domenica 18 settembre 2022

Cina e cardinale Zen, le “strane” parole del Papa


Le parole di papa Francesco sul volo di ritorno dal Kazakistan suonano come un abbandono del cardinale Zen al suo destino per salvare il dialogo con la Cina. Ma rappresentano anche una impostazione del rapporto con la Cina molto politica e poco religiosa.

 

Le parole pronunciate da papa Francesco sulla Cina e sul cardinale Joseph Zen nel volo di ritorno dal Kazakistan giovedì 15 settembre, da una parte non possono sorprendere chi segue le vicende dei rapporti tra Santa Sede e Cina. Eppure lasciano profondamente amareggiati, pensando al cardinale Zen che lunedì 19 settembre sarà processato a Hong Kong e trattato come un delinquente; e anche sconcertati, per i giudizi “politici” sulla situazione in Cina.

Ma andiamo con ordine. La domanda posta da Elise Allen, di Crux, era molto semplice: siccome il Papa in Kazakistan aveva tanto parlato di libertà religiosa, che dire della libertà religiosa in Cina, «soprattutto ora con il processo che sta andando avanti contro il cardinale Zen. Lei considera il processo contro di lui una violazione della libertà religiosa?». La risposta inizia con un discorso fumoso sulla difficoltà di capire la Cina, dei tempi lunghi con cui pensano i cinesi, e quindi dell’importanza del dialogo per capire e farsi capire. Al che si potrebbe subito obiettare: intanto il problema non sono i cinesi come popolo, ma il regime comunista cinese, il che è una differenza non da poco. E poi, proprio per questa difficoltà a capirli, perché non fidarsi allora di un vescovo come il cardinale Zen che, oltre ad essere cinese, i comunisti di Pechino li conosce bene? Perché non ascoltarlo?

Perché al Papa chiaramente non interessa, e il processo a Zen si capisce che è solo un impiccio che non vuole metta in discussione il dialogo con Pechino. Ecco le sue parole: «Qualificare la Cina come antidemocratica io non me la sento, perché è un Paese così complesso… sì è vero che ci sono cose che a noi sembrano non essere democratiche, quello è vero. Il cardinale Zen è un anziano che andrà a giudizio in questi giorni, credo. E lui dice quello che sente, e si vede che ci sono delle limitazioni lì. Più che qualificare, perché è difficile, e io non me la sento di qualificare, sono impressioni, cerco di appoggiare la via del dialogo».

«È un anziano» che «dice quello che sente»: insomma, pare di capire che il cardinale Zen è un vecchietto che non tiene la lingua a posto (curiosamente dalla trascrizione ufficiale di Vatican News è sparita la definizione «è un anziano», chissà perché). Certo, non ci sarà piena libertà lì, ma il problema è Zen che non vuole il dialogo. In altre parole: il vescovo emerito di Hong Kong è stato scaricato alla vigilia del processo, dopo che la sua situazione non è stata neanche menzionata o fatta oggetto di preghiera, come richiesto da alcuni, durante l’ultimo Concistoro. È una affermazione grave, che avrà ripercussioni anche per i cattolici in Cina, e profondamente ingiusta nei confronti del cardinale Zen.

Ma a questo punto è bene anche ricordare che il dialogo con la Cina non l’ha inventato papa Francesco, né a portarlo avanti ha cominciato il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin. Con Giovanni Paolo II e il cardinale Sodano come segretario di Stato ci sono stati molti contatti e anzi, papa Francesco ha “recuperato” quello che anche ai tempi di Giovanni Paolo II guidava le missioni diplomatiche in Cina, monsignor Claudio Maria Celli.

E anche con papa Benedetto il dialogo è continuato. Entrambi avrebbero tanto desiderato andare in Cina. Ma con alcune differenze importanti: la prima è che ascoltavano i vescovi cinesi e altri esperti; la seconda è che avevano ben chiaro ciò che si poteva concedere e ciò su cui la Chiesa non poteva assolutamente cedere; infine, non si poteva dubitare sul fatto che i cattolici da prendere ad esempio erano quelli che subivano le persecuzioni pur di rimanere fedeli alla Chiesa e al Papa, e non quelli che accettavano di servire il Partito Comunista per mantenere una parvenza di culto cattolico. È il totalitarismo del regime cinese che non ha mai permesso di arrivare a un accordo, non la mancanza di volontà di dialogo da parte della Chiesa.

Ora invece l’impressione è che la Santa Sede, pur di proseguire con l’accordo segreto sulla nomina dei vescovi che sarà rinnovato a ottobre, abbia già concesso l’impossibile e sarebbe disposta a offrire anche il resto se solo il governo cinese lo volesse. Lo dimostra anche quello che (non) è accaduto in Kazakistan, secondo quanto riportato da Philip Pullella dell’agenzia Reuters: essendo il presidente cinese Xi Jinping nella capitale kazaka contemporaneamente, la Santa Sede aveva manifestato la disponibilità del Papa a un incontro, ma il governo cinese ha declinato l’offerta.

C’è però un’ultima questione che merita attenzione: il Papa non sa dire se in Cina ci sia la democrazia o no, il che già di per sé è un’affermazione assurda. Ma il problema vero è accettare o addirittura volere che la Chiesa si muova e pensi sul piano solo orizzontale, della politica. Il problema principale della Chiesa non può essere anzitutto se c’è o no la democrazia in un Paese, l’interesse principale dovrebbe essere la libertà della Chiesa, che è garanzia per la libertà di tutti. E il problema della Cina è proprio la mancanza di libertà per la Chiesa, sottoposta sempre più al controllo del Partito Comunista, grazie anche all’accordo segreto voluto dalla Santa Sede e pronto per essere rinnovato di altri due anni. Se il rapporto con uno Stato – in questo caso la Cina, ma vale per ogni altro Paese – si imposta in termini politici, alla fine si sacrifica la verità alla ragion politica. E paiono sagge e prudenti affermazioni che appaiono ridicole come quelle sulla democrazia in Cina.

 

(Fonte: Riccardo Cascioli, LNBQ, 18 settembre 2022) 
Cina e cardinale Zen, le "strane" parole del Papa - La Nuova Bussola Quotidiana (lanuovabq.it)

  

giovedì 25 agosto 2022

Cattolici irrilevanti perché incoerenti tra fede e cultura


Cattolici ormai irrilevanti in politica? Sì. Colpa del numero ormai esiguo, dell'assenza di formazione dottrinale e dell'incoerenza tra fede e cultura, tra Vangelo e vita. Così possono sposare qualsiasi agenda, anche quelle contrarie alla dottrina. Ma è il risultato voluto della teologia oggi dominante e del magistero corrente.

 Andrea Riccardi, sul Corriere della Sera del 18 agosto, ha detto che ormai i cattolici sono “irrilevanti” in politica e bisogna chiedersi perché. Rispondiamo volentieri all’invito, non senza far notare, però, che il nuovo partito cattolico DemoS, espressione di Sant’Egidio di cui Riccardi è fondatore e curatore, ha finito per chiedere al Partito Democratico un seggio da qualche parte, il che dimostra una grande volontà di essere rilevanti. Ma a parte il contesto, l’affermazione di Riccardi è vera e seria e merita un qualche tentativo di risposta anche da parte nostra.

Prima di tutto: i cattolici sono irrilevanti perché sono sempre meno. Nelle grandi città la frequenza alla messa domenicale si attesta sul 4 per cento. Nei centri più modesti le cose migliorano, ma in generale, come diceva Benedetto XVI in Portogallo, la fede sembra essere un lumicino senza più alimento e in via di spegnersi. Gli aspetti quantitativi non sono mai decisivi e i cattolici potrebbero essere creativi e influenti pur essendo in pochi. Tuttavia, la loro esiguità numerica evidenzia anche un aspetto qualitativo: l’evangelizzazione è trascurata perché scambiata con il proselitismo, le parrocchie spesso sono comunità di solidarietà e non di missione, e la Dottrina sociale della Chiesa, nei rarissimi casi in cui vi si fa riferimento, non viene minimamente intesa come “strumento di evangelizzazione”. Per questo i “pochi” cattolici diventano anche “sparuti” e, come tali, non possono certo incidere.

In secondo luogo, in questo (limitato) mondo cattolico la formazione dottrinale è in gravissima crisi, spesso anche per volontà degli stessi pastori. Prevalgono devozione e pastoralismo, ma i principi di riflessione e i criteri di giudizio non vengono più trasmessi. La formazione alla dottrina cristiana è molto carente, spesso non c’è per motivazioni teologiche che riprenderò più avanti, altre volte non c’è perché sacerdoti e laici sono impreparati a sostenerla, quando c’è si rivolge a piccoli o piccolissimi numeri. La maggioranza dei fedeli è lasciata senza formazione. Come pretendere che il cattolico sia presente in modo consapevole nella scena pubblica se ha idee confuse sulle principali questioni dottrinali? E cosa pretendere se molto spesso sono i pastori stessi a porre dubbi che destabilizzano le poche convinzioni che si hanno? La “rilevanza” politica è a valle, ma senza le condizioni a monte è irrealistico pretenderla.

E così arriviamo al punto veramente decisivo. Quando alcuni fedeli cattolici – necessariamente pochi per i motivi visti sopra – sentono una spinta ad occuparsi dell’ambito politico, si trovano privi del collegamento tra la loro fede personale con le ragioni di quell’ambito politico. Siamo ancora – o addirittura la situazione è peggiorata – alla famosa mancanza di una coerenza tra Vangelo e vita, tra fede e cultura e, soprattutto, tra fede e politica. Al punto che, in molti casi, è meglio che questi fedeli non si impegnino in politica: produrrebbero meno danni.

Conosco molti cattolici che sono militanti di +Europa, il partito di Emma Bonino, del PD che vuole il “matrimonio egualitario”, dell’estrema sinistra che vuole il gender e il socialismo di Stato. Viene a mancare l’anello che lega la fede soggettiva alle verità oggettive credute, le quali hanno anche ripercussioni sulla vita politica e permettono quella “coerenza” tra fede e impegno politico di cui parlava la (tanto vituperata) Nota Ratzinger del 2002. Nessuna parrocchia e nessuna diocesi insegna la Dottrina sociale della Chiesa correttamente intesa, vale a dire non ridotta a parlare di ecologia.

Può essere un esempio efficace il caso del nuovo sindaco di Verona, Damiano Tommasi, eletto alle recenti amministrative. La persona è apprezzabilissima, cattolico da sempre impegnato nell’associazionismo ecclesiale, marito e padre di sei figli, onesto, generoso ed equilibrato. Però si è posto a capo di una coalizione di sinistra e ha aperto ai nuovi diritti, subito dopo la sua elezione c’è stato in città un gay pride di ringraziamento, ha affermato di voler inserire il comune di Verona nella rete Re.a.di. che collega i comuni che intendono promuovere iniziative di educazione sessuale nelle scuole secondo l’ideologia gender e l’omosessualismo. Il vescovo uscente di Verona, mons. Giuseppe Zenti, purtroppo per lui in modo maldestro e fuori tempo, ha richiamato alla coerenza: i cattolici non possono sostenere l’agenda gender, ma è stato zittito, ridicolizzato e considerato “irrilevante”.

Oggi si pensa che i cattolici possano sostenere qualsiasi agenda politica. Anche DemoS, come abbiamo visto sopra, darà una mano al partito che – parole di Letta – vuole il matrimonio egualitario, il suicidio assistito, la legge Zan e la cannabis legale. Del resto, se Francesco loda Emma Bonino, apprezza Biden contro Trump, si dice amico di molti leader comunisti latinoamericani, appoggia padre James Martin… perché un cattolico non può militare nei partiti che la pensano così? Ma se un cattolico può militare indifferentemente in tutti i partiti, allora la sua fede non possiede contenuti politici dirimenti e irrinunciabili, cioè non dice alla politica niente di più di quanto la politica possa dire a se stessa. Ecco l’irrilevanza vera e il suo ultimo fondamento. I cattolici si pongono nell’ambito politico nudi, vuoti e disponibili.

Tutto ciò semplicemente capita o è voluto? È voluto. Che i cattolici si sciolgano, come tutti gli altri, in un generico e mondano “camminare insieme” oggi è teorizzato dai teologi che contano ed è insegnato dal magistero. Ma perché allora lamentarsi dell'irrilevanza dei cattolici? Bisognerebbe esserne contenti.

 

(Fonte: Stefano Fontana, LNBQ, 22 agosto 2022
Cattolici irrilevanti perché incoerenti tra fede e cultura - La Nuova Bussola Quotidiana (lanuovabq.it)

 

giovedì 28 luglio 2022

A proposito del “mea culpa” di Papa Francesco in Canada


La Chiesa cattolica, fedele al mandato del suo divino Maestro: «
Andate per tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc. 16, 15), ha svolto, fin dalla sua fondazione una grande opera missionaria, attraverso la quale ha portato al mondo non solo la fede, ma la civiltà, santificando luoghi, popoli, istituzioni e costumi. Grazie a quest’opera, la Chiesa ha civilizzato anche i popoli delle due Americhe, immersi nel paganesimo e nelle barbarie.  

In Canada, la prima missione gesuita tra i pellirosse irochesi, diretta dal padre Charles Lallemant (1587-1674), sbarcò a Quebec nel 1625. Una nuova missione arrivò nel 1632, guidata dal padre Paul Le Jeune (1591-1664). Il padre Giovanni de Brébeuf (1593-1649), ritornò nel 1633 con due padri. Di capanna in capanna, cominciarono ad insegnare il catechismo a fanciulli e ad adulti. Ma alcuni stregoni convinsero gli Indiani che la presenza dei padri causava la siccità, le epidemie e ogni altra disgrazia. I gesuiti decisero allora di proteggere i catecumeni isolandoli in villaggi cristiani. Il primo fu edificato a 4 miglia da Québec. Ebbe il suo fortino, la sua cappella, le sue case, l’ospedale, la residenza dei Padri.

Contemporaneamente alcuni volontari si offrivano per convertire gl’Indiani: santa Maria dell’Incarnazione Guyart Martin (1599-1672), un’orsolina di Tours, che aveva fondato con altre due religiose un pensionato a Québec per l’istruzione dei fanciulli indiani; la signora Marie-Madeleine de la Peltrie (1603-1671), una vedova francese, che aveva creato con alcune suore ospedaliere di Dieppe un ospedale, sempre a Québec; i membri della Società di Nostra Signora che, aiutati dal sacerdote sulpiziano Jean-Jacques Olier (1608-1657) e dalla Compagnia del Santissimo Sacramento, costruirono nel 1642 Ville Marie, dalla quale sarebbe nata Montreal.  

Gli Indiani Irochesi però si mostrarono irriducibilmente ostili. Essi avevano orribilmente mutilato il padre Isacco Jogues (1607-1646) e il suo coadiutore René Goupil (1608-1642) versando loro addosso carboni ardenti. Nel marzo 1649, gli Irochesi martirizzarono i padri de Brébeuf e Gabriele Lallemant (1610-1649). Il padre Brébeuf fu trafitto con aste arroventate e gli Irochesi gli strapparono brandelli di carne, divorandola sotto i suoi occhi. Poiché il martire continuava a lodare Dio, gli strapparono le labbra e la lingua e gli ficcarono in gola tizzoni ardenti. Il padre Lallemant fu torturato subito dopo con ferocia ancora maggiore. Poi un selvaggio gli fracassò la testa con la scure e gli strappò il cuore, bevendone il sangue, per assimilarne la forza e il coraggio. Un’altra ondata d’odio fece, nel mese di dicembre, due nuovi martiri, i padri Charles Garnier (1605-1649) e Noël Chabanel (1613-1649). Gli otto missionari gesuiti, conosciuti come “martiri canadesi” furono proclamati beati da papa Benedetto XV nel 1925 e canonizzati da papa Pio XI nel 1930.

Questi episodi fanno parte della memoria storica del Canada e non possono essere dimenticati. Papa Francesco, come gesuita dovrebbe conoscere questa epopea, narrata, tra gli altri, dal suo confratello padre Celestino Testore, nel libro I santi martiri canadesi, apparso nel 1941, e ripubblicato in Italia dall’editore Chirico nel 2007.

Ma soprattutto il Santo Padre avrebbe dovuto trattare con maggior prudenza il “caso” della presunta scoperta di fosse comuni nelle cosiddette ‘Indian residential schools’ del Canada, una rete di collegi per gli indigeni canadesi fondate dal governo e affidate prevalentemente alla Chiesa cattolica, ma anche in parte alla chiesa anglicana del Canada (30%), con l’idea di integrare i giovani nella cultura del paese, secondo il  Gradual Civilization Act,  approvato dal Parlamento canadese  nel 1857. Negli ultimi decenni però la Chiesa cattolica fu accusata di aver partecipato a un piano di sterminio culturale dei popoli aborigeni, i cui giovani venivano sequestrati alle famiglie, indottrinati e talvolta sottoposti ad abusi, per essere “assimilati” dalla cultura dominante, Nel mese di giugno 2008 il governò canadese, su posizioni “indigeniste”, fece le sue scuse ufficiali agli indigeni e istituì una Commission de vérité et réconciliation (CVR), per le scuole residenziali indiane.

I ricercatori della Commissione, malgrado i 71 milioni di dollari ricevuti, hanno lavorato sette anni, senza trovare il tempo di consultare gli archivi degli Oblati di Maria Immacolata, l’ordine religioso che, alla fine dell’Ottocento, iniziò a gestire le Residential Schools. Basandosi, invece, proprio su questi archivi, lo storico Henri Goulet, nella sua Histoire des pensionnats indiens catholiques au Québec. Le rôle déterminant des pères oblats (Presses de l’Université de Montréal, 2016) ha dimostrato che gli Oblati erano gli unici difensori della lingua e del modo di vita tradizionale degli Indiani del Canada, a differenza del governo e della chiesa anglicana, che insistevano per una integrazione che sradicava gli indigeni dalle loro origini. Questa linea storiografica trova conferma nelle opere di uno dei maggiori studiosi internazionali della storia religiosa del Canada, il prof. Luca Codignola Bo, dell’Università di Genova.

Dall’accusa di “genocidio culturale” si è intanto passati a quella di “genocidio fisico”. Nel maggio 2021, la giovane antropologa Sarah Beaulieu, dopo aver analizzato con un georadar il terreno vicino all’ex scuola residenziale di Kamloops, ha lanciato l’ipotesi dell’esistenza di una fossa comune, pur senza aver fatto nemmeno uno scavo. Le affermazioni dell’antropologa, divulgate sui grandi media e avallate dal premier Justin Trudeau, si sono trasformate in narrative diverse, alcune delle quali affermano che «centinaia di bambini» sarebbero «stati uccisi» e «sepolti segretamente» in «fosse comuni» o in tumuli irregolari nei terreni di «scuole cattoliche» di «tutto il Canada». 

Questa notizia è semplicemente priva di qualsiasi fondamento, visto che non sono mai stati riesumati dei cadaveri, come già ha documentato Vik van Brantegem il 22 febbraio 2022 sul suo blog Korazym.org. Il 1 aprile 2022, sul blog Uccr è apparsa un’accurata intervista allo storico Jacques Rouillard, professore emerito della Facoltà di Storia dell’Università di Montreal, che smentisce categoricamente il genocidio culturale e quello fisico degli indigeni canadesi, negando l’esistenza di fosse comuni nelle scuole residenziali. Egli è convinto che, dietro a tutto, ci sia solo un tentativo di risarcimento milionario. Lo scorso 11 gennaio lo stesso prof. Rouillard ha pubblicato sul portale canadese Dorchester Review un ampio articolo in cui afferma che nessun corpo di bambino è stato trovato nelle presunte fosse comuni, in sepolture clandestine o in qualsiasi altra forma di sepoltura irregolare nella scuola di Kamloops. Dietro i collegi ci sono solo semplici cimiteri, in cui venivano sepolti gli studenti delle scuole, ma anche i membri della comunità locale e gli stessi missionari. In base ai documenti presentati da Rouillard, 51 bambini sono morti in quell’internato tra il 1915 e il 1964. Nel caso di 35 di loro sono stati trovati documenti che provano la causa della morte, soprattutto malattie e in alcuni casi incidenti. Un nuovo articolo del professor Tom Flanagan e del magistrato Brian Gesbrecht, pubblicato il 1 marzo 2022 sul Dorchester Review con il titolo The False Narrative of the Residental Schools Burials, ribadisce come non c’è traccia di un solo studente ucciso nei 113 anni di storia delle scuole residenziali cattoliche. Secondo gli stessi  dati forniti dalla Commission de vérité et réconciliation (CVR) il tasso di mortalità nei giovani che frequentavano le scuole residenziali era in media di circa 4 decessi all’anno ogni 1.000 giovani e la causa principale era dovuta a tubercolosi ed influenza.  Sembra che finalmente si siano autorizzati gli scavi a Kamloops, ma, come afferma il prof. Rouillard, sarebbe stato meglio si fossero svolti lo scorso autunno, così da conoscere la verità ed impedire a papa Francesco di venire a scusarsi sulla base di ipotesi non provate. Queste le parole dell’accademico canadese: «È incredibile che una ricerca preliminare su una presunta fossa comune in un frutteto abbia potuto portare a una tale spirale di affermazioni avallate dal governo canadese e riprese dai media di tutto il mondo. Non si tratta di un conflitto tra storia e storia orale aborigena, ma tra quest’ultima e il buon senso. Sono necessarie prove concrete prima che le accuse contro gli Oblati e le Suore di Sant’Anna possano essere scritte nella storia. Le esumazioni non sono ancora iniziate e non sono stati trovati resti. Un crimine commesso richiede prove verificabili, soprattutto se gli accusati sono morti da tempo. È quindi importante che gli scavi avvengano al più presto, affinché la verità prevalga sulla fantasia e sull’emozione. Sulla strada della riconciliazione, il modo migliore non è forse quello di cercare e raccontare tutta la verità piuttosto che creare miti sensazionali?»

 

(Fonte: Roberto De Mattei, Corrispondenza Romana, 27 luglio 2022
https://www.corrispondenzaromana.it/a-proposito-del-mea-culpa-di-papa-francesco-in-canada/

 

 

La liturgia annega nel mare di Crotone


La Messa celebrata in acqua, con il celebrante in costume e usando un materassino come altare, è il culmine di decenni di sperimentazioni in cui ciascuno si sente padre-padrone del culto, da manipolare a piacere, nell'indifferenza di una gerarchia che sanziona soltanto la Tradizione.

 Le foto che stanno facendo il giro del web parlano da sole: una Messa in mare utilizzando un materassino come altare, con tutti i presenti in costume, compreso (ovviamente) il celebrante. A che pro? Nel corso dei decenni le hanno tentate tutte per mostrare una Chiesa “accattivante” (o semplicemente modaiola), ma a don Mattia Bernasconi va riconosciuto senz’altro il “merito” di aver superato tutti gli altri, buttando – letteralmente – a mare quel che resta della sacralità del culto cattolico ma anche del buon senso.


La bizzarra liturgia è avvenuta al termine di un campo di volontariato a Crotone, organizzato da Libera (l’associazione fondata da don Luigi Ciotti).  Qui il giovane sacerdote ambrosiano, viceparroco della Comunità Pastorale San Luigi Gonzaga di Milano, ha portato i suoi ragazzi a trascorrere alcuni giorni tra escursioni e incontri sulla legalità, al termine dei quali, essendo domenica, si doveva pur onorare il giorno del Signore. Ma dove? In chiesa sarebbe parso troppo scontato: «Avevamo scelto una pineta di un campeggio ma era occupata da un'altra iniziativa. Faceva molto caldo e così ci siamo detti: perché non fare la Messa in acqua? Una famiglia che si trovava nei pressi ci ha sentito parlare ed ha messo a disposizione il loro materassino che abbiamo trasformato in altare. È stato bellissimo anche se ci siamo scottati», riferisce il sacerdote.

Il diritto canonico sembrerebbe pensarla diversamente: «La celebrazione eucaristica venga compiuta nel luogo sacro [cioè, in chiesa], a meno che in un caso particolare la necessità non richieda altro; nel qual caso la celebrazione deve essere compiuta in un luogo decoroso» (Can. 932 §1). Ci sarebbe da dire sia sul luogo «decoroso» (che dovrebbe significare anche: adatto all’azione sacra), sia sulla «necessità»: possibile che non ci siano chiese a Crotone? Immaginiamo che non fossero raggiungibili facilmente dall’allegra brigata costringendola a “improvvisare”... però «il sacrificio eucaristico si deve compiere sopra un altare dedicato o benedetto; fuori del luogo sacro può essere usato un tavolo adatto, purché sempre ricoperto di una tovaglia e del corporale» (ivi, §2). Almeno un tavolo, non un materassino! E perché in mezzo all’acqua invece che sulla riva, non avranno mica naufragato? La mobilità dell’altare “aquatico” non avrà forse favorito la dispersione di frammenti? E come sarà andata per la comunione? La sacra particola avrà cominciato a sciogliersi sulle mani probabilmente bagnate… Senza contare la possibilità che un’onda anomala travolgesse l’anomalo altare con tutto il Corpo e Sangue.
Se in contesti drammatici sacerdoti e fedeli sono stati costretti a celebrare con mezzi di fortuna, qui non siamo in un campo di concentramento, né in guerra, per cui l’unica «necessità» ipotizzabile è l’insopprimibile smania di protagonismo che da decenni spinge il clero a escogitare infinite variazioni di quella lex orandi che dicono sia e debba essere unica, ma invece si rivela di fatto una, nessuna, centomila.
La “Missa aquatica” di Crotone è la vetta (o l'abisso?) di una liturgia concepita come campo di battaglia in cui “vince” chi la inventa più grossa, annegando – è il caso di dirlo – l’unico vero Protagonista.

Ancora una considerazione, sul piano più laico: immaginereste un giudice che, spinto dalla calura e dal desiderio di mostrarsi cool, decidesse di tenere un processo in spiaggia, col costume invece della toga? O un giornalista che trasmettesse il telegiornale a bordo piscina? Qualunque sia l’ambito, nell’esercizio delle proprie funzioni ciascuno tende a presentarsi in modo professionale. Ne va della serietà di ciò che sta compiendo. Non dovrebbe valere, a maggior ragione, per chi compie la più elevata delle funzioni, la più sacra delle azioni? A meno di non ridurre la Messa a un gioco di società... Il tutto con un sottinteso senso di “impunità”, sapendo di poter stravolgere il mistero affidato loro, ben sapendo di non rischiare nulla (curioso paradosso, dopo un campo sulla “legalità”: vale solo per le norme civili, mentre il Corpo di Cristo si può manipolare a piacimento?). Di certo il comunicato della diocesi di Crotone («è necessario mantenere quel minimo di decoro e di attenzione ai simboli richiesti dalla natura stesse delle celebrazioni liturgiche») non basterà a dissuadere il don Mattia di turno dal presentare il proprio numero sulla scena del cabaret liturgico, mentre gli unici a subire sanzioni concrete sono quei sacerdoti che celebrano con pietà e riverenza secondo un rito usato per secoli nella Chiesa. 

La Messa di don Mattia è in realtà l'epifania della “pastorale della spoliazione”, che credeva di togliere orpelli e ha finito per perdere di vista la sostanza. Pur di “avvicinare” la gente (che non si è avvicinata affatto) alcuni chierici hanno iniziato spogliando gli altari. Poi hanno ridotto i paramenti, limitandosi a camice e stola, talvolta soltanto la stola. Infine, sono rimasti in mutande, pardon, in costume. Sarà stato, almeno quello, del colore liturgico giusto?

 

(Fonte: Stefano Chiappalone, LNBQ, 26 luglio 2022)
https://lanuovabq.it/it/la-liturgia-annega-nel-mare-di-crotone

  

venerdì 15 luglio 2022

La musica sacra: la grande assente


Nella lettera apostolica Desiderio Desideravi l’attenzione alla musica sacra e al canto si riduce a una parentesi, limitandosi a dire che sono aspetti da curare. In realtà, servirebbero cure drastiche, ma è il Vaticano il primo a dover agire. Da decenni è proposta al popolo una musica non degna della liturgia, mentre il gregoriano è messo da parte.

 Il tema della musica sacra è uno di quelli di cui si parla molto, ma si fa poco, anzi pochissimo. Oramai da decenni assistiamo alla dismissione di gloriose istituzioni musicali che vengono ritenute non più adeguate per la presente liturgia. Ma se la presente liturgia pretende di fare a meno di patrimoni di bellezza messi su nei secoli, non dovremmo pensare che c’è qualcosa di veramente sbagliato nella mentalità di qualcuno. Cori, anche celebri, o vengono soppressi oppure “normalizzati”, cioè in pratica impossibilitati a cantare il gregoriano o la polifonia antica e moderna. Bisogna promuovere il canto popolare, senza pensare che c’era e ci dovrebbe essere ancora una chiara distinzione tra canto liturgico e canto popolare, ma a chi importa?

Nella Lettera Apostolica Desiderio Desideravi al punto 23 viene detto: “Intendiamoci: ogni aspetto del celebrare va curato (spazio, tempo, gesti, parole, oggetti, vesti, canto, musica, …) e ogni rubrica deve essere osservata: basterebbe questa attenzione per evitare di derubare l’assemblea di ciò che le è dovuto, vale a dire il mistero pasquale celebrato nella modalità rituale che la Chiesa stabilisce”. L’attenzione alla musica sacra e al canto si riduce a quella parentesi. Vanno curati…ma come? Perché di cure drastiche hanno bisogno ora che sono grandi malate. Visto che è evidente che non sono curate, ci vorrebbe forse una presa di posizione più drastica.

In fondo questo è pienamente in linea con l’interesse dimostrato per questi argomenti negli ultimi decenni. E questo si vede bene dal fatto che la maggior parte degli abusi partono proprio dall’uso di musica indegna della celebrazione. E i Vescovi, che dovrebbero vigilare, spesso si girano dall’altra parte e fanno finta di niente. Non è la musica che vuole il popolo? No, è la musica che subisce il popolo perché non conosce altro, non è stato educato alla vera musica liturgica, come il Papa chiede nell’ultimo documento e il Vaticano II prima di lui.

Eppure, malgrado parole di circostanza sull’argomento, anche da parte di questo Pontefice, non sono mai seguite azioni efficaci per una riforma della musica sacra che tenga a cuore la sua dignità. Se si vuole essere inflessibili, come vediamo con i tradizionalisti, lo si è. Ma come mai coloro che abusano la liturgia attraverso musica indegna non possono ascoltare simili parole di condanna per loro? Eppure questi sono molti di più.

Forse perché la situazione è talmente deteriorata che si è persa la speranza di poter fare qualcosa per cambiarla. Ma se non tentano dal Vaticano, altrove le persone di buona volontà potranno poco in questo senso. Se non c’è un incoraggiamento deciso e dei paletti da non superare, anche i pochi che non agiscono per timore potranno fare ben poco per migliorare la tragica situazione.

 

(Fonte: Aurelio Porfiri, LNBQ, 4 luglio 2022)
https://lanuovabq.it/it/la-musica-sacra-la-grande-assente

  

Pastori scelti dalle "pecore": c'è un problema con laici e donne nel dicastero


Inversione tra pastori e pecore: le pecore finiscono per svolgere il ruolo dei pastori, nella scelta dei propri pastori; sia Giovanni Paolo II che Benedetto XVI avevano messo in guardia dal clericalizzare i laici, conferendo loro ruoli e ministeri che spettano invece ai ministri sacri. Il problema delle tre donne (una laica) scelte dal Papa nel Dicastero dei vescovi non è di abilità e competenze, ma di ordine sacro. Una manovra sbadata di “modernizzare” la Chiesa o un ulteriore passo verso il sacerdozio femminile?

 Quota rosa al Dicastero per i vescovi. Dopo la nomina, a novembre dello scorso anno, di suor Raffaella Petrini, delle Suore Francescane dell’Eucaristia, come segretario generale del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, è ora venuto il momento della nomina di tre donne come membri del Dicastero dei vescovi.

Il Papa aveva anticipato la nomina di due ladies, circa una settimana prima, durante l’intervista concessa a Phil Pullella della Reuters (vedi qui). Ma, come si sa, non c’è due senza tre; e così sono ben tre le donne che condivideranno con gli altri membri, tutti vescovi (e un abate), la responsabilità per la nomina dei vescovi, nonché della costituzione, raggruppamento o soppressione di chiese locali e dell’erezione di Ordinariati militari o personali, compiti propri del Dicastero presieduto dal cardinale Marc Oullet.

Oltre alla già in carriera suor Raffaella Petrini, la quota rosa sarà nutrita anche dalla presenza della superiora generale delle Figlie di Maria Ausiliatrice, sr. Yvonne Reungoat, e dalla sociologa argentina Maria Lia Zervino, presidente dell’Unione Mondiale delle Organizzazioni Femminili Cattoliche e appartenente all’Ordo Virginum. La notizia è stata generalmente accolta con favore, quale segno di apertura della Chiesa cattolica alle donne e riconoscimento del loro peculiare contributo.

È stato anche correttamente sottolineato che queste tre nomine sono in linea con le indicazioni di riforma della Curia romana, espresse nella Costituzione Apostolica Praedicate Evangelium, pubblicata il 19 marzo scorso.

È il § 10 ad incoraggiare la presenza di laici nei vari Dicasteri della Curia, per il fatto che «il Papa, i Vescovi e gli altri ministri ordinati non sono gli unici evangelizzatori nella Chiesa». La Costituzione enfatizza che «ogni cristiano, in virtù del Battesimo, è un discepolo-missionario “nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù”». Pertanto, nel progetto di aggiornamento della Curia, «si deve prevedere il coinvolgimento di laiche e laici, anche in ruoli di governo e di responsabilità», la cui presenza è considerata addirittura «imprescindibile».

C’è un però. E lo ha fatto presente padre Gerard Murray, sacerdote dell’arcidiocesi di New York e canonista (vedi qui, min.6:46-8:06): «La presenza di laici alla Congregazione dei vescovi è un grosso problema. I vescovi nella Congregazione suggeriscono al Papa i candidati da promuovere come vescovi e lo fanno sulla base della condivisione del governo della Chiesa, come consiglieri del Papa, essendo essi stessi vescovi». Fr. Murray spiega che in questo modo c’è un’inversione tra pastori e pecore: le pecore finiscono per svolgere il ruolo dei pastori, nella scelta dei propri pastori; sia Giovanni Paolo II che Benedetto XVI avevano messo in guardia dal clericalizzare i laici, conferendo loro ruoli e ministeri che spettano invece ai ministri sacri.

Il governo, nella Chiesa, può essere esercitato legittimamente solo dai pastori, che divengono tali mediante l’ordinazione sacramentale. Non si tratta fondamentalmente di abilità e competenze, ma di ordine sacro. Nell’Udienza Generale del 26 maggio 2010, Benedetto XVI spiegava che la parola “gerarchia” significa «“sacra origine”, cioè: questa autorità non viene dall’uomo stesso, ma ha origine nel sacro, nel Sacramento; sottomette quindi la persona alla vocazione, al mistero di Cristo; fa del singolo un servitore di Cristo e solo in quanto servo di Cristo questi può governare, guidare per Cristo e con Cristo». È questo principio sacro che crea il pastore; ed il pastore è tale «proprio guidando e custodendo il gregge, e talora impedendo che esso si disperda. Al di fuori di una visione chiaramente ed esplicitamente soprannaturale, non è comprensibile il compito di governare proprio dei sacerdoti».

Non è un caso che il capitolo IV del Codice di Diritto Canonico, dedicato alla Curia romana, sia inserito non solo nella seconda parte che riguarda “la costituzione gerarchica della Chiesa”, ma addirittura nella sua prima sezione, intitolata “la suprema autorità della Chiesa”. I Dicasteri della Curia Romana sono organi di governo della Chiesa; ed in modo particolare quello dei vescovi. Ora, poiché il governo della Chiesa spetta ai pastori e poiché si entra a far parte della gerarchia della Chiesa mediante l’ordine sacro, la nomina di laici a ruoli di governo nella Chiesa non può non porre più di un interrogativo.

Che si tratti di una manovra sbadata di “modernizzare” la Chiesa, corrispondendo alla richiesta montante di dare più spazio al femminile? Oppure che sia un ulteriore passo per muoversi nella direzione del sacerdozio femminile, concedendo intanto senza ordinazione quello che può essere conferito solo con l’ordinazione?

 

(Fonte: Luisella Scrosati, LNBQ, 15 luglio 2022) 
https://lanuovabq.it/it/pastori-scelti-dalle-pecore-ce-un-problema-con-laici-e-donne-nel-dicastero

 

 

Papa e aborto, qualcosa non torna


Le interviste a papa Francesco ormai escono a getto continuo, un fenomeno dannoso per la Chiesa. Ma vale comunque la pena rilevare lo strano atteggiamento davanti all'aborto: durissimo nel condannare la pratica, estremamente soft nel tirarne le conseguenze.

 Francamente di interviste a papa Francesco non se ne può proprio più. Ormai ne escono a getto continuo. Solo negli ultimi giorni abbiamo avuto tre chilometriche interviste: una all’agenzia argentina Telam, poi all’agenzia britannica Reuters (oltretutto pubblicata a puntate), infine all’emittente messicana Televisa/Univision. Insomma non passa quasi giorno che non si debba discutere di questa o quell’uscita di papa Francesco. Un fiume di parole che contempla: concetti che ormai ripete da anni; qualche opinione estemporanea sulla situazione politica mondiale – spesso discutibile se non imbarazzante, come le parole dolci a Televisa nei confronti del regime cubano -; alcuni giudizi ecclesiali o morali, che a volte generano diverse interpretazioni e polemiche.

Anche i fan più oltranzisti del Papa dovrebbero rendersi conto che si tratta di interviste che, aldilà dei contenuti, alla fine sono dannose per la Chiesa e per l’istituzione del papato. Perché così si sminuisce l’autorevolezza del Papa, ridotto al rango di un opinionista qualsiasi (già anni fa girava la battuta del signore che chiedeva “Ha detto qualcosa sulla campagna acquisti della Roma?”). Ma soprattutto genera nei fedeli – e non – una confusione tra ciò che è opinione personale (legittima, ma opinabile) e ciò che invece è l’insegnamento della Chiesa, che dovrebbe essere l’unica vera preoccupazione del Papa.

Sarebbe dunque cosa buona che si smettesse con queste interviste, e se proprio non ci riesce lui che siano almeno i giornalisti a rendersi conto che non conviene neanche a loro vendere un “prodotto” così inflazionato.

Detto questo però, per la sua importanza va rilevato almeno lo strano atteggiamento del Papa riguardo all’aborto. Da una parte è molto drastico nel giudizio: nell’intervista alla Reuters ha ripetuto un concetto già espresso in passato, «è come assoldare un sicario»; e poi: «È lecito, è giusto eliminare una vita umana per risolvere un problema?». Poi però nella stessa intervista diventa neutrale riguardo alla sentenza della Corte Suprema che ha negato l’aborto essere un diritto: il Papa afferma che «rispetta la sentenza» ma non è in grado di entrare nelle questioni tecnico-giuridiche. Una risposta “diplomatica” incomprensibile, visto che non c’è nulla di difficile da capire sul senso della sentenza. Poi, ancora peggio, lancia un siluro al vescovo di San Francisco, monsignor Cordileone, che – coerentemente con il Catechismo e il Codice di Diritto Canonico - ha deciso di negare la comunione alla leader democratica Nancy Pelosi per il suo sostegno aperto all’aborto: «Quando la Chiesa perde la sua natura pastorale, quando un vescovo perde la sua natura pastorale, crea un problema politico», ha detto il Papa. E pochi giorni prima aveva apertamente sconfessato monsignor Cordileone, accogliendo la Pelosi in Vaticano e lasciando che ricevesse la comunione alla messa in San Pietro che lo stesso Papa ha iniziato a celebrare (a metà messa ha fatto continuare la celebrazione a un cardinale).

Comunque, di fronte all’escalation della guerra per l’aborto negli USA che lo stesso presidente Biden incentiva, il Papa è tornato sull’argomento nell’intervista a Televisa, spiegando che, essendo cattolico, Biden è «incoerente» nel sostenere l’aborto, ma lascia questo alla «sua coscienza»: «Parli con il suo vescovo, con il suo pastore, con il suo parroco di questa incoerenza».

La domanda che sorge spontanea è questa: se Biden, invece di dichiarare guerra ai bambini non nati, firmasse un ordine esecutivo intimando alla polizia di frontiera di sparare sui migranti irregolari che entrano negli Stati Uniti dal Messico, il Papa direbbe ancora che Biden è incoerente, ma che se la veda con la sua coscienza? O lancerebbe tuoni e fulmini? Ricordiamo che per molto meno, sulle politiche migratorie, nel febbraio 2016 papa Francesco diede del «non cristiano» all’allora presidente americano Donald Trump.

È questo doppio standard sull’aborto che lascia interdetti e, in fondo, fa nascere dubbi sul reale pensiero del Papa in materia: sembra quasi che da una parte tenga buoni i pro life dicendo parole pesantissime contro l’aborto (a volte perfino esagerate), ma usi questo poi per poter avere un approccio pastorale molto soft, ai limiti della complicità.
Il problema posto da monsignor Cordileone e da altri vescovi non è affatto politico: se l’aborto è un peccato gravissimo, come sostiene anche papa Francesco, chi si comunica senza prima pentirsi, riconciliarsi con Dio e cambiare condotta, «mangia e beve la sua propria condanna», secondo san Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi. È un problema di vita eterna. Davvero il Papa è indifferente alla condanna eterna di Biden e Pelosi? Oppure è san Paolo a sbagliare?

Peraltro la questione è molto più ampia e riguarda tutti: se con un peccato pubblico così grave è lecito ricevere la Comunione, allora vale per chiunque sia in peccato mortale, basta sentirsi tranquilli con la coscienza. Perché dovrebbe essere diverso per chi bestemmia, ruba, tradisce il proprio coniuge, uccide i propri genitori, spaccia droga o chi comunque istiga a farlo?

Qui la politica non c’entra, il vero problema è anzitutto il significato dell’Eucarestia, se davvero sia o no la presenza reale di Gesù, con tutto quel che comporta. E se invece si è convinti di cosa sia l’Eucarestia, il problema diventa il giudizio vero sull’aborto: è davvero questo orribile assassinio oppure si pensa che, in fondo, non sia così grave?

 

(Fonte: Riccardo Cascioli, LNBQ, 14 luglio 2022) 
https://lanuovabq.it/it/papa-e-aborto-qualcosa-non-torna

 

venerdì 3 giugno 2022

Dal Vaticano l'apertura alle "famiglie Lgbt"


Alla Conferenza stampa di presentazione dell'Incontro Mondiale delle Famiglie (Roma 22-26 giugno), è stato usato il concetto di "famiglia Amoris Laetitia" in opposizione a famiglia naturale, per aprire all'accoglienza di qualsiasi forma di unione, omosessuale in testa. È uno strappo deciso rispetto a quello che è sempre stato l'insegnamento della Chiesa.

 Che differenza c’è tra la famiglia e la “famiglia Amoris Laetitia”? Finora si era ingenuamente pensato che l’Anno Famiglia Amoris Laetitia, voluto da papa Francesco, fosse soltanto un modo di affrontare le problematiche della famiglia alla luce dell’esortazione post-sinodale che insiste sulla necessità della precedenza pastorale. Ma la conferenza stampa del 31 maggio, organizzata dalla Santa Sede per presentare il X Incontro Mondiale delle Famiglie che si svolgerà a Roma dal 22 al 26 giugno prossimo e che chiuderà anche l’Anno Famiglia Amoris Laetitia, ha invece fatto capire che siamo di fronte a un tentativo di riscrivere il concetto stesso di famiglia.

La questione è apparsa evidente nella risposta che la professoressa Gabriella Gambino, sottosegretario del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, ha dato al giornalista Giuseppe Rusconi (rossoporpora.org), che chiedeva se questo incontro sarà all’insegna del “Love is Love”, se verrà «accettata la locuzione “famiglie arcobaleno”», se si vedranno bandiere Lgbt e se «quelle “arcobaleno” sono famiglie, secondo voi, o sono aggregazioni di altro tipo» (qui puoi vedere il video, minuto 56:50). La domanda non era campata in aria, visto quello che sta succedendo nella Chiesa (vedi le rivendicazioni del Sinodo tedesco, le ambiguità del Sinodo sulla Sinodalità, e la fresca nomina a cardinale del vescovo di San Diego, California, Robert W. McElroy, aperto sostenitore della causa Lgbt nella Chiesa) e quanto accaduto nel precedente Incontro mondiale delle Famiglie a Dublino (2018), quando tra i relatori apparve anche il gesuita americano padre James Martin a spiegare come la Chiesa deve fare per accogliere le persone Lgbt.

Ebbene la professoressa Gambino non ha voluto rispondere direttamente alle domande, ma le sue parole sono comunque molto significative. Esordisce così: «L’incontro, come sappiamo, è dedicato alla famiglia Amoris Laetitia», il che già suggerisce che sia qualcosa di diverso dalla famiglia come la conoscevamo: fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna e aperta alla generazione della vita. E infatti subito dopo parla di «promuovere (…) un approccio pastorale davvero di accompagnamento nei confronti di tutti». E poi sottolinea ancora l’importanza di «una pastorale che sa accompagnare tutti», ovviamente con «un atteggiamento di misericordia» che è «atteggiamento di accoglienza e di accompagnamento verso l’amore del Padre». E «aldilà delle tematiche che verranno affrontate l’idea è di promuovere processi di accoglienza spirituale e di discernimento». E ancora «Non esistono ricette per tutte le situazioni (…), compito della Chiesa è accompagnare affinché ciascuno di noi impari a mettere al centro della propria vita Cristo, in qualunque situazione si trovi.

Traduzione dal clericalese: «Sì, l’incontro sarà all’insegna del “Love is Love”, ci sono tante diverse forme di famiglia e la Chiesa fornisce un po’ di conforto spirituale a tutti, confermando ciascuno sulla strada che ha scelto. Poi, per ora, per non creare reazioni forti non possiamo dire tutto esplicitamente, iniziamo un processo; ma è chiaro che alla fine del processo ci aspetta il riconoscimento di tutte le forme possibili di famiglia».

Risulta dunque chiaro che il neologismo “famiglia Amoris Laetitia” è un concetto in aperta contrapposizione con quello conosciuto di “famiglia”. E la conferma viene anche dalla seconda risposta della Gambino alla replica di Rusconi che, intervenendo di nuovo, chiedeva una risposta più precisa alla sua domanda: «Ripeto - è stata la risposta -: il tema della famiglia viene affrontato alla luce della Amoris Laetitia». Ovvero, rinunciamo a definire cosa è e cosa non è famiglia, cosa è vero e cosa è menzogna, cosa è giusto e bene e cosa è ingiusto e malvagio: ogni strada ha qualcosa di buono.

Siamo qui di fronte all’annuncio di una rivoluzione antropologica nella Chiesa. Non si può immaginare niente di più in contraddizione con il Magistero dei pontificati precedenti.

Ricordiamo, ad esempio, le grandi catechesi sulla famiglia svolte da san Giovanni Paolo II nel 1994, anche attraverso gli Angelus domenicali, per contrastare culturalmente la guerra alla famiglia che era stata scatenata all’ONU in occasione della Conferenza Internazionale del Cairo su popolazione e sviluppo. Uno dei punti su cui più si discusse allora era proprio il tentativo di introdurre il concetto di “famiglie” al posto di “famiglia”, con il chiaro obiettivo di far riconoscere come famiglia le unioni omosessuali. Ne uscì allora una formula ambigua, ma anche lì eravamo all’inizio di un processo che ha portato oggi nelle nostre società a dare per scontato il concetto di “famiglie”.

L’impressione chiara fornita dalla professoressa Gambino è che “famiglia Amoris Laetitia” sia l’equivalente ecclesiale di “famiglie”, tanto più che questo intervento si colloca in un contesto in cui le unioni omosessuali sono già state ampiamente accettate nella Chiesa, seppure non parificate al matrimonio fra un uomo e una donna. È stato lo stesso papa Francesco in una intervista trasmessa a Tv2000 lo scorso 15 settembre ad avere perorato la causa delle unioni civili, pur mantenendo che «niente a che vedere con il matrimonio come sacramento, che è tra un uomo e una donna». E in Italia ricordiamo come in occasione dell’approvazione della legge Cirinnà, esattamente sei anni fa, il giornale di proprietà dei vescovi italiani, Avvenire, già allora si espresse più volte a favore del riconoscimento delle unioni civili, seppure non equiparandole alla famiglia così come definita dalla nostra Costituzione.

Ma laddove si considera un bene da promuovere l’unione fra persone dello stesso sesso, non si capisce perché allora non dovrebbe essere riconosciuta pienamente famiglia; ecco perché prima o poi si arriva necessariamente alla piena accoglienza nella Chiesa di ogni forma di unione. La Germania è semplicemente la punta più avanzata di questo processo, un po’ impaziente per la lentezza di Roma, ma comunque la strada è la stessa.

Il processo dunque è già iniziato da tempo e “famiglia Amoris Laetitia” rappresenta il punto di rottura con l’insegnamento tradizionale della Chiesa, che – è giusto ricordarlo, contro una certa narrazione attuale - non è di esclusione di persone dalla Chiesa, ma di chiarezza sulla meta del cammino di accompagnamento.

 

(Fonte: Riccardo Cascioli, LNBQ, 2 giugno 2022)

https://lanuovabq.it/it/dal-vaticano-lapertura-alle-famiglie-lgbt

 

venerdì 6 maggio 2022

Da icona a reprobo: che incoerenza ecclesiale su Bianchi!


Il “Domani” svela una lettera del cardinale Parolin ai vescovi che chiama le diocesi a non invitare Enzo Bianchi. L'ex "priore" di Bose è da isolare non perché abbia espresso una teologia pericolosa, ma per comportamenti inadatti non specificati. Eppure, quando diocesi e editrici cattoliche facevano a gara per contendersi le sue affermazioni eterodosse, dalla Chiesa ufficiale non arrivava nessuno stop. 
[quando invece sarebbe stato veramente utile! N.d.r.]

 

Ogni fedele cattolico, proprio perché sa di essere purtroppo incoerente, apprezza negli organismi della Chiesa la coerenza. A proposito degli ultimissimi sviluppi del caso Enzo Bianchi questa coerenza non si è vista e a farne le spese, ancora purtroppo, sono gli organi ecclesiastici vaticani, in questo caso la Segreteria di Stato.

Quali sono questi ultimissimi sviluppi? È venuta alla luce, in quanto pubblicata dal quotidiano il “Domani”, una lettera del Segretario di Stato Pietro Parolin del gennaio 2020 nella quale si invitano i vescovi italiani a considerare se sia opportuna la presenza di Enzo Bianchi in diocesi come conferenziere o predicatore. Nella sua lettera Parolin fa riferimento ad alcune nuove “testimonianze” e “documentazioni” che sarebbero arrivate alla Segreteria di Stato dopo il decreto, risalente a due anni fa, con cui la Santa Sede estrometteva Bianchi dalla Comunità di Bose da lui fondata. La lettera non chiarisce quali siano queste novità, ma esprime una chiara insistenza affinché a Enzo Bianchi sia tolta la platea. In altre parole una messa al bando dalla Chiesa visibile.

Non ho avuto mai simpatia per le posizioni teologiche e morali espresse in tutti questi anni da Enzo Bianchi – tutt’altro! - però non si può non notare il repentino cambio di prospettiva da parte della Chiesa ufficiale che lascia molto perplessi proprio in fatto di coerenza.

Enzo Bianchi è stato per anni osannato. La formazione del clero di Biella, la diocesi del monastero di Bose, era completamente in mano sua. Fior fiore di cardinali si recavano in pellegrinaggio a Bose per avere i suoi consigli. Non c’era convegno ecclesiale nel quale Bianchi non fosse relatore ufficiale. Si era perfino parlato di una sua ordinazione cardinalizia. Le vetrine delle librerie delle Paoline da decenni espongono soprattutto i libri di Enzo Bianchi, che per presenza in primo piano ha senz’altro battuto perfino il cardinale Ravasi, che da questo punto di vista sembrerebbe non essere secondo a nessuno. Il suo faccione barbuto ha campeggiato nella copertina dei suoi numerosissimi libri, che gli editori cattolici si contendevano, come una grande icona ecclesiale, il biglietto da visita del cattolicesimo moderno e del futuro. Il monastero da lui fondato non aveva veste giuridica ecclesiale, Bianchi non era (come non è) né religioso né sacerdote, eppure era considerato un punto di riferimento insostituibile del cattolicesimo.

Egli collocava i suoi concetti sempre sul confine dell’eterodossia. Quando Papa Benedetto propose i suoi principi non negoziabili, Bianchi elencò i propri, naturalmente diversi da quelli del papa. Gridò di smetterla con tutti questi discorsi contro l’omosessualità, dato che Cristo non ne aveva mai parlato. Nonostante tutto questo – anzi proprio per tutto questo – però la sua stella rimaneva in ascesa, gli inviti alle conferenze e ai convegni continuavano e nessun Segretario di Stato o Prefetto di qualche dicastero vaticano si era mai permesso di criticarlo né naturalmente di interdirne la presenza nelle diocesi. Certo, c’è stato anche chi lo ha accusato pubblicamente di dire cose sbagliate, come ha fatto senza timori reverenziali mons. Antonio Livi, ma l’opinione pubblica ecclesiale era dalla parte di Bianchi e non da quella di Livi.

Ora, invece, gli viene interdetto di parlare in pubblico. E per di più non risulta che ciò sia dettato da motivi dottrinali. Il riferimento della lettera di Parolin a fatti che in questi ultimi anni sarebbero venuti a galla e che non ci è dato di conoscere, motivano il riserbo. Tuttavia da qualche affermazione della lettera, sembra che l’esilio sia motivato non da errori dogmatici espressi da Enzo Bianchi, ma da comportamenti scorretti dal punto di vista disciplinare e pastorale, nel campo dell’esercizio dell’autorità e delle relazioni umane. Si sarebbe capita una dichiarazione della Congregazione della Fede su gravi passaggi di alcuni suoi libri e, di conseguenza, l’invito ai vescovi a non invitarlo più in diocesi. Questo invece non si è verificato, mentre ora arriva la chiusura dei microfoni e lo spegnimento dei riflettori non per errori dottrinali del suo pensiero, ma per taluni comportamenti. Questo segno ecclesiale dei tempi di oggi lascia perplessi: un vescovo oggi viene destituito non perché insegna dottrine erronee, ma perché non collabora pastoralmente con i suoi confratelli all’interno della Conferenza episcopale. Così Enzo Bianchi è da isolarsi non perché abbia espresso una teologia inattendibile e pericolosa, ma per comportamenti inadatti (e non specificati).

Contemporaneamente all’allontanamento di Enzo Bianchi e al suo isolamento, tantissimi altri Enzo Bianchi sono lasciati al loro posto a pontificare. La Germania di oggi è piena di teologi, professori, conferenzieri, vescovi che le dicono anche più grosse di Enzo Bianchi. Nessun podio viene interdetto al famoso gesuita James Martin. Le vetrine delle librerie delle Paoline, ora che devono togliere i libri di Enzo Bianchi, rimarranno lo stesso piene di testi problematici, inaffidabili e spesso sul crinale dell’eterodossia esplicita.


 (Fonte: Stefano Fontana, LNBQ, 6 maggio 2022)

https://lanuovabq.it/it/da-icona-a-reprobo-che-incoerenza-ecclesiale-su-bianchi

 

venerdì 29 aprile 2022

Lo scisma nella Chiesa c’è ma non si può più riconoscere


Con le tesi del Sinodo tedesco si torna a parlare di scisma nella Chiesa, ma in questi anni, Magistero e teologia hanno fatto sì che sia venuto meno il confine tra ciò che è vero e immutabile e ciò che non è accettabile. L’accordo Vaticano-Cina, il cambiamento del Catechismo sulla pena di morte, l’abolizione del “male intrinseco” in Amoris Laetitia, sono tre passaggi decisivi che minano le verità su cui è fondata la Chiesa.

 Da quando è cominciato il Cammino sinodale tedesco, la parola “scisma”, come uno spettro ibseniano, continua ad aleggiare nella Chiesa. I vescovi polacchi hanno segnalato il pericolo ai loro confratelli tedeschi. Settanta vescovi dalle varie parti del mondo hanno scritto loro una lettera aperta, mettendoli in guardia. Diversi cardinali, anche moderati come Koch, hanno segnalato il precipizio verso il quale ci si sta dirigendo. Ma né il cardinale Marx né il presidente dei vescovi della Germania Bätzing danno segni di voler accogliere gli inviti alla prudenza. Il primo ha affermato che il Catechismo non è scritto sulla pietra, il secondo ha accusato i vescovi preoccupati di voler nascondere gli abusi che invece il sinodo germanico vorrebbe affrontare e risolvere (a suo modo).

Di fronte a questo quadro di disgregazione, ci si può chiedere se lo scisma possa essere evitato o meno. La domanda principale, a questo proposito, sembra la seguente: la Chiesa ufficiale di oggi possiede ancora le nozioni teologiche che permettano di affrontare il dirompente nodo, oppure ha perduto le categorie capaci di inquadrare il problema e mostrare la soluzione? Più di preciso: il pericolo dello scisma è ancora percepito dalla teologia della Chiesa ufficiale di oggi come un gravissimo pericolo? Su cosa sia uno scisma c’è condivisione? Sul perché bisogna evitarlo, su chi dovrebbe intervenire quando il pericolo fosse alle porte e come, c’è oggi una comunanza di visione?

A preoccupare molti non è tanto il pericolo scisma, quanto la percezione che il quadro teologico ed ecclesiale per affrontare il problema sia sfilacciato e abbia ormai dei contorni molto imprecisi. Il che prelude alla immobilità e a lasciare che gli eventi procedano per conto loro.

Quando il cardinale Marx sostiene, a proposito della pratica omosessuale, che il Catechismo non è scritto sulla pietra e lo si può criticare e riscrivere, altro non fa che esprimere in linguaggio giornalistico quanto i teologi ormai dicono da decenni. Ossia che il deposito della fede (e della morale) è soggetto ad un processo storico, perché la situazione da cui lo si interpreta entra a far parte a pieno diritto della sua conoscenza e formulazione. Usando questo criterio, che possiamo definire in senso lato “ermeneutico”, e secondo il quale la trasmissione dei contenuti della fede e della morale non supera mai lo stato di una “interpretazione”, la categoria teologica di scisma perde di consistenza, fino a scomparire. Ciò che oggi consideriamo scisma (e anche eresia), domani può diventare dottrina.

Sul piano della Chiesa universale ci sono stati di recente tre fatti molto interessanti da questo punto di vista. Il primo è stato l’accordo tra il Vaticano e la Cina comunista. L’accordo è segreto, tuttavia si può dire che in questo caso è stata assunta nella Chiesa cattolica e romana una chiesa scismatica. Il confine tra scisma e non scisma è diventato più impreciso dopo l’accordo con Pechino.

Il secondo è stato il cambiamento della lettera del Catechismo a proposito della pena di morte. Questo cambiamento ha diffuso l’idea che il Catechismo non fosse scritto sulla pietra, proprio come dice il cardinale di Monaco. La motivazione principale per giustificare il cambiamento è stata la presa d’atto che la sensibilità pubblica su questo punto morale era cambiata. La sensibilità pubblica, però, è solo un dato di fatto che non dice niente sul piano assiologico o dei valori. Ora, su questi presupposti come negare che anche nella Chiesa tedesca possa essere maturata una nuova sensibilità sui temi dell’omosessualità e del sacerdozio femminile?  Come chiamare tutto questo “scisma”, se si tratta invece dello stesso fenomeno approvato altrove?

Il terzo esempio è l’abolizione della dottrina morale della Chiesa sugli “intrinsece mala” contenuta di fatto nell’Esortazione apostolica Amoris laetitia. Risulta molto difficile, dopo questo documento, tener fermo l’insegnamento precedente circa l’esistenza di azioni intrinsecamente cattive che non si devono mai fare. Ma venendo meno questa nozione sarà ancora possibile confermare il tradizionale insegnamento della Scrittura e della Chiesa sulla pratica omosessuale?

Sembra che la Chiesa faccia fatica a tenere per ferme alcune sue verità. Del resto, se il Catechismo non è scritto sulla pietra, allora anche la definizione di “scisma” in esso contenuta, può essere rivista e quello che ieri era considerabile come scisma ora potrebbe non esserlo più. Addirittura di scisma potrebbero essere accusati coloro che tengono ferme le verità del Catechismo come se fossero scritte sulla pietra. Negare che il Catechismo non sia scritto sulla pietra potrebbe essere considerato un pronunciamento scismatico. Nella perdita dei confini tutti i paradossi diventano possibili. Quanto detto può essere esteso anche all’eresia e all’apostasia, concetti anche questi dai dubbi confini oggi. Si pensi solo ad un fatto: il “dubbio ostinato” può essere considerato apostasia secondo il n. 2089 del Catechismo, eppure oggi si insegna ai fedeli il dubbio sistematico, invitandoli a non irrigidirsi nella dottrina.

 

(Fonte: Stefano Fontana, LNBQ, 29 aprile 2022)

https://lanuovabq.it/it/lo-scisma-nella-chiesa-ce-ma-non-si-puo-piu-riconoscere

 

giovedì 21 aprile 2022

Trans e sacramenti, "Avvenire" & Co guidano la rivoluzione


Il quotidiano della Cei pubblica ampi stralci di un’intervista a padre Maurizio Faggioni contenuta in un libro - edito dalla San Paolo e a firma di Luciano Moia - che va verso la normalizzazione della transessualità nella Chiesa. Nell’intervista manca un giudizio chiaro sulla transessualità e si affrontano temi legati al battesimo, alla vita matrimoniale, all’educazione dei figli in una prospettiva contraria alla morale naturale e al Codice di diritto canonico.

 

Luciano Moia è la firma arcobaleno d’eccellenza di Avvenire, nel senso che spesso si occupa di tematiche Lgbt. Moia ha recentemente dato alle stampe, per i tipi della San Paolo, un libro dal titolo “Figli di un dio minore. Le persone transgender e la loro dignità” in cui raccoglie storie e interviste sul tema della transessualità, tra cui quella rilasciata da padre Maurizio Faggioni, docente ordinario di bioetica presso l’Accademia Alfonsiana di Roma, endocrinologo, consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede, della Congregazione delle Cause dei Santi e membro della Pontificia Accademia per la Vita.

Ampi stralci di questa intervista sono stati pubblicati su Avvenire. Faggioni non esprime un giudizio chiaro sulla transessualità, limitandosi a riportare che il dibattito in seno ai moralisti cattolici è molto vivo. Per il docente dell’Alfonsiana si tratterebbe di “una questione che, in effetti, non permette di tracciare confini netti di liceità e illiceità”. Come abbiamo già avuto modo di spiegare da queste colonne tempo fa, accennando anche a fonti della Sacra Scrittura e del Magistero, il transessualismo è condizione disordinata e tutte quelle scelte che assecondano questa condizione, dai trattamenti ormonali all’operazione chirurgica per la riassegnazione sessuale, sono contrarie alla morale naturale. Ciò perché il sesso è condizione identitaria della persona e dunque la sua psiche deve riconoscere e adeguarsi al dato della realtà biologica cromosomica. Perciò non ci può essere scissione tra il sesso genetico e il sesso psicologico, ossia la percezione di sé come appartenente al mondo maschile o femminile, altrimenti si crea una spaccatura tra identità sessuale e identità psicologica sessuale. I cromosomi XY o XX non possono essere sbagliati, può invece errare la nostra mente che non vuole accettare la realtà sessuata.

Poi Faggioni affronta il tema del matrimonio canonico delle persone transessuali. Ora, se una donna volesse sposare un’altra donna che si sente uomo, o un uomo volesse sposare un altro uomo che si sente donna, il matrimonio ovviamente sarebbe nullo, ossia inesistente, perché la differenza di sesso tra i nubendi è criterio dirimente per la validità del sacramento. Sarebbe nei fatti un “matrimonio” omosessuale (così la Congregazione per la Dottrina della Fede in una lettera del maggio del 1991 richiamata anche dallo stesso Faggioni). Qualora invece una donna volesse sposare un uomo che si sente donna o un uomo volesse sposare una donna che si sente uomo, anche senza sottoporsi ad operazione chirurgica, il matrimonio sarebbe ugualmente nullo perché, come recita il canone 1095 del Codice di diritto canonico: “Sono incapaci di contrarre matrimonio […] coloro che per cause di natura psichica, non possono assumere gli obblighi essenziali del matrimonio” (se il disturbo non fosse conosciuto dall’altro nubendo ciò potrebbe configurare una scriminante del consenso che inciderebbe sulla validità matrimoniale). Il matrimonio esige la complementarità tra uomo e donna, non solo sul piano fisico, ma anche psicologico. La donna ha bisogno che l’uomo si doni a lei come maschio e viceversa. Ciò comporta la piena consapevolezza e accettazione della propria mascolinità/femminilità.

Inoltre l’amore sponsale è donazione/accettazione totale vicendevole, ma per donarsi occorre prima possedersi. Scrive il moralista Lino Ciccone: “Il patto matrimoniale è essenzialmente un patto d’amore, tale da implicare il vicendevole dono totale di sé. Ma di un simile amore il transessuale è incapace: in conflitto con sé stesso, lacerato dal rifiuto di tutto quello che costituisce in lui la sessualità maschile, o femminile, gli è sbarrata la via per un pieno possesso di sé, e ciò che non si possiede pienamente non si può nemmeno pienamente donare” (Etica sessuale, Ares, p. 222). Se poi, prima della celebrazione del matrimonio, la donna o l’uomo si sottoponessero ad operazione chirurgica, oltre alle motivazioni di nullità appena accennate se ne sommerebbe un’altra: l’impotentia coeundi, ossia l’impossibilità di avere un’autentica copula.

Qualora infine il matrimonio fosse stato validamente celebrato, ma successivamente, ad esempio, il marito volesse “cambiare” sesso, il matrimonio naturalmente rimarrebbe valido (ciò detto, se il disturbo legato alla cosiddetta identità di genere fosse comparso prima della celebrazione del matrimonio ci potrebbero essere gli estremi per la dichiarazione di nullità per i motivi sopra esposti). Questo anche il parere di Faggioni, il quale però aggiunge: “I vincoli di affetto, la condivisione della vita, la comunione spirituale nella fede possono certamente continuare anche dopo l’emergere della disforia e dopo gli interventi di adeguamento del sesso corporeo alla identità di genere”. Non siamo proprio d’accordo. In merito ai primi due aspetti, i vincoli di affetto e la condivisione (serena) di vita esigono, come accennato prima, la capacità di donarsi in modo autentico e un equilibrio psichico che difficilmente la persona transessuale, anche senza sua colpa, potrà possedere. Il disturbo che riguarda l’identità psicologica sessuale, sfociato addirittura nella volontà di sottoporsi ad intervento chirurgico, è così profondo e radicato nella persona e investe in modo così totalizzante la sua essenza che non può non ripercuotersi negativamente sulla sfera affettiva e relazionale.

In merito poi alla “comunione spirituale nella fede”, se la scelta di “cambiare” sesso comporta peccato mortale la persona transessuale non può vivere la virtù della fede. Qualora invece avesse commesso solo peccato veniale (la materia grave rimarrebbe, ma potrebbe non esserci la piena avvertenza e/o il deliberato consenso), l’esercizio della virtù della fede sarebbe assai compromesso dalla scelta di “cambiare” sesso o di pensare e comportarsi in dissonanza con il proprio sesso genetico. Infatti la fede, al pari delle altre virtù teologali, presuppone l’esercizio adeguato anche delle virtù cardinali - tra cui qui spiccano la temperanza e la fortezza - e di altre virtù umane, le quali virtù, a loro volta, presuppongono uno stato psichico equilibrato, sereno, solido, non scisso, fragile e conflittuale. Il santo si poggia sull’uomo. In altri termini: come potrebbe essere praticata la virtù della fede in una persona che patisce fortissimi squilibri interiori?

In sintesi, l’esercizio della fede sarebbe impedito in modo proporzionale al grado di disturbo. Non è un giudizio discriminatorio, bensì una semplice constatazione, così come non discriminerebbe chi criticasse un ingegnere che volesse costruire un grattacielo sulla sabbia. Qualora infine la persona che sperimentasse in sé questa scissione tra mente e corpo tentasse di superarla, ciò sarebbe fonte di merito perché sarebbe una croce che potrebbe santificare la persona stessa e dunque il cammino di fede non sarebbe compromesso, ma, in ipotesi, persino agevolato.

Poi Faggioni tocca anche il tema dell’educazione dei figli di coppie dove un genitore è transessuale. Il teologo dichiara: “Una coppia ‘a geometria variata’ […] può continuare a svolgere i suoi doveri educativi verso i figli, purché questo sia il bene autentico dei figli e non l’imposizione di una scelta dei loro genitori”. L’ultima frase è oscura. Faggioni ci sta dicendo che presentare il transessualismo ai figli è un bene eccetto nel caso in cui si voglia imporre loro il punto di vista dei genitori oppure che, in senso più generale, un’educazione è efficace quando conduce i figli ad accettare in modo libero alcuni valori, e tra questi non certo il transessualismo? (A margine: il bene autentico dei figli a volte può essere imposto).

Comunque, al di là dell’ambiguità della dichiarazione, ci pare assai criticabile la frase “una coppia ‘a geometria variata’ […] può continuare a svolgere i suoi doveri educativi verso i figli” per i motivi prima accennati: la scelta di essere transessuale avalla e agevola un disordine psichico che di certo ridonda sull’educazione dei figli. La stessa scelta è di cattivo esempio, anche solo per il fatto che i figli hanno bisogno della figura paterna/maschile e materna/femminile. Ogni ambiguità in questo campo è foriera di gravi danni per l’educazione dei figli.

Infine Moia sollecita padre Faggioni ad esprimersi sull’ipotesi che un transessuale possa essere il padrino di battesimo di un bambino. “In linea di principio - replica Faggioni - se un credente o una credente hanno una bella vita cristiana possono fare il padrino o la madrina”. In linea di principio dunque il moralista Faggioni è possibilista, ma poi, data la “singolarità della situazione, ci si potrebbe chiedere se non sarebbe meglio scegliere un altro padrino o un’altra madrina per evitare incomprensioni o turbamento nella comunità cristiana”. Dunque, per Faggioni un transessuale potrebbe lecitamente ricoprire questo ruolo, ma sarebbe meglio evitarlo per meri motivi di opportunità.

Il Codice di diritto canonico però la vede in modo diverso. Infatti al canone 872 spiega che i padrini devono “cooperare affinché il battezzato conduca una vita cristiana conforme al battesimo e adempia fedelmente gli obblighi ad esso inerenti”. Ora, chi compie una scelta come quella di voler essere transessuale assume una condizione e relative condotte contrarie gravemente alla morale naturale. E dunque come potrebbe essere una guida sicura per il battezzato nella vita cristiana? Infatti il Codice, al canone 874, indica, tra gli altri, anche il seguente requisito affinché una persona possa assumersi l’incarico di padrino: che “conduca una vita conforme alla fede e all’incarico che assume”. Come può il transessualismo essere conforme alla fede? Come si potrebbe affermare che chi sceglie di “cambiare” sesso conduca “una bella vita cristiana”? Solo qualora la cosiddetta disforia di genere fosse osteggiata dalla persona stessa si potrebbe ipotizzare una sua candidatura, sebbene altre candidature sarebbero da preferirsi.


(Fonte: Tommaso Scandroglio, LNBQ, 21 aprile 2022)

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