venerdì 26 settembre 2008

L’anticristo abita al 53° piano

Ogni edificio più alto di un campanile è un assalto all’incarnazione e alla presenza di Dio nella città…
C’è una nuova religione che sta innalzando i suoi templi in Europa, e non sto parlando di moschee. I politici e gli elettori, poveri, credono siano grattacieli, musei, università, sedi di banche e di parlamenti, teatri, centri commerciali, e invece sono templi. Spesso pagati coi soldi dei contribuenti, gente perbene o anche permale però con moderazione, persone che non metterebbero mai la crocetta sull’otto per mille al fine di sostenere un culto dichiaratamente nichilista ma che, senza saperlo, versano ogni anno un obolo alla chiesa dell’Architettura Antiumana. Come ogni chiesa che si rispetti anche questa ha dei testi sacri, ovvero intangibili, sconosciuti non perché segreti (sono anzi diuturnamente proclamati dai sommi sacerdoti sui mezzi di comunicazione di massa) ma perché, storia e saggezza popolare insegnano, non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere. Così come pochi non-nazisti negli anni Trenta lessero davvero il Mein Kampf, per poter continuare a pensare che Hitler si sarebbe accontentato di un pezzetto di Cecoslovacchia, così come pochi non-musulmani oggi leggono davvero il Corano, per poter continuare a figurarsi le religioni tutte uguali e ugualmente protese all’amore universale, allo stesso modo pochi non-architetti leggono davvero le interviste agli architetti antiumani, per poter continuare a immaginarseli come professionisti al servizio del funzionale e del razionale.
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“Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall’oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese del Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro: ‘Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco’. Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: ‘Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome’”. (Genesi 11, 1-4).
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“Non esiste né il buono, né il vero, né il bello. Sono un relativista. Sono un nichilista” dichiarò Philip Johnson, il re dei grattacieli, poco prima di rendere l’anima al diavolo. Omosessuale e nazista, il passaporto Usa gli evitò di fare la fine dell’omologo Ernst Röhm e continuò a lavorare per la propaganda del partito nazionalsocialista fino al 1939, quando descrisse estasiato l’incendio di Varsavia, anzi fino al 1940, anno in cui la posizione di americano crociuncinato divenne insostenibile perfino per un polivalente del suo livello, a proprio agio ai vernissage mondani del Moma di New York così come alle cerimonie pagane di Norimberga immortalate da Leni Riefenstahl. Se un nazista non può più fare il nazista può cominciare a fare l’architetto o meglio (essendo com’è ovvio un ardente ammiratore di Nietzsche) il super-architetto, l’architetto al di là del bene e del male. Nel ’49 costruisce la Glass House per distruggere l’idea di casa come guscio degli affetti. Dentro quattro pareti di vetro può vivere un’esibizionista, non una famiglia: l’assenza di intimità e la totale visibilità sarebbero piaciute all’orwelliano Grande Fratello ma pure a Jeremy Bentham, l’inventore del Panocticon, il carcere dove si vede tutto, “un nuovo modo per ottenere potere sulla mente”. La Glass House è un incunabolo dell’Architettura Antiumana che però offre il meglio di sé nel fuoriscala. Nel seguito di carriera Johnson si è dato ai grattacieli, il più famoso dei quali è l’At&t building di New York, riconoscibile fra mille per il timpano forato (oggi si chiama Sony Tower perché commissionare grattacieli non porta benissimo, anche a Milano c’è sempre il Pirellone ma non si sa dove sia finita la Pirelli).
Eppure il Sony è ancora troppo basso, solo 197 metri, poteva andar bene negli anni Ottanta ma oggi per farsi un nome bisogna spingersi oltre. “Per essere moderni bisogna progettare in verticale. Sopra i 400 metri” ha sentenziato Massimiliano Fuksas dall’ambone di Repubblica, nerovestito come Daniel Libeskind, come Rem Koolhaas, come Jean Nouvel (anche dal punto di vista degli abiti sacerdotali la chiesa dell’Architettura Antiumana è molto più rigida della chiesa cattolica, i cui preti vestono come gli pare e infatti hanno ormai meno ascendente degli adoratori del grattacielo). Il comandamento dell’altezza è una sfida malriuscita a Dio e un’aggressione riuscitissima alla sua creatura: più il grattacielo sale, più l’uomo si rattrappisce, ridotto al rango di formica laggiù sul marciapiede. Un grattacielo di 400 metri dialoga con la Muraglia Cinese, la Piramide di Cheope, le Linee di Nazca, non con bipedi 250 volte più piccoli e meno che meno con cuccioli di bipedi. Quando non si capisce se qualcosa è a misura d’uomo basta pensare se è a misura di bambino, e subito risulta evidente l’umanità o la disumanità dell’oggetto analizzato. E’ straziante solo immaginarlo, un bambino costretto a vivere in un appartamento al cinquantatreesimo piano. Secondo me Eric Clapton ancora si sveglia la notte per domandarsi come mai, quel maledetto giorno del 1991, suo figlio Conor fosse affacciato alla finestra di un edificio manhattaniano di altezza assurda e non giocasse invece con le papere davanti a un cottage negli Hamptons. Il teorico dell’architettura Nikos Salingaros ha individuato nel gigantismo il primo dei fattori disumanizzanti. Nemmeno facendosi venire il torcicollo si possono apprezzare forma e dimensioni di un grattacielo con mezzi naturali, c’è bisogno come minimo di un elicottero. Per innalzare e gestire centinaia di migliaia di metri cubi non bastano gli uomini ma occorrono società quotate in borsa e fondi di investimento meglio se degli Emirati Arabi perché il grattacielo è ritornato alle sue origini orientali, bibliche, e infatti nella lingua del culto non si chiama più building ma tower, come nel libro della Genesi: i primi sei edifici più alti del mondo si trovano in Asia (Dubai, Taipei, Shanghai, Kuala Lumpur…).
All’ombra della maggior parte di essi non esiste libertà religiosa: il dispotismo asiatico blandisce gli architetti, sempre al servizio del potere, e perseguita i preti, che servono i servi. Quando supera una certa dimensione l’architettura diventa totalitaria di per sé, indipendentemente dall’ideologia dell’architetto, del costruttore e perfino del regime politico del luogo. Il grattacielo babelico di Dubai è costruito da operai indiani, pachistani e bengalesi ridotti in semischiavitù, impossibilitati a tornare a casa per il fenomeno dell’indebitamento obbligatorio e il relativo sequestro dei passaporti, pagati un decimo degli impiegati arabi, senza diritti di alcun genere, falcidiati da incidenti sul lavoro il cui numero è tenuto segreto come segreta è l’altezza che sarà raggiunta dallo spaventoso edificio una volta completato (700 metri?). Sacrifici umani e misteri iniziatici: ecco altri due ingredienti tipici delle religioni precristiane.
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“Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: ‘Ecco, essi sono un popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro’” (Genesi 11, 5-7).
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Un’esaustiva collezione di dogmi della chiesa dell’Architettura Antiumana è stata recentemente pubblicata da Mondadori Arte. L’autore, o meglio il raccoglitore, si chiama Christian de Poorter (deve trattarsi di un convertito: a giudicare dal nome è nato in ambiente cristiano). Il libro si intitola “Atlante dell’architettura contemporanea in Europa” ma qui più delle foto, tragiche e bellissime, è la prefazione che ci interessa. Oltre alla completezza e all’apparato iconografico, il valore di questo testo divulgativo risiede nella sua trasparenza. Ci fu in tempo in cui gli architetti cercavano di nascondere grandi masse di cemento e di metallo dietro il dito dell’ideologia: Renzo Piano si atteggiava a benefattore e demoliva antichi palazzi di Parigi in nome della partecipazione sociale. Vecchie fisime anni Settanta. Oggi gli alibi non servono più e De Poorter espone senza falsi pudori i malvagi obiettivi dei progettisti alla moda. “L’architettura contemporanea seduce, stupisce e conquista”. Insomma vuole stordirci, invaderci, come una droga, come una metastasi. “Il contenitore diventa più attrattivo del contenuto”. L’architetto è quindi un vampiro capace di svuotare di senso qualsiasi tipologia edilizia, anche una chiesa del culto concorrente vale a dire una chiesa cristiana (non è difficile: basta sabotare l’incarnazione mimetizzando l’esterno, come Piano a San Giovanni Rotondo, o rendendo astratto l’interno, come Meier a Tor Tre Teste). “Il Kunsthaus di Graz, un’enorme bolla blu aliena atterrata nel cuore della città austriaca”.
Finalmente ammesso che i capolavori dell’architettura contemporanea in Europa altro non sono che elefanti in cristalleria. “Rogers nel progetto della nuova sede londinese del Lloyd’s Register of Shipping estremizza il concetto della trasparenza offrendo una sorprendente leggerezza visiva, al limite della fragilità psicologica”. Così De Poorter dà ragione a Salingaros, secondo il quale i sacerdoti dell’antiumano stanno operando “una deliberata aggressione ai nostri sensi che usa il meccanismo percettivo per generare ansietà fisica e angoscia”. Io per esempio se per uno scherzo del destino fossi costretto ad abitare nel Turning Torso disegnato da Santiago Calatrava in Svezia, 190 metri dall’aspetto poco stabile, sicuramente mi imbottirei di psicofarmaci. Poi De Poorter cade in alcune ingenuità devozionali, tipiche dei neofiti o degli adepti di scarsa cultura. In Olanda gli edifici nevrotizzanti si espandono senza freni e allora la si definisce un “piccolo paese dinamico e anticonformista” quando a prescindere dall’architettura vi impera un conformismo terrorizzato, dove non si possono proiettare film critici verso il Corano, dove gli anticonformisti giacciono per lo più sotto terra (vedi Pim Fortuyn e Theo Van Gogh). Il vocabolario formale di Frank Gehry è descritto come “nutrito e variegato” a pagina 11 ma De Poorter si smentisce da solo, con il suo stesso libro: basta andare alle pagine 220 (Berlino), 242 (Dusselforf) e 310 (Praga) per constatare la monotonia dell’architetto canadese, sempre le stesse finestrelle esoftalmiche.
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“Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra” (Genesi 11, 8-9).
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Gesù discende da Davide, il piccolo Davide che abbattè il gigante Golia. Nel discorso della montagna, che era poi una collinetta, Gesù non abolisce la Legge e non rinnega la punizione toccata a Babele (fra parentesi, nemmeno quella a Sodoma e Gomorra). Gesù proclama la beatitudine degli uomini miti. Gesù invita a imparare da lui, umile di cuore. Gesù dice che per convertirsi bisogna diventare come bambini. Gesù dice che per entrare nel regno dei cieli bisogna farsi piccoli. Gesù dice che gli ultimi saranno i primi e i primi ultimi. Gesù entra a Gerusalemme su un asinello. L’Antico Testamento colpisce la superbia con una spada di fuoco, il Vangelo testimonia la modestia e la misura in ogni pagina, quasi in ogni versetto. Per questo i grattacieli non possono dirsi cristiani. Anzi, ogni edificio più alto di un campanile è un assalto all’incarnazione, alla presenza di Dio nella storia e nella città.
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“Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori” (Salmo 127, 1).
Sul Corriere della Sera ho letto un articolo di Pierluigi Panza, vi ho colto uno stile (dote rara in chi si occupa di architettura) e quindi ho cercato notizie su di lui. Vagando per la rete ho trovato uno spezzone in cui Panza viene intervistato da un signore dal cranio perfettamente lucido che poi ho scoperto chiamarsi Pier Moro. Moro cerca di strappare a Panza un giudizio favorevole sui grattacieli della Fiera di Milano firmati Hadid, Isozaki, Libeskind, ed è penoso vedere l’intervistato barcamenarsi per cercare di salvare l’anima senza però scontentare l’intervistatore, un chierichetto del grattacielismo. Per ridicolizzare gli avversari dei tre moloch antiumani e antimilanesi, Moro la butta sul caratteriale: forse ce l’hanno con Libeskind perché è antipatico. Sarebbe una triste vicenda se una scritta alle spalle dei due interlocutori non la rendesse tristissima: Radioformigoni.it. No, non sto per cominciare un discorso morale, qui siamo tutti simoniaci. Come dice Julián Carrón, un prete che il presidente della Regione Lombardia immagino conosca meglio di me, “il problema non è l’etica, il problema è l’ontologia, è il rapporto con il reale”. Nella fattispecie il problema è rispondere alla domanda messa da Eliot in bocca alla Straniera: “Qual è il significato di questa città?”. Sconfortato mi chiedo: Formigoni è ancora cristiano o è passato armi e bagagli all’anticristianesimo militante e architettante? No? E allora: avrà mai letto il filosofo Roger Scruton secondo il quale le opere di Libeskind sono fra le più arroganti espressioni del nichilismo contemporaneo, costruite “come in assenza di gravità, stabilità e comunità”?
Terza domanda: E’ consapevole che Libeskind rigetta pubblicamente qualsiasi nozione di sacro, di inviolabile, e sta all’urbanistica come Jack Kevorkian, il dottor Morte, sta alla medicina? Io capisco che un politico non abbia il tempo di leggere filosofi e poeti, quei perdigiorno, ma i giornali richiedono meno impegno. Basta sfogliarli distrattamente per capire dove ci vuole portare il sinedrio dell’Architettura Antiumana. L’architetto Paolo Caputo, concelebrante del grattacielismo milanese, quando viene intervistato sguinzaglia la hybris: “Le torri andranno a dichiarare nuove centralità urbane”. Sono parole chiarissime che significano il progetto di strappare Milano a Milano, portando il suo cuore lontano da Piazza Duomo e Piazza Sant’Ambrogio, in nuovi quartieri dove i bambini cresceranno senza mai vedere un crocifisso, senza mai ascoltare le campane, e umiliando ulteriormente la Madonnina, via via sminuita a partire dal 1954 quando il grattacielo di Piazza della Repubblica superò per la prima volta la guglia maggiore della cattedrale. Ma non voglio più parlare, io non sono nessuno, dispero di poter convincere colui che la domenica va a messa e il lunedì guarda la Madonna dall’alto in basso, dal suo ufficio al Pirellone. La superbia è il peccato del primo uomo e lo sarà anche dell’ultimo. Io taccio per lasciar parlare qualcun altro.
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Un discepolo gli disse: “Maestro, guarda che pietre e che costruzioni!”. Gesù gli rispose: “Vedi queste grandi costruzioni? Non rimarrà qui pietra su pietra che non sia distrutta” (Vangelo di Marco 13, 1-2). (Camillo Langone, Il Foglio 20 settembre 2008)

Una truffa intellettuale: Inchiesta sul cristianesimo di Corrado Augias e Remo Cacitti

La fede crede che Gesù sia risorto. La scienza sa che Gesù non è risorto, perché i morti non risorgono. La fede crede che i quattro Vangeli ci trasmettano il messaggio di Gesù Cristo. La scienza sa che non è così. La fede crede che la Chiesa ci permetta d’incontrare ancora oggi nella storia Gesù di Nazaret attraverso la continuità dell’istituzione da lui fondata. La scienza sa che Gesù non ha fondato nessuna istituzione, e che la Chiesa come la conosciamo semmai deriva dall’imperatore Costantino. Vecchiume che risale all’Illuminismo, e che riposa su una concezione dogmatica e arrogante di scienza definitivamente decostruita da Adorno e Horkheimer in poi, senza dimenticare la meta-scienza di Popper? Purtroppo no: lo scientismo è un passato che non vuole passare, come conferma un aspirante best seller in cerca di lettori, “Inchiesta sul cristianesimo. Come si costruisce una religione” (Mondadori, Milano 2008), confezionato sulla scia del successo del suo precedente Inchiesta su Gesù dal giornalista Corrado Augias, questa volta con Remo Cacitti, docente di Storia del cristianesimo antico all’Università di Milano.
Per quanto nell’anno di grazia 2008 questo possa sembrare un po’ vecchiotto, c’è ancora chi è convinto che si possa opporre alla fede – rappresentata per esempio da Benedetto XVI, oggetto di più di una battutina velenosa, e per definizione infondata e soggettiva – la Scienza storica con un’ideale S maiuscola, che sarebbe invece per definizione oggettiva, universale e certa. Cacitti va addirittura a ripescare dalle brume di uno scientismo anticlericale dimenticato l’archeologo e storico francese Salomon Reinach (1858-1932), che gli fornisce quello che può essere considerato il motto del libro: mentre la fede dice “io credo” la scienza della storia delle religioni, fondata su “fatti certi”, può dire con orgoglio “io so” (p. 265). Una volta entrati in (o per meglio dire, tornati a) questa logica, il gioco è fatto: a chiunque muovesse obiezioni in nome della religione o del semplice buon senso Monsieur le Professeur potrà additare la sua redingote e il suo cilindro accademici e invitare chi non insegna storia all’università a farsi più in là e non disturbare i manovratori.
Il problema, dunque, è non entrare in una logica che, dal punto di vista del metodo (e senza volere in alcun modo giudicare le persone o le intenzioni), costituisce un’oggettiva truffa intellettuale.
Metodologicamente, infatti, non è in nessun modo accettabile contrapporre “la” scienza alla religione (che poi, nel libro, è sostanzialmente la religione cattolica, oggetto degli strali polemici degli autori). Esistono infatti innumerevoli scuole teologiche e forme di spiritualità, ma da un punto di vista sociologico è possibile parlare in modo sensato di “una” religione cattolica, definita dal magistero della Chiesa e illustrata nel Catechismo. Non è invece possibile parlare quando si tratta del cristianesimo, delle sue origini e di Gesù Cristo di “una” scienza. Anzitutto, ci sono più scienze che si occupano di questi temi: colpisce, per esempio, l’assenza nel testo di qualunque riferimento alla sociologia delle religioni, una scienza il cui più noto esponente statunitense contemporaneo, Rodney Stark, ha dedicato una delle sue opere fondamentali precisamente alle origini del cristianesimo. Inoltre, Cacitti certamente sa benissimo che se si leggono dieci storici delle origini del cristianesimo scelti a caso si troveranno dieci tesi diverse su quasi tutti i punti essenziali, non solo su questioni di dettaglio.
Ma soprattutto: in che cosa consiste il metodo storico “scientifico” di Cacitti, di cui si afferma con tanta sicumera la superiorità sul modo con cui si accosta alle origini cristiane Benedetto XVI? Si cita ripetutamente l’intenzione di privilegiare fonti diverse dai Vangeli, tra cui gli storici romani: ma dal momento che queste fonti ci dicono molto poco su Gesù Cristo si torna necessariamente al Nuovo Testamento, sia pure con una spruzzata di testi apocrifi e gnostici. A proposito dei Vangeli e delle lettere di Paolo, si afferma quindi che alcune affermazioni vanno intese come effettivo resoconto di fatti storicamente avvenuti, altre solo come metafore o descrizioni di esperienze spirituali a torto scambiate per realtà storiche o empiriche, altre ancora come affermazioni messe in bocca post factum a Gesù per giustificare interessi o posizioni della Chiesa nascente.
Il metodo non è nuovo: il controverso esegeta irlandese, residente negli Stati Uniti, John Dominic Crossan e il suo Jesus Seminar avevano prodotto addirittura un Vangelo “a colori” dove attribuivano colorazioni diverse a quanto, secondo loro, Gesù avrebbe detto per davvero e a quanto sarebbe stato inventato dagli evangelisti. Il problema però è chi e come decide quali parole e fatti attribuiti a Gesù sono autentici e quali sono inventati. Dichiariamo autentici i testi che pensiamo di poter considerare più antichi? Niente affatto: Cacitti riconosce che le affermazioni più chiare sul fatto che Gesù sia fisicamente risorto dai morti sono in testi di san Paolo “vicini all’evento, ovvero databili agli anni Trenta del I secolo” (p. 28).
Eppure secondo lo storico italiano è “evidente” che si tratta di “una prospettiva religiosa, non storica” (ibid.). E perché è “evidente”? Cacitti lo dice in modo più sfumato e Augias più brutalmente: perché nel XXI secolo “alla resurrezione dei morti oggi nessuno crederebbe” (p. 72). A parte la solita mancanza di sociologia – uno sguardo alle Indagini mondiali sui valori convincerebbe gli autori che la maggioranza assoluta dei nordamericani e dei sudamericani, e un buon terzo degli europei, crede in pieno XXI secolo che Gesù sia risorto – la formula sembra precisamente quella rimproverata al Jesus Seminar: consideriamo autentici solo gli eventi e gli insegnamenti riportati nei Vangeli che risultano accettabili ai contemporanei, anzi a quella minoranza di contemporanei che segue i dettami dello scientismo. Il criterio spacciato per scientifico e storico in realtà è ideologico e deriva dai nostri pregiudizi. Così le affermazioni sul primato di Pietro e tutto quanto fonda un cristianesimo che non sia puro insegnamento morale sulla povertà e la pace “devono” essere aggiunte posteriori e non possono fare parte dell’insegnamento autentico di Gesù Cristo: il quale, diversamente, assomiglierebbe troppo a quello di Benedetto XVI e darebbe fastidio alla sensibilità liberal degli autori.
Che le cose stiano così è confermato dalle incaute incursioni su temi diversi da quelli delle origini cristiane. Per esempio, in tema di apparizioni della Madonna a Fatima, Lourdes e Medjugorje, Cacitti afferma ripetutamente che “non hanno assolutamente nulla di religioso” (p. 149). Poiché nello scientismo non c’è posto per le apparizioni, è evidente che la Madonna non appare. Ma più curiosa ancora è la pretesa di definire che cosa sia “religioso”. Avendo a suo tempo partecipato (unico studioso italiano invitato) al progetto europeo LISOR sulla definizione di religione, penso di avere qualche elemento per dire che, per esempio, nel messaggio di Fatima o nelle parole della Vergine a Lourdes, per tacere dell’esperienza dei fedeli e dei pellegrini nei rispettivi santuari, tutto è religioso secondo una qualunque delle maggiori nozioni di religione utilizzate nella sociologia contemporanea.
Anche sul rigore scientifico di Cacitti ci sarebbe poi da ridire, come quando definisce “chierici franchisti” i sacerdoti e religiosi uccisi durante la guerra di Spagna e canonizzati (p. 210: molti di loro non erano certamente “franchisti” e furono uccisi per la loro fede, non per le loro idee politiche) e quando confonde, tra i documenti del Vaticano II, la Nostra Aetate (che non è il testo “che apre alla libertà religiosa”, p. 246) con la Dignitatis humanae. Si passa invece dalla semplice svista alla manifestazione dichiarata del pregiudizio ideologico quando lo storico di Milano attacca “l’oscena strumentalizzazione di certi passi del Corano, operata da truci cristiani, per i quali sarebbe quel testo sacro a fomentare la violenza e il terrorismo islamici”: una posizione che “certo non è vera” (p. 66). Il maggiore sostenitore accademico contemporaneo della tesi secondo cui le giustificazioni di una certa violenza islamica si trovano in alcune sure del Corano, David Cook, il quale offre argomenti molto seri e tutt’altro che facili da smontare, sarà forse “truce” per gli standard di Cacitti, ma certamente non è un cristiano.
A suo tempo, in pubbliche interviste, Cacitti difese Il Codice da Vinci come fonte, se non di veri insegnamenti, almeno di valide “intuizioni”. Non dovrebbe quindi prendersela troppo con chi oggi pensa che il suo libro possa fare compagnia a Dan Brown nello scaffale delle fantasie anticattoliche: mentre il cristianesimo, quello vero, rimane un’altra cosa. (Massimo Introvigne, Cesnur.org, 18 settembre 2008)

La teologia di Vito Mancuso

È considerato un teologo, ma il contenuto e l’impianto del suo testo contraddicono la natura della teologia. Tratta con scandalosa superficialità temi che meriterebbero ben altro rispetto, commettendo diversi notevoli svarioni.
Il libro L’anima e il suo destino (Cortina, 2007) ha purtroppo imposto all’attenzione del pubblico Vito Mancuso come «teologo cattolico». Dico «purtroppo» perché il caso è emblematico di quanto la cultura di oggi disconosca (volutamente o per mera ignoranza) lo statuto epistemologico (cioè la natura e i compiti) della teologia cristiana. L’autore è teologo nel senso che insegna Teologia moderna e contemporanea alla Facoltà di Filosofia dell’Università «San Raffaele» (Milano), ma l’effettivo contenuto e l’impianto metodologico del suo libro sono in netta contraddizione con l’idea stessa di teologia. Il suo saggio vorrebbe essere Un «moderno» trattato di escatologia, e infatti i nove capitoli che compongono il libro trattano dell’esistenza dell’anima, della sua origine e della sua immortalità, della speranza di salvezza, della morte e del giudizio, dell’aldilà (purgatorio, paradiso, inferno) e infine della «parusia» (la seconda venuta di Cristo alla fine della storia) e del giudizio universale.
Gli argomenti di per sé sono certamente suscettibili di una trattazione teologica, ma l’autore li affronta in un modo che non è quello della teologia, come non è quello della filosofia né di alcuna altra scienza. Da un punto di vista formale, Mancuso non rispetta le più elementari esigenze della logica in generale e in particolare dell’epistemologia; da un punto di vista materiale, poi, dimostra una superficialità scandalosa nel trattare temi ai quali un teologo dovrebbe accostarsi con rispetto, con attenzione e soprattutto con le dovute competenze storiografiche, e esegetiche e critiche. È facile pensare di poter «ridefinire» o «riproporre in termini nuovi» le verità rivelate che sono oggetto della dottrina della Chiesa: occorre perô intenderle nel loro vero senso e accettarle come verità rivelate da Dio, sapendo che hanno come premesse le verità che l’uomo può raggiungere con le sue forze naturali. La questione della verità è (a questione essenziale, non solo in filosofia ma anche e soprattutto in teologia, e chi pretende di fare teologia deve scoprire le proprie carte, facendo vedere da quali presupposti di verità parte, altrimenti le sue argomentazioni sono dei veri e propri sofismi, utili non a fare scienza, ma a imporre in altri modi la ben nota «dittatura del relativismo».
Non si può ignorare, ora che siamo gia nel terzo millennio del cristianesimo, che la teologia cristiana è la riflessione scientifica di un credente sulla propria fede, assunta non come ipotesi da «verificare» ma proprio come verità rivelata da Dio, nei termini precisi con i quali essa è proposta dalla Chiesa, che ha l’autorità e il dovere di custodire e interpretare la Rivelazione. Quando il discorso su Dio e su temi religiosi cristiani non è svolto a partire dalla fede come verità creduta, non si fa più teologia cristiana ma filosofia della religione cristiana o semplicemente filosofia di Dio, cioè «teologia» nel senso aristotelico, come culmine della metafisica. È lo stesso Mancuso a squalificare il suo lavoro fin dall’inizio quando spiega che esso mira alla «costruzione di una “teologia laica”, nel senso di rigoroso discorso su Dio, tale da poter sussistere di fronte alla scienza e alla filosofia». Che significato può avere l’aggettivo «laico» applicato alla teologia? Se per «laico» si intende un fedele cristiano che non è membro della gerarchia, l’aggettivo non aggiunge nulla allo statuto epistemologico della teologia, che oggi è coltivata con frutto da tanti laici, uomini e donne. Se invece per «laico» si intende «ateo» (come purtroppo lo intende molta gente oggi), allora l’aggettivo qualifica la teologia in senso negativo, come non più cristiana ma intenzionalmente non-cristiana, anticristiana. Se infine l’intenzione (sia pure malamente espressa) vuol essere di fare un discorso su Dio che valga sia per i credenti che per i non credenti, allora si tratterebbe di mera filosofia, ragione per cui non si capisce perché Mancuso scriva che il suo vuol essere un «rigoroso discorso su Dio, tale da poter sussistere di fronte alla scienza e alla filosofia».
Non sono, queste, osservazioni troppo puntigliose: a questione del metodo teologico non è una questione di dettaglio, anzi la validità scientifica e l’utilità ecclesiale della teologia cristiana sta tutta nel metodo, e in particolare nel punto di partenza, che deve essere la fede creduta. Da questo punto di vista, una vera teologia può essere più o meno scientificamente accettabile, ma è sempre utile alla riflessione sulla fede. Se invece questa presunta teologia pretende di negare con argomenti razionali la credibilità del dogma, allora non è nemmeno buona filosofia perché la credibilità del dogma cristiano può essere negata solo con false ragioni, con pregiudizi filosoficamente falsi. D’altra parte, una buona filosofia non potrà che offrire al credente «ragioni per credere».
La buona filosofia ha saputo dimostrare, fin dall’antichità (Platone), la natura spirituale, cioè immateriale, dell’anima umana, in quanto capace di atti (le intuizioni intellettive e le volizioni libere) che trascendono i limiti della materialità.
La Chiesa ha poi fatto proprie queste acquisizioni della filosofia, non in quanto legate a una particolare epoca storica o a una particolare scuola filosofica, e nemmeno in quanto sostenute dalle indagini delle scienze empiriche, ma solo perché la loro evidenza appartiene alla retta ragione, cioè al senso comune.
Ignorando sia il senso comune e la filosofia, sia il significato del dogma, Mancuso parla di «materia» riferendosi alla corrispondente nozione einsteiniana, senza accorgersi che quest’ultima è in funzione della teoria fisico-matematica e nulla ha a che vedere con la nozione metafisica di «materia», incomprensibile senza quella di «forma». Già in Aristotele, infatti, la materia è il sostrato delta forma, è ciò che ha la capacità di ricevere la forma e quest’ultima è ciò che configura e organizza la materia, è il principio di organizzazione e di configurazione della materia intrinseco alla materia stessa.
Ma, anche a proposito di «forma», egli ignora che essa costituisce l’uomo singolo come «sostanza», tanto che arriva invece a scrivere che la dottrina cattolica concepisce l’anima come «sostanza»; in realtà, per la dottrina cattolica, come per la metafisica classica, sostanza è la persona, nell’unita di corpo (materia) e anima (forma).
D’altronde, Mancuso aveva dichiarato nelle premesse la sua incondizionata adesione all’ideologia dell’evoluzionismo cosmico (Teilhard de Chardin), che è quanto di più lontano dalla vera filosofia e — proprio per questo — quanto di più incompatibile con la verità rivelata, sia nei capisaldi teoretici che nelle conseguenze morali, specialmente bioetiche. Basti pensare che, da un principio scientificamente errato come quello che Mancuso enuncia dicendo che «non c’è più (nel caso di una vita colpita da una grave malattia o da senilità acuta) l’anima razionale-spirituale» (p. 107), deriva niente meno che la legittimità dell’eutanasia indiscriminata di malati e di anziani; Mancuso non capisce che la facoltà di intendere e di volere (ciò che ci fa vedere che c’è l’anima immateriale) è permanente e costituisce la persona umana con i suoi inalienabili diritti, anche quando il suo esercizio attuale è accidentalmente impedito da fattori materiali di vario genere. Anche in questo caso, la mancanza di categorie metafisiche (che sono le uniche compatibili con il senso comune e con la Rivelazione) non consente né di intendere né di rispettare la verità sull’anima, che è innanzitutto verità dell’uomo che si sa creato da Dio «a sua immagine e somiglianza», e poi verità di Cristo che «rivela pienamente l’uomo all’uomo».
Leggi in proposito: Antonio Livi, Ermeneutica teologica, Casa editrice Leonardo da Vinci, 2008.Idem, Le premesse razionali della fede, Lateran University Press, 2008. Cornelio Fabro, L’anima; Idem, Dio. Introduzione al problema teologico. (Mons. Antonio Livi, il Timone, n. 75, Luglio/Agosto 2008)

giovedì 18 settembre 2008

Mons. Rino Fisichella e Oriana Fallaci: un’amicizia sulle questioni fondamentali

È la storia di un’amicizia breve ma profonda, quella tra Oriana Fallaci e il vescovo Rino Fisichella. Un’amicizia discreta, della quale non si era avuta notizia fino al momento in cui la famosa giornalista autrice de “La rabbia e l’orgoglio”, malata di un cancro incurabile, venne ricevuta da Benedetto XVI a Castelgandolfo alla fine di agosto 2005. Quell’udienza speciale, quel colloquio privato, al di là del protocollo e dell’ufficialità, tra una donna coraggiosa, senza peli sulla lingua, le cui controverse posizioni sulla debolezza dell’Occidente di fronte all’islam avevano provocato una scossa e una cascata di polemiche, era stata ottenuta e preparata da monsignor Fisichella.
Tutto comincia nel giugno 2005, dopo un’intervista nella quale il vescovo cita la Fallaci e pochi giorni dopo si vede arrivare una lettera della giornalista. È l’inizio di un’amicizia e dalle pagine di quel carteggio - grazie all’opera di Giuseppe De Carli, direttore di Rai Vaticano - tra l’uomo di Dio e l’appassionata giornalista non credente che sa di essere giunta alla fine della sua vita, emerge la profondità e la statura umana di entrambi i protagonisti.
Da questi brandelli di comunicazione si coglie la profondità della domanda della giornalista e il modo discreto con cui il sacerdote l’accompagna. E il conforto è reciproco, come emerge dalla lettera che la Fallaci scrive al monsignore per manifestargli la sua vicinanza in occasione della morte della madre.
Si è spesso discusso sulle conversioni in punto di morte di persone che non hanno creduto durante la loro esistenza, le quali, di fronte al passo estremo, si riavvicinano alle fede. E qualcuno ha pure ironizzato sull’attivismo di alcuni prelati nell’accostarsi ad alcuni vip sulla via del tramonto.
Si è però dimenticato che è naturale in molti l’acuirsi delle domande fondamentali, decisive, sul proprio destino ultimo, in prossimità della morte. Dalle lettere emerge con evidenza che il vescovo è stato contattato, è stato scelto. Emerge pure che ciò che ha offerto è stata un’amicizia vera, non tentativi di conversioni forzate.
Ha detto Papa Ratzinger lunedì scorso, prima di amministrare l’unzione degli infermi a dieci malati davanti al santuario di Lourdes: «La sofferenza prolungata rompe gli equilibri meglio consolidati di una vita, scuote le più ferme certezze della fiducia e giunge a volte a far addirittura disperare del senso e del valore della vita. Vi sono combattimenti che l’uomo non può sostenere da solo... Quando la parola non sa più trovare espressioni adeguate, s’afferma il bisogno di una presenza», di un’amicizia.
Oriana Fallaci fino all’ultimo ha lottato ed è rimasta tenacemente avvinghiata alla vita. Dai suoi scritti non traspare in alcun modo disperazione. Ma è evidente da queste lettere che nel momento più difficile della sua vita ha cercato e trovato conforto e amicizia in un uomo di Dio.
(Andrea Tornielli, © Copyright Il Giornale, 18 settembre 2008 consultabile online anche qui)

Diamo qui un piccolo saggio del loro scambio epistolare
«Vorrei incontrare Ratzinger»
New York, giugno 2005
Monsignore, Lei mi ha commosso. Naturalmente sapevo bene chi fosse il Rettore della Lateranense, il vescovo che ragiona al di là degli schemi e senza curarsi dei Politically Correct.
Ma a leggere la Sua intervista al Corriere ho rischiato davvero la lacrimina. Io che non piango mai. E mi sono sentita meno sola come quando leggo uno scrittore che si chiama Joseph Ratzinger...
Il guaio è che sono molto malata. Ormai l’Alieno mi divora perfino gli occhi. Medea e i suoi figli ho dovuto dettarlo come Milton che da cieco dettava, mi si perdoni il paragone, La Storia d’Inghilterra e Il Paradiso Perduto. E questo mi confina a New York... Prigioniera delle chemioterapie e delle radioterapie, non posso allontanarmi.
Ci proverò lo stesso, prima o poi. Tanto più che vorrei parlarLe anche dell’importantissima cosa di cui suppongo sia al corrente... Vale a dire il mio desiderio d’incontrare, zitta zitta e lontano da occhi indiscreti, Sua Santità.
Sa, è un desiderio che mi accompagna da quando incominciai a leggere i suoi libri. E che non cercai di esaudire subito perché lavoravo giorno e notte a La Forza della Ragione.
Poi perché l’Alieno si scatenò e non stavo nemmeno in piedi. Dopo, perché stavo completando la Trilogia con L’intervista a me stessa e L’apocalisse.
Infatti quando venne eletto Papa feci sì capriole di gioia ma nel medesimo tempo pensai: «Oddio. Ora non potrò più vederlo». E con un sospirone avvilito mi rassegnai... La ringrazio di nuovo. Ripetendo che mi piacerebbe conoscere anche Lei, La saluto caramente... Oriana Fallaci.
(© Copyright Il Giornale, 18 settembre 2008 consultabile online anche qui).
«Lei è una voce preziosa fuori dal coro degli yes men»
Dear Oriana,
Accattoli mi aveva annunciato la sua intenzione di scrivermi, ma quando ho aperto la lettera le assicuro che l’emozione è stata grande. L’intervista che ho rilasciato al Corriere era sincera e manifestava solo per sommi capi il mio pensiero e la mia ammirazione nei suoi confronti. Per il coraggio che lei esprime, l’intelligenza che ha accompagnato da sempre i suoi scritti e la vis polemica che mi affascina non poco nei suoi ultimi libri, lei merita molto di più dell’intervista del rettore del Laterano... lei è una voce preziosa, fuori dal coro degli yes men e con un’autorevolezza che fa onore alla sua professionalità...
Non so se posso permettermi, ma le chiedo di lottare contro l’alieno.
Non lo scriva neppure con la maiuscola, non lo merita. Sì è davvero un alieno e lei lo chiama con il giusto nome; non appartiene alla nostra vita, soprattutto quando la ragione sa sconfinare per spazi illimitati e lui obbliga a verificare la debolezza del proprio corpo.
Ogni volta che mi affaccio su piazza san Giovanni vedo dinanzi a me l’obelisco egizio: quasi 4000 anni di storia... non riesco a comprendere fino in fondo perché un pezzo di pietra fatto dall’uomo, possa superare il tempo mentre io devo ripetere le parole del Salmo: «Gli anni della mia vita sono settanta e ottanta per i più forti»! Combatta anche con la debolezza fisica, perché «quando sono debole allora sono forte»; non lo chiedo solo io... Abbiamo bisogno di lei, perché non appaia che l’identità del nostro Paese e la storia dell’Europa sia una cosa da «cattolici» mentre è una questione ben più universale. Si tratta di responsabilità che abbiamo per le nuove generazioni, nonostante sembri che solo a pochi interessa far parte viva di un processo di trasmissione che conserva cultura e crea nuove forme di pensiero coerenti con il nostro passato.
La sua Trilogia era già tra i miei libri... Conserverò il suo cofanetto con gelosia, come il dono di un’amicizia che è giunta improvvisa, inaspettata e per questo ancora più carica di gratuità... gioisco nel sentire che vorrebbe incontrare il Santo Padre...
Le assicuro che oggi stesso mi prodigherò perché sia fattibile un suo incontro... lei potrà toccare con mano l’amabilità e l’acutezza di Ratzinger e lui potrà sperimentare il coraggio di una donna libera e combattiva che crede nella forza della ragione. Mons. Rino Fisichella)
(© Copyright Il Giornale, 18 settembre 2008 consultabile online anche qui.)
«Io i veli in testa non li porto Neanche morta»
Era il 16 agosto, mancavano 11 giorni all’appuntamento con Benedetto XVI quando Oriana scriveva:
Per quel sabato o lunedì m’è sorta una domanda angosciosa. Una preoccupazione che non mi aveva mai sfiorato il cervello. Oddio, oddio: non ci vorranno mica abiti da cerimonia?!? Io quelli non li ho. O non più, anche considerando i 38 chili che ormai ci sguazzano dentro. Io ho soltanto spartane giacche da uomo. È lecito imporle a un sovrano? A ciò si aggiunge l’incubo della testa coperta. Io i veli in testa non li porto. Neanche morta. Neanche per coprire i capelli lasciati dalla chemioterapia. Di copricapo acconci non ne posseggo né saprei dove trovarli. Se l’etichetta li impone, come si fa?!? Sembrano scemenze, invece non lo sono. In ventisei anni non mi sono ancora rimessa dal trauma che soffrii a Qom col chador. Quello che poi tolsi facendo infuriare l’ayatollah. Oriana Fallaci.
(© Copyright Il Giornale, 18 settembre 2008 consultabile online anche qui).
«Per quel momento non si è mai pronti»
(in occasione della morte della mamma di Monsignore)
New York, domenica 23 ottobre 2005
Rino,
Marco (il segretario del vescovo n.d.r.) ha chiamato. Me l’ha detto, e ne sono rimasta molto turbata. Oh, lo so che quel dolore miliardi di esseri umani lo hanno sofferto prima di te. Di noi. Lo so che a miliardi ne soffriranno dopo di te, di noi: che questa è la Legge della vita. Lo so che la tua certezza di rivederla ti aiuta ad accettare una realtà che io non accetto. E infine so che ti ci stavi preparando. (Ne parlammo due telefonate fa, ricordi? Non so perché ti chiesi di lei, e tu rispondesti: «Se l’avessi persa all’improvviso, non avrei resistito. Quindi meglio che se ne vada così, piano piano mi abitua all’idea»). Però so anche che quando il momento arriva, non si è pronti lo stesso.
Io non lo ero, la notte in cui mia madre se ne andò. Nonostante tutta la morte che avevo visto alle guerre, tutti i giovani che mi erano morti accanto al fronte, nonostante Alekos che un anno prima era stato ammazzato mentre correvo ad Atene per cercar di salvarlo, non ero pronta. E sebbene fossi andata a vivere nella casa di campagna per starle vicino, sebbene mi fossi «abituata all’idea», ne soffrii in maniera lancinante. Unico conforto, il fatto che la sera precedente fossi riuscita a procurarle un prete...
«Prete» aveva farfugliato con occhi imploranti verso mezzanotte. Così ero corsa subito fuori senza neanche infilarmi un cappotto. Era inverno e nevicava. Nel buio avevo raggiunto la chiesa del villaggio e chiamato un certo Don Gori che non voleva venire. «Domani, domani, ora-è-troppo-tardi-e-fa-freddo». A spintoni, parolacce, minacce, «se-non-mi-segue-seduta-stante-io-la-ammazzo», lo avevo costretto venire con la stola viola e il resto. E, a vederlo entrare, gli occhi imploranti s’erano illuminati d’una gioia insensata. Sublime e insensata. Oltretutto lei lo detestava perché per celebrare la messa nella nostra cappella del giardino esigeva ogni volta ventimila lire. E perché durante la Messa prendeva a calci York, il suo yorkshire-terrier, che si metteva ai piedi dell’altare. Poi, da un tipo simile assolta dai peccati che non aveva mai commesso, s’era appisolata con un sorriso felice e... Ho chiesto a Marco: «A che ora se n’è andata?». «Alle tre del mattino» ha risposto un po’ sorpreso dalla domanda. E ho avuto un brivido. Anche mia madre se ne andò alle tre del mattino.
Non ho mai visto un ritratto della tua. Nel living-room vi sono soltanto fotografie di prelati. Ma la vedo in due immagini che en-passant me ne hai dato. La prima è quella d’una mamma alla quale un bambino di sette anni dice inesorabile «Io voglio diventare prete». La seconda è quella d’una signora che si inchina dinanzi al proprio figlio vestito da vescovo e gli bacia l’anello. Dunque la mano. Bè, al tuo dolore dico: non è vissuta invano quella mamma, quella signora. Perché ha messo al mondo te. E a costo di scandalizzarti, indignarti, spaventarti, (aiuto-aiuto, Graham-chiama-la-polizia-porta-l’acqua-santa-ché-bisogna-fare-un-esorcismo), questa volta ti abbraccio teneramente. Anzi con tutta l’anima. Oriana Fallaci.
(© Copyright Il Giornale, 18 settembre 2008 consultabile online anche qui).
Il Mistero del Natale
Roma, 24 dicembre 2005:
Sto per andare dal Papa per la messa di mezzanotte. Oriana carissima, è Natale. Non uno qualunque, perché ogni Natale è per me un dono unico e irripetibile che mi ricorda il farsi uomo del Figlio di Dio. Ti invio una breve frase di San Gregorio il teologo, non poteva essere altrimenti, il quale dice: «Colui che è nasce, Colui che è incomprensibile viene compreso, Colui che arricchisce conosce la Povertà, Colui che è pienezza diviene vuoto». Questo mistero mi riguarda, pregherò il Signore per te, perché ti conceda di portare a compimento ogni desiderio di bene che è in te. Nell’attesa di risentirti ti auguro un buon Natale. Mons. Fisichella.
«In te mi riconosco, sebbene io sia del tutto diversa da te»
Oriana Fallaci gli risponde inviandogli una copia della “Forza della ragione”, poi gli dà una brutta notizia:
DOLORE E ANESTETICI

L’Alieno si è esteso alla spina dorsale, si è piazzato nella vertebra dentro cui mi beccai la pallottola messicana e di lì ha invaso altre vertebre. Da gennaio soffro dolori spietati e vivo di anestetici. Oriana Fallaci
NON RIESCO PIÙ A SCRIVERTI: 2 maggio 2006
Non ti scrivo da cent’anni. Ormai è diventata un’impresa straziante anche cambiare il nastro di questa macchina. Tutto fluttua dentro la nebbia e in più a stare seduta mi manca il respiro, soffoco, quasi ciò non bastasse ogni giorno succede qualcosa che mi ruba a me stessa e quando emergo dal nuovo trauma crollo sul letto come un bove al mattatoio. Lì ti scrivo, sì, ma col pensiero e basta. Oriana Fallaci.
TROPPO POCO TEMPO: Maggio 2006
Sai, mi dispiace molto morire. Infatti me ne vado con molti dispiaceri, ma il dispiacere più grosso è averti trovato così tardi e aver passato così poco, troppo poco tempo con te. Non so nemmeno chi eri, com’eri. Di te so soltanto chi sei oggi, una persona nella quale mi riconosco completamente, sebbene io sia completamente diversa da te. Oriana Fallaci.
(© Copyright Il Giornale, 18 settembre 2008 consultabile online anche qui).

domenica 31 agosto 2008

Vittorio Messori minacciato di morte perché difende un’abbazia

La prima notizia: Vittorio Messori, lo scrittore cattolico autore di bestseller venduti in tutto il mondo, l’intervistatore di due Papi, da un anno e mezzo è minacciato di morte. Lettere anonime, telefonate nel cuore della notte, «avvertimenti» sempre più espliciti, i vetri dell’auto mandati in frantumi più volte, con annesso biglietto per rendere chiaro il messaggio.La seconda notizia: dietro queste azioni di stampo mafioso - ne sono convinti gli inquirenti, che lo hanno invitato a non sottovalutare le minacce - non c’è la mano di qualche tardivo discepolo dei demolitori della storicità dei vangeli uscito di senno, che non ha perdonato a Messori le poderose e documentatissime opere apologetiche sul cristianesimo vendute come il pane ad anni di distanza dalla loro pubblicazione. C’è, invece qualche occulto comitato d’affari che non gli perdona di essersi impegnato per la salvaguardia dell’abbazia medievale di Maguzzano e dei terreni circostanti, nel Comune di Lonato. Un piccolo spicchio di verde, l’unico scampato dallo scempio della cementificazione, nel basso Garda.Lo scrittore cattolico, che condivide questa battaglia con altri concittadini, tra i quali il cantautore Roberto Vecchioni, non è mai stato un ambientalista o un ecologista e ha sempre rifuggito il «politicamente corretto». «Ma non posso sopportare - confida al Giornale - vedere prati, boschi e ruscelli trasformati in capannoni o in residenze conigliera per villeggianti che trascorrono qui due settimane all’anno. Come direbbe Talleyrand: è più che un crimine, è un errore. Perché il buon senso vuole che si preservi questo “capitale” proprio per il turismo».Messori si schermisce, non vorrebbe parlare delle minacce ricevute. «Non voglio fare l’eroe, ci ho riso sopra...», ma alla fine conferma: «Dopo essermi impegnato per far sì che i terreni che circondano l’abbazia e che costituivano l’antico Comune monastico di Maguzzano, non si trasformassero in aree da speculazione edilizia, in questa zona in cui il prezzo delle case è tra i più cari d’Italia, e dopo aver fornito al sovrintendente di Brescia una relazione storica basata sui documenti d’archivio, sono stato preso di mira. Mi sono esposto con interviste e dichiarazioni pubbliche, a nome del comitato che abbiamo formato per difendere Maguzzano. Così - spiega lo scrittore - hanno cominciato a scrivermi...».Tra le decine di lettere che inondano quotidianamente la sua cassetta postale, Messori ha ritrovato anche missive anonime, fatte ritagliando i titoli dei giornali. Prima l’invito a farsi i fatti suoi, a non interessarsi dei terreni di Maguzzano. Poi minacce sempre più pesanti, comprese quelle di morte. «Già due volte - aggiunge - hanno spaccato i vetri della mia macchina parcheggiata fuori dall’abbazia e, tanto perché fosse chiaro che non si trattava di una ragazzata né del solito tentativo di furto, mi hanno lasciato un biglietto dentro l’auto».Per mesi lo scrittore ha taciuto. Poi, quando ha informato il comitato a cui partecipa, la notizia è stata segnalata dal Giornale di Brescia. «La mattina stessa mi ha chiamato il questore, sono venuti qui gli uomini della Digos, mi hanno vivamente consigliato di far denuncia e soprattutto di non prendere sottogamba le minacce. È stata investita della cosa anche la Direzione antimafia». Sì, perché la situazione nel Garda agiscono mafie nostrane e d’importazione. E la trasformazione di terreni agricoli in edificabili ne farebbe schizzare il prezzo alle stelle. Messori prossimamente sotto scorta? «Per carità! Proprio di no. L’unica scorta alla quale sono abituato è quella dell’angelo custode». (Andrea Tornielli, Il Giornale 29 agosto 2008)

Cina: finita la tregua olimpica, arrestato vescovo mentre celebrava la Messa

L’illusione che la Cina fosse diventato un paese rispettoso dei diritti umani è durata soltanto il tempo delle Olimpiadi. Già domenica durante la loro conclusione, mentre Pechino salutava i suoi Giochi, a 260 chilometri dalla capitale veniva arrestato monsignor Giulio Jia Zhiguo, vescovo “sotterraneo” di Zhengding, nella provincia di Hebei. Il religioso non appartiene all’Associazione patriottica cattolica cinese (nota come Chiesa di Stato), che assegna le cariche per conto del Partito comunista, ma è membro della Chiesa cattolica clandestina, i cui vescovi e sacerdoti sono ordinati dal Vaticano.
La notizia risale a domenica, ma è stata diffusa soltanto ieri. Il messaggio è chiarissimo: passata la tregua olimpica niente è cambiato in materia di diritti umani e libertà religiosa. Questo vuol dire che i vescovi e i sacerdoti fedeli al Papa e non ai dirigenti cinesi verranno perseguitati come sempre.
Monsignor Zhiguo è stato arrestato alla presenza di alcuni fedeli mentre stava celebrando la Messa delle 10.00. Quattro poliziotti lo hanno portato via senza spiegazioni. «Dopo le Olimpiadi – ha rivelato un sacerdote ad Asianews, l’agenzia del Pontificio Istituto Missioni Estere – in Cina tutto ritorna come prima».
Da quando nel 1980 Roma lo ha ordinato vescovo sotterraneo, monsignor Giulio Jia Zhiguo è vittima di persecuzioni, detenzioni, sevizie fisiche e psicologiche. Le volte che è stato messo in prigione, con i poliziotti che gli fanno il lavaggio del cervello per “convertirlo” alla causa della Chiesa di Stato, sono ufficialmente undici. Nel 2005, anno in cui morì Giovanni Paolo II, è stato rapito tre volte dalle autorità cinesi – a gennaio, luglio e novembre – e portato in una località segreta. In tutto ha trascorso in carcere 15 anni della sua vita. Tra gli ultimi arresti quello di un anno fa, il 25 agosto del 2007, quando il vescovo venne fermato perché cercava di diffondere tra i suoi parrocchiani la Lettera ai fedeli cattolici cinesi che il Papa aveva scritto in giugno.
Pechino arrestando il vescovo di Zhengding ha voluto colpire la provincia con il maggior numero di cattolici. Si calcola che nell’Hebei siano un milione e mezzo, di cui 110.000 sotterranei. Per questo dal 2005, in questa regione, la persecuzione si è fatta ancora più dura, con arresti di vescovi, sacerdoti e fedeli.
In tutta la Cina si contano venti milioni di persone fedeli alla Chiesa di Roma. Il dato è in crescita, così come per quella clandestina, che oggi conta oltre dieci milioni di membri. (Simona Verrazzo, Libero, 26 agosto 2008)

Tra Cesare e Dio: Famiglia Cristiana sceglie Cesare

Rispondendo all’autopromozione della Rivista Paolina a depositaria e rappresentante presso i Media dell’autentico magistero di Roma, il 14 agosto 2008 la Sala Stampa della Santa Sede ha diffuso un comunicato, in cui si afferma che il noto settimanale "Famiglia cristiana", "non ha titolo per esprimere né la linea della Santa Sede né quella della Conferenza episcopale italiana". "Le sue posizioni - ha aggiunto il direttore Padre Lombardi - sono esclusivamente responsabilità della sua direzione". Quindi piena "autonomia di intervento nel dibattito politico generale", ma unicamente come espressione della personale linea editoriale adottata dalla rivista. E in quest'ottica vanno interpretate le recenti polemiche, visto che don Antonio Sciortino ha sciolto le vele, e dirige la sua corazzata "cattolica”, ora più che mai, contro tutte le flotte possibili e immaginabili, con siluri, armi proprie e improprie, colpendo a destra e a manca, a proposito ma più spesso a sproposito. E il tutto con la la disinvolta sicumera di chiaro stampo estremista, residuato bellico dei tempi bui. Quindi nulla a che vedere con il pensiero cattolico ufficiale.
A questo punto è legittimo chiedersi: perché fa così? Scrive il giornalista Fontana:
«Ho voluto toccare con mano i risvolti del caso e mi sono andato a rileggere tutti gli editoriali di Famiglia Cristiana di luglio e agosto. Non solo quello famoso sul “fascismo” incombente in Italia e che tanto ha fatto discutere, ma tutti. 6 luglio: accusa al governo di “razzismo strisciante” per le impronte ai rom; 20 luglio: critica al “lodo Alfano” che copre gli interessi personali di Berlusconi; 27 luglio: sì, il governo qualcosa ha fatto però le riforme non bastano, serve un cambio di coscienza; 3 agosto: troppi tagli alla spesa pubblica; 10 agosto: Berlusconi è nelle mani di Bossi; 17 agosto: no ai sindaci-sceriffo, preludio di autoritarismo.
Una serie programmata di interventi contro il governo: su questo non c’è dubbio. E’ un problema? Di per sé no: la critica è ammessa e addirittura auspicabile. La linea di un settimanale la decide il direttore e la confermano o meno i lettori, continuando a comperarlo o disertando le edicole. E’ bene, per la democrazia, che altri criteri non intervengano.
Però, nel caso di Famiglia Cristiana, ci sono due “però” che forse sarebbe bene venissero esaminati, finite le polemiche, anche dallo stesso staff della rivista dei Paolini.
Il primo riguarda la sua distribuzione nelle parrocchie. Non avviene più come un tempo, né con lo spirito di un tempo. Stefano Lorenzetto ha ricordato su “Il Giornale” di quando anche lui, da ragazzino, faceva il porta a porta per vendere Famiglia Cristiana, a sostegno della “buona stampa”. Anch’io ricordo bene quei tempi e le ragazze che, dopo messa, si prendevano il loro “pacco” di riviste. Ma non si trattava di sfruttamento per non risparmiare la quota degli edicolanti. Erano tempi fatti così: anche L’Unità veniva venduta, la domenica mattina, nelle osterie e nelle piazze, dai militanti della sezione locale del PCI. Ora le “zelatrici della buona stampa” non ci sono più, Famiglia Cristiana non è presente in tutte le chiese parrocchiali, ma in molte ancora sì, come per esempio nella mia. Ora questo non è più ammissibile. Famiglia Cristiana è libera di fare la politica editoriale che crede, compresa la pianificazione di editoriali contrari al governo in carica, ma proprio per questo non può aspirare ad essere presente nella parrocchie. Anzi, dovrebbe essere lo stesso Editore a rinunciare a questa forma di divulgazione. Avvenire ci sta anche nelle chiese, Famiglia Cristiana ormai no.
Il secondo “però” è più di sostanza. La Chiesa ha di mira l’uomo, non in astratto, ma l’uomo concreto. Lo dice anche la “Centesimus annus” di Giovanni Paolo II. Per questo la Chiesa è libera e non segue né le mode né le ideologie. L’amore per l’uomo concreto la spinge a vedere il bene e il male ovunque e non solo da una parte. Ci sono i rom sfruttati, ci sono i rom sfruttatori; ci sono i precari ingiustamente precari, ci sono i precari interessatamente precari; ci sono tagli alla spesa pubblica che indeboliscono i servizi e tagli che eliminano privilegi; ci sono i magistrati che fanno il loro dovere e quelli che prendono di mira il politico di turno. Proprio la concretezza dell’amore cristiano impone di lavorare non con schemi astratti, ma avendo davanti l’uomo concreto, tutto l’uomo e tutti gli uomini. Impone anche di distinguere tra quanto deve fare la Chiesa e quanto deve fare la politica. Nei confronti degli immigrati la Chiesa deve solo aiutarli e a Lampedusa o a Mazara del Vallo la Caritas non cesserà mai di creare centri di accoglienza. Ma questo non significa che la politica non debba regolare questi fenomeni nella tutela degli interessi di tutti. Le diocesi partecipino ai programmi di integrazione dei rom, magari con forze proprie più che con finanziamenti pubblici, come facevano santi alla Don Calabria ma questo non contrasta con il dovere dello stato di proteggere quegli stessi bambini rom dallo sfruttamento e i normali cittadini dai loro furti, nella libera e opinabile messa a punto delle strategie che si ritengono migliori, fatti salvi, naturalmente, i fondamentali diritti dell’uomo.
E’ questo che forse è venuto a mancare a Famiglia Cristiana, la sapienza dell’attenzione all’uomo concreto. Questo impoverisce la testata, la trasforma in rivista di parte e quindi meno libera nel giudizio. La espone anche alla tentazione di adoperare criteri di giudizio unilaterali e vetusti, slogan piuttosto triti e di fare da portabandiera di un cattolicesimo che in Italia è in ritirata, sostituito da un altro cattolicesimo che si sta abituando a “discernere”, come si dice in “pastoralese”, avendo a cuore gli uomini concreti. Tutti, sia peccatori che giusti. Anche i rom e i precari». (Stefano Fontana, L'Occidentale, 19 agosto 2008)

Mons. Fisichella e il caso Eluana: al primo posto il valore supremo della vita

Quando si legifera sulla vita, c’è sempre «un grande timore, che deriva dal non sapere con esattezza cosa il legislatore porrà all’interno della legge». Per monsignor Rino Fisichella, bisogna capire «cosa significhi e di quali contenuti viene riempita» un’iniziativa legislativa su simili questioni. E i contenuti, ribadisce il presidente della Pontificia Accademia per la vita, non possono andare contro la vita stessa. Lo dicono la Costituzione, «la natura dell’ordinamento giuridico » e anche «principi etici condivisi da tutti» secondo i quali l’accanimento terapeutico va evitato, ma idratazione e nutrizione non sono interventi medici, bensì «l’elemento indispensabile per vivere».
Il vescovo, rettore della Lateranense e cappellano della Camera, torna sulla vicenda di Eluana e commenta l’ipotesi di una legge sulla fine della vita.
D. Quale bilancio si può trarre da queste settimane di dibattito sul caso della ragazza lecchese?
R. È in primo piano una questione con la quale presto o tardi avremmo dovuto confrontarci, sia dal punto di vista bioetico che giuridico. Ed è estremamente delicata, trattandosi di persone che, vorrei ribadirlo, vivono un’esperienza di vita piena, anche se in maniera diversa ai nostri occhi. In evidenza va sempre messa l’inviolabilità della vita come dono prezioso, di cui non possiamo disporre a piacimento. Il suo essere misteriosa ci fa anche capire i limiti posti alla scienza.
D. Quali sono?
R. Lo scienziato può dire qualcosa sul miste­ro, ma non tutto. La maggioranza delle cose sfugge alla mente razionale e deve es­sere colta in altra maniera. Ricordiamo, poi, che siamo davanti a casi limite. Quello di Eluana ha portato alla ribalta gli altri duemila che ci sono. Dobbiamo riscoprire la vicinanza a queste persone e alle famiglie.
D. Cosa pensa dell’idea che se ne sta facendo l’opinione pubblica?
R. Va fatta più chiarezza. Eluana non è attaccata a nessuna macchina. Non c’è nessun polmone d’acciaio o spina da staccare. A lei, come agli altri, devono essere dati nutrimento e acqua.
D. Quali sviluppi si aspetta, dopo il ricorso del procuratore generale?
R. Chiunque abbia letto la sentenza, ha capito subito che doveva essere impugnata. È positivo che la procura lo abbia fatto. Ed è importante che il Parlamento abbia compreso che si trattava di un’invasione di campo. Mi aspetto solo che il Paese arrivi a una consapevolezza di ciò che è veramente in gioco: il futuro delle nuove generazioni, la concezione stessa della vita e della morte, della verità e della libertà.
D. Perché verità e libertà?
R. Perché si tratta di capire veramente quan­do c’è vita e quando non c’è più. C’è un dibattito aperto sulla cosiddetta morte ce­rebrale e gli scienziati non sono ancora in grado di stabilirla con certezza. La scienza deve fare chiarezza. È, dunque, un problema di verità. Ma anche di libertà. Perché ognuno di noi, in alcune situazioni, può pensare di voler decidere quali cure avere o no al momento opportuno. Sappiamo però che poi, nella condizione particolare, si cambia idea. Non esiste decisione che non sia reversibile.
D. Cosa pensa dell’ipotesi di una legge sulla fine della vita?
R. Il Parlamento non parte da zero. Nella scorsa legislatura sono stati presentati nove progetti di legge da vari partiti. C’è il pronunciamento del Comitato nazionale di bioetica. Ci sono, insomma, diverse istanze che hanno posto il problema. Quindi, penso che si possa legiferare in proposito con più facilità. Certamente ogniqualvolta si fa una legge su temi così delicati, c’è anche da parte nostra un grande timore, che deriva dal non sapere con esattezza cosa il legislatore porrà all’interno della legge. 'Testamento biologico' è un’espressione di per sé vuota, bisogna capire cosa significhi e di quali contenuti viene riempita.
D. Ha già ricordato come le volontà cambiano.
R. Non solo. Viviamo in un Paese pluralista. E il legislatore deve sempre arrivare a norme di compromesso. Una legge non può mai essere né confessionale né neutrale. Deve regolamentare dei casi. Nel tempo se ne verifica la validità e, con le nuove conquiste scientifiche, si può anche capire dove modificarla. Per intanto bisogna fare in modo che, in una situazione così complessa, ci siano orientamenti che facciano comprendere il valore supremo della vita. È uno dei primi punti che ci auguriamo possano essere ascoltati dal legislatore.
D. A partire da quali basi?
R. In conformità con la Costituzione e la natura stessa dell’ordinamento giuridico, si legifera sempre a favore della vita. Ci sono, inoltre, principi etici condivisi da tutti a limitare l’accanimento terapeutico, che la Chiesa non ha mai difeso. È necessario, però, che ci sia non solo corretta informazione, ma anche capacità del medico di far comprendere al paziente la validità della cura.
D. È la tanto invocata alleanza terapeutica.
R. Occorre una formazione piena a questo. E deve essere molto chiaro che dare da mangiare e da bere è l’elemento indispensabile per poter vivere. (Gianni Santamaria, Avvenire, 5 Agosto 2008)

sabato 30 agosto 2008

India, la caccia ai cristiani non smuove l'occidente

Questa notizia è dedicata soprattutto a coloro che si informano soltanto attraverso il TG1 delle 20. Costoro infatti, ancora non sanno (poiché il telegiornale non ne fa menzione alcuna!) che in India, più precisamente nello stato dell'Orissa, si è scatenata la caccia al cristiano da parte dei fondamentalisti indù. Finora il bilancio parla di 14 morti, una cinquantina di chiese distrutte, centinaia di case bruciate o distrutte, villaggi messi a ferro e fuoco, decine di migliaia di sfollati. Le violenze anti-cristiane in Orissa vanno avanti da molto tempo, ma l'ondata scatenatasi in questi giorni non ha precedenti. Ad innescarla la morte di un leader religioso indù, pretestuosamente attribuita ai cristiani proprio per scatenare la reazione. A fomentare le violenze sono i gruppi estremisti indù, che mescolano il fondamentalismo religioso al nazionalismo più estremo, ma le autorità locali appaiono compiacenti mentre il governo centrale non sembra avere né la forza né la volontà di fermare le violenze.
Per questo motivo la Chiesa indiana ha ieri chiuso per protesta le 25mila scuole cattoliche dell'India, un pilastro del sistema educativo indiano. “La protesta intende ricordare la carneficina dei cristiani nell’Orissa – sottolinea il card Osvaldo Gracias, presidente della Conferenza episcopale indiana, in un articolo pubblicato da Asia News – acuita dall’incapacità del governo centrale di fermare le violenze, mentre nel Paese monta un sentimento anti-cristiano e i fedeli sono torturati e uccisi”. Il prelato afferma di voler mandare “un segnale chiaro” non solo all’India, ma in tutto il mondo sull’importanza della presenza della comunità cristiana, da sempre in prima fila “nel sociale, nell’educazione e nell’opera di assistenza verso i bisognosi”. Un’opera ancora più significativa in India perché “non tiene conto della differenza di casta” e abbraccia “tutta la popolazione”.
Ed è proprio quest'ultimo uno dei motivi fondamentali dell'odio anti-cristiano, la minaccia che la presenza cattolica porta a quella forma di schiavitù che è il sistema delle caste, difeso con forza dai gruppi nazionalisti indù. Se ne parlerà più diffusamente nel numero del Timone di settembre-ottobre, ma intanto invitiamo tutti i nostri lettori a manifestare solidarietà con i cattolici indiani, sia con la preghiera sia con la diffusione delle informazioni, che sulla stampa occidentale passano con il contagocce. Del resto lo sappiamo già: le violenze contro i cristiani non smuovono le coscienze, non mobilitano i media e le star dello spettacolo e dello sport. Che diamine, non siamo mica il Tibet!
Tocca comunque a noi per primi mostrare solidarietà ai nostri fratelli nella fede. Nel modo più concreto che esista: con il digiuno e la preghiera. Segnaliamo per questo l'iniziativa dell'istituto missionario PIME a Milano, una veglia pubblica di preghiera e digiuno che si terrà il 5 settembre, giorno della festa liturgica della beata Madre Teresa di Calcutta. L'appuntamento è per le ore 18 nella chiesa di San Francesco Saverio in via Monterosa 81, a Milano. (Il Timone, 30 agosto 2008)

domenica 24 agosto 2008

Concorso Web per la "Suora più bella d'Italia"

“Un concorso su internet per incoronare la suora più bella d'Italia. E' l'idea lanciata del teologo campano Antonio Rungi, religioso passionista, vulcanico creatore di "moderne" iniziative religiose, ultima delle quali la recita del rosario con i bagnanti, su una spiaggia, con due cabine trasformate in sacrestia. Padre Rungi ha già un nome per il "suo" concorso, non a caso lanciato in coincidenza con quello di Miss Italia: "Concorso Sister Italia 2008. La suora più bella d'Italia". Le interessate possono scrivere e mandare la propria foto all'indirizzo di posta elettronica del religioso, antonio.rungi@tin.it. Padre Rungi pubblicherà su un apposito sito internet "il volto delle suore, previa autorizzazione delle interessate, al fine di avviare un concorso on-line. Non dovranno sfilare su passerelle, né in abiti civili o religiosi, ma semplicemente inviare le foto più belle ed espressive che possono significare e dire qualcosa, sia su un piano estetico che spirituale". A incoronare la "Sister Italia" sarà il popolo del web. (Corriere della Sera online, 23 agosto 2008)
Annota Andrea Tornielli nel suo blog: “Vi confesso che la notizia mi ha colpito. Mi chiedo a che punto possa arrivare, seppure in buona fede, la voglia di visibilità, il desiderio di apparire “moderni”, l’intenzione di far conoscere con questi mezzi la buona notizia cristiana. Leggo stamattina sul Corriere che un prete teologo, giornalista e professore di filosofia nelle scuole, padre Antonio Rungi, passionista di Mondragone (provincia di Caserta), ha organizzato il concorso “Sister Italia” e intende raccogliere tramite il suo sito web (sul quale però ancora non trovato traccia dell’iniziativa) le foto delle religiose più belle. “Ma pensate davvero - ha dichiarato il religioso - che le suore siano tutte anziane, rattrappite e funeree? Oggi non è più così, grazie anche all’iniezione di gioventù e di vitalità portata nel nostro Paese dalle ragazze straniere: ci sono suore dall’Africa e dall’America Latina che sono davvero molto, molto carine. Le brasiliane soprattutto…”. E ha aggiunto: “Mi aspetto che siano almeno un migliaio le sorelle ad inviare le foto, e mi piacerebbe che la prossima edizione non fosse solo virtuale, magari potrebbe essere ospitata proprio durante Miss Italia. Con una passerella per le suore, certamente”. Non sono mai stato un fan di Miss Italia, specie da quando, nel nome del politicamente corretto, la trasmissione si è trasformata in un’interminabile sequenza di interviste con le aspiranti miss che ripetono di volere la pace nel mondo e di credere nei valori della famiglia. In ogni caso, la Tv e il costume hanno i loro riti e le loro liturgie, e Miss Italia è tra queste. Mi chiedo (e vi chiedo): c’era davvero bisogno di “importare” anche questa novità delle suore in passerella (per quanto solo virtuale) al fine di “aprirsi al mondo”?
Rispondo: Mi auguro che il buon senso delle suore prevalga su una certa forma di "obnubilazione senile" disinvoltamente ostentata da un religioso peraltro noto per il suo passato impegno cristiano (anche se a volte ricorrendo a mezzi discutibili).
Penso che alle suore dovrebbe essere riconosciuto più il loro impegno e la loro professionalità, la loro dedizione a servizio dell'umanità sofferente, della gioventù, della cultura, la loro "santità" (quante ce ne sono!), piuttosto che la loro "avvenenza" mediatica, equiparandole in tale modo alle tante "suffragette" dei vari concorsi di bellezza (è richiesta anche la sfilata in vestito da sera o in bikini?). La ritengo una iniziativa stupida e insulsa, una "boutade" da spiaggia (visto che P. Rungi ne è un solerte frequentatore), una trovata da "solleone", oltraggiosa per l'intelligenza e la personalità delle suore, non certo interessata ad esaltare il carisma delle singole vocazioni religiose, una mortificante classificazione dei tratti estetici, demandata (guardacaso) all'unico ideatore di tale performance... quando invece millenni di storia della Chiesa ci hanno offerto esempi concreti e indiscutibili di sante suore e fondatrici religiose, benemerite per l'umanità intera, che non si sono certo imposte per il fascino e l'eleganza del loro portamento (Madre Teresa docet!). Pertanto non è questione qui di essere "mentalmente chiusi" o retrogradi", come vorrebbe far credere il "patron" dell'iniziativa: si tratta semplicemente di dare il giusto valore alle cose. Introdurre un concorso per "miss suora" mi sembra decisamente alienante: consiglierei quindi a Padre Rungi, se mi è concesso, di impiegare il suo tempo in cose ben più serie e utili alla Chiesa, soprattutto in questo periodo di incalzante laicismo.

sabato 26 luglio 2008

E i Gesuiti milanesi sdoganano l’omosessualità...

Nel numero di giugno della prestigiosa rivista dei gesuiti milanesi, Aggiornamenti Sociali, si trova un lungo «contributo alla discussione» sul riconoscimento delle unioni omosessuali. Il lavoro sarebbe stato elaborato da un fantomatico «gruppo di studio sulla bioetica»; il comitato di "studio" è costituito tutto da "autorevoli" cattolici, anche docenti del seminario diocesano di Milano. Gli autori del saggio, sono il miglior segno della Chiesa milanese, che trova modo di illuminare i lontani proprio perché "profetica e progressista", diversa e a volte opposta da quella verticistica, magisteriale, ingessata e romana. Tuttavia in Vaticano molti sono gli uomini recentemente nominati dal «club dei profeti milanesi». Sarà la propensione drammaticamente sinistrorsa del "mitico" Bartolomeo Sorge, tirato a Milano negli ultimi anni del Cardinal Martini, sarà per il sentiero "border-line" intrapreso dal Cardinal Tettamanzi o per l'affidamento totale della Curia milanese (nomine, esternazioni, suggerimenti per incarichi Cei e Vaticani) all'ala "aperturista vetero sessantottina", quel saggio lascia esterrefatti. Naturalmente, duole constatare che il catechismo della Chiesa Cattolica sia assolutamente ignorato, semplicemente non risulta sia una fonte di riflessione sull'argomento, così come gli estensori ignorano la realtà che appare dalla stragrande maggioranza delle reazioni omosessuali (promiscuità, attività compulsiva e anonima). Gli atti sessuali non procreativi degli omosessuali vengono messi sullo stesso piano di quelli tra eterosessuali sterili e così si valuta"indifferente" il punto di partenza. Ma il caso di un uomo e di una donna affetti da patologia della fertilità è diverso da comportamenti sessuali tra persone dello stesso sesso, basterebbe usare il buon senso per rendersene conto. L'indifferenza su questo punto, porta dritti alla "gender theology". Nessun turbamento negli autori, anzi, il "politically correct" impone di derubricare i molti casi di persone felicemente uscite da pulsioni omosessuali, con due righette. Confesso che lo sgomento provato, dopo l'operazione di normalizzazione nelle scuole pubbliche operata dal Governo Prodi, mancava solo la benedizione di tanti "buoni cattolici". Colpisce la sostanziale assenza del principio di "realtà" dello scritto, forse i signorini estensori vivono sommersi da pile di libri da non riuscire a guardar fuori dalle finestre, sconforta per di più il tentativo di camuffare tutto con la "carità", il "dialogo", l'accoglienza, la necessaria "sintesi" per sottolineare il «valore delle relazioni omosessuali stabili». Ogni persona è dono, ricchezza e mistero, ma non così la pulsione omosessuale, che è sempre una profonda ferita dell'identità, comunque la si valuti. Questi testi rappresentano un vero e proprio tradimento al richiamo di papa Benedetto XVI a restare uniti, nell'accoglienza della persona ferita ma anche nella verità, sui principi non negoziabili. Se sono taluni "pastori" e pseudo esperti diocesani ad andare così fuori strada, come pensare che non si crei confusione nelle "pecorelle"? L'insegnamento di Giovanni Paolo Il sulla sessualità è stato ascoltato e recepito dal clero? Questi esperti hanno mai visto un corpo femminile e maschile "sganciato" dalla psiche o dallo spirito? Bisogna essere stralunati quando si esalta il primato della "relazione" in senso teorico, a prescindere dalla fisicità biologica, quando la persona è sessuata. Nella fisicità di una "relazione omosessuale", dove vedono questi signor il rispetto del disegno divino sulla corporeità, differenza chiamata alla "trasparenza" della relazione trinitaria, come ci ha insegnato Giovanni Paolo II? Sussurro un'altra ipotesi, spero solo di scuola, ed è che il tentativo di “normalizzazione” del "club dei profeti milanesi" sia perché qualcuno è interessato. Si costruirebbero così le premesse per una “autoassoluzione” pseudo teologica o filoso***** alle personali e altrui problematicità; paradossalmente anche questo maldestro tentativo dimostra quel disagio e quella ferita che si vorrebbe negare. Le ricadute negative culturali sociali tuttavia non sono evitabili e di questo si deve tenere conto. L'omosessualità è una ferita e la sua normalizzazione sociale della "gender theory" non è un bene né per la persona, né per la società. Con buona pace di ogni gruppo di studio gesuitico e del bel "club di potere milanese". Dopo le donne vescovo anglicane, c'è chi vorrebbe introdurre la "gender theology" nella Università Cattolica? (Luca Volontà, Libero, 10 luglio 2008)

Da Roma a Lourdes, la bandiera multicolore della pace

Avrebbe dovuto piangere come la Madonna di Civitavecchia, la Vergine della grotta di Massabielle, alla vista di quei pellegrini italiani. Piangere, come fece davanti alla piccola Bernadette, non solo per il disastro in cui versa oggi il nostro mondo, ma soprattutto per come è ridotta la stessa Chiesa, anche a causa della "semplicioneria" cui sono arrivati certi suoi ministri. Nessuno pensi male di preti e vescovi: ogni loro comportamento, si sa, è in buona fede, anzi in ottima e santa fede. Ma quanto è accaduto, qualche giorno fa, davanti alla grotta di Lourdes, ha superato ogni limite conosciuto dalla “apertura” clericale, che a volte cede alla tentazione di bruciare granelli di incenso ai nuovi idoli del sincretismo new age.
Ma veniamo al fatto e al protagonista. Il protagonista: si tratta di monsignor Luigi Moretti, vescovo ausiliare di Roma, vice del cardinale Agostino Vallini (a sua volta vicario del Papa) e assistente ecclesiastico nazionale della Unitalsi (l'organizzazione che organizza pellegrinaggi per i malati): un personaggio di tutto rispetto. Il fatto: otto mila persone, tra cui 3mila bambini, otto treni speciali, 5 aerei da ogni parte d'Italia, per il pellegrinaggio a Lourdes (dal 22 giugno al 27 giugno).
Domenica scorsa, il vaticanista di Rai Uno, Aldo Maria Valli, nella trasmissione che precede la Messa, manda il servizio sull'avvenimento e un'intervista allo stesso monsignore.
Scorrono le immagini, ben note ai fedeli e conosciute in tutto il mondo: Lourdes, le piscine, la spianata, la grotta delle apparizioni, il ruscelletto con l'acqua miracolosa che scende dalla roccia.Ma ecco che le telecamere inquadrano, proprio ai piedi della statua della Vergine, uno sgargiante bandierone multicolore. Si vorrebbe non credere ai propri occhi: ma sì, è il noto drappo arcobaleno, icona del pacifismo unidirezionale, ateo e anche un tantino gay. A srotolarla ai piedi di Maria tra i lumini e le fiaccole votive sono i pellegrini italiani guidati dall'arcivescovo Moretti, anzi i "Bambini di pace" (questo era il titolo del pellegrinaggio). Un'apparizione che in quel luogo ha dell'incredibile.
Beh, niente contro la pace, il disarmo e la non violenza. Ci mancherebbe.
E poi ciascuno è libero di seguire le bandiere che vuole. Ma a Lourdes, non è poi così normale assistere alla benedizione di vessilli, sandaline e gagliardetti che nulla hanno a che vedere con la Croce di Cristo o il Rosario di Sua Madre. Tutto, ma non quello straccio. Ci sarebbe stato bene, al limite, anche un tifoso interista, in ginocchio alla grotta per la grazia ricevuta dello scudetto. Almeno il frescone verrebbe a ringraziare, mica a far consacrare dalla Vergine simboli di paranoie universali. Portare invece l'arcobaleno di stoffa e stenderlo ai piedi di Maria, è sintomo, ad essere caritatevoli, di confusione mentale, prima che religiosa.Ma se consultiamo la dottrina (Lourdes oblige) il verdetto è preoccupante: riduzione dell'avvenimento cristiano a teosofia, innaffiata con acqua di new age mixata a precetti massonici. Gesù Cristo, frullato in questa salsa indiana ed esoterica, diventa un rottame non più riciclabile, risalente alla passata Età dei Pesci. Adesso, predicano i guru new age, il peccato è scomparso, non c'è bisogno di un Salvatore: siamo nella Nuova Era dell'Acquario dove la perfezione si compra al supermarket dell'umanesimo terapeutico.Caspita, direte voi: tutta questa cagnara per un semplice straccio colorato!
Beh, a picchiare duro sulla bandiera arcobaleno è la stessa Chiesa cattolica: proprio il 20 giugno scorso (due giorni prima del pellegrinaggio dei Bambini pacifisti a Lourdes), l'Agenzia vaticana Fides pubblicava un lungo articolo sul significato, appunto, della bandiera della pace. Che fa piazza pulita, finalmente, del "pio-pio" pretino su questo tema. Si chiede la rivista: «Come mai uomini di Chiesa, laici o chierici che siano, hanno per tutti questi anni ostentato la bandiera arcobaleno e non la Croce, come simbolo di pace? Sarebbe interessante interrogare uno per uno coloro che, forse anche inconsapevolmente, hanno affisso sugli altari, ingressi e campanili delle chiese lo stendardo arcobaleno». E ancora: «questi uomini e donne di Chiesa sanno qual è l'origine della bandiera d pace? Molti probabilmente no. Altri, pur sapendo, non se ne preoccupano più di tanto». Per concludere, al termine di una documentata analisi, che «la bandiera arcobaleno è una valida sintesi per rappresentare questo sincretismo; infatti l'arcobaleno rappresenta il passaggio dall'umano verso il super-uomo divino». Insomma, l'odore di zolfo che sente l'articolista è fortissimo: se preti e parroci hanno le narici intasate, la smettano di menare il torrone pacifista e vedano di ficcare subito la testa nel catino dei suffumigi per liberarsi dal tappo. Evidentemente, l'arcivescovo Moretti, non ha letto l'articolo di Fides, oppure l'ha letto ma non lo condivide. In tal caso, forse farebbe bene a smentire pubblicamente le tesi vaticane. Per evitare malintesi e smarrimento tra i fedeli. Che, tuttavia, a queste misture gnostiche e al turibolare di incensi diversi (da Buddha a Visnù, dagli Incas a san Francesco, magari passando per uno sbuffo di hashish) sono già abituati: impossibile scordare le centinaia di bandiere arcobaleno penzolanti dai balconi cittadini e pure dalle finestre delle canoniche parrocchiali. Eppure, nessuno mai avrebbe osato pensare che il drappo sarebbe arrivato fino ai piedi della Madre di Dio. Portato, per giunta, da un arcivescovo. L'agenzia Fides lo definirebbe, dottrinalmente, un sacrilegio. Ma senza scomodare Belzebù, più semplicemente, quell'immagine trasmessa da Rai Uno appare più uno svarione, un'intemerata senza capo né coda. Un tiro alla “viva il parroco”, appunto. Resta comunque il fatto che a Lourdes qualsiasi bandiera diversa da quella mariana sarebbe decisamente un attentato al buonsenso e pure al buoncostume. Figuriamoci la multicolore dalla storia così impresentabile e imbarazzante, e non solo per i cattolici. Nei messaggi lasciati in consegna a Bernardette Soubirous, la Madonna raccomandava preghiere e penitenze perché il mondo ritrovasse la vera pace, contro le trappole di Satana, propagatore di male e conflitti tra gli uomini. Mai, pensiamo, la Regina della Pace si sarebbe aspettata d'essere invocata dai suoi figli con uno dei simboli del Gay Pride. (Luigi Santambrogio, Libero, 10 luglio 2008)

Sul quarantesimo anniversario della «Humanae vitae»

«In occasione della ricorrenza del 40° anniversario della Humanae vitae è stata pubblicata questa mattina a pagamento sul "Corriere della sera" una "Lettera aperta al Papa" che attacca radicalmente l'Enciclica di Paolo VI. Facciamo alcune semplici osservazioni.
Anzitutto. I firmatari sono un certo numero di gruppi ben noti per le loro posizioni contestatrici, che non si limitano al solo insegnamento sulla morale coniugale, ma riguardano molti altri argomenti (ad esempio l'ordinazione delle donne) e si pongono quindi da tempo in antitesi con il magistero della Chiesa. Quindi, nulla di nuovo. Inoltre, la lunghezza della serie dei gruppi nominati non deve impressionare, poiché si tratta spesso delle diverse sezioni nazionali dello stesso gruppo, e diversi gruppi sono assai poco significativi.
Inoltre, l'accusa più dura, che cioè la posizione cattolica sia causa della diffusione dell'Aids, e quindi di dolore e di morte, ostacolando politiche illuminate di sanità pubblica, è manifestamente infondata. La diffusione dell'Aids è del tutto indipendente dalla confessione religiosa delle popolazioni e dall'influsso delle gerarchie ecclesiastiche, e le politiche di risposta all'Aids fondate principalmente sulla diffusione dei preservativi sono largamente fallite. La risposta all'Aids richiede interventi ben più profondi e articolati, in cui la Chiesa è attiva su molti fronti.
Ma soprattutto, la "lettera" non tocca neanche da lontano la vera questione che è al centro della Humanae vitae, cioè il nesso fra il rapporto umano e spirituale fra i coniugi, l'esercizio della sessualità come sua espressione e la sua fecondità. In tutta la lettera, la parola "amore" non compare mai. Sembra che ai gruppi firmatari questo non interessi per nulla. Nella sola contraccezione sembra risiedere per essi la sola speranza delle coppie e del mondo. Per capire il significato dell'Enciclica e il suo valore "profetico" sarebbe bene invece rileggere il discorso del Papa del 10 maggio scorso ai partecipanti al Convegno tenuto in Laterano appunto per il 40° della Humanae vitae.
Del resto, è evidente che non si tratta di un articolo che esprima una posizione teologica o morale, ma di una propaganda a pagamento a favore dell'uso dei contraccettivi. Viene anche da domandarsi chi l'ha pagata e perché». (Padre Lombardi, L'Osservatore Romano, 26 luglio 2008)

giovedì 10 luglio 2008

La fiera della vergogna riabilita persino Moretti

Dev’esserci davvero una legge del contrappasso se la sinistra più elitaria e più chic, la sinistra dei salotti e delle terrazze, delle letture buone e delle vacanze intelligenti, di Capalbio e dello slow food, insomma dev’esserci una giustizia severa e beffarda o più semplicemente una giustizia se questa sinistra finisce per farsi rappresentare da un uomo come Di Pietro. Che probabilmente ha scritto più libri di quanti ne abbia letti. Che se potesse starebbe alla destra della destra. Che viene dal mondo dei questurini, il più schifato dai reduci della meglio gioventù. Che l’altro ieri ha osato arringare gente abituata alle sale dell’Auditorium e ai tavolini del Gusto parlando dall’interno di una camicia a maniche corte, che è propria solo degli americani e dei bifolchi, e Di Pietro non è americano. Anche Grillo non c’entra niente con quel mondo lì. E non c’entra niente - come origini e come storia, voglio dire - nemmeno Marco Travaglio, che è pure lui di destra, anche se più colto e più intelligente di Di Pietro. Travaglio dice che se Berlusconi continua a rivincere è perché la sinistra si suicida e forse ha tante ragioni. Ma difficilmente si ricorda un regalo al Cav come quello che gli hanno confezionato i «No Cav» dell’altro ieri. Avvenire ha scritto: «Mai così in basso». Si dirà che Avvenire è Avvenire e difende il Papa, al quale i girotondini di piazza Navona hanno augurato *****. Ma anche Veltroni ha definito «follia» la manifestazione di martedì. Si dirà che Veltroni è Veltroni. Ma che si può dire di Furio Colombo? Ha diretto l’Unità più barricadiera ed estremista della storia, eppure alla fine della manifestazione è salito sul palco e ha detto mi sono trovato malissimo, quel che avete fatto è «stupido, sbagliato, volgare, fuori posto». Anche i giornali amici hanno preso le distanze. Anche Rita Borsellino. Anche Nanni Moretti, che era lì in piazza ma si è ben guardato dall’intervenire, e a un certo punto se n’è andato. L’Italia che era in piazza Navona era l’Italia di quegli eletti che hanno preso sul serio la lezione di Umberto Eco: non conta il voto popolare, non è detto che la maggioranza abbia ragione. L’Italia di piazza Navona era la minoranza illuminata che spera che la maggioranza capisca l’errore che ha fatto votando centrodestra. Insomma l’Italia dei migliori - come ha scritto ieri Buttafuoco - che ogni tanto ricompare con la sua pretesa di elezione spirituale e intellettuale: ma mai come l’altro ieri l’Italia dei migliori si è dimostrata peggiore.«Mai così in basso»: Avvenire ha ragione. La sinistra che lamenta l’imbarbarimento culturale del Paese e che si straccia le vesti per il Grande Fratello e l’Isola dei famosi ha mandato sul palco e applaudito una Sabina Guzzanti che parla delle «donne che la danno via», che grida «non puoi mettere alle Pari opportunità una perché ti ha ***********», e non è solo questione di volgarità, è anche questione di calunnia perché non c’è un pezzo di carta che dimostri quel che dice, ma la Guzzanti se ne frega, sputa anche sulla malattia di Bossi chiedendosi «perché non diventa ministro anche quella che gli ha fatto venire il coccolone». Tira in ballo il Papa - chissà che cosa c’entra - del quale crede evidentemente di essere il Datore di lavoro, visto che ne decreta il destino eterno: «all’inferno, ***************». Ma che ridere. Ma che superiorità culturale, questa comica che s’è tanto battuta per una tv intelligente. Che volete. Noi che non siamo né raffinati né colti né progressisti, non comprendiamo la creatività, l’umorismo e la capacità di analisi politica di un Grillo che si collega con la piazza per dire ****, il premier ha fatto una figura di ***, e c’è chi sa vendere la ***. Che classe. Dal palco si alternano fini osservatori, insultano gli editorialisti tipo Galli della Loggia e dicono «Alfano spara cazzate», Moni Ovadia urla «fascisti, genocidi, razzisti, assassini, criminali, fucilatori di partigiani», Flores invece denuncia che «hanno rubato i voti degli italiani», Camilleri crede di far ridere con battute tipo «la morale di Berlusconi ha più buchi di un colabrodo», e c’è chi ride davvero. Ma sì, la gente della piazza è contenta così, Fiorella Mannoia dice che adesso può «andare a letto con la coscienza tranquilla». Sarà per tutto questo che crediamo anche noi che mai si era scesi così in basso, e che vengono riabilitati - alla grandissima - i vecchi festival dell’Unità, le salamelle alla brace e le patatine fritte nell’olio della 127, le gare di rutti e quelle di puzzette. Sarà per tutto questo che l’altra sera ci è venuta - tenetevi forti cari lettori perché non sappiamo come dirvelo - ci è venuta, insomma, una profonda, struggente, irresistibile nostalgia di Nanni Moretti. (Michele Brambilla, Il Giornale, 10 luglio 2007).

Tra voglia di stigmatizzare e desiderio di sminuire, il Vaticano accoglie gelidamente l'offesa che Sabina Guzzanti ha indirizzato al Papa dal palco di piazza Navona nel 'No Cav Day' di ieri sera. "La volgarità si qualifica di per se stessa", si limita a dire il direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi. Sulla stessa linea il vicariato di Roma, che diffonde una breve nota per fare scudo al Pontefice, che è anche vescovo della capitale. La diocesi "esprime il suo profondo dispiacere per le parole offensive riferite al Santo Padre", afferma il card. Agostino Vallini, vicario del Papa da poche settimane. "Quanto avvenuto non merita ulteriori commenti". Non è la prima volta che si materializza uno scontro tra il Vaticano e la satira italiana. Il segretario personale del Papa, mons. Georg Gaenswein, ebbe a lamentarsi per le imitazioni papali di Fiorello e Crozza. Ad un concerto del primo maggio di due anni fa, poi, una battuta del comico Andrea Rivera in diretta tv fu subito bollata dall'Osservatore romano. "Anche questo è terrorismo", denunciò il foglio vaticano. Nuove scintille in occasione del gaypride, con ministri di sinistra in piazza e slogan "no vat" tra i partecipanti. Ma era un'altra stagione politica, il "cattolico adulto" Prodi suscitava qualche malumore nei Sacri Palazzi, la Cei e il vicariato romano erano guidati saldamente dal cardinale Camillo Ruini e tra le due sponde del Tevere la tensione era salita per il disegno di legge sui Dico. "Meglio contestati che irrilevanti", era il motto di Ruini, che si tradusse puntualmente in realtà con le minacce al suo successore, l'arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco.
Ora a Palazzo Chigi siede Silvio Berlusconi, in Parlamento non c'è più la Sinistra, il Papa ha benedetto il "nuovo clima" politico e ha lodato i primi bagliori di una collaborazione bipartisan. Anche gli attacchi pubblici a Benedetto XVI e ai maggiorenti cattolici sembravano lontani. E invece, rotto il dialogo, sono riemerse le contumelie. E se la kermesse di piazza Navona mette in fibrillazione l'opposizione e la procura di Roma decide di aprire un'indagine sulle offese al Papa e a Napolitano, nella Chiesa cattolica italiana c'è chi intravede qualcosa di più profondo del cattivo gusto. Il sospetto è che i comici alla Guzzanti & Co. diano voce ad un anticlericalismo diffuso, ad un atteggiamento politico, alla stessa cultura che contestò la visita del Papa alla Sapienza. E' la "coscienza laica" del Paese, per il Servizio informazione religiosa dei vescovi (Sir), a "ribellarsi" alla "menzogna e all'ignoranza che formano la palude in cui nascono e crescono parole ed espressioni che ci rifiutiamo di credere che possano appartenere a un cittadino responsabile, a una persona che pensa e critica, credente o non credente che sia". Per l'Avvenire, dietro la Guzzanti & Co. c'è "un riflesso tipico del laicismo nostrano". "Qui non vale neppure l'alibi della satira", aggiunge il quotidiano della Cei, che poi, con un'espressione ripresa da Berlusconi, afferma che "è solo squallida spazzatura".

martedì 8 luglio 2008

Donne e gay sacerdoti? I tradizionalisti anglicani si oppongono e aprono il dialogo con il Vaticano

Un autorevole gruppo di vescovi anglicani ostili alla consacrazione vescovile di donne e gay ha aperto un canale segreto di dialogo con il Vaticano in vista di ''legami più stretti con Roma'', secondo informazioni pubblicate in esclusiva dal “Sunday Telegraph” che confermano la gravissima, lacerante crisi in cui si dibatte la chiesa fondata da Enrico VIII nel 1535. Il domenicale londinese dice di conoscere l'identità dei vescovi di spicco che nel massimo riserbo hanno avuto abboccamenti con esponenti della Congregazione per la Dottrina della Fede ma non ne fa i nomi tenendo conto della ''natura delicata e potenzialmente esplosiva dei colloqui''.
La Comunione anglicana, forte di circa ottanta milioni di fedeli sparsi per il mondo e concentrati soprattutto nei Paesi anglofoni, e' spaccata sostanzialmente in due sull'ammissibilità della consacrazione vescovile di donne prete e di preti gay. A Gerusalemme, giusto una settimana fa, trecento vescovi tradizionalisti - in rappresentanza soprattutto di diocesi di Asia, Africa e Australia - sono arrivati ad un passo dalla scisma: hanno deciso di organizzarsi in ''chiesa dentro la chiesa'' con un proprio clero e con propri seminari e hanno avvertito che non riconosceranno piu' come indiscutibile autorità suprema l'arcivescovo di Canterbury, a loro giudizio succube dei liberali femministi e pro-gay. Si atterranno inoltre agli insegnamenti dottrinali del passato, respingendo tutti gli sforzi di ''aggiornamento''.
Un altro cruciale capitolo di questa sconquassante battaglia è in calendario nelle prossime ore, quando i 468 delegati del Sinodo Generale anglicano, riunito da diversi giorni all'Università di York, dovrebbero votare un pacchetto di ''misure di accomodamento'' a favore di quella parte di clero e di parrocchie contrarie alla prospettiva di avere a capo della loro diocesi un gay dichiarato o una donna. Secondo le rivelazioni del “Sunday Telegraph”, né confermate né smentite sia dalla chiesa anglicana che in ambito cattolico, i vescovi tradizionalisti avrebbero avviato contatti con il Vaticano all'insaputa dell'arcivescovo di Canterbury (nella foto) per esplorare la possibilità di una ''maggiore unità con Roma''. A quanto sembra, questi abboccamenti non preludono ad una clamorosa confluenza nell'alveo cattolico, ma sono in gran parte uno strumento di pressione per dare più peso al punto di vista conservatore all'interno del mondo anglicano. La 'fuga di notizie' sul “Sunday Telegraph” mentre e' in corso il Sinodo Generale - l'organo di governo della Church of England - e alla vigilia di un voto cruciale, non sembra un caso. Il 'casus belli' all'origine del dirompente scontro risale al 2003, quando gli anglicani tradizionalisti - molto vicini alla religione cattolica sotto il profilo teologico - reagirono esterrefatti alla nomina negli Stati Uniti di un prete apertamente gay, Gene Robinson, a vescovo del New Hampshire. Il disagio viene però da più lontano, almeno dai primi Anni Novanta, quando dopo furiose e sofferte polemiche la chiesa anglicana diede luce verde all'ordinazione sacerdotale delle donne e pagò questa novità con l'esodo di alcune centinaia di preti passati in blocco alla Chiesa cattolica. (Petrus, 6 luglio 2008)