Questa volta il sindaco di Verona Flavio Tosi non c’entra direttamente. E nemmeno c’entra la sentenza della Corte d’Appello di Venezia che, l’altro ieri, l’ha condannato a due mesi con l’accusa di «propaganda di idee razziste». Questa volta c’entra soltanto Verona, la città dove l’odio, di fatto «metafisico», tra gruppi di diverse fazioni politiche sembra sempre pronto a manifestarsi.Tutto è cominciato qualche giorno fa. Da una parte il centro sociale La Chimica. Dall’altra uno dei gruppi cattolici più tradizionalisti esistenti in Italia: la sezione veronese Una Voce, quelli che tempo addietro, quando ancora il motu proprio del Papa che ha liberalizzato l’antico rito (diciamo la messa in latino) non era in vigore, per protesta andavano a dire il Rosario sul sagrato del Duomo. Quelli che, mesi fa, hanno appoggiato la protesta dei fedeli della parrocchia di San Pietro Martire che la curia decise di affidare agli «eretici» luterani.Tra i due gruppi le diatribe si susseguono da tempo. Per quelli del centro sociale, Verona è troppo di destra, leghista e razzista. E, per questi motivi, un gruppo di fedeli cattolici tradizionalisti (e dunque, secondo loro, “di destra”) come Una Voce è da combattere. Per Una Voce, invece, le polemiche di quelli del centro sociale esprimono una deriva «cattocomunista» alla quale, spesso, anche la diocesi veronese governata da monsignor Giuseppe Zenti non sa rispondere adeguatamente.L’ultimo scontro, rimasto verbale soltanto grazie alla discesa in strada dei carabinieri e della Digos, è avvenuto domenica scorsa. Una Voce aveva organizzato, col consenso della diocesi, una messa pontificale in rito latino in onore del beato imperatore Carlo d’Asburgo nella chiesa di Santa Toscana. La messa doveva essere celebrata da un vescovo argentino, monsignor Juan Rodolfo Laise. «Tre giorni prima del pontificale il quotidiano L’Arena - si legge in un comunicato di Una Voce -, per la penna di Enrico Santi, già corrispondente dell’agenzia cattocomunista Adista, intraprende una feroce campagna diffamatoria contro il vescovo Laise: mescolando fonti indirette, inverificate e parziali». In sostanza, L’Arena ha accusato Laise (secondo Una Voce senza prove) di legami con i militari argentini, al tempo in cui i montoneros insanguinavano il paese. I centri sociali hanno cavalcato la polemica e la diocesi ha fatto retrofront inviando un altro vescovo alla messa.E domenica, per l’ennesima volta i due gruppi si sono affrontati in piazza. Fuori dalla chiesa, separati dai carabinieri, quelli di Una Voce festeggiavano le cresime. Quelli della Chimica li guardavano con striscioni di questo tenore: «Tradizione uguale sangue». (il Riformista, 22 ottobre 2008)
giovedì 23 ottobre 2008
Cattolici e centri sociali in lotta: questione di odio metafisico
Questa volta il sindaco di Verona Flavio Tosi non c’entra direttamente. E nemmeno c’entra la sentenza della Corte d’Appello di Venezia che, l’altro ieri, l’ha condannato a due mesi con l’accusa di «propaganda di idee razziste». Questa volta c’entra soltanto Verona, la città dove l’odio, di fatto «metafisico», tra gruppi di diverse fazioni politiche sembra sempre pronto a manifestarsi.Tutto è cominciato qualche giorno fa. Da una parte il centro sociale La Chimica. Dall’altra uno dei gruppi cattolici più tradizionalisti esistenti in Italia: la sezione veronese Una Voce, quelli che tempo addietro, quando ancora il motu proprio del Papa che ha liberalizzato l’antico rito (diciamo la messa in latino) non era in vigore, per protesta andavano a dire il Rosario sul sagrato del Duomo. Quelli che, mesi fa, hanno appoggiato la protesta dei fedeli della parrocchia di San Pietro Martire che la curia decise di affidare agli «eretici» luterani.Tra i due gruppi le diatribe si susseguono da tempo. Per quelli del centro sociale, Verona è troppo di destra, leghista e razzista. E, per questi motivi, un gruppo di fedeli cattolici tradizionalisti (e dunque, secondo loro, “di destra”) come Una Voce è da combattere. Per Una Voce, invece, le polemiche di quelli del centro sociale esprimono una deriva «cattocomunista» alla quale, spesso, anche la diocesi veronese governata da monsignor Giuseppe Zenti non sa rispondere adeguatamente.L’ultimo scontro, rimasto verbale soltanto grazie alla discesa in strada dei carabinieri e della Digos, è avvenuto domenica scorsa. Una Voce aveva organizzato, col consenso della diocesi, una messa pontificale in rito latino in onore del beato imperatore Carlo d’Asburgo nella chiesa di Santa Toscana. La messa doveva essere celebrata da un vescovo argentino, monsignor Juan Rodolfo Laise. «Tre giorni prima del pontificale il quotidiano L’Arena - si legge in un comunicato di Una Voce -, per la penna di Enrico Santi, già corrispondente dell’agenzia cattocomunista Adista, intraprende una feroce campagna diffamatoria contro il vescovo Laise: mescolando fonti indirette, inverificate e parziali». In sostanza, L’Arena ha accusato Laise (secondo Una Voce senza prove) di legami con i militari argentini, al tempo in cui i montoneros insanguinavano il paese. I centri sociali hanno cavalcato la polemica e la diocesi ha fatto retrofront inviando un altro vescovo alla messa.E domenica, per l’ennesima volta i due gruppi si sono affrontati in piazza. Fuori dalla chiesa, separati dai carabinieri, quelli di Una Voce festeggiavano le cresime. Quelli della Chimica li guardavano con striscioni di questo tenore: «Tradizione uguale sangue». (il Riformista, 22 ottobre 2008)
Zio Berlicche scrive a Malacoda: Potremo mai competere col Papa?
Mio caro Malacoda, devo confessarti che ogni tanto sono imbarazzato per la banalità delle dichiarazioni che noi stessi suscitiamo. Niente di particolarmente grave, ma trasudano facile e vecchio anticlericalismo, sono scontate, impacciate, visibilmente astiose… Quello che mi preoccupa è che nella sfida col Nostro Nemico è cambiato l’atteggiamento dei giocatori in campo, dopo secoli passati all’attacco i nostri sono in difesa a subire l’iniziativa dell’avversario.Considera, ad esempio, l’ultima sortita di Benedetto XVI sulla scienza.
Rileggine alcuni passaggi: «Non possiamo nasconderci, tuttavia, che si è verificato uno slittamento da un pensiero prevalentemente speculativo a uno maggiormente sperimentale. La ricerca si è volta soprattutto all’osservazione della natura nel tentativo di scoprirne i segreti. Il desiderio di conoscere la natura si è poi trasformato nella volontà di riprodurla… Avviene, tuttavia, che non sempre gli scienziati indirizzino le loro ricerche verso questi scopi. Il facile guadagno o, peggio ancora, l’arroganza di sostituirsi al Creatore svolgono, a volte, un ruolo determinante. È questa una forma di hybris della ragione, che può assumere caratteristiche pericolose per la stessa umanità. La scienza, d’altronde, non è in grado di elaborare princìpi etici; essa può solo accoglierli in sé e riconoscerli come necessari per debellare le sue eventuali patologie».
Ecco, in altri tempi noi avremmo rivendicato questa hybris; avremmo attaccato il Papa là dove dice che «l’intelligibilità della creazione non è frutto dello sforzo dello scienziato, ma condizione a lui offerta per consentirgli di scoprire la verità in essa presente»; noi avremmo citato a sostegno della scienza «la filosofia e la teologia»; noi, non lui, avremmo innalzato il vessillo dell’eticità del progresso…
Cos’hanno fatto, invece, i nostri manutengoli? Si sono offesi come un politico qualsiasi per l’accenno al denaro, al «facile guadagno», hanno mandato allo sbaraglio qualche ricercatore universitario a piangere miseria sui giornali: «Il Papa non sa di che cosa parla».
Ma si può essere più puerili? L’ipocrisia è una grande arma solo se usata con misura, abusarne presta il fianco al ridicolo. Credono così di convincere qualcuno, oltre al giornalista che ha raccolto le loro dichiarazioni?
Pensano che la gente non sia mai stata a un convegno medico-scientifico (quelli sponsorizzati dalle case farmaceutiche)? Credono che non sia mai entrata in una farmacia? Che non sappia delle battaglie sanguinose fra accademici per procurarsi i fondi per la ricerca? Sul serio vogliono far bere al popolo il loro disinteresse per il denaro? E allora perché si lamentano del loro stipendio?
Il problema, caro nipote, è che siamo a corto di argomenti per rispondere all’accusa che una volta avremmo giudicato un vanto, a quel “peggio” che rivela il vero pensiero del Papa: «Il facile guadagno o, peggio ancora, l’arroganza di sostituirsi al Creatore». Un tempo ne andavamo fieri, ora ce ne vergogniamo. Deboli di ragioni, la buttiamo in caciara e parliamo di soldi, dello sterco del demonio… Noi! Non può andare avanti così. Tuo affezionatissimo zio Berlicche. (© Copyright Tempi, 22 ottobre 2008)
Ecco perchè non possiamo tacere
"Siamo veramente missionari di Cristo?""Il cristiano per sua natura è missionario". Con queste, o simili parole, si espresse l’indimenticabile ed indimenticato Pontefice Paolo VI per definire l’incoercibile bisogno che ogni battezzato deve portare nel cuore: ovvero l’annuncio della buona novella, Cristo Gesù. Ci risuonano alle orecchie e al cuore le parole: “Noi non possiamo tacere”.
“Noi non possiamo tacere” che Gesù è l’inviato del Padre, ricco di misericordia, venuto in mezzo a noi a portare il suo annuncio di liberazione. “Noi non possiamo tacere” che Gesù ha dato senso e compimento alla nostra esistenza; che rallegra la nostra giovinezza, e colora di speranza il nostro avvenire. “Noi non possiamo tacere” che Gesù è e resta l’unico amico vero e sincero; il punto di riferimento del nostro andare, l’ancora sicura a cui aggrapparsi nei momenti di sconforto della vita. “Noi non possiamo tacere” che Gesù è la ragione prima ed ultima del nostro impegno quotidiano: del nostro lavoro, del nostro studio, del nostro apostolato; perché è in lui che queste azioni acquistano valore e significato. “Noi non possiamo tacere” che Gesù sarà la nostra piena e copiosa ricompensa. “Noi non possiamo tacere” che Gesù è l’unico redentore del mondo, ieri, oggi e sempre. Tutto questo vogliamo gridarlo con il massimo della gioia che ci arde nel cuore nell’ordinarietà del nostro quotidiano che insieme con Gesù - alla scuola di Teresa di Lisieux - vogliamo rendere straordinario. Sì, così vogliamo e dobbiamo essere missionari: inviati ad annunciare!
Pensiamo a tutto questo e non riusciamo a trattenere nel cuore, e diremmo persino in gola, un altro grido che quasi fa eco alle parole della Via Crucis del 2005 - purtroppo vere - dell’allora Cardinale Joseph Ratzinger che denunciavano, senza preamboli e diplomazie, “l’immondizia nella Chiesa”. Sì, “noi non possiamo tacere” che nella Chiesa di Gesù tanti inviati (laici e preti) hanno trasformato il kerigma in un’ideologia fatta di principi inaccettabili da proporre ai fedeli alla ricerca di Dio. Sì, “noi non possiamo tacere” che nella Chiesa di Gesù tanti inviati sembrano brancolare nel vuoto e inebetiti dal niente che appare albergare nel loro animo, funzionari del sacro che guardano la realtà, che devono fermentare della presenza di Cristo, come un qualcosa di estraneo ed alienante. Sì, “noi non possiamo tacere” che nella Chiesa di Gesù tanti inviati preferiscono intessere “amicizie” salde e durature con il potente di turno; con l'autorità, magari mitrata, che più conta; tanti inviati che hanno eletto quale “stella polare” del loro svolazzare non più Cristo Redentore ma qualcuno che, fingendosi suo amministratore delegato, lo scimmiotta. Sì, “noi non possiamo tacere” che nella Chiesa di Gesù tanti inviati lavorano, studiano, pseudo-evangelizzano, per il loro personale tornaconto, alla spasmodica ricerca di un podio o di un trampolino di lancio verso sempre più alte… nomine. Il loro agire, per essi, ha ragione di esistere soltanto in funzione degli apprezzamenti dei capi, delle autorità o dei personaggi più in vista. Sì, “noi non possiamo tacere” che nella Chiesa di Gesù tanti inviati non attendono alcuna ricompensa dal Signore, a cui si rivolgono soltanto perché interceda affinché venga concessa loro la vacua ricompensa cui tanto aspirano. Sì, “noi non possiamo tacere” che nella Chiesa di Gesù tanti inviati credono che tutto sommato oltre a Cristo - regnante nei cieli - ci sia bisogno anche di qualche altro redentore, ed eccoli pronti ad intrupparsi tra le fila di qualche pseudo-potente, qualche papavero pettoruto. In verità, ce ne sono persino altri di inviati che strada facendo hanno pensato che in fin dei conti, poiché siamo tutti fratelli, un redentore può portare qualsiasi nome: Gesù, Allàh, Budda, ecc…
Oh, povera Chiesa di Cristo! Di immondizia ce n’è davvero tanta… “Quando il Figlio dell’Uomo tornerà sulla terra, troverà ancora la fede?”. Malgrado tutto, noi siamo convinti di sì, perché nella Chiesa di Gesù c’è tanto bene, ci sono tante persone sante, si fa tanto bene, si riceve tanto bene. Continui il buon Dio ad assistere questa Chiesa con la sua grazia, con la protezione dei Santi Teresa del Bambin Gesù e Francesco Saverio, Patroni delle missioni e di chiunque voglia annunciare con la sua vita, in semplicità, ogni giorno, la gioia di aver incontrato Cristo. (Da: Petrus, 29 settembre 2008)
giovedì 16 ottobre 2008
Il movimento “Noi Siamo Chiesa”: di che si tratta?
“Noi Siamo Chiesa” (NSC) è la sezione italiana del movimento cattolico progressista International Movement We Are Church (IMWAC), fondato nel novembre del 1996 a seguito di una raccolta di firme in appoggio ad un "Appello dal popolo di Dio" a Giovanni Paolo II con cui si chiedeva il rinnovamento ecclesiale della Chiesa cattolica poiché le "speranze aperte nella chiesa dal Vaticano II sono andate in gran parte deluse a causa del tentativo di imprigionarne lo spirito rinnovatore". Sebbene riunisca fedeli cattolici, non è un gruppo ecclesiale riconosciuto e non ha mai ricevuto alcuna approvazione canonica.Nascita del movimento
L'appello, partendo dall'Austria e dalla Germania, raccolse (come dichiara il sito ufficiale) oltre 2.500.000 firme in tutta Europa, di cui 36.000 in Italia; le firme raccolte, furono presentate in Vaticano nel corso di un incontro internazionale nell'ottobre del 1997. I promotori dell'Appello, non avendo ottenuto l'attenzione sperata, hanno proseguito il loro impegno strutturandosi in un coordinamento internazionale dei singoli gruppi nazionali, allo scopo di continuare la "sensibilizzazione nella Chiesa cattolica" delle istanze di rinnovamento e di impegno sulle questioni più importanti della riflessione teologica ed etica postconciliare.
Scopo del movimento
Le richieste avanzate sono:
- coinvolgimento delle comunità diocesane nella nomina dei vescovi;
- accesso ai ministeri ordinati per le donne;
- superamento della divisione tra clero e laicato;
- modifica delle indicazioni, in campo etico e pastorale, sulla sessualità, valorizzando la libertà di coscienza del singolo e della coppia;
- accettazione nella Chiesa e nella società della condizione omosessuale a pari dignità di quella eterosessuale;
- eliminazione dell'obbligo di celibato per i presbiteri e riammissione al ministero dei preti sposati che lo richiedano;
- maggiori sforzi per l'ecumenismo con le altre Chiese cristiane;
- promozione nel mondo della pace fondata sulla giustizia.
Nei primi dieci anni di attività, "Noi Siamo Chiesa" si è pronunciata su vari scottanti problemi dell'attualità ecclesiale e sociale, ovviamente in contrasto con l'insegnamento del magistero cattolico, con lo scopo dichiarato di “sensibilizzare l'opinione pubblica sulla necessità di una Chiesa semper reformanda”. Quanto poi nei fatti si tratti veramente di "sensibilizzazione" o non piuttosto di "turbativa e scompiglio", si può facilmente intuire.
"Noi Siamo Chiesa" in Italia ha, in modo continuativo, con convegni e documenti, approfondito e diffuso i contenuti generali delle proposte di riforma della Chiesa cattolica tipici del movimento. È anche intervenuto sulle principali questioni dell'attualità per quanto riguarda i rapporti tra la Chiesa e le istituzioni, difendendo la laicità dello Stato.
Le critiche
Per le tesi sostenute, in aperto contrasto con quello che è il pensiero e la dottrina della Chiesa Cattolica, il movimento ha incontrato l'aperta opposizione da parte di alcune Conferenze Episcopali nazionali, come ad esempio in Spagna, il cui ufficio informazioni ha rilasciato una nota che dichiara: «La Corrente “Noi siamo Chiesa” propone affermazioni e rivendicazioni che si separano chiaramente dagli insegnamenti della Chiesa Cattolica, feriscono e vanno a detrimento della comunione ecclesiale» (Madrid, 10 luglio 2002).
In Italia la Conferenza Episcopale Italiana (CEI) ha sempre ignorato “Noi Siamo Chiesa” ma nell'ottobre 2007, per la prima volta, il Presidente della CEI Angelo Bagnasco ha ricevuto il portavoce del movimento Vittorio Bellavite che gli ha esposto i punti di vista e le iniziative del movimento: del resto la carità impone di ascoltare le ragioni di tutti, se esposte con umiltà e con lo spirito di sottomissione alle decisione dell’autorità, anche se contrarie: spirito di cui non ci risulta essere animato il movimento, che continua imperterrito a difendere i propri punti di vista con la virulenza di chi si ritiene unico detentore della verità.
Lo stesso papa Benedetto XVI ha criticato l'interpretazione di “Noi Siamo Chiesa” secondo cui il Concilio Vaticano II "è stato un Concilio di discontinuità" nella storia della Chiesa cattolica. In proposito il Papa ha detto: «L'ermeneutica della discontinuità rischia di finire in una rottura tra Chiesa preconciliare e Chiesa postconciliare. Essa asserisce che i testi del Concilio come tali non sarebbero ancora la vera espressione dello spirito del Concilio. [...] In tal modo, ovviamente, rimane un vasto margine per la domanda su come allora si definisca questo spirito e, di conseguenza, si concede spazio ad ogni estrosità. Con ciò, però, si fraintende in radice la natura di un Concilio come tale. In questo modo, esso viene considerato come una specie di costituente, che elimina una costituzione vecchia e ne crea una nuova. Ma la costituente ha bisogno di un mandante e poi di una conferma da parte del mandante, cioè del popolo al quale la costituzione deve servire. I Padri non avevano un tale mandato e nessuno lo aveva mai dato loro; nessuno, del resto, poteva darlo, perché la costituzione essenziale della Chiesa viene dal Signore e ci è stata data affinché noi possiamo raggiungere la vita eterna e, partendo da questa prospettiva, siamo in grado di illuminare anche la vita nel tempo e il tempo stesso.» (Discorso alla Curia vaticana del 22 dicembre 2005). Non è mistero per nessuno che le principali innovazioni pretese dal movimento, hanno già avuto decise e definitive risposte negative da parte del magistero cattolico. Allora vien da chiederci: cosa si cela esattamente dietro a questo argomentare così ostile e critico nei confronti del Papa e dei Vescovi? Forse il bene della Chiesa? Forse la pace, la fraternità universale, la tranquillità del popolo di Dio, la preoccupazione per la sua salvezza? Oppure esso maschera più semplicemente personali interessi cercando di coprire meschine velleità? Pensiamoci.
Granbassi: "Lascio l'Arma dei Carabinieri per la tv"
Così Margherita Granbassi annuncia il congedo dall'Arma dei Carabinieri. La schermitrice triestina, che ha vinto due medaglie di bronzo alle recenti Olimpiadi di Pechino 2008, ha deciso di lasciare i Carabinieri per proseguire l'avventura televisiva ad “Anno Zero”.«Lascio per evitare situazioni di imbarazzo per me e per i Carabinieri», ha detto la fiorettista in una conferenza stampa organizzata presso l'Hotel Melià, a Roma. L'atleta ha smentito le dichiarazioni riportate oggi da un quotidiano: «Non ho concesso nessuna intervista, ieri non ho parlato con nessuno».
«Si è venuta a creare una situazione imbarazzante tra me e l'Arma, non voluta da nessuna delle due parti. Ho deciso di presentare la domanda di congedo prima che a decidere fossero i Carabinieri", ha aggiunto la Granbassi. "L'ho fatto anche per sollevare l'Arma da questa decisione. Non è stata una scelta facile, non sono contenta di aver preso questa strada: è stata una vicenda portata avanti troppo a lungo e con troppe polemiche».
«Continuerò a partecipare alla prossime puntate di Anno Zero a titolo gratuito», ha aggiunto prima di soffermarsi sulla propria situazione agonistica. Sono entrata nei Carabinieri nel 2004 per titoli sportivi. Sono già in un club, il Terni. Non ho ancora parlato con nessuno, non ho considerato l'ipotesi di partecipare a concorsi per altri corpi militari. Non credo che li farei e non credo di rientrare nei termini di età. Sia chiaro: la mia priorità resta lo sport, prima di tutto io sono un'atleta. Partecipo ad Anno Zero e ho tutto da imparare nel campo dell'informazione. Quando sarà finita la mia carriera di atleta, vorrei occuparmi di giornalismo». (Il Quotidiano.net, 15 ottobre 2008).
Annoto: "Se veramente lo scopo è di imparare, non aveva altre scuole di giornalismo? Non mi pare che Santoro rifulga per un giornalista obiettivo, imparziale, che nelle sue inchieste si attenga strettamente ai fatti, in modo equanime. È arcinoto che la sua è una trasmissione precostituita, che si basa su tesi e vedute personali, a senso unico. Il contrario, a mio avviso, di un sano giornalismo. Direi che "Anno zero" è più uno spettacolo (a volte addirittura sgradevole, non di rado diseducativo), un modo insomma di fare TV, peraltro oggi molto in voga. Allora mi chiedo: per Granbassi la questione primaria è “imparare” o piuttosto “apparire”?
Benedetto XVI “ignorato” da Bruno Vespa?
«Cari amici, ieri non ho visto la puntata di "Porta a Porta", ma due fonti diverse (di cui mi fido ciecamente) sono rimaste un po' allibite di fronte all'atteggiamento di Vespa: e' disposto a parlare di tutti i Pontefici, da Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, ma non se la sente proprio di dedicare mezza puntata a Benedetto XVI.Non solo: non appena il discorso di qualche ospite cade, anche per sbaglio, su Papa Benedetto ecco che il Nostro trova sempre il modo di cambiare argomento. L'ho notato io stessa in molte occasioni e, proprio di recente, nel corso della puntata dedicata a Lourdes.
Non mi e' sfuggito che in questi tre anni e mezzo Vespa abbia dedicato pochissimi speciali all'attività di Papa Benedetto così come era impossibile non notare che egli ha confezionato un puntatone sugli ottant'anni della regina Elisabetta ma lungi dal fare la stessa cosa a Joseph Ratzinger, di un anno più giovane della sovrana.
Strano, vero? Pazienza...probabilmente ci sarà chi non si capacita del fatto che Papa Benedetto sia circondato da tanto interesse pur non godendo del favore dei salotti televisivi.
Eh sì...sembra che Papa Ratzinger sfugga anche a questi schemi...
Detto questo, sia chiaro che non auspico una maggiore attenzione da parte di Bruno Vespa. Semplicemente ho voluto evidenziare una "stranezza». (Raffaella, Papa Ratzinger blog, 15 ottobre 2008).
Belgio: Re Baldovino non si dimise, fu esautorato
Da Monza, Paolo Picco rimprovera Sandro Magister d’aver ripetuto acriticamente la vulgata corrente, a proposito della mancata firma di re Baldovino del Belgio alla legge che nel 1989 autorizzò l’aborto in quel paese. In un servizio del 27 agosto scorso, il giornalista scrisse che “il cattolicissimo re Baldovino del Belgio si dimise temporaneamente dal trono per non firmare la legge sull’aborto”.Invece, sostiene Picco, le cose andarono diversamente: “Re Baldovino né si dimise né abdicò temporaneamente. Al contrario, fu esautorato per una giornata dalle sue prerogative”.
E spiega: “Durante la seconda guerra mondiale il Belgio, in seguito all’invasione tedesca del 1940, si era trovato con il re espatriato o imprigionato, che non poteva comunicare in alcun modo con il suo paese. La costituzione non prevedeva il caso di assenza del re, e quindi, finita la guerra, per colmare tale lacuna, fu emendata, inserendo la norma che nel caso di ‘impossibilità’ del re a svolgere le sue funzioni sarebbe stato il parlamento a supplire.
“Nel 1989 il parlamento, visto l’assoluto rifiuto di Baldovino di promulgare una legge che liberalizzava l’aborto, dichiarò che il re era nella ‘impossibilità morale’ di svolgere le sue funzioni. In questo modo si sostituì a Baldovino per una giornata, reintegrandolo subito dopo. Cioè dopo aver promulgato la legge che Baldovino mai avrebbe sottoscritto.
“Ma nella costituzione il concetto di ‘impossibilita’ è privo di qualsiasi aggettivo, e si riferisce a un’impossibilità reale e attuale, come quella occorsa nel 1940. Inserire l’aggettivo ‘morale’ è stato uno stravolgimento evidente dello spirito della costituzione.
“È giusto, quindi, parlare non di abdicazione, ma di esautorazione del re. La figura di Baldovino non merita d’essere coperta da un’ombra di ipocrisia che – in quell’occasione e su un argomento di quella importanza – ricade invece sul parlamento e sugli organi costituzionali del Belgio”.
Brutte notizie (ma una buona)
Apri il giornale e ti viene lo sconforto. Non tanto e non solo per le notizie relative alla crisi economica mondiale, quanto per quelle che vengono da casa nostra e in particolare dalla Lombardia. Ce ne sono un paio che si sono conquistate la prima pagina. In entrambe sono protagonisti i giudici, le nuove autorità massime dello Stato italiano. Credevate che fosse la politica a governare? No. Sono loro, i giudici, che decidono chi governa e chi no, cosa deve fare e cosa non deve fare, perfino chi è degno di vivere e chi deve morire.Ma andiamo con la prima notizia. Succede che la Regione Lombardia abbia emanato delle linee guida in materia di aborto, con le quali si consente l'interruzione della gravidanza solo fino alla ventiduesima settimana. La legge 194 non fissa limiti di settimane, dice solo che l'aborto "terapeutico" è vietato dal momento in cui il "feto" è in grado di sopravvivere in modo autonomo. Per convenzione, finora, la settimana numero 24.
Ora, molti medici della Lombardia (gente che conosce il proprio mestiere, che ogni giorno è sulla breccia per aiutare i pazienti, che si aggiorna, ricerca, insomma, aiuta la scienza nel suo cammino) assicurano, grazie ai progressi scientifici e tecnologici, che i "feti" possono vivere di vita autonoma già dalla 22° settimana. Stando così le cose, ed essendo lasciata al medico la possibilità di decidere (perché la ricerca scientifica va sempre avanti, non si è fermata a 25 anni fa) la Regione ha deciso di portare a 22 le settimane entro le quali si può fare aborto terapeutico.
Otto (diconsi otto!) medici milanesi supportati dalla CGIL hanno fatto ricorso e… tanto il Tar che il Consiglio di Stato gli hanno dato ragione! Il commento dei "vincitori": "E' una splendida giornata per le donne, i loro diritti, la loro libertà di scelta" (!!!). Il commento del Presidente Formigoni: "L'ideologia si illude di aver vinto contro l'evidenza scientifica, che viene invocata solo quando fa comodo". Già, qui a rimetterci è la scienza, oltre alla morale e alla ragione.
L'autorità giudiziaria non si ferma davanti a nessuno, nemmeno davanti al progresso scientifico. Quei bimbi possono vivere? E chissenefrega! Il Consiglio di Stato ha pontificato: vanno eliminati.
A fianco, l'altra notizia, sempre dalla Lombardia, sempre coi giudici protagonisti. Stavolta quelli della Corte Costituzionale, che hanno rigettato un altro ricorso fatto dalla politica, quello contro la sentenza dei giudici milanesi che in pratica autorizzavano il signor Beppino Englaro ad eliminare la propria figlia Eluana. La casta si autodifende e si autoassolve.
Camera e Senato avevano accusato la Cassazione e i Giudici d'Appello di Milano di avere in pratica sostituito il Parlamento, "legiferando" in materia di diritto alla vita. La Corte Costituzionale ha risposto lavandosene le mani. Complimenti! Del resto era la soluzione migliore (per loro): c'è un padre che ha montato su un casino del diavolo per portare alla morte la figlia, in stato vegetativo dal 1992; ci sono dei colleghi che hanno fatto già il lavoro "sporco" di decidere per l'esecuzione; c'è un Parlamento che, nel caso in cui legiferasse in materia, farebbe una legge dove di sicuro non verrebbe ammessa la sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione (in quanto aiutare tramite sondino un paziente a mangiare e a bere non è accanimento terapeutico)… insomma, c'erano tutti i motivi buoni (per loro) per lasciare le cose come stanno.
Anche qui un commento, quello del padre: "Ha prevalso la ragione. Adesso ho un ostacolo in meno. Diciamo che è il massimo" (!!!). Eluana ha fatto, grazie ai nuovi Pilati, un altro passo verso il patibolo. Grazie ai giudici, che hanno ormai potere di vita e di morte.
Per fortuna sul giornale trovi anche una notizia e una foto che ti riconciliano con la vita. E qui, guarda caso, i giudici non c'entrano niente. C'è la foto dell'ex calciatore Stefano Borgonovo, steso su una carrozzina, malato di un'atroce malattia, la Sla, che entra nello stadio di Firenze, spinto da Roberto Baggio. Si è radunato un intero stadio per lui, c'è la nazionale in tribuna, in campo c'è gente come Ronaldinho, Gullit, Evani, Tassotti, Costacurta, Antognoni, Sacchi, Prandelli, Ancelotti… Tutti a fare festa per lui, con un grande abbraccio. Tutti intorno ad un povero handicappato, ad una larva d'uomo, che però sorride felice.
Ecco, vedi questo e capisci che la vita può essere accolta, deve essere accolta.
Quella del "feto" che può sopravvivere all'aborto; quella di Eluana che è in stato vegetativo; quella di Stefano, che ormai non è più di un fagotto buttato su una carrozzina.
La vita deve essere accolta e sostenuta, perché è più grande delle condizioni o delle circostanze.
La vita non ha confini, se non quelli che gli pone il nostro egoismo, o il nostro amore. (Gianluca Zappa, La Cittadella, 10 ottobre 2008)
venerdì 10 ottobre 2008
Il Nobel, vietato ai cattolici?
Premiati due scienziati giapponesi per una scoperta del prof. Nicola Cabibbo. Grande scalpore ha suscitato in Italia l’assegnazione del Nobel per la Fisica ai giapponesi Makoto Kobayashi e Toshihide Maskawa. Gli scienziati italiani sono in rivolta perché il premio è stato assegnato per la scoperta indicata genericamente, in ambito scientifico ed universitario, con il nome Matrice Cabibbo-Kobayachi-Maskawa (o matrice Ckm, dalle iniziali dei tre ricercatori).
Il vero padre della scoperta, che non è stato neanche menzionato, è il prof. Nicola Cabibbo, già professore di fisica delle particelle elementari all'Università di Roma, nonché Presidente dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare dal 1983 al 1992 e dell'Enea, e dal 1993 Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze.
In merito alla vicenda, Roberto Petronzio, Presidente dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn), ha dichiarato di “essere lieto che il premio Nobel sia stato attribuito a questo settore della fisica che sta avendo sempre più attenzione da tutto il mondo e dal quale ci aspettiamo fondamentali scoperte che aumenteranno la nostra comprensione sull'Universo”.
“Tuttavia – ha sottolineato – non posso nascondere che questa particolare attribuzione mi riempie di amarezza”, perché Kobayashi e Maskawa “hanno come unico merito la generalizzazione, peraltro semplice, di un'idea centrale la cui paternità è da attribuire al fisico italiano Nicola Cabibbo che, in modo autonomo e pionieristico, ha compreso il meccanismo del fenomeno del mescolamento dei quark, poi facilmente generalizzato dai due fisici premiati”.
Critico anche il Presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), il fisico Luciano Maiani, il quale ha ricordato che “il lavoro di Cabibbo ha rappresentato una svolta storica per l’Europa”, ed ha commentato che "non c’è confronto con il lavoro svolto da Kobayashi e Maskawa: il loro contributo è stato indubbiamente importante, ma la strada era stata aperta dal lavoro di Cabibbo".
Per Enzo Boschi, fisico e presidente dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), "il premio Nobel per la fisica andava assegnato solo ed esclusivamente a Nicola Cabibbo, che nel 1963 ha aperto il più grande filone della fisica moderna”.
Secondo il Presidente dell’INGV, l’esclusione di Cabibbo dal Nobel è “probabilmente la più grande ingiustizia che l'Accademia Svedese delle Scienze abbia mai fatto in tutta la sua storia".
Intervistato da Zenit, Fabio Malaspina, docente di fisica al master di Scienze Ambientali della Università Europea di Roma, si è chiesto se l’esclusione di Cabibbo non sia dovuta al suo essere cattolico.
“Speriamo che nel futuro il Comitato renda note le motivazioni della sorprendente scelta – ha precisato Malaspina – altrimenti sarebbero confermate le voci che vedono, dopo la premiazione di Madre Teresa di Calcutta, i cattolici ‘estromessi’ a priori dalla competizione”.
Altri due, infatti, i casi eclatanti di esclusione di illustri cattolici dall'ambito premio svedese: il professor Jerome Lejeune, il medico che scoprì e cercò di curare la trisomia 21 (sindrome down), escluso dal Nobel perché si opponeva all’aborto; e Papa Giovanni Paolo II a cui fu negato il Premio Nobel per la Pace, perché a capo di uno stato, la Città del Vaticano, che, secondo la commissione giudicatrice dei Nobel, “discriminerebbe le donne”.
Alla domanda sul perché i cattolici sarebbero discriminati, Malaspina ha riposto: “La premiazione di Cabibbo forse avrebbe messo di nuovo in luce che tanti credenti sono stati grandi scienziati e che scienza e fede non sono in contrapposizione come alcuni matematici, che hanno ampi spazi sui mass-media, cercano di farci credere”.
“Forse e purtroppo – ha osservato –, sono gli stessi atteggiamenti mentali, le stesse incrostazioni culturali, ad aver tenuto il Papa fuori da 'La Sapienza' ed il fisico Cabibbo lontano dal premio Nobel”. (Antonio Gaspari, Zenit, 10 ottobre 2008)
Il vero padre della scoperta, che non è stato neanche menzionato, è il prof. Nicola Cabibbo, già professore di fisica delle particelle elementari all'Università di Roma, nonché Presidente dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare dal 1983 al 1992 e dell'Enea, e dal 1993 Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze.
In merito alla vicenda, Roberto Petronzio, Presidente dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn), ha dichiarato di “essere lieto che il premio Nobel sia stato attribuito a questo settore della fisica che sta avendo sempre più attenzione da tutto il mondo e dal quale ci aspettiamo fondamentali scoperte che aumenteranno la nostra comprensione sull'Universo”.
“Tuttavia – ha sottolineato – non posso nascondere che questa particolare attribuzione mi riempie di amarezza”, perché Kobayashi e Maskawa “hanno come unico merito la generalizzazione, peraltro semplice, di un'idea centrale la cui paternità è da attribuire al fisico italiano Nicola Cabibbo che, in modo autonomo e pionieristico, ha compreso il meccanismo del fenomeno del mescolamento dei quark, poi facilmente generalizzato dai due fisici premiati”.
Critico anche il Presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), il fisico Luciano Maiani, il quale ha ricordato che “il lavoro di Cabibbo ha rappresentato una svolta storica per l’Europa”, ed ha commentato che "non c’è confronto con il lavoro svolto da Kobayashi e Maskawa: il loro contributo è stato indubbiamente importante, ma la strada era stata aperta dal lavoro di Cabibbo".
Per Enzo Boschi, fisico e presidente dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), "il premio Nobel per la fisica andava assegnato solo ed esclusivamente a Nicola Cabibbo, che nel 1963 ha aperto il più grande filone della fisica moderna”.
Secondo il Presidente dell’INGV, l’esclusione di Cabibbo dal Nobel è “probabilmente la più grande ingiustizia che l'Accademia Svedese delle Scienze abbia mai fatto in tutta la sua storia".
Intervistato da Zenit, Fabio Malaspina, docente di fisica al master di Scienze Ambientali della Università Europea di Roma, si è chiesto se l’esclusione di Cabibbo non sia dovuta al suo essere cattolico.
“Speriamo che nel futuro il Comitato renda note le motivazioni della sorprendente scelta – ha precisato Malaspina – altrimenti sarebbero confermate le voci che vedono, dopo la premiazione di Madre Teresa di Calcutta, i cattolici ‘estromessi’ a priori dalla competizione”.
Altri due, infatti, i casi eclatanti di esclusione di illustri cattolici dall'ambito premio svedese: il professor Jerome Lejeune, il medico che scoprì e cercò di curare la trisomia 21 (sindrome down), escluso dal Nobel perché si opponeva all’aborto; e Papa Giovanni Paolo II a cui fu negato il Premio Nobel per la Pace, perché a capo di uno stato, la Città del Vaticano, che, secondo la commissione giudicatrice dei Nobel, “discriminerebbe le donne”.
Alla domanda sul perché i cattolici sarebbero discriminati, Malaspina ha riposto: “La premiazione di Cabibbo forse avrebbe messo di nuovo in luce che tanti credenti sono stati grandi scienziati e che scienza e fede non sono in contrapposizione come alcuni matematici, che hanno ampi spazi sui mass-media, cercano di farci credere”.
“Forse e purtroppo – ha osservato –, sono gli stessi atteggiamenti mentali, le stesse incrostazioni culturali, ad aver tenuto il Papa fuori da 'La Sapienza' ed il fisico Cabibbo lontano dal premio Nobel”. (Antonio Gaspari, Zenit, 10 ottobre 2008)
giovedì 9 ottobre 2008
Liturgia e proclamazione della Parola. Bando al “fai-da-te”
Comunicare la Parola. Quando Bibbia e Messa non vanno d'accordo.Una volta l’effetto eco era riservato solamente al papa: arrivavi in piazza San Pietro e la sua voce si poteva sentire provenire da numerosi altoparlanti direzionati verso gli ascoltatori. "Cari fratelli –elli -elli…, care sorelle –elle –elle…". Ora non più. Ora l’effetto eco (e non solo quello) lo trovi ovunque, nelle migliaia di chiese e parrocchie del nostro paese. Non per una scelta liturgica, ma per ben più prosaici motivi: microfoni vecchi, impianti di amplificazione mal funzionanti, altoparlanti che cigolano, gracchiano, fischiano e chi più ne ha più ne metta. Un vero e proprio inquinamento acustico che fa il paio con un’altra caratteristica diffusissima nelle nostre parrocchie.
Stiamo parlando della lettura "fai-da-te", il dilettante allo sbaraglio inviato a proclamare la prima lettura, il salmo, la seconda lettura, e che troppo spesso non solo non aiutano ma anche impediscono una vera comprensione della liturgia della Parola. Una delle emergenze liturgiche più diffuse e meno considerate dell’universo cattolico. A volte c’è (solamente) un problema tecnico: la posizione degli altoparlanti e la loro direzionalità, l’architettura della chiesa, la presenza di colonne o di cappelle che rende più difficile una diffusione uniforme del suono. Questione di acustica, con un ronzio sempre in sottofondo e l’impressione di non capire praticamente nulla di quanto viene detto. Altre volte però non si tratta di una questione tecnica, ma umana, e ha a che fare con il dilettantismo dei lettori e la loro approssimazione.
Quante volte il microfono resta troppo lontano dalla bocca di chi legge, con il risultato di intuire solo in lontananza ciò che si sta "proclamando"? E quante altre invece il microfono è posto a distanza millimetrica dalle labbra, con il risultato di rimbombi, stridolii e di seri danni ai timpani dei fedeli a causa dei troppi decibel in uscita? Non si tratta qui di criticare per il gusto di farlo. Si tratta di sottolineare l’importanza assoluta, nella celebrazione eucaristica, della Liturgia della Parola, e il dovere – che pende anzitutto sul capo dei parroci – di consentire ai fedeli di poter gustare, comprendere, assaporare quella che - fino a prova contraria così viene detto – è "Parola di Dio". Il ruolo dei lettori è dunque importante, fondamentale, e la qualità della loro performance deve essere considerata. Con tutto il rispetto, leggere una lettura non può essere visto come una ricompensa data ad alcune pie donne per l’impegno profuso in parrocchia, né come risarcimento dato alle suore dopo essersi viste negare altri ruoli liturgici: proclamare la Parola è un compito essenziale che deve essere dato solamente a chi ne ha le qualità.
Non che non si possa sbagliare, sia chiaro, non che occorra essere esperti in doppiaggio o laureati all’Accademia della recitazione. Semplicemente, però, bisogna fare in modo che chi legge ascolti e comprenda, ne abbia il tempo e le possibilità. Servono lettori dunque che non pensino di essere in autostrada inseguiti da chissà quale banda di malviventi (andare di fretta, della serie "leviamoci il prima possibile il dente", è uno degli atteggiamenti più diffusi), e che non pensino neppure di essere ad un provino teatrale (soprattutto fra le religiose sono molte quelle che declamano la Parola, generalmente con voce acutissima, condendola di così tanti sospiri e intonazioni pseudo-spirituali da far sperare che si fermino alla fine del secondo versetto). Lettori che sappiano darsi "una regolata", dunque, ma che ci mettano anche un po’ di tono e di anima, senza quel tono monocorde e sonnolento che non verrebbe utilizzato altrove neppure per la lettura integrale di un elenco telefonico.
Non si tratta allora di fare la "casta" dei lettori, né di emettere giudizi e lanciarsi in promozioni e bocciature, anche perché di un servizio al popolo si tratta, e non di una gara a chi si mostra migliore. Umiltà e chiarezza restano le caratteristiche fondamentali del buon lettore, che non può però essere scelto né sempre fra le stesse due o tre persone (un po’ di ricambio, please, non sono poche le persone che sanno leggere bene!) né sempre all’ultimo minuto prima dell’inizio della messa, con il sacerdote o chi per lui a girare per i primi banchi chiedendo la disponibilità a prestare la propria voce. Preparazione dunque anche per le Letture: del resto, buona regola per chi legge in pubblico è sempre quello di conoscere e aver compreso il testo che si porgerà alle altrui orecchie. E una preparazione, per definizione, deve durare più di una rapida occhiata di trenta secondi prima del canto d’ingresso.
Se dunque la Messa è un momento fondamentale per la vita del cristiano, è doveroso e giusto che i parroci facciano tutto ciò che è in loro potere perché uno dei momenti più importanti, quello della Liturgia della Parola, non si trasformi nella sagra dell’incomprensibile. Anche perché, spesso, una buona lettura dei passi dell’antico e del nuovo Testamento rende molto ma molto più facile l’omelia. Talvolta non bisogna davvero aggiungere nulla. Insomma, leggere bene e poter ascoltare bene alla fin fine conviene. Davvero a tutti. Per questo è necessario promuovere e incentivare nelle Parrocchie la nascita di gruppi di volontari che, debitamente seguiti, oltre alla preparazione tecnica sappiano unire anche l’approfondimento spirituale del testo che andranno a proclamare. (Elab. editoriale, Korazym.org, 6 ottobre 2008)
Il rabbino invitato al Sinodo attacca Pio XII
Leggo sul blog di Andrea Tornielli un fatto strano. Al Sinodo sulla Parola di Dio che si svolge in questi giorni c'è una novità assoluta e interessante: la presenza di un rabbino e in particolare del rabbino capo di Haifa Shear Yashuv Cohen. Fin qui tutto bene, anzi un bel momento di confronto e avvicinamento. Poi Cohen intervistato dal Vaticanista della Reuters attacca Pio XII dicendo che la chiesa non deve beatificare Pio XII e che se avesse saputo che Benedetto XVI stava per celebrare il cinquantesimo anniversario della morte di Papa Pacelli (con la messa che ha presieduto questa mattina in San Pietro), lui non sarebbe nemmeno venuto al Sinodo. A parte il fatto che la data di morte di Pio XII (9 ottobre 1958) non è propriamente un segreto del Mossad, trovandosi in tutte le enciclopedie, a parte il fatto che il cinquantesimo rappresenta una scadenza importante, trovo del tutto fuori luogo che un esponente ebraico invitato a parlare ai vescovi cattolici ne approfitti per mettere in imbarazzo il Papa, per di più sulla base di leggende nere. Vi lascio immaginare che cosa sarebbe successo se un cardinale della curia romana fosse stato invitato a prendere la parola in un importante consesso religioso ebraico a Gerusalemme e poi uscendo, ai giornalisti, avesse fatto dichiarazioni di tenore simile… Al rabbino Cohen mi permetto sommessamente di ricordare le parole pronunciate da un illustre collega, il Gran rabbino di Gerusalemme, Isaac Herzog, nel 1944: «Il popolo di Israele non dimenticherà mai ciò che Sua Santità e i suoi illustri delegati, ispirati dai principi eterni della religione, che stanno alla base della autentica civiltà, stanno facendo per i nostri sventurati fratelli e sorelle nell’ora più tragica della nostra storia, una prova vivente della Divina Provvidenza in questo mondo». All’indomani della morte di Papa Pacelli, lo stesso Herzog ebbe a dichiarare: «La morte di Pio XII è una grave perdita per tutto il mondo libero. I cattolici non sono i soli a deplorarne il decesso».Alle esternazioni del rabbino, fa seguito immediata la replica di esponenti della Santa Sede, a cominciare da quella del segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone.
Per il porporato, Pio XII "non fu silente né antisemita: egli fu prudente". In un testo pubblicato dall'Osservatore Romano, Bertone ricorda di aver già "fortemente contestato i critici che affermano come il Pontefice mancò di proteggere gli ebrei durante l'Olocausto". Del resto, "se avesse fatto un intervento pubblico, il papa avrebbe messo in pericolo la vita di migliaia di ebrei che, su sua disposizione, erano stati nascosti, soltanto in Roma, in 155 conventi e monasteri". E ancora: "E' chiaro che Papa Pacelli non era favorevole al silenzio ma, al contrario, era di una parola intelligente e strategica, come dimostrato nel radiomessaggio per il Natale del 1942 che fece infuriare terribilmente Hitler. Le prove sono negli archivi vaticani. Ricerche effettuate da storici indipendenti confermano che papa Pio XII fece passi straordinari per salvare vite di ebrei".
Dello stesso avviso, il cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per l'unità dei cristiani e della Commissione vaticana per i rapporti con gli ebrei, convinto che "Pio XII abbia fatto quanto gli era possibile in quelle circostanze molto difficili". ''Si può discutere - ha aggiunto - se una parola profetica avrebbe danneggiato o aiutato ma in pratica penso che il papa abbia fatto il possibile". In ogni caso, è la risposta al rabbino Cohen, "la beatificazione è comunque una causa interna della Chiesa cattolica".
Nella polemica è intervenuto anche padre Paolo Molinari, postulatore della Causa di Beatificazione. ''Direi che nonostante le falsità che sono state diffuse, e in questo il mondo mediatico ha delle responsabilità enormi, ormai grazie a Dio è più che evidente ed accettato da tutti coloro che vogliono accettare e che non vogliono rimanere nel buio, che Pio XII più di qualunque altra autorità si è dato da fare indefessamente per salvare la vita del più grande numero possibile di perseguitati, in modo particolare degli ebrei, e ciò non solo a Roma, ma in tutti i territori occupati dai nazisti. Ora è chiaramente provato, come egli abbia agito: con saggezza e responsabile prudenza, avvalendosi delle nunziature, dei vescovi, dei sacerdoti, dei laici, dei conventi, dei monasteri, per dare asilo e mantenere in vita migliaia e migliaia di persone''.
La profezia dell’Humanae vitae
Fu solo per un rigurgito di reazione anticonciliare che Paolo VI, il 25 luglio del 1968, pubblicò l'enciclica Humanae Vitae? A quarant'anni di distanza bisogna dire che quel testo non era in ritardo sui tempi, ma era troppo in anticipo, cioè guardava troppo avanti. Paolo VI fu un vero e proprio profeta, seppe antivedere dove andava a parare quella "liberazione sessuale" che fu il dogma del Sessantotto.Oggi (che la fecondità femminile è crollata; che la popolazione è in fase di invecchiamento; che le gravidanze sono sottoposte a pressioni eugenetiche; che il sesso è banalizzato e sganciato da un rapporto profondo d'amore tra le persone), oggi possiamo davvero sperimentare come l'enciclica mettesse in guardia l'umanità intera dal rischio di una tragica deriva.
E provate solo a pensare se il Papa avesse ceduto a tutte le pressioni e le intimidazioni che dentro e fuori la Chiesa lo spingevano a scrivere qualcosa di "aggiornato", di "progressista", di "in linea coi tempi".
Se la Chiesa avesse ceduto, non avesse innalzato una sofferta barriera, non avesse scelto la strada difficile ed eroica della testimonianza di un modo diverso di amare, il mondo starebbe ancora peggio.
Si aspettavano che Paolo VI riconoscesse lecita la contraccezione, cioè la separazione, nell'unione coniugale, dei fini procreativo ed unitivo. Oggi sappiamo che la pillola ormonale non fa bene alla salute della donna; che la banalizzazione della contraccezione non fa diminuire il ricorso all'aborto; che i preservativi non sono totalmente affidabili; e che l'aborto fa male, molto male a chi lo fa.
Non c'è bisogno della fede, basta la ragione per vederlo.
L'altro giorno Benedetto XVI ha tenuto, su questo argomento, un bellissimo discorso nella sua visita al Pontificio istituto "Giovanni Paolo II" per studi su matrimonio e famiglia. Ha parlato dell'amore coniugale come un dono, che spinge a donarsi senza riserve. E ha detto che questo amore-dono ha un modo proprio per comunicarsi: generare dei figli, con la conseguenza che "escludere questa dimensione comunicativa mediante un'azione che miri ad impedire la procreazione significa negare la verità intima dell'amore sponsale", cioè non viverlo in pienezza. Nella luce dell'amore-dono, ha aggiunto, "i figli non sono più l'obiettivo di un progetto umano, ma sono riconosciuti come autentico dono".
Colpisce questa insistenza sul dono, sul'amore che si dona tutto, senza riserve. Colpisce soprattutto se lo si mette a paragone con lo svilimento dell'amore che invece sperimentiamo e sentiamo inculcato ogni giorno intorno a noi da tutte le agenzie d'informazione, dai media, dal grande giro d'affari che ruota intorno alla mercificazione del sesso. Al contrario, il Papa ha parlato di un amore maturo, di una maturità nell'amore "che non è immediata, ma comporta un dialogo e un ascolto reciproco e un singolare dominio dell'impulso sessuale in un cammino di crescita della virtù".
Potremo giudicare anche antiche, sorpassate, antidiluviane queste parole, ma non potremo negare che esse aprono spiragli di grande profondità e di umanità nel rapporto di coppia. Non possiamo non vedere quanto esaltino la responsabilità, la dignità della persona, la sua superiorità sulle bestie.
Certo, sarebbe molto più facile per la Chiesa "rinnovarsi" e accodarsi silenziosa al devoto stuolo dei servi della mentalità dominante. Tutti sarebbero più felici e contenti, tutti si sperticherebbero in lodi, si spellerebbero le mani in applausi.
Ma l'umanità avrebbe perso l'unica parola veramente amica, anche se apparentemente fastidiosa.
La posizione della Chiesa è difficile, è un martirio. Il Papa lo sa, e l'ha detto senza mezzi termini: "oggi il mondo, ed anche molti fedeli, trovano tanta difficoltà a comprendere il messaggio della Chiesa, che illustra e difende la bellezza dell'amore nella sua manifestazione coniugale".
Ma questo è perché oggi il mondo vola molto basso e non riesce a guardare oltre il proprio personale tornaconto e piacere. Si sceglie la strada corta, ci si affida alla tecnica, che sembra promettere risultati immediati e indolori. E non si vede che l'uomo si sta consegnando a delle terribili e illimitate prevaricazioni. La sterilità (spesso causata solo da un blocco psicologico), si cura con bombardamenti ormonali e le tecniche in vitro, che devastano le donne ed eliminano quantità industriali di embrioni. Le gravidanze s'impediscono artificialmente, attraverso i metodi anticoncezionali, la via più spiccia e impersonale che esista. Al di fuori di ogni legame, di ogni dialogo, di ogni attenzione paziente all'altro.
A rimetterci è la dignità dell'essere umano. Paolo VI l'aveva capito e profetizzato. Benedetto XVI lo annuncia oggi. Forse anche chi non ha fede e si affida solo alla ragione comincia a capirlo…
(Gianluca Zappa, La Cittadella, 8 ottobre 2008)
Lo Stato non paghi il film sulle Brigate rosse
Sembra una tragicomica parabola tipicamente italiana quella della nostra lotta armata, iniziata con le rapine per autofinanziamento e finita con una richiesta di finanziamento pubblico. Oggi infatti a Roma si discute se inserire Miccia corta, un film tratto dal libro dell’ex terrorista Sergio Segio, tra quelli «di interesse culturale nazionale», e come tale meritevole di un contributo ministeriale. Tanto per dare al lettore un’idea delle cifre, ogni anno lo Stato italiano contribuisce al nostro cinema con una cinquantina scarsa di milioni di euro, e solo per Miccia corta se ne chiedono due e mezzo, la metà del costo totale del film.Miccia corta racconta la giornata del 3 gennaio 1982, quando Sergio Segio con venti chili di tritolo fece saltare le mura del carcere femminile di Rovigo e liberò la sua compagna Susanna Ronconi. Le associazioni dei familiari delle vittime del terrorismo pongono una serie di condizioni. Non vogliono che compaiano, tra quelli degli ispiratori del film, i nomi di Segio e della Ronconi; non vogliono che i due partecipino alla campagna promozionale, e tutta una serie di altri dettagli che francamente ci sembrano appunto solo dettagli. Si possono far sparire dai titoli di coda tutti i nomi che si vogliono, ma il fatto raccontato nel film è un fatto storico, ogni spettatore saprà che Riccardo Scamarcio è Segio e Giovanna Mezzogiorno è la Ronconi. Né servirà, per nascondere la parentela con il libro di Segio, cambiare il titolo in La prima linea, come è stato proposto.Non c’è alcun dubbio che da un punto di vista formale il film abbia i requisiti per ottenere il contributo: il regista è bravo e serio, il cast di eccellente livello, i produttori tali da garantire qualità. Ma siccome le forme non sono tutto, a noi sembra che solo in Italia può succedere che si discuta se far finanziare dallo Stato un film tratto da un libro scritto da chi voleva distruggere lo Stato. «Non sarà un’apologia del terrorismo», assicurano quelli del film. Le buone intenzioni sono fuori discussione. Ma è difficile non pensare che anche una «libera interpretazione» non risenta dell’anima del libro. E l’anima del libro la si legge anche sul sito dell’autore: «Nel libro Miccia corta, Segio descrive una delle azioni più clamorose e audaci della lotta armata in Italia: l’assalto al carcere di Rovigo con cui liberò la sua compagna e altre tre detenute politiche». «Clamorosa» e «audace»: sono questi gli unici due aggettivi con cui Segio descrive quell’«azione»: nel corso della quale, va ricordato en passant, morì un poverocristo di pensionato che passeggiava con il cane. Eh no signor Segio: quell’azione va chiamata con i nomi suoi, infame e omicida, non clamorosa e audace. Ma tutto il racconto di Segio corre sul crinale di un pericoloso giustificazionismo: sempre dal sito www.micciacorta.it, leggiamo che «il libro ripercorre le lotte e i movimenti degli anni Settanta, descrive le origini della scelta della ribellione armata, ricorda in dettaglio le stragi fasciste e le deviazioni istituzionali che contribuirono a innescarla». È la solita truffaldina tesi secondo la quale il terrorismo di sinistra fu una reazione a quello fascista e di Stato.Che cosa succederebbe se la strage di Marzabotto venisse raccontata al cinema ispirandosi a un racconto di Walter Reder? E l’eccidio delle Fosse Ardeatine andasse sullo schermo «liberamente tratto» da uno scritto di Herbert Kappler? È bastato che Spike Lee facesse un film non corrispondente all’immagine della Resistenza fissata da Giorgio Bocca per far gridare mezzo Paese alla lesa maestà, anzi alla lesa storia.Sì, lo sappiamo: il fascismo divide ancora. Ma le ferite delle Br sanguinano ancora. E anche se non invochiamo censure, a noi pare rischioso che chi negli anni Settanta non c’era o era troppo piccolo si faccia raccontare il brigatismo da un Segio, e se lo faccia trasformare in Historia de amor y revolución dai volti belli della coppia Scamarcio-Mezzogiorno. E visto che è rischioso, ci manca solo che lo paghi il contribuente. (Michele Brambilla, Il Giornale, 7 ottobre 2008)
Le risposte che l’intervistatrice vorrebbe ricevere e che non sono arrivate…
Donne e Chiesa, quale spazio? Perché il «potere» continua a essere di segno maschile? Come conciliare famiglia e carriera? Il cardinale Camillo Ruini risponde alla giornalista Lilli GruberNon gli secca essere chiamato Eminenz, il soprannome che gli ha affibbiato Luciana Littizzetto nella popolare trasmissione. «Non è un problema, mi ha fatto pubblicità».
Camillo Ruini mi ha aperto di persona, tanto che per un attimo ho pensato si trattasse di un segretario sosia. Anche perché, sapendo che è la bestia nera dei laici italiani, mi aspettavo un prelato d’altri tempi, alto e autoritario, dal fare inquisitorio. Non un anziano signore cortese, i capelli radi e la voce bassa, appena un po’ curvo, che riceve gli ospiti sulla porta in modo così poco consono al suo ruolo e alla sua fama di inaccessibilità.
Il cardinale mi si presenta come un signore dall’accento emiliano, deciso ma sotto sotto bonario. Un’inedita versione di don Camillo. Si è fatto mandare le domande via e-mail e mi rimprovera perché alcune, sostiene, rispetto al tema della donna «si allargano un po’». Seduto nella poltrona antica, si aggiusta gli occhiali per leggere meglio le risposte che si è preparato. A partire da quella sulle donne nella vita pubblica del Paese. Ce ne sono abbastanza, nella politica e nell’economia? «A me personalmente sembra che questo coinvolgimento stia crescendo, tuttavia c’è ancora molta strada da fare». Una risposta piuttosto politica, ma non si tira indietro quando gli chiedo di precisare. La strada lungo la quale procedere è quella dell’istruzione: «La preparazione anche culturale delle donne ha raggiunto nelle giovani generazioni quella degli uomini, e per certi versi dicono l’abbia superata. Credo che questo sarà un fattore importante per la loro affermazione».
Un altro fattore importante, gli faccio notare, sarebbe il non essere costrette a scegliere tra famiglia e carriera. E il cardinale, difensore strenuo della famiglia, concorda pienamente. Non pensa che la donna debba stare in casa coi bambini e non ha esitazioni nel condannare la società che ancora la costringe al ruolo esclusivo di moglie e madre. «È un problema di organizzazione del lavoro e di servizi sociali. E anche di mentalità: affonda in radici antiche, ma non è qualcosa di inevitabile».
Radici più antiche delle sue non riesco a immaginarle. Camillo Ruini ha scalato le gerarchie di un’istituzione millenaria, in cui la modernizzazione procede con una certa cautela. Ma mi fa notare che viene anche da una famiglia di campagna emiliana, una tradizione di donne forti, magari costrette in casa, capaci però all’occorrenza di lavorare quanto e più degli uomini. Oltre a reggere la famiglia con pugno di ferro. Oggi che invece vanno in ufficio, è possibile che le cure domestiche continuino a toccare a loro? Sua Eminenza scuote serio la testa: «Infatti anche questo è un fenomeno in corso: i mariti oggi lavorano più in casa di quello che facevano nel passato, anche se non certo quanto le donne». Lo incalzo: dovrebbero fare di più, no? Secondo un recente studio Istat, le femmine dedicano a casa e famiglia 5 ore al giorno contro l’1,5 dei maschi. In Svezia il rapporto è 3,5 contro 2,5. «Non sono marito, quindi sono un cattivo giudice in materia» mi fa notare, le labbra sottili piegate in un sorriso. «Però una mano più consistente devono darla, certamente». Mi ritengo soddisfatta. Forse ho appena procurato alle massaie italiane la vera arma letale delle discussioni su chi deve lavare i piatti: «Tocca a te caro, lo ha detto il cardinal Ruini».
Ma a parte l’aiuto reciproco perché, secondo lui, da noi le politiche di sostegno sono sempre state così povere? «Penso che sia un retaggio specifico dell’Italia per due motivi: uno è che da noi la famiglia è sempre stata molto solida, forte e anche prolifica, quindi per lunghi anni il problema non è stato avvertito. Il secondo è un fatto specifico, che ricordo per esperienza personale. Quando ho cominciato a parlare di queste cose, quasi venticinque anni fa, i discorsi sull’andamento demografico della popolazione erano visti come un’eredità del fascismo. I famosi otto milioni di baionette, la demografia come fattore di potenza. Un argomento tabù, che poi è entrato nel discorso pubblico grazie anche alla Chiesa. Ma oggi, quando ormai quasi tutti hanno capito, si stenta ancora ad attuare provvedimenti concreti. Manca una politica organica, che credo sia necessaria per il Paese».
La mia domanda su cosa sia la femminilità lo mette un po’ in imbarazzo. «Posso dire questo: è una dote preziosa, come la mascolinità. Sono entrambe caratteristiche che investono tutta la persona». E quando gli chiedo quale può essere il contributo specifico delle donne alla società fa rispondere papa Giovanni Paolo II, con il finale dell’enciclica Mulieris dignitatem: «Un contributo specifico della donna è rendere più umana la nostra comune umanità. Mi pare una bella formula». Solo una formula, però. Almeno spero: ci mancherebbe solo essere responsabili nientemeno che di umanizzare l’intera società.
Con un compito simile, però, non si potrebbe pensare di aiutarci introducendo per esempio il sacerdozio femminile? Sua Eminenza scuote deciso il capo. Non crede che succederà mai. «Il sacerdozio è concepito come specifica configurazione a Cristo sposo della Chiesa». È la risposta ufficiale. All’atto pratico però, visto che non si tratta di un dogma ma di una tradizione, si potrebbe cambiare. E forse, come scoprirò nel mio viaggio in Inghilterra, le donne potrebbero essere interessate a una carriera ormai poco appetibile per i maschi, come quella di sacerdote. Oltre ad aiutare, con la loro sensibilità e predisposizione all’ascolto, a riportare i fedeli in chiesa. Non riesco ovviamente a convincerlo: le donne nella Chiesa secondo lui stanno bene dove sono. «Sono la maggioranza dei cattolici praticanti e ricoprono di fatto gran parte dei ruoli attivi» mi fa notare. In questo non c’è niente di nuovo: anche nella società ricoprono ruoli attivi, anzi spesso frenetici. Il problema è che non sono quasi mai posizioni di potere. «Non penso che il fatto di non ordinarle sacerdoti comprometta il rapporto tra la Chiesa e le donne. In Italia la frequenza alle celebrazioni è molto più alta che in Inghilterra, senza paragoni possibili» mi ricorda Ruini. Siccome Cristo era un uomo, «si è sempre ritenuto che il sacerdozio debba essere conferito a uomini». Questo è il motivo. E non si può, per una ragione funzionale, cambiare le strutture di fondo della Chiesa.
La sua comprensione delle donne in tanti anni è cambiata: «L’impegno di vivere il sacerdozio e la castità non mi ha affatto impedito di essere davvero amico di molte donne, di avere per loro grande stima e di maturare una certa conoscenza dell’animo femminile, che credo abbia una grande capacità di accoglienza, solidarietà e tenerezza». Per questo anche a lui dispiace l’erotizzazione del corpo, corresponsabile delle cifre allarmanti che ha raggiunto il mercato del sesso. «È un po’ ipocrita scandalizzarsi che ci sia la prostituzione. C’è uno squilibrio profondo nella nostra società, che da una parte è facile allo scandalo e dall’altra è molto incline a stimolare le pulsioni che portano a certi comportamenti» dichiara severo. «Quando le persone sono sottoposte normalmente a una specie di bombardamento riguardo alla sessualità, diventa abbastanza comprensibile che tendano a esercitarla a ogni costo, anche in umilianti forme mercenarie». Sembra così comprensivo che gli chiedo se a questo punto non sarebbe meglio una versione moderna delle case chiuse. Mossa sbagliata: si rabbuia. Lo Stato non può approvare certi comportamenti, dice netto. E lui non ha certo soluzioni al problema.
Anche sulla doppia morale dei politici, che agitano la bandiera del buon costume ma rifuggono dalle soluzioni concrete, che predicano famiglia al singolare ma poi le praticano al plurale, si muove cauto. «È una cosa da cercare di evitare» sostiene, naturalmente. «La coerenza tra affermazioni e comportamenti è molto importante. A cominciare da quella degli uomini di Chiesa, da me per esempio, dato che è troppo facile parlare solo degli altri. Non mi piace però entrare nella vita privata delle persone a motivo del loro ruolo pubblico: rischia di essere una forma di falso moralismo». Nel suo fare pacato, nel suo accento emiliano, nei lampi di umorismo dei suoi occhi azzurri, in queste ore mi è parso di riconoscere l’ombra del don Camillo che sarebbe potuto essere. Mi guardo attorno nella sala imponente, vuota di arredi ma piena del senso millenario del potere. Forse è un peccato che il monello trasgressivo di settant’anni fa sia finito qui. O forse no. Quando gli chiedo la «Ricetta del Cardinale» per le giovani determinate ad avere tutto mi dà un ottimo consiglio, che mostra come potrebbe essere più pastore di anime che mietitore di dogmi. «Accettare il rischio» mi risponde, quasi con calore. «Anche perché le situazioni impegnative come quella di conciliare lavoro, maternità, famiglia fanno crescere e a volte moltiplicano le energie e la creatività personale. È un consiglio che rivolgerei ai giovani in generale: accettate il rischio. Oggi il timore tarpa le ali». (Lilli Gruber, Avvenire, 8 ottobre 2008)
giovedì 2 ottobre 2008
Caro Malacoda, ti prego, evitiamo le battute facili
Mio caro Malacoda, non ti devi far trascinare dalla battuta facile. È vero che di solito funziona, che lo slogan è più efficace di un ragionamento, ma bisogna stare attenti a non indurre scintille di curiosità nei nostri assistiti. La curiosità, un’iniziale manifestazione di interesse per il vero, può, se supera lo strato di epidermide a cui solitamente si arresta (il distratto «Che cos’è la verità» di Pilato), diventare pericolosa. Te lo ripeto perché la divertente vignetta di Staino su Emme, l’inserto satirico dell’Unità di lunedì scorso, potrebbe indurre in tentazione chi provasse a prenderla sul serio. Cosa c’è di pericoloso in quella vignetta? Un suggerimento, un invito a informarsi direttamente alle fonti superando la vulgata e quindi la disinformazione. Dice Bobo a sua figlia leggendo la notizia su un giornale: «Il Papa leggerà la Bibbia in tv». Risponde la figlia: «Il vero scoop sarebbe stato che leggesse la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo” dell’Onu». Si ride facile, l’obiettivo è raggiunto, il movimento delle mascelle blocca quello del cervello, ma… c’è un ma. Qualche anima ingenua potrebbe prendere sul serio l’indicazione bibliografica e andarsi a leggere la “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” e scoprire che Benedetto XVI l’ha veramente letta, ed è uno dei pochi. E che se coloro che la citano in continuazione la leggessero, smetterebbero di citarla perché dovrebbero ammettere che quel documento dà più ragione all’arcigno teologo bavarese che non ai suoi detrattori. Perché quel documento fu il «risultato di una convergenza di tradizioni religiose e culturali, tutte motivate dal comune desiderio di porre la persona umana al cuore delle istituzioni, leggi e interventi della società, e di considerare la persona umana essenziale per il mondo della cultura, della religione e della scienza». Sarebbe difficile infatti negare che i diritti umani «sono basati sulla legge naturale iscritta nel cuore dell’uomo e presente nelle diverse culture e civiltà»; risulterebbe quindi arduo per chiunque misconoscere «il fatto che non solo i diritti sono universali, ma lo è anche la persona umana, soggetto di questi diritti». Una lettura non avveduta e non guidata di quella carta fondamentale internazionale potrebbe indurre nella mente del neofita che i diritti umani, oltre che “universali”, sono anche “indivisibili” e mandare così a monte sessant’anni di lavoro durante i quali abbiamo preso quel documento e l’abbiamo tirato da tutte le parti finché ne abbiamo fatto pezzettini sparsi, diritti singoli che vagano orfani per il mondo senza riferimento alcuno alla “persona” che dovrebbero difendere, appesi a un concetto di legalità che è diventato il loro unico fondamento. Ma l’esperienza ci insegna che quando la legalità prevale sulla giustizia, «i diritti rischiano di diventare deboli proposizioni staccate dalla dimensione etica e razionale, che è il loro fondamento e scopo. Al contrario, la Dichiarazione universale ha rafforzato la convinzione che il rispetto dei diritti umani è radicato principalmente nella giustizia che non cambia». Ti prego, a questo punto, di non chiedermi il nome dell’autore dei virgolettati, mi sono stufato di fargli pubblicità. Il cristianesimo, contrariamente alle malattie, se lo conosci non lo eviti più. Riguardati. Tuo affezionatissimo zio Berlicche. (Tempi.it, 2 ottobre 2008)
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