mercoledì 11 maggio 2016

Abusi nella Liturgia: Passato il limite del sopportabile

Tra i momenti significativi della presentazione romana - nel tardo pomeriggio di mercoledì 7 aprile - del saggio-manuale di don Nicola Bux  “Con i sacramenti non si scherza” - ce n’è stato uno che forse più di tutti può rendere il sentimento diffuso nell’affollata sala dell’Hotel Columbus. E’ stato quando, rispondendo a una domanda del giornalista Paolo Rodari (di origine ciellina) di ‘Repubblica’ che postulava un nuovo sguardo - “in positivo” - sui “cosiddetti abusi liturgici”, il cardinale Robert Sarah ha risposto che “un abuso non è mai positivo” (applauso a scena aperta) e che “ciò che il Concilio ha voluto, cioè rimettere Dio al centro” è stato negato dagli abusi con cui “si è scartato Dio nella liturgia”. Come, per fare un esempio, in una chiesa di Milano, dove il cardinale ha visto “il tabernacolo confinato in un piccolo spazio tra due enormi pilastri, fuori dell’assemblea liturgica”.
L’appuntamento era di quelli “imperdibili”, sia per l’argomento – affrontato da un autore ben noto… basti pensare al precedente “Come andare a messa e non perdere la fede” – che per la presenza quali relatori dei cardinali Robert Sarah e Raymond L. Burke e dell’ex-presidente dello Ior Ettore Gotti Tedeschi. A introdurre la presentazione Jacopo Coghe (che è anche presidente della Manif pour tous Italia-Generazione Famiglia) e a porre una domanda conclusiva il già citato Paolo Rodari e Guillaume Ferluc (Paix Liturgique).
Il libro è edito da Cantagalli, in collaborazione con la Fondazione baroni Paventi di san Bonaventura. Sono poco più di 200 pagine, ad uso e consumo “di ogni cattolico, praticante abituale o saltuario che sia. O anche, come capita sempre più spesso, semplicemente per una donna o un uomo in ricerca”, come scrive nella prefazione Vittorio Messori.
Nel libro don Nicola Bux presenta metodicamente i sette sacramenti (e i sacramentali, cioè benedizioni, esorcismi, professioni, esequie) spiegandone l’origine, la sostanza, l’amministrazione e affrontandone i punti più delicati e spinosi.
Nel parterre anche i cardinali Saraiva Martins, Brandműller, Farina e De Paolis, il nunzio apostolico negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò, lo studioso del Concilio e pure nunzio apostolico (a riposo) Agostino Marchetto.
Messaggi di adesione sono giunti tra gli altri dai cardinali Cottier (teologo emerito della Casa pontificia, deceduto qualche giorno fa), Műller, Erdö e Piacenza, oltre che dai vescovi Dal Covolo e Laffitte e dal maestro delle Cerimonie pontificie Guido Marini.
In sala consistente la presenza giovanile di sacerdoti e seminaristi in talare.
Qualche altra citazione dell’incontro, oltre a quella iniziale.

1) Card Sarah: i sacramenti sono come farmaci salvavita. Non si puo’ scherzare con loro 
Deformazioni postconciliari: In questi decenni del postConcilio assistiamo a deformazioni della liturgia al limite del sopportabile, in un crescendo che non trova fine. Eppure nei sacramenti è in gioco la lex credendi. 
Sacramenti e farmaci: Come è possibile anche solo immaginarsi di prendersi gioco della presenza di Dio? Scherzare con i sacramenti? Si può scherzare con i farmaci che ti salvano e ti rimettono in salute?
Declassamenti ingiustificati: Nel libro si mette al centro il sacramento dei sacramenti, il Santissimo, oggi inspiegabilmente declassato con la scusa che il Tabernacolo non può stare sull’altare, così come si dice per la Croce. Invece essi forniscono l’orientamento ad Dominum, così necessario in un tempo in cui molti vorrebbero vivere come se Dio non esistesse.
Non pochi sacerdoti: I sacramenti subiscono deformazioni per decisione di non pochi sacerdoti che confondono i fedeli. Nei sacramenti ci sono i Misteri di Cristo. Certi preti hanno modi da conduttori tv nella celebrazione dei sacramenti.
Per capire i sacramenti: Per capire i sacramenti non bisogna aprire gli occhi, ma chiuderli. I sacramenti non si capiscono con gli occhi della carne, ma con quelli interiori, dello spirito.
Al Papa ho detto: Ho incontrato sabato scorso il Papa e gli ho detto che lui ha il potere di far cessare gli abusi, che hanno trasformato l’Eucarestia in spettacolo. E questo è il punto più grave.
Il dono più grande (rispondendo a una domanda di Guillaume Ferluc): Il dono più grande che ho ricevuto da Giovanni Paolo II è lo stupore davanti al Santissimo, uno stupore che non fa paura, ma suscita un amore più grande per il Signore.

2) Card. Burke: mondanizzazione della chiesa e decadenza morale
Da seminarista: Ho vissuto negli Stati Uniti come seminarista la riforma della liturgia dopo il Concilio. Si è diffusa una mentalità mondana, secolare, che ha disprezzato la ricca tradizione della Chiesa in un modo sciocco.
Le conseguenze: Negli Stati Uniti abbiamo scoperto che la gente non va più in chiesa e più del 50% dei cattolici non crede che l’Eucaristia è il Corpo di Cristo. La mondanizzazione ha provocato una perdita della fede. Dall’approccio ‘nuovo’ alla liturgia si è originata anche una decadenza morale orribile.
Creatività: La tendenza postconciliare a rifiutare il diritto di Dio nella liturgia, l’ha resa anarchica in nome della creatività.
Testimonianza: La liturgia è testimonianza della Chiesa una e universale.
Carità e giustizia: Non solo la giustizia non è estranea alla carità, ma è da lei inseparabile. La giustizia è la prima via della carità.

3) Ettore Gotti Tedeschi: la Chiesa contrasti la deriva morale. Necessario un nuovo editto di Costantino
Benvenuto: A voi coraggiosi cattolici, che avete avuto l’ardire di venire qui.
Dottrina cattolica non insegnata: Il XXI secolo sarà il secolo che vedrà le conseguenze globali del degrado verificatosi grazie al non –insegnamento della dottrina cattolica (applauso) 
Editto di Costantino: Nel XXI secolo la Chiesa dovrebbe riflettere sull’avvio di una strategia fondamentale, riproponendo un nuovo Editto di Costantino a un mondo globale che si sta omologando nelle culture peggiori.
Insopportabile: Da molto tempo si sta scherzando con i sacramenti in un modo che sta diventando insopportabile.
All’origine la miseria morale: Non c’è nessuna miseria che non discenda dalla miseria morale, conseguenza della perdita del senso della vita delle persone, come aveva ben capito Benedetto XVI il Grande (applauso)
Convertire i cuori: La Chiesa ha tre vie per cambiare i cuori degli uomini: il magistero, la preghiera e i sacramenti (l’Eucarestia innanzitutto).
Il Tabernacolo di Fatima: L’ultimo dell’anno sono andato a Fatima con mia moglie. Nel santuario hanno spostato il Tabernacolo. C’è un Cristo orribile, arrabbiato e non c’è il Tabernacolo.
L’idolatria peggiore: Oggi noi riteniamo che l’attaccamento al denaro sia l’idolatria peggiore. No, l’idolatria peggiore è a  monte, è la cultura. E’ la cultura che corrompe l’uomo che usa male il denaro. Mammona è la cultura, che ha anche deformato la liturgia, influenzata com’è dal nichilismo contemporaneo. La liturgia è uno strumento di salvezza: se la cultura la trasforma, fa solo il male dell’uomo.

4) Don Nicola Bux: il popolo fedele si allontana dalla chiesa, inesorabilmente
Don Giussani: Diceva don Giussani che bisogna al Signore che si compia la sua vittoria nel  mondo. Bisogna vincere il male e la morte per mezzo di Gesù Cristo.
Cultura dominante: Attenzione a non accarezzare la cultura laica, affiancandone gli idoli del momento. La Chiesa è tentata di rincorrere il sociale, per non ‘restare indietro’. Ma lo strumento del sacramento è la salvezza che vince il male dell’uomo.
Crisi di fede: Oggi la Chiesa attraversa una crisi di fede. I preti parlano nella Messa per più della metà del tempo, uccidendo il rito. Non è solo la morte della liturgia, ma quella della  fede.
Piani pastorali ridicoli: Chi siamo noi per escogitare piani pastorali per i sacerdoti? Da quarant’anni si fanno ( senza mai trarne un bilancio) e dopo quarant’anni il popolo italiano è diventato più ateo, più agnostico, il popolo fedele si allontana dalla Chiesa, inesorabilmente e la corruzione dilaga più di prima.

(Fonte: Giuseppe Rusconi, www.cristiano cattolico, 10 maggio 2016)



giovedì 5 maggio 2016

Non c'è più religione. A "L'Osservatore Romano" non piacciono i monoteismi

Per rilanciare in formato rivista il supplemento femminile de "L'Osservatore Romano" si è scomodato nientemeno che il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato.
Al suo fianco, martedì 3 maggio nella Filmoteca di Palazzo San Carlo, adiacente a Casa Santa Marta, c'erano naturalmente il direttore del quotidiano della Santa Sede, Giovanni Maria Vian, e la coordinatrice di "Donne Chiesa Mondo", Lucetta Scaraffia (vedi foto).
C'era anche il prefetto della neonata segreteria per la comunicazione, monsignor Dario Edoardo Viganò, che di per sé sarebbe in Vaticano l'autorità più alta in materia, a maggior ragione nell'attuale fase di ristrutturazione dei media. Ma stranamente se ne è stato in fondo alla sala e in silenzio, tra il pubblico in piedi.
Stranamente ma non troppo. Un mese fa, in un'intervista a "Rossoporpora", Viganò non era stato particolarmente espansivo riguardo al futuro de "L'Osservatore Romano". Aveva fatto presagire la riduzione della sua attuale foliazione quotidiana a minuscolo bollettino ad uso della curia e delle sole edicole attorno al Vaticano, perché "per noi è un po' la gazzetta ufficiale, dato che vi vengono pubblicate le nomine". Mentre per gli articoli più pensosi aveva ipotizzato un'uscita settimanale, come già avviene per le edizioni in altre lingue.
Non una parola sul supplemento "Donne Chiesa Mondo", che presumibilmente per lui, Viganò, sarebbe più da chiudere che da rilanciare, visto quanto costa, in tempi di conclamati tagli di spesa.
Il cardinale Parolin, interpellato sui costi della nuova rivista, ha risposto che un mecenate c'è e sono le Poste Italiane, quindi per adesso i conti tornano.
Ma è evidente che in Vaticano la partita non è affatto chiusa. E il risultato è che in questa fase di transizione incerta non si capisce più chi comanda nel settore dei media né chi controlla che cosa vi viene pubblicato.
Proprio "Donne Chiesa Mondo", ad esempio, è reduce da un pasticcio creato dal suo numero di marzo, che aveva perorato con eccessiva disinvoltura l'abilitazione delle donne a tenere l'omelia durante la messa, ignorando la proibizione che lo stesso papa Francesco aveva ribadito all'inizio del suo pontificato.
Ne era conseguito un pubblico autodafé su "L'Osservatore Romano" ad opera di uno dei colpevoli, il priore di Bose Enzo Bianchi:

Ma un esempio ancor più lampante dell'attuale stato di confusione è l'articolo apparso su "L'Osservatore Romano" lo scorso 26 aprile, intitolato "Il disagio dei monoteismi" e riguardante un famoso egittologo e teorico delle religioni, il tedesco Jan Assmann.
Già l'autore dell'articolo qualche interrogativo lo suscita. È Marco Vannini, fiorentino, rinomato studioso della mistica ma su posizioni lontanissime dal credo cattolico.
Su di lui "La Civiltà Cattolica" aveva espresso già nel 2004 un giudizio senza appello, per la penna di padre Giandomenico Mucci, concludendo che Vannini "esclude la trascendenza, sopprime le verità essenziali del cristianesimo e per via neoplatonica approda inesorabilmente a una moderna gnosi".
Ma nonostante ciò dal 2014 Vannini è una firma ricorrente su "L'Osservatore". E questa volta è stato affidato proprio a lui di recensire un autore, Assmann, la cui tesi capitale è che i monoteismi, tutti, in testa il giudeocristianesimo, sono per essenza esclusivi e violenti nei confronti di ogni altro credo, all'opposto degli antichi politeismi, per essenza pacifici.
Ebbene, su "L'Osservatore" Vannini non prende minimamente le distanze dalle tesi di Assmann, anzi, le condivide visibilmente.
Scrive:
"In un tempo di rinnovata violenza in nome di Dio, una vera tolleranza religiosa, capace di riconoscere la relatività senza scivolare nella banalità, può sussistere solo superando la distinzione mosaica tra vera e falsa religione, ripensando quel concetto di 'religione profonda' che Gandhi esprimeva come 'Religione con la R maiuscola', ovvero quella che lega indissolubilmente alla verità che è dentro di noi e ci purifica sempre".
E conclude:
"Nel nostro mondo globalizzato la religione può trovare posto solo come 'religio duplex', ovvero religione a due piani, che ha imparato a concepirsi come una tra le tante e a guardarsi con gli occhi degli altri, senza nondimeno perdere mai di vista il Dio nascosto, 'punto trascendentale' comune a tutte le religioni.
"Siccome, nonostante la globalizzazione, non ci sarà mai un’unica religione, un’unica verità, un unico Dio, la 'religio duplex' è quella che permette di restare uniti e solidali nel comune destino umano, al di là di tutte le differenze".
L'articolo integrale di Vannini è riprodotto in quest'altra pagina web:

Detti in parole più forbite, vi si ritrovano i pensieri che Eugenio Scalfari attribuisce a papa Francesco, circa i rapporti tra le religioni, interpretando da par suo il papa. Ma se ora li scrive "L'Osservatore Romano"…

(Fonte: Sandro Magister, Settimo cielo, 4 maggio 2016)



Utero in affitto, un'altra Caporetto cattolica

Alla fine Area popolare e tutti i cattolici della maggioranza hanno ottenuto la foglia di fico che permette loro di votare la prossima settimana il testo sulle unioni civili. La Camera mercoledì pomeriggio ha infatti approvato le mozioni sulla maternità surrogata presentate da Pd, M5S, AP e parte di quella di Forza Italia e Sinistra Italiana. Bocciate le altre di Eugenia Roccella, Idea, Lega, Fratelli d'Italia, Conservatori e riformisti, Scelta civica e Des-Cd.
I testi che hanno ottenuto il via libera sono molto più blandi e generici di quelli cassati. In pratica, in base ai testi approvati, il governo risulta impegnato "a fronte del divieto della maternità surrogata previsto dalla legge 40/2004, ad avviare un confronto sulla base della risoluzione del Parlamento europeo; ad attivarsi, nelle forme e nelle sedi opportune, per il pieno rispetto da parte dei Paesi che ne sono firmatari delle convenzioni internazionali per la protezione dei diritti umani e del bambini, ed a promuovere a livello nazionale ed internazionale iniziative che conducano al riconoscimento del diritto del bambino all' identità personale ed alla loro tutela, indipendentemente dalla modalità in cui sono venuti al mondo". 
Tutte bocciate dunque le mozioni che miravano tout court ad impegnare il governo ad assumere iniziative in ambito nazionale e sovranazionale per il contrasto e il sanzionamento di tutte le forme di surrogazione di maternità.
Ovviamente il riferimento del diritto del bambino all'identità personale non va confuso con il diritto alla tracciabilità (che il Pd non ha alcuna intensione di riconoscere).
Il primo è teso solo a garantire l’iscrizione alla anagrafe del nascituro acquisito da una coppia all’estero (diritto al nome e cognome), il secondo invece è volto far riconoscere in modo obbligatorio le origini biologiche del soggetto nato da maternità surrogata, permettendo al nascituro di risalire alla madre e al padre che lo hanno generato.
Dunque, se si guarda bene, la montagna ha partorito un topolino. Ncd e centristi vari si sono accontentati di una generica richiesta di discussione in sede europea. Nessun riferimento al bambino, nessuna condanna dell’atto che porta alla programmazione di un essere umano orfano di padre o di madre, nessun divieto di poter consegnare un neonato nelle braccia di due sconosciuti appena qualche minuto dopo il parto.
Nulla di tutto ciò, anzi nelle premesse della mozione del Pd viene anche fatta distinzione tra la gestazione per altri dietro pagamento e la maternità surrogata portata avanti in modo gratuito come dono ad una coppia sterile. Un linea che è figlia di una visione femminista che pone l’accento solo sulla questione del mercimonio del corpo delle donne più povere.
"Il divieto di maternità surrogata, per essere efficace, andava inserito nel ddl sulle unioni civili” ha ricordato Eugenia Roccella, e invece, grazie al comma 20, quello che permette ai giudici di dare l’adozione del figlio del partner in base al principio della continuità affettiva, di fatto si legittima la commercializzazione della maternità e l' adozione gay.
Ad ogni modo il patto di maggioranza è considerato rispettato: in cambio delle mozioni sull’utero in affitto adesso Area Popolare – ad esclusione dell’on. Alessandro Pagano che ha annunciato il suo ‘no’ – garantirà l’appoggio alle unioni civili. Pochi minuti dopo il voto in aula sulla maternità surrogata Ap ha infatti diffuso una nota in cui annunciava la “piena” condivisione del testo unioni civili così come approvato al Senato, "La nostra battaglia – prosegue il comunicato - l'abbiamo vinta a Palazzo Madama dove, durante l'iter del ddl, sono stati cancellati i riferimenti alla stepchild adoption e oggi alla Camera con l'approvazione delle mozioni contro l'utero in affitto”. 
Insomma chi si accontenta gode…alla faccia dei diritti dei bambini. 

(Fonte: Marco Guerra, La nuova bussola quotidiana, 5 maggio 2016)




Non tocca ai preti giudicare l'anima dei fedeli

Nell’ottavo capitolo della sua esortazione post-sinodale Amoris laetitia Papa Francesco riflette sul tema dell’accompagnamento, del discernimento e dell’integrazione (AL 291-312). Si tratta indubbiamente del capitolo più discusso nel dibattito pubblico.
In particolare merita un chiarimento il tema del discernimento proposto dal documento. Il Papa osserva, in un passo ormai tanto citato, che i fedeli incontrano numerose difficoltà e che vi sono fattori attenuanti a causa dei quali «non è più possibile dire che tutti coloro che si trovano in qualche situazione cosiddetta ‘irregolare’ vivano in stato di peccato mortale» (AL 301). Qui si deve rilevare che questo insegnamento non è affatto nuovo. Piuttosto si tratta di un aspetto acquisito della tradizione e del magistero della Chiesa. In realtà non si è mai potuto dire quello che Francesco afferma di non poter dire più. Scrive infatti San Giovanni Paolo II in Ecclesia de Eucharistia: «Il giudizio sullo stato di grazia, ovviamente, spetta soltanto all’interessato, trattandosi di una valutazione di coscienza» (n. 37). 
Proseguendo, là dove il Santo Padre fa osservare che il «discernimento è dinamico e deve restare sempre aperto a nuove tappe di crescita» (AL 303), il testo avrebbe forse potuto essere più chiaro. Infatti ciò che deve essere oggetto di discernimento non è del tutto chiaro. Francesco sta forse chiedendo ai pastori d’anime di discernere (e “discernere” in realtà è sinonimo di “giudicare”) lo stato di grazia dei fedeli? Sarebbe veramente una novità, e per giunta profondamente ironica: significherebbe che proprio il Papa che ha pronunciato la frase memorabile: “Chi sono io per giudicare?” inviterebbe ora i sacerdoti della Chiesa a emettere sul conto dei loro fedeli penitenti quel tipo di giudizio che il dottore comune della Chiesa, San Tommaso d’Aquino, definiva «avventato».
Per Tommaso le condizioni del "giudizio avventato" sono numerose, e una di esse è che la persona «presuma di giudicare su cose nascoste che solo Dio ha il potere di giudicare» (Commento sull’epistola di Paolo ai Romani, II, 1, 176). Spiega l’Aquinate che mentre Dio «ci ha affidato il giudizio sulle cose esterne […] ha riservato a se stesso quelle interne» (Commento al Vangelo di Matteo, VII, 1). San Tommaso parla così dell’impossibilità di giudicare dell’altrui stato di grazia. Il Concilio di Trento parla addirittura dell’impossibilità di giudicare del proprio stato di grazia, quando afferma: «Nessuno può sapere con certezza di fede, libera da ogni possibilità di errore, di aver ottenuto la grazia di Dio» (Decreto sulla giustificazione, capitolo 9). Finora, insomma, la Chiesa ha sempre lasciato a Dio il discernimento dello stato di grazia della persona, che rientra fra le “cose interne”, e si è invece limitata a giudicare della condotta esteriore o degli stati oggettivi di vita. 
Pertanto la prassi della Chiesa di non ammettere i divorziati “risposati”  all’Eucaristia – a meno che non diano segni obiettivi di pentimento (la risoluzione di vivere nell’astinenza) per aver contratto tale unione – non equivale al giudizio che costoro vivono in stato di peccato mortale. È un giudizio sul loro stato di vita – che è in contraddizione oggettiva con il mistero dell’unione fedele di Cristo con la Sua Chiesa che si celebra nell’Eucaristia – e non un giudizio sulla loro anima, le cui condizioni Dio solo conosce.
Ma se un giudizio negativo sullo stato di grazia di un fedele è avventato, perché non dovrebbe essere avventato anche un giudizio positivo in merito? Su quale base un sacerdote dovrebbe essere in grado di discernere che persone abitualmente e pubblicamente infedeli al proprio coniuge vivono ciò malgrado in grazia di Dio? Come misurare il peso delle possibili circostanze attenuanti, del condizionamento sociale, delle limitazioni psicologiche? Non è stato finora inventato lo strumento per misurare empiricamente la presenza o l’assenza della grazia, né è ancora possibile stabilire caso per caso la misura di libertà con cui ognuno commette un’azione gravemente sbagliata. 
Ciò che la Chiesa può giudicare è l’azione stessa. Può affermare che se le persone commettono certi tipi di azioni – adulterio, omicidio, rapina a mano armata, tortura, pedofilia – con sufficiente consapevolezza e con una misura ragionevole di libertà, allora tale azione farà loro perdere l’amicizia di Dio, perché azioni del genere contraddicono radicalmente l’essere stesso di Dio in quanto Sposo fedele della Chiesa, Amante della vita e Protettore dei piccoli. In altre parole, quelle persone commettono un peccato mortale. Ecco tutto ciò che i pastori d’anime devono sapere e possono sapere. Che poi l’adultero, l’omicida o il torturatore fosse in retti sensi quando ha commesso l’atto, che fosse veramente separato da Dio nella misura in cui era pienamente presente a se stesso nel commettere un’azione invisa a Dio, questo lo sa solo Dio. Il sacerdote nel confessionale discerne l’azione, Dio discerne il cuore.
Qualcosa di analogo va detto circa il discernimento delle situazioni di vita. Solo Dio sa fino a che punto la persona sia responsabile di essere entrata in una determinata situazione. Il sacerdote nel confessionale può sapere soltanto che una data situazione di vita – per esempio l’appartenenza a un’organizzazione terroristica – è oggettivamente contraria al piano di Dio per quella persona, al suo essere chiamata a diventare amica di Dio. Se io sono capace di effettuare scelte, se ho il dominio sulle mie azioni e se sono in grado di assumermi la responsabilità della mia vita, allora dovrò scegliere fra essere amico degli assassini oppure amico di Dio: come si può essere amico di un padre e al tempo stesso amico di coloro che ne uccidono i figli? La tensione è oggettiva.
Ebbene, vi è una tensione oggettiva anche fra il voler celebrare il mistero della fedeltà del Signore alla sua sposa e l’essere in una situazione in cui si è abitualmente e pubblicamente infedeli al proprio coniuge. È pensabile che in ambedue i casi, e di fatto in ogni «situazione oggettiva di peccato», una persona possa vivere «in grazia di Dio», amare e «anche crescere nella vita di grazia e di carità» (AL 305)? Il Papa è assai radicale quando risponde affermativamente: possono esservi «condizionamenti e fattori attenuanti» (AL 305) a causa dei quali le persone non sono libere e pertanto non sono responsabili. Ma sarà impossibile che un’altra persona umana misuri, discerna o giudichi il grado di libertà con cui qualcuno è coinvolto in una tale situazione oggettiva di peccato. 
Di conseguenza, le parole del Santo Padre sul discernimento non possono essere interpretate come invito a discernere lo stato di grazia dei singoli fedeli, per poi, in caso di un discernimento positivo, poter ammettere alla comunione le persone in situazioni oggettive di peccato. Il Papa chiederebbe qualcosa di impossibile (cfr. il Concilio di Trento) e contraddirebbe se stesso («Chi sono io per giudicare?»). Perciò il discernimento deve essere inteso non come un giudizio sullo stato di grazia ma piuttosto come l’aiuto «a trovare le strade possibili di risposta a Dio e di crescita attraverso i limiti» (AL 305), cominciando senz’altro con il discernimento della verità della propria situazione davanti a Dio.
Nel caso dei divorziati “risposati” implicherebbe concretamente la verifica dell’esistenza o meno di un legame matrimoniale (cioè, il matrimonio era valido?) e l’accertamento di eventuali ragioni che esonerano dall’«obbligo della separazione» (cfr. Familiaris consortio 84; AL 298). Poi comporterebbe la ricerca di vie per aiutare gli interessati a vivere secondo la verità della loro relazione. Occorre il discernimento anche per trovare modi di integrazione che non si accontentino dello stato di peccato ma che esprimano una fiducia nella grazia operosa di Dio e nella capacità dell’uomo di rispondere ad essa, indirizzandola a un autentico cammino di crescita che abbia come fine la ricostituzione della persona alla pienezza della vita che il Signore ci offre. 

(Fonte: Stephan Kampowski, La nuova bussola quotidiana, 3 maggio 2016)



Due anni con Papa Francesco: icona pop o Romano Pontefice?

Il Papa dei poveri, il Papa della misericordia, il Papa delle periferie, il Papa che scuote la Chiesa, il Papa che piace alla gente…
Quanti ne abbiamo letti di questi titoli in due anni! Ma davvero Papa Francesco, al secolo Jorge Bergoglio, è una specie di “icona pop” che serve solo a fare campagna mediatica per l’immagine della Chiesa cattolica? 
Io penso che il Papa sia ben altro. 
Gli stessi media che hanno massacrato Benedetto XVI con della cattiverie banali, senza minimamente pensare a cosa davvero facesse per la Chiesa, ora esaltano Francesco. 
Il sospetto è che l’unico loro scopo sia quello di mettere in difficoltà la Chiesa cattolica che è il Popolo di Dio con il Papa, i vescovi, i sacerdoti, i diaconi, i consacrati e i  laici, come ci ricorda il Concilio Vaticano II.
Per capirlo basta leggere la pubblicistica su Papa Francesco. 
È tutta dedicata al suo modo di parlare, di baciare i bambini, di salutare i malati, di fare battute. Ma si parla pochissimo delle sue catechesi. Si trovano ovunque le buone battute da parroco sulle chiacchiere, sui nonni, e altro, quello spirito porteño che si porta nel cuore, sul suo parlare uno strano italiano che sa di emigrante, ma poi pochissimi leggono con attenzione alcuni passaggi “scomodi” dei suoi discorsi. 
Per cui addirittura viene frainteso e considerato un “progressista”, ammesso che questa categoria nella Chiesa abbia ancora un senso.
Faccio solo qualche esempio. Il Papa parla spesso di “ Chiesa gerarchica”. Una espressione che sembra poco “moderna” o poco “ misericordiosa”. Ma che è in effetti semplicemente l’insegnamento di Sant’ Ignazio di Loyola, che il Papa ripete spesso. La prima volta l’ha usata il 23 aprile del 2013 il giorno del suo onomastico, San Giorgio, nella omelia della messa celebrata con i cardinali nella Cappella Paolina in Vaticano.
Alla Santa Madre Chiesa Gerarchica il Papa ha dedicato anche una intera catechesi dell’udienza generale del 5 novembre del 2014. Un bellissimo insegnamento, molto “tradizionale”: “Nella presenza e nel ministero dei Vescovi, dei Presbiteri e dei Diaconi possiamo riconoscere il vero volto della Chiesa: è la Santa Madre Chiesa Gerarchica. E davvero, attraverso questi fratelli scelti dal Signore e consacrati con il sacramento dell’Ordine, la Chiesa esercita la sua maternità: ci genera nel Battesimo come cristiani, facendoci rinascere in Cristo; veglia sulla nostra crescita nella fede; ci accompagna fra le braccia del Padre, per ricevere il suo perdono; prepara per noi la mensa eucaristica, dove ci nutre con la Parola di Dio e il Corpo e il Sangue di Gesù; invoca su di noi la benedizione di Dio e la forza del suo Spirito, sostenendoci per tutto il corso della nostra vita e avvolgendoci della sua tenerezza e del suo calore, soprattutto nei momenti più delicati della prova, della sofferenza e della morte.”
Ma di questo si parla poco. Il Papa rimane per i più l’uomo dei selfie che abbraccia i bambini e parla delle periferie come se fosse lui a farlo per la prima volta. E pensare che già Paolo VI andava nelle periferie romane a celebrare la messa di Natale. Senza parlare di Giovanni Paolo II. E Benedetto XVI accolse più volte in Vaticano i poveri assistiti dalle suore di Madre Teresa. Sono solo esempi. 
Ridiamo allora a Papa Francesco la sua dignità di Pontefice, smettiamo di parlare di come si veste e dove dorme e iniziamo a leggere i suoi discorsi mettendo da parte le sue battute da parroco che servono per richiamare l’attenzione. 
E vediamo su cosa davvero mette l’attenzione. 
Così forse capiremo meglio questi due anni di pontificato

(Fonte: Angela Ambrogetti, Korazym.org, marzo 2015)




sabato 23 aprile 2016

I nuovi clericali del perdono

La questione non è essere severi o misericordiosi, comprensivi o rigidi, evangelici o rigoristi; no la questione non è questa.
La vera alternativa si pone tra essere cattolici o essere clericali.
Il clericalismo è una brutta bestia che è dura, durissima a morire. Il clericalismo di ogni genere, di ogni colore, di ogni tendenza. Sì, perché il clericalismo, che è una delle tentazioni più forti nella Chiesa, si trasforma esteriormente, restando sempre fedele a se stesso. Si adatta alle mode, alle situazioni, perché il suo scopo è alimentare se stesso.
Non vogliamo fare un trattatello sul clericalismo, non è il nostro scopo e non saremmo in grado di farlo; vogliamo solo coglierne qualche aspetto provocatorio, che inviti ad una riflessione.
Il clericalismo, nella sostanza, è l'operazione che l'uomo compie per sostituirsi a Dio.
Per il clericale non c'è al centro Dio, la sua verità, la sua legge e la sua grazia. Per il clericale al centro c'è l'uomo di chiesa, che sente il dovere di “gestire” per conto di Dio. Il clericale parte da una considerazione giusta, quella che fa dire che non si può andare a Dio senza la Chiesa; ma strada facendo perde Dio e resta solo con la Chiesa. È come un protestantesimo ribaltato, che finisce per avere la stessa erronea separazione tra la Chiesa e Dio: il protestante pretende di arrivare a Dio senza la Chiesa; il clericale pretende di fare gli interessi di Dio fermandosi alla Chiesa.
Il clericale arriva a non porsi più la domanda “Cosa vuole Dio?”, ma si chiede sempre “Cosa possiamo fare perché la Chiesa sia accolta dalla società e non sia messa ai margini?”, “Cosa domanda oggi il mondo alla Chiesa?”.
Solitamente, nel passato, l'accusa di clericalismo era rivolta ai cattolici “rigidi”, un po' conservatori, fedelissimi alla gerarchia e all'applicazione senza sconti delle norme ecclesiali.
Oggi constatiamo che il clericalismo, che come animale camaleontico si adatta ad ogni terreno e clima, è proprio dei cosiddetti cattolici progressisti, che non solo si credono i veri interpreti della volontà di Dio, ma se ne ritengono i liberi formulatori.
Ne è un triste esempio tutto il dibattito attorno al sinodo sulla famiglia, che ora viene prolungato sulla questione del perdono in occasione dell'anno giubilare.

I nuovi clericali pensano di poter gestire politicamente la misericordia, per rendere più simpatica la Chiesa al mondo. Insomma, i clericali gestiscono il perdono di Dio come arma politica per introdursi nel salotto della società: perdonare sempre, non giudicare, comprendere, scusare, accogliere... sono i verbi di moda oggi tra le fila di coloro che vogliono instaurare un nuovo corso del cattolicesimo.
E questi chierici, intellettuali laici o ecclesiastici che siano, sostenitori del perdono assicurato a tutto e tutti, motivano il loro agire con il fatto che i preti non devono sostituirsi a Dio, che unico ha il potere di giudicare.
Prima di andare avanti chiariamo subito che non vogliamo cadere nell'inganno della severità per la severità: la Chiesa si è spinta sempre fino all'estremo per concedere il perdono, perché crede al perdono di Dio. La misericordia divina è infinita, perdona ogni peccato se trova in noi il dolore del pentimento: guai a noi se ponessimo limiti a questo perdono! Ma questo spingersi fino all'estremo possibile, non è mai una falsità retorica: la Chiesa si domanda sempre se ci siano le condizioni perché il perdono di Dio possa fruttificare in noi (ad esempio, il dolore del peccato e il proponimento di non commetterlo più...), e amministrando il perdono prima giudica se ci siano o no queste condizioni. Rinunciare a questo, da parte della Chiesa, sarebbe rinunciare al compito datole da Dio stesso.
Proprio perché è di Dio, il perdono non può essere gestito dagli uomini, anche di chiesa, sganciato dalla stessa Rivelazione di Dio. Dio ha detto la sua volontà su di noi, ci ha ha dato la sua grazia ma anche la sua legge!
Proprio perché è di Dio, i preti non possono sostituirsi a Lui, amministrando assoluzioni a chi non le chiede veramente; e le chiede veramente chi, anche tra mille difficoltà, prova il dolore del proprio peccato e vuole uscirne.
E Dio, cui appartiene il perdonare, non è una pagina bianca nella vita degli uomini: ha detto la verità su di noi e chiede a noi di seguirla.

Allora, clericali della peggior razza, sono tutti coloro che nella Chiesa, non amando il martirio, cercano un posto nel nuovo mondo, ridicolizzando il perdono in una automatica assoluzione, che diventa poi, ed è inevitabile, la benedizione di tutto. E così il male non si ferma e ne vanno di mezzo le anime, a partire dalle più fragili.
Il perdono dei nuovi clericali è falso, è solo una parola vuota, che non cerca quello che Dio cerca in noi: il reale cambiamento, la santificazione possibile, la trasfigurazione nella grazia della nostra vita. Il clericale è pessimista sull'uomo e non ha fede nella grazia, non crede al cambiamento della persona, per questo non perde tempo: dà un facile perdono retorico ed esterno a tutti, e pensa ad altro, impegnato com'è nei salotti della modernità.
Il cattolico crede invece nel cambiamento delle persone, nella salvezza delle anime, per questo lavora affinché ci siano nell'uomo le condizioni per accogliere, con frutto, la grazia che salva.
I preti cattolici amministrano il perdono, che è e resta di Dio; amministrare significa lavorare perché il perdono possa essere reale nella persona e produrre frutti di bene e di santità.
Così ha lavorato, per Dio e per le anime, una schiera infinita di santi confessori.

(Fonte: Editoriale di "Radicati nella fede", Aprile 2016)



Un sinodo per il celibato sacerdotale?

Si è appena concluso il lungo cammino sinodale sulla famiglia che già sono avviati i lavori per il futuro. Non è affatto escluso che il prossimo Sinodo dei vescovi si occupi proprio di sinodalità e collegialità. E’ quanto trapela dalla riunione del XIV consiglio ordinario della Segreteria generale del Sinodo dei vescovi tenutasi il 18 e 19 aprile, presieduta dal Papa. Ufficialmente sul tema del prossimo sinodo “sono state individuate alcune proposte da sottoporre al Santo Padre per la sua valutazione”, ma la riflessione su “una salutare decentralizzazione” appare decisiva.
Anche Amoris laetitia si muove in questa direzione, basti pensare a quanto scritto al paragrafo 3 e, più in particolare, all’approccio del discernimento “caso per caso” nella questione della disciplina dei sacramenti per le coppie di divorziati-risposati. Ma anche il Motu proprio sulla riforma del processo canonico per le cause di dichiarazione di nullità del matrimonio aveva enfatizzato il ruolo del vescovo nell’affrontare i casi specifici, offrendo un altro esempio di “decentralizzazione”.
Il consiglio della Segreteria del Sinodo ha approfondito il tema della riforma dell’Ordo synodi e ha concluso “tra l’altro che la valorizzazione della sinodalità e della collegialità deve sempre coniugarsi con l’esercizio del ministero del Vescovo di Roma, in modo da congiungere fruttuosamente primato, collegialità e sinodalità.” Il tema è scottante perché riguarda dispute che si trascinano da tempo, in ballo c’è il ruolo del papato, quello dei vescovi e delle Conferenze episcopali. Non a caso uno storico come Alberto Melloni, commentando Amoris laetitia dalle colonne del Corriere, ha voluto evidenziare che “il papato” con l’esortazione post-sinodale “scrive un altro capitolo della propria riforma.”
Nei corridoi dei sacri palazzi si parla anche di un altro tema che difficilmente interesserà in modo diretto il prossimo sinodo, ma è al centro dell'attenzione. Si tratta della riforma del celibato ecclesiastico. Nella stessa Amoris laetitia c’è un passaggio interessante al proposito. Poche, ma significative righe al paragrafo 202: “Nelle risposte alle consultazioni inviate a tutto il mondo [il riferimento è ai questionari che hanno preceduto i due sinodi, NdA], si è rilevato che ai ministri ordinati manca spesso una formazione adeguata per trattare i complessi problemi attuali delle famiglie. Può essere utile in tal senso anche l’esperienza della lunga tradizione orientale dei sacerdoti sposati.” 
Negli anni ’60, un largo e influente movimento ha cominciato a lavorare per “rinnovare” la Chiesa, mettendo sul tavolo la riforma della disciplina del matrimonio, la questione della sessualità, i preti sposati e una maggior “decentralizzazione”, tutti argomenti in qualche modo tra loro collegati e oggi di grande attualità. Don Giovanni Cereti, ottantatreenne rettore della chiesa dei Genovesi di Roma, e noto promotore fin dagli anni ’70 della comunione ai divorziati risposati, nel febbraio del 2015 si sarebbe sentito dire dal Papa che il tema del celibato sacerdotale è “in agenda”. Si trattava di un incontro a porte chiuse con i preti della Diocesi di Roma e don Cereti avrebbe posto una domanda al Santo Padre su questo tema, riprendendo un suo vecchio cavallo di battaglia, nonostante la Chiesa non abbia mai ammesso il passaggio dallo stato sacerdotale a quello coniugale. Di qui la risposta che avrebbe dato Francesco e che molta stampa aveva riportato: “E’ nella mia agenda.”
Come ha mostrato un grande studioso del tema, il cardinale Alfons M. Stickler, il senso del celibato sacerdotale è precisamente nella continenza sessuale e non è una questione di matrimonio o non matrimonio.  Nei primi secoli nessuna legge poneva il celibato come condizione pregiudiziale per l'ammissione agli ordini maggiori: se prima non si era sposati si doveva conservare il celibato; se si era ordinati dopo il matrimonio era richiesta la continenza da ogni uso del matrimonio stesso. I primi documenti pubblici, che risalgono al IV secolo, fanno chiaramente risalire l’obbligo della continenza al periodo apostolico. 
Eppure la continenza, al centro anche del recente dibattito sui divorziati risposati e i sacramenti, per qualcuno sembra essere uno scoglio insormontabile, da eliminare. Ma chi non è a proprio agio con il celibato potrà esserlo veramente nel matrimonio? La domanda non è capziosa. “Siamo fatti in modo tale”, scriveva il premio Nobel Jerome Lejuene, “che ciò che coinvolge la sfera genitale turba direttamente il morale dal punto di vista neurologico. Da cui l'impossibilità, sembrerebbe, di dominare il comportamento emotivo e di controllare gli istinti, se l'impero della volontà non si estende anche, e forse anzitutto, al comportamento genitale cosciente e deliberato.” In questo caso quindi, invece, di decentralizzare bisognerebbe far trionfare (con l'ausilio della Grazia) l’impero della volontà che, forse, a qualcuno non piace perché poco collegiale. 

(Fonte: Lorenzo Bertocchi, La nuova bussola quotidiana, 23 aprile 2016)



La pastorale della Chiesa, quando non è più al servizio del Progetto di Dio, finisce per servire un qualsiasi progetto umano

Negli ultimi tempi, la pastorale della Chiesa cattolica - a tutti i livelli: dal sommo Pontefice agli operatori della pastorale “di strada” -  appare guidata dal convincimento che la Chiesa debba proporsi al “mondo” vincendo le sue diffidenze con l’esplicita accettazione di tutte le sue critiche teoriche e di tutte le sue alternative pratiche. Tale convincimento induce i Pastori a promettere al mondo l’imminente avvento di una Chiesa tutta nuova, priva ormai di quegli elementi negativi che la rendevano incomprensibile e inaccettabile. La Chiesa infatti avrebbe smesso di rifarsi a un modello tradizionale di pensiero (il dogma) e di azione (la pastorale) e sarebbe stata capace di «re-inventarsi», come si suole dire. Il mondo avrebbe finalmente visto nella Chiesa qualcosa di assolutamente “nuovo”, qualcosa di diverso rispetto a tutta la sua tradizione dottrinale e istituzionale; e questo perché avrebbe avuto il coraggio di una profonda autocritica (ritenendo evidentemente legittime e giuste la critiche che da secoli gli rivolge il “mondo”), in base alla quale avrebbe avviato una radicale riforma di se stessa.

Il primo effetto di questa volontà di riforma è l’adozione di un nuovo linguaggio: per dimostrare al mondo che la vecchia Chiesa, da esso giustamente respinta, non c’è più e che al suo posto ce n’è una nuova, in ogni momento dell’azione pastorale occorre dismettere definitivamente il linguaggio dei dogmi e delle leggi canoniche, e cominciare a parlare con il medesimo linguaggio con cui i maîtres à penser dell’Occidente tecnologico e secolarizzato esprimono la loro opzione per un “pensiero debole” e i leaders della politica mondiale esprimono l’accordo globalizzato sulla  “political correctness”.

La retorica umanistica al posto della “sacra doctrina”.
Questo linguaggio, volutamente ambiguo, predilige come mezzo espressivo le metafore, e come orizzonte di senso le utopie. Le metafore – che, come dice l’etimologia stessa, portano il pensiero da una realtà all’altra - hanno una qualche utilità comunicativa quando ai ricettori del messaggio risulta chiaro da quale realtà si parte e a quale realtà si vuole giungere. Ma il linguaggio dei pensatori più influenti dell’Occidente (pensiamo a Martin Heidegger), affine a quello dei politici di ogni schieramento, nasconde intenzionalmente sia i presupposti che le finalità del proprio discorso. E anche l’utopia – che, come dice l’etimologia stessa, vagheggia una società immaginaria “che non può esistere in alcuna parte” – è lo strumento retorico di cui si servono oggi tutti i leaders della politica mondiale quando debbono guadagnarsi il consenso delle masse per i loro progetti di riforma, rievocando di volta in volta la “pace perpetua” di Kant, oppure la “società senza classi” di Marx, la “fine della storia” di Francis Fukuyama, il “nuovo ordine mondiale” di Gerald Ford, la “salvezza ecologica del pianeta” secondo l’accordo mondiale sul clima siglato a Parigi nel dicembre del 2015.
La nostra rivista di apologetica teologica, intendendo contribuire alla coscienza delle finalità proprie della Chiesa cattolica, ritiene di dover avvertire tutti i cosiddetti “operatori della pastorale” che l’ambiguità del metaforico e il miraggio delle utopie sono quanto di più contrario alle esigenze dell’evangelizzazione, dato che la verità del Vangelo esige di essere comunicata con un linguaggio tale che gli “ascoltatori della Parola” comprendano di essere chiamati  alla conversione e alla fede («Convertitevi e credete al Vangelo!») attraverso la rivelazione dei «misteri del Regno di Dio»: un Regno che essi debbono pregare perché venga, e verrà certamente con la Parusia, sapendo allo stesso tempo che è già «in mezzo a loro». Insomma, per chi comprende l’essenza vera del Vangelo (quella teologica), dovrebbe essere evidente che la metafora e l’utopia sono strumenti linguistici inadatti alla catechesi e all’evangelizzazione. E invece ecco che la pastorale di oggi ha scelto di affidarsi a metafore e utopie, che riempiono quotidianamente i discorsi di coloro che riprendono e ripetono le modalità espressive (perfino gli slogan) di Papa Francesco. Lo scopo è di “promuovere” le riforme della Chiesa da lui avviate o progettate o semplicemente annunciate, presentandole all’opinione pubblica come suggerite tutte e sempre dallo “Spirito”. Si insiste a parlare di “Spirito”, termine volutamente ambiguo perché vicino semanticamente al principio primo dell’idealismo hegeliano (ispiratore del pensiero religioso di influenti teologi come Hans Küng e Karl Rahner) e non sempre riconducibile a ciò che la fede cattolica insegna sullo Spirito Santo, terza Persona della Santissima Trinità «che procede dal Padre e dal Figlio e ha parlato per mezzo dei Profeti» (Simbolo Niceno-costantinopolitano). Lo Spirito Santo, quello della fede cattolica, ha sempre assistito la Chiesa di Cristo, fornendo agli Apostoli, a partire dal giorno della Pentecoste, il coraggio della testimonianza e lo zelo dell’evangelizzazione, assieme al carisma dell’infallibilità nel custodire e interpretare la divina rivelazione. Dal punto di vista propriamente teologico, insomma, non ha molto senso parlare di “una nuova Pentecoste” in riferimento al pontificato di Bergoglio e attribuire a una diretta illuminazione dello Spirito Santo ogni sua iniziativa riformatrice, specie se viene presentata come “rivoluzionaria”, ossia come intesa a operare un rottura con la Tradizione, arrivando ad accantonare o addirittura ad abolire gli insegnamenti e le decisioni pastorali dei Papi precedenti. Emblematico, a questo proposito, il caso delle encicliche Humanae vitae di Paolo VI e Familiaris consortio di Giovanni Paolo II, ignorate o contestate durante i lavori del Sinodo dei vescovi sulla famiglia conclusosi nell’ottobre del 2015, quando non pochi padri, individualmente o nei diversi gruppi linguistici, chiedevano di introdurre nella prassi sacramentaria dei cambiamenti che avrebbero comportato, non una riforma, ma una vera e propria rivoluzione nella pastorale della Chiesa. Coloro che all’interno e all’esterno del Sinodo hanno sostenuto la richiesta di abolire la precedente disciplina dei sacramenti (cardinali come Walter Kasper e Reinhard Marx, vescovi come Bruno Forte, teologi veri come Giovanni Cavalcoli e teologi presunti come Enzo Bianchi) argomentavano sulla base di debolissime ragioni socio-culturali, senza curarsi delle forti ragioni dogmatiche che sorreggono la prassi tradizionale. Costoro ebbero comunque subito il consenso dell’opinione pubblica più sprovveduta, sicché, forti di questo appoggio mediatico, non esitarono a presentarsi come interpreti autorevoli e autorizzati del Papa stesso.  

È proprio questa eco favorevole dell’opinione pubblica a favorire oggi l’utilizzo, da parte di molti pastori, di argomenti ideologici che negli ambienti civili si sono meritati l’epiteto di “populismo”. Negli ultimi tempi abbiamo avuto fin troppi esempi di questo nuovo linguaggio pastorale fatto di ambigue metafore e di fuorvianti prospettive utopistiche, dove di teologia non c’è quasi più nulla e di retorica ce n’è fin troppa. E la deriva retorica si estende ormai a tutti i mezzi di comunicazione sociale ufficialmente cattolici. Lo notavo leggendo queste considerazioni sulla rivista culturale dell’Università Cattolica di Milano:
«Sono passati appena due anni, ma sono stati di un’intensità tale che il solco del pontificato di Papa Francesco sembra già ben tracciato. Non mancheranno ulteriori sorprese dello Spirito, quelle sorprese che il Papa accoglie e discerne nei suoi lunghi tempi di preghiera e delle quali s fa portatore per il bene della Chiesa e del suo servizio agli uomini. Considero che siamo all’alba di una rivoluzione evangelica, e non c’è nulla di retorico in questa affermazione [sic]. […] Quale sorpresa dello Spirito passare in così breve tempo da un certo clima di assedio, sofferto dalla Chiesa in una sorta di malinconico declino, all’esplosione di gioia e di speranza che suscita il pontificato di Francesco, vento da lontano, portatore delle sofferenze e delle speranze dei popoli latino-americani - che raccolgono quasi il 50% dei cattolici di tutto il mondo – e dell’esperienza di maturità della loro Chiesa manifestata ad Aparecida. Questa attrazione non è il risultato del carisma mediatico del Papa; c’è qualcosa di molto più profondo che Lui fa emergere dai bisogni e dai desideri della gente. Si sgretolano mura di pregiudizi e resistenze, si pongono domande e attese anche tra coloro che credevano di aver chiuso i conti con la fede e con la Chiesa; per molti, poi, è tempo di destarsi da una fede addormentata, per altri è un rifiorire, per tutti è la ritrovata fierezza della dignità e bellezza di essere cristiani. La libertà, la forza e la determinazione di Papa Francesco si fondano, da una parte, nella coscienza serena e lieta di lasciarsi guidare dallo Spirito di Dio e, dall’altra, dall’amore che gli manifesta il popolo di Dio, ispirato dal suo istinto evangelico, dal sensus fidei, ma che gli esprimono anche, oltre i confini ecclesiastici, i popoli della terra, che in soli due anni lo hanno reso un leader mondiale nel drammatico scenario in cui viviamo» (Guzmàn M. Charriquiry Lecour, «Francesco e l’alba di una rivoluzione evangelica», in Vita e Pensiero, 2015, n. 3, p. 11).

In discorsi di questo tipo, dicevo, di teologia non c’è quasi più nulla e di retorica ce n’è fin troppa. Autore di questo brano è l’uruguaiano Charriquiry, segretario della Pontificia commissione per l’America Latina; egli vive in Vaticano da tanti anni e dovrebbe avere qualche cognizione teologica: eppure, come si è visto, non esita a manipolare alcune nozioni che per il credente hanno un significato soprannaturale ben preciso (“Spirito di Dio”, “popolo di Dio”, “sensus fidei”), riducendole a espressioni socio-culturali che hanno un  qualche interesse solo in un contesto ideologico di tipo populistico.
Una pastorale che venga praticata con questo linguaggio potrà forse ottenere che i fedeli cattolici nutrano una simpatia ancora maggiore per la persona del Papa attuale, ma dubito che possa aumentare in essi la devozione che è dovuta - non per motivi meramente umani ma per ragioni soprannaturali -  sia a Jorge Mario Bergoglio che a chiunque svolga di volta in volta il ministero di Romano Pontefice, successore del principe degli Apostoli e massima autorità di magistero e di governo nella Chiesa di Cristo. Per far sì che cresca  nei fedeli la devozione al Papa qua talis e di conseguenza la docilità alle sue direttive pastorali, non servono i rilevamenti di sociologia religiosa, in base ai quali si afferma che Bergoglio riscuoterebbe sempre maggiore consenso presso i non cattolici, i non cristiani e i non credenti: servirebbe piuttosto richiamare la verità di fede (una verità tradizionale, e pertanto anche attuale) in forza della quale sappiamo per certo che il Papa, chiunque egli sia, è il Vicario di Cristo in terra che da Cristo stesso ha  ricevuto il mandato e la grazia di pascere le pecore del suo gregge per portare tutti, uno per uno, alla salvezza eterna.
La missione della Chiesa è sempre e solo quella voluta da Cristo, al quale san Giovanni Paolo II i riferiva volentieri con il titolo di Redemptor hominis. E Cristo, a chi non rifiuta la sua verità e la sua grazia, ha promesso l’ingresso nel suo Regno, che non è opera dell’uomo e non risponde a logiche temporalistiche, come Egli stesso ha afferma perentoriamente davanti al procuratore romano, rappresentante allora del potere politico:
«Pilato allora   rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: “Tu sei il re dei   Giudei? Gesù rispose: “Dici questo da te oppure altri te l'hanno detto sul   mio conto?”. Pilato rispose: “Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi   sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto? Rispose Gesù: “Il mio   regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei   servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il   mio regno non è di quaggiù”. Allora Pilato gli disse: “Dunque ti sei re?”.   Rispose Gesù: “Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo   sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è   dalla verità, ascolta la mia voce”» (Vangelo   secondo Giovanni, 33-37).
Il Regno di Dio non può essere confuso con una qualsiasi utopia mondana, anzi la esclude proprio. Per questo diciamo che non è buona pastorale quella che si rivolge ai cristiani di oggi con prospettive di impegno del tutto contrarie a quelle che i cristiani di ogni tempo hanno ricavato dagli insegnamenti e dai precetti degli Apostoli:
«Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunziato la parola di Dio; considerando attentamente l'esito del loro tenore di vita, imitatene la fede. Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre! Non lasciatevi sviare da dottrine diverse e peregrine, perché è bene che il cuore venga rinsaldato dalla grazia, non da cibi che non hanno mai recato giovamento a coloro che ne usarono. Noi abbiamo un altare del quale non hanno alcun diritto di mangiare quelli che sono al servizio del Tabernacolo. Infatti i corpi degli animali, il cui sangue vien portato nel santuario dal sommo sacerdote per i peccati, vengono bruciati fuori dell'accampamento. Perciò anche Gesù, per santificare il popolo con il proprio sangue, patì fuori della porta della città. Usciamo dunque anche noi dall'accampamento e andiamo verso di lui, portando il suo obbrobrio, perché non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura. Per mezzo di lui dunque offriamo continuamente un sacrificio di lode a Dio, cioè il frutto di labbra che confessano il suo nome» (Lettera agli Ebrei, 7-15). «Questo vi dico, fratelli: il tempo ormai si è fatto breve; d'ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l'avessero; coloro che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo!» (Prima Lettera ai Corinti, 29-31).
Nessuna interessata acrobazia ermeneutica dovrebbe essere usata per convincere i credenti a “mettere tra parentesi” queste verità della fede  cristiana, inducendoli a identificare la promessa divina del Regno di Dio con una qualche utopia umana. E nemmeno lo dovrebbero le tante interpretazione ideologica della costituzione pastorale Gaudium et spes del Vaticano II (nn. 40 ss.), come quelle della “teologia politica” di Johann Baptist Metz o della “teologia della liberazione” di Gustavo Gutiérrez. Quindi davvero non ha senso, da un punto di vista correttamente pastorale, andar dicendo che la Chiesa, grazie alla riforme di papa Bergoglio, si è posta al servizio del mondo per contribuire a edificare sulla terra e nel tempo presente una società umana perfetta, senza ingiustizie e divisioni, come quella utopisticamente vagheggiata per un indeterminato futuro terrestre da coloro che, pur considerandosi discepoli di Henri de Lubac, non hanno mai letto Le Drame de l’humanisme athée, opera pubblicata dal teologo gesuita già nel 1944 e che poi ha avuto tante nuove edizioni.

Non mancano nemmeno Pastori coraggiosi e zelanti che tentano di arginare la deriva secolaristica con interventi autorevoli che mirano a ribadire gli insegnamenti tradizionali della Chiesa e a mostrare l’improponibilità di ogni forma di ermeneutica della “rottura”, sia quando si continua a interpretate il Magistero del Vaticano II come un nuovo inizio assoluto, in opposizione alla Tradizione precedente, sia quando si pretende di ridimensionare o addirittura abolire il magistero ordinario dei papi del post-Concilio, considerati traditori dello “spirito conciliare” e restauratori dell’ancien régime dogmatico e giuridicistico. Si tratta del già menzionato cardinale Sarah, ma anche del cardinale Burke, e soprattutto del prefetto della congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Gerhard Müller, del quale mi preme segnalare, per la sua grande opportunità, un’importante lettera i dirizzata ai vescovi del Cile e un’intervista concessa alla rivista teologica cilena Humanitas.
Noi della redazione di Fides Catholica, come teologi sempre fedeli a Cristo e al suo Vicario in terra, ci sentiamo obbligati, per senso di responsabilità apostolica, a contribuire ad arrestare la deriva secolaristica che sta inquinando la pastorale cattolica. Per questo continuiamo a interpretare rettamente – con quel sicuro criterio ermeneutico che la Chiesa stessa ha fornito a tutti i fedeli - il magistero ordinario e universale del Papa, unendoci logicamente ai Pastori che ne respingono le interpretazioni manipolatorie e strumentali. Tale opera di chiarimento dottrinale ed epistemico (dico “epistemico” perché la questione dell’ermeneutica della Tradizione, della Scrittura e del Magistero è centrale) è stato svolto da tutti gli autori dei contributi pubblicati su Fides Catholica fin dalla nascita della rivista. Io stesso ho dedicato a questo tema il saggio intitolato Dogma e pastorale. L’ermeneutica del Magistero dal Vaticano II al Sinodo sulla famiglia, realizzato in collaborazione con Stefano Carusi ed Enrico Maria Radaelli. In questo stesso fascicolo Serafino Lanzetta illustra gli intendimenti e gli esiti della sua ricerca scientifica sul carattere “pastorale” del Vaticano II. Siamo consapevoli di essere una voce (rigorosamente teologica) che a malapena riesce a fari sentire nel frastuono delle voci (esclusivamente ideologiche) che dominano la scena pubblica, sia all’interno che all’esterno della comunità dei credenti. Ma continuiamo a fornire il nostro contributo di apologetica della vera fede nei limiti delle concrete possibilità che la Provvidenza ci concede, sapendo che è proprio Essa, la divina Provvidenza, e fare “il resto”, cioè tutto. Ci conforta in questa convinzione un brano della Scrittura Santa che sembra potersi riferire proprio alla nostra situazione presente:
«Io sono il Signore tuo Dio che ti tengo per la destra e ti dico: "Non temere, io ti vengo in aiuto". Non temere, vermiciattolo di Giacobbe, larva di Israele; io vengo in tuo aiuto - oracolo del Signore - tuo redentore è il Santo di Israele. Ecco, ti rendo come una trebbia acuminata, nuova, munita di molte punte; tu trebbierai i monti e li stritolerai, ridurrai i colli in pula. Li vaglierai e il vento li porterà via, il turbine li disperderà. Tu, invece, gioirai nel Signore, ti vanterai del Santo di Israele. I miseri e i poveri cercano acqua ma non ce n'è, la loro lingua è riarsa per la sete; io, il Signore, li ascolterò; io, Dio di Israele, non li abbandonerò. Farò scaturire fiumi su brulle colline, fontane in mezzo alle valli; cambierò il deserto in un lago d'acqua, la terra arida in sorgenti. Pianterò cedri nel deserto, acacie, mirti e ulivi; porrò nella steppa cipressi, olmi insieme con abeti; perché vedano e sappiano, considerino e comprendano a un tempo che questo ha fatto la mano del Signore, lo ha creato il Santo di Israele» (Libro di Isaia, 41,13-20).


(Fonte: Antonio Livi, Fides et Ratio, 15 dicembre 2015)



venerdì 15 aprile 2016

«Salutare autocritica»

Mi è stato sollecitato un intervento sull’esortazione apostolica Amoris laetitia. 
I lettori che mi seguono ab initio sanno che non mi piace molto commentare i documenti pontifici. Scrissi in altra occasione: «Le sentenze non si discutono, si applicano». In questa circostanza, pertanto, anziché entrare nel merito dell’esortazione, preferirei soffermarmi principalmente su alcuni aspetti procedurali, anche se sarà inevitabile fare dei riferimenti ai contenuti.
Il documento ci invita a essere umili e realisti e a fare una “salutare autocritica” (n. 36): credo che tale atteggiamento non debba essere rivolto solo verso la Chiesa del passato e la sua prassi pastorale, ma, per essere autentico, debba estendersi a 360° e quindi anche alla Chiesa odierna. Vorrei pertanto fare alcune domande, non con spirito polemico, ma come semplice invito alla riflessione.

1. È corretto tornare su questioni che erano state già affrontate in tempi relativamente recenti (il precedente Sinodo sulla famiglia risale al 1980), senza che nel frattempo la situazione fosse radicalmente mutata? È vero che in questi trentacinque anni ci sono state non poche novità, che non erano state allora affrontate (p. es., la fecondazione assistita, la maternità surrogata, la teoria del gender, le unioni omosessuali, la stepchild adoption, ecc.); ma è altrettanto vero che tali tematiche non sono state al centro dei lavori degli ultimi Sinodi e sono toccate solo in parte e di sfuggita nell’esortazione apostolica. L’attenzione sembrava rivolta esclusivamente su una questione che era stata già ampiamente dibattuta e definita: l’accesso ai sacramenti da parte dei divorziati risposati civilmente. La questione era stata autorevolmente risolta nell’esortazione apostolicaFamiliaris consortio (n. 84); il suo insegnamento era stato poi ripreso dalCatechismo della Chiesa cattolica (n. 1650) e ribadito dalla Lettera della Congregazione per la dottrina della fede del 14 settembre 1994 e dalla Dichiarazione del Pontificio Consiglio per i testi legislativi del 24 giugno 2000. Mi rendo perfettamente conto che Amoris laetitia sfugge a questa logica dottrinale-giuridica, per porsi su un piano squisitamente pastorale; chiedo solo: è corretto rimettere in discussione un insegnamento ormai praticamente definitivo?

2. È corretta la procedura seguita per affrontare questo tema? Prima il Concistoro straordinario nel febbraio 2014; poi l’assemblea straordinaria del Sinodo dei Vescovi nell’ottobre dello stesso anno; successivamente, l’emanazione dei due motu proprio sulle cause di nullità matrimoniale nell’agosto 2015; quindi l’assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi nell’ottobre immediatamente successivo; infine l’esortazione apostolica post-sinodale appena pubblicata. Finora non si era mai vista una simile procedura: non era sufficiente un’unica assemblea sinodale, debitamente preparata? Era proprio necessario questo “martellamento” durato due anni? A qual fine? Senza contare poi le anomalie registrate lungo il cammino: la segretezza della relazione al Concistoro e del dibattito sinodale; la relazione post disceptationem del Sinodo 2014, che non rifletteva i risultati del dibattito; la relazione finale del medesimo Sinodo, che riprendeva tematiche che non erano state approvate dai Padri; la lettera riservata dei tredici cardinali all’inizio del Sinodo 2015, denunciata pubblicamente come “cospirazione”; ecc.: sono cose normali?

3. È corretto insinuare determinate soluzioni pastorali, che non erano state accolte dai Padri sinodali (e pertanto non potevano essere riprese nel testo dell’esortazione), nelle note del documento? È corretto mettere in discussione in un documento del magistero l’insegnamento di un documento precedente con la seguente formula: «molti … rilevano» (nota 329)? “Molti” chi? “Rilevano” a che titolo? Inoltre, quale tipo di adesione richiede la nota 351, che ammette una possibilità in aperto contrasto con con l’insegnamento e la prassi ininterrotta della Chiesa, basandosi su argomenti che erano stati già presi in considerazione e giudicati insufficienti a giustificare una deroga a quell’insegnamento e a quella prassi (cf la Lettera della Congregazione della Dottrina della fede del 14 settembre 1994, in particolare il n. 5: «Tale prassi [di non ammettere i divorziati risposati all’Eucaristia], presentata [da Familiaris consortio] come vincolante, non può essere modificata in base alle differenti situazioni»)?

4. Non ci si dovrebbe preoccupare, quando si pubblica un documento, di che cosa arriverà ai fedeli? In Evangelii gaudium si poneva, giustamente, il problema della comunicazione del messaggio evangelico (n. 41); in Amoris laetitia si ammonisce di «evitare il grave rischio di messaggi sbagliati» (n. 300). Il fatto che nei giorni successivi all’uscita dell’esortazione siano stati pubblicati commenti contrastanti fra loro non dovrebbe far riflettere? Non sarà che il linguaggio usato non fosse sufficientemente chiaro? È possibile che sullo stesso documento ci sia chi afferma che non cambia nulla e chi lo considera rivoluzionario? Se un’affermazione fosse chiara, non se ne dovrebbero poter dare contemporaneamente due interpretazioni opposte. La confusione provocata non dovrebbe essere un campanello d’allarme? InAmoris laetitia non si ignora il problema: «Comprendo coloro che preferiscono una pastorale piú rigida che non dia luogo ad alcuna confusione» (n. 308), ma poi, con Evangelii gaudium (n. 45), si risponde che è preferibile una Chiesa che «non rinuncia al bene possibile, benché corra il rischio di sporcarsi con il fango della strada». Si è tentati addirittura di pensare che la confusione venga intenzionalmente ricercata, perché in essa agirebbe lo Spirito e in essa Dio va ricercato. Personalmente preferisco credere, con San Paolo, che «Dio non è un Dio di disordine, ma di pace» (1 Cor 14:33).

5. È possibile che, via via che passano gli anni, le esortazioni apostoliche post-sinodali diventino sempre piú prolisse? È possibile che non si riesca a sintetizzare in poche proposizioni i risultati delle discussioni dei Padri? La concisione, in genere, si sposa bene con l’efficacia e l’incisività: quando ci si dilunga oltre il necessario per trasmettere un determinato messaggio, il piú delle volte significa che le idee non erano molto chiare. Senza contare che, elaborando documenti eccessivamente lunghi, si rischia di scoraggiare anche i piú volenterosi a intraprenderne la lettura e li si costringe ad accontentarsi dei sunti, solitamente parziali e di parte, che ne fanno i mezzi di informazione.

6. È proprio necessario che i documenti pontifici si trasformino in trattati di psicologia, pedagogia, teologia morale, pastorale, spiritualità? È questo il compito del magistero della Chiesa? Prima si afferma che «non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del magistero» (n. 3) poi, di fatto, ci si pronuncia su ogni aspetto e si rischia addirittura di cadere in quella “casuistica insopportabile”, che pure, a parole, si dice di deprecare (n. 304). Al magistero spetta il compito di interpretare la parola di Dio (Dei Verbum, n. 10; Catechismo della Chiesa cattolica, n. 85), definire le verità della fede, custodire e interpretare la legge morale, non solo evangelica, ma anche naturale (Humanae vitae, n. 4). Il resto — la spiegazione, l’approfondimento, le applicazioni pratiche, ecc. — è sempre stato lasciato ai teologi, ai confessori, ai maestri di spirito, alla coscienza ben formata dei singoli fedeli. Un’esortazione apostolica, destinata a tutti i fedeli, non può, a mio parere, diventare un manuale per confessori.

7. È giusto insistere sull’astrattezza della dottrina (nn. 22; 36; 59; 201; 312), contrapponendola al discernimento e all’accompagnamento pastorale, quasi non ci fosse possibilità di convivenza fra le due realtà? Che la dottrina sia astratta, non mette conto di sottolinearlo: lo è per natura; come la prassi, di per sé, è pratica. Ma ciò non significa che nella vita umana non ci sia bisogno dell’una e dell’altra: la prassi deriva sempre da una teoria (basti pensare che in Amoris laetitia si ripete per ben due volte, ai nn. 3 e 261, un principio filosofico — e pertanto astratto — che era stato già enunciato in Evangelii gaudium ai nn. 222-225: «Il tempo è superiore allo spazio»). Ragion per cui è importante che la prassi, per essere buona (“ortoprassi”), sia ispirata da una dottrina vera (“ortodossia”); in caso contrario, una dottrina errata genererebbe inevitabilmente una prassi cattiva. Disprezzare la dottrina non giova a nulla, serve solo a privare la prassi del suo fondamento, della luce che dovrebbe guidarla. Non ci si accorge, inoltre, che il parlare della prassi non si identifica con la prassi stessa, ma costituisce solo una teoria della prassi? E la teoria della prassi è pur sempre una teoria, altrettanto astratta quanto la dottrina a cui si vuole contrapporre la prassi.

8. Descrivere la Chiesa del passato come una Chiesa esclusivamente interessata alla purezza della dottrina e indifferente ai problemi reali delle persone, non è forse una caricatura che non corrisponde in alcun modo alla realtà storica? Arrivare al punto di usare certe espressioni (n. 49: «Invece di offrire la forza risanatrice della grazia e la luce del Vangelo, alcuni vogliono “indottrinare” il Vangelo, trasformarlo in “pietre morte da scagliare contro gli altri”»; n. 305: «Un pastore non può sentirsi soddisfatto solo applicando leggi morali a coloro che vivono in situazioni “irregolari”, come se fossero pietre che si lanciano contro la vita delle persone. È il caso dei cuori chiusi, che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa “per sedersi sulla cattedra di Mosè e giudicare, qualche volta con superiorità e superficialità, i casi difficili e le famiglie ferite”») è non solo offensivo, ma falso e ingeneroso verso quanto la Chiesa ha fatto e continua a fare, pur fra mille contraddizioni e infedeltà, per la salvezza delle anime. Nella Chiesa il discernimento e l’accompagnamento pastorale (magari chiamati con nomi diversi e senza fare troppe teorizzazioni) ci sono sempre stati; solo che finora ciascuno faceva il suo mestiere: il magistero insegnava la dottrina, i teologi l’approfondivano, i confessori e i direttori spirituali l’applicavano ai singoli casi. Oggi invece sembrerebbe che nessuno riesca piú a distinguere la specificità del proprio ruolo.

9. Trasformare le esigenze della vita cristiana in “ideali” (nn. 34; 36; 38; 119; 157; 230; 292; 298; 303; 307; 308) non significa — davvero in questo caso — trasformare il cristianesimo in qualcosa di astratto, peggio, in una filosofia, se non addirittura in una ideologia? Non significa forse dimenticare che la parola di Dio è viva ed efficace (Eb 4:12), che la verità rivelata è una “verità che salva” (Dei Verbum, n. 7; Gaudium et spes, n. 28), che il vangelo «è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede» (Rm 1:16), che «Dio non comanda l’impossibile; ma, quando comanda, ti ammonisce di fare quello che puoi e di chiedere quello che non puoi, e ti aiuta perché tu possa farlo» (Concilio di Trento, Decreto sulla giustificazione, c. 11; cf Agostino, De natura et gratia, 43, 50)?

10. Siamo sicuri che la “conversione pastorale” (Evangelii gaudium, n. 25), che si richiede alla Chiesa odierna, sia un bene per essa? Ho l’impressione che alla base di tale conversione ci sia un equivoco di fondo, già presente al momento dell’indizione del Concilio Vaticano II e giunto fino ai nostri giorni: pensare che non sia piú necessario che la Chiesa oggi si prenda cura della dottrina, essendo già essa sufficientemente chiara, conosciuta e accettata da tutti, e che ci si debba preoccupare solo della prassi pastorale. Ma siamo proprio sicuri che la dottrina sia oggi cosí chiara, che non necessiti di ulteriori approfondimenti e di essere difesa da interpretazioni erronee? Siamo proprio certi che tutti, oggi, conoscano la dottrina cristiana? Non basta rispondere a queste domande dicendo che c’è ilCatechismo della Chiesa cattolica: primo, perché non è scontato che tutti lo conoscano; secondo, perché, quand’anche fosse conosciuto, non è detto che sia da tutti condiviso. Se è vero che «la misericordia non esclude la giustizia e la verità, ma anzitutto dobbiamo dire che la misericordia è la pienezza della giustizia e la manifestazione piú luminosa della verità di Dio» (Amoris laetitia, n. 311), è altrettanto vero che «non sminuire in nulla la salutare dottrina di Cristo, è eminente forma di carità verso le anime» (Humanae vitae, n. 29; cf Familiaris consortio, n. 33;Reconciliatio et paenitentia, n. 34; Veritatis splendor, n. 95). E il servizio che il magistero deve offrire alla Chiesa è, innanzi tutto, il servizio della verità (Catechismo della Chiesa cattolica, n. 890); proprio insegnando la verità che salva il magistero assume un atteggiamento pastorale e “misericordioso” verso le anime. Solo quando il magistero avrà adempiuto a questo suo compito primario, gli operatori pastorali potranno, a loro volta, formare le coscienze, fare opera di discernimento e accompagnare le anime nel loro cammino di vita cristiana. 

(Fonte: P. Giovanni Scalese, Senza peli sulla lingua, 14 aprile 2016)