venerdì 10 ottobre 2014

Costanza Miriano: “Ad essere indietro oggi sono le femministe”

Ho partecipato a diversi incontri con Costanza mattatrice, e l'ho trovata sempre ammirevole per la naturalezza e la semplicità con cui espone il suo pensare e il suo vivere cristiani. Nella sua vita apparentemente "incasinata", riesce sempre a far fronte ad ogni impegno con un serafico sorriso che ti conquista.
Mi piace riportare qui una bella intervista su di lei, sulle sue convinzioni, sulla sua ormai celeberrima avventura editoriale: tanto per conoscerla un po' più in profondità.

Costanza Miriano, perugina e giornalista Rai da 20 anni, prima al Tg3 oggi a Rai Vaticano, è madre di 4 figli e autrice di tre libri che sono diventati un caso editoriale per il loro successo: Sposati e sii sottomessa, Sposala e muori per lei e Obbedire è meglio, quest’ultimo uscito nel 2014. Laureata in lettere classiche, è approdata alla scuola di giornalismo di Perugia e ha iniziato una carriera di giornalista.
Ci parla della sua vita, delle sue scelte, del successo dei suoi libri, di chiara ispirazione cattolica (i tre titoli sono tutti citazioni bibliche) del suo modo di vedere il mondo maschile e femminile e di un certo tipo di femminismo, che lei proprio non riesce a sopportare.
Quale messaggio vuoi fare passare con i tuoi libri?
O mamma mia, che domanda! Ci ho messo tre anni a scriverli, adesso in quattro righe mi viene un po’ difficile spiegarlo… diciamo che in sostanza avevo voglia di dire alle mie amiche – e in tutta sincerità ti dico, puoi crederci o no, che quando ho scritto il primo ero certa che lo avrebbero letto solo loro, mia mamma, mia sorella e le cugine, e che contando anche le zie avrebbero forse potuto sfiorare quota cento copie – quello che aveva funzionato per me, e che mi aveva resa più felice.
A cosa è dovuto il successo dei tuoi libri?  Alcuni nostri lettori li hanno definiti “retrogradi e bigotti”: come ti difendi?
Il mio successo – che comunque non è questa cosa stratosferica, sia chiaro, non sono mica Dan Brown – credo sia dovuto al linguaggio che ho usato. Io mi sento una traduttrice, dico le cose che la Chiesa propone da sempre all’uomo perché sia felice, ma le traduco in un linguaggio quasi da chick lit – ma io lo definisco ‘scazzafrullone’ – e ironico: rido un sacco mentre scrivo, di sera, in camicia da notte e con Rai News di sottofondo per tenermi sveglia. Un po’ invece credo sia dovuto al fatto che le parole che “traduco” sono vere. Tantissime persone – ho le lettere, ho le prove! – mi hanno scritto che già le vivevano, o che hanno provato a farlo dopo aver letto i miei libri e la loro vita è cambiata.
Per quanto riguarda le accuse, non mi difendo mai. Ognuno può giudicarmi come vuole e se pensa che io sia una brutta persona, ti dirò che ha proprio ragione, perché la bella notizia del cristianesimo è che nessuno di noi è veramente buono, ma Dio ci vuole bene lo stesso. Quanto al fatto che i miei libri siano retrogradi, bisogna stabilire bene il verso della storia. Io credo che oggi ad essere indietro siano le femministe, ma qui davvero mi dovresti dare trecento righe per rispondere: infatti ci sto scrivendo un altro libro.

Raccontaci le tue idee controcorrente sul matrimonio, sulla parità dei diritti tra uomini e donne e sul “malinteso”, come sostieni tu, delle quote rosa.
Le donne che vogliono gli stessi diritti degli uomini a mio parere mancano di fantasia e di immaginazione. Per noi vorrei più diritti, soprattutto quando siamo madri, non è un dogma che dobbiamo lavorare in ogni periodo della vita. La prima cosa da tutelare per me sono i figli e il nostro essere madri, la battaglia culturale che va fatta è quella per una reale conciliazione della vita lavorativa: il mondo delle lavoro è modellato sulle esigenze dei maschi, e questo è inaccettabile. Oggi ti viene consentito di fare figli ma poi gestirli, accudirli, curarli sono fatti tuoi, i figli non sono considerati un bene per tutti e quindi persone di cui la società deve farsi in parte carico. Per questo dico, se non ora quando? Le nostre battaglie dovrebbero essere per le madri.
Quindi le donne che non hanno figli non sarebbero donne? Ci sono donne che non sono ancora madri e altre che per scelta non vogliono prole: loro cosa sono per te?
Le donne per me sono madri sempre, è la loro essenza, la loro natura profonda, e quello che le fa felici, sia quando partoriscono figli in carne ed ossa sia quando riescono a realizzare una dimensione di accoglienza e di cura in ogni contesto in cui vivono e operano: il primo esempio che mi viene in mente è una mia caporedattrice Rai, Ilda Bartoloni, che oggi non c’è più. Lei mi è davvero stata madre nel lavoro, me lo ha insegnato e si è preoccupata anche di me e della mia vita: pur non avendo avuto figli sapeva davvero accudire le persone. Quello che sto dicendo però è un tabù: viene difeso il diritto ad andare vestita come mi pare, ma non quello di essere madre e di potermi prendere cura dei miei figli.
Perchè parli di “malinteso” sulle quote rosa?
Le quote rosa secondo me considerano solo una piccola parte della categoria femminile, quella delle donne in carriera, delle manager o delle politiche. Una commessa di un grande magazzino, faccio un esempio, che lavora otto ore con un’ora di pausa pranzo obbligatoria, rimane lontana da casa 10 ore per uno stipendio basso, sente di avere conquistato un diritto o di essere una schiava? Se ha dei figli a casa che vede la mattina presto e poi la sera quando rientra, non vorrebbe avere il diritto di potere rimanere con loro di più, avere orari più flessibili e potersi godere i piccoli senza dover rientrare al lavoro al terzo mese di vita del bambino? Pensi che si preoccupi davvero delle quote rosa?
Quindi secondo te il lavoro non è una conquista per le madri…
Credo più precisamente che sarebbe una conquista la possibilità di scegliere se lavorare o no. Io sarei stata tanto volentieri a casa per molti anni, con quattro bambini piccoli. Sarebbe stato bello fare come Nancy Pelosi che, al compimento dei diciotto anni del quinto figlio, si è messa a fare la speaker della Camera. Quello si che è femminismo. Non il diritto a stare in fabbrica o a fare la precaria sottopagata con contratti di formazione triennali, sì, ci sono anche quelli! – lasciando i bambini al nido. Il lavoro come è pensato oggi in Italia non tiene conto che la donna è anche madre, e come tale le sue esigenze, attenzioni e desideri non sono legati solo alla sfera lavorativa. Quello che vedo è un odio nei confronti delle madri, non delle donne, ma quello che rende una donna donna è la maternità, che sia essa biologica o no.
Come contestualizziamo questo discorso nella più ampia riflessione del rapporto fra uomini e donne?
Io credo all’affermazione “l’utero è mio”, è giusto, le donne non possono essere solo un oggetto passivo del desiderio maschile, però secondo me manca un passaggio, è mio ma “te lo regalo”: dobbiamo rompere la logica della battaglia tra i sessi. Ti regalo il mio utero, o meglio tutto il mio corpo, perché voglio accogliere il tuo essere padre e i figli che ti darò eche metterò alla luce per entrambi, ma di cui ho un’esclusiva assoluta: quella della gestazione e del parto.
Quindi per te questa è una scelta della donna e non sottomissione ad un cliché?
Sì, secondo me è una libera scelta, e in questa dimensione la donna vive pienamente la sua vocazione. In questo modo credo che potremo liberarci dalla debolezza, tutta femminile, di volersi riconoscere nello sguardo del capo e del direttore: non è questo che mi definisce. Chi sono, a cosa sono chiamata, me lo dicono prima di tutto mio marito e i miei figli, e, per me che sono cattolica, me lo dice Dio. Personalmente non mi riconosco nel mio lavoro, sarebbe veramente troppo riduttivo.
Ha ancora un senso oggi parlare di matrimonio “per sempre”?
“Per sempre” è un’impresa veramente titanica, ma con l’aiuto di Dio ce la possiamo fare. E ne vale la pena, anche se è sempre più difficile parlarne, perché c’è un costante clima di battaglia tra i sessi e manca una conoscenza delle differenze tra uomo e donna.  Ad esempio se io parlo lo faccio per riordinare i miei pensieri, per sfogarmi, il fatto di parlare in sé mi appaga; ma se lo faccio con mio marito lui cerca subito di risolvere dei problemi, va sul lato pratico, due mondi lontanissimi e quanti malintesi! Se riuscissimo a capire che i limiti dell’altro non sono cattiveria ma semplicemente un modo strutturalmente diverso di fare e di vedere la vita, tante rivendicazioni nelle coppie cadrebbero e si camminerebbe più spediti sulla strada del “per sempre”. Dovremmo deporre le armi, dietro questa guerra c’è una fame di amore che in pochi riconoscono. Essere consapevoli dei propri limiti e dei propri bisogni sarebbe già un passo avanti per una maggiore serenità di coppia.
Parlaci del tuo essere madre e lavoratrice.
Sono madre di quattro figli, lavoro in Rai da 20 anni, contando anche il tempo dei primi stage, e mio marito l’ho conosciuto il sala di montaggio sul posto di lavoro: è il montatore più bravo della Rai! Ho studiato lettere classiche perché appassionata di letteratura greca e latina, a Perugia, la città dove sono nata, e dove hanno aperto proprio in quegli anni la scuola di giornalismo della Rai. Ho fatto la selezione un po’ così, per provare, e sono passata, poi sono approdata a Rai 3 dove ho lavorato più di 15 anni, mi sono appassionata a questo lavoro, mentre all’inizio non è che avessi il… sacro fuoco. Poi mi sono sposata, sono nati i figli, ricordo ancora con quanto dolore sono tornata in redazione dopo la maternità, piangendo perché mi dovevo separare dai miei bimbi, con il latte da scoppiare, con la voglia di stare con loro per coccolarli e accudirli.
Cosa ami di più del tuo lavoro?
Mi piace molto il linguaggio televisivo, mescolare immagini, video e audio. Un lavoro fatto bene ha veramente una potenza incredibile, penso che dovremo imparare ad usare meglio le immagini. Ho scelto di venire a Roma per il primo stage dopo la scuola di giornalismo, perché mi piaceva il linguaggio sperimentale del Tg3, era il 1994, in piena epoca Mani Pulite, e il “mio” tg aveva un modo i raccontare le cose coraggioso e audace.
Quali sono state le tue maggiori vittorie e quali le sconfitte?
Una delle cose di cui vado più fiera e che mi ha dato più gioia è stato allattare i miei figli a lungo, soprattutto le ultime due che sono gemelle: le ho allattate al seno per due anni! Se penso ad altre vittorie mi vengono in mente le numerose maratone cui ho partecipato: ho fatto per tutta la vita atletica leggera, corro tutti i giorni, è una dimensione importante nella mia vita e mi ha donato una grande capacità di resistere, di fare a meno del sonno, di prendermi cura del mio corpo. Un’altra vittoria grande, conquistata insieme a mio marito, è stata quella di “farci da soli”: sono stata precaria 13 anni, abbiamo costruito la nostra famiglia, paghiamo il nostro mutuo senza nessun aiuto, le famiglie di origine lontane. Le mie sconfitte sono quotidiane: quando non riesco a vincere i miei difetti, quando non mi fido di un’altra voce, quella di mio marito, delle amiche, del mio padre spirituale, in definitiva quando non riesco ad obbedire con gioia alla mia vocazione. Di fatto per me questa è la conversione e ogni giorno è un obiettivo.
Il tuo maggior pregio e il tuo peggior difetto?
Aiuto, queste sono le domande a cui non vorrei mai dover rispondere. Il mio padre spirituale dice: quando qualcuno è arrabbiato con te e si sfoga digli di fermarsi un attimo, corri a prendere il registratore e ascolta bene quello che ti dice. Sarà senz’altro la verità. Però io vorrei astenermi dal riferire… Se proprio devo, il mio peggior difetto è voler piacere a tutti, che si potrebbe chiamare vanità, per usare la parola giusta. Quindi faccio fatica a deludere gli altri, mi piacerebbe sempre avere uno sguardo benevolo o ammirato su di me e mi dispiace dire dei no, è una parola che mi si blocca sulla laringe, e finisco per fare confusione, prendere troppi impegni, deludere un sacco di gente, non rispettare le giuste priorità. Mi consola solo parzialmente il pensiero che l’incapacità di deludere sia un difetto molto comune fra le donne.
Il mio principale pregio credo sia un’ostinata allegria, la sindrome di Pollyanna, la capacità di ridere e di vedere il bene, il lato positivo, l’aspetto buffo delle cose, e la certezza che alla fine tutto andrà bene. Questa però non è leggerezza, ma fede. Se sai di essere la figlia del Principale, di quello che ha fatto le stelle e le formiche e il Dna e le cascate, sei una principessa, e devi avere la certezza di essere una privilegiata. Tutto il resto che importa?

Come vivi il successo dei tuoi libri e le reazioni così opposte al messaggio che mandi?
Rimango con i piedi ampiamente per terra, e non è che mi ci voglia questo grande sforzo. Faccio le cose di prima: la moglie, la mamma, stanotte ho rivestito libri e cucito salopette e jeans strappati fino alle due. I miei figli mi aiutano moltissimo in questo, mi prendono un sacco in giro, tipo che se mi vedono per casa in ciabatte e vestaglia, con gli occhialoni da miope e la faccia sfatta dal sonno, mi chiedono un autografo come a volte mi succede in giro: io in realtà sono sempre la loro madre, la moglie di mio marito, e faccio tutte le cose normali di prima. Il tempo per gli incontri con le altre persone e soprattutto con il mondo virtuale è minimale. Credo di essere diventata un veicolo di idee che in molti nel mondo cattolico sentono e vivono, ma mi sento un semplice strumento, e anzi non mi sento tanto all’altezza. Per le reazioni negative… cerco di gestirle, mio marito fa da filtro, e le cattiverie non le leggo.

(Fonte: Marta Rovagna, Donneuropa, 26 settembre 2014)
http://www.donneuropa.it/cultura-e-spettacoli/2014/09/26/costanza-miriano-credo-che-oggi-ad-indietro-siano-le-femministe/

 

giovedì 9 ottobre 2014

Retrogradi, omofobi, ultracattolici. Lo stupidiario sulle “Sentinelle in piedi”

Quale corruzione, quale criminalità, quale tassazione vampiresca: se non l’avete capito, il problema dell’Italia sono loro, le crudeli Sentinelle in Piedi. E’ questa, nella sua sconcertante assurdità, la tesi che fior di giornalisti ed intellettuali, con poche eccezioni, stanno cercando di veicolare rendendosi ridicoli come Fantozzi e Filini al ricevimento della contessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare. E dire che basta poco per capire che dei cittadini che vegliano leggendo un libro esprimendo dissenso verso un disegno di legge – quello contro l’omofobia, a firma dell’on. Scalfarotto – e verso il proposito di privare i bambini di padre e madre mediante adozione gay con la violenza non c’entrano; c’entrano molto di più quanti hanno dato spettacolo a suon di bestemmie, farneticazioni varie e in qualche caso vere e proprie aggressioni fisiche.
Presentare dei manifestanti silenziosi ed inoffensivi – per giunta vittime, loro sì, di aggressioni documentate da parecchi filmati video – come dei crudeli aguzzini si delineava dunque come un’operazione complessa anche per i nostri giornalisti, mediamente abbastanza esperti in fatto di menzogne. Per questo, affinché il capovolgimento della realtà potesse riuscire, era necessario uno sforzo ulteriore ed andato a buon fine grazie all’utilizzo di frasi senza senso ma sapientemente contrabbandate per evidenze inconfutabili. Eccone un breve ma significativo elenco, utile a farsi un’idea su quanto la serietà sia divenuta merce rara. Omettiamo di proposito di attribuire una specifica paternità alle perle perché sono state formulate in modo assai simile da più autori e sarebbe poco carino si scatenasse una gara a chi, quella scemenza, l’ha detta per primo; poco carino e, purtroppo, non sorprendente.
«Esprimono violenza culturale». E’ un modo raffinato e vellutato per affermare che insomma le Sentinelle in Piedi, quelle volpi, un po’ se la vanno a cercare con quella loro fissazione paleolitica della famiglia solo fra uomo e donna, per giunta sposati. E’ tempo di spalancare la mente, suvvia. Soprattutto, è tempo di strappare dall’oscurantismo medievale – perché invece l’età moderna, si sa, dal genocidio vandeano ai gulag è stata tutta una luce – le menti che ne sono tutt’ora ottenebrate. E se a qualche contro-manifestante scappa un insulto o un cazzotto, che volete: è il prezzo del progresso culturale da raggiungersi ad ogni costo: con le buone o con le cattive. Da notare come coloro che fra le righe quasi giustificano le violenze contro le Sentinelle in Piedi, si contino a decine i sedicenti paladini della libertà. Ma sicuro: la loro, però.
«Sono contro i diritti umani». Bugia galattica. Infatti non solo le vituperateSentinelle non negano diritti umani – ci mancherebbe! – ma non lo fa neppure la legge che già oggi, in Italia, riconosce alle coppie conviventi (comprese quelle omosessuali) tutta una serie di diritti su molteplici versanti. Il vero problema, su questo argomento, è l’ignoranza. Si consiglia al riguardo l’agile lettura di AA.VV.Certi diritti che le coppie conviventi non sanno di avere (Nuovi Equilibri, 2012): in poco più di cento pagine autori certo non sospettabili d’essere agenti al soldo del Vaticano – sono tutti dichiaratamente sostenitori del riconoscimento pubblico e normativo dei diritti delle coppie omosessuali – spiegano come quella della totale assenza di diritti umani e civili sia una frottola da raccontare solo se nei paraggi non ci sono giuristi: altrimenti si rimedia un’indimenticabile figuraccia.
«Sono contro le nozze gay, discriminano». Per la prima volta una verità. Anzi, pure qui una mezza verità dato che ben prima e ben più autorevolmente ad escludere in modo assai netto le nozze fra cittadini dello stesso sesso è la Costituzione italiana laddove, con l’articolo 29, definisce la «famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». Una posizione ribadita recentemente dalla Corte Costituzionale (Cfr. Sent. 14.04.2010 n°138), la quale ha voluto – com’è stato osservato – «fare piazza pulita» di diverse tesi «fuorvianti», fra cui quella «che non ammettere gli omosessuali al matrimonio costituisca una discriminazione» (Bona C. Matrimonio fra omosessuali? in Pasquino T. (a cura di) Antologia di casi giurisprudenziali, Giappichelli 2011, p. 27). Chi ce l’ha con leSentinelle perché vogliono che il matrimonio resti com’è dovrebbe quindi, per coerenza, azzannare con pari vigore la Costituzione.
«Sono ultracattolici e fascisti». A parte non è chiaro che specie sia quella dell’ultracattolico – eravamo rimasti, noi ingenui, alla tipologia del cattolico civilizzato, bipede e non cannibale -, le Sentinelle sono aconfessionali. Chi volesse unirsi alle loro veglie non deve portare né il rosario né la foto della prima comunione, ma solo un libro ed il coraggio di sentirsi apostrofato nei modi peggiori per il solo fatto di esistere e di pensarla come tanti omosessuali che ritengono – anche se a loro è rigorosamente proibito andare in televisione – che la famiglia sia solo l’unione stabile e riconosciuta di un uomo ed una donna aperti alla vita. Quanto all’accusa di nazifascismo associata al cattolicesimo versione Super Sayan, un dubbio: si tratta delle stesse dittature i cui capi lamentavano che «per 20 secoli la follia cristiana ha imperversato» (Mussolini) e che «il Vaticano è il covo dell’intolleranza e di una banda di rapinatori» (Hitler)?
«Vogliono che i bambini soli in orfanotrofio». Una battuta intramontabile e, ancora una volta, del tutto priva di senso. In Italia a fine 2012 c’erano oltre 31.000 coppie disponibili adottare ma, se si esclude il capitolo delle adozioni internazionali e se si considera che di minori senza famiglia, che purtroppo sono qualche decina di migliaia, a causa di problemi legali, problemi di età, disabilità e di altro genere, quelli adottabili sono appena 2000 circa si comprende come la realtà presenti già molte famiglie pronte ad adottare ma pochi bimbi in effettive condizioni di adottabilità. Ergo, associare la netta contrarietà alle adozioni gay al sostegno agli orfanotrofi è una sciocchezza che suscita imbarazzo solo commentare. Il punto vero è che le Sentinelle in Piedi danno tremendamente fastidio e quindi, pur di avversarle, si estrae dal cilindro ogni scempiaggine possibile. Ma la gente ha ancora buon senso e cosa sia una famiglia, nonostante tutto, ancora lo sa. E vedrete: a vegliare in piazza, la prossima volta, saranno ancora di più.

(Fonte: Giuliano Guzzo, Tempi, 9 ottobre 2014)
http://www.tempi.it/retrogradi-omofobi-ultracattolici-lo-stupidiario-sulle-sentinelle-in-piedi#.VDZRjP0cRCp

 

L’ignavia non è una virtù

Le riflessioni che propongo in modo sintetico intendono rappresentare una posizione critica nei confronti delle gravissime intolleranze e violenze perpetrate nelle piazze delle maggiori città italiane da parte dei cosiddetti difensori della più variegata libertà sessuale, nei confronti di una minoranza che ritiene di non conformarsi a questi usi e costumi.
Una violenza cieca. Mi diceva una giovane docente universitaria che è stata coinvolta nelle vicende di Bologna: «Non ho mai visto tanto odio attorno a me». Tanto odio. Negli atteggiamenti, nei gesti e soprattutto in quel terribile gridare o vociare che cercava di eliminare il silenzio. Perché l’intolleranza e la violenza anche verbale non aveva di fronte un’alternativa che aveva le stesse caratteristiche, ma una presenza dignitosa e silenziosa che affermava la possibilità che in un paese come il nostro possano coesistere concezioni della vita – e quindi della vita morale e delle attività sessuali – diverse, senza che l’una debba necessariamente escludere l’altra.
Episodi di facinorosi, atteggiamenti di squadristi che accusano di essere fascisti gli altri nei confronti dei quali esercitano una violenza. Ho un’età sufficientemente matura per ricordare che questa dell’intolleranza e della violenza nei confronti di chi non la pensa come noi, è un filo rosso di vergogna che accompagna il nostro paese da decenni e che come una specie di metastasi ha investito e continua a investire il nostro mondo giovanile.
La verità è questa: una minoranza di estrazione di teoria e di pratica omosessuale – probabilmente per reagire a lunghi periodi di discriminazione subiti nel corso degli ultimi secoli – ritiene adesso di essere l’unica posizione che ha diritto di cittadinanza nel nostro mondo. E chiunque – per i motivi più personali – non si sente di accettare questo modo di concepire la vita morale e sessuale, è considerato il nemico da abbattere, da eliminare in tutti i modi per affermare non la libertà, ma la libertà della propria posizione.
È evidente che le cose sono andate in un modo tale che ormai i margini di libertà culturale, espressiva, di coscienza, di religione, di cultura, sono ridottissimi.
Domina su tutto quel pensiero unico dominante di cui tante volte ha parlato papa Francesco. Tutto ciò che non accetta di riconoscere questo pensiero unico dominante viene considerato come una realtà che deve essere discriminata fino alla sua eliminazione.
Questo è accaduto sotto gli occhi di tanti, di tanti cittadini; questo ha bloccato la vita delle nostre città seminandole di episodi intollerabili, inconcepibili. Dove la libertà della persona, dei gruppi, è stata bestialmente eliminata. In alcuni luoghi non si è stati frenati in questi episodi di violenza neanche dalla presenza di bambini piccoli in braccio alle loro madri o nei loro passeggini.
Questo filo rosso della vergogna, in cui una minoranza che detiene ormai la maggioranza e i mezzi della comunicazione sociale e degli strumenti di pressione sulla vita psicologica e culturale del nostro paese, si appresta a diventare una vera e propria struttura di potere.
La democrazia finisce. Quando la società non è più un ambito dove la varietà delle posizioni – culturali, religiose, filosofiche, psicologiche, morali – possano adeguatamente convivere in un clima di rispetto reciproco, di confronto, di possibilità di integrazione reciproca, la democrazia finisce. Il cuore della democrazia – diceva il mio maestro don Luigi Giussani – è il dialogo, la capacità di dialogo. Ma la capacità di dialogo può esserci dove esiste un rispetto reciproco delle varie posizioni senza la volontà egemonica da parte di nessuno.
Se questa è la situazione dobbiamo lealmente interrogarci sul movimento di pensiero, sul movimento culturale che arriva a celebrare i suoi nefasti nella sostanziale eliminazione della libertà di tutte le persone, quindi del popolo.
La grande lezione che i cristiani hanno dato attraverso il Magistero – e soprattutto il grande magistero della Dottrina sociale della Chiesa – ma soprattutto attraverso la loro testimonianza di vita negli ambienti, è esattamente quella di avere una cura appassionata e totale della propria libertà e quindi della libertà di tutti.
Perché la libertà – ci ha insegnato san Giovanni Paolo II – è un bene unico e indistruttibile. Se viene ridotta o alterata in una sua parte viene ridotta e alterata per tutta la vita della società. La Chiesa ha lavorato intensamente per difendere la propria libertà di vita e di espressione e di cultura nei confronti delle varie forme di totalitarismo che negli ultimi due secoli si sono succedute in maniera ossessiva ed esasperante. Lavorando per la propria libertà e pagando per la propria libertà. Vale la pena ricordare a questi nostri facinorosi interlocutori – ma si potrebbe molto meglio dire a questi nostri facinorosi giustizieri – che le icone del cristianesimo del XX secolo, per l’intuizione geniale e profetica di san Giovanni Paolo II, sono stati due grandi cristiani che sono morti per la testimonianza della loro fede nei campi di concentramento hitleriani: padre Massimiliano Kolbe e suor Benedetta Teresa della Croce.
La strada è lavorare e difendere la propria libertà e, lavorando difendendo la propria libertà, amare che ogni persona che vive accanto a noi possa usare della stessa libertà quale che siano le sue opzioni, le sue estrazioni, le sue etnie e i suoi progetti.
Tutto questo sembra impossibile. Ma sembra impossibile – e questo è l’aspetto più amaro delle mie riflessioni – perché è come se la società nel suo complesso, e anche tanti cristiani, «mentre succedono queste cose guardassero da un’altra parte», per citare un’immagine tagliente ed efficace di papa Francesco. Guardassero da un’altra parte per non vedere o per non accettare la gravissima provocazione alla loro coscienza che questi avvenimenti portano necessariamente con sé.
La storia della Chiesa, in Italia e non solo in Italia, è la storia di gente che ha amato la propria libertà e la libertà degli altri più di se stessi. Lavorando per la propria libertà la Chiesa ha lavorato sempre per tutti.
Ma perché, perché molti cristiani oggi, in un mondo cattolico che sembra destinato a scomparire, guardano da un’altra parte? Che cosa guardano? Se guardassero veramente Cristo si sentirebbero mobilitati a vivere per lui e a comunicare questa vita nuova a tutti gli uomini che li circondano. Il cristianesimo, per una sorta di sentimentalismo misticheggiante, sta rischiando di essere presentato all’interno della Chiesa, e quindi di fronte al mondo, come una forma di spiritualismo soggettivistico, privato, che non va oltre le porte o gli spazi della propria coscienza individuale o dei propri rapporti parentali. Un cristianesimo senza una tensione ad essere una presenza, la presenza del popolo cristiano dentro il mondo caratterizzato da una precisa cultura: quella che nasce dalla fede, animata da un ethos nuovo che solo la Chiesa eredita dal mistero di Cristo. Una presenza che si pone, pone una novità nella sua vita e la pone alla libertà degli uomini che la circondano. Sta insinuandosi dentro tanto, troppo, mondo cattolico l’idea che la verità della fede vada bene per noi, ma non deve essere proclamata troppo esplicitamente perché altrimenti si finirebbe per imporre agli altri la propria posizione.
I cristiani non sono contro nessuno. Il grande Jacques Maritain diceva del Signore Gesù Cristo e della sua missione nel mondo «Pour se poser il s’oppose». È perché si è posto nella sua originalità, che essendo stato contestato ha dovuto poi necessariamente opporsi a coloro che si opponevano alla sua presenza. Siamo in un momento in cui essere esplicitamente cristiani nel mondo, accettando il grande invito comandamento di Cristo – «Siate miei testimoni fino agli estremi confini del mondo» – è sentito come un’esagerazione, come qualcosa che non compete al cristiano come tale. Anzi, come un’azione o come una serie di azioni che possono rappresentare una offesa alla libertà di coscienza degli altri. L’opposizione fra verità e carità è una posizione assolutamente ideologica. Ma questa ideologia è galoppante in troppo mondo cattolico.
La storia della presenza della Chiesa nella nostra società, e segnatamente nel nostro paese, è la storia di una presenza di popolo che nei grandi momenti di crisi epocale non ha esitato un attimo, in forza della propria fede, a opporsi a qualsiasi forma di totalitarismo. Che ne sarà nel giudizio di Dio e della storia, di una presenza cattolica che tende ad avere come ideale una silenziosa scomparsa che lascia la società in mano del potere e, molto radicalmente, del potere demoniaco?
Dovrebbe essere chiaro a tutti, soprattutto a quelli che si dicono cristiani, che l’ignavia non è una virtù e che il silenzio non è il modo con cui il Signore Gesù Cristo ha vissuto la sua presenza e la sua missione fino alla sua Passione, Morte e Resurrezione. Abbiamo lì, in Cristo, e nella vita concreta reale della Chiesa il punto di riferimento ideale e pratico cui conformare la nostra azione. Se non vorremo comparire poi davanti al tribunale della storia, che in fondo è l’aspetto del tribunale di Dio, come coloro che di fronte alla perdita di libertà, della libertà del nostro paese, hanno guardato da un’altra parte.

(Mons. Luigi Negri, Cultura cattolica.it, 8 ottobre 2014)
http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=17&id_n=36219&pagina=1&fo=

 

Le due anime del fascismo: la conclamata violenza e la dimenticata cultura

Giampaolo Pansa unisce l’onestà dello storico di polso a una rara padronanza di quella lingua italiana,patibolo cui sono avviati gli stenterelli d’insuccesso e/o di effimero successo.
La felice unione del suo piacevole stile di narratore con la meticolosa ricerca d’archivio ha prodotto “Eia Eia Alalà. Controstoria del fascismo“, cronaca & romanzo del fascismo, che invita a una lettura dotta e piacevole. Il libro in questione, appena uscito dai torchi di Rizzoli, è destinato a riscuotere un successo straordinario.
Pansa stabilisce la verità intorno alla causa dell’insuccesso socialista: nel 1919 la sinistra era “un gigante paralizzato da due spinte contrarie e inconciliabiliQuella dei massimalisti, rivoluzionari negli slogan, però incapaci di scatenare la rivoluzione predicata di continuo. E quella dei riformisti, che non osavano andare al governo neppure quanto i partiti della borghesia democratica li invitavano a farlo“.
E di seguito riconosce che le contraddizioni – i nodi del socialismo “vennero sciolti con un colpo di spada dell’offensiva squadrista. Un blitz che ebbe inizio, si sviluppò e vinse in meno di due anni: dalla fine del 1920 all’ottobre del 1922″.
Di qui lo svolgimento di un racconto in cui la puntuale e veritiera rievocazione del fatto storico corre parallela al romanzo delle incertezze politiche e dei roventi amori vissuti dall’immaginario autore di un memoriale consegnato a Pansa da una vecchia compagna di studi.
Il protagonista del racconto è un ricco agrario, reduce dalla grande guerra, che vive nel crocevia tra le interessate simpatie per le camicie nere e i dubbi destati dai metodi spietati, dalle implacabili rivalità cameratesche e dagli esiti per lui deludenti della rivoluzione fascista.
Pansa ricostruisce puntualmente e senza sbavature la storia delle violenze compiute dai fascisti di Casale Monferrato, Alessandria e Mortara, in risposta all’azione sovversiva dei socialisti.
La sua agile e mai macchinosa prosa rammenta altresì e documenta la sequela di abusi, violenze e corruzioni, che accompagnò l’ascesa del fascismo alla dittatura.
La convincente rievocazione di Pansa ha solo un difetto, dimentica che il fascismo (forse anche nell’area di Casale Monferrato) non si esprimeva soltanto nella violenza esercitata da manganellatori professionisti: fu anche e sopra tutto espressione del pensiero elaborato da un robusto e autorevole fronte culturale, che comprendeva interventisti (Gabriele D’Annunzio, ad esempio), futuristi (Filippo Tommaso Marinetti), vociani (Giovanni Papini e Giuseppe Prezzolini), neoidealisti (Giovanni Gentile),  e cattolici refrattari al partito di don Sturzo (Francesco Orestano).
La dottrina del fascismo, senza nulla concedere al nostalgismo di De Maistre, avviò inoltre una puntuale critica al bifido risultato – liberalismo e socialismo – del pensiero sedicente moderno.
Il fascismo non fu la versione estrema/feroce della proverbiale Beozia. Pansa, autore che mai cede alla tentazione della menzogna,  omette tuttavia di rammentare che la maggioranza degli studiosi italiani condivise e sostenne apertamente il progetto fascista.
Singolare ed eloquente, ad esempio, è il caso di Luigi Pirandello, che chiese la tessera del Pnf nel giorni dell’insorgenza popolare causata dall’assassinio di Giacomo Matteotti.
L’adesione massiccia degli intellettuali, peraltro, si misura dal numero – ben sedici – dei professori dell’università di Napoli epurati da Adolfo Omodeo nel 1944.
L’epurazione degli studiosi fu attenuata e infine sospesa quando fu evidente che il suo perfetto compimento avrebbe decapitato la cultura italiana. In seguito gli intellettuali italiani, atterriti dalla sconfitta, si convertirono all’antifascismo, ma questa è un’altra storia.
La riduzione della vicenda fascista a impresa di bruti, ignoranti e mascalzoni è pertanto un’impresa difficile. Oltre tutto non furono pochi gli studiosi uccisi dagli antifascisti e i molti giovani intellettuali che partirono volontari e caddero in combattimento.
In definitiva: non si può demonizzare il fascismo senza travolgere e squalificare la storia culturale del Novecento italiano.
L’errore e l’orrore hanno abitato in tutti i palazzi edificati dalla politica. La venerata democrazia, dei moderni, ad esempio, fu battezzata con il sangue innocente delle carmelitane di Compiègne e delle benedettine di Orléans e con quello incolpevolmente frivolo della regina Maria Antonietta.
La differenza tra palazzo e palazzo risiede nella misura dell’orrore. Nella casa del fascismo, ad esempio, il delitto razzista fu un abitatore occasionale e marginale. Non così nella casa germanica.
Silvano Panunzio, ha raccontato che suo padre, autorevole fascista della prima ora, fece visita a Mussolini alla vigilia della promulgazioni delle leggi razziali e gli dichiarò che una legge capace di colpire anche gli amici valorosi e fedeli (ad esempio Giorgio Del Vecchio) oltre che migliaia di innocenti, era una pessima legge. Pallido in volto e in silenzio, Mussolini accompagnò alla porta il suo animoso critico.
Dal novembre del 1938 al settembre del 1943, gli ebrei italiani subirono ingiustizie e umiliazioni ma nessuno di loro fu deportato o assassinato.
L’abbacinante paradosso del razzismo italiano si legge nella vicenda esemplare del console generale Alberto Liuzi, caduto nella battaglia di Guadalajara il 12 marzo del 1937. A dimostrazione dell’irrazionalità delle leggi antisemite, il regime fascista gli assegnò la medaglia d’oro alla memoria e gli intitolò un sommergibile, che (con un nome ebraico) condusse azioni di guerra fino all’aprile del 1941, quando fu affondato dagli inglesi.
L’avventizio antisemitismo dei fascisti è inescusabile ma non può essere associato all’ideologia dello sterminio nazista.
Furono peraltro numerosi e mai ostacolati da Mussolini i fascisti che si opposero all’arresto e alla deportazione di ebrei italiani in Germania. Il questore di Fiume Giovanni Palatucci, ad esempio, poté sventare il piano  degli alleati tedeschi grazie al sostegno del governo italiano, che, nella primavera del 1943, gli consentì di trasferire in Basilicata (su un treno speciale) gli ebrei fiumani, che i nazisti intendevano deportare in Germania.
Nella relazione scritta dal comandante delle SS, che effettuarono il rastrellamento nel ghetto di Roma, si legge che in alcune case, sicuramente abitate da ebrei, la porta fu aperta ai tedeschi da uomini in camicia nera, chiaramente impegnati a confondere i persecutori per proteggere i veri inquilini.
E’ certo (e il libro di Pansa in qualche modo lo conferma) che la tragica inclinazione della guerra fascista alla inevitabile sconfitta produsse scelte contraddittorie: Giovanni Gentile, Barna Occhini e i redattori della rivista fiorentina “Italia e Civiltà“, ad esempio, sostennero la necessità della pacificazione nazionale, altri (e fra loro i terroristi in camicia nera, che agivano tra Alessandria e Casale) scelsero la via della ferocia disperata. Ad ogni modo l’azione violenta delle camicie nere fu parallela a quella dei partigiani comunisti.
Durante l’angosciante eclissi dell’amor di patria, in cui fu combattuta la guerra civile 1943-1945, non tutti i fascisti furono neri e non tutti partigiani furono candidi.
Infine non furono pochi gli intellettuali in camicia nera, che percorsero, seguendo il nobile esempio di Gentile, la via della moderazione e della carità, senza obbedire alle sirene dell’opportunismo.
Tali uomini pagarono con la vita una difficile e imperdonabile scelta. La loro testimonianza non può essere consegnata al libro dell’obbrobrio, dal momento che un perseguitato ebreo, il professor Ketteler, definì parricidio l’uccisione di Gentile, l’uomo che l’aveva aiutato a sfuggire ai nazisti.
 
(Fonte: Piero Vassallo, Riscossa Cristiana, 6 ottobre 2014)
http://www.riscossacristiana.it/le-due-anime-del-fascismo-la-conclamata-violenza-la-dimenticata-cultura-di-piero-vassallo/

 

giovedì 2 ottobre 2014

Amici: reali o virtuali?

Facebook mi dice che conto la bellezza di 151 amici. Una schifezza rispetto a tante mie conoscenze che ne vantano diverse migliaia. Ma io sono all’antica, sono un “matusa” e ritengo che considerare “amici” una pletora di nomi sconosciuti, che non ho mai sentito neppure nominare, è un vezzo piuttosto anomalo: è quantomeno un azzardo, un fuori luogo, una mancanza di rispetto per gli amici quelli “veri”, quelli in carne ed ossa, quelli che stimo e che mi stimano, pur non frequentandoci assiduamente.
Sì, perché io – anacronisticamente – considero miei “amici” solo quelli che conosco nella vita reale, quelli veri, autentici, che mi sono stati vicini – e continuano ad esserlo - nelle vicissitudini della vita, nei suoi momenti belli e tristi; quelli che sono sinceramente interessati a me, alla mia vita, alla mia attività; quelli insomma sulla cui spalla posso, se necessario, anche piangere: perché sono certo della loro comprensione, della loro condivisione.
Ultimamente però sono entrati in questo ristretto cenacolo di vita vissuta, anche alcuni cosiddetti “amici virtuali”: parlo ovviamente di quelli nati, nonostante la mia iniziale diffidenza, dalla frequentazione di Facebook; e devo riconoscere che tra i molteplici contatti, un certo numero di persone si sono rivelate vere, sagge, umili e discrete; dotate in pratica di quelle qualità che ritengo indispensabili per poter instaurare un sincero e rispettoso legame di amicizia.
Si tratta dunque di una quantità di “amici” molto variegata. Prima di tutto un discorso a parte, meritano quelle persone di grande spessore culturale e religioso, cui mi riesce difficile attribuire la qualifica tradizionale di “amici”, in quanto l’interesse è rigorosamente unilaterale: sono io cioè che ambisco ad intessere con loro un qualche reciproco scambio di opinioni. Mi riferisco alle personalità “eccellenti”, ai personaggi “pubblici”, ai VIP indiscussi (professori, scrittori, giornalisti, opinionisti, attori, politici, ecc.); personaggi, è vero, che mi hanno sì concesso l’amicizia su mia richiesta, ma che per loro io continuerò ad essere un “carneade” qualunque, uno dei “tanti” e basta; risultato? Ho capito che è inutile e illusorio aspettarsi da loro qualunque cenno di “amicizia”, anche il più piccolo. Sono persone che non penso agiscano così per cattiveria o mala educazione, ma più semplicemente per motivi logistici (infatti anche il solo scorrere con lo sguardo centinaia di messaggi è già un’impresa ardua!). Del resto è anche comprensibile che la loro vera preoccupazione sia quella di promuovere le loro molteplici, serie iniziative, di promuovere la vendita dei loro libri, la diffusione delle loro opere, per tenere sempre viva e attuale la loro notorietà professionale.
In tale categoria, per mia fortuna, ci sono in controtendenza anche tante altre persone, altrettanto eccellenti sia culturalmente che professionalmente (docenti universitari, giornalisti, scrittori, ecc.) che si dimostrano invece di grande disponibilità umana: ed è con esse che ho avuto e continuo ad avere piacevolissimi scambi di opinioni, nonostante anche con loro mi risulti problematica l’etichettatura di “veri amici”.
Ci sono poi quelli che obiettivamente, oltre che amici, mi è decisamente impossibile considerarli anche dei VIP: pur se in pectore essi sono convinti di essere tali; persone tutto sommato “pavoni” che dedicano gran parte della loro permanenza sul web per allargare a dismisura la loro ruota, ammorbando ogni spazio con i loro interventi prolissi, dai quali filtra, “sbrodolando” ovunque, l’immensa stima per se stessi, per la loro intelligenza, per la loro “cultura” e via dicendo: e quando - interpellato mio malgrado ad esprimere un giudizio, una mia valutazione sulle loro tanto strombazzate iniziative, mi sono permesso di rispondere, pur con grande garbo, che tutto sommato le ritenevo una solenne boiata, mi hanno sbattuto la porta in faccia, togliendomi il saluto e ignorando sdegnosamente ogni mio cenno di esistenza.
Sempre tra questi 151, ci sono ovviamente anche gli amici veri, quelli non virtuali, anche se si sono adeguati alle offerte rivoluzionarie del Web. Sono quelli che prediligo: perché sono persone per le quali Facebook è solo un mezzo pratico e veloce per interagire con gli amici; persone sincere, che non disdegnano di dimostrarmi con i loro “mi piace” la loro vicinanza, la loro condivisione di vedute; sono semplici consensi che, pur non risolvendomi i problemi della vita, sono comunque gradevoli, bene accetti, perché conosco l’autenticità della loro provenienza, legata a persone reali, conosciute, stimate, con alcune delle quali ho addirittura condiviso anni di gioventù, anni di lavoro, anni di spensieratezza, momenti esaltanti e momenti tragici e dolorosi; persone con cui mi lega una identità di pensiero e di vedute, con nuovi comuni obiettivi culturali, sociali e religiosi da raggiungere o da difendere.
Non mancano ovviamente i parenti: più che “amici”, sono persone di famiglia, quelle per lo più lontane, difficilmente avvicinabili; i più sono ovviamente i giovanissimi, le nuove generazioni, i ragazzi che forse, in altro modo, non avrei mai la possibilità di incontrare. “Amici” magari di poche parole, ma che meritano una considerazione tutta speciale, decisamente “di parte”.
Infine, in tanto marasma “virtuale”, il resto è purtroppo solo zavorra, tanta zavorra inutile.
Ma quali sono le caratteristiche comuni alla gran parte di questi amici “virtuali, quelle che immediatamente mi sono balzate all’occhio? Cerco di farne una veloce sintesi.
Mi capita a volte infatti di scorrere le pagine dei più noti social networks, e mi diverto appunto a passare in rassegna i vari comportamenti di questi miei sedicenti “amici”. Ovviamente, quelli che mi fanno più sorridere sono quei commenti senza senso, decisamente insipidi e stupidotti, postati soprattutto sulle bacheche di donne, meglio se giovani e carine, con la palese intenzione di una captatio benevolentiae, che tradotto in linguaggio parlato, molto più prosaicamente significa “speranza di rimorchiare”: e sorrido, provando più tenerezza che disapprovazione; del resto, questo è un fenomeno tipicamente maschile: sappiamo tutti infatti che da un sacco di crusca non si può pretendere di estrarre fior di farina. È la natura umana: transeat! (=lasciamo correre).
Ma al di là di queste evoluzioni mirate, emergono anche altre tipologie relazionali nei cosiddetti “amici virtuali”: in primis, caratteristica pressoché generale, è la voglia di farsi autopromozione, di mettersi cioè in mostra ad ogni costo, di esibire al mondo intero la propria genialità, la propria arguzia; in genere chiedono l’amicizia soltanto per loro comodità: perché in tal modo aumentano il numero dei loro “followers” (chi arriva oltre il migliaio può considerarsi un grande, un VIP!).In tal caso l’obolo da versare sull’altare di tale amicizia è di condividere caritatevolmente quelli che essi pomposamente chiamano “post” personali, ma che in realtà sono delle vere e proprie fesserie,che con puntualità cronometrica provvedono a sfornare quotidianamente in quantità industriale: “post personali” dicono; anche se di personale non hanno nulla, visto che sono semplici condivisioni di link altrui.
Detto questo, non so se la quantità di 151 amici rimarrà tale fino alla fine dei miei giorni, se si ridurrà fisiologicamente per ritorsione a seguito di questi miei giudizi, oppure se miracolosamente lieviterà, tanto da indurmi a pensare che anch’io forse ho dei “meriti”, anche se non capisco quali. In ogni caso sono sereno: non sarà certo un numero “x” piuttosto che “y” a complicarmi la vita: anche perché nel mio piccolo ho già sufficienti riferimenti validi, e qualunque scalata al successo, qualunque escalation, alla mia età, mi procura solo il “fiatone”.

(Ma. La., 30 settembre 2014)

 

mercoledì 1 ottobre 2014

Doppio cognome, un colpo in più all'unità familiare

Qualche mese fa, in apertura del Concistoro preparatorio del Sinodo sulla famiglia, Papa Francesco sottolineava quanto la famiglia sia oggi “disprezzata” e “maltrattata”.
Nel nostro ordinamento gli esempi di disprezzo e di maltrattamento, quindi di concreta quotidiana discriminazione, non mancano: ogni qual volta viene introdotta una agevolazione fiscale (rottamazioni, imposte di successione, ristrutturazioni edilizie), essa viene riconosciuta senza limite di reddito, ma i sostegni alla maternità o le detrazioni fiscali per i figli a carico sono corrisposti in relazione al reddito. La vicenda degli 80 euro ha mostrato che due coniugi senza figli con un reddito annuo di 24.000 euro ciascuno hanno diritto alla piccola somma mensile aggiuntiva, a differenza di una famiglia di cinque persone nella quale lavora soltanto un padre col reddito netto annuo di 30.000 euro (e quindi con quello pro capite di 6.000 euro). Esistono i permessi sindacali ma non esistono i permessi per parlare con gli insegnanti dei figli. È impossibile per una giovane coppia di italiani con redditi annui complessivi anche modesti iscrivere il figlio a un asilo nido pubblico, a fronte della precedenza riservata a chi risulta senza reddito, pur lavorando in nero.
Il Parlamento italiano avrebbe di che riempire le giornate se mettesse a tema la rimozione delle quotidiane discriminazioni che affliggono la famiglia. Invece ne individua e ne affronta ulteriori: sospesa a luglio la discussione nell’aula della Camera della legge sul doppio cognome, essa l’ha ripresa senza ritardo a ferie concluse e qualche ora fa, nella serata di mercoledì, l’ha approvata con largo margine. Contrari soltanto Ncd, Lega, Fratelli d’Italia e Gruppo per l’Italia.
Non è solo la questione della priorità a far sollevare riserve. Vi è pure – direi soprattutto – il merito. Il meccanismo sul cognome individuato dalla legge appena passata a Montecitorio distingue varie ipotesi:
ipotesi n. 1 - genitori coniugati e concordi. Possono decidere di dare al figlio o il cognome del padre o quello della madre, o entrambi decidendo l’ordine;
ipotesi n. 2 - genitori coniugati e discordi: l’ordine dei cognomi è attribuito in ordine alfabetico. Il che esclude che il dissenso verta sulla duplicità dei cognomi, e dà per scontato che, anche se uno dei coniugi preferisce che ci sia un solo cognome, prevale comunque la regola del due (poi l’alfabeto stabilirà la precedenza). Poiché ciò che non è scritto è scontato fino a un certo punto, attendiamoci un avvio di contenzioso da parte di chi desidera che il proprio figlio abbia un solo cognome. La legge dice pure che i figli seguenti al primo ricevono il o i cognomi scelti per il primo; ma se i genitori ci ripensano? Non è discriminatorio precludere loro un ordine differente? Vi è nuova materia per andare dal giudice, e magari pure alla Corte costituzionale (con buona pace delle misure per lo snellimento delle liti, in discussione al Senato);
ipotesi n. 3 – genitori non coniugati e concordi. Valgono le regole n. 1 e n. 2;
ipotesi n. 4 – genitori non coniugati con uno solo che riconosce il figlio. C’è solo il suo cognome;
ipotesi n. 5 - genitori non coniugati con uno solo che riconosce il figlio e l’altro che ci ripensa e lo riconosce in un secondo momento. Il secondo cognome viene aggiunto, a condizione che il primo genitore acconsenta e che concordi pure il figlio che abbia compiuto 14 anni;
ipotesi n. 6 – uno dei due genitori che riconosce ha un doppio cognome. Sceglie quale dei due dare al figlio. Perché la confusione sia totale una norma transitoria incide sul pregresso:
ipotesi n. 7 – il figlio maggiorenne che ha avuto un solo cognome alla nascita in base alla norme in vigore finora, rimedia andando al Comune e dichiarando di aggiungere quello dell’altro genitore. Resta da capire se i fratelli, man mano che diventeranno maggiorenni, riceveranno automaticamente il doppio cognome, come è per la regola generale, o se avranno anche loro possibilità di scelta, secondo logica antidiscriminatoria: se la legge tace, lo stabiliranno i giudici, a seguito di ulteriori contenziosi. Con la possibile conseguenza di figli degli stessi genitori che, cresciuti, recheranno cognomi (in parte) differenti. La diversità di cognomi sarà invece probabile per cugini di ramo paterno, dal momento che il figlio cui è stato attribuito il doppio cognome può trasmetterne al proprio figlio solo uno, a scelta, ovviamente prescindendo dalle opzioni del proprio fratello.
Si dirà: perché enfatizzare tanto, quando ordinamenti di Nazioni civili – pensiamo a quelle di ceppo iberico o lusitano – hanno da secoli il doppio cognome? Intanto perché quel sistema è meno farraginoso di quello che si vorrebbe introdurre in Italia; e poi perché in queste materie la tradizione e il contesto hanno un peso, trascurando il quale si crea qualche squilibrio. Sempre che quelli siano modelli da imitare: ci sarà qualche ragione se calciatori famosi con cognomi interminabili sentono la necessità di essere conosciuti con un solo nome brevissimo! Si aggiungerà: perché drammatizzare, quando sono in discussione aggressioni più virulente nei confronti della famiglia, dal d.d.l. sulle unioni civili al divorzio sprint? È vero, il Parlamento si accinge a fare di peggio; ma non è una ragione valida per concordare con quanto comunque è negativo.
Infine, l’Europa. Il 7 gennaio la Cedu – la Corte europea dei diritti dell’uomo – ha dato torto all’Italia nella controversia sul cognome dei figli avviata dai due coniugi che, pur in presenza dell’autorizzazione loro conferita dal prefetto per dare ai figli il doppio cognome, intendevano attribuire loro non il cognome di entrambi, bensì esclusivamente quello della madre. La Cedu aveva richiamato due norme della Convenzione europea dei diritti dell’uomo a sostegno della propria decisione: l’articolo 14, che vieta le discriminazioni – in tal caso fondate sul sesso –, e l’articolo 8, che vieta l’ingerenza dell’autorità pubblica nelle decisioni che appartengono alla sfera privata della famiglia. Nel caso concreto, la discriminazione era consistita, secondo la Corte, nell’essersi lo Stato italiano intromesso nella scelta del cognome dei figli, che appartiene alla libertà dei coniugi. La Corte ha conferito quindi una prospettiva privatistica a quel dato individuante e nominalmente unificante una famiglia e chi ne fa parte rappresentato dal cognome: e ha negato a esso qualsiasi pur tenue rilievo pubblicistico. Ecco, oggi in Italia la sintonia con la Corte europea viene espressa da un ordinamento che al Senato sta per approvare un decreto che permette di sciogliere il matrimonio andando dall’avvocato invece che dal giudice e alla Camera vara il doppio cognome. La nominale unità familiare è un orpello della tradizione e, in quanto indice di discriminazione, da cancellare, viaggiando a larghi passi verso la privatizzazione dei rapporti infrafamiliari. Le famiglie italiane e chi dovrebbe tutelarle non hanno nulla da dire?

(Fonte: Alfredo Mantovano, La nuova Bussola Quotidiana, 26 settembre 2014)
http://www.lanuovabq.it/it/articoli-doppio-cognome-un-colpo-in-piu-allunita-familiare-10428.htm

Pedofilia, la tolleranza zero viene da Benedetto XVI

Sul caso dell’arcivescovo polacco Józef Wesolowski, già nunzio apostolico a Santo Domingo, arrestato dalla gendarmeria vaticana in quanto accusato di atti di pedofilia compiuti quando era diplomatico, abbiamo letto sui giornali italiani una serie di stranezze che dimostrano una scarsa conoscenza sia del diritto della Santa Sede sia della questione dei sacerdoti pedofili. Molti per applaudirla, e qualche «ateo devoto» per deplorarla, hanno parlato di una svolta radicale nella lotta alla pedofilia voluta da Papa Francesco, sostenendo anche che la Chiesa, dopo averlo a lungo combattuto nelle sedi internazionali e nei tribunali, ora accetterebbe il punto di vista dell’Onu per cui la Santa Sede è responsabile degli atti di pedofilia compiuti da sacerdoti non solo entro le mura del Vaticano, ma in tutto il mondo. Si tratta di due grosse bufale: cerchiamo di capire perché.
Bufala numero uno: arrestando Wesolowski la Santa Sede avrebbe accettato il principio per cui deve assumersi la responsabilità degli abusi compiuti da sacerdoti – o peggio vescovi – cattolici dovunque nel mondo. Un canonista di fama, l’avvocato Giancarlo Cerrelli, ha già spiegato ieri sul nostro giornale che non è così. Gli studi di carattere giuridico sono raramente una lettura leggera, ma chi fa la fatica di leggere Cerrelli capisce che le malefatte di un nunzio apostolico durante l’esercizio del suo mandato diplomatico, dovunque commesse, cadono sotto il codice penale della Santa Sede, mentre quelle di un normale prete o parroco no. Dunque no, la gendarmeria vaticana non verrà ad arrestare il vostro parroco se si comporta male – speriamo che sia un santo – ed è inutile stracciarsi le vesti perché il Papa non ha mandato i gendarmi ad arrestare altri preti pedofili che hanno occupato le cronache, i quali non erano però nunzi apostolici e neppure funzionari di qualche congregazione della Santa Sede.
Quest’ultima ha vigorosamente difeso il principio per cui non è responsabile dei reati commessi da sacerdoti e vescovi che, a differenza dei nunzi apostolici, non rappresentano direttamente la Santa Sede. Lo ha difeso contro l’Onu e contro certi studi legali miliardari americani ancora negli ultimi mesi, e su istruzioni di Papa Francesco. Il riferimento agli avvocati americani è importante: non si tratta di teoria, ci sono studi legali in America che promuovono questo principio per chiedere i danni alla Santa Sede in ogni caso di vera o presunta pedofilia, sperando di arricchirsi ulteriormente a spese del Vaticano dopo avere mandato in bancarotta diverse diocesi. Perseguendo secondo il suo diritto penale chi lavora in Vaticano – e un nunzio apostolico lavora per definizione in Vaticano anche se si trova a Santo Domingo, né c’è da stupirsi perché lo stesso principio vale per un ambasciatore italiano all’estero – la Santa Sede non accetta affatto di essere responsabile degli abusi eventualmente compiuti da parroci o anche da vescovi sparsi per l’orbe terracqueo.
Bufala numero due: finalmente è arrivato Papa Francesco che persegue i preti pedofili, mentre prima quel cattivone di Benedetto XVI li proteggeva. Se preferite un’altra versione: purtroppo per disgrazia è arrivato Papa Francesco, che non tutela e perdona le pecorelle smarrite ma le mette in prigione (in verità, agli arresti domiciliari), mentre prima Benedetto XVI, resistendo impavidamente all’Onu e a Repubblica, le ammoniva ma le teneva fuori di galera. Tutte e due le versioni sono false. È vero che all’arresto la giustizia penale vaticana ricorre molto raramente, ma la nuova severità verso i preti responsabili di abusi su minori non è un’invenzione di Papa Francesco. Le norme in vigore sono state volute e, per il novanta per cento – Francesco ha aggiunto qualche ulteriore elemento –, promulgate da Benedetto XVI.
Mi si perdonerà l’autocitazione, ma nel 2010 ho pubblicato con le edizioni San Paolo un libro, Preti pedofili, che faceva il punto sulla questione della pedofilia nella Chiesa. Il volume ebbe un notevole successo di vendite e di recensioni, e fu tradotto in diverse lingue. Vi esponevo tre tesi. La prima era che la pedofilia diffusa tra il clero era un fenomeno reale, giustamente denunciato come «vergogna» e «tragedia» da Benedetto XVI il quale non si limitava alla denuncia, ma indagava anche sulle sue radici, rintracciandole nella rivoluzione antropologica degli anni 1960, che aveva coinvolto la morale ed era penetrata anche nella Chiesa Cattolica. La seconda tesi era che questo dramma reale – per un fenomeno noto ai sociologi come «panico morale» – era stato amplificato oltre ogni ragionevole misura dai media, creando l’impressione che i preti pedofili – certamente meno dell’uno per cento del totale dei sacerdoti nei Paesi per cui si dispongono di studi statistici seri – fossero invece una percentuale significativa del clero mondiale. La terza tesi era che Benedetto XVI aveva identificato correttamente le radici del problema, e che i provvedimenti da lui presi – sul piano sia della prevenzione sia della repressione – andavano nella direzione giusta.
Non avevo sfere di cristallo, ma mi permetto di dire che le mie previsioni non erano sbagliate. Nel 2014 ho pubblicato, con lo psicologo Roberto Marchesini, un nuovo volume intitolato Pedofilia. Una battaglia che la Chiesa sta vincendo (Sugarco, Milano), offrendo dati che dimostrano come – grazie alle misure di Benedetto XVI – il numero reale dei casi di pedofilia clericale, da non confondersi con l’intensità del volume delle campagne giornalistiche, sia diminuito in modo veramente notevole. Diminuito non vuol dire ridotto a zero: per l’abolizione totale dei peccati dei preti, come di ogni peccato, dobbiamo aspettare la fine del mondo.
Il 3 maggio 2011 la Congregazione per la Dottrina della Fede ha pubblicato una «Lettera circolare per aiutare le Conferenze episcopali nel preparare Linee guida per il trattamento dei casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici». Il documento, pubblicato sotto Benedetto XVI, contiene pure una breve storia della risposta della Chiesa alla crisi dei preti pedofili. Ne consiglio un’attenta lettura prima di scrivere sciocchezze sui giornali. Il documento non ricostruisce la storia precedente al 2001 – su cui pure ci sarebbe molto da dire – ma parte dal motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela, del 2001, di san Giovanni Paolo II, con cui la repressione dei delitti sessuali commessi da sacerdoti – a proposito della quale erano dettate norme più severe quanto alla prescrizione – passava alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Questo mirava a rendere l’azione contro i colpevoli non certamente più blanda, ma più rigida, superando un certo malinteso buonismo purtroppo diffuso in qualche diocesi.
Ricorda poi la Lettera del 2011 che «nel 2003, l’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinale Joseph Ratzinger, ottenne da Giovanni Paolo II la concessione di alcune facoltà speciali per offrire maggiore flessibilità nelle procedure penali per i “delicta graviora”, fra cui l’uso del processo penale amministrativo». Questa precisazione non ha un puro valore storico, ma è importante a fronte di tante bugie che si leggono sui giornali. Come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’attuale Pontefice Emerito fu severissimo contro i preti pedofili, e non cessò d’inasprire le misure repressive. Un’opera, sottolinea ancora la Lettera, che ha continuato da Pontefice, con la «revisione del motu proprio [di san Giovanni Paolo II] approvata dal Santo Padre Benedetto XVI il 21 maggio 2010», che inaspriva ancora le pene e per la prima volta puniva severamente anche la frequentazione da parte di sacerdoti di siti pornografici su Internet.
Infine, la stessa Lettera del 3 maggio 2011 è stata rivista e voluta da Benedetto XVI, e afferma fra l’altro che «va sempre dato seguito alle prescrizioni delle leggi civili per quanto riguarda il deferimento dei crimini alle autorità preposte [degli Stati], senza pregiudicare il foro interno sacramentale. Naturalmente, questa collaborazione non riguarda solo i casi di abusi commessi dai chierici, ma riguarda anche quei casi di abuso che coinvolgono il personale religioso o laico che opera nelle strutture ecclesiastiche».
Avendo partecipato a numerosi convegni e gruppi di studio sul tema, e avendo personalmente redatto note e pareri su richiesta di organi della Santa Sede, ho qualche titolo per indignarmi di fronte alle autentiche menzogne che si leggono nei confronti di Benedetto XVI.
Semmai, Papa Ratzinger era criticato per l’eccessiva severità nei confronti dei preti pedofili, perché la sua normativa draconiana avrebbe rischiato di pregiudicare la presunzione d’innocenza e i diritti della difesa. Se ne può certamente discutere, possibilmente tra persone che conoscono le norme e hanno letto i documenti. Quello che non si può fare, senza rendersi colpevoli di calunnia – eventualmente scusata solo da un’ignoranza invincibile, che però non fa onore a chi scrive su giornali considerati autorevoli –, è scrivere che Benedetto XVI si comportava in modo blando o iper-garantista nei confronti dei preti pedofili, mentre è vero precisamente il contrario.
Non si tratta di togliere nulla a Papa Francesco, che ha continuato sulla strada tracciata prima dal cardinale Raztzinger come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e poi da Benedetto XVI, e ha ulteriormente aggiornato e precisato la normativa con il motu proprio dell’11 luglio 2013. Ma lo stesso Papa Francesco, ogni volta che è intervenuto sul tema, ha affermato di muoversi nel solco delle iniziative del suo predecessore, il quale aveva accompagnato il rigore normativo ai segnali di attenzione, richiesta di perdono e accoglienza nei confronti delle vittime dei preti pedofili, che anche Benedetto XVI aveva più volte incontrato. Del resto, perché mai Papa Francesco avrebbe dovuto cambiare una strategia che stava dando i suoi frutti?
Nell’intervista a Ferruccio De Bortoli apparsa sul Corriere della Sera del 5 marzo 2014, Papa Francesco ha affermato che la Chiesa, in materia di lotta alla pedofilia «ha fatto tanto. Forse più di tutti». «Le statistiche sul fenomeno», ha detto il Papa, mostrano che oggi ci sono più abusi altrove. «La Chiesa cattolica è forse la sola istituzione pubblica a essersi mossa con trasparenza e responsabilità. Nessun altro ha fatto di più». Credo che neanche il giornalista più capzioso possa immaginare che parlando della Chiesa che ha ottenuto risultati migliori di chiunque altro, documentati dalle statistiche, il Papa volesse parlare solo di se stesso e della Chiesa com’è da quando è diventato Pontefice lui: se non altro, perché i dati statistici disponibili si riferiscono ancora agli anni del pontificato di Benedetto XVI. Dunque le parole sono riferite a un impegno che certo continua con Papa Francesco, ma che è stato promosso e guidato per anni da Benedetto XVI. Sono certo applicabili a Papa Ratzinger le parole di Papa Francesco nell’intervista: tra i potenti della Terra, in materia di lotta seria alla pedofilia, «nessun altro ha fatto di più». L’attuale Pontefice continua – e avanza – su una strada che già il suo predecessore aveva rigorosamente tracciato.

(Fonte: Massimo Introvigne, La nuova Bussola Quotidiana, 26 settembre 2014)
http://www.lanuovabq.it/it/articoli-pedofilia-la-tolleranza-zero-viene-da-benedetto-xvi-10425.htm

giovedì 25 settembre 2014

Giustizia e misericordia. Una critica al libro del Card. Kasper

In un recente articolo apparso in www.chiesa il Padre Serafino Lanzetta manifesta alcune osservazioni critiche al libro del Card. Kasper “Misericordia. Concetto fondamentale del Vangelo – Chiave della vita”.
Dato che il libro di Kasper tocca alcuni temi teologici e morali di grande importanza e attualità, ho ritenuto bene riprendere e sviluppare le sagge annotazioni dell’illustre teologo francescano.
Innanzitutto dobbiamo condividere l’idea di Kasper che il tema della divina misericordia è una grande medicina per guarire dall’ateismo, ma non per il motivo addotto da Kasper, secondo il quale Dio non castiga ma usa solo misericordia, per cui, dopo Auschwitz, dovremmo abbandonare l’idea di un Dio che punisce.
In realtà, l’idea di Kasper è sbagliata, perché nella Scrittura l’attributo divino della giustizia punitiva è evidentissimo. Si tratta solo di intenderlo nel senso giusto, non come azione divina positiva tesa a recare pena o dolore al reo, ma si tratta di un’espressione metaforica presa dalla comune condotta umana, per significare il fatto che è il peccatore stesso col suo peccato a tirarsi addosso la punizione, così come per esempio chi eccede nel bere è “punito” con la cirrosi epatica. Questo è chiarissimo nella Bibbia. La morte non è qualcosa che consegue al peccato per un irrazionale o casuale intervento divino, ma è la conseguenza logica e necessaria del peccato, così come chi ingerisce un veleno necessariamente muore.
Kasper poi loda Lutero per il fatto che questi nel passo della Lettera ai Romani dove Paolo parla della “giustizia divina” (3,21), non intende la giustizia punitiva, ma l’azione misericordiosa di Dio, per la quale noi siamo “giustificati gratuitamente per la sua grazia” (v.24), “per mezzo della fede in Gesù” (v.22). 
Giustissimo, senonché però non sempre nella Bibbia la giustizia divina ha questo senso, ma in molti altri luoghi appare chiaramente come giustizia punitiva, anche se nel senso suddetto. Del resto è ben noto quanto Lutero manteneva il concetto della punizione divina, ammettendo, con la tradizione cattolica, l’esistenza del diavolo e di dannati nell’inferno.
In base a ciò, dobbiamo dire che è falsa l’affermazione di Kasper secondo la quale, con l’avvento di Cristo, “Dio ha messo definitivamente a tacere la propria ira e ha fatto spazio al suo amore e alla sua misericordia” (p. 103). Sono infatti notissimi tutti gli insegnamenti di Cristo circa l’esistenza dei dannati[1] e i passi nei quali Egli redarguisce con molta severità suoi avversari.
Indubbiamente c’è da ricordare che l’“ira divina” è un’espressione metaforica per esprimere appunto la giustizia divina. È infatti evidente che in Dio, purissimo Spirito, non esistono passioni e emozioni. L’ira divina è semplicemente la condizione penosa del peccatore privo della grazia e nemico di Dio. Dio non è nemico di nessuno. Egli, come dice S. Agostino, non ti abbandona, se non sei tu ad abbandonarLo.
La distinzione in Dio fra giustizia e misericordia non si fonda sull’essenza divina, né è proprietà necessaria di tale essenza, ma suppone l’esistenza del mondo, che Dio, se avesse voluto, poteva anche non creare. Infatti, mentre la misericordia è atto dell’amore gratuito di Dio per l’uomo peccatore, per cui questi viene da Dio indotto al pentimento e una volta pentito viene perdonato, sicchè, avendo recuperato la grazia, può compiere opere meritorie per la salvezza, la giustizia divina, come ho già detto, non è un atto positivo di Dio, ma è la giusta e logica conseguenza del peccato.
In questa luce e in questo senso la Bibbia dice che Dio premia i buoni e castiga i malvagi, confermando un’insopprimibile esigenza universale della coscienza morale naturale di ogni uomo onesto e leale. Diversamente, che senso avrebbero gli ordinamenti e gli istituti penali dello Stato e della Chiesa? Ci sarebbe la legge della giungla, dove il forte si mangia il debole e ciascuno non farebbe altro che voler prevalere sugli altri.
Se Dio non punisse i malvagi sarebbe ingiusto, anche se è vero che Egli mostra il suo amore facendo misericordia. Tuttavia la vera misericordia non si attua a scapito della giustizia, ma operando, come dice giustamente Padre Serafino, meglio e al di sopra della giustizia, che comunque va sempre rispettata. Se un peccatore è perdonato e non è punito, ciò non è ingiusto, ma è un’opera divina.
Non si deve opporre l’amore alla giustizia. Esiste infatti e deve esistere un amore per la giustizia. La punizione o l’uso della forza in se stessi non sono peccato, ma lo sono quando la pena è ingiusta, o troppo mite o troppo severa, e quando si usa la forza non in difesa del bene, ma per fare il male. Occorre dunque odiare l’ingiustizia e praticare la giustizia imitando la stessa giustizia divina.
L’impassibilità divina, come giustamente osserva P. Serafino, non è non so quale freddezza o durezza di cuore, ma significa semplicemente l’inviolabilità della natura divina e il fatto che non può essere privata di nulla e nulla le può mancare.
L’idea di un Dio solo misericordioso, che non punisce nessuno, non solo non risolve il problema dell’ateismo, ma lo esaspera. Infatti, la misericordia come tale allevia la sofferenza e solleva dalla miseria, le quali invece, in linea di principio, anche se non caso per caso, sono alla lontana, anche negli innocenti e nei santi, castigo del peccato originale e forse anche dei peccati personali o di quelli di coloro che ci fanno soffrire. 
Ebbene, se dovesse restare solo la misericordia senza la giustizia, allora tutte le pene di questa vita dovrebbero essere effetto della misericordia divina, cosa evidentemente assurda, che ci farebbe sentire beffati da un Dio di tal fatta. E’ vero che se viviamo le nostre pene quotidiane in unione a Cristo crocifisso, sperimentiamo la misericordia divina, non però per un’assurda confusione tra punizione e misericordia, ma perché in Cristo possiamo espiare le nostre colpe per puro dono della divina misericordia.
È ovvio che la tragedia di Auschwitz conduce a chiederci che ne fu allora dell’onnipotenza e della bontà divine. Perché Dio non è intervenuto o non ha impedito? Se ammettiamo la Scrittura come Parola di Dio, l’unica risposta ci viene dalla fede: perché Dio ha voluto invitare il suo Popolo a partecipare ai dolori del Messia. 
L’invito di Kasper alla speranza che simili cose non si ripetano più è giusto, ma intanto il credente non deve spiegare solo il futuro, ma anche il passato e il presente e fuori di Cristo non c’è spiegazione al mistero del male, del peccato e della sofferenza.
Quanto poi sostiene Kasper secondo il quale Kant avrebbe dimostrato l’impossibilità di dimostrare razionalmente l’esistenza di Dio mediante il principio di causalità partendo dalle cose del mondo, è una tesi assolutamente falsa, che contrasta sia con la ragione naturale e ancor più con gli insegnamenti della Chiesa, per esempio col Concilio Vaticano I, basati sulla stessa Sacra Scrittura (Cfr. Rm 1,19-20 e Sap 13,5).
Inoltre, grave calunnia contro la metafisica è l’accusa di Kasper secondo la quale la dottrina metafisica dell’Ipsum Esse, peraltro ricavata da S. Tommaso d’Aquino da Es 3,14, escluderebbe dagli attributi divini la misericordia: tesi falsissima, dato che la misericordia, dal punto di vista metafisico, non è altro che la manifestazione e l’attuazione dell’infinita bontà divina, attributo che la metafisica deduce dal trascendentale del bonum, in quanto sommo analogato della nozione del bene.
Altro grave errore teologico di Kasper è il credere che la misericordia è la proprietà fondamentale di Dio, (p.137), quasi fosse un attributo della sua stessa essenza. E giunge ad affermare che “la misericordia è la perfezione dell’essenza di Dio” (p. 105), come se Dio si dovesse perfezionare nell’esercizio della misericordia. 
Ora, dobbiamo dire che, essendo la misericordia legata all’azione divina nei confronti del mondo e poiché il mondo non fa parte dell’essenza divina, né Dio lo ha creato necessariamente o per essenza, anche la misericordia non entra necessariamente nell’essenza divina, per cui questa non si perfeziona affatto, in quanto Dio, essendo già di per sé perfezione infinita, non ha assolutamente bisogno di perfezionarsi o di essere perfezionato.
Per quanto poi riguarda la speranza della salvezza, la Bibbia non dice da nessuna parte che dobbiamo sperare la salvezza di tutti, come crede von Balthasar ripreso da Kasper, ma al contrario insegna chiarissimamente che non tutti si salvano, per quanto non sia affatto proibito ma anzi è doveroso pregare per la salvezza dei peccatori, finchè sono in vita. Viceversa io ho il dovere di sperare nella mia salvezza, fondando tale speranza su di un assiduo impegno per la salvezza mia e degli altri.
Kasper non si spinge come per esempio Rahner a dirsi certo che tutti si salvano. La sua tesi è più morbida. Egli ritiene infatti che “Possiamo sperare nella salvezza di tutti, ma di fatto non possiamo sapere se tutti si salveranno” (p. 169). Tale idea non raggiunge però ancora quanto insegnano la Bibbia e il Magistero della Chiesa. Dottrina di fede è invece che non tutti si salvano (Concilio di Trento, Denz.1523 e Concilio di Quierzy dell’853, Denz. 623).
Altro grave errore teologico di Kasper, contrario al dogma cattolico, come lascia intendere Padre Lanzetta, è l’idea di un Dio sofferente. Certo, anche qui possiamo usare la metafora o la comunicazione degli idiomi, in quanto, per esempio, possiamo dire che Dio soffre in Cristo in quanto Cristo è uomo. 
Ma asserire la sofferenza nella natura divina è eresia. Certo Kasper tenta di sfuggire a questa grave conseguenza, ma esce in espressioni contradditorie, che non hanno senso, dicendo che in Dio la sofferenza sarebbe una perfezione e addirittura espressione della sua onnipotenza: “per la Bibbia… la con-sofferenza di Dio non è espressione della sua imperfezione, della sua debolezza e della sua impotenza, ma è espressione della sua onnipotenza… Egli non può quindi essere passivamente e contro la sua volontà colpito dal dolore, però nella sua misericordia si lascia sovranamente e liberamente colpire dal dolore” (pp. 184-185)[2].
Queste posizioni di Kasper, è vero, toccano solo la metafisica, la teologia e il dogma. Di recente si è fatto conoscere un Kasper che, in vista del prossimo sinodo dei vescovi sulla famiglia, a proposito del delicato problema dei divorziati risposati, ha manifestato, in nome della “misericordia”, idee che hanno incontrato opposizioni e critiche nell’ambito dello stesso collegio cardinalizio.
Il mio timore è che le tesi lassiste di Kasper siano la conseguenza delle deviazioni di fondo denunciate da me e da Padre Serafino. Inoltre, insultare la metafisica non è senza conseguenze nel campo della fede, del dogma e della morale. E la vicenda culturale e spirituale del Card.Kasper sembra esserne una prova conturbante ed istruttiva.

[1] Al riguardo mi permetto di segnalare il mio libro L’inferno esiste. La verità negata, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2010.
[2] Al riguardo mi permetto di segnalare i miei studi IL MISTERO DELL’IMPASSIBILITA’ DIVINA, Divinitas, 2, 1995, pp.111-167; LA QUESTIONE DELL’IMMUTABILITA’ DIVINA, in Rivista Teologica di Lugano, n.1, marzo 2011, pp.71-93. 
 
(Fonte: P. Giovanni Cavalcoli,OP, Fides Catholica, 20 settembre 2014