sabato 20 gennaio 2018

Nozze "in volo" tra inganno e banalizzazioni


Certamente quando ci sarà la conferenza stampa sul volo che lo riporterà a Roma, papa Francesco avrà modo di spiegare meglio il significato che intende dare al matrimonio celebrato in Cile sull’aereo tra uno steward e una hostess, già sposati civilmente da otto anni.
Tanto più che dovrà anche giustificare il fatto che il matrimonio express le cui immagini hanno fatto il giro del mondo, in realtà era ampiamente preparato. Ieri sera è infatti spuntato un lungo articolo del quotidiano cileno El Mercurio, datato 19 dicembre, in cui nel presentare lo staff incaricato del servizio nei voli del Papa in Cile si racconta proprio della storia di Carlos Ciuffardi e Paula Podest, che nell’occasione esprimono la speranza di potere essere sposati dal Papa proprio sull’aereo durante uno degli spostamenti (clicca qui). Esattamente quello che è successo. Si può dunque immaginare che i due abbiano in qualche modo fatto richiesta ufficiale in tal senso, che dalla Santa Sede sia stata data via libera, e dunque ciò che è stata presentata come un’idea totalmente spontanea del Papa si rivela invece essere stata ben preparata. Si tratta di una sceneggiata sconcertante e incomprensibile, che rischia di mettere in ridicolo non solo l’attuale Corte vaticana ma lo stesso papato. Chiunque sia stato il regista dell’operazione, a maggior ragione si deve ritenere che con questo colpo di teatro si volesse far passare un messaggio.
Del resto è la cifra di questo pontificato insistere sul fatto che i gesti valgono più delle parole. E dunque ci si deve chiedere – aldilà delle intenzioni di chi ha costruito l’evento - che tipo di impatto e che messaggio lancia il gesto compiuto dal Papa e ripreso dai media di tutto il mondo.
Purtroppo la prima impressione è che il sacramento del matrimonio non sia una cosa da prendere troppo sul serio, dove il sentimento è decisamente prevalente rispetto alla ragione, dove gli uomini sono molto più protagonisti di Dio. Non molto diverso francamente dai matrimoni express che nell’immaginario collettivo si celebrano a Las Vegas. E legato a questo c’è la percezione che le norme ecclesiastiche per la celebrazione dei matrimoni siano un orpello inutile, un ostacolo alla possibilità per tutti di sposarsi con rito religioso. Non c’era infatti nessuno stato di necessità che giustificasse la dispensa dallo sposarsi in chiesa, all’interno della messa, dopo una adeguata preparazione, dopo le pubblicazioni e dopo aver presentato una serie di documenti che, fastidiosi che siano, dovrebbero essere a tutela della libertà dei futuri coniugi.
Se dunque il Papa fa vedere al mondo che tutte queste cose sono superflue, su quale base un parroco può pretendere tutti i passaggi di cui sopra da coppie che chiedono di sposarsi? C’è da aspettarsi situazioni sempre più difficili per i preti che si dovranno confrontare con la pretesa di sposare in chiesa (o in qualche altro posto originale) senza perdere troppo tempo con gli adempimenti del caso. Così come oggi si trovano persone che, pur restando in stato di peccato, pretendono in confessione l’assoluzione perché «lo dice anche il Papa» o, più semplicemente, vanno alla comunione senza neanche più passare dal confessionale. Non che il Papa lo abbia detto effettivamente, ma questa è la percezione comune, questo è il messaggio che è passato, soprattutto dopo l’esortazione apostolica Amoris Laetitia.
E a proposito di Amoris Laetitia, dovremmo considerare ormai carta straccia tutte le parti dove si insiste sulla necessità di una preparazione adeguata al matrimonio. Era stato proprio Francesco a porre con forza il problema di tanti matrimoni non validi, a causa dell’impreparazione con cui si affronta il fatidico “sì”, al punto di pubblicare un Motu Proprio (Mitis et Misericors Iesus) per facilitare i decreti di nullità dei matrimoni. E allo stesso tempo in Amoris Laetitia chiedeva maggiore responsabilità per far sì che i giovani che intendono sposarsi possano adeguatamente prepararsi al matrimonio. I corsi di preparazione, già esistenti, dovevano essere molto curati per essere all’altezza delle necessità. Non che tali indicazioni abbiano avuto particolare successo nelle varie diocesi, pare proprio che tutti siano interessati solo alla comunione per i divorziati risposati. Però adesso quella necessità oggettiva di arrivare consapevoli al matrimonio sembra definitivamente cancellata dal gesto “spontaneo” sull’aereo: evidentemente non è più un elemento fondamentale. «Sei sicuro?», «Sì»; e tanto basta.

(Fonte: Riccardo Cascioli, LNBQ, 20 gennaio 2018)


giovedì 18 gennaio 2018

Il minimalismo, malattia del cattolicesimo contemporaneo


In questi giorni scorrono in Italia sul web due video che fanno riflettere. Il primo riproduce le parole pronunciate durante la Messa di mezzanotte di Natale, da don Fredo Olivero, rettore della chiesa di san Rocco a Torino: «Sapete perché non dico il Credo? Perché non ci credo». Tra le risate dei fedeli, il sacerdote continua: «Se qualcuno lo capisce…, ma io dopo tanti anni ho capito che era una cosa che non capivo e che non potevo accettare. Cantiamo qualche cos’altro che dica le cose essenziali della fede». Il sacerdote ha quindi sostituito il Credo con il canto gospel Dolce sentire del film Fratello sole sorella luna.
Il Credo riassume gli articoli della fede cattolica. Negare uno solo di questi articoli costituisce un’eresia. Negare il Credo, in blocco, costituisce un atto di pubblica apostasia. E negarlo nel momento sacro della Messa costituisce un intollerabile scandalo.
La rimozione, la sospensione a divinis, la scomunica del sacerdote avrebbe dovuto essere immediata. Niente di tutto questo è accaduto. Mentre i media rimbalzavano l’incredibile notizia, l’unica voce di reazione ecclesiastica è venuta dall’altro capo dì Italia, in Sicilia, dove don Salvatore Priola, parroco e rettore del Santuario Mariano di Altavilla Milicia ha espresso in un’omelia la sua indignazione contro le parole del prete piemontese, esortando i suoi fedeli, ed ogni battezzato, a reagire pubblicamente di fronte a scandali di questo tipo.
Un video riporta le sue appassionate parole: «Fratelli e sorelle – ha detto – quando sentite un prete dire cose che sono contrarie alla fede cattolica, dovete avere il coraggio di alzarvi e dirlo al prete, anche durante la Messa: questo non le è consentito! E’ tempo di mettersi in piedi quando sentite dire cose che sono contrarie al nostro credo. Anche se le dice un vescovo, anche se le dice un prete. Mettetevi in piedi e ditelo: Padre, Eccellenza, non le è consentito. Perché c’è un Vangelo: Perché siamo tutti sotto il Vangelo, dal Papa a scendere. Siamo tutti sotto il Vangelo».
Le due opposte omelie impongono alcune considerazioni. Se un sacerdote giunge a rinnegare il Credo cattolico dall’altare, senza incorrere nelle sanzioni dell’autorità ecclesiastica, ci troviamo realmente di fronte ad una situazione di crisi nella Chiesa, di gravità inaudita. Tanto più che il caso di don Frido Olivero non è isolato. Migliaia di sacerdoti nel mondo la pensano allo stesso modo e si comportano di conseguenza. Ciò che invece appare come un caso fuori del comune, e che perciò merita tutto l’apprezzamento dei veri cattolici, è l’invito del parroco siciliano a levarsi in piedi in chiesa per ammonire pubblicamente un sacerdote, e perfino un vescovo, che dia scandalo. Questa pubblica correzione non solo è lecita, ma può essere talvolta un dovere.
E’ un punto che va sottolineato. La vera causa della crisi attuale non sta tanto nella arroganza di chi ha perso la fede, ma nella debolezza di chi, conservandola, preferisce tacere, piuttosto che difenderla pubblicamente. Questo minimalismo costituisce la malattia spirituale e morale contemporanea. Per molti cattolici l’opposizione agli errori non andrebbe fatta, perché è sufficiente “comportarsi bene”, oppure la resistenza dovrebbe essere ridotta alla difesa degli assoluti morali negativi, cioè a quelle norme che proibiscono sempre e in ogni caso determinati comportamenti contrari alla legge naturale e divina.
Ciò è sacrosanto, ma non dobbiamo dimenticare che non esistono solo precetti negativi che ci dicono quello che non si può mai fare, esistono anche precetti positivi che ci dicono quello che si deve fare, quali sono le opere e gli atteggiamenti che piacciono a Dio e con cui possiamo amare il prossimo. Mentre i precetti negativi (non uccidere, non rubare, non commettere atti impuri) sono formulati in termini concreti perché vietano una specifica azione sempre e in ogni luogo, senza eccezioni, i precetti positivi (la preghiera, il sacrificio, l’amore alla Croce) sono indeterminati, perché non possono stabilire ciò che si deve fare in ogni circostanza, ma obbligano anch’essi, a seconda delle situazioni.
I modernisti estendono indebitamente la “morale della situazione” dai precetti positivi a quelli negativi, in nome dell’amor di Dio, dimenticando che amare significa osservare la legge morale, perché Gesù ha detto: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama» (Gv 14,21). I conservatori, da parte loro, si attestano spesso su posizioni di minimalismo morale, dimenticando che un cattolico deve amare Dio con tutto il cuore, la mente, l’anima e tutte le forze (Mt 22, 35-38; Mc 12, 28-30).
Per questo san Tommaso d’Aquino spiega che tutti siamo obbligati non solo al bene, ma al bene migliore, non nel piano dell’azione, ma in quello dell’amore (In Evang. Matth.,19, 12)
La prima verità morale è l’amore. L’uomo deve amare Dio al di sopra di tutte le creature e amare le creature secondo l’ordine stabilito da Dio. Vi sono atti negativi che non si possono mai compiere, in nessuna circostanza. Ma vi sono atti positivi che, in determinate circostanze, è obbligatorio compiere. Questo dovere morale non ha il suo fondamento in un precetto negativo, ma nell’amore di Dio.
I precetti hanno dunque un limite inferiore: ciò che non si può fare, ma non hanno un limite superiore perché l’amore a Dio e al prossimo non ha confini e noi siamo perfetti in misura del nostro amore. Giovanni Paolo II lo spiega nel n. 52 della Veritatis Splendor.
«Il fatto che solo i comandamenti negativi obbligano sempre e in ogni circostanza, non significa che nella vita morale le proibizioni siano più importanti dell’impegno a fare il bene indicato dai comandamenti positivi. Il motivo è piuttosto il seguente: il comandamento dell’amore di Dio e del prossimo non ha nella sua dinamica positiva nessun limite superiore, bensì ha un limite inferiore, scendendo sotto il quale si viola il comandamento. Inoltre, ciò che si deve fare in una determinata situazione dipende dalle circostanze, che non si possono tutte quante prevedere in anticipo».
Alla teoria del “male minore” dobbiamo contrapporre quella del “bene migliore”. Sul piano dell’azione, il bene non si può determinare a priori, perché sono tante, incerte e indeterminate, le azioni buone che potremmo compiere. Ma se il bene migliore si presenta alla nostra coscienza come chiaro, ben definito e tale da poter essere compiuto hic et nunc, la negligenza è colpevole: abbiamo l’obbligo morale di compierlo.
Il precetto della correzione fraterna è tra i precetti morali positivi. Non si è sempre tenuti a farla, e non lo si può esigere come un dovere dagli altri, ma ognuno di noi deve sentirsi impegnato a reagire, di fronte a negazioni pubbliche della verità cattolica. Chi ama veramente Dio deve seguire l’esempio di Eusebio, il laico successivamente vescovo, che, nel 423, si levò pubblicamente contro Nestorio che negava la Maternità Divina.
L’esortazione di don Salvatore Priola a levarsi in piedi quando sentiamo dire cose contrarie alla fede cattolica è l’invito a manifestare il nostro massimalismo nell’amore a Dio e a non porre la fiaccola della nostra fede sotto il moggio, ma a metterla sul lucerniere, illuminando col nostro esempio l’oscurità dei nostri tempi (Mc 4, 21, 25)

(Fonte: Roberto de Mattei, Corrispondenza Romana, 17 gennaio 2018)https://www.corrispondenzaromana.it/minimalismo-malattia-del-cattolicesimo-contemporaneo/


Un libro di Corrado Gnerre: “La Riforma. Evento dello Spirito o grave eresia?” Ottimo sussidio educativo.


«Sulla Riforma quante sciocchezze si dicono a scuola ai nostri ragazzi. La prima sciocchezza – e non è poco – è proprio chiamarla così: “Riforma”, quando invece […] fu una vera e propria “rivoluzione”. Ma si sa, le parole servono non poco a condizionare i giudizi» (p. 11). Così sta scritto nel piccolo e pregevole libro che la penna di Corrado Gnerre e la Casa Mariana Editrice, con La Riforma. Evento dello Spirito o grave eresia? (pp. 80), ci offrono come vero e proprio sussidio educativo. Spicca, infatti, una metodologia pedagogica e proprio per tale ragione il testo sarebbe particolarmente indicato ai genitori, per sé e per i propri figli; agli insegnanti, per sé e per i propri studenti; per i catechisti, per sé e per i propri assistiti. In breve, infatti, vengono spiegate le ragioni filosofiche, teologiche, storiche, culturali per cui è avvenuta una Rivoluzione, che ha avuto in Martin Lutero la sua ideale guida.
Martin Lutero, un personaggio da Paura. È proprio lui che si scrisse: «Quando la Messa sarà distrutta, penso che avremo rovesciato con essa tutto il papismo. Il papismo infatti poggia sulla Messa come su una roccia, tutto intero con i suoi monasteri, vescovadi, collegi, altari, ministeri e dottrine, in una parola con tutta la sua pancia. Tutto ciò crollerà necessariamente, quando sarà crollata la loro Messa sacrilega e abominevole. […] Bisognerebbe arrestare il papa, i cardinali e tutta la plebaglia che lo idolatra e lo santifica, arrestarli come bestemmiatori, e strappare loro la lingua fin dal fondo della gola e inchiodarli tutti in fila alla forca» (Martin Lutero, Contra Henricum, Regem Angliae, 1522, Wittenberg, Werke, Vol. X, p. 220).
Questo “Landru” di Eisleben, nato nella Chiesa agostiniano senza vocazione monastica e sacerdotale e deceduto eresiarca fuori dalla Chiesa, ha seminato la morte, sia spirituale che corporale (le rivolte dei contadini), perché la rivoluzione è sempre dispensatrice di tenebre. I suoi scritti sono carichi di odio e di invettive. I suoi atti sono distruttivi e anticristiani. Animo turpe e bellico il suo. Dissacratore, fondò una religione a proprio uso e consumo, che trovò favore nei principi tedeschi, i quali ebbero gran vantaggio dallo scisma: incamerarono molti beni ecclesiastici e acquisirono autonomia dall’Impero centrale.
Gnerre sfata i miti e ci riporta all’autentico profilo di Lutero, che non fu un riformatore della Chiesa – «“Riformare” significa tornare alla forma originaria (ri-formare); ebbene, Lutero non riformò, ma distrusse tutto» (p. 12) – bensì uno sterminatore. Basti pensare che su 7 Sacramenti uno solo rimase integralmente in piedi, il Battesimo. Il mito del suo essere stato paladino contro le indulgenze e la corruzione della Chiesa è falso. È prova il fatto che egli, come scrisse nel De captivitate babylonica Ecclesiae, riteneva marcio il Papato in se stesso e non questo o quel Pontefice. Egli affermava che il Papa, anche se fosse stato l’uomo più santo del mondo, era comunque un anticristo in quanto la Chiesa di Roma non è la Chiesa di Cristo. Scrisse in una missiva a Papa Leone X, che accompagnava il suo trattato Sulla libertà religiosa: «Mi sono scagliato contro le dottrine empie, e ho severamente criticato i miei avversari, non a causa dei loro cattivi costumi, ma a causa della loro empietà» (p.13).
Altro falso mito che viene divulgato – soprattutto sotto il pontificato di Francesco, il Papa che loda il Luteranesimo, fino ad acquisirne degli “insegnamenti” – è che egli volesse “riformare” la Chiesa per renderla migliore e purificarla. E cosa fece per raggiungere tale obiettivo? Abolì il sacerdozio ministeriale, il Primato di Pietro e il potere temporale. Inoltre dichiarò che alla salvezza si giunge solo attraverso la Fede, senza le opere; che le Sacre Scritture possono essere interpretate soggettivamente; che il Purgatorio non esiste. L’iconografia sacra fu pauperizzata, umiliata, popolarizzata. Sparirono le devozioni alla Vergine Santissima, agli Angeli, ai Santi. E, negando la transustanziazione, soppresse l’adorazione del Santissimo Sacramento.
Il Luteranesimo è stata la malapianta cresciuta in seno alla Chiesa e che la Chiesa ha riconosciuto come tale e per questo l’ha estirpata da sé. Il Modernismo, che San Pio X ha tentato di sradicare dalla Chiesa, crescerà proprio su quelle false dottrine teologiche dell’antica malapianta, che avrà, nel Settecento, humus propizio nelle idee illuministe. Nella storia della Chiesa è sempre stato così, una continua pulizia di eresie più o meno grandi, più o meno pandemiche. E la pandemia oggi ha raggiunto livelli da Paura proprio perché le eresie hanno conquistato la maggior parte della Chiesa, fino a vedere in Lutero una figura da onorare e da seguire.
Egli rinnega la vera Fede e rifiuta la ragione, considerandola una «prostituta del demonio» in quanto non serve ad avvicinarsi a Dio, ma per allontanarsi. Ecco che aborrisce la filosofia aristotelica e San Tommaso. «La ragione è il peggior nemico che la fede abbia: non viene mai in aiuto delle cose spirituali, al contrario […] combatte contro la rivelazione divina trattando con disprezzo tutto ciò che proviene da Dio» (p. 17).
L’efficace trattatello proposto da Gnerre snocciola tutte le tematiche inerenti Lutero e il Luteranesimo. La personalità del monaco smonacato viene presentata nella sua veridicità e ne esce un personaggio spregevole, perverso e viscido. Non è un’idea dell’autore, ma è proprio l’eresiarca che emerge quale è, attraverso ciò che scriveva di sé e della Chiesa, che voleva morta e sepolta: «Come Mosè ha distrutto il vitello d’oro, così dobbiamo fare noi con il papato, fino a ridurlo in ceneri. […] Vorrei abolire tutti i conventi, vorrei farli sparire, raderli al suolo […] affinché di essi non rimanga sulla terra neanche la memoria» (p. 41).
Non perdetevi questo prezioso lavoro! Per come è stato concepito sarebbe piaciuto molto a San Giovanni Bosco: era suo uso procedere contro le menzogne e gli inganni dei Protestanti – in particolare i Valdesi, molto presenti nel Piemonte del suo tempo – proprio con tali incisivi strumenti.

(Fonte: Cristina Siccardi, Scriptorium, Riscossa Cristiana, 13 gennaio 2018) https://www.riscossacristiana.it/scriptorium-recensioni-rubrica-quindicinale-di-cristina-siccardi-130118/


domenica 7 gennaio 2018

“Correzione filiale” al Papa: la verità che i lettori meritano


Immagino che i lettori (ma anche alcuni collaboratori), vedendo la mia firma in calce alla Correctio filialis, si siano domandati se questa mia iniziativa sia in linea con quanto vado scrivendo da anni nei miei libri, negli articoli di riviste scientifiche e anche in tanti articoli che tu, caro direttore mi hai chiesto e hai pubblicato nella NBQ.
So peraltro che molte interpretazioni giornalistiche dell’evento lo caricano di connotazioni negative: si parla di un «affronto al Papa», di un «gesto di ribellione» eccetera. Soprattutto, da parte di chi non ha alcun reale interesse per ciò che concerne la fede cattolica, si trascura il contenuto propriamente dottrinale del documento, limitandosi a inquadrarlo nella lotta intra-ecclesiale tra conservatori e progressisti. Io avrei partecipato dunque a un atto eversivo, gravemente lesivo dell’unità della Chiesa sotto la guida del supremo Pastore. Le cose non stanno affatto così, e i lettori della NBQ meritano un’informazione più veritiera, sia riguardo al documento in sé che riguardo al fatto che io lo abbia firmato. Cerco di chiarire tutto per ordine.

1) Io personalmente ho firmato quel documento per un motivo esclusivamente teologico-pastorale, ossia per quell’impegno apostolico che san Giovanni Paolo II chiedeva a tutti i cattolici nel motu proprio Ad tuendam fidem  (18 maggio 1998). Altri lo avranno fatto per altri motivi e in rappresentanza di ambienti e schieramenti ecclesiali che si autodefiniscono “tradizionalisti”. Io invece parlo e scrivo a nome della Chiesa, se si tratta di comunicare la fede nella catechesi e nell’insegnamento della teologia; se poi si tratta di esporre, non il dogma ma delle ipotesi di interpretazione del dogma (ossia, delle opinioni), parlo a nome mio personale, senza mescolare la certezza assoluta della fede con le certezze relative delle ideologie.
Per questo, io non sono mai stato e continuo a non essere un conservatore e nemmeno un tradizionalista. Rispetto chi ama etichettarsi ed essere etichettato così ma a me basta e avanza la qualifica di cattolico. Sono semplicemente un cattolico che studia da tutta una vita la verità della fede cristiana, la trasmette attraverso il suo ministero sacerdotale, ne mostra il mirabile progresso storico (giustamente denominato «evoluzione omogenea del dogma»), allo stesso tempo che ne combatte le adulterazioni secolaristiche e anche i riduzionismi ideologico-politici , non importa se di stampo conservatore o di stampo progressista (lo sanno bene i molti lettori del mio trattato su Vera e falsa teologia. Come distinguere l’autentica “scienza della fede” da un’equivoca filosofia religiosa, ormai giunto alla terza edizione).

2) Quel documento io l’ho attentamente letto in bozza prima di apporre la mia firma, e l'ho anche corretto in alcune espressioni che ritenevo improprie. Alla fine mi è sembrato opportuno, nel momento presente, rivolgere questo accorato appello al Papa affinché metta un freno, per quanto è in suo potere, alla deriva antidogmatica di certa teologia tendenzialmente eterodossa (da Karl Rahner e Teilhard de Chardin a Hans Küng e Walter Kasper), che è diventata egemone nei centri di formazione ecclesiastica, nell’episcopato cattolico, e persino nei dicasteri pontifici, arrivando a inquinare il linguaggio e i riferimenti teologici di taluni documenti del magistero pontificio, come è avvenuto con l’esortazione apostolica Amoris laetitia.

3) E’ lecito un appello del genere, sia pure nei termini rispettosi con cui è stato redatto e consegnato al Papa? Certamente è moralmente lecito e canonicamente legittimo. Esso, infatti, contrariamente a come è stato presentato da commentatori poco attenti o inclini al sensazionalismo, non intende accusare il Papa di eresia ma lo richiama rispettosamente a non favorire ulteriormente la deriva chiaramente ereticale che inquina la vita della Chiesa. Il che significa, in pratica, chiedergli rispettosamente la rettifica di alcuni suoi indirizzi pastorali che sono risultati ambigui o fuorvianti, soprattutto perché contrari a una tradizione dogmatica e morale ormai consolidata, fatta propria dal magistero solenne e ordinario dei suoi immediati predecessori.
Insomma, la “Correctio filialis” non afferma che il Papa sia incorso in eresia con atti interpretabili come vero e proprio magistero pontificio (quello che viene denominato «magistero ordinario e universale»); non afferma cioè che nelle sue encicliche e nell’esortazione apostolica post-sinodale sia rilevabile qualche eresia propriamente detta, ossia un insegnamento dogmatico materialmente incompatibile con la fede già definita dalla Chiesa. Se la “Correctio filialis” contenesse siffatta accusa, io non l’avrei certamente sottoscritta. Io l’ipotesi di un Papa eretico l’ho energicamente respinta in un libro pubblicato di recente (Teologia e Magistero, oggi, Leonardo da Vinci, Roma 2017), adducendo argomenti che ritengo teologicamente inoppugnabili, anche in polemica con alcuni studiosi che pure sono firmatari della “Correctio filialis” (ad esempio, Roberto De Mattei).
La “Correctio filialis” afferma invece che la prassi pastorale del Papa sta contribuendo alla diffusione delle eresie, sia per gli argomenti che adopera nei suoi discorsi e documenti (argomenti chiaramente desunti da consiglieri ben noti per la loro cattiva dottrina), sia per le sue decisioni di governo (nomine di alcuni e dimissioni o allontanamento di altri) che finiscono per conferire potere e prestigio nella Chiesa ai teologi che tali eresie da tempo insegnano, mentre allontana da sé e dai dicasteri della Santa Sede i teologi di retto criterio.

4) Chi dà a me e tutti gli altri firmatari il diritto di rivolgere questo appello al Papa? Non sarà eretico proprio il fatto di contraddire l’insegnamento di un Papa o negare la sua autorità dottrinale? No, non è un atto eretico, perché c’è eresia solo dove si contraddice formalmente un dogma, e con quelle osservazioni critiche della “Correctio filialis” non si contraddice alcun dogma formulato da papa Francesco né alcuna dottrina morale da lui proposta come verità che obblighi tutti i cattolici a ritenerla irreformabile. La “Correctio filialis” denuncia proprio il contrario, cioè il fatto che alcune indicazioni pastorali di papa Francesco rimettono in discussione la dottrina che i suoi predecessori avevano proposto come verità ormai definita.

5) Ora, richiamare l’attenzione del Papa sull’effetto nocivo che questa prassi – anche se probabilmente dettata da buone intenzioni pastorali – sta producendo nell’opinione pubblica cattolica non è offensivo nei riguardi del Papa e non nasce da presunzione o spirito di polemica o di divisione. Si tenga presente che la prassi dell’autorità ecclesiastica è fatta di decisioni prudenziali, che possono essere giudicate (da Dio) più o meno sagge e opportune, ma si possono sempre rettificare alla vista dei loro effetti. Ho detto che solo Dio è giudice di queste azioni dei suoi ministri. Ma anche ai fedeli può essere concesso di avere un’opinione (non la certezza assoluta, che in questa materia gli uomini non possono avere) sull’opportunità o l’utilità di tali scelte prudenziali dell’autorità ecclesiastica.
Io sono arrivato alla certezza (solo relativa, s’intende) che questa prassi di un magistero non dogmatico, “liquido”, riformista, anzi addirittura rivoluzionario non sia utile al vero bene delle anime, ossia al progresso della vita cristiana di tutti fedeli della Chiesa cattolica. La mia è un’opinione che mi sono formato innanzitutto sulla scorta della mia personale esperienza di amministrazione dei sacramenti, e poi raccogliendo anche le esperienze di quei miei confratelli sacerdoti che sono in crisi di coscienza su come intendere e come applicare le nuove direttive pastorali della Amoris laetitia.

6) L’iniziativa della “Correctio” è contraria al sensus ecclesiae? La correzione fraterna tra i discepoli di Cristo è comandata da Cristo stesso nel Vangelo. Io, come ogni cristiano, intendo il sensus ecclesiae come responsabilità nei confronti del Vangelo, che deve essere vissuto personalmente e professato comunitariamente. Inoltre, come sacerdote, sono e mi sento partecipe della missione apostolica del collegio episcopale (la «sollicitudo omnium ecclesiarum»), che vivo mantenendomi sempre in comunione di fede e di disciplina ecclesiastica con il mio ordinario diocesano, che è il Papa stesso, Vescovo di Roma (io appartengo infatti al clero romano). L’applicazione pratica di questa partecipazione, affettiva ed effettiva, alla missione apostolica del collegio episcopale è la preoccupazione per come gli insegnamenti e le direttive pastorali della Chiesa sono recepiti e vissuti, contribuendo positivamente all’edificazione del Popolo di Dio nella fede e nella carità.

Tale preoccupazione è oggi acuita dal gravissimo disorientamento pastorale provocato dall’interpretazione ideologica dei documenti del Vaticano II e anche del magistero post-conciliare secondo quella «ermeneutica della rottura» che fu denunciata a suo tempo da papa Benedetto e che consiste nella diffusa percezione che non c’è più una «dottrina della fede» ma solo programmi di riforma della Chiesa cattolica per omologarla alle altre religioni sulla base di una «etica  mondiale» patrocinata anche dalle ideologie politiche dominanti nel mondo (vedi la mia Introduzione teologica al libro di Danilo Quinto, Disorientamento pastorale, Leonardo da Vinci, Roma 2016). In tali circostanze ecclesiali, ho scritto recentemente sulla NBQ, ciascuno dei fedeli cattolici deve fare ciò che è alla sua portata, e quindi io faccio ciò che posso, per quello che mi sembra utile.

(Fonte: Antonio Livi, LNBQ, 27 settembre 2017)


venerdì 5 gennaio 2018

Replica di Mons. Antonio Livi alle critiche di Massimo Introvigne


Replica di Mons. Livi alle polemiche di turiferari di vario genere suscitate dal suo testo L'eresia al potere [qui], che trae spunto dal testo di E.M. Radaelli "Al cuore di Ratzinger. Al cuore del mondo". E, finalmente, (vedi punto 4.) riconosce apertis verbis la gestione deficitaria della marea montante del modernismo, con le sue eresie e il suo programma di riforme, da parte dei papi del Concilio e del post-concilio. Anche se continua a glissare sui punti controversi dei documenti conciliari, ai quali la detta gestione deficitaria è riconducibile. Eppure Romano Amerio ed altri studiosi li conosce bene...


Certamente, non intendo rispondere alle scomposte accuse che Massimo Introvigne rivolge a me (e ciò ha qualche appiglio di cronaca per le cose che ho scritto l’altro giorno sul sito di Sandro Magister) e anche alla Nuova Bussola Quotidiana (che invece non ha nulla a che vedere con quello che ho scritto io). La polemica è stata poi gonfiata da La Stampa [qui] e dal Giornale (che copia dalla Stampa). Mi dispiace che una mia iniziativa di carattere prettamente teologica sia stata maldestramente commentata da un sociologo come Introvigne (che, in quanto tale, ma anche per sue personali idiosincrasie non coglie l’importanza che nella fede cattolica ha la verità del dogma) e da altri pubblicisti come Tornielli (che, in quanto cronisti di eventi politici, hanno un certo interesse solo per le questioni legate al potere ecclesiastico) i quali, visto il modo con cui polemizzano nei miei confronti, evidentemente non hanno letto e studiato prima (e nemmeno dopo) i documenti ai quali mi riferisco. Essi parlano del mio scritto come se si trattasse della “Prefazione” al libro di Enrico Maria Radaelli: segno che non hanno letto il libro in questione ma solo ne deprecano il contenuto a priori (oggi si direbbe “a prescindere”), che non ha alcuna Presentazione di altri autori. 
Nel segnalare l’uscita del libro di Radaelli Sandro Magister pubblica una mia riflessione storico-teologica nella quale prendo l’occasione per riproporre un tema a me caro, ossia l’evidente e documentata egemonia della teologia progressista (con il conseguente relativismo dogmatico) negli studi ecclesiastici e nel governo della Chiesa. Questa non è una tesi nuova: è la tesi che da anni cerco di esporre prudentemente e con tutto l’equilibrio necessario. Ne parlo nelle tre successive edizioni del mio trattato su Vera e falsa teologia (Leonardo da Vinci 2017), e poi anche nel volume Teologia e Magistero, oggi (Leonardo da Vinci 2017), nel quale tra l’altro ribadisco, contro Roberto de Mattei, che non è accettabile l’ipotesi di un papa eretico, mentre è possibile verificare che alcuni provvedimenti (attivi oppure omissivi) dei papi abbiano favorito l’estendersi dell’eresia. 
I vostri lettori hanno imparato con gli anni a diffidare di quei giornalisti che stravolgono gli eventi della Chiesa cattolica commentandoli con le categorie della propaganda politica, dove vengono sempre bene le fake news e le estrapolazioni arbitrarie, condimento del sensazionalismo. E, siccome mi conoscono (anche se sono soltanto uno tra i tanti tuoi valenti collaboratori, e nemmeno il più assiduo), vi sarò grato se farete loro sapere che il mio pensiero sui papi del Concilio (Giovanni XXXII e Paolo VI) e del post-concilio (Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco) non corrisponde affatto alla caricatura grottesca che ne hanno fatto Introvigne e Torrielli ma si basa su questi precisi enunciati:
  1. La santità di un papa (presunta o riconosciuta canonicamente) non implica l’esaltazione acritica di ogni sua azione pastorale, soprattutto se una data azione pastorale di un papa è contraria a quella di altri papi altrettanto santi: ad esempio, san Giovanni XXIII, nel celebre discorso di inaugurazione dei lavori del Vaticano II (Gaudet Mater Ecclesia) dice il contrario di quello che diceva san Pio X riguardo alla condanna degli errori moderni in materia di fede e di morale. Ragioniamo: se san Pio X viene da oltre un secolo criticato e vituperato dai teologi progressisti (che lo dipingono come un despota ottuso che non ha capito le istanze della modernità), perché non si può formulare qualche rispettosa critica nei confronti di chi ora, da Papa, apre invece le porte al modernismo e non condanna, anzi esalta i suoi rappresentanti (Rahner, Kasper, Gutiérrez, Ravasi, Forte et ceteros quosdam)? So che a questa mia domanda retorica viene di solito opposta una risposta sfuggente, in chiave di mero storicismo dialettico, la quale però non regge alla critica storico-dogmatica, quella che io faccio servendomi della mia competenza in materia di logica aletica.
  2. La dottrina sulla fede nella Rivelazione è il punto in cui ci si gioca l’ortodossia o l’eterodossia. L’errore sul modo di intendere la fede, sia come ciò che bisogna credere per la salvezza («fides quae creditur») sia come l’atto di assenso dell’intelletto alla verità rivelata («fides qua creditur»), è l’errore di fondo, è all’origine di tutte le eresie. Il modernismo è la più grave minaccia alla fede cattolica proprio per questo errore iniziale. L’interpretazione modernistica della fede non è innocente e innocua, perché stravolge il senso della rivelazione divina e la verità del del dogma proposto dalla Chiesa, che non può essere interpretato con categorie logiche contrarie a quelle utilizzate dal Magistero fino al Vaticano I (1870). In questo senso, non è logico esaltare san Giovanni Paolo II quando favorisce l’indifferentismo religioso (dottrina già più volte condannata) con la riunione ecumenica di Assisi, e poi denigrarlo quando riporta all’attenzione dei teologi la dottrina sulla fede del Vaticano I, come fece con l’enciclica Fides et ratio (14 settembre 1998), enciclica che la Santa Sede, all’epoca di Benedetto XVI, considerò come un infortunio, una specie di “passo indietro” nel progressivo allontanamento dal dogma del Vaticano I. Per questo specifico motivo, l’autorità accademica della mia Università, la Lateranense (che ha il titolo di “Università del Papa”), decise di relegare nel dimenticatoio la Fides et ratio, impedendomi di illustrarla sistematicamente attraverso una cattedra apposita, al servizio degli studi di Filosofia e di Teologia.
  3. Per un motivo di fede in Cristo, il quale ha voluto istituire la sua Chiesa come «sacramento universale di salvezza», la devozione e l’obbedienza al Papa sono sempre dovute, chiunque sia colui che esercita tale funzione ecclesiale di grazia e di carità, nell’unità della fede. Ogni fedele ha necessariamente un atteggiamento di cordiale fiducia e di fattivo sostegno, anzitutto con la preghiera liturgica e personale, nei confronti di chiunque abbia ricevuto la potestà sacra di agire “in persona Christi Capitis”, fungendo da vicario di Cristo Maestro, Sacerdote e Re. Ma non può essere un’obbedienza preferenziale e selettiva, da riservarsi ad humanam personam, qualora serva ai propri interessi ideologici. Proprio per questo non accetto lezioni di fedeltà alla Chiesa da coloro che oggi si atteggiano a difensori dell’autorità pontificia, dopo che hanno passato una vita intera a criticare i più grandi papi del nostro tempo quando non sembravano del tutto uniformati alla loro ideologia… Costoro parlano trionfalmente di una immaginaria “Chiesa di Bergoglio”, che è un’espressione teologicamente insensata. Essi non difendono Francesco come Papa ma come il garante di una situazione di potere accademico, mediatico e curiale che costituisce il loro momentaneo successo personale come propagandisti della riforma della Chiesa, dalla quale devono essere eliminati il dogma (con le categorie metafisiche che gli sono intrinseche) e la morale (con le nozioni della legge naturale che il Vangelo non annulla bensì presuppone e perfeziona). Ma un giorno, forse presto, si renderanno conto che, tolto il dogma (ossia la verità rivelata da Dio che obbliga in coscienza a uniformare il proprio giudizio a quello del Magistero), nessuno è più tenuto in coscienza a credere che il papa sia il vicario di Cristo: resterà allora soltanto il consenso delle masse verso un personaggio mediaticamente rilevante, un leader dotato di un carisma sociologicamente trendy, un uomo che favorisce o almeno accetta il “culto della propria personalità”, destinato, in quanto tale, a uscire di scena, prima o poi, come sempre succede in politica. Chi invece vive di fede, prega per il papa regnante con la preghiera liturgica tradizionale, che è ricavata da un versetto dei Salmi di Davide e suona così: «Dominus conservet eum, et vivificet eum, et beatum faciat eum in terra, non tradat eum in manus inimicorum suorum». E poi, quando sembra opportuno, chi vive di fede arriva anche ad aiutare il Papa nel governo della Chiesa attraverso documenti di lavoro e persino pubblici avvertimenti o ammonimenti, come quello che fu correttamente intitolato “correctio filialis de haeresibus propagatis”.
  4. Questo è infatti il senso delle mie osservazioni critiche sul modo con il quale i papi del Concilio e del post-concilio hanno gestito la marea montante del modernismo, con le sue eresie e il suo programma di riforme: eresie e riforme che oggi, dopo un secolo di progressiva conquista del potere, si configurano sempre più chiaramente come una “luteranizzazione” della Chiesa cattolica. Anche se l’eresia al potere mi accusa di “attaccare il papa” o di “negare l’autorità del Concilio”, nessuno può documentare queste accuse citando i miei discorsi e i miei scritti. Io dico pubblicamente e scrivo tutto i contrario: dico che nessun Papa è finora incorso in eresia, e nessun documento conciliare contiene dottrine formalmente eretiche. Negli atti del Vaticano II e dei papi che si sono susseguito dal 1965 ad oggi ci sono molti insegnamenti di carattere dogmatico, anche se di intonazione pastorale: non sono nuovi dogmi ma sviluppano in modo omogeneo i dogmi del tempo pre-conciliare. Così anche nelle encicliche di Paolo VI e di Giovanni Paolo II. Ma tutto ciò non toglie che l’eresia dilagante non abbia trovato nei documenti del Concilio e negli atti pontifici successivi una sanzione esplicita e una condanna formale, ma anzi abbia trovato molta accondiscendenza nelle idee e nelle persone. Questo è indubbiamente vero, è documentato già abbondante mente e può esserlo ancora di più, e farlo umilmente notare a chi potrebbe fare qualcosa di più e di meglio non è offensivo né eversivo dell’ordine costituito nella Chiesa.
(Fonte: Antonio Livi, Cooperatores veritatis, 4 gennaio 2018) 


mercoledì 3 gennaio 2018

La "teologia del Capodanno". Secondo Dio


Ad ogni passaggio di anno è ovvio pensare al tempo che passa. Ci si pensa sempre, ma al primo giorno di un anno nuovo ci si pensa di più. Quando l’uomo fa questo mette in atto una filosofia della storia; quando lo fa il cristiano si sviluppa una teologia della storia, semplice o elaborata che sia. La Chiesa ha pensato da sempre a questa “teologia del Capodanno”, come potremmo chiamarla, con l’idea che il tempo che passa non è inutile perché esiste una teologia della storia, una visione della storia non dal punto di vista nostro ma dal punto di vista di Dio.
Questo è un punto in cui oggi il cristianesimo è debole rispetto al passato. Non sembra che in giro ci siano segni di una teologia della storia come quella del De civitate Dei di Sant’Agostino. Oppure circolano teologie della storia che però chiudono Dio nella storia anziché aprire la storia a Dio. Il punto centrale, alla fine di tutti i discorsi, è proprio questo.
Un esempio ancora molto attuale, nonostante la sua età piuttosto antica, di una visione di questo genere è la teologia della storia di Gioacchino da Fiore. Questo monaco benedettino sosteneva alla fine del XII secolo che all’Età del Padre e a quella del Figlio sarebbe succeduta l’età dello Spirito. Superata la “lettera” del Vangelo, la forma, la struttura, l’esteriorità, la dottrina, la legge, di cui Cristo stesso sarebbe espressione, si sarebbe aperta la fase di una comunità universale animata direttamente dallo Spirito e libera da prescrizioni, regole e tutele. E’ il sogno gnostico di una umanità maggiorenne.
La teologia della storia di Gioacchino animò l’azione dei francescani “spirituali” contro cui dovette lottare San Bonaventura, e poi tutti i movimenti rivoluzionari e millenaristi fino ai nostri giorni. Anche oggi molti pensano ad una Chiesa solo spirituale e non istituzionale, solo pastorale e non dottrinale, animata dallo Spirito e non dal Verbo, incentrata sulla legge nuova contro la legge antica.
Questi movimenti tuttora presenti e vivaci, nonostante puntino sullo spirituale in effetti mondanizzano la fede cristiana. Sembra che aprano la storia a Dio ed invece la chiudono. Trasformano il futuro in utopia concreta e tendono a realizzare la salvezza già qui sulla terra.
Dopo il Concilio Vaticano II tendenze di questo tipo si sono fatte molto presenti nella Chiesa cattolica ed ora sembrano letteralmente dilagare. Partendo dal superamento della struttura nello spirito, criticano ogni teologia politica, accusandola di prostituire lo spirito alla lettera, e predicano una rivoluzione che favorisca la promozione umana oltre regole e confini.
Teologie della storia di questo genere pensano che il tempo debba condurre ad un superamento dell’ordine, a qualcosa di radicalmente nuovo e libero, Ma il cristiano non può pensarla così, perché il Dio della legge nuova è lo stesso Dio della legge antica. Il Dio salvatore è lo stesso Dio creatore. Lo Spirito non agisce solo in vista della salvezza finale, ma agiva ed agisce anche nella creazione. Per questo la salvezza non è il superamento dell’ordine della creazione ma è semmai una nuova creazione. La legge antica non viene superata ma elevata. Ogni ordine che sia veramente tale non deve essere superato nel disordine, ma purificato in un ordine superiore. Non può esserci uno spirito della vita matrimoniale che superi le prescrizioni di Cristo come se fossero proprie di una età intermedia da oltrepassare. La teologia morale non deve essere rifondata eliminando la legge morale naturale.
L’ultima teologia della storia degna di questo nome ritengo sia quella di Giovanni Paolo II. Se ne può vedere la sintesi con cui l’ha espressa in “Memoria e identità” e in “Varcare la soglia della speranza”. Ed è una teologia della storia contrapposta a quella vista ora. Mentre quella vedeva nella legge un elemento da superare, questa considera tale presunzione come un peccato di orgoglio. Voler andare oltre la “lettera” del Vangelo, la prescrittività della natura creata, la struttura della Chiesa significa peccare di superbia. Il male è presente nel mondo tramite il peccato e la colpa non sta nell’ordine da cui liberarsi quanto nel disordine che il peccato produce. Il peccato originale è stato un atto di superbia e pensare ora che il male pur presente nell’ordine si possa eliminare superando l’ordine, anziché restaurarlo come era in principio, significa ripetere il peccato originale.
Il senso teologico del tempo che passa e che avvertiamo a Capodanno più che in altri momenti, consiste nella speranza di passare dalla colpa alla redenzione, non perché una presunta novità faccia piazza pulita di regole, strutture e prescrizioni, ma perché la grazia le rianimi rendendole utili alla salvezza. Una eventuale età dello Spirito che ci renda spirituali senza più essere buoni non è da ascoltare. 

(Fonte: Stefano Fontana, LNBQ, 2 gennaio 2018)

  

sabato 30 dicembre 2017

Al “Credo” non ci credo: il prete ora è libero di non avere fede


Cronache dalla neo Chiesa: «Io al Credo non ci credo». I fedeli della chiesa di San Rocco di Torino, radunati per la messa di mezzanotte si sono lasciati sfuggire una risatina di complicità. E così il parroco, don Fredo Olivero, ha annunciato in sostituzione il canto Dolce sentire. Insomma: un canto ispirato al Cantico delle creature come sostitutivo del Credo, che rappresenta l’ossatura fondante della fede di ogni battezzato.
Ora, si potrebbe anche alzare le mani e dire: bè, con queste premesse, ha vinto lui. Anni e anni a tentare di camuffare articoli scomodi o parti della messa troppo farraginose e poi arriva lui con la soluzione gordiana: perché non toglierlo del tutto? Chapeau, effettivamente… La cattiva teologia che si mangia la dottrina ha toccato vette sublimi l’altra sera durante una messa che definire show è eufemistico: liturgia eucaristica modificata alla bisogna, comunione distribuita solo da ministri straordinari, anzi, fatta prendere in mano dai fedeli che l’hanno intinta personalmente nel calice, un Padre nostro condiviso con il più profano canto spagnoleggiante ricalcato da Sound of silence di Simon & Garfunkel. Liturgia anni ’70 allo stato puro, mancavano solo i cantori con zampa d’elefante.
Invece è l’anno del Signore 2017 che ci consegna l’ultima frontiera della messa fai da te, presentata con il viso pacioso e rassicurante di un parroco con 50 anni di messa alle spalle che si dice molto attivo nel sociale e che a quelle latitudini viene chiamato con terminologia ecclesialmente corretta “un prete di strada”, perché si occupa di migranti e perché anche recentemente ha detto di voler modificare il concetto di transustanziazione.
Ovviamente criticarlo non si può, un po’ perché non si possono criticare i preti che si spendono nel sociale, anche se nel toccare le cose divine utilizzano zappa e vanga, e poi perché oggi, nella neo Chiesa, non si può prendere di mira chi attenta alla dottrina. Semmai, bisogna punire chi sommessamente fa notare che qualche cosa non va, come testimoniano i provvedimenti presi nei confronti di don Minutella o che c’è una verità di Dio sull’uomo che non cambia, come don Pusceddu.
La sorpresa arriva al minuto 26,50 dopo un’omelia giocata ad invitare i genitori a trasmettere la fede ai figli, ma «smettendo di parlare loro dell’inferno che non serve a nessuno e fa male».
Il cantore annuncia il canto del Credo: «Dolce sentire, pagina 39». Don Fredo attacca per primo: «Sapete perché non dico il Credo? Perché non ci credo». Risate dei fedeli. Poi riprende: Se qualcuno lo capisce…, ma io dopo tanti anni ho capito che era una cosa che non capivo e che non potevo accettare. Cantiamo qualche cos’altro che dica le cose essenziali della fede».
A Torino non è andata poi così male. A Genova ad esempio un altro prete di frontiera, ma con rubrica fissa su Repubblica, don Paolo Farinella, ha annunciato dalle colonne del giornale di aver cancellato per quest’anno la celebrazione del Natale, del 1 gennaio (Maria Madre di Dio) e del 6 gennaio, l’Epifania. In pratica ha detto no alle feste comandate. Perché? Perché il Natale è diventata «una favoletta da presepe con ninne-nanne e zampogne, esclusivo supporto di un'economia capitalista e consumista, trasformando l'intero Cristianesimo in “religione civile”».
Curioso. Anche solo dieci anni fa, non un passato lontanissimo, un prete che si opponeva di affermare le verità principali della fede cattolica o ad abolire a piacere le feste comandate sarebbe stato sospeso a divinis, oggi invece quasi quasi lo fanno monsignore. O comunque non gli succederà nulla. Magari il suo vescovo allargherà le braccia e sospirerà: «Vabbè, lo conosciamo, l'ho richiamato venti volte, ma lui fa così. In fondo è un mio figlio anche lui». Umanamente comprensibile, ma sicuri che non ci sia dell'altro? Invece il problema è tremendamente serio e non solo per questo povero sacerdote che ammettendo di non accettare le verità della fede cattolica semplicemente ammette di non avere fede.
Ma anche per le pecorelle che gli sono affidate: che cosa insegnare ai bambini del catechismo se lui per primo questa fede ammette di non averla? E quale fede poi? Di che cosa stiamo parlando? Di un sentimento vago e mellifluo all’insegna del vogliamoci bene?
La questione del Credo è invece strettamente connessa con la fede. E non è un caso che il Catechismo della Chiesa Cattolica dedichi la sua primissima parte proprio a questo. Perché il Credo è “la risposta dell’uomo a Dio”. Una risposta che è la fede e con la quale l’uomo si sottomette pienamente a Dio. E’ quella che il primo articolo del Catechismo chiama l’obbedienza della fede sull’esempio di Abramo e Maria. Credere in un solo Dio, in Gesù Cristo figlio di Dio, nello Spirito Santo. E poi credere in tutte le altre verità sotto forma di professione di fede, dall’Incarnazione alla Resurrezione fino alla comunione dei santi e la vita eterna.
Don Fredo e don Farinella vogliono rinunciare a tutta questa raccolta organica di verità che va sotto il nome di simbolo? Facciano, ma perché utilizzare il loro ruolo che gli consente di essere pastori per le anime che sono loro affidate? Una volta si sarebbe detto ciechi che guidano altri ciechi. Che cosa resta a un sacerdote che pubblicamente disconosce tutto questo? Resta probabilmente soltanto la sua narcisistica volontà di potenza di imporre una religione in forma ideologica, che è però tremendamente umana, ma con il candore e la pacifica verve del buon parroco tanto engagé. È da lupi di questo tenore travestiti da candidi agnelli che il fedele dovrebbe guardarsi. Perché stanno lentamente segando il ramo sul quale si sono seduti con loro. 
  

(Fonte: Andrea Zambrano, LNBQ, 30 dicembre 2017) 




Il sepolcro vuoto: per Bruno Forte è una “leggenda”


Dai tempi apostolici, come attesta il discorso di Paolo all’Areopago, non si è mai smesso di dubitare della veridicità della risurrezione di Gesù Cristo. Anzi, egli non era ancora asceso al cielo e, come il vangelo di Matteo annota: “Quidam autem dubitaverunt!” (alcuni però avevano dubitato: Mt 28,17).
Alcuni anni fa a Gerusalemme ci fu sul tema un dibattito teologico: il teologo cattolico ricorse alla ‘leggenda eziologica’ per spiegare l’avvenimento, e quello ortodosso reagì al punto da abbandonare l’incontro; così sulla risurrezione inciampò anche il dialogo ecumenico cattolico-ortodosso, proprio nella Città Santa. Ai nostri giorni, il dubbio sulle ‘prove’ della risurrezione è stato alimentato proprio da taluni esegeti e cristologi, contro tutta la tradizione della Chiesa, quella tradizione che il Concilio Vaticano II nella Dei Verbum, descrive come ciò che rende possibile l’accesso al vero senso del testo della Scrittura. Si è adottata la perifrasi ‘evento pasquale’ e si è immaginato un Cristo pre-pasquale in contraddizione con quello post-pasquale. Forse il popolo cristiano non è stato molto toccato da ciò, malgrado non pochi preti e docenti di seminario abbiano attinto ampiamente, come a materia canonizzata, ai vari Raymond E. Brown, Pierre Benoit e Marie-Emile Boismard. Qualche direttore di ufficio catechistico ha anche invitato i catechisti e gli insegnanti di religione alla prudenza: a non dire che Cristo è risorto, ma che i discepoli hanno detto che egli è risorto!
Anche in Italia non sono mancati i divulgatori di questa teologia debole e derivativa.
Per esempio, in uno dei suoi studi, Bruno Forte comincia con l’attribuire scarso valore storico ai racconti del sepolcro vuoto, ritenendo questo argomento ambiguo e frutto del lavoro redazionale degli evangelisti; quindi, sulla scia di autori come G. Schille, L. Schenke, E. Schillebeeckx, lo considera appunto una “leggenda eziologica”, ovvero un artificio per suffragare il culto che i giudeo-cristiani svolgevano al luogo della sepoltura di Gesù.
Inoltre, il dato della tomba vuota viene ritenuto ambiguo, perché suscettibile di svariate interpretazioni e perciò incapace di fondare la fede nella risurrezione. Per cui, al contrario, secondo un tipico procedimento bultmanniano, sarebbe la fede ad interpretare il sepolcro vuoto, il quale non aggiungerebbe né toglierebbe nulla all’esperienza degli apostoli che confessarono la risurrezione e la glorificazione di Cristo, cioè la sua signoria sulla morte (cfr. B. Forte, Gesù di Nazareth storia di Dio, Dio della storia, Cinisello B. 1994, 7ed., p 103).
Si dovrebbe dedurre di conseguenza, che, qualora la risurrezione fosse storicamente avvenuta, la fede sarebbe superflua. Inoltre, riferendosi a Mc 16,1-8, Forte ritiene “inverosimile” che le donne si siano recate al sepolcro per “ungere un cadavere a tanta distanza dalla morte” (Ibid., p 103, n 31). Il sepolcro vuoto è all’origine di una suggestione mitica dei discepoli, ereditata dai cristiani (cfr. Ibid., p 103, n 35). Dunque, il sepolcro vuoto, come altri particolari evangelici riguardanti la risurrezione, sarebbe una ‘prova’ fabbricata dalla comunità (V. Messori, Dicono che è risorto, Un’indagine sul Sepolcro vuoto, Torino 2000, p 86).
Che dire? Nelle Vite dei Profeti, un documento del I secolo, è attestato che i capi religiosi giudei usavano recarsi a pregare presso i sepolcri intorno a Gerusalemme, molti dei quali sono stati messi in luce dagli archeologi.
Chi conosce il giudaismo sa che la mishna e il talmud prescrivevano che i sepolcri rimanessero aperti per tre giorni dal momento della sepoltura di un defunto, onde permettere i riti di pietà come l’unzione, che, infatti, veniva ripetuta sui cadaveri già avvolti nei teli; però, in prossimità delle grandi festività giudaiche come la Pasqua, i sepolcri venivano chiusi temporaneamente. Quindi, anche i discepoli di Gesù si apprestavano ad osservare tali prescrizioni (cfr. Mc 16,6), se non fosse intervenuta la risurrezione.
Infatti la sepoltura del suo corpo era stata fatta in tutta fretta a motivo della parasceve pasquale, pertanto bisognava ritornare a completare l’operazione. Tutto questo avvalora ulteriormente l’importanza del sepolcro vuoto. Ma Bruno Forte lo ignora.
In realtà, come Vittorio Messori ha osservato, sussiste “in molti biblisti contemporanei, pur di formazione e convinzioni cristiane, la persuasione sociologica che l’uomo ‘moderno’ non potrebbe accettare l’idea di una risurrezione corporale…”(Ibid., p 87): per loro quel che conta è ‘l’esperienza’ soggettiva degli apostoli e non l’avvenimento storico della risurrezione.
Allora, ci si dovrebbe chiedere: se il sepolcro vuoto non avesse avuto alcuna importanza, perché l’angelo avrebbe invitato a vedere il luogo dove era stato deposto il Signore? (cfr. Mc 16, 5 s). Se lo fece, non fu perché le donne non ne conoscessero l’ubicazione, ma perché constatassero di persona lo stato dei teli funerari, come meglio e con sguardo d’aquila farà Giovanni, sì che ‘vide e credette’(cfr. Gv 20,8).
Il sepolcro vuoto è ‘prova’ della risurrezione perché in esso le bende e il sudario erano come svuotati, anzi, ad osservarli attentamente, davano la sensazione che non fosse trascorso molto tempo. Così, il sepolcro vuoto appartiene al segno di Giona promesso dal Maestro.
Come ben ricorda Messori, l’invito dell’angelo a visitare la tomba vuota è del tutto collegato ai segni del mistero che vi si era appena compiuto (cfr. Ibid., p 143). L’angelo rimosse la pietra dall’ingresso del sepolcro dopo che Cristo era risorto; così la fede nasce dalla risurrezione e non il contrario, a meno che non si ritenga che anche l’angelo sia un genere letterario.
Dunque, nel sepolcro vuoto non v’è ambiguità, anzi vi sono i segni che provano la risurrezione; più che da interpretare c’è da vedere e credere; quindi il sepolcro vuoto “aggiunge” molto – e come! – all’esperienza apostolica della risurrezione, altrimenti, secondo san Paolo, non sussisterebbe la fede (cfr. 1Cor 15,14). È proprio il contrario di ciò che sostiene Bruno Forte.
Ora, il sepolcro vuoto è capace di fondare la fede nella risurrezione; non è argomento con “qualche contenuto storico”; anzi, proprio le “incongruenze storiche” stanno a dimostrare che il cosiddetto “lavoro redazionale dell’evangelista” non era teso ad annullarle ma a rispettarle, in quanto collegate ad un fatto storicamente avvenuto. La Chiesa di certo non le ha attenuate nella proclamazione delle Scritture; pertanto, si deve affermare che ancora oggi “La struttura della parola è sufficientemente univoca” (J. Ratzinger, Che cos’è la teologia? in La Comunione nella Chiesa, Cinisello B., 2004, p 32).
A questo punto, il sepolcro vuoto si dimostra come un fatto degno d’essere raccontato e un argomento che prova la risurrezione del Signore: perciò dalle origini ad oggi ha motivato il culto a Gerusalemme e il pellegrinaggio da tutto il mondo. Il sepolcro trovato vuoto non si può spiegare naturalmente, perché appartiene ai fatti straordinari provati storicamente: cioè che Gesù era stato sepolto in una tomba nuova e che fu visto (oftê), risorto ‘in carne ed ossa’ (Lc 24,39), da Cefa e da molte altre persone (si veda la lista in 1Cor 15,5-7). Se la tomba non fosse stata vuota, gli apostoli non avrebbero potuto predicare in Gerusalemme; nemmeno ai Giudei fu possibile negarlo, sebbene accusassero gli apostoli d’aver trafugato il corpo (cfr. Mt 28,11-15). Se la tomba non era vuota, e il corpo di Gesù continuava a giacervi, subendo la decomposizione, così che tutt’oggi avremmo potuto trovarvi i suoi resti, le sue ossa, Gesù non è risorto.
La tomba vuota non è la condizione sufficiente per la fede nella risurrezione, ma è la condizione necessaria: quello che confessiamo dicendo ch’egli è risorto, precisamente che il suo corpo non è rimasto morto. Diversamente ci sarebbe soltanto la sopravvivenza dell’anima, e l’anima di tutti è sempre, per definizione, immortale (per natura sua, come insegna l’Aquinate, o per speciale decreto divino, come dice Scoto).
Oppure, come vorrebbero appunto i demitizzatori vari, idealisti e liberal protestanti, si tratterebbe meramente di una sopravvivenza ideale, morale, che non aggiunge niente a quella di qualsiasi personaggio venerato o persona amata. Inutile, parlare della convinzione dei discepoli ch’egli sia sempre vivo, se poi di fatto non lo sia. E allora, secondo san Paolo, saremmo i più miserabili degli uomini (cfr. 1Cor 15,19).
Confessare Gesù risorto vuol dire che la tomba è realmente vuota, ch’egli vive in anima e corpo, che il suo corpo non è rimasto nella tomba e non ha subito decomposizione, ecc. Dire che questo non importa vuol dire non credere nella risurrezione. Ad onta del ‘pensiero debole’ diffuso tra taluni teologi ed ecclesiastici, la liturgia, come nel communicantes del canone romano, afferma la risurrezione di Cristo “nel suo vero corpo”.
In verità, “Il messaggio della risurrezione continua ad essere accompagnato e contrastato dal dubbio, anche se alla fine si rivela essere un messaggio vincente capace di superare tutti i dubbi” (J. Ratzinger, Dio e il mondo, Cinisello B., 2001, p 306), ad onta del ‘pensiero debole’ militante tra teologi ed ecclesiastici spiritualisti. Surrexit Dominus vere!

(Fonte: Nicola Bux, La Terra Santa, Anno LXXX Luglio-Agosto 2004, p 9-11. 




La Germania lo ha stabilito per sentenza: i sessi sono tre

Per i tedeschi, d'ora in poi, i sessi non saranno più due, maschio e femmina, ma tre. Entro il 2018, infatti, in Germania all’anagrafe si potrà essere registrati come “inter” o “divers”: si introdurrà cioè un terzo sesso nel quale potranno riconoscersi le persone intersex, quelle cioè che alla nascita hanno caratteristiche “che non possono essere attribuite alle tipiche definizioni di maschile o femminile” (secondo la definizione dell’Alto rappresentante Onu per i diritti umani). Ma di che si tratta, realmente?
Nella discutibilissima sentenza della Corte Costituzionale tedesca l’argomento è il seguente: “L’assegnazione a un sesso è di primaria importanza per l’identità individuale; tipicamente, gioca un ruolo-chiave sia nell’immagine che una persona ha di se stessa sia nel modo in cui la persona interessata è percepita dagli altri. L’identità sessuale di quelle persone che non sono né maschi né femmine è protetta”. In altre parole, secondo la Corte Costituzionale tedesca esiste un terzo sesso che va riconosciuto, proprio per proteggere l’identità sessuale delle persone che vi appartengono. Ed è il sesso dell’indeterminatezza sessuale, che avrebbe lo stesso peso e la stessa legittimità degli altri due.
Ma esiste veramente un terzo sesso? Il nostro Comitato nazionale per la bioetica ha affrontato l’argomento in un parere del 25 febbraio 2010, con un titolo che dà la chiave di lettura della vicenda: “I disturbi della differenziazione sessuale nei minori: aspetti bioetici”.  Nel parere, approvato all’unanimità, si parte con la definizione, che recita: “Con la dizione “disturbi della differenziazione sessuale” (d’ora in poi DDS), si indica uno sviluppo disarmonico delle diverse componenti del sesso biologico che può condizionare anche la strutturazione dell’identità sessuale e l’assunzione del ruolo di genere. Si parla anche di ambiguità sessuale o di intersessualità”.
Non si tratta quindi di un fantomatico “terzo sesso”: le persone “intersex” soffrono di disturbi della differenziazione sessuale che hanno una loro classificazione e i relativi quadri clinici. Il nostro Comitato si è trovato unanime nel riconoscere come interesse preminente del bambino di essere cresciuto come maschio o come femmina. Inoltre auspicava che “nei casi di ambiguità genitale assoluta (quando alla nascita manchino dati obiettivi), sia opportuna una assegnazione sessuale condivisa tra i genitori e i medici e una conseguente educazione in senso maschile o femminile, con il necessario sostegno psicologico e con particolare attenzione all’eventuale emergere di una identità sessuale diversa da quella inizialmente assegnata”.

La sentenza tedesca va in direzione esattamente opposta, pienamente coerente con la deriva gender che in questi anni ha cercato in ogni modo di annientare ogni espressione della differenza sessuale, e lo ha fatto nel modo più “creativo” possibile, cioè, anziché ridurre i due sessi a uno solo, se ne è inventato di sana pianta un terzo. L’importante è negare il dato naturale, il dualismo maschio/femmina. Sul resto, la corte tedesca deve aver pensato che “melius abundare quam deficere”.  Sarà interessante a questo punto vedere se e come il parlamento applicherà la sentenza. La referente per l'Istituto tedesco dei diritti umani, Petra Follmar-Otto, propone di non scrivere il sesso alla nascita ma "di lasciare che sia il bambino dopo i 14 anni d'età a decidere sul suo sesso", mentre il Comitato etico tedesco ha consigliato di lasciare nella registrazione la dicitura "altro".
Ma ancora più interessante (e curioso) sarà vedere quando si cominceranno a trarre le ovvie conclusioni di questa sentenza. Perché se esiste un terzo sesso, anche a questo andranno per forza di cose estesi gli stessi diritti civili previsti per gli altri due, in particolare la possibilità di modificare il sesso assegnato all’anagrafe, sia in senso “transessuale” che in senso “transgender”. In altre parole: se una persona nata uomo crescendo si percepisce donna, e  può scegliere se e fino a che punto modificare il suo corpo, dagli organi genitali ai caratteri sessuali secondari, e può scegliere anche se cambiare nome e sesso anagrafico, allora tutto questo va per forza di cose esteso al terzo sesso, per evitare discriminazioni.  Cioè se una persona alla nascita viene riconosciuta come uomo o come donna, ma crescendo si percepisce del terzo sesso,cioè indeterminato, che si fa? Si vorrà negare il "diritto" a cambiare sesso? Si vorrà discriminare?