sabato 9 giugno 2012

Papato in crisi? Botta e risposta tra lo storico “teologo” Melloni e Mons. Marchetto

Sul "Corriere della Sera" del 4 giugno lo storico Alberto Melloni ha preso spunto dal presente marasma per invocare una riforma istituzionale che affidi la guida della Chiesa universale a "un organo collegiale permanente" di vescovi, con poteri deliberativi. Il giorno dopo, sempre sul "Corriere", gli ha replicato l'arcivescovo Agostino Marchetto, membro della diplomazia vaticana, da anni uno dei critici più severi delle tesi di Melloni, specie della sua interpretazione del Concilio Vaticano II.
Le tre Riforme urgenti in questo Pandemonio
E dunque non è finita. Dopo il licenziamento di Gotti Tedeschi e l' arresto d' un famiglio del Papa arrivano altri pezzi di carta, che come in ogni strategia della tensione, aumentano la confusione non tanto per quel dicono, ma per il fatto stesso di esistere. Per non rimanere prigionieri dei dettagli, bisogna allora alzare lo sguardo: e cercare di definire i tre problemi oggettivi, le tre spiegazioni possibili e le tre riforme che questo pandemonio rende più urgenti. I problemi che affiorano riguardano formazione, selezione, la cultura della classe dirigente del cattolicesimo del secolo XXI. La mediocre sceneggiatura delle indiscrezioni dice che esistono agitatori, agenti, organizzazioni, con libri paga, cordate di carriera e il calendario del campionato del wrestling fra movimenti. Un mondo diversificato negli obiettivi: ma accomunato dalla convinzione che la Chiesa abbia bisogno di loro al potere più che del vangelo, e permeato da una logica di violenza alla quale ci si adatta solo se addestrati da maestri competenti. Su questa catastrofe formativa - che ha contagiato senza apparenti distinzioni clero secolare, clero regolare e clero dei movimenti - s' innesca il fatto che troppi dei peggiori hanno fatto carriera in Curia. Un fenomeno che spinge a chiedersi con ancor più angoscia perché quegli anticorpi di saggezza che devono esistere anche lì rischino di sembrare afoni e invisibili. Anche questo squilibrio, tuttavia, sarebbe rimediabile se nell' episcopato, nelle chiese, nei movimenti, fosse stata custodita una cultura del dialogo. L' apertura sincera alla disamina delle questioni, la capacità di trattare con serietà i problemi difficili e di coltivare la pluralità di sapienze, sono state sacrificate all' ossessione di una teologia che glossa il catechismo, biascica la messa in latino sbagliando gli accenti e loda enfatica l' ultima enciclica, nella certezza che questo eccesso di zelo non indurrà al sospetto, ma sarà considerato un merito. Questi fatti, senza la guida di infidi insider, si possono spiegare entro tre possibili scenari. Il primo è che siano in presenza di una lotta di potere degna delle malebolge di Dante. Il cardinal Bertone - il confidente di una vita che, a prescindere dalle doti e dai limiti del suo governo, è lo scudo umano di Benedetto XVI - è un bersaglio non inerte, ma transitorio. Chi scatena un tale putiferio non vuole il posto del numero due. Il sommarsi di questo disegno alla lotta fra semi-potenti, nella quale entrano per scelta o per caso il segretario particolare, gli aspiranti segretari di Stato (non di certo chi segretario di Stato lo fu) fa il resto. E così fra coloro che si spacciano per gli «aiutanti» di una presunta purificazione ratzingeriana e gli alfieri di una radicalizzazione ultraconservatrice del dotto conservatorismo di Benedetto XVI, si sarebbe generata una reazione fuori controllo, con tanto di fuoco amico e azioni di copertura. L' altra possibilità è che questo guazzabuglio sia tutto e solo italiano in senso stretto: e cioè che proietti sulla chiesa di quel disastro politico-morale che va ben oltre gli spread e la cura Monti. Il populismo spregiudicato (che in queste ore abbiamo visto in opera perfino contro il senso dello Stato di Giorgio Napolitano), mescolato ad un rapporto non protetto con la finanza e con la destra italiana, avrebbe insomma prestato alla chiesa metodi e brutalità che solo noi italiani sappiamo leggere sulla filigrana dell' elezione del sindaco di Roma o degli equilibri di qualche holding. La terza possibilità è che un marasma apparentemente pretesco faccia parte del gioco della grande politica. Se le agenzie che si fanno chiamare «mercato», hanno puntato sul fatto che i tedeschi (la cancelliera tedesca, il Papa tedesco) non sentiranno pesare sulla loro coscienza l' incubo di riaprire, con la fine dell' euro e dell' Europa, la porta alla guerra per la terza volta in cent' anni - allora tenere occupata la chiesa su schifezze minori, avrebbe un senso maggiore. Le tre riforme istituzionali - che sono sempre state la pinza con la quale la Chiesa di Roma afferra le questioni spirituali - riguardano la Curia, la diplomazia e l' episcopato. Da oltre un secolo la Segreteria di Stato non funziona e il sogno montiniano di dare al Papa un primo ministro è fallito. Se il Papa mette alla Seconda Loggia un grande, ne subisce l' ombra: e può arrivare a lasciar vacante il posto come ha fatto Pio XII. Se il Papa sceglie un uomo più defilato, la lamentela è forte e il disordine pure. Il nodo, dunque va affrontato in un quadro ecclesiologico d' insieme, come quello proposto da canonisti del rango di Eugenio Corecco e Francesco M. Pompedda fra gli anni Ottanta e Novanta. La seconda riforma riguarda la diplomazia pontificia: lo stuolo dei nunzi papali è il primo a patire una marginalità che si riflette nel silenzio ecclesiale sui grandi nodi geopolitici del presente, primi fra tutti quello europeo e quello cinese. Ma 150 diplomatici non sono gestibili. Serve dunque un piccolissimo numero di supernunziature continentali, affidate a diplomatici porporati, ascoltati regolarmente a Roma e capaci di far pesare sui grandi tavoli globali la voce dell' unica famiglia al mondo dove tutti contano uguale. La terza riforma è una parola dimenticata del Vaticano II: collegialità. Il Papa - lo si è visto a Milano - ha bisogno di confrontarsi con chi, per la consacrazione episcopale, riceve un potere sulla chiesa universale: di questa comunione il vicario di Pietro si avvantaggia sul piano umano e teologico, senza dar ombra alle sue prerogative. Un organo collegiale permanente lo si attende dal 1964 e non è il sinodo dei vescovi convocato con funzioni consultive: tardare a chiedersi come dar corso a questo aspetto della comunione vuol dire far diventare il papa un bersaglio per chi «lo aiuta» e rendere la chiesa lo zimbello dei media. Che è esattamente quello che sta accadendo (Melloni Alberto, Corsera, 4 giugno 2012).
«Il Pontefice sarà sempre un bersaglio»
Caro direttore, nella lettura quotidiana del «Corriere della Sera» mi sorprende oggi, come storico, nunzio apostolico e direi anche come segretario emerito del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, il rimedio urgente che Alberto Melloni propone come risposta a quanto definisce un «pandemonio» nella Curia romana. La sorpresa viene dal fatto che Melloni ritorna a proporre i suoi convincimenti in relazione al concilio ecumenico Vaticano II, con l' aggiunta di questo giudizio liquidatorio che storicamente non regge: «Da oltre un secolo la Segreteria di Stato non funziona e il sogno montiniano di dare al Papa un primo ministro è fallito». La riforma fondamentale della Curia romana nel secolo scorso è stata certo opera di Paolo VI, nella quale confluì la sua grandissima esperienza e visione delle cose, come esponente, a vari livelli, della Curia stessa, ma Melloni dimentica di aggiungere che era prevista una dialettica interna alla Segreteria di Stato grazie ai giudizi offerti dalle due sue sezioni (comunque si chiamassero) al Papa, che poi decideva. Che detti giudizi non sempre collimassero, basta pensare, per esempio, due personaggi straordinari quali furono i monsignori Benelli e Casaroli. Che poi ci fosse bisogno, in Curia, di un dicastero di coordinamento generale e di manifestazione ultima della volontà pontificia non c' è dubbio, pur nel rispetto delle competenze di ciascun organismo curiale. Questo non significa che tutto ivi sia perfetto e che non vi possano essere meditate riforme, considerando peraltro che anche gli uomini di Chiesa sono comunque uomini e che, andando nella linea del pensiero di Benedetto XVI, a poco giovano le riforme strutturali se non vi è una riforma degli spiriti. Per Melloni la seconda riforma riguarda la diplomazia pontificia. Peraltro la sua proposta di supernunziature continentali ha un sapore collegiale particolare, nella linea di pensiero della cosiddetta scuola di Bologna. In effetti l' auspicio, in fondo, è di creare conferenze episcopali a livello continentale, che tali oggi non sono. Naturalmente ciò non significa che non vi siano oggi organismi ecclesiali episcopali a livello continentale che possono essere utili, ma che non dovrebbero diventare, come qualcuno dice, dei nuovi patriarcati, con le complicazioni che ciò comporterebbe per il primato pontificio. «La terza riforma è una parola dimenticata del Vaticano II: collegialità» scrive ancora Melloni. Non direi proprio che sia dimenticata ma bisogna specificare di che si tratta. Il concilio ha distinto collegialità in senso stretto e in senso largo, ossia effettiva e affettiva, e non bisogna giocare sull' equivoco, come molti fanno. I Padri conciliari non si sono pronunciati a favore di un collegio (sinodo) permanente di vescovi «vicini» al Papa. Senza entrare in altre precisazioni, mi limiterò a dire che il Papa sarà sempre «un bersaglio», poiché nella Chiesa cattolica vi è anche, e vi sarà sempre, un esercizio personale dell' autorità suprema e ciò pone il «povero cristiano» (Ignazio Silone) che la esercita alla mercé di chi lo voglia colpire (Mons. Marchetto Agostino, Corsera, 5 giugno 2012).

(Fonte: Sandro Magister, www.Chiesa, 7 giugno 2012)

“Nominiamo un Dio tecnico!”

Sta girando, nei social network, questa vignetta. Verrebbe da dire che una più una meno non fa differenza: la fabbrica dei proiettili creati ad hoc per colpire il Papa, la Chiesa, i cattolici nel mondo lavora a pieno ritmo ed è l’unico settore in cui non si contano disoccupati o esodati.
Questa vignetta, però, “merita”. Vale la pena spendere qualche parola, perché nasconde una “sua” verità. Un desiderio recondito, diremmo. E trasversale. Perché è dentro e fuori la Chiesa.
Che il mondo sia “sull’orlo del baratro”, come scritto, è fuor di dubbio. Interessante la proposta a destra: “Nominiamo un Dio tecnico”.
Lasciamo stare che queste frasi vengano messe in bocca ad un cardinale e ad un vescovo; lasciamo stare che il cardinale è disegnato con una bella pancia e due anelloni, come a dire che il digiuno e la povertà evangelica ai vertici della Chiesa sono un optional, e che il vescovo di destra sia segaligno, con gli occhiali scuri, versione complottista scafato. Lasciamo stare anche il crocifisso a terra e gli altri particolari. Linguaggio e potere delle immagini, che – non è difficile capirlo – certo non escono dalla mente e dalla matita di gente che ama la Chiesa.
E’ però interessante, come dicevo, riflettere sulla “proposta”.
Guardo e penso che dev’essere proprio “indigeribile” l’idea di un Dio che si china sul nostro niente, nasce da un ventre di donna e condivide (tranne che nel peccato) la natura umana con le sue fatiche, il dolore, la precarietà…
Un Dio che piange quando muore il suo amico Lazzaro; che ama di un amore che più grande non c’è, fino a donare la vita e a lasciarsi crocifiggere. Che si commuove. Che sta volentieri in compagnia, ma anche solo, in preghiera. Che è disposto ad incontrare tutti, a farsi compagno di cammino di tutti. Che non si preoccupa dell’audience e delle mode, ma ogni volta depista chi ha di fronte per le cose che dice e per le cose che fa. Che non usa i nostri criteri e la nostra misura. Che è imprevedibile. Che non sceglie i migliori ma i semplici; che non si circonda dei dotti, ma di chi gli vuol bene. Uno che basta incroci il tuo sguardo e tu lo segui e lo ami per sempre…
In effetti, però, forse la vita sarebbe più facile con un Dio “tecnico”.
C’è un problema? Dimmi di che natura è, ed io, che sono onnipotente, te lo risolvo in un baleno. A seconda, posso diventare medico, psicologo, economista, sismologo, esperto di questioni sentimentali e di “genere”, promoter, direttore dell’ufficio collocamento, politico, sindacalista, chiromante, facilitatore di apprendimenti, giudice, dietologo, personal trainer, chirurgo plastico…
Che meraviglia!
Intanto – mi viene in mente – un Dio “tecnico” sarebbe sicuramente un eugenista: vuoi mica che sbagli e faccia nascere bimbi im-perfetti? Al problema della sofferenza, un “tecnico” opterebbe per la soluzione più veloce. Due conti e via: è vero o no che la sofferenza è inconfutabilmente brutta per chi la subisce e per chi gli è vicino? È vero o no che chi soffre costa in farmaci, terapie e assistenza? Bene. Eliminiamo il problema, e cioè lui, il sofferente. Tutto di guadagnato.
Che “giusto”, mi dico, un Dio “tecnico”! Bilancino, pesetti, le colpe di qua, le attenuanti di là, meriti e demeriti, Lui che scartabella il librone delle leggi e delle sentenze, applica la matematica ed… è fatta. Vuoi che un “tecnico” non conosca la matematica? La sua mente è tutto un vorticare di numeri: addizioni, sottrazioni, moltiplicazioni, divisioni e così, alla fine, i conti tornano sempre. Perfettamente. A ognuno il suo. Tanto hai dato, tanto ricevi. E che poi non si parli di ingiustizie, che mi piombano in casa magistrati e sindacati in assetto di guerra!
Problemi e litigi in famiglia? Eccomi a disposizione. Divorzio breve, qualche timbro, una carta da bollo, due firme e avanti il prossimo.
Che pacchia, un Dio così! Ti dà le regole e basta che le segui. Una volta erano dieci comandamenti, ma se avevi nel cuore i primi due, gli altri venivano da sé. Ora sono dieci, cento, mille, perché i tecnici la vita te la pianificano loro minuto per minuto così tu non fai fatica. Sennò, che tecnici sono?!
Sì, è proprio una genialata ’sta storia del Dio “tecnico”. È uno pratico, Lui! Se vede che una cosa “tecnicamente” si può fare, si fa. Contano i risultati e dunque… avanti come i panzer, senza tante paturnie.
Figlio in provetta? Ok. Embrioni congelati? Va bene. Donatori di sperma? Melius abundare… LGBT? Facciano la lista delle richieste. Il Dio sociologo, antropologo, psichiatra, politicamente corretto, giustamente attento alla società in evoluzione, li accontenterà.
C’è gente che (per filantropismo, sia chiaro!) vende ovuli, presta uteri, feconda più o meno gratuitamente delle sconosciute? Venghino, signori, venghino!
Insomma: tutto quel che è “eu” (-genetico, -biotico, -tanasico…) significa che è “buono”. Vuoi che un Dio “tecnico” non gli dia l’imprimatur?
Sapete una cosa? So che piacerebbe a tanti (e tanto, forse!), un Dio così: nominato da noi ad immagine e somiglianza nostra, o comunque pronto a soddisfare qualsiasi nostro desiderio. A prevenirlo, magari. Ma che ci volete fare… Io mi sono perdutamente innamorata di Gesù di Nazareth che, bambino, è stato allattato, coccolato e cresciuto da una mamma di carne, ed è stato amato ed accudito da Giuseppe, che ha accettato di fare da “padre” al suo Dio.
Mi commuovo fino alle lacrime quando trovo nel Suo sguardo la misericordia che nessun tecnico al mondo, e nessun uomo, potrà mai donarmi.
Amo questo Dio che ha deciso di incarnarsi; che non guarda quanto siamo belli, alti, intelligenti, alla moda, utili, funzionali al sistema. Ci ama, infinitamente, come siamo. Donandoci la vita ci ha scelti; è morto per noi ed è risorto; è presente e vivo, ci tiene compagnia lungo il cammino e sarà ad attenderci quando i nostri giorni saranno finiti.
Cosa inspiegabile e che farebbe andare su tutte le furie un “tecnico”, questo Dio ci vuole liberi: liberi davvero. E’ una libertà che ci regala insieme alla vita e sarà opportuno che ce la giochiamo bene, perché ce ne chiederà conto.
Ma c’è una ragione, la più importante, per cui no: ho deciso che non mi interessa nessun altro Dio che non sia “Questo”. Per dono, e cioè gratuitamente, immeritatamente, ogni volta che sbaglio mi “assolve” (da ab-solvěre): mi scioglie dai lacci del peccato e mi rilancia, libera, nella vita. “Va’ e non peccare più!”, mi dice, mentre mi abbraccia con tenerezza e misericordia infinita.
Non esistono “tecnici” così, perché il perdono dei peccati è una roba dell’Altro mondo in questo mondo. Tante cose potrebbe fare un Dio “tecnico”, ma questa no: può farla solo un Padre.

(Fonte: Luisella Saro, Cultura Cattolica, 2 giugno 2012)

Scola: «Cari giornalisti, l’opinione che avete sul Papa, non è quella della gente»

I numeri parlano chiaro: 1 milione di fedeli alla Santa Messa di Bresso, 350 mila partecipanti alla Feste delle testimonianze, 80 mila ragazzi neo cresimati e cresimandi incontrati allo stadio Meazza, oltre a varie centinaia di migliaia di persone presenti nelle strade per accompagnare il Papa negli spostamenti nella città di Milano dove è stato ospite da venerdì a domenica pomeriggio in occasione del VII Incontro mondiale delle famiglie.
«Il Papa mi ha detto, quando ci siamo salutati all’aeroporto,che era più consolato che stanco – ha riferito il cardinale Angelo Scola alla conferenza stampa di chiusura dell’evento – ed è convinto che in questi viaggi così impegnativi c’è per lui una grazia speciale». Una grazia che ha colpito anche gli oltre 3 milioni di spettatori che hanno visto su Rai Uno la diretta della Festa delle testimonianze con un buon 25 per cento di share. «Un dato interessante», commenta il portavoce della curia milanese, don Davide Milani: «Non era un vero e proprio programma da sabato sera, era un programma di sostanza e nonostante questo è stato la trasmissione più vista».
Il cardinale Ennio Antonelli ha riportato un altro dialogo con Benedetto XVI: «È bello stare in mezzo alla Chiesa viva» ha confidato il Pontefice al presidente del Pontificio consiglio per la famiglia, che ha commentato questa frase come «un’indicazione nel fare più attenzione a questa Chiesa e meno ad altre cose “marginali”». Il riferimento del cardinale Antonelli è sulla fuoriuscita di lettere riservate dagli uffici papali: fatto che ha attirato l’attenzione dei media. I giornalisti sono stati incalzati dall’arcivescovo di Milano: «Dovete rassegnarvi ad un dato di fatto: l’opinione mediatica italiana non è l’opinione pubblica. C’è una grossa differenza tra quello che voi dite e quel che la gente pensa, sente e vive». E poi la stilettata: «Può darsi che voi siate l’avanguardia, ma nella storia le avanguardie si sono rivelate molto pericolose. La gente ama il Papa e in particolare i milanesi hanno dimostrato di amare questo Papa per la potenza illuminante della sua umiltà unita ad una intelligenza superiore della fede e dell’umano. Negli esseri umani spesso queste due cose non vanno molto d’accordo».
Scola ha rilanciato sulla responsabilità che ci hanno lasciato queste intense giornate: «Ora tocca a tutti noi, perché un evento è importante quando raccoglie e rilancia l’ordinario»; ne è un esempio la seconda fase che caratterizzerà l’eredità ricevuta dal predecessore Dionigi Tettamanzi sul Fondo famiglia, lavoro e solidarietà: «La diocesi ha deciso di reinventare le vecchie società di mutuo soccorso».
Sulla scelta di Philadelphia, quale città che ospiterà nel 2015 il prossimo incontro mondiale delle famiglie il cardinale Antonelli confessa la sorpresa nella scelta operata da Benedetto XVI: «Nella terna delle città promosse pensavo che Philadelphia fosse esclusa. Ma quasi tutti i vescovi degli Stati Uniti si sono resi conto durante le loro visite che la famiglia vive grosse difficoltà e deve affrontare difficili sfide. E, allo stesso tempo, che possiede una grande vitalità grazie al contributo della Chiesa americana».

(Fonte: Massimo Giardina, Tempi, 4 giugno 2012)

Solo il Papa non può... nel TG di Bianca Berlinguer

“E’diritto di cronaca!”, ti dicono i giornalisti-grandi-firme-&-incarichi-prestigiosi (che spesso sono “figli di…”, “amici di…”, “tesserati di…”), quando devono giustificare le peggio violazioni del codice, della deontologia, della privacy…
Ottimi conoscitori dei (loro) diritti, i suddetti giornalisti-grandi-firme-&-incarichi-prestigiosi mal sopportano però l’idea del “dovere di cronaca”, specie quando di mezzo c’è il Papa ma non c’è nessuno scandalo da sbattere gongolanti in apertura, nessun incartamento trafugato, nessun tema tanto scottante da farci uno scoop, nessuno sfrucugliamento pruriginoso.
Ieri, Padre Georg aveva preventivamente dato ai media il discorso integrale del Pontefice alla Scala, indicando che sarebbe durato intorno ai dodici minuti. Facile, dunque, calcolare i tempi e programmare l’edizione del telegiornale. Che fa Bianca Berlinguer, direttrice del Tg3 e, ieri sera, anche conduttrice? Sfuma il Papa. Taglia la conclusione del suo discorso.
Certo, lei è la direttrice e “può”. Ha il diritto (bulgaro) di fare ciò che crede. I diritti degli utenti (paganti) di sentire il Papa dall’inizio alla fine evidentemente non valgono quanto il suo di non ascoltarlo e di “tagliare corto”.
Eppure il padre Enrico, segretario del PCI, chissà quante volte l’avrà spiegato, alla primogenita Bianca, che “comunismo” vuol dire che siamo tutti uguali! Niente da fare, tempo perso. Evidentemente la carega del potere fa… la differenza. Anche a sinistra. E così, nel mondo degli eguali, qualcuno diventa, per carriera, “più eguale” degli altri.
Del resto, che il Papa alla Berlinguer non stia simpatico (ma neanche la Chiesa, ma neanche i cattolici) non è una novità. Ricordasse, almeno, che è direttrice (direttora?) di una rete del servizio pubblico, magari turandosi il naso farebbe quel che deve fare, meritando, così, i soldi che le diamo. Invece no. Più del dovere poté il potere. “Voglio, posso, comando”. Io, Bianca Berlinguer, se mi va sfumo anche il Papa. Detto, fatto.
Posso anche capire il “fastidio” della direttora di fronte alle parole di Benedetto XVI. Non mi riferisco, in particolare, a ciò che ha detto ieri: il ragionamento è più generale. Capita che il mondo e la Chiesa, nella persona del vicario di Pietro e, in generale, dei suoi pastori, usi le stesse parole del “mondo”, ma la sproporzione è tale e tanta da… confondere. E’ come se gli occhi vedessero, le orecchie sentissero, ma si fosse persa la chiave interpretativa e così al significante non corrisponde più un significato univoco, ma una pluralità di sfumature che, davvero, può turbare e disturbare.
Un esempio? Oggi il Papa, allo stadio Meazza, ha incontrato cresimati e cresimandi. Ha ricordato loro i doni dello Spirito e ne ha parlato così:
“– il primo dono è la sapienza, che vi fa scoprire quanto è buono e grande il Signore e, come dice la parola, rende la vostra vita piena di sapore, perché siate, come diceva Gesù, «sale della terra»;
– poi il dono dell’intelletto, così che possiate comprendere in profondità la Parola di Dio e la verità della fede;
– quindi il dono del consiglio, che vi guiderà alla scoperta del progetto di Dio sulla vostra vita, vita di ognuno di voi;
– il dono della fortezza, per vincere le tentazioni del male e fare sempre il bene, anche quando costa sacrificio;
– viene poi il dono della scienza, non scienza nel senso tecnico, come è insegnata all’Università, ma scienza nel senso più profondo che insegna a trovare nel creato i segni, le impronte di Dio, a capire come Dio parla in ogni tempo e parla a me, e ad animare con il Vangelo il lavoro di ogni giorno; capire che c’è una profondità e capire questa profondità e così dare sapore al lavoro, anche quello difficile;
– un altro dono è quello della pietà, che tiene viva nel cuore la fiamma dell’amore per il nostro Padre che è nei cieli, in modo da pregarLo ogni giorno con fiducia e tenerezza di figli amati; di non dimenticare la realtà fondamentale del mondo e della mia vita: che c’è Dio e che Dio mi conosce e aspetta la mia risposta al suo progetto;
– e finalmente il settimo e ultimo dono è il timore di Dio – abbiamo parlato prima della paura –; timore di Dio non indica paura, ma sentire per Lui un profondo rispetto, il rispetto della volontà di Dio che è il vero disegno della mia vita ed è la strada attraverso la quale la vita personale e comunitaria può essere buona; e oggi, con tutte le crisi che vi sono nel mondo, vediamo come sia importante che ognuno rispetti questa volontà di Dio impressa nei nostri cuori e secondo la quale dobbiamo vivere; e così questo timore di Dio è desiderio di fare il bene, di fare la verità, di fare la volontà di Dio”.
Ecco l’“esperimento”. Provate a leggere la definizione che dà il Papa dei sostantivi che corrispondono ai doni dello Spirito e poi provate a chiedervi cosa intende, oggi, per “sapienza”, un non credente. O per “pietà”. Guardate cosa dice Benedetto XVI della scienza.
Può Bianca Berlinguer (ma potremmo mettere al suo posto un ateo, un laicista, un razionalista, un agnostico qualsiasi…)… possono, costoro, oggi, staccarsi dall’idea positivistica di scienza? Eppure leggete cosa scrisse lo scienziato e filosofo francese Jules-Henri Poincaré, membro dell'Académie française, nell’opera del 1902 La scienza e l’ipotesi: “La scienza è fatta di dati, come una casa di pietre. Ma un ammasso di dati non è scienza più di quanto un mucchio di pietre sia una casa”. Pur nella diversità di visione della realtà rispetto ai cattolici, Poincaré con questa affermazione si è dimostrato intellettualmente onesto. C’è, oggi, questa “onestà intellettuale”?
E guardate, ora, come parla il Papa del “timor di Dio”. Una che è scesa in piazza Se non ora quando, tutte le volte che l’ha ritenuto necessario: per la libertà, intesa come autodeterminazione, per il corpo-è-mio-e-lo-gestisco-io, contro l’auctoritas… può non sentire fastidio quando le tocca dare la parola a uno (fosse anche il Papa) che parla della “volontà di Dio” e del “disegno di Dio sulla nostra vita”?
Si può, nel mondo relativista in cui viviamo, regalare dodici minuti al Pontefice lasciandogli dire che la Verità esiste, o la tentazione alla censura è irresistibilmente più forte del “dovere di cronaca”?
Oggi, a San Siro, Benedetto XVI ha ricordato ai giovani l’importanza della fedeltà alla Messa, al sacramento della Riconciliazione, alla preghiera personale che è dialogo con il Signore. “Confidatevi con Lui, ditegli le gioie e le preoccupazioni, e chiedete luce e sostegno per il vostro cammino”, ha detto. Figuriamoci! La luce elettrica, a casa Berlinguer-Manconi basta e avanza (o forse la coppia brilla di luce propria… chissà).
E poi, ve la immaginate la direttora abbozzare un sorriso di circostanza, qualora la telecamera facesse uno stacchetto imprevisto sulla conduttrice, mentre il santo Padre dice ai ragazzi: “Siate obbedienti ai genitori, ascoltate le indicazioni che vi danno, per crescere come Gesù «in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,51-52)”?
Femminista, postfemminista, contestatrice dal primo vagito, già alla parola “obbedienza” verrebbe presa, in diretta, da uno di quegli attacchi di orticaria che non c’è cerone che tenga. Lo vedresti non solo in studio, anche in mondovisione.
C’è però una cosa che più di tutte infastidisce del Papa e della Chiesa. In un mondo che vorrebbe i ragazzi omologati e con desideri piccoli piccoli; ripetitori acritici del pensiero dominante, appiattiti sull’hic et nunc, oggi, con paterna fermezza, Benedetto XVI così ha detto all’immensa folla di giovani che ha colorato di vita e di speranza lo stadio Meazza, Milano, l’Italia e il mondo intero: “Permettetemi di dirvi che il Signore ogni giorno, anche oggi, qui, vi chiama a cose grandi. Siate aperti a quello che vi suggerisce e se vi chiama a seguirlo sulla via del sacerdozio o della vita consacrata, non ditegli di no! Sarebbe una pigrizia sbagliata! Gesù vi riempirà il cuore per tutta la vita! Cari ragazzi, care ragazze, vi dico con forza: tendete ad alti ideali: tutti possono arrivare ad una alta misura, non solo alcuni!”
Cara Bianca, sa una cosa? Forse è vero che non siamo “tutti uguali”. Come diceva Oscar Wilde, “Siamo tutti nati nel fango, ma alcuni di noi guardano alle stelle”.
Anche se sfuma “alcuni di noi”, perché non la pensiamo come lei, sarà battaglia persa. Forse il suo (di lei) sguardo si accontenta di fissare la lucetta della telecamera. Il nostro sguardo vuole di più. Cerca l’Infinito.

(Fonte: Luisella Saro, Cultura Cattolica, 2 giugno 2012)
 

La famiglia sotto attacco

Siamo riusciti ad arrivare anche fino a questo punto: dover organizzare giornate per la promozione e difesa della famiglia (naturale) dal momento che anch’essa è stata posta sotto attacco dalla cultura “evoluta” dei nostri tempi. Ci ritroviamo a dover difendere persino l’istituzione più ovvia e naturale (cioè normale) e più preziosa che esista per impedire che forme “strane” di “vivere insieme” prevalgano nella vita sociale… forme strane che altro non sono che l’esplicitazione di pericolose quanto perverse visioni di un pensiero anticattolico che trova sintesi nel concetto: della mia libertà faccio ciò che mi pare. Con questa “edificante” filosofia di vita stiamo vedendo che “bella” società abbiamo costruito e trovo superfluo enumerare lo schifo che ci circonda…
Risulta evidente allora imbattersi nella malattia principale della nostra società: la crisi della verità. Dove per crisi della verità, citando il card. Caffarra, si intende crisi di concetti poiché i termini libertà, amore, dono di sé, responsabilità… non significano più nulla: sono recipienti vuoti che ognuno riempie del contenuto che crede.
Qui parliamo di famiglia e, tralasciando le rivendicazioni deliranti di quanti pretendono di equiparare ad essa anche le coppie di fatto o le coppie dello stesso sesso, limitandoci a considerare il numero impressionante di divorzi, si capisce subito che ci ritroviamo in tempi in cui una mentalità ancora intrisa di illuminismo e sessantottismo ha scatenato le proprie forze per centrare l’obiettivo principale: scardinare la famiglia, abbatterla e abbattere, con essa, la cattolicità e l’insegnamento cristiano…
Ma perché questo attacco alla famiglia? Perché proprio la famiglia? Credo perché la famiglia è radicata nella natura stessa dell’uomo in quanto in grado di esprimere l’intimo orientamento al dono di sé che la definisce (ad esempio nella famiglia il figlio viene all’esistenza non in quanto e non perché serve a, ma perché è stato voluto in sé e per sé!) . È di conseguenza, è evidente che la famiglia è portatrice di quella intima struttura della persona umana che è l’esatto opposto del sentimento di egoismo e arroganza che ha infettato la nostra società. È possibile dare un nome a questa struttura intima della persona umana? Sì, si chiama Amore. Come sottolinea ancora il card. Caffarra, partendo dalla sua costituzione ontologica, la persona esige che non sia mai considerata e trattata semplicemente come un mezzo in ordine al raggiungimento di un fine: esige di essere voluta per sé stessa. E questa è proprio la definizione stessa dell’amore.
Da ciò discendono due corollari:
il primo è che l’alternativa fondamentale, il dramma ultimo dell’uomo, è costituito dall’amare o non amare e quindi ciò di cui ha bisogno l’uomo è di sapere la verità sull’amore;
il secondo corollario è che, d’altra parte, la verità sull’amore diventa irraggiungibile se prima non si penetra nell’essere stesso e nel valore che è costitutivo di ciascuna persona.
In estrema sintesi quindi la famiglia è custode e anche generatrice di amore; in essa si sperimenta la logica del dono. Ma si può donare solo se si è liberi e se si sperimenta la vera essenza della libertà. Libertà implica responsabilità poiché ogni persona è responsabile di se stessa dove il “se stessa” indica un “capitale” che non può essere dilapidato. Uno dei beni di questo capitale è la famiglia: distruggere ciò significa distruggere il patrimonio che è l’uomo. E non è forse questo l’obiettivo di satana?

(Fonte: Stefano Arnoldi, Riscossa cristiana, 4 giugno 2012)


lunedì 4 giugno 2012

Milano: il vero volto di un Papa buono e sensibile

Lontano dalla curia vaticana, di Benedetto XVI compare il profilo autentico. Niente gli fa da schermo opaco. Il suo colloquio con la folla è diretto. La sua parola arriva intatta a chi ascolta. È avvenuto così a Milano, tra venerdì 1 e domenica 3 giugno, con la visita del papa all'arcidiocesi dei santi Ambrogio e Carlo e al VII incontro mondiale delle famiglie, nel tripudio di almeno un milione di fedeli convenuti da molte nazioni.
Ed è avvenuto così soprattutto al di fuori dei discorsi ufficiali.
Ad esempio, nei momenti in cui papa Joseph Ratzinger ha risposto a braccio alle domande di adulti e bambini. Oppure nei momenti in cui ha aperto squarci autobiografici sul "paradiso" della sua infanzia e sulla sua passione per la grande musica.
La grande musica che a Milano Benedetto XVI ha avuto occasione di ascoltare e di meditare è stata, al Teatro alla Scala, la sera del 1 giugno, la Nona Sinfonia di Beethoven diretta da Daniel Barenboim.
Il papa ha associato la "terribile dissonanza" che introduce la parte finale della sinfonia al dolore e alla distruzione che colpiscono gli uomini, non ultimo il terremoto che tuttora sconvolge una zona dell'Emilia, non lontano da Milano.
È una dissonanza che fa pensare a un Dio cieco e lontano, tutto solo sopra il cielo stellato, incurante del male nel mondo.
Ma a questo pensiero il papa ha detto di non arrendersi. L'ha detto con le parole stesse di Beethoven, cantate dal baritono: "Amici, non questi toni! Intoniamone altri di più attraenti e gioiosi". L'ha detto con lo slancio fiducioso dell'Inno alla Gioia di Schiller, che corona la sinfonia.
Una gioia che per i cristiani è quella di sapere Dio vicino. Il Dio "che soffre con noi e per noi, e così ha reso gli uomini e le donne capaci di condividere la sofferenza dell’altro e di trasformarla in amore". Il Dio adorato nell'eucaristia (come poco dopo, in effetti, è avvenuto nella cattedrale di Milano).
Quanto ai suoi interventi a braccio, Benedetto XVI ha esordito la mattina di sabato 2 giugno, nello stadio di San Siro gremito di giovani nell'età della cresima: "Cari amici, non credete a chi vi dice che non vale la pena di parlare di vocazione alla vostra età. Un futuro grande pittore dipinge già da bambino. State attenti alla presenza del Signore. Forse ci chiama".
Ma il papa ha riempito di sue parole spontanee soprattutto la veglia del VII incontro mondiale delle famiglie, la sera dello stesso giorno.
Benedetto XVI ha risposto a cinque domande di famiglie di diversi continenti.
Ad esempio, nel rispondere a una famiglia della Grecia, il papa ha detto come affrontare la crisi economica che pesa su molti, rivolgendo un'esortazione anche alle parti politiche: "Mi sembra che dovrebbe crescere il senso della responsabilità in tutti i partiti, che non promettano cose che non possono realizzare, che non cerchino solo voti per sé, ma siano responsabili per il bene di tutti e che si capisca che politica è sempre anche responsabilità umana, morale, davanti a Dio e agli uomini".
Ma le cose più originali il papa le ha dette nelle tre risposte riportate qui di seguito, la prima delle quali a una bambina vietnamita. Ecco alcune di queste risposte:
1. La mia infanzia? Un paradiso.
D. – Ciao, papa! Sono Cat Tien, vengo dal Vietnam. Ho sette anni e ti voglio presentare la mia famiglia. Lui è il mio papà Dan, e la mia mamma si chiama Tao, e lui è il mio fratellino Binh. Mi piacerebbe tanto sapere qualcosa della tua famiglia e di quando eri piccolo come me…
R. – Grazie, carissima, e ai genitori: grazie di cuore. Allora, hai chiesto come sono i ricordi della mia famiglia: sarebbero tanti! Volevo dire solo poche cose. Il punto essenziale per la famiglia era per noi sempre la domenica, ma la domenica cominciava già il sabato pomeriggio. Il padre ci diceva le letture, le letture della domenica, da un libro molto diffuso in quel tempo in Germania, dove erano anche spiegati i testi. Così cominciava la domenica: entravamo già nella liturgia, in atmosfera di gioia.
Il giorno dopo andavamo a Messa. Io sono di casa vicino a Salisburgo, quindi abbiamo avuto molta musica – Mozart, Schubert, Haydn – e quando cominciava il Kyrie era come se si aprisse il cielo.
E poi a casa era importante, naturalmente, il grande pranzo insieme. E poi abbiamo cantato molto: mio fratello è un grande musicista, ha fatto delle composizioni già da ragazzo per noi tutti, così tutta la famiglia cantava. Il papà suonava la cetra e cantava; sono momenti indimenticabili.
Poi, naturalmente, abbiamo fatto insieme viaggi, camminate; eravamo vicino ad un bosco e così camminare nei boschi era una cosa molto bella: avventure, giochi eccetera.
In una parola, eravamo un cuore e un’anima sola, con tante esperienze comuni, anche in tempi molto difficili, perché era il tempo della guerra, prima della dittatura, poi della povertà. Ma questo amore reciproco che c’era tra di noi, questa gioia anche per cose semplici era forte e così si potevano superare e sopportare anche queste cose.
Mi sembra che questo fosse molto importante: che anche cose piccole hanno dato gioia, perché così si esprimeva il cuore dell’altro. E così siamo cresciuti nella certezza che è buono essere un uomo, perché vedevamo che la bontà di Dio si rifletteva nei genitori e nei fratelli.
E, per dire la verità, se cerco di immaginare un po’ come sarà in paradiso, mi sembra sempre il tempo della mia giovinezza, della mia infanzia. Così, in questo contesto di fiducia, di gioia e di amore eravamo felici e penso che in paradiso dovrebbe essere simile a come era nella mia gioventù. In questo senso spero di andare "a casa", andando verso "l’altra parte del mondo".
2. Sposi "per sempre", come il vino buono di Cana
D. – Santità, siamo Fara e Serge, e veniamo dal Madagascar. [...] I modelli famigliari che dominano l'Occidente non ci convincono, ma siamo consci che anche molti tradizionalismi della nostra Africa vadano in qualche modo superati. [...] Vogliamo sposarci e costruire un futuro insieme. Vogliamo anche che ogni aspetto della nostra vita sia orientato dai valori del Vangelo. Ma parlando di matrimonio, Santità, c'è una parola che più d'ogni altra ci attrae e allo stesso tempo ci spaventa: il "per sempre"...
R. – Cari amici, grazie per questa testimonianza. La mia preghiera vi accompagna in questo cammino di fidanzamento e spero che possiate creare, con i valori del Vangelo, una famiglia "per sempre". Lei ha accennato a diversi tipi di matrimonio: conosciamo il "mariage coutumier" dell’Africa e il matrimonio occidentale. Anche in Europa, per dire la verità, fino all’Ottocento, c’era un altro modello di matrimonio dominante, come adesso: spesso il matrimonio era in realtà un contratto tra clan, dove si cercava di conservare il clan, di aprire il futuro, di difendere le proprietà, eccetera. Si cercava l’uno per l’altro da parte del clan, sperando che fossero adatti l’uno all’altro. Così era in parte anche nei nostri paesi. Io mi ricordo che in un piccolo paese, nel quale sono andato a scuola, era in gran parte ancora così.
Ma poi, dall’Ottocento, segue l’emancipazione dell’individuo, la libertà della persona, e il matrimonio non è più basato sulla volontà di altri, ma sulla propria scelta. Precede l’innamoramento, diventa poi fidanzamento e quindi matrimonio. In quel tempo tutti eravamo convinti che questo fosse l’unico modello giusto e che l’amore di per sé garantisse il "sempre", perché l’amore è assoluto, vuole tutto e quindi anche la totalità del tempo: è "per sempre".
Purtroppo, la realtà non era così: si vede che l’innamoramento è bello, ma forse non sempre perpetuo, così come è il sentimento: non rimane per sempre. Quindi, si vede che il passaggio dall’innamoramento al fidanzamento e poi al matrimonio esige diverse decisioni, esperienze interiori. Come ho detto, è bello questo sentimento dell’amore, ma deve essere purificato, deve andare in un cammino di discernimento, cioè devono entrare anche la ragione e la volontà; devono unirsi ragione, sentimento e volontà.
Nel rito del matrimonio la Chiesa non dice: "Sei innamorato?", ma "Vuoi?", "Sei deciso?". Cioè: l’innamoramento deve divenire vero amore coinvolgendo la volontà e la ragione in un cammino, che è quello del fidanzamento, di purificazione, di più grande profondità, così che realmente tutto l’uomo, con tutte le sue capacità, con il discernimento della ragione, la forza di volontà, dice: "Sì, questa è la mia vita".
Io penso spesso alle nozze di Cana. Il primo vino è bellissimo: è l’innamoramento. Ma non dura fino alla fine: deve venire un secondo vino, cioè deve fermentare e crescere, maturare. Un amore definitivo che diventi realmente "secondo vino" è più bello, migliore del primo vino. E questo dobbiamo cercare.
E qui è importante anche che l’io non sia isolato, l’io e il tu, ma che sia coinvolta anche la comunità della parrocchia, la Chiesa, gli amici. Questo, tutta la personalizzazione giusta, la comunione di vita con altri, con famiglie che si appoggiano l’una all’altra, è molto importante e solo così, in questo coinvolgimento della comunità, degli amici, della Chiesa, della fede, di Dio stesso, cresce un vino che va per sempre. Auguri a voi!
3. Divorziati e risposati, "pienamente nella chiesa"
D. – Santità, come nel resto del mondo, anche nel nostro Brasile i fallimenti matrimoniali continuano ad aumentare. Mi chiamo Maria Marta, lui è Manoel Angelo. Siamo sposati da 34 anni e siamo già nonni. In qualità di medico e psicoterapeuta familiare incontriamo tante famiglie, notando nei conflitti di coppia una più marcata difficoltà a perdonare e ad accettare il perdono, ma in diversi casi abbiamo riscontrato il desiderio e la volontà di costruire una nuova unione, qualcosa di duraturo, anche per i figli che nascono dalla nuova unione.
Alcune di queste coppie di risposati vorrebbero riavvicinarsi alla Chiesa, ma quando si vedono rifiutare i sacramenti la loro delusione è grande. Si sentono esclusi, marchiati da un giudizio inappellabile. Queste grandi sofferenze feriscono nel profondo chi ne è coinvolto; lacerazioni che divengono anche parte del mondo, e sono ferite anche nostre, dell'umanità tutta. Santo Padre, sappiamo che queste situazioni e che queste persone stanno molto a cuore alla Chiesa: quali parole e quali segni di speranza possiamo dare loro?
R. – Cari amici, grazie per il vostro lavoro di psicoterapeuti per le famiglie, molto necessario. Grazie per tutto quello che fate per aiutare queste persone sofferenti. In realtà, questo problema dei divorziati risposati è una delle grandi sofferenze della Chiesa di oggi. E non abbiamo semplici ricette. La sofferenza è grande e possiamo solo aiutare le parrocchie, i singoli ad aiutare queste persone a sopportare la sofferenza di questo divorzio.
Io direi che molto importante sarebbe, naturalmente, la prevenzione, cioè approfondire fin dall’inizio l’innamoramento in una decisione profonda, maturata; inoltre, l’accompagnamento durante il matrimonio, affinché le famiglie non siano mai sole ma siano realmente accompagnate nel loro cammino.
E poi, quanto a queste persone, dobbiamo dire – come lei ha detto – che la Chiesa le ama, ma esse devono vedere e sentire questo amore. Mi sembra un grande compito di una parrocchia, di una comunità cattolica, di fare realmente il possibile perché esse sentano di essere amate, accettate, che non sono "fuori" anche se non possono ricevere l’assoluzione e l’eucaristia: devono vedere che anche così vivono pienamente nella Chiesa.
Forse, se non è possibile l’assoluzione nella confessione, tuttavia un contatto permanente con un sacerdote, con una guida dell’anima, è molto importante perché possano vedere che sono accompagnati, guidati.
Poi è anche molto importante che sentano che l’eucaristia è vera e partecipata se realmente entrano in comunione con il corpo di Cristo. Anche senza la ricezione "corporale" del sacramento, possiamo essere spiritualmente uniti a Cristo nel suo corpo.
E far capire questo è importante. Che realmente trovino la possibilità di vivere una vita di fede, con la Parola di Dio, con la comunione della Chiesa e possano vedere che la loro sofferenza è un dono per la Chiesa, perché servono così a tutti anche per difendere la stabilità dell’amore, del matrimonio; e che questa sofferenza non è solo un tormento fisico e psichico, ma è anche un soffrire nella comunità della Chiesa per i grandi valori della nostra fede. Penso che la loro sofferenza, se realmente interiormente accettata, sia un dono per la Chiesa. Devono saperlo, che proprio così servono la Chiesa, sono nel cuore della Chiesa. Grazie per il vostro impegno.

(Fonte: Sandro Magister, Chiesa.it, 3 giugno 2012)

martedì 29 maggio 2012

Mons. Anatrella contro l'ideologia del gender

Mi era sfuggito a suo tempo un importante articolo sull’ideologia che inesorabilmente sta avanzando, prendendo sempre maggior consistenza nella nostra società. Data la grandissima attualità dell’argomento, lo riporto molto volentieri anche se un po’ datato:
«Le parole di mons. Tony Anatrella, sabato 15 0ttobre a Brescia, meritano di essere ricordate a lungo. «Non abbiate paura di combattere l’ideologia del gender, che sarà il tormentone del secolo, anche se troverete opposizioni e ostilità, e soprattutto timore anche all’interno della Chiesa. Siate una minoranza profetica, che fa proprie le parole del beato Giovanni Paolo II all’inizio del suo pontificato, nel 1978, quando appunto invitò a non avere paura di Cristo».
Il pubblico presente al Convegno promosso dall’Ufficio famiglia e dall’Ufficio pastorale della salute della diocesi di Brescia, oltre a molte altre associazioni attive nel campo dell’ideologia di genere, era composto da più di duecento persone che hanno pagato un prezzo d’ingresso per ascoltare le due lunghe e profonde relazioni del sacerdote e psicanalista francese, consultore dei pontifici consigli della salute e della cultura. I presenti sono rimasti profondamente colpiti dall’appello finale di mons. Anatrella, dall’incitamento a sollevare il velo di silenzio e di ipocrisia che attanaglia il mondo delle diocesi e delle parrocchie sull’ideologia di genere, che ha preso il posto del marxismo e che, come fece quest’ultimo nel secolo scorso, continua a penetrare oggi nel corpo sociale e in quello ecclesiale, senza che i pastori e gli uomini di cultura se ne rendano conto e predispongano un’adeguata reazione culturale.
Eppure, ha raccontato mons. Anatrella, l’ideologia di genere è presente in mezzo a noi da ormai cinquant’anni e il Magistero della Chiesa ha prodotto l’importante Lettera della Congregazione sulla dottrina della fede sulla collaborazione fra l’uomo e la donna già sette anni fa (31 maggio 2004) così come i principali dicasteri vaticani se ne occupano da decenni. Ciononostante, il tema fatica ad essere messo nelle agende dei piani pastorali, raramente vengono organizzati convegni o conferenze sul tema nelle diverse diocesi, insomma si continua a percepire molta ignoranza o molta paura.
E invece bisogna fare conoscere la gravità del pericolo rappresentato dall’ideologia di genere. A questo fine Anatrella ne ha ripercorso l’origine e lo sviluppo, il suo rapporto con le diverse correnti del movimento femminista, il suo legame con l’ideologia marxista: «L’ideologia di genere, generata dalle scienze sociali, è un nuovo idealismo a immagine del marxismo, contrario all’interesse dell’uomo», ha detto nel suo intervento. E ha usato come traccia per interpretare e giudicare questo fenomeno l’enciclica Caritas in veritate di Papa Benedetto XVI, considerata una pietra miliare per affrontare il tema.
Quindi nella seconda parte della giornata, Anatrella ha voluto indicare la strada del matrimonio come l’unica capace di esprimere la complementarietà dei sessi, perché solo attraverso l’unione fra l’uomo e la donna nel matrimonio si può portare a compimento la complementarietà dei sessi, voluta da Dio ed espressa nella creazione del maschio e della femmina («maschio e femmina li creò»). Durante la sessione pomeridiana, mons. Anatrella ha anche voluto descrivere il problema rappresentato dalla diffusione dell’omosessualità, una piaga che colpisce soprattutto i giovani, una condizione di disagio che può essere superata, anche con la psicoterapia, ma che spesso non si vuole affrontare. Anatrella ha così polemizzato con le numerose lobby che spingono i governi, sotto la pressione delle diverse agenzie dell’ONU e dei mass-media, quasi tutti allineati sul pensiero unico, a legalizzare le unioni omosessuali e la possibilità di adottare dei figli da parte di coppie omosessuali: «I Paesi occidentali commettono un grave errore […] ammettendo nel nucleo centrale della legge, la coesistenza di una contraddizione sul senso della coppia, del matrimonio, della famiglia».
Anatrella si è soffermato a lungo sugli effetti distruttivi prodotti sul corpo sociale dalle cattive leggi: ha riportato dati inquietanti relativi al divorzio in Europa, ricordando come nel periodo 1998-2008 si sono conclusi 10,5 milioni divorzi nei 27 paesi dell’Unione europea, che hanno coinvolto 14,5 milioni di bambini, e contemporaneamente ha messo in evidenza il calo di matrimoni, per cui nel 2008 ci sono stati 725mila matrimoni in meno rispetto al 1980, ma 334mila divorzi in più: ci stiamo così avvicinando al rapporto di un divorzio ogni due matrimoni ogni anno (1milione di divorzi ogni 2,3 milioni di matrimoni). Anatrella ha così messo in evidenza, dati alla mano, come si sia passati dalla guerra fra le classi a quella fra i sessi, in nome di una ideologia che nega l’esistenza di una natura umana, perché l’uomo sarebbe unicamente il prodotto della cultura e quindi la mascolinità e la femminilità «non sono che costruzioni sociali», espresse dal contesto sociale di un periodo della storia.
Pur insistendo sulla drammaticità della situazione, mons. Anatrella ha concluso con un richiamo a darsi da fare e a sperare, ricordando che il marxismo è stato sconfitto proprio perché ci sono state minoranze che hanno saputo resistere al clima di omologazione culturale dell’epoca. Così anche l’ideologia di genere potrà essere superata, se vi saranno delle minoranze che supereranno la paura e sapranno offrire il loro tempo a una nuova evangelizzazione che sappia mostrare l’errore di questa nuova «eresia antropologica».
 
(MaLa da: Marco Invernizzi, la Bussola quotidiana, 17 ottobre 2011)


Magdi Cristiano Allam: “Da cristiano dico: nessuno osi toccare il Papa”

Aiuto, c’è un terremoto che sta scuotendo dalle fondamenta la Chiesa e che interpella la coscienza di tutti i cristiani cattolici! L’autorità del Papa viene messa in discussione, la credibilità della Curia romana è compromessa, la Chiesa perde sempre più carisma in seno alla società sempre più scristianizzata, lo Stato del Vaticano si consolida come un’entità materialistica e relativista come se fosse un qualsiasi altro Stato del mondo.
E noi discepoli di Gesù, popolo della Chiesa, assistiamo disorientati, talvolta sfiduciati, all’immagine inverosimile e schizofrenica che ci mostra, da un lato, il Vicario di Cristo costretto a difendersi su questioni terrene che esulano dal Magistero universale e, dall’altro, il Vaticano al centro di scandali e complotti semplicemente inconcepibili per un’istituzione fondata sulla trascendenza della dimensione spirituale dell’umanità e inconciliabili per chi ha scelto di dedicare la propria vita alla testimonianza della fede cristiana.
Come cattolico credo nel Papa quale vicario di Gesù depositario del dogma dell’infallibilità pontificia nel suo Magistero universale di salvezza dell’umanità. Come cristiano credo nella Chiesa la cui missione è di diffondere la verità in Cristo attraverso la testimonianza che coniuga la verità predicata, i valori coltivati e le opere buone realizzate. Come Magdi Cristiano ho un’immensa ammirazione nei confronti di Benedetto XVI che, dopo essere stato il faro che più di altri mi ha illuminato dentro quale autentico testimone di fede e ragione, mi ha donato il giorno più bello della mia vita ricevendo dalle sue mani il battesimo, la cresima e l’eucaristia.
Ebbene confesso che oggi provo sconcerto quando vedo il mio Papa, il cui fisico, la cui indole e la cui storia ispirano esclusivamente spiritualità, trascendenza e amore sublime, costretto a infrangere e a scalfire il suo alto Magistero universale per difendersi o giustificarsi su questioni di cui non dovrebbe mai occuparsi neppur lontanamente, che concernono trame oscure per screditarlo e nuocere alla Chiesa, i cui protagonisti fanno parte della ristretta cerchia di collaboratori laici e religiosi, che chiamano in causa malversazioni finanziarie, complotti per egemonizzare il potere al vertice del Vaticano, scandali di abusi sessuali orditi da sacerdoti votati alla castità, misteri su morti sospette imputate a pastori della Chiesa.
Quando tocco con mano che tutt’attorno è degradato, che l’insieme delle istituzioni dalla famiglia alla scuola, dalla società allo Stato, dai mezzi di comunicazione di massa alla politica, dal sistema finanziario all’economia reale hanno cessato di essere dei punti di riferimento che corrispondono a delle certezze positive e costruttive, dico: No! Non toccate il Papa! Lasciateci questo residuo faro che ci illumina dentro, capace con la modestia dei saggi e la semplicità dei maestri di accompagnarci umanamente per mano, facendo leva sulla ragione che ci accomuna, fino ad abbracciare quei valori non negoziabili che sostanziano l’essenza della nostra umanità e che corrispondono alle fondamenta del messaggio del Dio che si è fatto Uomo.
Quando il primo di questi valori non negoziabili, la sacralità della vita dal concepimento alla morte naturale, viene violato nel cuore della nostra Europa che si vergogna delle proprie radici giudaico-cristiane, ai più alti livelli e trasversalmente, così come è accaduto lo scorso 24 maggio da parte del Parlamento Europeo, la mia difesa del Papa si accresce sempre più. Mi domando, esterrefatto, come sia stato possibile che in un’Europa destinata a scomparire demograficamente perch´ ha il più basso tasso di natalità al mondo, che dovrebbe pertanto valorizzare la centralità della famiglia naturale nella ricostruzione sociale, sostenendo concretamente la maternità e l’emancipazione dei giovani per incentivare la natalità, sia stata invece approvata a larga maggioranza (430 favorevoli, 105 contrari, 59 astenuti) una risoluzione che partendo dalla «lotta contro l’omofobia» approda alla legittimazione del matrimonio omosessuale?
Come è possibile che quest’Europa, che si fonda con un’identità cristiana, sia arrivata a idolatrare la moneta e a negare la nozione stessa di verità, al punto da concepire che l’apice della civiltà corrisponda all’aborto, all’eugenetica, all’eutanasia e al matrimonio omosessuale? Come è possibile che ben 115 deputati del Ppe (Partito Popolare Europeo), che dovrebbe essere la cornice unitaria di formazioni cristiane, abbiano votato a favore della risoluzione (i contrari sono stati 67 e gli astenuti 37)?
Di fronte all’imperversare della dittatura finanziaria e al dilagare della dittatura del relativismo, io sto con il Papa e prego il Signore di concedere lunga vita a Benedetto XVI, salvaguardandolo da tutti coloro che non gli vogliono bene fuori e dentro la Chiesa!
Io difendo il Papa perchè la sua testimonianza di fede e ragione ci salverà dal baratro in cui siamo sprofondati riscattando in noi la certezza della verità e il sano amor proprio, senza cui cesseremmo di essere noi stessi a casa nostra. Viva il Papa!

(Fonte: Magdi Cristiano Allam, Il Giornale, 28 maggio 2012)

Le quarantenni in fuga dalla Chiesa

L'argomento è affrontato in un articolo di Armando Matteo «La fuga delle quarantenni - Nuovi scenari del cattolicesimo italiano», e acquista particolare interesse alla luce della riflessione dei vescovi italiani, che cominciano oggi la loro 64.ma assemblea generale con come primo punto all'ordine del giorno il ruolo degli adulti: «gli adulti nella comunità: maturi nella fede e testimoni di umanità», è il titolo scelto dalla Cei. L'autore del saggio, docente di Teologia fondamentale all'Urbaniana, mette a fuoco «il progressivo allontanamento delle giovani generazioni femminili dal cattolicesimo», un «elemento di novità particolarmente significativo ed allarmante, - commenta - in un Paese in cui la trasmissione della fede è da sempre matrilineare». Le donne si allontanano sempre più dalla Chiesa cattolica, e se il fenomeno si inserisce nel più generale abbandono da parte dei giovani, ha radici più lontane: si constata «fuga delle quarantenni» dalla Chiesa, con conseguenze preoccupanti sulla vita ecclesiale e la trasmissione della fede, denuncia la Rivista del Clero italiano, mensile della Università cattolica, invitando inoltre ad interrogarsi sulle conseguenze della «scomparsa delle suore» e sulle ricadute che la progressiva diminuzione delle appartenenti a ordini religiosi femminili ha sulla Chiesa.
Nella pratica religiosa, e più in generale nella vicinanza alla Chiesa, osserva Matteo analizzando i dati di alcune ricerche sociologiche recenti, «è sulla linea femminile che si registra il mutamento generazionale più alto: lo scarto rispetto alla frequenza alla messa tra gli uomini nati prima del 1970 e quelli nati dopo il 1970 è di 15 punti, è invece di ben 25 punti lo scarto tra le donne nate prima del 1970 e quelle nate dopo il 1970; e, in riferimento alla fede in Dio - prosegue Matteo - si passa da uno scarto maschile di soli 7 punti, tra i nati prima e quelli dopo il 1970, a uno femminile di 12 punti, prendendo in considerazione le nate prima e quelle dopo il 1970». Il 1970 è in qualche modo una data simbolo, poiché è «con le donne nate nel 1970 che inizia quel progressivo cammino di omogeneizzazione dei comportamenti tra uomini e donne in relazione alla pratica della fede» che si compie nelle giovani nate dopo il 1981. I giovani nati dopo questa data, maschi e femmine, hanno comportamenti convergenti circa la pratica religiosa e, a parte il fatto che le ragazze pregano di più, maschi e femmine in egual misura «vanno di meno in chiesa, credono di meno, hanno meno fiducia nella Chiesa, si definiscono meno cattolici e ritengono che essere italiani non equivalga ad essere cattolici». Questa generazione di donne ha iniziato a «rompere una tradizionale alleanza con la realtà della Chiesa, una alleanza che - afferma la Rivista del clero - ha sicuramente giovato ad entrambi i partner, ma che ora chiede di essere di nuovo rinegoziata». Riflettendo sul ruolo delle madri nella trasmissione della fede e sul peso degli ordini femminili nella Chiesa cattolica, Matteo conclude con una domanda: non è che «negli ultimi anni ci si è preoccupati più delle conseguenze sociali, politiche, economiche, culturali della fede, dando per ovvio l'esistenza e la trasmissione di questa stessa fede? Parlare di fede, di iniziazione alla fede, di nuova evangelizzazione, - osserva l'autore - significa dunque in misura significativa parlare delle quarantenni e della loro fuga»

(Fonte: Giacomo Galeazzi, La Stampa, 21 maggio 2012)

Quando non ci sono più valori né ideali

C’è una danza che fuoriesce da ogni riga letta, una crociera del dolore e della sofferenza, un rumore persistente che straripa nei tanti articoli di giornale, nelle trasmissioni televisive, negli incontri organizzati per parlare di questo fenomeno che è diventato una somma che non sta più nella casella predisposta per contenerne l’urto.
Il reato è di per sé un’azione ignobile, l’omicidio ne è l’estensione più palese, per cui stare a polemizzare, a perdere tempo sulla declinazione da affibbiare a chi uccide una donna, disquisendo si tratti di femminicidio o più semplicemente del reato di assassinio.
Non mi pare il caso di giocare con il codice penale, è un azzeramento del valore della vita umana, è l’annullamento di un ruolo complementare ben preciso, per cui c’è in atto un vero e proprio distoglimento dalla sacralità della donna-femmina, della figlia-madre, della compagna-moglie. Come a voler significare che in una società come la nostra, attraversata da una illegalità diffusa, dove erroneamente è indicata la nicchia-minoranza formata dal malaffare, dalla criminalità, dai soliti noti, invece la furbizia omertosa, la disonestà sotto i più impensabili artifizi, conferma la maggioranza degli individui: dal vandalismo adolescenziale, al bullismo scolastico; dal ritenere legale comprare, vendere e consumare droga per ottenere denari, per farsi e ubriacarsi, al non pagare l’iva, non pagare le tasse e via dicendo.
Questo in-agire quotidiano partorisce un preciso interesse personale che tocca ogni ambito e ogni tasca, quella piena e quella vuota, producendo minore attenzione verso la regola, il senso civico, l’azione morale che sta a responsabilità di ognuno.
Una prassi che consegna lauree e incensi al più lesto di mano, alimentando la miseria umana, la miserabilità più profonda che alberga nel cuore dell’uomo, del maschio, del conduttore per eccellenza.
Quando la vita diventa una semplice stanzialità sociale, priva di sentimenti e passioni eccezionali, ciò riduce aspettative, sogni e speranze, la stessa fiducia è una fiamma destinata a consumarsi, allora maturano le situazioni di degrado, lo scarso valore di autostima, di rispetto della propria persona e competenze, comporta l’annullamento dell’altro, in questo caso della donna, che rimane anello debole, presenza fragile, compagna di viaggio da sottomettere, opprimere e colpire.
Omicidio-femminicidio, è agire riconducibile a una violenza condensata, contratta e proiettata sulla donna, dentro il focolare ma pure fuori dove il tavolo dei valori è un documento di identità sbandierato bene, invece è violenza condensata nelle gestualità, nelle parole infide, che rappresentano il contrario e l’antitesi della buona educazione e credibilità.
La famiglia ha fallito, il nucleo educativo per eccellenza ha fallito, l’adulto nella sua infanzia e adolescenza ha fallito, così il modo di percepire la relazione, i sentimenti, l’amore, diventa un doppio salto mortale: lo sguardo non è mai indietro a indagare, a verificare, elaborare, ma lanciato in avanti, dove ciò che è ritenuto ostile, si configura come una sbalorditiva secessione praticata con il maglio, con il taglio, mai con la mediazione della coscienza adulta che sa fare i conti con i bilanci più fallimentari.
La violenza in famiglia, dentro la coppia non è tema da prendere sottogamba, da licenziare con una sorta di indifferenza intellettuale, è sbagliato domiciliarsi sulla sponda dell’irreversibilità, della accettazione di un male sociale, ben sapendo che il sopruso, la prepotenza letale, non sono gagliardetti acquistati al supermercato degli infanti a vita.
Questa violenza non è eredità biologica, né sommossa neuronica accidentale, è il prodotto di una cultura, di una illegalità, di un apprendimento di partenza, un conformismo ideologico che banalizza gli ideali più alti senza alcuna vergogna.

(MaLa da: Vincenzo Andraous, Cultura cattolica, 27 maggio 2012)


La Chiesa non si può capire con le categorie mentali di Scalfari!

«Così parlò Zarathustra» scrisse un giorno Nietzsche. Così parlò l’«anitra selvatica» si può dire a proposito dell’articolo del saccente Scalfari, su Repubblica di domenica 27 maggio 2012. Dà una strana impressione la lettura del suo Editoriale sul giornale che è sua creatura: l’impressione di un alunno impreparato che, per rimediare una sufficienza alla interrogazione, raffazzona una serie di notizie, collegandole a modo suo, sperando che la farraginosa confusione eviti al professore di indagare sulla veridicità e sulla correttezza delle informazioni.
Così la sua personalissima ricostruzione spacciata per storica: “Da Pacelli a Ratzinger” ci fa conoscere il volto del Camerlengo, «un volto assolutamente inespressivo; non era un uomo ma una carica, una funzione, una pausa del cerimoniale»; la sua profonda conoscenza degli intellettuali che contano ci fa conoscere il pensiero del «cattolico Alberto Melloni, uno degli storici della Chiesa più accreditati nella materia» di cui tratta; ci fa sapere che Berlusconi «fa ridere» di fronte a quel principe che era Pio XII, che «come tale si comportò e come tutti i principi indulse anche al populismo: riceveva ogni sorta di categorie della società civile: medici, avvocati, giornalisti cattolici, ciclisti e calciatori, casalinghe, poliziotti e militari, attori e operai, imprenditori e barbieri».
Potrei andare avanti a citare tutti i luoghi comuni di questa «anitra selvatica»: storico illuminato (?) e per l’occasione anche profeta (?), che riesce a descrivere il futuro della Chiesa dopo «il pontificato lezioso [che] andrà avanti finché potrà, poi non ci sarà il diluvio ma una pioggia da palude piena di rane, zanzare e qualche anitra selvatica».
In un editoriale, il sunto del sunto del sunto. Non lo accetterebbero neanche ad un’interrogazione di scuola media, ma tant’è. Per i fedelissimi di Repubblica “l’ha detto Scalfari” e dunque è vero. Per gli altri, impossibile confrontarsi con chi ha già chiaro tutto, con chi possiede il senso luminoso della storia ed anche la palla di vetro per (pre)vedere il futuro.
Noi - umili servitori della vigna del Signore – anziché perder tempo con le anatre che starnazzano, siamo abituati ad ascoltare quanto il Signore stesso («se volete lo Spirito Santo») ci fa capire della Chiesa cattolica, che – il Cielo ne sia lodato – è qualcosa di ben diverso da quanto il nostro Scalfari ha in testa. Caro Eugenio, «ci sono più cose in cielo e in terra, […] , di quante ne sogni la sua filosofia». Abbiamo la grazia di incontrare qualcosa di più grande e vero, qualcosa che sa dare ragioni e speranza al cammino dell’uomo. E se vediamo quello che già Ratzinger chiamava la sporcizia nella Chiesa, sappiamo che l’esperienza quotidiana ci mostra altri e più veri segni della presenza rinnovatrice del Signore. E non sono i personaggi evocati da Scalfari. Riporto quello che ha detto il futuro Papa nella Via Crucis del 2005: «Signore, spesso la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti. E anche nel tuo campo di grano vediamo più zizzania che grano. La veste e il volto così sporchi della tua Chiesa ci sgomentano. Ma siamo noi stessi a sporcarli! Siamo noi stessi a tradirti ogni volta, dopo tutte le nostre grandi parole, i nostri grandi gesti. Abbi pietà della tua Chiesa: anche all’interno di essa, Adamo cade sempre di nuovo. Con la nostra caduta ti trasciniamo a terra, e Satana se la ride, perché spera che non riuscirai più a rialzarti da quella caduta; spera che tu, essendo stato trascinato nella caduta della tua Chiesa, rimarrai per terra sconfitto. Tu, però, ti rialzerai. Ti sei rialzato, sei risorto e puoi rialzare anche noi. Salva e santifica la tua Chiesa. Salva e santifica tutti noi». (Don Gabriele Mangiarotti, Cultura Cattolica, 27 maggio 2012).
Ebbene, caro Scalfari: prima di scrivere l'editoriale in questione avrebbe dovuto ascoltare anche quanto ha detto ieri il Papa, avrebbe dovuto piegarsi al suo dolore e sentire la forza della sua certezza. L'analisi che ci propone oggi degli ultimi pontificati da Pio XII a Benedetto XVI è un tentativo di interpretare la vita della Chiesa con logiche di potere puramente politico, come se la questione seria della Chiesa fosse di sopravvivere al mondo e non di portare dentro la storia ciò per cui Gesù l'ha posta e la sostiene, la proposta ad ogni uomo della via per trovare se stesso. Non che, come lei sostiene, la Chiesa non soffra delle ferite infertele da un potere sempre più subdolo e incombente, ma le energie di cui vive la Chiesa le sono date dalla presenza di Gesù, la sua affezione sempre appassionata e viva, capace di mantenere salda la sua dimora, e mentre tutto cospira per farla precipitare è più certo il suo procedere dentro la storia. È grande il dolore del Papa di fronte al male che entra dentro le mura della casa del Signore, ancor più certo il suo cammino, perché, come ha detto ieri il Papa, sa che sulla vita della Chiesa è Gesù a vigilare, a renderla più certa di ciò che porta.
È questo che, nella sua analisi, non prende in considerazione; del resto in questi difficili momenti la Chiesa è chiamata a verificare proprio questo, se la sua presenza nella storia si riduce a logiche di puro potere - e allora siamo vicini alla fine - oppure se ciò che fa vivere la Chiesa è Colui che le ha dato inizio e che oggi è in grado di darle un nuovo inizio. Nel dolore e nella certezza di Benedetto XVI c'è già questo nuovo inizio, è ciò di cui vive la Chiesa, è la presenza che sa portare il male per il bene di cui consiste. Vi è una domanda che emerge dentro la scena del mondo, oggi portata a travolgere tutto con lo scandalo di chi tradisce, è la domanda sulla consistenza della vita, è la domanda che si legge tra le pagine del Vangelo: "che serve all'uomo conquistare il mondo intero, se alla fine perde se stesso?": è questa la domanda che urge oggi; non le sue analisi, ma come poter ritrovare se stessi! Oggi è questo che la Chiesa ha da scoprire, dentro la bufera in cui sta passando. Diversamente da quanto lei pensa, essa ha un Papa che sa sorreggerla molto bene dentro questa dura sfida, un Papa che sa di che tenerezza è investita la vita dell'uomo, una tenerezza con cui viene vitalizzata ogni fibra dell’umano. È per questo che al posto della sua pessima conclusione ("Il pontificato lezioso andrà avanti finché potrà, poi non ci sarà il diluvio ma una pioggia da palude piena di rane, zanzare e qualche anitra selvatica. Quanto di peggio per tutti”) c'è invece un'altra cosa da dire, che la Chiesa sa già trarre dalla presenza di Chi la fa vivere il meglio che deve ancora venire, quella tenerezza per l'uomo che Cristo ha portato nel mondo e ha consegnato alla sua dimora perché diventi sempre più appassionante e travolgente. Dentro le brutture del mondo è la bellezza di Cristo che la Chiesa porta ed è questa la sfida ancor più incalzante di oggi! (Gianni Mereghetti, il Sussidiario.net, 27 maggio 2012).
Ma si sa, questo è un problema di fede, e lei, caro Scalfari, ha più volte dichiarato di non averne. Allora, perché non fare più bella figura standosene zitto?

(MaLa, 28 maggio 2012)

«Carte segrete del Papa? I giornalisti hanno la sindrome di Dan Brown»

«Non è la prima volta che qualcuno dà addosso al Papa per il bene della Chiesa, ma danneggiare il Papa, pubblicando le sue carte private, e dichiarare di farlo “per il suo bene” lo trovo quanto meno sorprendente». Ad essere «molto perplesso» per le continue rivelazioni “a fin di bene” dei cosiddetti “corvi” del Vaticano, responsabili di aver fatto uscire dalla Santa Sede documenti riservati di Benedetto XVI, non è un osservatore qualunque ma Franco Pisano, un vaticanista con quasi 30 anni di esperienza, soprattutto all’Ansa, dove è stato capo dell’ufficio dei vaticanisti, che ha seguito fin dall’inizio il pontificato di Giovanni Paolo II.
D. Escono sempre nuove rivelazioni sui “corvi”. Oggi uno di loro, in forma anonima, ha rilasciato una lunga intervista a Repubblica dopo la notizia dell’indagine a carico del maggiordomo del Papa.
Non so se l’intervista sia un falso, non ho elementi per dirlo ma è normale che a un certo punto si arrivi anche alle interviste anonime in casi come questo. Però bisogna stare attenti. Io ricordo bene che quando Giovanni Paolo II si operò di appendicite, uscirono dei corvi ante litteram. E un noto giornalista di un noto giornale pubblicò le parole anonime di un personaggio che rivelò che in realtà il Papa aveva un cancro e stava per morire. Gli anonimi escono sempre: a volte sono veri, ma a volte sono solo comodi.
D. Come giudica il modo in cui i giornali italiani stanno trattando il caso della pubblicazione delle “carte segrete” del Papa?
Hanno la Sindrome di Dan Brown. Quando ci sono problemi scottanti, come in tutte le cose umane, si fa di tutto per raccontare le cose della Chiesa fabbricando un’aura di mistero e complotto, anche dove non c’è. Ad esempio, lo scorso sabato il Papa ha ricevuto i pellegrini del Rinnovamento nello Spirito Santo. Di che cosa avrà mai parlato alla vigilia della Pentecoste? Dello Spirito Santo, direi, mi sembra abbastanza lineare. E invece i giornali sono riusciti a trovare nel suo discorso dei riferimenti ai corvi. Tutto viene forzato, si cerca il modo di coinvolgere la Chiesa in una vicenda che poi potrebbe essere anche solo una squallida storia di soldi, per quel che ne sappiamo finora. Ma cercare il complotto dovunque non è una novità.
D. Cioè?
Mi ricordo ad esempio che all’ultimo conclave erano arrivati giornalisti da tutte le parti del mondo. C’erano anche gli americani, che volevano sapere a tutti i costi chi era il Camerlengo, che nel Codice da Vinci è il protagonista. Io spiegai a qualcuno di loro, soprattutto a uno di Dallas, che il massimo del potere che il camerlengo aveva era di nominare a tempo un usciere. Insomma, un signor nessuno, non ha nessun potere reale. Gli americani ci sono rimasti malissimo.
D. Questa “storia squallida” però non è finzione. Sono coinvolte anche persone molto vicine al Papa.
Sono uscite delle carte private del Papa e questa non è una cosa molto carina. Che il cameriere di Benedetto XVI sia coinvolto poi è molto triste. Io mi ricordo che Angelo, il cameriere personale di Giovanni Paolo II, era una persona simpaticissima, affabile, parlava volentieri ma se gli chiedevi se a colazione il Papa si era fatto portare un cornetto o un panzerotto diventava muto. Non diceva un parola.
D. Però i “corvi” affermano di fare uscire notizie riservate per il bene della Chiesa e del Papa.
È sorprendente. La gente che dà addosso al Papa per il bene della Chiesa, a dir la verità, è sempre esistita. Mi lascia molto perplesso invece che chi mette in piazza documenti privati del Papa, danneggiando il Papa, dica di farlo per il bene del Papa. Poi si finisce sempre allo stesso modo: qualcuno ha già chiesto le dimissioni di Benedetto XVI. E con le dimissioni papali, ci sono persone che hanno fatto una fortuna economica. Vogliono così tanto bene alla Chiesa e al Pontefice da chiederne le dimissioni.
D. Perché lo fanno allora?
Semplice: perché non vogliono bene né alla Chiesa né al Papa. E per farlo mischiano tutto insieme, fanno un grande potpourri.
D. Però giornalisti come Gianluigi Nuzzi l’autore di “Sua Santità”, si trincerano dietro il “diritto di cronaca”.
Ai giornalisti può succedere di ricevere delle carte riservate, fa parte del gioco. Se si parla di come usarle, però, entra in gioco la coscienza personale. Secondo la deontologia professionale, se sono di interesse pubblico, è giusto farle uscire. Certo che se le carte si ottengono grazie a un furto o un reato, deve entrare in gioco la magistratura, e ho forti dubbi che si possano pubblicare.

(Fonte: Leone Grotti, Tempi, 28 maggio 2012)
 

Il corvo e le carte del Papa: cosa dicono i giornali

Tutto ha avuto inizio con la pubblicazione del libro “Sua Santità. Le carte segrete di Benedetto XVI”. Che, come si evince dal titolo, rivela alcuni documenti riservati e lettere private del Pontefice. A lungo si è parlato di uno o più “corvi”. Personaggi controversi che avrebbero trafugato scritti top secret girandoli, poi, al giornalista. Tra questi, secondo le voci fatte circolare dai suoi detrattori, ci sarebbe Ettore Gotti Tedeschi, di recente sfiduciato dall’incarico di presidente dello Ior, la banca vaticana. La persona che, materialmente, si sarebbe resa colpevole della fuga di notizie sarebbe, infine, stata individuata in Paolo Gabriele, il cameriere personale di Benedetto XVI, tra i pochi ad avere accesso a tutte le stanze degli appartamenti papali e, attualmente, nella mani della giustizia vaticana.
Massimo Franco, dalla pagine de Il Corriere della Sera si dice convinto che tutta la vicenda rappresenti l’esito di un lungo conflitto. Tra Bertone e gotti Tedeschi. Una sorta di vendetta. «L'impressione è che la sorte di Gotti Tedeschi sia stata segnata dalle sue perplessità sull'operazione di salvataggio dell'ospedale San Raffaele, voluta fortemente da Bertone e dalla sua cerchia; poi dalle resistenze del numero uno dello Ior di fronte al blitz natalizio che ha cambiato la legge antiriciclaggio». Secondo Repubblica, ci potrebbe essere dietro ben più di un semplice regolamento di conti. Per Marco Ansaldo esisterebbe un gruppo di cardinali, arcivescovi e monsignori che punta alla Segreteria di Stato. E, successivamente, a ottenere la maggioranza in Conclave per eleggere un pontefice scelto tra le proprie fila. «E le menti che hanno concepito il piano sono le stesse che hanno foraggiato i media, attraverso i "corvi", di carte segrete al fine di portare scompiglio e far cadere il governo vaticano». Non è detto che sia stato effettivamente Paolo Gabriele l’artefice delle rivelazioni all’esterno o che, per lo meno, possa aver agito da solo anche per Libero. La tesi accreditata è che la vicenda sia l’esito di una partita più grande. Quella che vede schierate in opposte fazioni il cardinal Bertone e tutti i suoi nemici. In molti, ricorda il quotidiano diretto da Belpietro, più volte hanno chiesto le dimissioni del successore di Sodano e in molti sanno che la Segreteria di Stato è un posto chiave da dove gestire l’organizzazione vaticana. Insomma, per Libero sarebbe, per il momento, Bertone il vincitore della partita. Specie considerando il fatto che il capo dello Ior Ettore Gotti Tedeschi, con cui c’erano attriti, è stato obbligato alle dimissioni. Ma il suo vero successo consiste nel fatto che, d’ora in avanti, chi stesse per compiere un qualunque atto sgradito a qualcuno, potrebbe essere costretto a pensarci due volte per non essere sospettato di tradimento. Anche secondo il Giornale difficilmente potrebbe essere stata una sola persona a provocare la fuga di notizie. Luca Doninelli, in ogni caso, mette in guardia dalle tentazioni complottistiche, dal gusto che persuade chi intravede scandali e intrighi. La realtà è molto più complessa e molto più semplice: una brava persona convinta, magari, di fare del bene che non si rende contro del danno che crea. Ma il male, ricorda il giornalista e scrittore, si annida da per tutto, ed è ipocrita scandalizzarsi del fatto che possa annidarsi pure in Vaticano. Del resto, Gesù – si chiede – non predicava forse tra le prostitute e i ladroni. Vittorio Messori su La Stampa ricorda che la Curia romana è sempre stata un covo di vipere. Un tempo, almeno, era composta dai migliori elementi che esistessero sulla piazza. Alti prelati in grado fare il loro mestiere, fini politici e raffinati diplomatici. Oggi, dice il vaticanista, è composta da uomini mediocri. Anche lui, tuttavia, invita a non scandalizzarsi. Bisogna distinguere tra la Persona della Chiesa, che è santa, e il suo personale.
Il Fatto quotidiano reputa, pure lui, che si tratti di una vittoria di Bertone. Quanto sta accadendo, e soprattutto le dimissioni di Gotti Tedeschi, rappresentano una prova di forza del cardinale per far capire che le pressioni sul Papa di chi vorrebbe la sua sostituzioni sono destinate a tali esiti. Il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, infine, spiega che da mesi si sapeva di qualcuno che stesse frugando tra le carte del Papa e di uomini a lui vicino pronti a tradirlo. Ma sapere è ben diverso dall’emettere sentenze di colpevolezza come hanno fatto la maggior parte dei giornali, ha sottolineato, ricordando ai lettori che,da mesi, il Papa si sta portando dentro un lungo e tormentato dolore.

(Fonte: Il Sussidiario.net, 27 maggio 2012)