venerdì 31 gennaio 2014

Papa Francesco: «assurdo ascoltare Cristo ma non la Chiesa»

Un altro schiaffo di Papa Francesco a chi lo vuole strumentalizzare, ai sedicenti “cattolici della tolleranza e del non-giudizio”, ai “noi siamo Chiesa”, ai Vito Mancuso, agli Eugenio Scalfari, agli anticlericali che contrappongono Cristo alla Chiesa. E oggi, nuova moda, lo stesso Francesco alla Chiesa.
Niente da fare, il Papa non ci sta ad essere il nuovo idolo del mondo, come un Che Guevara qualsiasi: «Non si capisce un cristiano senza Chiesa», ha detto questa mattina durante l’omelia a Santa Marta. «E per questo il grande Paolo VI diceva che è una dicotomia assurda amare Cristo senza la Chiesa; ascoltare Cristo ma non la Chiesa; stare con Cristo al margine della Chiesa. Non si può. E’ una dicotomia assurda. Il messaggio evangelico noi lo riceviamo nella Chiesa e la nostra santità la facciamo nella Chiesa, la nostra strada nella Chiesa. L’altro è una fantasia o, come lui diceva, una dicotomia assurda».
Lo stesso concetto lo aveva espresso durante l’Udienza del mercoledì nel maggio scorso: «Ancora oggi qualcuno dice: “Cristo sì, la Chiesa no”. Come quelli che dicono “io credo in Dio ma non nei preti”. Ma è proprio la Chiesa che ci porta Cristo e che ci porta a Dio; la Chiesa è la grande famiglia dei figli di Dio. Certo ha anche aspetti umani; in coloro che la compongono, Pastori e fedeli, ci sono difetti, imperfezioni, peccati, anche il Papa li ha e ne ha tanti, ma il bello è che quando noi ci accorgiamo di essere peccatori, troviamo la misericordia di Dio, il quale sempre perdona».
Parole scandalose per le orecchie di molti devoti al politicamente corretto, che vorrebbero usare il “Pontefice progressista e relativista“, dicono loro, per colpire l’odiata Chiesa cattolica a suon di ricatti morali. Dopo la rivista gay che lo ha incoronato “uomo dell’anno”, dopo l’elogio del “Time”, è arrivata in questi giorni anche la copertina della rivista “Rolling Stones”, dedicata appunto a Francesco.
Ancora una volta, però, non il vero Francesco. Ma quello finto, quello raccontato e inventato dai media e da molti vaticanisti. L’attacco mediatico a Francesco è molto più forte di quello a Ratzinger perché è subdolo e non diretto. Tanto che Francesco si vede continuamente elogiato da chi odia la Chiesa e contrapposto a Benedetto XVI. L’iniziativa di “Rolling Stones”, ha dichiarato il portavoce del Pontefice, padre Lombardi, «si squalifica cadendo nell’abituale errore di un giornalismo superficiale, che per mettere in luce aspetti positivi di Papa Francesco pensa di dover descrivere in modo negativo il pontificato di Papa Benedetto, e lo fa con una rozzezza sorprendente. Peccato. Non è questo il modo di fare un buon servizio neppure al Papa Francesco, che sa benissimo quanto la Chiesa deve al suo Predecessore”.
Il nuovo tentativo laicista (il commento di “Zenit.it) diffonde «l’illusione dell’avvento di una Chiesa “politicamente corretta” e perfettamente in linea con i canoni del mondo secolarizzato e con lo “spirito dei tempi”». Ma la Chiesa cattolica è e rimarrà l’unica istituzione veramente libera, autonoma e indipendente da qualunque ideologia, perché formata da persone libere. Anzi, da persone liberate. Il tentativo mediatico di omologarla per l’incapacità di capirlo e poterne prendere possesso sarà fallimentare. Ancora una volta.

(Fonte: Uccr, 30 gennaio 2014)

Vito Mancuso si agita ma non convince

La Commissione Teologica Internazionale, presieduta dal prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, mons. Gerhard L. Müller, ha pubblicato in questi giorni un utilissimo documento intitolato “Dio Trinità, unità degli uomini. Il monoteismo cristiano contro la violenza“.
Il testo è dedicato ad approfondire «alcuni aspetti del discorso cristiano su Dio, confrontandosi in particolare con le teorie secondo le quali esisterebbe un rapporto necessario fra il monoteismo e la violenza». Il documento ha confutato queste teorie innanzitutto rilevando che la nozione di “monoteismo” sia generica per indicare Ebraismo, Islam e Cristianesimo e criticano la «semplificazione culturale che riduce l’alternativa fra un monoteismo necessariamente violento e un politeismo presuntivamente tollerante». Viene anche sottolineato che la «fede cristiana riconosce nell’eccitazione alla violenza in nome di Dio, la massima corruzione della religione», ribadendo che «le guerre interreligiose, come anche la guerra alla religione, siano semplicemente insensate».
La riflessione sottolinea che la morte e la resurrezione di Gesù sono la «chiave della riconciliazione fra gli uomini» e la «rivelazione iscritta nell’evento di Gesù Cristo, che rende apprezzabile la manifestazione dell’amore di Dio consente di neutralizzare la giustificazione religiosa della violenza sulla base della verità cristologica e trinitaria di Dio». Dal punto di vista cristiano nessuno è giustificato a parlare di violenza religiosa perché «la rivelazione cristiana purifica la religione, nel momento stesso in cui le restituisce il suo significato fondamentale per l’esperienza umana del senso». I teologi esortano, pertanto, a «trattare sempre congiuntamente il contenuto teologico e lo sviluppo storico della rivelazione cristiana di Dio». Infatti chiunque commetta violenza, anche tra i cristiani stessi, si metterà sempre contro al Vangelo: «nella storia anche in nome della fede cristiana si è fatto ricorso alla violenza», ha spiegato Benedetto XVI. «Lo riconosciamo, pieni di vergogna. Ma è assolutamente chiaro che questo è stato un utilizzo abusivo della fede cristiana, in evidente contrasto con la sua vera natura».
La Sottocommissione che ha lavorato al documento è composta da importanti studiosi di tutto il mondo, scelti dal Papa in quanto «eminenti per scienza, prudenza e fedeltà verso il Magistero della Chiesa». L’unico italiano è Pierangelo Sequeri, preside della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, dove è anche professore ordinario di teologia fondamentale. Ed è anche l’unico, per obbligo geografico, ad aver sentito nominare almeno una volta il teologo di Carate Brianza, Vito Mancuso, fatto diventare famoso al grande pubblico dal quotidiano “Repubblica” per la sua avversione alla Chiesa. Il nemico del mio nemico è mio amico, ha pensato furbescamente Eugenio Scalfari quando gli ha affidato l’editoriale.
Mancuso ha ovviamente approfittato della pubblicazione del documento per tentare ancora una volta lo scontro, la divisione e mostrare narcisisticamente la sua ribellione, esattamente contro il messaggio di Papa Francesco. La banalità della critica del teologo Mancuso è la cifra della sua ininfluenza nel pensiero teologico moderno: egli sostiene che la cultura laicista ha ragione a parlare del cristianesimo in termini violenti e per giustificarlo va a pescare direttamente dal prontuario del fondamentalismo ateo: crociate, Inquisizione, Galilei, lotta all’eresia e conversioni forzate…manca solo il Pio XII nazista e Benedetto XVI pedofilo per toccare tutti i cavalli di battaglia degli anticlericali di professione. Ovviamente, non poteva nemmeno tralasciare un elogio della non-violenza del buddhismo e dell‘induismo, ignorando completamente cosa sia il buddhismo (lui lo associa alla dieta vegana e allo yoga-fitness) giustificando di conseguenza come non violenza la divisone razziale insita nell’induismo (sotto il quale i cristiani sono massacrati, senza che Mancuso abbia mai sentito il bisogno di scrivere un editoriale su questo), che considera i paria (i più poveri, i fuori casta) delle “non persone”, la cui redenzione sociale è stata possibile, ed è tutt’ora possibile, solo grazie ai missionari cristiani (da Madre Teresa di Calcutta in giù).
Per Mancuso non è stato Gesù Cristo a portare la non violenza tra gli uomini chiamandoli “fratelli” e invitando ad “amare i propri nemici” (concetto inesistente prima di lui), non è stata la Chiesa nei tempi moderni a scongiurare la guerra e la divisione tra gli uomini, abbattendo il muro di Berlino. No, sono state le «battaglie del mondo laico che, togliendole potere, le hanno permesso di tornare a essere più fedele alla propria essenza». Tutti infatti ricordano le battaglie laiche del secolo scorso, promosse da esponenti di primo piano come Stalin, Lenin, Mussolini, Pol Pot, Hoxa, Tito e tutti i grandi imperatori laici e devoti dell’ateismo di Stato. Ancora una volta Mancuso tradisce la memoria del compianto card. Carlo Maria Martini, di cui vorrebbe inutilmente essere il successore, quando nel famoso discorso del 1988 a Leningrado ha affermato: «Ogni volta che si è rifiutato Dio, se ne è perso o sminuito il senso o lo si è presentato in modo scorretto, ci si è incamminati verso forme più o meno larvate di decadenza dell’uomo e della stessa convivenza sociale”». Altro che le battaglie laiche di Mancuso.
Gesù dice di sé: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me [...] Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. [....] Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla.» (Gv 14 e 15). Il teologo di “Repubblica” inorridisce per queste frasi politicamente scorrette e bacchetta Gesù Cristo rammentandogli «il bene che deriva dal prendere coscienza della relatività delle proprie posizioni» e che è «dall’assolutismo, che nascono l’intolleranza e la violenza». Gesù avrebbe dovuto ascoltare le indicazioni assolutiste, e ben poco relativiste, di Mancuso e dire piuttosto: “Io, se posso permettermi, spero di essere la via, forse la vita, sicuramente non la verità perché non esiste. Dovete fare a meno di me, ognuno segua la sua verità”. Allora sì che sarebbe stato, anche lui, editorialista di “Repubblica”.
Le posizioni di Mancuso sono sempre più estremiste e riflettono sempre di più il suo allontanamento dal cristianesimo. Perfino un laico come Jürgen Habermas, tra i maggiori filosofi viventi, ha riconosciuto che «l’universalismo egualitario –da cui sono derivate le idee di libertà e convivenza sociale, autonoma condotta di vita ed emancipazione, coscienza morale individuale, diritti dell’uomo e della democrazia- è una diretta eredità ebraica della giustizia e dell’etica cristiana dell’amore. Questa eredità è stata continuamente riassimilata, criticata e reinterpretata senza sostanziali trasformazioni. A tutt’oggi non disponiamo di alternative. Anche di fronte alle sfide attuale della costellazione postnazionale continuiamo ad alimentarci a questa sorgente. Tutto il resto sono chiacchiere postmoderne»  (J. Habermas, Tempo di passaggi, Feltrinelli 2004 p. 128,129).
L’intento di Mancuso era più che prevedibile ma come portavoce del laicismo ci si aspettava più coraggio sul passato e più umiltà sul presente, senza questa paura verso la modernità. L’amore per lo scontro e per la divisione dovrebbero essere messi da parte se vorrà essere veramente del tutto libero dalla violenza.

(Fonte: UCCR, 23 gennaio 2014)

giovedì 30 gennaio 2014

I vescovi veneti: “Non abbiate paura a dire padre e madre”

I vescovi del Triveneto rompono per primi il silenzio della Chiesa italiana in materia di ideologia gender, unioni omosessuali e difesa della vita. Oggi è stata diffusa una Nota Pastorale, redatta all’unanimità dai presuli della regione, che costituisce di sicuro un punto di riferimento importante, tanto più importante in quanto si discute in Parlamento una legge quella sull’omofobia che secondo i suoi critici se approvata impedirà in futuro di criticare matrimonio omosessuale, adozioni alle coppie dello stesso sesso e l’enunciazione di opinioni discordanti  dall’ideologia gender.
Il testo esce con il consenso unanime di tutti i vescovi del Triveneto, e gli autori sottolineano che lo stile è “propositivo, mai polemico”; la scelta di rendere pubblico il testo alla vigilia della Giornata per la Vita indetta dalla Chiesa italiana vuole dimostrare “la volontà di offrire a tutti una riflessione ad ampio raggio e un contributo ‘positivo’, evitando il più possibile ogni contrapposizione polemica”. Questo perché – ripetono gli autori – l’unico intento è “quello di contribuire al bene comune”.
La Nota si apre con la memoria della crisi attuale, e la Chiesa vuole essere vicina “A chi ha perso lavoro, alle famiglie che non arrivano a fine mese, ai giovani” che non trovano lavoro. E anche ai giovani sposi, il cui desiderio di generare figli “resta mortificato per la carenza di adeguate politiche familiari, per la pressione fiscale e una cultura diffidente verso la vita”.Ma è soprattutto sulle questioni educative che i vescovi del Triveneto sentono oggi il bisogno di parlare, in sintonia con le parole di papa Francesco, secondo cui “Il compito educativo è una missione chiave”.
I vescovi si riferiscono a elementi ben precisi: “Al dibattito sugli ‘stereotipi di genere’ e sul possibile inserimento dell’ideologia del gender nei programmi educativi e formativi delle scuole e nella formazione degli insegnanti, ad alcuni aspetti problematici presenti nell’affrontare in chiave legislativa la lotta all’omofobia, a taluni non solo discutibili ma fuorvianti orientamenti sull’educazione sessuale ai bambini anche in tenera età, alle richieste di accantonare ‘padre e madre’ in luogo di altri considerati meno ‘discriminanti’, e, infine, al grave stravolgimento – potenziale e talora purtroppo già in atto – del valore e del concetto stesso di famiglia naturale fondato sul matrimonio fra un uomo e una donna”.
I vescovi si sentono obbligati a parlare, anche tenendo conto delle parole del Papa, secondo cui i Pastori “hanno il diritto di emettere opinioni su tutto ciò che riguarda la vita delle persone”. La Nota ricorda e riafferma la dignità e il valore della persona umana, e lanciano un allarme contro il “grave pericolo che deriva per la nostra civiltà, dal disattendere o stravolgere i fondamentali fatti e principi di natura che riguardano i beni della vita, della famiglia e dell’educazione, confondendo gli elementi obiettivi con quelli soggettivi veicolati da discutibili concezioni ideologiche della persona”. I presuli riconoscono, usando le parole di papa Francesco “la ricchezza insostituibile della differenza”, specialmente quella fondamentale “fra maschile e femminile”, e la famiglia come “unione stabile dell’uomo e della donna nel matrimonio”.
Ricordano in questo campo sia la Costituzione, che la Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo: “Siamo infatti consapevoli che la differenza dei sessi è elemento portante di ogni essere umano ed espressione chiara del suo essere ‘in relazione’”. “Ribadiamo…il rifiuto di un’ideologia del gender che neghi il fondamento oggettivo della differenza e complementarità dei sessi, divenendo anche fonte di confusione sul piano giuridico”.
Fatte queste premesse, sul piano operativo i vescovi invitano tutti “A non avere paura e a non nutrire ingiustificati pudori o ritrosie nel continuare a utilizzare, anche nel contesto pubblico, le parole più dolci e vere che ci sia mai dato di pronunciare: ‘padre’, ‘madre’, ‘marito’, ‘moglie, ‘famiglia’, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna”. E soprattutto ribadiscono di voler difendere e promuove “il carattere decisivo – oggi più che mai – della libertà di educazione dei figli che spetta di diritto al padre e alla madre…E rigettiamo ogni tentativo ideologico che porterebbe ad omologare tutto e tutti in una sorta di deviante e mortificante ‘pensiero unico’, sempre più spesso veicolato da iniziative delle pubbliche istituzioni”.
È un testo certamente importante, anche perché negli ultimi mesi non sono state numerose le prese di posizione della Chiesa in Italia in questo campo, mentre sembrano moltiplicarsi le iniziative e le prese di coscienza da parte di diverse organizzazioni di laici, sull’esempio della mobilitazione in corso in Francia.

(Fonte: Marco Tosatti, Vatican Insider, 30 gennaio 2014)

giovedì 23 gennaio 2014

Il segno della croce vietato come il dito medio alzato

In questi giorni un consigliere regionale ha rivolto al presidente dell'Assemblea legislativa della sua regione (l'Emilia Romagna) un'interrogazione riguardo a un fatto accaduto a Reggio Emilia, dove un insegnante di religione avrebbe redarguito un'alunna di terza media colpevole di essersi fatta il segno della croce mentre passava un'ambulanza.
L'insegnante riprendeva bonariamente la ragazza ricordandole che un gesto come quello poteva urtare la sensibilità di alunni non credenti o appartenenti ad altre religioni, e le consigliava, per la prossima volta, di limitarsi a toccare ferro.
Di fatti simili a questi ne accadono da tanti anni. La variante, qui, è che a redarguire la ragazza sia stato l'insegnante di religione. Questo induce il consigliere (e anche il sottoscritto) a pensare che l'insegnante possa aver ricevuto, diciamo così, alcune istruzioni in materia di etica professionale e ad esse si sia attenuto nel timore che qualche altro ragazzo potesse denunciare la sua omissione proclamandosi offeso.
È l'ipotesi migliore perché ci permette di assolvere (in parte) un membro di una classe, quella degli insegnanti, già abbastanza tartassata. Certo, nessuno ama sparare, come si dice, sulla croce rossa, ma non si può nemmeno avere voglia di fare gli spiritosi. Verrebbe voglia di lasciar perdere, passare ad altro. Tuttavia non si può stare zitti sull'ipocrisia che regna sovrana in episodi (purtroppo non isolati) come questo.
Vorrei ricordare che la decisione di qualche zelante funzionario pubblico (preside, direttore generale, sovrintendente e quant'altro) di eliminare presepi, alberi di Natale, crocefissi e altri simboli religiosi dai locali pubblici, e segnatamente dalle scuole, risale a più di trent'anni fa, quando nelle vie delle nostre città si sentiva parlare solo italiano e i grandi flussi migratori erano di là da venire.
Fu, insomma, una faccenda tra italiani doc. Ben più di trent'anni fa nelle scuole elementari si insegnava che la scienza è credibile perché prova le sue affermazioni mentre la religione non lo è perché non le prova. Ben più di trent'anni fa cominciavano le polemiche sui presepi e sui crocefissi, quando nelle nostre scuole i membri di altre religioni non c'erano, o quasi. Perciò la storia secondo cui un gesto come il segno della croce offende chi professa un'altra fede è una frottola colossale, anche se talvolta è successo che membri di altre religioni si prestassero a questo gioco sporco. Ma la fede vera e sincera non offende e non divide nessuno. A dividere è, piuttosto, la malafede, che a quanto pare continua a crescere.
Io vorrei dire che trovo molto offensiva per esempio la pubblicità del Bronchenolo sedativo fluidificante, dove un fraticello riceve il medicinale come se fosse la Santa Eucaristia. Eppure a nessuno è venuto in mente di fare una bella interpellanza contro le anime caprine che l'hanno prodotta.
La ragione è che la Chiesa non è ancora una lobby, e perciò non passa il suo tempo a curare la propria immagine o, come si dice, a «fare pressione».
È triste pensare che una civiltà come la nostra, fondata sul valore inalienabile della persona umana, si riduca a considerare degno di rispetto solo chi ha una pressione da esercitare, chi ha la forza.
Nell'odio per l'uomo che si nasconde dietro la maschera dei buoni sentimenti e che caratterizza la cultura di tanti (politici, giornalisti e intellettuali inclusi), personalmente sono fiero di appartenere alla Chiesa, che ancora sa far sentire la propria voce in difesa dei poveri, dei disperati e di chi non ha una patria. E che, non avendo paura degli insegnanti emiliani di religione, continua a farsi il segno della croce.

(Fonte: Luca Doninelli, Il Giornale.it, 23 gennaio 2014)

A Portogruaro gruppo ecclesiale pro-gay

Sul sito dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Rufino di Concordia” in Portogruaro si spiega come da circa sette anni esista in loco un’iniziativa denominata Incontri ecclesiali di impegno civile e politico, costituita da «una trentina di persone tra laici e preti», peraltro «approvata ed incoraggiata dal Vescovo».
Il Quaderno n.4 di tali Incontri, interamente dedicato a Unioni omosessuali, matrimonio e famiglia, giudica «praticabile ed accettabile» il riconoscimento giuridico delle cosiddette “nozze gay”, qualora ci si preoccupi di disciplinarle «non già in virtù dell’omosessualità della coppia, ma dei diritti e dei doveri cui dà origine una relazione stabile». Nega che le si possa definire matrimonio, ma alla fine questo è più un fatto linguistico che altro, non sussistendo con esso nei fatti e nella sostanza differenza alcuna, accettando che «sia possibile per le coppie omosessuali prevedere un riconoscimento legale come forma di unione stabile, con riconoscimento di diritti e di doveri». Acrobazie lessicali da giocolieri o illusionisti…
Il Quaderno propone poi una riedizione del sessantottino amore universale e purchessia, indulge in bizantinismi ed in raffronti internazionali sulle norme, definisce un «pregio» che la «gender theory» abbia «sottratto l’identità sessuale alla “sola natura”», ritiene che il riconoscimento delle unioni gay sia «giustificabile da parte del politico cattolico», in quanto «confacente al bene comune», «alla promozione di un legame socialmente rilevante» ed all’«equilibrio in un contesto pluralista in cui potersi riconoscere»: ciò, secondo gli estensori dello scritto, non metterebbe «in discussione il valore, la specificità e la centralità della famiglia quale società naturale fondata sul matrimonio». La realtà mostra il contrario.
Da un punto di vista meramente civile e non confessionale, la Costituzione Italiana nella sua Parte Prima al Titolo II riconosce la famiglia, ma a determinate condizioni (artt. 29-30): assegnando cioè esplicitamente ai «genitori», quindi a chi sia in grado di generare ovvero un uomo ed una donna, il «dovere e diritto» di «mantenere, istruire ed educare i figli». Si vede cioè nella stabilità della famiglia la condizione indispensabile, per dare un futuro alla Nazione. Tutto ciò è semplicemente impossibile ed impraticabile per un’unione omosessuale, che, in quanto tale, è sterile, come comprova il fatto di dover ricorrere a metodi artificiali per poter avere figli, in realtà non biologicamente propri della coppia.
Né tale unione è strutturalmente in grado di garantire un’istruzione ed un’educazione adeguata ai principi enunciati dalla Costituzione, proponendo già in sé un modello deviante e fuorviante rispetto al concetto di famiglia sancito dal testo base, su cui si fonda, sino a prova contraria, lo Stato Italiano. Non corrisponde quindi assolutamente al «bene comune», né può dirsi «socialmente rilevante». Introdurre simili istituti nella nostra legislazione porrebbe in discussione le fondamenta della Nazione, sconvolgerebbe valore, specificità e centralità della famiglia, comprometterebbe il tessuto sociale nazionale, disintegrandolo.
Ma il Quaderno in oggetto, non può esser dimenticato, non nasce in un contesto “laico”, bensì in un contesto espressamente ecclesiale. E questo comporta ben altre implicanze. Come può un documento, elaborato in un contesto che tira esplicitamente in ballo il Vescovo locale e scritto da un organismo, che afferma di volersi rifare al Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, andare contro lo stesso Compendio, laddove specifica la famiglia essere «l’intima comunione di vita e d’amore coniugale fondata sul matrimonio tra un uomo ed una donna» (cap. V, n. 211), riconoscendo l’importanza della sua «funzione procreativa» (n. 214)? Quello stesso Compendio contrasta e combatte le teorie dell’“identità di genere” (n. 224), definendo «l’identità sessuale indisponibile».
Quello stesso Compendio svela la «falsa concezione» alla base delle «unioni di fatto» (n. 227) e nega esplicitamente qualsiasi possibilità di riconoscimento delle «unioni omosessuali», bollando questa come una «pretesa incongrua» non potendo generare e mancando della complementarietà tra i coniugi (n. 228) ed anzi spiegando come non si possano legittimare «comportamenti non conformi alla legge morale», con «grave detrimento» di quel bene comune, che viceversa gli estensori del Quaderno ritengono tutelato.
Quello stesso Compendio nega alla società e allo Stato la facoltà «di disporre del legame matrimoniale, con il quale i due sposi si promettono fedeltà, assistenza ed accoglienza dei figli» (n. 216). Specificando, con ampie citazioni dal Catechismo, dal Magistero e dalle varie Congregazioni come questo corrisponda realmente al sentire della Chiesa di sempre. Ma, evidentemente, non al sentire della Chiesa di Portogruaro.
Da qui alcune domande, inevitabili: perché il Vescovo, che – come dice il sito – patrocina tale organismo, non è intervenuto a fronte della sua evidente deriva? Quanti altri casi simili vi sono nella Chiesa, accolti nel silenzio delle autorità chiamate a sorvegliare ed a preservare la retta dottrina, vescovi in primis, eppure spesso tolleranti, quando non addirittura concordi?
Preoccupa e spaventa, inoltre, come ancora una volta il Gruppo di Impegno citi le parole di Papa Francesco, per giustificare le proprie posizioni culturali ed ecclesiali: v’è in merito da fare una seria riflessione circa l’opportunità di chiarire quanto chiaribile e di evitare l’evitabile. Per secoli, i pontefici non hanno rilasciato interviste, impegnati a ribadire la Verità di Cristo coi propri atti di Magistero, anziché sulle prime pagine dei giornali. Evidentemente avevano le loro ragioni…

(Fonte: Mauro Faverzani, Corrispondenza Romana, 22 gennaio 2014)

venerdì 17 gennaio 2014

«I preti autori di scandali danno al popolo un pasto avvelenato»

«Ma ci vergogniamo? Tanti scandali che io non voglio menzionare singolarmente, ma tutti ne sappiamo...». Papa Francesco celebra la messa nella Casa Santa Marta e torna a parlare della corruzione nella Chiesa. Gli scandali, ha spiegato Bergoglio, avvengono perché non c'è un rapporto vivo con Dio e con la sua Parola. Così, sacerdoti «corrotti», invece di dare «il pane della vita», danno un «pasto avvelenato» al popolo di Dio.
Il Papa, come si legge dal resoconto pubblicato da Radio Vaticana, ha commentando la lettura del giorno e il salmo responsoriale dov'è descritta la sconfitta degli israeliti da parte dei filistei. In quell'epoca, ha spiegato Francesco, il popolo di Dio aveva abbandonato il Signore e si diceva che la Parola di Dio era «rara». Gli israeliti per combattere i filistei utilizzavano l’arca dell’alleanza, ma come una cosa «magica», «una cosa esterna». Così vengono sconfitti e l’arca cade in mano ai nemici. Ciò che manca è la fede vera in Dio, nella sua presenza reale nella vita.
«Questo brano della Scrittura - ha detto il Papa - ci fa pensare come è il nostro rapporto con Dio, con la Parola di Dio: è un rapporto formale? È un rapporto lontano? La Parola di Dio entra nel nostro cuore, cambia il nostro cuore, ha questo potere o no, è un rapporto formale, tutto bene? Ma il cuore è chiuso a quella Parola! E ci porta a pensare a tante sconfitte della Chiesa, a tante sconfitte del popolo di Dio semplicemente perché non sente il Signore, non cerca il Signore, non si lascia cercare dal Signore! E poi dopo la tragedia, la preghiera, questa: "Ma, Signore, che è successo? Hai fatto di noi il disprezzo dei nostri vicini. Lo scherno e la derisione di chi ci sta intorno. Ci hai reso la favola delle genti! Su di noi i popoli scuotono il capo"».
Francesco ha fatto quindi un riferimento esplicito agli scandali della Chiesa: «Ma ci vergogniamo? Tanti scandali che io non voglio menzionare singolarmente, ma tutti ne sappiamo… Sappiamo dove sono! Scandali, alcuni che hanno fatto pagare tanti soldi: sta bene! Si deve fare così…. La vergogna della Chiesa! Ma ci siamo vergognati di quegli scandali, di quelle sconfitte di preti, di vescovi, di laici? La Parola di Dio in quegli scandali era rara; in quegli uomini e in quelle donne la Parola di Dio era rara! Non avevano un legame con Dio! Avevano una posizione nella Chiesa, una posizione di potere, anche di comodità. Ma la Parola di Dio, no! "Ma, io porto una medaglia"; "Io porto la croce"… Sì, come questi portavano l’arca! Senza il rapporto vivo con Dio e con la Parola di Dio! Mi viene in mente quella Parola di Gesù per quelli per i quali vengono gli scandali… E qui lo scandalo è venuto: tutta una decadenza del popolo di Dio, fino alla debolezza, alla corruzione dei sacerdoti».
Francesco ha concluso l'omelia con un pensiero al popolo di Dio: «Povera gente! Povera gente! Non diamo da mangiare il pane della vita; non diamo da mangiare - in quei casi - la verità! E persino diamo da mangiare pasto avvelenato, tante volte! "Svegliati, perché dormi Signore!". Questa sia la nostra preghiera! "Destati! Non respingerci per sempre! Perché nascondi il tuo volto? Perché dimentichi la nostra miseria ed oppressione?". Chiediamo al Signore di non dimenticare mai la Parola di Dio, che è viva, che entri nel nostro cuore e non dimenticare mai il santo popolo fedele di Dio, che ci chiede pasto forte!».
Sono diversi e ancora alla ribalta delle cronache gli scandali di cui parla Francesco. Da quelli legati agli abusi sessuali sui minori a quelli più strettamente finanziari che hanno travolto uomini e strutture legate alla Chiesa, come pure ordini religiosi.

(Fonte: Andrea Tornielli, Vatican Insider, 16 gennaio 2014)

 

I Gesuiti cambiano: espulso prete progressista

La scorsa settimana la Compagnia di Gesù ha espulso uno dei suoi più noti esponenti negli Stati Uniti, l’attivista progressista padre John Dear. Padre Dear ha ricevuto due separate notifiche, una da parte del Preposito Generale della Compagnia di Gesù, padre Adolfo Nicolás, che cita la sua «ostinata disobbedienza», e una dalla Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica della Santa Sede. La stampa statunitense si chiede se Papa Francesco, che conosce il caso, farà un tentativo personale per riportare nell’ovile la pecorella smarrita. Non è impossibile, ma la situazione appare complicata.
Già tre anni fa l’arcivescovo della sua diocesi di residenza, Santa Fe nel New Mexico, aveva sospeso a divinis Padre Dear, il quale dunque ora – espulso dai Gesuiti – rimane un sacerdote cattolico ma non può esercitare lecitamente il suo ministero. In una durissima dichiarazione pubblicata il 7 gennaio Padre Dear scrive che è improbabile che un vescovo americano lo accolga e rimuova gli effetti della sospensione e che al momento «non è sicuro che resterà un prete».
Padre Dear rimane uno degli autori più popolari nel mondo cattolico progressista americano. I suoi libri dominano le classifiche nelle librerie cattoliche. Dear è soprattutto noto per il suo pacifismo radicale. È stato arrestato 75 volte negli Stati Uniti per atti di boicottaggio e proteste illegali contro l’Esercito, le accademie militari, la guerra in Afghanistan, la guerra in Iraq, e per il suo supporto a gruppi radicali palestinesi, compresi alcuni accusati di atti terroristici. La sua violenza verbale contro lo Stato d’Israele va molto al di là delle legittime critiche che altri possono formulare nei confronti del governo israeliano, e ricorda piuttosto la retorica dell’ultra-fondamentalismo islamico.
Lo scontro con la Compagnia di Gesù e la Santa Sede non è tuttavia avvenuto sul tema del pacifismo, ma su quello della disobbedienza sistematica alle direttive dei superiori su dove Dear deve risiedere e a quali manifestazioni ed eventi è opportuno che partecipi. Tra le materie del contendere c’è la partecipazione del gesuita a manifestazioni critiche nei confronti della Santa Sede e dei vescovi di Pax Christi U.S.A. e di Call to Action, un’organizzazione ultra-progressista le cui posizioni sono agli antipodi del «Catechismo della Chiesa Cattolica» in materia di omosessualità, riconoscimento giuridico delle unioni omosessuali e adozioni da parte di coppie dello stesso sesso.
Nell’ambito delle manifestazioni di Call to Action, Padre Dear ha anche richiesto «una campagna di un milione di lettere per chiedere al Vaticano l’ordinazione delle donne». Com’è noto, si tratta di una questione che – come ha confermato Papa Francesco – non è oggetto di legittima discussione nella Chiesa Cattolica. «Il sacerdozio riservato agli uomini, come segno di Cristo Sposo che si consegna nell’Eucaristia, è una questione che non si pone in discussione», ha scritto Francesco nell’esortazione apostolica «Evangelii gaudium».
Dear tiene anche ritiri – a pagamento – insieme a monache buddhiste in discussi centri zen, i cui programmi vanno molto al di là del legittimo dialogo interreligioso e tendono a presentare Gesù Cristo come uno dei tanti maestri di saggezza della storia dell’umanità, favorendo l’equivoco e il sincretismo.
La dichiarazione del 7 gennaio è, da questo punto di vista, disonesta, perché Padre Dear lascia intendere di essere stato punito esclusivamente per le sue posizioni ultra-pacifiste – che certamente, nella loro radicalità unilaterale, contraddicono a loro volta il «Catechismo della Chiesa Cattolica» – ma non parla di altre questioni che lo hanno messo in urto con la gerarchia cattolica in materia di ordinazione delle donne, omosessualità e sincretismo tra le religioni. 
Naturalmente – e sfortunatamente – i religiosi che la pensano come Padre Dear negli Stati Uniti sono migliaia, e qualcuno potrebbe chiedersi perché la Santa Sede abbia deciso d’intervenire in questo singolo e specifico caso e non in altri. Probabilmente si è tenuto conto del fatto che Padre Dear è un autore molto letto e un volto noto della televisione statunitense, per cui era particolarmente urgente chiarire che, quando si esprime, non parla a nome della Chiesa Cattolica. Qualche conservatore ha scritto che una rondine non fa primavera e che il bicchiere di un’azione incisiva volta a disciplinare i religiosi ribelli americani rimane mezzo vuoto. Lo penso anch’io. Ma meglio mezzo vuoto che vuoto del tutto. E chissà che la rondine non sia un preannuncio di primavera. 

(Fonte: Massimo Introvigne, Nuova Bussola Quotidiana,16 gennaio 2014)

 

Il blitz: sì a matrimonio e adozioni gay (ma non solo). E se non la pensi così, vieni “rieducato”

Eccolo il colpo di mano, fatto quasi alla chetichella, zitto zitto, senza dare nell’occhio, strategicamente non strombazzato dai quotidiani “amici” sul web. Se non fosse stato per alcune dichiarazioni rilasciate dagli esponenti del centrodestra, sarebbe quasi passato inosservato. Sì, perché le medicine amare si danno goccia dopo goccia, bisogna far abituare l’opinione pubblica, cloroformizzarla. Il pacchetto su cui la senatrice Rosaria Capacchione, relatrice del ddl omofobia, ha dato il proprio parere positivo è “ricco”: sì al matrimonio per le coppie dello stesso sesso, sì alle adozioni da parte degli omosessuali, in cella chiunque non la pensi così e dopo il carcere l’obbligo di lavorare gratis per le associazioni Lgbt, e cioè lesbiche, gay, bisessuali e transgender. Il piatto è servito, la sinistra è pronta a brindare, voleva fare il colpaccio e lo sta facendo. «Il Pd è in preda a una deriva estremista – ha detto il senatore azzurro Lucio Malan – sono a rischio la libertà d’opinione, la libertà religiosa e la libertà di educazione dei figli. Chi nell’ambito della maggioranza non vuole avallare questa deriva estremista deve trarre le conseguenze al più presto e togliere l’appoggio a questo esecutivo che ha deciso di attaccare a testa bassa la famiglia». Il trucco della sinistra c’è, perché per l’omofobia sarebbe bastato approvare la proposta di un’aggravante specifica per i reati contro la persona. Evidentemente si gioca sulle parole per introdurre una “rivoluzione” atta a decapitare il concetto di famiglia. È infatti incredibile che si voglia introdurre la rieducazione obbligatoria presso le associazioni gay di chi si dice pubblicamente contrario al matrimonio o all’adozione di bambini da parte di coppie omosessuali. O almeno sarebbe incredibile in un Paese dove c’è la libertà di pensiero. L’Italia lo è ancora?

(Fonte: Francesco Signoretta, Il secolo d'Italia, 16 gennaio 2014)

 

venerdì 10 gennaio 2014

Se la chiarezza non ci viene dal Papa, da chi mai dovrebbe arrivarci?

Queste non sono che due righe scritte con vero sconforto da un povero cattolico qualsiasi come il sottoscritto, che, anche per ragioni di età, era abituato al fatto che c’era una figura in cui riporre la propria fiducia, il prete, e che comunque, se questo prete era magari incapace, confuso, da Roma arrivava sempre il giudizio sicuro, la parola definitiva, che tranquillizzava il fedele e soprattutto lo confermava nel Magistero che da sempre la Chiesa aveva espresso. Tutto ciò rispondeva a un’esigenza non solo della vita spirituale, ma anche del banalissimo – ma tanto sano! – buon senso, perché se la Chiesa è depositaria della Verità, da essa non possono che arrivare parole chiare, nette, a tutti comprensibili.
Ora, qualcuno mi sa dire, per favore, cosa significhi un’affermazione di questo tipo: “Le Coppie gay pongono sfide nuove, non diamo ai loro figli vaccini anti-fede”? Io, povero cattolico qualsiasi, stento a capirne il significato.
Naturalmente su affermazioni di questo genere la stampa si getta gioiosamente. Tanto per citare qualche testata, Il Messaggero, Il Sole 24ore, La Stampa,Tgcom24, e così via.
All’origine di questo tripudio, c’è la notizia sull’Avvenire, che rimanda a quanto pubblicato ieri da Civiltà Cattolica sull’incontro che il Papa ha tenuto nello scorso mese di novembre con 120 Superiori Generali dei vari ordini religiosi. Vado a vedere anche il testo di Civiltà Cattolica e non trovo conforto al mio smarrimento, tanto più quando mi capita di leggere che il concetto di “fraternità” viene associato a una strana comunità come quella di Taizè, dove “ci sono monaci cattolici, calvinisti, luterani… tutti vivono veramente una vita di fraternità”.
Ma allora fraternità vuol dire sincretismo? Con tutta la mia ignoranza, so per certo che Lutero era un eretico e che portò immensi danni, non solo alla Chiesa cattolica, ma allo stesso sviluppo della civiltà, proprio perché chi insegna il falso può portare solo danni.
Poi mi capita di leggere che i pilastri dell’educazione sono “trasmettere conoscenza, trasmettere modi di fare, trasmettere valori. Attraverso questi si trasmette la fede”. Qui mi domando: quale fede? La Fede cattolica, unica vera Fede? Ma allora, anzitutto il pilastro dell’educazione non dovrebbe consistere nel trasmettere la Parola di Verità, dalla quale discendono tutte le altre? O vogliamo solo fare un galateo?
E, perdonatemi, cosa vuol dire “Bisogna formare il cuore”, altrimenti si formano “piccoli mostri”?
Una cosa so per certo, come cattolico e come genitore: se da una parte si prende atto (e come si potrebbe non farlo?) del fatto che ormai esiste un grandissimo pasticcio, per cui le famiglie sane, normali, sono sempre di meno, e sempre più abbiamo giovani smarriti perché hanno perso proprio quella sicurezza che ha sempre dato la famiglia, d’altra parte non ho letto una parola contro gli aberranti progetti politici di disgregazione della famiglia.
Ho letto solo che dobbiamo trovare nuovi modi di approccio ai giovani che si trovano nel gorgo di pseudo-famiglie irregolari, per non dire di mostruosità come le unioni tra pervertiti o pervertite. “Dobbiamo trovare”, ma peraltro non si dice come. Di certo, altrettanto non si dice una parola di ammonimento a quei politici che si apprestano a dare alla già vacillante famiglia gli ultimi colpi di piccone, alla tremenda responsabilità che si assumono davanti a Dio e davanti agli uomini. Nulla, zero.
Di sicuro so che, cattolico e padre di famiglia, dovrò muovermi a tutela dei miei figli, avendo a mente la Tradizione e il Magistero della Chiesa, che in materia di morale familiare sono  sempre stati chiarissimi.
Di sicuro ci sarà chi esprimerà il suo disappunto perché noi “non faremmo altro che criticare il Papa”. Nossignori. Questa non è una critica. È, ribadisco, lo sconforto di un cattolico che sempre meno trova nei Pastori una guida sicura e chiara. Mi interessa ben poco che domani qualche voce, ben più dotta della mia, mi spieghi che non ho capito niente e che in verità dove si diceva “A, B e C” si voleva dire in verità “X, Y e Z”.
Per il Vicario di Cristo ho tutto il rispetto e l’amore filiale. Ma mi sento di pretendere da Lui (si, ho detto proprio “pretendere”) parole chiare, inequivoche, che possa anch’io capire al volo. Con le parole equivoche si è arrivati ad avere un Papa – e questo addolora tutti i cattolici – che è stato nominato “Uomo dell’anno” da una rivista americana che si fa portavoce degli invertiti. Vi pare un bel risultato? Vi pare un bel risultato che un povero pervertito, quel tale Fabrizio Marrazzo, portavoce del “Gay Center” dica “Da Bergoglio viene ancora una volta una riflessione che contrasta la cultura figlia dell’omofobia. La sua è un’attenzione inedita per un pontefice a cui bisogna guardare con fiducia”? (vedi sul Messaggero).
Preghiamo per la Chiesa, preghiamo per il Santo Padre. Preghiamo per la nostra povera Italia, già centro della Cristianità, che si appresta a lanciarsi nel vuoto di leggi perverse senza che la voce dei Pastori si alzi, forte e chiara, a fermare questa rovina.

(Fonte: Michele Majno, Riscossa Cristiana, 4 gennaio 2014)


martedì 24 dicembre 2013

Il Natale dei due papi. Spiegato da Gregorio Magno

La visita prenatalizia di papa Francesco al suo predecessore Benedetto ha riproposto al mondo l’immagine dei due papi assieme.
Come fatto storico è senza precedenti. Ma qual è il “mistero” che questo fatto nasconde e insieme rivela?
Factum audivimus, mysterium inquiramus”, diceva papa Gregorio Magno. E proprio in un passaggio delle sue Omelie su Ezechiele c’è forse il senso di questo evento assolutamente straordinario per la vita della Chiesa: la compresenza di due papi in comunione tra loro, sia l’uno che l’altro visibilmente consapevoli di questa misteriosa compresenza predisposta dalla mano di Dio.
Il blog “Papa Gregorio Magno” – curato da un monaco dell’abbazia di Roma fondata nel VI secolo da quel grande padre della Chiesa – ha riproposto nell’imminenza del Natale il suo commento a Ezechiele 1, 8: “Sotto le ali, ai quattro lati, avevano mani d’uomo”. E l’ha corredato con una glossa che applica proprio a Benedetto e Francesco i due paradigmi della vita contemplativa e della vita attiva.
Dice Gregorio:
“Che significa la mano se non la vita attiva? E che significano le ali se non la vita contemplativa? La mano dell’uomo è sotto le loro ali, come a dire che il valore dell’attività è legato al volo della contemplazione. Simboleggiano bene questo le due donne del Vangelo che sono Marta e Maria. Marta era tutta presa dai molti servizi; Maria invece, sedutasi ai piedi del Signore, ascoltava le sue parole. Una attendeva all’azione, l’altra alla contemplazione. Una era impegnata nella vita attiva con un servizio esteriore, l’altra nella vita contemplativa con il cuore sospeso alla Parola. Ora, quantunque la vita attiva sia buona, tuttavia la vita contemplativa è migliore, perché la prima termina con questa vita mortale, la seconda, invece, raggiunge la sua pienezza nella vita immortale. Per cui è detto: Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta. Siccome la vita attiva è inferiore, per dignità, a quella contemplativa, giustamente qui si dice: Sotto le ali avevano mani d’uomo (Ez 1, 8). Infatti, quantunque per mezzo della vita attiva noi compiamo qualcosa di buono, tuttavia per mezzo della vita contemplativa voliamo con il desiderio verso il cielo”.
E conclude:
“La vita attiva, in ordine di tempo, è prima della vita contemplativa, perché operando bene, si tende alla contemplazione. La vita contemplativa è però maggiore, nel merito, alla vita attiva, perché gusta già, nel suo intimo sapore, il riposo futuro”.
Ma poi riprende. E sorprende:
“In Mosé la vita attiva viene chiamata servitù, mentre quella contemplativa libertà. E benché l’una e l’altra vita siano un dono della grazia, tuttavia, finché viviamo in mezzo al prossimo, una è necessaria e l’altra volontaria. Chi infatti conoscendo Dio può entrare nel suo regno se prima non ha operato il bene? Perciò, senza la vita contemplativa possono accedere alla patria celeste coloro che non trascurano le opere buone che possono compiere; i contemplativi invece non possono accedervi senza la vita attiva, cioè se trascurano le opere buone che possono compiere. La vita attiva, dunque, è necessaria, quella contemplativa è volontaria. Quella si vive in stato di servitù, questa in stato di libertà”.
Commenta a questo punto il monaco di San Gregorio al Celio:
“Dunque la vita contemplativa è ‘maior’, ma non dà accesso alla patria celeste se prima non viene preceduta dalla vita attiva che, pur essendo ‘minor’, ha le chiavi atte ad aprire il regno dei cieli. Per poter accedere alla ‘libertas’ bisogna passare dalla ’servitus’. Geniale papa Gregorio! Siamo negli anni dei due papi: uno attivo e l’altro contemplativo”.
Quando la sera del 21 novembre papa Francesco si recò sull’Aventino nel monastero di Sant’Antonio delle camaldolesi, ramo femminile del monastero “gregoriano” del Celio, e visitò la cella dove aveva vissuto come reclusa una monaca proveniente dagli Stati Uniti, Nazarena, il monaco che cura il blog “Papa Gregorio Magno” ne ricavò questa ulteriore riflessione:
“Sia papa Francesco sia la reclusa Nazarena vengono dalle Americhe: l’una dal Nord e l’altro dal Sud, ma con ruoli rovesciati. Infatti la statunitense sottolinea, con la reclusione, la contemplazione e l’argentino sottolinea, con le sue scelte pastorali, l’azione. Ma poi, al di sopra di loro due, veglia il grande Anziano della Chiesa Benedetto XVI, come segno posto sul monte dell’attesa del regno, che si costruisce, ma non si conclude, qui su questa terra. Che meraviglia di Dio!”.

(Fonte: Sandro Magister, Settimo cielo, 24 dicembe 2013)


L'Europa vuole abolire pure il Natale

Questo Natale potrebbe essere l'ultimo in cui festeggiamo la nascita di Gesù e allestiamo un presepe. D'ora in poi, conformemente al «religiosamente corretto» prevalente nell'Unione Europea e già ufficializzato in Belgio, il suo quartier generale, potremmo essere costretti - almeno pubblicamente - a sostituire gli auguri natalizi con quelli per le «Vacanze d'inverno», così come a Pasqua faremmo gli auguri per le «Vacanze di Primavera», abolendo di fatto le due principali festività cristiane che attestano il fondamento della fede: la nascita, la morte e la risurrezione di Gesù vero Dio e vero uomo.
È un dato di fatto che in Italia i credenti sono solo una minoranza e ancor meno sono i praticanti. È possibile che la maggioranza degli italiani, che si è sostanzialmente distaccata non solo dalla Chiesa ma anche dalla fede, potrebbe concepire positivamente l'abolizione delle festività cristiane, accettando il relativismo religioso come parte integrante e necessità vitale per aderire al nuovo mondo globalizzato dove si immagina che la convivenza tra persone provenienti da Paesi diversi, con lingue e fedi diverse, debba obbligatoriamente tradursi nell'azzeramento della piattaforma di valori e regole fondanti della nostra civiltà, ridefinendola quale sommatoria quantitativa delle istanze collettive, attribuendo pari valore e dignità a tutte le culture e le religioni a prescindere dai loro contenuti.
Per la verità furono gli insegnanti italiani di ispirazione sessantottina, ancor prima che esplodesse l'ideologia del globalismo, che si prodigarono a togliere i crocifissi dalle aule e a non far allestire i presepi o cantare gli inni natalizi nelle scuole, anticipando le richieste personali o le rivendicazioni religiose degli studenti o delle famiglie musulmane «per non urtare la loro suscettibilità». In parallelo tutti noi italiani abbiamo gradualmente, prima affiancato e poi in gran parte sostituito, sia nei luoghi pubblici sia nelle nostre case, il presepe con l'albero di Natale, la nascita di Gesù bambino con Babbo Natale, l'Epifania con la Befana, la festa religiosa con la festa dei consumi.
A questo punto dobbiamo attenderci che presto anche in Italia, così come già avviene in Francia e in Gran Bretagna, sarà ufficialmente proibito portare addosso il crocifisso nei luoghi pubblici perché l'esposizione di un simbolo religioso viene concepito in contrasto con la società della pluralità etnica, culturale e religiosa, ritenendo che la nostra Europa debba diventare «neutrale» rispetto all'identità religiosa, per non offendere nessuno e consentire a tutti di sentirsi pienamente «cittadini del mondo».
Ebbene la sorpresa sarà nello scoprire che l'Europa che avrà abolito il Natale, l'Epifania e la Pasqua, che non allestisce il presepe e vieta l'esposizione del crocifisso, sarà del tutto simile ai Paesi musulmani più radicali che calpestano la libertà religiosa! Solo che loro lo fanno non nel nome della «tolleranza», bensì partendo dalla condanna dell'ebraismo e del cristianesimo come eresie che devono essere estirpate, nella certezza che l'islam sia l'unica verità assoluta e che pertanto deve affermarsi con la predicazione o con la guerra ovunque nel mondo. Così come in passato non abbiamo aspettato l'arrivo degli studenti musulmani per togliere i crocifissi dalle aule, oggi abbiamo consentito che l'Europa sia diventata il quartier generale dell'estremismo e del terrorismo islamico globalizzato pur di rispettare costi quel che costi la dimensione formale delle leggi e dei diritti, senza preoccuparci sulle conseguenze sostanziali dell'applicazione delle leggi e dell'esercizio dei diritti. Dobbiamo rassegnarci? Sarà l'ultima volta in cui ci augureremo «Buon Natale»? Nient'affatto! Dobbiamo piuttosto combattere sia contro il nemico ideologico del relativismo, europeismo, globalismo, immigrazionismo e multiculturalismo, sia contro il nemico reale dell'estremismo e del terrorismo islamico. Indipendentemente dal fatto che si sia cristiani, credenti o praticanti, dobbiamo essere consapevoli che solo fintantoché potremo augurarci «Buon Natale» continueremo a beneficiare di una civiltà cristiana che ci garantisce i diritti inalienabili alla vita, alla dignità e alla libertà. Buon Natale a tutti!
 
(Fonte: Magdi Cristiano Allam, Il Giornale, 24 dicembre 2013)

 

I cristiani fuggono da Betlemme. Colpa di Israele o (soprattutto) degli islamisti?

Gerusalemme. C’è una sorta di muro dell’omertà che chi vuole descrivere la situazione dei cristiani in Palestina si trova di fronte. «Non esistono difficoltà di alcuna natura fra la comunità cristiana e quella musulmana, tutti si sentono, in primo luogo, palestinesi», ci dice il sindaco di Betlemme Vera Baboun, 49 anni, cristiana, che ha vinto le elezioni nel 2012 alla guida di un movimento politico appoggiato da Fatah. Nel suo ufficio appare una recente foto del sindaco in compagnia di papa Francesco e, poco fuori della sua porta, un bel presepe, mentre gli alberi di Natale sono presenti sia nel suo ufficio sia nell’atrio prospiciente. Più lontano, nel corridoio, è stata dipinta una gigantografia di Yasser Arafat.
Le parole del sindaco traducono l’esigenza di non discostarsi dalle posizioni dell’Autorità palestinese tipica dei politici locali. Secondo Baboun, infatti, le difficoltà e i problemi della città sarebbero rappresentati dall’espansione degli insediamenti ebraici e quindi, fondamentalmente, dall’“occupazione” israeliana. Ciò però non sembra spiegare in maniera convincente la diminuzione del numero dei cristiani nella città che ha dato i natali a Gesù. Nel 1948, a Betlemme, che conta circa 25 mila abitanti e si trova nella West Bank a meno di dieci chilometri da Gerusalemme, i cristiani rappresentavano l’85 per cento della popolazione, mentre adesso ammontano solo al 12 per cento.
Secondo Baboun, le ragioni di tale diminuzione vanno ricercate nell’emigrazione, dovuta al depresso contesto economico e alle migliori prospettive che si possono trovare altrove, oltre che alla minore natalità della popolazione cristiana rispetto a quella musulmana. Baboun però nega decisamente che ci siano problemi tra cristiani e musulmani, asserendo che la sola fonte di divisione del campo palestinese riguarda lo “scisma” di Hamas e la sua contrapposizione a Fatah.

Questo è un tipo di risposta alquanto corrente quando si parla pubblicamente dell’argomento cristiani con persone del luogo, che preferiscono troncare la conversazione attribuendo tutti i guai all’“ihtilal” (occupazione, in arabo) israeliana. Però, anche se è innegabile che l’attuale situazione politica nei territori palestinesi non favorisce certo il loro sviluppo economico, tuttavia non è comprensibile come a diminuire sia solo la popolazione cristiana, mentre quella musulmana continua a crescere, come si può notare dalla grande quantità di nuove costruzioni, che si possono osservare non solo a Betlemme ma anche in altre città palestinesi come Ramallah o Hebron. Quella dei cristiani appare più come una fuga che un esodo dovuto a normali flussi migratori.
Nonostante la reticenza dominante sulla condizione dei cristiani, c’è anche chi, da anni, si batte per vedere riconosciuta la perfetta parità di diritti fra la comunità cristiana e quella musulmana. Samir Qumsieh è un noto imprenditore locale, cristiano, che ha fondato, una quindicina di anni fa, il canale televisivo al Mahd TV (Natività), in cui sono trattati temi religiosi cristiani ed è trasmessa la Messa in diretta ogni domenica. Nella sua casa a Betlemme Qumsieh spiega che, sul piano dei diritti formali, non ci sono elementi di discriminazione fra le due comunità, ma, nella realtà delle cose, essi esistono. «Il nostro futuro in Terra Santa è molto incerto. Se continua così, fra vent’anni non ci saremo più», dice scoraggiato l’imprenditore palestinese.
Per Qumsieh, uno dei maggiori problemi della comunità cristiana è proprio il muro di omertà dei suoi correligionari che, per ragioni di timore e di quieto vivere, non si oppongono con la dovuta forza ai soprusi patiti per mano islamista, tranne poi, alla prima occasione, prendere la via dell’emigrazione. Il proprietario di al Mahd TV afferma, inoltre, che le autorità locali non proteggono concretamente i cristiani, diventando così complici delle vessazioni contro di loro. «Noi cristiani non avevamo avuto questo genere di problemi né sotto l’impero ottomano, né sotto gli inglesi, né sotto l’occupazione israeliana. Adesso ce li abbiamo sotto l’amministrazione dell’Autorità palestinese», dice Qumsieh.

Tra i soprusi Qumsieh elenca in primo luogo la “land mafia”, un sistema malavitoso con connivenze nelle istituzioni, tendente a sottrarre in modo violento la terra ai cristiani. Nel 2005 lui aveva presentato un dossier all’Autorità palestinese, dove aveva enumerato 93 incidenti di abusi da parte di fondamentalisti islamici e 140 casi di appropriazione indebita di terre appartenenti a cristiani con il sostegno di giudici corrotti.
Il dossier non ha avuto seguito e le malversazioni sono continuate fino a oggi. «La mafia criminale e i fondamentalisti lavorano assieme», dice Qumsieh. «Il loro scopo è quello di impadronirsi della nostra terra. In passato, quando scrivevo di questi problemi all’ex rais Yasser Arafat, almeno aveva la cortesia di rispondere, ma il presidente Mahmoud Abbas non si degna neppure di fare un cenno di risposta».

Il proprietario di al Mahd TV racconta anche dei numerosi casi di stupro e di abusi sessuali nei confronti di ragazze cristiane. «Prendete il caso di Rawan William Mansour, una ragazza di 17 anni della cittadina di Bet Sahur, a est di Betlemme, che alcuni anni fa era stata violentata da quattro membri di Fatah. Nonostante le proteste della famiglia, nessuno dei quattro è stato arrestato», spiega Qumsieh, che vuole dare voce alle giovani vittime. Racconta quindi anche del caso di due ragazze cristiane assassinate, perché accusate di essere delle prostitute e delle collaboratrici delle forze israeliane. In realtà, l’uccisione era stata perpetrata per coprire il loro precedente stupro da parte di fondamentalisti. I casi da citare sarebbero molti. Questo crea un’atmosfera di incertezza nella comunità cristiana e molte famiglie, con figlie in giovane età, qualora ne abbiamo i mezzi, preferiscono partire per l’estero.
L’imprenditore palestinese denuncia poi la crescente islamizzazione della società palestinese con la conseguente intolleranza verso i cristiani e i loro simboli. Molti imprenditori musulmani si rifiutano di offrire lavoro ai cristiani, lasciando loro come unica scelta per trovare impiego la fuga all’estero. Alcuni tassisti cristiani sono stati aggrediti da facinorosi per il semplice fatto di portare una catenina con la croce al collo. Qumsieh mostra inoltre delle t-shirt, che si trovano in vendita nel bazar di Betlemme e che presentano immagini di luoghi santi cristiani come la chiesa della Natività. In queste magliette, confezionate a Hebron e in altre città dei territori, è stata eliminata categoricamente ogni immagine della Croce.
Perfino sulle magliette “taroccate” della squadra di calcio del Barcellona, che nel suo logo presenta una croce di San Giorgio, hanno tolto a quella croce il braccio sinistro in modo da eliminare ogni riferimento cristiano. «Insomma, a certi fondamentalisti islamici fa piacere che dei turisti cristiani comprino le loro confezioni, ma non sono disposti ad accordare alcuna dignità alla loro religione», dice Qumsieh.

L’imprenditore palestinese se la prende infine con i media occidentali che, per non dispiacere all’Autorità palestinese, accettano troppo facilmente l’immagine edulcorata di rapporti idilliaci fra cristiani e musulmani, senza voler approfondire l’argomento. Infatti, parlando poi in privato con alcune famiglie cristiane che non vogliono essere identificate, queste si sono lamentate di come anche le voci più moderate fra i musulmani non siano ascoltate dai media occidentali, rafforzando così i fondamentalisti.
Queste famiglie ci raccontano la vicenda di un imam della più grande moschea di Betlemme che ha ricevuto minacce dopo avere fatto un sermone in cui lanciava un appello per porre fine alla discriminazione contro i cristiani. La situazione è seria e questo silenzio dell’Occidente, che non permette di rompere il muro di paura e di omertà, mette a rischio la sopravvivenza stessa delle comunità cristiane in Terra Santa.

(Fonte: Roberto Barducci, Tempi, 22 dicembre 2013)

 

Lo yoga gesuita a Padova

Nel seminario di Padova – dove i volantini della Marcia per la Vita non riescono ad entrare o, se introdotti clandestinamente, vengono subito rimossi – si trovano pubblicizzate le iniziative più disparate.
Tra queste, un corso di Raja Yoga, che ha il pregio di essere promosso dal centro culturale dei gesuiti, quel glorioso Antonianum [quanti bei ricordi!] che negli anni ha formato tanti giovani destinati a diventare la classe dirigente cittadina.
Ospitato nei locali di proprietà della congregazione, presso i cui uffici è raccolta anche l’iscrizione, il corso sembra abbia ottenuto un notevole successo di pubblico, tanto da segnare in breve tempo il tutto esaurito.
E in effetti, così confezionati, gli incontri ginnico-meditativi ora sorprendentemente offerti dai discepoli di sant’Ignazio (che ben altri esercizi prescriveva..) forniscono a chi è alla  ricerca del proprio benessere psico-fisico i famosi “due piccioni con una fava”: l’esercizio di una pratica ascetica di tendenza (assai più chic, per esempio, della obsoleta recita di un Rosario in Chiesa) e, insieme, un accreditamento clericale buono a tacitare qualsiasi eventuale rigurgito di coscienza cristiana.
Lo yoga è una realtà articolata e proteiforme che raggruppa un insieme di metodi  con cui si pretende – attraverso esercizi fisici, tecniche di respirazione e di meditazione, evocazione di formule e di concetti tratti dalla spiritualità orientale – di liberare l’anima umana da tutto il suo peso materiale e terreno e di permettere all’individuo di uscire dal mondo fenomenico per raggiungere l’Unità essenziale e fondersi con essa, tramite una sorta di narcosi psicologica.
Sovente si pensa di avere a che fare con una innocua pratica di rilassamento fisico; essa, invece, è strutturalmente intrisa di aspetti spirituali incompatibili con il credo cristiano. Chi immagina ingenuamente di frequentare un corso di ginnastica alternativa, in realtà acquista un pacchetto religioso tao-indo-buddista di facile assorbimento grazie all’illusione di una pseudo-liberazione ipnotica, e finisce per aderire a un neopaganesimo di matrice esoterica: salta così a piè pari in un altro credo, che nulla ha a che vedere con la fede cristiana.
E infatti la brochure del corso gesuita (intitolato “La via dell’equilibrio, riconciliando corpo e mente”) recita: “Lo yogin è colui che in mezzo al più profondo silenzio sa trovare l’attività ed in mezzo all’attività sa trovare il silenzio e la solitudine del deserto”, e pare che non sia più la santità la dimensione cui deve attingere il credente, ma quella di yogin, ossia maestro di yoga. La citazione proviene infatti da uno dei più grandi autori del revival dell’induismo in India, Vivekananda, propalatore internazionale della religione hindu, membro del parlamento mondiale delle religioni di Chicago (un esperimento transnazionale di ecumenismo risalente al 1893) che teorizzò oscuri sincretismi tra induismo e cristianesimo.
E del resto la locandina, a partire dalla grafica vagamente new-age, con tanto di effige del fiore di loto, non nasconde nulla: “Yoga deriva dalla radice sanscrita Yug, che significa unione”, scrive; “è un complesso di pratiche che conducono il praticante all’unione del corpo con la mente e all’unione della mente individuale con l’Infinito”. Dove per Infinito (con la i maiuscola), dentro una struttura nominalmente cattolica, dovrebbe intendersi Dio: e già qui sembra di sconfinare arditamente nel territorio dell’eresia. Ma vi si descrive poi, con dovizia di particolari, la scala di ascesa al dio-infinito articolata in otto punti, il contenuto magico-esoterico dei quali (dai “vortici mentali” alla “esperienza mistica dell’unificazione”), lungi dall’essere in qualche modo camuffato, viene sfacciatamente pubblicizzato già nel volantino targato sant’Ignazio.
Nello yoga vengono accettate teorie come quelle sui canali energetici, concetti come quelli dei meridiani e dei checkra, vengono recitati mantra, ossia formule magiche che invocano forze spirituali e idoli; si presuppone che ogni anima, nella sua natura e sostanza, sia unita nel profondo alla divinità, all’anima cosmica.
Si teorizza quindi che l’uomo, anziché l’immagine di Dio intaccata dal peccato originale, sia Dio egli stesso.
È perciò del tutto palese la trasgressione al primo comandamento, quanto evidente l’offesa al Dio trinitario. E infatti appare emblematico che nel paese d’origine dello yoga, l’India, i cristiani ne rifiutino con fermezza la pratica; la quale invece attecchisce, significativamente, in un occidente scristianizzato e sempre più prepotentemente anticristiano.
Siamo nell’orizzonte del terzo capitolo della Genesi: si delinea la superbia dell’uomo che non accetta di sottomettersi a Dio padre, di lasciarsi da Lui guidare, di mettersi nelle Sue mani in un rapporto di obbedienza filiale; dell’uomo che nega la sua creaturalità pretendendo di autodominarsi e dominare la realtà per mezzo di potenze occulte. Si realizza con ciò una inversione della relazione più profonda del nostro essere, quella con la divinità, e la distorsione del destino religioso dell’uomo per mezzo di pratiche che si impongono con il pretesto, e la pretesa, di offrirgli una liberazione.
Qui si annida il tranello che consiste nello sfruttare la sete di trascendenza e di pace interiore per carpire anime a un credo artefatto.
Intervistato su quale fosse il prezzo, in termini spirituali, di mode pervasive quali la meditazione trascendentale e lo yoga, Ratzinger rispose: “la perdita della fede e la perversione della relazione uomo‐Dio, e un disorientamento profondo dell’essere umano, cosicché alla fine l’uomo si sposa con la menzogna” ed “entra in una rete demoniaca che diventa poi molto più forte di lui”.
La circostanza che queste pratiche, opposte alla Verità rivelatasi in Gesù Cristo, siano propagandate dai gesuiti, lascia davvero perplessi e sgomenti. In questa ora di tentazione pagana profonda, anziché annunciare il Vangelo in tutta la sua semplicità e grandezza come la vera e l’unica liberazione, si cede ancora una volta alle lusinghe mondane e modaiole di una società smarrita e annoiata.
Evidentemente, quel novello mantra che serpeggia nella Chiesa – quello martellante dell’amore legibus solutus come unico parametro di azioni e reazioni del cristiano non ideologico, che viene ripetuto senza tregua dai pulpiti ai confessionali alle piazze profane – impone di accogliere felicemente il nemico in casa, con tutti gli onori.
A costo di precipitare nel sincretismo e nella apostasia.


(Fonte: Elisabetta Frezza, Corrispondenza Romana, 23 dicembre 2013)

 

Il mio compagno di scuola Sigmund Freud

Sta per chiudersi il 2013. Nell’arco di quest’anno hanno concluso la loro esistenza tre dei miei insegnanti più cari degli anni delle medie e del liceo. Mi hanno lasciato. In tutti e tre i casi è stato per me un lutto, senza cedimenti alla melanconia.
I ricordi degli anni della fanciullezza e della pubertà sono spesso assai vividi, come talvolta lo sono i sogni in cui compaiono persone con cui abbiamo condiviso quegli anni, e che oggi non hanno più nulla a che fare con noi, siano essi il maestro delle elementari, la bambina dai boccoli d’oro nostra compagna di giochi, o l’amico dell’asilo con cui ci azzuffavamo con veemenza. I legami fortissimi di allora sono diventati oggi ricordi indelebili, anche per quegli adulti - e sono la maggior parte - che non sanno che farsene.
Qualcuno sostiene, tra il serio e il faceto, che uomini e donne appartengano a due categorie: chi ha fatto il liceo classico e chi non l’ha fatto. Battuta a parte, penso che il percorrere, anche ognuno a modo suo, quella che è stata la storia della nostra cultura, sia e resti un bene prezioso.
Psicologia del ginnasiale è una pagina che Freud scrisse nel 1914, a 58 anni, in occasione del 50° anniversario del suo liceo.
Grazie a Freud ho potuto ritrovare gran parte di quel primo pensiero che era iniziato già maturo nell’infanzia, ossia molti anni prima dell’ “esame di maturità”. Freud, ebreo e miscredente, avrebbe senz’altro sottoscritto il celebre invito di Gesù «Se non ritornerete come bambini...».
Trovo che la pagina che segue si commenti da sé: è scritta in modo tale da racchiudere una verità evidente e persuasiva. Il resto ce lo può mettere il lettore, ma - suggerisco - senza fretta. Vero che “il tempo si fa breve”, ma ciò non deve avvenire a scapito dell’elaborazione personale. In ogni caso i pensieri, non privi di accenti di commozione, che Freud dedica ai suoi insegnanti, potrebbero essere stati scritti da un nostro compagno di scuola:

« Si prova una strana sensazione, quando, in età così avanzata, si è ancora una volta incaricati di scrivere un “componimento” per la scuola. Ma si ubbidisce automaticamente, allo stesso modo del vecchio soldato che all'ordine “Attenti!” non può fare a meno di lasciar cadere quello che tiene in mano e stendere le braccia lungo le cuciture dei pantaloni. È sorprendente la prontezza con cui si accetta l'incarico, come se negli ultimi cinquant'anni non si fosse verificato alcun cambiamento particolare. (...)
Forse dieci anni fa potevano esserci ancora dei momenti in cui ci sentivamo nuovamente giovani, all'improvviso. Quando, già con i capelli grigi e tutto il peso di una vita borghese sulle spalle, camminando per le strade della nostra città natale incontravamo inaspettatamente un anziano signore ben conservato, lo salutavamo quasi con deferenza, poiché avevamo riconosciuto in lui uno dei nostri professori del ginnasio. Ma poi ci si fermava a guardarlo, riflettendo: È veramente lui, o è solo uno che gli assomiglia moltissimo? Che aspetto giovanile ha, e tu, come sei diventato vecchio! Quanti anni potrà avere oggi? È possibile che questi uomini che allora erano ai nostri occhi i tipici esponenti del mondo degli adulti fossero di tanto poco più vecchi di noi?
In quei momenti il presente pareva oscurarsi, e dagli angoli riposti della nostra memoria riemergeva la nostra vita dai dieci ai diciott’anni con i suoi presentimenti e i suoi errori, le sue trasformazioni dolorose e i suoi esaltanti successi; riaffioravano alla mente i primi sguardi rivolti a una civiltà tramontata (destinata, almeno per me, a divenire in seguito fonte di inesauribile conforto nelle lotte della vita), i primi contatti con le scienze, tra le quali credevamo di poter scegliere quella a cui offrire i nostri servizi, che sarebbero risultati certamente inestimabili. E a me sembra di ricordare che tutti quegli anni erano stati percorsi dal presentimento di un compito che in un primo tempo si era delineato appena, e che aveva infine trovato la sua aperta espressione nel mio saggio di maturità, dove avevo dichiarato l'intenzione di contribuire, nella mia vita, allo sviluppo del sapere umano.

Più tardi sono diventato medico, o più propriamente psicologo, e ho potuto creare una nuova disciplina psicologica, la cosiddetta “psicoanalisi”, che oggi è seguita con eccezionale interesse da medici e ricercatori di paesi vicini e lontani, di lingua diversa, suscitando ovunque parole di lode e di biasimo - mentre, com'è ovvio, ha trovato l'eco più debole proprio nel suo Paese d'origine.
(…) L'emozione che provavo incontrando i miei vecchi professori del ginnasio mi induce a fare una prima ammissione: è difficile stabilire che cosa ci importasse di più, se avessimo più interesse per le scienze che ci venivano insegnate o per la persona dei nostri insegnanti. In ogni caso questi ultimi erano oggetto per tutti noi di un interesse sotterraneo continuo, e per molti la via delle scienze passava necessariamente per le persone dei professori; molti si sono arrestati a metà di questa via, e per alcuni (perché non ammetterlo?), essa è risultata in tal modo sbarrata per sempre.
Li corteggiavamo o voltavamo loro le spalle, immaginavamo che provassero simpatie o antipatie probabilmente inesistenti, studiavamo i loro caratteri e formavamo o deformavamo i nostri sul loro modello. Essi suscitavano le nostre rivolte più forti e ci costringevano a una completa sottomissione; spiavamo le loro piccole debolezze ed eravamo orgogliosi dei loro grandi meriti, del loro sapere e della loro giustizia. In fondo li amavamo molto, se appena ce ne davano un motivo; non so se tutti i nostri insegnanti se ne sono accorti. Ma non si può negare che nei loro confronti avevamo un atteggiamento del tutto particolare, un atteggiamento che poteva avere i suoi inconvenienti per i soggetti interessati. Eravamo, in linea di principio, parimenti inclini ad amarli e a odiarli, a criticarli e a venerarli. La psicoanalisi definisce “ambivalente” questa capacità di assumere comportamenti fra loro opposti; e non ha difficoltà alcuna a rintracciare la fonte di tale ambivalenza emotiva.
La psicoanalisi ci ha insegnato infatti che gli atteggiamenti affettivi verso il nostro prossimo, destinati ad avere grandissima importanza per il successivo comportamento dell'individuo, vengono acquisiti definitivamente in un'epoca inaspettatamente remota. Già nei primi sei anni dell'infanzia il piccolo essere fissa la natura e la tonalità affettiva delle sue relazioni con le persone del suo stesso sesso e dell'altro sesso; da allora in poi egli potrà svilupparle e trasformarle in certe direzioni, ma non potrà più eliminarle. Le persone in rapporto alle quali egli fissa in tal modo il proprio tipo di comportamento sono i suoi genitori e i fratelli. Tutte le persone che egli conosce più tardi diventano dei sostituti di questi primi oggetti dei suoi sentimenti (forse ai genitori dovremmo aggiungere le persone che si prendono cura del bambino), e vengono classificate dal suo punto di vista secondo quelle che chiamiamo le “imagines” del padre, della madre, dei fratelli e cosi via. Queste conoscenze che egli fa più tardi devono dunque assumersi una specie di eredità emotiva, incontrano simpatie e antipatie a provocare le quali hanno contribuito ben poco; tutte le amicizie e gli amori che l'individuo sceglierà in seguito si baseranno sulle tracce che quei primi modelli hanno lasciato nella sua memoria.
Ma fra le imagines che si sono formate in un'infanzia di cui di solito si è perduto il ricordo, nessuna è più importante, per il giovane o per l'uomo adulto, di quella del proprio padre, Una necessità organica ha introdotto in questo rapporto col padre un'ambivalenza emotiva di cui possiamo ravvisare la manifestazione più impressionante nel mito greco del re Edipo. Il bambino deve amare e ammirare suo padre, che vede come la più forte, la migliore e la più saggia delle creature; in fin dei conti Dio stesso non è altro che un’esaltazione di questa immagine paterna, così come essa si presenta nella vita psichica infantile. Ma tosto si fa innanzi l’altro aspetto di questa relazione affettiva. Nel padre si vede anche l’essere che nel suo strapotere disturba la nostra vita pulsionale, egli diventa il modello che non vogliamo più solo imitare, ma anche togliere di mezzo, per poter prendere il suo posto. Ora l'impulso affettuoso e quello ostile verso il padre continuano a sussistere l'uno accanto all'altro, spesso per tutta la vita, senza che l'uno possa eliminare l'altro. In questa coesistenza degli opposti risiede il carattere di quella che chiamiamo un'ambivalenza emotiva.
Nel corso della fanciullezza ci si appresta a un mutamento in questo rapporto col padre, la cui importanza non sarà mai sottolineata abbastanza. Il fanciullo comincia a uscire dalla stanza dei bambini, ad affacciarsi al mondo reale; a questo punto scopre delle cose che scalzano la sua originaria ammirazione per il padre e determinano il suo distacco da questo suo primo ideale. Egli scopre che suo padre non è l’essere più potente, più saggio e più ricco della terra, comincia a diventare scontento di lui, impara a criticarlo e a valutare la sua posizione sociale; poi, di solito, fa pagare cara al padre la delusione che egli gli ha procurato: tutto ciò che nella nuova generazione appare denso di promesse, ma anche tutto ciò che essa ha di urtante è determinato da questo distacco dal padre.
In questa fase del suo sviluppo ha luogo l’incontro del ragazzo con gli insegnanti. A questo punto possiamo capire il nostro comportamento verso i nostri professori del ginnasio. Questi uomini, che pure non furono tutti dei padri, diventarono per noi i sostituti del padre. È perciò che ci sono apparsi cosi maturi, cosi irraggiungibilmente adulti, anche se in realtà erano ancora molto giovani. Abbiamo trasferito su di loro il rispetto e le attese che nei nostri anni infantili avevamo nutrito per il padre onnisciente, e poi abbiamo cominciato a trattarli come trattavamo, a casa, i nostri padri. Abbiamo assunto nei loro confronti lo stesso rapporto ambivalente che avevamo acquisito in famiglia, e in virtù di questo atteggiamento abbiamo lottato con loro, come ci eravamo abituati a lottare con i nostri padri carnali. Se non si tenesse conto delle esperienze infantili e della vita familiare il nostro comportamento verso i nostri insegnanti non solo risulterebbe incomprensibile, ma non avrebbe alcuna scusante. Nei nostri anni di ginnasio abbiamo avuto anche altre esperienze, quasi altrettanto significative, con i succedanei dei nostri fratelli, i nostri compagni di scuola; ma di esse si dovrà scrivere altrove. In occasione del giubileo della nostra scuola è giusto che il nostro pensiero si rivolga soltanto ai nostri maestri.»

(Fonte: Glauco Maria Genga, Cultura Cattolica, dicembre 2013)