eucaristico.
In seguito alla pubblicazione dell’enciclica Ecclesia de Eucharistia di papa Giovanni Paolo II[18], Walter Kasper volle commentarla in lunga intervista alla rivista italianaTrentagiorni per valutarne gli “effetti” nei confronti del dialogo ecumenico[19]. Leggendo le sue risposte si comprende come egli guardi all’Eucaristia in un’ottica umanistica e sociologica, che è l’ottica con la quale egli crede di dover affrontare da teologo i temi dell’ecclesiologia. In effetti, l’argomento pressoché unico di tutti gli scritti e i discorsi di Kasper è la Chiesa, vista però non come mistero soprannaturale intrinsecamente connesso ai dogmi della Trinità e dell’Incarnazione, bensì come una realtà umana sociologicamente rilevabile,  che dal teologo tedesco viene identificata con la comunità di quanti professano la fede in Cristo, una comunità che è dinamicamente proiettata verso l’avvento del “Regno” e che oggi è chiamata a superare le divisioni confessionali del passato tra cattolici, ortodossi  e  protestanti. Al fine ultimo dell’azione ecumenica Kasper riduce ogni altro aspetto della Chiesa e dell’Eucaristia nella vita della Chiesa; l’Eucaristia come sacramento in senso proprio resta in un secondo piano, mentre in primo piano viene collocata la Chiesa, la cui “sacramentalità”, enunciata dal Concilio, è però da intendersi in senso soltanto improprio, cioè derivato per analogia. Sicché l’inevitabile ammissione della natura sacrificale della santa Messa (inevitabile in un commento all’enciclica, che di questo principalmente tratta) va di pari passo, nel discorso di Kasper, con la mancanza di ogni riferimento alla “presenza reale” di Cristo nell’Eucaristia, e quindi al culto di adorazione che la Chiesa le tributa, sia nella liturgia che nella pietà individuale dei fedeli. Ecco in proposito le parole di Kasper:
«Nel nostro tempo si assiste a tutta una fioritura di rituali prodotti quasi a ritmo commerciale, ma sembra perdersi la percezione stessa della specificità storica dei sacramenti cristiani. Per riprendere un’immagine usata una volta dal cardinale Danneels, si assiste a una sorta di atrofizzazione, di “accecamento”, per cui non si percepisce più la sacramentalità della Chiesa stessa, soprattutto nelle terre di antica evangelizzazione. Già il Concilio Vaticano II, con la costituzione Lumen gentium e con quella sulla liturgia, ha richiamato la natura sacramentale della Chiesa. Ma dopo si sono registrati una banalizzazione, un appiattimento, che certo non possono essere imputati al Concilio. Anche grazie al dialogo coi fratelli protestanti abbiamo imparato l’importanza del ministero della Parola. Ma intanto i sacramenti rischiano di non essere più il punto di gravità della pastorale cattolica»[20].
Discorso quanto mai confuso, dove l’unica cosa che si capisce è che Kasper aborrisce la concretezza del dogma eucaristico, dove l’essenziale è la Persona divina di Cristo Signore, che con la sua “presenza reale” sotto le specie del pane e del vino è a disposizione di quanti – singole persone umane – possono unirsi a Lui con la fede e con l’amore. Ma Kasper non riesce a parlare dell’unione personale con Cristo, tanto che traduce quell’espressione teologicamente pregnante di «contatto attuale» che aveva usato Giovanni Paolo II nell’enciclica in una soggettiva e impersonale «memoria celebrata»:
«Al paragrafo 12, riguardo all’Eucaristia, sta scritto che “la Chiesa vive continuamente del sacrificio redentore, e ad esso accede non soltanto per mezzo di un ricordo pieno di fede, ma anche in un contatto attuale”. La vita di grazia si trasmette per contatto: questa è la dinamica propria dei sacramenti, che è evidente nell’Eucaristia. La memoria celebrata nell’Eucaristia non è solo ricordo di un fatto passato su cui coltivare riflessioni religiose soggettive: al paragrafo 11, sta scritto che l’Eucaristia “non è solo l’evocazione, ma la ri-presentazione sacramentale” della passione e della morte del Signore. Il riconoscimento di questo contenuto oggettivo, reale della memoria eucaristica aiuta anche nel dialogo con i luterani, per far riconoscere anche a loro la dimensione sacrificale della celebrazione eucaristica»[21].
Non si sa a che cosa si riferisce precisamente Kasper quando parla di “contatto”, visto che ignora di proposito i presupposti metafisici della teologia sacramentaria. In ogni caso, trovandosi a doversi rifare, oltre che all’insegnamento di Papa Wojtyla, anche alle formule dogmatiche del Concilio di Trento, Kasper finisce per parlare di un «contatto personale» tra il singolo cristiano e Cristo nell’Eucaristia. Ma tale “contatto” si riduce evidentemente a qualcosa di meramente intenzionale (nel senso di cognitivo, rappresentativo): invece di riferirsi esplicitamente alla Persona di Cristo alla quale si unisce il cristiano nella comunione eucaristica, egli riduce il suo discorso alla percezione soggettiva del significato della celebrazione, percezione che consentirebbe – dice Kasper – di arrivare a «un contatto personale con lo stesso unico sacrificio di Gesù Cristo». Con queste incomprensibili contorsioni dialettiche il teologo tedesco spera di poter concludere positivamente i suoi sforzi di intesa dottrinale con i protestanti, i quali certamente non vogliono sentir parlare di “transustanziazione” e di “presenza reale”:

«I luterani in passato hanno spesso compreso il nostro riconoscimento del carattere sacrificale della celebrazione eucaristica come una moltiplicazione del fatto unico, singolare, non riproducibile della passione del Signore. Ma la Chiesa cattolica riconosce che l’evento unico, singolare della passione e morte di Gesù non può essere ripetuto. È lo stesso evento che in modo sacramentale, e quindi misterioso, diviene presente nella celebrazione liturgica. L’Eucaristia è il dono presente della stessa santa umanità di Gesù, e non una rappresentazione metaforica di quel dono messa in scena dagli uomini. Chi mangia il pane eucaristico entra in un contatto personale con lo stesso unico sacrificio di Gesù Cristo. L’enciclica al paragrafo 12 si rifà all’insegnamento del Concilio di Trento, quando riconosce che “la messa rende presente il sacrificio della croce, non vi si aggiunge e non lo moltiplica”. E cita su questo anche una bella frase di san Giovanni Crisostomo: “Noi offriamo sempre il medesimo Agnello, e non oggi uno e domani un altro, ma sempre lo stesso. Per questa ragione il sacrificio è sempre uno solo”. Al paragrafo 13 si ripete che “l’Eucaristia è sacrificio in senso proprio, e non solo in senso generico”, come se Cristo si fosse offerto in senso metaforico, quale “cibo spirituale” per i fedeli. Il sacrificio di Cristo è autodonazione del Figlio al Padre e a noi. Ridurlo a un incontro conviviale fraterno per ricordare una vicenda del passato è una banalizzazione»[22].
Quella è certamente una «banalizzazione», ma lo è altrettanto e più ancora la riduzione che fa Kasper dell’Eucaristia a una “memoria celebrata” della Passione, trascurando il fatto che il fine proprio del sacramento, istituito da Cristo e che la Chiesa celebra come «memoriale mortis Domini», è la comunione eucaristica, ossia l’incontro personale del fedele con Cristo che si fa realmente presente, come Verbo Incarnato, con il suo corpo, il suo sangue, la sua anima e la sua divinità. Il significato memoriale dell’istituzione dell’Eucaristia, come risulta  dalle parole dell’Ultima Cena riferite dai Vangeli sinottici, è da collegarsi alla sua finalità comunionale, quale risulta dalle parole di Cristo nel discorso a Cafarnao riferito da Giovanni nel quarto Vangelo, la cui redazione è di molti anni posteriore a quella dei primi tre Vangeli. Kasper, che si vede costretto dai testi del Magistero da lui citati a usare il termine metafisico “transustanziazione”, lo riferisce correttamente al momento liturgico della “consacrazione”, ma poi evita di metterlo in rapporto con la possibilità e con la convenienza della comunione eucaristica; mentre il suo maestro  Rahner riconosce che la comunione è il fine principale della “transustanziazione”[23], come se avesse un significato teologico in rapporto alla sola celebrazione eucaristica, dove la Chiesa prega il Padre affinché renda presente il Figlio per opera dello Spirito Santo:
«Al paragrafo dell’enciclica 23 si trova scritto: “L’azione congiunta e inseparabile del Figlio e dello Spirito Santo, che è all’origine della Chiesa, del suo costituirsi e del suo permanere, è operante nell’Eucaristia”. Anche grazie all’ultimo Concilio ecumenico, abbiamo riscoperto l’importanza dell’epiclesi, cioè della preghiera eucaristica in cui il prete invoca il Padre di mandare il suo Spirito, affinché il pane e il vino diventino il corpo e il sangue di Gesù Cristo. Non è il sacerdote che compie la transustanziazione: il sacerdote prega il Padre, affinché essa avvenga per opera dello Spirito Santo. Si può dire che tutta la Chiesa è una epiclesis».
Ed ecco che il discorso torna, come sempre, sulla dinamiche della Chiesa e sulle pretese gestionali avanzate da parte di alcune sue componenti insoddisfatte di avere in essa un ruolo sociologicamente “passivo”:
«È una tentazione reale, che affiora in molti ambiti ecclesiali, quando ad esempio si dice di voler costruire la Chiesa “dal basso”. In senso proprio, non si può “fare” Chiesa, “organizzare” Chiesa. Perché la communio non viene dal basso, è grazia e dono che viene dall’alto.
Ma “dall’alto” vuol dire dallo Spirito Santo, non dalla gerarchia. La Chiesa non si può “fare” dal basso, ma nemmeno dal vertice. Neanche la gerarchia, il Papa, i vescovi, possono pensare di essere loro a “produrre” la Chiesa. E di fatto, la tentazione di “fare Chiesa” non è confinata solo alle comunità di base e ai gruppi parrocchiali. Si manifesta anche ai livelli più alti dell’istituzione ecclesiastica, o nelle accademie teologiche»
[24].

E così il discorso si conclude riproponendo il tema del “dialogo ecumenico”, al cui successo Kasper pensa di contribuire re-interpretando il rapporto tra l’Eucaristia e la Chiesa con le categorie storicistiche dei suoi maestri della Scuola di Tubinga, eredi della “nouvelle théologie”:
«La riscoperta dei Padri della Chiesa, dovuta anche a Henri de Lubac, ha portato nuovi spunti per cogliere la connessione tra Chiesa ed Eucaristia. La Chiesa celebra l’Eucaristia, ma la Chiesa stessa vive dell’Eucaristia. Tutta l’enciclica è attraversata dal riconoscimento che la Chiesa non si dà la vita da sola, non si edifica da se stessa, non si autoproduce. La Chiesa non è un organo puramente esteriore creato dalla comunità dei credenti, né tanto meno una specie di ipostasi trascendente che quasi preesiste l’opera in atto di Cristo nel mondo. E la comunione non è una aggregazione volontaristica tra i fedeli. Vive della partecipazione a una realtà che la precede, che c’è prima e che ci viene incontro dall’esterno»[25].
Un’ecclesiologia di questo tipo, dove l’Eucaristia è ridotta a un momento celebrativo di una Chiesa che si riconosce soltanto in un’indefinita e indefinibile «opera in atto di Cristo nel mondo», sembra a Kasper la piattaforma ideale per ripristinare l’unità dei cristiani e mettere da parte le “incomprensioni” tra cattolici e luterani, già che essi hanno già in comune la considerazione dell’Eucaristia come “memoria” della Cena e come segno di appartenenza alla comunità. L’aspetto propriamente sacramentale, soprattutto per quanto riguarda la Presenza Reale, è messo da parte per non intralciare l’auspicata intesa con i protestanti. Sono prospettive teologico-pastorali che in quegli stessi anni Kasper espone in altri suoi scritti, che poi vengono raccolti nel 2004 in una pubblicazione dal titolo programmatico Sakrament der Einheit. Eucharistie und Kirche. Ecco che cosa scrive nella Presentazione:
«Il secondo e il terzo capitolo sono meditazioni bibliche su aspetti essenziali dell’eucaristia. Il quarto riprende una conferenza da me tenuta al Katholikentag di Ulm nel 2004 e colloca gli aspetti ecumenici dell’eucaristia nel più vasto orizzonte di un ecumenismo della vita. Dal punto di vista ecumenico ci troviamo in una fase intermedia, in un tempo di transizione. Nel nostro cammino abbiamo felicemente percorso alcune miglia, ma non abbiamo ancora raggiunto la meta. L’ecumenismo è un processo di crescita della vita. Lungo questa strada della crescita e della maturazione sono necessari molti passi intermedi, che dovranno sfociare nella comunione eucaristica, nel sacramento dell’unità. […] L’eucaristia è – come l’enciclica Ecclesia de eucharistia (2003) ha ancora una volta mostrato – fonte, centro e culmine della vita cristiana e della vita della chiesa, quindi anche della sua pastorale. Nel corso della sua missione la chiesa cerca in ogni tempo di diventare in maniera convincente quel che nella sua essenza già da sempre è: in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’unità e della pace del mondo [LG 1]. L’eucaristia è il sacramento di questa unità»[26].
Walter Kasper vede dunque nell’Eucaristia soltanto un rito, che deve esprimere e rafforzare l’unione (affettiva, sentimentale, non ontologica) tra i membri della comunità cristiana, auspicando che questa unità sia ancora più evidente (nell’esteriorità del rito) quando saranno superate le divisioni dottrinali tra cattolici e luterani[27]. Kasper rappresenta così uno dei più espliciti fautori di una falsa teologia che interpreta in termini umanistici (esclusivamente naturali) il genuino senso soprannaturale del dogma cattolico, proprio e soprattutto riguardo all’Eucaristia, creando tra i fedeli una progressiva insensibilità nei confronti del carattere soprannaturale dei sacramenti, con quelle conseguenze pastorali gravissime che già deprecava con giustificato allarme il cardinale Giuseppe Siri[28]. Questa impostazione umanistica si rileva anche in interventi  più recenti, come ad esempio quello del 7 giugno 2014, quando si è recato a Orvieto per la solennità del Corpus Domini e ha concelebrato accanto al vescovo Benedetto Tuzia. In quell’occasione il cardinale Kasper ha reso ancora più esplicita la sua sistematica riduzione dell’Eucaristia a celebrazione liturgica e a simbolo di unità tra gli uomini, lasciando in ombra la comunione eucaristica (che presuppone la fede nella Presenza Reale) per mettere in luce la sola comunione ecclesiale (che può anche essere un risultato meramente umano, al di fuori della vita soprannaturale in Cristo). Ecco alcune sue parole nell’omelia in Duomo:
«L’Eucarestia è il sacramento della conoscenza di un amore che chiede di essere ricambiato con l’amore, con gratitudine e riconoscenza. Dio condivide con noi e noi siamo chiamati a condividere nella comunità della famiglia. Oggi porteremo il Sacramento in processione in questa antica e bellissima città come segno che Gesù vuole essere presente nelle nostre case e nelle nostre famiglie, nessuno è escluso dal suo amore. Non possiamo condividere il pane eucaristico, senza condividere anche il pane quotidiano, con i nostri gesti. Per il bene degli altri. Con noi celebra tutto il mondo, l’intera Chiesa».
Interventi ancora più recenti di Kasper sul tema dell’Eucaristia riguardano la possibilità di concedere l’accesso alla comunione eucaristica ai fedeli che, una volta divorziati, che si sono sposati con un rito civile. Kasper si è fatto promotore di tutta una serie di ipotesi “pastorali” che in pratica disconoscono la dottrina certa sul sacramento della Penitenza e su quello dell’Eucaristia. E pensare che Kasper, a proposito della comunione ai “divorziati risposati” che non possono ricevere l’assoluzione sacramentale in quanto incapaci di uscire da una situazione di peccato grave, nel 2003 aveva detto:
«Già san Paolo nella prima lettera ai Corinzi scrive che uno, quando accede all’Eucaristia, prova se stesso. L’Eucaristia e il sacramento della confessione dei peccati sono necessariamente collegati. Mio papà, molti anni fa, ogni domenica, non faceva la comunione se non si era prima confessato, e forse poteva sembrare un po’ esagerato. Ma adesso mi pare che si stia abbondantemente esagerando in senso opposto. Non si può andare a fare la comunione senza tener conto dello stato della propria coscienza»[29].
Ora invece Kasper ipotizza varie ipotesi di soluzione pastorale del problema, auspicando che vengano adottate dal Sinodo dei vescovi del 2015, strumentalizzando a tal fine il ricorso alla comunione spirituale. Ad esempio, nell’introdurre il concistoro del febbraio 2013, si rifà a quanto aveva detto Benedetto XVI nel 2012, ossia che «i divorziati risposati non possono ricevere la comunione sacramentale ma possono ricevere quella spirituale», e di conseguenza propone di consigliare ufficialmente a tutti quei fedeli che non fossero in condizione di comunicarsi sacramentalmente la pratica della “comunione spirituale”. Ma poi, nello spiegare il senso della sua proposta, Kasper mostra di non saper distinguere la “comunione di desiderio” dalla vera e propria comunione sacramentale, che per lui è un atto meramente “spirituale” e simbolico, senza un reale incontro del fedele con Cristo, Verbo Incarnato. E infatti dice:
«Molti saranno grati per questa apertura. Essa solleva però diverse domande. Infatti, chi riceve la comunione spirituale è una cosa sola con Gesù Cristo. […] Perché, quindi, non può ricevere anche la comunione sacramentale? […] Alcuni sostengono che proprio la non partecipazione alla comunione è un segno della sacralità del sacramento. La domanda che si pone in risposta è: non è forse una strumentalizzazione della persona che soffre e chiede aiuto se ne facciamo un segno e un avvertimento per gli altri? La lasciamo sacramentalmente morire di fame perché altri vivano?»[30]
Si noti l’ambiguità – o, per meglio dire, la vuotezza semantica – di questa frase, tutta retorica e nient’affatto teologica. Che cosa vorrebbe dire, teologicamente parlando, «lasciare sacramentalmente morire di fame» dei fedeli non riconoscendo loro le dovute disposizioni di grazia per ricevere l’Eucaristia? La Scrittura, quando parla di “fame” in senso teologico, intende la «fame e sete di giustizia», non il soddisfacimento di un preteso bisogno affettivo, psicologico, analogo al bisogno di nutrimento per il corpo. Se un fedele è consapevole di essere in stato di peccato mortale, la sua «fame e sete di giustizia» è da intendersi come desiderio di conversone e di riconciliazione, per poter poi ricevere, una volta riconciliato con la valida celebrazione del sacramento della Penitenza, il sacramento dell’Eucaristia, che assicura al fedele un aumento effettivo (sia o non avvertito sentimentalmente dal soggetto) della grazia santificante. Sia nell’uno che nell’altro sacramento opera (misteriosamente ma efficacemente) la grazia di Cristo, nostro divino Redentore, e proprio a Lui, percepito dalla fede attraverso i segni sacramentali, si rivolge l’anima credente che avverta la «fame e sete di giustizia».
Comunque, la relazione di Kasper è stata contestata da numerosi cardinali, sia durante il concistoro che dopo. Ma questa sua equiparazione tra comunione spirituale e sacramentale è stata poco toccata dalle critiche, che si sono concentrate su altri punti della relazione. Ma è proprio questa equiparazione che viene criticata come “fallace” da Alessandro Martinetti in un testo pubblicato da Sandro Magister[31].
 
È l’immanentismo storicistico ciò che porta Kasper a privare di ogni contenuto veritativo il dogma della Presenza Reale di Cristo nell’Eucaristia.
Da quanto finora visto, è chiaro che è l’ecclesiologia storicistica ereditata dai suoi maestri Rahner e Küng ciò che rende Kasper incapace di comprendere il mistero eucaristico nei sui termini essenziali, che sono metafisici e realistici. I discorsi di Kasper sulla Chiesa, ridotta a mera comunità dei credenti in Cristo, – che lo Spirito  guiderebbe non tanto a una “statica” fedeltà alla Tradizione quanto a una “dinamica creatività” che renda possibile il “dialogo con gli uomini del proprio tempo” -, se hanno qualche plausibilità dal punto di vista sociologico, non ne ha alcuna dal punto di vista teologico. Nulla giustifica la concezione esclusivamente “pneumatica” della Chiesa, presentata dal teologo tedesco come «sacramento dello Spirito», definizione che per lui dovrebbe sostituire la definizione “giuridica” tradizionale, quale ad esempio si ritrova nell’enciclica Mystici Corporis di papa Pio XII[32]. Il campo di azione dello Spirito Santo non coincide infatti, come vuole la Tradizione, con quello della Chiesa cattolica romana, ma si estende ad una più vasta realtà ecumenica, la “Chiesa di Cristo” di cui la Chiesa cattolica è parte. Per Kasper il decreto Unitatis redintegratio del Vaticano II ha superato l’ecclesiologia tradizionale, insegnando che l’unica Chiesa di Cristo va individuata ma in tante comunità ecclesiali separate: la vera Chiesa cattolica si trova lì «dove non c’è alcun vangelo selettivo» ma tutto si dilata in maniera inclusiva, nel tempo e nello spazio[33]. La missione attuale della Chiesa cattolica, pertanto, è di “uscire da sé stessa” per riacquistare una dimensione che la renda veramente universale[34]. In questa linea si collocano le tante proposte di riforma della Chiesa formulate da Kasper in vista delle molteplici iniziative ecclesiastiche per l’intensificazione del dialogo ecumenico, e più recentemente in vista del Sinodo per la famiglia[35].
Questa eliminazione radicale dalla teologia di un “discorso serio” su Dio come realtà personale e trascendente non è un aspetto marginale della riformulazione che della cristologia ha proposto Walter Kasper, il quale riconosce la sua dipendenza dall’interpretazione immanentistica dell’Incarnazione avevano già fornito altri due influenti teologi cattolici, il tedesco Karl Rahner[36] e lo svizzero Hans Küng[37], entrambi convinti che la ripresa del pensiero religioso di Hegel e di Schelling avrebbe favorito il rinnovamento della teologia  cristiana. A riprova di tutto ciò, appare assai significativo un suo scritto del 1970, che fa parte di Die Frage nach Gott, opera collettanea alla quale hanno collaborato i teologi tedeschi all’epoca più attivi[38]. Nell’edizione italiana[39] il contributo di Kasper è intitolato La questione di Dio come problema della predicazione e riprende le tesi agnostiche e storicistiche esposte pochi mesi prima nella sua opera Glaube und Geschichte[40]. L’autore, a pochi anni dalla conclusione del Vaticano II, non ritiene sufficiente quanto la Chiesa stessa ha solennemente insegnato con la costituzione pastorale Gaudium et spes ma sostiene che il compito dei teologi sia di rimettere radicalmente in discussione la possibilità di parlare di Dio agli uomini del nostro tempo[41]. La prima cosa da fare, a questo proposito, è demolire con la critica razionalistica la tradizione dogmatica e pastorale della Chiesa, una tradizione che si è svolta in assoluta coerenza dall’epoca apostolica all’epoca contemporanea ma che – a detta di Kasper – non è mai stata capace di suscitare una fede autentica :
«Solo la fede nel Dio presente nella storia è in grado di offrire un ubi consistam nella storia. Il pensiero storico contemporaneo non rappresenta perciò soltanto una messa in questione dei modi di parlare di Dio finora in voga; esso dischiude anche alla predicazione cristiana un kairos unico, in quanto oggi storicamente per la prima volta può svilupparsi in condizioni ch’essa stessa ha concorso a produrre. Per poter cogliere questo kairos la teologia e la predicazione devono certamente liberarsi dalle forme e formule tradizionali, senza però smarrire la sostanza in esse contenuta. In effetti, già nel quadro della dottrina tradizionale di Dio, improntata alle categorie della metafisica greca, si era giunti con difficoltà a esprimere in maniera adeguata il Dio vivente nella storia»[42].
Non si può non rilevare come, al di sotto dell’evidente retorica storicistica, non ci sia in questo discorso un pensiero che abbia una qualche consistenza, né dal punto di vista teologico né da quello filosofico. Le contraddizioni si accavallano a ogni passo, e ci si può domandare con quale criterio Kasper pretende di «esprimere in maniera adeguata il Dio vivente nella storia», partendo dal presupposto che la «dottrina tradizionale di Dio, improntata alle categorie della metafisica greca» è stata totalmente inadeguata. Che cosa rende adeguata alle esigenze pastorali di oggi la dottrina nuova (immanentistica, storicistica, trascendentale, fenomenologica) già proposta da Rahner e riproposta ora da Kasper?  La risposta a una domanda del genere non la si può naturalmente trovare negli scritti di Kasper: egli non fa che ripetere a ogni piè sospinto la necessità di eliminare tutta la teologia precedente, il che costituisce la pars destruens della sua dialettica storicistica, senza curarsi di illustrare quale dovrebbe essere una plausibile pars construens. A Kasper, in realtà, interessa soltanto mettere da parte il Dio che la ragione umana (dal senso comune alla metafisica come scienza dell’essere) riconosce come trascendente, in quanto creatore (anche se la Scrittura inizia proprio con la rivelazione di questa verità: «Nel principio Dio creò il cielo e la terra»: Libro della Genesi, 1, 1); il  Dio che si rivela come l’Essere di per sé sussistente (è la “metafisica dell’Esodo” illustrata da Étienne Gilson); il Dio eterno e immutabile che ha creato liberamente, per amore, e destina gli uomini alla comunione con  Sé nella vita eterna. Mettere da parte questo Dio, ritenuto “impresentabile” di fronte alla cultura secolarizzata di oggi, è per Kasper il principale dovere della teologia, che si deve oggi occupare soltanto dell’uomo nella storia: Dio può restare, nel discorso teologico, solo come esperienza interiore dell’uomo (Gotteserfahrung), come vissuto religioso esistenziale (religioser Erlebnis). Ecco allora che scrive:
«Sulla base di un concetto statico dell’eternità, si è spesso quasi reso Dio prigioniero del proprio essere e del proprio sistema. Le aporie che di qui derivano alla cristologia là dove si tratta di pensare il divenire-uomo (Menschen-Werdung) di Dio, recentemente, a seguito di K. Rahner, sono state rilevate energicamente ancora una volta da H. Küng. Le conseguenze di tale concezione certamente potrebbero essere ancora più funeste per la predicazione della fede. Un Dio che non abbia la possibilità di essere continuamente un nuovo inizio, secondo Schelling è “un Dio alla fine”»[43].
Basta questa breve citazione (che però è assolutamente omogenea allo stile e al contenuto di tutto lo scritto) per comprendere come il discorso di Kasper su Dio non abbia nulla di propriamente scientifico, ma vada affastellando i più triti luoghi comuni della pubblicistica religiosa cattolica del Novecento, tributaria della teologia (o meglio, della filosofia religiosa) luterana, rappresentata da Hegel e Schelling nell’Ottocento, cui si riconnettono in vario modo Oscar Cullmann e Karl Barth nel Novecento. Si noti in particolare l’assurdità di parlare di un «concetto statico dell’eternità» che andrebbe sostituito con un  «concetto dinamico dell’eternità» capace di includere in sé il divenire: si tratta di un’assurdità, ho detto, perché la nozione metafisica di Dio creatore come “atto puro” non implica affatto la staticità, mentre  esclude il divenire, che è caratteristica delle creature; e anche perché questi teologi, che mettono da parte il Magistero per restare con la sola Scrittura, contraddicono proprio ciò che nella Scrittura stessa è più insistentemente enunciato, ossia la trascendenza di Dio rispetto al divenire del mondo[44]. Ancora più assurdo è ricamare argomenti insensati sulla falsa nozione di un «divenire-uomo (Menschen-Werdung) di Dio», quando il dogma cattolico e il suo riferimento biblico dicono ben altro, parlano cioè dell’Incarnazione come assunzione nel tempo della natura umana da parte del Verbo eterno («Ho logos sarx egeneto»). Con l’Incarnazione Dio resta nella sua eterna perfezione e trascendenza: non cambia, non sparisce e non si annulla nell’uomo; solo la natura umana, assunta dalla Persona del Verbo, cambia e viene elevata grazie all’unione ipostatica. Ma non vale la pena sottoporre ad analisi critica queste sconclusionate elucubrazioni dialettiche, visto che esse hanno in Kasper solo una funzione pragmatica, performativa: servono a concludere che Cristo è uomo (anzi, simbolo o metafora dell’uomo) e che Dio può essere lasciato stare da una teologia che voglia parlare all’uomo di oggi. Questa intenzionale de-costruzione del dogma cristologico – dal quale dipende la retta comprensione del mistero della Chiesa – è il presupposto dottrinale di tutte le ambiguità o degli evidenti errori teologici dei riferimenti che Kasper fa all’Eucaristia nelle sue opere. In effetti, la dogmatica cattolica, come risulta dalle formule adottate dal concili ecumenici dei primi cinque secoli,  esprime il mistero di Cristo in termini la cui semantica è sempre materialmente (e talvolta anche formalmente)metafisica, in quanto basata sulla nozione di “persona” (e quindi di sostanza) in rapporto dialettico con la nozione di “natura” (o “essenza”); di conseguenza, anche il dogma eucaristico, come ebbe a ricordare Paolo VI alla conclusione del Vaticano II[45], è parimenti espresso in termini la cui semantica è sempre metafisica, in quanto basata sulla nozione di “sostanza”, solo con la quale è possibile comprendere il significato del termine “transustanziazione” e il suo effetto sacramentale, la “presenza reale” di Cristo in Persona  (metafisicamente, la persona è rationalis naturae individua substantia), ossia il fatto che Egli, dopo la consacrazione, sia presente «vere, realiter et substantialiter» sotto le specie del pane e del vino. Un teologo che abbia scelto come metodo teologico “più adeguato ai tempi” l’eliminazione della semantica metafisica dalla comprensione e dall’approfondimento del dogma eucaristico, non può che parlare dell’Eucaristia in termini retorici, inconcludenti, in definitiva irrispettosi di questo grande mistero dell’Amore che ci è rivelato da Dio e che la Chiesa proclama infallibilmente con le sue definizioni dogmatiche, la cui eco fedele si trova nella tradizione liturgica[46]: ed è proprio quello che si rileva nelle opere teologiche di Kasper, come più sopra ho sufficientemente documentato.

NOTE
[1] Vol.  1: Die Lehre von der Tradition in der Römischen Schule; vol.  2: Das Absolute in der Geschichte; Vol.  3: Jesus der Christus; vol.  4: Der Gott Jesu Christi; vol.  5: Das Evangelium Jesu Christi; vol.  6: Theologie und Wissenschaft; vol.  7: Grundlagen der Dogmatik; vol.  8: Gott, der Schöpfer und Vollender; vol.  9: Jesus Christus, das Heil der Welt; vol.  10: Die Liturgie der Kirche; vol.  11: Die Kirche Jesu Christi; vol.  12: Die Kirche und ihre Ämter; vol.  13: Katholische Kirche; vol.  14: Wege zur Einheit der Christen; vol.  15: Einheit in Jesus Christus: vol.  16: Kirche und Gesellschaft; vol.  17: Pastoral; vol.  18: Predigten.
[2] Vedi Antonio Livi, Vera e falsa teologia. Come distinguere l’autentica “scienza della fede” da un’equivoca “filosofia religiosa”, Leonardo da Vinci, Roma 2012.
[3] Walter Kasper, Das Absolute in der Geschichte. Philosophie und Theologie der Geschichte in der Spätphilosophie Schellings, Matthias-Grünewald-Verlag, Mainz 1965; trad. it.: L’assoluto nella storia nell’ultima filosofia di Schelling, Jaca Book, Milano 1986, p. 53.
[4] Walter Kasper, Das Absolute, trad. it. cit., p. 90.
[5] La metafisica storicistica di Friedrich Schelling (1775-1854), eliminata la trascendenza di un Dio creatore e provvidente, elabora alla fine una nozione di Storia (Geschichte) che figura come unico agente universale di ogni evento, con le caratteristiche dell’«anima mundi» degli Stoici e del «Deus sive natura» di Spinoza. Nella sua ultima opera, Philosophie der Offenbarung (1858), Schelling contrappone al cristianesimo “dogmatico” il cristianesimo “della storia”, e riduce la nozione realistica di “rivelazione” a quella immanentistica di autocoscienza (Selbsbewußtsein) dello Spirito nel suo sviluppo storico.
[6] Vedi Antonio Livi, Vera e falsa teologia, cit., pp. 246-255. Dello stesso avviso è un storico della Chiesa, il quale ha parlato di «quei teologi - ed oggi son i più - che si son formati non sulla Summa di san Tommaso d'Aquino e nemmeno su quei "loci" che Melchior Cano individuò soprattutto nella Rivelazione, nella Chiesa e nella Tradizione, ma sui testi di rinomati maîtres-à-penser, preferibilmente postconciliari, quasi tutti sensibili alla suggestione d'un hegelismo vagamente cristianizzato, che ciò nonostante imprigiona il messaggio evangelico nelle maglie del divenire, lo spoglia d'ogni sua componente soprannaturale e lo riduce ad un dato sempre cangiante dell'immanenza» (Roberto de Mattei, “Pasticcio Kasper”, in Il foglio, 1° ottobre 2014, pp. 1-3).
[7] Walter Kasper, Das Absolute, trad. it. cit., p. 206.
[8] Cfr Charles Journet, L’Église du Verbe Incarné. Essai de théologie speculative, tomo I:  La hiérarchie apostolique, Téqui, Paris 1941; tomo II: Sa structure interne et son unité catholique, Desclée de Brouwer, Paris 1952.  Nuova edizione riveduta: Charles Journet, L’Église du Verbe Incarné, 5 voll., Editions Saint-Augustin, Saint-Maurice 1998-2005. Vedi Antonio Livi, “Presentazione”, in Charles Journet, Maria corredentrice, Edizioni Ares, Milano 1989, pp. 6-10; Idem, Marian Coredemption in the Ecclesiology of Cardinal Charles Journet, in Mary at the Foot of the Cross, VII: Corredemptrix, therefore Mediatrix of All Graces, a cura di Alessandro Apolloni, Academy of the Immaculate, New Bedford, Massachusetts 2008, pp. 355-366.
[9] Cfr Concilio Vaticano II, cost. dogm. Lumen gentium, §§ 52-69. 
[10] Vedi Concilio Vaticano II, cost. dogm. Lumen gentium, § 53: «La beata Vergine, predestinata fino dall'eternità, all'interno del disegno d'incarnazione del Verbo, per essere la madre di Dio, per disposizione della divina Provvidenza fu su questa terra l'alma madre del divino Redentore, generosamente associata alla sua opera a un titolo assolutamente unico, e umile ancella del Signore, concependo Cristo, generandolo, nutrendolo, presentandolo al Padre nel tempio, soffrendo col Figlio suo morente in croce, ella cooperò in modo tutto speciale all'opera del Salvatore, coll'obbedienza, la fede, la speranza e l'ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime. Per questo ella è diventata per noi madre nell'ordine della grazia». Si noti in particolare l’espressione «vita soprannaturale delle anime», che costituisce la più formale smentita delle pretese di certa esegesi dei testi conciliari (penso a Yves-Marie Congar, a Henri de Lubac, e infine a Karl Rahner, maestro di Kasper) nei quali non si troverebbero più né il sostantivo “anima” né l’aggettivo “soprannaturale”, considerati residui della teologia scolastica.
[11] Cfr  Walter Kasper, Jesus der Christus, Matthias-Grünewald-Verlag, Mainz 1974;  trad. it.: Gesù il Cristo, Editrice Queriniana, Brescia 1974.
[12] Cfr Prima Lettera a Timoteo,  2, 5: «C’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo».
[13] Per una sintesi aggiornata delle diverse interpretazioni teologiche delle relazioni  intra-trinitarie e del rapporto della Trinità con il mondo (creazione, missione del Figlio e dello Spirito Santo), vedi Antonio Livi, I presupposti logico-aletici delle diverse ipotesi teologiche sulle relazioni intratrinitarie, in Il “Filioque”. A mille anni dal suo inserimento nel Credo a Roma (1014-2014), a cura di Mauro Gagliardi, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2015, pp. 325-342.
[14] Vedi Josef Kreiml, Die Selbstoffenbarung Gottes und der Glaube des Menschen: Eine Studie zum Werk Romano Guardinis, EOS Verlag, Sankt Ottilien 2002.
[15] Vedi Brunero Gherardini, “Il Dio di Gesù Cristo”, in Divinitas, 2004.
[16] Vedi Cornelio Fabro,  La svolta antropologica di Karl Rahner, Editore Rusconi, Milano 1970; Antonio Livi, “Il metodo teologico di Karl Rahner. Una critica del punto di vista epistemologico”, in Fides catholica, n. 2, II, 2007, pp. 269-276; Idem, Il metodo teologico di Karl Rahner. Una critica del punto di vista epistemologico, in Karl Rahner. Un’analisi critica, a cura di Serafino M. Lanzetta,  Edizoni Cantagalli, Siena 2009, pp. 13-27; Idem, Vera e falsa teologia, cit., pp. 222-227.
[18] San Giovanni Paolo II, enciclica Ecclesia de Eucharistia, 17 aprile 2003.
[19] Cfr Gianni Valente, “La Chiesa non si dà la vita da sola. Il presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani interviene sull’ultima enciclica del papa”, intervista al cardinale Walter Kasper, inTrentagiorni, maggio 2003. Nell’intervista, che pure riguarda direttamente ed esclusivamente il mistero eucaristico in rapporto con la vita soprannaturale della Chiesa, il giornalista presentava Kasper avvertendo i lettori che il teologo tedesco «non ha un profilo da nostalgico tradizionalista. Il cardinale Walter Kasper viene spesso annoverato nell’ala “progressista” da chi ama dividere anche il Sacro Collegio secondo le categorie ingessate del bipolarismo politico. Dal marzo 2001 è presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. È quindi ex officiol’esponente di spicco della Curia romana più coinvolto nei rapporti con i capi delle altre Chiese e comunità ecclesiali cristiane. […] Le sue lucide e pacate considerazioni acquistano valore anche in virtù del ruolo affidatogli, visto che le critiche più forti finora espresse all’Ecclesia de Eucharistia hanno preso di mira soprattutto il presunto passatismo antiecumenico che serpeggerebbe nell’enciclica»
[20] Walter Kasper, in Trentagiorni, cit.
[21] Walter Kasper, in Trentagiorni, cit.
[22] Walter Kasper, in Trentagiorni, cit.
[23]  Cfr Karl Rahner – Herbert Vorgrimler, Kleines theologishces Worterbuc, Verlag Herder, Freiburg 1968; trad. it.: Dizionario di teologia, a cura di Giuseppe Ghiberti e di Giovanni Ferretti, Editori Associati, Milano  1994, pp. 243-244: «Tale trasformazione si realizza per offrire la possibilità al credente di mangiare il corpo e il sangue di Cristo al momento della comunione e per rendere presente attraverso ad essa il sacrificio della croce in quest’ora concreta della storia (ad opera della Chiesa). Tuttavia l’avvenimento che in essa si attua è permanente: fintantoché le specie del “cibo” (per essere mangiate) rimangono presenti, è presente anche Cristo (perché venga adorato). Tale presenza durevole e reale di Cristo (“presenza reale”) resta però necessariamente rapportata all’atto con il quale la Chiesa la pone e alla sua finalità che è appunto la sua recezione (“mangiare”) da parte del credente».
[24] Walter Kasper, in Trentagiorni, cit.
[25] Walter Kasper, in Trentagiorni, cit.
[26] Walter Kasper, Sakrament der Einheit. Eucharistie und Kirche  [2004]; trad. it.: Sacramento dell’unità. Eucaristia e Chiesa, trad. it.,  Queriniana, Brescia   2004, p.7.
[27] Kasper  rifà poi a una celebre frase di padre Paul Couturier (Lione, 29 luglio 1881 – 24 marzo 1953), ideatore di un «ecumenismo spirituale», il quale auspicava che nella Chiesa si formasse «un monastero invisibile in cui si prega incessantemente per l’avvento dello Spirito» (cfr Walter Kasper, Sakrament der Einheit , trad.it., cit., p. 75).
[28] Cfr Giuseppe Siri, Dogma e liturgia, a cura di Antonio Livi, Leonardo da Vinci, Roma 2014.
[29] Walter Kasper,  in Trentagiorni, cit.
[30] Il testo della Relazione introduttiva al dibattito concistoriale, munita di una Premessa e di due Appendici, è pubblicato in Walter Kasper, Das Evangelium von der Familie. Die Rede vor dem Konsistorium, Verlag Herder, Feiburg 2014; trad. it.: Il Vangelo della famiglia, Editrice Queriniana, Brescia 2014; il volume comprende anche le sue Considerazioni finali riguardo al dibattito svoltosi all’interno dell’assemblea dei cardinali e un Epilogo intitolato «Che cosa possiamo fare?».
[31] «Occorre badare a non favorire che prenda piede nella coscienza del fedele la convinzione fallace secondo cui la comunione sacramentale dell’eucaristia e la comunione spirituale siano sostanzialmente la stessa cosa. La convinzione della sostanziale identità tra comunione eucaristica e comunione spirituale condurrebbe infatti il fedele ad assuefarsi alla condizione di peccato grave abituale che gli impedisce la ricezione della comunione eucaristica, mettendo a repentaglio la salvezza della sua anima. Da una catechesi e da una pastorale che non siano limpide al riguardo il fedele potrebbe essere infatti indotto ad avvalorare il ragionamento seguente: la comunione spirituale produce i medesimi effetti della comunione eucaristica, non c’è differenza tra l’una e l’altra nel grado di unione a Cristo che realizzano, quindi il peccato grave che mi impedisce di ricevere la comunione eucaristica non è tale da interdirmi la medesima unione con Cristo che conseguirei con la recezione dell’Eucaristia. Conclusione: questo peccato grave (se ha ancora senso chiamarlo tale) non produce effetti così gravi da giustificare che io mi adoperi per emendarmene. Non mi pare inutile pertanto rimarcare che la comunione spirituale con Cristo da parte di chi, versando in situazione di peccato grave abituale, non può accostarsi alla comunione eucaristica, è dono largito dall’amore misericordioso di Cristo, che non vuole la morte del peccatore, ma incessantemente opera perché si converta e giunga a una perfetta comunione con Lui. La comunione spirituale deve pertanto essere vissuta (e i pastori debbono curare che sia intesa e praticata correttamente così) non come esauriente surrogato della comunione eucaristica ma come dono con il quale Cristo si unisce spiritualmente al fedele per infiammarlo di sempre più fervente desiderio di unirsi perfettamente a Lui, purificandosi dal peccato per poter accedere all’assoluzione sacramentale e alla comunione eucaristica» (Alessandro Martinetti, citato da Sandro Magister, “Settimo cielo”, inL’Espresso, 22 maggio 2014).
[32]  Cfr Walter Kasper, Gerhart Sauter, Kirche – Ort des Geistes [1980]; trad. it.: La Chiesa luogo dello spirito.Linee di ecclesiologia pneumatologica , trad. it., Queriniana, Brescia 1980, p.  91.
[33] Walter Kasper,  Das Absolute, trad. it. cit., p. 94. Come è noto, questa teoria (e la relative falsa interpretazione del dettato conciliare) è stata ufficialmente smentita dall’istruzione Dominus Iesus.
[34] Walter Kasper, Das Absolute, trad. it. cit., p. 206. La medesima tesi si ritrova, molti anni dopo, in Walter Kasper, Katholische Kirche. Wesen – Wirklichkeit – Sendung,  Verlag Herder, Freiburg im Breisgau/Basel/Wien 2011 (cfr trad. it.: Chiesa cattolica. Essenza, realtà, missione, Editrice Queriniana, Brescia 2012, p. 289).
[35] Vedi Dogma e pastorale. L’ermeneutica del Magistero, dal Vaticano II al Sinodo sulla famiglia, a cura diAntonio Livi, Leonardo da Vinci, Roma 2015.
[36]  Cfr Karl Rahner, Zur Theologie der Menschenwerdung, in Schriften zur Theologie, vol. IV, Einsiedeln 1960, pp. 145 ss.
[37]  Cfr Hans Küng, Menschenwerdung Gottes. Eine Einfürung in Hegels theologische Denken als Prolegomena zu einer künftigen Christologie, Verlag Herder, Freiburg im Breisgau 1970, pp. 522-557; 637-646.
[38]  Die Frage nach Gott, herausgegeben von Joseph Ratzinger, Verlag Herder, Freiburg im Breisgau 1971.
[39]  Saggi sul problema di Dio, a cura di Joseph Ratzinger, Editrice Morcelliana, Brescia 1975.
[40]  Cfr Walter Kasper, Unsere Gottesbeziehung angesichts der sich wandelden Gottesvorstellung, in Idem,  Glaube und Geschichte, Matthias-Grünewald-Verlag, Mainz 1970, pp. 101-119; Idem, Möglickheiten der Gotteserfahrung heute, in Idem,  Glaube und Geschichte, pp. 120.143.
[41] «In Rahner e nella vasta scuola (non si sbaglierebbe troppo se si dicesse che oggi è, forse, la dominante, almeno in sede accademica) a lui ispirata o prossima il mondo (de facto il mondo moderno, ovvero la modernità assiologica) diviene, in forza d’una ridefinizione del rapporto tra Dio e la Storia, della nozione di Rivelazione e del concetto stesso d’Incarnazione e di molto altro, luogo teologico, anzi “il” luogo teologico» (Samuele Ceccotti, “La sentenza della Corte suprema degli Stati Uniti e la non negoziabilità dei principi contrari all’ordine naturale”, in Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuan,  23 luglio 2015)
[42]  Walter Kasper, La questione di Dio come problema della predicazione, in Saggi sul problema di Dio, cit., p. 182.
[43]  Walter Kasper, La questione di Dio come problema della predicazione, in Saggi sul problema di Dio, cit., p. 183.
[44]  Vedi, ad esempio, quanto si legge nella Lettera di Giacomo, 16-18: «Non lasciatevi ingannare, fratelli miei carissimi; ogni buona donazione e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre dei lumi, presso il quale non vi è mutamento né ombra di rivolgimento. Egli ci ha generati di sua volontà mediante la parola di verità, affinché siamo in certo modo le primizie delle sue creature».
[45]  Cfr Paolo VI, enciclica Mysterium fidei, 3 settembre 1965.
[46]  Vedi Giuseppe Siri, Dogma e liturgia, a cura di Antonio Livi, Leonardo da Vinci, Roma 2014.


(Fonte: Antonio Livi, Disputationes Theologicae, 19 agosto 2015)
http://disputationes-theologicae.blogspot.it/2015/08/leucarestia-secondo-kasper.html#more

 

 

giovedì 30 luglio 2015

Athanasius Schneider: “Travisati i documenti del Concilio Vaticano II”

Mons. Athanasius Schneider, segretario Generale della Conferenza Episcopale del Kazakhstan, è il vescovo ausiliare di Astana (Kazakhstan) e vescovo titolare di Celerina. Nato Anton Schneider (il 7 aprile 1961), a Tokmok, nell’allora Unione Sovietica, ha assunto il nome religioso Atanasio dopo essere entrato nell’ordine dei Canonici Regolari della Santa Croce di Coimbra. Studioso e docente di patristica, Mons. Schneider, da qualche anno, fa sentire la sua voce profetica per cercare di svegliare l’Occidente dal torpore spirituale che sta vivendo, a seguito, specialmente, di false interpretazioni dei perenni insegnamenti della Chiesa e della teologia cattolica. Ha concesso una intervista esclusiva per l’Italia a www.lafedequotidiana.it-

Monsignor Schneider, nel suo libro “Dominus Est – Riflessioni di un Vescovo dell’Asia Centrale sulla sacra Comunione”, pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana, lei ha incoraggiato la Chiesa a sostenere la pratica della Santa Comunione sulla lingua e in ginocchio. Ci spiega brevemente le motivazioni teologiche e storiche di tale modalità?
“Le motivazioni teologiche si appoggiano sulla verità della fede della presenza vera, reale e sostanziale del Corpo e del Sangue di Cristo sotto le specie del pane e del vino, e questa presenza contiene anche la divinità di Cristo a causa dell’unione ipostatica, cioè contiene “totum et integrum Christum“, come ha detto il Concilio di Trento. C’è anche la verità che Cristo è presente in ogni parte o frammento del pane. Poi c’è la verità della transubstanziazione. Tutte queste verità sono state dogmaticamente definite dal Magistero della Chiesa. Se prediamo sul serio la verità nella quale crediamo, dobbiamo mostrare la nostra fede con il nostro comportamento esteriore. La fede deve riflettersi nelle opere concrete, la teoria e la prassi, la fede e il culto, la lex credendi e la lex orandi devono concordare vicendevolmente. Altrimenti la nostra fede diviene zoppicante e col tempo prenderà la forma di una fede gnostica. Alla fine la fede concreta nella presenza reale, la fede nella presenza della divinità, la fede nella presenza di Cristo nei minimi frammenti, la fede nella transustanziazione svanisce. C’è una legge inesorabile della psicologia umana: i gesti ripetuti e divenuti poi abituali, determinano con il tempo il modo di pensare. Quindi, se io tratto ciò che è il più sacro, il più sublime, ciò che è il mistero per eccellenza, ciò che è Dio onnipotente stesso (totus et integer Christus) quasi con lo stesso gesto come io prendo l’alimento ordinario e con un modo sprovvisto di un inequivocabile gesto d´adorazione, io non solamente contraddico la profondità della mia fede, ma commetto oggettivamente un atto d’informalità, indegno della maestà infinita di Cristo (anche se questa maestà è umilmente nascosta nella specie del pane). Questo pericolo reale rappresenta una vera motivazione pastorale. Qui entrano ancora altri due aspetti d’importanza eminentemente pastorale: – il fatto sempre più diffuso della perdita dei frammenti eucaristici, i quali cadono sulla terra e in seguito sono calpestati; – il furto dilagante delle ostie sacre. Tutto ciò si verifica a causa del gesto così insicuro, banale e mai esistito nella Chiesa, cioè l’uso odierno di distribuire la santa Comunione sulla mano (l’uso dei primi secoli era notevolmente diverso)”.

In teologia sembra avanzare l’antropocentrismo a discapito del cristocentrismo. Cosa comporterà questo nel prossimo futuro della Chiesa?
“L’antropocentrismo, in ultima analisi, comporta:
– lo svanimento e la perdita della fede soprannaturale;
– l’eliminazione della grazia Divina e dei mezzi della grazia;
– l’eliminazione del senso soprannaturale dei sacramenti, dando loro un significato puramente sociologico;
– l’eliminazione della preghiera personale e delle concrete opere di penitenza e ascesi;
– l’eliminazione, col tempo, dell’adorazione di Dio, cioè della Santissima Trinità e favorisce l’adorazione dell’uomo e della terra (del clima, dell’oceano etc.);
– la dichiarazione pratica e anche teorica che questa terra è il giardino del paradiso, cioè il paradiso sulla terra (teoria dei Comunisti);
– l’apostasia.
L’antropocentrismo comporterà una spaventosa codardia davanti al mondo e la collaborazione dei fedeli e dei chierici con le ideologie anticristiane. Si verificheranno oggi queste parole del Nostro Divino Maestro e dell’apostolo san Paolo: “Quando si dirà: Pace e sicurezza, allora d’improvviso li colpirà la rovina” (1 Tess. 5,3), “Senza de Me non potete far nulla” (Gv 15,5) e “Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18,8)”.


Recentemente, in una bellissima quanto documentata conferenza, Lei ha parlato del Concilio Vaticano II e dei suoi documenti. Può spiegarci quello che non è stato ancora attuato alla luce dei documenti conciliari e quali sono le false e pericolose interpretazioni che alcuni teologi progressisti danno dell’ultimo concilio.
“Il contributo più originale e specifico del Concilio Vaticano II consiste nella chiamata universale alla santità nel capitolo 5 di “Lumen gentium” e nella chiamata universale missionaria all’evangelizzazione (il Decreto “Ad gentes“), la quale si manifesta nella collaborazione dei fedeli laici con i pastori della Chiesa nel testimoniare e nel difendere la purezza e l’integrità della fede cattolica nell’odierno mondo fino al martirio, se necessario (il Decreto “Apostolicam actuositatem“). La seguente affermazione conciliare rimane una delle più belle, necessarie e attuali: “I cristiani, comportandosi sapientemente con coloro che non hanno la fede, s’adoperino a diffondere la luce della vita con ogni fiducia e con fortezza apostolica, fino all’effusione del sangue” (Dichiarazione “Dignitatis humanae“, n. 14). Questi contributi più essenziali dell’ultimo Concilio sono stati purtroppo offuscati e soffocati in larga misura dalla gran parte di chi ha occupato le cattedre teologiche, cioè dai nuovi scribi, e purtroppo anche da parte di non pochi rappresentanti del clero e persino dell’alto clero. Sono state diffuse interpretazioni completamente arbitrarie e interpretazioni erronee di alcune espressioni non sufficientemente chiare o ambigue in alcuni testi conciliari. Si sono creati dei miti conciliari. Questa situazione si spiega, da un lato, dal carattere pastorale e non-definitivo di una considerevole parte dei testi conciliari e, dall’altra parte, di una mancata refutazione dettagliata e sistematica di queste interpretazioni erronee da parte del Magistero. Ci vuole un sillabo degli errori di interpretazioni conciliari”.

L’idea di cambiamenti sulla morale matrimoniale crede che sia un reale pericolo che possa verificarsi in occasione del prossimo sinodo dei vescovi a Roma o è solo un pericolo auspicato dai media anti-cristiani?
“Alcuni fatti hanno dimostrato che c’è un pericolo del cambiamento della comprensione e dell’applicazione pratica delle verità Divine sul matrimonio e sulla sessualità umana nell’ambito ecclesiale stesso. Esempi sono stati lo svolgimento del sinodo nel mese di ottobre 2014 con momenti di manipolazione all’interno dello stesso sinodo, la Relatio post disceptationem, il nuovo questionario mandato alle diocesi, le affermazioni pubbliche del Segretario del Sinodo, di alcuni cardinali, di rappresentanti di alcune conferenze episcopali. Questi ecclesiastici usano, sorprendentemente, lo stesso linguaggio e lo stesso modo di argomentare dei mass-media anti-cristiani. Essi hanno, riguardo a questa tematica, la forma mentis del mondo e non del Vangelo. Rimane l’impressione che nelle stesse file del clero ci siano dei collaboratori con la dittatura mediatica e politica della nuova ideologia anti-cristiana “.

Sembra che la società si sia sempre più omosessualizzando e, recentemente, anche in Irlanda, sono stati riconosciuti i matrimoni gay. Quali saranno i pericoli per la Chiesa in questo campo?
“Una delle caratteristiche essenziali della Chiesa è la testimonianza e – se necessario – il martirio della verità. Gesù ha solennemente confessato davanti ai potenti del Suo tempo: “Io sono venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità” (Gv 18,37). E questo rimane sempre la missione della Chiesa e di ogni cristiano. Avere paura, davanti alla prepotenza ideologica del mondo, sarebbe una contraddizione alla missione essenziale della Chiesa e dei cristiani. Le parole di Gesù con le quali Egli incoraggiava all’inizio della predicazione del Vangelo l’apostolo Paolo, sono dirette anche a noi oggi, in primo luogo ad ogni vescovo e poi anche ad ogni fedele: “Non aver paura, ma continua a parlare e non tacere, perché Io sono con te” (At 18,9). Ed anche queste parole di San Pietro, nella sua Prima Lettera, cioè nella prima enciclica papale, sono attuali più che mai: “E chi vi potrà fare del male, se sarete ferventi nel bene? E se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non vi sgomentate per paura di loro, né vi turbate, ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché nel momento stesso in cui si parla male di voi rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo. È meglio infatti, se così vuole Dio, soffrire operando il bene che facendo il male” (1 Pt 3,13-17)”.

Eccellenza, in che senso è possibile dialogare cristianamente con gli esponenti delle altre religioni e dell’Islam in particolare?
“Il comandamento dell’amore al prossimo vale per tutti e non c’è un’eccezione. Dobbiamo amare persino i nostri nemici e tutti coloro che ci sono ostili. Dobbiamo amare tutti coloro che si trovano nell’errore della fede e della morale. Anzi, dobbiamo avere in modo speciale misericordia verso queste persone, perché da Dio siano liberati dall’errore e dal peccato, giacché l’errore e il peccato sono la più grande miseria e infelicità dell’uomo. Quindi dobbiamo e possiamo dialogare con tutti, e specialmente con i musulmani, seguendo il metodo di san Paolo e di tutti i Santi: “Operando la verità nella carità (veritatem facientes in caritate)” (Ef 4,15)”.

 
(Fonte: Matteo Orlando, La fede quotidiana, 15 giugno 2015)
http://www.lafedequotidiana.it/athanasius-schneider-travisati-documenti-del-concilio-vaticano-ii/74

 

Il Cardinal Sarah: "La Fede o niente"

Il nodo è la fede. Perché “se un vescovo, un cardinale non vede ciò che l’Eucarestia è, cioè il corpo di Cristo, e prende questa Eucarestia come un pasto, da cui nessuno deve essere escluso, perdiamo veramente il cuore del mistero.” Parola del Cardinal Robert Sarah, Prefetto per la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. Presentando lo scorso 20 maggio al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II la collana “Famiglia, Lavori in corso” dell’Editore Cantagalli, il Cardinal Sarah ha parlato senza peli sulla lingua. Il Sinodo? “La gente crede che ci sarà una rivoluzione, ma non potrà essere così. Perché la dottrina non appartiene a qualcuno, ma è di Cristo”. Le sfide della Chiesa? “Oggi la Chiesa deve combattere contro corrente, con coraggio e speranza senza aver paura di alzare la voce per denunciare gli inganni e la manipolazione e i falsi profeti. In duemila anni la Chiesa ha affrontato tantissimi venti contrari, ma con l’aiuto dello Spirito Santo la sua voce si è sempre fatta sentire.”
Parole che pesano come macigni, nella discussione in corso. Vanno oltre il mero dibattito del sinodo, certo quello importante e pesante, mentre alcune Conferenze Episcopali rendono noti i risultati del questionario del Sinodo, spesso con la sottile volontà di influenzare l'opinione pubblica, di mostrare la richiesta di una Chiesa nuova.
Il Cardinal Sarah entra nel dibattito con una prospettiva ampia. Non risponde alle domande dei giornalisti, ma a quelle della platea accorso a vedere la presentazione, sì. E lo fa con la franchezza che vuole un dialogo.
Spiega il Cardinale: “Come disse Ratzinger, un diritto che non si basa sulla morale diventa ingiustizia. Per questo è necessario tener presente il contesto della secolarizzazione in cui viviamo. L’allontanamento di parti intere della società moderna dal cristianesimo è andato di pari passio con l’ignoranza e il rigetto della sua dottrina e identità culturale.” Papa Francesco parla di una Chiesa ospedale da campo. Commenta il Cardinale: “Dice una cosa profonda: dobbiamo annunciare la bellezza del cristianesimo perché l’uomo è gravemente ferito. In un ospedale da campo, cerchi di chiudere le ferite prima possibile, perché le persona non muoiano. Poi in un secondo momento penserai al fattore estetico. L’uomo ha necessità di amore, ed è questo il nostro compito, portarlo all’unico compito che dà senso alla nostra esistenza.”  
Ma il problema, è inutile girarci intorno, è la fede, oppressa da una secolarizzazione galoppante. “La Chiesa deve vigilare per contrapporsi alla perdita dei valori cristiani. I mezzi di comunicazione sociale, i media, contribuiscono a denigrare la posizione della Chiesa, a mostrarla sotto una falsa luce, o nel migliore dei casi a restare silenziosi. Il pensiero dominante cerca senza sosta di presentare l’idea di una Chiesa arretrata e medievale, che rifiuterebbe di adattarsi all’evoluzione del mondo, ostile alle scoperte scientifiche.”
Il percorso sinodale rappresenta le lenti per mettere in luce questo dibattito. Allo scorso sinodo, "fu chiaro che il vero fulcro non era e non è solo la questione dei divorziati risposati", bensì "se la dottrina della Chiesa sia da considerare un ideale irraggiungibile, irrealizzabile e necessitante quindi di un adattamento al ribasso  per essere proposta alla società odierna. Se così stanno le cose, si impone necessariamente una chiarificazione se il Vangelo sia una buona notizia per l'uomo o un fardello inutile e non più proponibile".
Quali le ideologie contro cui combattere oggi? “Oggi una delle ideologie più pericolose è quella del gender, secondo la quale non ci sono differenze ontologiche tra l’uomo e la donna, e l’identità maschile e femminile non sarebbero scritte nella natura. (La differenza sessuale risulterebbe) da una costruzione sociale,e un ruolo che riveste l’individuo attraverso dei compiti e delle funzioni sociali. Per i suoi teorizzatori le differenze uomo-donna non sono che delle oppressioni normative, degli stereotipi culturali, delle costruzioni sociali che bisogna decostruire al fine di pervenire all’eguaglianza tra uomo e donna. L’idea di una identità costruita nega nei fatti l’importanza del corpo sessuato.”
Accusa il Cardinal Sarah: “Dire che la sessualità umana non dipende dall’identità dell’uomo e della donna, ma da un orientamento sessuale, come l’omosessualità, è un totalitarismo onirico, è una vera ideologia che di fatto nega la realtà delle cose. Non vedo un avvenire possibile a un tale inganno. Una cosa è rispettare le persone omosessuali, che hanno diritto a un autentico rispetto, altra cosa è promuovere omosessualità. Anche i divorziati risposati hanno diritto a un autentico rispetto, ma la Chiesa non può promuovere una nuova idea di famiglia. Le persone omosessuali sono le prime vittime di questa deriva.”
Il compito della Chiesa – annuncia il Cardinale – è di annunciare la dottrina cristiana e la verità dell’amore coniugale, portando l’uomo alla sua vera realizzazione.” Ma si torna sempre al nodo della fede. Una fede che si ignora, tanto che si utilizza un vocabolario per parlare dei sacramenti che non è il vocabolario cristiano.
“È chiaro che è sbagliatissimo che la Chiesa si permetta di usare le parole che sono usate nelle Nazioni Unite. Abbiamo un vocabolario per esprimere ciò che crediamo. Se l’Eucarestia è solo un pasto, possiamo anche dare la comunione ai divorziati che contraddicono l’alleanza. Il fatto è che siamo imprecisi nell’usare parole cristiane come ‘misericordia.’  Senza spiegare di che si tratta, inganniamo la gente. La misericordia non chiude gli occhi per non vedere il peccato... il Signore è pronto a perdonare, però se torniamo (a Lui), se ci pentiamo dei nostri peccati. Io penso che dobbiamo misurare le parole che usiamo, perché la gente ha sentito parlare i vescovi, il Papa, e sperano che ci sarà un cambiamento totale… E anche se oggi sentiamo una nuova direzione nelle parole del Santo Padre, la gente non ci crede, perché crede che ci sarà un cambiamento, ci sarà una rivoluzione e dobbiamo provare che non c’è una rivoluzione, non ci può essere, perché la dottrina non appartiene a qualcuno, appartiene a Cristo, alla Chiesa.” E ancora: "Cristo è stato misericordioso, però ha affermato che rompere il matrimonio è adulterio. Non si può interpretare questa sua parola diversamente, è un peccato, e il peccatore, senza pentimento, non può avvicinarsi al corpo di Cristo. Se già alcuni Paesi lo fanno, insultano Cristo, è una profanazione del suo corpo, sono più colpevoli perché lo fanno in modo pensato, voluto.
L’antidoto alla confusione è la chiarezza, perché “se noi ritroviamo la nostra fede, se noi troviamo una dottrina ferma, sono sicuro che il popolo di Dio seguirà, anche se con difficoltà.” Solo con la chiarezza si può essere davvero testimoni, in un mondo in cui c’è il rischio di adeguarsi alle richieste del tempo presente.
“Io penso – dice il Cardinale Sarah - che è più coraggioso stare con Cristo sulla croce, essere fedele  alla sua parola: non è facile vivere il Vangelo. È facile andare nelle periferie… ma con chi andiamo? Se non portiamo Cristo, non portiamo niente! Io penso che il coraggio più forte è rimanere cristiani, come fanno tanti cristiani che muoiono in Pakistan, Medio Oriente, Africa. Non vuol dire che non dobbiamo uscire per portare il Vangelo. Ma il coraggio per noi oggi è di andare controcorrente, perché il mondo non sopporta più il Vangelo.”
Per il Cardinale Sarah, il martirio “non è solo fisico,” c’è anche il martirio di coloro ai quali viene anestetizzata la fede. E per questo “dobbiamo essere sempre più chiari ad esprimere la nostra fede con rispetto, con coraggio, come hanno fatto i nostri predecessori. È coraggioso di non essere del mondo perché il mondo non ascolta la Parola.”
Ma oggi si ha “l’impressione che la gente parla dove va il vento. Dobbiamo seguire Cristo, il suo Vangelo. Tutti noi seguiamo Cristo, nell’ambiente oggi che è così insicuro, in cui ciascuno ha il suo parere.” Ma il dibattito in corso, racconta il Cardinale, è drogato perché “molte volte anche i giornalisti oppongono il Papa con la Curia, che è falso. Ma ormai le persone pensano che ci siamo opposti, e pensano che il Santo Padre ha detto che è a favore della comunione ai divorziati, eppure questa è soltanto una interpretazione delle sue parole.”
Si torna sempre al nucleo centrale: la fede. L’ultimo libro del Cardinal Sarah si chiama “Dio o niente.” Per lui, “la fede è il nucleo della difficoltà della Chiesa. Abbiamo veramente incontrato Cristo? Ha cambiato Cristo la nostra vita? E poi, c’è la crisi sacerdotale. I sacerdoti sono ipse Christus, e questo è vero. Ma siamo coscienti di essere Christus?”

  
(Fonte: Andrea Gagliarducci, ACI Stampa, 22 maggio 2015
http://www.acistampa.com/story/il-cardinal-sarah-la-fede-o-niente-0590

 

C'è una Chiesa che vuole le nozze gay e cattoliche

Già da tempo molti teologi, anche cattolici, cercano di sdoganare l’omosessualità, perché sia accettata dalla comunità credente come una forma legittima di amore. Naturalmente, questo discorso riguarda solo quelle persone omosessuali che si dicono credenti e che vorrebbero continuare a vivere come credenti nella comunità ecclesiale, senza rinnegare l’esercizio della loro omosessualità. Ecco le loro argomentazioni. Essendo la sessualità un potenziale carico di eros, è certamente importante che questo eros non decada nello sfruttamento dell’altro o nel dominio sull’altro, ma sia educato a diventare strumento di una relazione autentica. 
Questo discorso, secondo quegli autori, vale non solo per gli etero, ma anche per gli omosessuali. Non importa quale sia il sesso fisiologico. L’eros prescinde dal sesso. Il piacere erotico, infatti, si può provare anche nell’incontro con una persona dello stesso sesso. Si deve dunque proporre agli omosessuali credenti un cammino di crescita spirituale, orientata all’incontro con l’altro tu, in cui si rivela il Tu ineffabile e trascendente del Mistero d’Amore.
In questo contesto, dicono, gli atti omosessuali non possono più essere considerati immorali.
La moralità di un atto, proseguono, infatti, non sta nell’adesione a una norma, ma consiste nel favorire l’incontro, la relazione, l’aiuto reciproco. In questo senso si può parlare anche di una “fecondità” della relazione omosessuale, anche se è diversa dalla fecondità procreativa. In questo percorso spirituale, alla coppia omosessuale va però chiesta la stabilità e l’esclusività. 
Stando così le cose, argomentano, non si capisce perché non si possa parlare di matrimonio e di famiglia anche per una coppia omosessuale, dato che ci sono i requisiti fondamentali della stabilità, dell’esclusività e della fecondità (sia pure in senso metaforico). E poiché una relazione stabile ed esclusiva è un bene per la società, non si vede perché una coppia omosessuale non debba avere un riconoscimento e una tutela giuridica da parte dello Stato. Una società in cui i gay possono sposarsi è una società che incoraggia l'impegno fedele.
Ho cercato qui di sintetizzare, con molta benevolenza, il discorso di quei teologi, i quali spingono perché la Chiesa cattolica cambi il suo insegnamento sulla morale sessuale.
Lì infatti vogliono arrivare. In sostanza, la loro argomentazione si riassume in questo: poiché in una coppia omosessuale è possibile (non è automatico, ma è possibile, tanto più se è formata da credenti) che ci siano sentimenti di amore, di oblatività, di sacrificio per l’altro/a, ciò è sufficiente per ritenere moralmente a posto quelle persone, e quindi ammetterle alla comunione eucaristica. Toccherà al sacerdote che segue quelle copie verificare se ci sia quel cammino spirituale, quel “vissuto”, e quindi anche eventualmente benedire quelle relazioni omosessuali basate su valori di amore, fedeltà e impegno.
Di fronte a queste tesi, che sembrano di alta spiritualità, la prima cosa che uno si chiede è che fine abbia fatto il corpo, che, da che mondo è mondo, si distingue in maschile e femminile. Si parte dall’affermazione, ormai data per scontata, che l’omosessualità non sia più una patologia psichiatrica (com’era considerata prima del 1973), né un disturbo della personalità, né l’espressione di un disagio o di una mancata maturazione affettiva, ma un orientamento normale della sessualità umana. La componente genitale è allora solo un aspetto secondario e persino irrilevante della sessualità. Sbagliano dunque quelli che pensano che l’omosessuale sia interessato solo al sesso, sia pure fatto in un certo modo. Questo “certo modo” è del tutto marginale rispetto alla dimensione affettiva e spirituale. 
Qui siamo chiaramente in una posizione di tipo gnostico. Per gli gnostici del II secolo quello che avveniva a livello del corpo (genitali) non aveva nessuna rilevanza morale per la persona “pneumatica”, quella cioè che aveva raggiunto o scoperto la sua “consustanzialità” con il Pneuma, lo Spirito divino. Da qui il loro libertinismo in materia sessuale. A parte il fatto che nessuna persona di buon senso ritiene moralmente irrilevante l’uso del piacere sessuale, anche se poi uno cerca sempre di giustificare i propri comportamenti, l’insegnamento della parola di Dio, e in particolare quello dell’apostolo Paolo, è chiarissimo su questo punto. Di fronte alle tendenze pre-gnostiche dei cristiani di Corinto, i quali dicevano: «Tutto mi è lecito» (1Cor 6,12), Paolo ricorda che «il corpo è tempio dello Spirito Santo» (6,19), «membra di Cristo» (6,15), e che non bisogna «peccare contro il proprio corpo» (6,18) con la fornicazione. Il corpo, infatti, è destinato alla risurrezione (6,14). Occorre dunque «glorificare Dio nel proprio corpo» (6,20). 
Anche se il nostro corpo attuale è segnato dalla corruttibilità e dalla morte, tuttavia l’unità della persona è tale che non si può considerare il corpo escluso dalla moralità, come se essa fosse solo dipendente dall’intenzione dell’animo: «Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, ciascuno per ricevere la ricompensa delle opere compiute finché era nel corpo, sia in bene che in male» (2Cor 5,10). Paolo conosceva bene il mondo pagano, con la sua esaltazione di una sessualità senza freni, che egli condanna apertamente (cfr. Rom 1,24-32), escludendo che ci possa essere una “via cristiana” all’interno di un comportamento omosessuale. Le sue parole sono chiare: «Che ciascuno sappia mantenere il proprio corpo con santità e rispetto, non come oggetto di passioni e libidine, come i pagani che non conoscono Dio. Che nessuno offenda e inganni in questa materia il proprio fratello, perché il Signore è vindice di tutte queste cose, come già vi abbiamo detto e attestato» (1Ts 4,3-6). E per non correre il pericolo di non essersi spiegato bene, aggiunge: «Dio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione. Perciò chi disprezza queste norme non disprezza l’uomo, ma Dio stesso, che vi dona il suo Santo Spirito» (ivi, vv. 7-8). Già allora c’era chi con sofismi cercava di far passare nella vita cristiana il comportamento pagano. 
Allora Paolo ammonisce: «Non illudetevi: né immorali, né idolastri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio» (1Cor 6,9-10). E in questa condanna sono inclusi non solo chi compie quelle azioni, ma anche chi le approva (cfr. Rom 1,32). Se la parola di Dio ha ancora un senso, allora questi insegnamenti dell’Apostolo non possono essere messi da parte come superati. Ma questa, obiettano, è una lettura fondamentalista della Bibbia. Per Gesù, dicono, la norma morale non è un assoluto, perché prima di tutto viene l’amore: essere orientati all’amore, è questo che fa la moralità dell’atto umano. Ma, chiediamo, che cos’è l’amore? Forse risponderanno come Pilato di fronte alla verità, cioè non risponderanno (cfr. Gv 18,38). 
Siamo consapevoli che nelle persone omosessuali c’è un grande bisogno di affetto, di tenerezza, di amicizia, di amore, ma questo bisogno è presente in tutti e deve esprimersi con verità, nel rispetto della propria condizione. L’eros sessuale non può essere messo semplicemente a servizio dell’amore a prescindere dal proprio stato e dalla differenza tra maschio e femmina. Ci sono infatti vari tipi di amore, come l’amore di amicizia, l’amore fraterno, paterno, materno, filiale, che escludono l’eros sessuale, pena cadere nell’incesto e negli atti contro natura. C’è un unico amore capace di accogliere e di sublimare l’eros sessuale, ed è l’amore coniugale, dove il piacere sessuale e l’affettività sono al servizio dell’amore, che è una decisione che impegna tutta la persona per tutta la vita, in vista anche della generazione e dell’educazione dei figli. In un comportamento tra persone, non basta che ci siano elementi positivi perché esso risulti moralmente accettabile. Anche in una relazione adulterina ci può essere soddisfazione, affetto, dedizione, ma non per questo diventa moralmente accettabile. 
Non è vero che la posizione cattolica porti la persona con tendenza omosessuale su una strada senza uscita, dando per scontato che la castità sia impossibile. Ciò significherebbe ammettere che la grazia di Cristo non sia efficace e che lo Spirito Santo non venga in aiuto alla debolezza umana. Proporre agli omosessuali un ipotetico percorso spirituale, chiedendo per di più un impegno di “stabilità” e di “esclusività” nell’esercizio della loro omosessualità, assomiglia molto a una visione romantica, assai lontana dalla realtà.
Ciò non farebbe che illudere ancora di più quelle persone e far loro del danno invece che aiutarle.
 
(Fonte: Enrico Cattaneo, La nuova bussola quotidiana, 30 luglio 2015)
http://www.lanuovabq.it/it/articoli-ce-una-chiesa-che-vuole-le-nozze-gay-e-cattoliche-13393.htm

 

mercoledì 29 luglio 2015

Padre Lombardi, la bocca della verità

Nei primi mesi del pontificato di papa Francesco vari osservatori avevano individuato in lui – tra gli altri – tre caratteri distintivi.
Il primo era l'insofferenza nei confronti della curia. Invece di avvalersi di essa, Francesco sembrava voler fare da sé, costituendo attorno a sé una squadra minuscola ma attivissima di collaboratori fidati, un po' come aveva fatto un secolo prima Pio X con la sua "segretariola" personale:
> La "segretariola" di Francesco, il papa che vuol fare tutto da sé (8.8.2013)
Il secondo elemento peculiare era individuato nella novità di forma e di contenuto dei suoi interventi in campo geopolitico, di cui la giornata di preghiera e digiuno contro l'intervento militare occidentale in Siria, il 7 settembre del 2013, fu il più emblematico, quasi espressivo di una sua nuova strategia planetaria:
> Francesco e il miracolo dell'icona (12.9.2013)
Il terzo era l'apparente spontaneità e improvvisazione di tanti suoi gesti e parole. Francesco abbandonava sempre più spesso il testo scritto per parlare a braccio, dava interviste senza controllarle né prima né dopo, agiva infrangendo i protocolli.
Oggi però, dopo più di due anni, nessuna di queste tre impressioni sembra più reggere. E a smentire definitivamente almeno le prime due è un testimone di sicura attendibilità, uno che conosce papa Francesco molto da vicino e lo frequenta quotidianamente: il gesuita Federico Lombardi, direttore della sala stampa della Santa Sede.
 
I giudizi di padre Lombardi sono annidati in un lungo servizio sul pontificato di Francesco uscito sul numero di agosto della famosa rivista internazionale "National Geographic":
> Will the Pope Change the Vatican? Or Will the Vatican Change the Pope?
L'autore del servizio, il giornalista americano Robert Draper, riporta alcune battute di un colloquio avvenuto a Roma tra padre Lombardi e un suo collega argentino, Federico Wals, già addetto stampa di Jorge Mario Bergoglio a Buenos Aires.
"Come ti senti con il mio ex capo?", chiede Wals. Risponde Lombardi: "Confuso".
Altro che piccola ma compatta squadra parallela, a servizio personale e diretto del papa. Lombardi spiega che ciascuno dei collaboratori di Francesco, anche i più intimi, conosce solo una parte di ciò che il papa decide e fa.
Padre Lombardi porta l'esempio di un incontro a Casa di Santa Marta tra Francesco e quaranta esponenti ebrei, di cui la sala stampa vaticana e lui hanno saputo solo a cose fatte. "Nessuno è a conoscenza di tutto quello che il papa sta facendo", dice Lombardi. "Nemmeno il suo segretario personale lo sa. Devo sempre fare un giro di telefonate: Una persona è a conoscenza di una parte della sua agenda, un’altra di un'altra parte ".
Da ciò si arguisce che Bergoglio utilizza l'uno o l'altro dei suoi confidenti più stretti a seconda delle proprie inclinazioni e delle rispettive abilità.
Tra i più vicini a lui, alcuni sono argentini:
- Fabián Pedacchio Leaniz, suo segretario personale;
- Guillermo Javier Karcher, cerimoniere pontificio e addetto al protocollo, l'ufficio della segreteria di Stato dal quale passano tutte le carte della Santa Sede;
- Marcelo Sánchez Sorondo, cancelliere delle pontificie accademie delle scienze e delle scienze sociali;
- Víctor Manuel Fernández, rettore della Universidad Católica Argentina di Buenos Aires e suo intellettuale di riferimento, nonostante le credenziali tutt'altro che brillanti:
> E questo sarebbe il teologo di fiducia del papa?
Altri sono italiani:
- Antonio Spadaro, gesuita, direttore de "La Civiltà Cattolica";
- Dario Edoado Viganò, direttore del Centro Televisivo Vaticano e ora anche prefetto della neonata segreteria per la comunicazione;
- Battista Ricca, direttore della Casa di Santa Marta e promosso da Francesco a prelato dello IOR, nonostante i suoi trascorsi scandalosi, specie quand'era consigliere della nunziatura di Montevideo, dirimpetto a Buenos Aires sul Rio de la Plata:
> Il prelato della lobby gay
In ogni caso – sempre a detta di padre Lombardi – anche con la curia vera e propria il papa opera in forma scoordinata, appoggiandosi di volta in volta all'uno o all'altro funzionario o ufficio:
"Francesco ha ridotto drasticamente i poteri del segretario di Stato, in particolare per quanto riguarda le finanze vaticane. Con ciò il problema è che la struttura della curia non è più chiara. Il processo [di riforma] è in corso, e che cosa ne uscirà alla fine nessuno lo sa. La segreteria di Stato non è più al centro di tutto come prima, e il papa ha molte relazioni che sono dirette solo da lui, senza alcuna mediazione".
Eppure anche questo disordine, aggiunge Lombardi, presenta qualche vantaggio:
"In un certo senso ciò è positivo, perché in passato c'erano delle critiche per il fatto che qualcuno aveva troppo potere sul papa. Non si può più dire che questo oggi sia il caso".
 
Padre Lombardi demitizza anche la strategia di papa Francesco in campo geopolitico.
Fa il paragone tra ciò che gli diceva Benedetto XVI dopo un incontro con l'uno o l'altro leader mondiale, per consentirgli di sintetizzare in un comunicato i contenuti del colloquio, e ciò che gli dice oggi papa Francesco:
"Era incredibile. Benedetto era così chiaro. Diceva: 'Abbiamo parlato di queste cose, sono d'accordo su questi punti, avrei obiezioni contro questi altri punti, l'obiettivo del nostro prossimo incontro sarà questo’. Due minuti e avevo totalmente chiaro il contenuto del colloquio. Con Francesco [mi sento dire]: 'Questo [che ho incontrato] è un uomo saggio; ha avuto queste esperienze interessanti'. La diplomazia per Francesco non è tanto una strategia, ma invece: 'Ho incontrato questa persona, ora abbiamo un rapporto personale, cerchiamo ora di fare del bene per la gente e per la Chiesa'”.

Padre Lombardi – sempre su "National Geographic" – insiste invece nel giudicare "totalmente spontaneo" papa Francesco anche quando compie dei gesti eclatanti come ad esempio l'abbraccio a tre a Gerusalemme, davanti al Muro Occidentale, tra lui, il papa, l'imam musulmano Omar Abboud e il rabbino ebreo Abraham Skorka, entrambi suoi amici argentini.
Ma che Bergoglio sia una personalità di puro istinto, portata a improvvisare, è stato smentito, nel caso specifico, dallo stesso rabbino Skorka, il quale ha detto di avere discusso col papa l'idea dell'abbraccio già prima di partire per la Terra Santa.
E in generale sono numerose le testimonianze di conoscitori di Bergoglio di lunga data che lo descrivono come un "giocatore di scacchi", un calcolatore sopraffino, di cui ogni giornata è perfettamente organizzata e ogni mossa è accuratamente studiata.
Lui stesso, d'altra parte, ha detto a "La Civiltà Cattolica", nella più importante delle sue interviste da papa:
"Diffido sempre della prima decisione, cioè della prima cosa che mi viene in mente di fare se devo prendere una decisione. In genere è la cosa sbagliata. Devo attendere, valutare interiormente, prendendo il tempo necessario".
Anche la sua espressività a contatto con le folle, così ilare ed estroversa, difficilmente può essere attribuita solo a una speciale infusione dello Spirito Santo, seguita alla sua elezione a papa, come lui stesso alcune volte ha detto. Chiunque lo conosceva da tempo e gli era amico – ultimo l'arcivescovo Agostino Marchetto, in un'ampia intervista a "Critica marxista" del giugno 2015 – lo ricorda come "una persona estremamente seria, che non rideva mai, mai". Un cambiamento così netto nei comportamenti esteriori non può non derivare anche da una valutazione razionale della sua opportunità.
E lo stesso vale per l'evidente preferenza del papa per lo stile comunicativo orale, rispetto a quello scritto.
Su "L'Osservatore Romano" del 15 luglio monsignor Viganò, uno specialista in materia, ha mostrato come tale preferenza non sia affatto slegata da una consapevole ponderazione da parte del papa dei vantaggi dell'oralità:
> Francesco nel villaggio globale
Ma si può aggiungere che Francesco cominci a soppesare anche gli svantaggi di una troppo disinvolta oralità comunicativa.
Quando ad esempio Francesco insiste sulla necessità di sottoporre a una corretta "ermeneutica" le sue stesse parole – come ha fatto nella conferenza stampa sul volo di ritorno a Roma del suo ultimo viaggio – ha forse in mente anche la colossale gaffe in cui è caduto l'11 luglio ad Asunción, parlando a braccio ai rappresentanti della società civile e alle massime autorità politiche del Paraguay.
Lì a un certo punto disse testualmente:
“Ci sono due cose, prima di concludere, a cui vorrei fare riferimento. E in questo, poiché ci sono politici qui presenti, c’è anche il presidente della Repubblica, lo dico fraternamente. Qualcuno mi ha detto: ‘Senta, il tale si trova sequestrato dall’esercito, faccia qualcosa!’. Io non dico se è vero o non è vero, se è giusto o non è giusto, ma uno dei metodi che avevano le dittature del secolo scorso era allontanare la gente, o con l’esilio o con la prigione; o, nel caso dei campi di sterminio, nazisti o stalinisti, la allontanavano con la morte. Affinché ci sia una vera cultura in un popolo, una cultura politica e del bene comune, ci vogliono con celerità giudizi chiari, giudizi limpidi. E non serve altro tipo di stratagemma. La giustizia limpida, chiara. Questo ci aiuterà tutti. Io non so se ciò qui esiste o meno, lo dico con tutto rispetto. Me lo hanno detto quando entravo, me lo hanno detto qui. E che chiedessi per non so chi… non ho sentito bene il nome”.
Il nome che Francesco non aveva “sentito bene” era quello di Edelio Murinigo, un ufficiale sequestrato da più di un anno non dall’esercito regolare del Paraguay – come invece il papa aveva capito – ma da un sedicente "Ejército del pueblo paraguayo", un gruppo terrorista marxista-leninista attivo nel paese dal 2008.
Eppure, nonostante la dichiarata ed enfatizzata sua ignoranza del caso, Francesco non temette di utilizzare i pochi e confusi dati da lui occasionalmente raccolti poco prima per accusare “fraternamente” l’incolpevole presidente del Paraguay addirittura di un crimine assimilato ai peggiori misfatti nazisti e stalinisti.
È un caso, questo, nel quale padre Lombardi torna ad avere ragione. Qui l'impulso, la "spontaneità", ha vinto sulla ponderazione. Qui papa Francesco pare proprio che abbia fatto "la prima cosa che mi viene in mente di fare".
 

(Fonte: Sandro Magister, www.chiesa, 29 luglio 2015)
http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1351102?refresh_ce

 

domenica 19 luglio 2015

Viganò fa l’ermeneutica del papa, ma dimentica la colossale gaffe di Asunción

Nella conferenza stampa sul volo di ritorno dal viaggio in Ecuador, Bolivia e Paraguay papa Francesco ha usato un parola per lui inusuale: “ermeneutica”.
In pochi muniti l’ha ripetuta undici volte e ha chiesto di applicarla a lui stesso, alle sue parole che effettivamente spesso si prestano a interpretazioni ambigue, polivalenti.
Ed ecco puntuale, due giorni dopo su “L’Osservatore Romano”, il primo intervento pubblico di monsignor Dario Viganò nella sua nuova veste di prefetto della neonata segreteria vaticana per la comunicazione, tutto dedicato proprio allo “stile comunicativo di Bergoglio tra oralità e concretezza”:
> Francesco nel villaggio globale
Come caso di studio dello stile comunicativo di Francesco, Viganò ha preso il discorso fatto dal papa ai giovani del Paraguay, la sera del 12 luglio: un discorso fatto a braccio, dopo aver abbandonato il testo scritto precompilato.
Scrive Viganò:
“Credo che la chiave per comprendere la pratica comunicativa di papa Francesco vada ricercata a partire dagli studi ormai classici sul rapporto tra oralità e scrittura. Un discorso preparato è noioso, perché è un testo concepito nella forma di uno scritto. Sappiamo infatti come la cultura scritta, rispetto a quella dell’oralità, abbia privilegiato la sinteticità, l’analiticità, l’oggettività, il pensiero astratto.
“Lo stile del pontefice si pone invece come uno stile ridondante, capace di comprendere la forza determinante della contestualità – il richiamo all’ermeneutica durante la conferenza stampa nel viaggio di ritorno dal Sud America è stato preciso – e la concretezza. Tutt’altro che negativa, la ridondanza appare piuttosto come intrinseca esigenza di chi comunica oralmente, chiamato a procedere a velocità pedonale sui sentieri della parola e con un incedere zigzagante, attraverso cioè una frequente ripetizione di ciò che ha già detto”.
E conclude:
“Il dire di papa Francesco sta avviando la pratica antica del passaparola, comunicazione che a sua volta edifica una riconoscibilità e una stabilità negli interlocutori – vera e propria comunità – innescando una reticolarità basata sul gusto di un ritrovato abbraccio tra umanità e Vangelo”.
Ridondanza, ripetizioni, incedere zigzagante…. Se però monsignor Viganò avesse preso come caso di studio non il discorso di Francesco ai giovani del Paraguay, ma quello tenuto dal papa la sera prima, sempre ad Asunción, ai rappresentanti della società civile, avrebbe potuto rilevare non solo i benefici, ma anche i seri limiti di una troppo disinvolta “oralità” comunicativa.
Lì Francesco a un certo punto disse testualmente, a braccio:
“Ci sono cose, prima di concludere, a cui vorrei fare riferimento. E in questo, poiché ci sono politici qui presenti, c’è anche il presidente della Repubblica, lo dico fraternamente. Qualcuno mi ha detto: ‘Senta, il tale si trova sequestrato dall’esercito, faccia qualcosa!’. Io non dico se è vero o non è vero, se è giusto o non è giusto, ma uno dei metodi che avevano le dittature del secolo scorso era allontanare la gente, o con l’esilio o con la prigione; o, nel caso dei campi di sterminio, nazisti o stalinisti, la allontanavano con la morte. Affinché ci sia una vera cultura in un popolo, una cultura politica e del bene comune, ci vogliono con celerità giudizi chiari, giudizi limpidi. E non serve altro tipo di stratagemma. La giustizia limpida, chiara. Questo ci aiuterà tutti. Io non so se ciò qui esiste o meno, lo dico con tutto rispetto. Me lo hanno detto quando entravo, me lo hanno detto qui. E che chiedessi per non so chi… non ho sentito bene il nome”.
Il nome che Francesco non aveva “sentito bene” era quello di Edelio Murinigo, un ufficiale sequestrato da più di un anno non dall’esercito regolare del Paraguay – come invece il papa aveva capito – ma da un sedicente “Ejército del pueblo paraguayo“, un gruppo terrorista marxista-leninista attivo nel paese dal 2008.
Eppure, nonostante la dichiarata ed enfatizzata sua ignoranza del caso, Francesco non ha temuto di utilizzare i pochi e confusi dati da lui malamente raccolti poco prima da un passaparola per accusare “fraternamente” l’incolpevole presidente del Paraguay addirittura di un crimine assimilato ai peggiori misfatti nazisti e stalinisti.
Onore al presidente paraguaiano Horacio Cartes (nella foto) per la signoria con cui ha lasciato cadere nel vuoto l’impressionante pubblico affronto.
 

(Fonte: Sandro Magister, Settimo Cielo, 17luglio 2015
http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/?refresh_ce

 

giovedì 2 luglio 2015

Renzi ignora il Family Day. Unioni civili entro settembre

Non è vero che Renzi ha rinunciato all’approvazione delle unioni civili. La proposta di legalizzarle non è mai venuta direttamente dal governo, ma dalla senatrice Laura Cirinnà, a cui il premier ha affidato il non difficile compito di trovare i voti in Parlamento.
La manifestazione del 20 giugno a Piazza San Giovani non ha per nulla turbato Renzi che, anche questa volta, si serve di interposta persona per chiarire le sue intenzioni. Una giornalista a lui notoriamente vicina, Maria Teresa Meli, ha scritto sul Corriere della Sera che il premier intende rispettare quella “promessa” fatta già tre anni fa alla Leopolda, quando propose la civil partnership sul modello tedesco. Slitteranno forse i tempi, considerato come al Senato ci sia anche il passaggio pericoloso delle riforme costituzionali.
Poco cambia, secondo Palazzo Chigi: il disegno di legge sarà approvato subito dopo. «Siccome il premier intende veramente fare sul serio – scrive Maria Teresa Meli – può facilmente incunearsi in questo spazio che si è aperto tra chi vuole il matrimonio e chi vi si oppone con tutte le sue forze, portando a casa il risultato: le unioni civili come proposta di mediazione accettabile. Magari non si riuscirà ad approvare la normativa entro luglio, ma a settembre al massimo la legge passerà al Senato per andare alla Camera».
«Per occuparsi che tutto fili liscio Renzi ha dato l’incarico di seguire questa vicenda a Maria Elena Boschi e la presenza della ministra per le Riforme, che per ora si muove dietro le quinte, dimostra quanto il premier tenga a quella legge. È una normativa che piace a molti credenti e una parte dei credenti sono gay, per questo Renzi non vede contraddizione alcuna tra il suo essere cattolico e il fatto di essere il primo presidente del Consiglio che riuscirà (salvo incidenti parlamentari sempre possibili in un paese come l’Italia) a mandare in porto, dopo anni di dibattiti, mediazioni fallite e tentativi andati a vuoto, una legge sulle unioni civili. E comunque “una promessa è una promessa”, Renzi vuole la legge sulle unioni civili: non verrò meno alla parola data, (“Corriere della Sera”, 29 giugno 2015).


(Fonte: Emmanuele Barbieri, Corrispondenza Romana, 1 luglio 2015)
http://www.corrispondenzaromana.it/renzi-ignora-il-family-day-unioni-civili-entro-settembre/

 

venerdì 26 giugno 2015

Antonio Socci stronca l’enciclica “Laudato sì” di papa Francesco

Il noto giornalista cattolico Antonio Socci stronca la nuova enciclica di papa Francesco, Laudato sì. Dopo aver messo in discussione la validità dell’elezione del pontefice nel suo ultimo libro “Non è Francesco” ed essersi attirato critiche da ogni parte per queste sue posizioni, nelle scorse ore, con un articolo pubblicato su Libero, Socci ha sostenuto che l’enciclica sembra il “cantico di frate sòla” utilizzando una parola romanesca che vuol dire “truffa”.
“La situazione della Chiesa è drammatica, con un’Europa che abbandona in massa la fede e l’altra metà del pianeta che perseguita i cristiani o li massacra. Davanti a tutto questo papa Bergoglio che fa? Un’enciclica sulla presenza dei cristiani nel mondo, sulla loro dura condizione e sulla libertà di coscienza? No. Un’enciclica ecologica sulla spazzatura differenziata e la pulizia dei fiumi” attacca Socci, che incolpa papa Francesco di aver scritto una enciclica in cui si occupa di alghe, vermi, piccoli insetti e rettili piuttosto che scrivere parole a difesa dei cristiani perseguitati nei punti più caldi del pianeta e che sono “massacrati senza che nessuno alzi la voce”.
“Prendiamo Asia Bibi, la povera madre pakistana che da sei anni è rinchiusa in una lurida cella buia con una condanna a morte sulle spalle solo perché cristiana. Papa Bergoglio non ha mai voluto fare nemmeno una dichiarazione per lei, per chiederne la liberazione o anche solo per invocare preghiere in suo favore” attacca ancora Socci, il quale sostiene che il pontefice nobiliti “tesi ambientaliste molto discutibili dal punto di vista scientifico, come la causa umana del riscaldamento globale. – prosegue il famoso scrittore – Consacrando queste tesi l’enciclica rischia di ricadere nell’errore del “caso Galileo”, cioè dare investitura teologica a quella che è solo un’ipotesi scientifica, anche molto dubbia.”
Secondo Socci, l’enciclica “Laudato Sì” ribalta una prospettiva bimillenaria della Chiesa, per la quale al centro dell’universo creato da Dio, c’è l’uomo, mentre ora si afferma che “lo scopo finale delle altre creature non siamo noi”. Secondo il giornalista e scrittore “con questa enciclica papa Bergoglio rischia di dare un terribile segnale di resa all’agenda Obama, l’agenda del pensiero dominante che ha un netto connotato neopagano, anticristiano e antiumano.
“Non so – conclude – se Bergoglio si renda conto della confusione in cui sta portando la Chiesa (non solo col Sinodo). Ci sono stati, infatti, nelle ultime settimane, anche degli interventi molto belli del papa sul tema della famiglia, sull’uomo e la donna, sulla colonizzazione imperialistica dell’ideologia Gender. Sarebbero state considerazioni perfette per questa enciclica, sulla linea dell’ “ecologia umana” di Benedetto XVI. Purtroppo si è presa un’altra strada. Speriamo sia una moda passeggera”.
 

(Fonte: Michele M. Ippolito, LaFedeQuotidiana.it, 18 giugno 2015)
http://www.lafedequotidiana.it/antonio-socci-stronca-lenciclica-laudato-si-di-papa-francesco/

 

Family Day 2015: un milione di persone con un messaggio chiaro a politici e vescovi

Clamoroso successo per la manifestazione contro le proposte di legge sulle unioni civili (Cirinnà), sul reato di omofobia (Scalfarotto) e sul gender nelle scuole (Fedeli).
Contro tutto e contro tutti. Contro il maltempo che a due ore dall'evento ha scatenato un nubifragio che ha fatto temere l'annullamento della manifestazione; e contro i Galantini di ogni specie che hanno tentato in tutti i modi di sabotare questo evento di popolo.
Ma alla fine il popolo, un popolo formato da famiglie, dai nonni ai bambini più piccoli, ha risposto ben oltre le più rosee previsioni: un milione di persone che hanno riempito piazza San Giovanni e le vie limitrofe soltanto per dire «Ci siamo, e siamo decisi a difendere con le unghie e con i denti i nostri figli, e con essi il futuro della nostra società». In decine di migliaia, che erano arrivati presto in piazza, hanno sopportato stoicamente anche il nubifragio, miracolosamente cessato poco prima dell'inizio previsto e ripreso violento appena cessate le ultime parole del portavoce di "Difendiamo i nostri figli" Massimo Gandolfini. È come se anche il Cielo si fosse commosso davanti a questa voglia insopprimibile di esserci e avesse infine ceduto sospendendo il diluvio per consentire che questa voce si sentisse forte e facesse tremare anche i sordi palazzi della politica.

UNA MOBILITAZIONE INCREDIBILE
Del resto, miracoloso è stato anche l'evento in sé. Deciso il 2 giugno, in soli 18 giorni si è realizzata una mobilitazione incredibile: da ogni parte d'Italia, dalla Val d'Aosta fino alla Sicilia e alla Sardegna decine e decine di migliaia di famiglie hanno organizzato e realizzato il viaggio a Roma nel silenzio dei media, nella discreta ostilità di una parte dei vertici dell'episcopato italiano, nella mancanza di sostegni istituzionali, nella assoluta assenza di finanziamenti da qualsivoglia organizzazione e istituzione. Un popolo si è davvero autoconvocato: non per esprimere rabbia, non per reclamare privilegi, ma consapevole di rappresentare il fondamento della nostra società e per riaffermare quindi con decisione la propria esistenza contro i tentativi di distruggerla. Tentativi - lo abbiamo detto tante volte - che si chiamano disegno di legge sulle Unioni civili (Cirinnà), riforma della scuola con l'inserimento obbligatorio di lezioni sul genere, progetto di legge contro l'omofobia (Scalfarotto). Il dialogo può ripartire solo riconoscendo la dovuta dignità a questo popolo, che - la piazza lo dimostra - non è affatto minoranza. Si può anzi dire che quello di ieri sia stato un successo ancora maggiore del Family Day del 2007, che bloccò i Di.Co proposti da Rosy Bindi: sia quantitativamente sia qualitativamente visto che è nato tutto dal basso.
Se ieri un messaggio è stato lanciato forte e chiaro dalla piazza è stato il no assoluto al disegno di legge Cirinnà, la prima minaccia da affrontare (in ordine di tempo). E no assoluto anche all'introduzione dell'ideologia di genere nelle scuole. Ieri, la prima reazione degli esponenti dei partiti di sinistra è stata di irritazione e di rabbia: una folla così, difficile ignorarla, mette quel granellino di sabbia nell'ingranaggio che potrebbe bloccare quella "gioiosa macchina da guerra" che è la lobby gay. D'altra parte la semplice convocazione della manifestazione ha provocato la nascita di un gruppo di lavoro di parlamentari sulla famiglia, e tanti di loro ieri erano in piazza mescolati in gran parte nel pubblico. Otterrà dei risultati politici? Difficile dirlo, e però è un fatto nuovo che non va sottovalutato.
C'ERA UNA VOLTA LA CEI
Ma un messaggio chiaro deve essere arrivato anche alla Conferenza episcopale italiana (Cei): per la prima volta, finalmente, si è realizzato un evento voluto e gestito da laici senza l'ingombrante presenza di "vescovi-pilota", come li ha definiti papa Francesco. Anzi, il principale "vescovo-pilota", il segretario della Cei Nunzio Galantino, ha fatto di tutto per impedire che l'evento si realizzasse e che poi, una volta deciso, non avesse successo. Ha "pilotato" il Forum delle Associazioni Familiari verso la non adesione, ha "pilotato" Avvenire - il quotidiano di proprietà della Cei - verso il silenzio-stampa: minimo il risalto dato alla preparazione della manifestazione, scandaloso il tentativo di mitigarne gli effetti.
Mentre tutti i giornali oggi danno ampio risalto in prima pagina al Family Day, l'Avvenire oggi in edicola (e nelle chiese) apre il giornale con questa sconvolgente notizia: «Lotta all'azzardo: il "bluff" del governo» (visto ieri sera in tv nell'anteprima delle prime pagine dei giornali). Ebbene sì, le polemiche intorno alla legge sul gioco d'azzardo sono la notizia del giorno per il quotidiano dei vescovi: neanche la Pravda dei tempi d'oro raggiungeva vette simili per nascondere le vere notizie. Ma non basta, la «folla grande e bella» di Roma è solo la terza notizia, dopo anche l'annuncio - che va avanti da giorni - della visita del Papa a Torino, che avverrà soltanto oggi. Una vergogna che non rende purtroppo ragione dell'impegno di quei vescovi - seppur minoranza - che invece hanno da subito sostenuto la manifestazione non facendo mancare il loro giudizio di pastori.
Certo è che la Cei nel suo insieme non ha proprio dato l'idea di «pastori che sentono l'odore del gregge», per usare l'efficace espressione di papa Francesco; il gregge è andato per la sua strada e i pastori l'hanno abbandonato. Una mancanza di direzione che coinvolge anche i movimenti ecclesiali: per la manifestazione di ieri si deve un grande grazie a Kiko Arguello (che ieri dal palco non ha mancato di lanciare una freccia appuntita a mons. Galantino) e al suo movimento Neocatecumenale, ma per il resto nessuno ha voluto metterci la faccia e si è arrivati ad esempio a situazioni paradossali, come quella di Comunione e Liberazione: tantissimi i militanti in piazza ieri malgrado il parere contrario dei vertici. È una ulteriore dimostrazione che, nel suo insieme, se fosse dipeso dai vertici della Chiesa e dei gruppi ecclesiali, ieri piazza San Giovanni sarebbe stata semideserta. E invece il popolo si è mosso, percependo con chiarezza la gravità del momento storico che stiamo vivendo. In tanti, ai piani alti della Chiesa dovrebbero riflettere.
 

(Fonte: Riccardo Cascioli, Bastabugie, 24 giugno 2015)
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3773