lunedì 4 luglio 2016

Mario Giordano: il Papa che prega Allah mi sembra una resa, non un dialogo


Un articolo che sarà anche datato, ma di grande attualità. Merita di essere riproposto.

Sarà pur stata un’“adorazione silenziosa”, e non una vera e propria preghiera. Sarà pur stato un gesto simile a quello compiuto da Benedetto XVI nel 2006, come s’affanna a precisare il preoccupato portavoce della Santa Sede. Sarà tutto quel che si vuole, ma fa un certo effetto vedere il Papa che si mette a mani giunte verso la Mecca nella Moschea Blu di Istanbul, mentre l’imam recita i versetti del Corano. E fa ancor più effetto pensare che quel Corano è lo stesso che, poco distante da lì, gli islamici usano per eccitare le folle a squartare i cristiani, a impalarli e crocefiggerli. A spazzarli via. C’è un contrasto troppo forte fra il Papa che rispetta fino all’ultimo tutti i riti dell’Islam, si toglie le scarpe e s’inchina al "mihrab", e gli islamici che a pochi chilometri dalla Moschea Blu non rispettano nulla dei cristiani. Non le loro chiese, non le tradizioni, non i riti. E nemmeno la loro vita.
Papa Francesco vuole dialogare con l’Islam, si capisce. Ma come si fa a dialogare con chi non vuole farlo? Come si fa dialogare con chi vuole solo abbatterti? Come si fa a dialogare con chi vuole piantare la bandiera del Califfato in piazza San Pietro? Il dialogo è una parola bellissima, che permette discorsi straordinari, preghiere comuni, gesti esemplari. Ci si toglie le scarpe insieme. Ci si inchina alla Mecca. Ci si trova d’accordo con l’imam e il gran muftì. Ma poi, in realtà, gli islamici non vogliono dialogare. L’hanno dichiarato apertamente: vogliono conquistarci. E distruggerci.
L’Islam buono e l’Islam cattivo? Una favola. Se fosse vero che i terroristi sono pochi fanatici marginali, non li avrebbero forse già messi a tacere? Non li avrebbero combattuti? Non li avrebbero almeno condannati con durezza? Invece no. Non sento dure condanne unite del mondo islamico contro gli orrori dei tagliagole. Non vedo mobilitazioni dei pellegrini della Mecca per fermare le mani dei loro confratelli. Non vedo fremiti di sdegno contro i massacri che vengono perpetrati contro i cristiani. Anzi: vedo silenzio. Quasi compiacimento. E, anzi, vedo fremiti di anti-cristianità che scuotono tutto il mondo arabo e arrivano perfino in Paesi che fino a ieri laici e nostri amici. A cominciare proprio dalla Turchia che sta scivolando sempre di più nell’Islam radicale, che non a caso sostiene sottobanco le milizie dell’Isis. E il cui presidente Erdogan ha appena riunito i 57 Paesi islamici per incitarli alla rivolta contro di noi: «L’Occidente ci sfrutta, vuole le nostre ricchezze - ha detto -. Fino a quando sopporteremo?».
Qualcuno ha cercato di spiegarmi che c’è pure una differenza tra il gesto di Benedetto XVI (che in moschea si fermò in raccoglimento ma non giunse le mani in preghiera) e quello di Francesco (che invece le ha unite, proprio come se stesse pregando). Se fosse vero, sarebbe un motivo in più per rimanere un po’ perplessi. Ma per rimanere perplesso a me basta, per la verità, vedere un Papa che si rivolge alla Mecca insieme con gli islamici proprio mentre molti islamici che si stanno rivolgendo alla Mecca hanno le mani sporche del sangue dei cristiani.
Mi pare che, dopo il famoso discorso Ratzinger a Ratisbona e la furiosa reazione che ne seguì da parte dei musulmani, i cattolici siano stati costretti a piegarsi. Noi facciamo gesti distensivi e loro moltiplicano i massacri. Noi costruiamo per loro moschee e loro distruggono le nostre chiese. Noi ci inchiniamo ai loro simboli nei nostri Paesi e loro non ci permettono di mostrare i nostri nei loro Paesi. Noi ascoltiamo i versetti del Corano con ammirazione e loro minacciano di declamarli dal Cupolone di San Pietro. Che vogliono trasformare all’incirca in un parcheggio dei loro cammelli.
Capisco l’ansia di Papa Francesco, che è un grande comunicatore, di costruire ponti con tutti: con gli islamici e con i non credenti (Eugenio Scalfari). Ma per costruire i ponti ci vogliono due cose. Primo: bisogna che dall’altra parte non ci sia chi ti vuol sgozzare o annientare, altrimenti è un autogol. Secondo: bisogna che i pilastri siano saldi, tutti e due. E il dubbio è proprio questo: il pilastro dell’Islam è saldo, quello dei non credenti pure. Ma il pilastro cattolico? È incerto. Barcollante. Sradicato. In effetti: non abbiamo radici. Le stiamo perdendo. L’Europa non ce le riconosce. Le chiese si svuotano. I preti invecchiano. I ragazzi non vanno più a catechismo. Dopo la cresima c’è la fuga. I valori del matrimonio e della vita sono messi costantemente in discussione. La famiglia tradizionale è massacrata. Come si può dialogare se non si hanno più valori da rappresentare? Come si possono aprire le porte agli altri, se non si è fortemente saldi dei propri principi? Se i propri valori sono stati attaccati, messi in vendita e liquidati?
In queste condizioni il ponte rischia di crollare. Non per il gesto del Papa, non per una preghiera rivolta alla Mecca, non per la Moschea Blu circondata da Paesi rosso sangue. Il ponte rischia di crollare perché lanciamo gittate in avanti senza assicurarci della nostra tenuta. Non perché loro sono violenti, ma perché noi siamo deboli. E perché anziché rafforzare la nostra debolezza, ci esponiamo alla loro forza. Al loro fanatismo. Alla loro violenza. Fino al giorno in cui sarà troppo tardi.
E ci accorgeremo che quello che ci ostiniamo a chiamare dialogo, in realtà è un loro monologo. O, peggio, una loro invasione. La conquista definitiva. E allora addio cattolici: rivolgersi alla Mecca non sarà più un gesto distensivo. Ma un comando del padrone islamico.

(Fonte: Mario Giordano, Libero, 30 novembre 2014)



mercoledì 22 giugno 2016

L’inganno del matrimonio gay

“L’imponente diffusione dell’ideologia gay fa parte di un programma filosofico [il neo-illuminismo nichilistico e incolto, che mira ad instaurare il Regno dell’Uomo] che ha veramente gettato alle ortiche ogni senso comune e ogni senso morale, ogni tradizione autenticamente religiosa e anche la conoscenza della vera psicologia.”  [Johan Huizinga (1872-1945)].

Il naufragio della filosofia illuministica nelle acque di quel delirio americano/onusiano, che giustifica e approva gli atti dell’immondo vizio contro natura, è l’oggetto di una puntuale, convincente introduzione dell’autorevole Paolo Pasqualucci al saggio “La scienza dice No. L’inganno del matrimonio gay. Il testo in questione è stato scritto da un influente psicoterapeuta olandese, Gerard J. M. Van Den Aardweg e magistralmente commentato da Paolo Pasqualucci, al fine di confutare l’opinione pseudo scientifica ma squisitamente democratica e progressista, che nell’omosessualità contempla e quasi venera un orientamento sessuale naturale e innato e non una deviazione libertina, trattabile e riducibile con le terapie suggerite dalla scienza medica (purtroppo minoritaria e silenziata) che non è asservita alla rumoreggiante utopia postmoderna.
La benda americana, posata sugli occhi dell’umanità democratica, impedisce di vedere il delirio sodomitico in corsa rovinosa e squillante nei cortei, che esibiscono le vittime di una patologia non soccorsa ma approvata e incentivata  dalla medicina e dalla politica d’ispirazione progressista.
Il testo pubblicato da Marco Solfanelli, irriducibile editore in Chieti, affronta risolutamente la mitologia diffusa dalla rumorosa/fantasiosa subcultura gay ossia la surreale tesi sulla naturalità e normalità del vizio contro natura.
Il riconoscimento della normalità e quindi l’attribuzione del perfetto decoro al sesso contro natura hanno origine da un’opinione senza serio fondamento, una favola che ha purtroppo ottenuto il consenso del giornalismo filosofante, della teologia conformistica/postconciliare e la condivisione invincibile del vasto pubblico appartenente alla disarmata/manipolata/asservita folla delle persone di mezza cultura.
E’ doveroso rammentare che la popolarità della sodomia – oltre che da ipotesi pseudo scientifiche  sulla dipendenza della struttura sessuale da una libera scelta – è nutrita dalla memoria della persecuzione messa in atto dai nazisti contro gli omosessuali.
La giustificata indignazione suscitata dalla discesa del moralismo nazista nell’odioso sadismo concentrazionario, ha turbato e alterato il pensiero dell’Occidente, ispirando un sillogismo irresistibile e fulminante: i malvagi perseguitavano gli omosessuali, dunque gli omosessuali sono buoni e meritano la incondizionata approvazione degli umanisti e dei sinceri democratici.
Dalla rotazione della morale democratica intorno al convincimento secondo cui il nemico del mio nemico sarebbe un vero amico ha origine l’identificazione (a tempo debito proposta da Gian Carlo Zonghi Spontini) di sodomia e rivolta contro lo spregevole fascismo.
L’identificazione del persecutore strutturalmente malvagio ha motivato una surrettizia assoluzione e una fulminante approvazione della minoranza dedita alla sessualità contro natura.
I mitografi, in attività scapestrata sulle piste mass-mediatiche del progressismo, nascondono e censurano le statistiche intorno alla passione suicidaria, in corsa sfrenata oltre il radioso orizzonte sodomitico. La buona stampa, ad esempio, occulta la statistica sui suicidi giovanili nella progredita ed esemplarmente malinconica Svezia, dove la percentuale dei suicidi commessi da omosessuali è superiore di venti volte a quella dei loro coetanei non transessuali.
Opportunamente Pasqualucci rammenta che causa della diffusione dell’ideologia omosessualista “è la generale corruzione dei costumi ovvero l’influenza del modo sempre più depravato di vivere che caratterizza le nostre società, giusto il quale si è smarrito il senso del peccato e si mette tutto sullo stesso piano”.
I frutti tossici dell’omosessualità giustificano la diffusa richiesta “di ristabilire la verità a proposito dell’omosessualità, controbattere le distorsioni e le bugie della propaganda gay; poter aiutare con le opportune psicoterapie orientate al cambiamento gli omosessuali che vogliano guarire; ristabilire la libertà d’insegnamento e di pensiero sul tema dei disordini sessuali: abolire l’attuale educazione sessuale neopagana nelle scuole, denunciare la sua immoralità, cancellare le leggi e norme pro gay esistenti a cominciare dal matrimonio gay e favorire il matrimonio e la famiglia, come stabiliti secondo natura”.
Quasi a commento delle tesi esposte nel magnifico saggio in questione sembra doveroso affermare la necessità di un drastico aggiornamento della cultura politica della destra, cioè l’obbligo di una svolta intesa ad aderire a quelle correnti della filosofia sociale, che sono attive nella difesa dei princìpi essenziali al vivere civile.
Una tale scelta contempla il riscatto e l’emancipazione della buona destra dall’ipoteca liberale (e libertina) che, allo stato dell’opera, costituisce, disgraziatamente, il certificato di minorità della vita italiana.
L’incombere di un’immigrazione aliena quando non ostile obbliga la restaurazione di quell’ordine sociale che è stato alterato dall’infelice e disastroso incontro della nuova teologia con il decrepito progressismo.  

(Fonte: Piero Vassallo, Riscossa Cristiana, 21 giugno 2016)



La strage di Orlando fa comodo a chi lotta per la dissoluzione

Si alza sempre più in questi giorni il coro di voci proveniente dal mondo dello spettacolo, che nell’intento ufficiale di rendere omaggio alle vittime della discoteca Pulse di Orlando, strumentalizza a più non posso quanto accaduto.

Primo fra tutti pare proprio essere stato l’ormai ottuagenario Paul McCartney al concerto di Berlino, tenutosi il 14 giugno scorso, dove l’ex Beatles ha omaggiato le vittime presentandosi sul palco con una bandiera arcobaleno avvolta addosso, e postando il tutto sul profilo Facebook con il classico slogan “We stand together with Orlando“.
Ha seguito quasi in concomitanza la voce grossa del massimo esponente gay del mondo musicale, che compra “figli” tramite utero in affitto, pagando profumati quattrini. Si sta ovviamente parlando di Elton John, il quale nel concerto all’ Echo Arena di Liverpool dello scorso martedì, al termine di una canzone, ha voluto esprimere e condividere il proprio dolore con i fans:
“Quando si manifesta un orrore come questo massacro a Orlando, una grande sofferenza investe il mondo come uno tsunami. E un grande lutto. Siamo shockati, arrabbiati e ci sentiamo devastati nel profondo per le vittime e per i loro cari che li piangono.
Ciò che trovo straordinario, e che mi dà davvero forza e speranza, è che immediatamente dietro quell’onda ne è arrivata un’altra, diversa. Un’onda arcobaleno di amore, da Istanbul a Tel Aviv, dalla Opera House di Sydney alla Torre Eiffel, passando per l’Empire State Building e la Casa Bianca… Così, stasera, allo stesso modo in cui vorrei onorare e piangere la perdita della comunità LGBT a Orlando e di tutti coloro che sono stati vittime di odio e stigmatizzati dalla società, vorrei dire che stiamo avendo la meglio sul pregiudizio. L’arcobaleno che si vede in tutto il mondo mi dice che possiamo vincere contro queste persone e lo faremo.”
Durante questo prolungato discorso Elton John ha voluto ricordare anche Lady Gaga – icona gender-fluid delle correnti Lgbt – facendo riferimento al lungo pronunciamento da lei fatto nei giorni scorsi a Los Angeles, durante una veglia in ricordo delle vittime dell’efferata strage. In particolare Elton John ha voluto accennare a  “Love Bravery“,  un progetto sostenuto con lei e che consiste in una collezione di abiti per Macy’s, realizzata per raccogliere fondi per la “Born This Way Foundation” e la “Elton John AIDS Foundation” – progetti dichiaratamente limitati e costruiti su misura per il mondo omosessuale.
Non è mancata all’appello nemmeno la mascotte gender Adele, la cantante pop che veste il figlioletto- maschio di tre anni da principessa, e che fa baciare le coppie gay durante i suoi concerti, inscenando fastidiose richieste di “nozze” tra persone dello stesso sesso.
La cantautrice britannica, che ha dedicato i suoi ultimi concerti alle vittime di Orlando, in quello di Antwerp, in Belgio, ha così parlato al suo pubblico dell’accaduto, scoppiando poi in un pianto inesauribile:
“Dedico l’intero spettacolo di stasera a tutti quelli che erano nel locale gay di Orlando la scorsa notte. La comunità LGBTQ è come se fosse la mia anima gemella da quando ero molto giovane, quindi sono molto toccata da quello che è accaduto. Non so perché sto piangendo! La maggior parte delle persone questa sera è già abbastanza infelice perché le mie canzoni sono fottutamente tristi. Avrò un paio di canzoni che sembrano felici, ma non lo sono!”
Ultima, solo per ordine di elencazione, è stata la cantante Christina Aguilera, già resasi famosa per questi tematiche in tempi non sospetti, quando compose la canzone “Beautiful“, che mostrava la “bellezza” della cosiddetta diversità: nel video si vedevano infatti omosessuali intenti a baciarsi e transessuali in procinto di truccassi, messi lì, in mezzo a tutti i presunti emarginati della società.
Dopo essere sparita di scena per almeno 3 anni, Christina Aguilera se ne esce con l’inedito “Change“, dedicato alle vittime del locale gay:
“Mando amore e preghiere alle vittime e alle loro famiglie” – dice la Aguilera – “io voglio essere parte del cambiamento che deve avvenire in questo mondo per farlo diventare un posto bellissimo dove l’umanità può manifestare il suo amore con passione e libertà”.
In un particolare punto del brano viene detto inoltre:
Waiting on a change to set us free/ Waiting for the day that you can be you and I can be me” (“Aspettando in un cambiamento che ci renda liberi, aspettando per il giorno in cui tu potrai essere tu e io potrò essere me”).
I proventi ricavati dalla vendita del disco verranno devoluti al “National Compassion Fund“, che raccoglie fondi per le vittime e le famiglie della sparatoria al Pulse.
Siamo davanti ad un buffo spettacolo, che farebbe persino ridere, se solo non ci fosse da piangere. Non vi è bisogno di far notare che tutte queste voci “compassionevoli” sono le stesse che – strage o non strage – assecondano, si battono e finanziano le cause LGBT. Sono sempre i medesimi che approfittano perlopiù di queste vicende per urlare ancora più forte, dai bassifondi della loro presunzione, i “diritti” per tutti. Per inventarsi che esiste l’ “omofobia”, che servono leggi di maggior tutela in tutti gli stati, quando poi da oltreoceano si viene a sapere che il fanatico e pazzo killer non si sa per quale preciso movente abbia agito, visto che forse – e lo dice l’ex moglie e chi lo ha conosciuto su ambigue chat-line – era pure omosessuale, o perlomeno con qualche tendenza.
Non si può tacere che, davanti a queste palle al balzo, i fautori della dissoluzione gioiscano quasi, ottengano ciò che vogliono, per poi chiedere ancor più di quanto non abbiano già ottenuto pervertendo il mondo e imbestialendo il genere umano.

(Fonte: Cristiano Lugli, Riscossa cristiana, 21 giugno 2016)


giovedì 16 giugno 2016

L’espressione rituale del dono della pace nella Messa

Papa Francesco approva una lettera circolare per eliminare gli abusi durante lo scambio della pace. Abolito il canto per la pace (inesistente nel Rito romano); vietato lo spostamento dei fedeli dal loro posto per scambiarsi la pace; il sacerdote non può allontanarsi dall’altare (neppure a matrimoni e funerali); in alcuni casi lo scambio della pace deve essere omesso.

1. La pace, dono del Risorto alla sua Chiesa
«Vi lascio la pace, vi do la mia pace», sono le parole con le quali Gesù promette ai suoi discepoli riuniti nel cenacolo, prima di affrontare la passione, il dono della pace, per infondere in loro la gioiosa certezza della sua permanente presenza. Dopo la sua risurrezione, il Signore attua la sua promessa presentandosi in mezzo a loro nel luogo dove si trovavano per timore dei Giudei, dicendo: «Pace a voi!». Frutto della redenzione che Cristo ha portato nel mondo con la sua morte e risurrezione, la pace è il dono che il Risorto continua ancora oggi ad offrire alla sua Chiesa riunita per la celebrazione dell’Eucaristia per testimoniarla nella vita di tutti i giorni.

2. Lo scambio della pace prima della comunione
Nella tradizione liturgica romana lo scambio della pace è collocato prima della Comunione con un suo specifico significato teologico. Esso trova il suo punto di riferimento nella contemplazione eucaristica del mistero pasquale – diversamente da come fanno altre famiglie liturgiche che si ispirano al brano evangelico di Matteo (cfr. Mt 5,23) – presentandosi così come il “bacio pasquale” di Cristo risorto presente sull’altare. I riti che preparano alla comunione costituiscono un insieme ben articolato entro il quale ogni elemento ha la sua propria valenza e contribuisce al senso globale della sequenza rituale che converge verso la partecipazione sacramentale al mistero celebrato. Lo scambio della pace, dunque, trova il suo posto tra il Pater noster – al quale si unisce mediante l’embolismo che prepara al gesto della pace – e la frazione del pane – durante la quale si implora l’Agnello di Dio perché ci doni la sua pace -. Con questo gesto, che «ha la funzione di manifestare pace, comunione e carità», la Chiesa «implora la pace e l’unità per se stessa e per l’intera famiglia umana, e i fedeli esprimono la comunione ecclesiale e l’amore vicendevole, prima di comunicare al Sacramento», cioè al Corpo di Cristo Signore.
3. Necessità di moderare questo gesto
Nell’Esortazione Apostolica post-sinodale Sacramentum caritatis il Papa Benedetto XVI aveva affidato a questa Congregazione il compito di considerare la problematica concernente lo scambio della pace, affinché fosse salvaguardato il senso sacro della celebrazione eucaristica e il senso del mistero nel momento della Comunione sacramentale: «L’Eucaristia è per sua natura Sacramento della pace. Questa dimensione del Mistero eucaristico trova nella Celebrazione liturgica specifica espressione nel rito dello scambio della pace. Si tratta indubbiamente di un segno di grande valore (cfr. Gv 14,27). Nel nostro tempo, così spaventosamente carico di conflitti, questo gesto acquista, anche dal punto di vista della sensibilità comune, un particolare rilievo in quanto la Chiesa avverte sempre più come compito proprio quello di implorare dal Signore il dono della pace e dell’unità per se stessa e per l’intera famiglia umana. […] Da tutto ciò si comprende l’intensità con cui spesso il rito della pace è sentito nella Celebrazione liturgica. A questo proposito, tuttavia, durante il Sinodo dei Vescovi è stata rilevata l’opportunità di moderare questo gesto, che può assumere espressioni eccessive, suscitando qualche confusione nell’assemblea proprio prima della Comunione. E’ bene ricordare come non tolga nulla all’alto valore del gesto la sobrietà necessaria a mantenere un clima adatto alla celebrazione, per esempio facendo in modo di limitare lo scambio della pace a chi sta più vicino».

4. Senso religioso e sobrietà
Il Papa Benedetto XVI, oltre a mettere in luce il vero senso del rito e dello scambio della pace, ne evidenziava il grande valore come contributo dei cristiani, con la loro preghiera e testimonianza a colmare le angosce più profonde e inquietanti dell’umanità contemporanea. Dinanzi a tutto ciò egli rinnovava il suo invito a prendersi cura di questo rito e a compiere questo gesto liturgico con senso religioso e sobrietà.

5. Possibili soluzioni per evitare gli abusi
Il Dicastero, su disposizione del Papa Benedetto XVI, ha già interpellato le Conferenze dei Vescovi nel maggio del 2008 chiedendo un parere se mantenere lo scambio della pace prima della Comunione, dove si trova adesso, o se trasferirlo in un altro momento, al fine di migliorare la comprensione e lo svolgimento di tale gesto. Dopo approfondita riflessione, si è ritenuto conveniente conservare nella liturgia romana il rito della pace nel suo posto tradizionale e non introdurre cambiamenti strutturali nel Messale Romano. Si offrono di seguito alcune disposizioni pratiche per meglio esprimere il contenuto dello scambio della pace e per moderare le sue espressioni eccessive che suscitano confusione nell’assemblea liturgica proprio prima della Comunione.

6. Disposizioni pratiche
Il tema trattato è importante. Se i fedeli non comprendono e non dimostrano di vivere, con i loro gesti rituali, il significato corretto del rito della pace, si indebolisce il concetto cristiano della pace e si pregiudica la loro fruttuosa partecipazione all’Eucaristia. Pertanto, accanto alle precedenti riflessioni che possono costituire il nucleo per una opportuna catechesi al riguardo, per la quale si forniranno alcune linee orientative, si offre alla saggia considerazione delle Conferenze dei Vescovi qualche suggerimento pratico:
A) IL RITO DELLA PACE SI PUÒ OMETTERE E TALORA DEVE ESSERE OMESSO
Va definitivamente chiarito che il rito della pace possiede già il suo profondo significato di preghiera e offerta della pace nel contesto dell’Eucaristia. Uno scambio della pace correttamente compiuto tra i partecipanti alla Messa arricchisce di significato e conferisce espressività al rito stesso. Pertanto, è del tutto legittimo asserire che non si tratta di invitare “meccanicamente” a scambiarsi il segno della pace. Se si prevede che esso non si svolgerà adeguatamente a motivo delle concrete circostanze o si ritiene pedagogicamente sensato non realizzarlo in determinate occasioni, si può omettere e talora deve essere omesso.
Si ricorda che la rubrica del Messale recita: “Deinde, pro opportunitate, diaconus, vel sacerdos, subiungit: Offerte vobis pacem”.
B) SOSTITUIRE CON GESTI PIU’ SPECIFICI
Sulla base delle presenti riflessioni, può essere consigliabile che, in occasione ad esempio della pubblicazione della traduzione della terza edizione tipica del Messale Romano nel proprio Paese o in futuro quando vi saranno nuove edizioni del medesimo Messale, le Conferenze dei Vescovi considerino se non sia il caso di cambiare il modo di darsi la pace stabilito a suo tempo.
Per esempio, in quei luoghi dove si optò per gesti familiari e profani del saluto, dopo l’esperienza di questi anni, essi potrebbero essere sostituiti con altri gesti più specifici.
C) EVITARE GLI ABUSI
Ad ogni modo, sarà necessario che nel momento dello scambio della pace si evitino definitivamente alcuni abusi come:
– L’introduzione di un “canto per la pace”, inesistente nel Rito romano.
– Lo spostamento dei fedeli dal loro posto per scambiarsi il segno della pace tra loro.
– L’allontanamento del sacerdote dall’altare per dare la pace a qualche fedele.
– Che in alcune circostanze, come la solennità di Pasqua e di Natale, o durante le celebrazioni rituali, come il Battesimo, la Prima Comunione, la Confermazione, il Matrimonio, le sacre Ordinazioni, le Professioni religiose e le Esequie, lo scambio della pace sia occasione per esprimere congratulazioni, auguri o condoglianze tra i presenti.
D) CATECHESI LITURGICHE SUL SIGNIFICATO DEL RITO DELLA PACE
Si invitano ugualmente tutte le Conferenze dei Vescovi a preparare delle catechesi liturgiche sul significato del rito della pace nella liturgia romana e sul suo corretto svolgimento nella celebrazione della Santa Messa. A tal riguardo la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti allega alla presente Lettera circolare alcuni spunti orientativi.

7. Beati gli operatori di pace
La relazione intima tra la lex orandi e la lex credendi deve ovviamente estendersi alla lex vivendi. Raggiungere oggi un serio impegno dei cattolici nella costruzione di un mondo più giusto e più pacifico s’accompagna ad una comprensione più profonda del significato cristiano della pace e questo dipende in gran parte dalla serietà con la quale le nostre Chiese particolari accolgono e invocano il dono della pace e lo esprimono nella celebrazione liturgica. Si insiste e si invita a fare passi efficaci su tale questione perché da ciò dipende la qualità della nostra partecipazione eucaristica e l’efficacia del nostro inserimento, così come espresso nelle beatitudini, tra coloro che sono operatori e costruttori di pace.

8. Opportuna catechesi ai fedeli
Al termine di queste considerazioni, si esortano, pertanto, i Vescovi e, sotto la loro guida, i sacerdoti a voler considerare e approfondire il significato spirituale del rito della pace nella celebrazione della Santa Messa, nella propria formazione liturgica e spirituale e nell’opportuna catechesi ai fedeli. Cristo è la nostra pace, quella pace divina, annunziata dai profeti e dagli angeli, e che Lui ha portato nel mondo con il suo mistero pasquale. Questa pace del Signore Risorto è invocata, annunziata e diffusa nella celebrazione, anche attraverso un gesto umano elevato all’ambito del sacro.

L’APPROVAZIONE DI PAPA FRANCESCO
Il Santo Padre Francesco, il 7 giugno 2014, ha approvato e confermato quanto è contenuto in questa Lettera circolare, preparata dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, e ne ha disposto la pubblicazione. (I titoli dei paragrafi sono redazionali).
  
(Fonte: Antonio Canizares, Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, 8 giugno 2014).



giovedì 9 giugno 2016

Al vaticanista Valli non piace la Chiesa che sposa la logica del mondo

In occasione del discorso tenuto nel 2014 da papa Francesco al Parlamento ed al Consiglio d’Europa, il vaticanista Aldo Maria Valli disse del Pontefice che aveva saputo portare «una ventata di coraggio» e sottolineò i «tantissimi applausi» e la «standing ovation» riservatigli. Per il Sinodo straordinario sulla Famiglia scrisse con entusiasmo: «Francesco ha già vinto», tessendo l’elogio di un’assise «non ingessata».
Quando il Papa incontrò il fondatore della teologia della liberazione, Gustavo Gutierrez, affermò che il Pontefice non aveva esitato «a recuperare quanto, dal suo punto di vista», ci potesse «essere di buono e di valido» in essa. Non ci sono dubbi dunque sulla collocazione in area “progressista” di Valli, 58 anni, vaticanista prima del Tg 3 e adesso del Tg1, con un curriculum che va dalle collaborazioni a testate come Europa (quotidiano in orbita Margherita prima e Pd dopo), a libri dal titolo inequivocabile quali Difendere il Concilio (scritto a quattro mani con mons. Luigi Bettazzi) e Storia di un uomo, ritratto di Carlo Maria Martini (testo che, si legge sul sito della stessa casa editrice, sarebbe stato seguito «con la consueta discrezione» dal Cardinale «senza nascondere simpatia e affetto per l’autore e la sua ricerca»).
Per questo hanno suscitato stupore e polemiche alcuni interventi sul suo blog decisamente critici nei confronti dell’Esortazione apostolica Amoris Laetitia di papa Francesco. Critiche ancor più rilevanti, perché non provenienti da ambienti legati alla Tradizione, eppure mirate, precise, tecnicamente ineccepibili. Contestano, ad esempio, la «logica del caso per caso, a sua volta figlia dell’etica della situazione» rintracciata nel testo pontificio a proposito della S. Comunione ai divorziati risposati ed ai luterani od a proposito del dialogo interreligioso; contestano la compresenza di due Papi («abbiamo un papa, ma anche due»); contestano persino il “mantra” del «chi sono io per giudicare?» fautore di una sorta di riedizione del dubbio metodico: «Non c’è forse anche lì il germe del relativismo?»; contestano la «logica del “ma anche”» come «pretesa di tenere uniti gli opposti», fonte di confusione, di banalizzazioni, di ambiguità, di compromessi a spese della Dottrina. Però «chi cerca la Verità con la V maiuscola non vuole scorciatoie e parole ambivalenti. Ha desiderio di indicazioni di senso», commenta Valli. Giustissimo.
E prosegue, esemplarmente: «Quando Francesco, prendendo parte a un video interreligioso (nel quale appaiono un musulmano, una buddista, un ebreo e un prete cattolico) ha detto che le persone «trovano Dio in modi diversi» e «in questa moltitudine c’è una sola certezza per noi: siamo tutti figli di Dio», chi eventualmente volesse avere un’altra certezza di un certo spessore (qual è la vera fede?) potrebbe arrivare alla conclusione che è la nostra, ma anche quella degli altri». Non fa una grinza.
Paradigmatica, anzi da manuale la ragione addotta da Valli per spiegare i suoi rilievi: «Ecco che cosa c’è di male: che la Chiesa del “ma anche” sposa esattamente la logica del mondo, non quella del Vangelo di Gesù. E infatti riceve gli applausi del mondo. Ma noi sappiamo che questo non è un buon segno. Il cristiano, quando è coerente, è perseguitato dal mondo, non applaudito». È vero, Gesù del resto aveva ammonito: «Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi» (Lc 6, 26)…
Valli giunge così a chiamar per nome la fonte di tutti i guai: il «soggettivismo», detto anche «relativismo», che, «come il lupo della favola, si traveste e indossa l’abito della coscienza morale e, per giustificarsi, dice con voce suadente “ma io, in coscienza…”», quella coscienza che non è – come dovrebbe invece essere – «capacità di verità», ma è piuttosto quella bollata da Benedetto XVI. «Nel pensiero moderno – disse nel 2010 – la parola “coscienza” significa che, in materia di morale e di religione, la dimensione soggettiva, l’individuo, costituisce l’ultima istanza della decisione». Il che non va bene. Proprio non va bene. Infatti, spiega Valli, «il primato della coscienza non può essere confuso con l’impossibilità o l’incapacità di giudicare. A rischio è l’autorevolezza stessa del papa, ma soprattutto il destino eterno delle anime».
Ed ancora: «In questa strategia vedo uno squilibrio. L’attenzione posta alla misericordia ed alla tenerezza di Dio, non accompagnata da un impegno altrettanto assiduo nel sottolineare la questione della verità, del vero bene e del modo di attingerlo, espone al rischio dell’indeterminatezza e del sentimentalismo». Anche perché «una pastorale senza dottrina o costruita su una dottrina vaga e ambigua può andare contro la verità evangelica». Il dubbio è più che legittimo e la domanda conseguente: «La Chiesa non dovrebbe forse portare alla luce la condotta di vita improntata al peccato? E non sta forse proprio in questo esercizio la più alta forma di misericordia?»
Insomma tutto appare ormai chiaro a chi voglia interrogarsi, sinceramente e semplicemente da cattolico, sulla rotta impressa alla Barca di Pietro dagli ultimi sviluppi vaticani. Che non riguardano solo il Pontefice, perché, come nota giustamente Valli, «lo scivolamento dalla logica dell’et et a quella del non solum, sed etiam avviene ogni giorno, in modo magari impercettibile, ma inesorabile. E coinvolge persone degnissime e buonissime, convinte in cuor loro di essere al servizio del Vangelo». Non v’è davvero altro da aggiungere.
  
(Fonte: Mauro Faverzani, Corrispondenza Roana, 8 giugno 2016)



giovedì 26 maggio 2016

Le false idee sul diaconato femminile di Lucetta Scaraffia

Dopo la drammatica Esortazione apostolica Amoris Laetitia, dopo la macabra pantomima pannelliana e vaticana a cui abbiamo assistito in questi giorni, osserviamo pure che ci sono persone non sufficientemente soddisfatte delle rivoluzioni in corso nella Chiesa, vorrebbero un sovvertimento maggiore, questo accade, per esempio, a Lucetta Scaraffia, direttrice dell’inserto Donne, Chiesa, Mondo de L’Osservatore Romano.
Le risposte che Scaraffia ha dato a Virginia Piccolillo del Corriere della Sera (12 maggio 2016), a proposito dell’eventualità di aprire il diaconato alle donne, sono inconfutabilmente di timbro protestante. Ella si rallegra di una possibile svolta sulle donne diacono: «Potranno esserci, ma bisognerà superare alcuni ostacoli». Quali ostacoli? «Solo di diritto canonico. Non è una cosa che va contro la dottrina cattolica. È soltanto un problema di regole da aggiornare».
E perché, chiede la giornalista, non sono state aggiornate prima? Non perché nella Chiesa il diaconato femminile non è mai stato inserito fra gli ordini della gerarchia apostolica (composta da tre gradi: diaconi, presbiteri, vescovi), istituita dal Figlio di Dio, ma perché «le donne non lo hanno mai chiesto». È sufficiente chiedere per ottenere le bizzarrie antidottrinali? Il sistema è quello del totalitarismo secolarizzato ed ideologico attuale: falsi diritti imposti a tutti. E così il femminismo, che storpia e deturpa la natura femminile, è oggi presente nell’intellighenzia della Chiesa.
Scaraffia sostiene che le suore presenti all’udienza concessa da Papa Francesco all’Unione internazionale Superiore generali (Uisg) il 12 maggio u.s. hanno avuto il «coraggio», grazie all’invito del Pontefice, di avanzare quesiti «non addomesticati», come a dire che le suore, prima di questo Pontificato, erano in cattività. Siamo di fronte, dice ancora Scaraffia, ad una «super-rivoluzione. Evidentemente non ne possono più di essere sempre in un ruolo subordinato. Come del resto non sopportavamo più noi laiche. Il mondo sta cambiando, saranno cambiate anche loro».
La volontà di comando nelle istituzioni religiose è una grande tentazione per le figlie del Sessantotto e del Concilio Vaticano II. Tale tentazione diabolica, parallela alla teoria di genere, dove i sessi non hanno più cromosomi e impronte digitali, è distruttiva per la collettività e per l’equilibrio psicofisico degli individui.
La Madonna, modello per essenza del ruolo femminile, è sempre stata nella Chiesa la stella polare per ogni donna cattolica, in grado di dirigere con dolcezza e fermezza, con mitezza e determinazione, i passi di ciascuna, sposa o suora che fosse. La donna è chiamata ad essere sposa e madre, sempre, anche quando sceglie l’abito religioso, perché sposa di Cristo e madre spirituale di molti. Se così non fosse sarebbe un’irrealizzata, una frustrata, un prodotto della rivoluzione in itinere, che non ha nulla a che vedere con lo sguardo di eternità della Chiesa, mai legato, per principi e catechesi, alle contingenze e agli accidenti della contemporaneità.
La Madonna non ha mai voluto prendere il posto degli Apostoli e gli Apostoli le hanno sempre riconosciuto il suo elevatissimo gradino di merito e privilegio: unica creatura umana ad essere stata preservata dal peccato originale. Maria Vergine è così sublime, nel suo candore e nella sua potenza d’amore, così immensa nel suo essere Madre di Dio, che è fuori dagli esercizi di potere ecclesiastico. Dio le ha affidato altri compiti, così come li ha affidati alle donne, compiti di carattere nobilissimo, ma diversi da quelli maschili. Anzi, la donna che scimmiotta l’uomo è assai ridicola e lo è perché non è se stessa.
Affermò Innocenzo III: «anche se la beatissima Vergine Maria si trova in un grado più alto ed è più di tutti gli apostoli messi insieme, il Signore non ha affidato a lei, ma agli apostoli, le chiavi del regno». Il Creatore assegna compiti per ogni creatura che umilmente si pone al Suo servizio e al servizio della Chiesa, e cercare di adempiere la Sua volontà significa realizzare se stessi, ottenendo la pace per sé e irradiandola intorno a sé, com’è avvenuto alla Madonna e a tutte le sante.
Le donne del medioevo, in un mondo in cui non esisteva la distorsione del pensiero femminista e, dunque, non c’era nessun antagonismo fra maschi e femmine, le donne religiose sono state donne e come tali hanno avuto riconoscimenti eccelsi, basti ricordare santa Ildegarda di Bingen, santa Chiara di Assisi, santa Matilde di Hackeborn, santa Gertrude la Grande, santa Angela da Foligno, santa Brigida di Svezia, Margherita d’Oingt, santa Giuliana di Cornillon o di Liegi, santa Caterina da Siena, Giuliana di Norwich, santa Veronica Giuliani, santa Caterina da Bologna, santa Caterina da Genova, beata Caterina da Racconigi, santa Giovanna d’Arco… un lungo elenco di autentici volti femminili, che non hanno sentito l’esigenza di indossare maschere allegoriche e pseudoreligiose.
Lucetta Scaraffia è molto fiduciosa in Papa Francesco, ma è pessimista sulla Curia «che non vuole le donne in ruoli direttivi della Chiesa». Al fondo dell’intervista è stato scritto che il Concilio di Calcedonia del 451 stabilì al Canone XV il ministero diaconale alle donne; ma non è vero: le diaconesse dei primi secoli, seppure così chiamate, non sono da confondersi con i diaconi che ricevevano l’ordinazione sacramentale, diventando parte integrante della gerarchia ecclesiastica.
Quindi non si trattava di donne che avessero ricevuto l’ordine sacro; quel Concilio parla in realtà di alcune incaricate in modo permanente a compiere determinati servizi, come istruire le donne catecumene (che avevano chiesto di ricevere il battesimo), sorvegliare la porta durante la Liturgia, compiere atti di varia carità. Sant’Epifanio afferma: «Quantunque ci siano nella Chiesa delle diaconesse, tuttavia non sono incaricate di servizi sacerdotali o per servizi simili, ma per sorvegliare sui buoni costumi delle donne». Di questo tipo di diaconesse parla anche san Paolo, con parole di manifesta gratitudine: «Vi raccomando Febe, nostra sorella, diaconessa della Chiesa di Cencre: ricevetela nel Signore, come si conviene ai credenti, e assistetela in qualunque cosa abbia bisogno; anch’essa infatti ha protetto molti, e anche me stesso» (Rm 16,1-2).
Alle suore ribelli e scalpitanti, che ambiscono ai posti d’onore, quelli che catturano gli occhi delle telecamere, ma non quelli di Dio, ricordiamo ciò che scrisse la mistica Madre Luisa Margherita Claret de la Touche (1868-1915): «La mia ragion d’essere è di essere un nulla, una piuma che vola al vento, un granello di sabbia sollevato dal mare; ma questa piuma, questo granello di sabbia, messaggeri dell’Amore Infinito» (Lettera a Padre A. Charrier, 27 dicembre 1908).
Infatti era sorta l’Opera dell’Amore Infinito, esplicita richiesta di Gesù Cristo affinché si potesse offrire, proprio attraverso l’umile suora esiliata in Italia a causa delle feroci leggi anticlericali francesi, linfa orante e rigenerante per il bene dei presbiteri. Il 6 giugno 1902, festa del Sacro Cuore, mentre la Venerabile visitandina adorava il Santissimo Sacramento e mentre chiedeva di poter avere qualche anima da formare per il noviziato del suo convento, si era sentita rispondere da Gesù: «Ti darò delle anime di uomini».
Non comprendendo il senso di quelle parole, rimase in preoccupato silenzio, ma l’enigma si sciolse quando Cristo disse alla fedele sposa: «Ti darò delle anime di sacerdoti», perché «tu ti immolerai per i miei sacerdoti. Il mio prete è un altro me stesso. Io lo amo, ma deve essere santo. Diciannove secoli fa, dodici uomini hanno cambiato il mondo; ma non erano solo uomini: erano sacerdoti. Anche oggi dodici sacerdoti potrebbero cambiare il mondo».

(Fonte: Cristina Siccardi, Corrispondenza Romana, 25 maggio 2016).



“Amoris laetitia” ha un autore ombra. Si chiama Víctor Manuel Fernández

Impressionanti somiglianze tra i passaggi chiave dell’esortazione di papa Francesco e due testi di dieci anni fa del suo principale consigliere. Un doppio sinodo per una soluzione che era già scritta.

Sono i paragrafi chiave dell’esortazione postsinodale “Amoris laetitia”. E sono anche i più volutamente ambigui, come provano le molteplici e contrastanti interpretazioni e applicazioni pratiche che hanno immediatamente avuto.
Sono i paragrafi del capitolo ottavo che di fatto danno il via libera alla comunione ai divorziati risposati.
Che lì papa Francesco volesse arrivare, è ormai evidente a tutti. E del resto già lo faceva quando era arcivescovo di Buenos Aires.
Ma ora si scopre che anche alcune formulazioni chiave della “Amoris laetitia” hanno una preistoria argentina, ricalcate come sono su un paio di articoli del 2005 e del 2006 di Víctor Manuel Fernández, già allora e ancor più oggi pensatore di riferimento di papa Francesco e scrittore ombra dei suoi testi maggiori.
Più sotto sono messi a confronto alcuni passaggi della “Amoris laetitia” con dei brani di quei due articoli di Fernández. La somiglianza tra gli uni e gli altri è fortissima.
Ma prima è utile inquadrare il tutto.

In quegli anni Fernández era professore di teologia alla Universidad Católica Argentina di Buenos Aires.
E in quella stessa università si era tenuto nel 2004 un congresso teologico internazionale di approfondimento della “Veritatis splendor”, l’enciclica di Giovanni Paolo II “circa alcune questioni fondamentali dell’insegnamento morale della Chiesa”, decisamente critica dell’etica “della situazione”, la corrente lassista già presente tra i gesuiti nel secolo XVII e oggi più che mai diffusa nella Chiesa.
Attenzione. La “Veritatis splendor” non è un’enciclica minore. Nel marzo del 2014, in uno dei suoi rari e meditatissimi scritti da papa emerito, Joseph Ratzinger, nell’indicare le encicliche a suo giudizio “più importanti per la Chiesa” delle quattordici pubblicate da Giovanni Paolo II, ne citò dapprima quattro, con poche righe ciascuna, ma poi ne aggiunse una quinta, che era proprio la “Veritatis splendor”, alla quale dedicò un’intera pagina, definendola “di immutata attualità” e concludendo che “studiare e assimilare questa enciclica rimane un grande e importante dovere”.
Nella “Veritatis splendor” il papa emerito vedeva restituito alla morale cattolica il suo fondamento metafisico e cristologico, l’unico capace di vincere la deriva pragmatica della morale corrente, “nella quale non esiste più quel che è veramente male e quel che è veramente bene, ma solo quello che, dal punto di vista dell’efficacia, è meglio o peggio”.
Ebbene, quel convegno del 2004 a Buenos Aires, dedicato in particolare alla teologia della famiglia, si mosse nella stessa direzione tratteggiata da Ratzinger. E fu proprio per reagire a quel convegno che Fernández scrisse i due articoli qui citati, praticamente in difesa dell’etica della situazione.
Anche a motivo di quei due articoli la congregazione per l’educazione cattolica bloccò la candidatura di Fernández a rettore della Universidad Católica Argentina, salvo poi doversi piegare, nel 2009, all’allora arcivescovo di Buenos Aires Jorge Mario Bergoglio, che fece fuoco e fiamme per ottenere il nulla osta alla promozione del suo pupillo.
Nel 2013, appena eletto papa, Bergoglio insignì Fernández perfino dell’ordine episcopale, con il titolo dell’estinta sede metropolitana di Tiburnia. Mentre tenne confinato alla Biblioteca Apostolica Vaticana il principale responsabile della bocciatura, il teologo domenicano Jean-Louis Bruguès, senza farlo cardinale, come invece è tradizione per tutti i Bibliotecari di Santa Romana Chiesa.
E da allora Fernández passa quasi più tempo a Roma che a Buenos Aires, impegnatissimo com’è a fare da ghostwriter del suo amico papa, senza che nel frattempo siano cresciute le sue credenziali di teologo, già tutt’altro che brillanti all’esordio.
Il primo libro, infatti, che rivelò al mondo il genio di Fernández fu: “Guariscimi con la tua bocca. L’arte di baciare”, edito nel 1995 in Argentina con questa presentazione al lettore fatta dall’autore stesso: “Ti chiarisco che questo libro non é stato scritto sulla base della mia personale esperienza quanto della vita della gente che bacia. In queste pagine voglio riassumere il sentimento popolare, quello che la gente prova quando pensa a un bacio, quello che sentono i mortali quando baciano. Per questo ho parlato a lungo con tante persone che hanno molta esperienza in materia, e anche con tanti giovani che imparano a baciare alla loro maniera. Inoltre ho consultato tanti libri e ho voluto mostrare come i poeti parlano del bacio. Così, nell’intento di sintetizzare l’immensa ricchezza della vita sono venute queste pagine a favore del bacio, che spero ti aiutino a baciare meglio, che ti spingano a liberare in un bacio il meglio del tuo essere”.
Mentre per quanto riguarda la considerazione che Fernández ha di sé basta una citazione di un anno fa, da una sua intervista al “Corriere della Sera”, sprezzante nei confronti del cardinale Gerhard L. Müller, prefetto della congregazione per la dottrina della fede e quindi esaminatore previo – ma da tre anni inascoltato – delle bozze dei testi papali: “Ho letto che alcuni dicono che la curia romana fa parte essenziale della missione della Chiesa, o che un prefetto del Vaticano è la bussola sicura che impedisce alla Chiesa di cadere nel pensiero ‘light’; oppure che quel prefetto assicura l’unità della fede e garantisce al pontefice una teologia seria. Ma i cattolici, leggendo il Vangelo, sanno che Cristo ha assicurato una guida ed una illuminazione speciale al papa e all’insieme dei vescovi ma non a un prefetto o ad un altra struttura. Quando si sentono dire cose del genere sembrerebbe quasi che il papa fosse un loro rappresentante, oppure uno che è venuto a disturbare e che dev’essere controllato. […] Il papa è convinto che quello che ha già scritto o detto non possa essere punito come un errore. Dunque, in futuro tutti potranno ripetere quelle cose senza la paura di ricevere sanzioni”.
Questo è dunque il personaggio che Francesco si tiene stretto come suo pensatore di riferimento, l’uomo che ha messo per iscritto larghe parti della “Evangelii gaudium”, il programma del pontificato, della “Laudato si’“, l’enciclica sull’ambiente, e infine della “Amoris laetitia”, l’esortazione postsinodale sulla famiglia.

Ed ecco qui di seguito i passaggi della “Amoris laetitia” in cui sono evidenti i ricalchi sulle formulazioni di Fernández di dieci anni fa.
Che è utile leggere tenendo presente quanto detto recentemente da Robert Spaemann, un grande filosofo e teologo al quale Fernández non può neppure essere messo a paragone: “Il vero problema è un’influente corrente di teologia morale, già presente tra i gesuiti nel secolo XVII, che sostiene una mera etica situazionale. Giovanni Paolo II ha ricusato l’etica della situazione e l’ha condannata nella sua enciclica ‘Veritatis splendor’. ‘Amoris Laetitia’ rompe anche con questo documento magisteriale”.

Confronto tra la “Amoris laetitia” e due articoli di Víctor Manuel Fernández di dieci anni fa
I testi con le rispettive abbreviazioni: 
AL – Francesco, Esortazione apostolica postsinodale “Amoris laetitia”, 19 marzo 2016. 
Fernández 2005 – V. M. Fernández, “El sentido del carácter sacramental y la necesidad de la confirmación”, in “Teología” 42 n. 86, 2005, pp. 27-42.
Fernández 2006 – V. M. Fernández, “La dimensión trinitaria de la moral. II. Profundización del aspecto ético a la luz de ‘Deus caritas est’“, in “Teología” 43 n. 89, 2006, pp. 133-163.
Sono indicati ogni volta, accanto alle abbreviazioni, per la “Amoris laetitia” i numeri dei paragrafi e per gli articoli di Fernández le pagine.

“AMORIS LAETITIA” 300
(AL: 300)
Si evita il rischio che un determinato discernimento porti a pensare che la Chiesa sostenga una doppia morale.
(Fernández 2006: 160)
Non si propone in tal modo una doppia morale o una “morale della situazione”.

“AMORIS LAETITIA” 301
(AL: 301)
Per comprendere in modo adeguato perché è possibile e necessario un discernimento speciale in alcune situazioni dette “irregolari”, c’è una questione di cui si deve sempre tenere conto, in modo che mai si pensi che si pretenda di ridurre le esigenze del Vangelo. La Chiesa possiede una solida riflessione circa i condizionamenti e le circostanze attenuanti. Per questo non è più possibile dire che tutti coloro che si trovano in qualche situazione cosiddetta “irregolare” vivano in stato di peccato mortale, privi della grazia santificante.
(Fernández 2005: 42)
Tenendo conto dei condizionamenti che attenuano o sopprimono l’imputabilità (cf. CCE 1735), esiste sempre la possibilità che una situazione oggettiva di peccato coesista con la vita della grazia santificante.
(AL: 301)
I limiti non dipendono semplicemente da una eventuale ignoranza della norma. Un soggetto, pur conoscendo bene la norma, può avere grande difficoltà nel comprendere “valori insiti nella norma morale” [Nota 339] o si può trovare in condizioni concrete che non gli permettano di agire diversamente e di prendere altre decisioni senza una nuova colpa.
[Nota 339: Giovanni Paolo II, Esort. ap. “Familiaris consortio”, 22 novembre 1981, 33: AAS 74 (1982), 121].
(Fernández 2006: 159)
Quando il soggetto storico non si trova in condizioni soggettive per agire diversamente o di comprendere “i valori insiti nella norma” (cf. FC 33c), o quando “un impegno sincero riguardo a una norma determinata può non portare immediatamente ad accertare l’osservanza di tale norma” [Nota 45].
[Nota 45: B. Kiely, “La ‘Veritatis splendor’ y la moralidad personal”, in G. Del Pozo Abejon (ed.), “Comentarios a la ‘Veritatis splendor’“, Madrid, 1994, p. 737].
(AL: 301)
Come si sono bene espressi i Padri sinodali, “possono esistere fattori che limitano la capacità di decisione”. Già san Tommaso d’Aquino riconosceva che qualcuno può avere la grazia e la carità, ma senza poter esercitare bene qualcuna delle virtù [Nota 341], in modo che anche possedendo tutte le virtù morali infuse, non manifesta con chiarezza l’esistenza di qualcuna di esse, perché l’agire esterno di questa virtù trova difficoltà: “Si dice che alcuni santi non hanno certe virtù, date le difficoltà che provano negli atti di esse, […] sebbene essi abbiano l’abito di tutte le virtù” [Nota 342].
[Nota 341: Cfr Summa Theologiae I-II, q. 65, a. 3, ad 2; De malo, q. 2, a. 2].
[Nota 342: Ibid., ad 3].
(Fernández 2006: 156)
San Tommaso riconosceva che qualcuno può avere la grazia e la carità, ma senza poter esercitare bene qualcuna delle virtù “propter aliquas dispositiones contrarias” (ST I-II 65, 3, ad 2). Questo non significa che non possieda tutte le virtù, bensì che non può manifestare con chiarezza l’esistenza di qualcuna di esse perché l’agire esterno di questa virtù trova difficoltà per disposizioni contrarie: “Si dice che alcuni santi non hanno certe virtù, date le difficoltà che provano negli atti di esse, sebbene essi abbiano l’abito di tutte le virtù” (ibid., ad 3).

“AMORIS LAETITIA” 302
(AL: 302)
Riguardo a questi condizionamenti il Catechismo della Chiesa cattolica si esprime in maniera decisiva: “L’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere diminuite o annullate dall’ignoranza, dall’inavvertenza, dalla violenza, dal timore, dalle abitudini, dagli affetti smodati e da altri fattori psichici oppure sociali” [Nota 343]. In un altro paragrafo fa riferimento nuovamente a circostanze che attenuano la responsabilità morale, e menziona, con grande ampiezza, l’immaturità affettiva, la forza delle abitudini contratte, lo stato di angoscia o altri fattori psichici o sociali [Nota 344]. Per questa ragione, un giudizio negativo su una situazione oggettiva non implica un giudizio sull’imputabilità o sulla colpevolezza della persona coinvolta [Nota 345].
[Nota 343: N. 1735].
[Nota 344: Cfr ibid., 2352; Congregazione per la Dottrina della Fede, Dich. “Iura et bona” sull’eutanasia, 5 maggio 1980, II: AAS 72 (1980), 546. Giovanni Paolo II, criticando la categoria della “opzione fondamentale”, riconosceva che “senza dubbio si possono dare situazioni molto complesse e oscure sotto l’aspetto psicologico, che influiscono sulla imputabilità soggettiva del peccatore” (Esort. ap. “Reconciliatio et paenitentia”, 2 dicembre 1984, 17: AAS 77, 1985, 223)].
[Nota 345: Cfr Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, Dichiarazione sull’ammissibilità alla comunione dei divorziati risposati, 24 giugno 2000, 2].
(Fernández 2006: 157)
Ciò appare in un modo esplicito nel Catechismo della Chiesa cattolica: “L’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere diminuite o annullate dall’ignoranza, dall’inavvertenza, dalla violenza, dal timore, dalle abitudini, dagli affetti smodati e da altri fattori psichici oppure sociali” (CCC 1735). Il Catechismo fa riferimento ugualmente all’immaturità affettiva, alla forza delle abitudini contratte, allo stato di angoscia (cf. CCE 2352). Nell’applicare questa convinzione, il pontificio consiglio per i testi legislativi afferma, riferendosi alla situazione di divorziati risposati, che solo si parla di “peccato grave, inteso oggettivamente, perché (p. 158) dell’imputabilità soggettiva il ministro della comunione non potrebbe giudicare” [Nota 42].
[Nota 42: Pontificio consiglio per i testi legislativi, Dichiarazione del 24 giugno 2000, punto 2a].
(Fernández 2005: 42)
D’altra parte, dato che non  possiamo giudicare la situazione soggettiva delle persone [Nota 23] e tenendo conto dei condizionamenti che attenuano o sopprimono l’imputabilità (cf. CCE 1735), esiste sempre la possibilità che una situazione oggettiva di peccato coesista con la vita della grazia santificante.
[Nota 23: Su questo punto alcuni interventi recenti del magistero non lasciano posto a dubbi. Il pontificio consiglio per i testi legislativi afferma, facendo riferimento alla situazione dei divorziati risposati, che si parla di “peccato grave, inteso oggettivamente, perché dell’imputabilità soggettiva il ministro della comunione non potrebbe giudicare”: Pontificio consiglio per i testi legislativi, Dichiarazione del 24 giugno 2000, punto 2a. Allo stesso modo, in una recente notificazione della congregazione per la dottrina della fede, si sostiene che per la dottrina cattolica “esiste una valutazione precisa e ferma sulla moralità oggettiva delle relazioni sessuali tra persone dello stesso sesso”, mentre “il grado di imputabilità morale soggettiva che tali relazioni possono avere in ogni caso singolo è una questione che qui non è in discussione”: Congregazione per la dottrina della fede, Notifica su alcuni scritti del Rev.do P. Marciano Vidal, 22 febbraio 2001, 2b. Evidentemente, la base di queste affermazioni si trova in quanto difende il Catechismo della Chiesa cattolica nel punto 1735, citato alla fine del testo di questo articolo].

“AMORIS LAETITIA” 305
(AL: 305)
A causa dei condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa [Nota 351]. Il discernimento deve aiutare a trovare le strade possibili di risposta a Dio e di crescita attraverso i limiti.
[Nota 351: In certi casi, potrebbe essere anche l’aiuto dei sacramenti…].
(Fernández 2006: 156)
Questo dinamismo trinitario che riflette la vita intima della divine persone può realizzarsi anche entro una situazione oggettiva di peccato (p. 157) sempre che, a causa del peso dei condizionamenti, non sia soggettivamente colpevole.
(Fernández 2006: 159)
… una “realizzazione del valore entro i limiti delle capacità morali del soggetto” [Nota 46]. Ci sono, allora, “obiettivi possibili” per questo soggetto concizionato, o “tappe intermedie” [Nota 47] nella realizzazione di un valore, anche se orientate sempre al pieno compimento della norma.
[Nota 46: G. Irrazabal, “La ley de la gradualidad como cambio de paradigma”, in “Moralia” 102/103 (2004), p. 173].
[Nota 47: Cf. G. Gatti, “Educación moral”, in AA.VV., “Nuevo Diccionario de Teología moral”, Madrid, 1992, p. 514].
(Fernández 2006: 158)
Non c’è dubbio che il magistero cattolico ha ammesso con chiarezza che un’atto oggettivamente cattivo, come è il caso di una relazione prematrimoniale o l’uso di un preservativo in un rapporto sessuale, non necessariamente porta a perdere la vita della grazia santificante, dalla quale trae origine il dinamismo della carità.
(Fernández 2005: 42)
D’altra parte, posto che non possiamo giudicare della situazione soggettiva delle persone e tenendo conto dei condizionamenti che attenuano o sopprimono l’imputabilità (cf. CCE 1735), esiste sempre la possibilità che una situazione oggettiva di peccato coesista con la vita della grazia santificante.
(Fernández 2005: 42)
Non giustifica questo l’amministrazione del battesimo e della cresima ad adulti che si trovano in una situazione oggettiva di peccato, sulla cui colpevolezza soggettiva non si può emettere giudizio?

(Fonte: Sandro Magister, www.chiesa, 25 maggio 2016)




La dittatura del Partito Radicale di Massa

Il coro pressoché unanime seguito alla morte di Marco Pannella, non ancora sepolto e già risorto nelle celebrative e nostalgiche parole di politici, giornalisti e – addolora dirlo – persino sacerdoti ed alti prelati, è qualcosa di troppo vasto e imbarazzante, per impedire a chiunque di cogliere che si sta celebrando la nascita di un nuovo, travolgente soggetto politico: il PRM, il Partito Radicale di Massa. Previsto con enorme anticipo, su tutti, dal grande Augusto Del Noce (1910–1989) nel suo Il suicidio della rivoluzione (1978) – in cui spiegava che «l’esito dell’eurocomunismo» non avrebbe potuto «essere che quello di trasformare il comunismo in una componente della società borghese ormai completamente sconsacrata» -, il PRM non è solo un soggetto politico nuovo ma del tutto monopolizzante, che oltre a superare sta annientando quel che resta di Destra e Sinistra inglobandole sotto le insegne del Pensiero Unico.
Dell’esistenza di questo Partito – esistenza oggi constatabile sulla base di tantissimi elementi, primo fra tutti l’impressionante prossimità che, a livello parlamentare, le forze politiche fanno registrare sui temi etici, sui quali le divisioni sono, salvo rarissimi casi, pura finzione – si vociferava da tempo, ma il decesso del suo italico profeta è stata l’occasione della fondazione ufficiale. Del resto, solo con una morte poteva esordire un Partito che di morte odora lontano un miglio, radunando tutti i favorevoli all’aborto di Stato, alla fecondazione extracorporea, alla legalizzazione delle cosiddette droghe leggere nonché – per restare in tema – alla “dolce morte”, appunto. Ma la forza di questo nuovo soggetto non nasce solo dal numero dei suoi adepti, ma anche dal quello delle sue sedi territoriali. Quante sono? Quanti sono i suoi adepti.
Il PRM, infatti, è completo sia di una dimensione religiosa individualistica – condensata nel culto, come osserva il filosofo Marcello Veneziani, alla divinità cinica ed egoista di Kazzimiei – sia di un potere talmente esteso da non temere alcuna competizione elettorale. Del resto, che bisogno dovrebbe avere di elettori, un Partito che vanta già sudditi? Perché dovrebbe preoccuparsi del consenso, un Partito che controlla già coscienze omologandole su tutti i temi antropologicamente decisivi? Per quale ragione affannarsi a raccogliere iscrizioni quando si hanno già milioni di adesioni inconsapevoli e volontarie al tempo stesso? Il PRM non segue i sondaggi, non teme le urne, né i referendum costituzionali. Solo di una cosa ha enorme paura: della Verità, intesa come svelamento di tutte le menzogne sulle quali un’antropologia individualistica si sostiene propagando il verbo di Kazzimiei.
La forza della Verità – senza dubbio irresistibile – non deve però far credere che il PRM sia a rischio di sconfitta né, tanto meno, di scioglimento dato che il suo radicamento, oggi, è persino superiore alle previsioni di Del Noce, che probabilmente non immaginava un arruolamento massiccio, nel Partito, anche di uomini di Chiesa. Inoltre, la Verità – a differenza delle menzogne – abbisogna di testimoni, di gente disposta a perderci; ma la gente disposta a perderci per la Verità è oggi molta meno, purtroppo, di quella disposta a perdersi per il Partito. Viene così facile pronosticare, almeno nel breve termine, una ulteriore espansione di questa entità omologante, che seguiterà  orwellianamente a collezionare nuove reclute quasi agli stessi ritmi con cui colleziona errori. Tanto, il solo scopo che si prefigge è il Caos, lo svuotamento etico foderato di filantropia.
Non sentirete infatti mai esplicite parole d’odio o di rabbia da parte di uomini del Partito, non perché odio e rabbia oggi siano scomparsi – tutt’altro –, ma perché i sentimenti forti, qualunque essi siano, rischiano di rianimare l’elettroencefalogramma di una massa che deve essere anestetizzata, che non deve più vivere ma vegetare. Il PRM propone così una solidarietà al ribasso, uno stare insieme che sia coesistenza senza essere fratellanza, convivenza senza essere comunione, tutti insieme eppur tutti soli, senza radici né in Cielo né in terra: non in terra per non ricordarsi di avere una memoria da coltivare, non in Cielo per non sognarsi un futuro da costruire. Purtroppo per il PRM, però, l’uomo ha desideri più grandi delle sue minime necessità e, per quanto il Pensiero Unico prosperi come prospera oggi, ci saranno sempre alcuni con nostalgia di Verità, di cose grandi e pure. Una nostalgia destinata, un domani, ad incenerire il PRM, che finirà nel Nulla per cui si è sempre battuto.

(Fonte: Giuliano Guzzo, 21 maggio 2016)



Le donne prete: l’ultimo attacco gender alla Chiesa

Anche se l’annuncio di ieri (con fanfara, trombe e tamburi) parla di una “apertura al diaconato per le donne”, per compiere opere di catechesi e servizio (diaconessa non è il femminile di diacono), le campane nella nostra mente stanno suonando a martello. Ancora una volta. Le donne infatti nella Chiesa compiono già opere di ogni tipo e parlare di diaconato è solo un espediente per aprire al sacerdozio femminile, anche perché il diaconato femminile non ha alcuna liceità, essendo il primo grado del sacerdozio.
Si vuole quindi imporre la donna prete entro breve. Non ci sono altre letture. Ormai il metodo di lavoro di Papa Francesco lo conosciamo e presto o tardi qualcuno ci verrà a dire che le donne prete sono perfettamente in linea con la Bibbia, ma anche con i Veda, il Corano e, perché no, con il Necronomicon.
Su questo argomento però non si può discutere e l’unico modo per avere le donne prete sarebbe andare contro il Magistero, anche recentissimo, della Chiesa e contro le pronunce di due predecessori dei tempi moderni, Beato Paolo VI e San Giovanni Paolo II. Sappiamo però che Francesco se vuole fare una cosa la fa, esattamente come è accaduto con la pericolosissima Amoris Laetitia che apre all’Eucarestia per i divorziati (sì, esatto), ma su questo frangente il discernimento caso per caso non esiste (se poi esista in generale è una discussione ancora aperta). O le donne possono fare le pretesse o no. E ovviamente non possono.
E’ chiaro che le donne diacono ci metterebbero pochi minuti ad arrogarsi il diritto di celebrare messe, “consacrare”, imporre le mani, impartire sacramenti. Sappiamo che succederà. E quindi fra pochi anni ci diranno “ormai è prassi pastorale, le donne prete nei fatti ci sono già e non c’è motivo per cui non vadano pienamente ordinate”.
Ora capiamo perché l’Osservatore Romano poco tempo fa ha pubblicato sproloqui riguardo il sacerdozio femminile. Non era una boutade fuori controllo, ma qualcosa di predisposto ad hoc. La strategia è quella di indorare la pillola. E capiamo perché Bergoglio ha voluto sottolineare la possibilità di lavare i piedi alle donne, visto che la lavanda dei piedi è l’episodio evangelico in cui si istituisce il sacerdozio.
Il bombardamento mediatico d’altronde è già iniziato, puntuale come un orologio svizzero. La frase fotocopia sui giornali è la seguente: “la motivazione comunemente addotta per dire che le donne non possono fare i preti è che durante l’ultima cena non erano presenti donne”. Quel “comunemente addotta” è la tipica espressione da progressista che vuole comandare in casa d’altri.
Comunemente” in questo caso rappresenterebbe il pensiero dei pontefici della Chiesa Cattolica, che evidentemente passavano in Vaticano per caso, oltre ad una presa di posizione fattualmente ex Cathedra di Giovanni Paolo II, dunque infallibile e non modificabile, nemmeno da un suo successore, perché basata nientepopodimenoche sulle disposizioni di Nostro Signore Gesù Cristo.
“Pertanto – scriveva Giovanni Paolo II nel 1994 – al fine di togliere ogni dubbio su di una questione di grande importanza, che attiene alla stessa divina costituzione della Chiesa, in virtù del mio ministero di confermare i fratelli dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa”.
Però, siccome pare non valga più neanche l’espressione “l’uomo non divida ciò che Dio ha unito” pronunciata da un certo Gesù (qualcuno se lo ricorda?), tanto meno può valere il pronunciamento di un Papa. Di fronte a questa volontà di stravolgere ogni sacramento è comunque bene ricordare che mai e poi mai le donne potranno essere presbitero. E’ definitivo. Qualora le donne diventassero pretesse la Chiesa Cattolica non sarebbe più tale, perché andrebbe contro il disegno di Dio. Nessun uomo è proprietario dei sacramenti, men che meno il Papa.
Paolo VI al riguardo scrisse : “La ragione vera è che Cristo, dando alla Chiesa la sua fondamentale costituzione, la sua antropologia teologica, seguita poi sempre dalla tradizione della Chiesa stessa, ha stabilito così. Che in un coro di voci umane vi sia il tenore e vi sia il soprano, e con quale differenza e insieme con quale armonia di effetti artistici, non è una preferenza per l’uno e un torto per l’altra, ma un ordine, fondato sull’essenza delle persone che lo compongono, una bellezza che ha per origine la sapienza ontologica della natura, cioè di Dio creatore”.
E’ chiaro che, alla luce di quanto appena riportato, si smaschera ancora una volta cosa ci sia dietro la possibilità che le donne diventino prete. Una volontà malcelata di azzerare i sessi e le loro differenze, una teoria del gender in salsa ecclesiastica, che va ad attaccare la base stessa del disegno divino anche e soprattutto contro il sacramento dell’Ordine. Per costruire il mondo di Satana non basta confondere i ruoli di padre e madre, ma si deve attaccare anche e soprattutto quello del sacerdote.
Che sia un Papa a dare adito a tutto ciò, è sinceramente sconfortante. Che nessuno, neanche fra i fantomatici “buoni pastori” apra bocca da mesi, lo è ancora di più.

(Fonte: Francesco Filipazzi, Campari & De Maistre, 13 maggio 2016)
http://www.campariedemaistre.com/2016/05/le-donne-prete-lultimo-attacco-gender.html