giovedì 10 febbraio 2022

Caro papa Benedetto, noi siamo con te


Caro Papa Ratzinger, ti dichiaro il mio smarrimento e la mia indignazione di fronte a questi attacchi che ti stanno arrivando, facendoti passare per complice di abusi sessuali. È una sofferenza intima e spirituale la mia per quello che sta accadendo e voglio dirti tutto il mio grazie per come hai sempre guidato la Chiesa nella Verità e per come ci hai mostrato un Dio vicino a noi, Noi della comunità Shalom continueremo a pregare per te.

 

Caro e Amato Papa Ratzinger, ho avuto modo di incontrarti personalmente in alcune circostanze particolari e benedette; ricordo con particolare emozione ed affetto l’incontro del 14 settembre 2012, quando sono stata a trovarti accompagnata da quasi 200 ragazzi della Comunità!

In quella circostanza avevo - nel mio intimo pensiero - ancora molti pregiudizi nei tuoi confronti: ti consideravo troppo severo, troppo chiuso perché, inevitabilmente, ti confrontavo con Giovanni Paolo II che per così lungo tempo ha guidato con Amore e Passione la nostra “Famiglia”: la Chiesa! Ed era così coinvolgente, oltre che dal punto di vista spirituale anche dal punto di vista umano.

Ebbi l’immensa grazia e gioia di incontrare personalmente Giovanni Paolo II almeno in cinque occasioni e quasi sempre con i ragazzi della Comunità. La sua bontà, la sua spiritualità, il suo coraggio di additare la fede ai giovani come asse portante di uno “stile di vita” aveva fatto breccia nel mio cuore e nel cuore di milioni di giovani.

Ebbene caro Papa, quando quel 14 settembre mi inginocchiai per baciarti l’anello e tu mi sollevasti con le tue braccia, dall’emozione non capii nulla delle parole rivoltemi, in quella circostanza, ma mi sentii squallida nell’incrociare i tuoi occhi colmi di sofferenza. Quella frazione di alcuni secondi ha denudato tutta la mia miseria, demolendo la mia opinione nei tuoi confronti, facendomi vergognare al solo pensiero di non aver capito, come suora, la tua sofferenza nascosta e celata agli occhi del mondo, ma soprattutto la profondità del Tuo Amore alla Croce di Cristo!

Grazie Papa.
Per questo motivo volevo dimostrarti tutto il mio affetto, il mio amore, i miei sentimenti, non solo di solidarietà, ma di indignazione per le modalità inique ed inquietanti con cui ti sono pervenute le “accuse” di aver “coperto” i pedofili!
È stata una sofferenza intima e spirituale, la mia, che, come suora, mi ha travolta e colpita profondamente nell’anima: vedere il “Papa” così gratuitamente sporcato e declassificato a “complice”, accusato di aver coperto squallide vicende che hanno toccato a lato, come una tangente, il tuo percorso di Pastore nella Chiesa di Monaco.
Tu, caro Papa, che per primo hai avuto il coraggio di chiamare gli “sporcaccioni consacrati” Servi di Satana!

Chi scrive sta prendendo le difese a “copertura” di Papa Ratzinger? No, assolutamente no! Chi sta scrivendo, al contrario, è una che fece arrestare un prete coinvolto nel giro della pedofilia, ed è considerata da molti, buonisti e aperturisti, una “talebana” perché semplicemente filtro chi entra nella mia Comunità (anche se sacerdote) e al solo sospetto” chiudo definitivamente ogni possibilità di contatto con i miei ospiti.
Perciò non sono dalla parte della sponda “tollerante” su questo argomento.

Caro Papa, ti dichiaro il mio smarrimento di fronte ad una Cristianità diventata incapace di tutelare chi è stato, per alcuni anni, come diceva Santa Caterina da Siena: “il Rappresentante del Dolce Cristo in terra!”
Anni difficili i nostri, caro Papa, anni dominati dal “pensiero compulsivo-ossessivo” del fallimento della coscienza, della spiritualità, della perdita di valori, compresa la gratitudine di rivolgerci a Dio per la vita donataci!

Oggi la parola chiave è: “demolizione”. Tutto è problematico, incerto, discutibile; tutto pare crollare nel dubbio, nell’angoscia, nell’insicurezza. E così si è perso “l’equilibrio” dei ruoli familiari di padre, di madre, di figlio, tutto è all’insegna delle rivendicazioni più improbabili e con tutte le forme possibili di “eguaglianza”: i giovani nei confronti degli adulti, gli alunni nei confronti degli insegnanti, i sottoposti nei confronti dei superiori, i figli nei confronti dei genitori. E il tutto nel tentativo di esorcizzare, riparare, di cancellare.

Anni inquieti e febbrili, caro Papa, dove il “vuoto mentale” ci ha resi incapaci di riconoscimento delle nostre responsabilità e di profondi esami di coscienza (gli unici capaci di farci superare le forti barriere ideologiche) e di costumi che hanno permeato ogni aspetto della nostra vita.
Non c’è mai tempo per metabolizzare: il tutto è così rapido, molto rapido, troppo rapido, e se non vuoi rischiare “l’emarginazione sociale”, al massimo ti è consentito un atteggiamento di benevola neutralità.

E Tu, caro Papa Ratzinger, non ci hai mai lasciati nel limbo!
Tu, caro Papa, hai sempre preso posizione a “favore della Verità” dei poveri, degli umili, degli emarginati, di coloro che, perché Cristiani, non contano nulla; non hanno titoli, possono solo, con umiltà e dolore, spendere, faticosamente giorno per giorno, nella scia del sangue di Cristo, la loro vita.
Tu, caro Papa, hai dato consistenza religiosa e spirituale a tutti quelli che hanno chiesto di essere e di vivere da “cristiani”, non per tradizione ma per scelta.

Grazie Papa Ratzinger, perché, non hai connotato la Fede come un programma politico o una modalità diplomatica, frutto di una accomodante e rispondente soluzione ai nostri desideri.
Ci hai presentato Dio, caro Papa, come “Famiglia” in cui l’amore è per davvero sempre in circolo, mai fermo e arrestante.
È la “nostra Storia”, è la storia della Chiesa, è la storia della nostra Famiglia, con un Suo stile di Vita, con una Sua Fedeltà, con una Sua Tradizione, indicandoci sempre come obiettivo unico: Gesù.

Grazie Papa Ratzinger, perché ci hai mostrato un Dio vicino a noi
Ci hai insegnato a non temere lo scontro con il muro invalicabile” del mondo, con le sue pretese di imporci le sue priorità e i suoi valori.
Ci hai insegnato a non balbettare di fronte a ideologie e opinioni che ci distolgono dalla Parola di Dio nel tentativo di “catturarci, assorbirci e annullarci” come cristiani.

GRAZIE PAPA!!!

Grazie Papa: ci hai sempre indicato una vetta alla quale si arriva solo al termine di un lungo e faticoso cammino in salita.
Ti voglio bene Papa, ti vogliamo bene Papa, puoi contare sempre su di noi.
La sottoscritta, suor Rosalina, semplice sguattera che passa volentieri il suo tempo a cercare di “pulire…” e tutti i giovani della Comunità “Shalom”, continueremo a pregare per Te. Ti presentiamo a Gesù nelle mani di Maria.

 

(Fonte: Sr. Rosalina Ravasio, LNBQ, 10 febbraio 2022)

https://lanuovabq.it/it/caro-papa-benedetto-noi-siamo-con-te

 

Duka difende Benedetto XVI: “Un tradimento contro di lui”


Vicenda abusi. In una nota intitolata “Monaco tradisce la seconda volta” (un richiamo alla famigerata Conferenza del 1938), il cardinale e primate ceco Dominik Duka accusa l’arcivescovo di Monaco, la Curia locale e il presidente dell’Episcopato tedesco di aver diffamato il Papa emerito.

 Da quando sono partiti gli ignobili e strumentali attacchi contro Benedetto XVI, dopo la pubblicazione del rapporto sugli abusi sui minori nell’Arcidiocesi di Monaco, si sono sentite poche voci in difesa del Papa emerito. Perciò va segnalata la decisa presa di posizione dell’arcivescovo di Praga e primate della Repubblica Ceca, il cardinale domenicano Dominik Duka [nella foto, di W. Redzioch, ndr]. E si tratta di un porporato di grande statura: perseguitato durante il comunismo, condannato per la sua attività pastorale, in prigione fece amicizia con il futuro presidente Vaclav Havel. Il prossimo 26 aprile l’arcivescovo compirà 79 anni, ma - nonostante abbia presentato le sue dimissioni quasi quattro anni fa - papa Francesco non ha fretta di mandarlo in pensione.

Il cardinale Duka ha deciso di protestare contro il trattamento riservato a Benedetto XVI nell’Arcidiocesi di Monaco pubblicando una nota sul sito dell’Arcidiocesi di Praga (Prohlášení kardinála Dominika Duky k obviněním Benedikta XVI - Apha). Il primate ceco ha accusato pubblicamente l’arcivescovo di Monaco e Frisinga (Reinhard Marx), la Curia locale e il presidente dell’Episcopato tedesco (Georg Bätzing) per aver diffamato l’anziano Pontefice e infangato la sua reputazione.

In questo modo il primate ceco ha reagito alla lettera di Benedetto XVI pubblicata martedì 8 febbraio e all’analisi ad essa allegata, in cui avvocati e collaboratori del Papa emerito, passo dopo passo, confutano le accuse mosse contro di lui, contenute nel rapporto sugli abusi nell’Arcidiocesi di Monaco. Il cardinale Duka non usa mezzi termini. La sua nota di protesta contro gli attacchi a Benedetto XVI è intitolata significativamente “Monaco tradisce per la seconda volta”, paragonando così tutto quello che succede oggi a Monaco alla tristemente famosa conferenza svoltasi a Monaco nel 1938 e conclusasi con un accordo che portò all’annessione alla Germania nazista di vasti territori della Cecoslovacchia: allora il Paese fu tradito dagli Stati occidentali, la Francia e il Regno Unito. Il primate di Boemia scelse come incipit della sua dichiarazione anche le parole pronunciate dal suo eroico predecessore, il card. Josef Beran: “Non taccia, Arcivescovo!”. E il porporato ceco, parafrasando quelle parole, si rivolge a sé stesso: “Vecchio cardinale, non puoi tacere, devi gridare!”.

E l’arcivescovo di Praga grida. Con grande rammarico ammette che il modo in cui l’Arcidiocesi di Monaco ha usato il Rapporto è per lui una delle più grandi delusioni che ha sperimentato nella Chiesa cattolica romana. Sottolinea che nel Rapporto, costato probabilmente centinaia di migliaia di euro, Benedetto XVI è stato ingiustamente calunniato e ferito. Si è fatto sì che questo Rapporto non potesse essere interpretato a suo favore e che non considerasse nemmeno la possibilità di un chiarimento. “Cosa dovrebbe significare tutto questo?”, si chiede il card. Duka, annunciando che analizzerà tutta la faccenda in modo dettagliato in un articolo sulla rivista tedesca Die Tagespost.

Speriamo che questo amaro grido di sdegno contro i perfidi e ingiustificati attacchi contro il Papa emerito che vengono orchestrati, purtroppo, prima di tutto da una parte della sua patria e della sua Chiesa sarà da esempio per gli altri vescovi del mondo.

 

 (Fonte: Wlodzimierz Redzioch, LNBQ, 10 febbraio 2022)

https://lanuovabq.it/it/duka-difende-benedetto-xvi-un-tradimento-contro-di-lui

  

Il j'accuse di Benedetto XVI: «Non ho mentito»


La lettera del Papa emerito Benedetto XVI non è un mea culpa di responsabilità ma un duro j'accuse nei confronti di chi, strumentalizzando una svista dei suoi collaboratori, ha finito per dubitare della sua veridicità, e addirittura per presentarlo come bugiardo. Ratzinger ha osservato che avendo «avuto grandi responsabilità nella Chiesa cattolica più grande è il mio dolore per gli abusi e gli errori che si sono verificati durante il tempo del mio mandato nei rispettivi luoghi». 

 I giornali l'hanno descritta prevedibilmente come un mea culpa, ma la lettera del Papa Emerito sul rapporto di Westpfahl Spilker Wastl è, piuttosto, un j'accuse. Un atto d'accusa nei confronti di chi, strumentalizzando una "svista", ha finito per "dubitare" della sua "veridicità", e "addirittura" per presentarlo "come bugiardo". La svista menzionata da Benedetto XVI è quella compiuta da uno dei collaboratori che lo hanno aiutato a scrivere la memoria di 82 pagine inviata allo studio legale di Monaco e da quest'ultimo allegata nel dossier sulla gestione degli abusi nell'arcidiocesi da lui guidata tra il 1977 ed il 1982.

Come è stato spiegato ieri in un'analisi dei quattro autori della memoria (Stefan Mückl, Helmuth Pree, Stefan Korta, Carsten Brennecke), per un errore di trascrizione fatto dal canonista Stefan Korta si è sostenuto erroneamente che l'allora arcivescovo non partecipò alla riunione dell'Ordinariato del 15 gennaio 1980 durante la quale venne deciso di accogliere a Monaco Peter Hullermann, prete già responsabile di abusi ad Essen. Lo sbaglio commesso nella memoria è stato usato dai detrattori di Benedetto XVI per delegittimare tutta la sua tesi difensiva.

In realtà, la presenza dell'allora cardinal Ratzinger a quella riunione era già emersa pubblicamente nel 2010 e La Nuova Bussola Quotidiana ne aveva già parlato in un articolo precedente alla pubblicazione del report. Una buccia di banana, dunque, su cui è inciampato "il piccolo gruppo di amici" del Papa Emerito ma che certamente non è una prova della veridicità delle accuse. Come avevamo spiegato nei due articoli dedicati al caso di Hullermann, durante quella riunione incriminata l'arcivescovo si era limitato ad accettare il trasferimento del prete a Monaco ma non aveva disposto alcun incarico pastorale.

Ratzinger, peraltro, sapeva che il sacerdote pedofilo era in terapia psicoterapeutica ma non che vi fosse stato destinato per aver commesso abusi sessuali su un minorenne. Nell'analisi dei suoi collaboratori diffusa ieri dalla Sala Stampa della Santa Sede è stato infatti ricordato come gli stessi periti dello studio legale, nel corso della conferenza stampa di presentazione del report, abbiano ammesso di non avere le prove che l'ex arcivescovo sapesse, dovendo riconoscere "secondo l’opinione soggettiva" (frecciata degli amici del Papa Emerito) che questa circostanza era soltanto "maggiormente probabile”. 

L'errore commesso da Korta, in ogni caso, viene giustificato da Benedetto XVI ("non è stato intenzionalmente voluto e spero sia scusabile") che nella sua lettera ringrazia il "piccolo gruppo di amici" che "con abnegazione" ha redatto le 82 pagine difensive, ricordando come abbia provveduto a correggerlo sin da subito nel giorno della presentazione del dossier alla stampa, mediante la dichiarazione diffusa dal suo segretario personale, monsignor Georg Gänswein. D'altra parte, la partecipazione alla riunione del 15 gennaio 1980 veniva riportata anche nella recente biografia di Peter Seewald che è stata sicuramente precedentemente letta ed approvata dal Papa Emerito. 

Per comprendere come sia potuto avvenire un errore simile, però, occorre leggere le modalità in cui si sono ritrovati a lavorare i quattro autori della memoria inviata allo studio Westpfahl Spilker Wastl. Sono loro stessi a raccontarlo nell'analisi pubblicata ieri: "La visione degli atti in versione elettronica - scrive il team del Papa Emerito - fu consentita al solo Prof. Mückl, senza che fosse concessa la possibilità di memorizzare, stampare o fotocopiare documenti. A nessun altro dei collaboratori fu consentito di visionare gli atti. Alla presa in visione degli atti in formato digitale (8.000 pagine) e alla loro analisi da parte del Prof. Mückl, seguì un’ulteriore fase di elaborazione da parte del Dott. Korta, il quale ha inavvertitamente commesso un errore di trascrizione".

Una volta arrivate sulla sua scrivania le 82 pagine, "Benedetto XVI non ha notato l’errore per via dei tempi limitati imposti dai periti, e si è fidato di quanto era scritto, e dunque è stata messa a verbale la sua assenza". A questa svista si sono aggrappati coloro i quali hanno voluto attaccare il Papa Emerito novantaquattrenne, ma a dargli forza ci hanno pensato le numerose lettere d'incoraggiamento arrivate in questi giorni al monastero Mater Ecclesiae ed anche "l’appoggio e la preghiera" che il suo successore Francesco ha voluto fargli arrivare "personalmente". 

E a proposito di "mea culpa" è la locuzione del Confiteor a suscitare in Benedetto XVI una riflessione più generale sulla vergogna da provare nei confronti delle vittime di abusi commessi da sacerdoti e che sarebbe scorretto - come molti stanno facendo - calare sul caso specifico di Hullermann su cui ha chiarito con forza la propria non colpevolezza. Ricordando gli incontri con le vittime ad ogni viaggio apostolico realizzato quando era pontefice regnante, Ratzinger osserva che avendo "avuto grandi responsabilità nella Chiesa cattolica (...) più grande è il mio dolore per gli abusi e gli errori che si sono verificati durante il tempo del mio mandato nei rispettivi luoghi". 

Dalle parole della lettera, specialmente quelle relative alle accuse di essere un bugiardo, appare evidente come il dossier e le reazioni mediatiche - soprattutto in patria - lo abbiano amareggiato, ma chi lo ha visto di recente riferisce comunque di un Benedetto XVI sereno, saldo nella fede e che non rinuncia al sorriso. C'è in lui, forte, la consapevolezza di ciò che ha scritto nel finale della sua lettera:

"Ben presto mi troverò di fronte al giudice ultimo della mia vita. Anche se nel guardare indietro alla mia lunga vita posso avere tanto motivo di spavento e paura, sono comunque con l’animo lieto perché confido fermamente che il Signore non è solo il giudice giusto, ma al contempo l’amico e il fratello che ha già patito egli stesso le mie insufficienze e perciò, in quanto giudice, è al contempo mio avvocato (Paraclito). In vista dell’ora del giudizio mi diviene così chiara la grazia dell’essere cristiano. L’essere cristiano mi dona la conoscenza, di più, l’amicizia con il giudice della mia vita e mi consente di attraversare con fiducia la porta oscura della morte. In proposito mi ritorna di continuo in mente quello che Giovanni racconta all’inizio dell’Apocalisse: egli vede il Figlio dell’uomo in tutta la sua grandezza e cade ai suoi piedi come morto. Ma Egli, posando su di lui la destra, gli dice: 'Non temere! Sono io...'".

 

(Fonte: Nico Spuntoni, LNBQ, 9 febbraio 2022)

https://lanuovabq.it/it/il-jaccuse-di-benedetto-xvi-non-ho-mentito

 


sabato 5 febbraio 2022

Il Papa da Fazio, un caso serio


L'annunciata partecipazione domani sera di papa Francesco al programma RAI "Che tempo che fa" denota una accentuata sconsacrazione del papato, la totale confusione tra sacro e profano, l'incapacità di capire il significato del sacro.

 La partecipazione, domani sera, di papa Francesco alla prossima puntata RAI di “Che tempo che fa” condotta da Fabio Fazio è una questione più seria di quanto possa sembrare e di quanto l’abbiano considerata anche i facili sarcasmi critici. Essa denota infatti una accentuata secolarizzazione (o sconsacrazione) del papato. Durante la rivoluzione comunista in Cina, Mao faceva sfilare nudi i Mandarini per mostrarne la ridicola debolezza una volta dismesse le solenni vesti cerimoniali e una volta fatti scendere dagli scranni del potere ieratico.

Eppure era stato Karl Marx, a cui Mao diceva di ispirarsi, a criticare nel Manifesto del partito comunista la desacralizzazione imposta dal capitalismo: “Tutto ciò che ha consistenza evapora, ogni cosa sacra viene sconsacrata e gli uomini sono finalmente costretti a considerare la loro posizione nella vita e i loro rapporti reciproci con uno sguardo disincantato”. Anche il marxismo, e forse soprattutto il marxismo, però, ha contribuito a questo disincanto dato che per esso tutto ciò che non è materia è sovrastruttura, ossia incanto, favola per bambini, fino a quando essi non si sveglieranno appunto dall’incanto. Max Weber ha descritto questo disincanto del mondo moderno e l’abbandono del sacro, considerato come una favola incantata.

Ricordo che nel 2003 girava molto il nome di Giovanni Paolo II per la candidatura al premio Nobel per la pace. In quell’occasione scrissi un articolo in cui dicevo di sperare che la cosa non avvenisse. Non perché Giovanni Paolo II non lo meritasse, ma perché in quel modo egli sarebbe stato collocato sullo stesso piano degli altri Nobel per la pace, mentre il papa è qualcosa di diverso, ha una connessione col sacro che gli altri non hanno. Nel 2003 si poteva ancora considerare una desacralizzazione la consegna ad un pontefice nientemeno che del premio Nobel per la pace, ora bisogna farlo per “Che tempo che fa”: come si vede il processo di secolarizzazione del papato procede in modo spinto.

E non si arresta: “Si è passati da una dominanza del sacro, fino all’invasione del profano nella vita del sacro e all’estromissione del sacro stesso” scriveva padre Cornelio Fabro nel 1974 parlando dell’avventura della teologia progressista. Pio XII lamentava che a quei suoi tempi non si prendessero con religioso ossequio le parole del papa nella sua predicazione ordinaria, quindi non appartenenti né al magistero solenne né a quello autentico, perché lo riteneva un atteggiamento irriverente rispetto all’investitura sacra dell’autorità pontificia.
Ci rimprovererebbe oggi Pio XII se non prendessimo con religioso ossequio le parole che Francesco dirà da Fabio Fazio, dove niente può essere accolto con religioso ossequio dato che non esiste trasmissione televisiva più irreligiosa? Ma se le parole del papa non possono venire accolte con religioso ossequio, a cosa servono? Da Fazio ci va Bergoglio o ci va il papa? In questa domanda c’è già l’allusione a tutta l’evoluzione della secolarizzazione del papato.

Identificare il “sacro” con l’”incanto” e la secolarizzazione con il “disincantamento” è proprio delle moderne ideologie illuministe che considerano la religione come una favola per bambini. Alle origini di questa secolarizzazione moderna del sacro c’è il luteranesimo che separa ragione e fede e quindi ammette una fede irragionevole, ossia incantata. Pensare di secolarizzare il papato togliendogli una presunta aura di incanto significa non aver capito il sacro. Il profano ha bisogno del sacro, che è il luogo dove rifugiarsi per evitare la sacralizzazione del profano. Il sacro permette al profano di essere profano, il tempio permette a ciò che sta fuori dal tempio di stare fuori dal tempio senza però dissolversi e senza voler giocare a fare il sacro.

Il sacro però ha bisogno di nascondimento per non essere profanato. Ha bisogno di un proprio linguaggio per non essere volgarizzato. Ha bisogno di protezione per non essere degradato. Da quando con Giovanni XXIII una telecamera entrò nell’appartamento papale e il tecnico della ripresa disse al papa di fingere di pregare, mentre un altro notava che purtroppo il bianco della veste rovinava l’immagine, è iniziato un processo non incontrollabile ma incontrollato. Soprattutto quando la secolarizzazione del papato non fu più considerata un mezzo pastorale per diffondere il messaggio cristiano ad un pubblico più vasto e raggiungere anche i lontani, ma divenne costitutivo dell’essere papa.

Dopo la svolta antropologica non si deve più dire Dio ma uomo e essere Francesco passa attraverso l’essere Bergoglio. La sacralità passa attraverso il profano. Tra storia sacra e storia profana, dicono i teologi avventuristi, non c’è più alcuna differenza e, quindi, nemmeno tra il palazzo apostolico e un set televisivo con il tragitto dall’uno all’altro mediato da Santa Marta. Se tra il presbiterio e il popolo non c’è più nessuna balaustra a dividere la Chiesa dal mondo, perché si dovrebbero ancora far valere queste separazioni tra sacro e profano? Perché mai un papa non dovrebbe andare da Fabio Fazio come qualsiasi altro?


(Fonte: Stefano Fontana, LNBQ, 5 febbraio 2022)

Il Papa da Fazio, un caso serio - La Nuova Bussola Quotidiana (lanuovabq.it)

  

martedì 19 ottobre 2021

Cattolici e politica, l'errore di partire dall'antropologia


L'ex parlamentare Eugenia Roccella, in un suo articolo su Il Foglio, analizza la situazione politica dei cattolici e fa delle proposte per uscirne. Esattamente contrarie a quanto affermato dall’arcivescovo Giampaolo Crepaldi, inaugurando la Scuola Nazionale di Dottrina sociale della Chiesa organizzata dalla Bussola e dall’Osservatorio Cardinale Van Thuân.

 L'ex parlamentare Eugenia Roccella, in un suo articolo su Il Foglio di giovedì scorso 14 ottobre, analizza la situazione politica dei cattolici e fa delle proposte per uscirne. Vale qui la pena prenderle in esame perché tali proposte sono esattamente contrarie a quanto affermato dall’arcivescovo Giampaolo Crepaldi la sera dello stesso giorno (leggi qui una sintesi) inaugurando la Scuola Nazionale di Dottrina sociale della Chiesa organizzata dalla Bussola e dall’Osservatorio Cardinale Van Thuân [iscrizioni ancora aperte, clicca qui].

Roccella dice: se il mondo diventerà post umano, allora sarà anche post cristiano. Crepaldi dice: se il mondo diventerà post-cristiano, allora sarà anche post-umano. Roccella dice ai cattolici che “bisogna inserirsi nei guasti della nuova antropologia” e non creare “sette spaventate” e “circoli chiusi e asfittici”. Crepaldi, invece, dice che bisogna tirarsi fuori dall’attuale sistema, creare una nuova società civile cattolica non per chiudersi nel piccolo perimetro ma per ricominciare a parlare di politica a partire dalla fede, ossia per esprimere politici cattolici e non cattolici politici.
Roccella mette al centro la questione antropologica, come questione di ragione, e da lì vuole risalire alla questione teologica, come questione di fede. Crepaldi mette al centro la questione teologica e da lì vuole scendere alla questione antropologica. Per dirla con Augusto Del Noce: “il processo deve andare dalla fede alla ragione”, perché, come scriveva Gilson: “la ragione non basta alla ragione”.

Benedetto XVI, che Eugenia Roccella cita, ha più volte denunciato che il problema è la questione antropologica, ma ha anche sempre detto che la ragione ormai estenuata, giunta ad essere solo capace di misurare quantitativamente e non più a leggere qualitativamente la realtà, non si riprenderà da sola, se non con l’aiuto della fede.
Quanto al tentativo del cardinale Ruini di dire ai cattolici politici di militare pure nei vari partiti ma poi di convergere in Parlamento sulle leggi connesse con la questione antropologica, può dirsi fallito non solo perché tale convergenza non è mai avvenuta ma anche perché nel frattempo si sono molto diradati gli stessi cattolici politici.

La causa di ambedue questi esiti negativi è la presunzione di vedere allo stesso modo la questione antropologica quando ormai non si vedeva nello stesso modo nemmeno la fede cattolica. È quindi assurdo pensare di ricostruire una presenza cattolica partendo dalla questione antropologica, ad essa si arriverà dopo aver ricostruito una unità di fede e, soprattutto, dopo essersi chiariti che la fede cattolica può produrre razionalità politica. Cosa questa molto lontano dall’essere condivisa ormai da una grande parte della stessa teologia cattolica ufficiale e dalla nomenclatura ecclesiastica.

Roccella sbaglia nell’attribuire alla proposta Dreher dell’opzione Benedetto la scelta delle “catacombe” e la costruzione di uno spirito di setta. Anche l’arcivescovo Crepaldi ha fatto una proposta similare a quella di Dreher ma, come anche Dreher del resto, si è premurato di precisare che queste nuove realtà di una presenza politica cattolicamente coerente che si vedono nascere qua e là motivate dalla voglia di uscire dal sistema, avranno un futuro se sapranno continuare a pensare anche in universale, sia in senso politico che in senso ecclesiale. Ma rimanendo dentro il sistema la cosa diventa impossibile.

Il vescovo Crepaldi coglie una dimensione che, mi sembra, sfugga ad Eugenia Roccella. Si è consolidato un sistema istituzionale, politico, culturale, dei grandi media, della scuola pubblica, dei sindacati, degli iper-finanziati think-thank nazionali e internazionali che si chiude a riccio e reagisce con forza quando qualcuno vuole essere un politico cattolico. Quando invece uno si limita ad essere un cattolico politico, non legando la sua politica alla sua fede essenzialmente ma solo accidentalmente, nessun problema … basta metterlo a suo agio nel sistema con il criterio del male minore da preferire ad un male maggiore, e così accetterà tutto con la coscienza in pace. Purtroppo a questo sistema sembra essersi legata anche gran parte dei vertici della Chiesa.

Da qui nasce – e il vescovo Crepaldi ne ha ben parlato – una notevole voglia di “tirarsi fuori” non per scendere nelle catacombe, ma per ricostruire qualcosa di coerentemente nuovo, non per lasciare la politica a se stessa ma per poterla condizionare in modo coerente. Esperienze di questo genere stanno nascendo senza fare molto rumore, ma con impegno.

Una dimostrazione evidente dell’esistenza del sistema è proprio la politica vaccinale e del green pass. Perfino i sindacati hanno accettato il ricatto del potere per poter lavorare, in assenza di qualsiasi emergenza. Roccella sbaglia un’altra volta quando interpreta – anche lei come tanti altri, purtroppo – la resistenza cattolica alla vaccinazione impositiva e al green pass ricattatorio come espressione di “minoranze esagitate” che ella assimila addirittura all’individualismo narcisistico de “il corpo è mio e le gestisco io”. Collegamento inaccettabile perché, come spesso si è detto su queste pagine (vedi qui), lo scopo di questa resistenza cattolica è proprio di ribadire la necessità dell’indisponibile, che Roccella concorda essere la cosa principale che oggi viene a mancare.

 

(Fonte: Stefano Fontana, LNBQ, 17 ottobre 2021

Cattolici e politica, l'errore di partire dall'antropologia - La Nuova Bussola Quotidiana (lanuovabq.it)

  

lunedì 30 agosto 2021

"Il vero politico cristiano mantenga salda la fede: senza identità si cede al populismo dei sondaggi". Intervista a Mons. Rino Fisichella.

La vera lezione cristiana di Forza Italia, quella indicata da Silvio Berlusconi nell'intervento di ieri sul Giornale, è che nessuno sia abbandonato. Forza Italia non può non dirsi cristiana; il cristianesimo è stata la più grande rivoluzione della storia, trascinando dietro sé i suoi valori fino ad oggi. In primis il valore assoluto della persona, la sacralità di ogni essere umano, che arriva da Dio. Sul tema dell'identità cristiana, delle sfide ancora aperte in una società sempre più relativista e di come vivere l'autenticità cristiana nella vita politica, sociale ed economica del nostro Paese e dell'Europa, interviene monsignor Rino Fisichella, fine teologo, presidente del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione.

Quanto è difficile oggi testimoniare l'autentica identità cristiana?

«Ogni momento storico presenta le sue aspirazioni e le difficoltà. Il momento che viviamo non viene meno a questa condizione dialettica. Certo, stiamo vivendo un fenomeno culturale di profondo rinnovamento che porta con sé un cambiamento dei paradigmi a cui eravamo abituati. Ritengo che ancora adesso non si stia prendendo in seria considerazione il fenomeno della cultura digitale. Utilizzo volutamente il termine cultura perché il digitale non sono solo strumenti, ma è una vera cultura che sta cambiando il nostro linguaggio e per conseguenza i comportamenti e i valori di riferimento. Il cristiano non è estraneo a questo movimento. Si tratta di comprendere se lo subisce passivamente o se almeno ne prende coscienza e per quanto può essere possibile è in grado di orientarne il cambiamento. Non si può negare che parlando di identità si tocchi una problematica soggetta a diverse interpretazioni. Per un cristiano, comunque, il riferimento all'identità non è primariamente in rapporto alla propria condizione culturale e sociale, ma alla fede. Più di dieci anni fa ho scritto un libro dal titolo Identità dissolta in cui raccoglievo alcuni pensieri in proposito. Non ho cambiato idea. Il cristiano oggi non ha piena consapevolezza della propria identità perché non conosce i contenuti fondamentali della propria fede. È in atto una forma di dissoluzione che non permette più di comprendere i reali punti di riferimento normativi perché il forte relativismo culturale ha inciso anche nell'impatto con la fede e la morale. Il problema che si pone quindi non è tanto la condanna o meno dell'attuale momento storico, ma se e come è ancora possibile incidere per restituire una forte identità ai cristiani.

Quali sono i valori «non negoziabili» che esprimono l'identità di un cristiano? E come è possibile viverli nella politica e nella società di oggi?

«È necessario comprendere con coerenza l'espressione valori non negoziabili. I valori quando sono tali non possono essere negoziati perché cesserebbero di essere tali. L'espressione è entrata per la prima volta in un documento di Benedetto XVI che indicava il comportamento dei cattolici nella vita politica dei loro rispettivi Paesi. In questo contesto possiede tutto il suo significato. Viene chiesto infatti a quanti si impegnano in politica la coerenza con il proprio ideale di vita. Si deve riconoscere però che la politica vive in contesti di pluralismo culturale e quindi se da una parte un politico cristiano ha bisogno di mantenere salda la sua identità di fede, dall'altra deve essere capace della necessaria mediazione. Impegno estremamente delicato che richiede intelligenza e cultura. Spiace vedere politici cristiani che spesso hanno idee confuse in proposito e mancando di una convinta identità cedono al populismo dei sondaggi. Quando si fanno leggi che hanno una valenza etica bisogna anche avere la consapevolezza che nel giro di pochi anni si creano comportamenti consequenziali».

Si riferisce ad alcuni valori in particolare?

«Non si può negare che si sia modificato il concetto di famiglia, di coppia, di natura e della stessa vita. È davvero paradossale ai nostri giorni di conclamata democrazia assistere al dominio di un pensiero unico di matrice relativista che privo di dialogo smette di essere un pensiero. Rimangono solo le urla sguaiate di quanti conquistano presenze televisive imponendo il loro mediocre punto di vista. Un cristiano sa che la sua identità va coniugata anche con il senso di appartenenza a una comunità. Identità e appartenenza si coniugano insieme altrimenti si sfaldano i rispettivi contenuti. È evidente che oggi il senso di appartenenza alla Chiesa sia alquanto liquido, debole e ognuno lo modella a proprio piacimento a scapito della comunità che cessa di essere tale e diventa uno dei tanti gruppi. L'identità cristiana è modellata dalla fede in Gesù Cristo, il Figlio di Dio che ha rivelato il mistero della vita divina fatta di amore. Questo amore che giunge fino a dare la vita per tutti è il cuore dell'agire cristiano. All'identità cristiana comunque appartiene in forma determinante la speranza. La certezza cioè di guardare al futuro sapendo che il bene vince sempre sul male».

Il Papa ha più volte sottolineato che l'identità cristiana deve essere molto forte, così da darne anche testimonianza. È così?

«Da decenni si è teorizzato nell'ambito del pensiero filosofico il pensiero debole. Se la ragione diventa debole ne scaturisce che la fede si indebolisce, la politica pure e a cascata si indeboliscono le istituzioni facendo crollare il senso di responsabilità. È una condizione che non può essere sottovalutata pena la condanna al primato dell'indifferenza e dell'individualismo che ormai sono sempre più dilaganti».

E cosa può fare la Chiesa?

«Dovremmo fare un serio esame di coscienza per comprendere dove ha portato quella sofferenza. Mi sembra che la delegittimazione del pensiero a cui si assiste per un discutibile primato dell'azione sociale porti a un ulteriore indebolimento di una debolezza della fede e della sua testimonianza già vistosa. La testimonianza ha certamente un'efficacia ma se non è accompagnata da un'intelligenza che ne sappia esprimere le ragioni, rimane sterile e può essere confusa con una generica solidarietà. Sono colpito dal fatto che un santo come Giorgio La Pira abbia creato la messa dei poveri e oggi assistiamo alla sola mensa dei poveri. Uno slittamento che non è solo semantico».

La Chiesa è ancora in grado di contribuire all'universalizzazione dei valori, salvaguardando la propria identità?

«Per definizione i valori sono universali e riguardano tutti nessuno escluso. Noi cattolici siamo per natura universali. Come scriveva un antico autore: Ogni patria straniera è la loro patria e ogni patria è a loro straniera. Noi obbediamo alle leggi ma con il nostro comportamento dovremmo superare le stesse leggi. È l'insegnamento che in queste settimane sta dando Papa Francesco con le sue catechesi sulla Lettera ai Galati. Per noi, tutto ciò che è buono, vero e degno di essere amato viene da Dio e in qualunque cultura si trovi appartiene a noi. La nostra storia è colma di esempi che mostrano quanto impegno sia stato messo per creare consenso. Certo, non sono mancati neppure esempi che riportano a situazioni di violenza ma leggerli oggi senza alcun senso storico porta a notevoli fraintendimenti. Noi dovremmo essere nel mondo con la stessa funzione che l'anima ha nel corpo».

 

(Fonte: Serena Sartini, il Giornale.it, 30 agosto 2021)

"Il vero politico cristiano mantenga salda la fede: senza identità si cede al populismo dei sondaggi" - ilGiornale.it

 

mercoledì 21 luglio 2021

Una bufera scuote la Chiesa: cosa svela l'ordine del Papa


Tra tradizionalisti e progressisti, la Chiesa si trova di fronte a un'altra grande prova dopo la decisione del Papa sulla Messa in rito antico

 

Il ridimensionamento della Messa in latino è un caso e la bufera era prevedibile. La contesa non è solo liturgica: la Chiesa cattolica vive un momento in cui alcune distanze siderali, peralto preesistenti, si manifestano continuamente e in maniera sempre più dura. Due visioni contrapposte, con tutte le loro sfumature, che possono essere notate anche solo a livello comunicativo.

In realtà, i progressisti non stanno esultando più di tanto. Dopo la mossa del Papa, prevale il silenzio nella "sinistra ecclesiastica". Nessuno spumante stappato, insomma, ma un'esultanza strozzata che può avere comunque un suo particolare significato. Perché il sommerso attorno al rito antico, al netto degli atteggiamenti pubblici, è già tutto sulla scena e si è depositato in anni di polemiche ecclesiologiche.

Traditionis Custodes - questo il nome del "Motu proprio" di Francesco - è per i tradizionalisti la più classica delle gocce capaci di far traboccare un vaso considerato ricolmo da tempo. Interpretare la reazione della "destra ecclesiastica" è più semplice. Per i conservatori è in atto ciò che le avvisaglie avevano raccontato con anticipo: più o meno da quando papa Francesco è stato eletto sul soglio di Pietro. Il tam-tam sulla imminente crisi del Messale romano ha origini pluriennali: questo - dicevano certi ambienti tradizionalisti - sarà il pontificato che depennerà la cosiddetta "Messa tridentina". O comunque la sconvolgerà - insistevano - per come la conosciamo. Da destra, sempre per semplificazione, erano anche certi che questi sarebbero stati gli anni della "Messa ecumenica", dell'ordinazione dei laici, delle diaconesse e così via.

Forse la verità risiede nel mezzo. Il Papa non ha dato seguito alla rivoluzione in cui la sinistra ecclesiastica continua a sperare. Su questa storia del vetus ordo, tra chi legge la scelta del Pontefice come una legittima e necessaria limitazione e chi invece ne fa un dramma, ce ne passa. Ma la polarizzazione interessa tutta la Chiesa cattolica ed è risalente nel tempo.

Le reazioni

Il Summorum Pontificum di Benedetto XVI - Motu proprio diventato forse anche più rappresentativo delle sue iniziali intenzioni - era definito "sotto attacco" prima ancora che Jorge Mario Bergoglio ragionasse sulla normativa. Tanto che durante questo pontificato sono nate iniziative, blog ed eventi a vario titolo che sembravano mettere le mani avanti su un'imminente smobilitazione normativa.

La fase odierna è quella in cui la "destra ecclesiastica" rivendica la ragione. Nel contempo, se i progressisti sorridono, lo fanno tacendo. Chissà perché. Poi si rincorrono le voce come quella rilanciata dal blog Campari e De Maistre secondo cui il Motu proprio di Bergoglio sarebbe opera di ambienti precisi: viene chiamata in causa l'ipotesi dell'Ateneo di Sant'Anselmo. I retroscena troveranno ulteriore spazio.

Cattolici, i tradizionalisti non conoscono crisi vocazionale

La querelle sul rito antico non è certo finita. Il mantra tradizionalista è che il Motu proprio dell'Emerito deve essere difeso. E anche se l'ondata dei contrari alla mossa del Papa non è ancora stata organizzata, non possono essere escluse iniziative plateali. C'è chi pensa anche a una maggiore partecipazione, con qualche forma di protesta, al pellegrinaggio annuale del Summorum Pontificum che ha caratura internazionale. Nel comunicato del coordinamento nazionale si legge la parola "resistenza".

Ce ne sono tanti altri, ma quel termine può raccontare un obiettivo, che poi è quello di non riporre nel dimenticatoio il rito antico. Di fare in modo, insomma, che la mossa del Papa non significhi "cancellazione", come tanti critici scrivono in queste ore.

I perché della mossa di Francesco

Molti si interrogano su cosa abbia spinto Sua Santità a muoversi in questo modo. C'è chi pensa che Francesco abbia fatto bene. E che dunque sarebbe giusta la riforma della possibilità di celebrare secondo il Messale romanoestendendo le facoltà decisionali dei vescovi ed introducendo l'obbligo di costituire parrocchie ad hoc.

È il caso del religioso Rosario Vitale, che sostiene che Bergoglio abbia agito con giudizio per almeno due ragioni:"La prima perché ritengo sia giusto che la Chiesa abbia un rito unitario, che faccia risaltare, per citare le parole del Santo Padre, 'la comunione anche nell'unità di un solo Rito'". Dopodiché - annota Vitale - è la ratio stessa del Summorum Pontificum del papa emerito che sarebbe ormai passata in secondo piano: "Non sussiste più la ragione per cui Giovanni Paolo II con il documento Ecclesia Dei e Benedetto XVI con il Summorum Pontificum avevano permesso il ritorno al vetus ordo, che come sappiamo era quello di arginare lo scisma messo in atto da monsignor Lefebvre all'indomani del Concilio. Per cui - conclude il religioso - la decisione del Santo Padre mi trova pienamente d'accordo".

Quella scure di papa Francesco Chiuso l'istituto tradizionalista

Insomma, la questione dei lefebvriani - cui Francesco era sembrato persino vicino durante alcune fasi di questo pontificato - non sarebbe più di attualità secondo alcuni sostenitori della mossa del Papa. Dunque ben venga il nuovo Motu Proprio, tenendo conto dell'ubbidienza che chi è consacrato deve sempre perseguire nei confronti del Santo Padre.

Le "distorsioni" su cui è intervenuto papa Francesco

Francesco, nel normare il vetus ordo, ha anche citato alcune "distorsioni" liturgiche. Chi e come ha distorto le indicazioni sulla Messa antica dettate dal pontefice polacco e da quello tedesco? Perché Bergoglio nel presentare Traditionis Custodes cita quelle "distorsioni"? Vitale sul punto è lapidario: "Non possiamo parlare di errori liturgici perché l’uso del messale edito nel 1962 è stato permesso dai documenti che prima ho citato - premette - , tuttavia c’è da dire che la facoltà che nacque con lo scopo di ricucire uno scisma venne ben presto interpretata da molti come possibilità per tornare a rispolverare il vetus ordo. Vi fu certamente un errore di valutazione, e anche sotto questo punto di vista un abuso".

San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI avrebbero dunque assecondato l'utilizzo del Messale romano con il fine esclusivo di evitare eccessive fughe verso la Fraternità San Pio X. Non solo: il terzultimo ed il penultimo pontefice avrebbero, con l'Ecclesia Dei e con il Summorum Pontificum, tentato di costruire un "ponte" con i lefebvriani. Quasi come se la Messa antica costituisse un segno imperituro di dialogo verso chi aveva deciso di percorrere strade alternative dopo il Concilio Vaticano II.

Un membro Cei attacca la Messa di Ratzinger

L'ex pontefice non è intervenuto sul punto. E sarebbe stato clamoroso il contrario. Hanno tuttavia detto la loro due cardinali considerati "conservatori", ossia il cardinal Raymond Leo Burke e l'ex prefetto della Dottrina della Fede, Gherard Ludwig Mueller. Il porporato americano, come si legge sul blog di Aldo Maria Valli, ha parlato di "durezza" in relazione al Motu proprio di Francesco. Il "principe della Chiesa" teutonico, come si apprende da Katolisch.de, sarebbe parso invece critico nei confronti della riforma del Papa gesuita. È la dimostrazione di come la preoccupazione di quei fedeli che si sbracciano dopo l'annuncio della rivoluzione sia condivisa anche da alcuni alti-ecclesiastici.

Quelle "ferite riaperte" dal Motu proprio di Francesco

Padre Federico Pozza dell'Istituto Cristo Re di Firenze premette di aver letto il Motu proprio soltanto due volte. Questo però consente comunque al monsignore di notare come Traditiones custodes intervenga "per disciplinare la celebrazione della Santa Messa secondo il Messale del 1962 da parte dei sacerdoti diocesani che hanno scoperto l'uso più antico del Rito Romano dopo il Motu proprio Summorum Pontificum di papa Benedetto XVI". La riforma sanerebbe dunque una sorta di gap normativo. "L'intervento del 2007 - spiega però don Pozza - poneva fine ad un'inutile guerra liturgica in seno alla Chiesa, e questo nuovo provvedimento potrebbe riaprire ferite che si stavano risolvendo". Le ferite che, secondo alcuni, Joseph Ratzinger aveva risanato proprio attraverso il suo di Motu sulla cosiddetta tridentina.

Perché oggi tutti riscoprono la grandezza di Ratzinger

Ma oggi Benedetto XVI non è più il vertice della Chiesa cattolica. E Traditionis Custodes ha suscitato i commenti più disparati. Tra questi, appunto quello del cardinal Burke, che ha parlato di "durezza". Cosa ne pensa monsignor Federico Pozza? "Dal tenore del Motu proprio e dalla lettera che lo accompagna - afferma l'ecclesiastico- , effettivamente il nuovo testo normativo parte da una visione molto pessimistica dei cattolici legati a questa legittima e mai abrogata espressione liturgica".

Il dato secondo cui la riforma di Bergoglio intervenga con estrema decisione è dunque condiviso. Poi la speranza, almeno tra coloro che vorrebbero continuare a celebrare secondo il vetus ordo: "L'esperienza, in generale, di questi ultimi 14 anni è stata ricca di bei frutti spirituali e pastorali. Certamente - chiosa Pozza - è auspicabile che le Congregazioni romane tengano conto di questi frutti e che non mortifichino i fedeli che con spirito di reale comunione ecclesiale hanno scoperto i tesori spirituali dei libri liturgici anteriori alla riforma del 1970". La sensazione è che in tanti, pur tenendo conto delle indicazioni del Santo Padre, continueranno a celebrare il rito antico.

 

(Fonte: Francesco Boezi, Il Giornale.it, 21 luglio 2021

Una bufera scuote la Chiesa: cosa svela l'ordine del Papa - ilGiornale.it

 

 

sabato 17 luglio 2021

Non solo la Messa antica, viene cancellato Benedetto XVI


Con il Motu proprio che fa fuori il vetus ordo, papa Francesco cancella lo sforzo di Benedetto XVI di costruire lo sviluppo della Chiesa nella continuità con la Tradizione, di evitare che il Concilio Vaticano II venisse inteso come una rottura.

 

Il cardinale Sarah aveva appena detto pochi giorni fa che il motu proprio Summorum pontificum con cui Benedetto XVI aveva nuovamente permesso la celebrazione secondo il messale di Giovanni XXIII del 1962 (il vetus ordo missae risalente a San Pio V) era il capolavoro del suo pontificato. Ieri, però, questo capolavoro è stato cancellato dal nuovo motu proprio Traditionis custodes di Francesco. È logico pensare che con esso sia stato cancellato anche Benedetto XVI, il quale però non rappresentava e non rappresenta solo se stesso. Ad essere stato cancellato, quindi, è molto di più anche di Benedetto XVI.

A leggere le spiegazioni che papa Francesco comunica ai vescovi di tutto il mondo nella Lettera personale che accompagna il motu proprio, si coglie subito che i motivi profondi che avevano indotto papa Ratzinger a ripristinare la messa antica, considerandola forma straordinaria dell’unica lex orandi della Chiesa romana, non vengono nemmeno ricordati. Può essere che non siano stati compresi, come può essere che si siano voluti nascondere per imporre l’idea della “continuità” tra questo motu proprio e il Summorum pontificum.
Francesco, infatti, propone ai vescovi la tesi secondo cui le stesse preoccupazioni che avevano animato Giovanni Paolo II e Benedetto XVI nelle loro disposizioni che liberalizzavano il rito antico sono anche quelle che ora animano lui nell’eliminarle. Questa spiegazione ha del rocambolesco, evidentemente, e le presunte deviazioni che secondo Francesco si sarebbero realizzate in questi anni dalle stesse attese dei due santi pontefici e che lo avrebbero indotto ad abolire le loro disposizioni in continuità con le loro motivazioni lasciano molto perplessi.

Secondo Francesco le motivazioni con le quali (soprattutto) Benedetto XVI aveva ripristinato il rito antico erano solo pastorali e volevano evitare una frattura nella Chiesa, accontentando una piccola frangia di fedeli appassionati al rito antico. Ma una simile spiegazione del Summorum pontificum è gravemente insufficiente e, possiamo dire, molto superficiale. Si sarebbe trattato di dare un “contentino”, di gettare un osso al cane. Nelle intenzioni di Benedetto XVI sul ripristino del vetus ordo c’era molto di più, in particolare c’era la grande questione della Tradizione.

Come è possibile che oggi sia illegale quanto era obbligatorio ieri? Qualsiasi istituzione che faccia questo – diceva e scriveva Benedetto XVI -  ridicolizza se stessa e si condanna all’insignificanza. Ciò che vale oggi, infatti, potrà non valere domani. Siccome la lex orandi coincide con la lex credendi, ripristinare col Summorum pontificum il rito di Pio V aggiornato da Giovanni XXIII significava ridare aria alla Tradizione e ribadire che la Chiesa non ri-comincia mai da zero. Non era la questione – come ritiene invece Francesco – di un residuo gruppo di fedeli nostalgici, esteticamente legati a certe formule, fuori della storia e che bisognasse accontentare perché non facessero troppo chiasso. In ballo c’era molto di più. Francesco cancella Benedetto XVI, prima ancora che con il nuovo motu proprio Traditionis custodes, con questa ridicola sottovalutazione di quanto stava dietro a quel suo “capolavoro”, come disse il cardinale Sarah.

Le aperture al vetus ordo di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI erano sì per l’unità della Chiesa, ma non perché intendessero racimolare qualche sparuto passatista per ricondurlo all’ovile, ma perché riproponevano l’enorme impegno di costruire l’unità della Chiesa sulla Tradizione, ossia su cosa la Chiesa è, è sempre stata e sempre sarà. Cosa impossibile da fare con le rotture col passato e con i “nuovi paradigmi”. Specialmente con le rotture liturgiche che sono sempre rotture dogmatiche, altro che pastorali.  

Papa Francesco cancella Benedetto XVI perché cancella il suo sforzo di costruire lo sviluppo della Chiesa nella continuità con la Tradizione. Questa era la lettura che egli dava del Vaticano II, il quale doveva essere letto nella tradizione della Chiesa e non come un nuovo dogma o un nuovo inizio. Questa era la lettura che egli dava dello sviluppo della teologia morale, che, aprendosi a nuove istanze, non poteva rinunciare al giusnaturalismo cattolico, ossia all’esistenza di un diritto naturale e di una legge morale naturale. Questa era la lettura che egli dava del dialogo interreligioso che non poteva fare a meno dell’annuncio di Cristo unico Salvatore. Questa era la lettura che egli dava perfino della Dottrina sociale della Chiesa, che non doveva essere divisa con un muro tra forma preconciliare e postconciliare. Si può dire che Benedetto XVI non sia riuscito in tutto e che vari aspetti di questo suo lavoro siano rimasti incompiuti, ma il lavoro non può essere negato.

Il nuovo motu proprio non si limita ad abrogare il Summorum pontificum, ma si propone anche di eliminare per morte lenta il fenomeno della messa antica. Il divieto di nuovi gruppi e l’impossibilità che i futuri sacerdoti ne apprendano la celebrazione, indicano una diagnosi eutanasica. Poiché però, come si è detto, questa non era solo una questione strettamente liturgica, si condanna a morte tutto quanto il suo ripristino aveva comportato. Cancellare il Summorum pontificum significa cancellare Benedetto XVI e questo vuol dire cancellare tutto il suo lavoro. Significa ricominciare da zero, peraltro sostenendo di farlo in custodia della tradizione.

 

(Fonte: Stefano Fontana, LNBQ, 17 luglio 2021)

https://lanuovabq.it/it/non-solo-la-messa-antica-viene-cancellato-benedetto-xvi

  

venerdì 9 luglio 2021

Concita, l'Orbanofobia e il giornalismo cialtrone


Le agenzie riportano la notizia della lussuosissima villa estiva fattasi costruire dal leader turco Erdogan, ma la celebratissima giornalista di Repubblica, Concita De Gregorio, presa da furore anti-sovranista legge Orbàn e scrive un articolo durissimo contro il presidente ungherese e i suoi amici sovranisti europei. E quando corregge, fa anche di peggio.... Psicopatologia del giornalismo di regime.


Un errore può capitare a tutti, ci mancherebbe. Soprattutto in questo mestiere: la fretta, la difficoltà di risalire alla fonte originaria della notizia, il correttore automatico maligno, omonimie che ingannano, e così via, il rischio di una scivolata è sempre dietro l’angolo. Ma ci sono errori ed errori: a volte strappano un sorriso, a volte dimostrano come la superficialità sia purtroppo una malattia professionale dei giornalisti, a volte rivelano l’ignoranza del singolo giornalista. Ma ci sono anche errori molto più preoccupanti perché sono l’indice di un furore ideologico che ha reso il giornalismo – parafrasando von Clausewitz – la continuazione della guerra con altri mezzi. Oggi è evidente che il giornalismo italiano è dominato da questi “baroni” della notizia per cui la realtà è un optional: finché serve per dare in testa al nemico da eliminare, o per sostenere il regime, bene; altrimenti i fatti si inventano, si distorcono, si insinuano e tanto peggio per la realtà. Fino a rendersi ridicoli.

Come è accaduto ieri alla celebratissima editorialista di Repubblica Concita De Gregorio che, nel suo curriculum vitae, vanta anche la direzione dell’Unità, trasmissioni Rai (ovviamente sul Tre) e tanti libri. Nel suo blog su Repubblica “Invece Concita” (che è anche rubrica cartacea del quotidiano romano) ha deciso di commentare una notizia che apparentemente le dava la possibilità di colpire duramente, tanto per cambiare, i vari politici sovranisti europei. «Guardo le immagini aeree della nuova residenza estiva del leader ungherese Viktor Orbàn….».

Una spesa di 62 milioni di euro, 300 stanze, un palazzo lussuosissimo: quale ghiotta occasione per sparare sul sovranista e fare la morale a questi «miliardari che fanno politica» e sbattono la loro ricchezza in faccia a quei poveracci del loro popolo che dicono di difendere. E come foto per l’articolo non poteva mancare Salvini che stringe la mano a Orbàn, che oltretutto odia l’Italia (secondo Concita). E infatti perché non ricordare, tanto per dare l’idea della cattiveria e perversione del leader ungherese, che Orbàn pose anche il veto alla Ue sul Recovery Fund, quei soldi di cui l’Italia ha tanto bisogno?

In realtà quel veto non riguardava il finanziamento all’Italia ma era una difesa contro i tentativi della Ue di condizionare i fondi europei con l’ingerenza nella politica nazionale ungherese. Ma lasciamo stare, e la pensi Concita come vuole su Orbàn. 

Ma il problema è che la notizia cui fa riferimento Concita non riguardava affatto Orbàn, ma il leader turco Recep Tayyip Erdogan, che si è fatto costruire questa villa nella località di Marmaris, sulla costa egea meridionale della Turchia.

Un granchio clamoroso quello di Concita: era scritto Erdogan, ha letto Orbàn, nomi che faranno pure rima ma non si somigliano neanche un po'. Solo con il furore ideologico e una patologia ossessivo-compulsiva si può spiegare l’errore. Concita vede il diavolo Orbàn dappertutto e sente il bisogno irrefrenabile di attaccarlo a mezzo stampa. Un caso evidente di Orbanofobia, forse uno specialista potrebbe esserle d’aiuto. 

Ma non c’è solo un problema psicopatologico. Dopo diverse ore e – immaginiamo – numerose segnalazioni di lettori meno sprovveduti dei giornalisti (a proposito: grazie al lettore Giorgio Stambazzi che ci ha segnalato il caso), Concita invece di cancellare l’articolo e chiedere scusa per un episodio professionalmente gravissimo, ha cercato di mettere una toppa che è anche peggiore del buco.

Intanto ha provato a far finta che nella versione originale per puro caso (chissà come) ci fosse scritto Orbàn invece di Erdogan, ma l’articolo fosse chiaramente riferito a Erdogan: «In una prima versione di questo articolo – scrive Concita in calce - il nome di Orbàn ha preso il posto di quello di Erdogan erroneamente. Me ne scuso con i lettori e gli interessati».

Una menzogna pietosa e vergognosa. In realtà si trattava di un articolo congegnato per dare in testa a Orbàn e ai suoi amici europei, che in fretta e furia ha cercato di riadattare a Erdogan, tanto la critica ai vizi dei miliardari in politica può andare bene per chiunque. Curiosamente Concita mantiene scandalizzata anche la parte in cui nota che «mentre la signora Erdogan invita la popolazione a ridurre le porzioni nei piatti per non sprecare cibo e risparmiare il marito spende 62 milioni di euro…». Frase identica a quella della prima versione in cui però era la moglie di Orbàn a predicare il pauperismo alimentare. Possibile che entrambe, per coincidenza, dicano le stesse cose?

No, infatti. Invece proprio pochi giorni fa è stata effettivamente la signora Emine Erdogan a fare un discorso pubblico suggerendo alcuni modi per evitare lo spreco di cibo, suscitando peraltro molte critiche. Ma si trattava di un evento inserito nella campagna “Preserve your food, protect your table” (Conserva il tuo cibo, proteggi la tua tavola) lanciata dalla FAO, l’agenzia Onu per il cibo e l’agricoltura. Ma Concita di questo non si era accorta: aveva letto Orbàn e via come una furia, avrebbe accusato la moglie anche se il presidente ungherese fosse stato single. Così, per puro caso, nella nuova versione la frase regge, anche se decontestualizzata.

Ma il meglio arriva alla fine. Perché volendo mantenere che lo scambio Orbàn-Erdogan era una sorta di refuso (ma allora la foto dell’articolo?), Concita ha mantenuto intatto il pezzo originario. Solo che proprio questo svela la cialtronata. Infatti, dopo aver censurato Erdogan e lo sfoggio di «regge di non reali», troviamo le frasi finali che non c’entrano assolutamente nulla con Erdogan e la sua villa: «Nel manifesto dei sovranisti europei firmato da Meloni e Salvini figurano anche la francese Le Pen, lo spagnolo Abascal, il polacco Kaczynski e Orbàn», con quel che ne segue riguardo Orbàn e il Recovery Fund.

Non credo servano molti altri commenti. Eduardo de Filippo sarebbe stato molto sintetico al proposito. Però ricordiamoci sempre che questi signori sono gli stessi che pretendono di dare lezioni di giornalismo e di etica a tutto il popolo.


(Fonte: Riccardo Cascioli, LNBQ, 9 luglio 2021)

Concita, l'Orbanofobia e il giornalismo cialtrone - La Nuova Bussola Quotidiana (lanuovabq.it)

 

 

lunedì 7 giugno 2021

Il cattolico ombra, vittima della cultura che respiriamo


Vi sono persone che sono cattolici in potenza, cattolici ombra. Il fattore che li ha ingannati è la cultura, intesa come ambiente (dis)valoriale in cui siamo immersi. L’aria mefitica che respirano è la stessa che respiriamo noi. Quindi, non vanno guardati con commiserazione, nessuno si senta al sicuro.

 

Vi sono persone che sono cattolici in potenza, cattolici ombra. Ossia persone a cui manca tanto così per esserlo e non se ne rendono conto. Facciamo un esempio tra molti. Prendiamo una coppia che, dopo un po’ di anni di convivenza, si è sposata in chiesa perché «il matrimonio in comune è tristissimo e poi così facciamo contenti i genitori». Lui è lei professano un ateismo di fatto: nessuna frequenza ai sacramenti – in primis alla messa domenicale – nessun momento dedicato alla preghiera né alla formazione cristiana. Ciò nonostante, il loro bagaglio di valori umani è ricchissimo: assolutamente fedeli l’uno all’altra, crescono i figli in modo serio e responsabile, molto generosi con tutti, amici sinceri di molti, professionisti onesti e scrupolosi, hanno un giudizio sulla realtà molto assennato, oggettivo e maturo, sono sensibili al dolore e alla difficoltà altrui, coltivano una propria interiorità sebbene tutta umana. A volte cercano il silenzio, ma mai esplicitamente Dio. E infatti il buco nero nelle loro vite è proprio la mancanza assoluta di un afflato trascendente: a Dio non pensano quasi mai, se non in caso di grave necessità, rasentando quasi la superstizione. Se parli loro di Dio magari ti dicono anche che ci credono – nelle forme più minimali escono con la frase «credo che ci sia qualcosa dopo la morte» - ma Dio sta alle loro esistenze come la luce del sole sta alla cecità.

Se Dio, comunque, è ancora un concetto per loro potabile, perché in fondo modellabile secondo il comodo immaginario di ciascuno, appare invece indigeribile la figura della Chiesa che, ai loro occhi, è solo una società a delinquere, piena di pedofili e gelosa custode di privilegi che Dio – tirato fuori all’occorrenza dalla cantina delle proprie coscienze – condannerà senz’appello nell’Aldilà. Insomma vivono tutto ciò che riguarda la religione come una sovrastruttura inutile, come un formalismo senza un suo senso pratico, come una zavorra lasciata sulle loro spalle da genitori ancora un poco debolmente credenti, ma che hanno abbandonato per strada da tempo, fin dall’adolescenza.

Lo ammettiamo, a leggere questa descrizione parrebbe che più di cattolico ombra dovremmo parlare di cattolico morto e sepolto. Ma a ben guardare con gli occhi della speranza cristiana non è così. Il santo non si edifica senza l’uomo, le virtù teologali sono lettera morta senza le virtù cardinali. Vero è che queste ultime acquisiscono pieno significato alla luce delle prime, ma naturaliter l’uomo può essere giusto, forte, prudente, temperante, etc. Ciò che vogliamo dire è che molte persone intorno noi – in realtà tutte - hanno la stoffa per diventare autentici cattolici, ossia, ancor meglio, santi. La materia prima è ottima, seppur inquinata da tante scorie che ammorbano l’aria che tutti noi respiriamo. Le potenzialità sono elevate e per esprimerle occorre partire dalle loro qualità umane. La loro umanità è una promessa di santità.

Un aspetto fondamentale da tenere in considerazione e che regala molta speranza è poi il seguente. Queste persone in realtà non conoscono davvero cosa sia la vera fede, la vera Chiesa. Rifiutano ciò che non conoscono. Questo è accaduto almeno per due motivi. Da una parte hanno appreso dai media dottrine spacciate come cattoliche, ma che cattoliche non sono: la Chiesa odia i gay, si possono salvare solo i battezzati, le donne valgono zero nella Chiesa, etc. E poi si sono lasciati infinocchiare con le solite storielle spazzatura: i veri preti sono solo quelli che fanno i missionari in Africa perché gli altri in realtà si sono fatti prete per arricchirsi o per far carriera, i Vangeli li hanno scritti gli uomini, mica Dio et similia.

Luoghi comuni che poi si autoalimentano seguendo un moto perpetuo. Su altro fronte, forse ancor più di frequente, costoro hanno fatto spessissimo incontri disastrosi con laici e uomini di Dio incoerenti e/o con idee confuse. Dunque ne sono usciti con le ossa rotte, cioè o scandalizzati – quante mancanze di carità di noi cattolici dobbiamo registrare – o guastati nelle idee tanto che spesso hanno in testa una immagine della fede e della Chiesa che non corrisponde al vero. La speranza a cui si faceva cenno prima è data dal fatto che con queste persone, la cui bontà d’animo non ha permesso all’ideologia dominante di infettare tutte le fibre del loro cuore, è possibile dialogare e ragionare per far comprendere loro come stanno in realtà le cose, che la Chiesa non ha mai detto X, Y, Z e che ciò che loro dicono e credono su questi argomenti coincide, almeno nella sostanza, con ciò che insegna la Chiesa stessa.

Il fattore che in buona sintesi ha ingannato questi nostri fratelli è la cultura, intesa come ambiente (dis)valoriale in cui siamo immersi. Se con la macchina del tempo riuscissimo a trasportare nel passato queste stesse persone e a permettere loro di compiere il proprio cammino di crescita umana non in questi ultimi decenni, ma ben prima, ecco che pochissimi di loro avrebbero ad esempio scelto la convivenza o avrebbero inteso il matrimonio in chiesa come un grazioso complemento alle loro nozze o avrebbero disertato le messe domenicali e i confessionali.

Avrebbero agito come Dio e la Chiesa comandano perché, in contesti ben più cristiani di quelli odierni, sarebbe parso loro una scelta chiaramente e ovviamente buona. Come oggi costoro non si questionano molto sulla bontà del divorzio per i matrimoni falliti e della convivenza per verificare la validità della vita a due, così ieri – anzi: l’altro ieri – queste stesse persone non si sarebbero di certo interrogate sulla irragionevolezza del divorzio e della convivenza. È il brodo culturale in cui sono stati immersi ad averli inconsapevolmente infettati, ad averli orientati in modo impercettibile e acritico verso scelte che loro stessi – fossero vissuti mezza generazione prima – non avrebbero mai compiuto. Dunque il grado di responsabilità di queste persone, umanamente ricche, sì esiste, ma forse in grado infimo, proprio a motivo dell’influenza fortissima che la cultura esercita su tutti noi.

Anche per questo ultimo motivo possiamo poi dire che tutti noi siamo cattolici in pectore Dei. Nessuno si senta a posto, arrivato, compiuto solo perché ha le idee chiare sulla comunione ai divorziati risposati e sul suicidio assistito. L’aria mefitica che respirano i nostri fratelli che spesso, senza carità, guardiamo con commiserazione o scandalizzati è la stessa che respiriamo noi. Quindi nessuno si senta al sicuro, già salvato. Ricorriamo spesso ai sacramenti, alla preghiera, alle opere di carità, al Magistero di sempre, allo studio, alla vigilanza, le uniche mascherine che ci permettono di filtrare le impurità presenti in questa nostra atmosfera che si chiama cultura.

 

(Fonte: Tommaso Scandroglio, LNBQ, 7 giugno 2021

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