domenica 24 agosto 2014

È corretto parlare di “tifoseria” papista?

Mi sembra eccessivo l’articolo di Tornielli che si scaglia contro gli «ex papisti» - quelli che due anni fa difendevano Benedetto XVI, mentre oggi «bombardano con sarcasmo e talora disprezzo» papa Francesco - esasperando una presunta conflittualità, pari a quella esistente tra due irriducibili fazioni calcistiche, pro e contro l’attuale papa e l’emerito.
Penso invece che un’analisi obiettiva della situazione richieda necessariamente dei “distinguo”: prima di tutto coloro che criticavano Benedetto XVI (il “conservatore”) lo facevano soprattutto perché egli intendeva con il suo magistero ridare bellezza e sacralità alla Liturgia; perché lottava a difesa della vita e della famiglia insistendo sui valori non negoziabili; perché, con la sua chiarezza cristallina, riprendeva i vari punti della Dottrina, ridandole la giusta chiave di lettura, opponendosi fermamente ai continui tentativi di deformazione e di libera interpretazione moltiplicatesi negli ultimi decenni.
Un comportamento insopportabile per quei teologi d'élite, che negli anni postconciliari si sono adoperati in tutti i modi per imporre nella Chiesa il proprio pensiero unico, talvolta decisamente aberrante; per questo hanno fatto di tutto per mettergli i bastoni tra le ruote, denigrando e sovvertendo secoli di dottrina e tradizione, arrivando giorno dopo giorno (questi sì con "odio e con disprezzo") a vanificare la sua volontà e le sue iniziative, sfinendolo fisicamente e moralmente.
Al contrario, coloro che oggi si esprimono criticando certi gesti o parole del suo successore Francesco (il “progressista”), lo fanno sempre con devozione e immancabile rammarico (salvo casi sporadici ben circoscritti che non fanno testo, e che comunque sarebbe meglio ignorare opponendosi fermamente ai continui tentativi di deformazione e di liberaAl contrario, coloro che oggi si esprimono criticando certi gesti o parole del suo successore Francesco (il "progressista") lo fanno sempre con devozione e immancabile rammarico (salvo casi sporadici), perché si sentono disorientati; lo fanno perché quelle parole e quei gesti sono fonte di confusione, di perplessità, prestandosi ad interpretazioni dubbie, offrendo l'opportunità ai fautori del pensiero laico e anticattolico di cavalcare l'onda del dissenso dottrinale, insinuando nei fedeli aspettative in netto contrasto con l'autentica Dottrina.
Quindi nessun odio né disprezzo per papa Francesco, caro amico Tornielli; ma soprattutto nessuna lotta partigiana, condotta stupidamente per partito preso, che in ogni caso lascerebbe tutti con l'amaro in bocca. Va evitata, semmai, una indebita equiparazione delle ragioni delle due parti; poiché, a monte di ogni superficiale valutazione, ciò che fa la differenza sono lo spirito, le modalità e le intenzioni delle "critiche", che nello specifico partono da presupposti diametralmente opposti: decisamente negativi per le critiche a Benedetto XVI, fondamentalmente positivi per le altre.i una indebita equiparazione del gioco delle parti; poiché, a monte di ogni superficiale
di nessun odio né disprezzo per papa Francesco; ma soprattutto nessuna lotta partigiana, condotta stupidamente per partito preso, che in ogni caso lascerebbe a tutti l’amaro in bocca. Semmai una indebita equiparazione del gioco delle parti; poiché, a monte di ogni superficiale valutazione, ciò che fa la differenza sono lo spirito, le modalità e le intenzioni delle “critiche”, che nello specifico partono da presupposti diametralmente opposti: decisamente negativi per le critiche a Benedetto XVI, fondamentalmente positivi per lEquiparare quindi gli accorati appelli (perché di questo in fondo si tratta) rivolti da questa porzione di Chiesa a Papa Francesco, a delle scalmanate esternazioni da “tifoseria”, mi sembra assolutamente fuori luogo, riduttivo e in qualche modo offensivo per molti.
(Ma.La., 24 agosto 2014)
 

sabato 23 agosto 2014

In Iraq si muore, a Roma si fa accademia

In Iraq si muore, a Roma (e non solo) si fa accademia. È un po’ questa l’impressione che si ricava mettendo a confronto i drammatici appelli che quotidianamente arrivano dai vescovi del Medio Oriente e le incredibili divagazioni sul tema che leggiamo sulla stampa nostrana, spesso ad opera di uomini di Chiesa.
Da Erbil, la città curda dove trovano riparo la maggior parte dei cristiani scacciati da Mosul e dalla piana di Ninive, si sono fatti sentire ieri, ad esempio, i patriarchi orientali cattolici e ortodossi andati lì per portare la propria solidarietà ai cristiani. «Noi lanciamo un grido d'allarme - ha spiegato il Patriarca Youssef II Younane, dei siro-cattolici - Non c'è nemmeno un secondo da perdere. È in gioco  la nostra sopravvivenza in Mesopotamia. Le nazioni libere che aderiscono alla Carta dei diritti dell'uomo devono avere il coraggio di essere fedeli ai loro principi. Noi chiediamo un intervento internazionale in nostra difesa, e non certo per conquistare alcunché. Noi abbiamo il diritto di difenderci e noi chiediamo di essere difesi. La comunità internazionale lo ha ben fatto in precedenza in Kosovo, malgrado l'opposizione, all'epoca, della Russia. Per questo noi domandiamo, assieme a Papa Francesco, di fare in modo che vengano rispettati i nostri diritti per un intervento militare di natura difensiva, per fronteggiare i gruppi jihadisti che ci minacciano». 
«Noi pensiamo – ha inoltre detto il patriarca maronita Bechira Rai - che lasciare campo libero agli jihadisti dello Stato islamico sarebbe davvero vergognoso per l'Occidente. Che un gruppo di terroristi di ispirazione diabolica sia lasciato libero di agire è uno scandalo senza precedenti. Noi chiediamo alla comunità internazionale di assumersi le proprie responsabilità. È inammissibile che un gruppo di questa natura opprima in questo modo dei popoli, e che la comunità internazionale non prenda la difesa di un gruppo incapace di difendersi da solo».
Parole chiare, analoghe nei contenuti e nel tono, a quelle sentite in queste settimane dai diversi vescovi iracheni: è richiesto un intervento urgente; e armato, perché i terroristi dell’ISIS non si fermano a belle parole.  
A Roma invece si continua a discutere sul significato da attribuire alle parole del Papa sul «fermare gli aggressori», e come quindi si può fermarli senza usare le armi, non sia mai che vogliamo le Crociate o solo contrapporre la forza alla forza.
Il Papa fa bene a ricordare i criteri fondamentali che guidano anche un intervento militare difensivo, è la dottrina della Chiesa da sempre, e non sta a lui indicare soluzioni politiche o militari. Ma i laici e coloro che sono chiamati a prendere decisioni o a suggerirle, devono dare contenuti seri a questi criteri, non possono fare omelie sulle parole del Papa riservando al contempo la loro aggressività nei confronti di tutti coloro che chiamano i terroristi con il loro nome e che invocano un intervento serio.
Chi sta facendo la guerra ad Antonio Socci – reo di aver criticato la tiepidezza del Papa – dovrebbe avere il coraggio di andare fino in fondo e criticare tutti i vescovi iracheni e i patriarchi orientali che chiedono di intervenire urgentemente, e possibilmente non a chiacchiere. Socci sarà pure criticabile, ma non è lui che sta sgozzando ostaggi e dando la caccia a cristiani e yazidi. E non siamo noi - che insistiamo nel denunciare la minaccia islamista - quelli che hanno dichiarato guerra agli infedeli, la Terza guerra mondiale tanto per citare il Papa. Chissà se poeti, intellettuali e preti che gridano dappertutto che non c’è bisogno di Crociate sarebbero così compassati e meditabondi sulle parole del Papa se ad essere stuprate e usate come bottino di guerra fossero le loro figlie e mogli e se ad essere sgozzati in nome di Allah fossero i loro figli.
Noi non vogliamo dichiarare guerra a tutti i musulmani, ci mancherebbe altro. O affermare che tutti i musulmani sono potenziali terroristi. Al contrario, vogliamo valorizzare tutto quello che di positivo si muove nel mondo islamico. Ma allo stesso tempo non si può chiudere gli occhi davanti a quel che sta accadendo e, in ogni caso, prima ancora di discettare sui princìpi dell’islam, occorre «fermare l’aggressore». E bisogna essere concreti: se non si vuole fare una guerra, in quale altro modo si possono fermare questi barbari?
Non si può giocare con le parole, come fa ad esempio, il segretario del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, monsignor Mario Toso. In una intervista a Radio Vaticana, commentando le parole del Papa, ha detto ieri che si deve rinunciare «definitivamente all’idea di ricercare la giustizia mediante il ricorso alla guerra». Bene, e allora cosa facciamo davanti all’Isis? «Occorre - dice Toso - imboccare vie alternative: va cioè coltivata la multilateralità come via che offre maggiori garanzie di giustizia, anche nel caso che si debba attuare il principio di responsabilità di proteggere etnie e gruppi che sono minacciati di morte, come sta avvenendo in Iraq, da gruppi terroristici». E cosa vuol dire? La multilateralità non è una risposta al «cosa facciamo», al massimo è un metodo. E il resto sembrano frasi fatte, senza un senso vero, tanto per dare l’idea di dire qualcosa di profondo.
Ma cominciamo a vedere seriamente quali sono le alternative: i paesi occidentali, tutti d’accordo, si stanno muovendo per armare i curdi e dare loro la possibilità di difendersi. Va bene questo per i nostri amici che non vogliono Crociate? Non suona un po’ ipocrita e vagamente vigliacca come soluzione? Noi non vogliamo la guerra, ma vi diamo le armi per farla. Così abbiamo un doppio guadagno: non ci rimettiamo vite umane e ci facciamo i soldi con la vendita delle armi. Dare la possibilità a chi è attaccato di difendersi è giusto, ma fatta in questo modo non suona certo come un impegno. E senza considerare che anche questa via ha le sue controindicazioni: si incrementa la proliferazione di armi, anche pesanti, che in giro per Medio Oriente e Africa sono già troppe, e si aprono futuri contenziosi visto che i curdi ora si aspettano come ricompensa la creazione e il riconoscimento del loro stato, il Kurdistan.
La scorsa settimana, il nunzio apostolico all’Onu di Ginevra, monsignor Silvano Tomasi, aveva anche suggerito di bloccare il flusso di fondi e armi verso i miliziani dell’Isis. Più che giusto, ma anche questa non è una strada facile, immediata e risolutiva: ormai gli jihadisti hanno trovato il modo di autofinanziarsi – i rapimenti di occidentali servono a questo – e comunque c’è una pressione forte da fare sui paesi – Arabia Saudita, Qatar, Kuwait – da cui passano gran parte dei rifornimenti per l’Isis. E nessuno in questo momento sembra neanche pensare a questa strada, non ultimo perché anche in Europa siamo dipendenti dagli investimenti di questi paesi.
Dunque, quali sarebbero le altre alternative immediate a un intervento militare? Sicuramente ce ne saranno anche se in questo momento non ci vengono in mente, ma invece di meditare profondamente sulle parole del Papa, le si prenda sul serio e si formulino ipotesi concrete. Ad esempio, si prendano per la collottola i nostri governanti, molto più interessati a discutere del patetico topless di una ministra ultracinquantenne che non ad affrontare la minaccia jihadista che arriva da noi anche in barca (e li andiamo pure a prendere).
Soprattutto si risponda a questa domanda: e se le Nazioni Unite non avessero alcuna intenzione di muoversi, come peraltro appare evidente al momento (quante riunioni d’urgenza del Consiglio di sicurezza sono state convocate per discutere del Califfato?), che cosa si fa? Ce la sentiamo di abbandonare i fratelli cristiani iracheni - e mediorientali in genere - al loro destino, consolandoci con il fatto che tanto la persecuzione è nel nostro Dna?

(Fonte: Riccardo Cascioli, La nuova bussola quotidiana, 22 agosto 2014)
http://www.lanuovabq.it/it/articoli-in-iraq-si-muorea-romasi-fa-accademia-10100.htm

giovedì 21 agosto 2014

Paolo Deotto: “Perché sono scandalizzato”

Ci sono riflessioni che è meglio fare “a freddo”, per evitare toni polemici, spesso inutili, se non dannosi. Altri amici ben più capaci di me sono già intervenuti sulle sconcertanti iniziative “di pace” a cui abbiamo di recente assistito e a cui assisteremo. Dal famoso incontro di preghiera nei giardini vaticani (ai quali è seguita, impossibile non notarlo, una furiosa ripresa di ostilità nella striscia di Gaza… ), alla programmata “partita di calcio per la pace” è difficile capire dove stia dirigendosi una politica vaticana che non riesce a far nulla di concreto per la pace, ma in compenso riesce a seminare dubbi ed equivoci.
Ma parliamo delle parole pronunciate ieri nell’intervista in aereo da Bergoglio. Le conosciamo tutti. Perché mi dichiaro scandalizzato?
Perché abbiamo una situazione spaventosa: un mondo islamico che getta la maschera, almeno per chi ancora credeva ingenuamente in questa maschera da Biancaneve che nascondeva le fattezze del lupo, e si scatena in una strage spaventosa. Il lupo non ha più alcun freno per sfogare il suo sanguinario istinto contro i cristiani. Le efferatezze che si consumano ogni giorno sono note a tutti. È nota a tutti anche la “reazione” occidentale, che per ora si è concretizzata in qualche missione di bombardamento ordinata da quel signore che per masochismo degli americani siede alla Casa Bianca, e che con l’occasione ha reso di nuovo attuale il dubbio sulla sua appartenenza o meno all’islam.
I demoni, che per l’occasione si chiamano “Isis”, sono armati e organizzati militarmente. Sarebbe interessante anche capire come abbiano fatto a raggiungere questa potenza; ma siamo anche sicuri che, volendolo realmente, l’Occidente avrebbe i mezzi per spazzarli via rapidamente.
Già, signori. Perché i delinquenti vanno spazzati via, non c’è altra soluzione. Troppe teorie fanno sì che la virtù del “porgere l’altra guancia” sia spostata sulla condizione di porgere l’altra guancia, purché si tratti della guancia altrui.
Perché mi dichiaro scandalizzato? Perché quando leggo su La Stampa che il Vescovo di Roma dice che “dove c’è un’aggressione ingiusta, soltanto posso dire che è lecito “fermare” l’aggressore ingiusto. Sottolineo il verbo “fermare”, non dico bombardare, fare la guerra, ma fermarlo. I mezzi con i quali si può fermare dovranno essere valutati. Fermare l’aggressore ingiusto è lecito. Ma dobbiamo avere memoria, quante volte sotto questa scusa di fermare l’aggressore ingiusto le potenze si sono impadronite dei popoli e hanno fatto la vera guerra di conquista. Una sola nazione non può giudicare come si ferma un aggressore ingiusto. Dopo la Seconda Guerra mondiale c’è stata l’idea della Nazioni Unite, là si deve discutere e dire: c’è un aggressore ingiusto? Sembra di si, e allora come lo fermiamo? Soltanto questo, niente di più”; quando leggo queste affermazioni, mi chiedo davvero: ma sono parole dette dopo un minimo di riflessione su ciò che si dice, o sono parole buttate lì, a casaccio? Di sicuro molto ben inquadrate in quel pacifismo che propone inutili e inaccettabili festival di parole, magari seguiti dall’invio di qualche contingente di “Caschi blu”, la cui perfetta inutilità è stata sperimentata fin troppe volte.
Mi dichiaro scandalizzato perché leggo che il Papa, che non ha forze militari, ma ha un’enorme influenza morale anche sul mondo non cattolico, si rimette al giudizio dell’Onu, al tempio di quel mondialismo che sta distruggendo il mondo. Da quando in qua il Vicario di Cristo rinuncia a formulare un giudizio e un’indicazione morale su un problema di così spaventosa portata, e “delega” le Nazioni Unite?
Nessuno ama la guerra, ma ci sono casi in cui è inevitabile, e ci sono casi in cui è anche giusta e lecita.
Mentre in Iraq si consumano le stragi, la proposta è quella di istituire qualche bel “tavolo” per decidere se l’aggressione è più o meno ingiusta (c’è ancora qualche dubbio?) e poi decidere se e come agire per fermarla. Nel frattempo gli aggressori sanguinari potranno agire come vogliono. Gli altri, i fuggitivi, i cristiani, sono liberi di farsi sgozzare, crocefiggere, decapitare, seppellire vivi. Staremo a vedere se con queste impostazioni ci sarà ancora qualcuno vivo per gioire di una splendida iniziativa come la partita di calcio per la pace.
Non mi soffermo nemmeno su un seguito di altre affermazioni ad alta quota, intrise di quello strano ecumenismo che sempre più sembra scivolare nel sincretismo. Per scandalizzarmi mi basta questo atteggiamento assurdo verso una strage continua, queste affermazioni che suonano – mi sia consentito – come una mancanza di rispetto per le terribili sofferenze delle vittime.
Diamo dunque incarico all’Onu per aprire una bella discussione, magari preceduta da una seduta del Consiglio di sicurezza. Alla fine si potrà redigere un bel documento di condanna contro tutte le violenze. Ma a quel punto le violenze saranno cessate, perché saranno finite le vittime. Tutti morti. In attesa che la ferocia islamica si scateni in altre parti del mondo, rassicurata anche dal fatto che la Chiesa ha rinunciato al suo ruolo di guida morale e lo ha delegato all’Onu.
Scusate, ma a questo punto è così strano essere scandalizzati?

(Fonte: Paolo Deotto, Riscossa cristiana, 20 agosto 2014)
http://www.riscossacristiana.it/perche-sono-scandalizzato-di-paolo-deotto/?fb_action_ids=735645719804212&fb_action_types=og.likes&fb_source=other_multiline&action_object_map=%5B818729714806676%5D&action_type_map=%5B%22og.likes%22%5D&action_ref_map=%5B%5D

Attualità di sant'Atanasio: oggi come allora è in pericolo l'ortodossia della fede

Agli amici de Il Giudizio cattolico voglio offrire la storia di un grande e famoso santo che però non viene solitamente ricordato nella sua completezza. Si tratta di sant'Atanasio (295-373), colui che difese il mistero dell'Incarnazione dalle minacce dell'Arianesimo, l'eresia che negava la divinità di Cristo.
Ma - dicevo - si tratta di un santo grande, anche famoso, ma di cui non si sa completamente tutto. Ed è proprio ciò che solitamente non si ricorda che rende questo santo molto attuale.
LA GRANDE CRISI DELLA ORTODOSSIA
L'epoca in cui visse sant'Atanasio fu di grande crisi della ortodossia, cioè della dottrina autentica. Siamo intorno al 360. In quel periodo (così come oggi) la verità cattolica rischiava di scomparire. Celebre è la frase di San Girolamo che descriveva quei tempi: "E il mondo, sgomento, si ritrovò ariano."
In tale contesto, sant'Atanasio non si piegò. Egli era un giovane vescovo di Alessandria d'Egitto. Rimase talmente solo a difendere la purezza della dottrina che per quasi mezzo secolo la sopravvivenza della fede autentica in Gesù Cristo si trasformò in una diatriba tra chi era per e chi non per Atanasio.

LA VITA DI SANT'ATANASIO
Qualche cenno biografico. Egli nacque ad Alessandria nel 295. Nel 325 presenziò al celebre Concilio di Nicea, in qualità di diacono di Alessandro ch'era vescovo di Alessandria. Concilio famoso quello di Nicea perché fu lì che venne solennemente proclamato la fede nella divinità di Cristo in quanto consustanziale al Padre. E' lì che fu stabilita la definizione per intendere l'uguaglianza del Figlio con il Padre: homoosius, che vuol dire "della stessa sostanza". Attenzione a questa definizione (homoosius) perché questa sarà la sostanza del contendere.
Torniamo alla vita di sant'Atanasio. Il 17 aprile del 328 morì il vescovo Alessandro e il popolo di Alessandria d'Egitto chiese a gran voce Atanasio come vescovo. Fu vescovo per ben 46 anni, ma furono 46 anni durissimi, 46 anni di lotta contro l'eresia ariana e contro gli ariani. Questi ovviamente rifiutavano proprio ciò che il Concilio di Nicea aveva detto di Gesù, il termine homoosius, che, come ho già ricordato, vuol dire: della stessa sostanza del Padre.
Il comportamento degli ariani di quel tempo è indicativo per capire quanto le vicende che toccarono a sant'Atanasio siano straordinariamente attuali. Sant'Ilario di Poiters (315-367) racconta che gli ariani ebbero sempre la scaltrezza di rifiutare ogni scontro dogmatico in merito alla questione della natura di Gesù perché sapevano che le loro tesi non potevano essere fondate sulla Tradizione né sul Magistero definito. Si limitavano a fare ciò che solitamente fa chi non sa controbattere in una discussione: invece di rispondere sugli argomenti, calunnia. La discussione dottrinale veniva spesso trasformata in conflitto su questioni personali. Il povero sant'Atanasio fu accusato delle più grandi nefandezze: di aver imbrogliato, di aver violentato una donna, di aver ucciso, di minare all'unicità della Chiesa. Una tecnica che non passa mai di moda. D'altronde il demonio è sempre lo stesso e ha sempre la stessa monotona fantasia.
Gli ariani però non si limitarono a questo. Operarono anche con grande astuzia. Prima di tutto cercarono di occupare quante più sedi episcopali e poi lanciarono quello che successivamente è stato definito come semiarianesimo. Altra tecnica tipica delle eresie: una volta condannate, riemergono proponendo un compromesso tra la verità e l'errore. Gli ariani propagandarono la necessità di sostituire il termine stabilito dal Concilio di Nicea, homoousion, con il termine homoiousion. Differenza di una sola lettera, minimale, ma che cambiava tutto. Infatti, il primo termine (homoousion) significa "della stessa sostanza", il secondo termine (homoiousion) significa "simile in essenza". Traducendo si capisce quanto la differenza non sia di poco conto.

SANT'ATANASIO RIFIUTA IL COMPROMESSO DOTTRINALE
Mentre molti vescovi si lasciarono convincere da questo compromesso terminologico, che era cedimento sulla dottrina, sant'Atanasio tenne fermo, resistette come un leone. Subì l'esilio per ben cinque volte, ma non cedette. E –come si suol dire- non era tipo che la mandasse a dire né che parlasse alle spalle. Si sentiva il dovere di difendere le anime per cui non lesinò un linguaggio polemico per mostrare a tutti quanto fossero in errore e quanto fossero pericolosi i semiariani, che invece agli occhi di molti sembravano innocui. Se la prendeva anche con chi voleva accettare il compromesso dottrinale. Sentite cosa diceva a riguardo: "Volete essere figli della luce, ma non rinunciate ad essere figli del mondo. Dovreste credere alla penitenza, ma voi credete alla felicità dei tempi nuovi. Dovreste parlare della Grazia, ma voi preferite parlare del progresso umano. Dovreste annunciare Dio, ma preferite predicare l'uomo e l'umanità. Portare il nome di Cristo, ma sarebbe più giusto se portaste il nome di Pilato. Siete la grande corruzione, perché state nel mezzo. Volete stare nel mezzo tra la luce e il mondo. Siete maestri del compromesso e marciate col mondo. Io vi dico: fareste meglio ad andarvene col mondo ed abbandonare il Maestro, il cui regno non è di questo mondo."
Nel 335 a Tiro, in Palestina, fu convocato un sinodo per dirimere la controversia e dunque per decidere quale atteggiamento avere nei confronti di ciò che affermava sant'Atanasio. Il concilio definì il Vescovo di Alessandria con questi termini: "arrogante", "superbo" e "uomo che vuole la discordia". Il papa Giulio I (?-352) cercò di difenderlo, ma poi di lì a non molto morì e il povero sant'Atanasio fu nuovamente attaccato.

L'IMPERATORE COSTANZO E PAPA LIBERIO
Intanto anche il potere politico si accaniva contro di lui: l'imperatore Costanzo l'odiava. Fu convocato un concilio ad Arles e qui si costrinsero i vescovi a sottoscrivere una condanna di sant'Atanasio. Chi si opponeva difendendolo veniva mandato in esilio, fu il caso di Paolino di Treviri. Stessa sorte toccò anche al papa legittimo Liberio (?-366), che venne sostituito da un antipapa, Felice.
Fu allora che accadde ciò che viene ricordato come "caduta" di un papa. Liberio, per ottenere il potere e tornare a Roma come papa legittimo, decise anch'egli di accettare l'ambigua definizione semiariana, eppure fino ad allora si era distinto per una convinta definizione dell'homoosius del Concilio di Nicea.
Altri concili segnarono il trionfo dell'eresia: quelli non ecumenici di Rimini e di Seleucia, siamo nel 359. Ma era prevedibile che per come era stato trattato sant'Atanasio e soprattutto per come era stata rinnegata la vera fede il castigo fosse alle porte. All'imperatore Costanzo, morto nel 360, successe Giuliano detto "l'apostata" (330-363), che arrivò a ripudiare il battesimo cercando di restaurare il paganesimo.
Non passò molto tempo e il nuovo imperatore Valente, così come il nuovo papa Damaso, capirono che sant'Atanasio aveva ragione e lo riabilitarono. L'intrepido difensore della fede cattolica morì il 2 maggio del 373.

MANTENERE ACCESA LA LUCE DELLA FEDE
Ancora due cose vanno messe in rilievo. La prima: ai tempi di sant'Atanasio a difendere la fede ci fu solo lui e una piccola comunità, i vescovi dell'Egitto e della Libia. Solo loro seppero mantenere accesa la luce della fede. La seconda: è significativo che colui che combatté da solo contro l'eresia ariana, non fu mai un teologo. La sua grande sapienza teologica, più che dagli studi, gli venne dall'incontro con i suoi maestri cristiani che testimoniarono il martirio durante le persecuzioni di Diocleziano; e soprattutto dall'incontro con il grande sant'Antonio. Ario, invece, raccoglieva grande consenso per la sua grande preparazione biblica e teologica. Era insomma come tanti teologi che oggi vanno per la maggiore nei dibattiti, nelle prime pagine dei quotidiani e nei talk-show televisivi. Atanasio però sapeva quanto qui stesse l'insidia del demonio. Nella sua celebre Vita di Antonio egli riporta un insegnamento del suo grande maestro: "(…) i demoni sono astuti e pronti a ricorrere ad ogni inganno e ad assumere altre sembianze. Spesso fingono di cantare i salmi senza farsi vedere e citano le parole della Scritture. (…). A volte assumono sembianze di monaci, fingono di parlare come uomini di fede per trarci in inganno mediante un aspetto simile al nostro e poi trascinano dove vogliono le vittime dei loro inganni."

(Titolo originale: Corrado Gnerre, Attualità di sant'Atanasio, Il Giudizio Cattolico, 09 agosto 2014
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3404

 

martedì 12 agosto 2014

Massacro dei cristiani. Perché un Vaticano così debole e reticente?

Il dramma in corso dei cristiani perseguitati vede i laici (perfino governi anticlericali come quello francese) quasi più sensibili del mondo cattolico ed ecclesiastico. Dove si trattano con poca sensibilità e qualche fastidio le vittime, mentre si usa una reticente cautela – cioè i guanti bianchi – verso i carnefici.
Duecentomila cristiani (ma anche altre minoranze) sono in fuga, cacciati dai miliziani islamisti che crocifiggono, decapitano e lapidano i nemici. In queste ore mi giungono pure notizie ufficiose di efferatezze indicibili su donne e bambini (speriamo non siano vere).
Considerando questo martirio dei cristiani che sono marchiati come “nazareni” senza diritti, braccati, uccisi, con le chiese bruciate e la distruzione di tutto ciò che è cristiano, la voce del Vaticano e del Papa – di solito molto interventista e vigoroso – è stata appena un flebile vagito.
Neanche paragonabile rispetto al suo tuonare cinque o sei volte “vergogna! Vergogna! Vergogna!” per gli immigrati di Lampedusa, quando peraltro gli italiani non avevano proprio nulla di cui vergognarsi perché erano corsi a salvare quei poveretti la cui barca si era incendiata e rovesciata mentre erano in mare. [vedi qui]
LA NOTA (STONATA)
Ha ragione Giuliano Ferrara. Che di fronte all’orrore che si sta consumando nella pianura di Ninive, il Vaticano abbia partorito, giovedì (in grave ritardo oltretutto), una semplice “nota” di padre Federico Lombardi dove, a nome del Papa, si chiede alla “comunità internazionale” di porre fine al “dramma umanitario in atto” in Iraq, è quel minimo sindacale che ha l’unico obiettivo di salvare la faccia.
Anche perché è ben più di un “dramma umanitario” e nulla si dice su cosa bisognerebbe fare. Inoltre – osserva Ferrara – “nulla, nella dichiarazione freddina, viene detto su chi siano i responsabili di questi ‘angosciosi eventi’. Non un accenno alle cause che hanno costretto le ‘comunità tribolate’ a fuggire dai propri villaggi”.
Ormai la forza con cui Giovanni Paolo II difendeva i cristiani perseguitati è cosa passata e dimenticata. E anche la limpidezza del grande discorso di Ratisbona di Benedetto XVI – che era una mano tesa all’Islam perché riflettesse criticamente su se stesso – è cosa rimossa.
Quella dell’attuale pontificato è una reticenza sconcertante di fronte a dei criminali sanguinari con i quali – dicono i vescovi del posto – non c’è nessuna possibilità di dialogo perché nei confronti dei cristiani loro stessi han detto “non c’è che la spada”.
Una reticenza che è ormai diventata consueta nell’atteggiamento di papa Bergoglio, che non pronuncia una sola parola in difesa di madri cristiane condannate a morte per la loro fede in Pakistan o in Sudan (penso ad Asia Bibi o a Meriam), che si rifiuta perfino di invitare pubblicamente a pregare per loro, che quando c’è costretto parla sempre genericamente dei cristiani perseguitati e arriva ad affermare, come nell’intervista a “La Vanguardia” del 13 giugno: “i cristiani perseguitati sono una preoccupazione che mi tocca da vicino come pastore. So molte cose sulla persecuzione che non mi sembra prudente raccontare qui per non offendere nessuno”.
Per non offendere chi? I criminali sanguinari che crocifiggono i “nemici dell’Islam”? Non è sconcertante?
Ci sono migliaia di innocenti inermi in pericolo di vita, braccati e laceri, in fuga dagli assassini e Bergoglio si preoccupa di “non offendere” i carnefici?
Perché tutti questi riguardi quando si tratta del fanatismo islamista? Perché nemmeno si osa nominarlo? E perché si chiede alla comunità internazionale di mettere fine al “dramma umanitario” senza dire come?
L’ESEMPIO DI WOJTYLA
Oltretutto il papa poteva seguire l’esempio di Giovanni Paolo II. Ci aveva già pensato questo grande pontefice infatti a elaborare la nozione di “ingerenza umanitaria”, venti anni fa: quando si deve impedire un crimine contro l’umanità e non vi sono più altri mezzi diplomatici è doveroso, da parte della comunità internazionale, un intervento militare mirato e proporzionato che scongiuri il perpetrarsi di orrori incombenti.
Bastava a Bergoglio ripetere questo principio che è stato già recepito a livello internazionale.
D’altra parte che di questo ci sia bisogno lo dicono i vescovi di quelle terre: “Temo che non ci siano alternative in questo momento a un’azione militare, la situazione è ormai fuori controllo, e da parte della comunità internazionale c’è la responsabilità di non aver fatto nulla per prevenire o fermare tutto questo”.
Lo ha dichiarato Bashar Matti Warda, l’arcivescovo di Erbil che si trova in prima linea, immerso nel dramma.
E’ troppo comodo – da parte di certi cattolici – lanciare generiche denunce contro l’Occidente, contro il “silenzio colpevole” (di chi?), quando da anni fra i notabili cattolici si evita accuratamente di denunciare i fanatici islamisti con nome e cognome, quando si ha cura solo di sottolineare che il loro non è il vero Islam (che com’è noto è rose e fiori), quando non si richiama mai energicamente il mondo islamico al dovere di rispettare le minoranze cristiane e si evita di chiedere un intervento concreto della comunità internazionale per mettere fine al massacro.
L’INAUDITO
Del resto Bergoglio non solo non ha chiesto ingerenze umanitarie, ma nemmeno ha lanciato operazioni di soccorso umanitario o iniziative di solidarietà a livello internazionale che coinvolgessero il vasto mondo cattolico. Tardiva è stata anche l’attivazione della diplomazia.
Domenica scorsa, all’Angelus, non ha detto una sola parola sulla tragedia in corso e ha perfino taciuto sull’iniziativa della Chiesa italiana che ha indetto una giornata di preghiera per il 15 agosto a favore dei cristiani perseguitati.
Anche pregare per i cristiani perseguitati è “offensivo” verso i musulmani?
Quantomeno quella dei vescovi italiani sarà una vera e seria preghiera cristiana. E non capiterà di rivedere l’imam che, invitato in Vaticano per l’iniziativa di pace dell’8 giugno scorso con Abu Mazen e Peres, ha scandito un versetto del Corano dove si invoca Allah dicendo “dacci la vittoria sui miscredenti”.
Quasi un inno alla “guerra santa” islamica nei giardini vaticani. Un incidente inaudito.
Alla preghiera indetta dalla Cei non accadrà. Ora ci si aspetta almeno che il Papa, prima o poi, si associ all’iniziativa dei vescovi, magari replicando la preghiera in piazza San Pietro per la pace in Siria che, come ricordiamo, combinata con la diplomazia, qualche buon effetto lo ebbe.
Auspicabile sarebbe anche un’attivazione di tutta la cristianità per iniziative di aiuto e di solidarietà ai perseguitati.
Ma pare proprio che non sia questa l’aria. Sembra di essere tornati indietro allo smarrimento dei cupi anni Settanta, alla subalternità ideologica dei cristiani, a quel buio che fu dissolto solo dall’irrompere del grande pontificato di Giovanni Paolo II.

(Antonio Socci, Libero, 10 agosto 2014, da Corrispondenza Romana)
http://www.corrispondenzaromana.it/notizie-dalla-rete/massacro-in-corso-di-cristiani-qualcuno-in-vaticano-deve-vergognarsi-davanti-a-dio-e-agli-uomini/

giovedì 7 agosto 2014

Facebook: peggio del “Grande Fratello”, ecco le prove

Facebook sa tutto sui suoi utenti. Ora è provato. Oltre 1.300 milioni di persone, un terzo della popolazione mondiale, viene sistematicamente monitorato tramite i “mi piace” dai soloni dei social network e dai ricercatori, universitari e non, che ne cavano importantissime ed accurate statistiche sul comportamento umano, specie in relazione ai temi di maggior rilevanza sociale o, più recentemente, alle condizioni sanitarie nelle varie aree del pianeta.
Già i dati, che gli iscritti forniscono, rappresentano una fonte d’informazioni troppo preziosa, per non esser presa in considerazione: non solo nome e cognome, età e scuole frequentate, bensì anche luoghi visitati, ideali, sogni, convinzioni, emozioni, hobby, gusti, tutto quanto insomma fa parte, in fondo, del business.
Secondo il “Washington Post”, Facebook disporrebbe di un proprio centro ricerche almeno dal 2008, centro in cui si raccolgono ed analizzano tutti i dati. «Con tutte le notizie che forniamo a Facebook un buon analista sarebbe in grado di estrarne dei profili psicologici perfetti e ad un livello di accuratezza mai raggiunto prima», afferma Manuel Chao, responsabile del Dipartimento SEM dell’agenzia di marketing on line Hello.
I fatti: almeno 689.003 account sono stati manipolati per elaborare uno studio psicologico in collaborazione con due Università statunitensi, quella di Cornell e quella di San Francisco. Studio, ch’è giunto ad accertare un «contagio emozionale» sulle nostre reazioni. Per comprovare tale tesi, ad un gruppo selezionato di utenti sono state fornite più notizie positive oppure più notizie negative, senza il consenso, né l’approvazione degli interessati.
Un esperimento applicato ad una microscopica frazione di tutti i profili esistenti, questo è certo, ma, legale o meno, il fatto è che per una settimana a centinaia di migliaia di utenti sono state distorte le informazioni relative ai loro contatti, è stata ridotta la loro libertà di ricevere notizie, fossero anche commenti inutili e banali. E, per molti, oggi questo mondo virtuale rappresenta la prosecuzione di quello reale, ne è la replica: mutilarlo o condizionarlo a loro insaputa può provocare conseguenze non immaginabili, anche pesanti.
Secondo Jeff Hammerbache, uno dei fondatori della società di analisi dei grandi flussi di dati Cloudera, ma con un trascorso lavorativo in Facebook, sarebbe tempo di una riflessione dopo il controverso esperimento psicologico condotto. Lui stesso studiò come gli utenti fruiscano degli annunci pubblicitari su Internet. Tutto questo sarà senz’altro utile a fini promozionali, statistici o di marketing, renderà sicuramente la rete più redditizia (nel 2013 le entrate sono state pari a 2.509 milioni di dollari), ma pone seri problemi di etica: i dati vengono infatti utilizzati ed elaborati senza un esplicito consenso da parte degli utenti.
In un’intervista rilasciata al quotidiano spagnolo “Abc”Ismael el-Qudsi, responsabile dell’agenzia “Internet Repubblica”, specializzata in social media, «Facebook è una rete estremamente emotiva. È la nostra vita privata, quella che qui esponiamo. È logico, dunque, che condizioni il nostro modo di sentirci, di pensarci, di percepire. Sebbene sia tutto legale, in quanto si accettano volontariamente le condizioni di utilizzo al momento dell’iscrizione, non si può dire che sia troppo etico… Ciò che si è dimostrato è il fatto d’esser manipolati come persone. Se i prodotti di internet fossero a pagamento, l’utente potrebbe pretendere determinati diritti. Ma se un prodotto è gratuito, sei tu il prezzo. Facebook sta giocando con tutti noi, trattandoci come cavie e monitorando a piacimento il nostro comportamento, le nostre abitudini, tutto».
Silvia Leal, direttore del Dipartimento di Tecnologia della Business School e consulente della Commissione europea, lo afferma a chiare lettere: «Il business sotteso è chiarissimo e mi stupisco che la gente si stupisca. Come sociologo non posso disdegnare tutto questo, poiché mette a disposizione uno strumento importante ed oltre tutto gratis. Ma pensiamo che poi di questi dati non se ne faccia niente?». Nulla, in rete, è casuale.

(Fonte: Mauro Faverzani, Corrispondenza romana, 6 agosto 2014)
http://www.corrispondenzaromana.it/facebook-peggio-del-grande-fratello-ecco-le-prove/

sabato 26 luglio 2014

Bianchi come Scalfari: usa il Papa per i suoi fini

Nel celebrare oggi la Santa Messa (ieri per chi legge, ndr), mi ha turbato alquanto la prima lettura, tratta dal profeta Geremia: «Mi fu rivolta questa parola del Signore: "Va' e grida agli orecchi di Gerusalemme: Così dice il Signore: Mi ricordo di te, dell'affetto della tua giovinezza, dell'amore al tempo del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto,in una terra non seminata. Israele era cosa sacra al Signore la primizia del suo raccolto; quanti ne mangiavano dovevano pagarla, la sventura si abbatteva su di loro. Oracolo del Signore. Io vi ho condotti in una terra da giardino, perché ne mangiaste i frutti e i prodotti. Ma voi, appena entrati, avete contaminato la mia terra e avete reso il mio possesso un abominio. Neppure i sacerdoti si domandarono: Dov'è il Signore? I detentori della Legge non mi hanno conosciuto, i pastori mi si sono ribellati, i profeti hanno predetto nel nome di Baal e hanno seguito esseri inutili. Stupitene, o cieli; inorridite come non mai! Oracolo del Signore. Perché il mio popolo ha commesso due iniquità: essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate, che non tengono l'acqua» (Libro di Geremia, 2,1-3.7-8.12-13).
Ecco che cosa ci comunica oggi la Parola di Dio, inserita nella liturgia della Chiesa. L’argomento di questo “oracolo del Signore” è, appunto, ciò che avviene anche oggi all’interno della Chiesa, che è la “Gerusalemme celeste”, prefigurata da quella Gerusalemme che ha preparato la venuta di Cristo. In questa Gerusalemme che per noi cristiani è la Chiesa, in mezzo al popolo che Dio ha liberato dalla schiavitù d’Egitto e portato a possedere la Terra promessa, ci sono sacerdoti infedeli (e per questo io sono trasalito leggendo queste parole tremende e pensando al rischio che corro io stesso); ci sono detentori della Legge che ignorano colpevolmente l’autore stesso della Legge, che è Dio; ci sono dei pastori che hanno un potere legittimo ma ne abusano, fomentando la ribellione del popolo a Colui che è il “pastore supremo”; e ci sono falsi profeti, i quali distolgono la Chiesa dal culto di Yahvè, vero e unico Dio, per compiacere gli idoli dei pagani, e in definitiva il demonio (Baal). Dio però non intende abbandonare il suo popolo all’abominio dell’idolatria e del tradimento dell’Alleanza. Per questo provvede a inviare un vero profeta che si opponga ai falsi profeti. Dio stesso, che è autore principale della Scrittura, assicura che Geremia è un vero profeta, uno che Egli ha veramente “consacrato e inviato” e che ha il carisma per parlare veracemente in nome di Dio.
Come non applicare questa pagina biblica, così drammatica, alla situazione attuale della Chiesa? Come non tentare, alla luce della rivelazione divina, una “lettura” dei “segni dei tempi”? La Parola di Dio è sempre attuale e sempre pertinente alla nostra vocazione personale e alla situazione sociale, ecclesiale, nella quale Dio vuole che viviamo e operiamo per la nostra e per l’altrui salvezza. Questo è il motivo per cui mi vedo costretto (a malincuore davvero!) a mettere in guardia di nuovo i miei fratelli nella fede (che non consiste in opinioni soggettive e arbitrarie, ma è sempre e soltanto “la fede della Chiesa”) da taluni cattivi maestri e falsi profeti che operano all’interno della Chiesa per snaturarla e privarla della sua funzione essenziale, che è la trasmissione integra e fedele della dottrina degli Apostoli e il conferimento della grazia sacramentale.
L’attualità mediatica mi costringe e riprendere il discorso sul più noto di questi cattivi maestri e falsi profeti, Enzo Bianchi. Vatican Insider dava ampio risalto il 23 luglio alle sue dichiarazioni (clicca qui) in seguito alla nomina come “consultore” di un organismo pastorale della Santa Sede. Bianchi si lascia andare al più ridicolo trionfalismo, dicendo che papa Bergoglio, dopo averlo ricevuto tre volte, ha deciso di dargli una specie di approvazione ufficiale delle sue opinioni sul papato e sull’ecumenismo.
Se si fosse limitato a vantarsi di avere un rapporto privilegiato con il Papa (quello attuale, perché con i predecessori è sempre stato assai polemico), avrebbe solo manifestato troppa vanità, che è una delle tante miserie umane dalle quali siamo tutti afflitti, in maggiore o minor grado. Ma Bianchi non si limita a vantarsi del suo presunto trionfo personale: si spinge oltre, fino a farsi interprete ufficiale del Papa e ad annunciare un programma rivoluzionario, che – guarda caso – è proprio il suo programma di “riforma” della Chiesa, quello che va sostenendo con i libri e le conferenze da decenni.
Il programma però non può essere attribuito al Papa, per due ragioni: innanzitutto, perché si tratta di iniziative rivoluzionarie che sarebbero in contrasto con l’intera Tradizione cattolica e persino con la dottrina ecclesiologica del Vaticano II; e poi perché nessuno che abbia rispetto e amore filiale per il Santo Padre si può permettere di “rivelare” alla stampa improbabili progetti pastorali tuttora mai enunciati ufficialmente, in documenti di magistero ordinario, dal Papa stesso.
In effetti, il ben noto (direi famigerato) programma rivoluzionario di Bianchi è una sistematica richiesta di misure “pastorali” che, con il pretesto dell’ecumenismo, mirano a concedere ai protestanti e agli ortodossi tutta la ragione nella loro secolare polemica contro la Chiesa cattolica.
Lutero voleva abolire il magistero ecclesiastico e basare la fede cristiana nella sola Scrittura interpretata con il “libero esame”? Ecco allora che Bianchi si fa capofila dei cattivi teologi che operano per una de-dogmatizzazione della Chiesa cattolica, ossia per la sostituzione della dottrina della fede (sancita dal Magistero) con una esegesi biblica frammentaria e arbitraria. Dopo di che, la pastorale, sganciata dal dogma, resta condizionata da motivi contingenti di convenienza socio-politica (il cosiddetto “annuncio del Vangelo all’uomo di oggi” è in realtà volontario asservimento a quella parte dell’opinione pubblica che sostiene il progetto riformatore, e non certo per amore della Chiesa).
I protestanti vogliono abolire tutti i sacramenti, ad eccezione del Battesimo? Ecco che Bianchi giustifica e incoraggia la prassi sempre più diffusa di eliminare la pratica della Confessione e la trasformazione della Santa Messa (basata sul dogma della Transustanziazione quindi sulla “presenza reale” di Cristo che si immola per la redenzione del mondo) in una “cena del Signore”, in una mera riunione di cristiani che celebrano la “memoria” di un evento che si perde nelle nebbie del mito.
I protestanti vogliono abolire il culto dei santi e della Madonna? Ecco che Bianchi ignora la dignità altissima di Colei che il Concilio di Efeso (che Bianchi dovrebbe conoscere, visto che parla tanto dell’annuncio cristiano nei primi secoli) definisce dogmaticamente come la “Madre di Dio”, e che anche il Vaticano II, nel capitolo ottavo della Lumen gentium, si limita a parlarne, ove necessario, come “la nostra sorella”.
Quanto ai santi, nel calendario liturgico della comunità di Bose si registrano indistintamente – come si legge nella presentazione - «le festività e le memorie dei santi delle chiese cattolica, ortodossa, anglicana, le festività e i sabati ebraici, il calendario liturgico del monastero di Bose. È una possibilità in più per accostarsi alle tradizioni delle chiese cristiane e alla fede del popolo di Israele. Per estendere questa memoria anche agli uomini di altre fedi religiose, abbiamo voluto aggiungere una tavola con le date delle principali ricorrenze islamiche e buddhiste». E così il culto cattolico dei santi (con la dottrina dogmatica circa la loro unione con Dio nella gloria del Cielo e la loro intercessione per noi che siamo ancora viatores) lascia il posto a mere commemorazioni di uomini illustri e anche a eretici e persecutori della Chiesa.
Insomma, la “riforma” che Bianchi ha sempre auspicato e che ora (secondo lui) papa Francesco sarebbe intenzionato ad attuare in tempi brevi, sarebbe, nei punti più qualificanti, la riforma stessa di Lutero!
Non molto diversa la strategia riformatrice adottata da Bianchi nei confronti degli ortodossi, sempre in nome di quello che egli definisce «dovere ecumenico». Gli ortodossi hanno in comune con i cattolici tutti i dogmi (eccetto quello sull’infallibilità del Papa, sancito nel 1870 dal Vaticano I) e tutti sacramenti, e pertanto sono divisi dai cattolici solo per il secolare rifiuto di accettare il primato di Pietro, ossia la funzione del papa come Pastore della Chiesa universale.
Il primato del Papa è non solo di “onore” ma anche di “giurisdizione”, a garanzia dell’unità della Chiesa e dello sviluppo omogeneo del dogma. Gli ortodossi riconoscerebbero anche un certo primato d’onore del vescovo di Roma ma non la sua effettiva giurisdizione universale e immediata su tutta la Chiesa. Bianchi allora che cosa fa? Propone (e attribuisce a papa Francesco) una radicale «riforma del papato», in nome di una “sinodalità” che darebbe potere deliberativo a tutti i vescovi del mondo, tramite i loro rappresentanti, su tutte le materie che ora sono di competenza del solo vescovo di Roma.
E lancia uno slogan privo di reale contenuto: «Non c’è primato senza sinodalità, e non c’è
sinodalità senza primato!». Dico che è uno slogan privo di contenuto reale, perché la “sinodalità” che Bianchi auspica (e che assicura sia intenzione di questo Papa attuare presto come elemento centrale di una «riforma del papato») sarebbe una novità solo se andasse oltre la prassi attuale di consultazione dei vescovi (prassi che si rifà alle disposizioni di Paolo VI subito dopo il Concilio). Ma in tal caso la Chiesa cattolica adotterebbe la medesima “sinodalità” delle “chiese autocefale” dell’Ortodossia, le quali accettano solo disposizioni pastorali e disciplinari decise in comune tra loro nei sinodi di ciascun patriarcato. Del primato di Pietro, inteso come giurisdizione universale e immediata del Papa su tutta la Chiesa, non resterebbe nulla.
Anche qui, come nel caso dei protestanti, il progetto ecumenico di Bianchi (che si ispira alle teorie materialmente eretiche di Hans Küng) consiste in definitiva nel dare ragione ai “fratelli separati” e torto alla Tradizione dogmatica della Chiesa cattolica.
In entrambi i casi, attribuire a un Papa l’intenzione di abrogare il papato e, così facendo, contraddire i dogmi della fede cattolica (non uno, ma tutti insieme) è qualcosa che difficilmente si concilia con il “senso della fede”, e prima ancora con il buon senso. Bianchi è talmente proiettato verso la “Chiesa del futuro” che non teme di profetizzare, da falso profeta qual è, l’autodemolizione della Chiesa cattolica ad opera di chi – per volontà di Cristo stesso - ha la missione e la grazia di garantire in ogni tempo e contro ogni attentato la sua indefettibilità.

(Fonte: Antonio Livi, La nuova bussola quotidiana, 25 luglio 2014)
http://www.lanuovabq.it/it/articoli-bianchi-come-scalfari-usa-il-papa-per-i-suoi-fini-9847.htm#.U9IMeOQ1IDQ.facebook

giovedì 24 luglio 2014

Una nuova “tendenza”: il Rosario usato come collana

È troppo chiedere che l’ostentazione della corona del Rosario sia segnale di sentimento anche piccolo ma onesto, di devozione anche fievole ma sincera, di domanda genuina per un conforto o una protezione celeste e non soltanto “fashion”?
La cosiddetta “moda” ci ha indottrinati a tutto. Certo allo stile, all’eleganza, alla raffinatezza. Però, sempre più spesso e particolarmente in estate, anche alla sguaiataggine, alla volgarità, all’indecenza, alla sconcezza, perfino alla blasfemia giustificata in nome e per conto di quella vuota trovata pubblicitaria chiamata “provocazione”. Così osservare le tendenze modaiole, di ieri e di oggi, diventa strumento utile per capire chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Accade con sempre maggiore frequenza, dunque, di vedere frotte di ragazzette e ragazzotti con la corona del Rosario appesa al collo. La si nota pendere sulle magliette, sulle camicette, sulle canottine aderenti e scollate. Perfino in spiaggia, sul bagnasciuga o sotto l’ombrellone, ecco il gruppetto di adolescenti in boxer da mare scuri con la corona penzolante sul petto nudo.
Magari uno pensa, inizialmente e ingenuamente, a un gruppo di seminaristi. Però si ricrede dopo averli sentiti parlare, dopo aver colto nel loro eloquio un florilegio di parolacce, perfino qualche bestemmia, gli immancabili commenti spinti nei confronti delle giovani bagnanti. Già, perché questa storia della corona del Rosario portata al collo dall’utenza giovanile è, per l’appunto, una “tendenza” attuale. Che non riguarda, oltretutto, oggetti di gioielleria o di bigiotteria ricreati con somiglianza alla coroncina; prodotti, quindi, appositamente ideati (per quanto con fattezze simili) per un commercio profano e mondano.
No. Si usano proprio corone vere, magari pure benedette: di legno con il Tau, di metallo con la croce, di plastica fluorescente e così via. Per carità, niente in contrario rispetto al fatto che la gente porti sempre con sé la corona del Rosario, ci mancherebbe altro. La si metta in tasca, al collo, in mano, infilata nelle maniche. La si indossi, la si mostri. Sono numerose, del resto, le apparizioni nelle quali la Madonna ha pronunciato promesse rilevanti verso quelle persone che hanno sempre con sé il pio strumento che aiuta nella recita dei Pater, delle Ave, dei Gloria.
La perplessità non coinvolge dunque il gesto ma l’atteggiamento, il comportamento, lo spirito. È troppo chiedere che all’ostentazione della corona del Rosario corrisponda almeno un porsi adeguato e urbano? Che non si accompagni a modi rozzi, incivili, sgarbati? Che sia segnale di sentimento anche piccolo ma onesto, di devozione anche fievole ma sincera, di domanda genuina per un conforto o una protezione celeste e non soltanto “fashion”? Sarebbe, in fondo, una battaglia vinta contro la banalità, la superficialità, l’ovvietà e la superstizione di tanto vivere attuale.

(Fonte: Leon Bertoletti, Riscossa Cristiana, 22 luglio 2014)
http://www.riscossacristiana.it/una-nuova-tendenza-il-rosario-usato-collana-di-leon-bertoletti/

 

sabato 19 luglio 2014

Francesco parla, Scalfari trascrive, Brandmüller boccia

“Forse lei non sa che il celibato fu stabilito nel X secolo, cioè 900 anni dopo la morte di nostro Signore. La Chiesa cattolica orientale ha facoltà fin d’ora che i suoi presbiteri si sposino. Il problema certamente esiste ma non è di grande entità. Ci vuole tempo ma le soluzioni ci sono e le troverò”.
È questa la risposta sul tema del celibato del clero che papa Francesco dà a Eugenio Scalfari nell’intervista concessa al fondatore del quotidiano “la Repubblica” e nume dell’intellettualità laica italiana, pubblicata domenica 13 luglio.
Lo stesso giorno, una nota di padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa della Santa Sede, ha precisato:
“Se si può ritenere che nell’insieme l’articolo riporti il senso e lo spirito del colloquio fra il Santo Padre e Scalfari, occorre ribadire con forza quanto già si era detto in occasione di una precedente ‘intervista’ apparsa su ‘Repubblica’, cioè che le singole espressioni riferite, nella formulazione riportata, non possono essere attribuite con sicurezza al papa”.
In particolare, padre Lombardi ha messo in dubbio che il papa abbia annunciato, a proposito del celibato del clero: “Le soluzioni le troverò”.
Ma nulla ha eccepito sull’altra molto più spericolata asserzione messa sulla bocca del papa, secondo cui “il celibato fu stabilito nel X secolo, cioè 900 anni dopo la morte di nostro Signore”
Uno storico della Chiesa autorevole come il cardinale tedesco Walter Brandmüller, per più di vent’anni presidente del Pontificio Comitato di Scienze Storiche, si è infatti sentito in dovere di mostrare l’infondatezza della tesi.
Lo ha fatto con un intervento sul quotidiano “Il Foglio” del 16 luglio, riprodotto qui di seguito integralmente.
Anche la precedente intervista di Scalfari a Francesco, apparsa su “la Repubblica” del 1 ottobre 2013, aveva sollevato dubbi sulla sua attendibilità. Tant’è vero che il successivo 15 novembre fu tolta dal sito ufficiale del Vaticano, dove era stata collocata tra i discorsi del papa e dove in seguito è inspiegabilmente ricomparsa, tradotta in cinque lingue, per poi di nuovo sparire pochi giorni fa.
Lo stesso Scalfari ammise di aver accompagnato l’invio preliminare al papa della sua stesura di quel primo colloquio – che non sollevò obiezioni e fu pubblicata tale quale – con un biglietto nel quale scriveva tra l’altro:
“Tenga conto che alcune cose che Lei mi ha detto non le ho riferite. E che alcune cose che Le faccio riferire, non le ha dette. Ma le ho messe perché il lettore capisca chi è Lei”.
Mesi dopo, un secondo colloquio tra Scalfari e Francesco non ebbe nessuna “traduzione” giornalistica, su prudenziale richiesta vaticana.
Ma dopo il ferzo colloquio, avvenuto il 10 luglio scorso, anche questa volta senza registratore, il papa avrebbe dato di nuovo il via libera a Scalfari perché ne scrivesse, con il risultato che s’è visto.

NOI SACERDOTI, CELIBI COME CRISTO di Walter Brandmüller
Illustrissimo dott. Scalfari,
anche se non godo del privilegio di conoscerla di persona, vorrei tornare alle Sue affermazioni riguardo il celibato contenute nel resoconto del Suo colloquio con Papa Francesco, pubblicate il 13 luglio 2014 e immediatamente smentite nella loro autenticità da parte del direttore della sala stampa vaticana. In quanto “vecchio professore” che per trent’anni ha insegnato storia della chiesa all’università, desidero portare a Sua conoscenza lo stato attuale della ricerca in questo campo.
In particolare, deve essere sottolineato innanzitutto che il celibato non risale per niente a una legge inventata 900 anni dopo la morte di Cristo. Sono piuttosto i Vangeli secondo Matteo, Marco e Luca che riportano le parole di Gesù al riguardo.
Matteo scrive (19, 29): “Chiunque abbia lasciato in mio nome case o fratelli, sorelle, padre, madre, figli o campi, otterrà cento volte di più e la vita eterna”.
Molto simile è anche quanto scrive Marco (10,29): “In verità, vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia che non riceva cento volte tanto”.
Ancora più preciso è Luca (18, 29ss): “In verità, io vi dico: chiunque abbia abbandonato per il Regno di Dio casa o moglie, fratelli, genitori o figli, riceverà già ora, in cambio molto di più, e nel mondo futuro la vita eterna”.
Gesù non rivolge queste parole alle grandi masse, bensì a coloro che manda in giro affinché diffondano il suo Vangelo e annuncino l’avvento del Regno di Dio.
Per adempiere a questa missione è necessario liberarsi da qualsiasi legame terreno e umano. E visto che questa separazione significa la perdita di ciò che è scontato, Gesù promette una “ricompensa” più che appropriata.
A questo punto viene spesso rilevato che il “lasciare tutto” si riferiva solo alla durata del viaggio di annuncio del suo Vangelo, e che una volta terminato il compito, i discepoli sarebbero tornati alle loro famiglie. Ma di questo non c’è traccia. Il testo dei Vangeli, accennando alla vita eterna, parla peraltro di qualcosa di definitivo.
Ora, visto che i Vangeli sono stati scritti tra il 40 e il 70 d.C., i suoi redattori si sarebbero messi in cattiva luce se avessero attribuito a Gesù parole alle quali poi non corrispondeva la loro condotta di vita. Gesù, infatti, pretende che quanti sono resi partecipi della sua missione adottino anche il suo stile di vita.
Ma cosa vuol dire allora Paolo, quando nella prima lettera ai Corinti (9, 5) scrive: “Non sono libero? Non sono un apostolo? Non abbiamo il diritto di mangiare e bere? Non abbiamo il diritto di portare con noi una donna credente, esattamente come gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa? Dovremmo essere solo io e Barnaba a dover rinunciare al diritto di non lavorare?”. Queste domande e affermazioni non danno per scontato che gli apostoli fossero accompagnati dalle rispettive mogli?
Qui bisogna procedere con cautela. Le domande retoriche dell’apostolo si riferiscono al diritto che ha colui che annuncia il Vangelo di vivere a spese della comunità, e questo vale anche per chi lo accompagna.
E qui si pone ovviamente la domanda su chi sia questo accompagnatore. L’espressione greca “adelphén gynaìka” necessita di una spiegazione. “Adelphe” significa sorella. E qui per sorella nella fede si intende una cristiana, mentre “gyne” indica – più genericamente – una donna, vergine o sposa che sia. Insomma un essere femminile. Ciò rende però impossibile dimostrare che gli apostoli fossero accompagnati dalle mogli. Perché, se invece così fosse, non si capirebbe perché si parli distintamente di una “adelphe” come sorella, dunque cristiana. Per quel che riguarda la moglie, bisogna sapere che l’apostolo l’ha lasciata nel momento in cui è entrato a far parte della cerchia dei discepoli.
Il capitolo 8 del Vangelo di Luca aiuta a fare più chiarezza. Lì si legge: “Gesù venne accompagnato dai dodici e da alcune donne che aveva guarito da spiriti maligni e malattie: Maria Maddalena, dalla quale erano usciti sette demoni, Giovanna, la moglie di Cuza, un funzionario di Erode, Susanna, e molte altre. Tutte loro servivano Gesù e i discepoli con quel che possedevano”. Da questa descrizione pare logico dedurre che gli apostoli avrebbero seguito l’esempio di Gesù.
Inoltre va richiamata l’attenzione sull’appello empatico al celibato o all’astinenza coniugale fatto dall’apostolo Paolo (1 Corinti 7, 29ss): “Perché io vi dico, fratelli: il tempo è breve. Per questo, chi ha una moglie deve in futuro comportarsi come se non ne avesse una”. E ancora: “Il celibe si preoccupa delle questioni del Signore; vuole piacere al Signore. L’ammogliato si preoccupa delle cose del mondo; vuole piacere a sua moglie. Così finisce per essere diviso in due”. È chiaro che Paolo con queste parole si rivolge in primo luogo a vescovi e sacerdoti. E lui stesso si sarebbe attenuto a tale ideale.
Per provare che Paolo o lo chiesa dei tempi apostolici non avessero conosciuto il celibato vengono tirate in ballo, a volte, le lettere a Timoteo e Tito, le cosiddette lettere pastorali. E in effetti, nella prima lettera di Timoteo (3, 2) si parla di un vescovo sposato. E ripetutamente si traduce il testo originale greco nel seguente modo: “Il vescovo sia il marito di una femmina”, il che viene inteso come precetto. Ma basterebbe una conoscenze rudimentale del greco per tradurre correttamente: “Per questo il vescovo sia irreprensibile, sia sposato una volta sola (e deve essere marito di una femmina!), essere sobrio e assennato”. E anche nella lettera a Tito si legge: “Un anziano (cioè un sacerdote, vescovo) deve essere integerrimo e sposato una volta sola”.
Sono indicazioni che tendono a escludere la possibilità che venga ordinato sacerdote-vescovo chi, dopo la morte della moglie, si è risposato (bigamia successiva). Perché, a parte il fatto che a quei tempi non si vedeva di buon occhio un vedovo che si risposava, per la Chiesa si aggiungeva poi la considerazione che un uomo così non poteva dare alcuna garanzia di rispettare l’astinenza, alla quale un vescovo o sacerdote doveva votarsi.
LA PRATICA DELLA CHIESA POSTAPOSTOLICA
La forma originaria del celibato prevedeva dunque che il sacerdote o il vescovo continuassero la vita familiare, ma non quella coniugale. Anche per questo si preferiva ordinare uomini in età più avanzata.
Il fatto che tutto ciò sia riconducibile ad antiche e consacrate tradizioni apostoliche, lo testimoniano le opere di scrittori ecclesiastici come Clemente di Alessandria e il nordafricano Tertulliano, vissuti nel II-III secolo dopo Cristo. Inoltre, sono testimoni dell’alta considerazione di cui godeva l’astinenza tra i cristiani una serie di edificanti romanzi sugli apostoli: si tratta dei cosiddetti Atti degli apostoli apocrifi, composti nel II secolo e molto diffusi.
Nel successivo III secolo si moltiplicano e diventano sempre più espliciti – soprattutto in oriente – i documenti letterari sull’astinenza dei chierici. Ecco per esempio un passaggio tratto dalla cosiddetta Didascalia siriaca: “Il vescovo, prima di essere ordinato, deve essere messo alla prova, per stabilire se è casto e se ha educato i suoi figli nel timore di Dio”. Anche il grande teologo Origene di Alessandria (III secolo) conosce un celibato di astinenza vincolante; un celibato che spiega e approfondisce teologicamente in diverse opere. E ci sarebbero ovviamente altri documenti da portare a sostegno, cosa che ovviamente qui non è possibile.
LA PRIMA LEGGE SUL CELIBATO
Fu il Concilio di Elvira del 305-306 a dare a questa pratica di origine apostolica una forma di legge. Con il canone 33, il Concilio vieta ai vescovi, sacerdoti, diaconi e a tutti gli altri chierici rapporti coniugali con la moglie e vieta loro altresì di avere figli. Ai tempi si pensava dunque che astinenza coniugale e vita familiare fossero conciliabili. Così, anche il santo papa Leone I, detto Leone Magno, attorno al 450 scriveva che i consacrati non dovevano ripudiare le loro mogli. Dovevano restare insieme alle stesse, ma come se “non le avessero”, scrive Paolo nella prima lettera ai Corinzi (7,29).
Con il passar del tempo, si tenderà vieppiù ad accordare i sacramenti solo a uomini celibi. La codificazione arriverà nel medioevo, epoca in cui si dava per scontato che il sacerdote e il vescovo fossero celibi. Altra cosa è il fatto che la disciplina canonica non venisse sempre vissuta alla lettera, ma questo non deve stupire. E, com’è nella natura delle cose, anche l’osservanza del celibato ha conosciuto nel corso dei secoli alti e bassi.
Famosa è per esempio la disputa molto accesa che si ebbe nel secolo XI, ai tempi della cosiddetta riforma gregoriana. In quel frangente si assistette a una spaccatura così netta – soprattutto nella chiesa tedesca e francese – da portare i prelati tedeschi contrari al celibato a cacciare con la forza dalla sua diocesi il vescovo Altmann di Passau. In Francia, gli emissari del papa incaricati di insistere sulla disciplina del celibato venivano minacciati di morte, e il santo abate Walter di Pontoise venne picchiato, durante un sinodo tenutosi a Parigi, dai vescovi contrari al celibato e sbattuto in prigione. Ciò nonostante, la riforma riuscì a imporsi, e si assistette a una rinnovata primavera religiosa.
È interessante notare che la contestazione del precetto del celibato si è sempre avuta in concomitanza con segnali di decadenza nella chiesa, mentre in tempi di rinnovata fede e di fioritura culturale si notava una rafforzata osservanza del celibato.
E non è certo difficile trarre da queste osservazioni storiche paralleli con l’attuale crisi.
I PROBLEMI DELLA CHIESA D’ORIENTE
Restano aperte ancora due domande che vengono poste frequentemente. C’è quella che riguarda la pratica del celibato da parte della Chiesa cattolica del regno bizantino e del rito orientale, che non ammette il matrimonio per vescovi e monaci, ma lo accorda ai sacerdoti, a patto che si siano sposati prima di prendere i sacramenti. E prendendo proprio ad esempio questa pratica, c’è chi si chiede se non potrebbe essere adottata anche dall’occidente latino.
A questo proposito va innanzitutto sottolineato che proprio a oriente la pratica del celibato astinente è stata ritenuta vincolante. Ed è solo durante il Concilio del 691, il cosiddetto “Quinisextum” o “Trullanum”, quando risultava evidente la decadenza religiosa e culturale del regno bizantino, che si giunge alla rottura con l’eredità apostolica. Questo Concilio, influenzato in massima parte dall’imperatore, che con una nuova legislazione voleva rimettere ordine nelle relazioni, non fu però mai riconosciuto dai papi. È proprio ad allora che risale la pratica adottata dalla Chiesa d’oriente. Quando poi, a partire dal secoli XVI e XVII, e successivamente, diverse Chiese ortodosse tornarono alla Chiesa d’occidente, a Roma si pose il problema su come comportarsi con il clero sposato di quelle Chiese. I vari papi che si susseguirono decisero, per il bene e l’unità della Chiesa, di non pretendere dai sacerdoti tornati alla Chiesa madre alcuna modifica del loro modo di vivere.
L’ECCEZIONE NEL NOSTRO TEMPO
Su una simile motivazione si fonda anche la dispensa papale dal celibato concessa – a partire da Pio XII – ai pastori protestanti che si convertono alla Chiesa cattolica e che desiderano essere ordinati sacerdoti. Questa regola è stata recentemente applicata anche da Benedetto XVI ai numerosi prelati anglicani che desideravano unirsi, in conformità alla costituzione apostolica “Anglicanorum coetibus”, alla Chiesa madre cattolica. Con questa straordinaria concessione, la Chiesa riconosce a questi uomini di fede il loro lungo e a volte doloroso cammino religioso, giunto con la conversione alla meta. Una meta che in nome della verità porta i diretti interessati a rinunciare anche al sostentamento economico fino a quel momento percepito. È l’unità della chiesa, bene di immenso valore, che giustifica queste eccezioni.
EREDITÀ VINCOLANTE?

Ma a parte queste eccezioni, si pone l’altra domanda fondamentale, e cioè: la Chiesa può essere autorizzata a rinunciare a una evidente eredità apostolica??
È un’opzione che viene continuamente presa in considerazione. Alcuni pensano che questa decisione non possa essere presa solo da una parte della Chiesa, ma da un Concilio generale. In questo modo, si pensa che pur non coinvolgendo tutti gli ambiti ecclesiastici, almeno per alcuni si potrebbe allentare l’obbligo del celibato, se non addirittura abolirlo. E ciò che oggi appare ancora inopportuno potrebbe essere realtà domani. Ma se così si volesse fare, si dovrebbe riproporre in primo piano l’elemento vincolante delle tradizioni apostoliche. E ancora ci si potrebbe chiedere se, con una decisione presa in sede di Concilio, sarebbe possibile abolire la festa della domenica che, a voler essere pignoli, ha meno fondamenti biblici del celibato.?
Infine, per concludere, mi si permetta di avanzare una considerazione proiettata nel futuro: se continua a essere valida la constatazione che ogni riforma ecclesiastica che merita questa definizione deve scaturire da una profonda conoscenza della fede ecclesiastica, allora anche l’attuale disputa sul celibato verrà superata da una approfondita conoscenza di ciò che significa essere sacerdote. E se si comprenderà e insegnerà che il sacerdozio non è una funzione di servizio, esercitata in nome della comunità, ma che il sacerdote – in forza dei sacramenti ricevuti – insegna, guida e santifica “in persona Christi”, tanto più si comprenderà che proprio per questo egli assume anche la forma di vita di Cristo. E un sacerdozio così compreso e vissuto tornerà di nuovo a esercitare una forza di attrazione sull’élite dei giovani.
Per il resto, bisogna prendere atto che il celibato, così come la verginità in nome del Regno dei Cieli, resteranno, per chi ha una concezione secolarizzata della vita, sempre qualcosa di irritante. Ma già Gesù a tal proposito diceva: “Chi può capire, capisca”. (Traduzione dall’originale tedesco di Andrea Affaticati)


(Fonte: Sandro Magister, www.chiesa, 19 luglio 2014)
http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350847