giovedì 27 novembre 2014

Antonio Livi e Giuliano Ferrara: pastori, teologi ed atei devoti

In risposta ad un articolo del quotidiano Il Foglio diretto da Giuliano Ferrara:
“Nella celebre intervista concessa a Eugenio Scalfari, Bergoglio arriva a sostenere che “il Figlio di Dio si è incarnato per infondere nell’anima degli uomini il sentimento della fratellanza”. Quindi, per il Papa, che fa dell’antropocentrismo spinto e della “teologia dell’incontro” la cifra distintiva del suo pontificato, sparisce la finalità redentiva della kenosis del Figlio. Cristo si è incarnato per redimere l’uomo dalla schiavitù del peccato originale (anche questo sparito dal “magistero” bergogliano in luogo di un inaccettabile e pernicioso cainismo) e, attraverso la croce, farlo rinascere alla vita nuova della Risurrezione. Questo dice il cattolicesimo. Qui e solo qui è possibile la vera fratellanza in Cristo che non è quella umanitarista da ong e sentimentalista, tanto sbandierata quanto inaccettabile, di Papa Francesco [articolo integrale QUI].
 
Il mio amico Giuliano Ferrara dice, anche in questa occasione, cose giustissime, ma come sempre le dice da un punto di vista che non mi coinvolge. Lui e tanti altri che analizzano e commentano le azioni pubbliche e le presunte intenzioni di Papa Francesco non parlano da credenti che si rivolgono ad altri credenti ma da intellettuali; da giornalisti, sociologi, uomini politici che si rivolgono a un’indeterminata “opinione pubblica” che dovrebbe, secondo loro, essere interessati a sapere che cosa avviene nella Chiesa “vista da fuori”. Pensano che tutti, anche i credenti, dovrebbero prendere posizione ogni giorno pro o contro le novità che si registrano all’interno del mondo ecclesiastico, approvando o disapprovando ogni apparente nuovo orientamento delle gerarchie ecclesiastiche in materia di dottrina, di morale, di liturgia. Per aiutare questa indeterminata “opinione pubblica” a prendere posizione, questi opinionisti ricorrono alle medesime categorie ermeneutiche che valgono per valutare la dialettica culturale, economica e politica, ossia la lotta per il potere, le rivendicazioni di diritti ancora non rispettati, le spinte riformatrici e le resistenze conservatrici. Insomma, sono notizie e commenti che non mi interessano più di tanto, perché a me della Chiesa interessa soltanto ciò che la Chiesa veramente è.
Il mio punto di vista, quello per cui amo la Chiesa e da sempre mi adopero per servirla fedelmente, è il punto di vista teologale, mentre Ferrara e altri galantuomini come lui guardano sì con una certa ammirazione la Chiesa, hanno sì una buona conoscenza della sua dottrina, ma quando domandi loro se credono davvero che la Chiesa sia stata voluta da Cristo, il Verbo Incarnato, per annunciare a tutti gli uomini e in ogni tempo il Vangelo della salvezza e amministrare i sacramenti della grazia, loro onestamente riconoscono che non ci credono. Tutt’al più sono credenze che apprezzano intellettualmente, ma senza farle proprie.
Invece io mi ritengo credente proprio perché ho sempre creduto e continuo a credere la Chiesa come “sacramento universale di salvezza” e faccio mia la sua dottrina perché non dubito che essa sia la verità religiosa assoluta, rivelata da Dio stesso. E nella mia azione pastorale — l’insegnamento accademico, la catechesi, la direzione spirituale — mi rivolgo logicamente a chi vede la Chiesa dal medesimo punto di vista, perché questo è ciò che qualifica, nell’intelligenza, il vero credente, ciò che lo distingue dai simpatizzanti di ogni tipo, con i quali ci può essere la massima amicizia sul piano umano ma nemmeno un po’ di condivisione dei criteri con cui essi valutano gli eventi della Chiesa.

Io ricordo con stima e simpatia simpatizzanti della vecchia generazione, come lo scrittore Giuseppe Prezzolini o il giornalista Indro Montanelli — due toscani, ambedue amici di Paolo VI —, i quali somigliano tanto, per intelligenza e cultura, a quelli della generazione attuale, come il filosofo Marcello Pera, amico di Benedetto XVI; e lo stesso Giuliano Ferrara, estimatore di Benedetto XVI. Conosco bene e proprio per questo non posso dire che apprezzo i simpatizzanti dell’ultima ora, come Eugenio Scalfari e Marco Pannella, vecchi ideologi del radicalismo ateo e anticlericale e ora smaniosi di sembrare amici di Papa Francesco. La professionalità politica e giornalistica di tutti costoro e l’intenzione con la quale si interessano dei pontefici e della dottrina della Chiesa meritano, in maggiore o minor grado il rispetto da parte dei credenti, così come meritano di essere rispettate le decisioni dei Papi che stabiliscono e intrattengono rapporti personali di amicizia con questi cosiddetti “atei devoti”. Ma, allo stesso tempo io — ripeto — non condivido praticamente nulla di quello che dicono, e nemmeno cerco di simulare un consenso che non può esserci. Io la Chiesa e il Papa li vedo da un diverso punto di vista, che è quello della fede, e se ne parlo con altri credenti ne parlo con una diversa intenzione, che non è quella dell’informazione giornalistica, necessariamente legata alla superficialità dei rilevamenti sociologici e all’ipersensibilità — non intolleranza ma dipendenza — nei riguardi del potere temporale, sia civile che ecclesiastico. Io ripeto sempre, perché è assolutamente vero, che qualunque considerazione basata sui dati della sociologia religiosa non sfiora nemmeno la realtà effettiva della vita della Chiesa, la quale è un mistero soprannaturale del quale noi credenti abbiamo solo qualche indizio attraverso la fede nella rivelazione divina e poi qualche verifica sperimentale nell’esame della propria coscienza — esperienza mistica, ossia dell’azione della grazia in noi — e nell’azione apostolica rivolta alla salvezza del prossimo — esperienza pastorale —.
Per essere fedeli a Gesù Cristo servono forse tante informazioni sulle decisioni pastorali o di governo di Papa Francesco? Servono tanti confronti con i suoi predecessori e tante analisi dei suoi discorsi? È davvero indispensabile per il singolo fedele cattolico riuscire a capire quale sia il trend dei mutamenti che si stanno verificando oggi nella vita della Chiesa da un punto di vista sociologico, come per esempio le statistiche relative alle presenze a Messa, ai nuovi battesimi e ai cosiddetti “sbattezzamenti”, alla crescita o alla diminuzione delle vocazioni sacerdotali e religiose, sondaggi di opinione sulle norme di morale sessuale? Ai fini di una maggiore unione personale con Cristo è indispensabile essere al corrente di tutti i fatti di cronaca riguardanti le polemiche tra i teologi, le nomine e le destituzioni di alti prelati, insomma quelli che vengono presentati come interessanti retroscena della politica ecclesiastica?
Io ritengo, con fondati motivi pastorali, che per la vita di fede dei credenti sia indispensabile soltanto possedere e incrementare una adeguata capacità di discernimento, quel sensus fidei che induce a dare poco ascolto al clamore dello scandalismo mediatico, ad evitare di essere attratti dalla vana curiositas. Mi interessa richiamare l’attenzione dei credenti ai documenti del Magistero solenne e ordinario e all’interpretazione autentica del Vangelo che essi e autorevolmente propongono. Solo così posso contribuire a evitare che la “fantateologia” dei Pastori irresponsabili e l’immagine mediatica della Chiesa, costruita sulla sola base delle sue vicende umane esteriori, si sovrapponga alla conoscenza di fede, ossia alla verità della Chiesa quale risulta dalla divina rivelazione.
Come sacerdote, quando io parlo del Papa o degli sviluppi della dottrina cattolica ho a cuore le sorti della fede nel cuore delle singole persone, tenendo conto, necessariamente, del fatto che il racconto degli eventi ecclesiastici proposto dai media quotidianamente aumenta ogni giorno di più lo sconcerto e il disorientamento tra i fedeli. Ho collaborato l’anno scorso alla pubblicazione di un volume di vari autori — tra questi, il teologo domenicano Giovanni Cavalcoli e lo storico Roberto de Mattei — che si intitola appunto Verità della fede: che cosa credere, e a chi [Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2013, vedere QUI]. In precedenza avevo pubblicato un trattato scientifico intitolato Vera e falsa teologia. Come distinguere l’autentica “scienza della fede” da un’equivoca “filosofia religiosa” [Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2012, vedere QUI]. Giuliano Ferrara ha dedicato a questo libro un intero paginone del suo giornale, Il Foglio, ma lo ha etichettato, già nel titolo redazionale come espressione del pensiero di una scuola teologica tradizionale, vicina all’establishment ecclesiastico. A parte che la verità dei fatti è proprio il contrario — all’establishment ecclesiastico, fatta eccezione per Papa Benedetto XVI, il mio libro non piacque affatto —, il disinteresse di Ferrara per gli argomenti propriamente teologici del testo era scontato. Dai giornalisti non credenti, anche se assai colti e sinceramente simpatizzanti com’è il valente direttore del Foglio, non mi aspetto alcun aiuto nella mia battaglia, che è squisitamente pastorale e si rivolge all’opinione pubblica cattolica con la speranza che qualcuno, tra quanti leggono e capiscono ciò che scrivo, possa essere ri-orientato all’essenziale della fede cattolica, smettendo di dare importanza alle cronache clericali e, peggio ancora, di dare credito alle dottrine dei falsi maestri della fede.
Impresa ardua, direi una mission impossible, ma, oggi come ieri, ogni vera azione pastorale è come remare controcorrente, è come gettare la semenza nei solchi senza poter prevedere sapere se e in quale misura il seme germoglierà. Io so benissimo, perché vivo in mezzo alla gente, che l’opinione pubblica cattolica viene coinvolta da polemiche strumentali — suscitate cioè da interessi di potere — attorno ai discorsi del Papa e alle diverse interpretazioni che essi hanno avuto da parte di opinionisti che si dichiarano credenti ma in realtà professano, più che la fede cattolica, l’ideologia dei conservatori o dei progressisti, e che proprio per questo parlano, purtroppo, il medesimo linguaggio sociologico e politico che vien usato da quegli altri opinionisti che ho prima nominato, i quali si dichiarano non credenti e sono politicamente schierati o a destra o a sinistra e in quest’ottica osannano un papa ne criticano un altro, oppure passano dall’osannare a critica il medesimo quando le sue iniziative con sembrano andare più nel verso “giusto”. Per me, qualunque “verso” che a costoro sembri giusto a me non va bene comunque.
Io faccio un altro tipo di discorso. Ricordo ai credenti di ogni “tipo” gerarchico o cultuale, che un discorso o un gesto del Papa, chiunque egli sia, è da prendersi sul serio solo quando egli agisce presentandosi esplicitamente come supremo maestro della fede, cioè solo in quanto intende impegna formalmente l’autorità dottrinale che gli è propria. Non serve a niente stare ad analizzare l’opportunità o le intenzioni recondite delle sue quotidiane decisioni pastorali o di governo, e nemmeno è utile passare ogni giorno al setaccio i suoi discorsi occasionali, informali, omiletici, addirittura i colloqui privati.
Io ho criticato spesso — sulla Bussola Quotidiana e su L’Isola di Patmos alla quale Ariel S. Levi di Gualdo ha dato vita assieme a Giovanni Cavalcoli ed a me — la tendenza modernistica e in definitiva massonica di tanti loschi figuri che lavorano per una religione mondialistica umanitaria e attribuiscono al Papa le loro idee di riforma della Chiesa, per citarne alcuni tra i più celebri: il cardinale Walter Kasper, l’arcivescovo Bruno Forte, lo pseudo monaco Enzo Bianchi, il professor Melloni con la Scuola di Bologna che si arroga l’esclusiva dell’ interpretazione del Concilio eccetera. Ma io, rivolgendomi all’opinione pubblica cattolica, non posso azzardarmi a confermare che il Papa è davvero d’accordo con loro, perché ancora non ci sono atti ufficiali del magistero pontificio che documentino seriamente questo sospetto. Se ci fossero, saremmo di fronte a un vero e proprio scisma, ma sono convinto che ciò non accadrà. La Chiesa è di Cristo ed è indefettibile.
Io, invece di fare il profeta di sventure per la Chiesa, come coloro che gridano: «ecco che siamo pieno scisma!», o invece di arruolarmi nell’esercito dei “papolatri” del momento che annunciano «ecco finalmente l’avvento della nuova Chiesa ecumenica e sinodale!», preferisco ricordare a tutti che le valutazioni del vaticanisti, la sociologia religiosa e la politica ecclesiastica hanno un interesse del tutto marginale nella vita cristiana, dove l’essenziale è la realtà concreta della vita di fede di ogni singola persona che deve accogliere nel suo cuore la verità divina che è la sola a garantire la salvezza. Per questo dico che la vita di fede del credente non può basarsi su sospetti o arrampicamenti sugli specchi nel commentare i discorsi non esplicitamente magisteriali del Papa attuale: si deve basare sempre e solo sul dogma, che si esprime in enunciati formali non suscettibili di interpretazioni contraddittorie, vale a dire delle formule dogmatiche.
Per quanto possano essere o sembrare sconcertanti le azioni di Jorge Mario Begoglio, grazie a Dio tutti noi cattolici, ecclesiastici e laici, continuiamo ad avere come punto di riferimento certissimo e attualissimo il dogma, peraltro esposto e sintetizzato dal Catechismo della Chiesa Cattolica, che non è stato ancora abrogato né mai lo sarà; nessun papa e nessun concilio ecumenico o sinodo potrà infatti far propria la falsa teoria di Hans Küng secondo la quale il progresso dogmatico della Chiesa si attua mediante continue contraddizioni e superamenti dialettici, con una verità di oggi che nega quelle di ieri e così prepara il domani. Non siamo chiamati a rimpiangere Benedetto XVI od a rallegrarci che egli si sia dimesso e che al suo posto ci sia Francesco. Non possiamo pensare che quest’ultimo abbia beatificato Paolo VI e canonizzato Giovanni Paolo II per poi contraddire il loro magistero, ad esempio abolendo le norme morali della Humanae vitae e della Familiaris consortio. Nella vita e nell’opera di ogni romano pontefice ci sono sempre state ombre, oltre che tante luci, se sono poi stati canonizzati. Di loro, in ogni caso, si è servito Cristo per guidare la sua Chiesa, soprattutto con il ministero della dottrina della fede e l’efficacia soprannaturale dei sacramenti.
Quello che il Papa fa e dice nell’esercizio del ministero petrino deve interessare tutti i fedeli — indipendentemente dalle diverse appartenenze all’interno della Chiesa, dal diverso feeling o da qualunque altra variabile sul piano umano — sempre e solo per un motivo di fede: perché Cristo stesso lo ha voluto come Pastore della Chiesa universale, ossia perché in modo eminente egli è davvero il “Vicario di Cristo”. Di conseguenza, so di poter dire e di dover dire a tutti i credenti che il Papa — chiunque egli sia in un dato momento della storia — non interessa, od interessa assai poco, come personalità umana o come “privato dottore”, cioè come semplice teologo, ma solo come supremo garante della verità divina affidata alla Chiesa dall’unico Maestro, che è Cristo. In questo senso dicevo prima che si può tranquillamente fare a meno di seguire le tante polemiche ecclesiastiche od ecclesiologiche e fidarsi dei documenti della vera fede, che sono a disposizione di tutti, ma non ovviamente sulle pagine del Foglio o della Repubblica o degli altri giornali.
 

(Fonte: Antonio Livi, L’isola di Patmos, 26 novembre 2014)
http://isoladipatmos.com/antonio-livi-e-giuliano-ferrara-pastori-teologi-ed-atei-devoti/
 

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