mercoledì 19 settembre 2018

Attacco del Vaticano alla vita monastica contemplativa

La pesantezza di questo attacco è stata avvertita con molta preoccupazione in tanti monasteri, ai quali ha dato voce il vaticanista Aldo Maria Valli in queste tre analisi concatenate, pubblicate pochi giorni fa:

1. Qualcuno vuole liquidare il monachesimo?
L’esortazione apostolica “Vultum Dei quaerere” e la sua Istruzione Applicativa “Cor orans”: ovvero come colpire l’autonomia dei monasteri
Nell’esortazione apostolica di Papa Francesco Gaudete et exsultate” sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo (19 marzo 2018) a un certo punto, nella sezione dedicata a L’attività che santifica, si legge: “Non è sano amare il silenzio ed evitare l’incontro con l’altro, desiderare il riposo e respingere l’attività, ricercare la preghiera e sottovalutare il servizio. Tutto può essere accettato e integrato come parte della propria esistenza in questo mondo, ed entra a far parte del cammino di santificazione. Siamo chiamati a vivere la contemplazione anche in mezzo all’azione, e ci santifichiamo nell’esercizio responsabile e generoso della nostra missione” (n. 26).
Come mi succede spesso con Francesco, ho letto e riletto più volte il passaggio, con crescente sconcerto. Il mio collega Marco Tosatti, di fronte a quelle parole, ha commentato: “Saranno felici le suore di clausura e i religiosi contemplativi. In cinque righe il Pontefice regnante liquida un paio di millenni di monachesimo contemplativo, maschile e femminile”.
Ciò che colpisce è la confusione unita alla superficialità, il tutto condito con il livore. Come sarebbe a dire che “non è sano amare il silenzio”? E come si può pensare che amare il silenzio voglia dire “desiderare il riposo”? E come si può pensare che “ricercare la preghiera” sia qualcosa da contrapporre al servizio? E perché mettere “l’incontro con l’altro” in cima a tutto quando, semmai, ciò che conta è l’incontro con Dio?
Tutto in quelle parole mi sembra sbagliato, frutto di una visione difficilmente comprensibile. In ogni caso non ci ho più pensato.
Poi, pochi giorni dopo l’uscita di Gaudete et exsultate (documento che non mi convince sotto molti altri aspetti), il Vaticano rende nota Cor orans, istruzione applicativa sulla vita contemplativa femminile, che porta la data del 1° aprile 2018 e le firme del cardinale João Braz de Aviz e di monsignor José Rodríguez Carballo, rispettivamente prefetto e segretario della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica.
Testo prolisso (108 pagine nell’edizione della Libreria Editrice Vaticana), Cor orans è una sorta di manuale di applicazione di Vultum Dei quaerere, la costituzione apostolica sulla vita contemplativa femminile firmata da Francesco il 29 giugno 2016.
La cosa curiosa è che Vultum Dei quaerere (sempre nell’edizione della Libreria Editrice Vaticana) conta 62 paginette, contro le 108 del manuale che serve per applicarla. Perché tanto puntiglio? Che cosa c’è in  gioco?
Colpito negativamente dalle parole di Gaudete et exsultate riportate all’inizio, ho riletto Vultum Dei quaerere sotto una nuova luce e mi sono accostato a Cor orans con un certo sospetto. Mi sono chiesto: dove sta l’inganno? Vuoi vedere che davvero qualcuno è al lavoro, per usare il termine di Tosatti, per liquidare il monachesimo (in questo caso femminile)?
Vultum Dei quaerere all’apparenza è un documento che elogia coloro che compiono la scelta della vita contemplativa all’interno di comunità “poste come città sul monte e lampade sul lucerniere” (n. 2), ma, in concreto, come ha osservato Hilary White su The Remnant  (https://remnantnewspaper.com/web/index.php/fetzen-fliegen/item/3906-pope-francis-vs-contemplative-orders) se lo si legge con gli occhiali messi a disposizione da Cor orans si scopre che la costituzione è una sorta di “palla da demolizione” del monachesimo, almeno così come la Chiesa l’ha conosciuto fino a oggi.
Stiamo per entrare in un campo eminentemente giuridico e quindi complicato. In questi casi sembra che l’autorità cerchi di prendere i destinatari per sfinimento, così che a un certo punto dicano: va bene, avete ragione voi. Ma non bisogna arrendersi tanto facilmente.
Con Vultum Dei quaerere si fa piazza pulita di ciò che la Chiesa ha prodotto in precedenza in materia: articoli del Codice di diritto canonico, costituzione apostolica Sponsa Christi di Pio XII (1950), istruzione Inter praeclara della Sacra congregazione per i religiosi (1950), istruzione Verbi sponsa sulla vita contemplativa e la vita delle monache (1999). Nelle disposizioni finali il tono è perentorio: superare tutto. Ma perché? Con quale scopo?
Leggendo con attenzione si scopre che la questione è l’autonomia (a tutti i livelli) dei monasteri. È questa autonomia che si vuole colpire. È questa autonomia, antica e radicata, che si vuole superare. E di nuovo torna la domanda: perché?
Prima di rispondere occorre ricordare che cos’è un monastero e quale valore ha la sua autonomia.
All’interno di un ordine religioso (San Benedetto, San Domenico, Santa Chiara eccetera), ogni monastero nasce come piccola isola di un arcipelago, nel quale i collegamenti con gli altri monasteri sono spontanei e comunque blandi. Contrariamente alle case delle congregazioni religiose femminili, i monasteri di monache sono sui iuris: significa che, in relazione al regime interno, sono autonomi e indipendenti. Hanno quindi il diritto di governarsi da soli senza essere soggetti ad altri superiori oltre a quello interno, eletto dal capitolo. L’abbadessa, o priora, governa la comunità senza che i suoi atti siano verificati, moderati o confermati da un altro superiore maggiore. I monasteri non hanno tra loro relazione o subordinazione alcuna in quanto al regime, ma sono assolutamente e perfettamente indipendenti. Tra loro e con l’ordine religioso sono uniti da vincoli morali e spirituali, in quanto riconoscono tutti il medesimo fondatore o la medesima fondatrice, professano la stessa regola, godono degli stessi privilegi, si aiutano con suffragi e con la fratellanza di orazioni e comunicazioni spirituali. In base all’autonomia, i sudditi si aggregano per tutta la vita alla comunità e con la professione s’incorporano direttamente ad essa, prima ancora che all’ordine. Ecco perché ogni monastero ha il suo noviziato e lo spirito comune dell’ordine offre  in ciascuno di essi modalità particolari, con uno spiccato carattere familiare, così che i membri formino una famiglia permanente sotto il governo dell’abbadessa o priora.
Per ciò che riguarda l’esterno, i monasteri dipendono dal papa come loro superiore supremo, ma sono anche sottoposti alla vigilanza (non all’autorità) dell’ordinario del luogo o dei superiori dell’ordine maschile corrispondente, se sono ad esso collegati. L’autonomia e la mutua indipendenza dei monasteri, “ottenuta piuttosto di fatto che di diritto” (art. VII, par.2 degli Statuti generali delle monache di Pio XII, 1950), derivano dall’organizzazione e dal carattere particolare che la regola di San Benedetto diede all’istituzione monastica e in particolare, per i monasteri femminili, è la diretta conseguenza della stretta clausura e della vita contemplativa, alla quale le monache si dedicavano totalmente ed esclusivamente.
Le norme applicative della regola, ossia le costituzioni e gli eventuali altri codici, dopo aver ricevuto l’approvazione della Santa Sede, possono variare da un singolo monastero a un altro. Le differenze tra monasteri dello stesso ordine, pur poggiati sulla stessa regola, possono quindi essere notevoli. Ogni monastero, di solito radicato nella realtà locale, declina la propria spiritualità in modo originale, dando vita a tradizioni che attraverso i secoli rendono i monasteri stessi altrettanti universi completamente unici e diversi tra loro.
Ma ecco che a un certo punto entra in campo un nuovo soggetto: si tratta delle federazioni. Previste dalla costituzione apostolica di Pio XII Sponsa Christi (21 novembre 1950), che le incoraggia e raccomanda, ma non le impone, le federazioni vogliono essere uno strumento per l’aiuto reciproco. Siamo nel dopoguerra e moltissimi monasteri versano in condizioni critiche, anche per quanto riguarda i beni materiali. Le federazioni di monasteri nascono quindi come organizzazioni di supporto. Di fatto però, nel corso degli anni, finiscono col mettere a repentaglio l’autonomia attraverso continue intrusioni nella vita comunitaria e pressioni psicologiche perché tutte le comunità si uniformino alla linea dettata dalla maggioranza. Spesso ci sono conseguenze negative sulla vita spirituale delle singole monache. Inoltre l’alternanza tra due autorità (da una parte l’abbadessa, dall’altra la presidente della federazione) crea conflitti e confusione, esponendo le monache, almeno quelle più fragili e meno preparate a fronteggiare i drammi di coscienza, alla paura di mancare all’obbedienza e ai voti, senza contare le spaccature all’interno delle comunità e i continui disturbi alla vita di contemplazione.
Insomma, in base a questa esperienza devastante, un provvedimento sensato sarebbe stata l’abolizione delle federazioni, o per lo meno un loro deciso ridimensionamento, così da consentire il rispetto delle tradizioni religiose sotto ogni profilo (spirituale, liturgico) e il ritorno alla piena autonomia. Invece avviene esattamente il contrario. Con Vultum Dei quaerere, infatti, le federazioni sono rese obbligatorie e Cor orans, attraverso i suoi 289 punti, lo ribadisce nel dettaglio, inserendo i monasteri all’interno di una struttura burocratica che non ha nulla a che fare con la loro indipendenza ma, anzi, sembra fatta apposta per svilirla. Infatti oltre alle federazioni abbiamo le associazioni dei monasteri, le conferenze dei monasteri, le confederazioni, le commissioni internazionali e le congregazioni monastiche. Tutti organismi dotati di loro organi di governo, secondo una logica che sembra mutuata da quella dei partiti politici e dei sindacati.
Questa ossessione per l’organizzazione piramidale e il controllo oscura completamente il senso più profondo della vita monastica. Orazione e adorazione diventano quasi un dettaglio. In primo piano c’è invece la struttura, pensata per mortificare l’autonomia e “normalizzare” le comunità.
Ma è tutta l’impostazione ad apparire distorta. In Cor orans un campanello d’allarme suona subito, al punto 19, dove leggiamo: “Un monastero di monache, come ogni casa religiosa, viene eretto tenuta presente l’utilità della Chiesa e dell’Istituto”. Come sarebbe a dire “tenuta presente l’utilità”? Da quando in qua per una comunità di contemplative si pone come fondamentale il criterio dell’utilità? E in che modo, poi, si può determinare l’utilità di un monastero nel quale le suore, magari di stretta clausura, trascorrono la vita in preghiera? In che modo un monastero, per giustificare la propria esistenza, può dimostrare di essere “utile”?
Il criterio dell’utilità si collega a quello dell’azione. Sei utile se accogli il migrante, se curi il malato, se educhi il bambino, se aiuti il povero. Ma se sei un monastero di vita contemplativa, la tua “utilità” è di altro tipo.
Al documento però non sembra interessare più di tanto la qualità della vita di preghiera, che in fin dei conti corrisponde all’identità stessa di un monastero. Ciò che Cor orans fa con grande impegno è invece sottolineare la necessità della “continuità” con il Concilio Vaticano II e la sua teologia, alla luce delle mutate condizioni sociali. Dunque, se una comunità monastica, in virtù della sua spiritualità e di una tradizione secolare, volesse per esempio pregare e rendere gloria a Dio mediante il rito antico, sarebbe fuori legge?
Continueremo in un prossimo articolo l’esame dei nodi critici dell’istruzione applicativa Cor orans, che mettendo a rischio autonomia e indipendenza dei monasteri costituisce un attacco a un secolare e prezioso patrimonio di fede.

2. Se nel nome del rinnovamento si distrugge la vita contemplativa.
Vultum Dei quaerere e Cor Orans: tra ambiguità e incongruenze
Nel precedente paragrafo ci siamo occupati del rischio che i monasteri femminili stanno correndo, sotto il profilo della loro autonomia e quindi della loro stessa vita, a causa dei contenuti di Vultum Dei quaerere, la costituzione apostolica sulla vita contemplativa del 29 giugno 2016, e di Cor orans, l’istruzione applicativa sulla vita contemplativa femminile, documenti che rendono obbligatoria l’affiliazione dei monasteri alle federazioni.
Proprio in Cor orans, balza agli occhi la richiesta che i monasteri, tramite le federazioni, “superino l’isolamento” (n. 7). Ma il fatto che un monastero si isoli, vista la sua natura, dovrebbe essere un valore da promuovere, non un limite da superare.
Troviamo poi la richiesta che i monasteri, tramite le federazioni, “promuovano l’osservanza regolare e la vita contemplativa” (n. 7), ma l’esperienza ha dimostrato che le federazioni non hanno fatto questo. In realtà esse hanno imposto uscite continue e confronti, hanno introdotto disturbi e squilibri, e in tal modo non hanno favorito la vita contemplativa, ma l’hanno piuttosto minata, perché uscite, riunioni, discussioni e corsi sono fattori che nulla hanno a che fare con la spiritualità di chi decide di ritirarsi dal mondo per vivere nella preghiera.
Ma il documento, soprattutto, mette a repentaglio l’autonomia giuridica del monastero. Leggiamo infatti che “l’autonomia giuridica deve essere costantemente verificata dalla Presidente [della federazione], a suo giudizio” (n. 43). Inoltre (n. 45) se le monache sono meno di cinque perdono il diritto di eleggere la propria superiora e “in tal caso la Presidente federale è tenuta a informare la Santa Sede” in vista della nomina di una “Commissione ad hoc”.
Proseguiamo. Al n. 54 leggiamo che l’affiliazione alla federazione “è una particolare forma di aiuto che la Santa Sede viene a stabilire in particolari situazioni in favore della comunità di un monastero sui iuris che presenta un’autonomia solo asserita, ma in realtà assai precaria o, di fatto, inesistente”. Ma quali sarebbero queste “particolari situazioni”? Chi le stabilisce? Secondo quali criteri? E chi può dire che un’autonomia è “solo asserita”? Se la presidente di una federazione stabilisce che una comunità ha un’autonomia “solo asserita” chi può assicurare che il suo sia un giudizio imparziale?
In realtà la preoccupazione principale sembra non quella di fare di tutto per garantire la vita delle comunità, ma di arrivare, attraverso lo strumento della federazione, alla loro soppressione. Leggiamo al n. 55: “L’affiliazione si configura come un sostegno di carattere giuridico che deve valutare se l’incapacità di gestire la vita del monastero autonomo in tutte le sue dimensioni sia solo temporanea o irreversibile, aiutando la comunità del monastero affiliato a superare le difficoltà o a disporre quanto è necessario per addivenire alla soppressione di detto monastero”. Capolavoro di ipocrisia: quello che è detto un “sostegno” per il “monastero autonomo” è invece, in pratica, l’organismo che ha su di esso il potere di vita o di morte.
E il potere della federazione è confermato al n. 56, dove si stabilisce che nella “Commissione ad hoc”, in parole povere un tribunale, dovrà entrare la “Presidente della Federazione”.
Un’espressione ambigua si trova al n. 70, dove scopriamo che “fra i criteri che possono concorrere a determinare un giudizio riguardo alla soppressione di un monastero” c’è la “fedeltà dinamica” nel vivere e trasmettere il carisma. Che significa “fedeltà dinamica”? La fedeltà è fedeltà. Se non c’è la fedeltà c’è l’infedeltà, il tradimento. Essere “dinamici”, nell’ottica di Cor orans,  vuol dire forse adeguarsi al mondo? Cedere al modernismo? O piegarsi ai diktat della federazione?
Altra ambiguità al n. 72, dove, a proposito dei beni di un monastero soppresso, scopriamo che la Santa Sede può disporre di attribuirli “alla carità” oltre che alla federazione o alla “Chiesa locale”. Che significa “carità”? A chi andranno i beni? E in base a quali criteri?
Al n. 74 viene detto che la vigilanza “necessaria e giusta” sui monasteri deve essere “esercitata principalmente – se non esclusivamente – mediante la visita regolare di un’autorità esterna ai monasteri stessi”, e al n. 75 si precisa che tale compito spetta alla “Presidente della Congregazione monastica femminile”, “al superiore maggiore dell’Istituto maschile consociante” e “al vescovo diocesano”, ma al successivo n. 111 scopriamo che “la Presidente della Federazione, nel tempo stabilito, accompagna il Visitatore regolare nella visita canonica ai monasteri federati come convisitatrice”. In pratica, una supervisione che, ancora una volta, assegna un grande potere alla federazione.
Vediamola un po’ più di vicino, allora, questa federazione di monasteri. La sezione di Cor orans ad essa dedicata è la seconda, dove in primo piano viene messa (n. 86) l’esigenza che i monasteri “non rimangano isolati”, perché “valore irrinunciabile” è quello della “comunione”. Ma chi l’ha detto? La parola stessa, monastero, dal latino monastērĭum e dal greco antico μοναστήριον (monastrion), deriva da  μόνος (mónos: solo, unico), e μονακός (monakós) vuol dire solitario, eremita. Il vero valore irrinunciabile del monastero non sta certamente nella comunione, né con altri monasteri né con altre realtà religiose, ma nella sua unicità e anche nel suo isolamento.
Ma le contraddizioni non finiscono qui. Al successivo n. 87 si dice che “la federazione è costituita da più monasteri autonomi che hanno affinità di spirito e di tradizione e, anche se non sono configurate necessariamente secondo un criterio geografico, per quanto possibile, non devono essere geograficamente distanti”. Di nuovo viene da chiedersi: perché? Che importanza può avere tutto questo? L’unico disegno che si vede dietro tali indicazioni, ancora, è di affermare il ruolo e la funzione della federazione. Un ruolo che arriva fino a garantire “l’aiuto nella formazione iniziale permanente” e promuovere “lo scambio di monache e di beni materiali”, con tanti saluti all’autonomia del monastero!
E a proposito di autonomia, enunciata a parole ma nei fatti negata, ecco che al n. 93 il documento svela le carte: “A norma di quanto disposto nella Costituzione apostolica Vultum Dei quaerere, tutti i monasteri inizialmente devono entrare in una Federazione”. Quell’”inizialmente” dice tutto: di fatto si tratta di un obbligo inderogabile. E l’affiliazione ha un significato precipuo: amministrare i beni dei monasteri.
Al n. 98 leggiamo: “Per tenere viva e rafforzare l’unione di monasteri (di nuovo: come se fosse questo lo scopo decisivo del monastero, ndr), attuando una delle finalità della Federazione, viene favorita tra i monasteri una certa comunicazione di beni, coordinata dalla Presidente federale”.
“Una certa comunicazione di beni”? Che significa? L’unica cosa chiara è che se ne deve occupare la federazione, nella persona della sua presidente.
E che dire del successivo n. 99? Eccolo: “La comunicazione dei beni in una federazione si attua mediante contributi, doni, prestiti che i monasteri offrono per altri monasteri che si trovano in difficoltà economica e per le esigenze comuni della Federazione”. Contributi, doni, prestiti? E chi decide chi dona a chi, chi presta a chi? E in quale misura? E per quali motivi? Ovviamente decide la federazione, che così acquisisce un ulteriore potere. Con tanti saluti, di nuovo, all’autonomia dei singoli monasteri.
Con gli esempi si potrebbe continuare a lungo. A un certo punto, sempre a proposito di beni (argomento principe), si stabilisce che presso la federazione dovrà essere costituito “un fondo economico (cassa federale)” il cui scopo è quello di “realizzare le finalità federative”. Quali? Non è chiaro. Molto chiaro è invece che il fondo sarà amministrato dalla presidente della federazione, specie per quanto riguarda (n. 109) “l’alienazione dei beni dei monasteri totalmente estinti”.
La presidente della federazione ha un potere enorme. Ma chi la controlla? Chi ha autorità su di lei? Al n. 110 scopriamo che sarà eletta “dall’Assemblea federale” e che “non è una Superiora maggiore”. Di fatto, la presidente della federazione sta al di sopra anche delle superiori maggiori, il che determina, di nuovo, un vulnus per l’autonomia e l’indipendenza del monastero, tanto è vero che (n. 141) ci saranno norme che le suddite saranno tenute ad osservare anche contro la volontà della propria abbadessa, e la presidente della federazione potrà addirittura decidere in merito al passaggio di una monaca da un monastero all’altro, anche a fronte di un rifiuto da parte della superiora maggiore (n. 122).
Pure a proposito delle visite (di ogni tipo: canoniche, materne, sororali) la discrezionalità della presidente della federazione (“ogni volta che la necessità lo richiede”) è totale. In più, al termine delle visite la presidente “indica per iscritto alla Superiora maggiore del monastero le soluzioni più adatte ai casi e alle situazioni emerse durante la visita e ne informa la Santa Sede” (n. 115). Insomma, la presidente comanda e la superiora esegue. E l’autorità del vescovo che fine ha fatto?
Nel successivo punto (n. 116) scopriamo poi che la presidente della federazione, durante la visita canonica, verifica che siano osservate “le norme applicative” stabilite da Vultum Dei quaerere. Ecco che cosa interessa. Non la vita di preghiera, non la penitenza, non il digiuno, non la qualità della vita fraterna, non le relazioni tra sorelle, non la fedeltà al carisma, ma l’aderenza alle nuove norme.
Circa, in particolare, la formazione iniziale, se la presidente scopre che, a suo insindacabile giudizio, qualcosa non va, come procede? Informa la superiora? Ne parla con le monache? No, “informerà la Santa Sede” (n. 117).
Che si tratti di un intervento dal significato punitivo lo si desume dall’uso ripetuto del verbo “deferire”. Se il monastero non si mostra disponibile e pronto ad accogliere tutti i comandi nel campo della formazione, la presidente “deferisce la cosa alla Santa Sede”, e lo stesso avviene “per coloro che sono chiamate a esercitare il servizio dell’autorità”. Insomma, controllo e dominio totali.
Interessante è poi scoprire che il potere della presidente della federazione arriva fino al punto di scegliere “i luoghi più adeguati” nei quali tenere i corsi di formazione (i monasteri non vanno bene? Pare di no. Infatti attualmente le federazioni scelgono luoghi “adeguati” quali alberghi e resort) e stabilire la durata dei corsi stessi. Quanto deve durare un corso? Una settimana? Un mese? Un anno? Non si sa. Ma niente paura: ci pensa la presidente della federazione.
Un’altra conseguenza chiara è che le monache dovranno uscire piuttosto spesso dal monastero. Stabilito (n. 133) che l’assemblea federale ha il compito di “promuovere un adeguato rinnovamento” (ma perché? Chi lo dice che il rinnovamento sia un valore?), il documento prevede ben tre tipi di assemblea: ordinaria, intermedia e straordinaria. In una logica che sembra appartenere più a un partito politico o a un sindacato che alla vita contemplativa, le monache sono coinvolte in un tourbillon di incontri assembleari che si aggiungono a tutte le altre uscite, per i corsi, le riunioni, le visite eccetera. Uno strano modo di tutelare e promuovere la vita di preghiera e contemplazione.
Molti altri sono i punti che negano nei fatti l’autonomia dei monasteri e ne mettono a rischio la vita religiosa. Si pensi alla figura della segretaria della federazione (che, come la presidente, dura in carica sei anni, contro i tre della maggior parte delle superiore dei monasteri), la quale può risiedere in un monastero di sua scelta, circostanza che ha determinato danni immensi: intrusioni, sotterfugi, confronti, conflitti tra segretaria e abbadessa.
In Cor orans la sezione dedicata alla separazione dal mondo (l’aspetto più significativo nella vita delle monache) è la terza, dove vediamo che la Santa Sede ha rimaneggiato l’istruzione Verbi sponsa del 1999.
Per i mass media è questa la parte che più delle altre ha fatto notizia, perché vi si trovano le norme sull’uso dei mezzi di comunicazione nei monasteri, ma dal punto di vista sostanziale ciò che conta è quanto si prevede a proposito di clausura papale, ovvero quella conforme alle norme stabilite dalla Sede apostolica.
Qui ciò che più colpisce è l’abolizione dell’aggettivo “grave” che in Verbi sponsa era ripetutamente usato a proposito di obbligatorietà della clausura, uscite e ingressi.  Per esempio, se in precedenza si diceva che “la concessione della licenza di entrare e di uscire richiede sempre una causa giusta e grave” (VS n. 15), ora  si parla soltanto di “giusta causa” (CO, n. 194).
Anche in questa sezione non mancano le contraddizioni (per esempio si dice che la vigilanza sull’osservanza della clausura spetta al vescovo diocesano o all’ordinario religioso, ma subito dopo si dice che in deroga a quanto disposto dal Codice di diritto canonico il vescovo e l’ordinario non intervengono nella concessione delle dispense) e le ambiguità, ma forse il vertice dello sconcerto lo si raggiunge nella sezione dedicata alla “formazione permanente” (altra definizione tratta dal mondo, come se fare la monaca fosse una professione) dove non si parla mai, ripeto mai, di preghiera. Si dice invece (n. 237) che “ogni monaca è incoraggiata ad assumere la responsabilità della propria crescita umana, cristiana e carismatica, attraverso il progetto di vita personale, il dialogo con le sorelle della comunità monastica, e in particolare con la Superiora maggiore, così come attraverso la direzione spirituale e gli appositi studi contemplati negli Orientamenti per la vita monastica contemplativa”. Ora, a parte la forma (gli studi contemplati per la vita contemplativa), provate a sostituire alla parola “monaca” la parola “manager”: vedrete che non cambierà gran che. La dimensione è tutta orizzontale, di tipo tecnico e funzionalistico. Non si parla di Dio, di adorazione, di vita di preghiera. Sembra che per fare la monaca l’importante sia frequentare “gli appositi studi”.
Il testo poi sembra non rendersi conto dei problemi pratici quando afferma (n. 263) che “compete alla Superiora maggiore con il suo Consiglio, tenendo conto di ogni singola candidata, stabilire i tempi e le modalità che l’aspirante trascorrerà in comunità e fuori dal monastero”. Si può immaginare il disturbo arrecato alla comunità monastica dal dentro-fuori, ma, soprattutto, viene da chiedersi: come può essere possibile questo doppio regime? Dove va a vivere una giovane quando è fuori se non è tanto ricca da permettersi un appartamento? E se poi viene chiamata a trascorrere alcuni mesi in monastero che cosa fa? Mantiene comunque un appartamento che non usa? Va in albergo? Va dai genitori? E se arriva dall’estero?
Il documento sembra scritto da chi non conosce, o non vuole conoscere, le reali condizioni di vita nei monasteri.

3. Con lo sguardo rivolto al mondo, non a Dio. Ovvero come snaturare la vita contemplativa.
Fine dell’autonomia, burocratizzazione, abbandono della tradizione. La strada sbagliata di Cor orans e Vultum Dei quaerere
Proseguiamo l’analisi di Cor orans, l’istruzione applicativa sulla vita contemplativa femminile, il documento che rende operativi i principi contenuti in Vultum Dei quaerere, la nuova costituzione apostolica sulla vita contemplativa femminile.
Quelle che Cor orans definisce “disposizioni finali” assomigliano molto a minacce.
Prima di tutto è scritto nero su bianco che entrare in una federazione è un “obbligo”, il che di per sé mette fine all’autonomia dei monasteri stessi. Poi si specifica che “tale obbligo vale anche per i monasteri associati ad un Istituto maschile o riuniti in Congregazione monastica autonoma”. E infine ecco il diktat: “I singoli monasteri devono ottemperare a questo entro un anno dalla pubblicazione della presente Istruzione, a meno che non siano stati legittimamente dispensati. Compiuto il tempo, questo Dicastero (la Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, ndr) provvederà ad assegnare i monasteri a Federazioni o ad altre strutture di comunione già esistenti”.
Insomma, non si scappa. Ma colpisce anche il fatto che nell’intero documento troviamo ben undici deroghe ad altrettanti articoli del Codice di diritto canonico. Una vera rivoluzione. Domanda: tali deroghe, tutte specificamente approvate dal papa, non sono forse un po’ troppe per un’istruzione, ovvero per un documento che, in fin dei conti, dovrebbe solo avere una funzione applicativa della legge?
L’impressione, più che legittima, è di trovarsi di fronte a un diritto speciale per le monache, un modo di procedere che di fatto è la morte del diritto perché salta tutti i passaggi necessari per la tutela della giustizia e impedisce il ricorso contro i provvedimenti.
La parola “obbligo” compare ripetutamente, coronando così un documento il cui tono è in molte parti minaccioso e senza precedenti nei confronti di quella che un tempo era considerata la parte eletta della Chiesa, alla quale ci si rivolgeva con particolare delicatezza, e ora invece sembra, al più, una frangia tollerata.
Cor orans ha un contenuto ispirato a doppiezza. Da un lato si ribadisce l’autonomia dei monasteri, ma dall’altro l’autonomia è scardinata attraverso l’obbligo di affiliarsi alle federazioni.
Bisogna poi notare che i cambiamenti introdotti sono sostanziali rispetto alla vocazione monastica. Non si tratta solo di sfumature. Di fronte a Cor orans una monaca può avvertire che i nuovi contenuti non sono consoni ai voti già emessi. Si pensi alla nuova fisionomia dei monasteri, che vanno a perdere la propria autonomia, e anche all’obbligo di partecipare a corsi esterni.
L’esperienza degli ultimi decenni insegna che le federazioni hanno causato danni notevolissimi alla vita dei monasteri e alle singole monache. Eppure si insiste su questa strada e anzi la si fa diventare l’unica opzione possibile, all’insegna di un generico “rinnovamento” che di certo non è un valore per la vita di preghiera e di contemplazione.
Tra le righe ciò che viene detto, e anzi imposto, è che le contemplative devono cambiare il loro stile di vita, ma a supporto di una tale pretesa non vengono fornite spiegazioni che abbiano realmente a che fare con questioni spirituali e religiose. Tutto il documento si occupa invece di organizzazione, strutture, assemblee, corsi.
L’ispirazione di fondo è una sola: ri-orientarsi. Ma verso dove? Certamente non verso Dio, bensì verso il mondo e verso l’azione. Che si parli di clausura, formazione o ascesi, ciò che conta sembra essere introdurre cambiamenti.  Controllo centralizzato, fine dell’autonomia e burocratizzazione sono gli strumenti, il che è quanto meno singolare se si pensa all’insistenza di Francesco a favore dei processi di decentralizzazione nella Chiesa.
Nella conferenza stampa di presentazione di Cor orans (15 maggio 2018), monsignor José Rodríguez Carballo, giustificando i nuovi provvedimenti, ha sostenuto: “Di fatto, il Dicastero ha dovuto più volte constatare con rammarico l’esistenza di monasteri non più in grado di portare avanti una vita dignitosa, senza che ci fosse una legislazione che dicesse quando e come intervenire al riguardo: l’aver colmato questa lacuna legislativa è sicuramente uno dei punti più importanti e più attesi dell’istruzione”. Ora, ammesso che le norme introdotte da Cor orans siano le più efficaci per intervenire nei confronti dei monasteri che non conducono una vita “dignitosa” (ma che significa dignitosa?), non si vede perché, in concreto, tali norme debbano condizionare la vita di tutti i monasteri, anche di quelli ben vivi e desiderosi di mantenere la propria identità e le proprie tradizioni.
L’affiliazione alla federazione diviene un obbligo, salvo dispensa che può essere concessa dalla Santa Sede “per ragioni speciali, oggettive e motivate”. Ma dovrebbe essere il contrario: l’autonomia dovrebbe essere la condizione normale, salvo la necessità di affiliarsi alla federazione per motivi speciali.
Nella conferenza stampa monsignor Carballo ha sostenuto inoltre che “l’Istruzione, come già prima la Costituzione, riflette molto bene quanto le stesse monache hanno chiesto nelle risposte al questionario che alcuni anni fa era stato inviato a tutti i monasteri del mondo”, ma sulla base di testimonianze possiamo dire che questa circostanza risponde al vero solo in minima parte. Molti monasteri non sono nemmeno stati interpellati. Se davvero tutti i monasteri avessero ricevuto un questionario e avessero risposto, il dicastero avrebbe avuto bisogno di anni e anni per elaborare il tutto.
Il nuovo assetto ha insomma il sapore di una normalizzazione. Come spiega, per esempio, Marian T. Horvat (https://www.traditioninaction.org/HotTopics/P043_Contempl_1.htm), ciò che si vuole è che le monache cambino il proprio stile di vita, con l’aggiornamento come stella polare e senza la possibilità di fare ricorso al diritto per rivendicare la propria autonomia e libertà, perché proprio il diritto è stato usato per imporre la rivoluzione.
Il cardinale Braz de Aviz è stato chiaro quando ha detto (https://www.ncronline.org/news/world/cardinal-religious-those-who-abandon-vatican-ii-are-killing-themselves) che i religiosi che non seguono il Concilio Vaticano II stanno uccidendo loro stessi. Essere inseriti nel mondo, non chiudersi ai cambiamenti della vita moderna: queste le indicazioni date dal prefetto, perché i contesti sono cambiati e “Dio non è statico”.
Se questa è l’ispirazione di fondo, si capisce meglio lo spirito delle nuove norme. Anche nella vita contemplativa il collegamento con il mondo e con le “povertà” deve avere il sopravvento. “Pregate e intercedete per tanti fratelli e sorelle che sono carcerati, migranti, rifugiati e perseguitati”, chiede Cor orans (n. 6).  Siamo sicuri che le monache già lo fanno, perché pregano per tutti.
Aggiornarsi, non guardare al passato e alla tradizione, cambiare: la richiesta che arriva dai vertici vaticani è pressante e sembra ignorare del tutto il fatto che, nella generale crisi delle vocazioni, gli unici ordini che attirano davvero le nuove generazioni sono quelli che, ben radicati nella tradizione, conservano la loro identità a tutti i livelli, anche dal punto di vista liturgico. Perché i giovani, oggi più che mai, non sono attirati dalle analisi sociologiche applicate alla vita della Chiesa, non dai corsi di aggiornamento e dalla “formazione continua”, ma dall’incontro autentico con Cristo nel silenzio orante.
Chi sembra guardare al passato in realtà è proprio chi continua a indicare il Vaticano II come punto di riferimento obbligatorio, ignorando la richiesta di autenticità e di amore per la tradizione che sta emergendo sempre più chiaramente, in controtendenza rispetto a certi dogmi modernisti che hanno ampiamente fatto il loro tempo.
Del resto i risultati dei processi di “liberazione” di religiosi e religiose sono sotto gli occhi di tutti. Non chi si è radicato nella tradizione, ma chi l’ha abbandonata per abbracciare il mondo ha prosciugato il proprio patrimonio spirituale, a forza di aggiornamenti e aggiustamenti.
No, non saranno i corsi di formazione, le federazioni, la centralizzazione e l’uniformazione a rinvigorire la vita contemplativa. La strada è tutt’altra ed è indicata da quei religiosi e quelle religiose che nel silenzio e nell’isolamento coltivano la relazione di preghiera con Dio secondo tradizioni originali e radicate e offrono le loro vite per la conversione di tutte le anime.
Un grande mistico, don Divo Barsotti, che decise di vivere la propria vita di preghiera nell’isolamento, diceva che la Chiesa oggi cade in un grande equivoco quando pensa di dover liberare dalla povertà e non dal peccato.  L’assistenza sociale non sostituisce l’amore cristiano e nessun processo di “rinnovamento” potrà rafforzare la fede, la speranza e la carità. In un mondo pienamente secolarizzato la strada dei religiosi non è quella di secolarizzarsi a loro volta. “Non incontri l’uomo, se prima non hai incontrato Dio… La vera comunione col mondo si ha quando si è separati dal mondo, perché se noi non entriamo in rapporto col Signore, si perde di vista il Tutto” (Divo Barsotti, I cristiani vogliono essere cristiani).
Lasciamo che religiosi e religiose incontrino Dio senza essere disturbati.

(Fonte: Aldo Maria Valli, 8-9-10 settembre 2018)
https://www.aldomariavalli.it/




mercoledì 5 settembre 2018

Alcune domande inquietanti sul caso “Kim Davis”


La documentazione fornita dall’arcivescovo Viganò in merito al “caso Kim Davis” fa molto più che smentire la versione dei fatti presentata dall’omosessuale dichiarato Juan Carlos Cruz sul New York Times secondo il quale papa Francesco avrebbe licenziato il nunzio Viganò perché “colpevole” d’avergli sabotato il viaggio in USA nel 2015 organizzando un incontro, non voluto dal Papa, con la signora Davis, paladina della battaglia contro le “nozze gay”.
Secondo Cruz il nunzio Viganò avrebbe fatto incontrare papa Francesco con la signora Davis senza che il Papa lo volesse e allo scopo di sabotare la politica bergogliana di apertura alle istanze liberal dell’allora amministrazione Obama. Ne sarebbe seguita l’ira papale e la decisione di licenziare Viganò. Ora però monsignor Viganò fornisce documenti che attestano oltre ogni dubbio che:
§  L’incontro del Papa con la signora Davis fu deciso con la Segreteria di Stato;
§  Che il Papa acconsentì personalmente all’incontro;
§  Che il Papa mai rimproverò il nunzio Viganò per aver promosso tale incontro ma anzi lo elogiò per l’ottima organizzazione del viaggio.
Tuttavia sempre dalla documentazione fornita da Viganò si rileva che:
§  La Sala Stampa Vaticana contribuì a generare l’idea che l’incontro del Papa con la signora Davis fosse avvenuto contro la volontà di papa Francesco;
§  Padre Lombardi e padre Rosica alimentarono ad arte la polemica;
§  Il Segretario di Stato card. Parolin convocò a Roma il nunzio Viganò concluso il viaggio papale in USA asserendo: «Devi venire subito a Roma perché il papa è furioso con te». Come si diceva, questo nuovo intervento di monsignor Viganò è molto più che una smentita di Cruz sul caso, interessante certo, ma limitato dell’incontro Bergoglio/Davis.
L’arcivescovo Viganò, fornendo documenti che smentiscono Cruz, implicitamente dice a Oltretevere e alla stampa internazionale che la nunziatura di Washington era fornita di ottime fotocopiatrici e che al nunzio non è difficile dotarsi di capienti portadocumenti. Ogni singola affermazione da lui fatta, Viganò è pronto a dimostrarla documenti alla mano!
Pare che la notizia dell’ottimo funzionamento delle fotocopiatrici in nunziatura fosse già nota in Vaticano che si è ben guardato dallo smentire nel merito la testimonianza di monsignor Viganò. Ad ogni smentita seguirebbe, infatti, la controreplica dell’ex nunzio in USA che, con documenti probanti, dimostrerebbe come falsa l’eventuale versione vaticana.
Ma c’è di più! Dai documenti resi pubblici da Viganò sul caso Davis, così come già dalla Testimonianza dell’ex nunzio in USA in merito al caso McCarrick, emerge un quadro inquietante circa la volontà e la libertà di papa Francesco.
Papa Francesco nel corso del suo viaggio in USA del 2015 acconsente ad incontrare la signora Davis – funzionaria civile oppostasi alle “nozze gay” e per questo finita in carcere – come propostogli dal nunzio Viganò e su parere positivo della Segreteria di Stato. Il Papa incontra la signora Davis il 24 settembre 2015.
La Sala Stampa Vaticana prima nega l’incontro dicendo che il Papa ha concesso udienza solo ad un suo ex alunno omosessuale, poi riduce l’incontro con la Davis ad un saluto di cortesia senza alcun significato. Infine il Segretario di Stato Parolin convoca a Roma Viganò informandolo che il Papa è furente per l’incontro con la Davis. Viganò si reca a Roma e viene ricevuto dal Papa che lo elogia per l’ottima organizzazione del viaggio … neanche una parola sull’incontro con la signora Davis, neanche l’ombra d’un rimprovero.
Perché il Romano Pontefice acconsente ad una proposta del suo nunzio in USA ma poi permette alla Sala Stampa Vaticana e al suo Portavoce di imbastire un’operazione mediatica tesa a presentare in cattiva luce il suo Nunzio e l’incontro avuto con la signora Davis? Perché la Segreteria di Stato prima approva la proposta di Viganò circa l’incontro con la Davis e solo dopo pochi giorni il Segretario di Stato convoca a Roma Viganò dicendogli che il Papa è furente? Perché, se furente, il Papa riceve Viganò, lo elogia e non fa parola dell’incontro con la Davis?
È il Papa ad aver cambiato e ricambiato idea in pochi giorni oppure attorno al Papa si sono mosse forze da lui non controllate e tra loro divergenti? Perché, se il Papa ha personalmente acconsentito ad incontrare la signora Davis, la Sala Stampa Vaticana agì come ha agito? L’azione di padre Lombardi e di padre Rosica è in obbedienza al Papa? Se sì, perché il Papa avrebbe smentito ciò che solo il giorno prima aveva deciso? Se no, perché il Papa ha consentito al suo Portavoce e alla sua Sala Stampa di agire autonomamente e contro una sua decisione? Perché se il Papa ha personalmente acconsentito ad incontrare la signora Davis, si sarebbe poi infuriato contro il nunzio Viganò che quell’incontro promosse? E se infuriato contro Viganò perché lo elogiò? Se invece si ipotizzasse che mai Francesco si infuriò con Viganò per l’incontro con la Davis, perché il cardinale Parolin fece venire con urgenza Viganò a Roma dicendogli che il Papa era furente con lui? Parolin agì per obbedienza al Papa o autonomamente?
Nella sua lunga Testimonianza sul caso McCarrick l’arcivescovo Viganò scrive dell’incontro avuto con papa Francesco il 21 giugno 2013: «Ed il papa, con un tono ben diverso, amichevole, quasi affettuoso, mi disse: “Sì, i Vescovi negli Stati Uniti non devono essere ideologizzati, non devono essere di destra come l’arcivescovo di Filadelfia, (il papa non mi fece il nome dell’arcivescovo) devono essere dei pastori; e non devono essere di sinistra – ed aggiunse, alzando tutte e due le braccia – e quando dico di sinistra intendo dire omosessuali”. Naturalmente mi sfuggì la logica della correlazione fra essere di sinistra e essere omosessuali, ma non aggiunsi altro».
Il nunzio Viganò nota che le parole del Papa relative all’arcivescovo di Filadelfia sembrano uscite dalle labbra del cardinale McCarrick: «Rientrato a Washington tutto mi divenne molto chiaro, grazie anche ad un nuovo fatto accaduto solo pochi giorni dopo il mio incontro con papa Francesco. Alla presa di possesso della diocesi di El Paso da parte del nuovo vescovo Mark Seitz il 9 luglio 2013 inviai il primo Consigliere, Mons. Jean-François Lantheaume, mentre io quel medesimo giorno andai a Dallas per un incontro internazionale di Bioetica. Di ritorno, Mons. Lantheaume mi riferì che a El Paso aveva incontrato il Card. McCarrick, il quale, presolo in disparte, gli aveva detto quasi le stesse parole che il papa aveva detto a me a Roma: “I Vescovi negli Stati Uniti non devono essere ideologizzati, non devono essere di destra, devono essere dei pastori…”. Rimasi esterrefatto! Era perciò chiaro che le parole di rimprovero che papa Francesco mi aveva rivolto quel 21 giugno 2013 gli erano state messe in bocca il giorno prima dal card. McCarrick. Anche la menzione da parte del papa “non come l’arcivescovo di Filadelfia” conduceva a McCarrick, perché fra i due c’era stato un forte diverbio a riguardo dell’ammissione alla comunione dei politici favorevoli all’aborto: McCarrick aveva manipolato nella sua comunicazione ai vescovi una lettera dell’allora Card. Ratzinger che proibiva di dare loro la comunione. Di fatto poi sapevo quanto certi cardinali come Mahony, Levada e Wuerl, fossero strettamente legati a McCarrick, avessero osteggiato le nomine più recenti fatte da papa Benedetto, per sedi importanti come Filadelfia, Baltimora, Denver e San Francisco».
Si noterà però che il Papa non si limitò a dire ciò che probabilmente gli suggerì McCarrick – «I Vescovi negli Stati Uniti non devono essere ideologizzati, non devono essere di destra, devono essere dei pastori» – ma completò il pensiero bilanciandolo con «e non devono essere di sinistra – ed aggiunse, alzando tutte e due le braccia – e quando dico di sinistra intendo dire omosessuali». Il che difficilmente avrebbe potuto suggerirlo McCarrick, di sinistra e omosessuale!  
Se questa nel 2013 era l’idea di papa Francesco sulla Chiesa statunitense perché lo stesso Francesco non solo liberò McCarrick da ogni restrizione precedentemente inflittagli per la sua condotta gravemente immorale e criminale, ma lo elesse a proprio gran consigliere per le questioni americane e sempre da McCarrick si fece consigliare non poche nomine (episcopali e cardinalizie)? Perché papa Francesco, dopo aver detto a Viganò in modo così esplicito di non volere vescovi “di sinistra” ovvero “omosessuali”, ha proceduto con nomine quasi tutte “di sinistra”, spesso amici e protetti di McCarrick? Perché ha creato cardinale Farrell già vice di McCarrick? Perché, insomma, papa Francesco ha agito come fosse in piena intesa con McCarrick e la potente lobby di cui McCarrick fu padrino?
La domanda sorge spontanea: è papa Francesco, per una sua psicologica costituzione, a mutare così radicalmente e rapidamente opinione? A contraddirsi con così clamorosa evidenza? A dire e disdire, affermare e agire all’opposto? Oppure il Papa è parte di un gioco più grande che lo vede pedina e non dominus reale?
Se si presupponesse il Papa assolutamente libero e padrone delle sue decisioni e, quindi, si attribuisse alla sola sua volontà il fare e disfare, il dire e contraddire emergerebbe con evidenza e anche con una certa violenza fattuale il problema dell’equilibrio mentale dell’uomo Jorge Mario Bergoglio. È lecito infatti dubitare della salute psichica di un uomo capace di contraddirsi così repentinamente e sistematicamente. Se così fosse si dovrebbe lasciare la parola alla psichiatria e al diritto canonico.
Se invece si presupponesse papa Francesco sano di mente e quindi si attribuissero le contraddizioni evidenti, segnalate da Viganò, non a labilità psichica ma a pressioni subite e all’azione indipendente di forze ecclesiali non controllate dal Papa, ci si dovrebbe chiedere quali siano queste forze in grado di condizionare così pesantemente papa Francesco. Perché papa Francesco, pur sapendo McCarrick omosessuale colpevole di abusi per decenni e non volendo vescovi “di sinistra” ovvero “omosessuali”, ha eletto proprio McCarrick a sua gran consigliere? Perché papa Francesco, pur avendo approvato l’incontro con la signora Davis ed averla amorevolmente incontrata e incoraggiata, ha permesso alla sua Sala Stampa di asserire il contrario e di fomentare l’idea che il Papa avesse subito una “trappola”? Perché si negò l’udienza concessa alla Davis mentre si pubblicizzò al massimo il fatto che il Papa avesse incontrato un suo ex alunno omosessuale? Due sole le possibilità: o il Papa è parte di una strategia volutamente destabilizzante che utilizza sistematicamente la menzogna e la falsificazione delle notizie oppure il Papa non è libero!
In quest’ultima ipotesi, cosa impedisce a papa Francesco di liberarsi? Quali ombre passate lo legano alla lobby di cui McCarrick fu padrino?

(Fonte: Emmanuele Barbieri, Corrispondenza Romana, 5 settembre 2018)
https://www.corrispondenzaromana.it/alcune-domande-inquietanti-sul-caso-kim-devis/




sabato 28 luglio 2018

Se Famiglia Cristiana e padre Spadaro perdono la testa


La copertina di Famiglia Cristiana, un tweet di padre Spadaro: attacchi violenti in nome dell'accoglienza degli immigrati. È una vera e propria isteria, alimentata da una concezione del cristianesimo solo orizzontale: la salvezza eterna ha lasciato il posto alla soluzione dei problemi terreni.

Famiglia Cristiana, padre Antonio Spadaro (direttore della Civiltà Cattolica): l’isteria immigrazionista sembra ormai incontrollabile e partorisce mostri. La copertina dell’ultimo numero di Famiglia Cristiana è emblematica e destinata giustamente a creare scandalo: «Una mano che si leva – spiega la stessa rivista dei Paolini – verso il volto di uno sconcertato ministri degli Interni. Sotto, il titolo: “Vade Retro, Salvini”». «Niente di personale o ideologico – si precisa poi nel sommario dopo aver elencato il “plotone di esecuzione” (la Cei, i singoli vescovi, le iniziative di religiosi) – si tratta di Vangelo».
Già, ma di che Vangelo stiamo parlando? È la stessa domanda che viene leggendo il tweet di padre Spadaro lanciato ieri mattina, in polemica con la proposta leghista di obbligare l’esposizione dei crocifissi in tutti gli edifici pubblici: «La croce è segno di protesta contro peccato, violenza, ingiustizia e morte», afferma rabbioso padre Spadaro. Gesù si sarebbe lasciato crocifiggere per "protestare" contro il peccato e la morte? Fosse così, Gesù sarebbe una sorta di Gandhi spinto all’estremo. Forse non è un caso che da un po’ di tempo in casa cattolica si fa spesso riferimento al principio della “non violenza” e si cita Gandhi à gogo.
E prosegue Spadaro: la croce «non è mai un segno identitario». Deve essere tanto l’odio nei confronti dei leghisti e di Salvini che il direttore della Civiltà Cattolica ha decisamente perso la trebisonda. Fosse come dice padre Spadaro, per coerenza non bisognerebbe mettere le croci neanche all’esterno delle chiese. Invece La Civiltà Cattolica una volta la pensava diversamente, addirittura nel 2004 sosteneva che «il crocifisso fa parte dell’identità del popolo italiano ed è parte integrante del suo patrimonio culturale» (editoriale del Quaderno 3695). E nel giugno 2010 argomentava contro la Corte di Strasburgo che pretendeva la rimozione dei crocifissi dalle scuole in nome della laicità dello Stato e del rispetto delle religioni. Altri tempi, altri direttori…
Ma torniamo a Famiglia Cristiana. Lasciamo da parte la solita vergognosa mistificazione che vorrebbe l’Italia divisa tra chi vuole salvare le vite e chi vuole buttare le persone in mare. Abbiamo già spiegato diverse volte i veri termini della questione, anche pochi giorni fa con riferimento al comunicato della Conferenza Episcopale Italiana (clicca qui). Ciò che invece vale la pena mettere in evidenza è proprio la concezione di cristianesimo di cui quella copertina è espressione.
Si può legittimamente criticare un leader politico per l’uso disinvolto di simboli religiosi, ma è sconcertante che un settimanale cattolico strumentalizzi il Vangelo per “demonizzare” una persona. È una visione tutta orizzontale della fede: il Vangelo, la missione di Gesù perde qualsiasi significato trascendente, l’annuncio non è più Dio che viene a salvarci dal peccato, ma è Dio che viene a risolvere i problemi del mondo, che peraltro ormai sembrano ridotti a uno: l’immigrazione. E così si banalizza anche il male, tutto viene umanizzato: il demonio viene identificato con una persona cattiva, colui che simboleggia la contrarietà alle porte aperte per tutti; l’esorcismo (mano tesa contro il demonio) è ridotto alla condanna di una persona, anziché un processo di liberazione della persona dal male con la forza della Grazia di Dio.
Il "caso Famiglia Cristiana” non è un episodio isolato, è la tendenza oggi dominante nella Chiesa; la testimonianza è ormai ridotta a opere di assistenza (assistenza, non carità) verso poveri e immigrati. Al punto che ormai, in questo clima di vera e propria isteria, c’è chi invoca la scomunica per chi non è d’accordo con la politica del “tutti dentro”. C’è una assolutizzazione neanche dei valori, ma delle conseguenze dei valori, di ciò che la Chiesa ha sempre considerato opinabile: perché non c’è un’unica soluzione politica possibile nel nome della solidarietà e del “prendersi cura”.
Così accade che quelli partiti in nome della tolleranza e dell’accoglienza diventano intolleranti e violenti contro chi non condivide la loro impostazione. È un cristianesimo che, contrariamente ai proclami, invece di liberare diventa soffocante, è un cristianesimo che sa tanto di socialismo reale.

(Fonte: Riccardo Cascioli, La NBQ, 26 luglio 2018)
http://www.lanuovabq.it/it/se-famiglia-cristiana-e-padre-spadaro-perdono-la-testa



sabato 21 luglio 2018

Vescovi e immigrazione, quanta incompetenza!


Siamo alle solite. Ogni volta che il vertice della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) interviene sul tema immigrazione si sprecano equivoci, luoghi comuni e ipocrisia. Non fa eccezione il comunicato diffuso ieri dalla presidenza della Cei dal titolo “Migranti, dalla paura all’accoglienza”. Si parte come solito da un’immagine che non può non commuovere per ribadire che davanti ai drammi umani siamo tutti responsabili, che non possiamo girarci dall’altra parte; per esaltare quanti si impegnano per l’accoglienza e l’integrazione; per poi infine concludere che dobbiamo impegnarci a rispettare «la vita, ogni vita» contro l’imbarbarimento e la volgarità.
Parole certamente belle e condivisibili come criteri, ma che nel contesto in cui sono scritte vogliono significare una presa di posizione politica ben precisa seppur mascherata da un ipocrita «non pretendiamo di offrire soluzioni a buon mercato». Non per niente il comunicato della presidenza CEI fa eco alla «Lettera ai vescovi italiani sul razzismo dilagante», pubblicata nei giorni scorsi da un centinaio di preti e laici molto più preoccupati di bastonare certi partiti che non di trasmettere amore alla vita. Seppure con toni più misurati, la risposta dei vescovi di fatto ripete il solito cliché: chi non è per l’accoglienza senza se e senza ma, è un razzista, xenofobo e via dicendo. Vale a dire: non è cristiano.
Bisognerà allora ripetere per l’ennesima volta alcuni elementi della realtà che sembrano sfuggire – per incapacità o per vigliaccheria – nelle riflessioni di certi vescovi, anche di buona volontà.
Il fenomeno delle migrazioni, come si sa, è complesso (non complicato, ma complesso) e prima di parlare sarebbe il caso almeno di informarsi sui tanti fattori che contribuiscono a questo fenomeno. In ogni caso ciò di cui si sta parlando in Italia, che sta infiammando la politica e la società, e sta generando inquietudine e ribellione, non è l’immigrazione in generale: è invece quel fenomeno particolare che si chiama immigrazione irregolare, o clandestina.
È quel fenomeno controllato da potenti organizzazioni criminali internazionali, diventato ormai una vera e propria tratta degli schiavi, di cui il passaggio in barca nel Mediterraneo è solo una tappa (in genere la penultima). Soltanto una minima parte di coloro che sbarcano sulle nostre coste hanno diritto a vedersi riconosciuto lo status di rifugiato, ma nel frattempo le nostre città si sono riempite di “richiedenti asilo” che, nelle migliori delle ipotesi, bighellonano senza fare nulla ma molto più spesso molestano, delinquono, spacciano. È questo che crea disagio, rabbia, paura, il tutto moltiplicato da un senso di impotenza davanti a politici, ecclesiastici, intellettuali che sembrano animati solo dalla voglia di trasformare l’Italia in un campo di battaglia.
Il razzismo non c’entra nulla, il problema è la legalità. Curioso che siano proprio gli ecclesiastici che più in questi anni hanno preteso di dare lezioni di legalità a incitare alla violazione delle leggi nazionali e internazionali, a legittimare criminali e terroristi che lucrano su questa tratta, a coprire con una mano di buoni sentimenti gli inconfessabili affari di chi si arricchisce con la cosiddetta accoglienza (tra cui tante sigle cattoliche).
Non si passa dalla paura all’accoglienza se non ripristinando la legalità, una politica seria dei flussi migratori con leggi chiare (oltre che giuste) che siano fatte rispettare a tutti. Come si fa a discettare di integrazione quando stiamo parlando di immigrati irregolari che non hanno alcun diritto di restare in Italia o in Europa (solo una minima parte di quanti arrivano fuggono dalla guerra)?
E a proposito di integrazione: i nostri vescovi dimenticano di richiamare che l’integrazione non è un processo a senso unico, e qui parliamo anche di quanti arrivano in modo regolare. Tutti sappiamo che da questo punto di vista l’immigrazione islamica rappresenta un problema: i musulmani, in gran parte, non si integrano e non hanno alcuna intenzione di farlo. Nella loro concezione l’unica integrazione possibile è l’islamizzazione delle nostre società. La presidenza CEI non ha neanche una parola da dire su questo fenomeno, niente affatto secondario?
Quanto poi all’aspetto umanitario, seppure a volte c’è chi anche nel governo esagera con le parole (in quantità e qualità), nessuno ha mai sostenuto la volontà di non soccorrere in mare o di lasciare affogare le persone. Né l’Italia ha mai lasciato morire qualcuno. Ma le immagini esibite di bambini morti e volti sconvolti fanno ormai parte di una guerra mediatica che serve a fare pressione sul governo per costringerlo a cedere sul traffico di clandestini e poter così continuare a lucrare sulla tratta.
C’è - purtroppo anche tra i cattolici - chi auspica morti in mare per poter accusare il governo di disumanità criminale. Forse i vescovi dovrebbero dire qualcosa anche su chi gioca sulla pelle dei migranti per poter affermare la propria linea politica. E sicuramente dovrebbero ricordare che sono stati proprio i “porti aperti” a favorire le tragedie in mare (il record è stato nel 2016 con oltre 5mila morti), e che l’unico modo per evitarle è impedire le partenze e bloccare la tratta. Inoltre bisognerebbe avere presente che un conto è soccorrere le persone in mare, altra cosa pretendere che ogni persona soccorsa, per il fatto stesso di essere in mare, abbia il diritto di essere reinsediata in un paese di propria scelta.
Un’ultima nota: il documento della Presidenza CEI si conclude ricordando la necessità dell’«impegno a custodire la vita. Ogni vita. A partire da quella più esposta, umiliata e calpestata». Non per voler fare le classifiche, ma secondo la presidenza CEI c’è una vita «più esposta, umiliata e calpestata» di quella dei bambini uccisi nel ventre della madre? Oltre centomila vittime l’anno solo in Italia. Vogliamo poi parlare dell’utero in affitto o degli embrioni sacrificati nella fecondazione artificiale (decine di migliaia all’anno)? E se per i migranti si usano parole tanto forti, come mai non sentiamo lo stesso ardore per i più piccoli e indifesi? Perché in caso di morte di migranti si usa parlare di “strage”, “ecatombe” anche quando si tratta di poche unità, mentre per le migliaia e migliaia di embrioni sacrificati nel 2017 sull’altare del “figlio a tutti i costi”, il quotidiano dei vescovi usava un più rassicurante «sciupìo di vita umana individuale»?

P.S.: Fortunatamente ci sono anche vescovi che si distaccano da questo inginocchiarsi al politicamente corretto e sono in grado di riflettere su quanto sta avvenendo a partire dalla fede e senza lasciarsi ingabbiare in discorsi ideologici. È il caso di monsignor Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia-Sanremo (quindi uno che di drammi della migrazione se ne intende) che proprio ieri ha pubblicato una risposta ai firmatari della “Lettera ai vescovi italiani”. È un po' lunga ma vale la pena leggerla (clicca qui).

(Fonte: Riccardo Cascioli, La NBQ, 20 luglio 2018)
http://www.lanuovabq.it/it/vescovi-e-immigrazione-quanta-incompetenza




venerdì 29 giugno 2018

La Giornata di Studi su "Radici della crisi nella Chiesa"


«Non abbiamo l’autorità per chiudere il dibattito, però abbiamo il diritto di aprirlo»: con queste parole, pronunciate dal Prof. Roberto de Mattei, presidente di Fondazione Lepanto, si è chiusa l’importante Giornata di Studi sul tema «Radici della crisi nella Chiesa», svoltasi lo scorso 23 giugno a Roma presso l’Hotel Massimo d’Azeglio.
Giornata, il cui scopo – peraltro brillantemente raggiunto – è stato proprio quello di capire dove oggi vada la Chiesa, risalendo alle origini degli errori penetrati nel corso degli anni in tutto il Corpo Mistico di Cristo, dalla base sino ai vertici, per poi tornare, con l’aiuto di Dio, alla Verità cattolica, integrale e vissuta.
Gli esperti presenti – teologi, filosofi, storici e studiosi, molti dei quali firmatari della Correctio filialis a papa Francesco dello scorso anno –, hanno proposto un «approccio costruttivo, non astratto, non inutilmente polemico, ma concreto e fecondo di spunti», come ancora ha sottolineato il prof. de Mattei, per affrontare una crisi, di cui, aprendo i lavori, il prof. Joseph Shaw, presidente della Latin Mass Society inglese, ha evidenziato alcune «questioni» divenute «fondamentali» ovvero l’oggettività dei Sacramenti, la natura della grazia santificante, il ruolo della Tradizione e dell’autorità nella teologia, la natura della Verità nella fede e nella morale: «Il nuovo orientamento pastorale di papa Francesco è non avere fondamenti teologici di nessun tipo – ha proseguito il prof. Shaw –. La linea ufficiale dei suoi sostenitori è che esso sia compatibile con tutti i fondamentali della fede cattolica, ma che questa compatibilità non dovrebbe essere chiarita o discussa, pena la mancanza di fedeltà al Santo Padre».
Nella sua relazione introduttiva, il prof. Roberto de Mattei ha ricordato le origini del «modernismo» ed il significato attribuitogli da san Pio X per definire «la natura unitaria degli errori teologici, filosofici ed esegetici» ramificatisi all’interno della Chiesa: negazione del carattere rivelato dell’Antico e del Nuovo Testamento, della divinità di Cristo, dell’istituzione della Chiesa, della gerarchia, dei Sacramenti e del dogma.
Se Leone XIII cercò «una riconciliazione con quel mondo moderno che combatteva sul piano filosofico», san Pio X lo affrontò con l’enciclica Pascendi del 1907, condannandone il pervasivo «principio di immanenza». Il Prof. de Mattei ha ricordato come san Pio X nel Motu Proprio Sacrorum Antistitum del 1910, con cui impose il giuramento antimodernista, abbia avanzato «l’ipotesi che il modernismo formasse una vera e propria “società segreta” all’interno della Chiesa», per trasformare «il cattolicesimo dall’interno, lasciando intatto, nei limiti del possibile, l’involucro esteriore della Chiesa. Negli anni seguenti alla morte di Pio X, la strategia dei modernisti fu quella di dichiarare inesistente il modernismo e di accusare duramente la repressione antimodernista».
Questo permise la nascita della «Nouvelle théologie» condannata da Pio XII il 12 agosto 1950 con l’enciclica Humani Generis. Il successivo Concilio Vaticano II avrebbe però tradotto «sul piano teologico il principio filosofico di immanenza» proprio «del modernismo», mentre il «primato della pastorale» rappresentò a sua volta la «trasposizione teologica del “primato della prassi” enunciato da Marx» in quei tempi, caratterizzati dalla massima diffusione del comunismo nel mondo, camuffatosi poi da teologia della liberazione nella Chiesa.
Da qui la conclusione, cui è giunto il Prof. de Mattei: oggi «il modernismo pervade la Chiesa, anche se pochi lo rivendicano esplicitamente. Oggi abbiamo di fronte un processo rivoluzionario, che deve essere valutato a livello di pensiero, di azione e di tendenze profonde. Al neomodernismo, che si presenta come un’interpretazione soggettiva e mutevole della dottrina cattolica, bisogna opporre la pienezza della Dottrina cattolica, che coincide con la Tradizione, mantenuta e trasmessa non solo dal Magistero, ma da tutti i fedeli, “dai vescovi agli ultimi laici”, come esprime la celebre formula di sant’Agostino».
Il prof. Enrico Maria Radaelli, docente di Filosofia dell’Estetica e direttore del Dipartimento di Estetica dell’Associazione internazionale Sensus Communis, ha illustrato il ruolo giocato dal pensatore cattolico tomista Romano Amerio con l’opera Iota unum, nell’evidenziare «i due cardini fondamentali su cui avviene la devianza del modernismo: il primo cardine è quello della legge della conservazione storica della Chiesa, per il quale la Chiesa non perde la Verità quando la dimentica o la mette da parte, ma solo quando la espunge: di tale dottrina – ha affermato il relatore – si sarebbero serviti Giovanni XXIII e poi tutti i Pontefici successivi per poter promulgare le proprie dottrine solo ad un livello pastorale e mai dogmatico – e senza dogma non si espunge -; il secondo cardine riguarda invece la disposizione metafisica della Trinità, per la quale avviene prima il logo, il pensato, poi l’amore, quindi il vissuto: senonché il modernismo ribalta totalmente tale sequenza, rendendo la libertà dell’uomo diventa più importante della Verità, quindi più importante di Dio».
Tra i rimedi Radaelli indica la capacità di «tornare al dogma», nonché l’importanza e l’attualità del tomismo.
Il prof. John Lamont, filosofo e teologo canadese, ha ricordato come, sin dagli inizi, mons. Pietro Parente e padre Réginald Garrigou-Lagrange considerarono la «Nouvelle théologie» come una sorta di «revival dell’eresia modernista». L’azione delle autorità romane, volta a sopprimere la rinascita del modernismo, è stata però «liquidata come sforzo dei teologi reazionari»; la condanna derivatane non è quindi riuscita ad arginare il dilagare delle nuove teorie; a ciò ha fatto seguito anche un’«azione debole del Magistero».
Pio XII non identificò con chiarezza le tesi, cui pure si oppose con Humani Generis, non lanciò anatemi e non scomunicò quanti le propugnassero, il che ha contribuito a determinare la situazione attuale.
Padre Albert Kallio O.P., teologo canadese, ha affrontato il tema della collegialità nel Concilio Vaticano II, tema che, secondo il card. Michael Browne, vicepresidente della Commissione teologica, contraddice tanto il Vaticano I sulla pienezza dell’autorità papale quanto il Magistero riguardo la fonte della giurisdizione episcopale: «Il semplice fatto che l’esercizio di questa presunta autorità posseduta dai Vescovi in virtù della loro stessa consacrazione dipenda dal Papa non è sufficiente a mantenere la pienezza del potere del Papa definito dal Vaticano I. Inoltre, l’idea stessa di una giurisdizione suprema, che è subordinata nel suo esercizio, è contraddittorio».
L’abbé Claude Barthe, sacerdote diocesano e co-fondatore della rivista «Catholica», ha evidenziato come la «riforma liturgica» sia lo «specchio del progetto conciliare»: «L’introduzione dell’esortazione apostolica Amoris laetitia, per evitare che la dottrina presentata sia invalidata come non conforme alla dottrina precedente, riutilizzava, senza usare espressamente il termine, la categoria nuova di “insegnamento pastorale” ossia l’insegnamento volontariamente non dogmatico, inaugurato dal Concilio Vaticano II. Questo Concilio ecumenico atipico aveva creato dei vuoti ecclesiologici, così come il capitolo VIII di Amoris laetitia, circa mezzo secolo dopo, ha creato dei vuoti morali. In entrambi i casi si può dire che gli organi di insegnamento hanno perso terreno a causa di una pressione liberale, che si è esercitata con forza sempre crescente e hanno tentato una transazione con la modernità».
La dott.ssa Maria Guarini, ha inteso sfatare «la leggenda delle “due forme dell’unico Rito” della Messa. La forma è sostanza»: per questo, ha detto, «appare inaudita» l’introduzione «nella Liturgia stessa del principio di creatività», sempre avversato «nei secoli da tutto il Magistero, senza eccezioni, come cosa nefasta, da evitare nel modo più assoluto, considerato da molti il vero motivo del caos liturgico attuale. Il principio di creatività viene corroborato dall’ampia e del tutto nuova competenza attribuita alle Conferenze Episcopali in materia liturgica, ivi compresa la facoltà di sperimentare nuove forme di culto, contro l’insegnamento costante del Magistero, che ha sempre riservato al Sommo Pontefice ogni competenza in materia».
Un’ottica nuova è stata quella proposta dal prof. don Alberto Strumia, scienziato e docente presso la Facoltà Teologica dell’Emilia-Romagna. Don Strumia, nel suo intervento su rapporti tra scienza e fede, ha illustrato il Programma Scimat (Science matters), disciplina che tratta di tutte le problematiche concernenti le conoscenze umane come scienza: si tratta, ha detto, del «più recente tentativo internazionale di riprendere la tradizione di Aristotele e di esaminare con la stessa sistematicità “l’umano” e “il non umano” per conseguirne la conoscenza. Da quasi un secolo, nella scienza, stanno acquistando un nuovo rilievo un’esigenza e una metodologia non riduzionistica, che rimanda ad un più ampio concetto di razionalità», ad «una complementarietà organica e interdisciplinare, in vista di un sapere effettivamente unitario».
Di particolare rilievo l’intervento proposto dal prof. Valerio Gigliotti sul tema «Il papa eretico tra teologia e prassi giuridica». Il relatore, docente di Storia del Diritto medioevale e moderno presso l’Università di Torino, ha fatto riferimento alla tesi di uno dei più eminenti decretalisti del Duecento, Enrico da Susa, Cardinale Ostiense.
Esaminando il caso di un fedele, che nutra un fondato “dubbio” circa la moralità di un atto compiuto dal Pontefice, «bisognerà concludere che l’autorità della coscienza ha la precedenza su qualunque altra autorità, fosse anche quella del Papa, e che, pertanto, il fedele dovrà disobbedire al Pontefice e sopportare, con cristiana pazienza, le conseguenze della propria disobbedienza».
D’altronde, l’autorità con la quale il Papa educa e guida la Chiesa è la stessa autorità di Gesù Cristo, ha spiegato il prof. Gigliotti, «ma di tale autorità egli è ministro; a tale autorità rimane sempre, egli stesso, soggetto», come confermato da Benedetto XVI, durante l’Anno Sacerdotale del 2010, riflettendo sul ruolo della gerarchia e del Papato. L’ipotesi poi di un Papa eretico, per secoli dibattuta, è dichiarata «possibile» dalla maggior parte dei canonisti, soprattutto medioevali e dell’età moderna: tale è il Pontefice, che «devia dall’ortodossia cattolica. In deroga al principio che vuole la Sede di Pietro non giudicabile da alcuna autorità umana».
L’ultimo relatore è stato lo studioso e conferenziere cileno José Antonio Ureta. Presentando il proprio ultimo libro dal titolo Il cambio di paradigma di Papa Francesco: continuità o rottura nella missione della Chiesa?, l’autore ha evidenziato gli elementi di discontinuità tra questo Pontificato e l’insegnamento perenne della Chiesa,  dall’incoraggiamento dell’immigrazione alla promozione dell’agenda «verde» di una governance mondiale, dalla predicazione di una nuova morale all’accesso alla Comunione dei divorziati risposati per mezzo dell’applicazione di Amoris laetitia: «È proprio l’amore al Papato, che deve portarci a resistere a gesti, dichiarazioni e strategie politico-pastorali, che contrastano con il depositum fidei e con la Tradizione della  Chiesa», ha detto Ureta, avanzando la proposta di «cessare la convivenza ecclesiastica» coi prelati “demolitori”, esercitando così «un diritto di coscienza dei cattolici che giudichino» la loro azione «dannosa per la propria fede e la vita di pietà e scandalosa per il popolo fedele».
Concludendo quest’importante Giornata di Studi, il prof. de Mattei, ha indicato l’obiettivo da porsi ora, quello di «ricostruire il sensus fidei» nel popolo cattolico. Un obiettivo, da raggiungere anche attraverso eventi come questo, destinato a non restare perciò né ultimo, né isolato.

(Fonte: Mauro Faverzani, Corrispondenza Romana, 27 giugno 2018)
https://www.corrispondenzaromana.it/la-giornata-di-studi-su-radici-della-crisi-nella-chiesa/



mercoledì 20 giugno 2018

Parole chiare sulla famiglia? Purtroppo no


Un amico mi dice: «Sarai contento ora che Francesco ha parlato a favore della famiglia formata da un uomo e una donna. Non è quello che voi “tradizionalisti” gli chiedete?».
La mia risposta è molto semplice: non sono contento. E per diversi motivi.
Il primo motivo è che se si è arrivati al punto da segnalare come novità e motivo di soddisfazione il fatto che il papa abbia detto qualcosa di cattolico significa che qualcosa non funziona.
Il secondo motivo è che quelle parole pronunciate a braccio contengono errori e alimentano equivoci.
Risentiamole.
«Poi oggi – fa male dirlo – si parla di famiglie “diversificate”: diversi tipi di famiglia. Sì, è vero che la parola “famiglia” è una parola analogica, perché si parla della “famiglia” delle stelle, delle “famiglie” degli alberi, delle “famiglie” degli animali… è una parola analogica. Ma la famiglia umana come immagine di Dio, uomo e donna, è una sola. È una sola. Può darsi che un uomo e una donna non siano credenti: ma se si amano e si uniscono in matrimonio, sono immagine e somiglianza di Dio, benché non credano. È un mistero: San Paolo lo chiama “mistero grande”, “sacramento grande” (cfr Ef 5,32). Un vero mistero».
Concentriamoci su quella frase del papa: «Può darsi che un uomo e una donna non siano credenti: ma se si amano e si uniscono in matrimonio, sono immagine e somiglianza di Dio, benché non credano».
Domanda: è davvero così? Davvero è sufficiente che un uomo e una donna, sebbene non credenti, si amino e siano uniti in matrimonio (quale? civile? cattolico?) perché siano immagine e somiglianza di Dio? E davvero si può chiamare Paolo a supporto della tesi?
Vediamo.
Prima di tutto occorre leggere Efesini 5 integralmente.
«1 Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, 2 e camminate nella carità, nel modo che anche Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore. 3 Quanto alla fornicazione e a ogni specie di impurità o cupidigia, neppure se ne parli tra voi, come si addice a santi; 4 lo stesso si dica per le volgarità, insulsaggini, trivialità: cose tutte sconvenienti. Si rendano invece azioni di grazie! 5 Perché, sappiatelo bene, nessun fornicatore, o impuro, o avaro – che è roba da idolàtri – avrà parte al regno di Cristo e di Dio. 6 Nessuno vi inganni con vani ragionamenti: per queste cose infatti piomba l’ira di Dio sopra coloro che gli resistono. 7 Non abbiate quindi niente in comune con loro. 8 Se un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come i figli della luce; 9 il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità. 10 Cercate ciò che è gradito al Signore, 11 e non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre, ma piuttosto condannatele apertamente, 12 poiché di quanto viene fatto da costoro in segreto è vergognoso perfino parlare. 13 Tutte queste cose che vengono apertamente condannate sono rivelate dalla luce, perché tutto quello che si manifesta è luce. 14 Per questo sta scritto: “Svègliati, o tu che dormi, déstati dai morti e Cristo ti illuminerà”. 15 Vigilate dunque attentamente sulla vostra condotta, comportandovi non da stolti, ma da uomini saggi; 16 profittando del tempo presente, perché i giorni sono cattivi. 17 Non siate perciò inconsiderati, ma sappiate comprendere la volontà di Dio. 18 E non ubriacatevi di vino, il quale porta alla sfrenatezza, ma siate ricolmi dello Spirito, 19 intrattenendovi a vicenda con salmi, inni, cantici spirituali, cantando e inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore, 20 rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo. 21 Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo. 22 Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore; 23 il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, lui che è il salvatore del suo corpo. 24 E come la Chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli siano soggette ai loro mariti in tutto. 25 E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, 26 per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola, 27 al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata. 28 Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perché chi ama la propria moglie ama se stesso. 29 Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura, come fa Cristo con la Chiesa, 30 poiché siamo membra del suo corpo. 31 Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. 32 Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa! 33 Quindi anche voi, ciascuno da parte sua, ami la propria moglie come se stesso, e la donna sia rispettosa verso il marito».
Ecco qua. Come si può ben vedere, Paolo dice sì che i due che vanno a formare una carne sola diventano un «mistero grande», ma soltanto se lo fanno alla luce di Cristo, secondo la legge divina e nella Chiesa. Sostenere che qualsiasi coppia, anche non credente, è per ciò stesso «mistero grande» è una distorsione. Grave.
Non basta amarsi e unirsi in matrimonio (anche civile?) per essere immagine e somiglianza di Dio. Non è l’amore umano che santifica il matrimonio. Ciò che santifica l’unione e la rende immagine di Dio è la presenza di Dio. Se io non invito Dio al mio matrimonio, se non mi unisco in matrimonio alla luce di Cristo e in obbedienza alla legge divina, se non chiedo la benedizione divina, se non vivo il matrimonio nella dimensione sacramentale, io posso amare quanto voglio ma non posso ritenere che la mia unione mi porti a essere immagine e somiglianza di Dio. Né posso utilizzare Paolo per tirare l’acqua al mio mulino. Anche perché le parole di Paolo (unite a quelle di Gesù in Matteo, 19,3-6) hanno una conseguenza decisiva, che è l’indissolubilità del vincolo matrimoniale.
Ecco il motivo per cui non posso essere contento della frase del papa. Perché, una volta ancora, è fonte di confusione.
Mi si dirà: ma tu sei incontentabile! No, cerco solo di essere cattolico.
Ma c’è un terzo motivo per cui non sono contento.
Il papa che davanti al Forum delle famiglie difende la famiglia tra uomo e donna e condanna l’aborto è lo stesso che poi invita padre James Martin, paladino della causa LGBT, all’Incontro mondiale delle famiglie di Dublino. È lo stesso che  (di ritorno da Rio de Janeiro) dice che su questioni come aborto e matrimoni tra persone dello stesso sesso non è necessario ritornare, è lo stesso che lascia invitare in Vaticano esponenti della cultura abortista, lo stesso che sostiene di non aver mai capito l’espressione «valori non negoziabili», lo stesso che in Amoris laetitia sostiene la morale del caso per caso, e via dicendo.
Allora? Qual è l’insegnamento del papa?
La risposta è che l’insegnamento del papa, con Francesco, non vuole più ribadire la verità ma, come lui ama dire, «avviare processi». Lo ha spiegato molto bene il professor Roberto Pertici nel suo saggio Fine del cattolicesimo romano.  Siamo di fronte a un pontificato che intende destrutturare il papa e il pontificato stesso, rendere più elastico e adattabile il magistero, depotenziare alcuni sacramenti, sminuire l’importanza della ricerca di principi stabili, sostenere il primato della (presunta) concretezza della realtà sulla (presunta) astrattezza della legge.
Di questo si dovrebbe parlare quando ci si confronta sull’attuale pontificato. Senza mai stancarsi di segnalare, in ogni caso, le contraddizioni interne e i veri e propri errori dottrinali, voluti o non voluti che siano.

(Fonte: Aldo Maria Valli, 18 giugno 2018
http://www.aldomariavalli.it/2018/06/18/parole-chiare-sulla-famiglia-purtroppo-no/


domenica 17 giugno 2018

Mai come oggi i pastori sono lontani dal gregge. In particolare in politica. Ovunque.


Lo scollamento tra élite e popolo a livello politico ha un corrispettivo nella Chiesa cattolica: mai come oggi i pastori sono lontani dal gregge, estranei alle sue esigenze ed al suo sentire.
“Odore delle pecore”, si diceva, ma è pura retorica, una vernice sottilissima che non riesce a nascondere la realtà. Quanto il Pd è lontano dal proletariato, tanto i vertici ecclesiastici odierni sono ormai incomprensibili e inascoltabili per il fedele comune.
Il cardinale Gianfranco Ravasi, quello che frequenta i vip del mondo dello spettacolo e della moda, e che sui grandi quotidiani apre alla massoneria, istituzione non propriamente “popolare”, ne è la dimostrazione; così come il cardinal Pietro Parolin, che si fa invitare da Lilli Gruber al Bildenberg, cioè in un consesso segretissimo di grandi potenti, cui parteciparono nel passato, prima di diventare premier, Romano Prodi e Mario Monti (uno degli ospiti italiani di più lungo corso).
Cosa ha a che fare il popolo cattolico con le sfilate di Vanity fair benedette da Ravasi, e con il Bilderberg di Parolin? Nulla. Sono luoghi da cui, per sua fortuna, è escluso. Il popolo puzza, se non è soltanto una parola di cui riempirsi la bocca.
Non sono solo le chiese che continuano a svuotarsi a dimostrare quanto detto, ma è soprattutto il voto dei cattolici. Bergoglio, con la sua predicazione modana e secolare, ha imposto alla chiesa una svolta politica fortissima, indicando la sinistra progressista e mondialista come la casa dei cattolici.
Ma ha sempre perso e continua a perdere.
In Argentina ha vinto il suo avversario, il cattolico Mauricio Macri; negli Usa Bernie Sanders, nonostante un endorsement papale piuttosto esplicito, non ha superato le primarie; in Austria ha trionfato Sebastian Kurz, leader del partito cristiano-democratico, nettamente contrario all’islamizzazione del suo paese; in Italia, da pochi mesi, il Partito Democratico tanto caro a Nunzio Galantino, Antonio Spadaro e alla cerchia del presule argentino, Scalfari compreso, ha subito una sonora legnata.
Più Bergoglio insiste nel promuovere l’immigrazione indiscriminata, con la stessa foga e gli stessi slogan di Emma Bonino e George Soros, più i cattolici votano altrove.
In Italia i laici, guidati da Massimo Gandolfini, hanno votato per lo più Lega o Fratelli d’Italia; in Polonia il voto cattolico è andato agli avversari, cattolici, della globalizzazione; in Ungheria il governo Orban, cui a suo tempo Benedetto XVI ebbe modo di mostrare la sua simpatia, ha da poco riottenuto la maggioranza.
Persino in Germania le cose vanno male per il povero Bergoglio: il suo pupillo, il cardinale luterano Reinhard Marx, qualche mese fa si è scontrato con il governo bavarese, deciso ad imporre i crocifissi nei luoghi pubblici, mentre in questi giorni il ministro dell’interno tedesco, Horst Seehofer, leader della CSU, cioè del partito cattolico bavarese, sta opponendosi duramente alla Merkel proprio in relazione alle politiche migratorie…
In tutto ciò i chiacchieroni del cerchio magico continuano a pontificare (ma quanti papi abbiamo?), mentre il cardinal Gualtiero Bassetti, che avrebbe dovuto moderare gli estremismi galantiniani, si muove in modo confuso, senza un disegno, senza alcuna possibilità di incidere, neppure sulla linea del giornale della Cei, il sempre più impresentabile e fazioso Avvenire.

(Fonte: Marco Tosatti, Stilum Curiae, 16 giugno 2018)
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giovedì 7 giugno 2018

I nuovi orizzonti del Parlamento italiano


Il governo Conte ha ottenuto la fiducia, con un largo margine, alla Camera e al Senato, ma soprattutto nasce con un ampio sostegno popolare. I sondaggi attribuiscono infatti alle due forze politiche che lo esprimono, Cinque Stelle e Lega, circa il 60% dei suffragi. Nessun governo come questo è stato però avversato dalla quasi totalità dei mass-media italiani.
Antonio Socci ha ben descritto questo “pregiudizio universale” su Libero (3 giugno), mentre Marco Travaglio, su Il Fatto quotidiano (6 giugno), ha pubblicato una lunga antologia dei pesanti giudizi riservati al governo nascente da pressoché tutti i giornali, di sinistra e di destra.
Conte è stato accusato di essere un «amico del popolo come Marat» (Corriere della Sera, 18 maggio) e di preparare «un futuro venezuelano» per l’Italia (Il Foglio 16 maggio). «C’è un caso Italia in Occidente», ha scritto il direttore de La Stampa (27 maggio), mentre per il direttore di Repubblica, «l’impasto di inesperienza, improvvisazione e arroganza non tarderà ad emergere. Allacciate le cinture» (2 giugno).
Questa faziosità ideologica si è tradotta in una violenta intolleranza nei confronti del nuovo ministro della Famiglia, Lorenzo Fontana, colpevole di essersi espresso a favore della famiglia naturale, tutelata dall’articolo 29 della Costituzione, di avere rilevato l’esistenza di una crisi demografica in Italia e di avere partecipato alla Marcia per la Vita del 19 maggio.
In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera (2 giugno) e in una lettera indirizzata al quotidiano Il Tempo (4 giugno), Fontana ha ribadito con forza le sue opinioni. L’on. Salvini ha rilevato, non a torto, che queste idee non fanno parte del contratto di governo. C’è da osservare però che l’Italia è una Repubblica parlamentare in cui al Governo spetta la funzione esecutiva e al Parlamento quella legislativa.
Per quasi trent’anni, dal 1963 al 1992, l’Italia è stata governata da due forze politiche, la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista, che sui temi riguardanti la famiglia e la morale avevano visioni contrapposte. Il divorzio non era nel programma del governo Colombo (1970-1972), né l’aborto in quello del governo Andreotti (1978-1979), che si sosteneva con l’appoggio esterno del Partito comunista.
Eppure alcuni parlamentari laicisti presentarono le proposte di legge a favore del divorzio e dell’aborto, che furono rispettivamente approvate, nel 1970 e nel 1978, da maggioranze Parlamentari che non riflettevano la posizione dell’esecutivo. Quando i presidenti del Consiglio e della Repubblica democristiani furono accusati di avere sottoscritto leggi che erano contro la propria coscienza di cattolici, essi risposero di aver semplicemente controfirmato leggi fatte dal Parlamento, e non dal governo.
Ebbene, nel nuovo Parlamento, non potrebbe crearsi una maggioranza trasversale che imponga dei cambiamenti legislativi in difesa della vita e della famiglia, anche se ciò non fa parte dell’accordo di governo? L’Italia ha cessato di essere una Repubblica parlamentare?
Il ministro Fontana, nella sua bella lettera a Il Tempo, ha dichiarato: «Non ci spaventa affrontare la dittatura del pensiero unico. (…) Abbiamo le spalle abbastanza larghe per resistere agli attacchi gratuiti rispondendo con l’evidenza dei fatti, la forza delle idee e la concretezza delle azioni».
Sappia il ministro, di non essere solo. Dietro di lui ci sono gli uomini di buon senso, coloro che considerano una follia la teoria del gender, che rifiutano come innaturali le unioni omosessuali, che sono decisi a difendere la famiglia normale, fondata sul matrimonio indissolubile, composta da un uomo e da una donna; coloro che si propongono di mettere al mondo dei figli e di educarli e formarli, per farne dei buoni cittadini della terra e del Cielo.
Il ministro può contare sull’aiuto di questi uomini di buona volontà, ma può contare soprattutto sull’aiuto del Cielo, che non abbandona chi non si vergogna di proclamarsi cattolico, difende la legge naturale e combatte contro i nuovi barbari per il più nobile degli ideali che è la restaurazione della Civiltà cristiana, l’unica civiltà della storia degna di questo nome.

(Roberto de Mattei, Corrispondenza Romana, 6 giugno 2018)
https://www.corrispondenzaromana.it/i-nuovi-orizzonti-del-parlamento-italiano/



martedì 29 maggio 2018

Ratzinger elogia il teologo critico sull'islam


Joseph Ratzinger ha inviato una lettera di elogio sulla figura di p. Samir Khalil Samir.
Il sacerdote in questione, che è un gesuita, un teologo e un islamologo, ha compiuto ottant'anni.
Samir, durante il pontificato di Benedetto XVI, è stato uno dei più stretti consiglieri del "mite professore" di Tubinga. Secondo alcune interpretazioni, il padre sarebbe poi stato allontanto dal Vaticano per le posizioni critiche sulla religione islamica. Le sue idee non sarebbero contigue a quelle di Papa Francesco. Ma il diretto interessato ha smentito questa tesi. Fatto sta che oggi, in funzione del suo compleanno, il papa emerito ha inoltrato una missiva in cui ha scritto:"Mi ricordo bene di un’occasione, – era allora a Castel Gandolfo – in cui ci ha spiegato i problemi dell’islam, con molto realismo e donandoci il giusto orientamento. Si vede con chiarezza che Lei non desidera che servire la verità, che sola ci può aiutare".
Benedetto XVI ha in qualche modo ribadito l'esistenza di "problemi" riguardanti la confessione islamica. Ma cosa pensa Samir dell'islam e dell'approccio del pontefice argentino al dialogo interreligioso con i musulmani? "Io lo capisco e comprendo le sue buone e rette intenzioni - aveva detto riferendosi al modo scelto da Bergoglio per relazionarsi con la fede islamica - . E ancora:"Lui vuole mantenere le porte aperte al dialogo. Però va riconosciuto che Bergoglio conosce poco l’islam, che non è a priori un credo di pace. Anzi l’Isis quando opera, lo fa nel nome del Corano. Questo è un errore del Papa che si ripete. Nel Corano ci sono versetti di pace, ma anche elementi violenti. Il Papa - aveva sottolineato l'islamologo - sceglie sempre quelli di pace dimentica gli altri. Lo fa, come dicevo, in buona fede, non ho dubbi". Il Papa, insomma, pur agendo in "buona fede", sarebbe troppo morbido con i musulmani.
Qualcuno ha sostenuto che queste critiche siano state alla base del suo "allontanamento". Come detto, però, è stato lo stesso Samir a smentire. Il gesuita aveva anche aggiunto che, rispetto al tema del rapporto con l'islam, Papa Francesco non poteva essere contrapposto a Benedetto XVI:"Contesto chi legge il viaggio in questa chiave e non condivido chi addirittura ha parlato di sconfessione di Ratzinger, anzi. Il solo aspetto che va messo in risalto è che i due Papi hanno avuto un approccio diverso al tema, hanno due modi divergenti di affrontarlo nei termini e modi. Ma non sono in opposizione".
Il messaggio di Ratzinger è arrivato per l'organizzazione di un simposio dedicato agli studi e alla figura del gesuita egiziano."Tra le tante immagini che mi sono riaffiorate alla mente pensando al caro padre Samir Khalil - ha sottolineato il cardinale Leonardo Sandri, che è il prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali - ho scelto quella che si è ripetuta in occasione di alcuni nostri colloqui privati in Congregazione: un professore ormai emerito, riconosciuto a livello internazionale quale uno dei massimi esperti e conoscitori dell’islam e del cristianesimo arabo antico e contemporaneo, che si mette in ginocchio e chiede di essere benedetto!". Uno dei più grandi esperti del mondo islamico ha ricevuto gli auguri speciali del papa emerito.

(Fonte: Francesco Boezi, Il Giornale, 29 maggio 2018)
http://www.ilgiornale.it/news/cronache/ratzinger-elogia-teologo-critico-sullislam-1533875.html