lunedì 4 aprile 2011

“Quello che gli uomini non dicono. La crisi della virilità”. Un libro di Roberto Marchesini.

Tra i tanti fenomeni emergenti di questi ultimi anni c'è sicuramente la crisi dell'uomo, inteso come maschio. È debole, stanco, demotivato, passivo, solo. E triste. Alcuni uomini sono depressi, insicuri, ansiosi; sperimentano un senso di inadeguatezza sia in famiglia, che sul lavoro, che con gli altri uomini; hanno una scarsa autostima e poca fiducia in sé e nelle proprie capacità; si sentono timidi, paurosi, deboli. Le ricerche dicono che aumenta l'impotenza maschile, l'ansia da prestazione sessuale, l'infertilità maschile e rilevano persino una graduale riduzione del desiderio sessuale e del livello di testosterone, l'ormone maschile. E' una crisi di virilità. Intesa come disponibilità a rischiare la vita per salvarla, per salvare l'onore (cioè la dignità umana), per la fedeltà ai propri valori; intesa come assertività, coraggio, fortezza. Il termine virilità deriva dal latino, lingua che usa due termini diversi per indicare l'uomo: vir e homo; stessa cosa vale per il greco: aner e anthropos. Homo e anthropos indicano l’uomo in quanto maschio, mentre vir e aner rimandano alla persona maschile pienamente realizzata, ossia l'eroe. La crisi della virilità è per l'uomo una crisi d'identità: egli non sa più chi è, come è, come dovrebbe essere e come lo vogliono gli altri. Ci prova, ad accontentare tutti, ma non funziona: sembra che nessuno sia contento di lui. E questo lo fa soffrire. È una crisi inedita, nella storia dell'umanità. Non è mai accaduto che così tante persone restassero senza risposta davanti agli interrogativi “Chi sono? Quale è il mio ruolo? Quale è il mio posto nel mondo?”. È la terribile situazione in cui qualunque cosa facciano è sbagliata. Per molti significa: “Tu sei sbagliato”. Gli psicologi clinici l'hanno chiamata “doppio legame”, e hanno ipotizzato che sia alla base della schizofrenia. Oggi gli uomini non hanno vita facile. Pare, infatti, che per la società odierna la civiltà sia femminile, la barbarie maschile. Tutto ciò che ha un vago odore di virilità suscita disgusto e disprezzo. Sembra che meno testosterone c'è in giro, meglio è. Se un uomo vuole essere non certo apprezzato, ma per lo meno tollerato, deve mostrarsi assolutamente alieno dai conflitti, per nulla risoluto, attento ai sentimenti più che al raggiungimento degli obiettivi, un po’ come l’orsacchiotto che i bambini tengono sul cuscino: inerte, passivo e perciò innocuo. Un uomo, insomma, non virile. L'unico uomo buono è l'uomo morto; o quello castrato. Basti pensare alla forza, tipica caratteristica maschile; se ne sente parlare come se fosse un sinonimo di violenza, anziché esserne l'antidoto. Male-bashing, lo chiamano: aggressione anti-maschile. Nelle scuole svedesi i bambini sono obbligati a fare la pipì seduti sul water, anziché in piedi, perché questa postura sarebbe “antiigienica, volgare ed evidentemente maschilista”; nelle scuole elementari britanniche è stata proibita una serie di espressioni ritenute offensive e discriminatorie, tra le quali “Comportati da uomo”. In Italia le cose non sembrano andare molto diversamente. Risale al 2006 una campagna organizzata dalla Provincia di Brescia contro la violenza sulle donne. In tutta la provincia sono stati affissi due manifesti: nel primo era raffigurata una ragazza con una mano sul viso, con la scritta “Gli occhi neri sono di suo padre”; nel secondo l'immagine rappresentava un bambino nell'atto di picchiare una bambina, con la scritta “Lo fa anche papà”. E' invece dell'inizio del 2008 una campagna pubblicitaria lanciata dal fotografo Oliviero Toscani per il settimanale “Donna moderna”. Si trattava di una immagine shock che rappresentava due bambini nudi (Mario e Anna) sotto l'immagine dei quali si leggeva, rispettivamente, “Carnefice” e “Vittima”. Mario, futuro carnefice perché maschio; Anna, futura vittima perché femmina. Intervistato dal settimanale, alla domanda: “Perché non è Anna a diventare carnefice?”, Toscani risponde: “Un po’ dipende dal sangue, dal Dna, non c’è dubbio”. Il messaggio è chiaro: il padre è un orco, il maschio è un carnefice. Dipende dal Dna, non c'è dubbio. Cos'altro dovrebbe restare da fare all'uomo, al padre, dopo una simile campagna? Vergognarsi? Chiedere perdono? Nascondersi, mimetizzarsi, tentare di convincere il mondo che lui è sì un uomo, ma non ne ha colpa? Che in realtà non è un vero uomo, e che ripudia la sua virilità? Si potrebbe pensare che nella società attuale l'unico ruolo che l'uomo possa ricoprire senza suscitare riprovazione è quello riproduttivo, in modo da permettere all'umanità di avere nuove generazioni di donne. Riproduttivo, si badi bene, non sessuale, dato che le femministe radicali, negli anni '60 del secolo scorso, hanno stabilito che l'orgasmo clitorideo è meglio di quello vaginale, e quindi la penetrazione è inutile. Insomma, l'uomo come il fuco, il maschio dell'ape - senza pungiglione, si badi bene - il cui unico scopo è fecondare la regina; o come il maschio della mantide religiosa, che viene divorato dalla femmina dopo (o in alcuni casi durante) l'accoppiamento. Chissà per quanto ancora, visto che l'unico obiettivo che pare avere la biotecnologia è quello di garantire la fecondazione senza accoppiamento; con la notizia che sarebbe possibile ricavare sperma dal midollo spinale, l'uomo ha perso anche la funzione riproduttrice, e sembra essere diventato assolutamente inutile. C'è persino chi ha scritto “[...] il cromosoma Y può essere interpretato come una pura disfunzione genetica che fa sviluppare il corpo femminile standard in uno speciale, maschile”; “[...] nel giro di qualche migliaio di generazioni gli uomini scompariranno del tutto”; “[...] un adulto maturo è una donna”. Forse l'uomo dovrebbe ringraziare l'industria pubblicitaria, che ne preserva la sopravvivenza trasformandolo in un consumatore; di prodotti tipicamente femminili, ovviamente. Cosmetici, trattamenti di bellezza, lampade abbronzanti, depilazione, shopping, abiti ed accessori trendy, palestra: queste sono le caratteristiche dell'uomo metrosexual (trasformato poi, perché il mercato ha sempre ingordigia di novità, in übersexual): ossia “gay quel tanto che basta”, cioè femminile sia dal punto di vista psicologico che dal punto di vista fisico, con una pelle morbida, liscia, depilata, profumata... Il suo corrispettivo giovanile è il ragazzino emo, ossia “emotivo”: “Si tratta di maschi che hanno imparato alcune lezioni molto positive dal loro lato femminile, ma a spese della loro spina dorsale”. La virilità pare un virus ormai quasi completamente debellato, che ogni tanto, non si capisce bene perché, si ostina a fare capolino nel mondo maschile e a provocare tutti i guai di questa terra. Pochi la considerano un frutto magari un po' aspro ma buono e salutare; e, soprattutto, che non cresce in modo così spontaneo, ma che necessita di cure e attenzioni. Un frutto del quale la nostra società ha bisogno. Il 41° Rapporto Censis sulla situazione sociale del paese, ha descritto la società italiana con le parole “poltiglia di massa”, “mucillagine”, costituita da “ritagli umani” caratterizzati “da una sempre più generalizzata volgarità plebea” e da una “diffusa povertà psicologica”; questi ritagli umani sono attratti dall'“arricchimento facile con mezzi facili” anziché dal lavoro, dal “credito al consumo” anziché dal risparmio, sono guidati da “pulsioni” ed ossessionati dall'apparire. Questo ritratto sembra la fotocopia di quello che aveva tracciato monsignor Bagnasco nella sua prolusione d'apertura della sessione del Consiglio Episcopale Permanente, pronunciata nel settembre 2007: “Come non intravedere qui l'atteggiamento di resa che contrassegna tanta prassi sociale, in cui a prevalere sono il divismo, il divertimento spinto ad oltranza, i passatempi solo apparentemente innocui, il disimpegno nichilista e abbrutente la persona, giovane o adulta non importa, ché, tanto, verso il peggio le differenze si annullano?”. Non è forse questa la descrizione di una società di bambini viziati, di Peter Pan, un “paese dei balocchi” abitato da tanti Lucignolo dediti al divertimento senza responsabilità? I “nuovi diritti” dei quali si sente sempre più frequentemente parlare, non sono fondati (anziché sulla natura umana, come i “vecchi”) sui desideri, portandoci a quella “dittatura del desiderio” più terribile di qualsiasi altra? E la locuzione “dittatura del desiderio” non è sostituibile con il termine “capriccio”, usato nel caso di bambini viziati, egocentrici, che non riconoscono altra autorità che non sia il proprio desiderio, che non si sono mai sentiti dire “No”? Ucciso a martellate il padre-grillo parlante, fatto tacere il suo richiamo al sacrificio, alla pazienza, alla perseveranza, è un caso se la nostra società, una società senza padre, non ha più strumenti per affrontare il dolore e la morte, di fronte ai quali reagisce con la difesa più primitiva che esista, la negazione? Ma in ogni “paese dei balocchi” c'è un risveglio con le orecchie d'asino. Per alcuni questo triste risveglio è stata la preghiera collettiva tenuta da fedeli musulmani in piazza Duomo a Milano, davanti alla cattedrale di san Petronio a Bologna e in altre piazze d'Italia e d'Europa nel gennaio del 2009, commentata così su Il Giornale da Michele Brambilla: “Ed è di questo che abbiamo paura. Non dei musulmani, la cui aggressività in tutto il mondo è piuttosto, probabilmente, un segno di debolezza e di declino. Abbiamo paura dell’ignavia, della viltà, dei contorcimenti mentali di un Occidente che soffre di infiniti complessi e sensi di colpa. Di un mondo che per non offendere i musulmani cancella i presepi, i riferimenti a Gesù nelle canzoni di Natale e il prosciutto dalla mensa dell’asilo: ma che non ha nulla da eccepire se il Duomo è costretto a chiudere. Che cosa avremmo letto sui nostri giornali se quattro cattolici tradizionalisti fossero andati a pregare davanti alla moschea di Segrate? È il nulla dell’Occidente che spaventa. Il vuoto pneumatico di valori e ideali che lascia campo libero a chi, invece, si nutre di un pensiero forte e di uno spirito di conquista. Non ce ne frega nulla di rinunciare al presepe perché al Natale non crediamo più, così come non crediamo più in niente: né in una filosofia che non sia quella del godersi la vita, né in una morale che non sia quella del secondo me. L’Occidente tace, di fronte all’avanzata dell’islam, perché non ha niente da dire: la stessa Chiesa sembra spesso rinunciare, per paura chissà di che, ad essere se stessa”. Parecchi sembrano essersi accorti della mancanza di un novello Marco d'Aviano, di un odierno Jan Sobieski che possano difendere l'Europa e la sua cultura dall'invasione dei barbari. Li abbiamo disarmati della croce e della spada, li abbiamo costretti a vergognarsi della loro forza, li abbiamo obbligati a chiedere perdono. E adesso siamo inermi, in balia di chiunque. Non c'è più un uomo disposto a sacrificarsi per noi, a usare la sua forza per difendere i deboli, a rischiare la propria vita per salvare quella degli altri.

(Fonte: Totustuus network, 2 aprile 2011)

Il caso de Mattei: riflettere su Dio e il male ed essere accusato d’indegnità scientifica

Lo storico Roberto de Mattei non immaginava che la riflessione da lui fatta dai microfoni di Radio Maria una settimana fa, nel corso di una rubrica mensile intitolata alle radici cristiane, sarebbe stata usata per chiedere le sue dimissioni dalla vicepresidenza del Consiglio nazionale delle ricerche, per incompatibilità tra le idee espresse in quella occasione e il ruolo scientifico che la sua carica presuppone. Rilanciate dall’Unione atei e agnostici razionalisti, le parole di De Mattei sono diventate, in un titolo della Stampa, l’affermazione che “il terremoto è un castigo di Dio”: “Il suo, insomma, è un punto di vista non particolarmente basato sulla scienza – ha scritto la giornalista Flavia Amabile – ed è abbastanza comprensibile: se si legge il suo curriculum si nota che non è uno scienziato ma uno storico con evidenti radici cattoliche”. E’ il professor De Mattei a spiegarci che “i temi da me trattati da un anno nella rubrica su Radio Maria, da privato cittadino e ovviamente senza che sia mai stato citato il mio ruolo al Cnr, sono di carattere religioso. Mercoledì scorso ho parlato del mistero del male, accostando due episodi di sofferenza: il terremoto giapponese e l’assassinio del ministro pachistano cristiano Shahbaz Bhatti, un male indipendente dalla volontà dell’uomo e un male originato dalla persecuzione e dall’odio umano. Ho detto testualmente che non c’è male morale nel terremoto perché il terremoto viene dalla natura, che è in sé buona, è creata da Dio, e se Dio permette i terremoti e altre sciagure, esistono ragioni che egli conosce e che noi non conosciamo”. De Mattei ha ripreso alcuni passi di quanto monsignor Orazio Mazzella, arcivescovo di Rossano Calabro, pubblicava in un libriccino all’indomani del terremoto di Messina, nel 1908. “Mazzella, a proposito del male inspiegabile, della catastrofe che colpisce indiscriminatamente, faceva una serie di ipotesi. La prima è che attraverso queste sciagure Dio ci stacca dai beni della terra e ci fa sollevare gli occhi al cielo. Una seconda ipotesi – ipotesi, non sentenza – è quella della punizione, una terza è che attraverso la sofferenza e il sacrificio le anime hanno la possibilità di unirsi a Dio. Ho aggiunto che l’unica cosa certa, per noi credenti, è che una ragione per Dio c’è, anche se non ci è dato comprenderla. Tutto ciò che accade ha un senso”. Si rimprovera a De Mattei il passaggio in cui dice, sempre citando Mazzella, che “ci accorgeremo che per molte di quelle vittime, che compiangiamo oggi, il terremoto è stato un battesimo di sofferenza che ha purificato la loro anima da tutte le macchie, anche le più lievi, e grazie a questa morte tragica la loro anima è volata al cielo prima del tempo perché Dio ha voluto risparmiarle un triste avvenire”. Le riflessioni di De Mattei – al quale, inoltre, non si perdona di aver organizzato tempo fa un convegno di studiosi antidarwinisti – sono senza dubbio faticose da sentir pronunciare, ed è comprensibile che per molti siano inaccettabili. Ma che c’entra l’indegnità “scientifica” del vicepresidente del Cnr? De Mattei dice che “dovrebbe essere evidente che un credente, come io sono, all’interno di una meditazione dettata dalla fede (è una colpa?) abbia il diritto di ricordare quello che la dottrina cattolica, il magistero dei padri e dei dottori della chiesa, degli stessi Pontefici, ripete da sempre: Dio non ha creato il mondo per disinteressarsene”. Il problema, secondo lui, è che “chi chiede le mie dimissioni vuol fare passare il principio che un cattolico non possa svolgere funzioni pubbliche. Chi crede nel dogma dell’Immacolata Concezione non potrà quindi mai più insegnare all’Università? Chi fa la comunione, e quindi crede nella transustanziazione, dovrà nascondere la propria fede perché ‘antiscientifica’? Gli insegnanti credenti che svolgono un ruolo pubblico, non potranno più andare a parlare di ciò in cui credono alla radio, cattolica o meno?”. A De Mattei è arrivata la solidarietà di un ricercatore laico, lo storico del Cnr Luca Codignola, che sull’Occidentale ha denunciato la “petizione di benpensanti progressisti” che vogliono le sue dimissioni. Einstein diceva che Dio non gioca a dadi con l’universo, il grande genetista cristiano Francis Collins ha scritto che la scienza è per lui una “opportunità di preghiera”. Da declassare anche loro? “E’ evidente – conclude De Mattei – che qualcuno sogna una specie di dhimmitudine laicista: sei credente? Bene, purché te ne rimanga in chiesa; senza occupare spazi pubblici né pretendere di parlare pubblicamente delle tue convinzioni”.

(Fonte: Il Foglio, 30 marzo 2011)

lunedì 14 marzo 2011

Radio Londra: una voce fuori dal coro, contro l'ipocrisia

Oggi, alle 20.30, su Rai Uno inizia Radio Londra, la striscia quotidiana di Giuliano Ferrara. Una buona, buonissima notizia. Finalmente, quasi con la gioia del clandestino che sfida il regime sintonizzandosi su una voce libera, avremo la possibilità di sentire in prime time una voce diversa dalla monocultura che finora ha regnato in RAI. Finalmente avremo un momento quotidiano per attivare il cervello.
Giulianone ha detto che non risparmierà nessuno, tranne il Papa. Altra buona, buonissima notizia. Ferrara, del resto, è il capofila di quegli strani laici devoti che sono la vera novità nel panorama culturale italiano. Finora, anche qui, l’unico modello imperante nella TV pubblica era quello di Corrado Augias, esponente di un anticlericalismo bigotto e retrivo. È bello e utile sentire una voce diversa, fuori dal coro.
Una voce, soprattutto, che non vuole essere ipocrita, come quelli che l’altro giorno sventolavano in piazza la Costituzione e ascoltavano il signor Ingroia, magistrato, che attaccava il Governo su una riforma della giustizia che non è ancora nemmeno approdata in Parlamento. Si può sventolare la Costituzione e assistere, contemporaneamente, alla sua distruzione. Questa è l’ipocrisia di cui parlo.
Ferrara ci andrà giù sicuramente in modo pesante, utilizzando il diritto alla libertà d’opinione che non può essere solo un privilegio dei Santoro, Saviano, Fazio e Travaglio. Già oggi ha denunciato, in un suo editoriale, che “la lotta faziosa di una parte dell’ordine giudiziario contro il potere legislativo, inaudita in un Paese liberale qualunque, è uno scandalo istituzionale”. E poi ha spiegato i tre semplici motivi per riformare la giustizia. Eccoli.
1) La separazione delle carriere è qualcosa di molto opportuno e del resto già in atto in altri Paesi. Il magistrato inquirente deve essere messo sullo stesso piano del difensore, mentre chi giudica deve stare al di sopra delle parti.
2) Anche il magistrato deve essere responsabile nei confronti dei cittadini nel momento in cui esercita la propria professione. Attualmente la legge non è uguale per tutti. I magistrati distruggono, quando sbagliano, delle persone, e non pagano mai. Bisogna cambiare.
3) Non si può essere processati una seconda volta dopo essere stati assolti: “Da noi il principio è che si può emettere sentenza in base al libero convincimento del giudice, un criterio meramente soggettivo. Bisogna invece che la libertà del giudice sia ancorata all’oggettività di una certezza come base per un giudizio nel giusto processo”.
Sulla riforma proposta dal Governo si sta registrando l’ampia convergenza dell’opinione pubblica e quella un po’ stiracchiata del cosiddetto terzo polo. D’altro canto è davvero difficile prendere una posizione pregiudizialmente contraria senza dare l’impressione che si stanno facendo degli interessi di casta (quella dei magistrati) o che, più semplicemente, non si vuole darla vinta a Berlusconi, semplicemente perché dopo non si potrebbe più dire che “non ha fatto niente”. Tanto più che è evidente che questa riforma avrà tempi lunghi per essere approvata, più lunghi dei processi che incombono sul premier. A parte il solito Di Pietro con i suoi peones, chi, come al solito, sta facendo una figuraccia è Bersani. Che ancora una volta è capace di dire solo un no pregiudiziale.
E, infine, chi si trova in mezzo al guado sono proprio i magistrati, fortemente tentati di difendersi come una casta, arrivando addirittura a minacciare uno sciopero (come se fossero tassisti) che è qualcosa di inconcepibile. Se il Giudiziario è un potere dello Stato, rilevava l’altro giorno Piero Ostellino, dispone di canali propri per far valere le proprie ragioni (e questo è il punto per il quale è del tutto deprecabile la performance di piazza del signor Ingroia, che non può difendersi con un semplice “ho espresso la mia opinione”). Lo spettacolo che certa magistratura ci sta offrendo è inquietante, “perché – scrive Ostellino – indice un tasso di degrado e di delegittimazione delle istituzioni che mina le basi stesse della nostra democrazia. (...) Qui è in discussione la credibilità dello Stato costituzionale”.
Insomma, c’è in ballo qualcosa di molto importante. Ed è per questo che saluto con gioia il ritorno di Ferrara in TV e che mi sintonizzerò quotidianamente con la sua Radio Londra. Abbiamo proprio bisogno di aria nuova e di qualcuno che abbia il coraggio di parlare fuori dal coro!

(Fonte: Gianluca Zappa, La Cittadella, 13 marzo 2011)

Scuola: Quelli del sesso coi bambini

La notizia è tratta dal settimanale Tempi: “Dopo i corsi sessuali obbligatori della Spagna di Zapatero, nel Regno Unito ben 16 Comuni hanno deciso di introdurre l'educazione sessuale anche all'asilo. I manuali sono osceni. A mo' di fumetto si vedono genitori che fanno sesso, con tanto di spiegazioni sulle posizioni possibili e su come avviene l'atto, con esplicita menzione di peni e vagine. La lesione del diritto di libertà educativa è tale che oltre all'Istituto cristiano inglese, sono gli stessi genitori a ribellarsi”.
Così va il mondo, amici. C’è gente in giro che, senza alcun senso del pudore, del limite, della delicatezza e del rispetto che si dovrebbero ai bambini, propaga una precocissima iniziazione al sesso; per ora, e solo per ora, si spera, teorica. Questa gente sappiamo benissimo da che tipo di formazione politico-ideologica proviene. Sono gli araldi di un mix infernale che mette insieme sinistrismo e nichilismo relativista. Un’ideologia oscena e disastrosa, i cui devoti sono gli stupidi servitori (quando benintenzionati) del potere economico mondiale che deve fare soldi con tutto. Del resto era già scritto: basta leggere “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley, che già nel 1932 metteva in scena questo scempio e questa violenza sull’infanzia (nel romanzo, i ragazzini sono iniziati da subito, e in modo obbligatorio, ai giochini sessuali, che fanno parte del programma scolastico statale).
Questa nuova cultura di Stato, questo pensiero unico che non risparmia nessuno, viene letteralmente imposto dall’alto, e diventa veramente difficile opporvisi. Leggo ad esempio, sempre su Tempi, che lo scorso 9 marzo “è stata condannata a 43 giorni di prigionia una mamma che nel 2006 si era rifiutata di pagare una multa da 2.340 euro per essersi rifiutata di far partecipare i propri figli a dei corsi sessuali contrari al proprio credo cristiano. Ora, gli avvocati della donna, membri di un istituto per la libertà religiosa, si sono appellati alla Corte europea per i diritti dell'uomo. Purtroppo però la Corte giudica sempre a partire dalle leggi statali e in Germania la scuola è obbligatoria, tanto che per lo stesso motivo una famiglia si è rifugiata in America con diritto d'asilo per persecuzione di una libertà fondamentale”.
E in Italia? Abbiamo dovuto sorbirci il moralismo di gentaglia che si è messa a spiare il privato del premier solamente per dargli la famosa “spallata” (quella che non arriva mai). È stato il trionfo del moralismo di gentaglia che ha in testa un programma ideologico molto, molto simile a quello di Spagna e Regno Unito, gentaglia che si batte perché nelle scuole vi siano distributori automatici di preservativi, gentaglia che quotidianamente deride ogni discorso sul pudore, la castità, il rispetto, la continenza, e che poi si scandalizza se qualcuno, nel suo privato, si comporta come vorrebbe che si comportassero tutti.
Vogliono dare una spallata al “porco” per prendere il potere e poi renderci tutti allegramente porci. È il comunismo del porcile. Non le dicono, queste cose, non le rendono pubbliche, se le tengono nascoste. Ma noi sappiamo benissimo da che parte pendono, cosa vogliono davvero. Se non lo confessano è perché hanno una stramaledetta paura di perdere ancora voti, di sparire letteralmente dalla scena politica nazionale. Non possono parlare, ed infatti non sappiamo nemmeno quale sia il loro programma. Si limitano a scandalizzarsi, a prendere le distanze, a piagnucolare.
Dicono che la nostra Italia è sputtanata all’estero. Punti di vista. Saremo pure sputtanati, ma per lo meno, almeno per adesso, non ci vengono imposte le porcate che si fanno in Spagna, nel Regno Unito, in Germania. Quelle sì che sono nazioni sputtanate, di cui vergognarsi. Quella sì che è una politica scolastica ed educativa degenerata, disumana, criminale. In quelle nazioni la famiglia deve subire il diktat di una scuola statale che passa tranquillamente sulle coscienze, sui valori, sull’educazione impartita dai genitori.
Questa gentaglia ha la questione morale nell’armadio, come uno scheletro scomodo. Bisogna smascherarla, sempre e comunque; bisogna rinfacciarle quella stupida ed ideologica distruzione di ogni valore relativo alla sessualità umana, nefasto retaggio della rivoluzione degli anni Sessanta; bisogna tirarla giù dal pulpito sul quale ama collocarsi, mostrando che non è degna di nessun pulpito.
E per farlo non servono tanti discorsi: bastano fatti come quelli che avvengono nel Regno Unito. Del resto l’albero si riconosce sempre dai suoi frutti...

(Fonte: Gianluca Zappa, La Cittadella, 10 marzo 2011)

Il sangue dei martiri che sconfisse il comunismo

La parola “martirio” non è un concetto da relegare all’immaginario della Chiesa delle origini. Esso caratterizza ogni momento ed ogni epoca del cristianesimo ed oggi ne abbiamo un drammatico riscontro nel continente asiatico, in particolare in Medio Oriente. Il secolo scorso, del resto, ha segnato un drammatico ritorno delle persecuzioni anticristiane, il cui momento più emblematico è proprio quello dell'oppressione dei regimi totalitari, nelle loro varie forme.
La maggior parte di tali martirii si è verificata sotto i regimi comunisti. L'argomento è stato affrontato dallo storico e teologo George Weigel, biografo di papa Wojtyla, che in questi mesi sta affrontando in modo sistematico il tema, attraverso un ciclo di letture negli Stati Uniti e in Europa, dal titolo The Communist War Against the Church. New Evidences from the Past and Lessons for the Future. “Ventuno anni dopo il crollo del Muro di Berlino – afferma Weigel – la memoria di tutto ciò sta svanendo”. Eppure stiamo parlando di una vera e propria guerra che messo in campo spie, talpe, agenti segreti, propaganda, disinformazione, fino alla soluzione finale dei gulag.
Un notevole contributo di notizie inedite proviene dal ben noto “archivio Mitrokhin”: a questa ed altre fonti Weigel ha attinto per la sua ultima biografia di Giovanni Paolo II, The End and the Beginning. Pope John Paul II – The Victory of Freedom, the Last Years, the Legacy, uscita negli USA lo scorso settembre. “La guerra del comunismo contro la Chiesa Cattolica – spiega Weigel - i modi in cui fu condotta, le forme di resistenza ecclesiale (alcune fallimentari, altre di successo) rappresentano un importante monito per il futuro, oltre che un contributo alla chiarificazione del passato. Sin dalla Rivoluzione d'Ottobre, la Chiesa ha rappresentato per i sovietici una ‘minaccia mortale per i propri programmi ed interessi’”. Se da un lato gli USA erano il principale avversario militare e politico, il Vaticano rappresentava il principale avversario ideologico, nonché principale ostacolo nell'esportazione degli ideali marxisti, nel Terzo Mondo, in particolare in America Latina.
A fronte di ciò la menzogna dei sovietici fu clamorosa: per tutta la Guerra Fredda, il Cremlino negò sempre, finanche nei rapporti diplomatici con la Santa Sede, qualsiasi persecuzione nei confronti dei cristiani d'oltrecortina. Mentendo e sapendo di mentire i ministri degli esteri sovietici affermavano costantemente che nel loro paese la libertà religiosa era tutelata. Negli ultimi anni della Guerra Fredda, peraltro, furono soprattutto i servizi sovietici ad alimentare la leggenda nera di papa Pio XII antisemita e connivente con i nazisti. Distruggere la reputazione della Chiesa Cattolica e del suo massimo rappresentante era l'unica strada per far trionfare il socialismo reale.
I primi trent’anni di comunismo si caratterizzarono per una più o meno tenace resistenza da parte delle chiese nazionali: emblematiche, in tal senso, sono figure come quella del cardinale ucraino Josyf Slipyi, per quasi vent’anni prigioniero nei gulag, o di monsignor Alojzije Stepinac, controverso vescovo croato, considerato un martire dagli anticomunisti e un fascista dai comunisti, in quanto presunto colluso con il regime ustasha. In questa prima fase storica la figura “vincente” è tuttavia soprattutto quella del primate di Polonia, Stefan Wyszyński, testimone della fede in un paese inossidabilmente cattolico, che è riuscito a resistere all’ortodossia, al protestantesimo e, nell’ultimo secolo, a nazismo e comunismo.
Negli anni ’60 la convocazione e lo svolgimento del Concilio Vaticano II, con l’arrivo a Roma di numerosi vescovi d’oltrecortina, rappresentò una ghiotta occasione per il KGB, la Stasi, il SB e tutti i servizi segreti dei regimi comunisti europei per assumere un controllo più incisivo del Vaticano dall’interno. La ostpolitik di papa Giovanni XXIII, spinse ad una strategia di prudenza nei confronti dell’avversario, che in tante occasioni si dimostrò abile nella sua opera di corruzione di numerosi prelati e funzionari curiali.
Nel 1978 l’elezione al soglio pontificio del cardinal Karol Wojtyla, arcivescovo di Cracovia e degno discepolo di Wyszyński, sparigliò le carte in tavola. Già dagli anni ’50, Wojtyla era considerato una vera e propria mina vagante per la stabilità del comunismo in Polonia. Diventato pontefice, Giovanni Paolo II, ben consapevole che i servizi segreti comunisti erano ben radicati in Vaticano, mutò strategia: “I documenti che concernevano la Polonia ed altri affari delicati – afferma Weigel – non venivano più affidati alla Segreteria di Stato ma mantenuti all’interno dell’appartamento papale, al riparo da speculazioni”. Quel papa slavo era ritenuto un “sovversivo”, responsabile di una “lotta ideologica”, mirata a danneggiare i regimi socialisti. Il fallito attentato alla vita del pontefice del 13 maggio 1981 non rappresentò affatto la fine della guerra del comunismo alla Chiesa. Pochi mesi dopo, infatti, in Polonia viene proclamata la legge marziale e la repressione si intensifica. Tra i martiri di questo difficile passaggio figura Jerzy Popiełuszko, cappellano di Solidarnosc, uno dei sacerdoti polacchi più fedeli al papa e più tenacemente anticomunisti. La guerra era totale e senza tregua.
La prima lezione che si può trarre da questa storia è che “Cattolicesimo e comunismo – afferma Weigel - offrivano al mondo due visioni radicalmente diverse della natura umana, della comunità umana, delle origini umane e del destino umano”. In altre parole: erano incompatibili al cento per cento. Ed è proprio da questa incompatibilità che scaturì la strategia di Giovanni Paolo II, secondo il quale era in corso una vera e propria lotta tra il Bene e il Male e il perseguimento di una vittoria della libertà sulla tirannia era qualcosa di molto più lungimirante che non una politica di compromesso e di un’evoluzione in senso socialdemocratico di entrambi i blocchi.
Quello della libertà religiosa rimane un problema aperto in molti paesi comunisti, post-comunisti (Cina, Vietnam, Corea del Nord, Cuba) o islamici, i cui regimi, in modo neanche troppo velato, si ispirano al nazismo o al leninismo. La storia, però, ci ha insegnato che “l’appeasement non funzionò né con Napoleone, né con i regimi anticlericali spagnolo o messicano e nemmeno nell’Austria, dopo l’Anschluss nazista”, afferma Weigel. Basta anche guardare alle condizioni in cui versano le comunità cattoliche nell’Europa dell’Est: in Repubblica Ceca e in Ungheria, dove l’acquiescenza dei vescovi ai regimi totalitari raggiunse i suoi massimi livelli, la chiesa è in profonda crisi. Esattamente il contrario di quanto avviene in Lituania, Ucraina e, soprattutto, in Polonia.
L’altra grande lezione per il futuro concerne i rapporti tra Chiesa Cattolica e Chiesa Ortodossa russa, nonché tra Vaticano e Russia. La chiesa di Roma e quella moscovita sono infatti unite dallo straordinario numero di martiri che hanno versato il sangue durante il comunismo. Ed è proprio il sangue dei martiri, anche nella nostra epoca, il seme della vittoria cristiana. “Il loro sacrificio – conclude Weigel – e ciò che possiamo impararne sulla virtù della fortezza (cioè, il coraggio) non dovranno mai essere dimenticate”.

(Fonte: Luca Marcolivio, L’Ottinista, 16 marzo 2011)

Il Risorgimento e la crisi dell’identità italiana

A margine dei 150 anni dell’unità d’Italia. «L’Italia è fatta, resta da fare gli italiani».
Ecco la frase più nota della storia italiana, pronunciata negli stessi giorni fatali dell’unificazione da uno dei suoi più intelligenti protagonisti, Massimo d’Azeglio, e già disincantato critico.
Non è facile spiegare quanta profonda verità vi fosse in questa affermazione, che ancora oggi costituisce una fonte di riflessioni e dibattiti fra storici e politologi. In questa audace e provocatoria frase si racchiude in nuce tutta la problematica della Rivoluzione italiana: l’unificazione non era stata attuata proprio in quanto gli italiani già c’erano e soffrivano perché senza patria? I moti, i complotti, le congiure, gli attentati, le guerre, non erano stati fatti per liberare gli italiani da intollerabile e brutale oppressione straniera e indigena?
Inoltre, altra non secondaria questione: gli italiani “si fanno”? Un popolo lo si crea con le guerre e i plebisciti, o un popolo esiste già di per sé? E se si arriva a sentire un’esigenza come quella espressa dal d’Azeglio (quali ne possano essere le motivazioni e al di là dell’aspetto provocatorio), non se ne deve concludere forse che l’unificazione non è stata voluta e sentita dalle popolazioni italiane ma è stata loro imposta da una ristretta élite politica e sociale?
Come si può notare, in tali questioni si ritrovano le principali cause di disfunzione che da 150 anni lacerano la società e la storia nazionale; e in particolare se ne riscontra, nell’immediato, una su tutte, la più grave, la più irrisolta: la divisione del nostro popolo. Proprio il principio stesso di “dover fare gli italiani” dimostra che si era volutamente rinnegata la millenaria identità italiana in nome di una strada nuova, antitetica alla vera civiltà italica, quindi sovversiva.
Si era scelto insomma di rinnegare e distruggere la vera Italia (che infatti i protagonisti del Risorgimento – e con loro nei decenni seguenti tutti i risorgimentisti – chiamavano “La vecchia Italia”) in nome de “La nuova Italia”. Vale a dire, un’Italia non più universale, non più cattolica, di lì a poco neanche più monarchica; insomma, non più “romana” e, quindi, non più “italiana”. Occorreva insomma “fare gli italiani”, come se non esistessero già da sempre, ovvero diversi da come essi da sempre erano e volevano restare.
In questi ultimi decenni è iniziato (e si sta sviluppando in maniera sempre più intensa e coinvolgente) un riesame storico degli eventi – e dei loro protagonisti – che condussero all’unificazione nazionale italiana e delle conseguenze del processo risorgimentale sulla storia nazionale del XX secolo. Un nucleo sempre più numeroso di cattedratici, storici e politologi ha cominciato a mettere in discussione determinati aspetti e specifici momenti del Risorgimento italiano che troppo facilmente erano stati codificati dalle correnti storiografiche dominanti – e quindi presentati per decenni a generazioni di italiani – come assunti indiscutibili, sui quali poi si è voluto fondare l’“immaginario collettivo” del popolo italiano per quanto concerne il proprio Stato nazionale.
In particolare, vi sono alcuni momenti ideali precisi e alcuni nodi storici più drammatici che maggiormente hanno interessato tali studiosi. Il primo fra questi ad attirare l’interesse degli storici è stato, fin dagli anni Sessanta, la rivolta delle popolazioni meridionali contro il processo unitario in difesa della Chiesa e della dinastia borbonica, il cosiddetto “brigantaggio” antiunitario, argomento ormai ricco di studi che lo approfondiscono ma che non smette certo di suscitare polemiche e divisioni fra gli esperti e anche fra i profani. Sulla stessa scia si situa il problema delle insorgenze antigiacobine, che avvennero a seguito dell’invasione napoleonica: ormai, da “argomento tabù” della nostra storia, realmente boicottato e mistificato per decenni, negli ultimi anni è divenuto una pagina fra le più coinvolgenti.
Negli ultimissimi anni, poi, sono fioriti anche studi, di matrice cattolica, finalizzati a ripresentare il processo risorgimentale sotto l’aspetto specifico della guerra alla Chiesa condotta sotto la veste eroica dell’unificazione nazionale. La guerra alla Chiesa Cattolica e alle tradizioni locali condotta dal Risorgimento aveva come scopo la morte non del Papato come Stato Pontificio al fine dell’unificazione, bensì del Papato come Chiesa Cattolica, come molti fra i più noti e meno noti protagonisti di quei giorni ebbero sempre a dichiarare pubblicamente e a testimoniare con le loro azioni: è stata una guerra condotta senza scrupoli di sorta, che ha ferito nel profondo l’identità cattolica degli italiani.
Ma, dagli anni Ottanta, anche altri aspetti del movimento unitario e dell’Italia postunitaria e del XX secolo sono stati riesaminati da vari autori e storici, sovente non cattolici – sebbene non anticattolici – (settarismo terroristico mazziniano, la farsa dei plebisciti, la corruzione endemica, l’emigrazionismo, il nazionalismo, e quindi la Grande Guerra, il fascismo figlio del Risorgimento, l’8 settembre e la “morte della patria”, la guerra civile e l’odio ideologico, ecc., fino ai giorni nostri).
La conclusione, in diverse maniere e per differenti vie, è sempre risultata però la medesima: la costatazione della mancata reale unità degli italiani, vale a dire quella del fallimento palese di ciò che fu lo scopo stesso del Risorgimento, la creazione di una nuova identità nazionale per gli italiani. È un intero mondo culturale e ideologico che inizia a vacillare, sotto la spinta della necessità e del desiderio che la verità sulla storia del nostro popolo sia finalmente conosciuta da tutti.

(Fonte: Massimo Viglione, Corrispondenza Romana, 12 marzo 2011)

L’eroismo di Shahbaz Bhatti, martire per Cristo

Shahbaz Bhatti non era un uomo alla ricerca della notorietà. Pur essendo ministro del governo pakistano, girava senza scorta. Non era nemmeno un “politico” nell’accezione comune del termine. Quella per le minoranze era per lui una vera e propria vocazione; e nel suo paese il concetto di minoranza non è quello occidentale, riferito alla normale dialettica di un’opinione pubblica libera in cui chi ha più voti governa e chi ne ha di meno è comunque rispettato e può esprimere pacificamente il suo dissenso.
Essere in minoranza in Pakistan è sinonimo di marginalità, di isolamento, di miseria, di persecuzione. Il più grande torto di Bhatti era quello di appartenere a queste minoranze, in quanto cristiano. La sua più grande forza era quella di essere un cristiano vero, ovvero senza compromessi con il mondo e con la consapevolezza che la propria missione non si conclude con la morte e che la violenza dei nemici non potrà mai vincere.
Ma chi era davvero Shahbaz Bhatti e per quale motivo i fondamentalisti islamici lo hanno così barbaramente assassinato lo scorso 2 marzo? Fu lui stesso a descriversi così: “Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù”. Parole che farebbero onore a qualunque cristiano, di qualunque luogo ed epoca. Bhatti, però, è nato e vissuto nel Pakistan del XXI secolo: un paese dove la libertà di culto è limitata e dove vige la vergognosa legge contro la blasfemia, laddove per blasfemo (alla faccia della libertà religiosa e della laicità che piace tanto agli europei…) non si intende l’offesa a qualunque culto ma solo ed esclusivamente ad Allah e all’Islam, dei quali è devoto il 96% della popolazione. E probabilmente in nessun paese islamico l’intolleranza religiosa sta raggiungendo livelli preoccupanti come in Pakistan: da quando il caso di Asia Bibi è diventato noto all’opinione pubblica internazionale, per i cristiani non c’è più tregua: mentre la 45enne contadina del Punjab rischia la lapidazione per aver educatamente criticato la figura del profeta Maometto, lo scorso 4 gennaio, il governatore della stessa provincia, Salman Taseer (mussulmano), è stato assassinato dalla sua guardia del corpo per aver espresso la propria contrarietà alla legge antiblasfemia. In Pakistan la violenza fondamentalista non è tanto un problema politico, quanto un problema culturale, tristemente radicato nel popolo. Il governo di Islamabad – del quale Shahabz Batti, unico ministro cristiano faceva parte – ha condannato tiepidamente gli attentati e si sta dimostrando impotente (forse connivente?) dinnanzi alla furia distruttiva dei fanatici. Dall’altro lato c’è una larga parte della popolazione accecata dall’odio religioso. Non solo l’applicazione della legge sulla blasfemia è tutt’altro che restrittiva e numerosissime condanne vengono comminate per motivi pretestuosi; chi viene assolto vede la sua vita messa a repentaglio, esposta alle aggressioni dei fanatici che pretendono di fare giustizia sommaria in luogo dei tribunali. I pochi cristiani del paese, da parte loro, fanno molta fatica a porgere l’altra guancia. Grande ira ha infatti suscitato la decisione del governo di bloccare, per motivi di sicurezza, l’ingresso alla chiesa dove si sono svolti i funerali del ministro ucciso: persino i familiari della vittima ne sono rimasti fuori.
Il vero problema non riguarda la strategia da adottare dall’interno: sia che i cristiani rimangano in silenzio per non prestare il fianco a rappresaglie (come aveva auspicato il vescovo di Lahore, Lawrence Saldanha), sia che reclamino ad alta voce i loro diritti, essi saranno sempre e comunque sotto tiro. La responsabilità più grande è, piuttosto, a carico della comunità internazionale e delle organizzazioni non governative che dovranno esercitare le opportune pressioni su Islamabad per abrogare o, quantomeno, attenuare la legge antiblasfemia.
Se da un lato, la situazione diplomatica internazionale si presta a dilemmi amletici e a troppe inquietanti zone d’ombra, il contrappunto luminoso è proprio la testimonianza di Shahbaz Bhatti, un uomo che, dinnanzi ai bisognosi, ai poveri, agli affamati e agli assetati non si è mai tirato indietro, anche a costo della propria vita. L’impegno umano e quello cristiano per Bhatti erano una cosa sola. “Io dico che, finché avrò vita, fino all’ultimo respiro, continuerò a servire Gesù e questa povera, sofferente umanità”, aveva affermato in un’intervista il ministro assassinato. “Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere”, insisteva a dire. Aveva quindi assunto la propria carica governativa, per puro spirito di servizio. Come spesso capita nelle spietate dinamiche del potere, a Bhatti era stato proposto di abbandonare le sue ambizioni umanitarie, in cambio di una rapida ascesa a ruoli prestigiosi. Aveva avuto il coraggio di dire di no, a costo di minacce e tentativi di aggressione contro di sé e contro la propria famiglia. Ma Shahbaz Bhatti, consapevole che, come affermava Tertulliano “il sangue dei martiri è il seme dei nuovi cristiani”, aveva già da tempo accettato il proprio destino, qualunque sarebbe stato: “mi considererei privilegiato qualora (…) Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita. Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire. Non provo alcuna paura in questo paese”.

(Fonte: Luca Marcolivio, L’Ottimista, 10 marzo 2011)

Tra Rosy Bindi e Gianfranco Fini…

Che hanno in comune Gianfranco Fini e Rosy Bindi? Secondo il saggio “Itinerari della destra cattolica”, scritto da Piero Vassallo e pubblicato dalle edizioni Solfanelli, i due “sono i perfetti interpreti di due scelte antipatiche, che – alla fine – si ritrovano nella reciproca simpatia per l’assenza di un vero disegno politico”. Secondo Vassallo “Un’impressionante sequela di abbagli e malintesi ha allontanato i cattolici [Bindi] dalla loro naturale posizione politica e la destra [Fini] dalla sua naturale radice cattolica”. Piero Vassallo, nato a Genova nel 1933, è docente emerito della Facoltà teologica del Nord Italia. Presidente dell’associazione degli scrittori liberi del Nord Ovest, autore di numerosissimi libri, saggi e articoli. Sempre per le edizioni Solfanelli sta per uscire il suo “Icone della Falsa Destra”. Incuriosito dalle argute argomentazioni e dalla vasta cultura di Vassallo, l’Ottimista lo ha intervistato:
D. Che cosa è successo a Gianfranco Fini? Perché sta sposando la cultura di Palazzo, radicale, anticattolica e antipopolare? È sempre stato così o si tratta di una variazione dettata da opportunismo politico?
Gianfranco Fini si è formato alla scuola di Giorgio Almirante, idealista senza princìpi e pirandelliano in guerra con il principio di identità e non contraddizione (definizioni solo apparentemente paradossali: dopo tutto Almirante tradiva la doppiezza del suo pensiero confessando di avere due “vangeli”: le lettere di Santa Caterina da Siena e il Principe di Machiavelli). Cammin facendo Fini ha abbandonato l'idealismo (un peso leggero, per lui). È stato fascista senza conoscere le culture del fascismo, cattolico (fu insignito dell'Ordine Piano, onorificenza pontificia assegnata a personalità insigni per la loro fede!) senza conoscere il catechismo, ed ora è laicista senza conoscere la filosofia dei lumi. La sua politica è uno, nessuno, centomila.
D. Che cosa intende per destra cattolica? Quali i fondamenti culturali e politici?
Dobbiamo la definizione di destra cattolica a Clemente Solaro della Margarita: “Sono di destra coloro che hanno a cuore il bene della religione e dello stato”. La fonte teoretica della destra moderna è la dottrina del diritto naturale formulata da Giambattista Vico e (in essa) la teoria "cesarista", che contempla la figura di un politico inteso a risolvere con giustizia la tensione tra plebe e oligarchia.
D. La Chiesa cattolica ha spiegato e denunciato gli errori ed i pericoli dell’ideologia marxista-leninista fin dagli inizi dell’Internazionale comunista. Come è stato possibile che, dopo il Concilio Vaticano II, ci siano stati tanti cattolici che sono diventati attivisti del PCI e delle successive variazioni sul tema: Ulivo, Democratici di sinistra e adesso Partito democratico?
Alla fine degli anni Venti la cultura cattolica è stata infiltrata dall'opinione storicista strisciante (lo ha dimostrato magistralmente padre Antonio Messineo) nel saggio di Jacques Maritain, Umanesimo integrale. Al seguito di tale infiltrazione si è diffuso uno stato d'animo contemplante la necessità di un accordo politico tra i cattolici e i rivoluzionari di sinistra (intesi come portatori inconsapevoli di esigenze cristiane). Come ha rammentato Paolo Emilio Taviani nel saggio autobiografico A memoria d'uomo, i vertici della Dc erano occupati da maritainiani convinti. Pio XII ha tentato di rettificare la cultura politica dei democristiani (si veda ad esempio il radiomessaggio nel Natale del 1944). Dal canto suo Guido Gonella ha suggerito (1944) alla Dc una costituzione conforme ai princìpi tradizionali del cattolicesimo. Purtroppo De Gasperi ha ignorato l'insegnamento di Pio XII e ha bocciato il progetto di costituzione proposto da Gonella. La Dc si è gettata a capofitto nel sentiero segnato da Maritain. I risultati di questa scelta infelicissima sono sotto gli occhi di tutti. L'auspicata ricostituzione di un movimento politico d'ispirazione cristiana, pertanto, dovrebbe iniziare da una lettura fortemente critica del degasperismo.
D. Insieme a quello nazista il regime sovietico è stato il più brutale e violento regime del ventesimo secolo. Cosa hanno in comune le due ideologie? E come mai si parla così poco della caduta del muro di Berlino e della sconfitta del comunismo?
Nazismo e comunismo hanno in comune l'odio nei confronti del Dio di giustizia. Comunismo e nazismo hanno potuto tollerare un Cristo impotente, separato dall'Antico Testamento (penso al cristianesimo tedesco in circolazione nel Terzo Reich e all'appello di Stalin del 1941 alla Russia profonda). Ma al fondo delle due dottrine si trova il rigetto del Dio di Mosé (rigetto avviato da Sigmund Freud e approfondito dalle avanguardie neoagnostiche – marcionite - a sinistra e a destra). Non si può comprendere l'essenza delle due ideologie che hanno insanguinato il XX secolo senza riferimento al comune odio nei confronti del Dio di giustizia.
D. Quali caratteristiche dovrebbero avere secondo Lei i cattolici impegnati in politica?
I cattolici in politica dovrebbero tentare la non facile impresa di vivere in conformità al decalogo. Poi dovrebbero capire che per ricominciare è necessario congedare le chimere associate alla dottrina (maritainiana e dossettiana) che ha condotto la Dc al fallimento. L'inizio non può essere che uno studio severo. Il talk show politico, la fiera delle vanità e delle stupidaggini, devono essere evitate rigorosamente. Prima di tutto i cattolici dovrebbero, infatti, assimilare (leggendo le opere di Michele Federico Sciacca) la fondamentale distinzione di filosofia e sofistica, quindi la distinzione della politica intesa come produzione del bene comune dalla politica intesa soltanto come conquista del potere. Quindi dovrebbero assimilare le ragioni della filosofia cattolica, cioè affrontare autori quali Cornelio Fabro, Augusto Del Noce, Maria Adelaide Raschini, Antonio Livi, Giovanni Cavalcoli, eccetera. Senza una solida base culturale l’attività politica è inutile se non dannosa. Infine dovrebbero concepire un programma inteso ad affrontare le tragiche nascoste emergenze, quali la denatalità, lo sfascio doloroso delle famiglie, le follie del sabato sera, l’incremento dei suicidi. L'attenzione a questi problemi deve distinguere i cattolici dagli altri, che si impegnano unicamente sul fronte dell'economia (e spesso solo sul fronte della chiacchiera).

(Fonte: Antonio Padovano, L’Ottimista, 30 giugno 2010)

lunedì 21 febbraio 2011

Femminilità liberata?

Il corpo femminile è svilito da una “ripetuta, indecente, ostentata rappresentazione delle donne come nudo oggetto di scambio sessuale, offerta da giornali, televisioni, pubblicità.” Così indicava l’appello per la mobilitazione “se non ora quando”, ma sarei curioso di sapere a quale tipo di valore si vorrebbe legata la dignità sessuale della donna.
Le femministe degli anni d’oro nella loro rivista “Effe” – maggio 1976 – parlavano di una sessualità “libera, attiva, che mira anche ad altro , e che non può contentarsi di una parità tra i sessi che si svolga solo nella sfera intima e privata. Una sessualità che ammetta tranquillamente certe differenze, che dichiari le proprie eventuali “devianze”, che si confessi senza paure”.
Da questa definizione il passo verso il nudo femminile "come oggetto di scambio sessuale" non è poi così lungo: cosa resta, infatti, della dignità del corpo femminile dopo la liberazione sessuale auspicata 35 anni fa dalle femministe di "Effe"?
Nulla, a meno che non si voglia sostenere che l’unica libertà è quella di fare come pare e piace. Ma d’altra parte il vento del “vietato vietare” era decisamente impetuoso, ad esempio nel 1967 a Firenze, in vista del congresso del Partito Radicale, veniva distribuito un volantino in cui era scritto che “la società spinge il suo autoritarismo fino a sindacare sul diritto dell’individuo a disporre liberamente del proprio corpo, a godere del piacere dei sensi.”
Tutto cominciò nei mitici anni ’60 dove sulle ali della filosofia di Marcuse si teorizzava che liberando gli istinti si potevano eliminare contemporaneamente dominio e autorità, fossero di tipo familiare, civile o religioso.
Durante quegli anni parlare di verginità, biancheria intima, anticoncezionali e posizioni del kamasutra diventa un fatto normale, sulle ali della battaglia per una femminilità forte compaiono diversi segni che testimoniano il nuovo modo di essere donne, ad esempio la minigonna e i collant, i roghi dei reggiseno e la comparsa del primo topless a Saint Tropez nel 1970. In quegli anni la psichiatria dava manforte alla rivoluzione sessuale teorizzando la necessità “scientifica” di questa liberazione dell’individuo, lo psicoanalista inglese David Cooper rivolgendosi alle donne affermava che si può amare un altro essere solo a condizione di amare totalmente sé stessi al punto da masturbarsi veramente fino all’orgasmo.
Così nel 1973 sul libro “Donnità - Cronache del femminismo romano” a pag. 7 si trova scritto lo slogan “faremo figli se ne avremo voglia”, coerente con l’idea che il piacere del corpo nulla ha a che fare con il concepimento. Siamo ovviamente agli antipodi di quanto indicava nel 1968 la lettera enciclica Humanae Vitae di Papa Paolo VI dove si sottolineava il nesso inscindibile tra significato unitivo e procreativo dell’atto sessuale; non è un caso che la battaglia per l’aborto e per gli anticoncezionali prende vigore proprio da quegli ambienti di liberazione della sessualità femminile. E’ del 1975 la chiusura del “famoso ambulatorio” CISA di Firenze (Centro Italiano di sterilizzazione aborto) fondato da Adele Faccio e per cui finì agli arresti anche l’allora ventisettenne Emma Bonino.
Da tutte queste battaglie forse l’unica cosa che è stata veramente “liberata” è l’idolatria per il piacere fine a sé stesso, deriva di uno strano concetto di libertà che poi si è paradossalmente incontrato anche con un certo edonismo capitalistico.
La morale si fonda su quello in cui si crede, ma vorrei osare dire che si radica nel soggetto delle nostre preghiere. A tal proposito sul libro citato “Donnità…” (1973) si trova questa frase: “se mai ci verrà voglia di pregare questa sarà la nostra preghiera: Madre ti ringrazio di avermi fatto donna.” Amen.

(Fonte: Lorenzo Bertocchi, Libertà e persona, 17 febbraio 2011)

giovedì 17 febbraio 2011

Adozioni ai singles: una sentenza, troppi clamori, una uscita maldestra.

Tutto questo chiasso sulla sentenza della Cassazione in merito all’adozione di una bambina russa da parte di una donna italiana single, io non lo capisco. O forse mi sembra di capire anche troppo bene il retropensiero di chi ha sparato la notizia in modo capovolto, travisandola, come se la Corte di Cassazione avesse inaugurato una nuova e rivoluzionaria stagione giurisprudenziale ammettendo per la prima volta i single ad adottare bambini.
La Cassazione, sul punto preciso, ha detto il contrario. Ha detto che l’adozione dei minori, italiani o stranieri, non può esser riconosciuta alle persone singole. E infatti non ha accolto, ma rigettato l’istanza. È rimasto ammesso, esattamente com’era prima, un rapporto di natura diversa, che in gergo i giuristi chiamano «adozione mite» e che assomiglia a un affidamento durevole, ma senza lo status di figlio legittimo. L’analisi delle norme del nostro ordinamento è stata precisa e puntuale, e oltretutto nel solco di precedenti decisioni, una delle quali (che risale a più di cinque anni fa) è perfettamente identica nella motivazione e nel dispositivo: l’adozione è possibile da parte di coniugi uniti in matrimonio, e non da parte di single. Nulla di nuovo sotto il sole.
Ma allora, come è nato il clamore? Chi l’ha montato, e perché? È che l’ultima frase della sentenza, proprio nella coda, dice che la Convenzione di Strasburgo del 1967 lascia al legislatore nazionale la facoltà di ampliare l’adozione legittimante, se volesse ammettervi i singoli. Qualcuno ha visto in questa coda la scintilla per accendere il falò di una rivoluzione, l’auspicio, l’invito, il monito al Parlamento, l’apertura e l’esigenza e chissà che altro. Ieri sera la Cassazione ha emesso un comunicato per dire che il senso non era quello, niente sollecitazioni né pretese. Inusuale procedura di pompiere su un incendio da altri inventato?
Per la logica giuridica, è del tutto vero che la Convenzione di Strasburgo non obbliga e non vieta e lascia liberi i legislatori nazionali, e la frase in sé non fa una grinza, così. Solo che appiccicata lì, a decisione presa, a discorso finito, come una zeppa, può sembrare davvero una specie di ammiccamento, da far sbiadire poi con la logica del signor Veneranda. Ben diversamente la Cassazione del 2006, citata oggi da questa come la fonte del pensiero finale, aveva difeso proprio la libertà di divieto, perché «l’ammissibilità in via di principio del single all’adozione legittimante, oltre ad accendere non infondati dubbi di legittimità costituzionale, vanificherebbe quanto previsto dall’attuale normativa» e così «snaturando profondamente l’istituto». La frase di oggi è monca. Non è sbagliata, ma è monca, e dunque è ancora più sbagliata perché inganna.
Il legislatore "potrebbe", lo sapevamo già da prima, senza che Strasburgo s’immischi. Ma non lo farà, perché non violerà la propria Costituzione. Né tradirà l’obbedienza ai Trattati che impongono in tutte le scelte il best interest del bambino, rispetto al quale non è paragonabile il desiderio di un singolo alla infinita offerta di accoglienza di madri e padri adottivi in lista d’attesa. Da noi, la stessa legge d’impianto sull’adozione ha per titolo "Diritto del minore a una famiglia". Non dice «all’assistenza», dice alla famiglia. E famiglia è quella definita nell’articolo 29 della Costituzione. La Cassazione lo sa, e ha deciso in modo conforme, ed è quel che conta. Poteva risparmiarsi quell’uscita maldestra, tutto qui.

(Fonte: Giuseppe Anzani, Avvenire, 16/02/2011)

lunedì 14 febbraio 2011

Scandalo a Londra: il governo vuole le nozze gay in chiesa

L’attento Andrea Tornielli ci mette al corrente di come stanno andando le cose in casa inglese. Quello che ci deve far pensare è che tanti nostri politici che si autodefiniscono cattolici, non disdegnano di allearsi e di flirtare apertamente con quelle correnti politiche italiane laiche, che si prefiggono una identica “conquista sociale” anche per il nostro paese. In base a quali principi cattolici? Per la conquista di quali “diritti” religiosi ed etici? È evidente che questo doppiogiochismo da parte dei “nostri” rappresentanti (ma “nostri” di chi?, non certo dei cattolici!) mira soltanto a salvaguardare il proprio tornaconto, a mantenere ben saldo il proprio fondoschiena alla poltrona del potere! Altro che principi non negoziabili. Qui tutto è negoziabile: dalla dignità personale fino alle proprie convinzioni religiose. Se ne avevano. Ci pensino su un istante i vari Bindi, Franceschini, Prodi, Casini, Rutelli & Co. Invece di pavoneggiarsi in TV, riempiendosi la bocca di banali luoghi comuni, ergendosi a paladini del senso morale e della riaffermazione dei valori cristiani (forse che queste carnevalate per loro servono a questo?) farebbero bene a farsi un serio esame di coscienza. Ma forse non ne hanno tempo, sono troppo impegnati! Ma sentiamo Tornielli: «Le persone omosessuali del Regno Unito potranno far benedire le loro nozze nei luoghi di culto e il governo di sua maestà le riconoscerà. La notizia campeggiava ieri sulle prime pagine del Telegraph e del Sunday Times. Già nei prossimi giorni potrebbe dunque cadere il divieto attualmente in vigore, che proibisce di svolgere le cerimonie delle unioni civili tra persone omosessuali negli edifici religiosi. La riforma, secondo il piano che è stato studiato dal ministro per le Pari opportunità britannico, la liberaldemocratica Lynne Featherstone, potranno dunque contenere elementi religiosi, come inni e lettura di libri sacri, e potranno essere presiedute da preti, pastori, rabbini e altri ministri religiosi.
In Gran Bretagna le unioni civili per gay e lesbiche sono state introdotte nel 2005 e la normativa in vigore stabilisce che esse debbano avere uno svolgimento assolutamente laico, senza elementi religiosi. Anche se poi, di fronte alla legge, le coppie omosessuali unitesi civilmente hanno gli identici diritti di quelle formate da un uomo e da una donna che si sono uniti nel corso di una cerimonia religiosa, i cui effetti civili sono riconosciuti dallo Stato.
È evidente che la riforma, aprendo alla possibilità della benedizione delle nozze per le persone omosessuali, contribuirà ad assottigliare quasi del tutto le differenze tra le unioni civili e il matrimonio tradizionale. Il Suday Times spiega anche che la proposta di riforma della legge sul matrimonio potrebbe anche cambiare definitivamente la definizione legale di matrimonio come un’unione solo tra un uomo e una donna. La decisione avrebbe dunque un valore altamente simbolico. «Il governo sta esaminando quale dovrebbe essere la prossima tappa per le unioni civili, tra cui come alcune organizzazioni religiose possano consentire a coppie dello stesso sesso di registrare la loro relazione in un contesto religioso, se vogliono farlo», ha spiegato un portavoce del ministero dell’Interno. «I ministri hanno incontrato una serie di persone e organizzazioni – ha aggiunto – a tempo debito verrà fatto un annuncio».
La Chiesa d’Inghilterra, che pure negli ultimi due decenni ha introdotto molte riforme liberal, ha già reagito facendo sapere che non autorizzerà questo tipo di cerimonie nei propri edifici religiosi. «La proposta – ha detto un portavoce anglicano – potrebbe avere un impatto inatteso e portare confusione». Le comunità anglicane sono però molto variegate, ed esistono casi di benedizione delle nozze gay. Come pure casi di sacerdoti anglicani che hanno pubblicamente dichiarato di convivere con un altro uomo.
Altri gruppi religiosi cristiani, ad esempio i quacqueri e i protestanti unitari, come pure gli ebrei liberali britannici, sono invece disponibili a ospitare queste cerimonie nei rispettivi luoghi di culto.
In Italia, è di qualche mese fa la notizia della benedizione dell’unione di due lesbiche da parte del pastore valdese di Trapani e Marsala. Mentre in ambito cattolico, fin dagli anni Settanta, cerimonie simili e semi-clandestine venivano celebrate dal prete cattolico don Franco Barbero, poi dimesso dallo stato clericale a motivo di questa attività in aperto contrasto con il magistero. Nel luglio 2003 la Congregazione per la dottrina della fede, allora guidata dal cardinale Joseph Ratzinger, ha pubblicato un documento, approvato da Papa Wojtyla, per dichiarare tutta la contrarietà della Chiesa cattolica al riconoscimento delle unioni omosessuali, che «offuscano valori fondamentali che appartengono al patrimonio comune dell’umanità».

(Fonte: Andrea Tornielli, Il Giornale, 14 febbraio 2011)

domenica 13 febbraio 2011

No, caro Tarquinio: il corteo moralista non è da cristiani

Non mi persuade, e non lo dico per polemica, l’editoriale di Avvenire uscito ieri e firmato dal suo direttore, Marco Tarquinio, che con azzardato travestimento intellettuale afferma che, se fosse una donna, oggi sarebbe in piazza. Il travestimento non sta tanto nell’immaginarsi donna, visto che qualunque scrittore di romanzi, anche non necessariamente omosessuale, deve continuamente fare i conti con la pluralità - di pensiero e di corpo - di cui tutti siamo fatti.
Quello che non persuade è che Tarquinio sarebbe in piazza solo se fosse una donna. Ma siccome non lo è, non ci andrà. Perché mai? Ci saranno Antonio Di Pietro, Nichi Vendola, Gad Lerner: perché non dovrebbe esserci anche Marco Tarquinio? Perché dovrebbe presenziare a quel momento solo se fosse una donna? Perché accontentarsi di sperare che la piazza al femminile «s’arrovelli e non s’arroventi» se poi lui non ci sarà, a dare il proprio contributo in tal senso?
Insomma, mi sembra che Tarquinio, nonostante il livello del suo discorso, cui non sono estranei accenti davvero lirici, alla fin fine non la racconti giusta, perché se la raccontasse giusta, se davvero desiderasse, come scrive lui stesso nella prima riga del suo editoriale, far prevalere l’amore sulla politichetta, allora dovrebbe mettere le mani in pasta, perché sappiamo bene che l’amore non prevale da solo sulla politichetta, e che gli auguri e i buoni propositi fanno parte, com’è noto, della lastricatura dell’inferno.
Lo dice lui stesso - e anche su questo non sono d’accordo - che «nel reality purtroppo ci siamo tutti». Se davvero crede a questa cosa, allora vada fino in fondo. In piazza. A gridare. Io invece continuo a non crederci, e in questa resistenza (che forse Tarquinio giudicherà vacua) trovo una delle poche ragioni per impegnarmi intellettualmente in questi giorni tristi nei quali ciascuno di noi sembra costretto a scegliere tra la stupida allegria del bunga bunga e la tetraggine moralista degli Eco, Saviano e Zagrebelsky.
Il reality non è, caro Tarquinio, un’entità numinosa e ultrapersonale: il reality lo fa chi lo vuole fare, non importa se laico o cattolico o addirittura vescovo. Senta cosa scriveva nel 1973, ossia trentotto anni fa, il gesuita Michel De Certeau: «Ogni dibattito che riguarda le consuetudini o la vita civile porta immancabilmente sulla scena pubblica un personaggio ecclesiastico e discorsi religiosi. Questi personaggi e questi discorsi non intervengono più come testimoni di una verità. Giocano piuttosto un ruolo teatrale. Fanno parte del repertorio della commedia dell’arte sociale».
Va da sé che il problema del degrado cui è giunta l’immagine della donna nella nostra società esiste. Ma io non sottovaluterei, come invece fa Tarquinio, il problema del «mancato passaggio del testimone» tra il vecchio movimento femminista, che annovera figure di donne eroiche, e le giovani generazioni del nostro tempo.
In quel mancato passaggio si nasconde infatti un problema che ci riguarda tutti. C’è stato un momento in cui il movimento femminista poteva affermarsi culturalmente con un protagonismo che, invece, non ha avuto, lasciandosi assorbire troppo presto dai partiti di sinistra (che erano maschilisti come tutti gli altri) oppure rinunciando a vigilare sulle pericolose derive interne, come quella della liberazione attraverso la sessualità.
Per anni abbiamo sfogliato riviste patinate di sinistra in cui l’immagine della donna a seno scoperto era un simbolo di emancipazione, così come il rifiuto della famiglia e la spregiudicatezza dei costumi in chiave di rinnovamento della società erano considerati il non plus ultra della lotta per la liberazione della donna.
Questa confusione, alla quale non seppero far fronte menti di grande valore, è il nodo irrisolto: non soltanto per l’immagine della donna, ma - metaforicamente - per la vita di noi tutti. C’è stato un momento in cui il pensiero, il pensiero come tale, ossia la facoltà di riflettere liberamente e fondatamente sulla nostra condizione, è stato assorbito in un vuoto di libertà in cui anche le migliori intelligenze si sono ridotte a comparse teatrali, ad attori, proprio come i prelati di cui parlava Michel de Certeau.
Cosa vuole che me ne importi, caro Tarquinio, di una piazza con Di Pietro, Nichi Vendola, Gae Aulenti e la Cortellesi? Che parole possiamo aspettarci di sentire? La condizione drammatica in cui tante nostre povere figlie versano senza nemmeno rendersene conto non riceverà alcuna luce da questa manifestazione, anzi: la sua inutilità potrebbe produrre soltanto un po’ di speranza in meno, un po’ di tenebra in più.
Di una cosa la prego, lei che dirige un quotidiano così importante e potenzialmente libero: lasci stare i reality e le commedie dell’arte, e la smetta con la solita solfa cattolichese del «differenziarsi partecipando», come fa lei, che approva la piazza mettendo però i puntini sulle i. Basta con i puntini sulle i. Ciascuno faccia il proprio gioco alla luce del sole.
Quanto a me, spero ogni giorno nell’aiuto di Dio, affinché le mie parole non siano vuote come quelle che dicono di combattere. Nessuno può considerarsi a priori dalla parte della verità, men che meno se è cattolico. Per questo, caro Tarquinio, la invito a guardarsi da chi, invece - e oggi sono in tanti - si ritiene tale.

(Fonte: Andrea Tornielli, Il Giornale, 13 febbraio 2011)

sabato 12 febbraio 2011

Toh! Da che pulpito!

Eccoli là, oggi, i compagni di allora. Non hanno fatto la rivoluzione, però molti hanno fatto carriera e soldi. E l’arroganza è spesso rimasta identica. Sotto la canizie e la calvizie ruggisce ancora il giovanotto fanatico di allora.
L’unica rivoluzione che hanno fatto – o meglio: che hanno servito – è stata la rivoluzione sessuale. Ad uso e consumo della società dei consumi. Oggi la panza, che ballonzola dietro la loro cravatta di facoltosi giornalisti, potenti politici, baroni universitari, ammonisce e rimprovera. E – toh! – su cosa?
Contro il sesso sfrenato (ovviamente non il proprio ma quello di Berlusconi). Pontificano accigliati contro il sesso usa e getta, tessono orazioni morali sulla dignità della donna, ci insegnano il sacro rispetto del corpo femminile, predicano il rigore morale. In certi casi dall’alto di una vita, di una generazione, che ha conosciuto – dopo l’anarchia sessuale della giovinezza – il susseguirsi di matrimoni e relazioni…
Lo spettacolo è sorprendente. Forse è perfino occasione di riflessione. Mi sono trattenuto finora dallo scrivere sulle miserie della cronaca e ho risposto no ad alcuni talk show politici che volevano invitarmi a “giudicare da cattolico” le “notti di Arcore”.
Tuttavia da settimane vedo e sento alcuni ex rivoluzionari, con aria ispirata e virgineo candore, alzare il loro alto grido contro chi profana con immagini discinte “il corpo delle donne”, contro chi ha costumi sessuali sfrenati e – incredulo – mi stropiccio gli occhi.
Non solo ricordando le stagioni giovanili. Mi chiedo: ma su quali giornali hanno scritto finora? Su quali settimanali? Cos’avevano in copertina? Donne col burka? E quali libri hanno lanciato? Quali film e quali registi hanno esaltato? Quali costumi hanno praticato e legittimato? Quale morale hanno affermato?
D’improvviso sembra siano diventati tutti castigatissimi censori. Era inevitabile che una tale schiera di puritani si trovasse a fianco Oscar Luigi Scalfaro essendo, lui sì, un bigotto della prima ora. Ricordate l’episodio che lo ha reso “immortale”? È la scenata fatta negli anni Cinquanta a una signora, casualmente intravista al ristorante, rea di avere un vestito scollato. Alla manifestazione “per la dignità delle donne”, dunque, parteciperà questo Scalfaro.
E leggo su Repubblica che “parteciperà anche Nichi Vendola: Un’altra storia italiana è possibile, c’è un’Italia migliore per cui le donne non sono carne da macello, corpi da mercimonio, protagoniste solo in un establishment da escort”.
Sì, caro Nichi (nei panni del teologo morale), questa Italia esiste. Ma sei sicuro che sia proprio quella che voi volete da decenni?
È meraviglioso lo slogan di questa sinistra: “Sono uomo e dico basta”. Ma basta a cosa? Alla famosa “libertà sessuale”? Allo slogan “il corpo è mio e lo gestisco io”? A questa sessuomania di massa?
Parliamone. A maggio scorso partecipai a una puntata di “Annozero” su preti e pedofilia. Fu molto interessante, ma ricordo che quando tentai di ampliare l’orizzonte proponendo di analizzare la (spesso patologica) sessuomania di massa che caratterizza i nostri costumi e la nostra cultura, Santoro troncò il discorso passando ad altro. Non lo ritenne interessante. Eppure è questo il clima irrespirabile.
Sono un padre, ho figlie giovani e mi fa schifo una società in cui delle giovani donne – in qualunque ambiente ! – sono discriminate se non stanno al gioco o non accettano certi compromessi. Mi fa schifo una società dove delle ragazze o dei ragazzi sono marchiati come cretini se dicono di credere nella castità o nella verginità.
O dove sei considerato un soggetto pericoloso se affermi che il matrimonio è solo tra uomo e donna, se ti ostini ad affermare che il genere non è un’opinione (che la natura – essere maschi e femmine – non è opinabile), se consideri il divorzio un male, se condanni l’aborto, la pillola del giorno dopo e se osi mettere in discussione il “sacro preservativo” venerato dalla cultura dominante.
C’è chi cerca di strattonare i cristiani per strappare loro qualche scomunica del peccatore Berlusconi. Gad Lerner ha amplificato la voce della suorina che ha tuonato “Non ti è lecito!” contro il Cav come il Battista contro Erode.
Bene. Con quella suorina però – a proposito di Erode – tuoniamo “non ti è lecito” pure contro una cultura dominante che a livello planetario ha legalizzato la pratica dell’aborto arrivando in cinquant’anni a totalizzarne un miliardo, una cultura che abbassa sempre di più il livello di difesa della vita umana.
E vorrei ricordare a quella suorina che Giovanni Battista tuonava soprattutto contro l’ipocrisia di scribi e farisei che chiamava: “Razza di vipere!”.
Anche Gesù tuonerà contro di loro. Lui mostra compassione per i peccatori, i pubblicani e le prostitute, ma non per i “sepolcri imbiancati” che puntano il dito sul peccato altrui: “essi all’esterno sono belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume”.
E’ di tutti noi che parla. Perché di un gran peccatore, come Zaccheo, Gesù può fare un santo, anche un grande santo come Paolo o Agostino. Ma di chi presume di giudicare gli altri, dei sepolcri imbiancati? Del resto loro saranno col dito puntato contro di Gesù fin sotto la croce.
Dicevamo della manifestazione per la dignità delle donne. Difenderanno anche la dignità calpestata delle donne nel continente islamico?
E la dignità delle donne cristiane in Pakistan, la dignità di Asia Bibi, giovane madre condannata a morte, tuttora detenuta e sottoposta a ogni umiliazione, perché cristiana?
E’ il cristianesimo che ha imposto di riconoscere alle donne la loro dignità.
Lo stesso Roberto Benigni, commentando la “preghiera alla Vergine” di Dante, ebbe a dirlo: “è da quando Dio stesso ha chiesto a Maria il suo sì o il suo no che le donne hanno acquisito il diritto di dire sì o no”.
Proprio ieri si festeggiava sant’Agata, vergine e martire. La storia di questa giovane del III secolo ci mostra l’unica vera rivoluzione che ha ridato dignità alle donne. Non certo la cultura di Repubblica e dell’Espresso o quella comunista (né, ovviamente, la cultura televisiva). Ma solo Gesù Cristo.

(Fonte: Antonio Socci, sintesi da Libero in La Cittadella, 8 febbraio 2011)

La protesta dei 143 teologi e la fede nell'Occidente secolarizzato

Era dal tempo della dichiarazione di Colonia, cioè da più di vent’anni, che un cartello così numeroso di teologi non si mettevano insieme per produrre un documento contro il centralismo romano chiedendo riforme per la Chiesa.
Centoquarantatrè professori delle facoltà teologiche tedesche, svizzere e austriache hanno reso noto nei giorni scorsi un testo intitolato «Chiesa 2011 – una svolta necessaria». Che cosa chiedono? Ovviamente «profonde riforme», come ad esempio l’abolizione celibato obbligatorio per i preti di rito latino e dunque l’apertura all’ordinazione di uomini sposati, l’adozione di «strutture più sinodali a tutti i livelli della Chiesa», il coinvolgimento dei fedeli processo selezione dei parroci e dei vescovi, l’apertura alle donne «nel ministero della Chiesa», l’accoglienza delle coppie gay e dei divorziati risposati.
I firmatari ritengono che solo aprendosi a queste riforme, per l’appunto «una svolta necessaria», la Chiesa potrà riprendere vigore e tornare a parlare agli uomini e alle donne del ventunesimo secolo. L’elenco non appare affatto sorprendente. Quelle che i teologi firmatari dell’appello ritengono essere svolte necessarie sono infatti proposte arcinote e dibattute da decenni.
Alcune di queste appaiono molto autoreferenziali e clericali. È vero, ad esempio, che il calo delle vocazioni comincia a essere un problema anche in Occidente, ed è vero che proprio in Germania e Austria ci sono molti casi di preti che convivono con donne e non lo nascondono, ma davvero l’abolizione della regola del celibato è la risposta a questa situazione? Ancora, davvero la risposta alla crisi della fede è l’apertura alle donne nel ministero della Chiesa? Davvero pensiamo che un cambiamento nella dottrina sull’omosessualità porterebbe a riempire nuovamente le chiese semivuote?
Basta guardare a ciò che è avvenuto nella Chiesa anglicana per rendersi conto che la risposta alla secolarizzazione non può essere un’altra secolarizzazione, come dimostra la costante emorragia di fedeli nonostante le svolte sempre più liberal (dal sacerdozio fino all’episcopato femminile e all’apertura ai preti gay conviventi). Ciò che colpisce nell’iniziativa dei 143 teologi è il fatto che ciclicamente si riaprano questioni senza prendere in considerazione il fatto che su queste questioni il magistero ha riflettuto ed è intervenuto più volte.
Eppure, nonostante pronunciamenti, encicliche, lettere pastorali, interventi papali, è come se ogni volta si ripartisse da zero. Dei temi proposti nel documento c’è uno soltanto che ha a davvero a che fare con l’esperienza di un numero purtroppo sempre maggiore di persone, ed è quello riguardante l’atteggiamento nei confronti dei divorziati risposati e il problema dell’accesso al sacramento dell’eucaristia.
Benedetto XVI, nell’omelia pronunciata sabato per l’ordinazione di cinque nuovi vescovi, ha detto: «Il pastore non deve essere una canna di palude che si piega secondo il soffio del vento, un servo dello spirito del tempo. L’essere intrepido, il coraggio di opporsi alle correnti del momento appartiene in modo essenziale al compito del pastore. Non deve essere una canna di palude, bensì — secondo l’immagine del Salmo primo — deve essere come un albero che ha radici profonde nelle quali sta saldo e ben fondato. Ciò non ha niente a che fare con la rigidità o l’inflessibilità. Solo dove c’è stabilità c’è anche crescita».
Certo, il Papa parlava dei vescovi, non dei teologi. Ma queste parole offrono uno spunto di riflessione per tutti. Siamo davvero sicuri che la «svolta necessaria» per rinvigorire la fede nella società secolarizzata e scristianizzata debba avere a che fare con ministeri ecclesiali, disciplina del celibato, etc.?
L’11 maggio 2010, a Lisbona, il Papa disse: «Si è messa una fiducia forse eccessiva nelle strutture e nei programmi ecclesiali, nella distribuzione di poteri e di funzioni; ma che cosa accadrà se il sale diventa insipido?».
Due giorni dopo, a Fatima, aggiunse: «Quando, nel sentire di molti, la fede cattolica non è più patrimonio comune della società e, spesso, si vede come un seme insidiato e offuscato da “divinità” e signori di questo mondo, molto difficilmente essa potrà toccare i cuori mediante semplici discorsi o richiami morali, e meno ancora attraverso generici richiami ai valori cristiani… Ciò che affascina è soprattutto l’incontro con persone credenti che, mediante la loro fede, attirano verso la grazia di Cristo, rendendo testimonianza di Lui».

(Fonte: Andrea Tornielli, La Bussola quotidiana, 7 febbraio 2011)

La doppia morale dei Paolini

Leggevamo interessati Pasolini quando scriveva contro l’aborto, e d’altra parte al Meeting di Rimini ascoltavamo Testori: ci impressionavano le parole e la profondità del pensiero, e le loro note preferenze sessuali ci lasciavano del tutto indifferenti.
E’ solo nel merito, quindi, che discutiamo sulla scelta di inserire uno scritto di Nichi Vendola fra le riflessioni proposte ai sacerdoti per le omelie quaresimali di quest’anno, in un Sussidio liturgico-pastorale edito dai Paolini. Fermo restando che il paragone con due grandi della cultura italiana non giova certo al governatore pugliese, qualche dubbio nasce piuttosto scorrendo il pezzo scelto (una lettera di Nichi al defunto vescovo conterraneo don Tonino Bello, scritta e pubblicata un anno fa): per esempio quando Vendola dichiara a don Tonino di sentire una “nostalgia struggente della tua cosmogonia”, o quando gli chiede: “Dov’è la Pasqua della responsabilità sociale e della convivialità culturale?”, o ancora quando accusa: “C’è chi vorrebbe metter su un Ku Klux Klan in versione padana”. Riesce francamente difficile prenderli come spunti chiarificatori per una riflessione profonda sul mistero della resurrezione di Nostro Signore, ma tant’è. Il punto però è un altro.
La lettera di Vendola è accompagnata da un box, inserito dai curatori del testo, titolato “La sapienza dei padri”, con un episodio della vita di un grande monaco del IV secolo, Bessarione, che “Capitato in una chiesa durante la predica gli toccò sentire il presbitero scacciare un peccatore, giudicato indegno di stare tra la gente per bene. Bessarione non mosse ciglio, si alzò e uscì con lui dicendo: ‘Anch’io sono un peccatore’”.
A questo punto qualche domanda sorge spontanea a noi tutti, sinceri ed entusiasti aderenti al fan club del monaco Bessarione: ci chiediamo se il pezzo non sia un’enorme excusatio non petita, un incredibile autogol insomma, di chi ha scelto il brano per le meditazioni pasquali. Se così fosse, se la citazione del monaco fosse veramente un altolà a chi potrebbe storcere il naso per le meditazioni di Nichi Vendola messe accanto a quelle di madre Teresa di Calcutta, allora ci chiediamo pure se i paolini editori del Sussidio liturgico siano gli stessi editori di Famiglia Cristiana, la rivista che un anno fa meditava sul tema: “La Comunione a Berlusconi: è giusto?”; quella stessa che, sempre riguardo al presidente del Consiglio, ha posto ai lettori il problema del suo “stato di malattia, qualcosa di incontrollabile”. Insomma: due peccatori, due misure? E Bessarione sarebbe d’accordo? Almeno per la quaresima qualcuno dovrebbe meditarci su. A meno che non sia l’inizio di un ripensamento paolino, che ci porterà l’anno prossimo a meditare su un pensiero del Cav.

(Fonte: Assuntina Morresi, Il Foglio, 2 febbraio 2011)